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Full text of "Nuova antologia"

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et 

NUOVA 


ANTOLOGIA 


LETTERE,  SCIENZE  ED  ARTI 


,UART A     SERIE 


VOLUME   CBNTOSEESlM(> 

DELLA  RACCOLTA  VOLUME  CXC 

(Luglio-Agosto  1903) 


s 


\^ 


N 


KO.M  A 

DIREZIONE    DELLA   NUOVA   ANTOLOGIA 
Corso  Umberto  I,  131 

1903 


PROPRIETÀ    LETTERARIA 


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GLI    AMMONITORT 


n  O  M  A  N  z  o 


È  venuto  il  tempo  di  comitieie  il  mio  grande  atto.  Fra  alcuni 
jfiorni  tutto  sarà  tinito.  Questo  memoria!'»  che  invio  in  due  copie,  una 
M' A  va» ti.',  l'altra  alla  Petite  Eépii1>ti(inp.  iia  il  solo  scopo  di  dichiarare  - 
ili  caso  die  si  volessero  liavisare  le  mie  intenzioni  o  spiegare  l'avve- 
mito  come  un  accidente  lorliiito  -  il  processo  per  cui  io  venni  nella 
determinazione  di  farmi   uccidere  in  modo  tanto  eccezionale. 


I. 

Nacqui  a  Gassino,  nell'alta  valle  del  Po.  .Non  ho  conosciuto  mia 
nuulre.  Mio  padre  eia  fornaciaio:  colle  gambe  nude  nella  fossa,  ta- 
gliava la  creta  gialla,  l'impastava,  la  metteva  nella  forma  da  maltoiii: 
e  s'allineavano  innumerevoli  i  mattoni  sull'aia  levigata,  i)arevano 
grandi  pani,  inzuccherati  di  sabbia  fina.  Pane  invece  non  ne  guadagnava 
molto:  ma  i  suoi  ottanta  centesimi  giornalieri  procuravano  a  lui  e  a 
me  polenta  il  mezzogiorno  e  minestra  la  sera.  L'  inverno  non  si  lavo- 
rava; quando  i  primi  geli  ci  avevano  coperte  le  mani  di  crepacci,  ces- 
savamo: ci  riparavamo  allora  nella  staila  d'un  vicino  che  aveva  be- 
stiame, e  quando  non  nevicava,  andavamo  a  far  legna  nei  boschi  dei 
signori,  raccogliendo  .soltanto  il  seccume  e  i  ceppi  putridi  che  vende- 
vamo a  un  soldo  il  fascio:  stando  tutto  il  giorno  nei  boschi  e  portando 
sulla  schiena  fino  al  villaggio  due  o  tre  fasci,  guadagnavamo  sette  od 
olio  soldi. 

Perciò  l'inverno  si  mangiava  meno,  quantunque  avessi  molta  più 
fame:  è  vero  che  il  pane  di  granturco,  pesante  e  giallo  come  i  nostri 
mattoni,  ci  faceva  credere  d'aver  sempre  lo  stomaco  pieno. 

A  febbraio,  sull'aia!  R  anch'io  nella  mota  gialla  fin  sopra  il  gi- 
nocchio, col  sole  che  dava  la  febbre:  per  ciò  mio  padre  era  giallo  e 
io  ho  l'aria  d'aver  l' itterizia.  Ma  questo  non  monta. 

Mio  padre  mori.  Il  sindaco  ricorse  per  me  a  Torino  e  fui  raccolto 
nella  Pia  Casa.  Qui  mi  si  insegnò  qualche  cosa:  d'inverno  al  paese 
ero  andato  a  scuola  e  sapevo  il  catechismo  e  la  storia  sacra:  qui  mi 
fecero  ripetere  la  storia  sacra  e  il  catechismo  e  un  po'  di  stoiia  romana. 
.Muzio  Scevola  e  Bruto,  più  i  diritti  e  doveri  del  cittadino  italiano. 

Più  tardi  mi  posero  come  apprendista  in  una  stamperia.  Correvo 
lutto  il  giorno  per  città  a  portare  commissioni  e  bozze.  Quando  mi 
misero  alla  cassa  di  compositore,  imparai  rapidamente.  Kbbi  tosto  un 
buon  salario  e  potei  uscire  dalla  Pia  Casa.  Intanto  frequentavo  le 
scuole  serali:  studiai  |>arecchio:  imparai  l' italiano  e  il  fraiU'ese  e  così, 


4  (U.l    AM.MOXnoKI 

da  me,  nella  mia  sotìilla  -  abita\o  in  Boi'go  San  Secomlo  e  miiii^iiaxo 
alla  (liieina  popolare  -  volli  anche  conoscere  un  po'  la  f>rammatiea 
latina,  senza  di  cui  non  si  possono  approfondire  quelle  lin^Jiie.  l'erctiè 
il  mio  scopo  era  di  diventare  correttore.  Non  avevo  alcuna  pieoccupa- 
zione  che  mi  Irastoi-nasse  seriamente:  otteinii  presto  un  posto  di  cor- 
rettore alla  Società  Editrice  Scientifica:  dapprimu  fui  impiegato  in 
lavori  di  poco  conto:  indi,  conosciutasi  la  una  buona  volontà,  mi  si 
pose  attorno  a  lavori  di  maugior  im])ort;inza,  sopratutto  a  traduzioni 
di  opere  scientifiche. 

La  mia  professione  mi  dava  iiiolle  comiiiacenze.  Kio  a  contatto 
con  gente  di  scienza  e  talvolta  cercavo  mostrare  a  cjualcuno,  che 
comprendevo  molto  di  pili  che  non  desse  a  presumere  la  mia  condi- 
zione: più  d'uno  mi  |)iantò  gli  occhi  in  faccia  con  stu|)oie.  quando 
gli  indicai  certe  contiaddizioni  nel  corso  d'un  lavoro  e  gli  suggerii 
umilmente  certe  tiasposizioni  che  avrebbero  giovato  all'ordine,  all'equi- 
librio non  soltanto  tipografico,  d'\ma  tiattazione. 

Passarono,  credo,  cinque  o  sei  anni.  Nel  gettar  su  calta  tiuesti 
ricordi  non  ho  tempo  d'indugiarmi:  ricordare  è  dolce,  anche  i  dolori, 
ma  la  vita  incalza  -o  piuttosto  la  morte... 

Or  son  quattro  anni,  andai  ad  abitare  in  Borgo  San  Donato.  A 
questo  punto  incomincia  la  -mia  vita.  Perchè  prima  i;on  avevo  vis- 
suto, vale  a  dire  non  avevo  sentito  nulla  dentro  di  me.  non  mi  ero 
detto  neanclie  un  momento:  «  To',  sei  qui.  Martino:  c'è  tanta  gente 
al  mondo:  In  vali  (luanto  qualcheduno...  » 

Abitavo  nella  soffitta  della  casa  N."  **  di  via  San  Donato.  C'erano 
142  scalini  che  facevo  ogni  sei'a  a  due  per  volta,  riducendoli  cosi  a  71. 
Allora  non  iivevo  il  batticuore...  Una  sera,  montavo  allungando  il  braccio 
alla  ringhiera  di  ferro,  a  testa  china;  rischiai  di  sfondare  il  ventre  a  un 
che  discendeva,  il  quale  per  l'urto  sedette  sugli  scalini  senza  fiato. 
Ahi.  lo  j^tesso  m'eia  già  accaduto  qualche  settimana  ]irima  con  un 
giovinotto  elegante  che  aveva  alzato  il  bastone  a  percuotermi,  ma 
aveva  colpito  soltanto  la  ringhiera,  perchè  io  era  già  in  salvo... 

Chiesi  perdono  con  una  grande  vergogna  al  povero  diavolo  che 
avevo  innanzi.  Vidi  un  sorriso  di  fanciullo  in  una  faccia  pallifla  e 
patita  :  l'aiutai  ad  alzarsi  :  era  jjìccoIo,  di  membra  gracili,  con  un  viso 
fine  dominato  da  una  fronte  enorme.  Egli  riprese  a  discendere  dopo 
avermi  guardato  con  due  occhi  acuti  e  dolci,  indimenticabili. 

10  non  avevo  mai  badato  di  proposito  agli  inquilini  delle  soffitte. 
Uscivo  la  mattina,  alle  cinque  d'estate,  alle  sei  d'inverno,  e  non  tor- 
navo che  la  .sera  tardi.  stanehis.simo.  Qualche  bestemmia  d'ubbriaco, 
qualche  urlo  di  donna  percossa,  qualche  strillo  di  bimbo,  le  martel- 
late di  un  calzolaio  matto,  chiamato  Cimisin,  mi  destavano  talvolta 
d'improvviso,  ma  non  mi  davano  iniiuietudine.  A  poco  a  poco,  senza 
volerlo,  vidi  chi  fosse  1'  ubriacone  e  la  donna  percossa  che  stavano 
entrambi  nella  soffitta  attigua  alla  mia,  e  parecchi  degli  squallidi  abi- 
tanti di  quel  lunghissimo  corridoio  a  ferro  di  cavallo  fiancheggiato 
d'una  quarantina  di  cellette  dall'uscio  color  caffè,  quasi  sempre  chiuse 
lungo  il  giorno  e  piene  la  notte  di  agitazioni  e  di  sonni  più  pesanti 
che  la  morte. 

11  giorno  dopo,  era  una  domenica  di  noveiidjre.  limasi  in  casa 
tino  a  tardi,  cosa  che  mi  capitava  ben  di  rado,  perchè  ([uel  bugigat- 
tolo non  m'invitava  a  trattenermici  fuorché  per  dormire,  e,  nato  in 
campagna,  amavo  jtassarvi  tutto  il  di  festivo,  da  vero  vagabondo  so- 


GI,I    AMMONITORI  o 

litario  (Feci  perfino  una  piccola  collezione  di  piante  e  d'insetti,  aiu- 
tandomi per  la  classificazione  con  le  visite  al  museo  zoologico).  La 
ragione  era  in  questo,  che  attendevo  dal  calzolaio  matto  le  mie  scarpe, 
r  quegli  non  se  la  sbrigava.  Bel  tipo!  Egli  zufolava  come  un  flauto 
e  sapeva  a  memoria  tutto  il  Barbiere,  che  eseguiva  secondandolo  colla 
Imttuta  del  martello  o  colle  bracciate  dello  spago:  zufolava  dei  fu  fu 
interminalìili  o  vocalizzava  agilissimamente  lalld  Uro  lìroìla!  Un  merlo 
ili  una  y:abbia  garegtiiava  con  lui.  rii)etendo  migliaia  di  volte  la  prima 
lialtufa  deWInìio  di  Garihuldi.  Cimisin  aveva  inventato  una  macchina 
per  volare  e  diceva  che  senza  i  framassoni  essa  sarebbe  già  adottata 
dairesercito  italiano. 

Dopo  averlo  lasciato  fischiettar  Rossini  paiecchie  ore,  mi  risol- 
vetti ad  affrontarlo  nella  sua  lana.  Aveva  sempre  l'uscio  aperto,  anche 
la  notte,  perchè  temeva  che  i  fabbri  glielo  scassinassero,  -  i  fabbri  erano 
altri  suoi  persecutori,  come  i  tramassoni  -  soltanto  teneva  sempre 
dinanzi  alla  porta  una  tenda,  per  la  decenza. 

Stavo  per  gridare  :  «  Si  può  '!  »  cfuando  al  fondo  del  corridoio  vedo 
uscir  dall'ombra  una  figura  di  giovinetta,  pallidissima,  cogli  occhi 
stravolli,  come  pazza,  lo  occupavo  il  passaggio:  quando  mi  fu  vicina 
si  coprì  la  faccia,  strisciò  contro  il  muro  e  prese  a  scendere  i-apida- 
mente.  Appena  scomparsa  lei.  dalla  stessa  parte  un  uomo  si  slancia. 
Rra  il  giovane  che  avevo  urtato  per  le  scale  il  giorno  prima.  Aveva 
la  faccia  come  pesta  e  gli  occhi  smarriti. 

—  Mia  sorella"?  -singhiozzò  rivolgendosi  a  me. 

—  R  scesa,  -  diss'io  subito. 

Si  precipitò  anch'egli  per  la  scala.  Ed  io  dietro  in  ciaijatte.  cliic- 
dendogli  con  imbarazzo  : 

—  Signore,  scusi,  signore  ! 

Giunsi  anch'io  sulla  strada.  Ma  la  portinaia,  che  aveva  veduto 
scendere  il  giovane,  lo  afferrò  pei-  un  braccio  e  lo  spinse  nella  sna 
camera.  Là  la  sorella,  accosciata  in  terra,  si  torceva  in  singhiozzi 
convulsivi. 

Egli  diede  un  gran  sospiio.  strinse  il  braccio  di  lei  per  sollevarla  : 
ma  il  coi'iio  non  consentiva  :  l'alzò  con  forza,  con  ira.  Poi  s'intenerì 
subito  : 

—  Povera  Lena  !  -  mormorò. 

La  sua  voce  era  profonda  e  vibrante  d'una  dolcezza  repicssa.  .\d 
1111  tratto  strinse  con  ambo  le  mani  la  fac(Ma  di  lei,  liggendolc  gli 
ocelli  negli  occhi,  poi  lasciò  cader  le  braccia  come  esausto  : 

—  Meni  sopra.  Lena  ! 

RUa  chinò  gli  occhi  e  obbedì. 

Che  fare"'  Seguirli  mi  pareva  sconveniente.  (Juando  iurono  salili, 
cinesi  alla  portinaia  : 

—  Che  avviene"?  Ne  sapete  (pialcosa  voi  ? 

—  Rh  !  non  ne  so  niente...  Ma  lo  dicevo  io!  I  signori  sono  tutti 
uguali. 

I  signori"?  Non  si  riferiva  certo  ai  miei  compagni  delle  solììttc. 

—  Che  c'entrano  i  signori'?  -dissi. 

—  Mah!  Misteri!  t)el  resto  lo  sanno  lutti.  Non  lia  visto  mai  un 
bel  gioviiiotto  nei  corridoi"?  Ria  lui.  R  adesso  chi  l'ha  \isl()  l'ha  \  islo. 
Tutti  compagni...  Buon  giorno,  signor  Stanga! 

R  mi  piantò  in  asso.  Risalii.  Appoggiato  al  davanzale  della  mia 
linestra,  che  dava  nel  cortile,  ascollavo.  Tialtavasi  forse  del  gioviiiotto 


fi  (ìli  ammonitori 

eleganle  da  me  urtato  sulle  scale..."?  Le  finestre  di  fronte  eran  tulle 
allerte,  fuorché  una  :  doveva  esser  quella...  E  un  pianto  lontano,  pianici 
di  bambino,  non  discernevo  se  di  lei  o  del  fratello,  si  mescolava  ora 
al  tischiettio  allegrissimo  del  mio  calzolaio. 

La  mia  vita,  il  lavoro,  le  lezioni  .serali  ali"  Università  Popolale, 
mi  ripresero.  Ma  rincasando  tardi,  mentre  mi  sedevo  a  sbrigar  i  miei 
compiti  sotto  la  lampada  a  petrolio,  davo  più  retta  ora  ai  rumori  della 
soffitta,  alla  vita  notturna  di  quella  specie  di  chiostro  aereo  ove  nes- 
suno conosceva  o  vedeva  forse  mai  il  vicino:  esseri  umani  le  cni  sof- 
ferenze, le  cui  gioie  d'un  attimo,  i  cui  riposi  pesanti,  divisi  soltanto 
da  un  sottil  muro,  gettavan  nei  corridoi  rumori  indistinti,  vagiti,  gemiti, 
ronfi,  bestemmie.  E  alloia  senii\o  qualcosa  che  entrava  in  me,  qual- 
cosa di  tutti  quegli  esseri,  con  un  senso  quasi  di  molestia:  pareva  che 
la  loi'  vita  grave  pesasse  sulla  mia:  non  mi  sentivo  piìi  libero  di  esser 
solo:  non  ero  più  solo  :  coloro  m'imponevano  qualcosa  ch'io  non  accet- 
tavo se  non  con  riluttanza.  Forse  s' io  non  avessi  mai  sofferto  non 
avrei  sentito  questo  :  ora  la  sofferenza  altrui  ridestava  quella  mia  antica, 
sopita  nelle  mie  libre  di  fanciullo:  e  il  pensiero  che  altri  ora  dolorava 
com'io  allora,  mi  dava  l'illusione  che  degli  a?<r»  me  stesso,  degli  alt li 
esseri  come  quel  fanciullo  giallo  ch'io  vedevo  e  vedo  ancora,  col  ventre 
lacerato  dalla  fame  e  le  gambe  nella  mota,  raspassei'o  eternamente  nella 
terra  infeconda,  per  coricarvisi  alla  fine. 

Intanto  io  che  prima  lavoravo  a  libri  di  poca  importanza,  passai 
a  correggere  opere  di  gran  valore.  Fu  allora  ch'io  lessi  per  mio  ufficio 
volumi  di  cui  non  capivo  gran  fatto,  ma  ove,  dopo  cento  pagine  per 
me  mute,  certi  periodi  spandevano  nella  mia  mente  onde  di  splendore. 
Basti  dire  che  corressi  le  opere  tradotte  di  Darwin,  di  Haeckel,  di  Scho- 
penhauer, di  William  .fames.  di  Wundt.  di  Flammarion.  Ogni  sera 
dinanzi  alla  mia  lampada  rileggevo  quelle  pagine,  di  cui  dal  bozzista 
compiacente,  con  qualche  pietesto,  mi  facevo  tirare  una  bozza  per  me:  e 
le  pareti  della  mia  soffitta  si  dilatavano,  scomparivano:  la  mia  lampada 
diventava  un  sole. 

Talvolta  il  mio  cai)o  era  talmente  pieno  di  calore,  pei'corso  da  fre- 
miti e  posseduto  dalla  febbre,  che  aprivo  la  finestra  e  mi  pareva  d'im- 
mergermi nelle  stelle.  Oh!  gl'immensi  mondi,  nati  ieri  o  già  decrepiti, 
pieni  di  vita  o  bruciati,  irradiati  o  spenti  nelle  tenebre  ! 

E  sovente  la  finestra  di  fronte  era  illuminata  :  talvolta  s'apriva, 
e  una  mezza  figura  si  curvava  sul  davanzale,  la  gran  fronte  del  fra- 
tello di  Lena. 

Una  sei'a  m'awiavo  all'Università  Popolare,  dopo  cena:  aveva 
nevicato  tutto  il  giorno.  In  jtiazza  Statuto  lo  spettacolo  era  stranissimo 
ed  energico.  Mucchi  di  neve  venivano  ammonticchiati  iiua  e  là  da  uomini 
neri,  i  cni  volti  erano  illuminati  fortemente  da  fumiganti  torce  a  vento, 
piantate  in  cima  a  quelli:  carretti  si  caricavano  e  trascinavano  fino 
alle  botole,  ove  il  carico  si  sprofondava.  Mi  soffei-mai  a  contemplare 
un  istante.  Ad  un  tratto  fui  colpito  di  stupore. 

Un  mingherlitio.  avvolto  in  un  pastrano  assai  leggero,  con  due 
occhi  ardenti  sotto  un  gran  cappello  a  cencio,  sollevava  a  stento  le 
sue  palate  di  neve  che  gettava  sul  cumulo:    lui!    il  tìatello  di  Lena. 

Mi  scorse  e  sorrise: 

—  Buona  sera -disse  con  la  voce  tenera  e  profonda. 


(HA    AMMONITORI  / 

—  Anche  lei  qui;?  -  esclamai. 

~  Come  vede  !  Bisojina  lavorare  ! 

Ma  le  sue  mani  erano  gracili  e  livide,  e  le  hraccia  laievano  lalica 
a  sollevar  la  pala. 

—  Non  è  lavoro  per  lei,  credo  ! 

—  Quando  non  e" è  altro...!  leii  iio  guadagnalo  due  liic.  -  K  la  sua 
Taccia  magra  jiareva  raggiasse  di  gioia. 

Un  assistente  s'avvicinava.  Mi  incamminai. 
Al  mio  ritorno  egli  era  là  ancora  : 

—  Non  viene  a  casa  "?  É  quasi  mezzanotte. 

—  Si,  a  momenti. 

—  Allora,  l'attendo. 

KvA  trafelato,  col  cappello  buttato  indietio  sulla  nuca:  e  la  sua 
gran  fronte  splendeva  alla  luce  sanguigna  delle  torce.  Intorno  a  lui  il 
lavoro  diveniva  più  lento,  prossimo  alla  line,  monotono  e  triste  :  pareva 
una  fatica  interminabile  d'una  bolgia  dantesca. 

S'avvicinò  l'assistente.  Era  mezzanotte.  Aveva  untoKlio  in  mano 
e  chiamava  ciascuno,  lo  stavo  attento;  ad  un  nume.  Crostino!  egli  si 
levò  e  s'avvicino  a  colui. 

Si  chiamava  Crastino:  il  mio  latino  me  ne  diceva  qualcosa  :  con  un 
nome  simile  doveva  essere  un  trovatello.  Venne  a  me  sfinito  e  conlento: 

—  Tre  lire  oggi  ! 

—  Ma  perchè  non  cerca  un'altra  occupazione  più  a<latta  per  iei.'- 
(liss'io.  -  Dall'aspetto  immagino  che  abbia  studialo. 

—  Appunto!  Perciò  sono  un  buono  a  nulla.  Questo  è.  un  lavoro 
che  non  richiede  preparazione.  Dovrei  avere  un  buon  mestiere,  ecco. 

—  Non  potrebbe  trovar  lavoro  in  qualche  ufficio,  come  .segretario, 
o  in  ima  tipogratia,  o  che  so  io"' 

—  Ho  provato  :  non  si  trova  nulla. 

lo  pensavo:  avrei  cercato  io  stesso,  poi  sarei  sialo  ben  conlcnlo 
di  offrirgli  un  posto. 

—  E  sua  sorella"/  -  osai  domandargli. 

Egli  sospirò  profondamente,  ma  non  risiiose.  Di  lì  a  un  momento 
liprese  : 

—  Tre  lire...  Nevicherà  di  nuovo,  non  è  vei'o"?-  E  guardò  il  ciclo 
brillante  di  stelle. 

—  Non  credo  -  risposi.  -  Domani  è  sole:  d'alti'ondc  è  domenica. 

—  È  vero.  Ija  domenica  dev'esserci  il  sole,  per  chi  la\()ta  tuttala 
settimana.  Chi  sa  quando  lavorerò  di  nuovo!  Dovrebbe  nevicare  domani 
notte,  no  f 

—  Se  le  fa  piacere  !  -  e  risi  anch'  io. 

—  Ci  son  di  quelli  che  guadagnano  uno  scudo:  l'assistente  li  .s(|ua- 
di-a,  ti  pesa  coll'occhio,  e  ti  fa  la  tai-a.  Io  peso  poco. 

aravamo  giunti  al  noslio  palazzo.  Aprimmo:  dallo  scalone  coperto 
di  tappeto,  intiepidito  dal  calorifero,  alla  scaletta  nuda  dei  nosti'o  lub- 
bione  i  gradini  erano  sempre  più  alti  :  traversavamo  cosi  ogni  sera  tutte 
le  zone  della  società:  caldo,  temperato,  freddo:  noi  eravamo  al  jiolo. 

In  cima  della  scala  io  tiravo  da  una  banda  e  luì  dall'alti'a: 

—  Viene  un   momento  da   me.'  Sono  solo. 
E  come  io  esitavo  : 

—  Domani  lei  non  lavora...  Chiacchieriamo.  \'iene"' 

E  mi  prese  per  un  braccio.  Traversalo  il  corridoio  pieno  come  di 
ronzii  indistinti,  entrammo.  Eiu  la  mia  soffitta  tal  e  quale  :  la  mede- 


8  GLI   AMMONITORI 

sima  disposizione  del  letto,  col  capezzale  verso  la  parete  maggiore  e 
i  piedi  veiso  lo  spiovente,  poiché  la  lorma  del  tetto  non  ne  comporta 
altra.   Un  angolo  era  nascosto  da  una  tenda. 

—  È  solo  lei  ora".'  -  gli  domandai. 

—  Solo,  sì. 

E  mi  guardò  in  modo  che  pareva  mostiasse  una  intensa  pietà  di 
me:  e  gli  occhi  gli  si  empierono  di  lacrime.  Aggiunse: 

—  Lei  non  può  dormire'? 

—  Io  dormo  come  un  ghiro!  Al  mattino  non  mi  leverei  mai. 

—  Percliè  si  mette  alla  finestra  tardissimo  V 

—  Oh,  un  momento,  per  cacciare  il  puzzo  del  petrolio,  dopo  avere 
scritto  o  letto  per  ore  intere. 

—  Ah,  studia  lei"?  Ha  dei  libri"?  -  E  i  suoi  occhi   s'illuminarono. 

—  Moltissimo.  Ho  una  curiosa  biblioteca.  Sono  correttore  di  bozze 
alla  Società  Editrice. 

—  Pei'dio!  -  interrupi)e  egli.  -  Dunque  lei  può  leggeir  Spencer, 
Nietzsche... 

—  Sicuro!  Li  posseggo  quasi  per  intero,  e  molti  altri. 

—  Li  ha  là,  in  quella  sotfitta"?  -  e  s'  appressò  alla  finestra  come 
jier  penetrare  laggiù  con  lo  sguardo. 

Ma  il  suo  entusiasmo  cedette  subito.  S'abbandonò  a  sedere  sul 
letto,  che  fece  un  crepitio  di  toglie  pigiate:  appoggiò  il  gomito  al  cu- 
scino e  la  testa  sulla  mano,  poi  l'iprese  colla  voce  dolce  e  profonda: 

—  D'altronde,  è  inutile  studiare,  lo  so  già  tutto.  Ciascuno  sa 
quello  che  gii  è  necessario. 

La  lucerna  gii  illuminava  la  fronte  troppo  ampia,  sotto  cui  le  or- 
hite  si  approfondivano:  gli  zigomi  prominenti  e  le  mascelle  forti  con- 
trastavano colla  forma  della  bocca  nettamente  .segnata  sotto  baffi  neri 
e  radi  e  le  labbra  avevano  increspamenti  infantili  con  una  perenne 
piega  dolorosa  agli  angoli. 

La  sua  affermazione  lo  fece  sorridere  col  suo  sorriso  melanconico. 
Soggiunse  : 

—  E  lei  non  sente  che  il  necessario  a  sapersi  è  molto  |>oco'i' 

—  Non  saprei,  caro  signore  -  risposi.  -  lo  ho  studiato  moltissimo 
e  ci-edo  che  non  cesserò  mai  di  studiai'e,  finché  non  senta  di  sapei'ne 
abbastanza,  cioè  tino  a  quando  quel  poco  che  conosco  sarà  unito  e 
compatto.  Oh,  so  bene!  Ogni  ramo  di  scienza  richiede  una  vita  intera. 
Io  ero  pazzo  f)er  l'entomologia  :  ebbene,  l'ho  piantata  perchè  sentivo 
che  sarei  andato  al  camposanto  senza  conoscerla  interamente. 

—  Se  la  sarebbe  fatta  insegnar  dai  vermi  ! 

—  No,  perchè  mi  farò  cremare. 
Egli  si  mise  a  ridere  : 

—  Inutile,  amico.  Ci  sono  i  microbi  che  ci  fanno  vivere  e  quelli 
che  ci  fanno  morire.  (^)uesti  ultimi  la  vinceranno...  E  ci  sono  altri 
microbi  che  spazzano  anche  le  nostre  spoglie  per  far  posto  ai  nuovi 
arrivati. 

—  Questo  l'ho  letto  anch'io.  È  dunque  vero? 

—  Verissimo. 

—  Già:  noi  siamo  colonie.  Ogni  gruppo  di  microi'ganismi  ita  l'uf- 
ficio di  mantenei-e  un  organo.  Una  volontà  regge  tutta  quesla  collet- 
tività.  Ecco  l'uomo! 

liimasi  stupito  della  mia  audacia:  stupito  e  insieme  lelice,  come 
se  in  tpiel  momento  io  primo  avessi  scoperto  d'un  balzo  ipiella  verità. 


GLI   AMMONITORI  9 

Egli  mi  guardò  sorridendo  di  compiacenza: 

—  Questo  non  c'entra...  Saremo  amici,  non  è  vero"?  -  E  tosto  si 
oscurò.  Mi  afferrò  la  mano,  poi  la  ritrasse  subito  e  si  stese  sul  letto: 

—  La  vita  è  un  male. 

—  No,  la  vita  è  un  bene  -  protestai  incoraggiato  e  quasi  petulante. 
Ero  così  poco  avvezzo  a  parlare  con  jiersone  colte  di  cui  non  avessi 
soggezione,  che  il  trovar  finalmente  uno  col  quale  parlare  da  pari  a 
pari  delle  cose  che  erano  divenute  tutta  la  mia  vita  mi  riempiva  di 
entusiasmo  e  di  un'audacia  che  non  sapevo  contenere. 

—  È  il  solo  bene  la  vita!  -  affermai  con  forza.  -  Tutto  il  lesto  non 
esiste  che  nella  nostra  immaginazione  :  labbiaino  farneticato  perchè 
non  .sapevamo  il  valore  della  vita. 

—  E  questo  che  esiste  nella  nostra  immaginazione  vale  molto  più 
che  la  realtà  -  egli  riprese.  -  Io  vedo  un'altra  vita  e  confido  in  essa... 
Guardi  un  po'  fuori  della  finestra.  Perchè  non  si  mette  alla  finestra 
come  le  altre  sere"?...  Io  sono  troppo  stanco! 

Apersi:  là  dentro  era  freddo  e  senz'aria.  La  notte  invece  pareva 
tfuasi  tepida.  I  tetti  bianchi:  una  distesa  interminata  di  tetti,  su  cui» 
i  camini    in    fila    parevano    armenti    immobili  e  candidi.  Un  augusto 
mistero  splende\a  in  cielo  ove  le  stelle  limpidissime  tremolavano. 

Egli  aveva  gli  occhi  ciiiusi.  Disse: 

—  Il  cielo!  Che  bellezza!  Quando  .spengo  il  lume,  la  finestra  par 
che  si  apra  sull'immenso! 

Poi,  dopo  un  po'  : 

—  Sa  lei  che  io  ho  fatto  un  libro  di  poesie"?  Non  ha  mai  letto  il 
mio  nome"?  Io  mi  chiamo  Vigile  Cràstino:  i)are  uno  pseudonimo.  Infatti 
c'è  chi  nasce  sotto  uno  pseudonimo...  Chi  sa  qual  anima  di  rivoluzio- 
nario mi  dette  questo  nome,  affatto  fuor  di  proposito!  Perchè  io  non 
sono  né  del  domani,  né  dell'oggi.  Sono  fuor  della  vita...  Sa  lei  che 
significa  "? 

—  Si;  so  un  po'  di  latino.  Ma  io  l'ho  sentito  chiamar  Luigi... 

—  Infatti  Vigi  era  il  mio  nome  da  bimbo,  e  così  mi  chiama  mia 
sorella. 

Tacque  un  istante,  poi  ripigliò: 

—  Ma  ])er  me  non  c'è  né  oggi,  né  domani.  C'è  l'eternità,  cioè  un 
putito,  e  tutto  é  contemporaneo:  il  tempo  e  lo  spazio  non  sono  che 
apparenze:  le  variazioni,  il  numero,  gli  individui  non  sono  die  appa- 
l'eiize.  La  realtà  è  l'uno,  l'Essere. 

—  Cosicché  lei  non  vive,  e  neanch'io... 

—  Non  esistiamo.  Ombre...  Così  non  ab'oiamo  colpa  e  merito  di 
quello  che  agitiamo  nella  nostra  vita,  come  non  l'alibiamo  nel  sonno. 
La  vita  è  un  sonno.  Ci  sveglieremo.  Allora  io  (lofiò  anche  alìbracciare 
mia  sorella  e  baciarla  in  fronte... 

—  È  morta  dunque"?  -  interruppi  io  pieno  di  stupore. 

—  No.  È  nel  sonno  come  noi.  Ma  il  suo  sonno  è  un  incubo.  Ella 
soffre  fisicamente  e  moralmente,  dolore  e  onta.  Alia  sorella!... 

Non  potè  proseguire,  la  voce  divenne  stridula,  si  spense.  Iiuli  ri- 
prese con  un  grande  sforzo  e  con  voce  mutata  : 

—  Mia  sorella  è  una  disgraziata  ! 

Pareva  che  da  un  sogno  di  languore  fosse  piombato  in  una  realtà 
disgustosa.  Io  non  seppi  che  soggiungere.  Dopo  un  po'  mi  feci  colaggio: 

—  Dunque  ])ensa  lei  che  non  esiste  la  colpa  o  il  merito.  Esiste 
il  perdono:  no"? 


10  (ir.I    AMMONirOHI 

—  No,  no!  Né  colpa,  né  perdono.  Quello  che  deve  avvenire  av- 
verrà, l'ercilè  siani  nati  noi'?  Non  sa|)|)ianio,  io  e  mia  soiella,  chi  ci 
Ila  messi  al  mondo.  Un  burlone  ci  chiamò  Oràstino.  come  se  ci  afìi- 
dasse  ima  missione  e  forse  una  vendetta,  di  che?  e  noi  siamo  i)eitella- 
mente  all'oscui'o.  Che  dobbiamo  fare?  Intanto  mia  sorella  ha  ri|)elul<) 
(piello  che  ha  fatto  probabilmente  mia  madre...  Ella  è  ricoverata  alla 
.Maternità... 

—  Qui?  -  chiesi  io,  volgendomi  verso  di  lui  e  sentendomi  atterrale 
da  una  gran  commozione.  -  Lei  va  a  trovarla?  Domani  è  festa.  Andiamo 
a  trovarla?  Posso  accompagnarla? 

Mi  stupii  del  mio  ardire.  Avevo  quasi  il  senso  d' un"  intrusione 
(^h'  io  compiessi,  ma  mi  ci  sentivo  spinto  imprudentemente. 

—  Non  ci  sono  andato  ancoi-a.  N.m  so  perchè.  Ho  una  immen.sa 
pietà  di  lei.  Ma  sento  una  specie  di  rancore.  Che  obbligo  aveva  ella 
vciso  di  me?  Io  sì,  grandissimo,  verso  di  lei.  Ella  guadagnava  da 
\ivere  per  entrambi.  Io  sono  buono  a  nulla:  non  sono  un  uomo  io. 
Non  dovevo  nascere:  perciò  desidero  morire! 

Tutto  la  faccia  nel  cuscino  e  io  udii  come  se  il  suo  petto  si  rom- 
pesse. Che  fare?  Forse  il  meglio  era  eh'  io  lo  lasciassi  piangere.  K 
avevo  un  nodo  in  gola,  e  i  miei  occhi  dilatali  verso  la  notte  si  riem- 
pivano di  lacrime. 

Riprese  dopo  un  momento  : 

—  Non  avevn  confidenza  in  me.  Sono  sempre  stato  fuori  del  In 
vita.  Ero  sempre  astratto.  Klla  sentiva  forse  degl"  im|)ulsi  prepotenti 
nel  suo  corpo  robusto.  Che  ne  so  io?  Uno  studente,  un  commesso, 
un  seduttore  di  professione,  un  signore,  dice  la  jjortinaia...  doveva 
essere  bello  e  ben  vestito,  che  ne  so  io?  lo  non  fho  mai  veduto,  non 
ho  sospettato  nulla.  Forse  chi  sa  quante  volte  ella  fu  in  procinto  di 
contidarsi  :  doveva  pesarle  il  segreto...  massime  quando  lui  scomparve 
senza  lasciarle  una  parola  d'addio...  Infine  non  ne  potè  più.  Un  giorno 
credette  ch'io  le  osservassi  i  fianchi  :  m'era  caduto  lo  sguardo  lì:  non 
sapevo  nulla,  io...!  E  ruppe  a  piangere  e  mi  svelò  tutto...  Tutto?  Cioè 
nulla.  Un  giovane...  Chi?  Dove  abita?  Nulla.  E  non  lo  sajirò  mai... 
Ora  avrà  un  tiglio...  di  chi?  Lo  chiamerà  Cràstino  anche  quello,  e 
così  di  generazione  in  generazione,  procrastinando... 

Lo  scherzo  orribile  mi  riscosse.  La  tiiannia  delle  parole!  Gli  si 
era  imposta,  ed  egli  aveva  dovuto  eruttarla  per  liberarsene.  N"  ebbi 
maggior  pietà.  Me  gli  appressai  :  aveva  sulla  faccia  una  smorfia  amara, 
(ili  presi  una  mano  e  mi  sedetti  accanto  : 

—  Sei  mio  amico,  hai  detto.  Diamoci  ilei  tu:  ((uassìi  non  si  fanno 
cerimonie.  Io  non  credo  che  la  vita  è  un  sogno.  Prima  e  dopo  la 
vita  non  e"  è  nulla  per  noi,  vale  a  dire  per  la  nostra  coscienza 
che  è  la  nostra  memoria  e  la  nostra  induzione  dal  passato  al  futuro, 
dico  bene?  Pciciò  doblìiamo  vivere  la  vita.  Tua  soiella  ha  tentalo 
di  vivere...  Bene  o  male?  (Perchè  abbiamo  anche  quelle  parole  li. 
Ma  ipielle  parole  li  non  hanno  mica  il  significato  che  dà  loro  la  jior- 
tinaia,  ad  esempio).  Io  dico:  bene.  Bene,  se  ella  pensa  che  ha  amato, 
che  fu  amata  foise  un  istante,  che  una  nuova  vita  nasce  da  lei,  affi- 
data alla  sua  lealtà.  \'oi  non  avete  ciu-  da  ricevere  questo  dono  che 
vi  fa  la  vita,  lealmente,  ed  essere  poi  leali  con  essa,  coniai,  col  nuovo 
essere,  quando  acquisterà  il  diritto  di  sapere  chi  egli  è,  dico   bene? 

Egli  taceva:  aveva  gli  occhi  chiusi,  paicva  dormire,  ma  il  suo  le- 
spiro  era  troppo  silenzioso:  ascoltava. 


(ìli  ammonitori  1  I 

—  Vedi,  contimiai.  C'è  qui  sopra  unceniinaìo  di  sorterenli  e  liilli 
sono  estranei  l'uno  all'altro.  Sembrano  estranei,  e  non  sono.  Io  sento 
l)esare  su  me  le  loro  sofferenze  :  così  essi  devono  sentir  le  mie,  e  nessuno 
cerea  di  togliersi  di  dossoquesto  malessere.  Noi.  peresempio.  g:uardavamo 
le  nostre  finestre  illuminate,  ed  ecco  che  un  pensiero  ci  univa,  questo 
solo  pensiero  :  «  egli  è  là  ».  E  ci  siamo  avvicinati  :  ora  la  nostra  mutua 
sofferenza  non  ci  pesa  più  tanto,  perchè  la  conosciamo  e  la  dividiamo. 

Egli  aperse  gli  occhi: 

—  E  tu...  soffri? 

—  lo  no,  ora.  Ma  ho  sofferto  moltissimo  in  un'età  in  cui  non  ci 
dovrebbe  essere  sofferenza.  Ora  soffro  soltanto  del  dolore  degli  altri, 
ed  ho  tale  desiderio  di  sollevarlo,  che  ciò  mi  diventa  un  tormento,  e 
non  posso  scuotermelo  se  non  coli'  azione.  Cosicché  vo  pensando  ad 
un'azione  ch'io  debbo  fare,  e  non  la  trovo. 

—  Dovresti  scrivere. 

—  Non  sono  capace.  Le  mie  idee  sono  confuse.  Potrei  scrivere, 
per  esempio,  quello  che  ho  detto  a  te  adesso,  ma  questo  serve  soltanto 
jìer  il  tuo  caso.  Io.  vedi,  avrei  bisogno  di  sistemare  tutti  questi  pensiei'i. 
di  farne  un  organismo  saldo,  e  darlo  agli  uomini  perchè  vedano  chiaro... 

Tacemmo  un  istante. 

—  No:  sarel)be  una  ct)sa  fredda.  (ìli  uomini  non  vanno  innanzi  con 
la  luce  elle  apparisce  alla  ragione,  ma  col  sentimento...  Questo  non  con- 
clude che  io  ti  seguirei.  Dovresti  far  delle  conferenze.  Ma  io  non  ti  credo. 

—  Conferenze?  Ho  paura...  E  poi.  un  correttore  di  bozze!  È  vero 
che  adesso  anche  gli  operai  fanno  delle  conferenze...  Socrate  diceva: 
«  So  di  non  sapere  ».  Oi-a  io  non  posso  dir  questo,  ma  non  posso  neanche 
dire:  «  So  di  sapere  ».  Ho  udito  dei  professori  di  Università  i  quali  non 
dicevano  una  sola  cosa  ch'io  non  sapessi  già.  ma  la  dicevano  in  modo, 
come  se  sajìessero  molto  di  più.  anzi,  come  non  esistessero  piii  mi- 
steri per  essi.  Io  non  sono  neanche  sicuro  di  quello  che  so...  0  me- 
glio, tinche  non  l'ho  tirato  fuori,  non  ne  .sono  sicuro.  Ma  quando  l'ho 
affermato,  allora  ne  sono  certo.  Per  esempio,  io  credo  affatto  tutto 
(|uelIo  che  t'ho  detto  questa  notte. 

Chiacchierammo  cosi  ancora  per  ini  po'  di  tempo,  e  io  venni  in 
lai  mod<i  a  raccontargli  la  mia  povera  storia  e  lui  la  sua.  Poi  andai 
a  (loi'mire,  dopo  averlo  fatto  coricare  e  copertolo  ben  bene.  Entralo 
in  letto,  mi  sentivo  contento,  e  mi  pareva  anche  di  esser  diventalo 
(|ualche  cosa,  o  almeno  di  aver  riconosciuto  una  forza  dentro  di  me  che 
stava  nascosta   prima. 

II. 

Al  mattino  mi  svegliai  laidissimo  .^otio  l'impressione  d'un  sogno 
afi'atlo  fuor  di  proposito,  ma,  secondo  iiu',  molto  bello,  sì  che  potrebl)e 
fornire  un  ottimo  argomento  per  un  diamma.  lo  non  sono  capace  di 
cDncretar  nulla,  sebbene  mi  senta  nato  superiore  a  tanti  altri.  Ma  è 
certo  che  se  io  fossi  stato  in  condizioni  di  svolgermi  secondo  la  mia 
forza  interiore  armonicamente,  e  intorno  tutto  non  mi  avesse  compresso, 
come  un  germoglio  tra  i  sassi  e  gli  steipi...  Via!  I^in-chè  ariivi  il  temi)o 
in  cui  tutti  i  naii  dell'uomo  siano  eguali  di  fronte  alla  vita,  aftinché  diven- 
tino quello  che  devono,  di  per  sé  stessi.  Adesso  intanto  si  nasce  mala- 
mente :  le  nostre  madri  ci  foggiano  come  possono,  da  povere  affamate 
e  sfinite  che  sono...  Le  nostre  madri!  Mia  madre...!  Basta.  Ecco  il  sogno. 


12  <iM    AMMONITORI 

l)im(|ii<'.  piazza  Statuto,  e  la  stessa  scena  della  sera  innanzi.  Le 
piaiilc  cofìcrte  di  neve,  la  piramidi'  del  Fréjns  coU'angelo  sospeso  nel 
cielo.  (Iràstino  è  là,  in  mezzo  al  hiidichio  dei  piccoli  uomini  incapi»iic- 
ciati  die  le  torce  a  vento  arrossano  di  scorcio,  e  la  neve  è  tutta  ro- 
sata. Da  quanto  tempo  raspano  il  selcialo  e  per  quanto  tempo  ancora? 
Ma  il  silenzio  è  stranissimo.  La  neve  soffoca  ogni  rumore  e  tutti  quei 
sesti  e  quell'agitazione  senza  strepito  danno  proprio  1"  impressione  di 
un  sogno  senza  tempo. 

Crastino  è  fermo,  ap|)oggiato  al  manico  della  pala  :  si  prova  a  lare 
un  gran  respiro  per  sollevarsi  il  petto:  quando  una  carrozza  passa... 
Un  giovinotto  è  li  dentro.  È  lui!  Glii"?  Adesso  si  ricorda:  l'aveva  ve- 
duto per  le  scale  e  non  l'aveva  mai  notato.  È  lui  certo.  Un  moto  ful- 
mineo: il  giovane  cade  dalla  carrozza,  stramazza,  col[)ito  alla  testa  da 
un  colpo  di  pala... 

Un'agitazione  enorme.  Un  fanciullo  di  sei  o  sette  anni  si  lancia 
alle  ginocchia  di  Crastino,  come  per  proteggerlo  contro  la  l'uria  dei 
circostanti.  E  tutto  stranamente  silenzioso...  Crastino  salta  su  un  cu- 
mulo di  neve  e  fa  grandi  gesti  e  apre  la  bocca  come  volendo  gridale. 
Infatti  si  sente,  ma  fiochissimo:  «  Fratelli,  quell'uomo  lui  fatto  morire 
mia  sorella  dopo  averla  resa  madre...  K  morta  alla  Maternità...  morta 
di  ])arto,  perchè  aveva  troppo  sofferto...  lo  e  mia  sorella  siamo  tro\a- 
lelli  :  suo  tiglio,  eccolo,  non  ha  conosciuto  la  madre.  Kcc(j1o  !  »  Lo 
prende  sulle  braccia  e  lo  alza  sul  suo  capo.  Allora  si  leva  un  tumulto 
sterminato.  La  piazza  è  gremita  d'un  popolo  immenso,  bimbi,  donne, 
\('cchi.  Tutti  gridano  con  grida  altissime. 

In  un  momento  Crastino  è  afferrato  da  due  guardie  nere,  scompare. 

Ma  il  tumulto  non  cessa.  Tutta  quella  turba  si  stringe,  alza  i  pugni  : 
tutte  le  braccia  sono  levate,  tutte  le  voci  vanno  al  cielo  :  e  un  uomo 
altissimo  ha  afferrato  il  fanciullo  alla  vita  e  lo  solleva  colle  due  braccia 
al  disopra  del  suo  ca|)0  : 

—   Il  tuo  bimbo,  popolo  ! 

Destatomi,  il  tumulto  continuava  nelle  mie  orecchie.  Ma  non  era 
già  quello:  veniva  dal  ()ianerottolo,  dalla  scala,  dal  corridoio.  Fra  un 
vocìo  di  bimbi  e  di  mamme.  C'era  il  sole.  Aprii  la  finestra  e  guardai 
di  fronte.  Quella  di  Crastino  era  chiusa  ancora. 

Il  pianerottolo,  in  cui  il  sole  scialbo  gettava  un  largo  sprazzo,  era 
brulicante  di  biiidji.  Alcuni  avevano  il  grembialino  pulito  :  i  più  erano 
laceri  e  sporchi  in  viso.  Una  donna  frugava  nella  selva  ispida  d'una 
testa  riluttante.  Un  ragazzo,  tulio  bianco  di  calce,  un  bicc  muratore, 
esponeva  al  sole  i  suoi  piedi  escoiiati  dalla  calce  e  dai  geloni.  Un  cai- 
bonaio  rigirava  la  testa  sotto  il  robinetto  comune  dell'acqua  potabile, 
inzuppandosi  d'un  sapone  dall'otlor  nauseabondo.  Un  uomo  stava  se- 
duto in  terra  appoggiato  al  muro,  con  una  faccia  ebete  e  gli  occhi  i)roprii 
degli  ubriachi  e  dei  morti,  simili  ad  acini  d'uva  mezzo  crepati  :  can- 
tava una  nenia  compassionevole  : 

Minca  'u  Crus,  Minca  'n  Crus 

Le  ninsole  son  pa  nus 

E  le  lUTS  snii  pa  niiisnle...  (1). 

Spinilo  dal  basso  della  scala  un  cappello  color  caffé,  (lue  spalle 
nirvc,  e  un  viso  da /(«//(/o//  si  alzò  nel  sole  a  «iiiardar  la  canaglia.  Foi 

^  1)   Cantilena   pifUioiitesi,'. 


(JM    AMMONITORI  1 -i 

traversò,  senza  badar  molto  acciuatainente  dove  mettesse  i  piedi,  tra 
i  ceiiei  e  le  gamt)ette  dei  bamliini  e  cominciò  a  l)ussare  all'uscio  del 
11.   1.  Era  il  segretario  della  casa. 

Tutte  le  domeniche  egli  taceva  il  suo  giro  a  riscuotere  i  fitti  del 
mese  :  cominciava  sorridendo  e  finiva  ruggendo  e  bestemmiando  :  spesso, 
la  sera  della  domenica,  il  pianerottolo  era  ingombro  dei  mobili  di  qual- 
clie  inquilino  scacciato. 

Di  li  a  poco  sentii  vociare  e  strillare  nella  soffitta  attigua  alla  mia, 
II.  7.  Era  la  moglie  dell'ubriaco  :  protestava  al  segretario  clie  non 
aveva  da  mangiare,  ne  da  sfamare  i  suoi  tre  bimbi  :  uno.  il  più  pic- 
cino, strillava  nelle  sue  braccia. 

Sul  pianerottolo  un  ragazzo  patito,  dalla  faccia  pallida  e  intelli- 
gente, occhi  inquieti,  gran  bocca  ed  orecchie  ad  ansa,  inginocchiato 
su  un  gradino,  sporgendo  la  testa  sul  balcone,  guardava  verso  quella 
hnestra  :  doveva  esser  suo  figlio.  Una  bambina  ricciuta,  colle  guance 
flosce  e  le  labbra  mocciose,  tendeva  una  inanuccia  verso  di  lui  e  rag- 
giuntolo lo  tirava  pel  |ìiede.  piagnucolando:  «  Notu.  Notu!  »  Notu  le 
diede  un  calcio  e  scappò  lungo  il  corridoio. 

Il  segretario  si  acquietava  con  la  moglie  deirubriaco.  Ciò  conti- 
nuava da  mesi  :  il  segretario  finiva  sempre  con  acquietarsi,  il  che  non 
avveniva  con  nessun  altro  inquilino,  fuorché  con  la  Salamandra,  una 
ragazza  equivoca  che  era  lo  zimbello  e  insieme  il  castigo  dei  monelli. 

Passata  la  mia  soffitta  (io  pagavo  anticipato  al  suo  ufficio,  ogni 
mese)  bussò  al  n.  9.  Chi  ci  abitava^  Nelle  rare  notti  in  cui  non  po- 
tevo dormire  udivo,  dopo  la  mezzanotte,  scricchiare  la  chiave  nella 
toppa  e  due  passi  pesanti  avanzarsi  di  là  dal  muro,  e  talvolta  un 
piccolo  tonfo,  come  d'un  sacco.  Xieufaltro. 

Nes.suno  rispose  alla  picchiata,  ed  egli  passò  oltre.  Quando,  di  li 
a  qualche  tempo  mi  parve  d'intravederlo  nella  .soffitta  di  Crasfino, 
rimasi  un  momento  ansioso.  Ma  come  si  tratfene\a  |»iù  che  nelle  altre, 
mi  risolvetti  di  intervenire.  Traversai  il  pianerottolo:  «  Ciao,  tijìografo». 
mi  mormorò  l'ubriaco.  Le  donne  mi  guardarono  con  indiiterenza. 
Bussai  alla  porta: 

—  Son  io.  Sfanga. 

—  Avanti!  -rispose  la  voce  di  Crasfino. 

11  segretario  mi  ricevette  sorridendo  in  aria  di  condiscendenza. 
Salutai  l'amico: 

—  Hai  dormito'' 

—  Si.  La  fatica,  vedi.  LTn  mestiere...  Faticare...  non  c'è  di  meglio. 
A  ppunto  chiedevo  al  signor  segretario  se  avesse  qualcosa  da  farmi  fare... 

Il  segretario  sorrideva  tra  il  furbo  e  il  fatuo.  Che  mistero,  la 
bruttezza!  Cohii  aveva  un  naso  rintanato  nella  faccia  come  se  tuffa 
fo.sse  stata  dissestata  da  un  pugno;  gli  occhi  sporgevano,  le  labbra  e 
i  denti  grossi  e  gialli  si  protendevano.  Aveva  qualcosa  di  un  batrace. 
Quando  rideva  era  orribile.  .-Vveva  un  tic  all'occhio  sinistro  e  ammic- 
cava spesso  fuor  di  proposito. 

—  Veda,  signor  Stanga  -  cominciava  con  la  sua  pronunzia  bal- 
buziente. -  lo  sono  lietissimo  di  vederli  amici,  loro  due.  Il  signor  Cra- 
sfino... non  può  che  avvantaggiarsi  della  compagnia  d'un  giovane 
ammodo  e  pratico  come  lei!  Vede,  io  sono  molto  ben  dispo.sto  verso 
il  signor  Crasfino.  E  siccome  so  in  che  condizioni  si  trova,  e  la  di- 
sgrazia di  sua  sorella...  vorrei  perdonargli  la  pigione,  affinchè  porti 
un  regaietto  a  lei... 


14  (HA    AMMONITOHI 

«Buon  cuore'»  |>ensavo  diffidente.  Ma  l'amico  oli  poi>e  il  denaio 
con  un  gesto  hrusco. 

l/allio  lo  intascò  affeltanilo  noncuranza. 

—  A  rivederla,  signor  Stanga.  Lei  è  un  giovane  assestato.  Ci  ho 
una  bella  camera  per  lei,  al  quarto  piano,  se  vuol  discendere.  Ah,  lei 
è  un  amico  prezioso.  Se  il  (Irastino  favesse  conosciuto  prima...  sua 
sorella... 

—  A  rivederla  -  l'interruppi,  indo\inan(lo  dove  parava. 

—  Si,  sì.  lei  è  un  giovane...  -  richiuse  l'uscio  dietro  di  sé.  mor- 
morando lungo  il  corridoio. 

—  L'hai  trovato  li,  colui  che  ti  darà  un  impiego!  -  esclamai  a 
(;rastino.  -  Non  accetterei  neanche  un  bicchier  d'acqua!  Immagini  clic 
possa  rendere  un  ser\igio  a  qualcuno? 

—  È  vero,  ma  a  chi  vuoi  tu  clie  mi  rivolga"^ 

—  A  chiunque,  tuoi-  ciie  a  i[uello  li...  Non  ti  pare  che  la  laidezza 
sia  una  cosa  l)en  misteriosa"?  -  continuai,  es])rimendo  le  ritlessioni  che 
mi  suggeriva  sem|)re  la  vista  irritante  di  quell'uomo.  -  L'no  ti  s'affac- 
cia per  la  prima  volta  e  tu  iiai  qualcosa  che  ti  avverte  subito  die 
([uegli  è  nocivo:  egli  è  laido.  Hai  notato  come  i  bambini  non  sono  mai 
brutti,  fuorché  quando  nidrono  un  progetto  crudele?  Cosi  gli  uomini 
buoni  non  sono  mai  brutti...  I  segni  del  dolore  e  i  segni  del  genio 
lamio  sgomento  sulla  faccia  d'un  uomo  :  anche  qui  c'è  del  mistero, 
ma    un    mistero  di  l)ellezza.  Non  ti  pare? 

Ora  vedevo  il  segretario  in  lui'altra  soffitta:  era  seduto  su  un 
letto,  immobile,  le  mani  nelle  tasche  dei  calzoni.  LTna  ragazza  giova- 
nissima, ma  colla  figura  cadente  e  sciupata,  dimenava  le  braccia 
davanti  a  lui,  come  per  respingere  qualcosa  d'invisibile  che  le  si  strin- 
gesse intorno.  Non  udendo  le  voci  traverso  quei  vetri,  mi  |)aie\a 
ch'egli  fosse  un  ragno  schifoso  che  guardasse  con  cupidigia  una  mosca 
<libattersi  nella  sua  tela. 

«  Trovar  cinque  lire  mensili  è  dunque  sì  terribile?  »  riflettei. 

—  Quella  è  la  Salamandra  -  disse  Crastino:  -  credo  che  paghi  pii'i 
degli  altri  per  poter  abitare  qui. 

«  Tre  classi  della  società?  pensai.  In  realtà  ce  n'è  un'altra  :  la 
classe  di  quelli  che  non  mangiano,  non  pagano  pigione,  muoiono 
coidinuamente.  fino  allo  strappo  definitivo  che  li  stacca  dalla  vita...  » 

E  continuai    ad   alta  voce: 

—  Senti.  Io  guadagno  quattro  lire  al  giorno:  non  ho  nulla  che 
fare  con  costoro,  ma  ne  sono  sì  vicino,  ne  soffro  come  se  fossi  dei  loro. 
Ora,  metà  del  mio  salario  può  essere  impiegato  a  benefizio  di  quelli  che 
non  ne  hanno  alcuno.  Come  fare? 

—  Non  serve,  caro  mio  -  rispos'egli  naturalmente  come  se  avesse 
seguito  da  principio  le  mie  ritlessioni:  -  il  tuo  danaro  servirebbe  forse 
a  impedire  a  un  povero  diavolo  di  sloggiare,  da  un  momento  all'altro, 
dalla  soffitta  e  dal  mondo,  ma  le  cose  rimarrel)bero  allo  stesso  piudo: 
soltanto  lascerebbe  a  te  l'illusione  di  aver  fatto  la  tua  parte,  di  cre- 
derti sdebitato  verso  gli  altri... 

—  È  vero.  Ma  il  danaro  può  far  due  cose,  questa  che  tu  dici,  poi 
un'altra:  diffondere  la  verità,  la  scienza,  la  scienza  che  dice:  «  Reco, 
tu,  ricco,  non  sei  felice:  ti  stordisci  e  chiami  questo  la  gioia:  provali 
a  guardar  in  te  stesso:  ci  troverai  tanti  cantucci  inesplorati,  tante 
libie  che  ti  danno  dolore:  perchè?  Sono  le  fibi'e  che  li  legano  agli 
altri,  agli  allri   che  soffrono;   ed  esse  soffrono.   Per  farle   lacere,    per 


fll.l    AMMONITORI       *"  1ii 

sanarle,  bisogna  sanare  il  dolore  altrui  ».  Alloia  si  capila  che  la  fe- 
licità consiste  nella  giustizin.  cioè  nella  tua  rinunzia  libera  a  ([ualcosa. 
che  è  necessario  pei'  il  tuo  vicino.   i/e(|uilil»ii().  rarinonia  e  la  felicità... 

—  Fai  delle  conferenze.  Stanca!  Tutto  questo  è  buono,  ma  ci  vuole 
l'uno  e  l'altro!  Beco  qui  una  gabbia  di  affamati:  dar  loro  da  mangiare 
è  urgente,  da  mangiare,  capisci^  oggi,  subito.  Stasera  commetteranno 
una  viltà,  un  delitto...  Invece  sai  qual' è  la  morale  della  favola"?  Sei 
nato?  Colpa  tua  !  Paga  il  fitto  dell'esistenza.  Ne  in  terra  uè  in  aria 
c'è  posto  per  le  tue  quattr'ossa.  Paga!  Non  hai  soldiV  Ingegnati!...  .Mi  ! 
Sci  un  utopista,  come  me,  caro  amico. 

—  Hai  ragione.  Ti  annoio. 

—  No,  no:  al  contrario.  Come  ti  ammiro!  Dovevi  farti  prete.  Cioè, 
tu  sei  uno  dei  preti  nuovi,  della  religione  nuova... 

Fu  interrotto  da  due  colpi  rapidi  alla  porta. 

—  Avanti,  -  rispose  egli,  avvicinandosi  curioso  all'uscio. 
Rimanemmo  entrambi  interdetti.  Era  una  signorina  sorridente,  ro- 
sea, coi  capelli  lisci,  a  bande,  tino  agli  angoli  degli  occhi. 

—  Oh,  lei  qui  !  -  disse  ella  apjìena  mi  scorse.  -  Lei  è  il  correttore  della 
Società  Editrice... 

—  Si.  signorina,  lo  la  conosco...  Vedi,  -  aggiunsi  rivolgendomi  pie- 
iiiiuoso  a  Ci'astino,  e  sentendo  che  arrossivo  fino  alle  orecchie  -  la  si- 
gnorina dottoressa... 

—  Non  importa,  m'interruppe  ella  con  un  gesto...  E  lei  è  il  si- 
gnor CrastinoV  -  disse  all' amico.  -  Io  conosco  sua  sorella,  le  voglio 
molto  bene.  Oggi  lei  doveva  venire  a  vederla'' 

Il  volto  di  Crastino  si  oscurò: 

—  C'è  qualche  pericolo"?  Le  fanno  l'operazione"?-  proruppe  con  ansia. 

—  No,  nulla  per  ora.  Ma  il  medico  la  tiene  in  osservazione:  non 
vuol  che  abbia  nessun  motivo  di  commuoversi,  vuol  che  si  riposi,  per- 
cliè  l'operazione  è  imminente.  Sua  sorella  è  molto  estenuata  e...  i)o- 
Irebbe  esser  grave... 

Crastino  si  sedette  sul  letto  e  si  strinse  la  fronte  tra  le  mani. 
Ci  fu  un  momento  di  silenzio  lungo. 
-  Lei  va  in  tipografia  domani"?  -  mi  chiese  la  signorina.  -  lo  devo 
passarci  -  aggiunse  guaidandomi  con  intenzione. 
Ebbi  un  brivido. 

—  Signor  Crastino  !  -  cominciò  la  dottoressa  con  la  sua  voce  infan- 
tile. Tutta  la  sua  persona  era  infantile.  Pareva  che  non  dovesse  aver 
coscienza  atfatto  della  gravità  di  quel  che  mi  aveva  fatto  indovinare.  - 
Signor  Crastino!  -  e  gli  pose  la  mano  sugli  occhi,  una  manina  di 
i)imba.  -  Si  faccia  coraggio.  Domani  lei  verrà  a  vederla  :  ci  sarò  an- 
ch' io.  lo  voglio  bene  a  lei,  signor  Crastino.  Ho  letto  le  sue  poesie  e 
le  ammiro.  Lei  può  far  molto:  è  giovane:  ha  un  bel  dono  che  è  dato 
a  pochi,  e  deve  tenerne  buon  conto...  Domani  lei  può  venire  verso  le 
(lue  del  pomeriggio.  Verrà  anche  lei,  signore  -  disse  rivolgendosi  a  me. 

Parlava  in  fretta,  di  seguito,  premurosa  di  andarsene. 

Crastino  s'era  acquietato  e  la  guardava  con  gli  occhi  atoni,  come 
attendesse  ad  altro:  ella  ne  ])areva  preoccupata  e  lo  esaminava,  menile 
proseguiva,  come  per  rompere  la  dolorosa  impressione  ch'ella  ci  aveva 
pollata: 

—  lo  conosco  queste  soffitte.  Ho  fatto  una  statistica  sulle  abita- 
zioni operaie,  l'anno  scorso:  poi  parecchi  di  questi  bimbi  vengono  al 
Pane  quotidiano. 


Itì  s        liM    AMMONITOIU 

—  Vfiiiiiiciilf  (lucstc  11011  sono  al)ilazioiii  (»|)tTai('.  signorina-  a^;- 
«iun^i  io  ()i()ritanieiite,  arrossendo  (li  nuovo  e  luoleslalo  dalla  mia  tinii- 
dilà.  -  Sono  nidi  da  gufi  per  gente  che  non  lavora  e  non  mangia.  Su 
conto  inquilini  o  poco  meno,  venti  soli  lavorano:  gli  altri  succliiano 
il  sangue  di  questi  :  le  mogli  e  i  figli.  E  le  famiglie  dove  l'uomo  non 
lavora  e  si  ubriaca,  o  è  assente,  o  è  morto,  mangiano  la  neve  dei  tetti, 
che  non  hanno  altro...  Solo  io  e  Cimiiiin  siamo  senza  famiglia...  e  (ba- 
stino pei  momento... 

Questi  si  mosse  udendo  il  suo  nome:  mi  guardò  con  un  profondo 
scoramento,  e  volto  verso  la  signorina,  forse  per  una  specie  di  rancore, 
vedendola  tutta  un  mite  sorriso,  un  mite  fiore  di  giardino  al  sole,  mor- 
morò fra  i  denti  : 

—  La  vita  è  una  cosa  malvagia. 

—  Si,  -  diss'ella  semplicemente.  -  Bisogna  mutarla! 

—  Bisogna... 

E  le  liraccia  di  lui  si  levarono  rigide  in  atto  di  violenza...  Ma  si 
rilassarono  subito.  Gli  occhi  gli  si  riempirono  di  lagrime. 

—  Bisogna  finirla!  Ed  appoggiò  un  braccio  al  muro  e  vi  premè 
la  testa  singhiozzando. 

—  Poveio  fanciullo  -  disse  ella  con  voce  commossa  e  cantante, 
chinandosi  a  guardare  dei  libri  logori  su  un  cassettone.  -  Povero  fan- 
ciullo, che  è  nato  per  cantare  e  per  far  della  musica  come  gli  usignuoli, 
nato  per  godere  il  sole  e  gli  alberi  fioriti  della  primavera,  nato  per 
sentirsi  padrone  dell'aria,  e  del  giorno,  e  rinchiuso  qui  colle  ali  le- 
gate. Povero  fanciullo! 

La  voce  era  tenerissima  e  pareva  cantare  per  non  spezzarsi  d'emo- 
zione; e  le  sue  mani  e  i  suoi  occhi  passavano  da  libro  a  libro,  come 
se  non  sostenesse  di  guardare  e  di  essere  guardata.  Anch'io  sentivo 
una  strana  soggezione.  Sentivo  qualcosa  di  vibrante  sospeso  nell'aria 
fra  noi.  E  non  mi  pareva  di  esser  estraneo  fra  lor  due,  fra  l'addolo- 
rato e  la  consolatrice,  che  non  mi  sembravano  più  due  individui,  ma 
da  una  parte  l'uomo  che  si  crede  re  della  vita  e  se  ne  sente  lo  zim- 
bello, e  la  donna  dall'altra,  che  vede  la  vita  qnal'è,  frenando  gli  slanci 
imi)rudenti,  sollevando  gli  abbattimenti,  immagine  della  vita  stessa, 
che  è  buona. 

E  con  un  tono  di  risoluzione  : 

—  Su,  infine.  Non  siate  tanto  debole.  Domani  verrete  da  vostra 
sorella.  Addio.  Datemi  la  mano,  su... 

Gli  prese  la  mano  e  la  strinse,  poi  si  volse  per  partire. 

—  L'accompagno  fin  sulla  strada;?  -  chiesi  io  in  fretta. 

—  No.  Gì  sono  avvezza.  A  rivederla  -  aggiunse  guardandomi. 
Richiusi  l'uscio.  Clrastino  s'era  seduto  sul  letto  e  aveva  la  faccia 

nel  cuscino.  Io  guardai  dalla  finestra.  Sul  pianerottolo  un  vocio:  «  Si- 
gnorina Lavriano,  signorina  Lavriano  !  »  11  ragazzo  dalle  orecchie  ad 
ansa  le  correva  dietro  zoppicando. 

—  A  proposito.  Sai  chi  è  .'  -  dissi  a  Crastino.  -  È  la  figlia  del  grande 
psicologo,  la  dottoressa  Eva. 

Egli  non  si  mosse,  come  se  non  avesse  inteso,  lo  ascoltai  le  voci 
scendere  dietro  la  signorina.  Comparve  in  basso,  traversò  il  cortile 
seguita  da  un  nugolo  di  bimbi.  On  fiore  di  sole.  E  pensai  che  la  donna 
sanerà  la  società  inferma. 


(il,!    AMMOMTf)Rl  17 


IH. 

11  giorno  dopo,  seduto  nel  gabhiolto  dei  correttori,  lavoravo  di- 
stialto.  Nulla  di  peggio  !  I  refusi  passano  davanti  agli  occhi  lungo  le 
linee  fitte.  Glie  tormento  i  refusi  !  Io  li  sogno  di  notte.  Nel  principio 
(lell'assopiniento  i  caratteri,  nitidi  sul  bianco,  mi  scorrono  dinanzi, 
con  lo  stesso  moto  irresistibile  di  un  viale  (falberi  o  d'una  serie  di 
solchi  interminabili  davanti  allo  sportello  d"un  vagone,  che  vi  porta 
fatalmente,  senza  che  la  vostra  volontà  possa  farlo  rallentare  o  sostare. 
Quando  si  scorrono  bozze,  l'occhio  e  perfino  la  testa  intorno  al  collo 
prendono  un  molo  regolare  automatico:  mentre  infilzate  un  refuso  sul 
margine  bianco,  l'occhio  e  il  capo  continuano  il  loro  moto  di  pendolo 
e  arrestarlo  è  quasi  un  dolore  tìsico,  un  urto  al  cervello. 

Per  correggere  bisogna  essere  tutt'occhio  :  la  mente  deve  eclissarsi  : 
se  |)ensate  al  senso  intimo  del  periodo,  i  .soldatini  di  piombo  vi  sfug- 
gono affatto  o  vi  nascondono  una  |)arte  del  loro  uniforme  vecchio  o 
rotto  o  irregolai'e.  Talvolta  un  soldato  d'un  altro  corpo  s'è  intruso  fra 
estianei,  un  corazziere  tra  bersaglieri.  (Immagini  tolte  al  militarismo. 
Ne  ho  rimorso). 

Bisogna  passare  in  rassegna  i  caratteri  come  individui  a  sé.  E 
certi  esseri  invisibili  anche;  i  vuoti  cioè.  Bianchi  tra  nero  e  nero,  sono 
entità  di  cui  bisogna  tener  conto,  punti  e  interlinee.  Ma  io  faccio  un 
trattato... 

Fatto  sta,  nondimeno,  che  i  protàni  a  stento  riescono  a  ca|)ire  da 
(|ual  pesante  lavoro  materiale  risulti  il  leggiero  foglio  su  cui  gli  occhi 
atferiano,  come  a  volo,  le  più  delicate  sfumature  di  sentimenti  e  le  idee 
eteree.  Innumerevoli  e  minuscoli  jirismi  di  piombo  formano  le  pagine: 
ima  pagina  pesa  d'ordinario...  da  un  chilo  in  su:  un  giumento  non 
porterebbe  sulla  groppa  tutta  una  laude  di  Gabriele  D'Annunzio. 

Io  diventai  un  pessimissimo  correttore,  lo  leggevo,  cercavo  incon- 
sciamente di  capire,  e  se  il  testo  mi  [)rendeva  la  mano,  andavo  innanzi, 
deponevo  la  penna  e  lasciavo  che  gli  errori  facessero  il  comodo  loro, 
facessero  gazzarra,  sfacciatamente:  sicché  mi  toccava  riprendere  poi 
da  capo,  afTerrando  ben  bene  la  mia  attenzione,  dividendola  cioè  in 
due,  ardua  faccenda,  una  parte  costringendo  a  Itadar  a'  segni  neri, 
l'altra  facendo  tacere  il  più  possibile. 

Quella  mattina  ero  più  (iistratto  del  solito.  (ìuardavo  ad  ogni 
trailo  verso  la  portii.  e  chinando  la  te.sta  sulle  prove,  vedevo  ad  ogni 
momento  l'immagine  della  sorridente,  di  quel  vivente  .sorriso,  che 
entrava  e  guardava  verso  la  gabbia  nel  canto,  ov'era  scritto  in  grande: 
Correttori. 

Ed  ecco  appunto,  di  li  a  poco,  entrare  la  signorina,  dire  una 
parola  ad  im  ragazzo  e  guardar-e  verso  il  nostro  angolo,  volgendomi 
un  saluto,  mentre  il  ragazzo  giungeva  a  me  col  messaggio. 

—  La  signorina  Lavriano  la  desidera  un  momento. 

Mi  mossi  col  batticuore. 

1  compositori  avevano  vòlto  la  testa  dalle  loro  casse  a  ricevere 
quel  sorriso  che  raggiava  dal  vano  della  porta  sotto  la  gran  volta 
vetrata,  fumicosa  e  buia.  Era  vietato  di  entrare,  ma  ella  con  la  sua 
imperturbabile  tranquillità  si  attacciava  all'uscio  e  talvolta  traversava 
le   corsie,  andava  fino  alle  macchine  o  alla  legatoria  per  parlare  con 


18  ril.I    AMMONITORI 

qualche  lapazza.  II  flirettore  sorrideva  anch'egli.  non  senza  iin'occliiala 
(li  rimprovero  verso  quella  gentil  distrazione  che  attirava  tutti  gli 
sguainili  per  un  momento  e  li  rallegrava. 

Mi  trasse  nel  gabinetto  del  direttore  e  mi  disse,  con  un  moto  di 
tristezza  subitanea  che  la  lece  somgliafe  ad  una  bimba  che  stesse  jiei- 
dare  in  pianto: 

—  La  signorina  (Iràstino,  sa'.'  è  in  condizioni  dispei'ate.  Questione 
di  giorni. 

Rimasi  accasciato. 

—  Perciò  è  necessario  -  ripiese  -  di  preparare  fin  da  oggi  il  fratello, 
e  prima  ancora  che  egli  la  veda,  alla  ])ossibilità  della  sua  moite.  Perchè 
la  sorella  che  sa  di  morire  è  capace  di  dirglielo  d'un  colpo,  e  ciò  gli 
potreblie  far  molto  male.  Mio  padre  lo  crede  un  pò"  debole  di  cervello 
e  magari  epilettico...  Lei  non  conosce  le  poesie  del  francese  VerlaineV 
(Tè  molta  affinità  fra  i  due  temperamenti,  salvo  i  costumi  e  l'incoe- 
renza. Crastino  è  un  debole,  condannato  probabilmente  ad  una  ma- 
lattia progressiva  di  esaurimento.  Un'emozione  forte  potrebbe  essergli 
fatale. 

Io  ero  fortemente  colpito  da  quelle  rivelazioni.  Ella  aveva  ripreso 
la  sua  serenità.  La  miseria,  la  malattia,  la  morte  eran  divenute  il  suo 
ambiente  ordinario,  la  sua  atmosfera,  perchè  ella  vi  si  movesse  con 
una  tale  calma  v  Parlava  tenendo  le  mani  incrociate  sul  grembo  come 
una  bimba  che  voglia  darsi  l'aria  di  donnina,  ma  spesso  le  sue  mani 
scappavano  a  toccare  un  oggetto  sul  tavolo,  a  brandire  un  tagliacarte, 
una  penna.  Com'io  la  esaminavo  con  evidente  curiosità  mista  d'am- 
mirazione, ella  restava  qualche  istante  leggermente  interdetta,  poi  sor- 
rideva. 

—  K  di  lui  che  avverrà  do{)o  la  morte  della  soiella'  -ripresi  io.  - 
Non  si  potrà  già  nascondergliela  per  molto  tempo...  E  il  bambino'!?  Non 
potiemo  mica  affidare  un  bambino  a  questo  fanciullo... 

—  Il  bambino  è  morto  -  interruppe  ella  -fortunatamente.  Un  di- 
sgraziato di  meno.  Quanto  a  lui,  ci  penseremo.  Ne  ho  già  parlato  a 
mio  padre:  chi  sa,  nell" insegnamento  o  in  ini  ufficio  d'Opera  pia... 

—  For.se  è  incapace  d'una  qualsiasi  occupazione  continuala.  Co- 
nosce lei  la  sua  infanzia"? 

E  le  raccontai  in  breve  quello  che  avevo  udito  da  lui  il  gioriu) 
prima.  Dalla  Casa  dell'  Infanzia  Abbandonata,  la  Cà  Grmida.  i  due 
orfani  erano  passati  ad  un  Orfanotrofio,  sempre  tenuti  con  molto  ri- 
guardo. Poi  una  donna  li  aveva  ritirati  e  aveva  provvedido  loro  tino 
alla  sua  morte,  avvenuta  due  anni  prima.  Ella  viveva  agiatamente, 
faceva  dar  lezioni  ai  bimbi,  creduti  suoi  figli:  ma  alla  sua  morte  non 
aveva  lasci.ato  nulla  affatto.  Con  la  vendita  dei  mobili,  gli  orfani  ave- 
vano vissuto  un  anno.  Poi  la  Lena  s'era  messa  a  lavorar  di  ricamo 
e  di  cucito,  il  che  le  rendeva  qualcosa.  Avevano  continuato  così  ali  ri 
due  anni. 

—  Quanto  alla  loro  nascita  non  sanno  nulla  essi'.' 

—  Nulla  affatto:  la  donna  pare  che  avesse  detto  che  il  figlio  do- 
vesse la  vita  ad  un  illustre  ])ersonaggio,  morto  or  son  poclii  aiuii.  clic 
bazzicava  sovente  in  via  San  Donato. 

—  Ah!  -  fece  lei.  -  Può  darsi.  Ne  hanno  seminalo  in  tutta  la  jiro- 
vincia...  —  E  i  suoi  occhi  ebbero  una  punta  d'ira. 

Tacque  un  momento,  come  riflettendo,  poi  depose  il  tagliacarte 


GI,I   AMMONITORI  19 

([liei  punto  il  mezzogiorno  era  scoccato.  Ella  rimase  tacita  un  istante, 
come  ascoltando  piena  di  stupore. 

lo  sorrisi.  Allo  .scocco  del  mezzodì  le  macchine  s'ariestaiio  come 
per  incanto  e  il  silenzio  che  ne  segue  reca  un  hreve  intontimento  anche 
ai  più  assuefatti. 

E  subito  nel  coiridoio  un  rimescolìo  di  voci  e  di  passi.  Donne  e 
uomini,  giovani  in  gran  i>arte.  vi  si  ingolfarono  e  ciascuno  dava  una 
occhiata  curiosa  per  la  porta  aperta. 

Ella  mi  porse  la  mano. 

—  Verrà  anche  lei  oggi?  Vada  a  jiigiiarlo  a  casa,  e  non  lo  abbandoni 
in  questi  giorni. 

—  Non  dubiti,  signorina. 
E  si  inoltrò  nella  folla. 

Afferrai  le  mie  bozze  e  corsi  verso  casa. 

Ingollando  prestamente  un  boccon  di  colazione,  non  riuscivo  a 
fìs.sar  la  mente  sulle  pagine  che  tenevo  innanzi,  secondo  il  mio  uso 
di  intrattenermi  con  ([ualche  libro  o  giornale  dinante  l'antipatica 
faccenda  di  rifornire  la  macchina...  Mi  preoccuiiava  il  pensiero  del 
povero  amico,  e  .sopratutto  rimmagine  della  sorella.  Le  sue  fattezze 
fine,  animate  di  grandi  occhi,  mi  erano  stampate  nella  memoria.  Non 
mi  ricordavo  di  averla  veduta  più  che  una  volta,  ma  certamente  l'avevo 
rasentata  più  volte  salendo  o  scendendo  le  scale  a  salti  come  facevo, 
lincantucciata  su  un  pianerottolo  ad  aspettar  che  passasse  la  va- 
langa dei  miei  passi  giganti.  Dovevo  sembrarle  uno  strano  animale, 
un  di  quei  ragni  magri  del  granturco,  d'autunno.  Fatto  è  che  ora 
la  vedevo  nitidamente  e  non  come  una  persona  estranea:  mi  pareva 
che  anche  allora,  (luando  dovevo  esserle  passato  vicino  senza  osser- 
varla, qualcosa  fosse  entrato  in  me,  forse  .soltanto  un  alito  della  sua 
atmosfera.  Non  è  così?  Ognuno  di  noi  ha  intorno  un'atmosfera  propria, 
come  le  stelle.  * 

Quando  bussai  al  n.  30,  (Irastino  attese  un  momento  prima  d'a- 
prirmi, non  senza  cagionarmi  ansietà:  aveva  la  taccia  stanchissima  e 
pallida  e  gli  occhi  rossi.  (ìli  chiesi  se  aveva  mangiato.  Mi  rispose: 

—  Credo. 

Non  potei  far  a  meno  di  sorridere.  Avevo  portato  meco  due  ova 
crude  e  lo  pregai  di  berle,  il  che  fece  docilmente  e  con   indiffeienza. 

—  Vuoi  che  andiamo?  -  dissi. 

—  Come  vuoi.  È  già  tempo? 

E  si  guardò  in  un  pezzo  di  specchio  sostenuto  sul  muio  da  Ire 
chiodi:  si  dette  un  colpo  ai  capelli  colla  mano: 

—  Come  sono  pallido!  Sono  mortuario... 

—  Perchè  non  sai  faiti  coraggio.  Bella  faccia  che  porti  (Jiiianzi  a 
tua  sorella  ! 

Afferi'ai  la  spazzola  e  gli  pulii  il  pastrano  pieno  di  polvere:  gli 
porsi  il  cappello.  Egli  si  rigirava  intorno  come  se  dovesse  cercar  molte 
cose  da  portar  seco.  Prese  un  libro  e  fece  ])er  uscire.  Poi  si  rivolse  e 
alzò  la  tenda:  c'erano  alcune  sottane  appese  al  muro  e  un  lettino  li- 
piegato  :  mise  le  mani  in  un  piccolo  baule:  brancicò  non  so  che: 

—  Non  avrà  bisogno  di  qualcosa?  (Ihe  devo  portarle  delle  cose 
sue,  qui? 

lo  lo  afferrai  per  un  braccio  e  lo  spinsi  fuori.  I  coriidoi  erano  de- 
serti e  silenziosi.  A  un  tratto  scoppiò  un  pianto  fortissimo  di  doiuui. 
Mi  volsi  indiclro;  lulli  gli  usci  ciano  cliiiisi :  (lo\('\a    venir  dal  fondo. 


':2()  (il.l    AMMONITom 

-  I']  la  Hiondiiia  ilei  4()  -  disse  (aastiiio.  -  Le  è  morii)  il  liaiiihiiii» 
ieispia:  lei  è  a  letto,  assistita  dalla  moglie  dell"  iibiiaco,  e  il  hinilio 
nella  culletta:  un'ora  fa  dormivano  tutti  due:  sì.  pareva  etie  dormis- 
sero tutti  e  due.  Va"  a  vederla. 

Mi  ricoitlai.  Era  l'inquilina  deirultima  softitta.  una  eantarina  bionda 
di  17  anni,  sarta:  sul  rullio  della  macehina  a  cucire  la  sua  voce  in- 
stancabile finiva  per  dai'  noia  a  chi  doveva  sentirla  a  lung:o  :  a  me  che 
facevo  rare  appai-izioni  di  giorno,  faceva  1'  effetto  d'  uno  si)razzo  di 
sole.  Un  giorno  la  ragazza  aveva  messo  al  mondo  un  bimbo:  di  chi  ".' 
Nessuno  lo  sapeva.  Lo  portava  in  braccio,  seminudo,  per  tutta  la  casa, 
continuamente:  entrambi  con  una  faccia  tondeggiante,  bianca  e  rosa, 
ella  pareva  la  sorella  maggiore  del  suo  bimbo.  Una  signora  del  piano 
infeiiore,  che  aveva  avuto,  pochi  giorni  dopo,  una  bambina  troppo  af- 
famata, la  mandava  sojìra  a  finir  di  pascere,  e  io  avevo  veduto  una 
volta  la  ragazza  con  due  batuffoli  rosei  in  braccio,  baloccandosi  :  do- 
veva divertirsi  lui  mondo. 

—  Non  abbiamo  tempo  -  dissi  a  Grastino.  -  Povera  ragazza  I  Ma 
d'altra  parte  non  è  meglio  così"?  Per  lei  no,  forse,  ma  per  il  bimbo... 

Scendemmo.  11  tiscliiettio  di  Cimisin  trillava  a  tutTandare  al  bat- 
tito del  martello.  Ai  pianti  di  donna  e  alle  bestemmie  degli  ubriachi, 
da  tanti  anni,  l'allegria  di  quel  pazzo  innocuo  si  mescolava  senza  riposo. 

Non  ricordo  molto  di  ([uella  visita.  Ricordo  un  viso  bianco,  ca- 
pelli neri  umidi  e  appiccicati  alle  tenijiie:  le  fattezze  parevano  di  marmo. 
A  un  certo  momento  due  grandi  occhi  s'aj)rirono  e  le  labbra  bianche 
sorrisero,  dosi  la  vidi  sempre  di  poi,  così  mi  sorge  ora  negli  occhi, 
un  volto  d'alabastro,  come  tras]iarente  per  un  lume  nascosto.  Disse 
qualche  parola,  tiochissima  ;  eia  così  stanca  !  Ma  gli  occhi  erano  pro- 
fondi, intensi,  volevano  signitìcare  quello  che  non  potevano  dire  le 
lal)bra:  passavano  da  Vigi  a  me,  come  se  volessero  intessere  intorno 
a  noi  una  misteriosa  trama  che  ci  unisse  per  sempre. 

Intorno  erano  altri  letti  bianchi,  altre  teste  esangui,  altri  occhi  che 
ci  guardavano.  E  il  sole  era  stranamente  puro  e  dolce  in  quell'  aria 
uguale  e  tepida. 

La  dottoressa  venne  |)er  condurci  via.  Si  sedette  un  iiioiuento, 
prese  la  mano  dell'inferma  e  cominciò  a  paiiare,  come  jier  cullarla, 
con  parole  carezzevoli,  le  parole  dell'illusione  per  la  moribonda  e  per 
il  povero  hatello,  ciie  non  si  sarebbero  veduti  mai  più. 

Poi  ci  guidò  tino  alla  porta.  In  tutto  ((uel  tem|)o  Crastino  rimase 
stranamente  calmo. 


IV. 

Tornando  dall'ospizio  in  Iranvia,  il  Iragilto  fu  silenzio.'^o.  Egli  era 
mollo  accasciato,  (iiunti  in  piazza  dello  Statuto  scendemmo,  lo  volevo 
trarlo  lontano  da  casa.  Entrammo  nello  stradale  di  Francia. 

—  Facciamo  due  passi"?  -  proposi.  -  lo  ho  vacanza  oggi. 

—  Come  vuoi. 

Camminammo  un  buon  tratto  in  silenzio.  I  prati  erano  velhrtati 
di  bianco.  La  neve  prendeva  una  leggei-issima  tinta  azzurra  nella 
lontananza:  gli  alberi  neri  non  par'evano  scarni,  ma  aprivano  conti'o 
il  cielo    dei  ventagli  di  iiiume.    Ouando    fummo  fuori  dell"  aliitato.  le 


01,1    AAr.MOMTORI  Ì\ 

Alpi  si  presentaiono  in  tutta  in  loro  enormità,  dalle  punte  spiccanti 
sul  cielo  niorliido.  ijianclie  e  chiazzate  qua  eia  di  azzurro  denso,  alle 
basi  che  poggiavano  sulla  linea  vaporosa  della  [)ianura.  Cràstino,  che 
camminava  curvo  col  mento  in  seno,  alzò  a  poco  a  poco  la  testa,  e  i 
suoi  occhi  parevano  riscldararsi.  Vicino  a  un  ponticello  si  volse  in- 
dietro come  a  misurar  la  distanza  ]ieicoisa  dopo  le  case,  poi  guardò 
dinanzi  a  sé: 

-  1  monti!  Che  bellezza! 
Ad  un  tratto  la  sua  bocca  si  contrasse,  gli  occhi  si  empirono  di 
lagrime.  Fece  uno  sforzo  grande  e  liprese  con  voce  natnrale: 

—  Ti  darò  a  leggere  i  miei  versi.  Ne  ho  dei  nuovi  anche.  Ma  da 
un  po'  di  tempo  non  posso  più  comporre.  La  poesia  nasce  adesso  in 
me:  quando  sarò  meno  infelice,  me  ne  ricorderò  e  scriverò.  Adesso, 
ecco,  se  fossi  solo,  piangerei.  La  notte,  il  sole,  la  neve  mi  fanno  sempre 
piangere,  lo  sono  sempre  solo. 

Si  avviluppò  nel  pastrano  e  prese  a  camminare  più  rapidamente. 

—  Ho  freddo.  Non  hai  freddo  tu"?  Io  patisco  molto  il  freddo:  per 
(piesto  Testate  è  la  mia  stagione:  proprio  nel  meriggio  io  cammino 
per  la  campagna  delle  ore  intere.  Credo  che  morirò  di  freddo. 

—  Via!  Fai  conto  di  proseguire  nella  vita  irregolare  che  hai  tenuto 
li  noia"?  Lavorerai:  avrai  un  imi»iego,  e  nelle  ore  libere  farai  dei  versi. 

—  Hai  ragione.  Lavorerò  e  non  farò  più  dei  versi...  Devo  pensare 
a  mia  sorella  adesso. 

L'immagine  della  morente  mi  si  i-ipresentò,  dandomi  una  commo- 
zione violenta. 

Una  figura  umana  tutta  curva  e  affastellata  sotto  un  gran  ca])pello 
logoro  dalle  tese  pendenti  \  eniva  verso  di  n(ji.  Quando  fu  a  pochi  passi, 
scorgemmo  un  vecchio  appoggiato  a  un  bastone  nodoso,  con  tre  giacche 
logore  indossate  Funa  sull'altra  e  il  petto  aiierto  rugoso  e  rosso:  si 
fermò  e  ci  guardò  con  due  piccoli  occhi  azzurri  :  tra  la  bocca  ispida  e  il 
cappellaccio  non  si  scorgeva  altro  della  faccia.  Gli  porsi  una  moneta: 

—  Grazie.   Ora  prò  e/s.' 
S'incamminò,  poi  si  rivolse: 

—  Sentite,  giovinotti:  laggiù  c'èil  Re:  adesso  passerà  sullaniacchina. 
l'roseguinimo  la  passeggiata  : 

—  Hai  sentito"?  -  diss'  io.  -  Laggiù  c'è  il  Re.  Che  sia  andato  a  Rivoli 
in  automobile"? 

—  Il  re!...  C'era  un  re,  -  rispose  con  la  sua  ai'ia  di  trasognato  -  un 
re!...  Ami  le  leggende?  lo  ne  sapevo  tante.  Mia  madre...  mia  zia,  via!, 
(piella  che  ti  ho  detto  che  ci  teneva  con  sé,  ne  sapeva  d'ogni  colore. 

—  Anch'io  ne  sapevo  molte.  Andavo  nella  stalla,  d'inverno.  Dopo 
il  rosario  e  i  paternoster  a  tutti  i  santi  che  ci  lil)erino  diit  feii.  ila  la 
losiia  e  dal  troiai  (t),  mia  nonna  ne  contava  delle  interminabili.  Kra  del 
tempo  di  Napoleone:  jiiegata  in  due  dalla  sciatica,  sembrava  una  po- 
vera bestia  supplichevole.  Foi,  sull'aia  della  fornace,  piena  di  sole, 
io  cantavo  coi  liamliini: 

Andouma  a  Ronma 
A  coumpré  una  eouroiifia, 
'uà  couroiifia  par  im  Re. 
Giiirapapé  (2). 

(1)  «  Dal    fuoco,  dal  fuliuiue,  dal  tuono  ». 

(2)  ■•  Andiamo  a  Roma,  a  comprare  una  corona,  una  corona  ppr  un  re,  ijiu- 
rapapè!   »   Cantileua  di  ragazzi  piemontesi. 


22  (ÌLI    AMMONTTOKI 

Volevo  farlo  ralk'firiire. 

[1  soie  eadeva  dictio  i  monti  e  il  cielo  su  di  e!«si  era  diveimlo  roseo. 
lia^tiiCi  appunto,  di  là  dai  monti,  eia  forse  il  i>aese  delle  lejjiicnde. 
(  ;rast  ino  disse  : 

—  Eppui'e  sono  esse,  le  leggende,  elie  ci  fanno  inabili  a  vivere,  lo, 
per  esempio,  |)enso  sempre  a  Nausica.  alle  sibille,  ai  Nibelunghi,  a 
Bruto  magari:  e  più  ancora  alla  madonna,  a  Santa  Teresa,  a  San  Fran- 
cesco d'Assisi...  Tutto  questo  ini  ha  fatto  dimenticare  che  mia  sorella 
lavorava  per  me,  che  un  bel  giovane  può  i)assare  |)er  la  strada  e  farle 
delle  proposte,  e  che  l'amore  conduce  all'ospedale... 

Si  tirò  su  il  bavero  e  affondò  le  inani  nelle  tasche: 

—  lo  penso  alla  biondina  del  n.  H).  Che  diverrà"^?  Mi  pare  perlino 
che  l'amerei.  Sciocco!  Intanto  non  mi  ha  mai  neanche  guardato... 
Kppuie  qualche  anno  fa  le  donne  mi  guardavano  con  certi  occhi!  Non 
hai  mai  amato  tu"? 

—  lo  no.  Non  ci  ho  mai  pensato,  o  quasi. 

—  lo  non  lo  so.  Ma  credo  che  non  ho  mai  amato.  Mi  ha  sempre 
disgustato.  È  vero  che  non  ho  mai  incontrato  una  donna  sopra  la 
mia  condizione.  Ma  credo  che  una  donna  \iva  non  potrei  amarla, 
lo  amerei  la  princijjessa  di  Tri])oli,  per  esempio,  ossia  Elisabetta 
d'Austria. 

Una  forma  nera  in  mezzo  alla  strada,  lontanissima,  ingrossava 
rapidamente  avvicinandosi.  L'automobile  del  Re'!  In  brevissimo  tempo 
fu  accanto  a  noi  e  passò.  Due  ciclisti  lo  seguivano.  Mi  pareva  avere 
scorto  la  fisionomia  del  re,  giovane  e  ardita.  Guardammo  indietro 
seguendolo  coH'occhio. 

Una  piccolissima  figura  nera,  il  mendicante,  era  ferma  in  mezzo 
alla  strada:  s'vidì  la  tromba:  il  mendicante  si  scostò.  Avevamo  avuto 
un  momento  d'ansia. 

—  Se  l'avesse  travolto''  -  disse  Crastino. 

—  Orribile  ! 

—  Per  entrambi  -  aggiunse  egli  dopo  un  silenzio. 

—  Infatti...  -  risposi,  e  non  proseguii. 

E  c'immergemmo  in  un  jiensiero  che  ci  dava  i  brividi. 

Tornammo  che  i  fanali  erano  già  accesi.  Lo  condussi  alle  Cucine, 
presso  casa:  entrava  per  la  prima  volta  in  un  ambiente  simile.  Se- 
demmo ad  un  posto  libero. 

11  luogo  era  pieno  di  strepito  e  d'un  vapore  nauseabondo.  Io  man- 
giai, secondo  l'abitudine,  in  gran  fretta  e  macchinalmente:  l'amico 
provò  a  trangugiare  qualche  boccone,  ma  la  gola  gli  si  chiudeva  e 
gli  occhi  gli  s'empievano  di  lacrime.  Alla  sua  destra  un  grosso  uomo 
appoggiava  al  tavolo  due  enormi  braccia  che  sostenevano  un  testone 
bovino:  egli  metteva  in  moto  due  grosse  ganasce.  In  faccia  a  questo, 
la  Salamandra  mangiava  svogliata,  versandosi  di  frequente  un  vino 
nero  e  denso  :  gettandogli  qualche  parola  e  voltandosi  a  sorridere  in- 
torno con  aria  di  civetteria. 

—  Non  sei  mai  venuto  qui  .'  -  domandai  a  Crastino. 

—  No.  Mi  fa  nausea. 

—  Ma  si  paga  poco.  D'altronde  potresti  mandar  a  prenderti  da 
mangiare  pei-  mezzo  d'un  ragazzo. 

Volevo  cosi  insegnargli  a  vivere  da  solo. 

Lo  accompagnai  tino  alla  sua  stanza  e  gli  diedi  la  buona  iiollc 


Seduto  al  mio  tavolo  sotto  la  lampada  a  [H-tiolio  uhe  aveva  as- 
sistito alle  mie  \ef>iie  sui  C('»mpiti  di  scuola,  alle  mie  lotte  conilo  i 
refusi,  alle  mie  divagazioni  lantasticlie  sopra  i  periodi  clie  più  affer- 
ravano la  mia  intelligenza,  mi  provai  a  fìggere  gli  occhi  sul  Wundt 
the  avevo  portato  dalla  tipogratia.  E  tosto  Timmagine  di  Lena  mi  si 
affacciò  :  mi  guardaA'a  con  gli  occhi  supplichevoli,  quasi  imperativi  : 
mi  pareva  che  m'imponesse  con  una  dolce  forza  il  pensiero  costante 
che  aveva  animato  la  sua  vita  per  quello  strano  fanciullo  che  da  due 
giorni  mi  era  divenuto  fratello.  Un  passo  pesante  nel  corridoio,  ac- 
cDuqìaguato  da  urti  contro  le  pareti  e  da  spergiuri,  interruppe  le  mie 
ritlessioni  :  Tubriaco  aveva  fatto  il  lunedi.  Un  uscio  s'aperse;  poi 
un  tonfo,  e  non  sentii  piìi  nulla  :  quella  sera  non  avrebbe  più  avuto 
la  forza  di  picchiare  la  moglie... 

Ripresi  a  scorrere  le  mie  bozze:  inutilmente.  Non  potevo  fermare 
la  mia  attenzione  ;  forse  d'ora  innanzi  queste  cose,  l'ufticio,  la  scuola, 
i  libri,  non  mi  avrebbero  mai  piìi  interessato  come  prima  :  qualcosa 
(li  estraneo  era  subitamente  penetrato  in  me  e  faceva  si  ch'io  non  mi 
sentissi  più  come  prima  affatto  libero  e  solo  :  ne  avevo  a  tratti  una 
punta  di  malessere  che  mi  pareva  fosse  puramente  immaginario  :  in 
fondo  non  avrei  affatto  desiderato  che  non  fosse  avvenuto  così.  .\d  un 
certo  momento  mi  domandai  :  «  Ma  che  faccio  io  nella  vita  '?  »  Fino 
a  quel  momento  dunque  io  non  ra'ei'o  ancora  accorto  di  me  stesso, 
perchè  non  guardavo  che  me  e  nessun  altro:  non  avevo  termini  di 
paragone.  Che  facevo  io"?  Lavoravo,  cioè  vendevo  la  mia  opera  ad 
un  padi'one,  estranei  l'uno  all'altro.  Fortunatamente,  non  amando  il 
padrone  o  i  padroni,  che  non  conoscevo,  né  lo  stipendio  se  non  come 
una  necessità,  amavo  invece  il  mio  lavoro  e  avevo  un  ideale  di  me 
stesso  a  cui  il  mio  lavoro  poteva  condurmi.  E  d'intorno  a  me*  Cor- 
rettori, compositori,  macchinisti,  entravano,  uscivano,  vendevano  mente 
e  mano  a  ore  e  a  tariffa  fissa.  Nessun  amore  al  loro  lavoro,  cioè  alla  loro 
vita,  e  nessun  ideale.  Ciascuno  vedeva  di  continuo  uscir  dalle  sue  mani 
pei-  sempre  e  anonimo  il  lavoro  di  un'ora,  un  frammento,  e  nessuno 
poteva  dir  mai  di  qualche  cosa  :  «  Quello  l'ho  fatto  io  !  »  Che  cosa 
resterà  loro  alla  tin  della  vita  a  pi-ovare  che  hanno  vissuto  ?  Non  hanno 
vissuto  :  questa  è  la  verità. 

0  forse  in  quella  uniformità  d'azione,  estraneo,  lontano  dal  mo- 
notono affaticarsi  che  li  esaurisce,  qualcosa  esiste,  sorride,  splende? 
Oualcuno  ha  un  piccolo  usignuolo  che  gli  canta  in  cuore  mentre  le 
sue  mani  s'insudiciano  attorno  alle  ruote  '?  E  qui,  intorno,  in  queste 
celle  tra  di  ])rigione  e  di  chiostro,  qualcuno  di  quelli  che  tornano  ogni 
sera  abbrutiti  dallo  sforzo  della  giornata,  si  as.sopisce  in  un  sogno 
sereno  e  un  ritornello  di  canzone  suona  al  ritmo  del  suo  respiro  "? 

Guardai  intorno  la  mia  sottitta  :  non  era  più  sì  fredda,  si  nuda. 
La  lampada  diffondeva  in  essa  una  luce  calma,  dorata,  che  pareva  quasi 
sottilmente  intepidire  l'aria.  0  era  il  senso  d'una  presenza  invisibile"? 
Appoggiai  la  testa  su  ambe  le  mani  e  chiusi  gli  occhi  :  traverso  le 
palpebre  la  luce  mi  riempiva  le  pupille  d'uno  splendore  marmoreo. 
Rimasi  a  lungo  così,  quasi  ascoltando  il  brusìo  nelle  mie  vene  d'un 
tepore  nuovo  e  vibrante.  La  finestra  dietro  il  paralume  era  tutta  az- 
zurra. La  neve  era  azzurra,  il  cielo  quasi  nero  seminato  di  stelle, 
.apersi,  .\nche  la  finestra  di  fronte  era  aperta  e  una  figura  v'era  in 
mezzo,  china  sui  gomiti.  Non  mi  maravigliò  :  non  mi  pareva  infatti 
testé  quasi  d'essermi  sentito  chiamare  1 


24  aiil    AMMONITOKI 

Che   avveniva  in   quella  gran  saia  bianca,  lontano.'  Rabbrividii. 

Ma  un'altra  finestra  laggiù  neirangolo,  1" ultima,  era  illuminata: 
vi  si  vedevano  due  candele,  e  un  gemito  uguale  ne  usciva,  tranquillo 
come  se  perdurasse  nel  sonno.  Un'ombra  di  donna  anche  vi  si  moveva, 
alcuno  vegliava  il  morticino,  forse  la  moglie  dell'ubbriaco...  Il  silenzio 
era  intinito.  Le  stelle  jiaiiìitavano,  il  cielo  non  pareva  una  volta  eui)a, 
ma  lo  spazio  senza  limite  in  cui  stavano  sospese  nel  lor  molo  iin- 
percettibile  quelle  \ite  luminose.  In  teira  eia  lutto  bianco:  tetti  senza 
fine,  e  in  fondo  il  profilo  delle  Alpi  :  esse  jiaievano  inerti  e  morte. 
La  vita  era  qui,  intorno  a  ine,  su  queste  altezze  tese  verso  il  cielo  : 
la  vita  e  la  morte. 

Lungo  le  scale  un  passo  saliva  e  una  luce  si  proiettò  sul  piane- 
rottolo, scomparve  nel  corridoio.  Dopo  un  po',  lo  sentii  tornare,  più 
pesante  e  cauto  ;  vidi  vacillare  su  la  parete  lungo  la  scala  il  profilo 
d'un  uomo  con  ispalla  un  oggetto  oblungo  :  discendeva.  Nella  softifta 
d'angolo  le  candele  si  mossero,  l'ombra  della  donna  si  disegnò  un 
momento  sui  vefr'i  :  poi  si  spenseio.  Il  giMiiito  continuava  uguale  nel 
sonno. 

—  Crastino!  -  chiesi  verso  la  finestra  dirimpetto,  pianissimo,  come 
temendo  di  svegliare  quel  gemito.  Egli  si  mosse,  accennò  con  la  mano 
alla  finestra  ora  buia  e  si  ritrasse. 

Tre  giorni  dopo  lui  chiamato  nella  sala  d"  ingresso  della  ti|)ogratia. 
Mi  attendeva  un  signoie  alto,  biondo,  che  avevo  già  veduto  nel  labo- 
ratorio. Infatti  egli  rivedeva  delle  bozze.  Riconobbi  il  primo  foglio  di 
un'opera  che  passava  ora  sotto  le  mie  mani. 

—  Senta  -  incominciò  egli  guaidandomi  con  due  occhi  azzurro- 
chiari.  -  La  dottoressa  l^avriano  m"  incarica  di  informarla  die  la  sorella 
del  suo  amico  è  morta  iersera... 

Quantunque  fossi  preparato  alla  notizia,  ne  rimasi  costernato:  egli 
lo  vide  e  i  suoi  occhi  tranquilli  si  velarono  leggermente: 

—  La  dottoressa  è  andata  stamani  a  trovare  il  suo  amico  :  intanfo 
vuol  eh'  io  avverta  lei,  perchè  l'assista  questa  notte,  che  può  essere 
terribile  per  lui,  un  po'  ammalato,  a  quanto  mi  si  dice... 

lo  non  seppi  rispondere  parola.  Egli  proseguì: 

—  È  morta  d'emorragìa.  Se  fosse  venuta  all'ospizio  subito...  Invece 
ha  creduto  poter  superare  la  crisi  da  sola.  Quando  ce  l'ha  portata  la 
dottoressa  Lavriano,  era  già  tardi:  aveva  già  dei  guasti  interni  cui 
non  si  potè  rimediare... 

Diede  un'occhiata  alle  sue  bozze,  poi  si  decise  a  posar  la  penna 
e  volgendosi  tutto  a  me,  mi  chiese  : 

—  Il  suo  fratello,  che  tipo  è"? 

—  Oh,  un  bravo  giovine!  -  m'affictiai  a  rispondere.  -  Probabil- 
mente non  ha  sa))uto  nulla  di  nulla.  V]  un  poeta.  Ha  scritto  Tristiu. 

—  La  rimproverava,  che  lei  sappia"? 

—  Non  credo.  Soltanto,  ella  doveva  averne  soggezione,  da  quel 
che  posso  iunnaginarmi.  Doveva  poi  temere  enormemente  di  addolo- 
rarlo. Credo  che  gli  facesse  un  ;h)'  da  madre... 

—  Ah,  le  parti  s'erano  in\ertite!  Lui,  ceito.  non  sapeva  pioteg- 
gerla.  Lì  sta  il  male. 

—  Lo  crede  colpevole';' 

—  Non  posso  giudicarne.  Ad  ogni  modo,  tutti  gli  uomini  sono  col- 
pevoli in  complesso,  se  non  della  motte  dei   neonati  (i|uelli,  pazienza!) 


CilJ    AMMONITORI  29 

certo  della  morte  delle  madri;  non  sono  soltanto  indirettamente  respon- 
sabili... Ora  lei  legge  il  mio  libro'?  La  signorina  mi  dice  che  lei  ha 
studiato  molto  di  questioni  sociali. 

—  Io"?  -  protestai  contuso,  sentendomi  arrossire.  -  lo  non  ho  stu- 
diato che  le  bozze  che  vo  correggendo  già  da  dieci  anni. 

—  Bene!  Mi  dicono  che  dà  dei  punti  agli  autori,  qualche  volta.  - 
E  sorrise  della  mia  contusione:  nei  suoi  occhi  brillava  un"  ironia  bene- 
vola che  non  mi  cagionava  disagio.  In  i|uel  momento  il  sole  clu'  en- 
trava dalla  finestra  l'aveva  raggiunto  sulla  sua  sedia  e  illuminava  la 
sua  bella  testa  bionda,  dall'alta  fronte  calva,  dai  baffi  radi  spioventi, 
traverso  i  quali  i  denti  brillavano  nel  sorriso  simpatico.  Aveva  qual- 
cosa del  sognatore  e  dell'apostolo;  e  subito  sentii  per  lui  un  segreto 
moto  di  simpatia. 

Egli  si  trasse  indietro  dal  sole  e  riprese  la  penna,  ma  tosto  la 
depose  per  porgermi  la  mano,  lo  la  strinsi  e  tornai  al  mio  gabbiolto. 

11  seguito  delle  sue  bozze  che  avevo  dinanzi  (L'allevamenlo  del- 
l'uomo. V  ediz.)  diceva: 

«  Il  ilovere  primo  e  assoluto  d'una  società  civile  è  di  favorire  e 
sorvegliare  le  nascite.  Tutti  gli  altri  momenti  della  vita  umana  sono 
secondari  vicino  a  questo,  e  in  essi  l' indi \iduo  può  in  diverso  grado 
piovvedere  a  sé  stesso:  qui  due  vite  sono  in  pericolo  e  l'una,  la  più 
indifesa,  comincia  appena,  e  guai  se  comincia  male! 

«  Invece  oggi  la  nascita  è  lasciata  al  caso.  La  procreazione,  ch'èin 
fondo  il  solo  fine  visibile  della  vita,  viene  dall'uomo  considerata  come 
la  s|)iacevole  conseguenza  d'un  atto  di  piacere  egoistico,  dalla  donna 
ora  una  sofferenza  senza  compenso,  oia  una  condanna,  una  diminu- 
zione del  suo  essere,  tuffai  più  una  funzione  semplicemente  animale. 

«  Una  gran  parte  di  coloro  che  sentono  in  sé  inquietudine,  squi- 
librio tisico,  difetti  od  eccessi,  germi  di  male,  di  pazzia,  di  delitto, 
possono  rintracciarne  la  causa  nella  nascita.  Chi  ne  ha  la  colpa"?  Di 
rado  la  madie,  spesso  il  padre,  sempre  la  società...  » 

Quando  fui  libero  dal  mio  lavoro  m'affrettai  verso  casa.  Crastino, 
nel  suo  letto,  aveva  un  febbrone.  Deliiava.  Minca.  la  moglie  dell'ubriaco, 
lo  assisteva,  colla  sua  faccia  patita  e  la  persona  lunga  e  magra:  gli 
umettava  le  labbra  ardenti  e  cercava  di  farlo  rimanere  quieto  e  coperto. 
Non  mi  riconobbe,  e  rimasi  lunghe  ore  accanto  al  letto,  mezzo  intor- 
ui(lit(j  e  colla  testa  ondeggiante  e  vuota. 


V. 

La  febbre  durò  sei  giorni.  Il  medico  era  inquieto  e  la  dottoressa, 
che  venne  i)iù  volte,  temette  seiiamente  che  il  cervello  gli  si  sconvol- 
gesse. Era  divenuto  s]taventosamente  arido  e  secco.  Un  giorno  scorsi 
così  nitidamente  la  forma  del  teschio  sotto  la  sua  barba  rada  che  n'ebbi 
un  istantaneo  ribrezzo. 

Nondimeno  si  risollevò  lentamente.  Pareva  che  si  fosse  dimenti- 
cato d'ogni  co.sa  e  una  dolce  convalescenza  mi  fece  apparire  il  mio 
povero  amico  come  un  fanciullo  nuovo  e  ingenuo,  ignaro  d'ogni  do- 
lore, anche  privo  d'ogni  iiensiero.  come  una  pianta,  un  semplice  es- 
sere di  senso. 

Poi  si  ricordò,  a  spiazzi,  del  passato;  macoli  lieve  dolore.  L'alli- 
vità  del  suo  cervello,  lideshitosi  all' improvviso  con  un  vigor  nuovo. 


26  OLI    A:MJfONITOKI 

lo  elevava  siil)i((),  dai  singoli  casi,  alle  considci a/ioni  j^eiieiali  (hdla 
vita:  essendo  stalo  si  vicino  alla  morte,  diceva  ejili,  non  si  conlava 
[>iù  tra  i  vi\'i  e  i  sofferenti,  pensava  agli  altri  che  soffrivano  e  iniiiia- 
"inava  come  avrebbero  poi nto  non  soffrire,  trovando  ciò,  intine,  molto 
facile,  tanto  viveva  nelT  astratto. 

lo  lo  vedevo  dne  volte  al  giorno.  Era  debolissimo,  talché  ci  volle 
più  (Tiin  mese,  prima  ch'io  potessi  condurlo  a  fare  qnalche  passo  al- 
l'aperto. 

Passammo  così  alcuni  mesi  in  una  intimità  inelTabile:  io  am;ii 
quel  ragazzo  di  genio  come  avrei  amato  una  creatura  mia,  la  mia  donna 
o  mio  tiglio.  La  bellezza  di  quell'essere,  che  sorpas.sava  la  mia  facollà 
d'ammirazione,  che  mi  riempiva  spesso  di  slupore  e  di  riverenza,  (-ome 
dinanzi  a  un  mistero  che  si  nianifesta.sse  in  lui,  mi' affascinava.  La 
ligui'a  divina  eh'  egli  diventava,  quando  i  suoi  occhi  contemplavano 
certi  spettacoli  eterni  di  natura  o  d'umanità,  non  iiu  uscirà  più  dalla 
mente. 

Mi  condusse  a  visitai'e  le  gallerie,  ove  mi  colpi  la  sua  dottrina  e 
la  sua  ammirazione  ragionata  e  istintiva  dei  capolavori.  Lo  affascinava 
il  museo  egiziano,  ov'  egli  passava  ore  intere  a  sognare  in  presenza 
delle  mummie  e  dei  resti  cosi  viventi  e  strani  di  quel  popolo  miste- 
i-ioso.  Diceva  che  gli  Egiziani  dovevano  somigliare  ai  grandi  uccelli  e 
ai  grandi  fiori  delle  acque,  ci-eature  sospese  su  una  linea  d'orizzonte, 
e  sopra,  il  cielo  infinito,  e  sotto,  lo  specchio  del  cielo  infinito:  nul- 
r altro  che  cielo:  perciò  furono  astronomi  e  matematici,  e  |)robabil- 
mente  musici... 

Ma  la  natura  vivente  aveva  potere  di  trasfigurarlo.  Dinanzi  al  pae- 
saggio dilatava  gli  occhi  che  diventavano  luminosi  come  se  concen- 
trassero in  sé  quei  colori  e  quella  luce:  guardavano  così,  al  tramonto, 
il  cielo  grande  che  si  continuava  dentro  lo  specchio  del  Po,  chiuso 
dalle  masse  dei  pioppi:  in  principio  gli  sfuggiva  qualche  monosillabo  : 
ero  ancora  presente  a  lui.  Poi  mi  dimenticava  allatto  :  drizzava  le  sue 
spalle  gracili,  ergeva  il  petto  come  per  levarsi  un'oppressione  e  respi- 
rava a  larghi  sorsi:  non  tornava  a  me  che  all'annerirsi  delle  forme, 
per  ripetermi  con  i-are  frasi,  tirate  fuori  a  stento,  le  sue  solite  tristezze, 
la  sua  inettitudine  ad  un'opera  grande,  la  morte  che  lo  chiamava  con 
voce  sempre  più  insistente. 

Le  piccole  agitazioni  degli  uomini  lo  toccavano  talvolta  jìronta- 
niente  e  vivacemente.  Egli  gironzolava  ])er  la  città,  ruminando  di  con- 
tinuo i  suoi  pensieri  o  «  coiniettendo  a  musaico  »,  com'egli  diceva,  qual- 
che sonetto.  I  moti  soliti  dei  passanti  non  lo  distraevano  punto:  ma 
ogni  più  minuto  incidente  insolito  lo  richiamava  :  e  come  usciva  da 
mi  mondo  di  sogni,  la  cosa  prendeva  un  senso  profondo  e  gli  dava 
subito  cagione  di  risalire  a  idee  generali  o  a  visioni  d'umanità  che  lo 
prendevano  alla  gola:  uso  sempre,  sciupandolo,  il  suo  modo  d'espri- 
mersi. Ricordo  che,  avendolo  incontrato  una  domenica  in  corso  Vittorio 
lutto  in  preda  a'  suoi  pensieri,  non  mi  peritai  di  distramelo,  salutan- 
dolo e  accompagnandomi  con  lui.  Ma  pareva  ch'egli  duiasse  fatica  a 
mantenersi  con  me  nel  mondo  reale.  Ad  un  tratto  una  fanfara  sbocca 
da  un  angolo  di  via  e  parecchie  squadre  di  ragazzi  marciano  dietro 
di  essa. 

I  primi  gonfiavano  le  gote  rosse  sulle  loro  trombe  con  un  misto 
di  letizia  e  di  baldanza:  gli  altri  marciavano  seiii,  ma  baldi  e  lieti 
anch'essi,  come  compresi  della  loio  azione,  che  eia  di  solidarietà  e  di 


GLI   AMMONITORI  27 

Hiinonia,  di  thliicia  verso  l'avvenire.  Egli  li  guardò  passare  con  gli 
occhi  lucidi,  attentissimo,  li  seguì  a  lungo  con  lo  sguardo:  poi  lo  prese 
l'affanno,  aprì  la  bocca  a  respirar  forte  per  non  piangere,  singhiozzò 
dueo  tre  volte,  indi  si  acquetò.  Di  li  a  un  momento:  —  Vedi  !?  -  disse  - 
I  nostri  tigli  quelli...  i  nostri  nipoti!...  Come  sono  belli,  sani!  E  gli 
altri,  i  nostri  fratelli  !  Là,  su  le  soffitte  o  nelle  tane.  I  nostri  fratelli  ! 
Ma  il  mondo  cammina,  caro  Stanga,  domani  camminerà  così,  come 
questi   bimbi...  quando  noi  saremo  sotterra! 

Una  sera  volle  portarmi  ad  ogni  costo  a  vedere  il  Faust.  Fu  per 
entramììi  una  fonte  di  grande  emozione.  Egli  pianse  dal  principio  alla 
tine.  lo  gli  tenevo  una  mano  nella  mia,  premendola  ad  ogni  tratto  for- 
temente quando  temevo  che  scoppiasse  in  singhiozzi  :  ma  il  suo  pianto 
era  piuttosto  calmo.  Eravamo  in  loggione:  egli  appoggiava  la  lesta  sul 
parapetto,  senza  mai  guardare  il  palco:  ed  io  sentivo  con  angoscia 
inesprimibile  ch'egli  faceva  una  tiasposizione  :  ascoltava  la  storia  di 
sua  sorella. 

Ala  io  che  la  musica  occupava  soltanto  ad  intervalli,  poco  avvezzo 
a  lati  spettacoli,  facevo  amare  ritlessioni.  Ecco:  il  pubblico  ama  questi 
quadri:  dei  burattini  ridipinti,  caricature  dell'uomo,  congesti  che  tra- 
discono le  cerniere  nascoste  nelle  giunture,  fanno  grandi  passi,  si  vol- 
tano verso  il  pubblico  ([uando  devono  parlale  coll'amante:  nel  duetti 
i  due  amanti  tanno  perfino  un  mezzo  giro  l'uno  inforno  all'altro  come 
i  giuppi  dei  nuisei  che  hanno  un  perno  sotto  il  [)iedestallo... 

Il  mio  amico  eia  pienamente  afferrato  dall'azione,  o  piuttosto  dalla 
musica  e  dalla  sua  stessa  fantasia,  lo  pensavo  a  quella  Margherita. 
Ecco  che  cosa  è  la  donna  oggidì.  Da  una  jiarfe  il  diavolo  che  la  tira 
per  la  lunga  treccia,  dall'altra  Dio,  che  finisce  col  salvarla  per  far  pia- 
cere agli  spettatori  e  con  lei  l'altra  allegra  vittima  del  diavolo,  Faust. 
Margherita  non  esiste  di  pev  sé:  soffre,  uccide  la  sua  creatura...  Che 
strazio  e  che  ridicolo  insieme  in  (piella  scena  alla  porta  della  chiesa! 
Accanto  a  noi  c'erano  delle  ragazze  che  avevano  veramente  paura.  E 
mi  s'affacciò  irresistibile  la  domanda:  «  Come  si  può  chiamar  conso- 
lante la  religione?...  » 

Dio  finisce  per  trionfare,  ma  che  importa  se  il  diavolo  ha  conti- 
nuato a  torturarmi  durante  quattro  atti  e  mezzo,  cioè  quasi  tutta  la  vita? 

Più  tardi  \'igi  divenne  sempre  più  instabile  e  inquieto.  La  mia 
compagnia  non  gli  bastava  più.  Egli  mi  dimenticava  spesso  quando 
l'accompagnavo:  si  concentrava  e  rimaneva  muto,  non  rispondeva;  non 
udiva,  forse,  il  più  delle  volte.  Io  l'annoiavo,  probabilmente,  e  ricor- 
dando gli  sguardi  su|)pliclievoli  di  sua  sorella,  una  profonda  angoscia 
mi  prendeva.  Mi  sentivo  impotente,  meschino,  nullo  :  in  certi  momenti 
avrei  voluto  stendermi  a'  suoi  piedi,  farmi  calpestare,  perchè  s'accor- 
gesse di  me. 

Talvolta  poi,  all'improvviso,  parlava  e  le  sue  frasi  erano  una  con- 
linuazione  di  un  discorso  inferno  ch'io  non  riuscivo  a  ricostruire.  E 
l'idea  insistente  era  l'amore.  Che  cos'era  quest'amore,  per  cui  sua  so- 
rella aveva  tanto  sofferto  in  silenzio  ed  era  morta  con  tanta  serenità? 

L'amore!  lo  non  ci  ho  mai  pensato.  O  per  dir  meglio:  ho  pen- 
sato moltissimo  alla  donna,  senza  che  potessi  neanche  concepire  di 
aver  mai  una  donna  mia.  una  famiglia  mia.  I  miei  coetanei,  i  miei 
colleghi  di  lavoro  sono  tutti  ammogliati:  ma  si  dibattono  in  tali  dif- 
ficoltà, che  il  far  saltare  sulle  ginocchia  1"  ultimo  marmocchio  e  veder 
gli  alti-i   rotolarsi  nei   prati,  fuori  porta,  seduti  colla  mogliettina  sotto 


28  GLI    AMMONITORI 

la  perKola  di  iiualclie  osteria,  è  loro  Iropjio  scaiso  coiiiiìeiisi).  Alili  non 
vogliono  i-aiii|)olli,  e  sono  i  più  duri,  e  i  più  ciiiiisi,  quelli  che  soiri- 
douo  di  più.  ina  di  un  sorriso  scoraggiante,  niolleggiatore;  tristissimi 
certo,  in  fondo.  Parlate  di  amore  e  di  laniigiia  in  una  società  che  dà 
la  medesima  razione  di  pane  a  chi  è  solo  e  a  chi  ha  moglie  e  bimbi  ! 

Ma  tutto  ciò  non  bastava  a  tenermi  lontano  dal  matrimonio,  in 
fondo  io  ho  un'immensa  nostalgia  della  carezza  femminile  che  non  ri- 
cordo d'aver  sentita  mai.  For.se,  appena  messo  in  luce,  mia  mamma 
|)olè  ancora  stringermi  al  suo  seno  e  baciarmi'?  Non  lo  so.  Ma  mi  [)are 
die  una  donna  (ora  sono  vecchio,  ho  trent'anni),  luia  donna  che  mi 
avesse  amato  come  avevo  bisogno  io  di  essere  amato,  saiebbe  stala 
un  pochino  mia  mamma,  e  avrei  avuto  bisogno,  si.  di  piangere,  quando 
l'avessi  sentita  mia,  quando  avessi  sentito  che  tutto  il  suo  mondo  ero 
io.  io;  di  piangere  nel  suo  seno  tutte  le  lagrime  che  non  ho  pianto 
in  trenfanni;  di  versare  tutta  la  immensa  tristezza  accumulata  giorno 
per  giorno,  da  bimbo  nelle  giornate  fredde  e  senza  pane,  da  ragazzo 
nella  reclusione  priva  sempre  del  conforto  d'una  faccia  femminile,  da 
giovanotto  quando  la  sera  trovavo  sempre  la  mia  soffitta  buia  e  gelida. 
Avevo  una  forza,  accumulata  in  tanti  anni  di  lotta  contro  un  vero 
strato  di  terra  pesante  su  di  me  :  non  sono  uscito  dalla  mia  tomba 
di  creta  come  un  germoglio  in  mezzo  a  un  sentiero  battuto  ?  Non  avevo 
rinunziato  a  quello  che  molti  altri  hanno,  alla  vita  facile,  apparec- 
chiata dinanzi  a  loro  come  una  mensa  imbandita:  rinunziato  perchè 
ero  riuscito  a  non  desiderare,  sebbene  me  ne  sentissi  un  diritto  uguale 
a  quello  di  essi? 

E  avevo  una  debolezza  :  l'infermità,  portata  in  me  sia  dalle  incon- 
scie sofferenze  e  piivazioni  dellinfanzia,  sia  da  quella  rinunzia  terri- 
bile. Una  donna  avrebbe  soddisfatto  a  questo  mio  bisogno  di  proteg- 
gere e  di  essere  protetto. 

Non  venne.  L'attendevo  e  non  la  cercavo.  Non  osavo  cercarla  :  ero 
timidissimo  di  fronte  alla  donna,  ])erchè  conscio  fin  da  ragazzo  del  mio 
aspetto  triste  e  deficiente,  lo  sono  alto,  magro,  giallo,  con  un  torso 
gracile,  gambe  e  braccia  troppo  lunghe:  a  sedici  anni  mi  ricordo  d'aver 
avuto  per  un  periodo  di  tempo  una  fame  da  canniliale:  quando  cessò, 
io  ero  cresciuto  di  trenta  centimetri!  Da  qualche  anno  non  mi  guardo 
più  nelle  vetrine,  e  quando  per  caso  l'occhio  mi  cade  sul  mio  individuo 
ritlesso,  m'esilaro  non  ])oco  :  ma  prima  fui  di  una  suscettibilità  mala- 
ticcia. Avevo  un  orecchio  prodigioso  per  sentir  dietro  di  me  tutte  le 
gaiezze  ch'io  suggerivo  alle  ragazze  che  mi  passavano  accanto,  e  il 
mio  occhio,  che  pare  un  po' uguale  e  muto,  non  si  lasciava  sfuggire  i 
menomi  moti  che  apparivano  su  le  facce  dei  passanti.  A  qualche  mo- 
nello avrei  ben  volontieri  non  poche  volte  tirato  le  orecchie.  Ma  mi 
contenevo:  chiudevo  gelosamente  tidte  queste  ferite  di  spillo:  credo  che 
avevo  una  vera  faccia  di  diplomatico,  tanto  sapevo  di.ssimulare.  Ora 
dicono  invece  che  ho  una  faccia  buona  come  il  pan  caldo.  (Ili  è  che 
vedo  di  quante  piccole  cose  soffrono  gli  uomini  :  e  sono  tanto  indulgente 
verso  il  me  stesso  d'allora,  che  m'intenerisco  stranamente  all'aspetto 
di  tutte  le  ]>iccole  sofferenze  che  gemono  o  tacciono  intorno  a  me. 

Non  avevo  poi  molto  tempo  da  cercarla.  Rra  necessario  eli" io  in- 
contiassi  per  cdfio  una  donna  che  mi  guai'dasse.  mi  trovasse  simpatico, 
mi  parlasse  e  mi  conoscesse:  conosciutomi,  mi  aviobbc  iir61)abilmente 
amato,  perchè  mi  |)are  impossibile,  dio  buonol.il  contrario,  (liascuno 
di  noi  ila  dentro  di  sé  di  che  far  felice  un  altro  essere.  Ma  dov'è  que- 


fi  LI    AMMONITORI  "29 

srullro.'  Kcco  lulto.  Lei  era  forse  ben  lonlana  e  io  slavo  là  noi  mio 
Imco  (li  correttore...  0  era  torse  a  due  passi:  forse  ni' lia  guardato, 
m'avrà  anclie  parlato...  ma  non  m'ha  eonosciuto:  e  neppur  io. 

Dunque  io  scrivo  qui  come  su  una  pietra  sepolcrale  :  io  non  ho 

.\MATO. 

Tutte  queste  riflessioni  e  questi  rimpianti  furono  sollevati  in  me 
dalla  intimità  con  Crastino.  Egli  viveva  così  intensamente  dentro  di 
sé  che  le  sue  parole,  da  cui  ricevevo  delle  momentanee  rivelazioni, 
come  dei  lampi,  di  quella  vita,  mi  riconducevano  immediatamente  alla 
mia  e  mi  sentivo  tutto  rimescolato.  Una  volta  mi  disse,  come  conse- 
guenza d'una  serie  di  suoi  pensieri  : 

—  lo  non  ho  mai  creduto  veramente  a  una  vita  mia  oltre  a  questa, 
ad  una  vita  individuale  :  non  ci  ho  mai  creduto,  ma  ho  vissuto  come 
se  ci  credessi:  vale  a  dire  che,  in  vista  d" un'altra  vita,  non  ho  vis- 
suto questa... 

«  Vero»,  riflettei.  E  pensavo  a  me:  io  ho  fatto  lo  stesso:  anche 
nel  mio  piccolo  avrei  ottenuto  qualche  felicità  se  1'  avessi  voluta  con 
tutte  le  forze.  Credo  che  molti  oggidì  sono  simili  a  me  :  non  ci  si 
rifa  a  nuovo  tanto  facilmente.  Ma  vedo  che  i  nostri  figli  nascono  già 
diversi:  guardano  il  sole  con  maggior  confidenza.  11  sole  è  il  nostro 
vero  bene:  per  ora  non  ce  n'è  uno  maggiore.    Godetelo,   figli  nostri! 

Questa  riflessione  di  Crastino  era  forse  dedotta  da  mie  idee  ante- 
riori che  ero  venuto  quasi  costruendo  e  connettendo  dinanzi  a  lui  : 
a  mano  a  mano  che  le  dicevo,  si  organizzavano  e  diventavano  più 
persuasive,  solide  anche  dinanzi  a  me  stesso.  Io  dimque  ebbi  una 
influenza  sul  suo  pensiero:  ho  paura,  ahimè,  di  averla  avuta  anche 
sulla  sua  vita,  o,  dirò  meglio,  sulla  sua  morte  I  Ala  non  ho  rimorsi. 

11  professor  Lavriano  gli  aveva  trovato  un  im])iego  nel  dazio:  lo 
esortava  a  mantenercisi  per  un  mese,  intanto  ch'egli  avrebbe  cercato 
(|ualcosa  di  piìi  consentaneo  alle  sue  attitudini.  Crastino  ci  si  mise 
(li  buona  volontà.  Tornava  a  casa  parlandomi  dei  carri  pittoreschi 
che  scendevano  dalle  Alpi  ed  entravano  nella  barriera  di  Francia,  dei 
sotterfugi  curiosissimi  a  cui  ricorrevano  i  carrettieri  per  nascondere 
qualche  chilo  di  salume  o  qualche  litro  di  vino.  Ma  ben  presto  il 
lavorìo  dei  calcoli  e  della  contabilità  lo  annoiò,  lo  irritò,  e,  passato 
il  mese,  se  ne  partì,  insalutato  ospite. 

Allora  il  professore  lo  ammise  nella  redazione  d'  una  livista  di 
sociologìa,  affidandogli,  poiché  non  aveva  alcuna  cognizione  speciale 
della  materia,  la  compilazione  dei  fascicoli.  Né  ciò  gli  piaceva  gran 
che.  Pure  tirò  innanzi  quasi  un  anno. 

Un  giorno,  era  di  novembre  e  cadeva  la  prima  neve,  ero  venuto 
a  casa  nel  meriggio,  contro  il  mio  costume,  e  stavo  per  tornare  alla 
tiliografia.  quando  sento  altamente  urlare  fuori.  Mi  pareva  la  voce 
dello  zoppetto.  Xofu.  Infatti  lo  scorgo  sul  tetto  opposto,  aggrappai'si 
agli  spigoli  delle  ardesie,  colle  mani  gonfie.  Nella  soffitta  attigua 
alla  mia  l'ubriaco  urlava,  sporgendosi  dalla  finestra  e  minacciando  di 
tirargli  una  scarpa.  11  ragazzo  si  voltava  con  una  faccia  pavonazza  : 
jiiangeva  e  insieme  gli  faceva  le  beffe.  La  Biondina  aveva  aperto  la 
sua  finestra  e  lo  chiamava,  lanciando  degl'insulti  all'ubriaco.  Ora  il 
ragazzo  si  trovava  sul  crinale,  all'altezza  dell'abbaino  di  Crastino.  D'un 
tratto,  torcendosi  verso  di  noi,  jierdette  presa  colla  mano,  i  piedi 
scivolarono. 


•10  OLI   AMMONITORI 

Dei  tiiidi  (li  terrore  seguirono,  il  ragazzo  era  sceso  l)occoiii  coi 
piedi  innanzi  e  le  mani  uncinate  sulle  ardesie.  Il  canale  di  scolo  io 
arrestò.  Rimase  immobile  un  sec(mdo.  Allora  la  tinestra  di  (Iraslino 
s'apri  e  la  Hiondina  gli  afferrò  un  braccio.  Era  salvo. 

Respirai.  Per  un  momento  ebbi  la  visione  di  un  mucchietto  di 
cenci  sparso  sul  lastricato  del  cortile.  Udii  allora  aprirsi  Tuscio  attiguo 
al  mio  ed  uscir  l'ubriaco.  Lo  seguii.  Egli  andava  senza  dubltio  a  con- 
tinuar la  scenata  nella  stanza  di  Grastino...  Ma  giuntovi,  afferrò  il 
ragazzo  e  se  lo  strinse  al  petto  piangendo  forte.  Noi  lo  guardavamo 
sdegnati  e  inteneriti. 

Io  dovetti  correre  all' ufficio.  Fu  allora  che  s'iniziò  1'  amicizia  fra 
la  Biondina  e  Grastino,  che  doveva  presto  mutarsi  in  amore,  e  togliermi 
per  sempre  quella  dolce  intimità  che  m'era  divenuta  necessaria. 


VI. 

Un  giorno  penetrò  nel  nostro  convento  una  grande  novità.  L'n 
giovanotto,  un  pittore,  venne  al  n.  "11.  Egli  non  vi  dormiva  spesso 
in  principio,  avenda  anche  un'altra  abitazione.  Era  un  bellissimo  tipo, 
un  modello  d"  umanità  :  alto,  proporzionato,  elastico,  con  una  testa 
dalle  fattezze  forse  un  po'  troppo  fine,  ma  resa  maschia  da  due  grossi 
batti  e  da  una  gran  barba  che  si  mescolavano  a  coprirgli  tutta  la 
parte  inferiore  del  viso  d'una  ondulata  seta  color  di  bronzo,  nonché 
da  una  capigliatura  folta  cui  sormontava  un  piccolo  cappello  tondo. 
Un  gran  vocione  dalle  sonorità  di  rame  dava  tale  eco  nel  suo  largo 
|ietto  che  a  qualche  distanza,  quando  l'udivo  nei  corridoi,  non  distin- 
guevo più  le  parole,  e  pareva  talvolta  un  bordone  d'organo.  E  l'udivo 
s]iesso.  perchè  egli,  appena  tornato  dal  lavoro  (era  disegnatore  nella 
fonderia  Nebiolo).  interpellava  tutti  gl'inquilini  delle  soffitte,  provocava 
le  loro  risa  con  facezie  a  freddo,  si  traeva  dietro  tutti  i  bimbi,  a  cui 
gettava  dei  pomi  e  delle  noci  lungo  il  corridoio,  per  farli  ruzzolare  a 
mucchi  e  scompisciar  dalle  risa.  Non  so  quando  dormisse,  perchè  la 
sua  sottltta  era  sempre  illuminata  e  lavorava  moltissimo  di  notte, 
traendosi  dentro  i  modelli;  un  dopo  l'altro  tutti  i  piccoli  scavezzacolli 
(MVaeropoli. 

Aeropoli  è  il  battesimo  ch'egli  aveva  dato  al  nostro  convento,  che 
era,  a  suo  avviso,  il  più  numeroso  e  vasto  di  Torino:  ed  era  il  titolo 
d'un  album  di  acqueforti  die  voleva  eseguire  e  mandare  in  Erancia, 
ad  un  suo  amico  pittore  che  là  veniva  molto  valutato  e  aveva  promesso 
fli  farlo  conoscere  e  chiamarvelo  hen  presto.  Egli  lavorava  la  notte  e 
tutto  il  giorno  di  festa.  Aveva  fatto  subito  conoscenza  con  tutti  gli 
abitanti  della  nostra  piccola  città;  fatto  lo  schizzo  di  tutti.  Di  Grastino, 
di  me  e  della  Biondina  del  4<)  volle  fare  dei  veri  ritratti. 

Non  ho  mai  creduto  d'  aver  una  fisionomia  interessante.  Le  mie 
fattezze  oggi  mi  sono  perfettamente  indifferenti.  Ma  Quibio  (che  nome 
strano!),  altrimenti  detto  Criì/ic !  era  un  mago.  Il  ritratto  di  Grastino 
è  meraviglioso  e  io  non  ho  visto  più  bello  il  mio  amico  nei  suoi  mo- 
menti di  trasfigurazione:  quando  gli  sarà  resa  giustizia  ei  suoi  pochi 
versi  saranno  considerati  come  i  più  significativi  che  abbia  prodotto 
la  poesia  italiana  in  questi  ultimi  venfanni,  questo  ritratto  costituirà 
un  prezioso  ilocumento.  Oia  non  è  che  uno  dei  tipi  più  suggestivi  di 
un'aeropoli  ! 


GLI   AMMONITORI  31 

Il  mio  è  molto  strano  e  non  credo  di  essermi  mai  veduto  con  quel- 
l'espressione, per  quanto  quelli  siano  certo,  ad  uno  ad  uno,  i  miei  tratti, 
rutto  è  alterato  curiosamente;  la  pallidezza  sopiatutto  colpisce  e  un 
senso  di  terrore  che  ho  negli  cechi.  Forse  ciò  proviene  dal  momento  in 
:-\ù  egli  esegui  il  disegno,  un  momento  che  non  dimenticherò  più. 

Ma  andiamo  per  ordine. 

Quibio  aveva  la  pili  buona  indole  del  mondo,  sebbene  la  portinaia, 
jh'era  moglie  d'una  guardia  civica,  lo  guardasse  con  diffidenza.  Il  se- 
gretario era  evidentemente  oi'goglioso  di  tenere  un  simile  inquilino  e 
o  aveva  consultato  a  proposito  di  certe  oleografie  che  voleva  comprare 
ler  il  padrone  di  casa  il  giorno  delle  sue  seconde  nozze,  al  che  Quibio 
ìli  aveva  dato  del  filisteo  e  peggio.  Ma  la  considerazione  e  la  diffi- 
lenza  della  poitinaia  e  del  segretario  provenivano  da  certe  lettere  pro- 
fumate che  gli  pervenivano  e  più  ancora  dal  fatto  straordinario  che 
liù  d'una  signora  (o  era  probabilmente  sempre  la  stessa)  aveva  fel- 
pato la  carrozza  davanti  alla  casa  ed  era  salita  a  veder  lo  studio. 

Per  parecchi  mesi,  Quibio  fu  la  mia  compagnia  nelle  ore  di  libeifà, 
poiché  Vigi  s'era  evidentemente  allontanato  da  me  per  passar  quasi 
e  intere  giornate  solo  o  con  la  Biondina,  verso  la  quale  sentivo  uiui 
specie  di  rancore. 

Una  domenica  Quibio  bussò  al  mio  uscio.  Entrò  tutto  lieto. 

—  Due  notizie,  Martino,  -  cominciò  col  suo  vocione:  -  una,  che  ho 
^'into  il  concorso  della  Calcografìa  di  Roma,  l'altra...  che  gli  abitanti 
li  Mai'te  fanno  segnali  verso  la  Terra. 

—  Tutt'e  due  dello  stesso  valore  queste  notizie"?  -  risposi  io. 

—  Sì  -  riprese.  -  Ecco  qui  l'annunzio  della  Calcografia  e  il  Popolo 
li  stamane  col  telegramma  di  Marte.  Ora  ti  affeiro  con  una  mano,  e 
k'ado  ad  afferrar  Vigi  coU'altra,  poi  partiamo  per  \'alsalice  a  far  festa. 

Non  ci  fu  modo  di  replicare.  Mentre  mi  vestivo,  egli  andò  da  Cra- 
fitino  a  partecipargli  la  doppia  notizia. 

Io  avevo  sentito  d"un  romanzo  inglese  molto  strano  in  cui  si  sup- 
poneva un'invasione  di  Marziani  sulla  Terra.  Ora  l'annunzio  del  glor- 
iale, che  alcuni  punti  luminosi,  supponenti  una  direzione  intelligente, 
fossero  stati  notati  sul  nostro  pianeta  più  affine,  mi  colpì  fortemente, 
fi  mio  cervello,  forse  ])er  mancanza  d'un  organismo  scientifico  com- 
plesso, è  prontissimo  ad  accettare  di  botto  le  cose  pili  straordinarie. 
Questa  concezione  mi  dava  un  singolare  senso  quasi  di  smarrinuMdo, 
:(uasi  sentissi  di  essere  veramente  colia  terra  lanciato  nello  spazio,  lo 
L-redo  che  quando  codesti  pensieri  siano  entrati  profondamente  in  noi. 
potremo  sentir  meglio  la  vertigine  dell'isolamento  nell'infinito.  Dicono 
li  non  so  qual  poeta  francese,  che  avesse  trovato  un  frisson  nouveaii. 
Questo  j)are  invece  a  me  il  brivido  nuovo. 

Uscirono  dal  corridoio  e  mi  attesero  un  momento  sul  pianerottofo. 
scendemmo.  Quibio  era  in  jtreda  alla  sua  allegria  rumorosa  e  rideva 
;'on  tutti  i  suoi  denti  brillanti  in  mezzo  a  quel  bai'b(me  biondo.  Cra- 
■ìtiuo  paieva  invece  un  po'  contrariato.  Da  qualche  tempo  non  lo  vedevo 
più:  lasciato  l'impiego,  s'era  chiuso  nella  sua  soffitta:  lavorava '?■  Kra 
diventato  diafano,  cògli  occhi  cerchiati  e  ardenti,  le  narici  mobilissime 
e  la  bocca  nervosa.  Io  m'ero  inquietato  molto  per  la  sua  salute:  il  suo 
aspetto  ora  mi  aumentava  l'inquietudine. 

Nonostante  la  gaiezza  del  pittore  cui  cercavo  di  tener  dietro,  N'igi 
taceva,  jtur  rimanendo  in  apparenza  sereno  e  un  po'  assorto  in  sé  stesso. 
Quibio  eia  tanto  fefice.  clie  me  ne  sentivo  ancli'io  contentissimo  :  oar- 


;V2  i:i.l    AMMONITORI 

laudo,  tahiilla  in  voce  uli  si  altorava  :  la  tiioia  lo  piciidcxa  ali 
gola.  Ah,  che  gusto  di  sentir  ridere  a  ([iicl  tiiodoi  (Té  chi  nasco  pre 
potentemente  felice. 

Valsalice  era  piena  di  gente:  tutte  le  cantine  risonavano  di  orga 
netti  e  rigui'gitavano  di  borghesi  e  di  operai  indomenicati.  Quibio  i^ 
piaceva  enormemente  dell'allegria  popolare  in  campagna:  e  io  pure  ni 
ne  consolo  lutto:  è  sincera,  larga,  sana.  Ci  sedemmo  sotto  un  pergolato 
e  il  pittore  fece  portare  un  certo  vinetto  frizzante,  che  l' inuzzoli v 
tutto  e  gli  faceva  schioccar  la  lingua.  Crastino  ne  assaggiò  un  sorso 
fece  una  smorfia  :  io  sono  astemio. 

—  Ah  miei  cari!  -  fece  Quibio.  -  Che  bella  cosa  se  la  terra  produ 
cesse  più  vigna  e  meno  ferro  da  cannone.  Che  ne  dite"'  La  vigna  è  i 
segreto  della  pace  universale.  Guardate:  appena  due  uomini  sono  brilli 
subito  si  abbracciano.  Non  è  vero,  Mincan  Crus?  -  disse  alzando  l 
voce  verso  la  padrona  grossa  e  rubiconda  che  si  attannava  a  poita 
bicchieri  qua  e  là...  Si  era  innamorato  di  quel  nome,  e  lo  ripeteva! 
tutte  le  donne. 

Un  organetto  entrò  nel  cortile  e  cominciò  a  suonare.  Tosto  Quihi' 
si  levò  e  afferrò  la  padrona  per  le  braccia:  questa,  girando  pesante 
mente,  rideva  e  oscillava  tutta.  La  lasciò  subito  quando  vide  entrar 
una  ragazza  con  un  gran  cappello  a  piume  di  gallo. 

—  Oh!  -  esclamò.  -  La  principessa  d'Acropoli.  Facciamo  un  giro 
Era  la  Salamandra.  E  senza  lasciarla  rifiatare  la  trascinò   in  ui 

valzer  vertiginoso.  l'olvere  e  ciottoli  sprizzavano  dalle  sue  scarpe  chic 
date.  Quando  non  ne  potè  più  si  fermò  e  trasse  la  ragazza  fino  al  nostn 
tavolo. 

Ella  sedette,  guai'dandoci  con  atto  fra  d'interrogazione  e  di  non 
curanza:  poi  bevve  d'un  fiato  il  bicchiere  che  Quibio  le  porse. 

lo  sentivo  un  leggero  batticuore,  il  .senso  che  ho  sempi'c  di  fronf 
a  una  donna,  di  timidezza  e  insieme  di  dispetto  contro  la  mia  timidità 
—  Ebbene,  come  va  la  salute,   Minchin"?  -  chiese  Quibio  sorri 
dendo. 

—  Sempre  bene  la  mia  -  rispose  la  ragazza  quasi  offesa.  -  Chiaiiiaiii 
Olga  intanto! 

—  Quanti  anni  hai.'  Venti,  non  è  vero? 

—  Ventuno. 

Quibio  rise  fragoiosa mente:  ella  gli  die  del  ventaglio  sul  capo 
Aveva  i  capelli  biondissimi,  radi,  gli  occhi  allungati  agli  angoli  da  un; 
riga  di  bistro,  la  pelle  delle  guancie  disuguale  e  guasta:  la  bocca,  as.sa 
bella,  nelle  mosse  del  discorso  prendeva  sempre  delle  inflessioni  igno 
bili.  Aveva  forse  quell'età  e  poteva  anche  avere  più  di  trenf'anni. 

—  Che  farai  quando  sarai  vecchia.' 

—  lo  veccbia "' -  rise,  e  un'ombra  d'inquietudine  mi  parve  le  pas 
.sasse  un  momento  sul  viso  : 

—  Farò  l'aftittacamere  jiei-  le  ragazze  come  me. 

—  Bene!  Per  vendicarti  di  chi  ti  fa  fare  questa  vita"'  Tu  ti  ripa 
gherai  sulle  disgraziate  come  te  :  la  tua  padrona  fa  lo  stesso  ora,  i 
la  catena  non  finirà  più  -  disse  Quibio  tra  grave  e  ironico. 

Ella  volgeva  gli  occhi  sovente  a  osservai^  Crastino:  d'improvvise 
chiese  a  me,  sommesso,  ma  sì  che  lui  sentisse  : 

—  Sua  sorella  dov'è"? 

—  Morta  -  risposi  subito  sottovoce. 

Crastino  ci  guardò  entrambi  con  un  rimprovero  triste  negli  occhi 


GI,I    AMMONITORI  33 

Ella  diede  un  sospiro,  crollò  il  capo,  poi  percosse  il  pittore  forte  sulla 
spalla  : 

—  Andiamo  a  ballare,  biondo? 

—  No,  grazie.  Troppo  liscio  il  pavimento  e  tu  pesi  troppo,  cara 
Olga  mia,  e  poi...  io  non  voglio  essere  un  rivale  per  nessuno... 

E  accennò  ad  un  giovinotto  che  sedeva  davanti  ad  un  bicchier 
di  birra  tutto  solo  e  guardando  fissamente  il  nostro  gruppo.  La  Sala- 
mandra lo  adocchiò  di  sfuggita  e  arrossì  : 

—  Quello...  sapete  chi  è  quello  là"?  Guai  se  ve  lo  dicessi! 

—  Brr  !  -  fece  Quibio.  -  !']  il  re  dei  gargagnan,  scommettiamo  !  -  e 
vedendo  passare  la  padrona  ordinò  un  altro  mezzo  litro. 

—  Quello  è  il  contino  Raffi:  ha  pochi  soldi  ma  molta  sfacciatag- 
gine, e  mezzi  i  barabba  delle  Ca  neire  gli  fanno  i  servitori. 

Si  volse  a  lui  e  lo  guardò  fisso  atteggiando  la  faccia  a  un  disprezzo 
indicibile,  poi  si  levò,  cercò  collo  sguardo  tutt'intorno,  e  si  sedette  di 
nuovo  rassicurata. 

—  Vuol  che  facciamo  un  giretto,  signor  Crastino"?  Io  posso  con- 
taile  delle  belle  cose...  E  la  Biondina  non  è  venuta"? 

Crastino  arrossì  e  rise  nervosamente,  poi  mise  le  labbra  al  bic- 
cliiere  e  bevve  con  una  smorfia. 

—  Ti  proibisco  di  sedurre  il  poeta!  -  vociò  Quibio.  -  Lui  è  tutto 
scombussolato  perchè  Marte  fa  dei  segni  a  Venere,  cioè  alla  Terra... 
e  non  bisogna  disturbarlo  nelle  sue  meditazioni... 

—  Sì,  si,  lasciamolo  meditare.  Che  vuol  dire  aver  la  testa  nelle 
nuvole  ! 

Poi  si  fece  improvvisamente  seria:  -  Ma  è  malato  il  vostro  amico, 
non  vedete? 

Egli  era  difatti  pallidissimo,  ma  protestò  vivamente. 

La  padrona  si  avvicinava:  depose  il  vino  sul  tavolo  con  una  leg- 
gera smorfia  verso  la  ragazza,  che  si  levava  dando  un  colpo  di  ven- 
taglio a  Quibio. 

—  ^"edi  ([ui  la  donna  onesta  e  si)ietata  -  mi  disse  Quibio  sommesso, 
accennando  alla  padrona. 

—  È  vero.  Non  ha  un'itlea  della  infelicità  di  questa  povera  ra- 
gazza. 

E  tosto  mi  s'affacciò  l'idea  della  orribile  piaga  sociale  che,  riu- 
scendomi inesplicabile  nelle  sue  cause  e  nei  suoi  rimedi,  è  la  sola 
la  quale  mi  faccia  quasi  disperare.  Intanto  seguivo  coli' occhio  la  Sala- 
mandra. Subito  il  giovane  solo  che  dapprima  ci  osservava  fece  una 
mossa  per  seguirla.  Ella  gli  lanciò  un'occhiata  che  l'inchiodò  sulla 
panca,  poi  s'appressò  ad  una  tavola  ove  un  ubriaco  in  mezzo  a  parecchi 
bevitori    urlava  con  quanto  flato  aveva  nei  polmoni: 

Cruce  delissia, 
Criice  delissia, 
Delissia  al  cor! 

E  si  sedette  nel  gruppo  accanto  a  un  giovanotto  mingherlino. 
Quando  ella  gli  accennò  il  contino,  i  due  si  guardarono,  e  il  mingher- 
lino ebbe  un  istante  la  faccia  illuminata  da  un  sorriso  cosi  maligno, 
fino  ed  energico  ch'io  ne  fui  scosso.  Aveva  due  occhi  agilissimi  e 
mutevoli,  che  in  certi  momenti  parevano  quasi  luccicare  fuor  d'una 
guaina  e  ringuainarsì  sotto  le  palpebre  subito.  Io  pensai  che  il  suo 
coltello  doveva  apparire  e  scomparire  bene  spesso  a  quel  modo. 

o  Voi.  evi,  Serie  IV  -  !•  luglio  1903. 


34  OLI    AMMONITORI 

La  sua  fisionomia  non  mVia  nuova.  L'avevo  visto  torse  alle  Cucine. 

C'è  dinique  una  società  sotterranea  dove  la  sopercliieria,  la  lotta, 
la  solidarietà,  sono  praticate  all'insaputa  dell'altra,  ma  con  la  stessa 
intensità.  Qualche  sommovimento  lancia  ogni  tanto  alla  superficie  un 
cadavere.  E  tutto  ciò  viveva  accanto  a  me:  ne  sentivo  le  pulsazioni 
quando  rincasavo  tardi  la  sera  e  udivo  dei  susurri  o  delle  risse  negli 
angiporti:  qualche  volta  avevo  udito  accanto  a  me,  nell'ombra,  due 
parole  che  mi  causavano  un  fremito  di  teri'ore  e  subito  dopo  mi  aveva 
colto  un  moto  di  fiducia  e  quasi  di  compiacenza:  «  No,  è  Stanga!  » 
Mi  conoscevano  dunque:  avevano  una  polizia  anch'essi:  io  ero  nella 
lista  degl'innocui  o  degl'insignificanti...  Tutto  ciò  nelle  tenebre.  Alla 
luce  del  sole  nient'altro  che  uno  sguardo  d'odio,  di  provocazione,  di 
vittoria,  come  quello  che  avevo  veduto  luccicare  un  momento  sulla 
faccia  di  quel  mingherUno... 

Intanto  una  reminiscenza  mi  perseguitava.  Dove  avevo  visto  io 
il  contino"? 

Imbruniva.  Il  cortile  si  riempiva  sempre  più.  Entravano  ora  fa- 
miglie intere  con  marmocchi  e  sedevano  alle  tavole  facendo  preparare 
da  mangiare.  Mangiavamo  anche  noi  in  mezzo  al  tumulto,  ma  tutti 
tre  eravamo  taciturni  ;  l'allegria  del  pittore  era  sparita. 

Ci  levammo  e  movemmo  per  uscire.  Ad  un  tratto  mi  sentii  toc- 
care. Era  il  mingherlino  che  mi  sorrideva  coi  suoi  occhi   aguzzi: 

—  Una  parola. 

—  Dica  -  feci  io  imbarazzato. 

Tacque  lui  momento,  poi  accennò  dall'altra  parte  al  contino. 

—  La  sorella  del  vostro  amico...  Eccolo  là!...  E  ora  lasciate  fare 
a  me.  Nient'altro.  Stia  tranquillo,  monssìi  Stanga! 

E  sparì  nella  folla  che  ingombrava  il  portone.  Noi  ci  avviammo 
verso  la  città. 

Molta  gente  scendeva  per  lo  stradone  battuto  e  bianco.  Le  donne, 
stanche,  si  sospendevano  al  braccio  degli  uomini,  i  bimbi  ruzzolavano 
per  le  chine:  su  tutte  le  facce  era  la  stanchezza  e  rintontimento  delle 
giornate  di  sole  passate  all'aperto  da  gente  che  vive  tutta  la  settimana 
nei  laboratori  e  nelle  case  buie. 

A  un  certo  punto  Quibio  prese  per  mia  via  traversa  : 

—  Allungheremo  un  poco,  ma  saremo  tranquilli. 

Era  un  sentiero  fra  le  vigne:  a  quando  a  quando  si  cingeva  ai 
lati  di  siepi  o  di  muri  a  secco. 

Il  cielo  era  tutto  popolalo  di  nubi  ineguali,  fra  cui  il  sole  spargeva 
i  suoi  colori. 

—  Mi  par  che  il  paesaggio  vada  mutando  -  incominciò  Quibio  -  o 
muto  iof  o  mutiamo  tutti"?  Io  non  so  piìi  come  si  può  dipingere  il 
cielo:  è  molto  più  difficile  che  una  volta,  perchè  bisogna  far  intrave- 
dere qualcosa  di  là. 

—  È  vero  -  aggiunsi  io.  -  I  pittori  dipingono  uno  strato  d' aria 
azzurra  o  un  movimento  di  nuvole.  Questo  non  è  il  cielo,  è  sempli- 
cemente l'atmosfera. 

—  Oh  certo!  -  rispose  Quibio  ridendo.  -Non  vorrai  mica  che  di- 
pingiamo fuori  dell'atmosfera!  Forse  il  hkutco  e  nero  \mò  far  qualche 
cosa  di  più.  II  mio  amico  Chedda  mi  mandò  da  Parigi  delle  fotografie 
di  Odilen  Redon,  da  cui  ho  presentito  quel  che  si  potrebbe  fare  da  uno 
che  tosse  ben  addentro  in  quello  che  mi  hai  mostrato  tu.  Stanga,  coi 
libri  di  Flammarion.  .Ma  non  sarà    un    tentativo   inutile"?  Eppure  mi 


GIÀ   AMMONITORI  35 

attira.  Vedi,  pensavo  poco  fa  di  far  qualcosa  con  quella  ragazza,  ma 
non  ne  ho  piii  voglia.  A  che  scopo  studiare  questi  tipi,  far  della  cri- 
tica anarchica  colla  pittura"?  E  poi  credo  che  non  si  può  andar  più  oltre 
di  quel  che  ottennero  certi  francesi  deir^s.s/e/<e  au  fieurre.  Bisogna 
trovar  del  nuovo. 

—  È  la  letteratura  che  deve  precedere  -  esclamò  Crasi  ino  che  usciva 
un  momento  dalla  sua  distrazione. 

—  È  vero  -  diss'io.  -  La  letteiatiua  d'oggi  mi  fa  pietà.  Dopo  d'aver 
parlato  tanto  di  sé  stesso,  l'uomo  c'insiste  ancora;  eppure  ne  parla  a 
vanvera,  perchè  vede  poco  di  sé  stesso:  si  vede  poco  perchè  non  vede 
pernulla  gli  altri  esseri,  non  si  considera  in  giusto  rapporto  cogli  altri 
esseri.  Dico  l'uomo  letterato...  Infatti  chi  sa  che  cosa  è  l'uomo?  L'uomo 
non  è  altro  che  la  realizzazione  della  coscienza  della  terra,  è  la  terra 
che  sente  sé  stessa.  Che  cosa  è  la  terra?  Un  punto.  È  la  figlia  del  sole, 
un  punto  un  po'  pifi  grande.  11  sole  l'ha  creata.  Il  sole  scalda  l'aria, 
trae  l'atmosfera  dai  poli  all'equatore  e  crea  il  vento;  il  sole  crea  le  cor- 
renti del  mare,  assorhe  i  vapori  e  li  cristallizza  sui  monti  in  ghiacciai 
e  ne  fa  scendere  i  fiumi;  il  sole  solleva  il  mare  come  un  seno  che  re- 
spira. Il  sole  forse  solleva  il  cuor  della  lena,  il  nucleo  plastico  che 
freme  dentro  la  scorza,  e  lo  trae  a  sé  e  lo  farà  esplodere  un  giorno. 
Noi  siamo  figli  del  sole. 

—  Bravo!  -  gridò  Quihio.  -  E  tu  sei  figHo  dei  lihri.  Qual' è  l'ul- 
timo libro  che  hai  letto? 

—  È  vero:  questo  è  un  mio  sunto  dell'ultimo  libro  che  ho  cor- 
retto, la  Geologìa  generale.  E  che  perciò?  La  poesia  sta  tutta  lì. 

—  Sì,  -  inferi'uppe  Crastino  colla  gola  stretta.  -  Questa  è  la  poesia 
nuova  ! 

Sentii  nella  sua  voce  le  lagrime.  Lo  guardai  :  la  luce  del  tramonto 
illuminava  la  pallidezza  della  sua  fronte:  aveva  i  pomelli  accesi  come 
per  febbre. 

—  Chi  la  farà?  -  aggiunse. 

Tacque.  11  cielo  si  chiudeva:  le  nuvole  s'erano  assiepate,  avvici- 
nando i  lor  nuclei  bigi  fra  cui  brillavano  delle  lagune  d'argento. 

—  I  giornali  -  ripresi  io  -  stimano  che  la  notizia  dei  segnali  di 
Marte  sia  una  fantasia  di  un  astronomo  poeta.  Può  darsi.  Che  importa? 
Non  ne  sappiamo  nulla,  ma  intanto  l'ipotesi  che  il  cielo  tutto  sia  vi- 
vente non  ci  stupisce  più:  ne  cresce  la  coscienza  in  noi  senza  chela 
scienza  ci  aiibia  portato  una  sola  prova.  Com'è  ciò?  Forse  tra  i  mondi 
esiste  qualche  nujzzo  di  comunicazione  che  gli  psicologi  direbbero  sub- 
cosciente: forse  domani  questo  sarà  una  certezza.  Avete  notato  come 
le  scoperte  più  strabilianti  si  accettino  con  un'estrema  facilità?  I  raggi 
Roentgen,  le  onde  Marconi,  tutto  questo  era  già  nella  coscienza  del- 
l'umanità. Donde? 

Ma  mi  accorsi  che  i  miei  compagni  non  mi  seguivano  più.  Essi 
erano  entrambi  assorti  in  sé  stessi,  nella  lor  vita  particolare.  Ne  ebbi 
la  sensazione  quando  Crastino  concluse  quasi  un  suo  ragionamento  in- 
teriore, che  pareva  anche  chiudere  il  mio  discorso. 

—  E  dopo  tutto  si  muore. 

—  No,  -  protestai  con  veemenza.  -  La  vita  ha  foise  una  fine  rispetto 
all'eternità.  Per  noi,  per  la  nostra  concezione,  non  ha  né  principio  né 
fine.  Ma  pensate  che  le  cifre  assegnate  dagli  astronomi  alla  vita  dei 
mondi  più  vicini  a  noi  sono  già  una  eternità  per  noi  uomini.  Non  si 
muore  ! 


36  GLI   AMMONITORI 

—  Si  muore,  si  muore!...  -  insistè  egli  quasi  con  angoscia. 

—  Purtroppo,  caro  Stanga!  -  appoggiò  Quibio.  -  E  ciò  non  impe- 
disce cbe  non  me  n'importi  un  fico  secco  !  Io  e  Crastino  abbiamo  la 
stessa  idea  della  vita,  intendo  della  nostra  particolare:  ma  lui  pensa 
alla  fine,  io  penso  al  momento.  Ecco  la  differenza.  Tu  poi  vivi  nelle 
nuvole  e  nei  libri  o,  se  vuoi,  di  là  dalle  nuvole...  Sei  un  uomo  felice! 

Essi  pensavano  infatti  alla  lor  vita  [)articolare.  Il  crepuscolo  li  in- 
teneriva mentre  contemplavano  in  sé  stessi  un'  immagine  d'amore.  Per 
un  momento  io  sentii  acutamente  la  nostalgia  di  questa  accompagna- 
trice esistenza  femminile  che  la  natura  assegna  come  complemento  a 
tutti  gli  uomini. 

.Allora  m'accorsi  d'una  puntura  interna,  come  d'una  di  quelle  ferite 
troppo  rapide  e  dirette  che  non  si  avvertono  subito  e  si  rivelano  al 
bruciore  lentamente. 

Anelai  di  esser  solo  per  interrogarmi  e  sentirmi.  Giunto  a  casa,  mi 
coricai  e  spensi  il  lume  e  m' immersi  in  me  stes.so. 

Fu  prima  un  tumulto  confuso  e  doloroso  che  mi  riemjiiva  il  capo 
e  il  petto,  una  ridondanza  di  amarezza  e  di  calore  da  sottocarmi.  Poi 
divenni  straordinariamente  lucido  e  calmo,  come  se  il  mio  sangue  si 
fosse  sedato  e  tacesse,  e  sola  l'intelligenza  splendesse  come  una  luce 
a  illuminare  il  mio  passato  e  la  mia  miseria  e  la  miseria  di  tutti  i  miei 
simili. 

Amare,  amare,  amare!  Sentirsi  vivo  e  pieno  e  perfetto  nell'amore 
dell'altra  creatura  necessaria,  sentirsi  un  perfetto  individuo  che  tende 
a  una  comunità,  a  una  umanità  piìi  ricca  e  piena.  L'ideale  mi  appariva 
semplice  e  lucido,  e  per  me  lontano,  passato,  morto  forse  con  quella 
povera  morta  cbe  m'aveva  sorriso  nell'agonia.  Ella  era  una  povera 
creatura  :  aveva  seguito  innocentemente  il  suo  istinto  di  felicità  :  la 
pei-tidia  e  la  morte  l'avevano  ghermita. 

E  l'acre  gioia  e  l'angoscia  datami  dalla  scoperta  dell'  infame  che 
l'aveva  tradita,  si  dissiparono.  Potevo  io  vendicarmi  di  cohii?  Chi  era 
egli"?  Forse  nulla:  forse  un  essere  non  ancora  apparso  alla  superfìcie 
ove  respirano  gli  esseri  coscienti.  Aveva  seguito  il  suo  istinto  perver- 
tito dall'  eredità  di  generazioni  oppressive  e  malefiche.  Creature  che 
nascono  senza  doveri,  ricche  di  tutti  i  diritti,  che  possono  fare  se  non 
approfittarne? 

Reagire  su  di  esse!  Reagire  colla  luce! 

Ma  i  malvagi  si  sopprimono  fra  loro.  Quello  era  in  buone  mani 
e  avrei  voluto  potergli  desiderare  che  la  punizione  non  fosse  fatale,  da 
impedirgli  un  ritorno  alla  sua  vera  natura  umana. 

Ma  sono  uomo  e  figlio  d'uomo. 

Io  vorrei  credere  ad  una  legge  inflessibile:  chi  ha  fatto  soffrire. 
soffia  ! 

E  risolsi  di  non  dirne  nulla  a  Vigi.  A  che  prò? 

fContiiniii  . 

Giov.\NXi  Cex.a.. 


IN  FINLANDIA  CON  L'AMICO  COCCHI'^' 


Ti  ricordi,  o  Igino,  le  nostre  passeggiate  della  domenica-  nelle 
verdi  foreste  di  San  Rossore?  Son  più  di  cinquant'anni  che  son  pas- 
sati sul  nostro  capo,  spargendovi  le  nevi  che  nessuna  primavera  è 
capace  di  fondere;  ma  io  le  ricordo  vive  e  care,  come  se  le  avessi 
godute  ieri. 

È  una  bestemmia,  che  pure  è  in  bocca  di  tutti,  quella  di  dire  che 
il  passato  è  morto  per  sempre  e  sepolto  neireternità.  Per  me  almeno 
il  passato  è  vivo,  più  vivo  del  presente  e  sopratutto  più  caro,  perchè 
il  tempo  gli  ha  tolto  le  spine  e  le  ortiche  quotidiane  e  gli  sbadigli 
delle  noie  ufficiali  e  le  menzogne  della  civiltà,  che  si  pettina  e  si  tinge 
più  di  quel  che  si  lavi,  conservandone  solo  il  profilo  nobile  e  piu'o  di  ciò 
che  non  può  jiiù  morire,  perchè  vive  solo  nelle  anime.  11  passato  è 
una  moneta  divenuta  medaglia,  è  un  uomo  grande  senza  le  debolezze 
e  le  vergogne;  il  presente  è  una  moneta  viva,  che  si  spende,  ma  che  è 
anche  sudicia  di  tutti  i  sudori  umani  :  ed  io  preferisco  la  ruggine  al 
sudiciume. 

E  di  certo  le  ricordi  anche  tu  quelle  serene,  gaie  e  gioconde  pas- 
seggiate pisane.  Liberi  per  tutta  una  giornata,  come  operai  della  setti- 
mana universitaria,  ci  lanciavamo  nel  verde  e  verso  il  mare  senz'altro 
bagaglio  che  la  nostra  giovinezza  e  con  una  scatola,  che  doveva  racco- 
gliere il  nostro  bottino,  che  con  ingenua  prosopopea  chiamavamo 
scientifico.  Anche  la  colazione  doveva  essere  una  sorpresa,  una  con- 
quista, e  la  si  trovava  in  una  delle  tante  fattorie,  che  il  buon  granduca 
aveva  sparse  nella  bandita  colla  dolce  illusione  di  fabbricare  in  Toscana 
il  cacio  parmigiano. 

Si  camminava  tutto  il  giorno  e  le  nostre  gambe  non  erano  stanche 
mai.  Si  pescavano  tritoni,  che  per  noi  erano  coccodrilli,  si  acchiappavan 
farfalle,  e  coleopteri  e  ramarri,  si  raccoglievano  pietre,  si  coglievauo  fiori 
e  rami  d'albero,  rispettando  sempre  i  nidi,  che  per  noi  eran  sacri. 
Un  giorno  presi  perfino  un  germano,  che  ferito  in  un'ala  si  era  accovac- 
ciato in  un  cespuglio  di  gine])ri.  Lo  portai  trionfante  nella  città  ancor 
vivo,  dovetti  pagare  mezzo  paolo  di  dazio,  e  lo  diedi  a  cucinare  il  giorno 
dopo  nella  modesta  trattoria,  dove  per  un  paolo  al  giorno  pranzavo 
con  due  piatti  e  un  dessert  e  vino  a  discrezione,  che  io  non  beveva. 

Eran  davvero  deliziose  quelle  nostre  passeggiate!  Anzi  non  erano 
punto  passeggiate,  ma  veri  viaggi  d'esplorazione,  perchè  ci  si  perdeva 
più  d'  una  volta  in  ciuell'  immensa  foresta  e  ci  si  trovava  sulla  spiaggia 

(1)  Prof.  Igino  Cocchi,  Ln  Finlnndìd.  «  Bicordi  e  studi  ».  Firenze,  1902, 
Successori   Le  Monnier. 


38  IN    FINLANDIA    CON    l'AMICO    COCCHi 

del  mare,  quando  meno  lo  si  pensava,  o  chiusi  a  un  (ratto  tra  dm 
lanche  si  dovea  passare  1"  acqua  a  guado,  senza  paura  di  reumi  o  d 
ratt'reddori. 

Fin  da  quei  giorni  ci  sentivamo  viaggiatori  e  sognavamo  vergin 
foreste  e  selvaggi  e  belve  mostruose.  E  abbiam  viaggiato  poi  la  nostri 
parte,  ma  io  anche  in  India,  anche  nel  Brasile,  anche  in  Lapponi^ 
Ilo  sempre  ricordato  i  viaggi  delle  domeniche  fatti  con  te  nella  Banditi 

di  San  Rossore. 

* 
»  * 

Il  lettore  mi  perdoni,  se  volendo  parlare  della  Finlandia,  som 
andato  prima  a  Pisa,  ma  egli  è  ])erciiè  in  Finlandia  sono  andato  ii 
compagnia  dell"  amico  Cocchi,  purtroppo  non  già  colle  mie  gambe 
ma  cogli  occhi,  leggendo  il  bellissimo  libro,  che  ha  dedicato  a  que 
poetico  e  infelice  paese,  ch'egli  ha  percorso  e  studiato. 

Anche  i  più  ignoranti  di  geografia  hanno  dovuto  ai  nostri  temp 
ricordare  e  amare  quella  terra  fredda  e  onesta;  ricca  di  acque  com 
nessun' altra  e  più  ricca  ancora  di  onestà,  dove  ogni  uomo  e  ogn 
donna  sa  leggere  e  scrivere  e  dove  la  cifra  dei  delitti  segna  uno  de 
numeri  più  piccini  e  più  gloriosi  dell'  Europa;  quel  paese  che  la  Russi; 
vuol  abbattere  colla  violenza,  col  peso  enorme  della  sua  mano  vuo 
schiacciare,  colla  prepotenza  vuol  russificare.  Vorrebbe  anche  coli 
lusinghe  corromperla,  ma  a  ciò  non  airiva,  perchè  1"  animo  di  quelli 
gente  è  troppo  nobile  e  puro  e  come  il  granito  si  può  fare  in  polvere 
ma  non  si  può  stemperare.  Non  feste  popolari,  non  stipendi,  non  deco 
l'azioni  possono  piegarli.  Finlandesi  sono  e  finlandesi  resteranno.  Il 
questi  giorni  il  giovane  professore  Yrjo  Hirn,  che  fa  un  corso  di  estetici 
nella  Università  di  Helsingfors,  mi  faceva  una  cara  visita  nel  mi( 
Museo  in  compagnia  della  sua  dotta  signora,  che  lo  aiuta  nei  suo 
studi.  Fa  un  viaggio  di  tre  anni  in  tutta  l' Europa  per  studiare  l'estetica 
come  la  intendono  i  popoli  diversi  e  come  diversamente  la  intesen 
nel  tempo  e  mi  meravigliavo  di  trovarlo  tanto  profondo  conoscitori 
della  nostra  letteratura  antica  e  moderna. 

Dopo  una  certa  esitazione  osai  domandargli  :  Che  cosa  faret- 
contro  l'invasione  russa?  Ed  egli,  serenamente,  senz'  ira.  e  direi  anch 
senz'odio,  rispondeva:  Resister  sempre,  disubbidir  sempre!  In  quelli 
risposta  mi  parve  sentire  la  calma  forte  di  chi  non  si  piega  mai,  d 
sentire  la  forza  del  freddo,  dia  conserva  e  dura.  Intanto,  però,  sotto 
nostri  occhi,  in  piena  luce  di  civiltà  umanitaria,  vediamo  compiers 
due  grandi  iniquità  commesse  fra  popoli  civili:  la  guerra  anglo-boeri 
e  la  distruzione  della  Finlandia.  Ma  l' Inghilterra  vuole  allargare  1 
frontiere  africane  e  la  Russia  vuol  giungere  all'  Oceano.  Volete  voi  torsi 
impedire  il  respiro  a  chi  ha  il  petto  largo:  non  ingrandite  anche  vo 
gli  abiti  ai  figliuoli,  quando  crescono"?  Lasciate  che  i  forti  respirim 
largamente  e  le  membra  gagliarde  si  muovano  liberamente.  11  monde 
è  dei  forti. 

E  ancora  una  volta  il  lettore  mi  jierdoni,  se.  parlando  della  Fin 
landia,  vi  faccio  della  politica  umanitaria,  ma  egli  è  perchè  pensandi 
ad  essa  il  cuore  palpita  irresistibilmente  pili  che  il  pensiero  noi 
ragioni. 

* 
*  * 

Non  so  se  io  abbia  torto,  ma  credo  che  quando  si  voglia  viaggiar* 
in  un  paese  senza  andarvi,  il  miglior  modo  è  quello  di  lasciar  parlare  eh 
vi  è  andato,  e  noi  andremo  in  Finlandia,  a  braccetto  del  nostro  Cocchi 


IN    FINLANDIA   CON   L  AMICO   COCCHI 


39 


La  Finlandia  è  il  regno  delle  acque,  le  quali  si  versano  nel  mare 
limpide  e  chiare  da  25i2  foci,  e  gli  uomini,  congiungendo  fiumi  con 
fiumi  e  laghi  con  laghi,  hanno  ti'acciato  il  paese  più  ricco  di  rive 
acquee  che  si  conosca  e  il  più  variato  per  ampiezza  e  forma  di  hacini 


^ji-^-fc        \ 


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Tipi  di  douiie  finlandesi. 

lacuali,  dal  Ladoga,  che  oltrepassa  i  4000  chilometri  quadrati  nella 
sola  sua  parte  finlandese,  a  quelli  che  ne  contano  pochi.  Le  acque, 
che  scendono  dalle  alpestri  giogaie,  si  uniscono  a  quelle  che  incontrano 
per  via  e   insieme   riunite   non   si   avviano   alle  foci,   formando   giù 


Tipi  dell'Ostrobiitniil. 


per  le  valli  dei  rigagnoli  come  quelli  dell'  Apennino,  ma  obbedendo 
nella  loro  discesa  alle  depressioni  ed  ai  rialzi  di  suolo,  che  inconti'ano, 
si  adunano  in  larghissime  conche,  formando  laghi,  o  in  ristretti  solchi 
a  modo  di  fiumi  spesso  profondissimi,  gli  uni  agli  altri  l'iuniti  come 
maglie  di  una  medesima  rete  e  lontani  o  prossimi  al  mare,  vanno 
a  scaricarsi  tutti  nel  mare. 


4(J  IN    FINLANDIA   CON   l'AMICO    COCCHI 

Il  movimento  di  discesa  però  non  è  sempre  conforme  e  tranquillo. 
Le  acque  incontrano  dislivelli  improvvisi,  che  le  obbligano  ad  allar- 
garsi o  a  lesti'ingersi  o  a  Italzare  di  roccia  in  roccia,  da  un  piano  a 
un  altro,  in  forma  di  rapide  correnti  e  di  cascate.  Un  lago  piii  alto 
si  precipita  in  uno  più  basso  a  pochi  metri  di  distanza,  rumoroso, 
spumante,  e  l'acqua,  riducendosi  in  un  pulviscolo  minuto  come  nebbia, 
i-icade  in  pioggia  sui  lati  dopo  aver  fatto  brillare  i  colori  dell'arco- 
baleno. 

Imatra  è  la  più  celebrata  fra  tutte  le  cascate,  ammirata  da  ogni 
buon  finlandese  e  visitata  dagli  stranieri.  Enorme  è  la  massa  d'acqua, 
che  con  sbalzi  vertiginosi  precipita  dal  lago  alto  nel  basso.  E  vastis- 
sime piu'e  sono  le  cascate  di  Valinkoslci,  di  Kyriskoski  e  tante  altre. 

Tutte  queste  acque  vanno  a  riposare  nel  Baltico,  mare  di  un'acqua 
poco  salata  e  che  è  in  gran  parte  mare  finlandese  e  che  coi  suoi  410,000 
chilometri  quadrati  di  superficie  tempeia  il  rigore  del  freddo.  Mare 
dolce,  ma  terribile  ai  navigatori  per  le  sue  fitte  nebbie,  pei  suoi 
ghiacci  impenetrabili  nelF  inverno,  terribili  quando  li  rompe  la  pri- 
mavera; mare  che  genera  i  più  abili  e  coraggiosi  marinai  del  mondo, 
che  combattono  lotte  di  vita  e  di  morte  colla  furia  delle  tempeste, 
coir  impeto  delle  correnti,  col  prodigioso  sollevarsi  della  marea,  che 
si  caccia  dentro  gli  stretti  con  onde  di  40,  50  e  più  piedi  d'  altezza. 
E  il  Cocchi,  parlando  del  Baltico  tormentoso,  richiama  al  pensiero  lo 
splendido  inno  al  mare  di  Basilio  il  Grande,  più  eloquente  del  grido 
di  Orazio  contro  le  navi. 

E  le  rive  di  quel  mare  si  frastagliano  all'  infinito  con  seni  e  baie 
fantastiche,  con  isolette  innumerevoli  tutte  coperte  di  cupe  foreste  di 
pini  e  di  betule  sorridenti  nella  loro  veste  argentina;  scene  che  per 
la  loro  pittoresca  freddezza  si  possono  mettere  al  polo  opposto  delle 
foreste  policrome,  feconde,  esuberanti  di  fecondità,  che  in  queste  stesse 
pagine  abbiam  percorso  in  compagnia  del  nostro  Beccari. 

Il  clima  della  Finlandia  è  rigido,  ma  non  quanto  si  dovrebbe 
aspettare  dall'alta  latitudine.  Dei  dodici  mesi  dell'anno,  l'inverno 
se  ne  prende  sei.  cioè  dal  novembre  all'aprile,  e  non  ne  restano  che 
due  per  la  primavera,  due  per  1'  estate  e  due  per  1"  autunno.  Si  può 
dire  che  questo  paese  gode  di  un  clima  quasi  marittimo,  dacché 
neir  estate  la  temperatura  sorpassa  di  raro  i  30°C  e  nell'  inverno  la 
temperatura  più  bassa  fu  di  — 48°C. 

11  clima  finlandese  tende  a  migliorarsi,  dacché  il  suolo  si  va 
progressivamente  innalzando  e  così  riceverà  più  direttamente  i  raggi 
solari;  non  unico  esempio  di  climi,  che  anche  in  tempi  moderni  si 
sono  cambiati  di  bene  in  meglio  o  di  bene  in  peggio. 


L'inverno  in  Finlandia  è  lungo  e  forte.  Tutta  la  terra  è  sepolta 
sotto  la  neve  gelata,  i  fiumi  son  ghiacciati,  gli  albeii  delle  foreste  si 
piegano  sotto  la  neve  e  i  porti  son  chiusi.  Ad  Abo  però  e  in  qualche 
altro  poi'to  entra  il  postale,  ma  solo  rompendo  il  ghiaccio  con  potenti 
ordegni. 

Nell'inverno  però  i  finlandesi  lavorano  e  si  divertono.  11  lavoro, 
che  più  si  adatta  a  questa  stagione,  è  il  taglio  dei  boschi,  e  i  tronchi 
tagliati  scorrono  facilmente  sul  suolo  ghiacciato  e  si  accatastano, 
preparando   nello   stesso  tempo  le  zattere,  che   porteranno  tutti  quei 


rio  in  Finlandia. 


42  IX    f^IXLAXDIA    CON    l'aMICO    COCCHI 

poveri  morti  della  foresta  al  mare.  Si  cambieraniio  poi  in  case,  in 
barche,  in  carta. 

Né  solo  al  bosco  si  riduce  il  lavoro  invernale.  Si  dissodano  i 
campi,  si  scavano  canali,  si  lavora  nelle  cave,  e  celebri  sono  quelle 
di  granito  rosso  e  di  porfido.  E  chi  può  rinunziare  ai  rudi  lavori  del 
povero,  esercita  i  muscoli  nelle  slitte,  nelle  partite  di  caccia  e  di 
pesca,  nelle  gare  di  pattinaggio  o  nelle  corse  sui  siiksit.  La  pesca  è 
una  delle  industrie  più  ricche  della  Finlandia,  ricca  com'è  di  acque 
dolci  e  salate,  ed  è  interessante  assai  l'assistere  alla  gran  fiera  del 
pesce,  che  si  fa  in  ottobre  nell'Esplanade  di  Helsingfors,  e  vi  accorrono 
a  comprarvi  i  pesci  salati  o  altrimenti  conservati  dalla  Svezia,  dalla 
Danimarca,  dalla  Russia  e  dalla  Germania.  E  col  pe.sce  in  quell'occa- 
sione si  fa  mercato  di  animali  domestici,  di  selvaggina,  di  pelli,  di 
granaglie  e  persino  di  stoffe.  Le  trote  e  i  salmoni  formano  la  delizia 
dei  pescatori  appassionati  che,  come  avviene  in  Norvegia,  vengono 
dall'Inghilterra  ed  anche  dall'America,  prendendo  in  affitto  una  por- 
zione d'un  illune  per  dedicarsi  allo  sport  dell'amo.  Per  la  pesca  com- 
merciale più  della  canna  serve  il  Loliipato,  specie  di  laberinto  o  di 
trappola,  che  si  prepara  in  vicinanza  di  rapidi  corsi  o  di  cadute 
d'acqua,  dove  il  pesce  si  sofferma  a  riposare  per  jirender  lena  a 
risalire  la  corrente  e  dove  invece  trova  la  morte. 

La  pesca  non  è  impedita  neppure  dal  ghiacciarsi  dell'acqua.  Il 
pescatore  nel  più  crudo  inverno,  quando  l'aria  è  così  fredda  da  far 
gelare  il  mercurio,  prende  la  sua  slitta  e  con  essa  va  al  mare  o  al 
fiume,  dove  vuol  pescare.  Rompe  il  ghiaccio,  facendovi  a  viva  forza 
un  pertugio,  che  poi  allarga  faticosamente.  Il  pesce  curioso  accorre 
al  nuovo  spiraglio  e  là  diviene  preda  dell'amo  e  della  fiocina. 

Quella  della  foca  (descriviamola  colle  stesse  parole  del  nostro 
compagno  di  viaggio)  è  piuttosto  caccia  che  pesca  e  vieii  fatta  in 
comitive.  Non  una  slitta,  ma  una  barca  di  forma  speciale,  è  trascinata 
sul  ghiaccio  per  servir  di  riparo  e  per  imbarco  in  qualche  tratto  di 
mare  libero  o  di  ghiaccio  non  resistente  e  sempre  poi  per  l'accolta  delle 
provvigioni  da  bocca  e  da  caccia  non  meno  che  per  il  trasporto  della 
preda  al  ritorno.  Si  usa  farla  quando  per  la  stagione  o  per  burrasche, 
rottosi  il  mantello  di  ghiaccio,  che  copre  il  mare,  vi  sono  ghiacci 
galleggianti  sull'acque.  Alle  foche  di  lago,  considerate  nocive  alla 
piscicoltura,  si  dà  la  caccia  in  qualunque  stagione  dell'anno. 

Giunta  in  luogo  propizio  la  comitiva  e  montata  la  vedetta,  si 
fanno  i  prejiaiativi  d'uso.  I  tiratori,  indossate  lunghe  cappe  bianche, 
imbracciano  spingarde  e  carabine  e  si  distendono  bocconi  sul  ghiaccio, 
tenendo  fra  corpo  e  ghiaccio  un'asse  sottile  e  leggera,  che  ne  sorpassa 
la  testa;  ivi  è  imperniata  un'altra  assicella  verticale,  la  quale  ha  due 
fori,  che  permettono  al  cacciatore  di  vedere  davanti  a  sé  e  può  pas- 
sarvi al  momento  voluto  la  bocca  dell'arma;  i  suoi  forti  stivali 
hanno  armate  le  punte  di  uncini  di  ferro,  coi  quali  aiutandosi  egli 
può  spingersi  davanti  in  qualunque  direzione,  senza  mutar  di  positura, 
coll'assicella  sotto  a  sé,  il  paratesta  in  avanti.  Se  la  foca  non  scopie 
l'insidia  o  se  scoprendola  non  ha  vicino  qualche  tratto  di  mare  libero, 
presto  cade  vittima  della  palla  micidiale.  Non  di  raro  però  cacciatore 
ed  apparecchio  cadono  nell'acqua  gelata  e  i  compagni  devono  farne 
il  salvataggio. 


IN    FINLANDIA   CON    l/ AMICO    COCCHI  -  43 


Anche  la  terra  dà  al  finlandese  non  troppo  avari  frutti.  Egli  coltiva 
il  grano,  la  segala,  Forzo,  l'avena,  le  patate,  le  rape  e  le  carote  e  da 
poco  tempo  nel  mezzogiorno  coltiva  il  grano  saraceno.  Antichissima 
è  la  coltura  della  canapa  e  del  lino. 

Il  lavoro  cainpestre  in  Finlandia  è  legolato  con  criteri  e  con 
sistemi  diversi  dai  nostri.  11  lavoi'atore  è  proprietario  o  affittuario 
{arentimies)  della  terra  che  coltiva  e  dove  non  sia  né  Funo  né  l'altro 
è  locatore  dell'opera  propria.  Locano  la  loro  opera  i  nullatenenti, 
la  locano  quei  piccoli  possidenti,  che  hanno  famiglia  e  tempo  esube- 
rante ai  bisogni  della  loro  piccola  azienda.  Locazioni  di  questa  natura 
le  fanno  ad  anni  o  per  determinati  lavori  -  a<l  esempio,  per  la  mietitura, 
per  il  taglio  di  un  bosco,  per  lo  scasso  e  il  dissodamento  d'un  terieno. 
Le  condizioni  variano  secondo  la  natura  e  la  durata  degli  obblighi 
contratti.  Generalmente  hanno  salari  con  alloggio  in  comune  e  vitto 
gli  opeiai  fissi,  scapoli  i  i»iù. 

L'istruzione  agraria  tiene  in  Finlandia  il  primo  posto  nell'inse- 
gnamento e  vi  è  dettata  nell'Università  di  Helsingfors  come  nella  più 
modesta  scuola  di  villaggio.  Le  scuole  rurali  d'agricoltura  sono  divise 
in  primarie,  in  superiori  e  in  professionali.  Alcune  delle  professionali 
sono  destinate  ad  istruire  i  giovani  nella  custodia  e  guardia  del  be- 
stiame, altre  a  formar  lavoratori  e  lavoratrici  nell'arte  del  caseificio, 
altre  mirano  a  dar  nozioni  meccaniche  e  fisiche  per  certe  arti  e  indu- 
strie rurali.  Nel  1897  delle  scuole  rurali  se  ne  noveravano  una  per 
ogni  1050  fanciulli  sotto  i  quindici  anni  e  fin  d'allora  fu  deliberato 
di  triplicarle.  Per  esservi  ammessi  i  fanciulli  devono  dare  esame  di 
leggere  e  scrivere. 

Una  società  fondatasi  fin  dal  1797  col  modesto  nome  di  Società 
di  economia  domestica  prosperò  con  piena  libertà  di  azione  e  col  con- 
corso di  uomini  distinti  per  nascita,  censo  e  dottrina  e  impresse  uno 
straordinario  movimento  ai  diversi  rami  dell'agricoltura.  Il  suo  primo 
successo  fu  la  creazione  nel  1809  di  un  gi'ande  istituto  agronomico, 
che  lo  Staio  «loto  subito  di  una  vasta  tenuta  di  ben  60011  ettari  di 
terreno.  È  questo  l'Istituto  di  Mustiala.  che  ha  lo  scopo  di  diffondere 
i  buoni  metodi  nell'agricoltura,  nella  pastorizia  e  nella  silvicoltura, 
di  sjterimentare  nuove  razze  di  animali  domestici  e  i  relativi  incro- 
ciamenti. 

Tutto  l'organismo  economico  e  educativo  è  in  Finlandia  fatto  in 
modo  da  accrescere  sempre  il  numero  dei  piccoli  proprietari  di  terre, 
ed  è  evidente  che  questo  è  il  mezzo  più  sicuro  per  sciogliere  i  più 
ardui  problemi  della  felicità  collettiva.  La  legge  vuole  che  sianvi  in 
ogni  provincia  agronomi  provinciali  coadiuvati  da  ingegneri  agricoli; 
Consigli  speciali  in  ogni  provincia  per  le  diverse  branche,  e  per  citarne 
taluni,  vi  sono  Consigli  e  consiglieri  per  l'arte  delle  latterie,  consi- 
glieri per  l'allevamento  del  bestiame  in  genere,  mentre  ve  ne  sono 
altri  per  l'ippica,  per  la  veterinaria  e  altri  per  la  coltivazione 
del  lino. 


La  scuola  è  in  Finlandia  l'organo  più  robusto  e  a  questo  forse  si 
deve,  che  sia  uno  dei  paesi  più  morali  e  più  colti  d'Europa,  tfno  scet- 
tico maligno  potrebbe  dire,  che  si  deve  invertire  la  frase  e  che  la  Fin- 


44 


IN    FINLANDIA   CON   L  AMICO    COCCHI 


landia,  appunto  perchè  per  natura  onesta  e  operosa,  lia  dato  alla  scuola 
il  più  grande  dei  suoi  amori.  Lasciamo  che  lo  scettico  rumini  il  tiele 
della  sua  malignità  e  t)attiamo  le  mani  airorganisnio  scolastico  tin- 
landese.  In  Finlandia  abbiamo  licei  moderni  e  licei  classici.  Nei  primi 
si  insegnano  le  lingue  vive  invece  delle  morte,  che  si  studiano  nei 
licei  classici.  Il  russo,  l'inglese  e  il  tedesco  sono  obbligatorii  e  il  fran- 
cese è  facoltativo.  Tutti  sanno  che  in   quel    paese  si  ])arlano  lo  sve- 


-;ala  interna  di- 


dese  e  il  fìnno.  Anche  nei  licei  moderni  però  si  può  imparare  il  greco 
invece  del  russo  da  quegli  scolari,  che  vogliono  dedicarsi  a  studi  filo- 
logi o  teologici. 

Le  scuole  si  aprono  di  settembre  e  si  chiudono  col  31  maggio.  Alle 
vacanze  estive  si  aggiungono  venticinque  giorni  a  Natale  e  alcuni  altri 
pochi  a  Pasqua  e  a  Pentecoste  e  un  giorno  di  riposo  obbligatorio 
ogni  mese. 

Qualunque  studente  di  liceo  classico  o  moderno,  che  ripete  due 
volte  vni  corso  senza  poter  passare  a  un  corso  superiore,  è  radiato  per 
sempre  dalla  scuola. 


IN    FINLANDIA    CON    I/AMICO   COCCHI  45 

L'istruzione  primaria  è  urbana  e  rurale  e  vi  sono  anche  scuole 
ambulanti,  che  portano  nei  luoghi  deserti  l'alfabeto  della  scienza.  In 
qualunque  luogo,  dove  sieno  trenta  fanciulli  in  età  da  frequentare  la 
scuola,  il  Comune  ha  l'obbligo  di  creare  il  distretto  scolastico  e  nessun 
maestro  può  avere  contemporaneamente  sotto  di  sé  più  di  cinquanta 
scolari,  i  quali  jiagano  pochissimo,  quando  non  ne  siano  dispensati 
per  povertà,  e  quel  poco  va  a  benefìzio  dei  maestri.  I  locali  di  queste 
scuole  rurali  sono  spaziosi  e  ben  aereati,  con  jiiccoli  quartieri  per  il 
maestro,  che  maschio  o  femmina,  deve  aver  fatto  gli  studi  in  una 
scuola  normale,  e  se  studiò  nel  solo  liceo,  deve  però  essere  approvato 
da  una  scuola  normale.  Le  scuole  urbane  si  distinguono  in  popolari 
elementari  e  in  popolari  propriamente  dette;  le  prime  frequentate  da 
bambini  dai  sei  ai  dieci  anni  di  età,  le  seconde  da  ragazzi  dai  dieci 
ai  quattordici  anni.  Ciascun  sesso  ha  le  proprie.  Ai  giovanetti,  che 
devono  imparare  un  mestiere  e  passare  la  giornata  nell'officina,  sono 
aperte  le  scuole  serali. 

In  questi  ullimi  tempi  si  sono  fondate  alcune  scuole  speciali,  che 
si  chiamano  priinuri.e  superiori  e  che  sono  aperte  da  novembre  ad 
aprile.  Vi  si  ammettono  studenti  d'ambo  i  sessi  dai  diciotto  ai  venti 
anni,  e  che  pagano  dalle  quindici  alle  venti  lire  all'anno.  Queste 
scuole,  mantenute  da  privati,  danno  un'istruzione  più  larga  a  quelli 
che,  volendo  dedicarsi  all'agricoltura,  vogliono  una  coltura  più  pro- 
fonda di  quella  che  si  dà  nelle  scuole  agrarie. 

L'Università  finlandese,  fondata  in  Abo  da  Per  Brahd,  fu  distrutta 
nel  1827  da  un  terribile  incendio  che  ridusse  in  cenere  tutto  un  tesoro 
<ii  libri,  di  manoscritti  e  di  cimelii  preziosissimi.  E  fu  allora  che  se 
ne  costrusse  una  nuova  in  Helsingfors.  che  riunisce  in  sé  l'osserva- 
toilo.  la  biblioteca,  le  cliniche,  il  manicomio  modello.  Essa  è  auto- 
noma ed  è  amministrata  da  un  Consiglio  che  ha  per  capo  un  rettore  di 
turno.  Conferisce  i  gradi  accademici  e  le  lauree  con  solennità  antica, 
nell'aula  magna,  in  forma  pubblica  alla  presenza  dei  dignitari,  con 
imposizione  del  berrettone,  della  toga,  con  l'anello  e  la  corona  d'alloro. 
Essa  conta  quaranta  professori  ordinari,  venti  straordinarii  e  sessanta 
professori  aggiunti  o  docenti,  oltre  un  gian  numero  di  lettori,  di 
assistenti  e  di  conservatori  di  musei,  ecc.;  tutto  un  esercito  di  grandi 
operai  delle  scienze. 

Accanto  all' università,  che  è  di  un'architettura  solenne  e  gran- 
diosa, troviamo  il  palazzo  o  la  casa  degli  studenti,  magnifica  anch'essa, 
e  che  è  una  specie  di  club  o  di  casino  per  uso  esclusivo  degli  studenti, 
che  vi  si  radunano  per  studiare  e  per  conversare. 

L'Università  finlandese  fra  le  sue  dipendenze  ha  anche  delle  sta- 
zioni polari  per  studiarvi  il  magnetismo  terrestre,  l'induzione  elettro- 
magnetica del  sole  sulla  terra,  le  aurore  boreali  e  tutti  quei  grandi 
fenomeni,  che  non  si  possono  studiare  che  nelle  regioni  misteriose 
del  jiolo. 

*  * 

11  nostro  Cocchi  ha  toccato  di  volo  l'arte  finlandese  e  di  certo  non 
:si  potrebbe  pretendere  da  lui,  che  con  un  soggiorno  breve  e  in  un 
sol  volume  egli  potesse  dare  fondo  a  tutta  una  monografia  della  Fin- 
landia. Egli  però  si  è  soffermato  con  amore  all'esame  della  poesia  e 
specialmente  di  quel  grande  poema,  Kalei^ala,  che  fu  cosi  profonda- 
mente studiato  dal  nostro  Compa retti  e  clie  si  ])otrebbe  battezzare  per 
la  Bibbia  dei  Finni. 


46  I.V   FINLANDIA    CON    l/ Ali  ICO    COCCHI 

In  un'appendife  eyli  ce  ne  dà  alcuni  brani  tradotti  la  italiano  e 
che  vorrei  almeno  in  parte  riportare  in  questa  breve  rivista,  se  lo 
spazio  me  lo  consentisse.  Meglio  sarà  che  i  lettori  della  Xttoua  Anto- 
logia li  ricerchino  coi  propri  occhi  e  ne  avranno  un  grande  diletto, 
spaziando  in  un  mondo  mistico,  tanto  lontano  da  noi  nello  spazio  e 
nel  tempo:  ma  che  è  pieno  di  una  jìoesia  nebbiosa,  evanescente,  grande 
come  i  misteri  del  polo  e  affascinante  ai)punto,  perchè  piena  di  fan- 
tasmi giganteschi,  ma  pur  sempre  umani.  E  i  fantasmi  in  ogni  tempo 
e  in  ogni  terra  scrissero  poesie  e  poemi  piii  delle  storie,  e  se  la  Bibbia 
e  la  Divina  Commedia  non  fossei'o  piene  di  fantasmi,  non  sarebbero 
i  due  più  grandi  libri  della  biblioteca  umana. 


Ciò  che  sorpicnde  un  lettore  di  lazza  latina  nel  leggere  il  libro 
del  Cocchi,  nel  cercai'  di  vedere  in  quelle  pagine  il  profilo  dei  fin- 
landesi, è  il  contemplarne  la  serena  onestà. 

Case  di  ricchi  e  capanne  di  poveri  son  sempre  aperte  di  giorno 
e  di  notte  e  qua  e  là  la  gruccia  e  il  saliscendi  tengono  il  posto  delle 
toppe  di  sicurezza  e  delle  nostre  complicate  serrature.  E  voi  vedete 
ville  signorili  campate  in  campagne  deserte,  senza  cancelli  dalle  punte 
crudeli  e  senza  porte  ferrate  per  difenderle  da  ladri  che  non  esistono. 
E  il  Cocchi  percorre  solo  campagne  e  boschi,  senza  aver  bisogno  di 
armi  o  di  coraggio,  perchè  sapeva  di  trovarsi  in  un  paese  tutto  di 
onesti  e  dove  non  si  incontra  mai,  come  tra  noi,  un  odioso,  ma  pur 
tanto  necessario  rappresentante  della  forza.  E  il  nostro  autore  vide 
nelle  case  dei  contadini,  degli  ojierai,  da  per  tutto,  scene  di  famiglia 
tenerissime,  bambini  cullati  o  imboccati  da  vecchi  e  fanciulli  che  bal- 
bettavano il  sillabario  fra  le  ginocchia  del  babbo.  Non  è  senza  orgo- 
glio che  ogni  cittadino  della  Finlandia  vi  dice:  noi  non  abbiamo  anal- 
fabeti, ed  è  con  tristezza  profonda  e  invidia  grandissima  che  leggo 
nelle  statistiche,  che  il  suicidio  è  in  Finlandia  rarissimo  (1  per  10(),(X)0) 
e  vedo  cosi  bianche  le  pagine,  che  devono  registrare  le  cifre  del  delitto. 
Triste  davvero  questa  fisica  sociale,  che  c'insegna  che  il  freddo  è  un 
educatore  del  cuore,  un  calmante  delle  passioni,  un  preventivo  del 
delitto  !  Il  ghiaccio  è  dunque  miglior  maestro  di  morale  del  prete  e 
del  carabiniere  e  per  non  peccare  conviene  mettere  la  co.scienza  in  un 
refrigerante  e  le  mani  sotto  la  neve.  Ma  è  proprio  così.  Il  freddo 
rallenta  la  vita  e  può  anche  spegnerla,  e  il  delitto,  come  l'amore,  come 
il  genio,  è  una  forma  della  vita,  che  suda  o  si  arroventa.  Forse  la 
civiltà  futura  troverà  modo  di  farci  onesti  senza  metterci  in  ghiaccio. 

Paolo  Mantegazza. 


MATERNITÀ 


DRAMMA     IX     QUATTRO     ATTI    Hi 


PERSONAGGI. 

Marchesa  Claudia  di  Montefranco.  Suor  Filomena. 

Marchese  Alfredo  di  Montbfrani'o  Olghina. 

Maurizio  Dorixi.  Filippo. 

Il  Duca  di  Vigen.\.  Decio,  domestico  di  Maurizio   Dorini. 

Rosalia.  Un  servo  del  March,  di  Montefranco. 

Teresa.  Tre  bimbi. 

EPOCA  ATTUALE  —  A  XAPOLI  E  PRESSO  NAPOLI. 


ATTO  PRIMO. 

Un  salotto  da  celibe  in  casa  di  Maurizio  Dorini.  —  Una  porta  in  fondo. 
Una  porta  laterale.  —  Una  Bnestra.  —  Alla  porta  in  fondo  una  pesante  portiera 
a  guisa  di  cortina. 

SCENA  I. 
Olghina,  Decio,  la  voce  di  Maurizio. 

Olghina  —  {entra  dalla  porta  laterale  con  hi  capo  il  cappello,  ab- 
bottonandosi l'abito.  Apre  la  finestra.  Bespira  giocondamente).  Ah  ! 
che  bella  giornata!  (Tocca  il  bottone  del  catnpancllo  elettrico). 

La  voce  di  Maurizio.  —  Non  tare  complimenti,  Olghina.  Comanda 
qnello  che  vuoi. 

Olghina.  —  Non  faccio  complimenti.  Grazie. 

Decio  —  (entrando  dal  fondo).  Caffè  nero?  Caffè  e  latte '^  Cioccolata? 
Tè"?  Burro?  Confettura? 

Olghina  —  (timida).  Del  caffè  e  latte  e  del  burro. 

Decio  —  (esce). 

Olghina  —  (siede  dinanzi  a  un  tavolino  e  aspetta). 

La  voce  di  Maurizio.  —  Olghina.  hai  dimenticato  i  guanti. 

il)  Siamo  grati  all'Autore  di  questo  lavoro,  che  ebbe  sì  favorevole  accoglienza 
sulle  scene  italiane,  per  aver  consentito  ad  attenuare  il  verismo  di  alcuni  punti 
ed  a  modificare  certi  brani  nel  testo  che  pubblichiamo  sulla  nostra  Rivista,  seb- 
bene le  modificazioni  fatte  rendano,  secondo  lui.  qua  e  là,  meno  snello  ed  efficace 
il  dialogo.  Il  testo  autentico  sarà  pubblicato  in  volume. 

{.V.  II.  D.) 


48  MATERNITÀ 

Olghixa.  —  Portameli  tu  se  tiai  fatto  il  tuo  bagno.  Mi  manderesl  i 
via  senza  salutarmi  ? 

La  voce  di  Maurizio.  —  No.  cara.  Mi  vesto  e  vengo. 

Decio  —  (ritorna.  Porta  e  mette  sul  tavolino  un  vassoio  co)i  tuffn 
Voccorrente).  Faccio  io"? 

Olghi.xa.  —  Fate  voi. 

Decio  —  {servendo).  Basta  zucchero? 

Olghina.  —  Basta. 

Decio.  —  Basta  latte? 

Olghina.  —  Basta. 

Decio.  —  Basta  caffè  "? 

Olghina.  —  Basta. 

Decio  —  (ind'cando).  Basta  pane  e  burro? 

Olghina.  —  Sì,  basta. 

Decio.  —  Tutto  a  discrezione.  Questi  sono  gli  ordini  che  ho  ricevuti. 

Olghina  —  {cerimoniosa).  Troppa  cortesia!...  {Chiamando)   Maurizid! 

La  voce  di  Maurizio.  —  Amore  mio  ! 

Olghina.  —  E  tu  non  pigli  niente? 

La  voce  di  Maurizio.  —  A  quest'ora,  mai.  Sarebl)e  come  un  veleno 
per  il  mio  stomaco. 

Decio.  —  Fa  colazione  ogni  giorno  alle  dodici  precise.  E  alle  dodici 
meno  un  minuto  beve  un  bicchierino  di  aperitivo.  Questa  è  la 
regola.  Ah  !  Lui  è  un  orologio.  Vi  ci  troverete  bene.  Tutto  sta  a 
capire  le  sue  abitudini,  lo  mi  ci  trovo  bene  perchè  le  ho  capite.  È 
vero  che  una  cosa  è  fare  il  domestico  è  un'altra  è  fare...  quello 
che  fate  voi.  Ma  abbiamo  dei  doveri  tutt'e  due... 

Olghina.  —  Io  spero  di  accontentarlo.  È  cosi  buono  ! 

Decio  —  {confidensiabnenté).  E  poi  le  tratta  bene  le  donne.  Nessuna 
si  è  mai  lamentata. 

Olghina.  —  Ne  cambia  spesso? 

Decio.  —  No.  ' 

Olghina.  —  Si  vede  che  è  molto  delicato. 

Decio.  —  Le  tratta,  vi  dico,  come  se  fossero  sua  moglie. 

Olghina.  —  Difatti,  me  ne  sono  accorta.  Non  mi  ha  dato  quasi  nes- 
suna noia. 

Decio.  —  Avete  dormito  bene? 

Olghina.  —  Benissimo. 

La  voce  di  Maurizio.  —  Decio!  Decio!  Prepara  i  manubri. 

Decio  —  {da  un  angolo  della  camera,  prende  i  manubri,  il  porta  nel 
mezzo  e  li  spolcera). 

Olghina.  —  A  che  servono  ? 

Decio.  —  Fa  la  ginnastica  per  riscaldarsi. 


SGENA  II. 
Maurizio,  Olghina,  Decio. 

Maurizio  —  (entra  dalla  porta  laterale  fregandosi  le  mani.  Cava  di 

tasca  un  paio  di  guanti  e  li  porge  a  Olghina).  I  tuoi  guanti. 
Olghina.  —  Come  sei  gentile  ! 
Maurizio.  —  Chi  è  che  ha  aperto  quella  finestra? 
Olghjna.  —  lo. 
Maurizio  —  (rabbrividendo).  No,  bambina!  Non  lo  fare  più.  Dopo  il 


MATERNITÀ  49 

bapno  freddo  una  tinenlra  spalancala  è  la  morie.   Chiudi.  Decio! 

Chiudi. 
Decio  —  {esegue). 
Oi.GiiiNA.  —  Scusami.  Non  sapevo. 
Maurizio  —  {cominciando  le  snc  esercitazioni  con  i  manuhri).  Mi  jier- 

metti,  eh  f 
Olghina  —  {bevendo  l'ultimo  sorso).  Ti  prego. 

Maurizio.  —  Ho  dei  brividi  addosso   e  hisogna   che   affretti   la  rea- 
zione, altrimenti  mi  busco  un  malanno.  Già,  è  così  :  se  non  dormo 

le  mie  otto  ore  di  seguito,  resto  sconcertato.  Sbarazza,  Decio. 
Decio  —  (a  Olghina).  Basta  zucchero"?  Basta  caffè"?  Basta  latte?  Basta 

pane  e  burro 'i? 
Olghina.  —  Non  desidero  altro.  Sbarazzate. 
Decio  —  (esegue). 

Maurizio  —  (a  Decio  die  sta  per  uscire).  Ehi!  alle  dodici... 
Decio.  —  Colazione. 

Maurizio.  —  Alle  dodici  meno  un  minuto... 
Decio.  —  Aperitivo.  (Via  dal  fondo). 

{Un  silenzio). 
Maurizio  —  (è  tutto  intento  alle  esercitazioni  ginnastiche). 
Olghina.  —  Ne  hai  per  un  pezzo"? 
Maurizio.  —  Ancora  un  poco.   Ma  hi   parla  pure 
Olghina.  —  Volevo  domandarti... 
ìMaurizio.  —  Domanda,  caia. 
Olghina.  —  Non  hai  da  lamentarti  di  me"? 
Maurizio.  —  No.  cara. 
Olghina.  —  Temevo  che... 
ìMaurizio.  —  Ma  no. 

Olghina.  —  Hai  detto  di  non  aver  riposato  al)l)aslanza. 
Maurizio.  —  Su  questo  ci  accomoderemo. 
Olghina.  —  Certo. 

Maurizio.  —  La  cosa  che  m'impensierisce  un  pochino  è  uiraltra. 
Olghina.  —  Dimmela  subito. 

Maurizio.  —  Noi  non  ci  vediamo  che  tre  volle  la  settimana. 
Olghina.  —  L'hai  voluto  tu. 
Maurizio.  —  E  così  dev'essere.   Chi   tocca    la    (luai-anlina   deve    fare 

economia  di  emozioni... 
Olghina.  —  E  dunque"? 

Maurizio.  —  Ma  probabilmente  tutti  gli  altri  giorni  non  resterai...  sola. 
Olghina.  —  Sei  geloso"? 
M.^urizio.  —  Neanche  per  sogno.  Senonchè,  io  vorrei  sapeie  chi  è  che 

li  terrà  compagnia.  Con  certe  cose,  non  si  scherza. 
Olghina.  —  Quando  qualcuno  mi  farà  la  corte,  io  te  ne  informerò.  E 

se  egli  non  ti  garba,  lo  manderò  al  diavolo. 
Maurizio.  —  Questo  significa  essere  una  ragazza  a  modo. 
Olghina.  —  Che  se  poi  è  di  tuo  gusto... 

Maurizio.  —  lo  chiuderò  un  occhio,  ed  egli  ne  chiuderà  un  altro. 
Olghina.  —  Però...  pensavo... 
Maurizio.  —  Tu  pensavi  "?  È  un  bel  fenomeno  ! 
Olghina.  —  Sujiponiamo    che    ciascuno    chiuderà    l'occhio    che   deve 

chiudere. 
Maurizio.  —  Supponiamolo. 
Olghina.  —  Potrà  darsi  il  caso  che  io... 

4  Voi.  evi,  Serie  IV  .  1°  IngUo  1903. 


r^  MATERNITÀ 

Maurizio.  —  Che  tu...'.' 

Oi-GHiNA.  —  TjO  dicono  tutti  fhe  somiglio  a  mia   madre    quando   era 

giovane  ! 
Maurizio.  —  Brava! 

Olohina.  —  Mia  madre  alla  mia  età  cominciò  ad  aver  figliuoli. 
Maurizio  —  {lasciando  d' mi  colpo  i  matitthri  die  cascano  rumorosa- 
mente). Eh"? 
OlCtHINA.  —  Se  ne  ho  uno  io.  olii  sarà  il  padre"? 
Maurizio.  —  Nessuno! 
Oi.ohina.  —  Come  nessutto  ? 

Maurizio.  —  Ma  che  idee  malinconiche  adesso  ti  passano  per  la  mente"? 
Mi  sentivo  meglio,  ed  ecco  che  il  sangue  mi  è  affluito  alla  testa. 
Avrò  l'emicrania  tutta  la  giornata. 
Olghina.  —  No.  non  temere,  lo  non  sarei  una  di  quelle  che.  col  pre- 
testo dei  bimbi,  si  aggrappano  agli  uomini  e  diventano  un    eni- 
piastro.  Non  te  ne  darei  mai  dei  fastidii. 
{Pausa). 
Maurizio  —  {preoccupato).  Non  è  questione  di  fastidii.    (Mettendo   a 
posto  i  manubri)    Ciò  che  hai  detto,  bambina  mia.    è    più    serio 
che  tu  non  creda,  perchè,  in  sostanza,  se  quel  caso  si  desse,  non 
ci  saiebbe  nemmeno  da  seguire...  l'impulso  della  propria  coscienza  ! 
Come  diavolo  si  potrebbe  appurare  la  verità"? 
Olohina.  —  Appunto.  Hai  ragione  tu.  Nessuno  sarebbe  il  padre. 
Maurizio.  —  Senti,  visto  che  ci  sono  di  queste  probabilità,  lasciamo 

andare.  Meglio  non  vederci  pili. 
OuGHiNA.  —  Sei  cattivo! 

Maurizio.  —  Se  fossi  cattivo,  farei  il  comodo  mio!  Invece  no.  lo  mi 
conosco.  Con  un  tale  pensiero  nella  testa,  io  non  vivrei  più  in 
pace.  Ne.  piglierei  una  malattia.  Senza  dire  poi  che  diventerei... 
inabile  a  qualunque  pratica  galante!  No.  no!  Non  ci  dobbiamo 
più  vedere. 
Oi.GHiXA.  —  lo  mi  ci  sono  affezionata  a  te. 
M.U'Rizio.  —  Di  già"?! 

Olghixa.  —  Stiamo  insieme  da  undici  oie... 
Maurizio.  —  Hai  l'affetto  galoppante! 

OuGHiNA.  —  E  non  voglio  finirla.  Tu  mi  tratti  bene.  Mi  tratti   come 
una  signora...  come    una  moglie...  E  piuttosto  che  finirla,  prefe- 
risco... che  nessun  altro  mi  faccia  la  corte. 
Maurizio.  —  Io  ti  ringrazio  del  gentile  pensiero,  ma  con  questo  non 

si  risolve  il  problema. 
Olghina.  —  Al  resto  penserò  io. 
Maurizio.  —  A  che  cosa  vuoi  pensare  tu  '? 

Olghina  —  {dopo  un  istante  di  riflessione,  decide).  Allora...  te  lo  pro- 
metto :  non  farò  come  mia  madre. 
Maurizio.  —  Ora  sì  che  possiamo  intenderci.  Sei  veramente  una  l'a- 

gazza  a  modo.  Qui,  qui,  un  bacetto,  e  a  rivederci. 
Olghina  —  {gli  dà  un  bacio).  A  domani  sera? 
Maurizio.  —  A  domani  sera,   carina. 
Olghina  —  [esce  dal  fondo). 

Maurizio  —  {toccandosi  le  tempie).  Ahi,  ahi,  ahi!  L'emicrania!...  un 
poco  di  riposo  mi  gioverà.  {Si  stende  sopra  il  canapè). 


MATERNITÀ  51 


SCENA    III. 

Maukizio.  Decio.  donna  Claudia. 

Decio  —  {entra  lemme  lemme  con  la  sua  aria  stupida). 

Maurizio.  —  Non   disturbarmi,    Decio.   Ho  l' emicrania.    Finché  non 

viene  il  marcliese  di  Monlefranco,  lasciami  liposare. 
Dkcio.  —  Non  posso.  Di  là,  ce  n'è  un'altra. 
.Maurizio.  —  Ce  n'è  un'altra!? 
Decio.  —  Un'altra   donna.    Per  un    punto   non    si    sono    incontiale 

tutt'e  due  ! 
Maurizio.  —  E  chi  è  '? 

Decio.  —  Non  ha  voluto  dire  il  suo  nome,   io  non    volevo  riceverla, 
perchè  sapevo  che...  essendoci  stata  quella  lì...  era  pei  lettamente 
inutile...  imjìortunarvi.  Ma  ha  insistito. 
Maurizio.  —  Che  aspetto  ha  ? 
Decio.  —  Buono. 

Maurizio.  —  Che  vuoi  dire  buono? 
Decio.  —  Belloccia...  Elefante... 
Maurizio.  —  Una...  delle  solite"? 
Decio  —  (fìlosofìramente).  Chi  io  sa!  A  me  come  me  non  c'è  nessuna 

donna  che  non  sembri  una  delle  solite. 
Maurizio.  —  Giacché  ti  sei  preso  1'  incarico  di   annunziarla,  la   devo 

ricevere  per  forza.  Falla  passare. 
Decio  —  {via). 
Maurizio  —  {tra  s'è).  Santo  cielo!  Chi  è  che  viene  a  seccaimi  a  (pic- 

st'ora  "? 
Claudia  —  (entra  dal  fondo). 

Maurizio  —  {scatta  in  piedi  in  un  sussulto  di  meravifilia).  \'oi.  mar- 
chesa ! 
(Claudia.  —  Vi  sembra  strano  che  io  vi  faccia  una  visita  "? 
Maurizio  —  {confuso).  Non  lo  nego...  Mi  sembra  stranissimo...  lo  non 
ho  mai  sperato  d'avere  quest'onore...  E  poi...  alle  undici  del  mat- 
tino... Non  so...  Non  intendo...  E  vi  chiedo  peidono.  marchesa... 
della  mia...  delle  mie...  dei  miei... 
Claudia.  —  Dei  vostri? 

Maurizio.  —  No.  Del  mio  imbarazzo,  ecco.  Accomodatevi  ;  vi   prego, 
accomodatevi...  lo  sono  mortificato  di  dovervi  ricevere  in   (piesto 
disordine,  in  questo  piccolo  salotto...  Se  l'avessi  saputo... 
Claudia.  —  L'avreste  fatto  ingrandire? 

Maurizio.  —  Sì  !...  Cioè...  Forse...  Scusatemi,  marchesa,  io  sono  emo- 
zionato ! 
Claudia.  —  Ma  non  c'è  di  che.  Calmatevi.  Prendete  fiato. 
Maurizio.  —  Non  vi  è  accaduto  nulla  di  grave  ? 
Claudia.  —  Nulla,  nulla.  Non  vedete  che  sono  sorridente? 
Maurizio.  —  Lo  vedo.  Siete  molto  sorridente.   E   allora...  io  non  mi 
spiego  la  vostra...  preziosa...  inaspettata...  inverosimile  presenza 
in  casa  mia.  Certo,  io  sono  un  vostro  antico  e  devoto  servo,  sono 
l'amico  più  intimo  di  vostro  marito  ;  ma  sono  anche... 
Claudia.  —  Lino  scapolo. 
Maurizio.  —  Uno  scapolo.  È  la  verità. 


.^"2  MATHHNITA 

Ci.vi'DiA.  —  R  una  signoia  che  alle  umlici  del  niaUiiio  l)iissa  alla  pnita 
(li  imo  scapolo  è  una  si<j:uoia...  Aiutatemi  a  dire... 

Maliuzio.  —  Dite,  dite  voi. 

Clai'dia.   —  È  una  signora...  iiiuttoslo  bizzarra. 

MALiHizro.  —  E  piuttosto  imprudente,  mi  permetterei  di  agginn<iere 

Claudia.  —  Aggiungete  senza  cerimcmie. 

Maurizio.  —  Imprudente,  intendiamoci,  dal  punto  di  vista  delle  con- 
venienze sociali.  La  marchesa  di  Montefranco  -  questo  è  asso- 
dato -  è  tale  donna  da  costringere  al  rispetto  i  più  audaci;  e  io 
sono  tale  uomo  da  rispettare... 

(Claudia.  —  Anche  le  signore  che  vengono  a  vedervi  alle  undici  del 
mattino  f 

.M.vuRrzTO.  —  Marchesa...  luia  donna  come  voi  è  rispettabile  a  tulle 
le  ore. 

Claudia.  —  Resta  a  sapei-e  se  a  tutte  le  ore  è  rispettoso  un  uomo 
come  voi. 

Maurizio.  —  Certamente. 

Claudia.  —  Mi  fa  piacere  di  appienderlo.  E  poiché  avete  di  me  e  di 
voi  questa  magnifica  opinione,  io  ne  profitto  e  vi  chiedo  un  i»)' 
di  ospitalità.  {Siede). 

M.VURiziO  —  {sempre  più  confuso).  \'oi,  marchesa  di  Montefranco,  chii'- 
dete  ospitalità  a  questo  misero  mortale"? 

Claudia.  —  Vorreste...  indorale  la  i)illola  della  paura. 

Maurizio.  —  lo  non  indoro  niente. 

Claudia.  —  Ma  che  abbiate  paura,  si  vede  a  occhio  nudo. 

Maurizio.  —  Tutt'altro  !  Soltanto  io  supplico  la  vostra  cortesia  di  uoii 
tacermi  più  oltre  il  motivo  per  cui  vi  de.miate  di  chiedermi  ospi- 
talità. 

Claudia.  —  Se  io  fossi  nei  vostri  |)aiini,  la  concederei  subito  e  illi- 
mitatamente. (Cow-  grazia  umoristica)  È  vero  die  voi  siete  ri- 
spettoso e  io  sono  rispettabile:  ma  la  rispettabilità  d"  una  donna 
non  è  che  un  pallone  di  carta.  Un  vento  lo  dirige  di  là.  un  altro 
lo  dirige  di  qua...  Poi  a  un  tratto  si  brucia  in  aria  o  si  sgonfia 
e...  cade  do\e  meno  lo  credett'. 

Maurizio  —  (sudando  freddo).    Marchesa  !... 

Claudia.  —  Dio  buono,  non  vi  turbate  di  nuovo.  Vi  pare  forse  che 
la  caduta  sia  imminente  1 

Maurizio.  —  Marchesa!... 

Claudia.  —  Parola  d'onure.  se  tutti  i  mariti  avessero  degli  amici  in- 
timi come  voi,  le  povere  mogli  mi  farebbero  pietà!  Ma  rassicu- 
ratevi. Il  pallone  di  carta  è  ancora  gonfio.  È  ancora  su.  Non  sono 
qui  per  offrirvi  la  mia  mano  sinistra. 

Maurizio.  —  Ne  ho  la  profonda  convinzione. 

Claudia.  —  Io  sono  qui,  a  quest'ora,  esclusivamente  perchè  so  che 
a  quest'ora,  di  solito,  ci  viene  mio  marito. 

Maurizio.  —  E  appunto  perciò  mi  par  d'essere  sui  carboni  ardenti. 
E  indiscutibile  che  se  egli  vi  trova  in  casa  mia,  sarà  un  fatto  or- 
ribile !  lo  non  saprò  come  regolarmi,  non  saprò  come  salvarvi... 

Claudia.  —  Siete  d'una  esperienza  commovente  !  Quando  verrà  Ini, 
io  mi  nasconderò.  Si  capisce. 

Maurizio.  —  Vi  nai;conderete  ";"  ! 

Claudia.  —  E  ascolterò,  dalla  prima  alluUima  parola,  la  vostra  con- 
versazione. 


MATERNITÀ  53 

Maurizio  —  (cominchindn  a  mccapeszarsi).  Ah  !...  Questo  è  il  vostro 

progetto  ? 
(Ii.AUDiA.  —  Voi  siete  il  confidente  di  mio  marito.  Egli  è  con  voi  come 
con  un  fratello.  V'i  racconta  tutto.  \'ì  la  i  suoi  sfoghi.  Vi  rivela 
(luel  che  pensa,  quel  che  sente,  quel  che  desidera,  quel  che  vuole, 
quel  che  gli  passa  pel  capo  anche  fugacemente,  quel  che  per  la 
pigrizia  della  sua  coscienza  non  rivelerebbe  forse  neppure  a  se 
stesso  ;ed  io.  nascondendomi  dietro  un  uscio  di  casa  vostra  quando 
egli  è  qui.  apprenderò  tutto  ciò  che  non  potrei  apprendere  altri- 
menti. Né  più,  né  meno.  Che  ve  ne  pare  ? 
.Macrizio.  —  Un  agguato  ! 

CiAiDiA.  —  Un  po'  di  fotografia  istantanea  che  una   moglie  applica 
al  cervello  di  suo  marito.  Il  congegno  è  nuovo,  semplice,  carino, 
e  di  successo  sicuro. 
Maurizio.  —  Ci  vorrebbe  poco  a  guastarlo,  per  altro. 
Claudia.  —  Lo  so.  Basterebbe  che  avvertiste  in  tempo  il  vostro  amico, 
dicendogli:  «Attento  che  tua  moglie  è  qui:  è  dietro  quell" uscio, 
ti  ascolta...  »  Ma  voi  non  glielo  direte. 
Maurizio.  —  Glielo  dirò! 
/^.laudia.  —  E  avrete  poi  il  modo  di  provare  j)ositivamente  che  la  mia 
^'       venuta  in  casa  vostra  non  sia  stata  un"  im])rudenza   di    amante"? 
La  vostra  denunzia  parrebbe  un  espediente  trovato  con  soverchia 
furberia  per  iscansare  l'eventuale  pericolo  della  scoperta:  e  ogni 
sforzo  per  dimostrargli  la  \erità    parrebbe,    viceversa,    artificio  e 
menzogna.  Voi  com])rometlereste  me.  lo  comprometterei  voi.  Tutt'e 
due  comprometteremmo  lui.  E  vi  avverto  che  ci  metterei  tutta  la 
mia  buona  volontà  a  compromettervi  per  vendicarmi  della  vostra 
denunzia. 
.Maurizio.  —  Sicché? 

Claudia.  ^  0  passare  per  il  mio  amante  senza  esserlo  e  subire  tutte 
le  conseguenze  della    compromissione,  o  rassegnarvi,  almeno  pei- 
una  volta,  a  essere  più  ^mico  mio  die  di  mio  marito. 
Maurizio.  —  0  la  borsa  o  la  vita?! 
Claudia.  —  Precisamente. 
ìMaurizio.  —  Ma  passare  per  il  vostro  amante  senza  nemmeno  esserlo. 

sarebbe  d'una  gravità  eccezionale  ! 
Claudia.  —  Pettegolezzi,  responsabilità,  duelli,  processi  1  E,  per  giunta. 

una  figura  alquanto  odiosa  al  cospetto  della  società... 
Maurizio.  —  Alquanto  ridicola  al  cospetto  mio! 
Claudia.  —  Scegliete. 

Maurizio.  —  Sarò  il  vostro  conqilice.  marchesa! 
Claudia.  —  E  farete  una  buona  azione. 

Maurizio.  —  Credo  nondimeno  che  la  mia  complicità  non  approderà 
a  niente.  La  vostra  fantasia  di  moglie  diftìdenfe  immagina  chi  sa 
quali  conversazioni  sovversive  fra  me  e  lui.  Sì,  di  tanto  in  tanto, 
è  possibile  ch'egli  mi  faccia  delle  confidenze,  che  mi  chieda  o  mi 
dia  dei  consigli,  che  mi  apra  l'animo  suo:  ma  dai  nostri  colloqui 
non  vengono  mai  fuori  rivelazioni  o  indizi  di  cui  voi,  che  avete 
molto  spirito  e  poche  rosee  illusoni,  vi  potreste  meravigliare  o 
d(jlei-e.  D'altronde,  stamane  egli  potrebbe  parlarmi  di  cavalli,  di 
autoM'.obili,  dei  sospetti  che  desta  la  vena  di  Mario  Corlini  ;  po- 
ti('bl>e  parlarmi,  non  so.  di  tutto,  fuoichè  di  ciò  clic  v'interessa, 
fuorché  di   ciò   che  é  oiigctlo  dei    xoslil   (lul)bii  ;  e  in    lai   caso   io 


54  MATRKNITÀ 

avrei  tnuiito  ramicizia  senza  neaiii'he  la  sotldislazioiif  d'avervi 
reso  un  servigio.  Via.  marchesa,  rinunziate. 
("-i.Ai'DiA.  —  Mio  carissimo  amico  di  mio  marito,  se  i  miei  calcoli  non 
sono  sbagliati,  egli,  stamane,  non  vi  parlerà  ne  di  cavalli,  né  di 
automobili,  né  di  baccarat.  \'edrete.  L'uomo  più  scaltro  è  sempre 
un  po'  un  fantoccio  nelle  mani  di  una  donna,  sia  pur  essa  la  più 
ingenua.  Io  non  sono  ingenua,  e  mio  marito  non  è  scaltro.  R 
convinto  di  esserlo,  ma  non  è.  (Confondere  lo  scetticismo  con  la 
scaltrezza  è  un  ei'rore.  Io  ho  data  la  corda  al  mio  fantoccio,  e  per 
oggi  egli  non  vi  parlerà  di  cose  futili.  Del  resto,  gliel'  ho  data 
senza  nessuna  maligna  premeditazione.  Ho  compiuto  anzi  un  mio 
dovere,  annunziandogli  un  fatto  molto  serio  e  per  me  anche  molto 
bello  !  Il  suo  contegno  mi  ha  paralizzata.  Ho  sentito  il  bisogno 
di  conoscere  tutto  infero  il  suo  pensiero.  Ne  ho  sentito  il  diritto. 
P^i'a  breve,  lo  conoscerò.  E  non  c'è  altro. 
Maurizio.  —  Tutto  questo,  marchesa,  è  d'una  solennità  che  m'im- 
pensierisce, che  mi  sconvolge. 
Claudia.  —  Io  vi  assicuro,  mio  buon  Maurizio,  che.  mentre  vi  parlo, 
nessuna  donna  è  più  felice  di  me. 

Maurizio.  —  lo  participerei  volentieri  alla  vostra  felicità  se  mi  fosse 

consentito  di  non  trovarmi  qui.  vicino  a  voi. 
Claudia.  —  th-edele  dunque  pro|)rio  che  stia  per  cascare  il  mondo? 

Maurizio.  —  11  mondo,  no  ;  ma  una  tegola  sul  mio  capo,  si.  Io  ne 
ho  il  presentimento. 

Claudia  —  (alandosi}.  Guardatemi  in  faccia  e  avrete  invece  il  pre- 
sentimento più  lieto  che  si  possa  avere. 

Maurizio.  —  Ma  è  permesso  almeno  di  saper  la  ragione  della  vostra 
insuperabile  felicità  .' 

Claudia  —  {con  (ili  ocelli  pieni  di  luce).  Una  ragione  grande  grande 
grande  ! 

Maurizio.  —  Che  non  volete  ilii'ini  .' 

Claudia.  —  Ve  la  dirà  lui,  non  dubitate. 

Maurizio  —  {solibahondu).  A  proposito!...  Egli  può  capitarci  addosso 
da  un  momento  all'  altro.  Entra  spesso  senza  farsi  anmmziaie. 
Per  carità,  marchesa,  non  ci  lasciamo  .sorprendere  !  Avete  defini- 
tivamente deciso  di  aspettarlo? 

Claudia.  —  Ne  dubitate  ancora  ? 

Maurizio.  —  Ebbene,  se  siete  irremovibile,  nascondetevi  subito,  e  che 
Dio  mi  protegga  !    {Indicando  f  uscio  laterale)  Qui,  qui... 

Claudia  —  {prima  di  aprire,  maliziosamente).  Che  camera  è  questa? 

Maurizio  —  {i mìiarazzatissimo) .  Marchesa,  è  la  mia  camera...  da  letto. 
Ne  sono  dolente,  ma  è  cosi.  È  la  .sola  che  sia  attigua  al  mio  salotto. 

Claudia.  —  Meglio!  È  la  camera  più  conqirometteiite.  Ciò  mi  garantisce 
la  vostra  complicità.  {Apre.  Guarda).  C.amera  da  letto...  per  due? 

Maurizio.  —  Io...  di  notte...  ho  l'abitudine  di... 

Claudia.  —  Di  raddoppiarvi  ? 

Maurizio.  —  Press'a  poco,  marchesa. 

Claudia.  —  Meraviglioso  ! 

Maurizio.  —  Mah  ! 

Claudia  —  {uscendo).  Vi  raccomando,  Maurizio.  Lasciatelo  parlare. 

Maurizio.  —  Io  ne  piglio  una  malattia  ! 

Claudia  —  (chiude). 


MATERNITÀ 


SCENA  y\\ 

Maluizio.  Decuo.  indi  Au'kkdu. 

Maiirizio  —  [in  (jrande  orgasmo,  tocca  due,  tre.  quatlro  vuìfe  urgente- 
mente il  fiottone  del  campanello  elettrico). 

Decio  —  (entrando,  assume  il  suo  aspetto  di  serco  esperto). 

Maurizio.  —  Decio...  la  signora  di  poco  fa  se  n'è  andata. 

IJecio.  —  Diciamo  così,  la  seconda  signora. 

Maurizio.  —  La  seconda  signora. 

Decio.  —  lo,  non  1"  ho  vi-sta  uscire. 

Maurizio.  —  Perchè  sei  uno  stordito.  {Martellando  le  parole}  Se  ne  è 
andata  ! 

Decio  —  {ride}.  Eh,  eh,  eh! 

Maurizio.  —  Non  ridere  ([iiando  ti  do  degli  ordini. 

Decio.  —  Se  ne  è  andata. 

Maurizio. — Se  viene  il  marchese  di  Montetianco.  \n\ò  entrare  libera- 
mente come  al  solito. 

Decio.  —  11  marchese  è  venuto  un  minuto  tii. 

Maurizio  —  {spaventato}.  Santi  numi!  E  che  gli  hai  (h'tloV 

Decio.  —  L'ho  pregato  di  aspettare  un  momentino. 

Maurizio.  —  Non  gli  hai  detto  altro".' 

Decio.  —  Non  una  parola  di  più.  Conosco  i  miei  doveri. 

Maurizio.  —  \'a!  Presto!  Chiamalo!  Presto!  Decio!  Muoviti!  Muovili! 

Decio  —  (esce  correndo). 

Maurizio.  —  Io  ne  piglio  una  malattia  ! 

Alfredo  —  (entrando).  Come!  Sei  solo'.' 

Maurizio.  —  0  perchè  non  dovrei  essere  solo";? 

Alfredo.  —  11  tuo  servo  mi  ha  fatto  aspettare. 

]\1aurizio.  —  Ti  domando  mille  scuse.  È  stato  un  ecpiivoco. 

Alfredo.  —  Egli  aveva  una  certa  faccia! 

Maurizio  —  (accalorandosi).  Ma  che  faccia  si  è  [M'iiucsso  di  avere  ([uel- 
r  animale?! 

Alfredo.  —  La  faccia  del  servo  di  un  padrone  che  è  in  buona  com- 
pagnia. 

Maurizio.  —  Io  mi  meraviglio  di  te  che  stai  a  guardare  la  faccia  del 
mio  servo!  Queir  uomo  è  un  bugiardo. 

Alfredo.  —  Se  non  ha  parlato  ! 

Maurizio.  —  È  un  bugiardo  sopratutto  quando  tace.  Io  non  ero  né  in 
buona  né  in  cattiva  compagnia.  E  ti  prego  di  credermi.  Domando  e 
dico:  perchè  non  dovi'ei  esser  solo"? 

Alfredo.  —  Ma  tini.scila.  .\vevo  creduto  che  non  ti  fossi  ancora  libe- 
rato dalla  piccola  Olga. 

yi.\.vsR.uio  —  (rasserenandosi).  Ah!  Dalla  piccola  Olga:'...  Difatti... 

Alfredo.  —  Ma  guarda  che  gesuita!  Ci  scommetto  che  per  non  far- 
mela incontrare  1'  hai  mandata  via,  alla  chetichella,  per  la  porla 
di  servizio  ! 

Maurizio.  —  R  probabile. 

.\lfredo. — Come  se  io  pi)i  non  fossi  al  corrente  di  tutto!  Tre  volte 
la  settimana!  Lunedì,  mercoledì  e  venerdì.  Oh!  Hai  fatto  un  buon 
contratto.  Olghina  è  un'oca,  ma  ha  delle  attrattive.  Quasi  inedita, 
salute  eccellente... 


ó(j  '       MATERNITÀ 

Maurizio.  —  Ottima  salute,  questo  si. 

Alfredo.  —  Ieri  sera  mi  fece  ridere  tanto  l'Elvira  Melfi,  curi  cui  Olsi-hina 
si  era  consigliata.  tJià,  il  salotto  della  Metti  è  diventalo  di\erten- 
tissimo:  una  specie  di   Borsa  in  cui... 

Maurizio  —  (dando  uìi'occhiafd  alla  porta  a  destra  e  interrompendo 
vivacemente).  Hai  visto  il  l'isultato  della  gara  Parifii-Vienna"'  Il 
trionfo  delle  Mercedes!  Ma  le  Panhard  si  sono  battute  bene!  lo, 
per  me,  sono  sempre  per  le  F^anbaid.  p]  vero  clie  non  possederò- 
mai  un  automobile,  ])erchè  l'automobile  è  decisamente  il  meno 
igienico  dei  veicoli.  Chi  ci  sta  dentro  non  ha  come  respirare.  Clii 
non  ci  sta  dentro  ne  è  investito.  L'uno  crepa  d'asfissia,  l'altro  si 
rompe  la  nuca,  quando  non  se  la  rompono  l'uno  e  l'altro.  Tutto 
ciò  non  è  igienico...  Ma  non  importa.  Io  sono  per  le  Panhard.  Se 
mi  si  condanna  ad  andare  in  un  automobile,  io  vado  in  una  Pan- 
hard.  È  inidile!  La  sento  così.  Le  corse  non  provano  niente.  Mi 
dirai:  la  velocità,  l'er  conto  mio,  potrei  rispondere:  io  della  velo- 
cità me  ne  impipo.  Ma  comprendo  che  i  miei  gusti  nOn  faiuio 
legge!  E  neppure  1" igiene  fa  legge!  La  migliore  igiene,  del  resto,  è 
((nella  di  scomodarsi  il  meno  possibile.  La  questione  della  velocità 
è  ritenuta  di  iJiimaria  importanza '.'  Ebbene,  ragioniamone  un  po'!... 

Alfredo.  —  Ma  che  diamine  hai  con  gli  automobili'? 

Maurizio.  —  No,  volevo  assodare  che... 

Alfredo.  —  Mi  sembri  uno  scimunito  stamane.  La  buona  salute  della 
piccola  Olga  ti  ha  dato  alla  testa.  Si  vede  che  invecchi.  Lascia 
stare  gli  automobili,  e  dammi  retta,  pei'chè  ln)  da  parlarti  di  cose 
molto  stabili. 

Maurizio  —  (paurosamente).  Parla,  parla. 

Alfredo.  —  Dunque... 

Maurizio.  —  Scusa  però  una  bi'eve  sospensiva  |)er  soddisfare  una  cu- 
riosità. Come  è  andata  Jeri  sera  la  partita"?  Che  giuoco  ha  fatto 
quel  buon  Gorlini"?  Bada  che  io  sono  uno  di  quelli  che  lo  mande- 
rebbero dritto  in  Corte  d'assise.  Mi  dirai:  la  fortuna  !  Nix!  Altro  che 
fortuna!  S'intende  che  avrà  guadagnato  anche  jer  sera,  e  tu  sarai 
stato  una  delle  vittime... 

Alfredo.  —  Ma  no.  ma  no,  non.  ci  stetti  iei'i  sei-a  al  Club.  Fui  seque- 
strato dalla  Melfi  e  capirai... 

Maurizio  —  {subito,  a  voce  alta),  lo  sono  uno  di  quelli  che  lo  mande- 
rebbero dritto  alle  Assise.  Abbi  pazienza:  come  mi  spieghi... 

Alfredo  —  {interrompendo).  Vuoi  sentire  si  o  no  ciò  che  lio  da  dirti"? 

Maurizio.  —  Sono  qui  ])er  ascoltarti. 

Ai,FREDO.  —  E  cerca  di  essere  chiaroveggente  perchè  è  pi'obabile  che 
tu  debba  un  po'  aiutarmi.  {Siede). 

Maurizio  —  {perplesso).  Figurati!  A  tua  disposizione.  {Siede  anche  lui). 

Alfredo.  —  Mio  caro  Ma  inizio,  io  sono  ini  gi'and'  nomo. 

Maurizio.  —  Questa  è  una  lenona  notizia. 

Alfredo.  —  Ieri,  io  avevo  dei  debiti...  molti  debiti!   K  oggi... 

Maurizio.  —  Non  ne  hai  più"?! 

Alfredo.  —  Ne  ho  sempre.  Ma  posso  farne  degli  altri. 

Maurizio.  —  Non  mi  pare  eccessivamente  facile! 

Alfredo.  —  Ti  pari'à  facilissinio  (piando  salirai  che  sono  riirscito  a  far 
la  pace  con  mio  zio. 

Maurizio.  —  Pei'liacco!  K  iirr  miracolo!  K  come  (■  accaduto  ciò"?  Come 


MATERNITÀ  ■.)! 

hai  potuto  calmare  il  suo  sdej>no  anuoso?  Aveva  giurato  di  iiou 
darti  quartiere.  Ti  aveva  diseredato  cosi  <-i)rdialiiieiite.  Aveva  testato 
in  favore  di  cincjue  ospedali. 

Alfredo.  —  Gli  ospedali,  amico  mio,  sono  spacciati  ! 

Maukizio  —  (levando  molto  la  voce).  Immaoino  la  conlentezza  di  tua 
moglie! 

.Alfredo.  —  tUaudia  non  ne  sa  ancoia  nulla.  La  pace  è  stata  falla 
mezz'ora  la,  e  uscendo  di  casa  non  le  lio  voluto  comunicare  il  mio 
disegno.  Oh!  Un  disegno  estemporaneo!  Un  momento  di   genio! 

Malrizio  —  (titiiha)ìfe).  -  -]je  farai...  una  hella  sorpresa! 

.\lkredo.  —  K  sarà  per  lei  una  i-agione  di  legittima  fierezza,  percliè. 
bada  che.  in  fondo,  questo  miracolo  è  proprio  a  lei  che  lo  devo. 

Maurizio  —  {interroga  con  gli  sguardi). 

Alfredo.  —  Non  inclovini? 

Maurizio.  —  No. 

Alfredo.  —  Claudia  mi  lui  rejialato  un  tìglio. 

Maurizio.  —  All'impensata.'! 

Alfredo  —  Repentinamente! 

Maurizio.  —  Aspetta...  tu  mi  fai  ammattire...  Rei>entinamente  t'è  ve- 
nuto fuori  un  tiglio.' 

Alfredo.  —  Non  è  ancora  venuto,  ila  verrà.  Questa  mattina  ne  ho 
avuto  da  lei  il  preannunzio  uftìciale. 

Maurizio  —  (ricorda  le  parole  di  Claudia).  Ah.  ecco!  Ora  intendo 
tutto!...  0,  meglio...  non  intendo  quasi  nulla.  Tua  moghe  ti  dà 
un  tìglio  e  tu  fai  la  pace  con  tuo  zio"/ 

Alfredo.  —  Sei  ottuso.  Non  era  solamente  per  la  mia  vitaccia  che  lo 
zio  mi  aveva  abbandonato.  Che  cosa  lo  aveva  reso  addiiittura  im- 
placabile' La  sterilità  di  mia  moglie...  o  la  mia:  quella  della  nostra 
unione,  insomma.  Avere  un  pronipotino  era  stato  il  suo  sogno,  e, 
dopo  le  mie  prime  scapataggini  di  marito,  era  sfata  la  sua  formale 
imposizione.  Gli  premeva  |)ure  che  la  stirpe  continuasse,  capisci.  Lo 
desiderava  maschio,  naturalmente,  il  continuatore:  ma  in  via  transi- 
toria si  sarebbe  accontentato  anche  d'una  femmina.  Lui  me  lo  aveva 
detto  a  chiare  note:  «  Se  avrai  un  bam))ino.  io  ti  perdonerò  senza 
restrizioni:  se  avrai  una  bambina,  io  ti  perdonerò  a  metà  ».  Era 
evidente  che  il  perdono,  tiadotto  in  cifre,  sarebbe  stato  un  ama- 
bile accomodamento  tinanziario  durante  la  sua  vita  e  avrebbe  as- 
sicurato per  lo  meno  l'eredità  alla  jirole  e  l'usufrutto  a  me.  Come 
vedi,  mio  zio  aveva  avuto  un  modo  molto  jìiatico  d'incoraggiare 
la  fecondità.  E  ti  accerto  che  mi  bastava  di  pensare  alla  sua  pro- 
messa per  sentirmi... 

Maurizio.  —  Non  dire  sciocchezze  se  vuoi  che  io  ti  ascolti. 

.\i,FREbo.  —  Hai  torto  di  chiamarle  sciocchezze.  Mio  zio,  con  la  sua 
imposizione,  aveva  mostiato  di  essere  un  psicologo  e  un  fisiologo 
di  prim'ordine.  Egli  avea  compreso  bene  che  la  sua  promessa  mi 
avrebbe  fatto  finalmente  amare  mia  moglie. 

Maurizio  —  {ostentando,  a  voce  alta,  un  tono  di  convincimento).  Ma 
se  l'hai  sempre  amata  tua  moglie!  Senza  averne  l'aria,  non  hai 
amata  che  lei.  Non  ti  sei  innamorato  che  di  lei  ! 

Alfredo.  —  Va  là  che  non  è  vero. 

Maurizio  —  {riscaldandosi,  come  per  suggestionarlo),  lo  ti  garantisco 
che,  in  qualche  momento  di  es])ansione  siuceia.  in  (pialche  mo- 
mento di  franchezza,  tu  me  l'hai  confidato. 


58  MATERNITÀ 

Ai.KHKDO.  —  Mai.  mai.  mai  !  Xoii  fi  ho  mai  rietto  una  corbelleria  simile! 
Del  resto,  questo  è  un  dettaglio  che  non  ha  importanza.  La  verità 
è  che  il  mio  amore  fu.  per  cosi  dire,  tiafo  sprecato,  e  la  .seconda 
luna  di  miele  non  fu  più  produttiva  fiella  iirinia.  Mi  scoraggiai. 
Mi  rassegnai,  lo  e  lei,  (li  comune  accordo...  tacemmo.  E  mia  moglie 
mi  pareva  così  abituata...  al  silenzio,  che  quando  poi,  fatta  che 
ebbe  una  cura  di  bagni  a  l.schia.  nell'isola  dei  tremuoti.  mi  ritornò 
in  casa  con  delle  velleità  affettuose  e  fece  sorgere  la  terza  luna  di 
miele,  io  non  potetti  a  meno  di  sospettare  di  lei  e  di  manifestare 
a  te,  come  a  un  fratello,  i  miei  dubbi. 

M.\LiR[Zio  —  {vivissimamente),  lo  non  mi  ricordo  di  nulla,  e  non  te 
ne  ricordi  neanche  tu  ! 

.Vi.KKKDO.  —  Ma  io  me  ne  ricordo  perfettamente,  ed  è  per  questo  che 
mi  do  la  pena  di  raccontarti  i  fatti  miei.  In  uno  di  quei  tali  mo- 
menti di  franchezza,  in  uno  di  quei  tali  momenti  di  espansione, 
che  poc'anzi  mi  citavi  a  sproposito,  io  ti  dissi  di  sospettare  che 
il  non  breve  soggiorno  di  tllaudia  nell'  isola  vulcanica  l'avesse  de- 
cisa a  fare  il  gran  passo.  Mi  pento  ora  dello  sfogo:  ma  tant'è.  te 
lo  feci;  e  non  c"è  nulla  di  strano  che  io  mi  sia  aperto  con  te,  che 
sei  la  sola  persona  innanzi  alla  quale  non  mi  .sono  mai  messa  la 
maschera.  Tu  potresti  attestare  d'altronde  che,  nel  dubbio,  o  nella 
quasi  certezza,  ero  giusto  vei'so  di  lei.  La  trovavo  colpevole  ''  No. 
Le  movevo  rimprovero"?  No.  Anche  perchè,  poi,  se  lei  non  comin- 
ciava ad  essermi  infedele  che  dopo  dieci  anni  di  costante  infedeltii 
mia,  me  l'ero  cavata  bene  ! 

Maurizio.  —    Alfredo!  Alfredo!  Ti  prego!... 

Ai.KUKDO.  —  lo  vorrei  sapere  come  ti  vengono  oggi  queste  smanie  ila 
|iuritano? 

Mal'rizio.  —  Anzitutto,  io  non  sono  mai  stato  un  pervertito!... 

.Vi.FREDO.  —  Questo  è  vero,  ma  per  misura  igienica  ! 

Maurizio.  —  E  poi,  puritano  o  no.  non  ti  permetto  di  parlare  con  tanta 
leggerezza  di  tua  moglie  !  E  tengo  a  dichiararti  che  io  come  io 
ho  sempre  ritenuto  che  ella  fosse  insospettabile  e  invulnerabile  ! 

Ai.KREDO.  —  Di"  la  verità  :  le  hai  fatto  la  corte  e  ti  ha  detto  di  no. 

Maurizio.  —  Ti  proibisco  di  continuare  su  questo  tono  ! 

Alfredo  —  {celiando).  Se  ti  scaldi  così,  e"  è  quasi  quasi  da  pensare 
che.... 

Maurizio.  —  Sei  noioso  ! 

Alfredo.  —  Evvia  !  Rammollito  !  So  quali  riguardi  bai  per  quella 
donna  :  e  te  ne  ringrazio. 

Maurizio.  —  Ma  devi  conveniie  cun  me  che  il  tuo  sospetto  era  cam- 
pato in  aria. 

Alfredo.  —  Campato  in  aria,  no  !  Quando  una  moglie,  che  abbia  da 
un  pezzo  esonerate^  suo  marito  da  certi  doveri,  ricomincia  un  bel 
giorno  a  coltivarlo,  la  faccenda  può  non  esser  liscia.  Tanto  piii 
che  la  contemporaneità  del  marito  e  dell'amante  non  guasta  nem- 
meno la  poesia  d'un  convincimento,  in  cui  s'incontrano  tutte  le 
donne.  Il  loro  convincimento  è  che  se  ci  sono  delle...  conseguenze, 
queste  son  sempre  dovute  all'amante.  .\1  marito,  mai!  Una  illu- 
sione di  più  !  Ma  intanto  il  brutto  è  che  il  lìovero  marito  è  co- 
stretto a  subire  dei  rit(»rni  intempestivi  per  far  piacere  a  quell'altro. 
Questo,  per  esempio,  è  immorale  !  lo  non  l'ammetto.  Ed  ecco 
perchè,  impensierito  del  ritorno  di  mia  moglie,  mi  projiosi  di  sin- 


MATERNITÀ  59 

cerarmi.  In  fin  dei  conti,  c"pra  o  non  c'era  l'amanle?  E  se  c'era. 
(•Ili  era  ? 

,M AiKiz[o.  —  Ma  |iercliè  le  dici  a  me  (|uesle  cose? 

Ai.iiìEno.  —  Per  concludere  che  ho  avuto  torto  marcio  di  sospettare 
e  per  confessarlo  a  te.  a  cui  ebbi  la  (leb(dezza  di  esprimere  i  miei 
dubbi  e  nel  cui  animo  essi  avevano  potuto  lasciare  un  qualche 
verme  roditore. 

Maurizio.  —  Nessun  verme,  credimi. 

Alfredo.  —  E  sai  com'  è  che  oramai  sono  certo  di  avere  avuto  torto"? 

Maurizio.  —  Dimmelo. 

Alfredo.  —  Da  più  d'un  mese  io  faccio  pedinare  mia  moglie. 

Maurizio  —  (spalanca  gli  occhi).  Benissimo  ! 

Alfredo.  —  Quel  degno  personaggio  di  Filippo,  che  mi  è  devoto  perchè 
gli  debbo  dei  quattrini,  la  segue  scrupolosamente,  e  giorno  per 
giorno  mi  riferisce  a  che  ora  esce,  dove  va.  quello  che  fa... 

Maurizio  —  (cercando  di  celare  il  suo  turbamento).  Benissimo  ! 

.Vi.FREDo.  —  E  sino  a  jeri,  neanche  la  più  lieve  traccia  di  un  amante. 
Modiste,  sarte,  medici,  delle  visite  innocue,  delle  passeggiate... 

JIaurizio.  —  Sino  a  jeri?... 

.\lfredo.  —  Ma  giacché  un  mese  d' indagini  basta  e  ne  avanza,  sta- 
sera ordinerò  al  mio  lido  esploratore  di  smettere  l' inutile  spio- 
naggio... 

Maurizio  —  (stentando  a  mostrarsi  calmo).  Dopo  che  ti  avrà  fatto  l'ul- 
timo resoconto,  beninteso... 

Alfredo.  —  R  siccome  sarà  insignificante  come  gli  altri... 

Maurizio  —  (alliinto).  Naturale  ! 

Alfredo.  —  lo  potrò  vantarmi  domani,  mio  caro  Maurizio,  di  essere 
completamente  padre  ! 

.Maurizio.  —  Che  gio.ja  ! 

■\lkredo.  —  Una  gio.ja  immensa!  Quando  slamane  mia  moglie,  tutta 
commossa  e  timida,  mi  ha  data  1'  inattesa  notizia,  io,  non  te  lo 
nego,  sono  limasto  un  110'  male.  Non  accade  s]iesso  di  mettere  al 
mondo  il  primo  figlio  dopo  dieci  ainii  di  matrimonio.  Ma  ajipena 
r  immagine  di  mio  zio,  cioè  di  due  milioni,  è  appai'sa  dinanzi  a 
me,  l'orizzonte  mi  si  è  rischiarati),  e  la  maternità  di  mia  moglie 
mi  è  sembrata  una  delle  opere  più  grandiose  compiute  dalla  mo- 
derna civiltà  ! 

.M.\irizio  —  {con  iiìì  fìl  di  (Hìce).  E  adesso  che  ci  dovrei  fai'e  io  in  tutto 
questo  idillio  ? 

Alfredo.  —  Tu,  col  tuo  tatto,  col  tuo  garho,  dovrai  affrettare  gli  av- 
venimenti. 

Maurizio.  —  Quali  ? 

Alfredo.  —  Mio  zio  si  è  lamentato  della  tua  lunga  assenza.  Ha  do- 
mandato di  te  con  tenerezza. 

Maurizio.  —  Troppo  buono,  tuo  zio  ! 

Alfredo.  —  E  quindi  tu  andrai  da  lui  col  pretesto  di  congiatularti 
della  pace  fatta.  Gli  parlerai  di  me  diffusamente.  Gli  dirai  clie  io 
mi  sono  ti'asformato.  che  sono  diventato  un  marito  esemplare,  un 
liadre  ifiijìareggiabile. . . 

Maurizio.  —  Prima  che  sia  nato  il  tiglio? 

Alfredo.  —  Ma  si.  Il  buon  padre  si  dislingue  anclie  |)rima  che  il  figlio 
nasca.  Si  vede  subito.  Tu  lo  iiai  già  visto  in  me.  E  con  rajuto 
della  tua   perorazione   i()   indurrò   mio   zio.  il   (piale  non  ha   (die 


(io  MATERNITÀ 

seflaiifanni,  a  una  emissione  finanziaria  provvisoria,  per  cui,  al 
postutto,  egli  nvih  il  vantap-gio  di  potersi  godere  la  sua  longevità  .. 
senza  clie  alcuno  gliene  serbi  rancore.  Ti  va? 

.Maiuizio.  —  Non  mi  \a  molto;  ma  tu  lo  hai  stabilito  e  cosi  sia.  Sa- 
ranno menzogne  dell'altro  mondo  ! 

Ali'kedo.  —  Non  c'è  che  la  menzogna  per  fare  un  po'  di  bene  all'uma- 
nità. {Alzandosi)  E  con  questa  piofonda  sentenza  tilosotica.  me  ne 
vado.  Vieni  a  colazione  con  me"? 

Maurizio  —  {sodduurdaìido  l'uscio  a  destra).  No!...  no!...  a  colazione 
con  te,  non  posso... 

.Vlfhedo.  —  E  allora  ti  saluto.  Mia  moglie  mi  asi)efta,  e  io  voglio  es- 
sere gentilissimo  con  lei:  pieno  di  delicatezze,  pieno  di  pensieri 
carini... 

Maurizio.  —  Va',  va'.  Se  ti  aspetta,  non  ritardare. 

Alfredo.  —  Ma  perchè  non  vieni"?  Un  po' di  platea  mi  piacereld»^ 
tanto  !  Fammi  questo  favore. 

Maurizio.  —  T'  ho  detto  che  non  è  possibile.  Anzitutto,  non  mi  sento 
bene.  Ho  un  peso  alla  testa...  un  altro  al  cuore...  un  altro  allo 
stomaco... 

.Vlpredo.  —  Dil'atti,  sei  pallido. 

Maurizio  —  (con  siiì>ita)iea  preoccupazione).  Sono  pallido"?! 

.Vi. PREDO.  —  Si,  abba.stanza.  (lerca  di  non  ammalarti  pi()|)rio  oggi.  Più 
tardi  devi  andare  da  lui.  E  stasera  poi,  a  ))ranzo  con  me  tutfe 
due.  E  senza  fallo!  Mettiti  un  pochino  a  letto  ora. 

Maurizio  —  (guardando  di  nuovo,  più  che  mai  allarniato,  la  porla  a 
destra).  No!  A  letto,  no!  (Ihe  esagerazione! 

Alfredo.  —  Ma  cura  la  tua  salute,  i)erdinci!  Tu  non  ti  curi  come 
dovresti.  E  grazie,  eh"?...  Grazie  anticipate!  (Gii  sfrini/r  la  maim). 

Maurizio.  —  Carissimo  Alfredo! 

.ALFREDO  —  (s'avvia  per  uscire:  indi  a  un  Iratlo  .sv'  rolla).  Ti  senti 
meglio  "? 

Maurizio.  —  Meglio,  meglio!  Sta"  trancpiillo,  mi  senio  meglio! 

Alfredo.  —  Addio.  (Esce). 


SCENA  V. 
Maurizio  e  Claudia. 

Maurizio  —  (ansiosamente  va  alla  porla  in  fondo  per  assicurarsi 
che  Alfredo  sia  partilo  :  quiìidi  corre  alla  porla  laterale,  come  per 
chiamar  Claudia). 

Claudia  —  (senza  aspettare  che  etili  la  chiami,  entra.  Viso  calmo,  di 
una  calma  disdegnosa  fatta  di  profondo  disgusto  e  di  fierezza.  Il 
sarcasmo  acre  è  sulle  sue  labbra,  atteggiate  a  un  sorriso  amaro). 

Maurizio  —  (agitatissimo  e  disfatto).  Avete  udito!"? 

Claudia.  —  Ero  qui  per  questo. 

Maurizio.  —  La  persona  da  cui  vi  ha  latta  seguire  gli  dirà  ceitamente 
che  siete  venuta  da  me. 

Claudia  —  (fredda).  Glielo  dirà. 

.Maurizio.  —  Tutto  sommato,  sarà  meglio  che  glielo  dica  subilo  io 
stesso. 

Claudia.  —  Non  sarà    uè   meglio   né   peggio,   perchè    risulterà   chiaro 


MATERNITÀ  61 

clic  voi  s:lielo  avrete  detto,  in  mancanza  di  iiilii  espedienti,  dopo 
di  avere  appreso  che  io  sono  stata  pedinata  anclie  stamane. 

Mai  itizio.  —  E  allora"?...  Che  cosa  facciamo?...  In  che  modo  ci  sal- 
veremo ?. . . 

Claldia.  —  Cioè:  in  che  modo  vi  salverete "?  Quanto  a  me,  non  sento 
punto  la  necessità  di  salvarmi.  E  non  sarebbe  neppure  possibile 
il  salvataggio.  Per  mio  marito,  con  o  senza  di  voi,  io  sono  già 
una  donna  che  ha  un  amante.  Spero  che  la  vostra  perspicacia  vi 
abl)ia  permesso  di  com]ìrendere  ch'egli  mi  crede  la  più  furba  delle 
adultere  e  che  dal  momento  che  io  gli  rendo  il  servigio  di  for- 
nirgli il  bamboccio  per  cui  suo  zio  gli  riapre  le  braccia  e  la  borsa, 
egli  vuole  perfino  evitare  il  fastidio  di  sapere  da  che  parte  gli 
venga  la  fortuna.  Chi  si  deve  salvare,  dunque,  siete  voi,  non 
sono  io. 

Mal'kizio.  —  Donna  Cllaudia.  io  lo  avevo  presentito  che  un  grosso 
guajo  sarebbe  accaduto  ! 

Claudia  —  (sempre  fredda,  con  una  punta  di  grazioso  umorismo). 
Vi  dispiacerebbe  proprio  molto  di  passare  per  il  mio  amante  ? 

^Ialrizio.  —  Voi  avete  il  coraggio  di  burlarvi  di  me  quando  io  mi 
sento  morire... 

Claudia.  —  Rispondete,  intanto. 

iJAURizio.  —  Al  «"onspetto  di  vostro  marito,  certo  che  mi  dispiacerebbe! 

Claudia.  —  E  al  conspetto  degli  altri,  no? 

Maurizio.  —  Al  conspetto  degli  altri  me  ne  vergognerei  ! 

Claudia.  —  Grazie  del  complimento  ! 

Maurizio.  —  Ma  no!  Voi  fraintendete....  lo  ne  avrei  vergogna  e  ne 
sarei  orgoglioso...  Voi  siete  una  donna  per  la  quale  un  uomo... 
Basta,  non  divaghiamo,  ve  ne  prego...  Datemi  almeno  un  consi- 
glio... .\jutatemi...  Non  mi  lasciate  solo  in  questa  terriiiile  situa- 
zione... 

Cl.vl  dia.  —  Mio  buon  Maurizio,  io  sono  diventata  un  ])o' egoista.  Ho 
sajiuto  ciò  che  desideravo  di  sapere.  Ho  saputo  che  mio  marito  «^ 
molto  più  vile,  è  molto  più  volgare,  è  molto  più  spregevole  di 
(|uanto  m'era  parso  sinoia.  Io  vi  sono  riconoscente  della  vostra  cor- 
lese  condiscendenza  e  di  tutto  quanto,  nel  colloquio  con  lui,  avete 
rivelato  di  veramente  gentile  per  me.  .Ma  non  contate  sul  mio  aiuto, 
e,  per  quel  che  può  riguardare  la  mia  esistenza,  non  abbiate  ne 
scrupoli  né  paure.  Io  mi  preparo  a  vivere  della  mia  felicità,  d'una  feli- 
cità che  è  soltanto  mia.  sempre  più  distaccata  da  lui  -  lo  spero  -. 
sempre  più  attaccata  al  grande  bene  che  tinalmente  ho  ottenuto  da 
me  stessa  !  lo  non  so,  ora,  con  precisione,  che  cosa  avverrà  :  ma 
so  che.  dato  il  vostro  temperamento,  io  vi  ho  piocuiata  qualche 
noja...  Perdonatemi.  E.  non  ostante  il  mio  egoismo,  iiermettete  ch<' 
da  oggi  in  poi  io  vi  chiami:  amico.  \'olete  darmi  as.sai  cordial- 
mente la  vostra  mano? 

Maurizio  —  {mi  po'  commosso).  Marchesa...  (Le  porge   la  mano). 

Cl.audi.v  —  (ffliela  stringe  con  effusione). 

Maurizio.  —  Siete...  una  santa  donna! 

Claudia.  —  Santa,  è  troppo.  Sono  una  donna...  che  è  madre.  .\  ri- 
vederci . 

Maurizio.  —  A  rivederci. 


02  MATERNITÀ 

SCENA  VI. 
Decio,  Maurizio,  Claudia. 

Decio  —  {entra  difilato  portando  mi  vassoio  con  tino,  hottUfliu  e  un 
hiccìiierino).  Aperitivo!   {Vedendo  Claudia)  Oh!? 

.Maurizio.  —  Idiota! 

Decio.  —  Mi  avevate  ordinato  di  eredere  clie  la  signora  non  ci 
era  più. 

Maurizio.  —  E  ve  l'ordino  ancora  ! 

Decio.  —  Posso  annunziare  ciie  la  colazione  è  |)ronta  ".' 

Claudia  —  (sorridendo).  Potete. 

Decio.  —  Pronta...  per  uno.  (Serio  e  dignitoso,  sogguard<tndn  Clau- 
dia, attraversa  la  camera  e  poggia  il  vassoio  sul  tavolino). 

Maurizio  —  {pianissimo  e  rapidamente,  a  Claudia).  Adesso,  è  neces- 
.sario  che  io  vi  tratti  come  una  cocotte. 

Claudia  —  {con  un  moto  istintivo  di  sorpresa).  Cosa? 

Maurizio.  —  State  accorta!  Bisogna  far  deviare  la  curiosità  di  questo 
imbecille.  La  sua  testimonianza  potiebbe  toglierci  ogni  speranza 
di  salvezza!  (A  Decio,  che  sta  2><'>'  svignarsela)  Restate  li.  voi! 
Tenete  su  quella  jiortiera.  {A  Claudia  che  .s'arria  per  ii.'icire) 
Addio.  Nini  ! 

(Claudia  —  (si  rotta  con  caricata  civetteria  inesperta). 

Maurizio  —  {le  manda  un  bacio  sulle  dita). 

Claudia.  —  Addio.  Nunù  (imitandolo  graziosamente,  gli  ricamhia  il 
bacio).  E  tanti  saluti... 

Maurizio.  —  A  chi? 

Claudia.  —  A  Olghina. 

Maurizio  —  (con  un  soprassalto),  (ila! 

Claui)l\  —  (esce). 

SIPARIO. 


MATERNITÀ 


63 


ATTO  SECONDO. 


Salotto  ol'unii  fine  elesanzii  iiol>ilf>8eii  in  casa  del  maiflios.-  ili  Montefranco. - 
Una  porta  in  fondo.  Una  a  destra.  Una  a  sinistra.  —  A  una  parete.  Tapparec 
chio  del  telefono.  —  È  sera.  Ijumi  accesi. 

SCENA    I. 

Un  servo,  Filippo,  indi  .\LKHEno. 

(La  scena  è  vuota). 
II.  .-^ERVO  —  (entra  dalla  porta  a  destra,  affacceìidato.  Va  al  telefono. 
Gira  la  manovella.  -  Tintinnio  di  risposta).  Coniunicazioue  col  VHt:3. 
(Dopo  un  istante,  altro  tintinnio).  Con  chi  parlo"?  {Pan.'sa).  .Vile 
dieci,  la  carrozza  del  signor  duca.  (Pausa).  No,  non  al  Circolo 
del  Whist.  Qui.  qui.  Sono  il  cameriere  del  marchese  di  Mcmtefraiico. 
Il  signor  duca  ha  pranzato  qui.  (Pausa).  SI,  va  bene,  il  landau 
chiuso.  (Gira  la  manovella  e  toglie  la  comunicazione).  {Va  alla 
porta  in  fondo  e  introduce  Filippo).  Favorite.  Il  signor  marchese 
viene  a  momenti.  Ha  finito  di  pranzare  e  gli  ho  potuto  far  Tam- 
basciata  senza  che  gli  altri  se  ne  accorgessero.  (Esce). 

Filippo  —  (ha  l'aspetto  d'un  cameriere  al  riposo.  Faccia  losca.  Fedine 
hreoi.  Niente  baffi.   Grosse   anella  alle  dita.  È  entrato  rispettosa- 
mente, con  in  mano  il  cappello.   Ora  che  è  solo  guarda  un  po'  alle  ' 
porte  curiosaìtdo.  Come  vede  avvicinare  il  marchese  di  Montefranco 
assume  un'aria  umile  e  misteriosa). 

Alfreoo  —  (in  frack  e  cravatta  Inanca,  entra  dalla  destra).  Che  c'è, 
Filippo?  Avresti  dovuto  venire  al  Circolo  verso  la  mezzanotte, 
come  al  solito.  Non  qui.  Sai  bene  che  mi  annoia  che  ti  si  veda 
bazzicare  in  casa  mia. 

Filippo  —  (sottovoce,  accostandosi  al  marchese).  Col  dovuto  rispetto 
a  Vostra  Eccellenza,  ho  anticipato  perchè  ci  sono  delle  novità. 

Alfredo.  —  Delle  novità? 

Filippo.  —  11  servizio,  finalmente,  è  stato  fatto. 

Alfredo  —  (scosso).  Davvero?! 

FiLiPPja.  —  Credo  che  ci  siamo,  Eccellenza. 

Alfredo.  —  Tu  non  devi  credere  nulla.  Devi  solamente  raccontare. 
E  presto,  perchè  ho  di  là  degli  invitati. 

Filippo.  —  Racconto,  Eccellenza.  Stamattina  la  signora  marchesa  è 
uscita  di  casa  alle  dieci  e  trentacinque  minuti. 

Alfredo.  —  Beh,  sbrighiamoci.  Dove  è  andata? 

Filippo.  —  La  signora  marchesa  era  vestita  magnificamente... 

Alfredo.  —  Questo  non  mi  riguarda.  Tira  via. 

Filippo.  —  No,  ecco,  voleva  dire  a  Vostra  Eccellenza  che  così  vestita 
non  l'avevo  mai  vista  a  quell'ora... 

Alfredo.  —  Abbrevia,  santodio!  Dove  è  andata? 

Filippo.  —  Eccellenza,  è  andata  alla  Riviera  di  Chiaia,  trecentoven- 
tiselte. 


B4  MATKHMTA 

.Vi-KKKi>o  —  {situsulUtndo).  Non  è  possiljiie! 

Filippo.  —  Treceiifoventiselte,  Eccellenza. 
(Breve  jja»sa). 

Alfredo.  —  Garantisci?! 

Fn-ippo.  —  Garantisco. 

ÀLfREDO  —  {con  una  certa  reticenza).  E...  a  (iiiale  piano  è  salita? 

Filippo.  —  Col  dovuto  rispetto  a  \'ostra  Eccellenza,  la  signora  mar- 
chesa è  entrata  in  casa  del  signor  Maurizio  Dorini. 

Altredo  —  (stranamente  impacciato).  Sta  bene.  (Indi,  pensando  alla 
sinriolarità  del  caso,  abbozza  un  sogghigno  eli  beffe  per  sé  stesso. 
E,  tosto,  agilmente  s'infìnge  e  prende  un  tono  di  tranquillità  in- 
differente). Non  c'è  altro? 

Filippo.  —  Non  c'è  altro,  Eccellenza. 

Alfredo.  —  E  a  te  sembra  d'avere  scoperto  qualche  cosa  d'impor- 
tante? 

Filippo  —  (rispettosamente).  Se...  non  seinlìia  importante  a  Vostra 
Eccellenza...  non  sembra  importante  neanche  a  me. 

Alfredo.  —  Chi  ti  ha  riferito  che  la  marchesa  si  è  recala  in  casa 
di...  quel  signore  ? 

Filippo.  —  Ho  date  venti  lire  di  mancia  al  jiortinaio  per  sapere  la 
verità. 

Alfredo.  —  Hai  fatto  malissimo! 

Filippo.  —  Come  piace  a  Vostra  Eccellenza. 

Alfredo.  —  Le  mance  troppo  grosse  non  servono  che  a  pagare  delle 
menzogne  !  Ti  sia  di  regola.  (Cava  del  danaro  dal  portafogli  e 
glielo  porge).  Prendi.  Ce  n'è  anche  per  te. 

Filippo.  —  Ma  no...  non  voglio  che  Vostra  Eccellenza  s'incomodi  ora. 
Abbiamo  tanti  conti  pendenti... 
.  Alfredo.  —  E  penderanno  per   un    |)ezzo.    Prendi    questo,  provviso- 
riamente. 

Filippo.  —  Per  obbedire  (iìifasca). 

Alfredo  —  (soccorso  ad  un  tratto  da  una  idea).  E  di'  :  quanto 
tempo  la  marchesa  si  sareblìe  trattenuta  in  quel  palazzo? 

Filippo.  —  La  signora  marchesa  è  montata  alle  undici  precise.  A  che 
ora  sia  scésa,  in  coscienza,  non  lo  so.  lo  sono  stato  ad  aspettare 
una  ventina  di  minuti.  Ma  poi  ho  detto  fra  me  e  me:  —  Qui,  col 
dovuto  rispetto  a  Sua  Eccellenza,  le  cose  vanno  per  le  lunghe... 

Alfredo  —  (interrompendo  severamente).  Non  ti  ho  chiesto  confo  dei 
tuoi  soliloqui  !  Il  certo  è  che  non  hai  aspettato  abbastanza.  Se  avessi 
aspettato  un  poco  di  più,  avresti  veduto  entrare  anche  me  in  quel 
palazzo.  Il  che  dice  con  chiarezza  che  proprio  lì  io  avevo  un  ap- 
puntamento con  mia  moglie.  Te  l'ho  taciuto  poc'anzi  per  control- 
lare la  tua  puntualità.  Sono  indignato  della  improntitudine  con 
cui  vieni  a  raccontarmi  delle  fandonie  ! 

Filippo.  —  Eccellenza  ! 

Afredo.  —  Basta  così  !  Da  oggi  in  poi  ti  è  assolutamente  proibito  di 
seguire  e  sorvegliare  mia  moglie.  Si  trattava  di  una  semplice  cu- 
riosità, e  l'ho  soddisfatta  altrimenti.  La  marchesa  -  ricordatelo 
bene  -  è  una  signora  a  cui  bisogna  fai-  tanto  di  cappello. 

Filippo.  —  Como  piace  a  Vostra  Eccellenza. 


.MATKKNITÀ  (>5 


SCENA  11. 
[|,  Duca  di  Vhìena,  Claudia,  Ai.fuedo,  Filippo,  Maurizio. 

Il  Dltca  —  {di  dentro).  Eccolo  lì  il  disertore. 

Al!'redo  —  {in  fono  disinvolto).  Andate,  Filipjio. 

{Sulla  soglia  della  porta  a  destra,  si  fermano  il  Duca  in  frak 
e  cravatta  bianca,  e  Claudia  appoggiata  al  hraccio  di  lui). 

FiiJPi'O  —  {inchinandosi  ad  Alfredo).  Servo.  {Ed.  esce  dal  fondo). 

Alfreoo.  —  Dico,  zietto:  mi  rapite  la  moglie'? 

Il  Duca.  —  Te  la  conduco,  invece.  Si  annoiava  cosi  lealmente 
con  me  ! 

Alfredo.  --  Non  ti  difendi,  (Uaudia? 

Claudia  -  {freddamente,  lasciando  il  hraccio  del  Duca).  Il  Duca  mi 
perdona. 

Alfredo.  --  Tutte  le  mie  s(;use,  zio,  per  lei  che  non  è  brillantissima, 
e  per  me  che  mi  sono  allontanato.  Ma  gli  è  che  avevo  da  fare 
delle  comunicazioni  interessanti  al  mio  segretario  e  i)erciò... 

Il  Duca  —  {avanzandosi).  Hai  un  segi'etario"? 

Alfredo.  —  Sì...  per  il  disbrigo  di  qualche  affare  urgente...  {Mutando 
subito  dixorso)    Questa  poltrona,  zio,  è  per  voi. 

Il  Duca  —  {■'fedendo).  Grazie. 

Alfredo.  —  E  Miurizio  dov'è?  Dov'è  Maurizio':?  Dov'è  (piel  caro 
Maurizi'j'.' 

Il  Duca.  --  Passeggia. 

Alfredo.  —  Ah,  toso.  Lui  |)asseggia.  Dopo  pranzo,  doviin(|ue  si  trovi, 
passeggia  un;',  mezz'ora  per  digeriie.  K  la  sua  igiene.  Ma  non  è 
una  ragione  per  privarci  della  sua  compagnia.  (  Va  alla  porta  in 
fondo  e  chiama:)   Maurizio!  Maurizio!  {Al  Duca)  E  lauto  buono! 

Il  Duca.  —  Mi  è  simpaticissimo  ! 

Alfredo.  —  Per  noi  è  come  una  |)ersona  di  famiglia.  LTii  amico 
d'oro.  Anche  Claudia  permette  a  lui  (piel  che  non  ha  mai  per- 
messo a  nessuno  ! 

Claudia.  —  A  nessuno. 

Maurizio  —  {come  gli  altri,  in  abito  nero  e  craralta  liianca.  -  En- 
trando, he.  uiito).  Che  cos'è  che  permettete  soltanto  a  me  donna 
Claudia  ? 

Claudia  —  {sedendo  lontano  dal  Duca).  Per  lo  meno  di  farmi  la  corte. 

Maurizio  —  {ha  una  smorfia  d' impazienza;  e  comincia  a  passeggiare 
con  passo  piuttosto  affrettato  intorno  intorno  la  camera). 

Ai^FREDO.  —  Ah  no  !  lo  ti  smentisco.  {Al  Duca)  È  una  blnguc,  zio. 
{Accostandìsi  a  Claudia  e  tenendole  le  mani  alle  spalle)  Questa 
qui  è  una  donnina  eccezionale  :  una  moglie  come  non  se  ne  tro- 
vano più. 

Il  Duca.  —  Dev'essere  difatti  una  eroina  del  matrimonio,  per  aver 
saputo  rinuamorare  un  marito  quando  questi  più  correva  la  ca- 
vallina. 

Alfredo.  —  I*]  oramai  ci  sono  dentro  fino  ai  capelli,  zio.  {Le  carezza 
il  collo). 

Claudia  —  {dominando  il  disdegno,  cerca  di  scansarsi). 

Il  Duca.  —  Bravo  ! 

5  VoL  evi,  Serie  IV  -  l->  luglio  1903. 


66  MATERNITÀ 

Alfredo.  —  Ho  preso  una  colta  come  si  può.  prendere  a  vent'anni  ! 

Maurizio  —  {sema  volerlo,  gli  getta  litio  sguardo  di  stupore). 

Alfredo  —  {andando  verso  il  nuca).  \^edete,  io  vi  potrei  raccontale 
dei  particolari  da  farvi  intontire. 

Il  Duca.  —  Raccontami  tutto.  Intontirò  con  molto  piacere. 

Alfredo  —  {sedendogli  accanto).  Ve  ne  dico  uno,  ma  all'orecchio. 

Maurizio  —  {ancora  passeggiando).  Perciiè  poi  all'oreccliio"?  Piacerebbe 
molto  anche  a  me  d'intontire. 

Alfredo.  —  Scusami,  ma  ho  due  jiudori  da  rispettare  :  il  mio  e  quello 
di  mia  moglie. 

Claudia.  —  Del  mio  non  te  ne  preoccupare. 

Maurizio  —  {ad  Alfredo).  Sei  d'una  correttezza  irreprensibile! 

Alfredo  —  {al  Duca).  Dunque,  .sentite...  {Gli  parla  all'orecchio  con 
dimestichezza  gaja). 

Il  Duca  —  {lo  ascolta  or  sorridendo  di  maraviglia  ed  or  di  compia- 
cimento). 

Claudia.  —  Mentre  mio  marito  rispetta  i  due  pudori,  Maurizio,  sacri- 
ficatemi un  po'  della  vostra  digestione.  Abl)iate  la  cortesia  di  se- 
dere. Mi  fate  venire  il  mal  di  mare. 

Maurizio.  —  Sarà  un  disastro  per  il  mio  stomaco  :  ma  eccovi  servita. 
{Siede). 

Claudia.  —  Non  cosi  lontano!  Dcno  diivi  più  chiaramente  clie  vi  vo- 
glio vicino  a  me? 

Il  Duca  —  {ascoltando  Alfredo).   Vii  là  !  Non  è  possibile  ! 

Alfredo.  —  Sì,  sì,  ve  lo  confesso  :  è  la  verità  !...  {Continìia  a  [jarlargli 
.  empre  piìi  confidensialmente). 

Maurizio  —  {malvolentieri  prende  posto  accanto  a  Claudia.  Impacciato. 
Pianissimo).  State  attenta  :   mi   conqtromettete  anche  (iinanzi   al 
vecchio,  adesso. 
{Parlano  sommessamente). 

Claudia.  —  Gli  siete  estremamente  simpatico. 

Maurizio.  —  Lo  so  bene  :  è  vostro  maiito  che  mi  fa  la  reclame  per 
appiccicarmelo  addosso. 

Claudl\.  -  -  Avete  visto  l'uomo  che  è  uscito  di  cpii  poco  fa"? 

Maurizio.  —  No. 

Claudia.  —  Era  il  traftichino  di  mio  marito. 

Maurizio.  —  L'uomo  che  vi  lia  spiata "i? 

Claudia.  —  Il  fido  esploratore. 

Maurizio.  —  Ne  siete  sicura"? 

Claui)l\.  —  A  me  è  parso  di  ricordarmi  d'averlo  spesso  incontrato  per 
istrada  da  un  mese  in  qua.  Ha  una  lisonomia  che  non  si  dimen- 
tica. K  poi  mio  marito  lo  ha  chiainato  Filippo  !... 

Maurizio.  —  E  dunque  era  lui  ! 

Claudia.  —  Era  lui  certamente. 

Il  Duca  —  {con  gioconda  soddisfazione,  ad  Alfredo).  Ma  è  enorme  ! 

Alfredo.  —  Sentite  ancora,  zio!... 

Maurizio  —  {a  Claudia,  iìKinicto).  Sicché,  itoco  fa  saiehbe  accaduto 
ciò  che  io  prevedevo"? 

Claudia.    -  Non  ne  dubito. 

Maurizio.  —  V^ostro  marito  avrebbe  appieso  che  voi  ipiesta  mattina, 
di  nasco.sto.  siete  venufit  da  me  ? 

Claudia.  —  Non  ne  duhilo. 

Maurizio.  —  A  conti  fatti,  noliebbe  essere  già  convinto  che  io  sono... 


MATERNITÀ  07 

Claudia.  —  Il  mio  amante. 

Maurizio.  —  Io  ne  piglio  una  malattia  ! 

Claudia.  —  Ed  io  sarò  felicissima  di  curarvela.  Così  almeno  ])otrò  fli- 
sobbligarmi. 

Maurizio.  —  Voi  siete  la  mia  perdizione,  donna  Claudia  ! 

Claudi.^.  —  Purché  voi  siate  la  mia  buona  stella,  che  importa'!? 

Maurizio.  —  Ecco:  il  sangue  mi  affluisce  alla  testa...  Mi  permettete, 
se  non  altro,  di  passeggiare  "ì 

Claudia.  —  Passeggiate. 

M.URIZIO  —  {si  alza.  Si  tocca  le  tempie.  Si  tocca  lo  stomaco). 

Il  Duca  —  (n  cui  il  racconto  di  Alfredo  ìia  procurato  uìi  crescendo 
di  buon  umore,  prorompe  ora  in  una  gran  risata).  .\  questo  punto, 
abbi  pazienza,  mi  \  ien  voglia  di  congratularmi  più  con  lei  che  con  te! 

Claudi.a.  —  Di  che  cosa  vorreste  congratularvi  con  me.  caro  Duca"' 

Il  Duca.  —  Dei  prodigi  della  vo.stra  novella  luna  di  miele. 

Claudia.  —  Pare  che  sieno  specialmente  i  segreti  di  alcova  che  risve- 
gliano il  vostro  affetto  di  zio  ! 

Aj.fredo  —  (si  alza  annoiato). 

Maurizio  —  {passeggiando,  lo  sogguarda  con  trepida  curiosità). 

Il  Duca  —  {risentito).  L'affetto  di  zio  è  risvegliato  in  me  in  tutto 
(pianto  mi  conferma  d'aver  ritrovato  in  questa  casa  l'organismo 
(l'una  famiglia.  Quando  dico /"aoi/^/to,  dico  anzitutto  owes^à  coniu- 
gale. E  questa  onestà,  donna  Claudia,  se  non  vi  dispiace,  comincia 
l)recisamente  dall'alcova. 

Claudia.  —  Peccato  che  la  storia  veridica  delle  alcove  non  si  scri- 
vei'à  mai  ! 

Alfredo.  —  Lo  storiografo  della  situazione,  dovendo  esseie  un  testi- 
mone oculare,  si  troverebbe  in  un  beli'  imliarazzo  ! 

Il  Duca.  —  lo  ho  voluto  soltanto  giustificarmi,  marchesa,  di  avere 
ascoltate  volentieri  le  confidenze  di  vostio  marito. 

Alfredo.  —  Ma  sì,  zio.  Claudia  scherza.  Nessuno  meglio  di  lei  intende 
(pianta  bontà  sia  nella  vostra  compiacenza:  e  nessuno  jiiù  di  lei, 
credetemi,  ve  n'è  grato. 

Il  Duca.  —  Se  ci  sia  della  bontà,  non  so.  È  probabile  che  ci  sia  sopra 
lutto  dell'egoismo.  Non  lo  nascondo.  Ero  stanco  di  solitudine.  E 
il  dolore  che  il  mio  unico  nipote  fosse  imyieritevole  della  mia 
liducia  e  non  mi  avesse  nemmeno  dato  un  erede,  condannandomi 

j       a  guardare  con  malinconia  i  parecchi  chilometri  quadrati  di  terre 

r  che  per  volontà  di  Dio  mi  sono  stati  trasmessi  insieme  con  un 
nome  immacolato,  s'era  così  inasprito  che  quasi  andava  mutandosi 
in  rancore  verso  me  stesso  e  quasi  mi  faceva  pentire  d'aver  vissuto 
troppo  sobriamente  la  mia  vita  di  vedovo. 

Claudia.  —  Pote\'ate  pensare  a  costruirvelo  voi  un  erede. 

Il  Duca.  —  In  che  maniera f 

Claudia.  — Non  avrete  avuto  sempre  settant'anni  ! 

Il  Duca.  —  Ne  avevo  venticinque,  cara  signora,  quando  amai  e  sposai 
la  donna  più  eletta  che  io  mi  abbia  conosciuta.  La  morte  me  la 
rapì  ben  presto,  ed  io  giurai  che  le  sarei  stato  fedele. 

tii.AUDiA.  —  \'eramente,  un  vedovo,  che  non  vuol  tradire  la  sua  prima 
moglie,  se  ne  piglia  subito  un'altra.  È  il  solo  preservativo  per  amar 
sempre  quella  che  è  morta. 

Il  Duca.  -  Intorno  all'amore  e  alla  fedeltà  ho  i  miei  criteri,  e  li  pre- 
ferisco. 


68  MATERNITÀ 

Gj^AUDiA.    —  Rohii  iraltri  liMn|)i. 

II.  Duca.  —  Io  penso  e  spero  che  certi  sentimenti  possano  essere  di 
tutu  i  tempi,  li  sentimento  ehe  lia  guidato  me  è  in  (piesle  parole  : 
avendo  amato  una  volta  sola,  non  Iio  saputo  sposare  due    volle. 

(iLAuniA.  —  Ma  il  matrimonio  non  serve  soltanto  a  ini|)iefraie  il  propiio 
amore.  Serve  anche  a  impie<i:are  i  propri  capitali,  quando  se  ne 
hanno  come  voi.  Se  vi  foste  i-iammoglia)o,  avreste  avuto  prolta- 
hilmente  il  piacere  di  produrre  illegittimo  destinatario  di  tutti 
quei  chilometri  quadrali  che  vi  hanno  messo  di  cattivo  umore. 

li.  Duca  —  {con  eìiercfia).  Non  sarà  un  erede  meno  legittimo,  donna 
Claudia,  quello  che  aspettiamo. 

CI1..UJDIA.  —  Per  una  transazione! 

II.  Duca  —  {scattando).  Non  c'è  nessuna  transazione,  marchesa,  in  ciò 
che  è  un  atto  spontaneo  del  mio  cuore  ! 

Alfredo — ■  {urgentemente,  piano,  a  Maurizio).  F\unmi  la  grazia:  cerca 
di  troncare... 

Maurizio.  —  Che  c'entro  io? 

Claudia.  —  Del  vostro  generoso  proposito,  io  vi  ringrazio.  Ma  la  velila 
è  che  io  non  vedo  e  non  c'è  eftettivamente  nulla  di  comune  fra 
il  figlio  che  faccio  e  le  ricchezze  che  avete  voi  ! 

Alkrkdo  —  {pianissimo,  sospingendo   Maurizio).   Ti'onca  !   Tronca  !... 

Il  Duca  —  {alzandosi  fieramente).  In  altii  termini,   voi  disdegnale... 

Maurizio  —  {costretto,  interrompe).  Ma  no.  non  disdegna  nulla!... 

Alfredo.  —  Non  di.^degna  nulla,  zio.  Se  ve  l'ho  avvertito  che  scherza! 
Lo  fa  ap]iosta  per  stuzzicai-vi.  Fa  così  con  tutte  le  persone  a  ciu 
vuole  molto  bene.  Ne  sa  (|ualche  cosa  Maurizio,  poveretto,  che  è 
il  suo  bersaglio.  .Non  è  vero,  Maurizio,  che  sei  il  suo  bersaglio'? 

Maurizio.  —  11  suo  bersaglio,  io?! 

Alfredo.  —  Appunto  perchè  te  ne  vuole  del  bene. 

Maurizio. — Cioè,  distinguiamo... 

Alfredo.  —  Non  ti  allarmare,  che  non  ti  pie|>aro  mica  una  scena  di 
gelosia.  Pusillanime  ! 

Maurizio.  —  Pusillanime,  no! 

Alfredo  —  {ostentando  un  brio  motteggiatore  e  mtaffeitnosUà  csitan- 
sica).  Taci  là  che  ti  conosco!  {Indi  a  Cliulia)  E  conosco  anche 
te,  sai!  angelo  caro!  {E  rivolgendosi  al  Duca)  Nelle  sue  celie  e 
nei  suoi  paradossi,  che  sembrano  amari,  c'è  sempre  invece  un  fondo 
di  gentilezza  e  di  poesia.  (Di  nuoro  a  Claudia,  avvicinandosi  a 
lei)  Vuoi  scommettere  che  t'indovino?  Tu  avevi  destinati  i  tuoi 
piccoli  risparmi,  la  tua  piccola  dote,  salvata  a  stento  dal  naufragio, 
dal  mio  naufragio,  all'educazione  del  bimbo:  e  ades.so.  sapendo 
che  lo  zio  ha  stabilito  di  educarlo  a  sue  spese  con  la  larghezza 
che  i  suoi  mezzi  gli  permettono,  tu  sei...  un  tantino  gelosa.  In- 
dovino, si  o  no? 

Claudia  —  {invelenita,  si  comprime  e  si  chiiide  nel  silenzio). 

Alfredo.  — Ma  sei  una  bambinona,  vedi!  Che  sarebbero  tutti  i  mi- 
lioni di  Rothschild  senza  le  tue  cure,  senza  le  tue  carezze,  senza 
il  tuo  soffio? 

Il  Duca.  —  Mi  pare  che  Alfredo  dica  benissimo. 

Alfredo.  —  Nessuno  oserà  usurpare  il  tuo  posto.  Io  mi  propongo  di 
essere  un  babbo  tenerissimo.  Va  bene.  Lo  zio  si  propone  d'assu- 
mere la  parte  del  nonno,  e  sarà  un  nonno  incantevole.  Ma  per 
lui  e  per  me  nulla  parrà  più  bello  e   più    rassicurante  di   questa 


MATERNITÀ  (19 

iiianimiiia  tutta  assorta  nel  suo  compito  e  spadioneggiaiite  presso 
la  culla  che  ci  deve  tenere  insieme.  Quanto  poi  a  quel  signore  che 
fa  l'indiano  {indicando  scherzosamente  Maìirisio),  visto  che  siamo 
abituati  a  vedercelo  tra  i  piedi,  dovremo  pine  annnetterlo  qualche 
volta  al  circolo  domestico.  A  una  sola  condizione  però:  che  non 
si  dolga  più  di  sentirsi  dire  che  gli  si  vuol  bene. 

II.   I)uc.\  —  (ride). 

Maukizio.  —  lo  non  me  ne  sono  doluto,  ma... 

Ai.i'HEDo  —  {con  solennifù  comica).  Chiedete  scusa  a  doinia  Claudia 
della  vostra  inconsulta  protesta.  Sconoscente!  lo  offro  intanto  da 
fumare  allo  zio.  (Prende  la  scatola  dei  sigari). 

Il  Duca.  —  Dopo  pranzo,  o  un  avana  o  niente. 

Alfredo  —  (porgendogli  la  scatola).  Me  ne  ricordavo  e  ne  avevo  com- 
perati apposta. 

Il,  Duca  —  (scegliendo  un  sigaro).  Sì,  un  avana  e  una  ]iarti1a  a  scacchi. 
Ecco  quello  che  ti  scroccherò  spesso  e  volentieri.  Olfi'e  il  pranzo. 
l)en  inteso. 

Alfredo.  —  Una  partita  a  scacchi?  Maurizio,  hai  sentito?  Una  fortuna 
per  te! 

Maurizio.  —  Cosa? 

Alfredo.  —  Lo  zio  è  un  forte  giuocatore  di  scacchi. 

Maurizio.  —  Beh  ? 

Alfredo.  —  Sei  un  accanito  giuocatore  anche  tu. 

Maurizio.  —  Io! 

Alfredo.  —  Tu  !  tu  ! 

Il  Duca.  —  Pei-  bacco!  Un  accanito  scacchista?  Siiii]iaiicissimo!  Ci 
misureremo. 

AiJ'KEDO.  —  Egli  non  chiede  che  di  misurarsi.  Su,  su.  Maurizio!  Co- 
raggio e  all'opera!  (Al  Duca)  Potrete  giuocare  agli  scaccili  lullc 
le  sere,  zio. 

Maurizio.  —  Con  me? 

Ai.FREDO.  —  Con  me  certamente  no.  perchè  non  li  so  giuocare. 

Maurizio  —  (sperando  ancora  di  sottrarsi).  Ma  io  li  giuo<-avo  una 
volta...  Adesso  non  sono  più  in  esercizio...  Non  potrei. 

Alfredo.  —  Zio,  non  gli  credete.  È  una  civetteria. 

Il  Duca  —  (che  si  è  già  seduto  presso  la  scacchiera).  Qua.  (|ua.  mio 
degno  avversario. 

Alfredo  —  (a  Maurizio).  E  tu  non  fumi?  Prendi  tu  pure  un  axaiia. 
(Mettendogli  la  scatola  fra  le  mani,  sottovoce,  in  fretta)  Non  li  litiii- 
tare,  te  ne  prego.  Devo  dire  due  jiarole  a  mia  moglie.  Se  non  mi 
aiuti  tu,  chi  vuoi  che  m'iiiuVil  {Indi,  lecando  la  roce  come  .<ie  con- 
tinuasse un  discorso)  E  io...  sempre  fedele  alle  mie  sigaielle.  [(Uiint 
di  tasca  il  portasigarette). 

Il  Duca.  —  Un  po'  di  fuoco,  Alfredo. 

Alfredo.  —  Immediatamente. 

(vLAUDiA.  —  Me  ne  duole  assai,  ma  sono  costretta  a  pregarvi  di  non 
fumare.  Sento  che  il  fumo  mi  farebbe  un  po'  male. 

Il  Duca.  —  Per  conto  mio.  ci  rinunzio  subito,  donna  Claudia. 

Alfredo.  —  Ma  no,  ma  no.  Piuttosto  andate  a  giuocare  nel  fumoir. 
Starete  più  raccolti.   (Tocca  il  hnttone  del  campanello). 

Il  Duca.  —  Ah  si!  Questo  è  un  benedetto  giuoco  per  cui  non  ci  si 
raccoglie  mai  abbastanza. 

Maurizio  —  (sospirando  di  pazienza).  Haccogliamoci. 


70  MATERNITÀ 

11,  SKRVO  —  {entra  dal  fondo). 

Alfredo.  —  Accendete  nel  fumoir.  E  portaU'  li  (infila  scacchiera. 

Il,  SERVO  —  (esce  a  siìiislra,  portando  via  la  scacchiera). 

Il  Duca  —  {alzandosi).  Siamo  noi  intanto,  donna  (llavulia,  che  (loh- 

hiamo  chiedere  ()eidono  a  voi.  Avremmo  dovuto  pensare  che  nelle 

vostre  condizioni... 
Alfredo.  —  È  la  prima  volta,  per  altro,  che  ella  avverta  di   non  i)oter 

tollerare  il  fumo.  Da  oggi  in  poi,  ci  baderò.  {A  Claudia)  in  casa, 

mia  bella  mammina,  non  fumei'ò  più. 
Il  Duca.  —  Molto  galante! 
Ai,i'REDO  —  {abbreviando).  Buon  giuoco,  zio  !  Buon  divcrtiiuenlo,  Mau- 

lizio  ! 
Maurizio.  —  Grazie  tante! 

Il,  Duca  —  {presso  la  porta,  a  Maurizio).  Prego,  caro   avversario!... 
Maurizio.  —  Prego,  prego,  Duca... 
Il  Duca   —  {via  a  sinistra). 

Alfredo  —  {sottovoce,  in  fretta).  Ti  laccomando:  fammelo  vincere. 
Maurizio.    -  Ma  tu  lo  sai  che  lo  star  seduto  dopo  pranzo  per  me  è 

una  catastrofe. 
Alfredo.  --  Giuoca  all'impiedi. 
Maurizio.  —  lo  non  voglio,  cai)isci,  non  voglio! 
Alfredo.  ~  Ed  è  questa  ramicizia  die  hai  per  me  e  per  mia  moglie"? 
Il  Duca  —  {di  dentro,  iinpazievte).  Signor  Maurizio!  Signor  Maurizio  ! 
M.^URizio.  —  Uhm  !  {Dando  un  pM(jno  in  aria,  esce). 

SCENA  111. 
Alfredo  e  Claudia. 

Alfredo  ^  (dopo  un  silenzio).  Desideravo  di  aver  subito  un  colloquio 
con  te.  {Cerca  di  tenere  un  fono  gentile,  mte,  cordiale).  Lo  desi- 
deravo, perchè  il  tuo  contegno,  mia  buona  Claudia,  mi  crea  una 
posizione  diflicile.  In  tutto  ciò  che  fai  e  che  dici  dinanzi  a  mio 
zio  e  specialmente  in  tutte  le  parole  che  rivolgi  a  lui  e'  è  sempre 
un  non  so  che  d'ironico,  di  acre,  e  perfino  d'insolente  che  è...  inop- 
poituno.  Mio  zio  non  è  un  rimbambito.  Egli  si  è  ravvicinato  a  noi 
per  partecipare  alla  festa  della  nostra  famiglia,  e  questo  ravvici- 
namento è  iier  noi  -  tu  ne  sei  persuasa  -  un  bene,  sotto  tutti  i 
rapporti.  L'avvenire  della  nostra  creatura  è  assicurato.  Noi  po- 
tremo vivere  con  essa  e  per  essa  nella  sicin-ezza  della  sua  prospe- 
rità. Ma  viceversa,  se  mio  zio  dubitasse  della  nostra  gratitudine, 
se  non  vedesse  in  questa  casa  mi  perfetto  accordo,  dovuto  appunto 
alla  più  dolce  delle  aspettazioni,  noi  saremmo  liquidati. 

Claudia  —  (siede,  in  silenzio.  Il  suo  volto  dice  tutta  V amarezza  dcl- 
l'anima  sua  e  l'estremo  sforzo  della  sua  prudenza). 

Alfredo  —  (accostandosi  a  lei).  D'altronde,  perchè  non  dovremmo  mo- 
strargli ciò  che  è  vero?  Dopo  la  mia  jìrima  sensazione  di  sorpresa, 
che  stamane  ti  è  giustamente  dispiaciuta,  a  poco  a  ])Oco  io  ho 
ritrovato  quello  che  s'era  per  un  pezzo  nascosto  nel  fondo  del  mio 
cuore.  La  tua  dignità  severa  aveva,  apiiarentemente,  mutato  in 
rispetto  profondo  Tamoie  die  In  mi  avevi  ispirato.  Ma  esso  è  ri- 
masto sempre  vigile  dentro  di  me  per  avvertirmi,  se  non  altro,  di 
lutto  ciò  che  vi  era  di  efimero  in  qualche  mia  momentanea...  di- 


MATERNITÀ  / 1 

vagazione.  E  se  tu  sapessi  quante  volte  io  ho  sentita  la  nostalgia 
d'una  unione  più  intima  fra  me  e  te!  Pei-  dare  impulso  al  mio 
affetto,  io  avevo  bisogno  di  un  tìglio,  sì,  di  un  figlio,  il  solo  vin- 
colo che  possa  davvero  far  combaciare  fra  loro  due  volontà,  due 
temperamenti  diversi.  Ed  è  per  questo  che  adesso  1"  accordo  e'  è. 
E  tu  che  non  hai  mai  cessato  di  essere  la  più  nobile,  la  più  fedele 
delle  mogli,  puoi  stringerti  a  me  e  prepararti,  insieme  con  me,  a 
una  vita  tutta  bella.  {La  circonda  delicatamente  col  braccio).  Via, 
Claudia  !  Non  ti  accorgi  che  oramai  non  so  più  stare  vicino  a  te 
senza  darti  la  prova...  del  mio  affetto"?  (La  bacia). 

Claudia  —  (levandosi  con  atto  di  ribresso).  Ah,  no  ! 

Alfredo.  —  Claudia!... 

Claudia.  —  No!  no!  no!  Questa  sozza  commedia  mi  fa  schifo  ! 

Alfredo.  —  Silenzio,  per  carità!  E  rientra  in  te,  Claudia,  rientra 
in  te! 

Claudia.  —  lo  avrei  voluto  parlarti  con  tranquillità,  avrei  voluto  an- 
nunziarti pacificamente  la  risoluzione  ferma  e  irrevocabile  di  se- 
pararmi da  te  e  d'andare  a  vivere  sola,  lontana  da  tutti... 

Alfredo.  —  Tu  sei  un'insensata  ! 

Claudia.  —  Ma,  in  poche  ore,  mi  si  è  così  appesantita  addosso  que- 
st'afa pestifera  di  transazioni,  di  finzioni  e  d'infamia  che  non  mi  è 
più  possibile  nemmeno  di  serbare  una  calma  relativa,  non  mi  è  più 
possibile  di  tacerti  ancora  quanto  ti  disprezzo,  lo  mi  sento  .sotto- 
care  !  Io  mi  sento  morire  d'asfissia!  Aria!  aria! 

Alfredo.  —  Abbassa  la  voce,  maledizione!  (Citi ade  in  fretta  l' uscio 
a  destra,  e  torna  a  lei).  Abbassa  la  voce! 

Claudia  —  {in  tono  piii  sommesso,  come  per  una  concessione).  È  com- 
pletamente inutile,  dunque,  che  tu  ti  dia  la  pena  di  fingere  e  di 
mentire.  Io  ho  deciso  di  scavare  un  abisso  fra  me  e  te.  E  Io  farò  ! 

Alfredo  —  (padroneggiandosi).  Senti.  Claudia,  non  è  questo  il  mo- 
mento di  discutere  la  tua  risoluzione.  Ciò  che  per  ora  devo  chie- 
dere alla  tua...  cortesia  è  che  tu  mi  risparmi  adesso  l'imbarazzo 
grave  d'uno  scandalo,  che,  tutto  sommato,  tu  non  puoi  temere 
meno  di  me  !  Andiamo  di  là,  Claudia...  Parleremo  a  nostro  agio 
quando  saremo  soli  in  casa...  Andiamo  di  là... 

Claudia.  —  E  tu,  senza  pensarci  su  due  volte,  fidi  nella  certezza  che  io 
tema  Io  scandalo? 

Alfredo  —  (tentando  di  parer  sempre  mite  e  remissivo).  Forse  non 
lo  temi.  Non  hai  ragione  di  temerlo.  Sta  bene.  Ma  una  cosa  è  non 
temerlo  e  un'altra  è  invocarlo  addiiittura. 

Claudia.  —  Orbene,  è  proprio  così.  Io  lo  invoco  !  Io  lo  voglio  ! 

Alfredo.  —  Ma  nella  tua  ribellione,  vedi,  ci  dev'essere  un  errore  di 
fatto,  ci  dev'essere  un  equivoco. 

Claudia.  —  Nella  mia  ribellione  c'è  l'idea  chiara  ed  esatta  di  ciò  che 
è  stato  e  di  ciò  che  .sarà. 

Alfredo.  —  Appunto  di  ciò  ragioneremo. 

Claudia.  —  Ciò  che  è  stato,  te  Io  dico  subito.  (Parla  rapido  e  con- 
citata). Non  erano  trascorsi  pochi  giorni  dalle  nostre  nozze  e  io 
comprendevo  già  che  mi  avevi  spesata  per  una  capricciosa  osti- 
nazione di  uomo  corrotto  dal  quale  una  fanciulla  non  s' era. la- 
sciata prendere.  La  percezione  della  realtà  incenerì  a  un  tratto  il 
mio  amore  o  quel  sentimento  che  avevo  creduto  amore.  Eppure 
rimasi  al  mio  posto.  Non  per  omaggio  alle  convenienze  sociali  e 


nemmeno  per  rispetto  al  tuo  nome  clie  tu  per  il  primo  non  ri- 
spettavi :  no,  no!;  ma  percliè  ron  volevo  rinunziare  a  un"aiflente 
speranza,  non  \olevo  linunziare  a  un'ambizione  che  tutta  mi  te- 
neva, lo  ero  presa,  ero  dominata  da  un  singolare  istinto  di  ma- 
ternità, che  andava  assumendo  le  proporzioni  d'una  necessità  im- 
prescindibile della  mia  vita  e  che  era  sempre  stata  la  guida,  la 
luce,  la  fiamma  della  mia  esistenza  !  {Più  dolce)  Quando  ero  bam- 
hina,  carezzando  le  mie  bambole,  io  costruivo  nella  mia  inco- 
scienza qualche  cosa  che  era  assai  più  della  tenerezza  infantil';, 
di  cui.  a  quella  età,  si  circonda  la  marionetta  graziosa.  E  più  tardi, 
mano  mano  che  la  mia  indole  si  è  sviluppata,  mano  mano  che 
il  tuiiudto  vario  del  mondo  mi  ha  investita,  una  sola  voce  ho  ben 
distinta,  una  sola  voce  m'è  parsa  limpida  e  convincente,  quella 
che  mi  parlava  della  t.irza,  della  gioia  e  della  gloria  di  sentirsi  ma- 
dre! Io  porto  oramai  nel  mio  seno  l'oggetto  di  lutili  miei  sogni, 
di  tutte  le  mie  aspirazioni.  Ho  trionfato  !  Ho  trionlalo  I  Posso  de- 
nunziare la  tua  indegnità  !  Fosso  respingerti  come  un  intruso  ! 
lo  basto  a  n)e  stessa.  Dio,  te  ne  ringrazio  !  E  non  devo  chiedere 
più  nidla  a  nessuno  !  Vallone. 

Alfredo  —  (con-elile  iiii'eire  contro  'li  lei.  ro, rebbe  metterle  un  ba- 
vaglio per  costringerla  a  tacere;  ma  k  lui  che  è  costretto  a  frenarsi 
e  ad  ingoiare  la  rabbia  che  gli  sale  alla  bocca).  (Una  pausa).  (Indi 
con  un  sorriso  bieco)  Dopo  tutto,  mia  cara  Claudia,  questo  figlio, 
che  già  prima  di  nascere  li  rende  così  orgogliosa  e  così  battagliera, 
è  anche  mio. 

Claudia  —  {seccamente).  Tu  non  lo  credi  che  sia  tuo. 

Alfredo.  —  Ti  ho  detto  io  di  non  crederlo  ".' 

Claudia.  —  Non  lo  credi  ! 

Alfredo.  —  E  re  ])ure  io  non  lo  credessi  o  se  appena  ne  dubitassi, 
non  ti  affrelleiesli  tu  a  protestare  per  il  tuo  decoro  ' 

Claudia.  —  Il  fatto  è  che  io  so  ((uello  che  tu  i)ensi,  e  non  piotesto! 

Alfredo.  — •  La  tua  audacia  è  un  lusso  inutile. 

(Claudia.  —  Non  protesto  ! 

.■ALFREDO.  --  11  mio  convincimento  è  già  formalo! 

Claudia.  --  Formato  o  no,  la  verità  vera  non  può  essere  che  il  mio 
segi'eto  ! 

A],FRED0.  —  Ma  dove  vuoi  arrivare  tu''  Quale  scopo  ti  prefiggi".' Quale 
altra  illusione  nascondi  nella  tua  fatua  spudoratezza'? 

Claudia.  —  Non  è  un'ir.usione.  È  il  diritto  di  salvaguardare  la  mia 
creatura  dalle  ingiurie  della  tua  falsità  ! 

Alfredo.  —  K  un  diritto  fantastico,  condannato  a  resfare  nel  mondo 
della  tua  immaginazione. 

Claudia.  -  lo  saprò  gridare  a  tutti  che  non  sei  il  padre  di  mio 
figlio! 

Alfred(j.  —  Il  Codice  non  attribuisct^  alcun  valore  alle  confessioni  di 
tal  genere. 

Claudia.  —  E  ti  rassegnerai  tu  allo  scandalo  che  poc'anzi  temevi'.' 
E  il  tuo  nome,  la  tua  stirpe,  il  tuo...  il  tuo  onore  ti  permette- 
lanno  di  rassegnarli  e  di  covrirli  di  ridicolo,  negando  quello  che 
io  affermerò  '?  E  anche  ammesso  che  tutto  questo  non  ti  spaventi, 
che  importanza  lia  la  legge  nel  caso  nostro";'  Tu  hai  bisogno  della 
paternità  j)er  carjiire  del  denaro  a  un  parente  milionario.  Sei  tu 
sicuro  che  la  mia  confessione  non  basterà  a  l'aiti  perdere  la  partita''^ 


MATERNITÀ  73 

i^r.FREDO  —  {offuscato  daìl'ira).  Non  insistere,  per  Dio,    perchè  se  tu 

ti  ostinassi  a  volermi  rovinare,  io  non  so   che   cosa  accadrebbe. 

Un  uomo,  che  è  giunto  dove  sono  giunto  io,  non  ha  e  non  deve 

più  avere  scrupoli  di  coscienza  ! 
jLAUDIA  —  {hrvasa  dalla  paura,  sharra>ic1o  gli  occhi).  Alti'edo! 
U,KREDO.  —  Sì,  io  potrei  essere  capace  di  tutto!... 
ìi.AUDiA  —  (indietreyfjiando).  Di  percuotermi,  anche!'? 
ILFREDO.  —  Taci,  te  ne  supplico! 
Il.'VUDia  —  {serrando   al   corpo  le   braccia  incrociate  per  difendersi, 

grida:)  Sarebl)e  la  distruzione!  Portatemi  via!   Portatemi  via! 
{Il   Duca  e  Maurizio  accorrono). 

SCENA  IV. 
Il  Dica,  MArRizio,  Claudia  e  Alfredo. 

ALFREDO.  —  No...  nidla  di  grave,  zio.  Non  vi  spaventate.  Una  crisi 
nervosa  che... 

jLaudia.  —  Non  è  vero  !  Egli  mi  ha  minacciata  di  violenze  inaudite! 

L  Duca  —  [ad  Alfredo).  Tu!? 

u.FREDO.  —  Zio,  io  conto  sul  vostro  buon  senso.  Questa  donna  è  in 
preda  a  un  accesso  di  follia,  di  cui  mi  sfugge  la  causa.  Ella  vi 
dice  e  vi  dirà  delle  cose  enormi.  Ma  sono  certo  che  voi  non  le 
presterete  fede. 

jLAUdia  —  {affannosamente,  assorgendo,  esaltandosi).  Duca  di  Vigena, 
voi  siete  tornato  tra  noi  per  amore  di  pace  e  di  concordia".'...  Vi 
hanno  ingannato,  lo  vi  giuro  che  detesto  mio  marito  e  che  egli 
mi  detesta!  Voi  avete  scelto  a  erede  mio  tiglio  come  continua- 
tore della  famiglia  illustre  a  cui  mio  marito  a|ìpartiene  "'...  Eb- 
bene, avete  scelto  male,  ])erchè  egli  stesso  è  convinto  che  questo 
tìglio  non  è  suo  I 

I-  Duca  —  (impetuosamente,  a  Claudia).  Un'accusa  orribile  che  voi 
respingete  !  1? 

ÙLAUDIA.  —  (con  frenesia).  Se  avessi  voluto  lespingerla,  non  l'avrei 
rivelata  a  voi.  lo  sono  qui  per  confermarla,  e  nessuno  la  sosterrà 
con  pilli  fervore  di  me. 

ALFREDO  —  (con  energia  audace).  Non  bisogna  crederle,  zio  lo  non 
ho  mai  sospettato  di  lei. 

J.AUDiA.  —  Fino  a  stamane,  mentre  cercava  di  riconquistare  il  vostro 
affetto,  l'accontandovi  i  suoi  ravvedimenti  e  le  mie  virtù,  egli  mi 
faceva  seguire,  mi  faceva  spiare  da  una  persona  di  sua  fiducia;  e  un'ora 
fa...  un'orafa  ha  dovuto  avere  la  certezza  che  appunto  stamane  mi 
sono  recata  di  nascosto  in  casa  d'un  uomo!  (Siede  affranta). 

i.  Duca  —  (ad  Alfredo).  Dunque,  ti  rassegnavi  a  tutto!? 

Maurizio.  —  Ah!  Vivaddio,  io  non  devo  permettere  che  la  signora 
marchesa  si  lasci  andare  al  capriccio  di  accusarsi  così  ingiusta- 
mente. Ella  conta  sulla  mia  timidità?  Ella  conta  sulla  mia  pru- 
denza egoistica?  Ma  io  parlerò,  perbacco!  Io  parlerò!  Anche  perchè, 
dopo  di  aver  parlato,  mi  sentirò  meglio!  È  proprio  in  casa  mia 
che  ella  si  è  recata  stamane.  Se  la  spia  è  stata  diligente,  Al- 
fredo non  ))uò  ignorare  ciò.  Questa  mattina,  sì.  la  marchesa  di 
Montefranco  mi  ha  onorato  di  una  sua  \isita  per  ragioni  che 
spiegheiò  più  tardi  se  sarà  utile  e  che  adesso  sarebbero  fraintese. 


^ 


74  MATERNITÀ 

lo  non  sono  ramante  della  marcliesa  di  MontetVaneo.  Reco  qnello 
elle  i)er  ora  è  necessario  .sapere.  E  lo  attermo  in  lìerfella  coscienza, 
impegnando  la  mia  parola  di  gentiluomo. 

Alfredo  —  {die  lo  ha  guardato  dissimulando  la  sua  completa  incre- 
dulità, si  affretta  ad  aggiungere:)  È  la  verità,  zio! 

li,  Di'CA  —  {ironicamente).  Ed  era  lui,  intatti,  il  solo  che  ce  la  potesse 
dire.  {Camhiando  tono)  lo  creilo  che  da  quando  esiste  l'islilu- 
zione  delfinfedeltà  coniugale,  sia  questa  la  prima  volta  che  un 
marito  si  convince  che  sua  moglie  non  ha  un  amante  esclusiva- 
mente perchè  è  l'amante  stesso  che  glielo  garantisce. 

Maurizio.  —  Ma  sono  bene  io  che  posso  sapere  di  non  esserlo  ! 

Il  Duca.  —  Voi  non  fate  che  compiere,  nel  modo  più  rudimentale,  il 
vostro  dovere,  e  cercate,  se  non  altro,  di  seguire  la  tradizione. 
Chi  se  ne  guarda  dal  seguirla  è  mio  nipote.  E  me  ne  felicito 
molto  con  lui.  Egli  è  un  innovatore.  La  prammatica  gli  sugge- 
riva di  mettervi  alla  porta  questa  sera  e  di  ammazzarvi,  possibil- 
mente, domani... 

Maurizio.  —  Non  ci  mancherebbe  altro  ! 

Il  Duca  —  {continuand>).  Ma  chetatevi,  perchè  ciò  non  avverrà.  Egli, 
invece  di  pensare  ad  aramazzarvi,  vi  ha  chiamato  in  suo  soccorso, 
e,  tacitamente,  vi  ha  domandato:  Sei  l'amante  di  mia  moglie'? 
Voi  gli  avete  risposto  di  no.  E  tutto  si  è  appianato.  \Diventando 
sempre  più  serio)  11  che  significa  che  sullo  scandaloso  teatro 
dell'odierno  sfacelo  morale,  dove  perfino  1  pii'i  degeneri  dei  suoi 
pari.  Ira  i  disastri  del  tappeto  verde  e  quelli  dei  mercati  usurarii, 
tra  il  ludibrio  della  prostituzione  |)rofumata  e  quello  delle  tresc'he, 
hanno  saputo  talvolta  ivippresenlare  l'einsodio  tragico  della  loro 
decadenza  facendosi  saltare  le  cervella  in  omaggio  alla  antica 
purezza  del  blasone,  egli,  iniziatore  della  degenerazione  allegra, 
ha  preferito  di  fare  del  suo  stemma  il  simbolo  del  buonumore, 
l'insegna  della  più  grottesca  comicità  ! 

Alfredo  —  {con  risentimento).  Zio! 

Il  Duca.  —  Vi  proibisco  di  chiamarmi  zio.  lo  sono  stato  bensì  per 
un  giorno  il  vostro  zimbello.  Non  saprei  rimproverarne  voi.  Ma  ne 
chiedo  scusa  a  me  stesso.  E  me  ne  vado.  {Rivolgendosi  a  Claiulia) 
Donna  Claudia... 

Claudia  —  {sorpresa  che  il  Duca  Ir  diriga  la  parola,  si  alza  rispet- 
tosamente). 

Il  Duca.  —  Io...  superfluo  il  dirlo...  non  ho  nessuna  predilezione  per 
l'adulterio.  Mi  è  sempre  parso  una  cosa  abbastanza...  abietta.  Ma 
devo  convenire  che  nei  limiti  inalterabili  dell'errore  voi  lo  avete 
alquanto  nobilitato.  Se  tutti  i  mariti  del  bel  numero  fossero  come 
vostro  marito,  e  se  tutte  le  mogli  adultere  fossero  come  voi,  ho 
paura...  ho  paura...  che  l'adulterio...  finirebbe  col  piacermi.  Vi 
saluto,  donna  Claudia.  {Fa  un  inchino). 

Claudia  —  {incliinandosi  unciie  lei).  Duca... 

Il  Duca  —  {esce  dal  fondo). 


MATERNITÀ  75 

SCENA    V. 
Maurizio,  Alfredo  e  Claudia. 

Maurizio.  —  Kd  ora,  marchesa,  spero  die  vi  unirete  a  me  nel  dare 
delle  spiegazioni  a  vostro  marito. 

Alfredo  —  (con  la  bile  sulle  labbra),  lo  non  ti  ehiedo  nessuna  spie- 
gazione e  te  ne  dispenso. 

Maurizio.  —  Ma  non  me  ne  dispenso  io. 

Alfredo.  —  Mi  hai  seccato. 

Maurizio.  —  Non  mi  pare. 

Alfredo.  —  Mi  hai  seccato! 

Maurizio  —  {vivacemente).  Io  ripeto  che  non  sono... 

Alfredo  —  {con  maggior  vivacità).  Se  tu  non  fossi  ramante  di  mia 
moglie,  saresti  qualche  cosa  di  peggio  ! 

Maurizio.  —  Tu  impazzisci! 

Alfredo.  —  Saresti  il  traditore  pettegolo  e  malvagio  d"un  amico  di 
vent'anni  senza  nessuna  attenuante! 

Maurizio.  —  Ma  lasciami  dire... 

Alfredo.  —  Io  preferisco  di  non  crederti  tale!  E,  non  per  fare  della 
tragedia,  come  vorrebbe  mio  zio  -  perchè  già,  tanto,  il  farla  con 
te  sarebbe  un  bel  tour  de  force  -  ma  per  essere  pratico  e  spic- 
ciativo, ti  prego  di  risparmiare  a  me,  da  oggi  innanzi,  l'incomodo 
della  tua  presenza. 

Maurizio.  —  Ah,  questa  è  la  conclusione'  {A  Claudia)  lo  ne  piglio 
una  malattia!  {Poi,  ad  Alfredo)  Ma  prima  di  ammalarmi  definiti- 
vamente, e  prima  di  lasciare  ]ier  sempre  questa  casa,  giacché  ti 
fa  tanto  piacere  che  io  sia  ramante  di  tua  moglie,  mi  affretto  a 
renderti  felice,  mi  affretto  a  colmarti  di  gioia!  Sì,  si,  io  l'adoro, 
ella  mi  adora,  noi  ci  adoriamo  come  due  pazzi  sfrenati;  e  se  si 
continua  di  questo  passo,  con  l'aiuto  della  Divina  Provvidenza, 
andremo  tutti  e  due  al  manicomio,  dove  ci  adoreremo  con  la 
camicia  di  forza.  11  che  sarà  semplicemente  delizioso!  E  buona 
sera!  (Esce  difilato). 

SCENA  VI. 
Claudia,  Alfredo,  il  servo. 

Alfredo.  —  Buffone!  {Breve  pausa.  Si  stringe  nelle  spalle  cinicamente. 

Si  avvia  verso  il  fondo  come  per  uscire). 
Claudia  —  {per  trattenerlo).  Dunque"' 
Alfredo  —  {si  volta.  Dopo  un  altra  pausa,  con  accento  freddo  e  secco) 

Sta  bene.  Ci  siete  riuscita.  Ci  .se))arereino. 
Claudia.  —  Legalmente"' 
Alfredo.  —  Legalmente. 
Claudia.  —  E  la  vostra...  paternità"/ 
Alfredo.  —  Riconosco  che  Taibitra  naturale  siete  voi.  Voi  la  negate; 

e  quindi  io  la  nego. 
Claudia.  —  E  dinanzi  ai  tribunali? 
Alfredo.  —  La  negherò. 
Claudia.  —  È  quello  che  io  desidero;  ma  vi  pieglierete  voi  certamente 

ad  accettare  la  parte  del  marito  ingannato"? 


7()  MATERNITÀ 

Alfredo.  —  Oramai  commetterei  la  più  ingenua  delle  stoltezze  assu- 
mendo dei  doveii  che  non  mi  sjìettano.  Fra  i  due  mali,  scelgo  il 
minore. 

Claudia.  -  Sarà  per  altro  indis|)ensal)ik>  esibire  delle  prove  con- 
vincenti. 

Alfredo.  —  Senza  dubbio. 

Claudia  —  (riflettendo).  Quali '^ 

Alfrkdo.  —  Se  non  ce  ne  sono,  bisognerà  inventarne. 

Claudia.    -  Stabilirete...  delle  circostanze,  delle  date,  dei  confi-onli... 

Alfredo.  —  Ma  badate  che  anche  pei'  inventare  io  non  \)(An)  che 
lasciarmi  dirigere  da  voi,  perchè  i  confronti,  le  fiate,  le  circo- 
stanze si  devono  subordinare  a  un  fatto...  che  è  il  «  vostro  segreto  ». 

CiiAUDiA.  —  Questo  è  giusto. 

Alfredo.  —  R  allora"^ 

Claudia.  —  Ci  metteremo  d'accordo. 

Alfredo.  —  Ecco:  ci  metteremo  d'accordo. 

Claudia.  —  Voglianio  parlare  adesso"? 

Alfredo.  —  Parliamo  adesso. 

Claudia.  —  (tocca  il  bottone  del  campatiello). 

Il  servo.  —  (comparisce  subito  dal  fondo). 

Claudia.  —  Non  siamo  in  casa  per  nessimo. 

Il  servo  —  (via). 

Claudia.  —  (siede  presso  mi  tavolino). 

Alfredo  —  (paziente,  prende  una  sigaretta,  l'accende.  Poi  siede  dirim- 
petto a  CAaadia).  Sono  a  voi. 

Claudia.  —  (con  un  lieve  gesto,  severamente  avverte),   frego... 

Alfredo.  —  È  vero,  si!  (Getta  via  la  sigaretta). 

SIPARIO. 

fJl  tergo  e  il  quiirlti  atta  al  prossiiini  fdsiiculo). 

lioHi-.iiTo  Bracco. 


VIOTTOLI  DI  CAMPAGNA 


La  corda  d'acciaio. 

Su  la  corda  di  Jniono  ai-ciar  prolesa 
fino  al  villaggio  da  un'  alpestre  gola, 
scivola  e  rade,  infaticata  spola, 
la  messe  nuova  ai  saldi  rostri  appesa. 
Non  più  il  villan  per  l'erma  via  scoscesa 
cui  d'aspre  vampe  il  mezzo  luglio  assola, 
sotto  il  cai'co  che  lieve  oggi  trasvola 
le  dure  spalle  piaga  ne  la  scesa. 

Grato  così  dei  provvidi  metalli 
mirar  da  solatie  vette  un  baglioie 
che  ininterrotto  solca  le  convalli; 
o  ne  le  mute,  notti  udirne  un  lento 
ritmo  di  lontananti  onde  sonore 
che  vibrano  or  sì  or  no  col  vento! 


La  cartiera. 

Strepila  notte  e  dì  senza  mai  soste 
nei  duri  magli  la  cartiera  in  riva 
al  fiume  che  di  schiette  forze  avviva 
le  industri  ruote  a  sua  corrente  opjìoste. 

Giungon,  morendo  ne  la  sera  estiva, 
fioche  da  tante  fabbriclie  discoste 
le  Totle  voci  del  favor,  composte 
dat  vento  in  sola  un'armonia  giuiiva. 
Ma  diletta  e  distinta  odo  fra  tutte 
l'opra  dei  magli  che  fedeli  all'arte 
dei  padri  picchian  macere  e  distrutte 
trame  di  tele:  per  la  loggia  sparte 
domani  al  sol  biancheggeranno  asciutte, 
già  pronte  a  rattener  l'idea,  le  carte. 


78 


La  sega. 

\'iv('  riiidustre  casa  col  respiro 
cruii  t'eii'o  aguzzo  che  rapido  sale 
discende  incide,  e  di  due  ruote  a  pale 
muscose  che  si  volgon  lente:  in  giro 

l'isola  e  il  fiume.  Io  qui  seggo  e  rimiro 
aprirsi  blandamente  tra  un'  eguale 
chiarità  d'acque,  specchio  al  ciel  d'opale, 
presso  le  chiuse,  gorghi  di  zaffiro. 

L'assi  recise  odorano  di  selve 
lontane.  Io  penso,  mentre  in  ogni  fibia 
sotto  gli  strazi  torconsi  gl'immani 

tronchi  con  urli  di  ferite  belve 

(stride  il  ferro  e  più  rudi  piaghe  vibra): 

(luaiile  baie  con  (lucstc  assi  domani".' 


L' osteria. 

Le  feste  l'osteria  dei  colli  è  piena 
di  gente  e  fresca  la  cantina:  sgoccia 
scarsa  dai  putrì  legni  d'una  doccia 
l'acqua,  li  presso,  d'un'alpestre  vena. 

Saggio  un'ora  impetrar  lutta  serena 
dal  patrio  vin  che  spuma  ne  la  boccia 
tonda  e  ricolma!  Un  fior  d'oro  ne  sboccia: 
il  fervor  che  le  risa  agili  sfrena. 

Fin  da  mattina,  dopo  messa,  al  sole 
in  corte  o  de  le  pergole  all'ombria 
come  fraterni  i  giuochi  e  le  [ìarole! 

.\  sera  un  gran  cantar  lungo  la  via 

dei  colli:  fioche  voci,  roche  gole, 

occhi  aperti  al  sognar...  Ciii  sogna,  oljlìa. 


79 


Lungo  il  fiume. 

Dopo  i  tramonti  a  nuvole  di  bragia 
asil  dall'afa  n"è  la  solitaria 
via  lungo  il  fiume:  ivi  più  fresca  l'aria 
che  vien  dai  boschi  e  reca  odor  di  ragia. 

Mormora  in  suo  passar  l'onda  randagia; 
giungono  un  bimbo  e  l'ava  ottuagenaria; 
dietro  ai  rondoni  il  bimbo  gli  occhi  svaria 
e  corre;  ella  su  l'argine  s'adagia. 

Giungon  gli  amanti  ;  è  l'ora.  Da  le  fratte 
un  cantare  di  donna  all' im])rovviso 
si  leva  come  lucido  zampillo... 

Ma  se  la  giovenil  coppia  s'imbatte 

in  noi  che  andiamo  ebliri  del  i)ar,  nel  riso 

naufraga  tra  le  rosse  labbra  il  trillo. 


I  vecchi  gelsi. 

Felice  la  campagna  s'inorgoglia 
di  sua  verzura  tra  un  ronzar  di  sciami; 
soli  sovra  i  noccliiosi  ignudi  rami 
i  vecchi  gelsi  non  recano  foglia. 

D'atroci  piaghe  biancica  la  spoglia 
scorza;  sembran  di  mostri  aridi  ossami 
dopo  una  strage  i  bronchi  irti  che  a  grami 
gesti  rattrasse  l'iterata  doglia. 

S'allietano  d'un  brulichio  di  vermi 
calde  le  case  ;  ai  venti  della  sera 
i  vecchi  gelsi  abbrividano  inermi; 

e  pazienti  aspettano  per  giorni 
innumeri  una  tarda  primavera 
che  ai  rami  le  perdute  gemme  tomi. 


80 


Falciatori. 

Voi  tornate  col  vespro.  Lenii  i  passi 
strisciano  sui  viottolo  sonoro: 
le  falci  grevi  penzolan  dai  lassi 
omeri  :  lungo  ed  aspro  oggi  il  lavoio  ! 

Ma  un  rìso  scuole  gli  arsi  volti  bassi: 
vedeste  il  gran  già  biondo  come  l'oro, 
dei  tieni  oggi  recisi  i  pingui  ammassi, 
e  dei  già  folti  grappoli  il  tesorof... 

La  donna  attende  e  il  nato  ultimo  allatta: 
(piesto  il  pensier  che  sa  dai  duri  campi 
a  le  case  gioiosi  ricondurvi? 

No:  velava  una  nuvola  scarlatta 
il  sole;  e  dava  stranamente  lampi 
di  foco  e  sangue  sui  ferri  ricurvi. 


La  cava. 

Lenti  ed  attenti  all'opera  concorde, 
sparsi  per  vene  occulte  de  la  ricca 
montagna  -  vuote  vene  ornai  !  -,  la  picca 
stretta  in  pugno,  a  la  cintola  le  coi-de, 

scavano:  il  ferro  l'aspre  selci  morde: 
ecco,  vittorioso  un  lo  conticca 
tra  masso  e  masso,  e  vampe  altri  v'appicca: 
(lan  le  rocce  squassandosi  urla  sorde. 

Per  nuove  case  edificar,  ruina 

santa!  Che  importa,  oscuri  eroi,  se  prima 

di  sangue  la  qui  nata  calce  è  rossa  ? 

Altre  ruine  ogni  scoppiar  di  mina 
affretta...  E  già  la  vecchia  torre  in  cima 
al  monte,  trema  da  la  base  scossa. 


Giovanni  Ghiggiato. 


IMPRESSIONI  DI  SICILIA 


Un  amico  dell'Italia. 

Le  brevi  e  simpatiche  impressioni  di  Sicilia,  che  pubblichiamo  con 
animo  lieto,  ci  offrono  gradita  occasione  di  ricordare  ai  nostri  lettori  un 
vecchio  e  sincero  amico  dell'Italia:  il  signor  P.  D.  Fischer. 

È  anzitutto  per  noi  un  piacere  porre  in  rilievo  i  notevoli  progressi  che 
un  osservatore,  cosi  acuto  e  cosi  sperimentato,  come  il  Fischer  ha  constatati 
in  Sicilia.  Come  egli  stesso  ci  ricorda,  l'eminente  tedesco  aveva  visitata 
l'Isola  per  la  prima  volta  nel  1861,  quarantadue  anni  or  sono;  vi  è  ritor- 
nato quest'anno  per  cercarvi  un  quoto  riposo  per  alcune  settimane. 

Quali  cambiamenti!  Il  Fischer  ce  ne  scrive  in  breve,  colla  parola  pacata 
e  misurata  dello  studioso  e  dell'economista:  ma  con  quale  calore,  con  quale 
affetto,  egli  ce  ne  ha  parlato  a  Roma,  nella  sua  recente  e  cara  visita!  Strade, 
ferrovie,  scuole,  alberghi,  sicurezza,  igiene,  spirito  pubblico  ed  operosità  pri- 
vata -  tutto  ha  progredito,  tutto  ha  mutato.  La  nuova  Italia  si  va  affermando 
anche  nell'Isola  con  progresso  misurato,  ma  continuo  e  costante.  E  tutto  vi 
accenna  a  più  liete  speranze,  ed  a  rinnovate  energie  economiche  e  morali. 
Di  ciò  nessun  giudizio  più  sicuro  di  quello  del  Fischer.  Come  straniero, 
il  suo  pensiero  è  sereno  ed  imparziale:  ma  il  suo  cuore  di  amico  dell'Italia 
palpita  e  si  compiace  con  noi.  Egli  è  ritornato  nell'Isola  con  i  suoi  ricordi  di 
quarantadue  anni  or  sono;  l'ha  riveduta,  osservata  e  studiata  alla  stregua 
di  ciò  che  dovevano  fruttare  quarantadue  anni  di  libertà  e  di  progresso  : 
ed  egli  più  volte  ci  ha  ripetuto  che  le  sue  speranze,  le  sue  aspettative  fu- 
rono spesso  di  non  poco  superate.  Ed  il  suo  volto,  sereno  e  simpatico,  si 
apriva  ad  un  sorriso  di  compiacenza  e  di  fede  che  ci  riconfortava. 

Nessun  straniero  ha  studiata  l'Italia  con  tanta  competenza  e  con  tanta 
simpatia,  quanto  il  nostro  illustre  amico.  Perché  in  lui  c'è  la  mente  dello 
studioso  e  l'osservazione  dell'uomo  pratico. 

Il  Fischer  è  figlio  delle  sue  opere,  del  lavoro  e  dello  studio.  Egli  ha 
passata  la  vita  laboriosamente  nell'Apiministrazione  delle  poste  e  dei  tele- 
grafi della  Germania  e  vi  raggiunse  l'alto  grado  di  Sotto-segretario  di  Stato, 
carica  che  tenne  per  lunghi  anni.  Ma  sovra  ogni  cosa,  il  Fischer  fu  il  più 
devoto  ed  abile  collaboratore  dello  Stephan,  il  grande  ministro  delle  poste  te 
desche,  il  fondatore  deìV  Unione  postale  internazionale;  è  a  questa  affettuosa 
collaborazione,  che  solo  la  morte  dello  Stephan  interruppe,  che  il  mondo  intero 
va  debitore  dei  maggiori  e  più  recenti  progressi  dei  servizii  postali,  tele- 
grafici e  telefonici,  che  il  Fischer  più  volte  promosse  ed  illustrò  con  sapienti 
pubblicazioni.  Ed  all'opera  concorde  di  Stephan  e  Fischer  è  pure  dovuto  il 
grandioso  risorgimento  della  marina  postale  tedesca,  la  cui  potenza,  in  breve 
tempo  conquistata,  rappresenta  uno  dei  maggiori  avvenimenti  economici 
dei  tempi  nostri. 

Morto  lo  Stephan  verso  il  1897,  il  Fischer  usci  dall'Amministrazione 
postale  e  chiese  il  collocamento  a  riposo.  La  sua  simpatia  per  l'Italia,  che 

6  Voi.  evi.  Serie  IV  -  1°  luglio  1903. 


82  IMPRESSIONI   DI   SICILIA 

più  volte  aveva  visitata  nella  prima  giovinezza,  l'attirò  ben  presto  a  Romi, 
dove  visse  a  lungo,  dedicandosi  con  intensità  di  pensiero  e  di  affetto  alii 
studio  delle  nostre  condizioni  politiche,  sociali  ed  economiche.  Frutto  ih 
queste  indagini  fu  l'opera  migistrale  di  oltre  603  pagine,  Italien  uinl 
Jtaliener  am  Schlusse  des  neunzehnten  Jafirhunderts  -  (L'Italia  e  ii\\ 
Italiani  alla  fine  del  secolo  xix)  -  che  il  Fischer  pubblicò  a  Berlino  w\ 
1899,  e  di  j;ui  si  fecero  già  parecchie  edizioni. 

Il  volume  del  Fischer  è  oramai  diventato  il  manuale  politico  ed  ecoii.i- 
mico  dell'Italia  all'estero.  Non  v'ha  amico  e  studioso  del  nostro  paese,  in 
qualsiasi  parte  del  mondo,  che  non  consulti  le  successive  edizioni  dil 
Fischer,  come  testo  indiscusso  delle  condizioni,  dei  progressi  e  delle  sih- 
ranze  del  nostro  paese.  Perchè  l'opera  sua  può  dirsi  concepita  sotto  un 
duplice  aspetto  :  da  un  lato  egli  constata  i  progressi  innegabili  già  da  ii'i 
compiuti;  dall'altro 'egli  apre  al  lettore,  con  prudente  perspicacia,  i  nuoNi 
orizzonti  di  un'  Italia  che  risorge. 

Quando  comparve  a  Berlino  la  prima  edizione  del  libro  del  Fischer  fu 
quasi  unanime,  in  Germania,  l'opinione  ch'esso  fosse  ottimista  e  che  la 
seduzione  del  bel  paese  lo  avesse  tratto  a  colorire  le  sue  speranze.  Quattro 
anni  sono  appena  trascorsi,  e  le  previsioni  del  Fischer  sono  raggiunte  :  la 
consolidazione  della  finanza  e  del  credito  italiano  è  un  fatto  compiuto. 
Egli  fu  uno  dei  pochi,  all'estero  e  persino  all'interno,  che  ebbero  fede  nei 
destini  economici  del  ijostro  paese  :  e  nei  fatti  trovò  il  conforto  migliore 
dell'opera  sua.  Pochi  mesi  or  sono,  quando  il  16  gennaio  comparve  nella 
Nuova  Antologia  l'articolo  dell'on.  Maggiorino  Ferraris  sopra,  Il  progresso 
della  finanza  italiana,  esso  non  ebbe  lettore  più  simpatico  e  più  lieto  del 
Fischer,  che  ha  un'ottima  conoscenza  anche  della  nostra  lingua.  Ed  egli 
immediatamente  ne  scrisse  festante  al  Ferraris,  con  lui  felicitandosi  a 
vicenda,  di  aver  insieme  tenuto  fede,  anche  in  momenti  difficili,  «  alle  spe- 
ranze italiche!  » 

Uscito  dal  Ministero  delle  poste,  il  Fischer  non  credette  con  ciò  finita 
la  sua  attività,  ma  con  giovanile  ardore  attese  a  nuove  e  grandi  intraprese. 
L'espansione  economica  della  Germania  ben  presto  lo  attrasse  ed  il  suo  nome 
venne  cosi  a  collegarsi  all'intraprese  tedesche  in  China,  specialmente  alla 
ferrovia  ed  alle  miniere  dello  Sciantung,  di  cui  è  amministratore.  Desideroso 
di  conoscerne  a  fondo  le  condizioni,  il  Fischer,  due  anni  or  sono,  benché 
già  oltre  i  sessant'anni,  con  giovanile  vigoria  intraprese  un  viaggio  in  China, 
visitò  e  studiò  le  aziende  tedesche  e  ritornò  in  patria,  attraverso  gli  Stati 
Uniti,  compiendo  così  il  suo  antico  desiderio  di  un  giro  attorno  al  globo. 
Tanta  attività  non  poteva  a  meno  di  essere  apprezzata  dai  suoi  concit- 
tadini. Chiamato  a  far  parte  della  grande  Banca  di  Berlino,  la  Disco i>to 
Gesellschaft,  il  Fischer  è  attualmente  Presidente  del  Consiglio  di  ammi- 
nistrazione del  potente  Istituto,  che  recentemente  festeggiò  il  primo  cin- 
quantenario della  sua  esistenza ,  colla  pubblicazione  di  uno  splendido 
volume  (1),  in  cui  sono  pure  particolarmente  illustrati  i  molteplici  rapporti 
d'affari,  che  la  Disconto  ebbe  coll'Italia,  soprattutto  per  ciò  che  riflette 
l'emissione  di  obbligazioni  ferroviarie  e  la  costituzione  della  importante 
Banca  commerciale  italiana.  La  presenza  di  un  amico  dell'Italia,  come  il 
Fischer,  alla  testa  di  un  Istituto  cosi  potente,  ci  f<t  sicuri  della  simpatica 
e  poderosa  cooperaziane  del  capitale  tedesco  alle  future  operazioni,  indi- 
spensabili a  proseguire   l'opera   della    ricostituzione    economica  del  nostro 

(1)  Di:;  Discììtto-Oesellschaft  1851  bis  1901.  Dankschrift  zum  50  Jilhrigen 
Jubiliium. 


84  IMPRESSIONI   DI   SICILIA 

paese.  Perchè,  a  dare  un"  idea  della  potenza  della  Disconto  Geselìsc/n 
basti  dire  che  essa  possiede  circa  250  milioni  di  lire  tra  capitale  e  ri?i 
e  che  essa  negozia  ogni  anno  circa  2  miliardi  di  valori  di  borsa  e  3  milia 
di  cambiali. 

Camminare  non  vuol  dire  essere  giunti  alla  meta.  Pure  constatane!'!  : 
non  lievi  progressi  che  la  Sicilia  ha  compiuti,  il  Fischer  non  disconi  - 
la  molta  strada  che  v'ha  ancora  a  percorrere.  Ma.  egli  ha  fede  e  noi  1 
biamo  con  lui.  Egli  sente  che  alcuni  problemi  economici,  specialmente  i 
carattere  agrario,  presentano  una  particolare  gravità:  fa  anzi  comprende  ni- 
di volo  che  richiederebbero  soluzioni  ardite,  alla  tedesca.  Più  volte  gli  a  li- 
biamo chiesto,  quale  sarebbe  l'avvenire  della  Sicilia  e  del  Mezzogiorno  m 
genere,  se  quelle  Provincie  avessero  la  benedizione  di  uno  Stato  operos.j 
e  risoluto  come  quello  prussiano,  e  di  popolazioni  dotate  dello  spirito  di 
iniziativa  e  di  associazione,  come  quelle  tedesche.  Egli  sorrideva  in  elo- 
quente silenzio  od  al  più  ci  animava  ad  aver  fede. 

La  fede  in  noi  stessi  -  ecco  ciò  che  manca  in  questo  momento  agli 
uomini  migliori  della  nostra  Italia:  ecco  ciò  che  soprattutto  difetta  alle 
popolazioni  ed  alle  classi  dirigenti  del  Mezzogiorno.  Meno  recriminazioni 
contro  questi  o  quelli,  contro  lo  Stato  ed  i  Municipii,  contro  il  Nord  e 
contro  tutti!  Meno  querimonie,  meno  domande  al  Governo  -  maggiore  con- 
cordia di  voleri,  maggiore  continuità  di  propositi,  maggiore  operosità  per 
il  bene  di  ognuno  e  di  tutti.  Il  Governo  adempia  ai  suoi  doveri  meglio  di 
quanto  non  abbia  saputo  fare  finora;  ma  le  popolazioni  non  aspettino  tutto 
da  esso  e  lottino  per  il  meglio,  con  energia  e  con  fede. 

Con  questo  augurio  diamo  la  parola  al  Fischer,  al  vecchio  e  sincero  amico 
dell'  Italia. 

Berlino,  maggio  1903. 
Mio  onorevole  Amico, 

Ella  mi  ha  richiesto  di  scrivere  alcune  ri<ilie  sulle  impressioni  rice- 
vute nel  viaggio  che  ho  recentemente  compiuto  attraverso  la  Sicilia  e 
l'Italia  meridionale:  con  piacere  aderisco  al  suo  grazioso  invito. 

Due  volte  ho  visitata  la  Sicilia:  la  prima  nella  primavera  del  1861. 
la  seconda  adesso.  Allora,  quarantadue  anni  or  sono,  vidi  cpiella  terra 
immediatamente  dopo  la  liberazione  dal  giogo  dei  Borboni.  Da  un 
estremo  dell'Isola  risuonava  l'inno  di  Garibaldi:  la  camicia  rossa  era 
l'abbigliamento  favorito  dei  giovani;  dovunque  sentivo  narrare  della 
semplicità,  della  bontà  fanciullesca  e  del  coraggio  da  leone  dell'eroe 
nazionale.  Mi  riuscì  assai  commovente  e  gradevole  il  riandare  questi 
ricordi  nell'ultima  gita,  pochi  giorni  dopo  il  mio  arrivo  a  Palermo, 
quando  incontrai,  alla  tavola  ospitale  in  casa  del  sindaco,  un  signore 
che  si  era  unito  ai  Mille,  poco  prima  della  presa  della  capitale  siciliana, 
ed  aveva  combattuto  con  Garibaldi  a  Milazzo  ed  al  Volturno.  «  Nulla  vi 
era  di  cui  non  lo  avremmo  creduto  capace,  nulla  che  noi  non  avremmo 
creduto  di  poter  compiere  sotto  il  suo  comando.  Il  suo  potere  sopra 
i  giovani  era  sconfinato,  noi  ci  trovavamo  quasi  sotto  un  incantesimo. 
Noi,  un  pugno  di  giovani,  avevamo  appena  conquistato  Palermo  che 
Egli  disse:  -  Ragazzi,  ora  al  Faro!  -e  quando  avemmo  sbaragliato  le 
schiere  napoletane  a  ililazzo.  ci  fu  ordinato  :  -  Adesso,  a  Napoli  !  - 
Allora  noi  tutti  avremmo  giurato  che  quella  marcia  vittoriosa  non 
avrebbe  dovuto  arrestarsi,  e  che  noi,  sotto  una  simile  direzione,  saremmo 
giunti  a  Roma  e  poi  all'Isonzo». 


IMPRESSIONI   DI   SICILIA  85 

Orbene,  le  cose  non  procedettero  così  rapidamente,  ma  quelle  mire 
che  parevano  tanto  facili  a  conseguirsi  a  quei  giovani  pieni  di  entu- 
siasmo, sono  state  pure  in  pochi  anni  fortunatamente  realizzate.  Innanzi 
tutto  non  si  è  avverato  ciò  che  gli  scettici  ed  i  paiu'osi  davano  allora 
per  sicuro:  il  periodo  di  calma  che  doveva  seguire  e  seguì  infatti  ai 
sorrisi  della  fortuna  ed  ai  primi  entusiasmi,  non  ha  avuto  per  con- 
seguenza la  rovina  dell'unità  agevolmente  conquistata.  Sento  ancora 
suonarmi  nelle  orecchie  quelle  profezie  di  malo  augurio,  con  le  quali 
allora  mi  si  assaliva  :  «  Il  Nord  ed  il  Sud,  così  fondamentalmente  diversi 
per  indole,  temperamento,  cultura  e  ricchezza,  una  volta  che  sia  passato 
il  sogno  primaverile  di  questo  episodio,  dovranno  fatalmente  disgiun- 
gersi; la  Sicilia  ed  il  continente,  separati  da  un  odio  secolare,  non 
potranno  vivere  d'accordo.  Noi  meridionali  non  ci  lascieremo  governare 
lai  freddi,  rigidi  piemontesi;  tropjio  profonde  radici  ha  nel  nostro 
sangue  il  particolarismo;  e  quelli  sono  troppo  convinti  della  loro  pro- 
pria eccellenza,  per  potersi  indurre  ad  aver  riguardo  alle  nostre  spe- 
ciali qualità...  » 

Ed  ora? 

Certamente,  lo  so.  si  trovano  anche  fra  voi  certi  dotti  così  attac- 
cati alle  loro  teorie  etnografiche  delle  differenze  fra  Nord  e  Sud,  che 
mcor  oggi  si  sforzano  di  dimostrare  teoricamente  l'incompatibilità  dei 
S'ari  gruppi  di  italiani.  Ma  il  reale  stato  delle  cose  ha  dato  ragione  a 
coloro  che  prevedevano  fin  da  allora  l'unità  d' Italia  come  la  soluzione 
ieflnitiva  ed  irrevocabile  dell'assetto  del  paese.  E  questa  è  1"  impres- 
sione che  io,  qiumto  alla  situazione  ])olitica,  ho  ricevuto  inalterata, 
con  mia  soddisfazione,  anche  in  Sicilia.  La  Sicilia  si  è  fusa  nell'Italia, 
3d  è  divenuta  una  parte  vitale  del  corpo  della  Nazione  italiana.  Per 
lunghi  anni,  dei  siciliani  hanno  retto  le  sorti  politiche  dell'Italia.  Anche 
Jopo  la  morte  di  Crispi  e  le  dimissioni  di  Rudini,  i  siciliani  sono  ono- 
revolmente rappresentati  nei  Ministeri,  nei  più  alti  e  più  importanti 
uffici  dell' amministrazione,  dell'esercito,  della  diplomazia,  dell'alta 
finanza  e  dell"  industria.  La  coscrizione  generale,  sconosciuta  e  odiata 
in  Sicilia,  come  in  alcune  altre  regioni,  ha  preso,  in  breve,  piede  nel- 
l'Isola, come  in  ogni  altra  ])arle  d'Italia  ;  a  Dogali  e  ad  Adua  sono  caduti 
molti  siciliani,  insieme  coi  figli  del  continente  e  i  loro  nomi  sono  tra- 
mandati alla  i)ietosa  posterità,  su  monumenti  che  si  incontrano  nei 
centri  grandi  e  in  quelli  minori  dell'isola,  come  anche  di  qua  dallo  Stretto. 

Fin  dal  tempo  dei  Vespri  Siciliani  -  il  ricordo  dei  quali,  noterò  qui 
ii  passaggio,  ricorre  in  Sicilia  con  meravigliosa  frequenza  -  l'isola  della 
Frinacria  si  è  sempre  dibattuta  in  convulsioni  violente  contro  l'oppres- 
sione del  giogo  straniero,  impostole  da  Angioini,  Absburghesi,  Spagnuoli 
3  Borboni.  Più  lunga  che  non  per  le  altie  regioni  d' Italia  è  la  lista  che 
ia  Sicilia  può  vantare,  di  sollevazioni,  di  cospirazioni  e  di  martirii  poli- 
tici. Sotto  questo  aspetto  le  pietre  di  Palermo  parlano  un  linguaggio 
molto  eloquente.  Sulla  piazza  della  Ci'oce  dei  Vespri,  adorna  di  una 
copia  di  quella  croce,  che  vi  fu  eretta  per  ricordo  della  cacciata  dei 
Francesi  avvenuta  in  seguito  ad  una  solle\azione  popolare,  si  mostra 
incor  oggi  il  palazzo  in  cui  ha  risieduto  il  governatore  francese.  Fra 
le  rovine  di  S.  Giovanni  degli  Eremiti,  il  custode  di  questa  vecchia 
chiesa,  ora  trasformata  in  monumento  nazionale,  narra  come  la  cam- 
pana dei  Vespri  abbia  suonato  come  segnale  dello  scoppio  dell"  insur- 
rezione, e  come  sia  avvenuta  la  cacciata  dell'oppressore  straniero.  Una 
lapide  di  tVonte  al  palazzo  in  cui  abita  il  sindaco  di  Palermo  tramanda 


86  IMPRESSIONI   DI   SICILIA 

ai  posteri  i  nomi  della  Giunta  che  diresse  rinsurrezione  del  1848.  Nell.i 
contigua  piazza  della  Rivoluzione,  l'antico  Mercato  Vecchio,  trovai  l.i 
lapide,  ornata  di  corone  fresche,  che  ricorda  i  capi  dei  patrioti,  col.i 
fucilati  dai  soldati  del  Re  Bomba.  Vicino  airantico  ])orto  si  eleva  un 
obelisco  che  porta  i  nomi  di  parecchi  martiri  della  libertà,  fucilati  sui 
principio  dell'insurrezione  del  1860:  Li.  piazza  si  chiama  «  Piazza  delie 
Tredici  Vittime  ». 

E  quando  si  mette  il  piede  nel  magnitico  ornamentale  giardino 
Garibaldi,  che  nel  bel  centro  della  città  offre  un  luogo  di  ricreazione 
assai  ricercato  in  tutte  le  ore  del  giorno  da  giovani  e  da  vecchi,  al- 
l'ombra di  nobili  altissimi  alberi,  si  trovano,  vicino  ai  busti  di  Gaii- 
baldi,  Mazzini  e  La  Farina,  collocati  su  piedistalli,  i  visi  espressivi  di 
altri  patrioti  siciliani,  che  sostennero  vivamente  la  resistenza  contro 
il  dominio   borbonico,  e  ne  prepararono  la  caduta  per  mezzo  di  con- 
tinue cospirazioni  e  di  sollevazioni  sempre  rinnovate.  Sul  piedistallo  che 
porta  il  busto  di  Giuseppe  La  Farina,  sono  enumerati  come  titoli  ono-  ] 
rifìci  quelli  di  «  cospiratore,  oratore,  soldato,  esule  ».  Cospiratore  dunque   \ 
in  prima  linea.  Potrebbe,  ciò  posto,  biasimarsi  la  gioventù  che  ha  dap-  ' 
perlutto  davanti  agli  occhi  questi,  monumenti,  queste  statue  e  queste 
iscrizioni  onorifiche,  se  ancor  oggi  considera  l'espressione  «  cospiraloi-e  » 
come  segno  di  un  talento  degno  di  una  speciale  venerazione,  capace 
di  assicurare  in  particolar  modo  la  gloria  presso   i   contemporanei  e  j; 
presso  la  posterità?  Si  potrà  farle  un  rimprovero,  se  essa,  che  ritrova 
di  preferenza  nei  nomi  delle  vie  e  delle  piazze  nelle   sue  città   natali   ; 
quelli  di  Timoleonte,  dei  Gracchi,  di  Giordano  Bruno,  di  Savonarola,    ' 
e  di  altri  precursori  nella  lotta  per  la  libertà  politica   e  religiosa,  si  ■^. 
entusiasma  innanzi  tutto  per  ciò  che  si  ribella  contro  l'esistente  stato   ' 
di  cose,  e  se  batte  vie  radicali  all'estremo"? 

Anche  in  Sicilia,  dunque,  i  giovani  non  mancano  di  essere  attratti 
dal  radicalismo,  e  saranno  rinvigoriti  dalla  predilezione  per  questo  | 
modo  di  vedere  le  cose,  attraverso  i  gravi  e  seriissimi  inconvenienti, 
che  sono  abbastanza  numerosi  nelle  condizioni  amministrative  e  so- 
ciali della  loro  patria.  La  questione  della  terra  e  le  condizioni  dei  lavo- 
ratori dello  zolfo  basterebbero  da  sole  a  giustificare  un  ampio  bisogno  ! 
di  riforme  radicali.  È  tanto  più  facile  scagliarsi  contro  l'assenteismo 
dei  latifondisti  e  contro  la  crudeltà  dei  proprietari  delle  zollare,  che 
non  proporre  vie  pratiche  conducenti  al  miglioramento  dello  stato  di 
cose.  Non  da  me,  che  sono  stato  nel  paese  solo  poche  settimane.  Ella 
avrà  da  aspettarsi  simili  proposte. 

Dappertutto  ove  mi  sono  recato,  in  Sicilia,  sempre  con  viva  pre- 
mura, mi  è  stato  domandato,  dagli  amabili  italiani  coi  quali  ho  avuto 
contatto,  come  io  trovassi  trasformato  il  paese. 

Che  dopo  quarantadue  anni  dovessero  essersi  verificati  grandi  e 
profondi  cambiamenti,  è  evidente:  ciò  io  comprendevo  perfettamente; 
ma  sotto  parecchi  aspetti  li  ho  trovati  ancor  più  grandi  di  quello  che 
mi  fossi  aspettato. 

Mi  occuperò  innanzi  tutto  della  viabilità  del  paese. 

Nel  1861  in  Sicilia  non  esistevano  ancora  ferrovie.  Le  strade  maestre 
e  le  altre  di  campagna,  per  le  quali  si  potesse  andare  in  carrozza,  erano 
in  numero  estremamente  limitato.  Se  la  memoria  non  mi  inganna,  non 
ve  ne  erano  che  due:  quella  sulla  costa  orientale  da  Messina  a  Sira- 
cusa, e  quella  da  Messina  a  Palermo;  la  prima  da  principio  segue  la 


IMPRESSIONI   DI   SICILIA  87 

costa  orientale,  e  poi,  un  po'  piìi  al  sud  di  Taormina,  si  annoda  all'an- 
tica strada  maestia.  sul  versante  settentrionale  dell'Etna,  penetrando  di 
traverso  nell'interno  dell'isola,  verso  occidente.  Perle  comunicazioni 
fra  le  città  della  costa  si  ricorreva  a  piccoli  vapori,  che  erano  per  la 
maggior  parte  di  qualità  veramente  dubbia,  e  per  le  comunicazioni  fra  i 
luoghi  interni  ci  si  serviva  dei  cavalli.  Anche  molti  anni  dopo  vi  erano 
ancora  popolose  città  nell'  interno  dell'  isola  non  congiunte  fra  loro  da 
alcuna  strada.  1  fiumi,  e  specialmente  le  numerose  fiumare,  nell'interno, 
erano  non  di  rado  prive  di  ponti.  Quando  le  acque  crescevano,  allora  il 
viaggiatore  doveva  scegliere  :  o  cercai  si  il  passaggio  traverso  le  acque 
per  guadi  malsicuri,  oppure,  come  i  contadini  nel  verso  di  Orazio,  aspet- 
tare ilum  eie fl lied  atmiis:  metodi  ambedue  che  mal  si  accordano  conia 
necessità  di  percorrere  rapidamente  e  sicuramente  una  data  distanza. 
Certo  si  è  che  in  generale  allora  non  si  viaggiava  rapidamente:  nel- 
l'aprile del  1861  sono  stato  in  viaggio  ben  cinque  giorni  col  mio  bravo 
vetturino  per  andare  da  ilessina  a  Sii'acusa;  ora  questo  tragitto,  con  un 
treno  diretto  della  rete  sicula,  si  percorre  in  quattro  ore  e  mezzo  ! 

Tale  .stato  di  cose  ha  subito  un  profondissimo  cambiamento  per 
opera  delle  strade  ferrate.  La  Sicilia  possiede  ora  una  lete  che  orla 
completamente  le  sue  coste  settentrionali  ed  oriejitali.  e  in  gran  parte 
quelle  meridionali,  e  che  traversa  l'interno  dell'isola  andando  da  noid 
a  sud  e  da  occidente  ad  oriente,  lo  sono  andato  da  Palermo  a  Cìir- 
genti  senza  cambiare  vagone,  in  quattro  ore  e  quaranta  minuti,  e  da 
Girgenti  a  Siracusa  in  otto  ore,  con  un  solo  trasbordo.  Quest'ultimo 
treno  incontra  a  Santa  Caterina-Xirbi  il  treno  quotidiano  che  va  da 
Catania  a  Palermo,  il  solo  che,  corrispondendo  a  tutte  le  esigenze  della 
moderna  comodità  nei  viaggi,  porti  seco  un  vagone-ristorante,  ed  abbia 
potuto  offrirci  la  gradita  opportunità  di  far  colazione  in  viaggio.  In 
queste  linee,  come  pure  in  quella  da  Siracusa  a  Taormina  e  nella  cir- 
cumetnea da  Taormina  a  Catania,  ho  trovato  il  servizio  delle  strade 
ferrate  siciliane  bene  ordinato,  meravigliosamente  puntuale  e  il  mate- 
riale d'allestimento  delle  stazioni  rispondente  a  tutte  le  esigenze  normali. 
Quale  somma  di  facilitazioni,  comodità  e  maggiori  agevolezze  siano  da 
ciò  derivate  al  viaggiatole  può  valutare  solo  colui  che  ha  conosciuto 
il  paese  senza  le  ferrovie  ! 


Vi  erano  nel  1861  in  Sicilia,  date  le  misere  proporzioni  del  movi- 
mento dei  forestieri,  pochi  alberghi,  e  di  quelli  pochissimi  erano  buoni. 
Ero  allora  giovane,  senza  esigenze,  e  perciò,  pieno  delle  meraviglie 
che  il  \iaggio  attraverso  la  bella  isola  mi  offriva  in  abbondanza,  poco 
mi  curavo  di  tali  cose.  Ciononostante  mi  è  rimasto  impresso  nella  me- 
moria come  la  questione  dell'alloggio  lasciasse  molto  e  talvolta  mol- 
tissimo da  desiderare,  con  la  sola  eccezione  dell'albergo  Trinacria,  a 
Palermo,  già  allora  famoso.  Come  era  oscuro  e  sudicio  l'alberguccio 
che  faceva  poco  onore  al  suo  titolo  di  Albergo  del  Sole,  l'unico  del  quale 
il  viaggiatore  potesse  allora  valersi  a  Siracusa!  Nel  ISfil  a  Taormina 
riuscimmo  appena  a  pernottare.  11  nostro  vetturale  si  fermò  ad  una 
modesta  locanda  che  si  trovava  isolata  in  basso,  vicino  al  mare,  presso 
all'odierna  stazione  ferroviaria  di  Giardini,  e  lasciò  che  ci  arrampicas- 
simo, per  mezzo  di  asini,  su  per  le  balze  scoscese  delle  rocce  di  Taor- 
mina. Lassù,  in  quel  miserabile  paesello,  non  vi  era  alcun  luogo  in 
cui  il  viaggiatore  potesse  ristorarsi.  Ricordo  ancora  nettamente  come 


88  IMPRESSIONI    DI   SICILIA 

mi  rispose  la  locaiidiera  di  Lentini,  presso  la  quale  avevamo  preso 
quartiere  per  la  notte.  Quando  le  richiesi  che  cosa  ci  avrebbe  servito  da 
pranzo,  essa  con  tutta  semplicità  ci  rispose:  «  Quello  che  vi  siete  por- 
tato». Siccome  in  quell'albergo  niente  altro  poteva  trovarsi  all'infuori 
del  vino  immancabile,  così  io  andai  al  mercato  della  piccola  città  cir- 
costante e  comperai  un  pollo,  uova,  pane  ed  insalata  per  la  nostra  cena. 
La  Trinacrìa  è  ancor  oggi  in  Palermo  un  buon  albergo,  mentre 
per  comodità,  ampiezza  e  qualità  delie  stanze  è  rinomato  da  alcuni  anni 
V Hotel  des  Palmes,  che  parimente  appartiene  alla  famiglia  Ragusa,  ed 
è  situato  nella  moderna  parte  della  città  che  si  trova  Inori  dell'antico 
recinto  delle  mura.  Nella  nuova  magnifica  Villa  Igiea  che  è  fuori  del 
porto,  solenne  sul  mare,  alle  falde  di  Monte  Pellegrino,  l'altiera  capi- 
tale dell'  isola  possiede  imo  stabilimento  pel  movimento  dei  forestieri, 
capace  di  soddisfare  alle  più  raffinate  esigenze  :  esso  costituisce  un  centro 
di  attrazione  della  più  alta  importanza  e  comprende  un'ottima  agenzia 
internazionale  di  viaggi.  Girgenti  e  Siracusa,  ambedue  allora  terribil- 
mente abbandonate  e  desolate,  sono  ora  meta  di  un'amplissima  cor- 
rente di  viaggiatori;  ambedue  quelle  città  posseggono  alberghi  buoni, 
dei  quali  l'Hotel  des  Temples  in  Girgenti  e  la  Villa  Politi,  situata  splen- 
didamente nel  margine  superiore  della  meravigliosa  Latomia  dei  Clap- 
puccini,  sono  divenuti  punti  di  fermata  assai  ricercati  dai  forestieri 
elle  viaggiano  in  Sicilia.  Anche  a  Taormina,  allora  cosi  inospitale,  si 
trovano  adesso,  olti'e  a  parecchi  ottimi  alberglii  di  prim'ordine,  fra  cui 
il  Grand  Hotel,  il  Belleiuie.  il  San  Domenico,  ecc.,  anche  un  certo 
numero  di  altri  buoni  e  raccomandabili.  L"  intera  città,  in  cui  allora 
non  si  poteva  avere  una  tazza  di  caffè,  è  adesso  per  la  maggior  parte 
tlelfanno  percorsa  da  una  notevole  quantità  di  forestieri.  Ed  aumenta 
il  numero  dei  visitatori  tedeschi,  inglesi,  americani,  svizzeri,  russi,  ecc., 
che  giungono  a  questo  meraviglioso  punto  di  vista  jier  farvi  una  più 
lunga  dimora.  Qui  come  in  Aci  Reale  sono  venute  sviluppandosi 
alcune  particolarità  che  ricordano  le  stazioni  climatiche  invernali 
della  Riviera.  È  per  me  assolutamente  fuori  di  dubbio  che  anche  in 
Sicilia  le  ferrovie  si  siano  dimostrate  mezzi  apportatori  di  cultura  di 
prima  importanza,  in  rapporto  al  movimenfo  dei  forestieri;  ma  io 
sono  inclinato  a  credere  che  la  loro  missione  di  fronte  alla  cultura  non 
sia  limitata  al  movimento  dei  viaggiatori. 


La  prima  cosa  che  mi  diede  nell'occhio  a  Palermo  fu  il  fatto  che 
sono  scomparsi  i  balconi  chiusi  con  una  grata,  che  formavano  allora 
pel  Cassaro  un  cammino  sospeso  lungo  la  via  principale  fino  al  Duomo, 
per  offrire  alle  pie  signore  una  via  per  giungere  alla  chiesa,  lungo  la 
quale  non  fossero  disturbate  da  sguardi  profani.  Adesso  è  caduto  il 
congiungimento  fra  i  balconi  delle  singole  case  e  la  maggior  parte  dei 
balconi  si  sono  anche  liberati  dalle  anguste  grate.  In  seguito  a  ciò  la 
strada  principale  di  Palermo  ha  perduto  una  delle  caratteristiche  per 
la  quale  sorgeva  assai  vivo  il  ricordo  del  tempo  dei  saraceni. 

Anche  sotto  altri  aspetti  trovai  Palermo  assai  rimodernata.  La 
pulizia  delle  strade,  dirò,  servendomi  di  un  eufemismo,  vi  lasciava  spesso 
a  desiderare.  Adesso  ho  potuto  francamente  manifestare  all'onorevole 
sindaco  la  mia  meraviglia  per  lo  stato  attuale  di  cose,  grazie  alla  bene- 
merita attività  della  «  nettezza  pubblica  »,  che  fio  incontrata  senza 
eccezione  anche  nei  luoglii  jilù  angusti  del  dedalo  di  viuzze  della  parte 


IMPRESSIONI    DI    SICILIA  89 

mtic  i  della  città.  Attribuisco  a  questo  miglioramento,  che  è  al  tempo 
;tesso  della  i)iù  alta  importanza  per  l'igiene  di  Palermo,  maggior  valore 
;he  non  ad  altri  che  a  molti  cadono  innanzi  tutto  sott'occhio,  come,  per 
esempio,  il  sontuoso  edifìcio  del  Teatro  Massimo  e  del  Politeama,  poiché 

0  ritengo  quelli  più  necessari  e  più  salutari  che  non  questi  jmlazzi 
)rnament,ali,  che  hanno  imposto  gravi  carichi  alle  finanze  della  città. 
Di  pesi  spirituali  di  ogni  specie  non  vi  è  penuria  neppure  nella  Palermo 
l'oggi.  Però  mi  sembra  che  il  grave  regime  conventuale,  sotto  il  quale 
gemeva  una  volta  la  metropoli  siciliana,  sia  ora  non  poco  diminuito. 
n  grandissimi  possedimenti  di  ordini  religiosi  ho  trovato  ora  istituti 
alci  ;  nel  grandioso  chiostro  dei  gesuiti  vicino  al  Duomo  ha  preso  stanza 

1  Convitto  Nazionale,  ed  ho  osservalo  con  piacere  che  il  refettorio  dei 
'adri  della  Società  di  Gesù  costituisce  ora  la  sala  da  pranzo  dei  180 
dunni  di  questo  ottimo  istituto  di  educazione,  che  è  di  indole  asso- 
utamente  secolare.  1  suoi  alunni  ricevono  le  lezioni  rispettive  nel 
ginnasio  Giovanni  Meli,  e  nella  scuola  tecnica,  situati  nello  stesso 
;aseggiato  e  comunicanti  per  mezzo  della  corte  posteriore. 

In  forte  contrasto  col  comjileto  stato  di  abbandono  in  cui  si  trovava, 
il  tempo  della  mia  prima  visita,  la  pubblica  istruzione,  si  incontra  ora 
n  Palermo  e  nelle  altre  città  dell'  isola  una  folla  di  istituti  di  ogni 
specie,  dedicati  all'educazione  popolare.  Scuole  elementari.  Scuole  serali: 
isili  d' infanzia,  Scuola  professionale  femminile.  Scuola  commerciale  ; 
jueste  sono  le  iscrizioni  che  spesso  ricorrono  sulle  case  nell'interno 
Iella  città.  Secondo  il  bilancio,  quale  è  stampato  nei  resoconti  del  Con- 
iiglio  comunale,  che  deblio  alla  cortesia  del  sindaco  senatore  Tasca- 
^anza,  furono  nel  1901  stanziate  le  seguenti  somme  per  le  scuole  di 
Palermo  : 

Stipendi  ai  maestri  delle  scuole  elementari L.  267.357.   » 

Stipendi  alle  maestre  delle  scuole  elementari »  328,711.50 

Basso  personale  delle  scuole  elementari »     85,678.  » 

Affitto  dei  locali  per  le  scuole  elementari >>     95,000.  » 

Valore  locativo  dei  luoghi  di  proprietil  comunale  usati  da  dette 

ìcuole »    26,000.  » 

Manutenzione  della  suppellettile  scoslatica  e  del  mobilio.    .    .      »     28,200.-50 

Ciò  dà  una  spesa  annua  per  l'istruzione  popolare  in  Palermo,  rag- 
!:iungente  una  somma  superiore  ai  tre  quarti  di  milione  di  lire.  Oltre 
1  ciò  vengono  le  numerose  scuole  popolari  private,  aventi  carattere 
•eligioso  ed  antiquato,  non  municipali.  Così  pure  nelle  alti'e  città,  anche 
1  viaggiatore  più  frettoloso  può  vedere  che  i  municipi  si  sforzano  di 
•isolvere  nel  miglior  modo  possibile  il  problema  delle  scuole,  che  è  loro 
mposto.  La  mia  piccola  guida  sulla  rupe  Atenea  a  Girgenti,  alla 
lomancla  se  sapesse  leggere  e  scrivere,  mi  rispose:  «  Signor  mio,  io  ho 
ivuto  il  premio  alla  scuola  per  il  buon  profitto  nello  studio!  »  Ed  a 
Siracusa,  mentre  attraversavo  la  corte  di  una  nitida  casa  sulla  quale 
!Ì  leggeva  l'iscrizione  «  Scuola  elementare  femminile  »,  fuicoiiesemente 
nvitato  a  visitare  le  classi.  Chi  avrebbe  mai  pensato  a  Siracusa  nel  1861 
ìd  una  scuola  pubblica,  per  giunta  ad  una  scuola  femminile  !  Eppure, 
iella  statistica  degli  analfabeti,  le  provincie  siciliane  si  trovano  tuttora 
id  un  livello  assai  basso  con  una  percentuale  spaventosa. 

Come  segno  dell'abbandono  e  del  deperimento  che  incontrai  a  Sira- 
;usa  nel  IStil,  mi  è  rimasto  in  mente  il  misero  aspetto  che  allora  pre- 
sentavano le  sorgenti  di  Ai'et  usa.  L'Antichità  aveva  tributato  a  questa 
bnte  onori  divini,  e  le  aveva   dedicato   uno    splendido  culto,  lo  vidi 


90  IMPRESSIONI    DI   SICILIA 

allora  la  Ninfa,  dolente,  adattarsi  ai  più  umili  servigi:  intorno  al  su 
dicio  orlo  della  fontana,  rasente  ai  piedi  del  muro  del  grande  porto , 
completamente  deserto,  stavano  sedute  le  lavandaie,  intente  a  pulire 
in  mezzo  ad  un  alto  gridio  la  biancheria  di  dubbio  candore,  nei  tlutti 
abbondanti  della  sorgente.  Ora  la  nuova  bella  passeggiata  lungo  il  \ 
porto  è  interrotta  da  un  emiciclo,  in  cui  la  bella  fonte  riversa  le  sue 
lim])ide  acque.  Alti  fusti  di  papiro  piantati  fin  qui.  dalle  rive  della 
vicina  Ciane,  susurrano  una  pace  lieve  e  soave  su  questo  ospitale 
emiciclo,  mentre,  nelle  acque  mormoranti,  guizzano  allegramente  nu- 
merosi pesci  ed  alcune  palme  sollevano  maestose  verso  il  cielo  le  loro 
chiome.  Come  una  volta  nel  suo  abbandono,  così  ancor  oggi  Arelus.i 
può,  nella  sua  modesta  e  pur  meravigliosa  bellezza,  rappresentare  il 
simbolo  del  miglioramento  che  Siracusa  ha  subito  dal  1861  in  poi. 
Adesso  è  interamente  demolita  la  cinta  di  fortiiicazioni  che  una  volta 
teneva  segregati  dal  continente,  sull'isola,  loro  origine,  i  poveri  resti 
di  Siracusa.  Fra  il  porto  grande  e  quello  di  Acradina  è  stata  fatta  una 
comunicazione  navigabile.  Se  la  foresta  degli  alberi  di  nave  che  animano 
questi  porti,  per  lungo  tempo  non  ha  corrisposto  a  ciò  che  ci  si  ri- 
prometteva dal  canale  di  Suez  allora  in  costruzione,  pure  io  vi  ho 
veduto,  oltre  ad  un  discreto  numero  di  feluche  e  di  altri  legni  di  ca- 
botaggio, un  grosso  vapore  ancorato  che  caricava  agrumi,  ed  ogni 
giorno  il  porto  è  toccato  dall'uno  o  dall'altro  vapore,  che  mantengono 
le  comunicazioni  con  altri  luoghi  della  costa  orientale  e  di  quella  me- 
ridionale. 

Quanto  non  dovetti  penare  nella  mia  prima  visita  per  trovare  la 
bella  statua  di  Venere,  che  costituisce  una  delle  glorie  di  Siracusa  e 
una  delle  più  nobili  reliquie  del  suo  passato!  Oggi  Siracusa  possiede 
un  museo  suo  proprio,  che  è  stat(j  collocato  degnamente  in  un  palazzo 
di  fronte  al  Duomo.  Al  piano  terreno,  vicino  agli  avanzi  di  architettura, 
alle  urne  e  ai  sarcofagi,  è  stata  posta  una  raccolta  di  sculture  che  con- 
tiene, oltre  alla  Venere  Anadiomène,  una  serie  di  notevoli  statue  romane 
drappeggiate,  ed  un  magnifico  rilievo  sepolcrale  della  buona  epoca 
greca.  11  piano  superiore  presenta  una  mostra  etnografica  ricchissima  e 
bene  ordinata,  che  risale  fino  al  passato  preistorico  dell'isola.  Una 
l'accolta  di  magnifici  vasi  e  una  collezione  quasi  completa  di  monete 
della  città  danno  un'immagine  evidente  del  talento  artistico  che  ha 
reso,  per  secoli,  Siracusa  uno  dei  centri  della  vita  intellettuale  dei  Greci. 


Ma  quando  poco  prima  dicevo  che  le  ferrovie  hanno  dimostrato 
di  essere  anche  in  Sicilia  mezzi  di  diffusione  della  cultura,  non  avevo 
di.  mira  soltanto  il  rifiorire  del  benessere  e  dell'istruzione,  quale  si  pre- 
senta nella  città  ad  ogni  osservatore.  Dopo  tutto  ciò  che  avevo  letto 
ed  udito  sugli  ettetti  del  regime  dei  latifondi  in  Sicilia  e  della  cultura 
tendente  a  divenire  sempre  più  estensiva,  debbo  confessare  aperta- 
mente che  quanto  ho  veduto  nella  coltivazione  ilei  paese  mi  ha  viva- 
mente sorpreso.  Non  parlo  qui  della  fiorente  cultura  delle  vigne  e  degli 
agrumeti  che  danno  alla  Conca  d'oro  intorno  a  Palermo,  alla  striscia 
di  costa  da  Catania  a  Taormina  e  a  molte  parti  dei  paesi  traversati 
dalla  Circumetnea,  un  aspetto  più  ricco  di  tutti  i  giardini  più  curati  e  più 
intensamente  coltivati.  No;  io  ho  trovato  anche  nell'interno  dell'isola, 
tanto  nel  viaggio  da  Palermo  a  Girgenti,  quanto  in  quello  da  Girgenli 
a  Siracusa,  una  coltivazione  che  ha  superato  la  mia  aspettazione. 


IMPRESSIONI  DI   SICILIA  91 

Innanzi  tutto  mi  ba  sorpreso  il  numero  degli  alberi  cbe  si  osservano 
dal  treno.  Non  soltanto  i  gruppi  di  Eucalyptus  cbe  sempre  annunziano 
la  vicinanza  di  una  stazione,  ma  parecchi  alberi  fronzuti,  come  pioppi, 
salici,  ulivi  e  piti  lontano  alberi  fruttiferi  delle  specie  più  varie,  fra  i 
quali  il  mandorlo  cbe  si  trova  quasi  dappertutto,  danno  al  paese  un 
aspetto  oltre  ogni  dire  grazioso.  Oltre  a  ciò,  non  di  rado  si  incontrano, 
neirinterno,  dei  tratti  diligentemente  coltiviiti  ad  agrumi.  Debbo  però 
ritenere  cbe  queste  siano  eccezioni  che  si  possono  spiegare  col  fatto 
che  la  linea  ferroviaria,  sempre  quando  è  possibile,  segue  le  valli  dei 
fiumi,  e  in  Sicilia  là  dove  è  acqua  là  sono  anche  agrumi,  come  mi 
spiegava  un  siciliano,  mio  compagno  di  viaggio.  Ma  anche  la  cultura 
dei  cereali,  osservata  dalla  ferrovia,  si  presenta  molto  meno  interrotta 
di  quello  cbe  avrei  creduto  :  fino  alle  regioni  montuose  che  limitano 
l'orizzonte,  ho  veduto  distendersi  i  campi  di  frumento,  sulle  plaghe 
lontane.  I  terreni  deseiti,  i  pascoli  aridi,  le  paludi  non  bonificate  che 
non  di  rado  incontra  chi  viaggia  per  il  Mezzogiorno,  non  mi  sono 
mai  venuti  soft' occhio  in  Sicilia.  E  debbo  anche  riconoscere  che  ciò 
che  mi  è  capitato  di  osservare  in  fatto  di  edifìci  rurali,  attrezzi,  be- 
stiame, vestiario  e  mantenimento  dei  lavoratori  della  terra,  non  è 
affatto  rimasto  indietro  a  ciò  che  ho  veduto  in  parecchi  distretti  del 
continente. 

Mentre  scrivo,  so  bene  ([uanto  poco  facciano  fede  queste  fugge- 
voli osservazioni  e  quanto  poco  valore  esse  abbiano  in  confronto  alle 
testimonianze  di  esperti  conoscitori  delle  condizioni  dell'  isola,  e  per 
il  terribile  posto  che  la  Sicilia  occupa  nella  statistica  degli  omicidi, 
ila  Ella,  mio  onorevole  amico,  mi  ba  invitato  a  scrivere  queste  righe, 
benché  le  fosse  noto  perfettamente  che  io  non  ho  affacciato  alcuna 
pretesa  di  un'esperienza  particolare:  debbo  ritenere  che  sia  stato  desi- 
derio di  Lei  di  udire  con  tutta  semplicità,  così  come  esse  sono,  quelle 
impressioni  di  viaggio,  che  ho  raccolto  durante  la  mia  visita,  purtroppo 
tanto  breve,  in  Sicilia,  e  perciò  non  mi  sono  vergognato  di  esporle 
ciò  che  mi  ba  sorpreso  e  rallegrato  in  rapporto  alle  condizioni  della 
economia  rurale.  Pure  non  potrei  a  meno  di  difendermi,  nel  modo  più 
esplicito,  dall'accusa  di  aver  sostenuto  die  in  Sicilia  tutto  va  per  lo 
meglio,  come  se  io  credessi  che  la  riforma  delle  condizioni  agricole  e 
sociali,  cbe  sono  urgentemente  richieste  da  profondi  conoscitori  del 
pae.se,  non  sia  di  una  necessità  impellente  e  tale  che  non  si  possa  dif- 
ferirla. Una  simile  falsa  interpretazione  delle  mie  parole  mi  dispia- 
cerebbe sommamente. 

Del  resto,  alla  fine  dei  conti,  io  ho  ritrovato  la  Sicilia,  dopo  qua- 
rantadue anni,  di  molto  ringiovanita,  arricchita  e  più  coltivata  di 
quello  che  io  non  avessi  sperato,  fondandomi  sui  miei  ricordi.  Ariche 
la  Sicilia  ha  da  sopportare  la  sua  grave  quota  del  carico  imjiosto  da 
più  di  quarant'anni  alla  vostra  nobile  patria,  dalla  conquista  dell'indi- 
pendenza e  dalla  fondazione  di  uno  Stato  unitario  nazionale.  Ma  anche 
in  Sicilia  non  vi  è  luogo  a  trarre  tristi  presagi  sull'avvenire  dell'Italia, 
nel  quale  tanto  io  quanto  Lei,  abbiamo  piena  fiducia.  Certo,  chi  sente 
amoi'e  pel  paese,  non  deve  starsene  colle  mani  in  mano,  né  in  Sicilia, 
né  in  altie  parti  d'Italia.  Infatti,  come  diceva  Orazio?  Bi(sticus  expe- 
ctat  cium  defluat  ainnis... 

Sempre  suo  aff.mo 
P.  D.  Fischer. 


ELEZIONI  UNIVERSITARIE  NEL  CINOUECENTO 


Da  documenti  ixediti  sl'llo  Studio  di  Perugia. 


I. 

La  storia  dello  Studio  di  Perugia  è  ancora  da  fare,  nonostante  che 
ne  apparisca  verauiente  cospicua  l'importanza.  Quello  Studio  è  già  in 
fiore  a  metà  del  Trecento,  quasi  solo,  può  dirsi,  da  Siena  a  Napoli. 
L'aver  riprodotti,  come  dimostrò  il  Padelletti,  ordinamenti  e  statuti 
dell'Università  bolognese  non  diminuisce  lustro  all'Università  peru- 
gina :  che  anzi  Perugia  destava  per  ciò,  a  quanto  pare,  nella  città 
d'Accursio  gelosie  e  timori  di  concorrenza. 

E  la  gloria  dello  Studio  perugino  s'accresce  nel  Quattrocento  e  nel 
Cinquecento  :  esso  prospera  libero  in  liberi  ordinamenti,  senza  neppure 
le  protezioni  di  mecenati  che  nelle  altre  città  italiane  alimentavano 
le  LTniversità,  fossero  essi  Medici  o  Estensi  o  Visconti. 

È  notevole  poi  che  anche  quando  con  Paolo  111  l'autorità  ponti- 
fìcia si  rinsalda  sulla  città,  lo  Studio  risente  bensì,  per  varie  vie,  la 
nuova  più  diretta  dominazione,  ma  non  perde  la  sua  tenace  auto- 
nomia. 

Occasione  a  guardare  un  po'  nella  storia  di  questa  insigne  Uni- 
versità mi  s'è  offerta  per  qualche  ora  testé  passata  in  quella  Biblio- 
teca Comunale,  ch'è  allettamento  grande  agli  studiosi  per  il  molto 
d'inedito  clie  vi  si  trova  accolto. 

Fra  le  numeiose  carte  sciolte  che  il  tanto  benemerito  Annibale 
Mariotti  riuniva  e,  in  parte,  ordinava,  molte  ve  n'ha  che  concernono 
l'Università,  e  queste  sono  ancora  quasi  tutte  inesplorate.  Noto,  per 
esempio,  un  gruppo  contenente  quinterni  ove  son  registrati  i  salarli 
degli  insegnanti  (1),  un  altro  che  ci  dà  le  riforme  degli  Statuti  della 
Sapienza  vecchia  (i2).  Ancora:  una  busta  conserva  gli  J.cto  scholarium 
per  tutto  un  ventennio  (1497-1517)  (3)  e  un'altra  contiene  -  incitamento 
anche  piìi  vivo  alla  curiosità  del  ricercatore  -  molte  centinaia  di  fogli 
ingialliti  (sec.  .xvi)  ai  quali,  nel  linguaggio  moderno,  daremmo  il  nome 
di  atti  elettorali  (4). 

(1)  Porta  il  N."  148S  Eì  nel  diligente  e  pregevole  Inventario  di  A.  Bellucci, 
formante  il  voi.  V  degli  Inventava  dei  manoscritti  delle  Biblioteche  d' Italia,  a 
cui-a  di  A.  Mazzatinti. 

(2)  N.  1470  G  del  d»  Inventario. 
(3ì  N.  U72  L  del  A"  Inventario. 
(4)  N.  1467  C  del  d"  Inventario. 


ELEZIONI   U.N'IVERSITARIE    NEL    CIXQUECEXTO  93 

Su  quest'ultima  busta  mariottiana  mi  soffermo  di  preferenza  nella 
presente  notizia,  perchè  i  documenti  ivi  compresi  illustrano  quello  che, 
tra  i  varii  aspetti  della  vita  universitaria  italiana,  mi  pare  il  ]iiù  at- 
traente: voglio  dire  quell" autonomia  per  la  quale  l'Università  italiana 
nella  sua  età  dell'oro  rajipresentava  quasi  uno  Stato  nello  Stato. 

Fra  gli  scrittori  che,  dal  Denifle  in  poi,  trattarono  la  storia  delle 
nostre  Università,  pochi,  in  verità,  studiarono  questo  lato  della  vita 
universitaria.  S' insistè  piuttosto  a  dimostrare  come  gli  Statuti  degli 
3tudii  sorsero  e  s'elaborarono,  come  e  (piando  furono  riformati  anche 
dalla  pratica  :  meno  invece  si  badò  alle  continue  ripercossioni  che 
[{uegli  ordinamenti  avevano  fuori  della  vita  universitaria  nell'esistenza 
giornaliera  degli  scolari  e  nella  stessa  vita  comunale.  Eppure,  di  contro 
alla  conoscenza  teorica  e  generale  della  storia,  piace  e  diletta  l'episodio, 
dal  quale  spesso  emana  i)iìi  luce  che  dalle  grandi  linee  storiche. 

S'aggiunga  che,  nel  caso  nostro,  questi  episodii  di  vita  universi- 
taria, e  1  documenti  dove  sono  consacrati,  appariscono  sempre  infor- 
mati a  quello  spirito  di  libertà,  che  può  perfino  sembrare  a  noi  mo- 
derni disordinato,  scomposto,  eccessivo,  ma  che  non  cessa  d'avere  il 
suo  fascino  simpatico.  Agli  scolari  si  davano  piivilegii  su  privilegi!: 
soltanto  dinanzi  al  loro  Rettore  essi  potevano  portare  accuse  e  difese, 
contestazioni  civili  e  penali;  e  ogni  altra  specie  di  franchigie,  fino 
alla  esenzione  dalle  gabelle,  era  loro  concessa.  Ciò  turbava  l'egua- 
glianza degli  altri  cittadini;  ma  che  importa"?  Quei  cittadini  tenevano 
a  sommo  vanto  l'accogliere  quanti  più  scolari  si  potesse  ed  erano  lieti 
che  ogni  anno  la  spensierata  turba  se  n'aumentasse  e  si  studiavano 
di  rendere  ad  essa  sempre  piìi  liete  e  facili  le  condizioni  di  vita. 

Così  dagli  occhi  nostri  dileguano  le  ragioni  teoriche  inspirate  al 
concetto  moderno  dell'eguaglianza,  giacché  la  visione  di  quella  vita 
studentesca  arriva  a  noi  atti'averso  la  trasformatrice  lente  dei  secoli 
che  sopra  vi  corsero. 

Per  noi  il  quadro  degli  scolari  d'un  libero  Studio,  radunati  per 
eleggere  tra  loro  il  Rettore  o  i  Consiglieri  o  i  Lettori  straordinarii,  è 
bello  e  attraente  per  sé  medesimo. 

Tali  la  mia  mente  si  rappresentava  questi  scolari  per  l'esame 
di  queste  carte  perugine,  che  pure  appartengono  ad  un'era  non  più 
felice  per  la  libertà  politica  del  Comune.  Ma  è  degno  di  nota  il  con- 
statare che,  nella  seconda  metà  del  Cinquecento,  al  vecchio  e  glorioso 
Studio  perugino  era  lasciata  intera  anclie  dai  Pontefici  la  sua  legge 
di  autonomia  e  di  libertà.  Illusione  o  realtà"' 

Non  divaghiamo  più  oltre,  e  guardiamo  più  da  vicino  i  mano- 
scritti. 

II. 

I  manoscritti  raccolti  nella  busta  mariottiana  abbracciano  il  ven- 
tennio 1571-1590,  e  altro  non  sono  in  sostanza  che  gli  atti  originali 
delle  elezioni  dei  Consiliarii  compiute  in  quel  periodo. 

Ciascun  foglio  registra,  per  ciascun  anno,  tutti  i  nomi  degli  scholares 
che  hanno  preso  parte  alla  votazione.  Accanto  al  nome  dell'  elettore 
sta  quello  del  candidato  cui  questi  dà  il  voto. 

I  Consiglieri  dello  Studio  (Consiliarii)  costituivano,  com'è  noto,  una 
specie  di  consesso  o  corpo  consultivo  intorno  al  Rettore.  Era  quasi 
un  Senato,  cui  il  Rettore  doveva  in  certi  casi  chiedere  il  suo  parere. 


94  ELEZIOXI    UNIVERSITARIE    NEL    CINQUECENTO 

Oltracciò  i  Consiglieri  avevano  certe  funzioni  proprie  e  le  esercitavano 
all'infuori  del  Rettore:  principalmente  quella  di  decidere  suU' accusa, 
che  taluno  movesse,  di  sospetto  rettore. 

L'elezione  di  questa  magistratura  universitaria  risulta  dai  nostri 
manoscritti  avvenuta  ogni  anno,  senza  lacune  o  interruzioni  :  ciò  che  j 
era,  del  resto,  conforme  al  precetto  degli  Statuti   riformati   nel   1511,  | 
secondo  i  quali  l'elezione  era  appunto  annuale.  \ 

Gli  scolari  votano  divisi  per  Provincie:  e  provincie  si  chiamano 
anche  le  nazioni  straniere.  Ciascuna  provincia  nomina  due  consiglieri. 
Universalis  è  designato  l'eletto  dall'Università;  Sapientiarius  quello 
eletto  dalle  Sapienze,  le  quali  a  Perugia,  com'  è  noto,  eran  due  nel 
Cinquecento:  Sapienza  vecchia  o  Collegio  Gregoriano  ;  Sapienza  nuova 
o  Collegio  Gerolimiano. 

11  numero  dei  votanti  appare  per  talune  provincie  assai  grande; 
scarso  è  per  altre,  specialmente,  come  s'intende,  per  le  provincie  fo- 
rastiere. 

Sotto  quest'aspetto  i  manoscritti  in  esame  potranno  essere  indice 
a  segnare  il  progresso  o  la  decadenza  dello  Studio  perugino  nella  se- 
conda metà  del  secolo  xvi.  Per  restringermi  ad  un  solo  anno  -  il , 
primo  (1571)-  basti  notare  che  l'esser  venti  i  Consiliarii  da  eleggersi 
in  quell'anno  mostra  indubbiamente  un  progresso,  almeno  numerico, 
in  confronto  di  ciò  che  l'Università  era  al  principio  del  Cinquecento. 

Infatti,  nel  1504,  come  si  ti'ae  da  altro  gruppo  di  manoscritti  stu- 
diato dal  Dr.  Pardi  (1),  si  eleggevano  soltanto  otto  Consiglieri  :  due  della 
Provincia  Romana,  due  delle  Marche,  due  del  Regno,  due  alemanni, 
mentre  i  precedenti  Statuti  del  1457  ne  stabilivano  a  dieci  il  numero. 
Evidentemente,  la  legge  teorica  degli  Statuti  soggiaceva  a  mutamenti 
suggeriti  di  volta  in  volta  dalla  pratica  e  dalla  consuetudine.  Cosi  per 
la  scarsità  o  per  l'assenza  di  scolari  d'  una  data  provincia  poteva  o 
numericamente  variare  o  mancare  del  tutto  l'elezione  dei  rispettivi 
consiglieri.  Per  esempio,  nell'elezione  del  1504  si  trovano  mancanti  i 
Consiliarii  toscani,  e  ciò  -  nota  il  Pardi  -  sta  a  provare  che  Pisa  e 
Siena  e  soprattutto  Bologna  dovevano  attrarre  di  preferenza  gii  studenti 
di  Toscana  e  privarne  intieramente  lo  Studio  di  Perugia. 

Invece,  se  guardiamo  in  base  ai  nostri  documenti  l'anno  1571, 
troveremo  che  di  ben  dieci  Provincie  s'eleggono  consiglieri,  due  per 
ciascuna  provincia,  e  che  non  fanno  difetto,  benché  in  numero  infe- 
riore a  quello  delle  altre  provincie,  gli  studenti  toscani.  L'Università 
dunque  si  trovava  sempre  in  un  felice  periodo  di  progresso. 

E  sempre  limitando  la  mia  rassegna  al  solo  anno  1571,  rilevo  dalle 
votazioni  che  al  corpo  degli  scolari  il  maggior  nucleo  è  dato  dalla 
Provincia  Romana.  Infatti  per  il  consigliei-e  delle  due  Sapienze  {Sa- 
pientianus)  prendon  parte  alla  votazione  23  scolari:  per  il  consigliere 
dell'  Università  (  Universalis)  ne  accorrono  al  voto  74.  Sono  dunque  93 
scolari  del  solo  Lazio. 

Curioso  è  poi  il  notare  che,  contro  la  diversa  previsione  a  cui 
c'indurrebbe  la  lontananza  dell'Umbria  dalle  provincie  meridionali,  il 
Regno  delle  Due  Sicilie  tenga  nella  graduazione  numerica  degli  scolari 
il  posto  immediatamente  successivo  alla  provincia  romana.  Si  vede  così 
che  fin  dal  mezzogiorno  d'Italia  salivano,  a  traverso  l'Appennino,  alla 

(1)  È  la  sopra  ricordata  Busta  1472,  L,  dottamente  illustrata  da  G.  Pasdi: 
Bollettino  della  R.  Deputazione  di  Storia  Patria  per  l' Umbria,  toI.  IV,  pag.  487. 


ELEZIONI    UNIVERSITARIE    NEL    CINQUECENTO  95 

apitale  dell"  Umbria,  gli  studenti.  Nel  1571  erano  36  votanti,  tra  Uni- 
ersilà  e  Sapienze. 

Vengono  })oi,  in  ordine  numerico,  le  Marche  (!2S  scolari),  la  Lom- 
ardia  (13),  la  Toscana  (8). 

In  ogni  filza  annuale  di  carte  si  trova  intine  un  gruppo  intitolato  : 
nnominatae  (sottintendi  Provinciae),  nel  quale  sembra  fossero  riuniti 
non  iscritti  in  nessuna  speciale  provincia.  Nell'anzidetto  anno  il  nu- 
lero  di  tali  scolari  è  di  11. 

A  questi  sei  gruppi  è  da  aggiungere  quello  della  provincia  o  città 
i  Perugia,  del  quale  però  non  ho  trovati  i  singoli  fogli  di  votazione, 
lo  trovato  invece  i  soli  nomi  dei  Consiliaril  riusciti  eletti  registrati  in 
na  specie  di  specchio  riassuntivo  costituente  il  primo  foglio  della  filza. 

Un  particolare  interesse  presentano  inoltre  i  nostri  documenti  in 
uanto  porgono  nuovi  dati  utili  a  determinare  la  proporzione  in  cui 
Perugia  la  studentesca  italiana  trovavasi  con  quella  forastiera. 

Non  è  già  che  la  viva  forza  d'attrazione  con  cui  la  cultura  italiana 
però  su  tutto  il  resto  d"  Europa  abbia  bisogno  di  nuove  prove  per 
ssere  riconosciuta.  Ma,  a  buon  conto,  l'accertare  sempre  meglio  se, 
3me  a  Bologna  ed  altrove,  così  anche  a  Perugia,  centro  pii^i  modesto  .di 
ita  universitaria,  continuassero  ad  accorrere  fino  a  tutto  il  Cinquecento 
polari  stranieri,  riuscirebbe  di  non  poca  importanza.  Devesi  però  no- 
ire  che  pochi  sono,  nell'anno  che  qui  teniamo  presente,  gli  stranieri  : 
inque  spagnuoli,  tutti  di  Valenza  ;  due  francesi  ;  due  tedeschi  o  ultra- 
lontani  (dacché  la  parola  ultramontani  si  trova  sempre  usata  ad  in- 
icare  soltanto  i  tedeschi,  indifferentemente  coU'altro  appellativo  di 
lamanni).  Questi  ultimi  sono,  per  necessità,  elettori  di  se  medesimi, 
tutt'al  più  si  danno  il  voto  a  vicenda.  E  nel  costume  studentesco 
el  tempo  questo  fatto  era  meno  strano  che  non  sembri  oggi  a  noi 
loderni.  In  molti  altri  punti  di  questi  documenti  elettorali  mi  è  acca- 
uto  di  leggere  di  questo  o  quel  votante  :  «  elegit  semel  ipsum  ». 

Ma  all'infuori  di  tali  rilievi,  giova  interrogare  i  nostri  documenti 
il  modo  onde  l'elezione  procedeva. 

III. 

Le  elezioni,  nel  giorno  fissato,  si  bandiscono  dal  Bidello. 

Le  mansioni  di  questo  ch'è  oggi  collo  stesso  nome  {Bidelhis)  umile 
ersonaggio  in  umilissimo  ufficio,  erano,  secondo  le  vecchie  costumanze 
gli  ordinamenti  universitarii,  meno  volgari  e  assai  più  varie:  anda- 
ano  dall'obbligo  di  controllare  se  Doctores  e  Lectores  facessero  rego- 
irmente  lezione  tino  all'incombenza  delle  notificazioni  al  domicilio 
egli  scolari. 

Certo  però  l'atto  più  solenne  del  Bidello  era  la  convocazione  de- 
li scolari  per  le  elezioni.  Ciascuna  infatti  delle  carte  che  ho  avuto 
ott' occhio  contiene,  prima  d'ogni  altra  cosa  e  dopo  la  intestazione 
ella  Provincia  cui  il  foglio  si  riferisce,  la  formula  sacramentale  della 
onvocazione  dei  votanti.  Seguono  poi,  come  ho  già  accennato,  in  due 
alonne  i  nomi  del  votante  e  del  designato,  congiunti  dalla  formula  : 
legit  in  Consiliarimn.  Per  tal  modo  il  voto  riesce  palese.  Per  esempio  : 

«  D.  Stephanus  Vimes  de  Valencia  elegit  iti  Consiliarinm  D.  Ca- 
olum  Sanleglium  de  eadem  ». 

E  così  di  seguito;  usandosi  la  formula  :  «  elegit  eumdem  »  quando 
n  elettore  vota  per  Io  stesso  pel  quale  ha  votato  il  precedente. 


96  ELEZIOXI   UNIVERSITARIE    NEL    CINQUECENTO 

Se  taluno  sia  impedito  di  recarsi  di  persona  all'Università,  seni 
bra  che  gVi  si  consenta  di  mandare  il  suo  voto  per  iscritto.  Ho  Irò 
vato  i)iii  d'un  foglio  volante  nel  quale,  quasi  sempre  coli" intervento  d 
publìlico  notaio,  è  dichiarato  il  voto  di  studenti  trattenuti  in  casa 
Talvolta  però  la  dichiarazione  è  fatta  senza  autenticità  notarile,  e  al 
lora  s'abbandona  il  latino  pel  volgare,  come,  per  esempio,  nella  se 
guente  carta,  concernente  l'elezione  del  1572: 

«  Io  Domenico  Lucio  de  Collestatti  elego  per  consiglieie  della  Na 
tion  Romana  M.  Gioan  Baptista  Maninio  Romano  et  in  fede  del  vero  hi 
fatta  la  presente  de  mia  propria  mano  questo  dì  15  de  decembre  1572 

«  lo  Domenico  Lucio  manu  propria  » 

L'accorrere  degli  studenti  alla  votazione  durava  per  tutto  il  giornc 
e  se  n'ha  una  conferma  nella  stessa  formula  di  convocazione. 

Questa  in  tutti  i  fogli  dal  1571  al  1590  è,  tranne  1  cambiamenl 
di  date  ed  altre  minime  varianti,  la  seguente  : 

«  Die  lune  XVII  decembris  Macca  Bidellus  retulit  se  hodie  citass 
dominos  scholares  qui  per  totam  hodiernam  diem  accedant  ad  Pala 
tium  ad  creandum  Consiliarios Provincie...  »  (equi  segue  il  nome  dell 
Provincia). 

La  data  dell'elezione  non  cambia,  da  foglio  a  foglio,  se  non  per 
giorno  :  il  mese  è  sempre  il  dicembre.  Quiinto  al  luogo  delle  elezioni,  no 
era  il  palazzo  dell'  Università,  ma  il  palazzo  pubblico  della  Città,  divei 
tato  a  quel  tempo  la  sede  del  Governatore.  Se  n"  iia  una  riprova  nell 
formula  di  ratifica  che  quest'ultimo  appone  a  ciascun  elenco  dei  votan 
e  con  la  quale  termina  ciascuna  carta.  Non  è  dunque  il  Rettore  eli 
imprime  alle  votazioni  compiutesi  la  forma  legale  e  la  sanzione  def 
nitiva:  è  il  rappresentante  dell'autorità  politica.  Una  tale  deroga  ali 
autonomia  dello  Studio  non  è  priva  di  significato.  Essa,  del  resto,  : 
spiega  anche  meglio  se  si  consideri  che,  come  ho  già  accennato  di  sopn 
il  corpo  dei  Consiliarii  giudicava  dello  stesso  Rettore.  Anche  la  cot 
fìnnatìo  del  Governatore  è  redatta  in  forma  sempre  uguale,  alla  flr 
dei  singoli  fogli  di  votazione.  Eccone,  per  esempio,  una: 

«  Die  Veneris  xix  decembris  de  sero,  instante  dicto  domino,  (qv 
il  nome  dell'eletto)  et  infrascripta  fieri  petente  et  nemine  contradicent 
R.  Dominus  Gubernator  Perusie  et  Umbrie  confirma  vit  in  Consiliariu 
diete  Provincie  dictum  Doininum  (si  ripete  il  nome)  presentem  et  acc 
ptantem  cum  honoribus  et  oneribus  solitis  et  consuetis  »  (secfue  la  fìrm 
del  Governatore).  Altra  volta,  il  nome  del  Governatore  è  inserito  nel  tes 
stesso  della  Conferma.  Nel  1572  si  trova  menzionato:  «  R"""*  D"""*  ■}■ 
hannes  Thomas  Sanfelicius  episcopus  ». 

In  alcuni  casi  l'eletto  dichiara  di  non  accettare  il  consigliera 
ed  emette,  seduta  stante,  la  dichiarazione  di  voler  surrogare  nell' ufhlc 
un  altro  scolaro.  Il  Governatore  prende  atto  della  surrogazione. 

Fin  qui,  e  nella  maggior  parte  dei  casi,  la  proclamazione  dei  Co: 
siliarii  procedeva  tranquillamente  e  senza  contrasto.  Ma  molto  p 
interessanti  agli  occhi  nostri  di  ricercatori  riescono  quelle  elezioni 
cui  contro  l'investitura  d'uno  scolaro  altri  scolari  insorgono.  Anc! 
sotto  questo  aspetto  le  carte  |)erugine  possono  essere  consultate  e  st 
diate  col  più  vivo  interessamento. 


ELEZIONI    UNIVERSITARIE    NEL   CINQUECENTO  97 


IV. 

Il  Governatore  è  in  questo  tempo  anche  giudice  delle  contestazioni 
leltoiali.  Queste  avevano  principio  nel  giorno  stesso  della  votazione 
sembrasi  agitassero  piuttosto  aspre.  Si  capisce:  erano  giovanilmente 
ive  le  passioni  ed  era  ambita  la  carica.  Ma,  in  verità,  nelle  carte 
he  ho  avuto  sotfocchio  moltissime  elezioni  -  anzi  la  maggior  parte  - 
rocedono  regolari  e  tranquille.  La  nostra  curiosità  s'accresce  là  dove 
i  manifestano  dissensi  e  s'impegna  la  lotta.  Così,  per  esempio,  limi- 
indoci  sempre  a  ricercare  negli  anni  1571  e  157"2,  troviamo  due  sco- 
iri.  se  ad  iuvicem  coutradicentes,  contrastarsi  il  posto  di  Consi- 
larixs  Innoìninatae  Procincine  e  contendere  sull'attribuzione  di  un 
oto  -  un  voto  solo  -  d'un  Jiilhis  Menyacii  de  Mondnlfo,  che  bastava 
cambiare  il  risultato  e  che  apparve  dolo  assigiiatiis  all'uno  invece 
he  all'altro  candidato. 

Un'altra  contestazione  ha  luogo  pure  nel  157'2  tra  uno  scolaro  di 
livita vecchia  {Romana  Provincia)  ed  un  umbro,  di  Calvi. 

Per  dare  un'idea  del  modo   onde  tali  dibattiti  procedevano,  cito 

ncora'  una  contestazione,  che  trovo  consacrata  nei  fogli  dell'elezione 

er  il  Consigliere  uiìiversalis  della  Provincia  Romana,  e  che  si  svolge, 

no  alla  decisione  del  giudice,  a  traver.-;o  un  sistema  procedurale  fìsso 

disciplinato. 

Tale  procedura  riesce,  per  dippiìi.  interessante  anche  alla  storia 
el  diritto,  ritiovandovisi  concetti  che.  come  quello  della  contumacia, 
el  termine  ed  altri,  sono  proprii  dei  procedimenti  rituali  conservatisi 
ino  ai  nostri  giorni. 

-  Alla  fine  della  giornata  elettorale  (15  decembre  157'2)  dovrebbe  avve- 
lire  la  proclamazione  del  Consiìiarins  per  gli  scolari  della  Provincia 
lomana.  Sarebbe,  pare,  da  proclamarsi  un  Americus  Egius  de  Spoleto; 
questi  infatti,  de  sero,  domanda  al  magistrato  competente  la  conferma 
[ella  sua  vittoria. 

Ma  uno  scolare  romano,  quel  Johannes  Baptista  Maninius  de  Urbe 
opra  citato,  interviene  ad  im]ieilire  che  sia  pronunciata  la  formula 
acramentale:  «  Nemine  contradicente...  ».  No.  è  lui  che  contradice  la. 
stanza  di  Americo.  Trascrivo  dal  verbale: 

«  Petente  D.  Johanne  Baptista  Maninio  de  Urbe  et  predictis  con- 
radicente  et  dicenle  se  creari  debei'e  in  ConsiUarium  diete  Provincie 
labentem  plures  voces  et  ita  fieri  libere  petente; 

«  Petente  dicto  D.  Americo  et  dicente  dictum  D.  .lohannem  Bapti- 
lam  esse  inhabilem  ad  Consiliaratum  attento  quod  non  servavit  con- 
titutionem  inscribendo  se  in  matricula  per  uno  mense  ante  electionem 
jonsiliariorum.  et  ipsum  Americum  esse  habilem  ad  Consiliaratum 
ìum  se  scripsisset  in  Matriculam  secundum  formam  dictarum  consti- 
utionum  ». 

Secondo  gli  Statuti  universitarii  perugini  del  1511.  che  ho  riscon- 
rato,  la  deduzione  dello  scolaro  spoletino  contro  il  romano  sarebbe 
ìtala  attendibile:  ivi  infatti  troviamo  stabilito  che  nella  creazione  dei 
consiglieri  non  avessero  voto  gl'iscritti  in  Matricola  da  meno  d'un 
nese  prima.  Donde  la  conseguenza:  chi  non  è  elettore,  non  può  essere 
iletto.  La  tèsi  sarebbe  parsa  inoppugnabile;  ma...  purtroppo  quella 
'egola  era  stata  derogata! 

7  Voi.  evi,  Serie  TV  -  1°  luglio  1903. 


98  ELEZIONI    UNIVERSITARIE   NEL    CLVQLECENTO  ^ 

Una  deliberazione  dell'assemblea  degli  scolari,  presa  il  15  teli- 
brajo  1511)  e  già  nota  (1).  aveva  derogato  a  quella  disposizione. 

Essa  suona  cosi  : 

«  Proponitur  ut  derogetur  constltutionibiis  quibuscunque  facien- 
tibus  contra  creationeni  consiliarorum,  et  maxime  ubi  habetur  quod 
qui  non  fuerit  matriculatus  per  unum  menseni  non  possit  dare  vocem 
in  creatione  consiliariorum  :  quibus  derogetur  prò  hoc  vice  tantum, 
scilicet  quod  omnes  matriculati  possint  dare  voces,  non  habita  ratione 
temporis». 

L'eccezione  di  Americo  si  direi)be.  nel  linguaggio  moderno,  di 
forma.  Quahuique  ne  fosse  il  valore,  il  Maiiinio  pretendeva  d'opporre 
ragioni  di  sostanza.  Egli  chiedeva  pertanto  al  Governatore:  «  sibi  assi- 
gnari  termininn  ad  docendum  de  inhabilitate  et  incapacitate  dicti  do- 
mini Americi  ». 

L'assegnazione  del  termine  era  obbligatoria  nella  procedura  elet- 
torale :  e  trovo  intatti  l'ordinanza  del  giudice  che  assegna  al  cotitra- 
dicente  il  termine  di  otto  giorni  per  proporre,  in  altrettanti  Capifula, 
le  varie  deduzioni  contro  l'avversario. 

Questi  capitoli  si  conservano  in  un  foglio  a  parte,  staccato  dal 
verbale,  e  scritto  in  carattere  diverso;  probabilmente  di  mano  dello 
stesso  scolaro  contendente.  A  parte  le  questioni  formali,  che  costitui- 
scono i  primi  quattro  capitoli,  sembra  che  questo  bravo  Giambattista, 
nonostante  il  calore  della  sua  difesa,  in  realtà  avesse  torto.  A  buon 
conto,  non  si  può  negare  che  lo  spoletino  abbia  conseguito  il  maggior 
numero  di  voti:  ma  il  romano,  se  non  può  raccomandare  all'aritme- 
tica la  propria  causa,  la  raccomanda  ad  argomenti,  diciamo  così,  mo- 
rali, ma  di  mediocre  importanza.  | 
Egli,  per  esempio,  si  dichiara  pronto  a  provare  che  Americo  non. 
avrebbe  voluto  esser  candidato,  ma  che  vi  fu  tratto  a  forza  dagli  avver- 
sarli di  lui.  Giambattista.  Quanto  a  sé,  vuol  mostrare  che  tutti  gli 
scolari  della  Provincia  in  questione  lo  hanno  reputato  e  lo  reputano- 
più  adatto  ali" ufficio  che  non  l'Egio,  «  qui  nullam  habet  aptitudinem  ». 
Ma  non  basta  ;  udite  questi  altri  due  capitoli  : 

«  Item  quod  ipse  Dominus  Americus  est  minor  xxv  annis  et  ex 
eius  aspectu  minorem  huiusmodi  demonstrat  aetatem  : 

«  Item  quod  est  simplex,  facilis  ac  inhabilis  ad  curandum  numera 
sibi  commissa  ». 

Come  si  vede,  le  ragioni  del  contradittore  non  erano  molto  solide. 
Il  foglio  dei  Capìtiila  è  presentato  nel  termine  prefisso,  cioè  al- 
l'ottavo giorno  {^2'ò  di  dicembre).  All'udienza  (si  legge  nel  Verbale) 
«  superdictus  Johannes  Baptista  comparuit  et  exhibuit  et  producit  iu- 
frascripta  Capitula  »  e  fa  istanza  che  Americo  sia  citato  per  il  giorno 
seguente,  al  fine  di  confutarli. 

Infatti,  il  Bidello  cita  lo  scolare  spoletino,  notificandogli  il  foglio 
nel  suo  domicilio.  Edeccjlo  infatti  il  di  appresso  comparire  personal- 
mente nel  giudizio  di  contestazione. 

Ma  il  giovane  e  bollente  Jlaninio  tarda  a  presentarsi.  Pronto, 
l'altro  scolare  solleva  l'eccezione  di  contumacia,  e  chiede  «  transapta 
bora  termini,  prout  est  transapta,  se  deputari,  eligi  et  contìrmari  in 
Cousiliarium  ». 

(1)  Publjl.  in  nota  dal  Pardi,  op.  cit. 


ELEZIONI    UNIVERSITARIE    XEl.    CINQUECENTO  9^^ 

Il  contestante,  tuttavia,  giunge  all'iiltim'ora:  ma  il  Giudice  «  visti 
i  Capitoli  esibiti  da  Giovanni  Battista  benché  nell'ultima  ora  del  ter- 
mine, e  poiché  se  anche  tutto  quanto  in  essi  è  contenuto  fosse  pro- 
vato e  accertato,  non  avrebbe  effetto  sul  risultato  dell'elezione,  e 
poiché  Messer  Americo  consegui  più  voti  che  Giovanni  Battista,  con- 
ferma il  primo  a  consigliere,  con  tutti  gli  onori  e  gli  oneri  eie.  etc.  » 

Non  può  dirsi  che  la  Sentenza  fosse  ingiusta  1 

Eppure,  seguitando  a  scorrere  lo  stesso  gruppo  di  carte,  mi  é  ve- 
nuto fatto  di  scoprire  questo  curioso  particolare  :  che,  poche  settimane 
dopo,  la  baldanzosa  tenacia  del  candidato  romano  riuscì  ad  ottenere 
dalla  bonaria  acquiescenza  dello  spoletino  ciò  che  non  aveva  potuto 
ottenere  dal  regolare  giudizio  di  contestazione.  Infatti,  un  atto  notarile, 
rogato  da  nota.jo  perugino,  Angelo  Castellino,  dichiara  che  innanzi 
a  quest'ultimo  s'è  presentato,  a  di  8  Gennajo  1573,  Americo  Egio  da 
Spoleto  per  dichiarare  che  «  discessurus  de  civitate  Perusia  prò  suis 
negotiis  »  rinunzia  alla  carica  e  intende  gli  sia  sostituito  chi  di  ragione. 
E  così  lo  scolare  (7e  Urbe  è  finalmente  appagato  nelle  sue  as|iirazi<mi! 

Quest'esempio,  sul  quale  mi  sono  meno  fugacemente  intrattenuto, 
basta  a  mostrare  qual  sapore  di  modernità  abbiano  questi  curiosi  atti 
elettorali.  Una  vera  ed  analitica  illustrazione  di  essi  potrà  in  seguito, 
meglio  che  questa  mia  notizia  sommaria,  cogliere  tutto  {|uel  geniale 
ambiente  studentesco  nella  funzione  forse  la  più  significativa  e  solenne 
della  vita  luiiversitaria. 

AXNIB.4LE   G.\BRIELL1. 


GIUDITTA  PASTA  E  MARIA  MALIBRAN 


Nel  tempo  in  cui  Rossini  con  il  GuciUelmo  Teli  prendeva  com- 
miato dal  teatro  e  che,  insieme  a  lui,  si  accomiatavano  la  Marcolini, 
la  Pisaroni,  la  Belloc,  Garcia,  Nozzari  e  Galli  suoi  interpreti  gloriosi, 
due  altri  maestri  di  genio  -  Bellini  e  Donizetti  -  venivano  a  collo- 
carsi, astri  parimenti  radiosi,  nel  firmamento  dell'arte. 

Con  Bellini  e  Donizetti  il  melodramma,  pur  conservando  i  vezzi 
e  gl'incanti  della  lussureggiante  melodia  rossiniana,  assumeva  fisono- 
mia  più  umana  e  commovente.  La  melodia,  che  Rossini  avea  creato 
e  data  agli  uomini  come  miraggio  di  supremo  sollievo  e  letizia,  con 
BelUni  e  Donizetti  diveniva  canto  soave  e  doloroso,  poesia  divina 
d'amore  e  di  lagrime. 

Allo  stesso  modo  che  il  genio  alto  e  sorridente  di  Rossini  aveva 
con  la  sua  musica  fatto  vivere  sulla  scena  artisti  d'impareggiabile  virtù 
e  leggiadria,  cosi  parimenti  il  genio  elegiaco  di  Bellini  e  quello  so-  ' 
vranamente  eclettico  di  Donizetti  creavano  intorno  ad  essi  uno  stuolo 
elettissimo  di  cantatricì  soavi  e  appassionate,  lìa  le  quali  -  prime  e 
insuperate  -  Maria  Malibran  e  Giuditta   Pasta.  j 

Tentare  un  ritratto  artistico  di  queste  due  regine  del  canto  vor-  j 
rebbe  dire  scrivere  addirittura  un  volume.  D'altra  parte  non  è  lecito  ] 
passare,  anche  fugacemente,  a  traverso  la  loro  epoca  senza  trattenersi  | 
un  momento  sopra  quella  mirabile  leggenda  d'arte  e  di  gloria.  ] 

Sembra  impossibile  che  Rossini,  il  quale  ebbs  agio  d'udire  le  due 
somme  cantatrici,  dalla  loro  radiosa  aurora  sino  al  loro  luminoso  tra- 
monto, abbia  avuto  la  forza  di  serbare  il  suo  olimpico  silenzio,  e  di- 
nanzi alla  voce  e  all'ingegno  meraviglioso  delle  due  insigni  non  abbia 
sentito  il  bisogno  irresistibile  di  scrivere  per  esse  almeno  un  altro  dei 
suoi  deliziosi  capolavori. 

Le  voci  tanto  della  Pasta  quanto  della  Malibran  avevano  una  esten- 
sione straordinaria.  Da  un  la  sotto  le  righe  esse  potevano  salire  fino 
a  un  do  diesis  e  magari  a  un  re  acuto,  estensione  che  permetteva  loro 
di  cantare  a  vicenda  e  con  uguale  disinvoltura  la  musica  di  soprano 
e  quella  di  contralto.  La  Pasta,  al  suo  apparire,  die  subito  prova  di 
questa  sua  virtù  portentosa  cantando  con  pari  bravura  nel  Tancredi 
di  Rossini,  nella  Mede'i  di  Pacini,  nel  Rom^o  e  Giulietta  di  Bellini 
e  negli  Orazi  e  Cariasi  di  Gimarosa.  Una  singolarità  della  sua  voce 
era  la  disuguaglianza  del  timbro,  difetto  di  cui  essa  si  prevaleva  con 
rara  abilità  per  ricavarne  una  maggior  potenza  d'espressione.  Del  resto 
la  storia  dell'arte  c'indurrebbe  a  ritenere  come  ben  difficilmente  sia 
dato  alle  voci,  d'un  metallo  perfettamente  omogeneo,  di  esprimere  un 
cauto  appassionato,  laddove  quel  leggero  velo  che  si  distende  sul  suono 


GICDITTA    PASTA    E   MARIA    JfALIBRAN  101 

lerve  talvolta  ad  aggiungere  efficacia  al  canto  nei  momenti  d"  agita- 
tone e  di  angoscia.  Affinchè  ciò  accada  fa  di  bisogno  però  che  l'ar- 
ista possieda  quel  fascino  sublime,  retaggio  del  solo  genio,  mediante 
1  quale  è  dato  mandare  in  visibilio  la  platea  d'un  teatro. 

Altra  singolarità  della  Pasta  era  quella  di  poter  unire  con  sor- 
)rendente  facilità  la  voce  di  petto  alla  voce  di  testa.  -Dall'unione  di 
[uei  due  suoni  essa  traeva  effetti  stupefacenti.  Per  ravvivare  il  colore 
l'una  frase,  ovvero  per  infondere  il  chiaroscuro  ad  una  semplice  me- 
odia,  essa  adoperava  il  falsetto,  suono  completamente  diverso  da  quello 
Iella  sua  voce  di  petto,  pura,  limpida,  brillante,  d'una  leggerezza  am- 
Qirabile. 

Dalla  Fama  di  Milano  riproduciamo  (piesto  sintetico  giudizio  in- 
orno alla  Pasta  : 

«  Corde  basse  un  po'  sot^'ocate.  corde  medie  leggermente  velate, 
;orde  acute  che  vanno  all'anima,  abilità  sorprendente,  presenza  che 
miione  e  ispira  il  più  grande  interesse,  azione  ammirabile,  dramraa- 
icità  sublime  -  forse  impaieggiabile.  -  Qualche  volta  pcco  studio  nel 
lascondeie  gli  sforzi  e  gli  espedienti  dell'  arte.  Nel  suo  insieme  un 
fenomeno  assolutamente  portentoso  ». 

Più  volte  venne  chiesto  invano  alla  Pasta  chi  fosse  stato  il  suo 
naestro  sulla  scena.  Probabilmente  questi  fu  il  suo  gran  cuore  d'ar- 
ista, cosi  disposto  per  natura  a  vibrare  innanzi  alle  più  intime  pul- 
sazioni della  sofferenza  umana  e  alle  più  sottili  e  delicate  manifesta- 
:ioni  del  bello. 

Un  giorno  a  Trieste,  mentre  essa  passeggiava  lungo  il  molo,  ini 
novero  bimbo  di  tre  o  quattro  anni  le  si  avvicinò  e  le  chiese  l'ele- 
uosina  per  sua  madre  cieca.  La  grande  cantante  ruppe  in  un  pianto 
ìirotto  e  donò  al  fanciullo  tutto  il  contenuto  della  sua  borsa.  Le  per- 
sone che  l'accompagnavano  non  seppero  trattenersi  dal  lodare  viva- 
nente  l'atto  pietoso  e  caritatevole,  ma  essa  asciugandosi  le  lagrime 
lisse  loro:  «  Non  accetto  le  vostre  lodi.  Quel  fanciullo  mi  ha  doman- 
iato  l'elemosina  in  una  maniera  sublime,  in  un  batter  d'occhio  io 
io  visto  la  sventura  di  sua  madre,  la  miseria  della  loro  casa,  la 
mancanza  delle  vesti  e  il  freddo  ch'essi  debbono  soffrire,  lo  mi  sen- 
irei  veramente  una  grande  attrice  se.  all'occasione,  riuscissi  a  trovare 
jn  atteggiamento,  un  gesto  ch'esprimesse  un  dolore  così  piofondo  con 
pari  verità  ed  efficacia!  » 

LTn'altra  \olta  una  giovine  inglese,  corista  al  Teatro  Italiano  di 
Parigi,  non  avendo  denaro  sutficiente  per  seguire  la  Compagnia  a 
Londra,  pensò  di  dare  un'accademia.  Sempre  disposta  a  render  ser- 
vigio, la  Malibran  acconsenti  di  cantarvi  e  bastò  il  sno  nome  per 
riempire  la  sala.  Senonchè,  contro  il  suo  costume,  quella  sera  essa 
arri\ò  tardi  facendosi  lungamente  aspettare.  Finita  l'accademia  essa 
chiamò  in  disparte  la  beneficata  e  le  disse:  «Vi  ho  promesso  la  mia 
serata:  ebbene,  ho  trovato  modo  di  far  due  raccolti.  Prima  di  venir  qui 
bo  cantato  dal  Duca  D'Orleans  ed  eccovi  i  cinquecento  scudi  d'oro  che 
mi  ha  regalato  ». 

Innumerevoli  sarebbero  gli  esempi  e  gli  aneddoti  che  si  potreb- 
bero narrare  in  prova  della  bontà  e  generosità  d'animo  di  queste  due 
celebri  prime  donne.  Le  lagrime  infinite  asciugate  col  proprio  denaro 
a  col  prodotto  della  loro  voce,  tanto  dalla  Pasta  quanto  dalla  ilalibran, 
possono  soltanto  far  loro  perdonare  lo  sperpero  favoloso  dei  monili, 
gioielli,  corone,  poesie,  epigrafi,  medaglie,  busti,  monumenti  e  onori 


101^  GIIDITTA    PASTA    E    .MARIA    MALIBRAN 

d'ogni    sorta  a  loro  prodigati    ilairaminiiazioiie  di    popoli,  piiiK-i[)i  e 
poeti. 

Non  so  trattenermi  dal    riprodurre  due  originali    poesie,  una  del 
Monti  per  la  Malibran  e  Taltia  del  Romani  per  la  Pasta. 

A    Giuditta  Pasta. 
Voce  sola. 

Ascoltate!..  Qual  dolce  lamento 
della  notte  i  silenzi  interrompe? 
E  sospiro  di  querulo  vento? 
Fhttto  è  forse  che  al  lito  si  rompe? 
Alci'on  che  predice  tempesta? 
Usignolo  che  geme  d'amor? 

Coro. 
È  Giuditta  che  intuoua  la  mesta, 
la  notturna  elegia  del  dolor. 

Voce  sola. 
Ascoltate  !..  Suonar  da  lontano 
più  gioconda  una  voce  si  sente. 
L'inno  è  fca-se  d'augello  montano 
che  saluta  l'aurora  nascente  ' 
È  liuto  che  invita  siill'aja 
a  danzar  forosette  e  pastor  ? 

Cono. 
E  Giuditta  che  intuona  la  gaia 
canzonetta  d'un  ilare  cor. 

.    Tutti. 
Ah!  l'orecchio  all'alterna  porgete 
melodia  di  quel  labbro  celeste. 
Aure,  augelli  e  voi  rivi  tacete, 
emularla  giammai  non  potreste. 
Men  cortese  natura  vi  diede 
scioglier  voce  d'un  solo  tenor. 
Canti  e  modi  a  lei  sola  concede 
quanti  sono  gli  affetti  del  cor. 

Felue  Romani. 

Le  seguenti  terzine  di  Vincenzo  Monti  sono  per  la  Malibran  : 

Ma,  oh!  cessi  alquanto  da' dorati  palchi 
cessi  il  furor  di  ripercosse  palme, 
cessin  l'arpe,  i  liuti  e  gli  oricalchi  ; 

che  tu,  cortese,  già  ti  volgi  e  l'alme 
luci  a  me  inchini,  e  par  già  di  Talia 
quasi  abbi  a  vii  le  ambiziose  palme, 

E  ben  fai:  che  tra  quel  che  a  te  s'invia 
misto  suon  di  favor,  quel  ch'io  favello, 
forse  più  caro  al  paragon  ti  fia. 

Quel  plauso  popolar  che  par  si  bello 
come  folgore  passa  e  si  fa  vano, 
né  va  de  l'ampia  arena  oltre  il  cancello. 

Solo  di  Vati  il  plauso  ogni  lontano 
lito  celer  trasvola  e  solo  sprezza 
l'ala  del  tempo  che  lo  tenta  invano. 

Per  eiò  che  riguarda  le  paghe,  queste  salgono  a  cifre,  per  quei  tempi, 
assolutamente  favolose. 


GIUDITTA    PASTA    E    MARIA    MALIBRAN  103 

Vediamo  inlatti  la  Malibran  nel  carnevale  del  1834-35  scritturata 
al  San  Carlo  di  Napoli  per  lire  ottantamila,  poi  a  Londra  al  Covent- 
Garden  a  lire  cinquantamila  per  venti  recite  e  più  tardi  al  Drury-Lane 
a  sterline  1*25  per  sera. 

Un  impresario  americano,  certo  Caldwell,  olfii  alla  Malibran  per 
un  solo  anno  lire  duecentocinquantamila  ;  offerta  che  venne  rifiutata 
poiché  la  Malbi'an  guadag'nava  più  in  Europa,  dove  le  sole  beneficiate  - 
una  diecina  all'anno  in  media  -  le  fiuttavano  ognuna  lire  diecimila! 

Così  le  scritture  della  Pasta  vanno  da  lire  quarantamila  sino  ad 
ottantamila.  Neil' ^c/e  e  letteratura  di  Bologna,  in  data  1^2  aprile  1841, 
si  legge:  «  Madama  Fasta  in  seguito  al  suo  ritorno  da  Mosca,  dopo 
aver  dato  a  Pietroburgo  un'Accademia  che  fece  accorrere  al  solito  tutta 
l'alta  società  unitamente  alla  Corte  imperiale,  e  le  procurò,  oltre  al- 
l'infroito,  tìn  ornamento  preziosissimo  regalatole  da  S.  M.  l'Imperatore, 
pensava  di  recarsi  direttamente  a  JSerlino.  Senonchè  l'Imperatore,  ap- 
prendendo l'imminente  partenza  della  Pasta,  osservò  esser  cosa  scon- 
veniente che  questa  grande  artista,  dopo  aver  cantato  sulle  scene  di 
Mosca,  abbandonasse  la  Russia  senza  comparire  su  quelle  di  Pietro- 
burgo. Inoltre  è  d'uopo  sapere  che  una  sottoscrizione  di  trecento  fra  i 
più  distinti  personaggi,  ammontante  alla  somma  di  sessantamila  rubli, 
era  già  stata  a  tale  effetto  raccolta  sino  dalla  sua  partenza  per  Mosca. 
La  Pasta  protrasse  quindi  la  sua  partenza  per  Berlino  e  nelle  otto  rap- 
presentazioni di  Pietrobuigo,  ove  cantò  Norma,  Semiramide  e  Anna 
Bolena,  ricavò  un  guadagno  oltrepassante  gli  ottantamila  rubli  (L.  3!2O,O()0 
circa) !  » 

Queste  due  insigni  attrici-cantanti,  sorte  a  breve  distanza  una 
dairaltra,  avevano  creato  attorno  ad  esse  un'atmosfera  d'entusiasmi 
cosi  intensi,  che  i  ]nibblici.  vedendole  ed  udendole,  non  sapevano  più  a 
quale  delle  due  accordare  la  jireferenza. 

La  Pasta,  venuta  prima  della  Malibran,  aveva  naturalmente  il  van- 
taggio d'ima  riputazione  già  consacrata  da  una  serie  gloriosa  di  trionfi. 
Quando  la  Malibran,  la  sera  del  18  maggio  1834,  si  presentò  intatti  sulle 
.scene  della  Scala,  sotto  le  spoglie  della  Sacerdotessa  d'Erminsul,  il  pub- 
blico milanese  accolse  con  diffidenza  quasi  sdegnosa  l'arrivo  di  questa  già 
celebrata  cantante  su  quelle  massime  scene.  Anzitutto  vuoisi  conside- 
rare che  la  Xorma,  come  è  noto,  era  stata  scritta  dal  Bellini  per  la 
Pasta.  Le  più  favorevoli  circostanze  e  i  più  lieti  auspici  avevano  ac- 
compagnato l'esperimento  della  Pasta  nella  Norma.  La  musica  era 
nuova:  lo  stesso  autore  siedeva  al  cembalo.  Al  canto  della  Pasta  si 
univa  inoltre  la  voce  formidabile  di  Donzelli,  uè  v'era  per  lei  alcun  con- 
fronto da  vincere.  Aggiungasi  che  la  Pasta  era  considerata  come  milanese 
€  circondata  quindi  da  una  sim])atia  universale.  D'altra  parte  la  Malibran, 
sebbene  nuova  per  Milano,  sconvolgeva  da  due  o  tre  anni  il  mondo 
musicale  e  il  suo  rapido  passaggio  attraverso  l'Europa  avea  destato  un 
rumore  straordinario.  L'annunzio  (piindi  ch'essa  sarebbesi  presentata 
nella  Norma  era  stato  come  miccia  che  ap])iccasse  il  fuoco  a  migliaia 
di  razzi  ad  un  tempo. 

Da  una  lettera  d'un  dilettante  milanese  al  direttore  dell'  Arte  e 
letteratura,  di  Bologna  in  data  19  maggio  1834  stralciamo  il  seguente 
brano  che  ci  dice  a  quale  alta  temperatura  fosse  salita  in  quei  giorni 
la  pubblica  curiosità  : 

«  Per  quel  giorno  addio  colazione,  addio  pranzo.  La  febbre  e  il 
convulso  mi  trascinano  al  teatro.  Erano  le  tre  dopo  mezzodì.  Biglietto 


104  GIUDITTA    PASTA    E    MAHIA    MALIBKAN 

d'ingresso  uno  scudo.  (Con  la  Pasta  il  biglietto  era  d'un  solo  fiorino). 
Per  una  sedia  chiusa  in  orchestra  sino  a  otto  scudi.  Il  prezzo  dei 
palchi  addirittura  favoloso.  Quando  io  arrivai  mille  e  più  persone  sta- 
vano già  facendo  ressa  alla  porta  del  teatro  con  le  grida  :  -  Si  apra,  si 
apra  !  -  Mi  caccio,  m"inoltio  fra  quella  siepe  umana  e  mi  metto  a  gri- 
dare anch'io  come  un  matto  senza  sapere  di  che  e  perchè.  Mi  capitano 
alcuni  pugni,  ne  restituisco  alcuni  altri  e  chi  tocca,  tocca.  Finalmente 
si  spalancano  innanzi  a  noi  quelle  porte,  divenute  una  voragine,  entro 
la  quale  ci  slanciamo  tutti  come  tanti  demoni  a  jirender  d'assalto  le 
panche  dell'immensa  platea,  con  uno  schiamazzo,  un  chiasso,  una  ca- 
gnara -  diremmo  noi  -  mai  più  sentita. 

«  Di  quella  guisa,  sepolti  nelle  tenebre,  vivemmo  dalle  tre  e  un 
quarto  dopo  mezzogiorno  sino  alle  otto  di  sera.  La  noia  dell'aspettare, 
l'impazienza  d'udire,  l'affanno  di  quell'imprigionamento  era  giunto  al 
colmo.  Una  mano  come  di  ferro  mi  stringeva  il  petto  e  mi  toglieva  il 
respiro. 

«  Comparve  alla  fine,  sfolgorante  come  un  sole  in  mezzo  al  teatro, 
la  grande  lumiera  che  irradiò  di  luminosissimo  giorno  quel  vasto  re- 
cinto. Apparvero  quasi  subito,  fra  le  acclamazioni  dell'aflollato  udi- 
torio, il  Viceré,  la  Viceregina,  Maria  Luigia,  il  liatello  del  Duca  [di 
Modena,  la  Corte  e  tutta  una  schiera  interminabile  di  leggiadre  dame. 
A  un  tratto  gli  spettatori  della  jilatea  tutta  si  volgono  tutti  da  una 
parte  :  era  madama  Pasta  che  elegantemente  vestita  prendeva  posto  in 
un  palchetto  di  seconda  fila... 

«  Finalmente  ci  siamo.  Echeggia  la  prima  arcata  della  sinfonia... 
vola  il  sipario,  vola  il  coro  col  basso  Marini,  e  l'aria  del  tenore  Reina 
se  ne  vanno  con  esso,  ed  ecco  starmi  dinanzi  agli  occhi  la  Malibran. 
Essa  tremava.  Avvertita  da  qualche  imprudente  che  un  partito  av- 
verso avrebbe  cercato  di  abbatterla,  aveva  pianto  lungamente  nel  suo 
camerino,  rifiutandosi  perfino  di  comparire  in  scena... 

«  11  poco  o  nulla  ch'essa  fece  in  quella  prima  sera  bastò  tuttavia 
perchè  il  giorno  di  poi  -  venerdì  -  in  tutta  Milano  non  si  discorresse 
d'altro.  Si  contendeva  se  la  Malibran  fosse  paragonabile  alla  Pasta  ; 
quindi  liti,  contrasti,  discussioni,  dispute  senza  fine  ». 

Uscirono  in  quel  giorno,  cosa  eccezionale  per  quel  tempo,  tre  gior- 
nali :  la  Gazzetta  Privilegiata  di  Milano  con  un  articolo  del  Lamber- 
tini  in  cui  l'illustre  critico  non  ebbe  il  coraggio  d'un  giudizio  deciso; 
YEco  sollevò  la  Malibran  al  settimo  cielo:  il  Barbiere  di  Siviglia 
-  altro  periodico  -  ne  parlò  invece  in  modo  quasi  obbrobrioso. 

Alla  seconda  raj)presentazione,  ch'ebbe  luogo  il  17  -  sabato  -,  il 
trionfo  della  Malibran  fu  veramente  completo.  11  solito  corrispondente 
del  peiiodico  liolognese  cosi  scriveva  : 

«  Che  vi  dirò  ■;  Milano  è  tutta  sossopra.  La  seconda  sera  in  teatro 
si  piangeva,  si  gridava,  si  urlava  con  un  esaltamento  inesprimibile. 
Si  gridava  Bis  !  bis  !  anche  ai  recitativi.  L'ultima  scena  fu  cosa  da  non 
potersi  descrivere!...  Che  cosa  diranno  i  milanesi  se  udranno  da  lei 
I  Capiileti  e  Montecchi'ì...  Domani  sera  la  Malibran  va  in  scena  con 
l'Otello...  ». 

E  la  sera  infatti  del  ^0  maggio  1834  Maria  Malibran  si  presentò 
nelle  dolci  e  amorose  sembianze  di  Desdemona,  parte  di  puro  e  libero 
soprano  -  a  due  giorni  soli  di  distanza  dall'aver  cantato  quella  di 
Norma  d'un  registro  assai  più  basso.  -  Onde  dar  risalto  anche  mag- 
giore alle  sue  mirabili  facoltà  vocali  essa  introdusse  nell'atto  primo 


GIUDITTA   PASTA    E    MARIA    MALIBRAX  105 

i  cavatina  della  Donna  Caritea  composta  da  Mercadante  per  voce  di 
sro  contralto.  Miracoli  ai  quali  oggi  si  stenterebbe  prestar  fede  se 
ivi  non  fossero  tuttavia  coloro  che  li  videro. 

Dopo  V Otello  l'entusiasmo  dei  milanesi  per  la  Malibran  divenne 
inatismo,  deliiio.  idolatria.  Fu  una  vera  ebbrezza,  il  cui  racconto 
ombrerebbe  leggenda  anzi  che  storia. 

Per  avere  un'idea  del  grado  di  commozione  estetica,  o  meglio  del 
rado  di  astrazione  fìsica  a  cui  la  virtù  di  queste  due  somme  cantanti 
■asportava   il  ]iubblico  di  allora,  citerò  questo  stupefacente  esempio: 

Nello  stesso  anno  1834,  la  sera  del  i2  ottobre,  la  Pasta  e  Donzelli 
lutavano  la  Norma  al  Comunale  di  Bologna.  Una  folla  immensa  era 
ccorsa  in  teatro:  la  Pasta  avea  già  cominciato  a  innalzare  il  canto 
jblime  della  «  Casta  Diva  »  quando  una  tortissima  scossa  di  terre- 
loto  preceduta  da  un  lugubre  rombo,  «  con  direzione  dall' est-nord-est 
IFovest-sud-ovcst.  prima  di  sussidio,  poscia  di  ondulazione,  che  durò 
irca  otto  minuti  secondi  »,  fece  traballare  spaventosamente  il  teatro, 
terrore  fu  immenso.  Non  uno  spettatore  però,  malgrado  la  paura, 
bbandonò  il  proprio  posto.  Cessato  il  fenomeno,  dopo  brevissimo  in- 
;rvallo.  la  Pasta  ripigliò  il  suo  dolcissimo  canto  e  dieci  minuti  dopo, 
l  cessare  di  esso,  nessuno  rammentava  quasi  l'ansia  spaventosa  pro- 
ata  poc)  prima. 

Più  che  il  terrore  avea  potuto  la  voce  paradisiaca  della  Pasta. 

La  contemporaneità  sulla  scena  di  queste  due  cantatrici  fenome- 
ali  non  fu  molto  lunga.  Maria  Malibran  dovea  ben  presto  estinguersi, 
Dnsumata  forse  dall'eccesso  del  suo  fuoco. 

E  strano  come  ella  abbia  potuto  presagire  la  sua  prossima  fine. 
Fn  noto  editore  di  Parigi  riceveva  infatti  la  seguente  lettera  scritta 
alla  Malibran  il  1^  luglio  18'^(i,  alcuni  mesi  prima  della  sua  morte: 

«  Mio  caro  amico, 

«  Fareste  molto  bene  se  riuniste  in  una  nuova  edizione  tutte  le 
jmanze  ed  altre  melodie  che  aveste  la  bontà  di  far  stampare  e  le 
endeste  al  miglior  prezzo  che  fosse  possibile.  11  loro  prodotto  do- 
rebbe  esser  destinato  a  sollievo  dei  poveri  di  Parigi,  lo  credo  che 
on  vi  tornerò  più  perchè  mi  sento  molto  male,  lo  canto  ancora  per 
uesli  inglesi  con  tutto  l'impegno,  ma  la  mia  voce  se  ne  va:  è  finita 
er  me. 

«  Domani  vo  a  Birmingham  ma,  purtroppo,  dubito  fortemente  di 
oter  ritornare. 

«  Questa  è  forse  una  di  quelle  strane  idee  delle  quali,  come  voi 
apete,  me  ne  vengono  tante.  Ciò  nonostante  io  non  voglio  morire 
enza  rivedere  codesta  grande  città  la  quale  mi  diede  le  prime  prove 
i  affezione  che  commossero  il  mio  cuore. 

«  Maria  M.ìlibrax  ». 

Il  23  settembre  1836,  in  età  di  soli  28  anni,  questa  donna  mera- 
igliosa  soccombeva  agli  accessi  di  una  febbre  nervosa  all'Albergo  delle 
jmi  di  Morley  in  Manchester  dopo  una  breve  malattia  di   nove  giorni. 

L'annunzio  della  sua  morte  percosse  il  mondo  d'uno  stupore  dolo- 
Dso.  La  storia  non  ricorda  forse  la  partenza  d'un' anima  seguita  da 
na  mestizia  così  intensa  e  universale. 

Tempi  vecchi  e  beati  in  cui  il  pubblico  aveva  in  teatro  la  sua  re- 
igione,  i  suoi  altari,  i  suoi  idoli  e  in  cui  gli  artisti  facevano  a  gara 


106  GU'DITTA    PASTA    E    MARIA   MALIBRAN 

neir infondere  nel  popolo  quella  fede  atta  a  procurar  loro  maggior  nu- 
mero di  proseliti  ardenti  e  sinceri.  Ali!  vecchi  tempi  beati  invero,  in 
cui  l'arte  e  il  teatro  tacevano  palpitare  il  cuore  d"  una  moltitudine  e 
le  facevano  dimenticare  in  una  sera  le  amarezze  di  lunghe  e  penose 
giornate...  Quei  tempi  non  sono  più!  Di  quelle  gioie  trascorse  e  dei 
grandi  fattori  di  esse  unica  breve  consolazione  è  ormai  questa  di  rie- 
vocarne il  ricordo. 

tloloio.  e  purtroppo  la  schiera  va  ingrossando,  i  quali  nel  teatro 
non  vedono  e  non  sentono  che  una  specie  di  palestra  speiimentale  e 
scientifica,  non  arrivano  a  rendersi  ragione  di  questo  clamoroso  e  fe- 
stante tripudio  delle  anime  plebee,  e  certi  entusiasmi  non  toccano  i 
loro  cuori  chiusi  alle  commozioni  pronte,  facili,  spontanee.  I  loro  spi- 
riti aridi  e  disseccati  si  ribellano  alla  musica  che  batte  rapida  e  di- 
retta alla  porta  dei  loro  cuori  :  essi  preferiscono  affaticare  i  loro  sensi 
alla  ricorca  d'una  idealità  lontana  che  sfugge  loro  dinanzi  senza  me- 
mori dolcezze.  Ebbene,  se  a  questi  sjtiriti,  cosidetti  forti,  si  rammen- 
tassero le  pazze  frenesie,  gli  sconfinati  deliri  e  le  idolatrie  teatrali  di 
una  volta,  essi  ne  riderebbero!...  Eppure,  nulla  di  tutto  ciò  che  può 
coiinnuovere  il  cuore  dell'uomo  deve  ritenersi  insignificante.  Dovunque 
l'uomo  versa  una  lagrima  esiste  una  passione  ossia  un  soggetto  ài  go- 
dimento artistico.  L'arte,  ricordiamolo,  vive  di  passioni,  e  queste 
soltanto  conducono  ai  forti  e  nobili  entusiasmi. 

Benedetti  gli  artisti  che  con  la  virtù  della  loro  musica  o  del  loro 
canto  ne  schiudono  la  benefica  sorgente  ! 

Gino  Monaldi. 


GLI  ISTITUTI  DI  CREDITO  IN  ITALIA 


11  190:2  fu  torse  il  primo  anno,  dopo  la  grave  crisi  del  189:2-1894, 
durante  il  quale  il  movimento  economico  dell'Italia  si  svolse  in  modo 
normale. 

Nessui^  grave  avvenimento  politico  né  all'  interno  ne  all'estero 
venne  a  turbare  il  risveglio  dei  commerci  e  delle  industrie,  le  quali 
cominciarono,  bencliè  lentamente,  a  riaversi  dalla  crisi  dell'anno  pre- 
cedente; il  prezzo  del  denaro,  se  non  facile  come  poteva  far  sperare 
la  pace  nel  Transvaal,  non  fu  però  tale  da  troncare  ogni  iniziativa,  ed 
infine  nel  nostro  paese  l'assetto  della  finanza  consolidò  il  credito  pub- 
blico, e,  fatto  più  di  ogni  altro  importante,  l'aggio  della  moneta  metallica 
scomparve  e  si  aprì  così  al  credito  privato  il  mercato  internazionale. 

11  momento  sembra  quindi  opportuno  per  esaminare,  colla  scorta 
delle  relazioni  presentate  alle  assemblee  degli  istituti  di  emissione  e  di 
credito  ordinarlo,  quale  sia  l'assetto  odierno  delle  banche  in  Italia.  Ciò 
vorremmo  fare  in  queste  brevi  note,  considerando  la  questione  da  un 
punto  di  vista  completamente  obbiettivo. 


1. 

Narrare  come  si  esplicava  il  credito  negli  antichi  Stati  tra  i  quali 
era  divisa  l'Italia,  quale  contributo  portarono,  specie  nel  Piemonte, 
gli  istituti  di  emissione  e  di  credito  ordinario  alla  grande  opera  di 
libertà  e  di  unità,  come  l'alta  mente  del  Cavour  seppe  giovarsi  anche  di 
questi  strumenti,  quanto  profitto  trasse  il  paese  dalle  banche  e  quanto 
le  banche  dal  paese,  come  dal  1859  al  186(5,  dal  18(56  al  187i2,  dal  187:2 
al  1894  si  andarono  organizzando  e  sviluppando,  con  alterna  vicenda 
di  successi  e  di  cadute,  le  varie  specie  di  banche,  e  quali  infine  furono 
le  cause  e  gli  effetti  della  crisi  del  1893,  sarebbe  opera  degna  di  uno 
studioso  delle  discipline  eonomiche. 

Opera  lunga  e  difficile,  non  tenteremo  qui  di  esporla  neppure  per 
sommi  capi:  occorre  pero  dare  un  rapido  sguardo  alle  condizioni  in 
cui  si  trovavano  gli  istituti  di  credito  prima  del  1893  per  poter  giu- 
dicare della  diversa  situazione  del  credito  jirima  e  dopo  quell'epoca. 

11  risveglio  economico  dell'Italia,  effetto  in  ])arte  naturale  del  lavoro 
serio  e  pertinace,  in  parte  fittizio  della  abolizione  del  corso  forzoso, 
aveva  fatto  nascere  e  crescere  molte  banche,  senza  che  un  esame 
accurato  e  sereno  dei  bisogni,  delle  forze  e  delle  condizioni  del  paese 
avesse  dato  modo  di  tracciare  un  programma  ben  chiaro  e  determinato. 
Da  ciò  una  grande  confusione  nei  mezzi  e  nei  fini  del  credito,  una 
■cura  affannosa  più  a  creare  che  a  consolidare,  una  distribuzione  del 


108  GLI    ISTITUTI    DI    CREDITO    IX    ITALIA 

denaro  spesse  volte  così  eccessivamente  larga  da  compromettere  la 
sicurezza  dell'istituto  che  lo  dava,  e,  ciò  che  è  peggio,  da  eccitare  nel 
cliente  che  lo  prendeva  desideri  eccessivi,  ed  attività  non  fi'enate  dalla 
prudenza. 

Una  netta  distinzione  tra  le  varie  forme  di  banche  è  assai  difficili^ 
anche  là  dove  la  costituzione  politica  e  la  economica  sono  assodate  da 
un  lungo  periodo  di  pace  interna  e  di  piosperità;  è  naturale  quindi 
che  fosse  più  difficile  in  un  paese  nuovo  come  V  Italia,  ove  tutto, 
o  quasi,  era  da  creare  e  da  organizzare. 

Determinare  con  precisione  le  funzioni  degli  istituti  di  emis- 
sione, delle  banche  di  credito  mobiliare,  delle  banche  di  deposito  e 
sconto,  quando  un  paese  giovane  e  pieno  di  vigoria  prova  il  bisogno 
di  espandere  le  sue  forze  e  di  acquistare  nel  mondo  economico  il  posto 
che  sente  di  poter  meritare,  è  opera  che  avrebbe  richiesto  menti  sui»'- 
riori,  conscie  delle  proprie  forze  e  sopratutto  sicure  di  trovare  mi 
poteri  dello  Stato  continuità  di  indirizzo  e  serietà  di  propositi. 

Cosi  non  fu  in  Italia,  per  colpa  più  forse  delle  cose  che  degli 
uomini. 

L'azione  coordinatrice  e  moderatrice  avrebbe  dovuto  essere  esei- 
citata  dagli  istituti  di  emissione,  sorretti  e  guidati  alla  lor  volta  dal 
Governo,  ma  il  Governo  nonché  trattenerli  sulla  retta  via  li  incita\a 
ad  uscirne,  spinto  alla  sua  volta  da  interessi  economici  o  politici  cui 
non  sapeva  o  non  poteva  porre  freno.  La  stessa  condotta  prudenlc 
dello  Stato  nella  gestione  della  finanza  pubblica  fu  causa  per  far  de- 
viare gli  istituti  di  emissione  dalla  retta  via,  poiché  tolse  loro  occa- 
sione di  guadagni. 

Quando  gli  Stati  moderni  trasformarono  la  loro  organizzazione 
economica  in  armonia  coi  nuovi  bisogni  della  società,  le  banche  di 
emissione  portarono  ai  governi  un  prezioso  contributo,  ma  ne  furono 
anche  compensate  con  larghi  profitti.  Le  ojìere  della  pace  e  della 
guerra,  i  lavori  pubblici,  la  trasformazione  delle  imposte,  resero  neces- 
sarie grandi  operazioni  di  credito,  dalle  quali  le  banche  di  emissione 
trassero  copiosi  utili,  accresciuti  poi  dall'aumentato  valore  dei  titoli 
di  Stato,  nei  quali  era  rimasta  impiegata  parte  notevole  delle  loro  atti- 
vità. E  quando  queste  sorgenti,  di  lucri  eccezionali  vennero  a  mancare,  e 
le  operazioni  ordinarie  divennero  sola  tonte  di  profitti,  resi  sempre  più 
scarsi  dal  diminuire  del  piezzo  del  denaro  e  dal  crescere  delle  spese 
e  delle  tasse,  esse  trovarono  nel  frutto  delle  riserve  accumulate  e  dei 
titoli  acquistali  a  basso  prezzo  compenso  ai  redditi  diminuiti. 

Anche  in  Italia  i  banchi  di  emissione  coopeiando.  specie  nei  primi 
tempi,  spesso  anche  con  patriottico  ardiie.  all'opera  del  nostro  ri- 
scatto raccolsero  benefizi  assai  lauti.  Ala,  credendo  forse  che  questa 
causa  di  lucro  duiasse  più  a  lungo,  non  ne  fecero  uso  così  moderato 
da  serbarne  parte  per  i  tempi  meno  favorevoli;  e  quando  questi  giun- 
sero, corsero  affannosamente  alla  ricerca  di  nuovi  attari. 

A  tale  indirizzo  poco  prudente  contribuì  lo  stimolo  del  Governo, 
il  quale  per  eccitare  in  alcune  legioni  le  industrie  manifatturiere,  in 
altre  le  edilizie,  in  altre  le  agricole,  alcune  volte  anche  per  salvare 
enti  la  cui  caduta  temeva  potesse  scuotere  il  credito  pubblico,  spinse  e 
quasi  obbligò  gli  istituti  ad  operazioni  pericolose  e  affatto  contrarie  allo 
spirito  ed  anche  alla  lettera  delle  leggi  e  degli  statuti  che  regolavano 
gli  istituti  stessi.  E  gli  istituti  di  emissione  spinsero  alla  lor  volta  gli  isti- 
tuti di  credilo  ordinario  a  dare  un  impulso  eccessivo  agli  affari,  promet- 


GLI    ISTITUTI    DI    CREDITO    IN    ITALIA  109 

tendo  ogni  maggiore  facilità  di  denariì  e  rassicurandoli  contro  ogni  peri- 
Colo  di  restrizione  nei  mezzi  monetari,  poiché  scarso  o  nullo  era  il  treno 
airemissione  dei  biglietti  ed  in  ogni  modo  era  l'erma  la  convinzione 
che  così  fitta  erasi  fatta  la  rete  di  interessi  che  tutti  legava,  da  dar  cer- 
tezza che  al  momento  del  bisogno  i  mezzi  per  venire  in  aiuto  non  sareb- 
bero mancati.  Situazione  tanto  più  grave  in  (juanto  che  era  creata  non 
da  interessi  privati,  contro  i  quali  l'onestà  degli  uomini  che  reggevano 
i  maggiori  istituti  di  emissione  e  di  quelli  che  erano  a  capo  del  Go- 
verno si  sarebbero  ribellati,  ma  dall'interesse  pubblico  o  meglio  da 
quello  che  si  credeva  esseie  l'interesse  pubblico. 

Gli  istituti  di  emissione,  dimentichi  così  della  loro  funzione,  di- 
vennero anche  istituti  di  credito  mobiliare,  di  credito  ipotecario,  di 
credito  fondiario,  di  credito  agricolo,  e  per  salvare  il  denaro  prestato 
dovettero  divenire  grandi  proprietari  di  case,  grandi  proprietari  di  fondi 
rustici,  costruttori,  industriali,  agricoltori.  E  per  accrescere  i  mezzi  dispo- 
nibili senza  allargare  soverchiamente  la  circolazione  dei  biglietti,  dovet- 
tero escogitale  nuovi  mezzi  per  attrarre  a  sé  il  denaro;  sicché  nei  depositi 
in  conto  corrente  l'opera  loro  non  si  limitò  ad  essere  integratrice,  rap- 
presentando il  deposito  più  sicuiamente  rimbonsabile  e  per  conseguenza 
meno  lai'gamente  rimuneiato,  ma  divenne  anche  efficiente,  allettando  i 
depositanti  coU'alto  saggio  deg l'interessi.  Così  si  fecero  concorrenti  non 
solo  delle  banche  di  credito  mobiliare  ed  immobiliare  ma  anche  di 
quelle  di  credito  ordinario  e  di  deposito  e  sconto.  Le  prime,  incorag- 
2:iate,  come  si  é  visto,  dagli  istituti  di  emissione,  spinsero  gli  affari  oltre 
ogni  limite  di  prudenza:  dimenticando  gl'insegnamenti  della  teoria  e 
ieir esperienza,  non  serbarono  alcuna  ])roporzione  fra  gl'impegni  e  le 
disponibilità  e  corsero  esse  pure  affannose  alla  ricerca  delle  somme 
in  deposito  immohilizzandole  poi  in  operazioni  a  lunga  scadenza;  le 
ultime,  tradendo  il  loro  programma,  si  volsero  esse  pure  ad  impieghi 
kinghi  ed  aleatori.  Tra  queste,  con  errore  ancor  più  colpevole,  non 
mancarono  alcune  Casse  di  risparmio. 

Numerose  é  vero  furono  le  eccezioni;  il  più  gran  numeio  di  quei 
mirabili  istituti  che  sono  le  Banche  Popolari  tennero  fede  agl'insegna- 
menti del  loro  fondatore,  molte  piccole  banche  locali  e  la  maggior  parte 
ielle  Casse  di  risparmio  non  abbandonarono  la  via  della  prudenza,  e 
[e  une  e  le  altre  silenziosamente,  modestamente,  rinvigorirono  cosi  da 
poter  senza  scos.se  superare  i  momenti  difficili. 

La  crisi,  che  ai  più  avveduti  appariva  inevitabile,  cominciata  nel 
1891,  maturata  nel  1892,  scoppiò  nel  1893  in  tutta  la  sua  intensità  e 
iprì  col  1894  un  nuovo  perìodo.  La  leg^e  del  "20  agosto  1893  sugli 
stituti  di  emissione,  per  quanto  imperfetta  e  rispondente  alle  neces- 
sità impellenti  del  momento  piuttosto  che  alle  finizioni  organiche  di 
jn  buon  ordinamento  bancario,  valse  però  a  ricondurre  i  nostri  isti- 
tuti di  credito  a  pili  sani  principii. 


II. 

Le  vicende  della  crisi  attraversata  dall'Italia  nel  189'^  e  nel  1893  sono 
i  tutti  note.  Le  difficoltà  in  cui  si  trovarono  grandi  società  industriali 
;d  edilizie,  la  sfiducia  che  invase  il  pubblico,  il  ritiro  dei  depositi  che 
le  fu  la  conseguenza,  provocarono  la  caduta  delle  due  maggiori  banch  e 
3er  azioni,  le  quali,  istituti  di  credito  mobiliare  e  banchi  di  deposito 


110  (ìli    ISTITl'TI    DI    CREDITO    IX    ITALIA 

ad  un  tempo,  non  poterono  far  fronte  alle  insistenti  domande  di  rin. 
borso  da  parte  dei  loro  creditori  ne  trovar  aiuto  nei  banchi  dieini- 
sione,  sia  perchè  anche  questi  erano  in  un  periodo  di  disorfj:anizzazioiic, 
non  più  sotto  1"  impero  della  vecchia  legge  non  ancora  saldameli It 
costituiti  sotto  rimpei'o  della  nuova,  sia  perchè  non  erano  in  grado 
di  offrile  garanzie  abbastanza  pronte  e  sicure.  Le  infauste  rivalità 
che  da  lungo  tempo  esistevano  fra  i  vari  grupj)!  tiancari,  la  debo- 
lezza stessa  di  tali  gruppi  non  consentivano  di  liquidare  senza  scosse 
una  situazione  che  già  da  lungo  tempo  si  era  andata  aggravando. 
Fu  allora  a  tutti  gli  osservatori  diligenti  e  spassionati  ancora  una 
volta  manifesta  la  grande  importanza  che  ha  per  un  paese  la  solida 
cos  tituzione  dei  banchi  di  emissione  :  i  nostri,  ])er  sostenere  nel  passalo 
il  credito  di  posizioni  deboli,  avevano  siffattamente  indebolito  sé  sfc-ì 
che  giunto  il  momento  in  cui  il  loro  aiuto  morale  e  materiale  avreblu- 
])otuto  essere  di  vero  soccorso,  furono  iin|iotenti  a  darlo  perchè  ad  essi 
per  i  primi  mancava  ogni  forza  morale  e  materiale. 

Solamente  nei  primi  mesi  del  lSi)4  la  Ranca  d' Italia  potè,  mercè 
eccezionali  provvetliinenti  legislativi,  ]iromettere  il  suo  aiuto  a  quelle 
banche  e  a  quelle  Casse  di  risparmio  le  (|uali  malgrado  la  loro  salda  com- 
pagine, potevano  temere  il  contraccolpo  della  sfiducia  che  aveva  invaso 
il  pubblico  verso  tutte  le  aziende  bancarie.  Il  1894  fu  anno  di  licpii- 
dazione.  Alla  crisi  bancaria  si  aggiunsero  le  difficoltà  del  Tesoro  :  de- 
presso il  credito  pubblico,  salito  il  cambio  a  glandi  altezze,  conveni\a 
provvedere  a  saldare  ingenti  debiti  all'estero,  a  rimliorsare  gli  spezzali 
metallici  di  cui  avevamo  ottenuto  dalla  Lega  latina  la  nazionalizzazione, 
a  liquidare  molte  operazioni  di  tesoreria  fatte  sotto  la  i)iessione  del  bi- 
sogno nell'anno  precedente.  Ij'energica  ed  intelligente  condotta  del  Te- 
soro, le  leggi  fiscali  fatte  approvare  dal  Parlamento,  gli  accordi  stretti 
con  la  Banca  d"  Italia  eia  cooperazione  cordiale  da  es.sa  prestata  allo 
Stato,  senza  venir  meno  ai  suoi  doveri  ed  ai  suoi  fini,  valsero  a  salvare  i 
il  paese  da  una  crisi  piìi  grave  ed  a  porre  le  basi  di  una  salda  rico-'  ] 
stituzione  delle  forze  economiche. 

Cominciarono  allora  a  sorgere  nuovi  istituti  di  credito,  a  trasfor- 
marsi e  a  consolidarsi  quelli  che  avevano  supei'ata  la  bufera.  Ma  que- 
st'opera di  ricostituzione  fu  condotta  con  un  prograiiniia  perfettamente 
definito ":f  Furono  chiaramente,  esattamente  separate  le  funzioni  del 
credito  mobiliare  da  quelle  del  deposito  e  sconto  ?  Non  sempre  ;  forse 
perchè  le  condizioni  in  cui  si  trova  ancora  il  nostro  Paese  non  per- 
mettono una  esatta  distinzione  di   funzioni. 

Il  banco  di  credito  moliiliare,  c[uello  cioè  che  ha  jier  programma 
la  creazione  o  la  trasformazione  di  società  per  azioni  e  tutte  le  opera- 
zioni di  borsa  che  ne  sono  la  conseguenza,  richiede  un  capitale  assai 
vistoso,  sia  fornito  dagli  azionisti  del  banco,  sia  accresciuto  dall'ag- 
gruppamento attorno  al  banco  stesso  di  ])rivati  capitalisti.  Inoltre,  per  la 
natura  medesima  delle  sue  funzioni,  richiede  negli  azionisti  e  negli  amici, 
la  conoscenza  di  tali  funzioni  e  la  virtù  di  non  perdere  la  fiducia  se 
ad  anni  di  grande  prosperità  succedono  anni  di  pochi  utili  o  di  per- 
dite. Donde  o  una  grande  varietà  nei  dividendi,  o  la  necessità  di  co- 
stituire nei  tempi  pi'osperi  forti  riserve,  per  fronteggiare  i  tempi  meno 
fortunati.  Il  banco  di  deposito  e  sconto,  il  cui  programma  comprende 
oltre  le  operazioni  di  sconto  anche  quelle  di  banca  richieste  dal  com- 
mercio interno  ed  estero,  vuole  invece  capitale  scarso,  ottime  orga- 
nizzazioni [)er  attrarre  i  depositi  di  denaro  ed  assicurare  loro  pronta 
restituzione,  e  dà  utili  forse  meno  lauti,  ma  più  costanti. 


GLI    ISTITUTI    DI    CRliDITO    IN   ITALIA  111 

Malgrado  l'aiuto  dato  dalle  banclie  forestiere  che  ben  si  accorsera 
elle  prospere  sorti  a  eui  si  avvia\  a  1'  Italia,  non  sarebbe  stato  possi- 
lile  raccogliere  capitali  sutficieiiti  per  un  potente  istituto  di  credito 
nobiliare,  il  quale  del  resto  non  avrebbe,  senza  fare  opera  imprudente, 
rovaio  campo  sufficiente  di  azione.  E  la  fiducia  conservata  o  riacqui- 
tata  da  molte  Banche  popolari  e  Casse  di  risparmio  e  da  alcune  banche 
li  credito  ordinario  non  avrebbero  lasciato  alimento  bastante  ad  un 
stituto  che  avesse  vohìto  tondare  la  sua  azione  quasi  esclusivamente 
ui  depositi  di  denaro. 

Per  questo  gli  istituti  nuovi  o  rinnovati  seguirono  un  progiamma 
uisto  :  capitale  relativamente  importante,  organizzazione  tale  da  invi- 
are i  depositi,  studio  di  dare  largo  sviluppo  alle  operazioni  d'indole 
'eramente  commerciale.  Alcuni  pochi  fallirono  alla  prova,  altri,  i  piìi 
'd  i  più  importanti,  andarono  e  vanno  ogni  giorno  meglio  consoli- 
landò  la  loro  situazione. 

Anche  l'opera  che  essi  diedero  alla  ricostituzione  economica  fu 
mportante  e  benefica.  Aziende  indu.striali  ridotte  a  mal  partito  furono 
•iordinate.  altie  nuove  furono  create  :  la  diffidenza  che  aveva  invaso  il 
lubblico  per  ogni  iniziativa  fu  a  poco  a  poco  vinta,  se  non  interamente, 
Umeno  in  parte. 

Maggior  cammino  si  sarebbe  fatto  se  per  un  momento  il  peri- 
colo di  ricadere  negli  antichi  ei-rori  non  fosse  riapparso.  Illudendosi 
mila  potenza  del  paese,  credendo  troppo  presto  che  ogni  traccia  dei 
inali  passali  fosse  cancellata,  le  riorganizzazioni  e  le  creazioni  furono 
nel  1898  e  nel  1899  spinte  con  soverchia  alacrità,  giovandosi  di  una 
3ccessiva  facilità  di  denaro,  che  favori  nella  borsa  un  movimento  di 
rialzo  disordinato  e  fittizio.  Ma  l'esperienza  del  passato  non  era  di- 
menticata, e  gli  istituti,  pur  favorendo  tali  tiasfoi-mazioni  e  creazioni, 
procedettero  in  generale  con  maggior  ]irudenza.  Ebliero  cura  di  non 
conservare  in  grande  quantità  i  titoli  emessi,  di  collocarli  nel  pubblico 
0  quanto  meno  di  suddividere  il  rischio,  chiamando  a  partecipare  nella 
operazione  finanziaria  i  capitalisti  amici  e  ad  essi  richiedendo  il  ver- 
samento effettivo  della  partecipazione  assunta  ;  non  si  ripetè  così  il 
male  che  gli  istituti  rimanessero  con  un  grosso  portafoglio  di  titoli 
industriali  e  con  una  importante  somma  di  crediti  verso  gli  amici,  parte- 
cipi in  tal  modo  piìi  di  apparenza  che  di  fatto  dei  pericoli  e  degli  esborsi. 
Questi  avvedimenti,  una  salutare  restrizione  nella  circolazione  dei  bi- 
glietti e  accenni  di  sfiducia  ricomparsi  nel  privato  capitalista  valsero 
ad  arrestare  il  movimento  espansionista  in  tempo  iievcbè  nessun  danno 
(all'  infuori  di  poche  eccezioni)  risentis.sero  gli  istituti  di  eredito.  1 
quali  anzi  pongono  ora  ogni  studio  per  raffei'uiare  il  programma  di 
lavoro  ordinario  ;  è  notevole  il  fatto  che  quasi  tutte  le  relazioni  dei 
Consigli  d'amministrazione  sidl'esercizio  189^2  insistono  nell'affermare 
che  gli  utili  ])rovengono  quasi  totalmente  dalle  operazioni  ordinarie  di 
banca  e  che  il  portafoglio  di  titoli  industriali  ed  il  capitolo  delle  ^iar- 
tecipasioni  (dell'  interessenza  cioè  in  gruppi  di  capitalisti  che  possie- 
dono titoli  industriali)  si  vanno  assottigliando.  Ed  è  cpiesta  una  buona 
via,  sulla  quale  è  bene  persistano. 

Non  per  questo  però  ancora  gristituti  di  credilo  ordinario  devono 
e  possono  precludersi  ogni  iniziativa  di  operazioni  di  credito  mobiliare. 
Di  nuovi  organismi  ha  ancora  bisogno  la  pubblica  economia.  Il  cre- 
dito agrario,  il  credito  navale,  il  credito  coloniale  non  hanno  ancora 
strumenti  adatti  e  sufficienti.  Molte  industrie  vanno  rinvigorendosi  ed 


112  GLI    ISTITITI    DI    CREDITO    IN    ITALIA 

lianno  d'uopo  di  accrescere  i  mezzi  disponibili,  di  rifare  e  migliorali- 
gli  impianti  tecnici;  raiimento  di  capitale  o  l'emissione  di  obbligaziMni 
divengono  una  necessità  a  soddisfare  la  quale  gl'istituti  di  creditu 
possono  e  devono  servire  quali  organi  intermediari.  Le  opere  pubblicin  . 
bonifiche,  ferrovie,  acquedotti,  offrono  pure  un  campo  assai  vasto;  ii 
problema  dell'esercizio  ferroviai'io,  comunque  si  risolva,  richiederai i a 
parte  delle  banche  studio  ed  attiva  cooperazione.  E  lo  Stato,  se  voiià 
preparare  e  condurre  a  termine  la  grande  opera  della  conversione  del 
debito  pubblico,  dovrà,  più  che  non  abbia  mostrato  di  voler  fare  in 
questi  ultimi  tempi,  assicurarsi  il  concorso  dell'  alta  banca  italiana  ; 
la  quale,  malgrado  quanto  si  è  affermato,  non  potrà  da  sola  assu- 
mere operazioni  cosi  imp  )rtanti  come  son  quelle  della  conversione 
del  consolidato  5  per  cento,  ma  potrà,  per  il  piestigio  di  cui  gode, 
aggruppare  intorno  a  se  le  maggiori  Ijanche  d'Europa. 

Nella  creazione  e  nella  emissione  di  obbligazioni  di  enti  privati  e 
pubblici,  nelle  operazioni  in  titoli  di  Stato  hanno  quindi  i  nostri  isti- 
tuti vastissimo  campo  d'azione. 

Un'altra  manifestazione  dell'attività  economica  dovrà  richiamale 
l'attenzione  degli  istituti  di  credito:  la  industria  edilizia.  Quali  e  quanti 
errori  siano  stati  commessi  è  noto  a  tutti:  la  grave  crisi  che  ne  fu  la 
conseguenza  ha  seminato  il  campo  di  rovine,  istituti  di  emissiour. 
banche  ordinarie,  privati,  hanno  perduto  qualche  centinaio  di  milioni. 
La  crisi  fu  liquidata,  l'equilibrio  si  va  ristabilendo,  ma  ancora  istituti 
di  emissione,  istituti  di  credito  fondiario,  banche,  privati,  trascinano 
il  peso  di  terreni  e  di  case  (specie  a  Roma  e  a  Napoli)  redditizie  o 
infruttifere,  non  finite  o  minanti  per  difetto  di  manutenzione.  Gli  isti- 
tuti di  credito  fondiario  ancora  opeianti  funzionano  egregiamente, 
qualche  istituto  di  credito  immobiliare  si  è  ricostituito,  qualche  altro, 
come  la  vSocietà  del  Risanamento  di  Napoli,  sta  per  riprendere  attività. 
Ma  molto  ancora  è  da  farsi. 

11  jiroblema  edilizio,  specie  a  Roma,  si  dibatte  fra  molte  difficoltà. 
Gli  istituti  di  emissione,  le  banche  e  i  privati  vorrebbero  vendere  i 
loro  immobili,  ma  chi  compra?  Qualche  ricco  ed  ardito  capitalista  ha 
potuto  fare  acquisti  importanti,  ma  molto  e  molto  è  ancora  da  ven- 
dere. Le  società  di  assicurazioni  e  i  privati  sono  poco  propensi  ad  ac- 
quistare immobili,  che,  per  il  modo  con  cui  sono  costruiti,  richiedono 
amministrazioni  costose,  minute,  fastidiose;  sono,  come  è  noto,  per 
lo  più  case  con  un  centinaio  di  inquilini  che  pagano  ciascuno  sei  o 
settecento  lire  di  fìtto.  Peggio  se  l'immobile  non  è  finito:  gli  istituti 
di  emissione  perchè  la  legge  vieta  loro  di  accrescere  le  cifre  delle  im- 
mobilizzazioni, le  banche  e  i  capitalisti  privati  perchè  non  vogliono  o 
non  possono  volgere  nuove  somme  in  imiiieghi  immobiliari,  lasciano 
l'edificio  inadempiuto  sfasciarsi  a  poco  a  poco,  quando  non  preferi- 
scano abbatterlo  per  idilizzarne  i  materiali. 

Occorrerebbe  un  istituto  il  quale  fosse  in  grado  tli  acquistare  un 
buon  numero  di  immobili  e  potesse  quindi  (poiché  a  Roma  non  è  pos- 
sibile come  a  Napoli  e  a  Genova)  vendere  separatamente  piani  o  quar- 
tieri, con  un  ben  congegnato  sistema  di  ammortamento  restituire  a 
poco  a  poco  agli  azionisti  le  somme  impiegate  e  costituire  così  in 
un  periodo  lungo  di  anni  una  proprietà  immobiliare  che  non  rappre^ 
senterà  più  una  immobilizzazione  di  cajtitali.  Gioverebbe  inoltre  la 
creazione  di  un  ente  il  quale  avesse  per  uttìcio  di  amministrare  gli 
immobili  per  conto  di  terzi  ;  provvedendo  cosi  a  gestire  con  economia 


GLI    ISTITUTI    DI    CREDITO    IN    ITALIA  Ili} 

!  con  unità  d'indirizzo  e  togliendo  al  proprietario  anche  di  una  sola 
ìasa  i  fastidi  e  le  cure  deiramministrazione,  esso  eliminerebbe  uno  dei 
naggiori  ostacoli  alla  vendila  degli  immobili. 

III. 

Un  altro  quesito  s'impone  agli  istituti  di  credito,  oltre  quello  del 
)rogramma  di  operazioni  :  devono  cioè  limitare  la  loro  azione  diretta 
id  uno  o  a  pochissimi  centri  importanti  o  devono  estenderla  con  un 
:ran  numero  di  uffici   dipendenti  1 

Negli  altri  paesi  d'Europa  il  sistema  dell'espansione  va  ora  pre- 
valendo, sia  per  effetto  di  assorbimento  da  parte  di  istituti  maggiori  e 
legli  istituti  minori,  come  in  Inghilterra  e  in  Germania,  sia  per  irradia- 
;ione   dal  centro  politico,  finanziario  ed  economico  come   in  Francia. 

Ma  gli  esempi  della  Germania,  dell'Inghilterra  e  della  Francia 
nal  si  addicono  all'Italia.  In  Italia  è  scarsa  ancora  la  classe  dei  pie- 
oli  e  medi  capitalisti,  i  quali  coU'impiego  in  titoli  di  Stato  ed  indu- 
triali,  coli' acquisto  e  la  vendita  di  questi  titoli,  coU'impiego  dei 
oro  averi,  in  riporti  o  in  altre  forme  di  prestiti,  sanno  trarre  profitto 
[al  capitale;  manca  quindi  quella  larga  clientela  che  dà  tanto  alimento 
gl'istituti  francesi.  In  Francia  inoltre  il  movimento  finanziario  fa 
[nasi  esclusivamente  capo  ad  un  centro.  Paiigi.  e  la  clientela  di  pro- 
'incia  ha  quindi  bisogno  di  istituti  potenti  che  la  mettano  in  contatto 
liretto  col  mondo  parigino,  sia  per  l'impiego  del  denaro,  sia  per  la  riscos- 
ione  delle  rendite.  Ed  infine  in  Italia^  oltre  alcune  banche  di  credito 
irdinario  autonome,  che  esercitano  nelle  piccole  città  ove  hanno  .sede 
m'azione  preponderante  e  sono  giustamente  gelose  della  loro  auto- 
lomia,  esistono  le  moltissime  Banche  popolari  e  Casse  di  risparmio, 
mai  divenute  abbastanza  forti  per  meritare  la  fiducia  dei  cittadini 
he  le  hanno  viste  sorgere  e  prosperare,  organizzate  in  modo  da  poter 
oddisfare  ai  bisogni  della  clientela  locale  e  che  a  nessun  patto  con- 
entirebbero  ad  essere  assorbite  da  istituti  maggiori. 

Si  aggiunga  a  ciò  la  grandissima  difficoltà  di  trovare  un  personale 
datto  a  dirigere  tante  aziende,  le  quali  per  essere  strumenti  efficaci 
evono  avere  una  certa  libertà  di  azione.  La  nostra  coltura  tecnica,  specie 
legli  affari  di  banca,  è  ancoia  deficiente  ;  gli  istituti  maggiori  hanno 
ncora  troppo  breve  vita,  |)er  essersi  potuti  formare  un  numeroso 
lersonale  esperto  a  dirigere  con  la  larghezza  di  vedute  e  la  quantità 
i  cognizioni  oggi  necessarie.  È  questa  una  difficoltà  transitoria,  la 
uale  a  poco  a  poco  scomparirà,  specie  sei  capi  degl'istituti  andranno 
lersuadendosi,  come  in  gran  parte  mostrano  di  persuadersi,  che  a 
len  condurre  gli  affari  non  basta  piti  la  pratica  acquistata  in  molti 
nni  di  tirocinio  ma  occorre  un  corredo  di  cognizioni  teoriche  e  che, 
ome  per  dirigere  una  manifattura  occorre  avere  studiato  ingegneria 
ndustriale,  a  dirigere  un'azienda  commerciale  e  bancaria  occorre  avere 
tudiato  alcune  almeno  delle  discipline  economiche  ed  averne  seguito 
D  svolgimento  ed  il  progresso. 

Non  è  dunque  possibile  dare  in  Italia  ad  un  istituto  di  credito 
1  espansione  che  ha,  per  citare  un  esempio  tipico,  il  Crédit  Lijonnais 
a  Fiancia.  Però  non  è  d'altra  parte  completamente  da  escludersi  la 
reazione  di  succursali  che  possano  trovare  alimento  di  affari  e  rac- 
ogliere  abbondanti  depositi  di  denaro  in  alcune  città  dove  maggiore 
il  movimento  o  dove,  per  ragioni  speciali,  non  esistono  o  sono  ve- 
lute  a  mancare  buone  banche  locali. 

8  Voi.  evi,  Serie  TV  -  1°  luglio  1903. 


114  GM    ISTITUTI    ni   CRliDITO    IX    ITALIA 


IV. 

Le  considerazioni  che  siamo  andati  svolgendo  hanno  preso  li- 
mosse  dall'esame  delle  relazioni  presentate  alle  assemhlee  dei  no-  ri 
principali  istituti  di  credito.  Ma  sono  queste  relazioni,  e  i  bilanci  ;  !!■• 
esse  illustrano,  abbastanza  chiare,  abbastanza  complete  per  foiiiiie 
una  guida  veramente  sicura  a  giudicare  della  consistenza  patrimo- 
niale e  del  modo  di  operare  degli  istituti  stessi  -!  Malauguratamente  no, 
e  chi  non  abbia  modo  di  addentrarsi  nelle  complicate  aziende  scarso 
sussidio  può  trarre  dai  documenti  che  si  fanno  di  pubblica  ragione. 
Salvo  alcune  rare  eccezioni,  i  bilanci  e  i  conti  profitti  e  perdite  con- 
tengono poche  cifre  riassuntive  ed  i  quadri  statistici  sono  pochi  e 
poco  analitici. 

Conviene  riconoscere  che  l'ostacolo  maggiore  alla  chiarezza  dei 
bilanci  è  cagionata  dalle  leggi  fiscali  complicate,  gravose  e  applicate 
in  modo  da  fare  di  ogni  contribuente  un  presunto  colpevole,  di  ogni 
agente  finanziario  un  feroce  inquisitore.  Fu  più  volte  osservato  che 
mentre  il  privato  commerciante,  industriale,  professionista,  trova  il 
modo  di  pagare  le  tasse  in  misura  inferiore  al  dovuto,  le  società  ano- 
nime pagano  non  solo  tutto  quanto  è  dovuto,  ma  spesso  anche  piìi 
del  dovuto,  e  che  se  tutti  i  contribuenti  fossero  tassati  con  eguale 
giustizia,  l'aliquota  della  ricchezza  mobile  potrebbe  essere  diminuita. 
Da  ciò  deriva  che  gli  amministratori  delle  società  per  azioni  sono  co- 
stretti, nel  formulare  i  bilanci,  ad  aver  sempre  presenti  le  conseguenze 
che  da  essi  i)otrebbero  trarne  gli  agenti  fiscali,  ed  a  conciliare  il  ri- 
spetto alla  verità  colla  difesa  degli  interessi  loro  affidati,  non  per  sot- 
trarsi a  pagare  il  dovuto  ma  per  non  essere  costretti  a  pagare  più 
del  dovuto  o  almeno  a  sostenere  lunghe  e  fastidiose  controversie. 

Anche  la  cognizione  ancora  scarsa  da  parte  della  maggioranza  del 
pubblico  dei  congegni  bancari  e  la  diffidenza  creata  dagli  errori  e  dalle 
colpe  del  passato  rendono  difficile  la  compilazione  di  bilanci  chiari 
e  particolareggiati.  Un  nuovo  capitolo  aggiunto  nell'attivo  o  nel  pas- 
sivo con  l'onesto  intendimento  di  render  conto  più  preciso  agli  azio- 
nisti, dà  spesso  occasione  a  supposizioni  maligne,  ad  interpretazioni 
contrarie  alla  verità.  Quanti  erronei  aj)prezzamenti.  ad  esempio,  non  si 
fanno  sulle  cifre  dei  titoli  di  proprietà,  dei  riporti,  delle  partecipazioni, 
dei  corrispondenti?  Alcune  imperfezioni  si  po'rebbero  correggere,  alcune 
deficienze  si  potrebbero  colmare,  ma  scarso  effetto  se  ne  trarrà  fino  a 
quando  il  pubblico  non  abbia  acquistato  fiducia  nei  dirigenti  delle 
società  anonime.  Fiducia  che  essi  meriteranno  tanto  più,  quanto  più 
larghi  saranno  di  notizie  e  di  dati  statistici,  quanto  maggior  cura 
porranno  nel  dire  intera  la  verità. 

11  legislatore  nello  studio  delle  leggi  fiscali  e  del  codice  di  com- 
mercio no;i  dimentichi  questo  lato  del  problema,  non  crei  esso  stesso 
ostacoli  alla  sincera  e  completa  esposizione  degli  affari,  non  impedisca 
l'accumularsi  di  quelle  riserve  di  utili,  che  oggi  occorre  alcune  volte 
nascondere  per  non  vederle  falcidiate  dal  fisco,  senza  speranza  di  ria- 
vere le  tasse  pagate  se  disgraziati  avvenimenti  imponessero  di  valer- 
sene. Ed  alla  lor  volta  gli  azionisti  mostrino  di  far  maggiore  assegna- 
mento sul  valore  efTettivo  del  patrimonio  e  delle  azioni  che  sul  valore 
transitorio  attribuito  dalla  Borsa  e  consentano  che  non  tutti  gli  utili  del- 


(ìli    l^iTITUTI    DI    CREDITO    IN    ITALIA  115 

l'esercizio,  sinceramente  dichiarati,  vengano  distribuiti  in  dividendo, 
ma  che  parte  se  ne  serbi  per  gli  anni  meno  prosperi.  Ottimo  provve- 
dimento questo  seguito  dalle  società  inglesi  e  da  molte  francesi  e 
tedesche,  di  passare  tutti  i  profìtti  dell'esercizio  ad  un  fondo  dal  quale 
si  prelevano  i  dividendi,  conservando  così  sempre  nei  bilanci  una 
abbondante  scorta  tli  benefìzi  per  fronteggiare  gii  anni  meno  prosperi. 

V. 

In  questa  opera  di  riordinamento  e  di  consolidamento  del  credito 
quale  fu  l'azione  degli  istituti  di  emissione"?  Buona  ed  efficace  in  ge- 
nerale, malgrado  qualche  dubbiezza,  e  qualche  deficienza  dovuta,  più 
che  a  loro  colpa,  alla  situazione  nella  quale  essi  erano  posti. 

La  legge  del  1893  non  ha  dato  e  non  poteva  dare  agli  istituti  di 
emissione  la  forza  necessaria  in  quei  momenti  diffìcili.  Soltanto  la 
liquidazione  degli  antichi  istituti  e  la  creazione  di  un  unico  ente,  costi- 
tuito con  capitale  modesto  ma  nuovo  ed  interamente  liquido,  avrebbe 
consentito  di  disciplinare  la  circolazione  in  modo  da  corrispondere 
interamente  ai  fini  dell'economia  nazionale  ed  al  vantaggio  particolare 
deiristituto. 

Invece,  dei  tre  istituti  rimasti  qviello  che  per  essere  di  gran  lunga 
il  pili  potente  è  il  vero  regolatore  del  credito,  la  Banca  d'Italia,  si 
trovò  fin  da  principio  a  dover  cercare  l'equilibrio  tra  l'interesse  gene- 
rale ed  il  proprio.  Sorta  quasi  senza  capitale  reale  (poiché  le  perdite 
occulte  o  palesi  delle  così  dette  immohUizzasioni.  del  credito  fondiario, 
della  liquidazione  della  Banca  Romana  e  delle  operazioni  che  figura- 
vano ancora  nel  portafoglio  ordinario,  ma  che  erano  men  che  sicure, 
quasi  lo  pareggiavano),  premuta  dall'interesse  degli  azionisti  i  quali, 
cullati  da  ingannevoli  lusinghe,  imputando  allo  Stato  la  più  gran 
parte  delle  perdite,  pretendevano  di  aver  dividendi  eguali  o  quasi  a 
quelli  avuti  fino  allora,  legata  <la  ogni  parte  da  una  vigilanza  dello 
Stato  inspirata  dalla  profonda  sfiducia  che  giustificavano  gli  errori  e 
le  colpe  del  passato,  la  Banca  d'Italia,  avrebbe  dovuto  limitare  le  sue 
operazioni  negli  strettissimi  confini  segnati  dalla  legge  e  restringere 
la  circolazione,  diminuendo  così  la  fonte  dei  guadagni,  ma  nello  stesso 
tempo  avrebbe  dovuto  raccogliere  profitti  tanto  larghi  da  ricostituire 
il  suo  patrimonio  e  da  soddisfare  almeno  in  parte  ai  desideri  degli 
azionisti. 

Da  questa  antinomia  fra  i  doveri  che  incombono  ad  un  istituto 
di  emissione  (doveri  troppo  poco  compresi  dagli  azionisti)  e  l'interesse 
proprio,  difficoltà,  lotte,  incertezze,  che  ostacolarono  una  azione  pronta, 
efficace,  risanatrice.  Le  convenzioni  fra  la  Banca  e  Io  Sfato,  durante 
i  ministeri  degli  onorevoli  Sonnino  e  Luzzatfi,  portarono  in  parte  ri- 
medio a  questo  stato  di  cose,  permettendo  di  dare  un  sia  i)ur  modesto 
dividendo  agli  azionisti  (mentre  se  si  fossero  volute  strettamente  se- 
guire le  norme  del  codice  di  commercio  nessun  dividendo  avrebbe  potuto 
esser  dato  fino  a  completa  ricostituzione  del  patrimonio),  di  accrescere 
i  profitti,  e  di  assicurare  l'avvenire  dell'istituto  anche  dopo  la  scadenza 
dell'attuale  convenzione,  sia  perchè,  esercitando  l'istituto  stesso  il  ser- 
viziodi  tesoreria,  lo  Stato  è  interessato  alla  sua  conservazione,  sia  perchè 
la  proroga  è  promessa  come  un  premio  alla  fedele  osservanza  della  leo'oe. 
Ma  ciò  malgrado,  il  pericolo  che  deriva  dal  contrasto  fra  l'interesse 
pubblico  e  il  privato  non  fu  interamente  evitato,  né  è  quindi  cessata 


IKi  GLI   ISTITUTI   DI   CREDITO    IN"    ITALIA 

la  pressione  dej>:li  azionisti  perchè  la  Banca  dia  maggior  impulso  ali- 
operazioni  e,  uscendo  dalla  ristretta  cerchia  degli  affari  propri  ad  un 
istituto  di  emissione,  raccolga  in  un  campo  |)iù  vasto  benefici  più 
larghi.  Pi'essioni  alle  quali  tratto  tratto  si  aggiunge  quella  degli  opi'- 
ratori  di  borsa  e  di  alcuni  uomini  d'affari  che  nell'allargamento  dellii 
circolazione  vorrebbero  trovare  alimento  alla  speculazione. 

A  queste  pressioni  la  Banca  ha  saputo  quasi  sempre  resistere. 
Non  forse  sempre  ed  interamente:  qualche  anno  fa.  come  abbiamo 
accennato,  non  ebbe  la  forza  di  opporsi  come  avrebbe  dovuto  a  tentativi 
di  soverchia  espansione  negli  affari  di  credito  mobiliare  e  di  borsa  e 
stava  per  lasciarsi  trascinare  su  una  via  che  avrebbe  condotto  il  Paese 
e  la  Banca  stessa  sopra  un  terreno  pieno  di  pericoli.  Per  buona  sorte 
se  ne  ritrasse  a  tempo. 

Non  miglior  fortuna  ebbe  la  campagna  aperta  pii!i  tardi  per  modi- 
ficare la  legge  bancaria,  sopratutto  nei  rispetti  del  limite  della  circo- 
lazione. Si  diceva,  e  si  pretendeva  dimostrare,  che  i  limiti  fìssati  dalla 
legge  del  1893,  se  suftìcienti  in  condizioni  di  depressione  economica, 
divenivano  troppo  ristretti  ora  che  il  commercio  e  l'industria  avevano 
ripigliato  ardire  e  vigore,  e  si  accusava  Banca  e  Governo  di  non  voler 
favorire  la  restaurazione  economica  del  paese  negandogli  i  mezzi  di 
lavoro.  La  legge  non  fu  modificata,  i  limiti  della  circolazione  restarono 
gli  stessi,  eppure  non  solo  il  lavoro  sano  e  onesto  trovò  sempre  alimento 
nel  capitale  italiano  a  condizioni  eque,  ma,  assodato  il  credito  del 
paese,  scomparso  l'aggio  sull'oro  ed  assicurata  la  fiducia  verso  l'Italia, 
il  capitale  estero  si  offrì  abbondante  e  a  buon  mercato. 

Una  tale  situazione  non  deve  per  altro  far  credere  che  il  tempo 
abbia  cancellato  o  diminuito  i  difetti  della  legge  del  1893.  L'azione 
benefica,  ausiliatrice  e  moderatrice,  ad  un  tempo,  esercitata  dagli  isti- 
tuti di  emissione  è  dovuta  non  alla  legge,  ma  al  modo  con  cui  da 
qualche  anno  a  questa  parte  quegli  istituti  sono  guidati.  Le  ultime 
relazioni  del  direttore  generale  della  Banca  d'Italia  pongono  in  chiaro 
l'efficacia  dell'opera  sua,  ma  non  nascondono  la  difficoltà  contro  cui 
si  deve  dibattere  ancora  il  maggiore  istituto. 

Noi  non  crediamo,  come  abbiam  detto  più  sopra,  che  il  limite 
della  circolazione  debba  allargarsi,  ma  crediamo  possa  consentirsi  con 
le  debite  garanzie  una  maggiore  elasticità  ;  non  crediamo  che  si  debba 
permettere  agli  istituti  di  emissione  di  fare  operazioni  non  consentanee 
all'indole  loro,  ma  crediamo  che  una  maggiore  libeità,  in  quei  servizi 
che  non  importano  rìschio,  si  dovrebbe  pur  lasciare  e  che  per  alcune 
operazioni  si  dovrebbe  tollerare  maggiore  larghezza.  È  assurdo,  per 
citare  un  solo  esempio,  che  oggi  essendo  i  nostri  titoli  di  Stalo  e  le 
cartelle  fondiarie  al  di  sopra  della  pari  non  si  possano  fare  anticipa- 
zioni se  non  fino  ai  quattro  quinti  od  ai  ti'e  quarti  del  loro  valore; 
questa  limitazione  e  la  tassa  di  un  centesimo  al  giorno  per  mille  lire 
rendono  impossibile  l'anticipazione  presso  gli  istituti  di  emissione  e 
possono  costringere  in  determinate  contingenze  (e  si  è  visto  in  occasione 
dell'emissione  del  3  '  .,  per  cento)  a  sostituire  almeno  transitoriamente 
alla  forma  corretta  e  legale  delle  anticipazioni,  quella  meno  schietta 
della  sovvenzione  col  mezzo  delle  stanze  di  compensazione.  Strunìento 
questo  che  torna  oggi  utilissimo,  anzi  indispensabile  come  sovventore 
giornaliero,  ma  che  può  divenire,  sotto  amministrazioni  meno  rigide, 
pericoloso  ed  al  quale  converrebbe  quindi  poter  sostituire  con  eguali 
fini  e  con  eguali  mezzi  l'anticipazione  o  il  conto  corrente  garantito  da 
titoli  di  primo  ordine. 


GLI    ISTITUTI    DI    CREDITO    IN    ITALIA  117 

Ed  infine,  bandite  ormai  ie  diffidenze  che  lianno  inspirato  la  parte 
della  legge  del  1893  ritlettente  la  vigilanza,  si  dovrebbe  ricondurre 
l'ingerenza  del  Governo  neiraraniinistrazione  degli  istituti  di  emissione 
a  più  ristretti  e  giusti  contini:  impedire  che  la  sorveglianza  continui, 
come  è  ancora  oggi,  minuziosa  e  vessatoria,  inspirata  al  sospetto, 
pronta  a  cogliere  ìq  fallo  gli  istituti  per  i  minimi  atti,  tale  da  sovrap- 
porsi alcune  volte  non  solo  ai  direttori  degli  istituti  ma  ai  più  alti 
funzionari  dello  Stato  ed  agli  stessi  ministri  ;  un  vero  comitato  insomma 
di  salute  pubblica,  un  tribù uale  dei  sospetti,  una  inquisizione,  senza 
ghigliottina  e  senza  roghi,  ma  armata  di  leggi,  di  regolamenti,  di  de- 
creti, pronta  a  lanciare  ad  ogni  minimo  dubbio  eserciti  formidabili 
di  note  e  di  divieti. 

Gli  uomini,  è  vero,  possono  mutare,  gli  istituti  di  emissione  pos- 
sono, è  vero,  cadere  nell'avvenire  in  mani  meno  sicure  di  quelle  che 
oggi  li  governano,  ma  ormai  il  Paese,  il  Parlamento,  il  Governo  hanno 
compreso  quali  siano  i  doveri  dei  banchi  di  emissione,  ed  assai  diffì- 
cile sarebbe  il  ripetersi  degli  errori  passati.  Una  maggior  libertà  di 
movimenti  è  necessaria,  pur  serbando  ai  poteri  dello  Stato  un'azione 
integratrice  e  sorveghatrice  :  che  se  gli  uomini  mutassero  o  venissero 
meno  alle  regole  della  prudenza,  l'opinione  i)ubblica  prima,  lo  Stato 
poi  (grazie  anche  al  sistema,  che  dev'essere  mantenuto,  delle  inchieste 
triennali)  saprebbero  sempre  ricondurre  o  col  consiglio,  od  occor- 
rendo anche  coi  provvedimenti  legislativi,  gli  istituti  all'osservanza 
dei  loro  doveri. 

I  banchi  di  emissione  potranno  esercitare  sull'ordinamento  eco- 
nomico del  Paese  l'azione  regolatrice  e  moderatrice  che  loro  compete 
con  tanta  maggiore  efficacia,  quanto  più  liberi  essi  saranno  dai  legami 
che  oggi  ne  imiiediscono  i  movimenti  e  che  in  ogni  modo  distolgono 
spesso  l'opera  e  l'ingegno  di  chi  li  dirige  dai  più  elevati  problemi,  per 
immiserirli  in  minute  polemiche,  e,  col  considerarli  quasi  dei  pupilli  o 
degli  imputati,  tolgono  ad  essi  prestigio  ed  autorità. 

Aiireus. 


IL  PROFESSORE  KOERBITZ 


Ricordatevene;  avrete  pur  dovuto  incoiitrailo  qualelie  volta,  nelle 
ore  del  vespero,  lungo  la  via  Nazionale,  al  Macao,  su  pe'  Quartieri 
Ludovisi. 

Sono  i  siti  ov'egli  jìasseggia  di  preferenza. 

Anche  gli  osservatori  meno  superfleiali,  a  prima  vista,  lian  da 
concepire  di  lui  la  migliore  opinione. 

Alto,  corpulento,  dall'incesso  maestoso;  col  magnifico  cappello  a 
stajo  a  larghe  tese,  un  po'  indietro,  affinchè  la  bella  fronte;  gli  si  veda 
tutta;  gii  scintillanti  occhiali  d'oro  sul  naso  aquilino;  l'alta  soddi- 
sfazione personale  impressa  nella  bella  faccia  quadra,  ornata  dalla  ma- 
gnifica barba,  che  gli  scende  fin  sull'ampio  torace  sporgente;  la  zazzera 
inanellata,  da  dio  Odino,  spiovente  sulle  spalle  erculee  ;  piena  di  dolce 
austeiità  la  fisonomia,  come  di  solennità  tutta  la  persona,  degiiaiiiente 
modellata  dallo  stiffellio  autoritario. 

È  un  principe  oltramontano"?  un  addetto  a  qualche  ambasciata? 
lina  personalità  esoticav  un  letterato  slavo"?  un  drammaturgo  scandi- 
navo"? un  poeta  sassone,  o  semplicemente  un  qualunque  miliardario 
a  piedi? 

Certo,  voi  potete  scambiarlo  per  uno  di  questi,  o  per  tanti  altri 
simili  semi-dei;  ne  avete  il  diritto:  il  suo  fisico  e  la  frequenza  dei 
forestieri  d'alto  bordo,  nella  capitale  d'Italia,  può  farvi  cadere  in 
errore. 

E  quale  errore!... 

Colui  è  semplicemente  un  maestro  privato  di  lingua  tedesca,  a 
trenta  soldi  l'ora,  il  professore  Waldemaro  Koerbitz. 

Da  anni,  egli  vive  a  Roma;  vive  solo,  più  per  timidezza  che  per 
tendenza  alla  misantropia. 

Timidezza:  e  come  no"?  combattetela,  se  siete  bravi;  cercate  di 
non  lasciaivi  sopraffare,  dopo  certe  grottesche  vicissitudini  della  vita, 
dalla  triste  scontrosità  che  tien  dietro  alle  sventure  domestiche"?... 

Dato  il  caso  occorso  al  professore  Koerbitz.  delle  due  l'una,  o  si 
diventa  spudorati,  o  timidi. 

Più  naturale  la  seconda  cosa. 

La  fatalità,  pel  povero  Waldemaro,  tu  la  sua  passione  per  l'Italia. 
Oh,  rttalia  non  gli  portò  proprio  fortuna!... 

Quando  non  si  crede  al  contagio!  Da  giovane,  nel  suo  ])aese, 
ebbe  per  maestro  un   innamorato    dell'Italia,  dell'arte   italiana,    della 


IL    PROFESSORE   KOERBITZ  119 

vita  nel  mezzogiorno  del  nostro  bel  paese,  e,  per  amico,  il  figlio  di 
uno  squilibrato  inventore  siciliano,  il  quale,  dopo  lungbe  peregrina- 
zioni, era  andato  a  morire  colà.  Quel  suo  primo  amico  soffriva  di  qo- 
stalgìa,  e  Waldemaro  fini  per  soffrir  dello  stesso  malore,  peggio  che 
se  fosse  nato  quaggiù. 

Una  bella  mattina,  pianta  Stoccarda,  gli  onesti  bottegai  che  gli 
avevano  data  la  vita,  e,  via  pel  Brennero,  in    Italia. 

Aveva  poco  più  di  vent'anni,  quando,  fuori  di  sé  dalfeutusiasmo 
per  Roma,  decise  di  finirvi  i  suoi  giorni. 

Andava  per  le  vie,  respirando  a  pieci  polmoni,  palpitando  nella 
soddisfazione  di  quA  suo  immenso  desiderio,  di  quel  sogno  di  luce, 
d'aria,  di  tripudio,  realizzato.  Passava  giornate  intere  a  Villa  Borghese, 
al  Pincio,  a  Mila  Pamphily,  a  Monte  Mario,  componendo,  dentro  di 
sé,  odi,  canzoni,  elegie,  e  dimenticando  di  mangiare.  Sì,  qualche  volta 
entrava  nella  prima  bettola  che  trovasse  sulla  sua  via,  per  mandar 
giù,  alla  svelta,  una  dozzina  di  pagnottelle  gravide,  con  un  litro  di 
vino... 

Amava  Roma;  ma  più  che  FArte,  le  memorie  gloriose,  amava  il 
limpido  color  turchino  del  cielo  latino,  il  tiepido  .sole,  l'aria  vagamente 
piofumata  de"  colli.  Amava  Roma  tanto,  da  dimenticar  che  la  Germa- 
nia, che  il  resto  del  mondo  esistes.sero  ancora:  e  tale  «  colpa  »  gii  valse 
l'addio  esti'emo  de'  suoi,  in  una  lettela  che  Waldemaro  non  terminò 
nemmeno  di  leggere. 

Amava  Ronia,  tanto  che  fini  per  dare  il  propiio  nome  alla  figlia 
della  sua  «  padrona  di  casa  »  ;  la  quale,  una  notte,  aveva  scambiata 
la  propria  camera  con  quella  di  Waldemaro  :  e  poiché  il  gruzzolo  che 
s'era  portato  da  casa  stava  per  esaurirsi.  ^Valdemaro,  a  sua  volta, 
scambiò  Lalletta  per  la  provvidenza,  quindi,  il  matrimonio.  Altro  che 
provvidenza!...  Una  mattina,  nel  rincasare,  trova...  un  secondo  equi- 
voco di  Lalletta:  aveva  «  equivocato»  con  un  altro. 

Coljnto  in  pieno  petto,  Waldemaro  fuggì  via  come  un  disperato; 
ed  i  Monti  Albani  furon  testimoni  delle  sue  lagrime,  de'  suoi  lamenti, 
de'  suoi  sospiri. 

Quindici  giorni  dopo,  risoluto  a  togliere  dal  mondo  l'indegna  si- 
gnora Koerbitz,  torna  a  casa,  e  vi  trova  soltanto  la  suocera,  nuotante 
in  un  mare  di  lagrime  : 

—  Qua'  poera  cratura  s'è  annata  a  hiittù  a  finme'.... 

Waldemaro,  stupefatto  dallo  spavento,  aspetta  la  scoperta  del  ca- 
davere: e,  due  giorni  appresso,  arriva  una  lettera  da  Livorno:  Ma- 
dama Koerbitz  dichiarava  che  il  proprio  carattere  non  andando  d'ac- 
cordo con  quello  del  «  tomo  »  cui  apparteneva,  aveva  voluto  provare 
l'altro  polo  dell'antitesi,  ond'era  scap])ata  da  Roma  con  un  canzonet- 
tista francese. 

—  Fio!  non  me  l'ammazza'....  -  strillava  la  madre,  ai  ginocchi  del 
genero:  mentre  costui  pensava  a  ben  altro. 

Pensava,  nel  primo  avvilimento,  il  povero  Waldemaro.  che  i  ca- 
daveri non  ammazzano,  e  poiché  tale  sentiva  che  lo  aveva  reso  quella 
disgraziata,  egli,  nonché  lei,  avrebbe  dimenticato  financo  d'esser  mai 
esistito  al  mondo  egli  stesso  ! 

Cosi  fece,  piantò  la  vecchia  ;  cambiò  camera,  andò  a  depositare 
orologio,  spillo,  anello  nella  pia  istituzione  per  gli  spostati,  e  fece  an- 
nunziar nel  Messaggero  che  il  professore  Waldemaro  Koerbitz,  da 
Stuttgard,  dava  lezioni  di  lingua  tedesca  a  trenta  soldi  l'ora. 


120  IL    PROFESSORE   KOERBITZ 

Il  sipario  era  calalo  sulla  sua  vita  ;  a  tutto  rinunzia  va,  meno  alla 
sua  fatale  Italia,  a  Roma  :  d'ora  innanzi,  al  lutto  del  proprio  cuore, 
avrebbe  fatto  contrasto  il  sole  eterno  del  bel  paese.  Dal  contrasto, 
l'unica  consolazione,  povero  VValdemaro  ! 

E  gli  scolari  vennero  :  una  dozzina,  che  gli  permisero  di  vivac- 
chiare meschinamente  ;  né  mai  gli  mancarono  :  diavolo  !  chi  poteva 
fargli  concorrenza,  col  modesto  emolumento  del  quale  si  contentava? 


Nella  monotonia  della  sua  nuova  esistenza,  l'anima  aveva  fatto 
presto  ad  invecchiare.  Appagata  quella  sua  ardente  smania  giovanile, 
il  fuoco  degli  anni  migliori  s'era  smorzato,  e.  in  essa,  pareva  gli  si 
fosse  esaurita  ogni  energia. 

Non  vedeva  più  nessuno;  sfuggiva  specialmente  le  poche  conoscenze 
che  aveva  fatto  a  Roma,  ne'  primi  tempi.  Una  preoccupazione  lo  per- 
seguitava :  che  qualcuno  (v'han  tanti  indiscreti  che  si  tingono  inge- 
nui !)  non  gli  dicesse  : 

—  Professore,  jersera,  al  Caffè-concerto  Margherita,  abbiamo  ap- 
plaudito freneticamente  la  vostra  signora  ! 

A  poco  a  poco,  Waldemaro  era  riuscito  a  farsi  dimenticare  da 
tutti;  a  sparire.  L'apatica  quiete  della  sua  solitudine  gli  assorbiva 
l'esistenza. 

La  mattina  era  con  gli  scolari. 

Venivano  Tun  dietro  l'altro,  quelli  del  primo  corso:  sedevano  intorno 
ad  una  larga  tavola,  nella  stanza  che  gli  serviva  anche  per  ricevere 
e  per  desinare  ;  e  avanti  :  «  lei)  hin  -  Du  List  -  Er  ist  -  \\  ir  shid  -  Ihr 
seid  -  Sie  shid  ».  E  questo,  per  due  ore  di  seguito. 

Poi,  la  zuppa  flaccida,  il  lesso  sciapito.  la  montagna  di  patate  ed 
il  boccale  di  birra  romana,  acidula. 

Dopo  il  sonnellino  del  pomeriggio,  arrivavano  gli  scolari  del  se- 
condo corso. 

La  sera,  usciva  a  prendere  una  boccata  d'aria,  a  fare  un  po'  di 
moto,  in  vie  lontane  dal  centro:  e  talvolta  andava  a  leggere  qualche 
giornale  in  uno  de"  caffè  meno  frequentati,  ed  a  casa,  per  ricominciar 
l'indomani  la  stessa  vita,  per  riveder  le  stesse  facce,  gli  stessi  sco- 
lari :  giovani,  per  lo  più,  destinati  al  commercio  :  solleciti,  rispettosi, 
avidi  di  saper  presto  scrivere  una  lettera  e  dir  quattro  parole  nella 
lingua  di  Schiller. 

Non  c'era  da  scambiar  nemmeno  un'idea  con  quella  gioventù  ta- 
pina, la  quale  poteva  appena  pagargli  i  soldi  delle  lezioni. 

Bravi  ragazzi,  nondimeno,  che  sapevano  dir  tanto  bene  del  pro- 
fessore attorno,  da  non  fargli  mancar  mai  nuove  lezioni. 

Unica  vanità  del  buon  Waldemaro  era  il  comparir,  per  le  vie,  nella 
signorile  decenza  di  persona  rispettabile,  a  seconda  del  grado  sociale 
che  gli  spettava  :  negli  abiti  degli  insegnanti,  di  tutte  le  persone  serie 
del  suo  paese. 

E  una  cura  minuziosa,  amorosa,  per  la  propria  persona,  per  la 
toletta  :  si  capisce,  non  aveva  da  pensale  ad  altro  ! 

Bisognava  vederlo,  la  sera,  prima  di  andare  a  letto  spazzolarsi  il 
soprabito,  i  calzoni,  la  giubba,  lucidarsi  le  larghe  scarpe,  lisciarsi  te- 


IL    PROFESSORE    KOERBITZ  l!21 

eramente  la  tuba  ;  e,  a  prim'ora,  al  bagno  salutare  nella  conca,  ove 
iguazzava  beato,  lavorandosi  di  spugna  per  tutto  il  corpo. 

Finalmente  la  tazza  di    tè,  la  grossa   pipa  di    porcellana  ;  poi  : 

—  Professore,  sono  di  là  -  veniva  ad  avvertirlo  la  padrona  di  casa. 

—  Gruten  Morgen,  meine  Kinder! 
Principiava  la  lezione. 

Cosi,  tìn  presso  alla  quarantina. 

D'allora,  le  sue  veccbie  preoccupazioni  andarono  abbandonandolo: 
rano  anni  che  nessuno  de'  rari  superstiti  tra  le  sue  antiche  cono- 
cenze,  incontrandolo,  lo  ravvisasse.  I  suoi  scolari  gli  raccontavano 
he  i  quartieri  nuovi  della  Roma  alta,  tra  il  colle  Esquilino  ed  il  Qui- 
inale,  si  facevano  sempre  più  belli  :  perchè  non  allargherebbe  egli  il 
ircuito  delle  sue  passeggiate  vespertine  '? 

Una  sera,  invece  di  andarsene  a  giionzare  lungo  quel  malinconico 
Taccio  di  Via  Cavour,  da  Santa  Maria  Maggiore  al  Foro  Romano,  come 
i  solito,  quando  usciva  dalla  sozza  stradetta  degli  Zingari,  ove  di- 
lorava,  salì  un  po'  più  su,  verso  la  stazione  ;  di  là,  giunse  al  Macao, 
irò  per  Castro  Pretorio,  arrivò  a  Porta  Pia,  svoltò  pel  Corso  d'Italia, 
rimase  estatico  davanti  alla  magnificenza  dei  Quartieri  Ludovisì. 

Vi  mancava  da  anni  ;  li  aveva  lasciati  cosi  che  parevano  una  de- 
olata  pianura,  irta  di  «  ruderi  moderni  »,  e  li  ritrovava  irriconosci- 
ili  :  tagliati  da  belle  vie  regolari,  spiranti  la  signorilità,  fiancheggiati 
a  vaghi  villini,  da  svelte  palazzine,  disegnate  con  simpatica  bizzarria, 
ircondate  da  piccole  a.juole,  vagamente  screziate  di  fiori,  di  fontanine, 
i  statue  ;  e,  di  tratto  in  tratto,  alberghi  sontuosi,  pensioni  eleganti. 
u  tutto  ciò,  sorrideva  il  più  bel  cielo  del  mondo. 

Colassù,  si  respirava  ogni  benessere  dell'esistenza  ! 

Pochi  minuti  in  quella  delizia  di  città  nuova  bastarono  perchè 
^'^aldemaro  si  sentisse  tornato  come  da  morte  a  vita. 

Quella  sera  doveva  segnare  un'epoca  per  lui.  Dopo  l'intorpidimento 
urato  oltre  quindici  anni,  egli  si  ridestava  e  si  accorgeva  di  quelli 
he  gli  vivevano  intorno,  assai  meglio  del  modo  com'egli  vivesse. 

Tutte  quelle  palazzine,  que'villini,  la  sfilata  delle  carrozze  eleganti, 
i  corsa  vertiginosa  degli  automobili;  tutti  qiie'signori  che  prendevano 
fresco  davanti  ai  caifè,  alle  birrarie,  alle  trattorie,  confortandosi  con 
none  bottiglie;  ma  specialmente  quegli  alberghi  per  gli  oltramontani 
'alto  bordo,  quelle  pensioni  pe' forestieri  ricchi  (li  vedeva  aggrupparsi 
avanti  ai  magnifici  vestiboli)  gli  parlavano  alla  fantasia  un  linguaggio- 
uovo,  che  egli  traduceva  pel  Lazare,  veni  foras! 

La  vita  dello  spirito,  con  tutti  i  bollori  della  poesia  giovanile, 
ramai  era  tramontata;  e,  adesso,  quasi  d'un  subito,  si  sentiva  spri- 
ionar  dentro  tutta  una  falange  di  desideri  inaspettati;  i  quali,  presto 
tardi,  sarebbero  diventati  bisogni,  e  Io  avrebbero  fatto  sofirire  ben 
iversamente  dall'ardente  aspirazione  sui  A'ent'anni,  a  Stuttgard  :  gli 
vrebbero  intlitto  il  martirio  d'ogni  ora,  d'ogni  momento. 

E  gli  parve  tanto  strana  l'occasione  di  quel  suo  risveglio,  che 
srvì  come  da  punto  di  partenza  a  quanto  aveva  concepito  di  poi. 
i'^aldemaro  si  era  fermato  dietro  allo  «  Schweitzerhoff  »  di  Via  Veneto, 
ella  piccola  via  Liguria,  ad  osservar  giù,  nel  sottosuolo  di  quell'al- 
ergo,  l'aftàccenda mento  nelle  cucine:  vaste,  pulite,  lucenti,  come 
5mpi  evangelici,  e  fragranti,  poi!...  Ecco,  ecco,  proprio  l'inebriante 
'agranza  del  pranzo  sontuoso  che  apparecchiavano  laggiù,  gli  era 
alita  alla  testa,  gli  aveva  messo  dentro  come  un'anima   nuova,  sle- 


l!22  IL    PROFESSORE    KOERBITZ 

gandogli  le  ali  della  fantasia,  intorpidita  dalla  lunga  vita  grigia  che 
aveva  menato,  ridestandogli  lo  stomaco,  atrotìzzato  da  quelle  eterne 
minestre  flaccide,  dagli  immutabili  lessi  sciapiti,  dalla  crudele  birra 
acetosa. 

Inconcepibile!...  l'odore  delle  sfogliantine  à  ht  fiìiaucière,  che 
stavano  sfornando  laggiù,  gli  aveva  fatto  tornare  alla  mente  la  sua 
infanzia:  tutfuna  sorprendente  visione...  Come  al  solito  «  Wald  »,  uscito 
di  scuola,  correva  dal  pasticciere,  volava  alla  gioia  de'  pasticcini  caldi 
caldi,  ripieni  di  carne,  di  tartufi,  di  fegato  grasso  sti-asburghese  e  d'altre 
delicatezze  !  Ecco,  sentendo  lo  stesso  odore,  il  professore  Koerbitz  era 
tornato  il  piccolo  «  Wald  ». 

E  il  poveraccio  pensava,  poi,  amaramente: 

—  «  Non  mi  avevano  ancora  parlato  dell'  Italia,  in  quel  tempo!...  » 
Quando  quella  sera  fu  a  casa,  invece  di  risentirsi  del  piacere  che 

tutti  i  sensi  pareva  avessero  aspirato,  il  professore  Koerbitz  era  pieno 
d'uggia,  d'impazienza,  di  scontento;  e  non  capiva  che  tutto  ciò  gli 
venisse  da  una  subita  ribellione  all'esistenza  da  tal|ia,  durata  fino 
allora. 

Nonj)ertanto,  messosi  a  fumare  nella  grossa  pipa  di  porcellana, 
seduto  al  balconcino  che  rispondeva  in  un  vicolo  buio,  Waldemaro  si 
abbandonò  alle  più  affliggenti  resipiscenze. 

—  «  Povero  imbecille  !...  -  pensava  -  a  che  mai  f  ha  menato  l'ubria- 
catura, il  malanno  nella  tua  prima  giovinezza?  A  durare  nella  più 
umile  tra  le  esistenze,  che  oramai  non  si  cangerà...  oh,  questa  è  cosa 
certa  !  Bella  piospettiva,  se  cosi  ! 

«  Ma  di',  ]irofessore  mio?  era  quella  la  maniera  di  soddisfar  la 
tua  passione  |)er  la  terra  wo  die  Citronen  hWin''.  1  poeti  tedesclii, 
gli  storici,  i  filosofi,  ed  anche  i  bottegai  tuoi  connazionali,  vengono 
qui  a  dimorare  per  qualche  tempo:  gli  uni  si  pigliano  un  bagno  di 
classicismo,  di  archeologia,  di  estetica;  gli  altri  vi  fanno  una  provvista 
di  luce,  d'ai  ia.  di  calore,  di  delizie  naturali,  e  poi  se  ne  tornano  a  casa... 
Ma  -  un  momento!  -  come  vengono  essi  in  Italia,  i  tuoi  connazionali?... 
con  la  scarsella  gonfia  di  fiorini,  di  marchi,  per  sentire,  per  saggiare, 
con  le  bellezze  dell'arte  e  della  natura,  anche  le  altre,  che  confortano 
l'esistenza  negli  alberghi  di  prim'ordine.  Persuaditene,  i  tuoi  conna- 
zionali vengono  ad  ammirare  comodamente  la  patria  di  Dante,  di  Ma- 
chiavelli, di  Michelangelo:  essi,  prima  di  dedicar.'^i  alla  via-crucis 
dei  musei,  al  calvario  de'  ruderi  e  dei  panorami,  fanno  semplicemente 
colezione  (e  che  colezione!);  prima  di  passar  la  serata  ne' teatii,  a 
russare  in  cadenza  della  vecchia  musica  italiana,  trascorrono  lunghe 
ore  alla  tavola  rotonda  -  da  veri  paladini  della  forchetta!  -;  insomma, 
i  tuoi  connazionali,  al  poetico  purgatorio  deirainmiiazione.  fan  prece- 
dere il  prosaico  paradiso  della  buona  mensa. 

«  Ecco  come  avresti  dovuto  fare  anche  tu,  niein  armen  Freiind! 
Prima  il  covo  a  casa  tua.  metter  da  ])arte  il  superfluo,  e,  col  superfluo, 
soddisfar  comodamente  il  tuo  idrofobo  entusiasmo  per  l'Italia. 

«  Che.  forse,  Goethe  fece  diversamente,  lui?...  e  tutti  gli  altii 
famosi  della  Germania,  non  fecero  altrettanto? 

«  Vuoi  te  lo  dica,  in  questo  momento  di  sincerità?...  A  te.  la 
saviezza  è  venuta  do])o  i  quarant'anui:  questo,  il  guaio! 

«  Adesso,  che  vuoi  f'aici  più?...  a  Stuttgard  i  tuoi  se  ne  saranno 
andati  tutti  all'altro  mondo,  e  fin  gli  amici  avran  dovuto,  da  un  pezzo, 
■dimenticare  quel  matto  di  Wald  ! 


IL   PROFESSORE    KOERBITZ  123 

«  Protessore  mio,  non  si  può  tornare  indietro;  troppa  premurati 
ésti  di  bruciar  le  tue  navi  :  resta,  dunque,  a  far  la  fine  delle  cicale, 
ella  tua  bella  Italia!...» 

Questa  conclusione,  o  il  fumo  della  sua  pipa  negli  occhi,  gli  pro- 
ocarono  una  lagrima  dolorosa. 

Sul  fatto,  prese  un'eroica  risoluzione:  spense  la  pipa,  e  se  ne  andò 
letto. 


in. 


Sì,  ma  il  di  appresso,  non  seppe  trovar  la  forza  di  prendere 
n'altra  risoluzione:  dimenticare  quanto  aveva  visto,  provato,  il  giorno 
recedente,  e  tornare  all'esistenza  solita,  senza  pensar  più.  Niente!...  e, 
oichè  un  suo  scolaro  (caso  unico  più  clie  raro)  gli  aveva  regalato  un 
Manilla  »  da  venticinque  centesimi,  il  professore  Koerbitz  andò  a 
limarselo  sui  Quartieri  Ludovisi. 

Colassù,  quell'aria  del  lusso,  de'  milioni,  delle  mollezze  che  circon- 
ano  i  privilegiati,  resuscitò  la  sua  fantasia,  meglio  ancora  del  giorno 
irecedente. 

Mentre  accendeva  il  «  Manilla  »,  ecco  un  hrenck  venire  a  corsa 
frenata  e  fermarsi  dn  vanti  al  Savoy  Hotel.  Era  un'allegra  comitiva 
sotica,  coperta  di  polvere,  reduce  da  qualche  scampagnata.  Q)uei  gran 
ignori  aiutavano  chiassosamente  le  dame  a  scendere,  mentre,  dall'al- 
lergo,  venivano  a  riceverli  due  statuarii  camerieri:  i  quali,  cavati 
uori  dall'  interno  della  carrozza,  un  cestone  vuoto  ed  una  paniera  che 
,veva  dovuto  contenere  la  provvista  dei  vini  di  lusso,  rientravano 
iella  casa  dietro  alla  comitiva;  ed  il  breack  si  allontanò. 

Osservando  la  scena.  Waldemaro  tirava  lunghe  boccate  di  fumo 
lai  sigaro;  e  (curioso!)  quell'elegante  profumo,  per  un  momento,  gli 
liè  così  chiara  l' illusione  di  aver  fatto  parte  della  comitiva,  che  si 
orprese  a  gridare  all'albergo  : 

—  Aiif  ìviedersehen'... 

Quando  la  sera,  seguente,  ripreso  dalTavidità  di  rivedere  e  di  ri- 
entire  la  bella  vita  degli  altri,  il  professore  usci  di  casa  per  dedi- 
arsi  ad  una  passeggiata  lungo  via  Nazionale,  ebbe  un'idea  :  entrare 
n  una  spaccio  di  .sigari,  e  chiedere  un  «  Manilla  »  ;  cosi  fece. 

L'accese,  ne  aspirò  forte  il  fumo,  poi  si  squadrò,  con  un  immenso 
ospiro  di  soddisfazione  :  il  miliardario  della  sera  precedente  gli  era 
ornato  dentro. 

Prese  a  passeggiare  con  un  beato  sussiego  :  la  testa  g'^ttata  in- 
lietro,  le  falde  dello  sfiffellio  al  vento,  il  sorriso  di  sovrumano  piacere 
legli  occhi. 

Si  sentiva  come  se  avesse  tracannato  una  l)uona  bottiglia  del- 
'eccellente  «  Kirscbwasser  »  dei  suoi  vent'anni. 

Difatti,  passando  d'avanti  all'Albergo  del  Quirinale,  si  sentì  spinto 
id  entrare  nel  gran  vestibolo  :  muto,  silenzioso,  discreto. 

Il  portiere,  dalla  marsina  sopraccarica  d'oro,  gli  mosse  incontro. 
!ol  berretto  gallonato  in  mano,  per  aspettar  gli  ordini. 

Waldemaro  usci  da  un  naturale  momento  di  confusione,  per  do- 
nandargli,  alteramente  : 

—  Ist  der  Pfinz  von  Schtvartzenberg  schon  yekunimen?.. 


124  IL    PROFESSORE   KOERBITZ 

—  Nein,  mein  Herr,  tvir  haben  keinen  Prinzen  von  Schìvart::i'ii~ 
berg  hier. 

—  Ich  clanke  Ihnen,  aher  er  schnell  kommen  wird  -  rispose  il 
professore,  ed  uscì  come  volando  sulle  nuvole,  maestosamente. 

Poco  appresso,  egli  si  scosse,  e  rimase  estatico  di  fronte  a  qin! 
grosso  mascalzone  di  marmo,  col  quale  lo  scultore  cremonese  volle 
ditfamare  il  Condottiero  degli  El)rei,  sulla  fontana  di  Piazza  San  Ber- 
nardo. 

—  «Oh,  che  mai  aveva  egli  fatto?!  E  chi  era  ipiel  Principe  della 
Montagna  Nera,  di  cui  aveva  chiesto,  poc'anzi,  all'Hotel  Quirinale  .'... 
Ma  che  ammattiva  egli,  forse  ?  » 

No,  Waldemaro  era  entrato  così  bene  nell'altro  personaggio,  tla 
andare  a  chiedere  d'un  nobilissimo  teutono  della  sua  imaginazioni', 
in  uno  de'  primi  alberghi  di  Roma,  annunziandone,  poi,  l'immineiih 
arrivo!...  Ma  e  che  perciò?  Egli  era  tanto  felice!...  egli  si  sentiva 
una  così  schietta  giocondità  addosso!... 

Non  si  die,  quindi,  la  pena  di  spiegarsi  niente;  mentre,  sceso  per 
Santa  Susanna,  risalÌA'a  ai  Quartieri  Ludovisi. 

Andò  a  fermarsi  a  Via  Liguria. 

Quando  giunse  dietro  allo  Schweitzerhoff  :  , 

—  Ci  siamo!  -  esclamò,  nel  risentire  l'odore  delle  cucine.  1 
Che  concerto  di  vertiginose  esalazioni  !...  Alla  fragranza  del  pescea 

in  casseruola  (doveva  essere  un  dentice,  non  s'ingannava),  si  univa 
quella  dell'arrosto  allo  sj^iedo  (eccolo  laggiù,  a  sinistra,  girante  sulla^ 
bragia,  come  sur  un  letto  di  rubini);  al  profumo  dei  brodetti  e  delle 
salse,  si  mischiava  il  forte  odore  de'  pasticci  al  forno  :  cento  vivande 
delicate  formavano  una  sinfonia  degna  d'un  Beethoven  gistrononio. 
alla  quale  facevan  da  «  dominante  »  le  inebrianti  emanazioni  de'  piii 
famosi  vini  da  ]iasfo.  che  i  camerieri  imbottigliavano  nella  vicina  di- 
spensa. 

D'un  subito,  le  finestre  al  piimo  piano  sulle  cucine,  furono  avvam- 
pate di  luce  elettrica,  e,  contemporaneamente,  un  giocondo  scampa- 
nellare risonò  dall'interno  :  la  campana  dell'albero  chiamava  i  fore- 
stieri alla  tavola  rotonda. 

Addossato  ad  un  fanale  di  rimpetto.  Waldemaro  chiuse  gli  occhi, 
e  ci  si  trovo  anch'egli  nel  tepore  fragrante  del  salone  sontuoso;  seduto 
intorno  alla  lunga  tavola,  scintillante  pei  cristalli,  pei  vasellami,  pei 
trionfi,  per  le  fioriere,  per  le  dolciere  dorate,  per  gli  scaldavivande 
d'argento,  per  la  tersa  porcellana,  sulla  candidezza  della  tovaglia 
istoriata. 

Gli  girava  la  testa  :  lì  dentro,  la  sinfonia  delle  fragranze  era  ben 
più  inebriante  d'un  momento  fa  1... 

—  Pardon,  Moìisieiir.  me   dontieriez-voiis  evcore  de  la  sauce? 

—  Certame»ie>ìf..  Madame  -  ed  aveva  servita  quella  gran  dama, 
russa  probabilmente,  carica  di  brillanti,  di  merletti  e  di  languore. 

—  Bitte,  die   Wasserfìasche  ? 

—  Geviss  -  ed  aveva  versata  l'acqua  al  rotondo  signore  che  gliene 
aveva  chiesta  la  bottiglia. 

—  Zn  gate,  mein  Herr! 

Intorno,  i  camerieri  superbi  nelle  eleganti  marsine,  officiavano  in 
quell'atmosfera  ove  si  respirava  la  gran  vita  del  lusso,  e  le  sterline 
jiareva  fiammeggiassero  per  terra  ;  tra  l'acciottolio  dei  piatti,  il  tin- 
tinnar dei   cristalli  e  l'eco  lontana  dei  campanelli  elettrici. 


IL    PROFESSORE   KOERBITZ  125 

—  Encore  do  la  timballe  aux  macaroni,  s' il  vous  plait? 

Il  cameriere,  che  aveva  in  custodia  lui  ed  i  suoi  due  compagni  che 
li  sedevano  affianco  si  era  avvicinalo  per  servirlo,  mentre  il  dispen- 
ere,  con  due  pretensiose  boltigUe,  avvoltolate  per  metà  nei  tovaglioli, 
li  domandava  neirorecchio,  quasi  gli  chiedesse  la  rivelazione  d'un 
;greto  di  Stato  : 

—  Dii  Saiiterne,  oh  bien  da  Chahly,  Monsieitr  ?... 

—  Verses  dìi  Saiiterne. 
«  Ah  !...  delizioso  !...  » 

Ed  aveva  riaperto  gli  occhi. 
«  Follie  !  !  !  » 

Era  scesa  la  sera.  Intorno  non  passava  un'anima  ;  sulla  strada 
uia,  era  il  ritlesso  della  luce  delle  finestre  ove  si  pranzava. 

—  «  Follie  !...- ripetè  il  professor  Koerbitz,  con  una  poderosa 
jroUata  delle  spalle  erculee,  all'indirizzo  della  sua  visione. 

«  Follie"?...  e  perchè  follie"?...  ragioniamo  -  si  disse,  poi,  riac- 
3ndendo  il  sigaro.  -  La  fragranza  di  quelle  cucine,  il  profumo  di 
uesto  «  Manilla  »  giungono  a  darmi  visioni  tali  che  si  confondono 
3n  la  realtà.  E  l'abbandonarraici  sarebbe  proprio  follia  "?  Ma  e  che, 
)rse,  di  fantasticaggini,  d'illusioni,  di  sogni  non  si  compone  per  tre 
uarti  la  vita  "?  La  vita  dello  spirito  non  è  dessa  composta  di  tutto 
io?...  Si,  e  per  questo  appunto  è  più  lunga,  più  piena,  più  intensa, 
iù  continua  :  tale  da  portarci  al  convincimento  che  la  fantasia,  «  la 
azza  della  casa  »,  come  la  chiatiiano,  sia  la  più  positiva  tra  le  fa- 
oltà  del  cervello. 

«  Per  prova,  se  andiamo  a  consumarci  la  salute,  o  a  dar  di  fondo 
i  una  considerevole  fortuna,  in  pochi  anni  di  quella  vita  lì  (quella 
e'  felici  dello  Schweitzerhoff  a  tavola),  trascorso  qualche  tempo, 
uando  ci  desteremo  fradici,  o  ridotti  al  verde,  non  dovrem  noi 
passarcela  con  la  vita  della  spirito,  fantasticando"?...  Quella  ci  sem- 
rerà  durata  un  attimo,  questa,  un'eternità!...  Or,  dunque,  se  tale  è 
predominio  della  fantasia  sulla  nostra  vita,  godiamo  de'  doni  che 
5sa  ci  dispensa,  ridiamo  dell' «  attimo  fuggente  »,  e  consacriamoci... 
ir  eternità  !... 

«  Codesta,  no,  non  è  filosofla  dei  Grandi  che  furono  nel  mio 
aese  :  è  semplice  buon  senso  !...  » 

Con  simili  consolanti  sillogismi,  il  brav'uomo,  quella  sera,  se  ne 
)rnò  a  casa  come  se  si  fosse  tolto  parecchi  quintali  che  gli  grava- 
ano  sullo  spirito. 

E,  d'allora,    Waldemaro   Koerbitz    si  vide,  si  senti    in  un  mondo 


IV. 


Primi  a  notare  la  trasformazione  del  professore  Koerbitz  furono 
suoi  scolari.  Usi  ad  incontrarlo  soltanto  di  sera,  in  vie  solitarie, 
on  quell'aria  allampanata,  stanca,  attediata  da  qualcosa  che  loro 
iusciva  incomprensibile,  stentarono  a  riconoscerlo  nel  trionfante  per- 
onaggio,  con  la  testa  erta,  gittata  indietro,  aspirando  l'aria  baldan- 
osamente,  come  riconciliato  con  l'esistenza  ;  la  cravatta,  il  panciotto, 
3  dita,  i  polsi,  pieni  di  scintillamenti. 


126  IL    PROKESSOKE    KOERBTTZ 

—  «  Ohe!...  ch'è  mai  quella  roba?  »  —  «  Brillanti,  vi  dici»!  • 
—  «  Ma  siete  pazzi?!...  »  — «  Bravo!...  se  ne  sarà  fornito  coi  trenta 
soldi  delle  nostre  lezioni  !...  —  «  Imbecilli!...  non  vedete  che  ha  chi  li- 
biato  umoie ".'...  avrà  fatto  iin'ei'edità  »  —  «  E  vi  pare  che  avrelil.e 
continuato  a  seccarsi  lanima.  insegnandoci  il  tedesco?...  »  —  «  l!|i- 
pure  è  così  !  » 

Poveri  giovanotti  !..  era  tale  il  rispetto  pel  loro  professore,  da 
non  andar  all'idea  che  egli  si  fosse  provveduto  di  tutta  queirorj)(l- 
leria  gemmata,  in  qualche  minuteria  del  Corso,  profondendovi  i  suoi 
lisparmì. 

E  come  si  era  sentito  felice,  quando,  riscintillante  come  una  bal- 
lerina, aveva  esclamato  di  fronte  allo  specchio  : 

—  Porto  almeno  diecimila  lire  di  brillanti  addosso  :  giù  il 
cappello  ! 

Poche  sere  appresso,  uno  degli  scolari  raccontò  agli  altri  di  avere 
incontrato  il  professore  Koerbitz  davanti  all'Albergo  di  Londra,  in 
piazza  di  Spagna,  in  un  circolo  di  forestieri,  che  aspptta\ano  le  cai- 
rozze  per  una  qualche  gita. 

Al  che,  un  altro  : 

—  Dunque,  non  m'ingannai  -  disse  sorpreso  -  quando,  giorni  la. 
mi  parve  riconoscerlo  dinanzi  all' H(itel  Continentale,  a  discorrere  con 
certi  personaggi  oltramontani,  scesi  da  un  magnifico  automobili'  : 
gente  di  tanta  boria,  da  dissuadermi  dal  salutare  il  professor»;  Koerbitz. 

—  Bazzica  !  clie  conoscenze  fa  egli  !... 

—  Che  amicizie  va  scegliendosi  !... 

Niente,  poveri  giovanotti  !...  né  conoscenze,  né  amicizie.  Al  pin- 
fessore  era  entrata  un'altra  smania  addosso:  strofinarsi  ai  foresi irii 
d'alta  importanza,  mettersi,  in  qualunque  modo,  al  contatto  coi  mi- 
liardari :  e,  dopo  averli  tanto  invidiati,  ammirandoli  per  le  vie,  nei 
caffè,  in  carrozza,  dopo  averli  attesi  dinanzi  agli  alberghi,  alle  pen- 
sioni, si  concedeva  il  piacere  di  confondersi  con  loro,  di  entrar  nei 
loro  discorsi,  con  ogni  pretesto,  sempre  anonimamente  :  dava  spie- 
gazioni, avvertimenti,  consigli,  e  diceva  la  sua,  nelle  discussioni  ch'essi 
legavano  tra  loro. 

Smania  non  priva  di  pericoli,  codesta.  Una  sera,  per  esempio, 
quando  egli  ebbe  voltato  i  tacchi,  udì  un  connazionale,  con  cui  aveva 
scambiato  qualche  parola,  domandare  ad  un  altro  : 

—  Ma  colui  chi   è  ?... 

—  E  chi  ne  sa  niente!... 

—  Ohe,  siamo  in  Italia  :  attenti   al  portafogli!... 

Credete  che  da  simili  lezioni,  la  smania  di  Waidemaro  restasse 
domata?...  Ohibò  !.. 

Un  giorno,  mentre  s'era  ficcato  in  una  conversazione  tra  parecchi 
forestieri,  volle  dir  imprudentemente  la  sua:  ed  allora,  un  superbo 
uomo  politico  francese,  voltosi  di  botto  a  lui.  gli  tiiidò  in  faccia  : 

—  Monsieur,  je  ne  voiis  coniiais  pas .' 

—  Et  nioi  non  plus  ! 

—  Fichez-moi  la  puix,  alors  !'.! 
Povero  Koerbitz!  dovè  allontanarsi  borbottando  :    e.  per  (jualche 

sera,  si  contentò  di  guardar  da  lontano  la  turba  dei  «  ])rivilegiati 


IL    PROFESSORE    KOERBITZ  127 


^■ 


Era  una  limpida  serata  d'inverno. 

Koerbitz  se  la  passeggiava  dinanzi  alla  sfolgorante  cascata  d'acqua 
della  fontana  di  Piazza  Terme,  che  si  rifletteva  sulla  sua  oreficeria, 
accendendovi  miriade  di  fiammelle. 

Andava  da  li  al  Grand  Hotel,  e  viceversa,  aspirando  in  estasi  il 
fumo  del  solito  «  Manilla  ». 

Il  massimo  albergo  di  Roma,  nella  migliore  stagione  dell'anno, 
era  in  piena  animazione  ;  fasci  di  luce  elettrica  illuminavano  super- 
bamente ogni  camera  prospiciente  sulla  via.  11  regale  cortile  era  ri- 
schiarato come  a  festa,  e  la  candida  luce  si  diffondeva  davanti  al 
palazzo,  facendo  splendere  i  facchini  della  casi,  dalla  rossa  divisa, 
allineati  a  pie  delle  colonne,  come  tanti  corifei  da  ballo. 

Koerbitz  si  fermava  in  mezzo  alla  piazza,  per  levare  il  capo,  e 
vedersi,  fantasiosamente,  lassù,  dietro  ad  una  di  quelle  finestre. 

Si  sentiva  il  padrone  del  mondo!... 

Oh,  ma  perchè  mai  tutta  quella  gente  deli'  albergo,  schierata  in 
bell'ordine,  assumeva  il  sussiego  dell'aspettazione  d'un  qualche  im- 
portante avvenimento"?... 

—  Ah  ecco...  ecco  chi  aspettano!..  -  sclamò  il  professore,  nel 
veder  giungere  dalla  vicina  stazione  sei  carrozze  padronali  cariche  di 
signori. 

Difatti,  in  un  momento,  tutto  l'albergo  pare  elettrizzato.  I  came- 
rieri, impettiti,  rigidi,  si  accostano  alle  carrozze  :  i  facchini  si  occu- 
pano delle  valigie,  delle  casse. 

Waldemaro  s'avvicina  anch'eglì,  tra  la  folla  che  incornicia  a  far 
circolo,  e  ode  mormorar  nei  crocchi  che  quella  è  tutta  un  ambascerìa 
oltramontana,  mandata  al  Re  d'Italia  da  qualche  potenza  amica,  per 
felicitarsi  della  nascita  dell'erede  al  trono. 

I  camerieri,  dignitosamente,  aiutano  a  scendere  tutti  quegli  sta- 
tuarii  personaggi,  imponenti  nelle  grandi  barbe  fulve,  nei  soprabiti 
autoritari,  nelle  fisonomie  l)iubanzose. 

Valdemaro  li  ammirava,  e,  senza  che  se  ne  accorgesse,  la  sua  faccia 
andava  atteggiandosi  come  quelle  dell'ambasceria. 

D'un  subito,  la  sua  smania,  rinatagli  prepotente,  lo  spinge  a  con- 
fondersi prima,  ed  a  farsi  largo,  \ìoì,  tra  i  camerieri,  per  porgere  la 
mano  ad  un  venerando  signore  : 

—  Erìaithcii  sic,  mein  llerr,  dass  idi... 

Di  botto  è  interrotto,  sos|)info  da  uno  dei  camerieri,  mentre  un 
altro  frettolosamente  lo  prega: 

—  Veuillez  entrer  vite,  Monsieiir,  car  la  fonie  des  badnuds  aug- 
ni citte:  voijez,  plidót?!... 

Intontito,  Waldemaro  è  sul  punto  di  volgersi  alla  folla  dei  curiosi 
assiepati  davanti  all'albergo,  quando  altri  camerieri  lo  ricacciano  presto 
nel  grupjìo  degli  arrivati,  e,  con  quelli,  lo  spingono  nel  cortile,  nella 
gran  sala  d'ingresso,  su  per  le  scale,  al  secondo  piano;  finché  uno 
di  loro,  aperto  violentemente  un  uscio  del  corridoio,  non  lo  caccia  in 
una  camera,  dicendogli,  con  un  inchino: 

—  C'est  votre  chambre,  Monsieur! 

Come  in  sonnambulismo,  Waldemaro  varca  la  soglia,  e  l'uscio  gli 
si  rinchiude  dietro. 


128  IL    PROFESSORE   KOERBITZ 

K  li.  impalalo,  a  fj:uanlai'e. 

Un  lelto  ilalla  coltrice  a  ricami,  col  piumino  di  raso  violaceo,  ciii 
sovrasta  il  haklaccliiuo  a  larghi  flocchi  pendenti:  uno  scrittoio  di 
ebano,  dalla  forma  svelta  :  una  lunga,  soiìice  poltrona  ;  una  graziosa 
cappelliniera.  un  piccolo  canterano,  un  fulgido  armadietto  a  specchio, 
un  lavabo  di  lacca,  un  morbido  tappeto,  armonizzante  col  parato  bianco. 
a  fiorami  d'oro;  tutto  ciò,  inondato  dalla  vaga  chiarezza  della  lini 
elettrica;  tutto  ciò  soavemente  silenzioso,  respirante  in  un'aria  conic 
di  dolce  riconcentramento. 

E  Koerbitz  rijìlglia  a  fantasticare  secondo  il  solito  ;  si  volge  al 
cameriere  (che  non  c'è  più),  per  rispondergli: 

—  Benissimo,  dica  a  Sua  Altezza  die  aspetto  gli  ordini  per  accom- 
pagnarlo domani  a  Palazzo  Reale  ;  ella  può  ritirarsi. 

Poi  va  alla  finestra,  guarda  giù.  la  via  ancora  gremita  di  popolo, 
e  dà  un  sussulto.  Ricorda. 

—  Ma  è,  o  pur  no,  un  sogno  codesto '^.. 

Torna  a  girar  gli  occhi  per  la  camera;  tutto  il  consueto  allesti- 
mento scenico  delle  sue  fantasticherie  lo  circonda  :  è  la  sontuosa  ca- 
mera d"un  albergo  di  prim'ordine. 

Non  volendo  credere  ancora  d'esser  desto,  Waldemaro  incomincia 
a  darsi  una  quantità  di  pizzicotti  per  tutta  la  persona;  e  .si  persuade 
cosi  che  non  dorme. 

Egli  sospira  di  beatitudine,  nel  sentirsi  lentamente  pervaso  dai 
lievi  profumi  de'  suo'  sogni  :  il  legno  del  piancito,  la  lana  orientale 
del  tappeto,  l'essenza  d'Ireos  della  biancheria,  l'odore  naturale  della 
molilid  nuova,  l'acqua  da  lavanda  sulla  toletta,  e  tutte  le  blandizie 
per  l'olfatto,  che  seguono  i  privilegiati  nei  grandi  alberghi. 

Che  incanto! 

—  Là  quella  morbida  poltrona,  ove  i  milioni,  ieri,  stamane,  foisc 
ancora,  si  riposarono,  mi  chiama... 

Waldemaro  vi  si  lascia  cader  fra  le  braccia,  e  la  sensazione  del 
supremo  benessere,  gli  fa  dare  un  più  lungo  sospiro. 

—  Finalmente!!!  -esclama,  portando  lentamente  la  mano  disotto 
agli  occhiali,  perchè  due  grosse  lagrime  gli  scivolano  giù  per  le 
gote,  avvampate  dalla  commozione. 

«  Finalmente!...  Vero,  tutto  vero.  Dio  benedetto:  il  fantasticare 
è  una  gran  bella  delizia...  per  chi  non  possa  goder  di veisamente  ;  ma 
per  gli  altri,  pei  fortunati,  pei...  » 

—  Avanti!... 

Bussavano  discretamente  all'uscio. 

Entrò  il  cameriere:  l'autentico,  non  già  quello  dipintogli  dalla  fan- 
tasia un  momento  prima,  e  pel  quale  aveva  mandato  l'imbasciata  a 
Sua  Altezza...  Vattelappesca. 

—  Dica? 

—  Il  signore  pranza  alla  Table  d'Hóte,  o  in  camera?.. 
Waldemaro  stette  un  po'  sospeso;  poi: 

—  Gh  altri?.. 

—  Quelli  del  seguito  di  Sua  Altezza  sono  scesi  tutti  nella  sala  da 
pranzo. 

—  Tutti?... 

—  Tutti;  e  il  signore?... 

—  Ah,  io  no,  io  pranzo  qui,  in  camera. 

—  Subito?... 


IL    PROFESSORE    KOERBITZ  l'2M 

—  Al  più  presto,  vi  prego. 

—  Sarà  servito. 

Non  appena  l'uscio  si  rinchiuse,  a  Waldemaro.  d"un  tratto,  mancò 
ogni  coraggio,  e  precipitatosi  fuori,  uscì  sul  pianerottolo  per  richiamar 
il  cameriere:  mali,  tutt'una  fragranza  paradisiaca  saliva  dalla  tavola 
rotonda,  onde  il  povero  Koerbitz,  cedendo  alla  nuova  seduzione,  tornò 
in  camera. 

—  Per  una  volta.  Dio  mio.  per  una  volta  sola!...  -  sclamò,  e, 
sdraiatosi  sulla  poltrona,  chiuse  gli  occhi,  aspettando. 

Da  lì  a  poco,  arrivarono  due  cameriei'i.  con  una  piccola  tavola 
;d  un  canestro  per  l'imbandigione. 

In  un  attimo,  tutto  fu  pronto.  Sulla  tovaglia  fiorata,  le  piccole 
;aliere,  le  mostardiere,  i  poggiaposate,  i  portastecchini  ed  altri  nin- 
loli  d'argento,  rilucevano  vivacemente  intorno  alla  cristalleria  boema, 
^on  la  superba  sigla  dell'albergo. 

—  11  signore  è  servito. 

E  principiò  la  sfilata  degli  scaldavivande. 

Waldemaro  sedè  a  tavola,  con  una  fame  d' inferno,  e,  dimentico 
lei  mondo  intero,  si  mise  gagliardemente  all'opera. 

Dopo  che  ebbe  sorbito  il  brodo,  la  zuppa,  piena  di  misteriose 
lelizie,  cui  il  fumo  odoroso  gli  investiva  la  faccia,  l'altro  cameriere 
fli  si  presentò  con  due  bottiglie  fasciate  a  metà  ne'  tovaglioli:  doman- 
landogli  con  la  solita  discretezza  da  diplomatico: 

—  Crèpe  de  Savoie,  o..."? 

—  Lasciate  tutto  qui,  che  faccio  da  me  -  lo  interruppe  presto 
Valdemaro,  ricordando  certe   parsimonie  degli   alberghi  :  e  s'affrettò 

versarsi  e  a  trangugiar.  1"  un  dietro  Talfro,  tre  bicchieri  di  «Crèpe» 
elicatissima,  che  gii  lasciò  in  bocca  come  il  vago  ritornello  d'un 
oave  spumeggiamento. 

Attaccò,  poi,  gli  entre-méts:  iraprescrutabili  manicaretti,  l'uno 
ili  lusinghevole  dell'altro  pel  suo  povero  palato,  sino  allora  uso  ai- 
acquolina  che  lo  costringevano  ad  inghiottire  le  rappresentazioni  della 
intasia  :  di  nuU'altro. 

Seguirono  le  fritture  inspirate  da  angeli  ai  principi  del  «  berretto 
ianco  »,  ed  i  pesci,  preparati  da  un  qualche  discendente  in  linea 
stia  dal  sommo  \'afel. 

Ed  eccolo  qui.  il  vecchio  amico  britannico:  il  roastbeef  nella  sapo- 
3sa  salsa  vermiglia,  cui  dintorno  le  dorate  fettine  delle  patate  face- 
ano  corona. 

Frattanto,  tre  bottiglie  eran  già  li  vuote. 

—  Sciampagna?.. 

—  Certamente  -  aveva  risposto  Waldemaro  al  cameriere,  dopo  che 
altro  aveva  posato  sulla  tavola  un  piatto  d'argento,  su  cui  troneg- 
iava  il  puddiìKj.  in  mezzo    alla    sua  corte  di  frutta  candite. 

Sciampagna  !...  Che  accompagnamento  di  calici  al  dolciume  inglese! 

Pel  gelato,  dovè  comparire  una  seconda  bottiglia. 

Dopo  che  il  freddo  senso  di  ananasso  scese  a  tentare  inutilmente 
i  spegnere  l'incendio  che  le  cinque  bottiglie  avevano  acceso  nel 
etto  del  professore  Koerbitz,  venne  il  Moka  aromatico  e  la  fiala 
si  Kummel,  cui  accanto,  in  un  tondino  dorato,  si  allineavano  gli 
vana. 

A  tal  vista,  Waldemaro  ordinò  ai  camerieri: 

—  Lasciatemi  solo!... 

9  Voi    evi,  Serie  IV  .  1"  Inglio  1903 


130  II.    PROFESSORI-:    KOERIJITZ 

Se  ne  stelle  lungamente,  nella  realtà,  a  bere  ed  a  sognare,  inlrr 
voralo  dal  liquore,  come  un  eletto  da  Dio,  nella  contemplazione  ih  I 
suo  trono  celeste. 


—  Eh-.'.. 

—  Il  signore  è  stanco?... 

Il  cameriere  aveva  dovuto  desiarlo  per  sparecchiare. 

—  Oh,  molto  stanco,  amico  mio!... 

—  Vorrà  certamente  mettersi  a  letto... 

—  No!... 

—  Come,  no"?... 

—  Cioè...  sì...  A  domani. 

—  A  che  ora  la  sveglieròf... 

—  Alle  sei. 

—  Tanto  presto"?!!... 

—  Certo,  debbo  assolutamente  destarmi  a  (luell'ora;  un  incarico 
delicato  di  Sua  Altezza  mi   vi  costringe. 

—  Sarà  servita,  buon  sonno. 

—  Grazie. 

Per  un  momento,  Waldemaro  aveva  tentato  di  levarsi,  dappoiché 
la  prudenza  |)iù  elementare  gli  consigliava  d'intllar  la  porta....  ma 
sì!  e  le  gambe"?...  quelle  dormivano  già  da  un  pezzo,  ne  c'era  spe- 
ranza si  avessero  a  destare. 

Il  letto  ei'a  lì  :  il  letto  delle  sue  fantasticaggini,  ove  i  ricconi  suoi 
connazionali  riposarono  le  loro  membra  privilegiate...  quel  letto!... 

—  «Oh,  giaciglio  divino,  tu  mi  cliiami.  turni  vuoi,  eccomi,  sono 
a  te  !  » 

E,  senz'altro,  si  spogliò  faticosamente,  e  si  cacciò  tra  le  lenzuola 
di  batista;  ove  poco  mancò  non  isvenisse  dalla  suprema  voluttà 
delle  piume. 

Poi...  più  nulla:   il   sonno  riparatore  di  tante  commozioni. 


IV. 

Quando  aperse   gli   occhi,  non    capiva    niente.  Si  sentiva  il  capo 
come  pieno   di  piombo  liquefatto  e  le  gambe  spezzate. 
Di  fuori,  tempestavano  l'uscio  di  colpi. 

—  Che  c'è"?... 

—  Le  sei. 

—  Bene,  mi  levo  sul)ito!  —  rispose,  ricordando,  di  botto. 

In  cinque  minuti,  fu  pronto. 

Poi.  un  naturale  tremore  lo  assalì. 

—  «  Se    qualcuno,  giù,  per  le  scale,  nel  cortile,    mi    ferma...  mi 
domanda!...  Ci  siamo  al  redde  rationeni .'...  » 

Ma,  fortunatamente,  era  troppo  presto,  nessuno  lo  molestò. 
Soltanto,  giù,  nel  gran  vestibolo,  gli  si  accostò  uno  dei  portieri, 
per  domandargli  se  avesse  bisogno  di  qualcosa. 

—  Di  nulla  :  esco  per  un  telegramma  da  spedire. 

—  Dia  qua,  manderemo  subito  un  commissionario. 

—  No,  è  affare  di  Sua  Altezza  ;  affare  segreto. 

—  È  giusto,  faccia  piu'e. 


ir-    PROFESSORE    KOERBITZ  131 

Allorché  Waklemaro  fu  sulla  via,  prese  la  corsa,  per  quanto  glielo 
■mettesse  Fiufelice  condizione  delle  gambe. 

Ma,  all'angolo  di  via  Principe  Umberto,  volle  volgersi  per  guardar 
Itima  volta  il  Grand-Hotel,  la  sua... 

—  «  Eccola  lì,  la  mia  camera!...  -  sclamò,  vedendo  illuminata  ima 
mera  in  pieno  giorno.  -  Guarda!...  ieri  sera  dimenticai  di  girar  la 
iavetta  della  luce  elettrica...  Oh,  non  me  ne  stupisco:  ero  capace 
ben  altro,  Jeri  sera  !... 

«Addio,  dunque!...  -  gridò  intenerito,  all'albergo,  Waklemaro 
lerbitz.  -  Addio,  bella  vita  reale  !  Torno  a  quella  tanto  magra  e  fa- 
osa  della  fantasia,  addio  per  sempre!..  » 

E  disparve. 

Amilc.\re  Laurìa. 


RASSEGNA  MUSICALE 


La  passata  stagione  teatrale  —  Gli  spettacoli  a  Roma  ed  a  Milano  —  Le  difli- 
coltà  del  teatro  lirico  —  I  concerti  — I  saggi  scolastici  —  Libri  nuovi  S,;- 
lerti,  Dassori,  Codazzi  e  Andreoli)  —  Recenti  pubblicazioni  musicali  (Zamlli 
Martucci,  Gianturco,  Caetani). 

Nessuno  penserà  certo  che  io  faccia  oggi  la  necrologia  della  sta- 
gione teatrale  trascorsa.  In  quasi  tutti  i  teatri  d'Italia  essa  ha  tiialo 
avanti  a  furia  di  ripieghi,  tra  il  disordine  dell'oggi  e  l'incertezza  del 
domani:  anche  colà  dove  c'era  un  programma  artistico  prestahilito  lo 
si  è  dovuto  sacrificare  alle  necessità  del  momento:  a  conti  fatti  la  sla- 
gione  non  merita  nemmeno  un  postumo  rimpianto,  ed  è  andata  ad 
accrescere  il  numero  delle  tante  stagioni  negative  che  pur  troppo  si 
vanno  accumulando  da  parecchi  anni. 

A  Roma  in  proporzione  le  cose  sono  passate  abbastanza  liscie,  e 
come  regolarità  di  spettacolo  nessuno  s'è  potuto  lagnare:  hanno  cro- 
ciiìsso  persino  il  Morichini  che  da  parecchi  anni  alacremente  attende 
a  regolare  l'unico  spettacolo  invernale  lirico  degno  della  capitale,  ed 
hanno  fatio  benissimo.  Naturalmente  neanche  colla  migliore  volontà 
i  miracoli  si  possono  fare,  e  quindi  non  è  stato  colpa  dell'impresa  se 
il  Grani,  protagonista,  si  è  trovato  solo  o  quasi  a  sostenere  colle  ro- 
buste spalle  il  Siegfried,  se  per  VHaensel  e  Grefel  il  teatro  Costanzi 
è  parso  ambiente  troppo  vasto  e  se  Germania  di  Franchetti  ha  lascialo 
il  pubblico  in  una  indifferenza  assoluta.  Questa  Germania,  pur  avendo 
pagine  magnifiche  degne  del  superbo  ingegno  di  Alberto  Franchetti, 
appartiene  in  complesso  all'arte  che  si  potrebbe  diie  industriale.  Da 
quest'arte,  basata  pur  troppo  su  mezzi  termini,  Franchetti  si  era  finora 
nobilmente  tenuto  alieno  :  speriamo  che  il  compositore  trovi  l'energia 
di  riscattare  presto  il  presente  errore. 

il  rovescio  della  medaglia  come  nobiltà  inconcussa  d'aspirazione 
ce  lo  ha  dato  Antonio  Smareglia  colla  sua  Oceana  alla  Scala  :  e  se 
neanche  V  Oceana  come  risultato  pratico  immediato,  ha  risposto  alle 
speranze  dell'autore  (vittima  indubbiamente  di  ben  prevedibili  guerre) 
questo  non  toglie  che  lo  Smareglia  non  solo  ne  sia  uscito  col  pieno 
onor  dell'armi,  ma  sia  salito  ancora  nel  concetto  degli  artisti  veri  e 
serii.  E  V  Oceana  molto  probabilmente  volerà  all'estero  e  dirà  brillan- 
temente le  sue  l'agioni  :  come  le  disse  e  le  dice  in  misura  più  modesta 
presentemente  in  Germania  quella  Consuelo  di  Rendano  che,  difesa 
in  queste  colonne,  trovò  tanta  eccessiva  acredine  di  giudizio  l'anno 
scorso  a  Toiino. 

Del  resto  a  Milano  la  stagione,  pure  cominciata  bene  colla  Dannar 
sione  di  Faust,  si  svolse  un  po'  burrascosa  :  ed  alla  fine  si  manifesta- 


RASSEGNA   MUSICALE  13.3 

ino  forti  dissidi  fra  il  pubblico  ed  il  direttore.  Toscanini  finì  per 
bbahdonare  nò  irato  baracca  e  burattini,  e,  senza  nulla  detrarre  ai 
leriti  del  suo  successore,  la  sua  partenza  costituisce  per  Io  stoiico 
;atro  una  perdita  non  facilmente  riparabile. 

Ma.  ripeto,  la  necrologia  della  stagione  teatrale  non  entra  nel  mio 
roposito:  auguriamoci  che  corra  migliori  sorti  la  stagione  ventura,  la 
uale  intanto  ci  porta  fra  le  buone  notizie  quella  del  ritorno  di  Luigi 
[ancinelli  a  Roma,  come  direttore  al  teatro  (Sostanzi,  e  quella  di  al- 
ane novità  che  il  pubblico  aspetta,  come  la  Madatìia  Butterfly  di 
'uccini,  e  la  Siberia  di  Giordano.  E  nella  stagione  ventura  sapremo 
ure  il  risultato  della  colossale  covata  di  nuovi  operisti  die  ha  fatto 
editore  Sonzogno  col  suo  concorso.  Chi  avrebbe  mai  detto  che  i  neo- 
ti  della  scena  in  Italia  si  contassero  non  a  dozzine  ma  a  centinaia  f 

Evidentemente  tutta  questa  gente  che  sacrifica  tempo  e  fatica  non 
a  esatto  concetto  o  non  pensa  alle  difficoltà  tra  le  quali  si  dibalte 
a  noi  il  teatro  lirico.  lidotto  in  realtà  ad  uno  stato  d'anemia  da  met- 
ìre  seiiamente  in  pensiero  tutte  le  persone  che  credono  che  al  teatro 
iano  annessi  interessi  artistici  ed  economici  rilevantissimi. 

La  buona  volontà  di  una  riscossa  sarebbe  generale:  qua  e  là  ap- 
aiono dei  sistemi  ben  chiari.  A  Parma  si  ritorna  al  sistema  della 
ote;  a  Torino  una  Società  forte  a  denari  offre  di  fare  immediatamente 
1  vecchio  Teatro  Regio  le  migliorie  necessarie  secondo  le  esigenze  del 
ionio;  a  Roma  si  presenta  al  Consiglio  comunale  una  nuova  proposta 
nde  si  abbia  un  regolare  funzionamento  del  teatro  lirico  nella  capitale. 

Da  cosa  nasce  cosa:  e  faccio  i  voti  più  sinceri  perchè  tutte  le  co- 
iggiose  iniziative  di  questo  genere  conducano  a  risultati  effettivi. 

Ma  c'è  una  questione  preventiva  da  risolvere  onde  non  rendere 
lutili  tutti  gli  sforzi  passati,  presenti  e  futuri  pel  rinnovamento  del 
iatro  lirico  nazionale.  La  prima  necessità  pel  teatro  lirico  da  noi  è 
nella  che  esso  sia  restituito  alla  indispensabile  libertà  di  movimento: 
idotto  come  è  ora,  esso  non  può  che  intisichire. 

L'argomento  è  ampio:  la  dimostrazione  non  è  diffìcile:  dell'attuale 
ondizione  di  cose,  come  spesso  succede,  hanno  colpa  tutti  e  ne.ssuno. 
1  tempo,  modificando  ben  prossimamente  le  condizioni  dei  diritti  di 
utore,  rimetterà  in  pubblica  circolazione  molti  spartiti,  e  cambierà 
avorevolmente  l'ambiente.  L'essenziale  sarà  di  vedere  se  frattanto  non 
uccederà  al  teatro  lii'ico  ciò  che  dicono  sia  capitato  a  quel  certo  asino 
he  un  ammaestratore  aveva  educato  a  non  mangiare:  venne  il  giorno 
Q  cui  l'animale  si  poteva  dire  ammaestrato,  ma  quel  giorno  la  povera 
lestia  era  morta  di  fame. 

Il  problema  del  teatro  lirico  merita  un  attento  esame  e  mi  propongo 
i  ritornare  altra  volta  ampiamente  sull'argomento.  Per  oggi  ho  più 
he  sufficiente  materia  alla  rivista  accennando  ai  concerti,  ai  saggi  sco- 
astici  ed  alle  nuove  pubblicazioni. 

La  stagione  dei  concerti  avrebbe  dovuto  compensarci  della  carestia 
ealrale,  ma  l'ha  fatto  in  misura  assai  scarsa.  Chi  ha  lavorato  di  più 
a  questo  campo  è  stato  Martucci:  nell'alta  Italia,  a  Roma,  a  Napoli 
gli  ha  portato  il  soffio  della  sua  arte  squisita,  della  sua  giusta  ed 
quilibrata  i)ercezione  interpretativa.  A  Santa  Cecilia  è  mancata  dopo 
1  Martucci  la  maggiore  attrazione,  cioè  il  Richter,  caduto  malato  dopo 
a  prima  prova  d'orchestra,  e  certo  non  ne  fatto  le  veci  lo  Che\illard 
imasto  a  Roma...  una  riputazione  parigina.  Ricomparve  il  Pugno 
biadendo  piuttosto  che   aumentando   l' impressione   favorevole   della 


134  RASSEGNA    MUSICALE 

venuta  precedente;  fu  simpaticamente  accolto  Popper,  uno  dei  principi 
del  violoncello,  e  lo  sarebbe  stato  di  più  con  un  programma  meno  pei  so- 
nale, e  si  festeggiò  1'  Hubay.  il  tipico  artista  ungherese.  Mi  sia  pernifs-D 
di  dolermi  che  non  abbia  avuto  l'elegante  cornice  e  lo  scelto  udilnrio 
di  Santa  Cecilia,  Franz  Oundrieeck,  il  fortissimo  violinista  bocnid. 
caduto  nelle  fila  di  uno  dei  tanti  pericolosi  organizzatori  di  concciii 
che  offrono  i  loro  servizi  agli  stranieri,  pronti  ad  invitarli  a  veii!;- 
in  Italia,  a  farli  sentire  in  qualche  paese  senza  T  indispensabile  prenci- 
razione.  Abbiamo  ancora  sentito  a  Santa  Cecilia  due  celebrità  canore  : 
la  medagliata  signora  Dolina,  che  imperterrita  e  con  metodo  corict- 
tissimo  ha  offerto  una  interminabile  sequela  di  arie,  romanze  e  can- 
zoni russe,  e  Adelina  Patti,  die  rimane  seini)re  malgrado  la  lun^a 
carriera  la  grande  maestra  e  l'incomparabile  fascinatrice.  Non  bisogna 
dimenticare  tra  le  audizioni  più  notevoli  il  concerto  di  musica  nli- 
giosa  italiana,  dato  sotto  gli  auspicii  e  cogli  elementi  dell'Accademia 
di  Santa  Cecilia  al  teatro  Argentina  in  occasione  del  Congresso  storieo. 
e  la  diligente  dilezione  del  maestro  Terziani  meritamente  apprezzala. 

A  Milano,  a  Bologna,  a   Firenze,  a  Torino,  niente  fanciulli   prò-  , 
digio  per  quest'anno,  niente  trionfi  acrobatici  di  solisti.  L'Hubermann 
violinista  assicurano  si  sia  rivelato  subito  artista  di  vero  ed  alto  sen-  ' 
timeiito:  qualche  altra  meteora  passò  rapidamente,  ma   senza   lasciai'  ] 
ricordo.  A  Milano  il  Qiiare,  fantasia  lirica  di   Gallignani,  non    trovò 
favorevole  il  pubblico  e  la  critica;  a  Bologna   il    Cantico   dei   Cantici 
di  Bossi,  dopo  reali  ed  anche  clamorosi  successi  all'estero,  fu  accolto 
con  simpatica  deferenza,  ma  ebbe  intojipi  d'ordine  amministrativo  che 
ne  troncarono  le  audizioni.  Ancora  a  Milano  un  Oratorio  di  Tinel,  del 
quale  si  profetavano  meraviglie,  fu  giudicato  una   sapiente,  pesantis-  | 
sima  palinodia,  e  rimase  l'ultimo  lavoro  allestito   nel  salone   Perosi,  ' 
la  cui  Società  è  attualmente  in  liquidazione,  non  avendo  trovato  suf- 
ficiente alimento  nel  fervore  del  j)ubblico  per   sopiìortare   le   gravi    e 
continue  spese. 

Ma  tutte  queste  miserie  effettive  di  insuccessi  e  di  speculazioni 
sbagliate  non  diminuiscono  il  contingente  sempre  nuovo  di  scolari  nei 
conservalorii  pubblici  e  privati  e  di  questi  giorni  ajipunto  le  più  rosee 
speranze  fioiiscono  nelle  colonne  dei  giornali  a  proposito  dei  numerosi 
saggi  che  hanno  luogo.  Si  comprende  die  anclie  agli  istituti  musicali 
ognuno  metta  in  mostra  la  più  bella  merce  che  ha  in  magazzino  ;  ma 
tuttavia  questa  esibizione  richiede  lungo  dispendio  di  tempo  per  pre- 
pararla, e  non  so  se  le  esagerazioni  congratulatorie  dei  compiacenti 
periodici  giovino  realmente  ai  neofiti  dell'arte.  I  rivali  di  Paderewski 
e  di  d'Albert  ormai  non  si  contano  più  fra  gli  allievi  degli  istituti: 
violinisti  e  violinisle,  solisti,  arpiste,  cantanti  sbocciano  d'ogni  in- 
torno con  una  abbondanza  ed  una  regolarità  spaventose:  e  dico  spa- 
ventose perchè  la  carriera,  e  specialmente  quella  «  del  solista  »,  alla 
quale  il  novanta  per  cento  di  questi  diplomati  e  medagliati  aspira, 
presenta  difficoltà  sempre  crescenti.  Non  potendosi  sospendere  per 
almeno  un  quarto  di  secolo  queste  fucine  tli  celebrità  in  erba,  è  evi- 
dente che  le  illusioni  cozzeranno  pur  troppo  maledettamente  colla  realtà, 
ma  cofesfa  pletora  è  legge  ormai  fatale  contro  la  quale  le  declama- 
zioni sono  perfettamente  inutili. 

Questi  esperimenti  almeno  non  sono  stati  inutili  per  provare  lo 
sviluppo  razionale  preso  in  questi  ultimi  anni  dalle  scuole  d'insieme, 
che  erano  state  per  lungo  tempo  come  un  mito  nei    nostri  principali 


RASSEGNA   MUSICALE  135 

istituti  per  quanto  si  fosse  detto,  scritto  e  raccomandato  in  proposito- 
La  vera  utilità  dei  conservatori  musicali  consiste  appunto  nella  pos- 
sibilità che  ivi  si  ha  di  dare  airalunno  l'educazione  artistica  completa, 
e  questa  non  si  può  certo  ottenere  senza  le  esercitazioni  di  quartetto, 
di  coro,  d'orchestra,  in  una  parola  senza  che  sia  ben  instillata  nel 
discepolo  l'idea  del  relativo  e  dell'assoluto,  e  le  rispettive  funzioni 
dei  singoli  elementi  nel  grandioso  complesso  delle  moderne  cieazioni. 
Da  questo  lato  delle  scuole  d'insieme  si  può  dire  che  abbiamo  ormai 
causa  vinta,  e  c'è  da  rallegrarsene  sinceramente,  perchè  solo  con 
questo  mezzo  potremo  non  trovarci  inferiori  agli  stranieri  nelle  grandi 
occasioni  di  feste  musicali  di  importanza. 


Ed  ora  chiudiamo  questo  molto  sommario  cenno  sul  movimento 
musicale  nostrano,  con  qualche  cenno  sulle  recenti  pubblicazioni  atti- 
nenti all'arte  musicale  che  hanno  diritto  ad  una  speciale  considera- 
zione. 

Un  voluuie  che  sarà  assai  letto  è  indubbiamente  quello  del  Solerti 
che  ha  per  titolo:  Le  origini  del  inelodrcimitia. 

Su  questo  argomento  vanno  in  giro  molte  errate  od  almeno  im- 
precise affermazioni  che  importa  rettificare,  ed  il  Solerti  lo  farà  proba- 
bilmente in  un  suo  prossimo  largo  studio  sugli  Albori  del  melodramma. 
la  cui  pubblicazione  è  annunziata.  Intanto  egli  col  presente  libro 
mette,  per  cosi  dire,  le  basi  dell'edifìcio,  e  raccoglie  le  tesfiìiìotìiaìize 
dei  contemporanei,  quelle  più  note  (come  le  prefazioni  e  le  dediche 
dei  primi  lavori  del  Cavalieri,  del  Peri,  del  Caccini,  di  Marco  da  Ga- 
gliano, di  Vitali)  e  quelle  meno  conosciute  del  Giustiniani,  del  Bonini, 
di  Pietro  de'  Bai'di,  del  Della  Valle  e  del  Doni.  Basterebbe  il  discorso 
sulla  musica  di  Vincenzo  Giustiniazii  per  dare  al  volume  un  simpatico 
sapore  di  vivacità:  il  quadro  dello  stato  della  musica  a  Roma  al  piin- 
cipio  del  1600  vi  è  dipinto  dal  vero  e  non  «  rulibato  da  buoni  autori 
antichi  e  moderni  »  :  e  chi  volesse  spigolare  in  questo  volume  trove- 
rebbe un'enorme  quantità  di  acute  osservazioni  sulla  musica  in  gene- 
rale e  sui  musicisti  romani  e  fiorentini  che  erano  allora  in  auge.  Le 
annotazioni  critiche  ed  estetiche  di  tutti  questi  autori  sono  curiosis- 
sime: ma  da  tutte  risulta  la  grande  importanza  che  fin  da  quei  primi 
tempi  si  diede  al  fatto  musicale  che  poi  costituì  l'opera  moderna.  Il 
Solerti,  mettendo  queste  interessanti  testimonianze  alla  portata  di  tutto 
il  mondo  mercè  l'edizione  che  ne  ha  fatto  il  Bocca  nella  Piccola  Bi- 
blioteca di  scienze  moderne,  ha  agito  molto  opportunamente,  perchè 
è  tempo  che  pensiamo  noi  a  lumeggiare  i  nostri  artisti  e  le  memorie 
del  glorioso  passato  :  lasciarne  Io  studio  solo  agli  stranieri  è  spesso 
troppo  pericoloso,  e  recenti  esem])i  l'hanno  provato. 

Mentre  l'attivissimo  Solerti  ci  richiama  alle  origini  dell'opera,  il 
Dassori  ci  mette  sott'occhi  la  falange  di  oltre  quindicimila  operisti  in 
un  Dizionario  lirico  universale  che  s'intitola  appunto  Opere  ed  operisti 
e  che  è  pubblicato  a  Genova  dalla  Tipografìa  dei  Sordomuti. 

II  Dassori  piglia  le  mosse  non  dal  Peri  e  dal  Caccini,  ma  dal  Della 
Viola  che  fece  rappresentare  nel  1.Ó41  F  OròeccAe,  commedia  in  musica, 
a  Ferrara:  ed  è  da  menargli  buona  questa  anticipazione  senza  discen- 
dere a  discutere  la  diretta  figliazione  della  forma  operistica,  tanto  più 


136  RASSEGNA    MUSICALE 

che  certamente  anche  Emilio  del  Cavaliere  ha  ben  diritto  di  contate 
per  qualche  cosa  prima  del  Zazzerìno  e  del  Bomuuo. 

11  volume  del  Dassori  forma  una  statistica  interessante  ed  oltic- 
modo  giovevole  per  tutti  coloro  che  per  ufficio  o  per  semplice  curio- 
sità entrano  nel  pelago  delle  ricerche  di  nomi  e  di  date.  I  31,40()  spartiti 
sono  allineati  con  doppio  sistema,  prima  sotto  il  nome  del  rispettivo 
autore,  poi  sotto  il  titolo  dell'opera:  una  premessa  succosa  e  chiara 
istruisce  il  lettore  sulle  vicende  generali  dell'opera,  e  porge  nozioni 
molto  curiose  sulla  classificazione  dei  lavori,  che  naturalmente  l'au- 
tore deve  arrestare  sulla  soglia  del  secolo  xix. 

Di  tutti  i  dizionari  lirici  questo  di  Carlo  Dassori  mi  sembra  il  più 
completo,  e  deve  essere  costato  una  fatica  immane  al  compilatore,  il 
quale  ha  diritto  ad  una  proporzionale  riconoscenza  per  parte  delle 
numerose  persone  che  indubbiamente  si  serviranno  delle  sue  pazienti 
ricerche.  Applaudo  quindi  senza  restrizione  al  lavoro  del  Dassori.  e 
gii  invidio  anche  l'ottimismo  col  quale  egli  scrive  :  «  Se  dal  passato 
è  lecito  arguire  dell'avvenire,  pure  che  la  musica  diammatica  sia  desti- 
nata a  subire  notevole  camhntmento  di  forma  e  d'  indirizzo...  già 
alcuni  tentativi  isolati  si  sono  prodotti  nella  musica  da  scena,  lasciando 
intra V vedere  nuovi  orizzonti...  » 

Confesso  che  ai  nuovi  orizzonti  del  giapponesismo  asmatico,  della 
miseria  melodica  e  dell'eccentricità  aimonica  elevata  a  sistema,  delle 
gonfiature  periodiche  e  delle  indiscrezioni  preventive  io  non  ciedo,  ne 
ho  solo  un  ribrezzo  giustificato  dall'esito.  E  duolmi  che  specialmente 
nella  lusinga  delle  indiscrezioni  preventive  sui  nuovi  orizzonti  cadano 
troppo  spesso  gli  arti.sti,  precisamente  come  è  accaduto  di  questi  giorni 
al  Giordano  jiei-  la  sua  Siberia. 

Ma  questo  non  impedisce  che  realmente  il  Dassori  sia  il  piìi  pre-  > 
ciso  e  benemerito  fornitore  di  dati  sul  lungo  e  glorioso  passato  dell'arte  ■ 
lirica  (e  non  nazionale  soltanto  ma  universale)  e  quindi  non  v'ha  dubbia  ■ 
che  il  suo  dizionario  deve  ti'ovar  sid)ito  posto  in  ogni  biblioteca. 

Un  ottimo  trattato  d'armonia  è  quello  dei  signori  Codazzi  ed  An- 
dreoli  che  l'editoie  Cogliati  ha  ripubblicato  testé  a  Milano,  essendo 
andata  esaurita  le  prima  edizione.  I  due  valenti  musicisti  hanno  lie- 
vemente ritoccato  il  loro  già  accurato  lavoro,  aumentando  ancora  gli 
esempi  musicali  e  gli  esercizi  pratici,  per  modo  che  questo  manuale 
ormai  si  può  dire  uno  dei  più  completi  e  dei  piìi  utili  per  imparare 
le  armoniche  discipline.  Nel  campo  dell'armonia  ognun  sa  che  le  di- 
spute sono  pem|ire  aperte:  ed  anche  la  rigida  e  rigorosa  esposizione 
di  questo  metodo  può  trovare  qualche  opposizione.  Ma  non  si  può 
negare  che  molto  abilmente  gli  autori  col  loro  sistema  arrivano  a  dare 
la  ragione  dei  più  moderni  accordi,  nulla  sfugge  alla  loro  indagine 
nella  infinita  varietà  delie  combinazioni  recenti.  Opportunissima  è  poi 
l'aggiunta  fatta  ai  partimenti  originali  coi  bassi  estratti  dalle  opere  di 
G.  S.  Bach:  il  cammino  di  un  allievo  intelligente  e  studioso  si  tro- 
verà indubbiamente  accorcialo:  e  questo  sarà  un  vero  beneficio  del 
quale  bisogna  essere  grati  ai  diligentissimi  autori. 

11  mannaie  è  |»ubblicato  in  un  comodo  foìiiiato,  il  volume  è  ele- 
gante e  correttissimo:  sotto  tutti  i  punii  di  vista  dunque  il  trattato 
è  raccomandabile. 

Entrando  ora  nel  campo  della  composizione  musicale  sono  assai 
lieto  che  l'avveduto  editore  Capra  di  Torino  abbia  pubblicato  la  partitura 
di  quel  poderoso  studio  struQientale  che  s'intitola  Fantasia  e  grande 


RASSEGNA   MUSICALE  137 

gaio  sinfonico  per  orchestra  e  pianoforte  di  Amilcare  Zanella.  Ognuno- 
jorda  che  detta  Fantasia  era  uno  dei  caposaldi  del  programma  dei 
ncerti  che  lo  Zanella  con  coraggio  degno  di  miglior  fortuna  intra- 
ese  in  Italia  due  jiriniavere  addietro  :  con  questa  pagina  e  con  una 
nfonia  in  quattro  tempi  il  giovane  maestro  si  segnalava  in  modo 
irticolare  anche  per  un  certo  senso  d'idealismo  che  certo  non  è  co- 
une  nel  tempo  odierno.  La  puhblicazione  della  partitura  ci  dà  agio 
notomizzare  ipiesta  veramente  riuscita  composizione,  così  salda  nella 
[a  architettura,  cosi  geniale  nel  suo  sviluppo:  essa  ha  ben  diritto  a 
ender  posto  nei  programmi  sinfonici  all'  estero,  quando  ben  inteso 
jda  al  pianoforte  l'artista  capace  di  renderne  il  vario  e  caratteristico 
lorito.  Ne  è  cosi  vivo  il  ricordo  che  ne  reputo  superflua  1'  analisi, 
a  non  posso  a  ment,  di  rilevarne  l'esemplare    sobrietà  di  disegno  e 

perizia  colla  quale  i  vari  gruppi  di  strumenti  son  disposti.  Lo  Za- 
;lla  giovanissimo  ha  visto  di  recente  coronata  la  sua  forte  attività 
Ha  nomina  a  direttore  del  Conservatorio  di  Parma.  Dicono  che  sia 
1  posto  di  combattimento:  gli  auguro  piena  vittoria:  l'essenziale  è 
le  egli  non  si  dimentichi  che  è  nato  compositore  e  che  ha  qualche  de- 
to  verso  la  nostra  arte,  poiché  ha  cominciato  cosi  splendidamente 
!l  dominio  di  quella  musica  strumentale  che  rimarrà  sempre  la  meta 
ù  eccelsa,  anche  quando  egli  trovasse  come  compositore  opeiistale 
ù  alte  e  meritate  soddisfazioni. 

Nuoto  tra  una  moltitudine  di  altre  piccole  partiturine  e  la  loro 
ibblicazione  è  segno  di  un  sempre  crescente  livello  di  educazione  ar- 
stica  generale.  Accenno  a  Quattro  piccoli  pezzi  per  orchestra  di  Giu- 
ppe  Martucci  che  sono  finissime  miniature  ;  la  giga  e  la  gavotta  hanno 
3  sapore  arcaico  delizioso,  la  canzonetta  è  un  hadinage  dei  più  ori- 
nali ed  il  noftiinio  passa  come  visione  delicatissima  sopra  lo  sfondo 

una  notte  stellata.  Tre  altre  partiturine  sono  di  un  maestro  che  è 
l  un  tempo  giurista  e  uomo  politico  insigne:  Emanuele  Gianturco. 
ssignori,  l'eminente  professore  napoletano  tra  le  disquisizioni  sul 
ure  in  Cassazione,  le  lezioni  all'ljniversità  ed  i  consulti  autorevo- 
5simi  si  compiace  di  lavori  musicali  che  sono  finamente  cesellati, 
o  sotto  gli  occhi,  ad  esempio  l'andante  della  l''  Sinfonia,  una  pagina 

una  ammirabile  chiarezza,  trattata  con  finezza  di  gusto,  fluida, 
!nza  pi'etese  ma  indubbiamente  geniale.  Anche  la  Baìtata  dedicata  al 
aestro  Serao  è  limpida  da  capo  a  fondo  ed  elegante  nei  suoi  contorni, 
compie  la  terna  una  Gavotta  in  re  minore  che  nella  infinità  delle 
le  consorelle  si  distingue  per  una  spontaneità  ed  un;i  franchezza  as- 
iluta.  Ai  pianisti  poi  addito  volentieri  un  Minuetto  di  Gianturco  in 
i  bemolle,  ai  quali  fa  riscontro  la  Marcia  dei  soldatini  di  piombo, 
M  inezia,  uno  schizzo,  ma  di.'<egnato  da  mano  maestra,  come  i  mi- 
jscoli  quadretti  dello  Schumann  e  di  tanti  altri  che  non  disdegna- 
mo  questa  delicata  pittura  di  genere. 

Una  arcaica  semi»licità  send)ra  esseie  l'obbiettivo  del  Gianturco: 
ìT  contro  Roffredo  Caetain,  nei  suoi  lavori  tutti  editi  dalla  casa  Schott 
i  Magonza,  sale  arditamente  le  vette  della  più  complessa  modernità  di 
itenti.  di  procedimenti,  di  risultati.  Sulla  sincerità  assoluta  dell'artista 
3n  vi  può  essere  dubbio,  come  non  ve  n'ha  sulla  lunga  e  fervo- 
»sa  preparazione  di  studio  che  ha  preceduto  la  manifestazione  mu- 
cale  11  Caetani  fin  dai  primi  lavori  (ed  oggi  ha  già  al  suo  attivo 
tt  nucleo  importantissimo  di  composizioni)  ha  dimostrato  di  voler 
imminare  per  vie  poco  battute,    ha   adottato  per   divisa  il  noto  odi 


138  RASSEGNA   MUSICALE 

profanum  viilgus:  tra  lui  e  i  dilettanti  c'è  sempre  stato  un  abisso,  e 
questo  va  detto  a  sua  lode  sincera. 

Proseguendo  impavido  per  questo  cammino  egli  ci  ha  dato  eia 
-  in  aggiunta  alla  sonala  per  violino  e  pianoforte,  alle  Dodici  vami- 
sioni  sopra  un  preludio  di  Ghopin,  alle  pagine  sinfoniche  di  cui  discoisi 
altre  volte  dopo  la  privata  audizione  del  teatro  Argentina,  e  ad  altre 
composizioni  -  quatti'O  impromptus,  una  ballata  ed  una  toccata  e!ie 
formano  un'opera  sola  e  che  sono  una  nuova  e  vigorosa  prova  di  mi 
peregrino  e  forte  talento  di  musicista. 

Questi  lavori  sono  tutti  ammirabili  per  la  costruzione  intima,  \<rr 
la  selezione  armonica,  per  certi  ardimenti  di  tecnica  e  di  forma  che 
sono  assai  originali,  ma  è  peccato  che  in  quasi  tutti  l'idea  scompaia 
spesso  sotto  il  velame  delli  versi  strani.  Non  c'è  che  dire,  all'analisi 
la  mano  sicura  e  la  maestria  vera  del  compositore  risaltano  vitti n  Ì(j- 
samente,  ma  l'attorcigliarsi  del  ritmo  e  dell'ornamentazione  va  spt--u 
a  danno  dell'etticacia,  e  musicalmente  l'opera  dell'alambicco  non  è 
sem[)re  piacevole. 

Comprendo  perfettamente  che  la  stessa  osservazione  è  slata  fatta 
a  molti  compositori  dallo  Schumann  al  Brahms  e  che  la  questione  di 
pletora  apparente  svanisce  colla  dimestichezza  che  si  piglia  coU'autoiv: 
ma  questa  in  tin  dei  conti  è  una  pecca  e  deve  cercare  di  liberarsenr  il 
poderoso  ingegno  del  Caetani,  il  quale  non  può  di  proposito  delibeialo 
rinunciare  alla  maggior  efficacia  del  suo  lavoro  per  quanto  alto  sia 
r  ideale  artistico  che  lo  guida. 

La  ballata  in  fa  diesis  minore,  chopiniana  a  primo  aspetto,  è  Ira 
i  sei  nuovi  lavori  quella  che  guadagnerebbe  di  più  da  questo  proc('s>u 
di  semplificazione.  Nella  toccata  l'accento  ritmico  spiccalo  e  mantenuto 
tale  diminuisce  l'inconveniente  e  la  composizione  scintilla  veracemente 
come  ini  prisma  sotto  un  fascio  di  luce,  ed  è  di  effetto  sicuro  e  pere- ' 
grino  :  la  virtuosità  e  la  tecnica  appaiono  di  ottima  fusione.  j 

I  quattro  impromptus  formano  un  anello  simpatico:  musica  da  gran  ' 
signore,  vibrante  di  geniale  vitalità  nel  primo  e  nell'ultimo  (al  quale 
io  darei  la  palma),  leggermente  romantica  nel  secondo  e  nel  terzo,  questi 
impromptus,  nella  loro  apparente  tenuità,  sono  un  valido  contrappeso 
alle  tante  vacuità  che  fioriscono  oggidì,  divagazioni  inutili  fatte  per 
mascherare  l' incapacità  presuntuosa.  Quando  all'atto  pratico  si  tro- 
vano tanti  artisti  dilettanti  è  provvidenziale  che  sorgano  tempre  come 
il  Caetani,  e  che  combattano  gagliardamente  con  tutto  il  fervore  della 
convinzione,  con  tutto  l'entusiasmo  della  forte  giovinezza. 

Per  ritornare  ora  all'antico,  ritorno  che  di  tanto  in  tanto  fa  tanto 
bene,  avrei  da  dare  un  tuffo  in  un  largo  lavoro  di  illustrazioni  mu- 
sicali compiuto  da  artisti  insigni  :  ma  oggi  la  misura  è  colma  e  quindi 
riprenderò  ben  presto  il  discorso. 

Valetta. 


INGflILTEm  ED  ITALIA  NELLA  OOESTIONE  DI  MALTA 


Non  solo  il  gliKiizio  della  stampa  lii)erale  inglese,  che  è  a  Cham- 
berlain  sisteniatieanienle  avversa,  ma  la  preoccupazione  dimostrata 
ialla  Camera  dei  Comuni,  ove  tre  volle  in  sette  giorni  -  il  ^23,  il  35  ed 
il  29  giugno  -  fu  sollevata  la  questione  di  Malta,  dovrebbe  persua- 
iere  il  ministro  delle  Colonie  che  egli  non  fu  felicemente  inspirato, 
sonducendosi,  in  argomento  sì  delicato  per  parecchi  titoli,  con  una 
brutalità  che  non  aveva  alcuna  ragione  d'essere,  e  che  può  recare  con- 
seguenze, almeno  morali,  assolutamente  sproporzionate  all'inteiesse 
che  intendeva  di  tutelare. 

Non  citiamo  l'agitazione  prodottasi  a  Malta,  e  neppure  l'eco  che 
essa  e  la  causa  da  cui  fu  provocata  ebbero  in  Italia:  il  signor  Cham- 
berlain  potrebbe  trovare  una  tale  citazione  ino])]Jortuna.  Ma  della  con- 
venienza degli  atti  compiuti  dal  loro  Cìoverno  quali  migliori  giudici 
rlei  deputati  britannici"?  Ora,  questi  hanno  mostrato  la  convinzione 
che  la  violenza  usata  ai  maltesi  non  sia  ne  legale,  ne  utile:  e  non 
si  è  saputo  dimostrare  clie  essi  avevano  torto. 

Quando  il  signor  Cliamberlain  fece  appello,  contro  i  membri  elet- 
tivi del  Consiglio  di  Governo  di  Malta,  a  quei  padri  di  famiglia,  nella 
questione  della  lingua,  e  gli  fu  chiesto  se  le  risposte  di  quei  padri 
sarebbero  comprese  nel  promesso  Blue  Book,  il  signor  Chamberlain 
eluse  la  questione;  quando  fu  chiesto  se  potevasi  nelle  Colonie  sospen- 
dere la  Costituzione  senza  il  voto  del  Parlamento,  la  questione  fu 
elusa  dal  Presidente;  ed  il  signor  Chamberlain  infine  giocò  sulle  parole, 
i|iiaii(lo  si  voleva  sapere  se  le  misure  adottate  contro  Malta  erano  state 
itgticlto  di  corrispondenza  col  Governo  italiano,  col  richiamarsi  alla  sod- 
disfazione espressa  dal  Governo  stesso  nel  gennaio  dell'anno  scorso. 

La  citazione  di  quel  precedente  era,  invero,  pericolosa;  poiché  alla 
soddisfazione  d'allora  non  può  che  fare  riscontro  adesso  un  non  minore 
malcontento.  Allora,  infatti,  il  signor  Chamberlain  aveva  promesso  so- 
lennemente di  usare  a  Malta  i  maggiori  riguardi...  per  riguardo  al- 
l' Italia.  Ora,  invece,  dai  desiderii  italiani  hu  fatto  completa  astrazione. 
Il  no.stro  Governo  non  ha  potuto  e  non  può,  naturalmente,  interve- 
nire, trattandosi  di  un  atto  di  politica  interna  di  un  Governo  straniero; 
ma,  ove  contìdenzialmente  gii  si  chiedesse  della  sua  impressioue  sul 
modo  come  quelle  promesse  furono  mantenute,  non  potrebbe  a  meno  di 
dichiarare  che  è  stata  spiacevolissima. 

Spiacevolissima,  non  tanto  per  projirio  conto,  quanto  pel  paese, 
e  per  l'intluenza  che  l'incidente  ])uò  esercitare  sulle  simpatie  italiane 
verso  l'Inghilterra. 

Non  occorre  dire  che  il  tanto  accusato  irredentismo  degli  ita- 
liani-quell'irredentismo,  che  non  si  può  negare  assuma  a  volte  forme 
di  scarsa  avvedutezza  politica  -   non  è  affatto  in  causa.  Nessinio   fra 


140  INGHILTERUA    ED    ITALIA    NELLA    QCESTIONE  DI  MALTA 

gl'italiani  ha  mai  pensato  alla  possibilità  che  Malta  debba  essere  po- 
liticamente annessa  al  Regno  d'Italia.  Ma  il  sentimento  della  solida- 
rietà nazionale  non  è  mai  tanto  vivace  fia  noi  come  quando  lo  si 
offende,  si  cerca  di  reprimerlo  e  di  sopprimerlo;  quel  sentimento  di 
solidarietà  fra  maltesi  e  italiani,  che  già  si  era  risvegliato  nelle  lotte 
pel  nostro  Risorgimento,  e  che  poi  si  era  assopito,  si  è  rifatto  vivo 
e  pugnace  appunto  quando  prima  fu  sollevata  per  Malta  la  questione 
della  lingua;  ora  si  riaccenderà  più  che  mai. 

Nessuna  ragione  più  infondata  di  quella  addotta  dal  signor  Cham- 
berlain  quando,  a  giustificale  l'ostiacismo  da  lui  voluto  daie  alla  lin- 
gua italiana  da  Malta,  disse  in  Parlamento  che  si  trattava  pei  mal- 
tesi di  una  lingua  straniera,  al  pari  dell'  inglese,  poiché  a  Malta  si 
parla  un  dialetto  che  con  la  lingua  italiana  ha  poco  o  nulla  a  che 
vedere.  A  questa  stregua  si  dovrebbe  ammettere  che  la  lingua  italiana 
sia  straniera  anche  in  Italia,  poiché  non  vi  è  alcuna  delle  nostre  popo- 
lazioni che  non  parli  un  dialetto,  e  spesso  un  dialetto  lontano  dalla 
lingua  ancor  più  che  il  maltese.  Negare  con  ciò  1'  italianità  di  Malta 
é  puerile,  tanto  la  storia,  come  la  geografia,  depone  in  favore  di  quella 
italianità,  assolutamente  indiscutibile. 

Malt.i  fu  infatti  siciliana,  cioè  italiana,  sin  dal  109U,  in  virtù  di 
quegli  stessi  Normanni,  dai  quali  deriva  quell'ordinamento  della  so- 
cietà inglese  che  dura  tuttora.  Ruggiero  conte,  vi  fondò  la  cattedrale 
della  Notabile;  Ruggiero  re  vi  estese  le  varie  forme  del  governo  si- 
ciliano. In  Malta  come  in  Sicilia  i  re  Normanni  godettero  il  privilegio 
della  Apostolica  Legazione,  erano,  cioè.  Pontefici  i  on  meno  che  Re, 
e  il  Vescovo  di  Malta  era  suffraganeo  della  Metropolitana  di  Palermo. 

Data  in  feudo  nel  1530  da  Carlo  V  all'Ordine  Gerosolimitano,  che 
aveva  perduto  Rodi,  Malta  non  troncò  mai  intieramente  i  suoi  vincoli 
coi  Re  di  Sicilia,  i  quali  erano  sempre  considerati  come  i  suoi  Alti 
Sovrani,  tanto  che  i  gesuiti  furono  cacciati  anche  da  Malta  nel  1768 
per  volere  del  Re  di  Napoli,  quantunque  quel  Vescovo  li  proteggesse. 

La  conquista  francese  del  6  giugno  179S  ruppe  i  vincoli  politici 
di  Malta  con  la  Sicilia  ;  ma,  né  quella  conquista,  né  l'occupazione 
inglese,  che  aA'venne  nel  settembre  18(X»,  grazie  ad  una  insurrezione 
popolare  contro  ie  improntitudini  francesi,  né  il  possesso  dell'isola 
riconosciuto  alla  Gran  Bretagna  col  trattato  del  1814.  potevano  di- 
struggere i  vincoli  nazionali. 

Questi  divennero  anzi  più  intimi,  trasformandosi  da  regi  ed  eccle- 
siastici in  popolari,  quando,  vinta  la  rivoluzione  del  1848,  molti  pro- 
fughi siciliani  ed  altri  italiani  trovarono  in  Malta  ospitalità  generosa 
da  quei  conijiatrioti,  ed  asilo  sicuro  presso  quel  Governo;  il  quale 
non  vi  faceva  che  raramente  eccezione:  come  quando,  per  opportunità 
momentanea,  espulse  nel  dicembre  del  1854  Francesco  Crispi,  col  pre- 
testo che  vi  pubblicava  un  giornale  politico  compromettente.  Nicola  e 
Paolo  Fabrizi  vi  erano  con  Giorgio  Tamajo,  con  Giovanni  Daniele 
Vasta  ed  altri,  alla  testa  del  movimento;  Diego  Fernandez  corrispon- 
deva da  Malta  con  Francesco  Bentivegna;  da  Malta  partiva  nel  maggio 
1854  Giovanni  Interdonato  con  due  amici,  all'intento  di  sommuovere 
la  Sicilia,  e  spiato  ed  assalito  a  Rocca  Lumera,  sfuggiva  per  miracolo 
alle  palle  borboniche.  Malta  era  tanto  divenuta,  di  fatto  e  nel  con- 
cetto generale,  il  centro  dell'agitazione  patriottica  specialmente  sici- 
liana, che  recavano  la  data  di  Malta  -  benché  stampati  a  Genova 
nell'officina  dei  fratelli  Orlando  -  i  primi  numeii,  usciti  nell'agosto 
del  1856,  de  La  Libera  Parola,  la  pubblicazione  incendiaria  a  cui  colla- 


INGHILTERRA   ED   ITALIA  NELLA    QUESTIONE    DI    M.ALTA  141 

doravano  Rosolino  Pilo,  Antonio  Mordini,  Bartolomeo  Savi,  Carlo 
Pisacane,  e  quel  Falcone  che  con  Pisacane  doveva  cadere  a  Sanza. 
Molle  famiglie  maltesi,  a  incominciare  da  quella  degli  Sceberas,  ave- 
vano fatto  propria  la  causa  italiana.  Nel  1859,  durante  i  suoi  viaggi 
<li  preparazione  della  rivoluzione  siciliana.  Francesco  Crispi  tornava  due 
volle  a  Malta:  ed  a  Malta  si  preparavano  elementi  per  la  spedizione  dei 
Mille,  sinché  da  Malta  sbarcò  a  Pozzallo,  Nicola  Fabrizi  con  Giorgio 
Tamajo  e  con  Abele  Damiani,  che  anch"egli  aveva  ricoverato  a  Malta 
■dopo  l'insuccesso  glorioso  del  4  aprile.  Ed  erano  con  essi  armi  e  muni- 
zioni, che  a  Malta  erano  state  raccolte,  ed  ancora  nel  giugno  del  IStJO 
seguitavano  a  giungere  a  Malta  dalle  più  varie  parti  del  mondo  patrioti 
italiani  anelanti  alla  guerra,  e  da  Malta  Emilio  Sceberas  li  dirigeva, 
insieme  ad  altre  armi,  in  Sicilia. 

Tutto  questo  creava  fra  Malta  ed  Italia  un  vincolo  ancora  più 
forte  delia  consanguineità;  e  se,  dopo  il  ]8()0,  questa  intima  corrispon- 
denza di  aifetti  e  d'opere  sembrò  assopirsi,  specialmente  coll'acuirsi 
■del  contlitto  fra  l'Italia  ed  il  Papato,  causa  il  clericalismo  di  molti 
maltesi,  bastò  che  questi  vedessero  minacciata  nella  lingua  la  loro  na- 
zionalità, perchè  ancora  si  dirigessero  all'Italia  come  alla  loro  tulrice 
naturale,  e  perchè  l'Italia  sentisse  il  dovere  morale  di  non  disinte- 
ressarsene. Tanto  che  lo  stesso  Governo  nostro,  per  solito  si  alieno  da 
ogni  iniziativa  men  che  prudente,  se  ne  occupò  presso  il  Gabinetto  di 
Londra,  e  nei  due  Parlamenti  di  Londra  e  di  Roma  quell'interessa- 
mento assunse  foroia  ufiicialmente  pubblica,  nel  modo  il  più  soddisfa- 
cente; grazie  anzitutto  alle  dichiaiazioni  di  quello  stesso  Cliamberlain, 
dal  quale  è  oggi  partito  il  colpo  di  Stato  che  ha  limesso  tutto  in  que- 
stione. Non  per  questo  gl'italiani  metteranno  oia  in  forse  la  legittimità 
del  dominio  biitannico  a  Malta.  Benché  in  linea  di  diritto  quel  do- 
minio abbia  avuto  origine  dal  consenso  della  popolazione,  che  accolse 
gl'inglesi  in  odio  ai  francesi,  e  benché  ragionevolmente  i  maltesi  si 
dolgano  oggi  di  esseie  trattati  come  un  paese  di  conquista,  con  di- 
spregio a  quella  libertà  che  l'Inghilerra  si  compiace  di  lasciare  nelle 
cose  interne  alle  sue  colonie,  se  nel  18ó5  Crispi,  in  uno  studio  dei 
Diritti  della  Corona  d' Inghilterra  sulla  Chiesa  di  Malta,  lamentava 
■che  il  Governo  britannico  avesse  rinunciato,  a  benefìcio  di  Roma,  al 
privilegio  sulla  Legazione  Apostolica,  non  vi  è  neppure  oggi  un  ita- 
liano che  vorrebbe  menomato  il  dominio  inglese  sopra  Malta  e  l'eser- 
cizio internazionale  di  quel  dominio.  Non  lo  vorrebbe  menomato,  per 
"la  amicizia  organica  che  anima  tutto  il  popolo  italiano  veiso  gl'in- 
glesi, e  perchè  lutti  riconoscono,  d'altronde,  che  il  volerlo  e  il  desi- 
derarlo sarebbe  assolutamente  vano.  Malta  è  oggi  necessaria  alla  Gran 
Bretagna  ancora  più  di  Gibilterra,  poiché,  a  lutto  rigore,  Gibilterra 
potrebbe  essere  scambiata  con  Ceuta,  senza  che  la  supremazia  inglese 
nel  Mediterraneo  ne  fosse  diminuita,  mentre  da  nessun'altra  posi- 
zione Malta  potrebbe  essere  sostituita,  specialmente  da  quando  la 
Francia  ha  fatto  di  Biserta  il  più  grande  porto  militale  d'Europa. 

Ma  è  appunto  l'inesistenza  morale  e  la  impossibilità  materiale  di 
qualunque  pericolo,  che  rende  assolutamente  oziosa  la  violenza  eserci- 
tata su  Malta  dal  signor  Chamberlain,  il  quale  mai  come  in  questo  caso 
avià  confermato  la  regola  che  vuole  ogni  qual  tratto  soggetti  ai  pic- 
coli errori  gli  uomini  di  vasta  levatura. 

Errore  piccolo  in  questo  caso,  ma  grave  nello  stesso  tempo  ;  poi- 
ché, se  i  maltesi,  come  essi  per  primi  riconoscono ,  possono  essere 
schiacciati  senza  fatica,  se  è  tolta  loro  persino  la  possibilità   di   una 


142  IXGHII.TEKRA   ED    ITALIA    NELLA    QIIESTIOXE    1)1    JL\LTA  I 

resistenza  qualunque,  l'effetto  di  tutto  ((uesto  nei  sentimenti  dejìli  ita- ; 
liani  può  essere  notevole.  Ora,  V  Italia  è  per  l'Inghilteria  ima  quan- 
tità tutt'altio  che  trascural)ile  nel  sistema  mondiale;  e  l'alleanza  in- 
glese era  tra  tutte  le  alleanze,  passate,  presenti,  future,  quella  che 
trovava  unanime  nel  consenso  tutto  quanto  il  popolo  italiano.  La  po- 
litica del  Governo  nostro  non  muterà  per  questo,  per  quanto  ess.i 
possa  far  sentire  a  Londra  il  suo  rincrescimento:  ma  la  politica  dei 
Governi  non  è  oggi  mai  tanto  forte  e  sicura  come  quando  è  appoggiata 
dal  suttragio  delle  popolazioni,  e  se  questo  venisse  a  mancare  all' In- 
ghilterra da  parte  del  popolo  italiano,  anche  le  relazioni  ufficiali  non 
potrebbero  non  risentirsene. 

Che  cosa  ci  guadagnerà  l'Inghilterra,  mentre  invano  si  tenterà 
di  sopprimere  l'antagonismo  franco-inglese,  mentre  l'avversione  ger- 
manica tace  a  fatica,  mentre  il  Nord-America  non  si  è  lasciato  sedurre 
dalle  profferte  d'alleanza  del  signor  Chamberlain,  ed  il  conflitto  con 
la  Russia  in  Asia  è  permanente,  per  ciuanto  ad  istanti  larvato  "? 

Il  signor  Chamberlain  ed  altri  uomini  politici  inglesi  hanno  van- 
tato le  gioie  del  superbo  isolamento  della  Gran  Bretagna  ;  ma  la 
grande  coscienza  che  il  Regno  LTnito  ha  di  sé  stesso  non  ha  impe- 
dito che  l'esplosione  di  antipatia  provocata  dalla  guerra  Sud-Africana 
gli  riuscisse  pesante,  e  che  tanto  più,  quindi,  fosse  grato  al  popolo 
inglese  il  contegno  tenuto  dagli  italiani,  ancora  non  offesi  nelle  loro 
suscettibilità  sentimentali. 

Che  quell'isolamento,  del  resto,  comprenda  pericoli  insieme  a  gioie, 
è  un  latto  di  cui  la  stessa  InghilteiTa  è  tanto  convinta  da  averne 
l'inspirazione  per  una  politica  che  renda  più  intimi  i  rapporti  della 
madre  patria  con  le  Colonie.  È  uscito  da  quella  convinzione  l'enun- 
ciato  della  nuova  politica  doganale,  che,  se  divide  l'opinione  pub- 
blica e  lo  stesso  Gabinetto  inglese,  ha  pure  la  sua  ragione  d'essere 
nelle  conseguenze  che,  in  certe  circostanze,  possono  all'Inghilterra 
derivare  da  quell'isolamento. 

Né  se  l'ideale  di  Chamberlain  si  realizzasse,  e  Regno  LTnito  ed 
Impero  Britannico  si  fondessero  in  un  solo  ente,  tutto  sarebbe  detto. 
Per  la  vastità  stessa  e  l'indole  di  quell'Impero,  il  concorso  immediato 
e  diretto  delle  Colonie  sarebbe  assolutamente  impossibile  in  più  casi. 
Che  cosa  potrebbero  esse,  ad  esempio,  in  una  gueri'a  come  quella  che 
l'Inghilterra  è  stata  costretta  ad  imprendere  nell'Africa  Orientale  contro 
il  Mad  Mullah'?  Il  buon  volere,  l'amicizia  dell'Italia  sono  stati  questa 
volta  più  necessarii  e  più  giovevoli  alla  Gran  Bretagna,  che  tutto  il 
denaro  e  tutti  i  soldati  che  le  Colonie  potevano,  essere  disposte  ad  of- 
frire. Molte  altre  volte  ciò  può  avvenire,  e.  se  anche  non  avvenisse, 
non  meno  preziosa  sarebbe  sempre  per  l'Inghilterra  quell'alleanza  mo- 
rale e  politica  dell'Italia,  che  tutti  gli  statisti  britannici  hanno  sempre 
professata,  almeno  a  parole.  E  che  ima  tale  alleanza  non  sempre  sia 
stata  servita  di  fatto,  è  rincresciuto,  non  men  che  a  noi,  airo|)inione 
pubblica  inglese.  Essa  non  risparmiò,  ad  esempio,  i  suoi  rimproveri  a 
lord  Salisbury,  quando  questi,  con  la  sua  lenta  freddezza,  non  ci  giovò 
in  Africa  come  avrebbe  potuto  e  dovuto;  e  quando,  per  le  dichiarazioni 
dell'on.  Prinetti  e  del  signor  Delcassé,  fu  proclamato  nei  due  Paria- 
lamenti  di  Roma  e  di  Parigi  l'accordo  franco-italiano,  quei  rimproveri 
divennero  anche  più  acerbi,  inspirati  dal  timore  che  l'Italia  si  fosse 
intieramente  allontanata  dalla  Gran  Bretagna. 

L'eco  di  un  tal  timore  risuona  anche  nelle  interrogazioni  rivolte 
ora  ai  Comuni,  e  noi  vorremmo  che  il  signor  Chamberlain  ne  traesse 


INGHILTERRA    ED    ITALIA    NELLA    QUESTIONE   DI    MALTA  14:3 

lorma.  se  non  altro  nell'applicazione  delle  misure  da  lui  escogitate  per 
ivere  ragione  della  resistenza  maltese  nella  questione  della  lingua. 

È  certo  che  il  Governo  britannico  ha  diritto   di  vedere    compresa 
!d  accolta  la  lingua  inglese  in  tutte  le  istituzioni  pubbliche  di  Malta; 
na  è  pur  certo  che  esso  non  riuscirà  mai  a  distruggere  con  la  violenza 
a  esistenza  nelfisola  della  lingua  italiana.  E  anche  se  dovesse  rimaner 
soppressa  la  Costituzione  del  1887,   ed  es.sere   quindi  puramente  illu- 
iorio  quel  Consiglio  di  Governo,  nel  quale  gli  elementi  elettivi  sono 
)rmai  in  minoranza  e  quindi  destituiti  d'ogni   potere,  il  Governo  in- 
glese avrebbe  tutto  l'interesse  a  procedere  nella  pratica  con  la   mag- 
giore  longanimità.    E    non    solo    per  ciò  che  riguarda  la  lingua  e  le 
lasse,  le  due  ragioni,  cioè,  del  conflitto.  Invece  di  sopprimere  addirit- 
tura la  Costituzione  del  1887,  meglio  dunque  avrebbe  fatto  il  Governo 
inglese  a  ricorrere  alle  elezioni  contro  il  Consiglio  di  Governo,    e   se 
inche  le  elezioni  gli  avessero  dato    toi'to,    avrebbe    potuto    riformare 
nella    Costituzione   il  capitolo  elettorale,  allargando  il  suffragio,  se  è 
vero  che  i  capi  famiglia  erano,  e  sono,  per  lui  contro  il  Consiglio  di- 
sciolto. 11  partito  scelto  dà  invece  diritto  ai  consiglieri  di  proclamare 
che  il  signor  Chamberlain  è  stato  insieme  violento  e  meno  corretto. 
Con  la  pseudo-costituzione  attuale,  il  governatore  ha,  ad  esempio, 
il  diritto  di  concedere  proprietà  immobiliari  senza  chiedere  l'approva- 
zione del  Consiglio  di  Governo.  Ora,  l'applicazione  di  questo  diritto, 
fatta  in  un  modo  piuttosto  che  in  un  altro,  potrebbe  far  nascere  il 
sosjietto  che  il  Governo  britannico  voglia  adoperarsi  a  snazionalizzare 
Malta,  eliminando  l'elemento  maltese  ed  italiano,  a  benefìcio  dell'ele- 
mento inglese.  Ma  se  cosi  fosse,  quale  frutto  ne  trarrebbe  1  Quale  so- 
spetto di  separatismo  può  mai  suscitare  luia  popolazione  che  è  in  tutto 
(li    180,(X)t)  anime  ?  Né  le  isole   maltesi  sarebbero   mai  suscettibili  di 
accogliere  una  immigrazione  italiana  così  numerosa  come  quella  clie 
a  Tunisi  finirà  col  rendere  formale  l'occupazione  francese,  tanto  era 
destino  segnato  dalla   stessa  nafuia.  che  Tunisi  divenisse  di  fatto  ita- 
liana, anche,  o  appunto  perchè  i  francesi  avevano  voluto  impadronir- 
sene d'un  tratto  e  per  vie  co|ierte.  Una  immigrazione  artificiale  inglese 
a  Malta  non  sarebbe  dunque  giustitìcata.  più  di  una  imposizione  vio- 
lenta della  lingua  inglese. 

Tutto  invece  consiglia  a  Chamberlain.  all'intero  Gabinetto  britan- 
nico, temperamenti  che.  acquetando  i  maltesi,  spegnino  in  germe  il 
malcontento  del  popolo  italiano,  e  lo  tengano  unanime  in  quel  senti- 
mento d'amicizia  verso  1"  Inghilterra,  che  è  supremo  interesse  reciproco 
dei  due  paesi. 

1  maltesi  si  sono  lagnati,  e  non  a  torto,  che  la  violenza  di  cui 
sono  vittime  al)bia  seguito  a  lireve  distanza  la  visita  di  Re  Edoardo. 
Quella  violenza  mal  risponde,  del  pari,  alle  liete  e  rispettose  accoglienze 
fatte  a  Re  Edoardo  in  Roma,  ed  a  quelle  che  Governo  e  popolo  inglese 
si  apprestano  a  fare  a  Re  Vittorio.  Sarebbe  atto  di  vera  sapienza  da 
parte  del  Gabinetto  di  San  Giacomo  il  far  sì  che  nulla  rimanga  del- 
l' incidente  attuale,  quando  il  ('apo  dello  Stato  italiano  giungerà  in 
Londra,  evitando  così  che  si  accrediti  nelle  masse  1  impressione  che 
nulla  valgono  e  a  nulla  conducono  quegli  scambi  di  visite  regali,  che 
nell'interesse  stesso  del  principio  monarchico  dovrebbero  invece  dimo- 
strare praticamente  di  contenere  la  maggiore  importanza  politica. 

XXX 


TRA  LIBRI  E  RIVISTE 


I  Congressi  di  Roma  —  Un  Dante  barbuto  —  Lo  spirito  scientifico  —  Zetto  - 
A  Campfer  nell"  Bngadina  —  «  II  Genio  »  di  H.  Bérenger  —  Marsigli.i 
i  porti  franchi  —  In  libreria  —  La  riabilitazione  dei  Carlyle. 


I  Congressi  di  Roma. 

La  Renaissance  Latine  è  una  ri- 
vista che  ha  pochi  mesi  di  vita,  ma 
si  è  affermata  fin  dal  principio  forte- 
mente. Essa  ha  anche  uno  spirito  in- 
formatore assai  spiccato.  Come  dal 
titolo,  essa  si  proi^one  d'illustrare  le 
manifestazioni  dei  popoli  latini  in 
tutti  i  campi  della  vita  moderna.  Di- 
retta dal  principe  Di  Brancovan,  ha 
per  collaboratori  molte  robuste  forze 
della  letteratura  francese  d'oggi,  Bar- 
rès,  Hermant,  De  Regnier,  Madame 
De  Noailles,  Paul  Adam,  Gregh, 
Jammes,  ecc.,  e  molti  amici  del- 
l' Italia,  Muret,  Loiseau,  ecc.  Ab- 
biamo letto  recentemente  un  articolo 
pieno  di  spirito,  di  Jacques  Vontade, 
intorno  alla  vita  romana,  intitolato 
Dii  Viminal  à  l' Aventin,  e  delle  Im- 
pressions  d'Italie  della  principi  ssa 
A.  de  Caraman-Chimay.  Nell'ultimo 
numero  il  signor  Julien  Luchaire 
scrive  intorno  ai  Congressi  di  Roma. 
Quest'articolo  è  il  più  importante  che, 
su  questo  soggetto,  sia  venuto  a  no- 
stra conoscenza.  Ne  riassumiamo  i 
punti  più  caratteristici. 


«  Roma  è  sempre  stata  agli  occhi 
dell'Europa  -  dice  il  Luchaire  -  una 
città  speciale  :  la  Città-art  heologia,  la 
Città-poesia,  la  Città-religione,  ma 
essa  è  divenuta  qualcosa  di  più.  Non 
è  certo  per  il  Papa  che  la  Francia 
ha  testé  mandato  Chaumié  e  Paul 
Meyer,  né  per  Augusto  o  Caracalla  ». 
È,  al  contrario,  per  1'  Italia  d'oggi. 
E  qui  lo  scrittore  nota  i  progressi 
economici  della  nazione  e  la  stima 
•ch'essa  va    acquistando    nel  mondo. 


Mentre  Roma  vedevasi  solcata  di 
nuove  strade  e  di  tram  elettrici, 
mentre  Genova  uguagliava  e  sorpas- 
sava Marsiglia,  mentre  il  cambio  colla 
Francia  diminuiva  fino  a  zero,  in- 
tanto i  medici  italiani,  i  giurecon- 
sulti e  gli  economisti  gareggiavano 
con  quelli  di  Germania,  d'  Inghil- 
terra e  di  Francia  ;  Marconi  maravi- 
gliava il  mondo  come  l'avevano  fatto 
maravigliare  Roentgen  e  Edison;  gli 
eruditi  di  Firenze,  di  Milano,  di  To- 
rino, di  tutte  le  pro\^incie,  produce- 
vano lavori  considerevoli  :  insomma 
un'  attività  individuale  eguale  all'at- 
tività economica  e  sociale.  Ecco  il 
legame  fra  le  visite  dei  re  e  quelle 
dei  congressisti  di  tutto  il  mondo. 
Gli  uni  e  gli  altri,  nelle  chiare  e  liete 
giornate  della  primavera  romana,  ve- 
nivano a  risalutar  l'Italia  rigenerata, 
ritornata  al  suo  posto  fra  le  grandi 
potenze  del  mondo. 

Lo  scrittore  nota  l'accento  fami- 
gliare e  fraterno  del  Congresso  La- 
tino e  trova  che  gli  altri  Congressi 
parevano  pure  far  rilevare  questo 
senso  :  pareva,  «  senza  poterne  dir 
precisamente  il  perchè,  una  gran 
festa  di  famig  ia,  a  cui  si  fossero 
invitati  alcuni  stranieri,  anglo-sassoni 
o  germani  ».  Il  Luchaire  nota  con 
piacere  che,  per  portar  il  saluto  al 
Re,  non  si  scelse  un  tedesco  o  un 
francese,  ma  un  belga,  mezzo  ter- 
mine, che  parlò  francese.  l'Qui  la 
memoria  gli  fa  difetto.  Il  Fiédèric 
parlò  italiano.  Meglio,  non  è  vero?)  I 
latini  si  distinguevano  e  si  riconosce- 
vano ;  e  pareva  che  avessero  gran 
voglia  di  affermarsi  capaci  anche  di 
qualità  che  loro  non  si  riconoscono 
di  sovente,  fermezza,  disciplina,  riso- 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


145 


luzione.  Perfino  lo  sciopero  dei  tipo- 
grafi e  i  tre  giorni  di  sciopero  gene- 
rale sembravano  dimostrare  di  propo- 
sito, tanto  dalla  parte  del  Governo 
quanto  del  popolo,  una  disciplina  che 
stupì  i  forestieri. 

Qui  lo  scrittore  riassume  i  risultati 
dei  lavori  al  Congresso  storico.  Come 
era  giusto,  i  primi  onori  si  fecero 
alla  produzione  italiana,  «  notevolis- 
sima sopratutto  per  la  storia  d'Italia 
e  particolarmente  del  medio  evo  ». 
I  Comuni  italiani  sono  per  le  nostre 
democrazie  moderne  un  soggetto  in- 
teressantissimo, che  dovrebb' essere 
classico  quasi  quanto  la  storia  d'A- 
tene e  di  Roma.  «  Gl'Italiani  sono 
altieri  della  loro  storia  comunale, 
ed  hanno  ragione  di  studiarla,  co- 
me fanno,  con  una  p  izienza  minu- 
ziosa, un  metodo  impeccabile  ».  Egli 
cita  la  riedizione  del  Muratori,  il  pro- 
getto di  un  Corpus  inscriptionum  ita- 
ìicarum  medii  erri,  di  un  Corpus  cìiar- 
tavum  Haliae,  di  un  Corpus  di  me- 
daglie del  Rinascimento.  Giovani  e 
anziani,  i  lavoratori  non  mancano  in 
Italia.  «  L'Istituto  di  studi  superiori 
di  Firenze  è  un  seminario  che  vale 
i  nostri  grandi  stabilimenti  scientifici 
di  Parigi,  la  «  Ecole  des  Chartes  >> 
o  «  des  Hautes  Etudes  »  o  le  Facoltà 
di  lettere:  e  gl'Italiani  hanno  qual- 
cosa che  a  noi  manca,  delle  Società 
provinciali  di  storia  perfettamente  av- 
viate nei  metodi  nuovi,  che  pubbli- 
cano riviste  locali  serie  e  delle  col- 
lezioni eccellenti  di  testi...  Gl'Italiani 
fanno  ora  la  storia  bene  quanto  i  Te- 
deschi o  noi  :  ecco  quel  che  appre- 
sero coloro  che  ancor  non  lo  sape- 
vano ».  Perfino  nelle  cose  d'arte, 
cittadella  dell'  Estetismo,  la  critica 
bandisce  il  falso  sentimento.  «  C  è 
in  Italia  tutto  un  partito,  contrario 
alla  rico.struzione  del  Campanile  di 
Venezia,  per  la  ragione  che  il  nuovo 
non  sarà  autentico  ;  sono  piuttosto 
-gli  stranieri  che  si  mostrano  senti- 
mentali a  questo  riguardo...  La  sezione 
di  Storia  dell'arte  ha  dichiarato  ad 
unanimità  che  conviene  lasciare  in- 
tatta la  facciata  del  Duomo  di  Mi- 
lano ». 

I  progetti  di  associazioni  interna- 
zionali per  la  storia  delle  scienze, 
dell'arte  medievale  e  moderna,  piac- 
ciono assai  al  Luchaire,  il  quale  si 
.associa  pure  al  voto  fatto  dal  Con- 
io 


gresso  affinchè  i  Governi  aprano  gli 
archivi,  almeno  quelli  che  non  vanno 
oltre  il   1847. 

Del  soggiorno  di  Roma,  delle  vi- 
site al'a  villa  Albani,  a  Ninfa  e  Xorba, 
lo  scrittore  è  rimasto  incantato.  «\'oilà 
des  beautés  que  Berlin,  dansdeux  ans, 
ne  nous  offrirà  pas  ». 


Il  Luchaire  rappresentava  la  Re- 
naissance Latine  al  Congresso  La- 
tino. Egli  ama  1'  idea  del  professor 
De  Gubernatis,  e  pur  criticando  una 
impresa  che  alla  sua  prima  manife- 
stazione non  può  d'un  balzo  mo- 
strarsi perfetta,  trova  che  il  Congresso 
fu  «  un  de  ces  spectacles  rares  en 
notre  siede  pratique,  où  reparait  le 
vieux  fonds  d'enthousiasme  pour  les 
grands  principes  et  les  grands  senti- 
ments,  de  confiance  naive  en  l'Idée, 
que  l'humanité,  heureusement,  n'a 
pas  perdu  ;  et  si  la  fagon  dont  il  se 
manifeste  parfois  donne  la  tentation 
de  sourire,  on  a  tort,    grand  tort  ». 

Egli  trova  che  la  consacrazione 
ufficiale  era  forse  superflua:  dalle 
persone  ufficiali  non  si  potevano  in 
questo  caso  attendere  che  frasi  so- 
nore: idealismo,  fede,  grandezza  ro- 
mana, ecc.  Trova  che  il  latino  è 
inoffensivo  quando  si  sbizzarrisce  nei 
meuus,  e  scrive  lumbos  z'itulinos  cuni 
pisis  nostratibus  (vitello  con  piselli)  o 
asparagos  burro  madidos,  ma  che  de- 
nominar gli  automobili  currus  in- 
terna vi  actos  è  piuttosto  curioso,  e 
offensivo  per  alcuni  chiamar  lo  scio- 
pero opificum  desertio.  In  tal  modo  si 
dimostra  quello  che  il  Congresso  non 
voleva  dimostrare,  cioè  che  il  latino 
non  serve  affatto  come  lingua  inter- 
nazionale moderna.  Un'  altra  cosa 
che  parve  allo  scrittore  poco  latina 
è  l'applauso  all'abate  di  Grottafer- 
rata  che  sermocinava  gli  scienziati 
imponendo  loro  «  certi  limiti,  al  di 
là  dei  quali,  ecc.  ecc.  ». 

Seguiamo  volentieri  il  Luchaire  nel 
tentativo  eh'  egli  fa  di  determinare 
l'idea  del  movimento  latino  promosso 
dal  prof.  De  Gubernatis.  «  Si  parlò 
molto  di  Roma,  faro  del  mondo,  d'in- 
tellettualità greco-latina,  e  anche  di 
pace  e  d'amor  fraterno.  Era,  presso 
certuni,  l'espressione  d'un  istinto  sin- 
cero e  giusto.  Ma  bisogna  sapere  che 
cosa  significhino  quelle  parole  e  dove 

Voi.  evi,  Serie  FV  -  1»  luglio  1903. 


146 


TRA    LIBRI   E   RIVISTE 


ci  conducano.  Se  c'è  un'idea  latina 
-  o,  più  esattamente,  neo-latina  (ed 
io  penso  che  c'è,  che  dev'esserci,  e 
che  è  necessaria  al  progresso  umano) , 
quest'idea  è  duplice:  è,  da  una  parte, 
quando  si  parla  d'educazione  clas- 
sica, l'idea  dell'Arte,  e  quando  si 
parla  di  pace,  l'idea  del  Diritto.  Non 
c'è  al  certo  nei  dominio  delle  idee 
alcuna  proprietà  esclusiva  ;  nondi- 
meno mi  sembra  che  il  mondo  latino 
può  rivendicare  quelle  due,  come  suo 
contributo  al  patrimonio  comune  del- 
l'umanità; idee  il  cui  sviluppo  ci  è 
particolarmente  confidato,  parallela- 
mente e  d'accordo  coli' idea  scienti- 
fica e  l'idea  economica,  le  due  altre 
grandi  forze  d'oggi  ». 

La  parola  felice  fu  trovata  dal  mi- 
nistro Nasi  :  «  un  nuovo  umanesimo  : 
l'umanesimo  sociale  »,  che  significa, 
secondo  il  Luchaire  :  -  Non  siate 
classici  stret.i,  ciechi,  reazionarii  ; 
non  affettate  disdegno  per  la  scienza 
moderna;  non  pigliate  un'attitudine 
d'esteti,  d'aristocratici.  Il  vecchio 
classicismo  è  finito,  sterile,  ridicolo. 
Se  volete  essere  qualcosa,  siate  i  pro- 
motori d'un  nuovo  umanesimo;  -  adat- 
tamento dell'antico  ai  bisogni  della 
vita  moderna,  bisogni  intellettuali, 
politici,  economici,  sociali.  La  qua- 
lità dominante  dell'intelligenza  della 
nostra  razza  è  il  buon  senso,  la  lo- 
gica, la  chiarezza;  il  classicismo, 
l'umanesimo,  furono  nel  primo  e  nel 
sesto  secolo  due  momenti  maravì- 
gliosi,  in  cui  la  nostra  razza  è  stata 
la  coscienza  profonda  e  chiara  del- 
l'umanità d'allora.  Siamo,  noi  latini 
d'oggi,  se  possiamo,  la  coscienza 
profonda  e  chiara  dell'umanità  pre- 
sente. Per  ciò  non  respingiamo  nulla, 
non  detestiamo  nulla,  nulla  di  ciò  che 
è  essenziale  e  vero  ;  comprendiamo 
tutto ,  coordiniamo  tutto,  siamo  im- 
parziali ed  armoniosi.  Cos'i  potremo 
conservare  e  far  trionfare  il  nostro 
retaggio:  il  senso  della  Bellezza  e  il 
.senso  della  Giustizia. 


Un  Dante  barbuto. 

Il  signor  Walter  Littlefield  parla 
nel  Critic  della  dibattuta  questione 
del  ritratto  di  Dante  scoperto  da  Ales- 
sandro Chiappelli  nella  Cappella  de- 
gli Strozzi  a  Firenze  (Vedi  Nuova  An- 


tologia, 16  aprile)  premettendo  che  ui 
ritratto  dal  vero  del  sommo  poeta  non 
fu  trovato  ancora,  e  che  tutti  i  ritratti 
noti  finora  sono  di  maniera,  poiché 
differiscono  dalle  indicazioni  che  ne 
abbiamo  nelle  opere  del  poeta  stesso  \ 
e  nella  l'ita  del  Boccaccio.  Già  Ro- 
mualdo Fantini  n^tWii  Nazione  (28  gen- 
naio) asseriva  che  il  ritrovamento  del 
Chiappelli  non  apporta  nessuna  riso- 
luzione nuova.  Il  Dante  tradizionale  è 
ben  noto,  una  faccia  sbarbata,  i  cui 
tratti  son  tutti  tirati  verso  il  mento, 
faccia  che  fu  deformata  sin  quasi  a  ri- 
durla una  maschera  di  vecchia  zitella 
astiosa.  Si  dovrebbe  ora  cercare  una 
immagine  che  possa  accordarsi  con 
l'affermazione  boccaccesca  di  un  Dante 
barbuto  e  coi  parecchi  passi  del  Poeta, 
dove  realmente  o  metaforicamente  par 
che  accenni  alla  sua  barba. 

Analogamente  conclude  il  Little- 
field. Egli  riporta  i  versi  del  Purga- 
torio,  XXXI: 

...  ed  ella  disse  :  «  Quando 
Per  udir  se'  dolente,  alza  la  barba, 
E  prenderai  più  doglia  riguardando  » , 

in  cui  Beatrice  accenna  alla  sua  barba 
perchè  ella  desidera  ricordargli  la 
sua  età  adulta. 

«  Io  non  dubito  menomamente  che 
Dante  portasse  la  barba  durante  il 
suo  esilio  e  fino  alla  morte.  Per  con- 
seguenza queste  effigie  che  lo  rap- 
presentano quale  autore  della  Divina 
Commedia  errano  tutte.  È  naturale  che 
gli  studenti  di  Firenze,  che  leggevano 
la  { 'ita  del  Boccaccio  o  ascoltavano 
le  sue  letture,  prendessero  il  ritratto 
della  cappella  del  Podestà  per  quello 
che  esso  raffigurava  -  il  Dante  che 
tutta  Firenze  avea  conosciuto  quale 
amico  di  Guido  Cavalcanti  e  di  Giotto, 
quale  era  il  giovanissimo  autore  della 
Vita  Nova.  Tutti  gli  artisti  posteriori 
ricevettero  la  loro  ispirazione  da  quel 
ritratto,  mutando  le  fattezze,  alteran- 
done l'abito  sì  da  conformarlo  alla 
loro  idea  d'un  Dante  d'età  matura. 

«  Le  ricerche  intorno  all'errante  Ali- 
ghieri del  divino  Poema  non  devono 
prefiggersi  un'  immagine  idealizzata 
del  ritratto  del  Bargello.  Forse  esso 
esiste  negli  affreschi  di  Verona  o  delle 
vicine  città,  Mantova,  Padova,  Ve- 
nezia. Un  giorno  può  venir  scoperto 
sotto  uno  strato  di  calce  o  traverso- 
il  rifacimento  di  qualche   artista  del. 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


147 


(.'in 


.  inquecento.  Ma  l'ispirazione  alla  sco- 
jierta  dev'essere  l'immagine  di  un 
I  )ante   barbuto  ». 


Lo  spirito  scientifico 
di  fronte    all'attuale    letteratura. 

Nel  1901,  in  occasione  del  suo  giu- 
iiileo,  lo  scienziato  Berthelot  pronun- 
(  io  questa  frase;  «  La  science  est 
aujourd'hui  en  mesure  de  revendi- 
juer  la  direction  morale  et  matérielle 
i1l-s  sociétés».  Camille  Mauclair,  ri- 
cordando la  profonda  sensazione  che 
tale  frase  produsse,  ha  voluto  nella 
A'ez'ue  del  15  giugno  commentare  la 
sentenza  che  esprimeva  una  vera  fede, 
comune  a  tutti  i  devoti  dell'  ideale 
scientifico. 

Che  la  scienza  -  egli  scrive  - 
possa  rivendicare  la  direzione  mate- 
riale delle  società,  è  stato  general- 
mente ammesso,  poiché  assai  pochi 
sono  in  grado  di  valutare  lo  sforzo 
scientifico  moderno  e  questa  ignoranza 
della  scienza  non  permette  loro  di 
scorgerne  che  i  risultati  tangibili.  La 
evidenza  delle  applicazioni  li  conqui- 
sta. Alla  folla  il  sapiente  odierno,  in- 
ventore del  telefono,  del  fonografo, 
dell'acetilene  o  dei  raggi  X  sembra 
un  mago  moderno.  I  risultati  pratici 
delia  scienza  danno  agli  spiriti  co- 
muni una  visione  d'un  futuro  mondo 
meccanico  veramente  lusinghiera. 

Ma  altri  spiriti  -  continua  il  Mau- 
clair -  senza  misconoscere  i  benefici 
materiali  della  .scienza,  erano  risoluti 
a  sostenere  anzitutto  che  non  vi  è 
«  !a  Scienza  »  ma  semplicemente  «  le 
scienze  »  e  che  questa  distinzione  è 
grave  di  conseguenze  ;  e  in  seguito, 
che  le  scienze  non  possono  preten- 
dere a  una  direzione  morale  delle  so- 
cietà se  non  per  mezzi  molto  indi- 
retti. Per  esempio,  1'  introduzione 
progressiva  dei  dati  scientifici  nel  do- 
minio industriale  può,  modificando  le 
condizioni  della  produzione  e  delle 
tariffe,  generalizzando  l'igiene,  e  via 
via,  aver  un'influenza  sociologica... 

Per  una  .strana  inversione,  gl'in- 
tellettuali ,  che  consideravano  un  tempo 
la  scienza  come  una  sorella  della  fi- 
losofia, cominciarono  a  detestarla  per 
ragioni  opposte  a  quelle  che  le  ave- 
vano acquistata  la  simpatia  confidente 
della  folla.  Gli  intellettuali  le  rimpro- 


verarono di  allontanarsi  dai  problemi 
ideologici,  di  tornare  alla  specializ- 
zazione, di  dedicarsi  all'analisi,  anziché 
alle  idee  generali  :  e  per  conto  pro- 
prio continuarono  ad  architettare  dei 
sistemi  a  pi'iori,  a  dibattersi  nelle  ca- 
tegorie kantiane  e  neo-kantiane,  a  fare 
delle  bizzarre  variazioni  su  l'idealismo 
di  Cousin  o  di  Jouffroy,  a  trasformare 
l'idea  cristiana  o  a  risalire  all'elleni- 
smo, a  deformar  Schopenhauer,  ad 
amalgamar  la  metafisica  e  la  morale, 
a  conciliare  il  razionalismo  e  l'ani- 
mismo, infine  a  confonder  passioni, 
ragioni,  istinti,  ciascuno  secondo  il 
suo  gusto  personale,  e  a  costruire  ad 
ogni  momento  delle  sintesi  ipotetiche 
e  leggermente  declamatorie. 


Pertanto  essi  furon  inesorabilmente 
ricondotti  al  lor  punto  di  partenza, 
davanti  agli  stessi  problemi  originari 
della  causalità  e  della  finalità.  Avvenne 
allora  che  certuni,  stanchi  di  questi 
vani  discorsi,  si  voltarono  verso  la 
scienza  e  si  chiesero  se  essa  non  avesse 
trovato  nella  sua  marcia  lenta  e  poco 
brillante  qualche  punto  positivo.  Vi 
furono  due  ravvicinamenti  alquanto 
dannosi. 

Il  primo  si  fece  colla  divulgazione 
delle  idee  darwiniane,  che,  commen- 
tate a  torto  e  a  traverso  da  letterati 
e  moralisti  da  salotto,  e  considerate 
come  la  glorificazione  dell'ateismo  e 
la  consacrazione  del  Io  striigglefor  life, 
esercitarono  un'indignazione  fittizia  e 
senza  causa  :  invano  sopravvennero 
gli  sforzi  di  Taine  per  restituire  al 
determinismo  il  suo  vero  senso. 

Il  secondo  ravvicinamento  si  pro- 
dusse coli 'intervento  del  romanzo  na- 
turalista e  sociale  che  s'appoggiava 
su  Comte  e  su  Taine  e  lanciava  nella 
letteratura  la  pesante  teoria  dell'ere- 
tlità  coll'insufficienza  intellettuale  che 
sappiamo.  Gli  spiriti  liberi  reagirono 
questa  volta  più  vivamente,  trovando 
che  quel  commento  al  determinismo 
e  al  positivismo  era  veramente  troppo 
mediocre  e  che  si  trattava  in  fondo 
di  sostituzione  di  feticci,  non  di  pro- 
gresso. 

Fu  a  questo  punto  che  si  presentò 
il  romanzo  psicologico,  con  la  pretesa 
di  raccogliere  le  due  eredità  e  di  svi- 
luppare una  concezione  morale,  te- 
nendo conto  delle  osser\'azioni  deter- 


14S 

ministe.  «  Il  faut  dire  à  sa  louange 
que  c'était  une  tentative  du  moins  très 
supérieure  aux  monotones  cas  dt  con- 
science  du  déisme  de  Sorbonne  et  aux 
non  moins  monotones  documentaiions 
du  naturalisme.  Mais  si  l'une  et  l'au- 
tre  parlaient  des  jargons,  l'un  nébu- 
leux  et  l'autre  chiffré,  le  roman  psy- 
cologique  ne  manqua  pas  d'en  parler 
un  troisième  ;  et  avec  les  poupées  du 
sentimentalisme  et  les  mécaniques  du 
naturalisme,  il  inventa  la  poupée  mé- 
canique  perfectionnée,  à  la  fois  auto- 
matique  et  déclamatoire,  dont  les 
actes  piètres  furent  commentés  sen- 
tencieusement  ». 

Ma  anche  questo  romanzo  psicolo- 
gico non  resistette  all'orgoglio  di  voler 
introdurre  nella  letteratura  un  ele- 
mento di  certezza,  e  si  credette  ab- 
bastanza forte  da  risolvere  i  vecchi 
problemi,  smontare  il  meccanismo 
dell'anima,  soddisfar  ognuno  salva- 
guardando l'idealismo  convenzionale 
e  la  morale  rivelata,  evitando  insieme 
le  obbiezioni  rivolte  al  vecchio  sen- 
timentalismo dai  deterministi.  Ciò  fece 
dapprima  sensazione:  disgraziatamen- 
te, la  psicofisiologia  era  lungi  dal 
dichiararsi  cosi  avanzata  come  i  suoi 
commentatori  letterari.  «  Il  faut  sou- 
vent  se  résigner  à  sembler  apprendre 
d'autrui  ce  que  l'on  s'est  chargé  de 
lui  enseìgner,  et  d'e.xcellents  disciples 
de  Claude  Bernard  durent  passer  des 
heures  de  surprise  profonde  en  lisant 
les  ronians  de  M.   Bourget  ». 


Il  romanzo  psicologico,  afferma  il 
Mauclair,  annoiò  tutti  e  dovette  con- 
fessare la  sua  impotenza.  Allora  ognu- 
no andò  per  la  sua  strada:  chi  ritornò 
elegantemente  al  «  Que  sais-je  ?  »  ; 
chi  domandò  dell'energia  alla  tomba 
di  Napoleone  e  dei  consigli  al  culto 
dei  morti  ;  altri  semplicemente  torna- 
rono al  cattolicismo  e  al  nazionalismo. 
Ma  tutti  vollero  far  ricadere  sulla 
scienza,  che  non  s'era  mai  curata  di 
loro,  la  responsabilità  del  proprio 
scacco  :  e  Brunetière  gridò  al  falli- 
mento della  scienza  che  non  sapeva 
«  consolare  !  » 

Gli  scienziati  lasciarono  vaticinare 
il  Brunetière,  e  lavorarono.  Ora  sol- 
tanto è  venuta  l'altera  risposta  del 
Berthelot,  a  significare  che,  dopo  il 
periodo  delle  dissociazioni,  la  scienza 


TR.\    LIBRI    E    RIVISTE 


Sta  per  tentare  la  riunione  dei  due 
principii,  analisi  e  sintesi:  colui  che 
ha  creato  la  chimica  organica  rimon- 
tando alla  sintesi  dopo  esser  disceso 
al  fondo  dell'analisi,  aveva  l'autorità 
necessaria  per  presagire  tale  opera- 
zione dell'attuale  spirito  scientifico. 

Berthelot  non  ha  parlato  di  meta- 
fisica, più  riservato  ancora  di  Pasteur 
e  di  Claude  Bernard  :  si  è  tenuto 
apparentemente  alla  chimica,  vale  a 
dire  più  lungi  che  i  fisiologi  dalle 
questioni  morali  :  ma  sottintendeva 
tuttavia  alcune  considerazioni  essen- 
ziali, prima  fra  le  quali  quella  della 
modificazione  profonda  della  scienza 
contemporanea.  La  discendenza  degli 
scienziati  ideologici  non  ha  infatti 
cessato  di  stabilirsi,  dalle  teorie  di- 
namogeniche di  Faraday  fino  alle  idee 
pastoriane,  ai  principi  vitalisti  di  Ber- 
nard, alle  sintesi  organiche  di  Ber- 
thelot. «  La  scienza  ha  delle  risposte 
d'una  tacita  ironia:  mentre  si  incri- 
mina il  materialismo  e  la  matìcanza 
d'ideale  della  medicina,  ecco  ch'essa 
ci  fa  conoscere  che  le  condizioni  della 
materia  si  trasformano  :  la  vile  materia 
diviene,  per  le  successive  scoperte  di 
Chevreul,  di  Hertz,  di  Roentgen,  as- 
solutamente dissimile  da  ciò  che  si 
credeva.  L'interpenetrazione,  la  po- 
larità, la  dissimetria  molecolare,  le 
identità  delle  onde  luminose  e  sonore, 
la  percezione  transustanziale  dei  rag- 
gi X,  distruggendo  tutte  le  nozioni 
sull'agglomerazione  dell'opacità,  ecco 
altrettanti  principi  che  giungono  a 
convertir  questa  famosa  materia  in 
un  elemento  quasi  metafisico,  in  un 
tessuto  magnetico  continuo.  Che  di- 
ventano quindi  le  vecchie  teorie  della 
conoscenza  e  le  arguzie  separanti  il 
ponderabile  e  l'imponderabile?» 

«  E  chi  non  vede  -  prosegue  acu- 
tamente Carni  Ile  Mauclair  -  che  lo 
studio  della  materia  cosi  compreso 
porta  immense  conseguenze  nel  do- 
minio metafisico  ?  Noi  arriviamo  di- 
rettamente alla  famosa  questione  del 
mistero,  pretesto  e  postulato  di  tutte 
le  morali  di  rivelazione,  e  chia- 
ramente scorgiamo  che  la  scienza, 
come  la  concepivano  gli  antichi  al- 
chimisti metafisici,  non  è  soltanto  la 
riunione  delle  scienze,  è  anzitutto  la 
loro  riunione  ad  un  egual  grado  di 
sviluppo,  è,  insomma,  la  metafisica 
realizzata,  la  riduzione  all'unità    del 


TRA   LIBRI    E   RIVISTE 


U9 


fisico  e  del  morale.  Ora,  i  gradi  di 
sviluppo  non  sono  ancora  uguali,  e 
succede,  per  esempio,  che  la  chimica 
sintetica  secondo  Pasteur  e  Berthelot 
è  ben  più  sciolta  dall'antica  conce- 
zióne della  materia,  ben  più  ideolo- 
gica che  la  medicina,  oggi.  In  quanto 
al  mistero  la  scienza  non  è  abba- 
stanza ristretta  per  scrutarlo  come  una 
specie  di  corpo  semplice  irreduttibile 
di  cui  una  sintesi  tenace  avrà  un 
giorno  ragione  :  la  scienza  concepisce 
che  il  mistero  è,  comunque  lo  si 
chiami.  Movimento,  Porza,  Dio,  ecc., 
un  principio  auto-complesso,  che  in- 
dietreggerà e  si  moltiplicherà  quanto 
più  si  progredirà.  Il  mistero  inlatti 
non  è  una  nozione  fissa,  ma  si  accre- 
sce in  ragione  diretta  delle  scoperte  : 
l'ignoranza  primitiva,  facilitando  le 
teologie,  aveva  ridotto  l'immensa  som- 
ma dei  fenomeni  incomprensibili  a 
una  concezione  unitaria  della  loro 
causa,  e  più  l'umanità  ha  appreso, 
più  essa  ha  dovuto  decomporre  que- 
sto viistero  globale  in  un'infinità  di 
misteri  parzialmente  riduttibili  ». 
« 
*  * 

Si  può  dunque  prevedere  che  tutte 
le  nostre  cognizioni,  modificate,  por- 
ranno l'etica  su  basi  assolutamente 
nuove.  Il  Mauclair  asserisce  che  la 
scienza  attuale,  modificando  esperi- 
mentalmente la  composizione  del  mi- 
stero, non  disturba  le  manifestazioni 
teologiche  e  metafisiche.  Tolstoi,  cri- 
stiano, Nietzsche,  ateo,  rispondono 
esattamente  come  Pasteur  e  Berthe- 
lot, e  come  Guyau  (morale  senza  ob- 
blighi ne  sanzioni;  trasmutazione  di 
tutti  i  valori  ;  la  salute  è  in  voi,  al- 
trettante varianti  della  stes.sa  convin- 
zione) che  la  conoscenza,  la  com- 
prensione e  il  possesso  di  sé  mede- 
simi sono  le  sole  forme    di    felicità. 

Dobbiamo  ora  ritenere  che  il  com- 
pito del  romanziere  e  del  critico  non 
sarà  più  che  quello  d'un  inutile  com- 
mentatore dei  principi  scientifici  o 
d'un  vano  protestante  aggrappato  al- 
l'antica teologia  ? 

Il  Mauclair  dice  d'esser  stato  lui 
stesso,  e  d'esser  ancora,  troppo  appas- 
sionato di  metafisica,  troppo  critico, 
troppo  sentimentale  e  troppo  con- 
vinto della  coltura  delle  idee  per  ac- 
cettare allegramente  la  capitolazione 
della  letteratura  davanti  alla  scienza 
e  la  traslazione  dei  suoi  privilegi  d'in- 


segnamento morale  a  questa  grande 
sopravvenuta.  «  Ma  io  credo  ferma- 
mente che  resta  agli  scrittori  un  com- 
pito splendido,  quello  di  vivificare  e 
di  trasportare  nel  dominio  espressivo 
i  nuovi  dati  del  simbolismo  scienti- 
fico, cosa  che  la  scienza  non  ha  a 
fare  e  non  può  fare  ». 

Egli  accenna  ai  romanzi  di  Wells, 
osservando  che  questo  caso  d'applica- 
zione del  merveilleux  scientifique  non 
è  ciò  che  occorre,  perchè  la  vena 
ben  presto  si  esaurirebbe.  Ricorda 
che  i  grandi  spiritualisti  Poe  e  \'il- 
liers  de  l'Isle  Adam  non  sprezzarono 
la  scienza,  e  dichiara  che  i  romanzi 
dei  Rosny  segnano,  a  confronto  di 
quelli  di  Zola,  un  immenso  progresso 
nella  nuova  direzione. 

«  V,' emozione  del  pensiero  finirà  per 
prender  il  suo  posto.  È  ad  un'epoca 
in  cui  la  musica  si  arroga  di  più  in 
più  il  dominio  dell'espressione  meta-- 
fisica  e  sentimentale,  con  mezzi  co- 
lossali e  una  potenza  d'universalità 
innegabile,  che  la  letteratura  s'osti- 
nerà a  non  tener  conto  della  sua  ap- 
parizione né  della  conversione  della 
scienza  verso  la  sintesi,  e  crederà 
aver  fatto  tutto,  rifugiandosi  nella 
negazione  ?  E  se  la  scienza  prende  il 
posto  della  Rivelazione,  penserà  essa 
a  negare  l'evidenza  e  a  dichiarare 
pessimisticamente  che  nulla  non  mo- 
difica nulla  ? 

«  La  letteratura  s'è  comportata  pue- 
rilmente di  fronte  alla  scienza  e  se 
questa  mostra  for.se  dell'audacia  recla- 
mando la  direzione  sociale  con  un 
segreto  disprezzo  per  la  rumorosa 
agitazione  dei  romanzieri  psicologi, 
essa  ne  ha  almeno,  all'ora  attuale, 
assai  più  diritto  che  non  la  lettera- 
tura, e  noi  non  possiamo  esser  soli- 
dali con  M.  Brunetière  e  ostinarci 
nella  reazione  per  il  semplice  ])iacere 
di  maltrattare  la  scienza.  Noi  vediamo 
d'altronde  ciò  che  sociologicamente 
danno  queste  idee:  sarebbe  veramente 
una  calamità  esser  riportati  a  un  tal 
ideale.  Non  parliamo  neppure  di  quello 
della  benne  soujfrance,  che  non  merita 
discussione.  Nell'ostinata  ricerca  del 
progresso,  in  questa  lotta  per  l'ege- 
monia della  direzione  morale,  la  let- 
teratura ha  esaurito  tutti  i  sistemi, 
ed  essa  è  impotente,  al  momento  in 
cui  la  scienza  propone  le  sue  lente 
constatazioni  ». 


150 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


Cam  il  le  Mauclair  termina  il  suo 
acuto  scritto  con  alcune  succinte  osser- 
vazioni sul  deplorevole  disordine  che 
imperversa  nel  mondo  dei  letterati, 
di  fronte  a  cui  la  vita  degli  scienziati 
«  apparait  unitaire,  digne,  grave  ».  Ma 
egli  non  proclamerà  a  sua  volta  il 
fallimento  della  letteratura.  «  Il  ne 
s'agit  plus  d'un  antagonisme,  niai.s 
d'un  accord  ». 

Dobbiamo  considerar  come  amica 
la  scienza  clie  diminuisce  la  soffe- 
renza sociale;  come  una  naturale  al- 
leata della  letteratura  di  cui  es.sa  rin- 
nova la  sostanza.  Trattandosi  d'una 
letteratura  che  non  si  serve  del  ro- 
manzo che  per  enunciare  delle  idee 
filosofiche,  psicologiche  o  sociali,  sa- 
remmo insensati  miscono.';cendo  la 
immensa  efficacia  del  concorso  della 
scienza,  e  non  andando  ad  essa  fran- 
camente «  dans  notre  amour  de  la 
connaissance  unitaire  et  antithéolo- 
gique,  de  catte  connaissance  conci- 
liant  l'esthétique,  la  métaphysique  et 
la  morale,  qui  est  le  corps  simple 
visé  par  l'universelle  analyse  des  In- 
tel lectuels  ». 


Studi  italiani  in  PVancia. 

Abbiamo  sott'occhio  il  XXI  Bol- 
lettino della  Socicté  d'Etudes  Italien- 
nes,  che  i  nostri  lettori  ben  conoscono, 
fondata  sotto  la  presidenza  di  Jules 
Simon  or  sono  dieci  anni,  e  di  cui 
attualmente  è  l'anima  il  prof.  Carlo 
Dejob,  benemerito  dell'Italia. 

La  Società  e'  informa  che  il  Mini- 
stero dell'  istruzione  pubblica  fran- 
cese ha  in  quest'anno  preso  una  no- 
tevole decisione  a  favore  degli  studi 
italiani.  Ha  creato  degli  ispettori  per 
l'insegnamento  della  lingua  nelle  va- 
rie Università,  Licei,  Collegi  ove  esso 
è  impartito;  Mr.  Carlo  Dejob  fu  de- 
legato a  visitare  i  professori  delle 
Facoltà  di  Chambérj',  Grenoble  ed 
Aix  :  egli  non  ha  potuto  naturalmente 
anticipare  per  il  Bollettino  le  in- 
formazioni che  risulteranno  dal  rap- 
porto al  Ministero;  solo  egli  assicura 
che  l'impressione  ricevuta  è  stata 
eccellente,  che  in  tutti  gli  istituti  vi- 
sitati r  italiano  è  compreso  corrente- 
mente, all'audizione  oltreché  alla  let- 
tura, dalla  maggior  parte  degli  allievi, 
e  parlato  da  molti  di    essi.    La  cifra 


degli  studenti  aumenta  ovunque:  al 
collegio  d'Embrun,  per  esempio,  è 
passata  da  io  a  80  ;  a  Bastia  è  oc- 
corso istituire  una  seconda  cattedra  ; 
i  rettori  di  Chambéry  e  di  Grenoble, 
si  preparano  ad  estendere  lo  studio 
dell'  italiano  alle  scuole  secondarie 
femminili. 

Il  Bollettino  contiene  altre  notizie 
confortanti.  Borse  di  studio  per  l'Ita- 
lia sono  state  accordate  in  quest'anno 
dal  Ministero  e  elargite  da  privati  be- 
nemeriti :  carovane  di  studenti  si  sono 
formate  volontariamente  per  visitare 
il   nostro  paese. 

La  biblioteca  della  Società  si  ar- 
ricchisce sempre  più,  grazie  a  molti 
donatori.  Le  adesioni,  che,  come  i 
lettori  rammenteranno,  non  implicano 
alcuna  quota,  ammontano  già  a  1213. 

Zette. 

Paul  e  Victor  .Margueritte  ci  ave- 
vano date  anni  fa  le  «  ave.itures 
d'un  petit  gar^on  ».  Ecco  che  al 
simpatico  Poiim  fa  ora  seguito  questa 
deliziosa  Zetle,  «  histoire  d'une  petite 
fiUe  ». 

Zette  alla  prima  pagina  del  libro  è 
«  quelque  chose  de  rouge  et  d'af- 
freu.x,  une  argile  encore  informe  où 
le  Potier  divin  s'est  amusé  à  ter- 
niiner  des  détaìls  et  a.  par  e.xemple, 
ciselé  les  ongles  minuscules  et  piante 
sur  la  tète  de.=;  cheveu.x  de  soie  im- 
pondérable,  un  duvet  de  lumière 
blonde  ».  Nata  da  una  setcimana,  essa 
ignora  il -riso,  il  pensiero,  l'amore. 
«  Elle  n'est  qu'une  bouche,  un  su- 
(joir  ». 

Ma  via  via  negli  occhi  da  cieca 
della  creaturina,  occhi  «  qui  ressem- 
blaient  à  un  bUiet  dans  du  lait  », 
un'alba  si  leva.  Zette  allarga  il  cir- 
colo delle  sue  sensazioni,  impara  a 
distinguere  la  nutrice,  poi  a  sorri- 
dere, poi  mette  il  primo  dente,  poi 
muove  i  primi  passi...  In  otto  pagi- 
nette  la  divina  metamorfosi  è  nar- 
rata con  una  semplicità  e  un'evidenza 
incantevoli  e  sorprendenti.  E  cos'i  per 
tutto  il  volume  i  due  illustri  scrittori 
francesi  seguono  nella  descrizione 
difiìcilissima  dell'infanzia  un  metodo 
personale  e  ardito  che  non  sapremmo 
come  definire,  che  non  è  del  puro 
impressionismo    e    tanto    meno    del 


TRA    LIBRI    E   RIVISTE 


151 


naturalismo  obbiettivo,  ma  una  fe- 
lice fusione  di  intuitivismo,  come  di- 
rebbe Edoardo  Rod,  e  di  ciò  che  i 
due  primi  sistemi  hanno  di  più  spon- 
taneo, di  più  l'h'o,  di  più  geniale. 
Bisogna  leggere  il  capitolo  Les  Mou- 
ches  per  vedere  quali  risultati  di  co- 
micità finissima  e  insieme  di  ine- 
sprimibile commozione  i  Margueritte 
ottengano  descrivendo  le  piccole  osti- 
nate riflessioni  della  mente  infantile 
e  la  strana  logicità  delle  sue  asso- 
ciazioni d'idee.  Anche  il  capitolo 
Les  mots  è  pieno  di  preziose  rivela- 
zioni sul  mondo  intellettivo  che  i 
fanciulli  tengono  racchiuso  in  sé  ; 
gli  autori  non  possono  che  averle 
tratte  dalle  memorie  della  propria 
infanzia;  poiché,  essi  stessi  lo  dicono, 
«  giammai  i  fanciulli  svelano  il  se- 
greto, per  essi  stessi  confuso,  delle 
loro  divagazioni  assurde  e  del  mondo 
d'idee  fantastiche  in  cui  si  compiac- 
ciono ».  Assai  più  facile  è  strappare 
ai  cari  fiori  della  nostra  vita  le  loro 
impressioni  sentimentali,  le  commo- 
zioni profonde  della  !or  giovane  psi- 
che :  un  bimbo  che  softVe  pel  dolore 
di  chi  lo  circonda  o  per  mancanza 
d'amore,  non  sfugge  all'analisi  ap- 
passionata di  chi  vuol  sanare  quella 
sofferenza.  Un  bimbo  che  ha  sof- 
ferto, che  ha  sentito  dai  primi  suoi 
giorni  un'atmosfera  di  lagrime  in- 
torno, non  osserva  superficialmente 
la  morte,  ad  esempio,  come  avviene 
ai  fanciulli  felici,  come  avviene  a 
questa  piccola  Zette  fortunata  che  non 
ha  fino  ai  quindici  anni  nessuna  pena 
fuorché  quella  di  rompere  una  bambo- 
la, di  perdere  un  cagnolino,  di  sorpren- 
der i  cenci  dei  pagliaccetti  visti  una 
sera  a  teatro  come  in  sogno,  di  sen- 
tirsi inferiore  moralmente,  qualche 
istante,  al  suo  buon  amico  Poum... 
I  Margueritte  hanno  voluto  mo- 
strarci come  nelle  condizioni  più  se- 
rene di  vita  la  bimba  si  avvii  a  di- 
ventar donna,  come  in  essa  si  accu- 
mulino quasi  inavvertitamente  le  im- 
pressioni varie  che  domani  col  ricordo 
l'aiuteranno  ad  affrontar  le  realtà  im- 
mediate, la  lotta,  il  male,  il  mistero. 
Essi  non  sono  degli  educatori,  non 
sono  dei  filosofi  dall'anima  pedago- 
gica; il  loro  senso  d'umanità  pro- 
fondo, ben  noto  a  chi  ha  letto  Femmcs 
iwiivelles  e  Les  deux  vies,  si  trova, 
dinanzi    al    problema    dell'anima  in- 


fantile, naturalmente  portato  ad  un 
ottimismo  sorridente,  che  taluno  po- 
trebbe dire  superficiale,  ma  che  in- 
vece deriva  direttamente  dalla  loro 
balda  e  indomabile  fede  nella  vita, 
vita  d'amore  e  di  ascensione  per  gli 
uomini  e  per  le  donne  tutte,  per  gli 
esseri  umili  come  pei  grandi.  La  loro 
personalità  intellettuale  armonizza 
quindi  con  quella  artistica,  e  questo 
breve  volume  dal  freschissimo  fa- 
scino, che  tante  mammine  e  tante  fan- 
ciulle leggeranno  ridendo  e  piangendo 
insieme,  è  degno  in  tutto  dei  simpa- 
tici scrittori  e  arditi  pensatori  che 
sono  i   Margueritte. 

A  Campfer  nell' Engadina. 

Le  incertezze  della  stagione  prima- 
verile sono  scomparse  e  l'estate  caldo, 
afoso  si  avanza. 

Il  ristoro  dell'aria  fresca  e  pura 
dei  monti  comincia  a  sorridere  alle 
menti  affaticate  ed  ai  corpi  stancffi. 
Ho  conosciuto  tardi  i  piaceri  della 
montagna  e  ne  ho  sentito  d'un  tratto  il 
fascino  soavemente  intimo. 

Non  le  parlo,  gentile  lettrice,  delle 
ascensioni  alpine,  che,  tranne  per  lo 
scienziato,  non  arrivo  a  comprendere. 
Quante  inutili  ansie,  quante  fatiche 
sprecate  per  1' umanità,  quante  sven- 
ture, che  gettano  la  desolazione  nelle 
famiglie,  senza  scopo  alcuno  di  pro- 
gresso,  di  benessere  sociale! 

Ma  la  montagna,  dai  verdi  prati  vel- 
lutati, dagli  alti  pini,  dai  bianchi  stra- 
dali, dalle  acque  fresche  e  cristalline, 
rappresenta  in  estate  una  delle  mag- 
giori delizie  della  vita:  riposa  la  mente, 
esercita  il  corpo,  rinfranca  e  rinforza 
la  nostra  fragile  fibra.  L'n  amico  filo- 
sofo, cui  sorride  un'Italia  forte,  labo- 
riosa e  grande,  ripone  nel  clima  me- 
ridionale e  caldo  del  nostro  paese  una 
delle  maggiori  cause  della  debolezza 
della  fibra  nazionale  e  della  minore 
produttività.  Egli  sogna  ovunque  fer- 
rovie dentate,  funicolari  e  strade  bian- 
cheggianti a  zig-zag  che  ascendano 
alle  più  alte  cime,  per  temprarvi, 
in  estate,  una  parte  del  nostro  popolo  I 

Ben  venga  adunque  la  montagna, 
col  luglio  che  incalza!  Sono  le  no- 
stre Alpi  quelle  che  presentano  i  mi- 
gliori ritrovi,  che  oramai  sorgono 
numerosi  e  frequentati  sia  sul  ver- 
sante italiano,  sia  sopra  quello  estero. 


152 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


E  fra  le  regioni  alpine  che  hanno 
maggior  voga  v'ha  appunto  l'Enga- 
dina,  che  rappresenta  uno  degli  an- 
goli più  belli,  una  delle  più  interes- 
santi plaghe  alle  maggiori  altitudini 
abitate  dall'uomo. 

Le  vie  d'accesso  vi  sono  d'una 
comodità  indiscutibile.  Dal  Gottardo, 
e  dalla  Svizzera  sarà  presto  compiuta 
la  ferrovia  dell 'Albula,  che  da  Lucerna 
e  Zurigo  penetra  in  mezza  giornata 
nel  centro  dell'Engadina.  Dall'Italia 
vi  si  arriva  comodamente,  colla  fer- 
rovia della  Valtellina  -  da  Milano  a 
Chiavenna,  ora  a  trazione  elettrica  - 
e  poscia  con  sei  a  sette  ore  di  car- 
rozza, per  la  strada  ombrosa  di  \'al 
Bregaglia,  che  è  semplicemente  in- 
cantevole!  .Si  parte  il  mattino,  ad  ora 


.St.  Moritz,  ricca  di  grandiosi  hótels 
di  giardini,  di  pinete,  di  concerti  e 
balli,  di  luce  elettrica,  è  il  centro  del- 
l'Engadina: è  il  ritrovo  di  un  mondo 
elegante  iriternazionaie,  che  vi  au- 
menta ogni  anno.  Ma  d'intorno  alla 
bella  cittadina,  sorge  a  diverse  di- 
stanze, da  Samaden  a  Sils,  una  quan- 
tità di  villaggi  tranquilli,  di  queti 
ritrovi,  ove  pare  più  intimo  il  sorriso 
della  natura  e  il  silenzio  della  mon- 
tagna. 

Campfer,  sulla  grande  strada  che 
da  St.  Kloritz  conduce  all'Italia,  è  uno 
di  quegli  angoli  tranquilli,  accocco- 
lati fra  la  pineta,  la  prateria  e  il 
lago,  e  che  paiono  a  distanza  bianchi 
nidi  di  aquile.  E  il  villaggio  più  vi- 
cino a  .St.  Moritz,   a    cui    si    accede 


VTTÌ 


SftTì^i'^'^ii!'*^^ 


'JL-, 


comoda,  da  Milano  :  si  arriva  la  sera  in 
Engadina  a  1800  e  più  metri  e  si  va 
a  dormire  sotto  le  coltri  imbottite  ! 

L' Engadina  è  tutto  un  meraviglioso 
altipiano  ad  un'  altitudine  a  cui  è 
difficile  trovare  altrove  anche  solo  un 
piccolo  spazio.  Il  prato  verde  è  lam- 
bito dai  numerosi  laghi  azzurri  che 
occupano  in  molte  parti  il  basso  della 
valle;  agli  orli  comincia  la  pineta  folta, 
scura,  vasta  quanto  si  distende  l'oc- 
chio umano,  interminabile  :  dietro,  le 
cime  dei  monti  ora  ravvolte  nelle 
nubi,  ora  biancheggianti  di  neve  e 
rigidamente  disegnate  contro  l'az- 
zurro cri-stallino  del  cielo. 


con  una  deliziosa  passeggiata,  sia  per 
due  bianchi  stradali,  sia  per  il  sen- 
tiero boschivo,  che  attraversa  una 
piccola  altura  ombrosa.  In  mezzo  alla 
pineta,  nel  più  folto  del  silenzio  e 
sovra  il  cocuzzolo  della  piccola  altura 
che  domina  l'intera  valle,  si  asconde 
una  elegante  villa,  che  porta  un  nome 
caro  all'arte  ed  alla  società  romana, 
quello  dello  scultore  Story.  La  squisita 
ospitalità  della  illustre  famiglia  è  una 
delle  maggiori  attrattive  della  incan- 
tevole zona  che  si  stende  fra  St.  Mo- 
ritz e  Campfer. 

L'intero    paese  è  seminato    di    al- 
berghi, grandi  e  piccoli,  imponenti  e 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


modesti,  colle  loro  pensioni  a  giorni, 
1  settimane,  a  prezzo  fisso  e  con  quel- 
l'arte che  è  tutta  propria  della  Sviz- 
sera.  Ne  presento  uno^  il  Julier  Hof 
3  V  Hotel  Julier  di  Campfer,  che  si 
riannoda  al  ricordo  della  mia  prima 
ifisita  airEngadina.  È  una  di  quelle 


;ase  elegantemente  nitide  e  dotate  di 
ulte  le  comodità  che  rendono  così 
DÌacevole  il  soggiorno  estivo:  collocata 
il  crocicchio  delle  due  vie  che  giun- 
gono da  St.  Moritz,  è  il  centro  di  un 
massaggio  continuo  di  corriere  po- 
stali e  di  carrozze  signorili,  che  tem- 
jerano  la  mite  solitudine  del  luogo, 
;d  il  silenzio  della  verde  prateria  e 
Iella  pineta  folta  ed  ombrosa.  Ne  è 
)roprietario  il  signor  Miiller,  uno  di 
juegli  operosi  svizzeri,  delle  Alpi,  in 
;ui  la  fibra  tedesca  e  la  genialità  ita- 
iana  paiono  insieme   contemperarsi. 

La  corriera  postale,  con  i  posti- 
filoni,  i  cavalli  a  sonagli,  i  grandi 
nautici,  ed  i  copertoni  che  proteg- 
gono dai  rapidi  acquazzoni  della  mon- 
agna  è  una  delle  bellezze  e  delle 
ittrattive  dell'  Engadina,  che  ne  è 
ittraversata  in  tutti  i  sensi  Le  cor- 
iere  svizzere  sono  fra  le  più  celebri 
l'Europa  ed  è  svizzera,  con  il  suo 
lolore  giallo  spiccato,  la  diligenza 
:he  a  Chiavenna  riceve  i  viaggiatori 
li  Milano,  diretti  all'Engadina.  Vi  si 
rovano  pure  numerose  carrozze  pi  i- 
•ate  e  d'affitto.  Il  servizio  della  corriera 
)rincipale  è  eccellente  ;  ma  quello 
Ielle  carrozze  supplementari  presenta 
m"  anomalia  inconcepibile  in  un  or- 
linamento  cosi  perfetto  come  quello 
Ielle  Poste  svizzere.  Ad  ogni  sta- 
llone di  posta  -  circa  ogni  due  ore  - 
i  cambiano  non  solo  i  cavalli,  ma 
inche  le  carrozze  ed  i  viag^giatori 
levono  trasbordare  più  volte  al  giorno! 

Non  ho  mai  visto  nulla  di  più  pri- 
nordiale  in  un  servizio  di  Stato  e 
pero  che  vorranno  porvi  riparo  nella 
ìresente  stagione  le  Poste  svizzere, 
ìsse    accresceranno  le    attrattive    di 


lóa 

un  viaggio  in  corriera  nell'Engadina; 
una  delle  più  belle  delizie  che  la  vita 
estiva  possa  presentare. 

«  Il  Genio  »  di  Henry  Bérenger^ 

Recentemente  la  Revue  Bleue  pub- 
blicò nelle  sue  colonne  un  dramma 
di  un  giovane.  Henry  Bérenger,  che 
abbiamo  notato  come  una  cosa  molto 
originale  e  forte.  È  intitolato  Le  Genie, 
«  pièce  contemporaine»  in  tre  atti. 

Siamo  a  Parigi  nel  laboratorio  di 
un  grande  scienziato,  continuatore 
dell'opera  di  Claudio  Bernard,  di 
Pasteur,  di  Berthelot.  Laurière  -  cosi 
si  chiama  quest'uomo  di  genio  -  ha 
scoperto  un  veleno  formidabile  l'eu- 
ta.xine,  col  quale  pretende  di  poter 
guarire  l'epilessia  e  allontanare  la  pa- 
ralisi generale:  naturalmente  la  mag- 
gioranza dei  membri  dell'Istituto  lo 
osteggia,  e  parte  dell'opinione  pub- 
blica è  da  essi  agitata  contro  la  te- 
merità delle  esperienze  cui  Laurière 
si  abbandona.  Ma  lo  scienziato  non  si 
sgomenta;  attorniato  dai  suoi  allievi 
devoti,  appoggiato  dall'amore  di  sua 
figlia,  egli  avanza  diritto  al  suo  scopo, 
ch'è  quello  di  strappare  quanti  più 
segreti  gli  è  possibile  alla  natura,  per 
liberare  l'uomo  dalla  sofferenza.  Ap- 
punto, il  giorno  in  cui  una  Commis- 
sione dell'Istituto  deve  esaminare  gli 
ultimi  risultati  delle  sue  ricerche,  gli 
arriva  dalla  campagna  un  ragazzo 
epilettico  che  la  madre  è  risoluta  a 
sottomettere  a  qualunque  tentativo 
della  scienza  per  salvarlo.  E  l'espe- 
rienza agognata,  il  primo  essere  umano 
su  cui  Laurière  proverà  V eutaxine. 
Un  solo  momento  di  dubbio  nella  sua 
coscienza:  poi  egli  decide:  il  ragazzo 
è  perduto  in  ogni  altro  caso,  perchè 
non  rischiare?  Egli  non  ne  ha  solo 
il  diritto,  ma  il  dovere.  Al  suo  sco- 
laro prediletto,  quasi  un  fi.'liuolo  di 
adozione,  che  nella  stessa  memorabile 
mattinata  ha  perduto  la  speranza  del- 
l'amore di  Teresa  Laurière  e  ha  de- 
ciso di  andar  ad  esperimentare  \' eu- 
taxine in  una  regione  ove  infierisce 
la  febbre  gialla,  il  maestro  afferma  : 
«  Oui,  la  vie  au  milieu  du  danger, 
c'est  la  vraie  vie,  c'est  la  grande  vie, 
la  vie  dont  on  peut  mourir,  mais  qui 
feconde  !  »  Un  soffio  di  poesia  tra- 
gica spira  su  tutto  questo  primo  atto 


154 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


denso,  agile,  d'una  teatralità  sincera 
che  non  scompare  al  ricordo  dei  mi- 
gliori lavori  di  Ibsen. 

»  * 

Al  secondo  atto  son  passati  otto 
giorni  dacché  si  principiarono  le  inie- 
zioni de\\'e!t/nxi>/ea.\  contadinello  epi- 
lettico. Gli  allievi  del  Laurière  c'in- 
formano che  l'infermo  sta  assai  male, 
ha  la  febbre  a  40°. 7.  Il  professore  è 
risoluto  a  non  indietreggiare:  nella 
giornata  inietterà  la  più  alta  dose  di 
veleno,  e  se  il  ragazzo  resisterà,  sarà 
salvo.  Ma  la  madre,  umile  creatura 
superstiziosa,  ha  perduto  la  fede  cieca 
nello  scienziato,  è  pentita,  vorrebbe 
che  si  chiamassero  dei  preti  e  dei 
medici.  Contemporaneamente  giunge 
nel  laboratorio  l'eco  dell'irritazione 
del  pubblico,  e  arriva  il  prefetto  di 
polizia  a  pregar  Laurière  a  nome  del 
Governo,  di  non  spingere  le  sue  espe- 
rienze al  di  là  dei  limiti  permessi  dalle 
leggi  del  paese. 

«  Le  leggi  del  paese  -  risponde  lo 
scienziato  -  non  impediscono  agli  epi- 
lettici e  ai  paralitici  di  tuffarsi  nelle 
piscine  di  Lourdes  a  rischio  di  morte. . . 
Noi  domandiamo  per  la  scienza  gli 
stessi  diritti  che  voi  accordate  alla 
superstizione.  La  madre  di  questo 
fanciullo  m'ha  confidato  suo  figlio.  A 
meno  che  voi  non  veniate  ad  arre- 
starmi qui,  in  questo  labora'orio  che 
venti  scoperte  utili  alla  Francia  pro- 
teggono,  io  non  cederò  ». 

Ma  dopo  la  partenza  del  prefetto, 
Laurière  si  accascia  :  trema  per  la 
responsabilità  assuntasi,  e  lo  confessa 
alla  figliuola  :  «  Finché  l'ultima  pa- 
rola non  è  detta,  finché  l'ultima  prova 
non  è  acquistata,  si  ha  il  diritto  di 
impegnare  una  vita  umana?  »  K  pensa 
anche  a  tutto  ciò  che  un'esperienza 
imprudente  potrebbe  travolgere,  tutto 
il  suo  lavoro  immenso  che  conteneva 
il  presentimento  d'una  indefinita  con- 
quista... Teresa  gli  asciuga  le  lagri- 
me irresis'.ibili  : 

«  Pauvre  papa!  Quel  calvaire  ces  gens-là  te 
font  monter  !  Mais  oui,  tu  les  avais,  tous  ces 
droits.  N'allais-tu  pas  vers  l'inconnu?  Quel 
genie  n'a  risqué,  au  moins  une  fois  dans  sa 
vie,  le  tout  pour  le  tout?  La  science  serait 
dono  une  calculatrice  qui  ne  parierait  qu'à 
coup  sur  ?  Seule  parmi  les  grandes  forces  de 
l'humanité  elle  n'auiait  pas  ses  champs  de 
bataiUe,  ses  départs  vers  Vaventure,  l'incer- 
titude  formidable  du  mystère  qu'elle  prétend 


conquérir  ?  Elle  n'aurait  pas,  eu  des  heui    - 
qui  soni  les  tiennes    aujourd'hui,   elle  n  iiu- 
rait  pas  les  raémes    droits    que    ChristL'j  ' 
Colomb  parmi  ses  équipages,  que  Danl'i 
la    tribune,    que    Victor  Hugo    à    la    v 
d' //emani?  Kcoute,    papa.  Tu  te  souvien 
certains  soirs,   quand  j'étais  tonte  petite  ' 
songeais  a  tes  découvertes,  au  balcon,  il«i 
le  crépuscule...  Ton  regard,  détaché  de  toiito< 
choses,  me  paraissait  profond    comme  l'in- 
connu que  tu  interrogeais,  luniineux  comme 
cette  vérité  qui  déjà  Ijrillait   pour    toi    seul  ' 
avant  de  rayonner  pour  tous    les  hommes...   ■ 
Oh!  papa,   à  ces  minutes  où  tes  yeux  luisaient 
plus  magiquement  pour  moi  que  les  étoiles 
du  soir,  non,   la  science  n'était  pas  la  petite 
vieille,    peureuse,    ratatinée     qui    risque  de 
petites  avances  pour  de  petits  profits.  C'était 
la  chimère  ouvrant  des  yeux  d'aigle  sur  les 
abimes  de  l'inconnu...  Et  c'est  celle-là  que 
tu  aimais,  non  pas  Tautre  !   C'est  celle  que 
tu  m'as  enseignée,  qui   nous  a  guidés;   c'est 
celle    qui    t'a    fait    grand  et  qui  m'a    faite 
forte  !   » 

«  Tu  mi  rendi  la  forza  e  il  vole- 
re !  »  -  esclama  Laurière.  E  dopo  aver 
di  nuovo  soggiogata  la  madre  del 
piccolo  moritaondo,  va  a  compiere  su 
di  lui  l'operazione  estrema. 

Quand'egli  torna,  raggiante,  perchè 
all'infermo  è  evitata  ormai  la  febbre 
cerebrale,  e  si  rinnova  l'intensa  spe- 
ranza di  guarigione,  scopre  che  la 
figliuola  e  gli  allievi  vogliono  nascon- 
dergli una  notizia...  La  febbre  gialla 
ha  attinto  il  giovane  ch'è  partito  una 
settimana  avanti.  Laurière  decide  di 
raggiungerlo,  ma  una  vertigine  lo  co- 
glie: cade  al  suolo  colpito  da  paralisi... 
La  tensione  era  stata  troppo  grave. 
E  il  sipario  scende  lasciandoci  nel- 
l'ansia pili  viva  :  vedremo  dunque  il 
fallimento  del  genio? 


No.  Al  rialzarsi  della  tela,  nel  terzo 
atto,  Laurière  su  un  seggiolone,  in 
mezzo  al  suo  laboratorio,  riceve  gli 
omaggi  del  Presidente  della  Repub- 
blica, del  Ministro  dell'istruzione,  dei 
rappresentanti  delle  varie  Accade- 
mie, ecc.  I  benefici  della  sua  ultima 
scoperta  sono  .stati  riconosciuti,  e  la 
Francia  e  il  mondo  onorano  il  grande 
cittadino.  P'gli  ha  vicino,  guarito,  il 
piccolo  contadino  e  la  madre  di  lui. 
Nella  gioia  di  sentir  sé  stesso,  mercè 
y eittaxinc,  liberato  dalla  paralisi,  in 
grado  ancora  di  combattere  le  fervide 
battaglie  della  scienza,  egli  non  ha 
che  la  tristezza  d'aver    perduto  l'ai- 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


155 


ievo  diletto,  di  non  aver  potuto  strap- 
lare  anche  quello  dalla  morte.  Egli 
jnora  che  per  il  giovane  la  gio- 
iosa morte  è  stata  una  liberatrice  : 
hiuso  nel  cerchio  dei  suoi  studi,  egli 
lon  s'era  mai  accorto  di  ciò  che  le 
sistenze  circostanti  potevano  acco- 
:liere  delle  lusinghe  della  vita,  degli 
mori  e  dei  dolori  che  gli   fiorivano 

sanguinavano  accanto...  Cosi  egli 
lon  ha  mai  pensato  che  suafiglia  avesse 
Itra  aspirazione  fuor  da  quella  di  aiu- 
arlo  e  confortarlo  nella  sua  gloria:  ep- 
lure  la  fanciulla  ha  venti  tré  anni,  è  bel  la, 
la  l'anima  fervida,  sente  il  bisogno 
li  conoscere  qualcosa  oltre  le  pareti 
lei  laboratorio,  qualcosa  di  più  spon- 
aneo,  di  più  caldo,  di  più  umano;  ella 
.ccetta  di  sposare  l'uomo  che  ama  da 
auto  tempo  e  per  cui  ha  rifiutato  un 
giorno  il  compagno  dei  suoi  studi  : 
gli  la  chiederà  al  padre  la  sera  stessa  : 

un  uomo  d'azione,  che  sarà  do- 
nani  capo  del  Governo,  un'  intel- 
igenza  vittoriosa,  anch'egli,  in  altro 
ampo. 

Mentre  Teresa  cerca  di  preparare 
1  padre  alla  novità,  questi,  inconscio, 
ngenuo,  le  annuncia  d'aver  accettato 
I  consiglio  del  suo  più  vecchio  amico 
:  di  voler  partire  al  più  presto  per 
in  soggiorno  di  tre  mesi  in  Sicilia, 
on  lei  :  «  Ne  abbiam  bisogno,  ci  ri- 
netteremo,  ci  distrarremo...  E,  al 
itorno,  riprenderemo  la  nostra  bella 
'ita  di  lavoro  ».  E  continua:  «  Ouand 
e  songe  que  parfois  tu  pourrais  n'étre 
)as  là,  toujours  près  de  moi,  gar- 
lienne  de  mon  temps  et  de  ma  vie, 
|ue  je  pourrais  retomber  seul  ;  ah, 
■ois-tu,  fiUette,  je  comprends  tout  le 
>onheur  de  t'avoir,  tonte  la  douleur 
le  te  perdre  I...  Vois-tu.  la  vie  sans 
oi,  je  ne  saurais  plus  la  vivre  !  Je 
erai  fini...  vide...  use...  je  serai  perdu 
)our  la  science  ..  Tu  es  autour  de 
noi  ma  jeunesse  qui  se  prolonge, 
non  activité  qui  ne  faiblit  pas...  » 

La  fanciulla  ha  trasalito  :  e  d'ini- 
irovviso  la  sua  risoluzione  è  presa  : 
:lla  non  può  lasciar  suo  padre  per 
rorrere  alla  propria  felicità.  Lo  dice, 
lualche  momento  dopo,  all'  uomo 
imato,  il  quale  prorompe  nel  suo 
lolore  :  «  Ma  è  mostruoso  alla  fine, 
luesto  egoismo  del  genio  I  »  «  Ma 
IO  -  risponde  ella  -  poiché  egli  non 
;a  nulla,  non  dubita  nulla,  non  vive 
;he  nella  sua  opera  !  » 


Cosi  è:  pensavamo,  leggendo  que- 
st'ultimo atto  del  dramma  di  Henry 
Bérenger,  inferiore  agli  altri  due  per 
tecnica  e  per  ispirazione  e  nondimeno 
altrettanto  interessante  nella  sua  leg- 
gera ingenuità  (perché  quei  perso- 
naggi, quel  Presidente  della  Repub- 
blica, che  in  teatro  sono  sempre 
ridicoli?),  a  un  altro  egoista  che  di 
recente  ha  avuto  gli  onori  della  ri- 
balta, e  che  i  lettori  della  Nuova 
Antologia  ricorderanno  :  l'egoista  stu- 
diato dal  nostro  Bertolazzi  :  mostruoso 
veramente  quello,  perché  travolge 
tutto  intorno  senza  nulla  creare,  .solo 
soddisfacendo  al  proprio  volgare  be- 
nessere... 

Anche  in  Le  Genie  una  figliuola 
accetta  di  non  abbandonare  il  padre. 
Ma  la  donna  é  qui  un  essere  di  de- 
vozione, non  un  essere  di  servitù:  si 
sacrifica  con  entusiasmo,  ma  vuole 
che  il  suo  sacrificio  si  risolva  tosto 
in  una  viuoria,  le  dia  la  costante  sen- 
sazione della  sua  superiore  necessità. 


Marsiglia  e  i  porti  franchi. 

11  fatto  che  domina  tutta  la  storia 
commerciale  di  Marsiglia  fin  dal  se- 
dicesimo secolo  é  l'opposizione  quasi 
continua  che  fa  la  città  alle  decisioni 
del   potere  centrale. 

Sembra  che  ci  siano,  nei  motivi 
che  regolano  la  sua  condotta,  come 
un  rimpianto  dell'indipendenza  pas- 
sata, come  un'aspirazione  a  ridiven- 
tare la  libera  repubblica  fiorente  che 
essa  fu,  quando  essa  sola  determi- 
nava le  condizioni  dei  rapporti  suoi 
commerciali  colle  potenze  del  bacino 
mediterraneo. 

1  primi  sovrani,  dal  dodicesimo 
alla  fine  dei  sedicesimo  secolo,  rico- 
nobbero e  conservarono  tutte  le  im- 
munità e  tutti  i  privilegi  che  avevano 
fatto  la  sua  prosperità.  Francesco  I 
osò  toccarli;  fu  il  segno  d'una  lotta 
contro  i  poteri  pubblici  che,  sorda  o 
dichiarata,  dura  tuttora. 

I  Marsigliesi  protestano  contro 
Francesco  I  e  i  suoi  successori  che 
impongono  dei  diritti  fiscali,  e  poi 
protestano  contro  Enrico  IV  e  contro 
Colbert,  che  rendono  loro  le  fran- 
chigie. Più  tardi  protestano,  a  ragione, 
quando  i  loro  privilegi  scompaiono 
affatto.  Già  d'allora  i  forestieri  anda- 


156 


TRA    LIBRT    E    RIVISTE 


vano  a  Genova  o  a  Livorno,  ov' erano 
più  favoriti. 

Napoleone,  nei  Cento  Giorni,  ha 
l'idea  d'accordare  a  Marsiglia  una 
zona  franca,  ma  i  Borboni  continuano 
a  dar  cagioni  di  lagnanze  ai  Marsi- 
gliesi. Nel  1817  un'ordinanza  si  sforza 
di  combinare  a  Marsiglia  un  modo 
di  deposito  che  non  leda  gli  interessi 
dei  commercianti  e  industriali  del- 
l 'interno.  Questo  regime  è  ancora  in 
vigore. 

Nel  1S33,  nel  1837,  nel  1S41,  i 
Marsigliesi  ridomandano  la  franchigia. 
Ma  in  quell'epoca  il  commercio  pro- 
grediva e  molte  circostanze  davano 
al  porto  una  gran  prosperità.  Ciò  durò 
parecchi  anni  :  ora  la  decadenza  è 
dichiarata  da  molti. 

«  Ora,  sotto  il  regime  del  protezio- 
nismo che  aggrava  la  Francia,  men- 
tre i  diritti  che  colpiscono  i  navigli, 
il  caricamento  e  la  manutenzione  delle 
merci  sono  più  alti  da  noi,  che  non 
presso  ogni  altra  potenza  europea; 
mentre  il  macchinario  dei  porti  si 
perfeziona  sempre  più  all'estero;  men- 
tre immense  intraprese,  quali  le 
nuove  vie  del  Gottardo  e  del  Sem- 
pione,  modificano  i  trasporti;  mentre 
tante  cause  diverse  minacciano  l'av- 
venire di  Marsiglia,  come  stupirsi 
che  la  gran  città  alzi  la  voce  e  con 
una  forza  uguale  al  danno  minacciato, 
reclami  delle  misure  di  soccorso?». 
Cosi  s'esprime  il  sig.  C.  A.  Maybon, 
che  dimostra  conoscere  addentro  la 
questione,    nella    Renaissance   Laliìie. 


F"u  primo  il  signor  Charles-Roux, 
deputato  di  Marsiglia,  nel  1899,  che 
sollevò  il  problema  dinanzi  al  Parla- 
mento francese,  poi  parecchi  altri 
deputati  deposero  dei  progetti  di  legge. 
Una  Commissione  d'inchiesta  venne 
alla  conclusione  pure  di  preparare  un 
progetto  e  il  Consiglio  superiore  del 
commercio  e  dell'  industria  vi  si  mo- 
strò a  più   riprese  favorevole. 

«  Questo  è  il  momento,  o  mai  più  », 
dicono  i  commercianti  marsigliesi.  E 
finalmente  il  signor  Giorgio  Trouil- 
lot,  ministro  del  commercio  e  della 
industria,  d'accordo  col  ministro  delle 
finanze  e  dei  lavori  pubblici,  il  4 
aprile  ultimo  ha  deposto  un  progetto 
di  legge  relativo  allo  stabilimento  di 
zone  franche  nei  porti  marittimi. 


11  progetto  incomincia  coll'esann- 
nare  le  condizioni  del  commercio 
estero.  Non  si  tratta  già  qui  di  iik  i- 
tere  tutta  una  città  o  tutto  un  |".r'u. 
fuori  del  territorio  nazionale,  ma  ili 
creare  una  zona  franca,  come  ad  Am- 
burgo o  a  Brema.  È  come  un  punto 
all'infuori  delle  linee  doganiere  di 
tutte  le  nazioni,  ove  le  mercanzie 
possono  penetrare  senza  pagar  diritti. 
C'è  di  più.  Fin  qui  non  sarebbe  i  lic 
un  deposito  {entrepót):  ma  si  tratta 
invece  di  poter  manipolare  le  merci, 
non  soltanto  per  mantenere  la  hiro 
conservazione  (già  ora  si  può,  sotto 
certe  condizioni,  travasare  l'nlio»,  ma 
per  trasformarle.  Si  potranno  lare 
tagli  di  vini  e  d'olii,  macinare  e  me- 
scolare i  cafTè,  ecc..  stabilire  delle 
vere  officine  ove  si  potrebbero,  dietro 
autorizzazione,  installare  certe  indu- 
strie che  sono  vietate  in  Francia^ 
come  la  fabbricazione  dei  fiammiferi  J 
dei  sigari  e  sigarette,  ecc.  ! 


Le  obbiezioni  che  si  sollevano  con- 
tro il  progetto  sono  queste.  I  porti 
franchi  portano  danno  al  Tesoro,  dan- 
neggiano altresì  alcuni  interessi  par- 
ticolari. 

Al  che  si  può  rispondere  agevol- 
mente. Le  zone  franche  favorirebbero 
delle  industrie  che  attualmente  non 
ci  sono  o  vivono  magramente;  il  gua- 
dagno dello  Stato  non  è  già  nel  sof- 
focare, ma  nello  estendere  le  indu- 
strie. Quanto  alla  frode,  la  si  eviterà, 
stabilend  1  su  tutto  il  perimetro  della 
zona  dei  cancelli,  traverso  cui  si 
possa  sorvegliare  dentro  e  fuori;  ad 
ogni  modo  i  porti  franchi  stranieri 
possono  insegnare  sull  '  argoment  \ 
Nella  zona  non  si  dovrebbe,  natural- 
mente,  né  abitare,   né  consumare. 

Lo  Stato  non  esporta  tabacchi,  né 
fiammiferi.  Se  ciò  é  permesso  in  Al- 
geria, nelle  colonie,  perché  i  fabbri- 
canti non  potrebbero  avvicinarsi  alle 
porte  doganiere  della  Francia? 

Parlasi  dell'esodo  possibile  di  certe 
indu.strie  interne,  che  andrebbero  a 
stabilirsi  nella  zona  franca.  Quali  ? 
Le  più  importanti  sono  protette  in 
Francia  con  premi,  col  benefizio  del-i 
l'ammissione  temporaria  e  dal  draw- 
back, che  permette  di  affranchire  to- 
talmente o  quasi  le  materie  prime. 
Sarebbero    invece    le    industrie    non 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


157 


icora  esistenti  in  PYancia  che  ne  ap- 
rofitterebbero. 

Una  classe  che  verrebbe  danneg- 
iata,  pare,  è  quella  dei  viticultori. 
ssi  sono  protetti  dalla  legge  del  1899 
le  proibisce  di  tagliare,  in  porto,  i 
ini  stranieri.  Ma  ecco  quanto  dice 
stessa  Camera  di  commercio  di 
ordeaux:  «  Non  si  comprende  come  i 
ticultori  potrebbero  perderci ,  quando 
vini  stranieri  venissero  qui  a  subire 
5lle  manipolazioni  conformi  ai  gusti 
2i  consumatori  d'oltrenare  e  ripar- 
re  per  l'estero.  Il  porto  f  anco  fa- 
literà  semplicemente  il  trasporto,  su 
Itigli  il  più  sovente  francesi,  di  vini 
ranieri  nei  nostri  porti,  e  la  loro 
spedizione  per  1'  estero.  Come  un 
.le  affare,  che  si  fa  all'estero,  può 
isturbare  i   viticultori  francesi? 

D'altronde  qual  fu  il  risultato  di 
nella  legge  protettiva?  Che  i  depo- 
ti di  vini  esteri,  proibiti  in  Francia, 

stabilirono    all'estero.    La  Spagna 

)ecialmente  ne  approfittò,   e  i  nego- 

anti  francesi  stabiliti  all'estero  non 

inno  più  alcun  profitto  alla  patria. 

« 

*  * 

Alcuni  domandano  addirittura  che 

zone  franche  siano  stabilite,  oltre 
le  a  Marsiglia,  in  due  porti  dell'O- 
;ano,  in  uno  del  Mare  del  Nord  e 

Parigi.  Il  Maybon  vorrebbe  invece 
le  si  stesse  prima  contenti  dell'espe- 
mento  di  Marsiglia.  I  porti  francesi 
)no  troppi  (69)  e  otto  soltanto  non 
escono  un  carico  per  Io  Stato.  È  ne- 
;ssario  sviluppare  il  meglio  possi- 
ne i  più  buoni. 

Il  progetto  permetterebbe  a  Mar- 
glia  di  riprendere  una  parte  degli 
Tari  che  Amburgo  e  Copenhagen, 
enova  e  Trieste,  le  hanno  tolto.  Se 
1  esso  si  unisse  l'e-secuzione  del  ca- 
lle da  Marsiglia  al  Rodano,  la  co- 
ruzione  di  nuove  vie  fra  Nord  e 
[ezzogiorno,    la   linea    dall'  Estaque 

Miramas  per  il  litorale,  la  gran 
ttà  marittima  riprenderebbe  ben  pre- 
o  il  suo  antico  splendore. 

In  libreria. 

La  stagione  libraria  primaverile 
ormai  esaurita.  Essa  non  fu  forse 
lolto  feconda  al  paragone  degli  al- 
i  anni,  ma  fu  molto  varia,  come 
ifviene  il  più  delle  volte  nella  pro- 
uzione  editoriale  italiana. 


Veramente  monumentale  è  il  vo- 
lume in-folio  che  l'Hoepli  ci  mandò 
recentemente,  ove,  per  opera  di  Luigi 
Augusto  Cervetto.  si  illustra  una  fa- 
miglia di  artisti  italiani  attraverso  i 
secoli.  Dal  quattrocento  al  novecento 
i  Gaggini,  originarli  di  Bissone  in 
Lombardia,  sparsero  le  loro  opere 
dall'Alta  Italia  alla  Sicilia:  decoratori 
nati,  scultori,  pittori  ed  architetti, 
lasciarono  testimonianza  di  sé  in 
Francia  e  in  Ispagna.  Quest'opera  è 
un  tributo  doveroso  a  questi  artisti, 
non  soltanto,  ma  un  contributo  alla 
storia,  e  dal  lato  editoriale  una  delle 
cose  più  magnifiche  che  noi  abbiamo 
avuto  sotl' occhio.  Un  centinaio  di 
foto-incisioni  che  orna  il  testo  mostra 
che  in  fatto  d'illustrazioni  artistiche 
non  abbiamo  più  nulla  da  invidiare 
agli  stranieri. 

L'  Hoepli  ha  pure  dato  in  luce 
testé,  in  due  considerevoli  volumi,  la 
traduzione,  a  cui  Gaspare  Finali  at- 
tendeva da  molti  anni,  delle  com- 
medie di  Plauto. 

Altri  parlerà  su  questa  rivista  del- 
l'opera su  Carpaccio  del  Molmenti  e 
del  Ludwig  pubblicata  da  Bemporad. 
II  Molmenti  è  d'una  fecondità  straor- 
dinaria, ma  crediamo  altresì  che  l'af- 
foltarsi  delle  sue  pubblicazioni  arti- 
stiche quest'anno  sia  dovuto  sopralutto 
a  ragioni  editoriali.  Ad  ogni  modo 
gli  editori  ci  sono,  ora,  e  buoni. 
L'Alinari  di  Firenze  ha  fatto  qui  una 
bella  edizione  della  Pittura  veneziana, 
ricca  d'incisioni  nel  testo  e  di  tavole 
separate,  nella  quale  il  Molmenti 
traccia  un  quadro  rapido  e  brillante 
dell'arte  che  fu  la  gloria  più  alta  di 
Venezia:  ottimo  nunuale  che  consi- 
gliamo agli  studiosi  e  alle  signore 
colte.  Un  altro  volume,  F<?«tfsw,  eh 'è 
fra  i  più  belli  della  collezione  pub- 
blicata dal  benemerito  Istituto  di 
Arti  Grafiche  di  Bergamo,  L'Italia 
Artistica,  non  basta  ancora  a  com- 
pletare la  serie  di  lavori  terminati  dal 
Molmenti  in  questi  ultimi  anni,  la 
quale  sarà  coronata  da  una  nuova 
edizione,  pubblicata  dallo  stesso  Isti- 
tuto, e  interamente  rifatta,  della  VHta 
privata  a    Venezia. 

Della  bellissima  serie,  L'Italia  ar- 
tistica, son  uscite  già  Ravenna  di 
Corrado  Ricci,  Ferrara  e  Pomposa 
di  G.  Agnelli  :  un  fascicolo  contiene 
Girgenti  di  Ser.  Rocco  e  Da  Segesta 


158 

a  Seliniiiite  dì  E.  Mauceri.  Altre  mo- 
nografie parecchie  sono  in  prepara- 
zione e  in  pochi  anni  è  probabile  che 
i  più  importanti  e  i  più  rari  centri 
d'arte  siano  adeguatamente  illustrati 
dinanzi  al  popolo  italiano  in  libri 
italiani,  i  quali  reggono  senza  dub- 
bio al  paragone  dei  consimili  fatti 
all'estero. 


Un  editore  che  dimostra  un'ope- 
rosità continua,  e  che  in  pochi  anni 
ha  accumulato  una  copiosa  e  utile 
produzione,  è  Remo  Sandron,  l'edi- 
tore dell'Italia  meridionale  che  più 
fortemente  compete  con  quelli  della 
settentrionale.  La  sua  Biblioteca  di 
scienze  sociali  e poìi/iche  conili  già  49 
numeri:  essa  è  piena  di  bei  nomi  e 
di  belle  opere.  Fra  le  ultime  segna- 
liamo le  Voci  del  nostro  tempo  di 
Alessandro  Chiappelli,  e  //  movimento 
operaio  di  Achille  Loria  :  i  Saggi  di 
critica  del  marxismo  di  Giorgio  Sorel 
e  gli  Studi  socialisti  di  Giovanni  Jau- 
rès  vengono  ultimi  ad  allargare  il 
campo  delle  trattazioni.  La  Biblio- 
teca di  scienze  e  lettere,  già  al  20°  nu- 
mero, è  non  meno  pregevole.  In  essa 
fu  pubblicato  il  lavoro  del  Croce  sulla 
Estetica:  l'ultimo  è  Tolstoi  educatore 
di  Aurelio  Stoppoloni.  Il  Sandron 
stampa  altresì  una  Biblioteca  rara  e  una 
Piccola  cncinclopedia  del  secolo  XIX, 
appena  iniziata.  Ma  la  più  bella  no- 
vità è  la  Biblioteca  dei  Popoli  diretta 
da  Giovanni  Pascoli,  di  cui  parleremo. 

Fra  le  collezioni  in  corso  dob- 
biamo lodare  la  seria  ed  elegante  Pic- 
cola Biblioteca  di  Scienze  sociali  dei 
Fratelli  Bocca,  la  quale  ha  dato  fuori 
in  questi  ultimi  mesi  parecchi  la- 
vori originali  di  varia  coltura.  Gli 
studi  religiosi  vi  sono  rappresentati, 
oltre  che  da  L'essenza  del  cristiane- 
simo di  Harnack,  dal  Gesti  Cristo 
del  Labanca  e  dal  Buddha  del  Costa. 
l^a.  Storia  dell' Alfabeto  Ae\  Clodd  è  un 
modello  di  monografia  completa, 
scientifica  e   insieme  popolare. 

Interessanti  sono  pure  i  due  .'aggi 
di  Carlo  Del  Lungo:  Goethe  ed  Hel- 
moltz.  Le  origini  del  melodramma  del 
Solerti  sono  un  buon  contributo  per 
la  storia  della  musica  e  L'irrazionale 
nella  letteratura  del  Fraccaroli,  un 
saggio  d'estetica,  darà  del  filo  da  tor- 
cere ai  critici  e  ai  filosofi. 


TR.\    LIBRI    E    RIVISTE 


La    Biblioteca   Storica    di  Roux   < 
Viarengo  s'è  accresciuta  di  alcuni  \n>-- 
gevoli  volumi,   fra  cui  la  Storia  della 
Binansa  italiana  di  Achille  Plebano, 
Roma  e  i  Romani  nelle  campagne  i'-' 
4S-^()  dì  Ernesto  Ovidi  e  ultimanu  ' 
d'una  nuova  edizione  degli  Scria 
Discorsi  politici  di  Francesco  Crisi  n 
(1S49-1890).    Abbellisce    la    raccolta 
un  volume  d'arte,  Xz.  Storia  dell' A' Ir 
di  G.    Natali    ed  E.    Vitelli,   un  .Ni 
manuali  più  completi  che  siano  usciii 
in    questi     anni,   che  l'insegnamento 
della    storia  dell'arte  è  riconosciuto, 
alfine  come   una  necessità.  1 


—  E  i  romanzi  ?  -  odo  domandarmi 
dalle  lettrici  cjre  scorrono  le  colonne 
àeW  Antologia,  incampagna,  a! rezzo. - 
Pochini,  come  sempre.  Dicono  che 
siamo  un  popolo  di  fantasia:  eppure  la 
fiction  pare  essere  la  produzione  let- 
teraria più  prevalente  fra  gli  Anglo- 
Sassoni,  gente  positiva,  che  non  presso 
di   noi.   Abbiamo  pochi   romanzi. 

Neera  ha  pubblicato  in  volume  da 
.Sandron  il  romanzo  già  apparso  nelle 
colonne  della  nostra  rivista  :  Una 
passione.  Lo  stesso  Sandron  ha  dato 
alla  luce  //  dubbio  dì  Fulvia,  Fu  così. 
di  Sofia  Bisi  Albini,  Piccoli  esuli  d'I- 
talia dì  Giuseppe  Errico.  Treves  ci 
manda,  oltre  alla  Fiamma  fredda  di 
Silvio  Benco,  Dopo  la  littoria  di 
Sfinge.  La  Poligrafica  di  Milano  pub- 
blica una  raccolta  di  novelle  del  nostro 
collaboratore  Alfredo  Fanzini,  Trionfi 
di  donna.  Altre  novelle  di  Luigi  Pi- 
randello stampa  l'editore  Streglio. 

Due  traduzione  dal  tedesco.  Le 
affinità  elettive  di  Goethe  e  V Eterno 
fetnminino,  poema  di  Roberto  Misch, 
sono  state  messe  in  luce  decorosa- 
mente dalla  Libreria  Editrice  Nazio- 
nale di  Milano. 


I  versi  non  sono  scarsi  mai  in  Italia. 
Abbiamo  altra  volta  accennato  ai 
migliori  volumi  u.sciti  nella  stagione. 
Sarebbe  arduo  notarli  tutti.  Meritano 
di  essere  segnalati  il  Canzoniere  di 
Felice  d'Onufrio,  Savii  e  Pazzi  di 
Giuseppe  Di  Napoli,  Odi  ed  Elegie 
di  Alfredo  Galletti.  Degni  di  esame 
sono  sopratutto  L'anima  dell'Italia  di 
Adele  Galli,  le  Ore  d'ombra  e  di  luce 
(Streglio,  Torino) di  V.  A.  AruUani  e 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


159 


Liriche  Umane   di  Giovanni  Bertac- 
chi     'Soc.   Ed.  Naz.,  Milano). 

Costantino  Nigra  ha  pubblicato 
(presso  Menotti  e  Bassano,  Milano) 
una  bellissima  edizione  del  suo  poe- 
metto La  Rassegna  di  Novara  :  essa 
è  ornata  d'un  ritratto  dell'Autore,  da 
un  dipinto  a  olio  del  Ricard,  e  di 
splendidi  disegni  di  R,  Salvador!. 


Dei  libri  stranieri  teniamo  conto, 
in  altra  parte  della  Rivista,  secondo 
gli  eclii  che  ci  arrivano  per  mezzo 
delle  rassegne  e  dei  giornali,  in  modo 
che  i  lettori  italiani  sieno  il  più  lar- 
gamente possibile  informati  del  mo- 
vimento letterario  e  scientifico  mon- 
diale. Regna  sempre  fra  gli  editori 
inglesi  e  americani  un'attività  di  cui 
non  abbiamo  un'idea  in  Italia:  i  libri 
escono  a  migliaia  ogni  me.se  e  si 
vendono  in  numero  straordinario  di 
copie.  Noi  qui  non  possiamo  tener 
conto  che  di  quel  che  giunge  sul  no- 
stro tavolo,  e  non  è  poco.  Ad  esempio, 
il  Tauchnitz  ci  manda,  della  sua 
scelta  di  British  a>id  American  Au- 
thors,   parecchi  volumi  ogni   mese. 

Un  nuovo  editore  francese,  Fon- 
temoing,  che  pubblica  la  bella  rivista 
Minerva,  ha  in  pochi  mesi  stampato 
molte  opere  pregevolissime,  fra  cui 
parecchie  raccolte  di  memorie  stori- 
che :  I^e  portefeuillc  de  la  Comtessc 
d'Albany,  Le  Registre  de  l'Ile  d'Elbe. 
entrambi  per  cura  di  L.  G.  Pélissier, 
le  Mhnoires  du  Baron  de  Lóicenstern 
(1776-1858).  a  cura  di  M.   H.  Weil. 

Libri  di  storia  ha  pure  pubblicato 
la  libreria  Pion  ;  le  memorie  del  Conte 
de  Reiset,  L'Unite  de  l' Italie  -  L'Unite 
de  l'Allemagne. 

La  Société  du  Mercure  de  France 
continua  la  sua  serie  di  varia  lette- 
ratura. Notiamo  fra  gli  ultimi  invii  : 
La  Chaine  des  heures,  \&rs\  à\  R.  H. 
De  Vandelburg  ;  \\  alleati  -  Maiirs  du 
XVIII  siècle,  di  Virgile  Jozs  ;  La 
fiction  ?iniverselle,  saggio  letterario 
di  Jules  De  Gaultier  ;  Schéhérazade , 
versi  di  Tristan  Klingsor  ;  fra  le 
traduzioni,  Stalky  et  C.  di  Rudyard 
Kipling. 

Una  nuova  Società  editrice  pari- 
gina, la  Bibliothéque  Internationale 
d'Edition  ha  iniziato  una  serie  di 
brevi    biografie,     volumetti  di   meno 


duna  cinquantina  di  pagine,  ove  si 
raccolgono  piccoli  profili  di  Célébri- 
tés  d'aiijoìtrd'  hai.  Queste  celebrità 
son  tutti  letterati  :  son  già  usciti  Paul 
Adam,  e  Oc  lave  Mirbeau  :  molti  altri 
s'annunziano,  fra  cui  notiamo  Car- 
ducci, D'Annunzio,  Bracco,  ecc.  ecc. 
La  stessa  Società  pubblica  una  col- 
lezione /  'aria-Curiosa  in  cui  troviamo 
fra  i  primi  numeri  un  breve  studio  su 
Anton  Francesco  Doni,  di  \'an  Bever 
e  .Sansot-Orland. 


Tra  i  romanzi  francesi  pervenutici 
e  che  consigliamo  ai  lettori,  ecco 
V Inutile  Effort  di  Rod  (Perrin),  His- 
toire  comique  di  Anatole  France 
(Calmann-Lévy),  Cteurs privilegiés ,  di 
Abel  Hermant  La  Ruse  di  Paul  Adam, 
che  fa  seguito  a  La  Force  e  a  L' En- 
fant d'Austerlitz,  illustrando  la  vita 
francese  intorno  al  1828  (Ollendorff), 
La  Maison  du  péché  di  Marcella  Ti- 
nayre  (Calmann-Lévy). 

La  libreria  Fischbacher  ha  tradotto 
da  poco  Marcella,  il  bel  romanzo 
della  signora  W'ard,  P^ontemoing  ha 
regalato  ai  lettori  francesi,  prima  sulla 
Minei'va,  poi  in  volume,  Le  marquis 
de  Roccaverdina  del  nostro  Capuana,  e 
la  Revue  des  deux  Mondes,  Elias  Por- 
tolu  di  Grazia  Deledda  che  compa- 
rirà presto  in  volume,  mentre  Per 
Lanini  ha  fatto  conoscere  in  Francia 
Jérusalem  en  Dalecarlia  della  svedese 
Selma  Lagerlòf.  che  vorremmo  veder 
tradotto  in  Italia. 

È  un  lavorio  di  trasfusione  reci- 
proca che  avviene  non  soltanto  nella 
letteratura,  ma  anche  nella  scienza 
dei  diversi  paesi.  Ecco  qui,  ad  esempio, 
in  bellissima  edizione,  accolta  nella 
Biblioteca  filosofica  diretta  dal  Muir- 
head,  edita  da  .Swan  Sonnenschein  di 
Londra,  la  Psicologia  contemporanea 
di  Guido  Villa  già  comparsa  dal  Bocca. 
Gli  scienziati  precedettero  i  letterati 
nel  far  conoscere  l'Italia  nuova  all'e- 
stero :  essi  per  i  primi,  insieme  ai 
nostri  inventori  emigrati,  dimostra- 
rono che  l'Italia  lavora  nei  campi 
più  ardui.  Se  noi  traduciamo  e  assi- 
miliamo molta  produzione  straniera, 
ne  rendiamo  il  beneficio  in  idee  e 
in  opere:  la  nostra  nazione  cosi,  an- 
che nel  lavoro  e  nel  progresso  intel- 
lettuale,   è  fra   le  grandi  potenze. 


KK) 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


«  Mens  sana   in  corpore  sano  ». 

É  questo  il  titolo  del  nuovo  libro 
che  Angelo  Mosso  dedica  al  pro- 
blema dell'educazione  fisica  con  l'am- 
mirabile ardore  di  apostolo  e  la  lucida 
vasta  dottrina  percui  aldi  là  dell'Atlan- 
tico e  in  patria  s'è  conquistata  la  fama 
di  uno  dei  più  geniali  scienziati  con- 
temporanei   (Milano,   Treves). 

I  nostri  lettori  ricorderanno  due 
studi  di  lui  :  L'educazioìie  moderna 
della  donna  e  L'arte  di  educare,  che 
comparvero  tempo  fa  nella  Nuova 
Antologia.  Essi  sono  raccolti  ora  in 
questo  volume  (Treves.  Milano),  as- 
sieme ad  altri  tre  che  il  Mosso  lesse 
l'autunno  scorso  al  Corso  magistrale 
di  educazione  fisica  tenutosi  a  To- 
rino :  Origini  dell'agonistica  e  della 
ginnastica,  L'agonistica  tnoderna , 
L' educazione  fisica  nelle  Università, 
ed  altri  tre  inediti  ;  L'educazione  fi- 
sica dei  Romani  e  della  gioventii  itx- 
lica.  L'opera  del  Goi'crno,  La  demo- 
crazia e  l'educazione  fisica.  Il  Mosso, 
come  si  vede,  ha  inteso  delineare 
il  cammino  del  concetto  mens  sana 
in  corpore  sano  attraverso  i  tempi  e 
le  civiltà. 


li  popolo  greco  attribuì  le  origini 
dell'educazione  fisica  all'epoca  mito- 
logica. Da  Apollo,  dio  della  medi- 
cina e  delle  arti  che  iniziò  i  giuochi 
pitici,  a  Erberto  Spencer,  il  massimo 
filosofo  dei  nostri  giorni,  giocatore 
infaticabile  di  racchetta,  rematore  me- 
todico, che  sentenziò  :  «  la  prima  con- 
dizione del  successo  in  questo  mondo 
è  di  essere  un  buon  animale  »,  il 
tratto  è  veramente  lungo,  ma  queste 
pagine  ce  lo  fanno  seguire  senza  fa- 
tica,  con  un  interesse  continuo. 

Arrivato  all'esame  delle  varie  con- 
dizioni in  cui,  secondo  i  paesi,  si 
trova  adesso  l'agonistica  ■  il  Mosso 
propone  questa  parola  più  antica,  più 
nobile  e  più  esatta,  in  luogo  di  sport 
o  educazione  atletica  o  giuochi  -  il 
lettore  è  ben  conquistato  alla  fede 
dell'illustre  scienziato,  e  conviene  in 
tutti  i  suoi  voti  sull'opera  dei  Go- 
verni e  dei  privati,  perchè  i  popoli 
latini  raggiungano  ed  emulino  gli 
anglo-sassoni  nel  campo  del  progresso 
fisico.  Le  statistiche  di  comparazione 
che  il  Mosso    presenta    sono  di    per 


sé  stesse  il  più  eloquente  degli  p- 
poggi  alla  propaganda  civile,  vcr.i- 
mente  «  democratica  »  da  lui  per- 
seguita. 

In  Italia  non  abbiamo  neppui 
decima  parte  dei  maestri  di  ginn; 
che  occorrono:  altro  che  le  i.,.> 
versila  americane,  che  hanno  tutte 
un  ginnasio  per  l'educazione  fisica, 
e  ove  gli  studenti  che  si  iscrivuno 
son  visitati  da  un  medico  e  u;tl 
maestro  di  ginnastica,  che  ne  redi- 
gono la  tabella  biologica,  consigliando 
loro  quegli  esercizi  di  cui  hanno 
maggior  bisogno  per  la  lor  costitu- 
zione !  Laggiù  il  loro  motto  è  A/oic 
life  and  fuller  (più  vita  e  più  ceim- 
pleta).  I  nostri  giovani  invece  udii 
pensano  che  a  procacciarsi  la  licenza 
liceale  o  la  laurea,  per  poi  «  campar 
la  vita  »  il  meno  faticosamente  pos- 
sibile :  e  nello  studio  eccessivo  e  pe- 
dante, senza  svaghi  sani  al  sole  ed 
all'aria,  diventan  candidati  della  morte 
prematura:  per  cento  studenti  che  mo- 
rirono neir  ultimo  quinquennio  fra 
i  15  e  i  25  anni  di  età,  cinquanta 
sono  morti  per  affezioni  tubercolari; 
il  numero  delle  vittime  che  la  tisi  fa 
nelle  scuole  è  maggiore  che  non  per  ! 
tutte  le  professioni...  J 

«  Perchè  si  sfollino  le  scuole  -  dice 
il  Mosso  con  ragione  -  bisogna  che 
prima  cresca  il  desiderio  della  indi- 
pendenza personale  e  che  nel  pub- 
blico divenga  più  forte  la  simpatia 
per  i  mestieri  e  le  arti  manuali... 
L'  industria,  il  commercio,  l'agri- 
coltura e  più  che  tutto  la  colonizza- 
zione ci  guariranno  forse  da  questo 
male,  ma  l'evoluzione  sarà  lenta...  » 

II  problema  è  d'  una  grave  com- 
plessità: il  ministro  Nasi  nominò  nel 
febbraio  del  1902  una  Commissione 
«  al  fine  di  studiare  tutte  le  questioni 
attinenti  all'educazione  fisica  e  di 
proporre  le  riforme  necessarie...»,  ma 
ognuno  comprende  l'insufficienza  di 
questo  pur  lodevole  progetto.  Ci  vor- 
rebbe una  serie  d'atti  energici  che 
sostituissero  alle  spese  per  parecchie 
cattedre  superflue  di  coltura  frazio- 
nata quelle  per  1'  introduzione  del- 
l'agonistica nelle  scuole  e  nelle  uni- 
versità, e  la  creazione  di  Istituti  psi- 
cofisici ove  si  insegnassero  la  fisio- 
logia, r  igiene  pedagogica  e  la  psi- 
cologia sperimentale.  Il  disegno  di 
legge    che    il  ministro    Gallo    aveva 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


161 


reparato  nel  189S  e  che  il  Mosso 
lubblica  in  appendice  al  suo  volume 
arebbe  stato  un  buon  principio,  ma 
enne  travolto  colla  caduta  del  mi- 
listro. 

Intanto  libri  come  questi  di  An- 
;e!o  Mosso  incitano  la  parte  intelli- 
;ente  e  viva  della  nazione  a  colti- 
'are  in  sé  l'idealità  d'una  razza  forte 
:  serena,  meritevole  dei  beni  che  la 
'ita  non  lesina  ai  tenaci  conquista- 
ori.  Sono  questi  libri  come  soffi 
l'aria  nuova,  che  ci  dilatano  i  poi- 
noni  e  ci  consentono  d'allargare  la 
lostra  visione  d'avvenire  :  ascoltando 
1  Mosso  narrarci,  colla  sua  fine  e 
nsieme  vivace  bonomia  di  filosofo 
noderno,  le  impressioni  da  lui  rice- 
vute frequentando  gli  uomini  e  le 
lonne  degli  Stati  Uniti,  quel  mondo 
3ve  si  opera  uno  sforzo  formidabile 
;d  universale  verso  il  progresso,  il 
;enso  d'avvilimento  e  d'invidia  non 
;  che  passeggero  :  subentra  tosto  la 
;oscienza  di  energie  in  noi  latenti, 
:he  si  risvegliano,  che  vorremo  e 
sapremo  sviluppare,  che  ci  daranno 
!e  stesse  vittorie  di  cui  ora  van  le- 
gittimamente superbi  i  popoli  d'oltre 
mare. 


La  riabilitazione  dei  Carlyle. 

L'editore  John  Lane  di  Londra  ha 
pubblicato  di  recente  una  interessan- 
tissima raccolta  di  lettere  e  memorie 
di  Jane  W'eish  Carlyle,  con  una  in- 
troduzione di  Sir  James  Crichton- 
Browne. 

Sono  due  volumi  resi  ancor  più 
attraenti  dalle  numerose  illustrazioni 
ivi  contenute.  Molti  avevano  creduto 
che  il  Froude  nel  suo  libro  sul  Carlyle 
avesse  detto  tutto  ciò  che  fosse  stato 
possibile  dire  dopo  accurate  ricerche, 
ma  così  non  è,  giacché  poche  delle 
lettere  da  lui  pubblicate  sono  più  in- 
teressanti di  quelle  che  troviamo  in 
questi  due  nuovi  volumi.  L'autore 
non  sa  nascondere  l'asprezza  dei  suoi 
sentimenti  verso  il  Froude  per  aver 
questi  presentato  il  Carlyle  in  una 
falsa  luce  avanti  al  pubblico.  Egli  non 
giunge  fino  ad  asserire  che  il  Froude 
ponesse  una  certa  malignità  in  quel 
che  fece,  ma  preferisce  pensare  che 
fu  la  sua  negligenza  e  la  smania  di 
concludere   che   lo   trasse   in  errore. 


11 


L'introduzione  di  Sir  James-Crich- 
ton-Browne,  che  consta  di  ben  80 
pagine,  è  una  severa  requisitoria  al 
Froude.  Quando  questi  pubblicò  il  suo 
volume,  egli  scelse  le  lettere  della 
signora  Carlyle  che  avevano  maggior 
merito  letterario,  tralasciando  quelle 
di  natura  famigliare,  che  ora  vedono 
la  luce.  Già  le  lettere  che  pubblicò  il 
Froude  parlavano  della  pulizia  della 
casa,  e  specialmente  di  quella  dei 
letti,  che  sembra  aver  dato  grande 
fastidio  alla  signora  Carlyle.  Queste 
nuove  lettere  contengono  molti  detta- 
gli domestici,  tra  i  quali  le  pulizie  pri- 
maverili hanno  una  parte  importante. 
Nuove  edizioni  dei  libri  del  Carlyle 
stanno  per  esser  pubblicate,  ed  egli 
è  considerato  ora  molto  più.  che  po- 
chi anni  dopo  la  sua  morte.  Egli  era 
appena  sceso  nella  tomba,  allorché 
un  vento  di  detrazione  si  levò,  cre- 
scendo ne'  seguenti  anni  in  un  tur- 
bine di  biasimo  che  minacciava  di 
gettare  il  suo  nome  e  le  sue  opere 
in   un   limbo  di  sprezzo. 

La  causa  della  straordinaria  deca- 
denza del  Carlyle  nella  pubblica  sti- 
ma fu,  secondo  il  suo  presente  difen- 
sore, il  risultato  de'  volumidel  Froude 
colle  sue  reminiscenze  e  lettere.  Esse 
dipingevano  il  grande  letterato  nei 
suoi  più  neri  e  meno  amabili  mo- 
menti, nascondendo  {brillanti  e  geniali 
aspetti  della  sua  natura  e  mo.stran- 
dolo  come  egli  era  solamente  rare 
volte. 

Il  Crichton-Brovvne  trova  quasi  im- 
possibile il  credere  che  il  Froude 
ponderasse  o  prevedesse  il  male  che 
egli   andava  preparando. 

Il  Froude  fu,  ne'  suoi  ultimi  giorni, 
il  più  intimo  amico  di  Carlyle  e  il 
suo  più  devoto  discepolo,  e  lettera- 
riamente sedè  ai  piedi  del  «  Saggio 
di   Cheyne   Row  »   per  anni. 

«  Egli  cominciò  -  dice  lo  scrit- 
tore -  con  l'adorazione  per  l'Eroe  e 
fini  quasi  in  uno  stato  di  ossessione 
demoniaca  ». 

«  Dapprima  egli  abbiettamente  si 
pro.strò  avanti  al  Carlyle  come  avanti 
un  incommensurabile  suo  superiore 
e  alla  fine  egli  costruì  un  mosaico, 
rappresendandolo  come  un  mostro  ar- 
cigno e  grottesco  ». 

Per  comprendere  il  trattamento  del 
P'roude  verso  il  Carlyle  Io  scrittore  cre- 
de necessario  studiare  il  carattere  det 

Voi.  evi,  Serie  IV  -  1°  luglio   1903. 


16^ 


TUA    LIBRI    E    RIVISTE 


Froude  ;  l'esame  di  questo  rivela  che 
aveva  l'abitudine  di  storpiare  le  im- 
pressioni che  riceveva.  Egli  raramente 
scopriva  il  vero  significato  e  lo  scopo 
di  alcuna  delle  discipline  che  egli  stu- 
diava, ma  travolgeva  i  fatti  dalla  loro 
esatta  forma  e  figura  e  li  rendeva 
conformi  alle  sue  idee  e  alla  sua  fan- 
tasia, mentre  li  spingeva  molto  al  di 
là  del  vero.  Non  è  mai  esistito,  af- 
ferma Sir  Crichton-Browne,  alcun 
eminente  autore  inglese  che  sia  stato 
cosi  frequentemente  e  cosi  schietta- 
mente contraddetto. 

Lo  scrittore  si  stupisce  come  il  Car- 
lyle  col  suo   acuto    discernimento    e 


Miss  Jant'  Welsh. 

(a<i  ,.,„,  ,m,;«tu,-aj. 

amore  per  la  verità  potesse  aver  fatto 
del  Froude  il  principale  depositario 
del  suo  testamento  letterario.  Quando 
ciò  fece,  egli  era  vecchio  e  aveva  sol- 
tanto pochi  amici,  sebbene  contasse 
molti  adoratori.  Quantunque  il  Froude 
conoscesse  le  cose,  egli  si  mise  in  testa 
che  il  Carlyle  avesse  maltrattato  sua 
moglie,  e  che  la  sua  vita  dopo  la  di 
lei  morte  fosse  piena  di  rimorsi  ;  e 
dal  momento  che  questa  idea  s'impa- 
dronì della  mente  del  Froude,  egli  si 
pose  con  ardente  assiduità,  quasi  di 
un  litigante,  ad  appoggiarla  fino  apub- 
blicare lettere  che  il  Carlyle  aveva  as- 
solutamente vietato  che  si  rendessero 
note.  Non  solo  il  Froude  ommise  più 
della  metà  delle  lettere  che  Carlyle  ave- 
va raccolto,  ma  sostituì,  con  conse- 


guenze disastrose,  a  quella  parte  del 
giornale  della  signora  Carlyle  prepa- 
rata da!  marito,  un'altra  raffazzonatura 
molto  differente,  fatta  da  lui.  Quanto  al 
falso  ritratto  che  dell'autore  de\\a.l'i/a 
di  .Federico  II,  fa  il  Froude,  Sir  James 
ne  trova  la  ragione  nella  negligenza 
e  nei  preconcetti   di  lui. 

E  il  Froude  soffri,  al  pari  del  Car- 
lyle, interamente  il  male  che  fece  con 
la  pubblicazione  delle  reminiscenze 
e  delle  lettere. 

«  Io  so  personalmente  -  scrive  Ales- 
sandro Carlyle- che  questo  gli  fu  causa 
di  molto  dolore,  giacché  io  lo  incon- 
travo di  frequente  un  tempo  Egli  con- 
fessava che  l'accoglienza  che  il  suo 
libro  aveva  avuta  era  inaspettata,  lo 
credeva  e  credo  tuttavia,  che  nel  pub- 
blicare queste  carte  private  egli  sba- 
gliasse semplicemente  nel  giudizio,  e 
non  fosse  mcitato  da  alcun  cattivo 
sentimento  verso  Carlyle.  Durante 
qualche  tempo  dopo  la  pubblicazione 
egli  fu  in  uno  stato  di  profondo  avvi- 
limento e  di  apparente  contrizione  tale 
che  quando  lo  incontravo,  il  che  ac-  ' 
cadde  più  di  una  volta,  io  non  potevo 
far  altro  che  sentirmi  pieno  di  com- 
passione  per  lui  » . 

Questa  contrizione,  secondo  il  Crich- 
ton  Browne,  si  tramutò  ben  presto 
in  virulenza  allorché  la  signora  Ales- 
sandra Carlyle  pubblicò  nel  numero 
del  Times  del  5  maggio  1881  la  so- 
lenne ingiunzione  di  suo  zio  {Tom- 
maso Carlyle)  che  il  Froude  aveva 
violata. 

Il  Froude  sembra  non  aver  com- 
presa la  vera  situazione  dei  Carlyle. 
Egli  dichiara  che  Carlyle  indusse 
Miss  Welsh  a  scendere  dalla  sua  alta 
posizione  sociale,  e  fece  una  serva 
di  una  donna  che  non  aveva  mai 
conosciuto  un  desiderio  insoddisfatto 
per  alcuna  cosa  che  il  danaro  potesse 
procurare.  Egli  aveva  veduto  i  ricchi 
del  paese  a'  suoi  piedi,  ed  ella  avrebbe 
potuto  scegliere  tra  essi  a  piacimento. 
Orai!  padre  della  signora  Carlyleera  un 
medico  di  campagna  che  riuscì  a  cam- 
par di  rendita,  la  quale  fu  poi  lar- 
gamente assorbita  nel  pagare  l'arre- 
damento di  Craigenputtock.  Una 
serva,  a  otto  sterline  l'anno,  faceva  i 
lavori  più  umili,  e  il  restante  era 
compiuto  dalla  signora  Welsh  e  da 
sua  figlia.  Buona  parte  del  denaro 
fu  dedicato    all'educazione    di    Jane, 


TRA    LIBRI    E   RIVISTE 


né  trattamenti  delicati,  né  sciu- 
,  uè  lusso.  Non  erano  ricchi  i 
ivani  del  paese  che  vivevano  pro- 
iti  a'  suoi  piedi,  e  nello  sposare 
rlyle  ella  non  scese  di  molto  dalla 
L  posizione. 

guanto  al  lavoro  faticoso  ne'  pri- 
irdi  della  sua  vita  maritale  a  Crai- 
iputtock,  Chrichton-Browne  non 
crede.  Ella  aveva  sempre  una 
nna  di  faccende  con  sé,  e  qualun- 
s  lavoro  materiale  facesse  lo  faceva 
suo  piacere.  Ella  cavalcava  ogni 
la  mattina  con  suo  marito,  racco- 
èva  fiori  nelle  ore  d'ozio  de!  po- 
riggio,  e    leggeva    i  classici    con 

durante  la  sera.  Negli  ultimi  anni 
sua  vita  la  signora  Carlyle  stava 
:sso  poco  bene  e  soffriva  d'inson- 
i.  Come  anche  suo  marito,  ella  be- 
va.  molto  tè,  e  fumava  costante- 
:nte  delle  sigarette,  allorché  questa 
itudine  non  era  ancora  cosi  in  voga 
Ile  presentemente  tra  le  English 
Iks;  di  conseguenza  il  suo  sistema 
rvoso  era  molto  scosso,  e  siccome 
she  quello  di  colui  che  concepì 
Sartor  resartus  era  scosso  già  da 
)lto  tempo,  si  può  immaginare  di 
;gieri,  che  la  loro  vita  non  era 
riusi vamente  fiorita  di  rose.  Essi 
svano  le  loro  piccole  differenze, 
i  mai  alcunché  di  serio,  e  nessuno 
ò  leggere  le  lettere  di  questo  libro 
iza  credere  che  si  portassero  reci- 
jcamente  un  grande  amore.  Froude 
ive  molto  intorno  al  rimorso  di 
rl)le,  dopo  la  morte  di  Jane,  ma 
esto  era  unicamente  il  rimorso  di 

uomo  molto  sensibile  che  riandava 
n  la  mente  il  passato  e  che  pensava 
e  mille  piccole  cose  che  avrebbe 
tuto  fare,  e  che  non  aveva  fatto 
r  la  felicità  di  sua  moglie;  positi- 
mente  egli  non  aveva  davvero  nulla 

rimproverarsi 
Le  lettere  della  signora  Carlyle  co- 
tuiscono  una  lettura  deliziosa.  Ella 
parla  della  novità  nella  vita  che 
nducevaa  Craigenputtock,  della  co- 
)dità  e  del  piacere  che  vi  trovava, 
che  sembrerebbe  provare  che  ciò 
e  il  P'roude  diceva  circa  la  vita 
■vile  di  lei  era  tutta  invenzione.  Le 
tere  non  sono  tutte  scritte  al  Car- 
e;  alcune  sono  dirette  ad  amiche, 
re  ai  parenti.  Ve  n'è  una  assai 
/ertente  scritta  a  Carlyle,  che  stava 
sitando  il  Re  V.  Vescovo  di  St.  David. 


1G3 

Essa  descrive  una  visita  di  Darwin, 
che,  come  ella  dice,  era  inquieto  con 
Harriet  Martineau.  Sembra  che  un 
fondo  di  1300  sterline  fosse  stato  rac- 
colto per  lei,  e  che  la  prima  cosa 
che  ella  fece,  fu  di  procurarsi  il  cata- 
logo di  un  argentiere  e  di  ordinare 
un  piatto  da  100  sterline  che  le  oc- 
correva. «  Certamente  Harriet  fa  tutte 
queste  sciocchezze  per  vanità.  Ora 
ella  sarà  probabilmente  in  collera  con 
questi  uomini,  che  hanno  fatto  tanto 
per  lei,  perchè  si  rifiutano  di  accondi- 
scendere a'  suoi  capricci  ».  \n  un'altra 
lettera  ella  scrive  dell 'Harriet:  «  Io 
dimenticai    di    dirvi    clie    la   vidi    il 


La  sign 


rlvle  e  il  suo  cane  Nero. 

(da  una  fot.  dei  Itisi) 


giorno  avanti  che  lasciassi  Liver- 
pool  -  il  ritratto  di  una  robusta  sa- 
lute abbattuta  dal  tempo.  Natural- 
mente ella  era  tutta  vivace,  e  noi 
fummo  solamente  per  breve  ora  in- 
sieme, ma  non  fu  scambiata  parola 
sul  magnetismo  animale...  La  sua 
eloquenza  era  specialmente  diretta 
contro  i  cacciatori  di  leoni  che  tor- 
mentavano la  sua  esistenza  ai  laghi  ». 
La  signora  Carlyle  potè  essere  arguta 
sia  con  la  lingua,  che  con  la  penna. 
Ella  scriveva  a  suo  marito;  «  Ieri 
sera  io    pranzai  dalla    signora  H...; 


lt)4 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


mangiando  si  prova  quasi  il  mal  di 
mare;  sul  momento  si  crede  che  ces- 
serà, e  allora  l'impressione  svanisce, 
e  ci  s' immagina  d'aver  subito  qualche 
alterazione...  » 

In  questa  stessa  lettera  ella  scrive  : 
«  Sapevate  che  Alfredo  Tennysonavrà 
una  pensione  di  200  sterline  all'anno  ? 
Peel  ha  dichiarato  la  sua  intenzione 
di  raccomandarlo  a  S.  M.  la  Regina, 
il  che  è  considerato  definitivo  :  <<  A 
chaqu'un  selon  sa  capacité  !  »  Lady 
Harriet  mi  disse  che  egli  vuole  am- 
mogliarsi ;  «  deve  avere  una  donna 
per  viverci  vicino  ;  preferirebbe  una 
signora,  ma  non  trova  ;  e  così  deve 
sposare  una  serva  ».  La  signora  Henry 
Taylor  disse  che  essa  era  in  procinto 
di  scrivergli  in  favore  della  sua  ser- 
vente, che  possedeva  un  carattere  ec- 
cellente per  la  sua  condizione...  » 

11  Tennyson  non  si  sposò  che  nel 
1850,  con  una  signora  di  cosi  alta 
posizione  sociale  come  la  sua,  e  la- 
sciando evidentemente  in  disparte  la 
serva  che  poteva  proporgli  la  signora 
Henry  Taylor. 

Non  solo  le  lettere  .sono  di  gran 
valore  per  il  merito  dello  scrittore, 
ma  esse  hanno  un  grande  interesse 
a  causa  delle  annotazioni  fatte  dal 
Carlvle. 


D'altra  parte  giunge  un'altra  voce. 

La  Fronde  del  26  giugno  scorso 
scriveva  che  «  l'orso  mal  leccato  e  il 
tiranno  domestico  che  era  l'eccentrico 
Scozzese  »  stava  per  essere  riabilitato 
dai  suoi  ammiratori  :  è  possibile  - 
concludeva  -  che  in  avvenire  Jane 
sia  una  megera  e  Carlyle  un  santo? 

Edmond  Barthélemy,  che  tradusse 
eccellentemente  in  francese  il  Sartor 
resartiis  (edizione  del  Mercure  de 
France)  e  compose  un  accurato  studio 
biografico  e  critico  s  1  Carlyle,  ha 
scritto  alla  direttrice  della  Fronde  una 
lettera  «  per  rimetter  le  cose  al  loro 
posto  riguardo  la  delicata  questione 
dell'intimità  domestica  dell'illustre 
storico  ». 

«  Froude  -  egli  dice  -  ammirava  il 
Carlyle:  ma  non  l'amava.  Io  credo 
perfino  che  lo  detestasse  più  di  quanto 
egli  stesso  poteva  sospettare.  La  sua 
testimonianza,  ch'io  ho  pesata,  è 
dunque  for.se  improntata  di  parzialità, 
perlomeno  involontaria. 


«  D'altra   parte,    la   recen.e    t'  - 
monianza    in    senso    inverso    del  [.- 
rente  di  Carlyle  può  parer  interessai.,. 

«   Ecco  qui,  in  succinto,  il  risulti' 
dei  miei  studi  personali:  Jane  W' 
seppe  assai  bene  subito  ciò  che  fai  _ 
sposando  Carlyle   'il  quale,  sia  dt  t    > 
di  passaggio,  non  era  affatto  maUU - 
stro  né  volgare)  :  un  puro  matrimoi:io 
d'ambizione.   Ella  aveva  avuto    \n<  - 
cedentemente  un  amore   disgraziat. 
e  non  cercava  nella  sua    unione  C'  >I 
nuovo  venuto   che    i    compensi,     un 
po'  vuoti  in  verità,  della    fama    '■   - 
teraria.  Carlyle,  dal  canto  suo,  a\  - 
pure    amato    un'altra    giovinetta 
bella  e  intelligente  Margherita  Cord.  r. 
da  cui  fu  egualmente    amato)  e  mm 
poteva  dare  soddisfazioni  sentimeni    ' 
a  s,ua  moglie,  che  egli  non  chiedi 
Per  entrambi  fu  un  ajfaìe  di  testa.  I 
lo  sapevano,  essi  ne  convenivano.  ^1 
imprudenti  I   Che  farci? 

«  Sulla  fede,  io  credo,  di  .Mnn 
Arvède  Barine,  di  cui  lo  studio  e 
simpatico  ma  superficiale,  si  è  d'al- 
tronde esagerata  l'umiltà  del  compi :o 
a  cui  Carlyle  avrebbe  ridotto  sua 
moglie. 

«  Sì,  durante  i  sei  anni  passati  nel 
(■o/too-<?  solitario  di  Craigenputtock  .su- 
bito dopo  lo  sposalizio,  Jane  W'elsli, 
la  brillante  Jane  Welsh,  condusse  un.i 
vita  da  infermiera;  Carlyle  senza  troji- 
po  stupirsi,  la  vedeva  fare  ciò  ch'egli 
aveva  sempre  visto  fare  da  sua  ma- 
dre e  dalle  sue  sorelle.  Pertanto  Jane 
era  aiutata  da  una  domestica.  Ella  ri- 
ceveva inoltre  la  visita  di  Jeffroy,  il 
potente  iià.\\o'c&àt\\'  Edinburgh  Rcxinv, 
soddisfazione  d'amor  proprio  che  non 
è  alla  portata  di  tutte  le  infermiere. 

«  Xullameno  era  una  dura  vita,  della 
quale  la  signora  Carlyle  serbò  a  lungo 
le  traccie.  Ma  è  affatto  inesatto  il  dire 
che  questo  regime  d'isolamento,  di 
umiltà,  di  abnegazione  sia  durato  «fino 
alia  morte  ».  I  due  coniugi  non  re- 
starono che  sei  anni  nella  loro  Tebaide 
delle  montagne  del  Dumfriesshire. 
A  Londra,  dopo  il  fulmineo  successa 
di  French  Revolution,  Jane  Welsh  co- 
nobbe ad  usura,  per  quanto  poco  iii- 
vidiabili  possano  essere,  le  soddisfa- 
zioni a  cui  aveva  agognato  sposando 
Carlyle.  Ella  fu  festeggiata  come  può 
esserlo  ogni  moglie  di  scrittore  quando 
sa  tenere  il  suo  posto;  e  Dio  sa  quanto 
la  Car'yle  sapesse  I    Tutte  le  sommità 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


165 


letterarie  che  Londra  e  il  continente 
avevano,  passarono  nel  salotto  di  Chel- 
sea.  Confessate  che  per  quella  «  in- 
tellettuale »  la  sorte  non  era  disprez- 
zabile. 

«  Per  r  intellettuale.  Ma  per  la 
donna? 

«Ahimè!  Nessun  rumor  di  gloria 
coprirà  presso  una  vera  donna  i  pro- 
fondi battiti  del  cuore.  È  un  triste 
festino  la  fama;  un  granello  di  miglio 
va!  di  più.  Nondimeno  se  Jane  Welsh 
non  trovò  quello  che  non  cercava  in 
principio,  devesi  in  buona  fede  farne 
un  delitto  a  Carlyle?  Egli  non  aveva 
promesso  l'amore  ma  la  gloria,  e  man- 
teneva quanto  aveva  detto.  Egli  stesso 
non  era  felice.  La  Welsh  non  fu  certo 
la  megera  che  vorrebbe  mostrarci  il 
recente  biografo  di  Carlyle  ed  io  ho 
reso  un  omaggio  commosso  al  corag- 
gio, alla  devo7Ìone  di  questa  squisita 
e  infelice  donna:  tuttavia  Froude 
stesso  non  ha  potuto  a  meno  di  no- 
tare nell'attitudine  della  signora  Car- 
lyle verso  il  marito,  davanti  ai  fami- 
gliari, qualcosa  di  poco  tenero.  In- 
somma, i  due  sposi  non  comunicavano 
fra  loro  se  non  colla  letteratura.  Ma 
è  precisamente  quel  che  l'uno  e  l'al- 
tro avevano  voluto  ». 


Il  Museo  Victor   Hugo. 

Fu  inaugurato  a  Parigi  il  30  giu- 
gno, nella  casa  stessa  ove  il  sommo 
poeta  abitò  dal  1833  al  1848.  Alla 
presenza  dei  rappresentanti  del  Go- 
verno, del  Municipio,  dell'Accademia, 
della  <<  Comédie  -  Francaise  »,  e  del 
toni  Paris  intellettuale,  Paul  Meu- 
rtce,  il  nobile  vecchio  che  fece  ser- 
vire il  suo  ingegno  da  piedistallo  al 
Poeta  all'ombra  del  quale  egli  passò 
la  sua  vita,   disse  : 

«  Alla  fine  del  1901,  io  indiriz- 
zavo al  Consiglio  municipale  di  Pa- 
rigi una  lettera,  in  cui  dicevo  :  «  L'In- 
ghilterra ha  la  casa  di  Shakespeare 
a  Stratford-sur-Avon,  la  Germania 
ha  la  casa  di  Goethe  a  Francoforte. 
In  nome  dei  nipoti  di  Victor  Hugo 
e  mio,  propongo  a  Parigi  di  dare 
allaFrancia  la  casa  di  Victor  Hugo  ». 
Parigi  ha  risposto  generosamente  a 
questo  appello.  I  nipoti  di  X'ictor 
Hugo  ed  io  offrivamo  le   collezioni. 


le  opere  di  Victor  Hugo  e  quelle  su 
Victor  Hugo.  Parigi  ha  dato  la  cor- 
nice, questa  storica  e  vivente  casa. 
E  oggi,  signor  presidente,  dopo  ven- 
ti mesi  d'uno  sforzo  che  mi  è  stato 
assai  dolce,  ho  l'onore  e  la  gioia  di 
rimettere  la  casa  di  X'ictor  Hugo  a 
voi  che  rappresentate  Parigi,  a  Parigi 
che  rappresenta  la  Francia  ». 

Presero  in  seguito  la  parola  M.  De- 
ville, M.  de  Selves,  e  M.  Claretie. 
Quest'ultimo  diede  dei  dettagli  inte- 
ressanti sulla  vita  di  Victor  Hugo 
nella  casa  di  Place  Royale  ccn  sua 
moglie  e  i  suoi  quattro  figlioli.  È 
in  questa  casa  che  furono  scritti 
quasi  tutti  i  drammi,  e  i  canti  del 
Ct-epìisculé,  Les  Voix  in/érieures, 
Les  Rayons  et  les  Omhres,  Claude 
Gueux,  Les  Misérables.  Tutta  una 
generazione  d'immortali  venne  qui 
a  far  visita  al  Maestro  :  Lamartine, 
Michelet,  Alessandro  Dumas  padre, 
Dumas  figlio,  Alfonso  Karr,  Arsene 
Houssaye,  Alessandro  de  Humboldt, 
e  altri  e  altri,  forse  George  Sand, 
De  \'igny.  De  Musset  :  poi,  lanuova 
generazione,  Banville,  Baudelaire, 
Leconte  de  Lisle...  Nella  casa  all'an- 
golo della  piazza,  allo  stesso  piano, 
abitava  Teofilo  Gautier,  il  quale  ogni 
mattina  apriva  la  sua  finestra  per  ve- 
der alzarsi  il  Maestro,  come  avrebbe 
visto  alzarsi  il  sole. 

Nel  salone  del  primo  piano  dello 
storico  palazzetto,  ora  divenuto  Museo 
Nazionale,  sono  riunite  le  tele  che 
grandi  artisti  hanno  dipinto  in  gloria 
del  poeta:  campeggia  un  busto  di 
Victor  Hugo  imberbe,  affatto  diverso 
dall'immagine  divenuta  popolare  del 
poeta  ;  è  opera  pregevole  di  David 
d'Angers.  Un  quadro  di  Alberto  Bes- 
nard  riproduce  la  memorabile  se- 
rata della  prima  rappresentazione 
A' Hernani^  restata  celebre  .sotto  il 
nome  di  Battaglia  d' Heniaìti.  Poi 
v'ha  un  Don  Cesar  de  Basan  di 
Roybet,  Baiidin  sur  la  Barricade  di 
I.  P.  Laurens,  i  Bitraraves  di  Roche- 
grosse.  La  Legende  des  siècles  di 
Grasset,   il    Quasimodo  di  Lue  Olivier 

à  Merson,   la  Fantine  di  Carrière 

Infine,  firmato  da  Raffaelli,  un  ri- 
cordo dell'ottantesimo  compleanno 
del  poeta,  la  sfilata  dei  fanciulli  delle 
scuole  di  Parigi  sotto  il  balcone  del- 
l' avenue  Victor  Hugo,  in  cui  il 
nonno    radioso     s'  appoggiava    sulle 


166 

spalle  delicate  di  Giorgio  e  di  Gio- 
vanna.. 

Tutti  i  ritratti  di  \ictor  Hugo  sono 
qui  raccolti,  in^fotografie,  a  penna, 
addio...  una. poin/e  sixhe  colla  data 
del  1880  ha  la  firma  di  Rodin  :  di 
Rodin  v'ha  pure  un  superbo  busto 
del   maestro. 

Accanto  a  questa  raccolta  si  tro- 
vano parecchi  ritratti  di  amici  illu- 
stri con  dedica  autografa  :  uno  di 
George  Sand,  uno  ili  Lincoln,  due  di 
Dumas... 

Ai  secondo  piano  due  sale  sono 
piene  di  disegni,  di  piroincisioni  e 
di  quadri,  opere  punto  mediocri  dello 


TRA    LIBRI    E   RIVISTE 


Stesso  Victor  Hugo.  Li  pure  è  la 
sua  camera,  ricostruita  esat'amente 
cosi  com'era  quand'egli  vi  vis.se  e 
vi  mori  :  vi  si  trova  il  gran  letto  di 
quercia  a  colonne,  in  cui  Hugo  dormì 
l'ultimo  sonno:  accanto  è  una  sorta  di 
leggio  ove  il  poeta  scriveva  stando  in 
piedi  :  vi  si  conservano  i  due  calamai 
di  maiolica  e  la  penna,  e  sotto  un 
vetro,  l'autografo  ult  mo  del  Poeta. 
«  Je  reprf  sente  un  parti  qui  n'e.xi- 
ste  pas  encore  :  le  parti  revolution  et 
civilisation.  Ce  parti  fera  le  vingtième 
siècle.  Il  en  sortirà  d'abord  les  Etats- 
Lìnìs  d'Europe,  puis  les  Etats-l'nis 
du    Monde  ». 


Nemi. 


PUBBLICAZIONI  DELLA  CASA  R.  SANDRON  DI  PALERMO. 


Studi  socialisti,  di  Giovanni  Jauuès.  Tr.aduzioue  di  Gauzia  Ca.'ìsola.  pa 
gine  362.  L.  3. 

Storia  della  prostituzione  in  Sicilia,  di  A.  Ci'treua,  pcagg.  286.  L.  2.50. 

Il  movimento  agricolo  siciliano,  di  Filippo  Lo  Vetehe,  pagg.  192.  L.  1 

La  Canzone  di  Garibaldi  del.  D'Annunzio  documentata,  per  A.  Mario,  pa 
gine  164.  L.  1.20. 

Storia  della  economia  pubblica  in  Italia,  di  G.  Pecchio.  pagg.  1-tO.    L.  1.20 

//  dubbio.  Romanzo  di  Fulvia,  pagg.  198.  L.  1.50. 

Importanza  sociale  della  medicina  militare,    di  L.  Scorano,  pagg.  59.    L.  1 

La  Statistica  nella  odierna  evoluzione  sociale,  di  Filippo  Virgilii.  —  Pa 
lermo,  1903,  Remo  Sandron,  pagg.  240.  L.  1.50. 

Il  «  Prometeo  incatenato  >  di  Eschilo,  per  Mario  Fuochi.  —  Palermo.  1!I03 
Remo  Siindron,  pagg.  146.  L.  2.50. 


NOTIZIE,  LIBRI  E  RECENTI  PUBBLICAZIONI 


ITALIA. 


A  Parmii.  nel  teatro  Reinach.  è  stato  commemorato  solennemente  il  cente- 
lario  della  prima  lezione  di  diritto  pubblico  letta  in  quell'Ateneo  da  Giando- 
nenico  Roraaiinosi    11  discorso  d'occasione  fu  pronunziato  dall'on.  De  Marinis. 

—  Il  prof.  Elia  ililloseTich.  direttore  dell'Osservatorio  astronomico  del  Col- 
egio  Romano,  ha  detto  a  Reggio-Emilia  un  discorso  commemorativo  del  padre 
à.ngelo  Secchi,  invitato  a  ciò  dal  Comitato  costituitosi  da  diversi  anni  in  quella 
?ittà  per  erigere  un  ricordo  all'  illustre  concittadino. 

—  Il  1"  luglio  è  stato  inaugurato  a  Roma,  sulla  passeggiata  del  Gianicolo,  un 
lusto  del  generale  Filippo  Cerreti,  che  nel  18 19.  insieme  con  Carlo  Pisacane  ed 
litri  tre  membri,  fu  nominato  dall'Assemblea  costituente  per  provvedere  alla 
iifesa  di  Roma. 

—  Nella  seconda  quindicina  di  giugno  sono  stati  inaugurati  due  busti  di 
P^erdi,  uno  ad  Assisi,  nell'atrio  del  teatro  Metastasio.  ed  uno  a  Pistoia  nei  locali 
3el  Tiro  a  segno  nazionale. 

—  All'  Università  di  Modena  è  stato  festeggiato  il  compimento  del  qnaran- 
;acinquesimo  anno  di  insegnamento  del  prof.  Giovanni  Generali. 

—  Giovanni  Mestica,  letterato  insigne  e  deputato  al  Parlamento,  ha  cessato 
li  vivere  in  Roma  n  M'ultima  decade  di  giugno. 

—  È  morto  a  Xapoli  1'  llustre  e  popolarissimo  professore  Francesco  Pepere. 
lecano  della  Facolt.\  di  giurisprudenza  di  quella  Università,  in  cui  insegnava 
la  oltre  cinquant'  anni 

—  L'Accademia  della  Crusca  ha  nominato  soci  corrispondenti  Edmondo 
De  Amicis.  il  padre  Mauri,  Ernesto  Monaci,  il  professore  Puccianti,  Roberto 
Dadidsohn  e  Paul  Meyer. 

—  bell'ultima  sua  assemblea  generale,  l'Accademia  di  S.  Luca  ha  eletto 
iccademici  di  merito  corrispondenti  gli  architetti  italiani  Sti-amucci,  Manfredi, 
Pommasi.  Bernich  e  il  belga  Gewaerts,  e  ha  dato  il  possesso  alla  nuova  acca- 
iemica  d'onore  signora  Caterina  Pigorini-Beri 

—  Nel  concistoro  del  '22.  giugno  scorso  sono  stati  creati  sette  nuovi  cardi- 
nali, cioè  Antonio  Fischer,  arcivescovo  di  Colonia:  G  B.  Katschthaler.  arcive- 
scovo di  Sali.sburgo.  membro  della  Camera  dei  signori  austriaca  e  consigliere 
intimo  di  Francesco  Giuseppe:  Herrero  y  Espinosa,  arcivescovo  di  Valenza; 
Emidio  Taliani,  nunzio  apostolico  a  Vienna:  Andrea  Aiuti,  diplomatico:  Carlo 
Nocella,  segretario  della  Congregazione  concistoriale,  e  Beniamino  Cavicchioni, 
segretario  del  Concilio. 

X 
Fra  le  ultime   scoperte  di   Giacomo  Boni  al  Foro  Romano  vi  è  quella   del 
completo  basamento  quadrato   del  Janiis  Mcciins,   che   segnava  lo  sbocco   nella 
Sacra  Via  del  Vicus  Tuseus.  e  che  serviva  di  riunione  ai  banchieri  romani. 

—  Lo  scultore  Arnaldo  Zecchi  ha  completato  il  bellissimo  e  grandioso 
monvimento  ad  .Alessandro  II,  destinato  ad  essere  mandato  in  Russia 

—  Il  conte  di  Caserta  ha  donato  al  Ministero  dell'  istruzione,  coll'obbligo 
3he  sia  conservata  nel  Museo  di  S.  Martino,  una  grande  tela  col  ritratto  ad  olio 
ii  Carlo  III  ed  il  phaeton  che  appartenne  a  Ferdinando  II. 

—  Si  è  costituito  a  L  vorno  un  Comitato  della  Società  <  Dante  Alighieri  » 
sotto  la  presidenza  dell'avv.  Adolfo  Mangini,  e  la  vice-presidenza  del  nostro 
collaboratore  Guido  Menasci. 

—  A  Viareggio  si  è  tenuto,  alla  fine  di  giugno,  un  Congresso  idrologico. 

—  Nella  primavera  del  1904  si  terrà  in  Roma,  per  iniziativa  dell'Associa- 
zione nazionale  degli  ufficiali  in  congedo,  un  Congresso  storico  militare  inter- 
nazionale. 


1()S  NOTIZIE,    LIlìKI    E    RECENTI    FUUBI.ICAZIO.VI 

—  Lii  Rivista  delle  battaglie  d'arte,  nuovo  poriodioo  mensile  letterario,  I;.. 
cominciato  a  pubblicarsi  in  Roma  sotto  la  direzione  del  noto  critico  d'urta 
Mazzini-Beduschi. 

—  Il  pittore  americano  Frank  William  Stokes,  che  accompagnò  Pearv  in 
due  spedizioni  al  nord  della  Groenlandia,  ha  tenuto  una  conferenza  al  Collei;in 
Romano  su  (juei  viaggi  nelle  regioni  polari. 

—  Il  14  giugno,  nel  salone  della  Società  per  le  Bolle  Arti.  Ugo  Valcarenuhi 
parlò  sul  tema  /  due  Regni,  trattando  questioni  d'arte. 

—  Gli  editori  Le  Monnier  hanno  messo  in  voniUta  La  vita  di  (iinsrpni- 
Mazzini,  di  Federico  Donaver.  Questo  lavoro,  in  forma  piana  e  popolare,  nciii 
contiene  molti  scritti  inediti  o  rari  del  grande  genovese,  ma  l'autore  ha  cercato 
di  spogliarsi  da  qualunque  passione  politica,  e  questo  è  un  pregio  di  cui  va 
tenuto  calcolo. 

—  Il  nostro  collaboratore  Giacomo  Barzellotti  pubblicherà  presso  l'editore 
Remo  Sandron  un  volume  di  saggi,  che  intitolerà  Dal  Rinascimento  al  Risorgimento. 

—  Una  scuola  tipogràfica,  fondata  a  Torino  lo  scorso  anno,  ha  or  ora  cele- 
brato il  suo  primo  anniversario  distribuendo  i  premi  agli  allievi.  La  scuola 
ebbe  in  questo. primo  anno  63  allievi.  I  corsi,  sorali,  sono  sei:  Lingua  italiana 
(prof.  Gironi);  lingua  francese  (M.  Capra);  disegno  (Ed.  Cotti);  corso  composi- 
tori (Arrighi  e  Saletti);  corso  impressori  (Ajani,  Cravori,  Giorgis);  corso  fonditori 
(Piaggio).  Conferenze  tecniche  furono  tenute  nel  corso  dell'anno  dal  sig.  Rinaldo 
Cambiasi. 

Antonio  Cesari  giudicato  e  onorato  dagi'  italiani,  e  sue  relazioni  coi  con- 
temporanei, con  documenti  inediti,  per  GIUSEPPE  CrUIDETTI  Reggio  d'Emi- 
lia, collezione  letteraria,  presso  l'autore,  1903.  —  L'  opera  è  partita  nelle  se- 
guenti rubriche:  Relazione  e  carteggio  fra  Antonio  Cesari  ed  Alessandro  Man- 
zoni, pag.  3-01  -  Antonio  Cesari  giudicato  e  onorato  dai  contemporanei  e  dai 
posteri  ne'  loro  scritti  inediti,  o  rari,  pag  95-38Ì  -  Di  alcune  opinioni  del  Giordani 
intorno  al  Cesari,  pag.  385-398  -  Il  Cesari,  il  Guasti,  e  un  critico,  pag.  395- 10  > - 
Su  le  critiche  di  tre  pretesi  Manzoniani,  pag.  407-438  —  Il  Cesari  e  Antonio 
Rosmini,  pag.  439-140  -  De  le  lettere  del  Cesari  e  di  Giuseppe  jNIanuzzi  suo 
discepolo,  pag.  441-46'J  -  Relazioni  fra  Antonio  Cesari  e  Giacomo  Leopardi, 
pag.  467-491  -Antonio  Cesari  giudicato  e  onorato  dagl'italiani,  pag.  492-494  - 
Il  Cesari  e  i  Governi  politici  del  suo  tempo,  pag.  494- 196  -  Albero  genealogico 
della  famiglia  Cesari  di  Verona,  pag.  4  17-501 -Di  una  lacuna  nelle  relazioni  del 
Cesari  col  Giordani,  pag.  5)1-508  -  Del  catalogo  delle  edizioni  originali  delle 
opere  di  Antonio  t^esari,  secondo  l'ordine  de'  tempi,  in  cui  furono  pubblicate, 
pag  508-")l0  -  Dopo  la  lettura  delle  relazioni  e  carteggio  tra  il  Cesari  e  il  Manzoni, 
pag.  511-516  -  Conclusione  sul  Cesari  e  Manzoni,  pag.  517-.531.  Una  lunga  sequela 
di  giudizi  de' più  illustri  contemporanei  del  Cesari  quale  restauratore  degli  studi 
della  nostra  lingua,  non  che  di  insigni  scrittori  tuttor  viventi,  occupano  gran 
parte  del  volume.  Tra  i  primi  sono  principali  il  Botta,  il  Bresciani,  il  Costa,  il  Fan- 
fani,  il  Fornari,  il  Gherardiui,  il  Gioberti,  il  Giordani,  il  Guasti,  il  Leopardi,  il  ,VIa 
miani,  il  Monti,  il  Perticari,  il  Rosmini,  lo  Strocchi,  il  Tiraboschi,  il  Tommaseo  ; 
tra  i  second  l'Ascoli,  il  Capocelatro,  il  Carducci,  il  Conti,  il  Del  Lungo,  il  D'Ovidio, 
d  Grosso.  E  un  lavoro  giudizioso,  minuto,  omogeneo;  da  riuscire  assai  acconcio 
a  raddirizzare  torte  opinioni,  e  a  colmare  un  vuoto  della  nostra  storia  lette- 
raria. La  storia,  vorrei  dire,  di  un  secondo  rinascimento.  Avvengachè,  nella 
prima  metà  del  secolo  teste  trascorso,  un  nobile  drappello  di  scrittori  d'  ogni 
genere  riamicando  l'arte  con  la  scie  iza.  restituì  all'eloquenza  l'originario  glo- 
rioso ufficio  d'ammaestrare  dilettando.  Di  che  è  da  dare  ad  Antonio  Cesari  la 
debita  lodo,  per  avere  rimenato  lo  studio  della  lingua,  vale  a  dire  dell'espo- 
nente del  pensiero  e  del  sentimento,  alla  sua  nativa  purezza  e  vigoria,  appa- 
recchiando così,  coU'unità  della  parola,  la  concordia  degli  animi  a  rivendicare 
alla  patria  la  sua  piena  balia  {Oinseppe  Cagnoni^. 

Doveri  sociali  dell'età  presente,  di  G.  VIDARI.  Milano,  Hoepli,  L.  2.  — 
L'autore  si  è  proposto,  raccogliendo  in  volume  alcune  riflessioni  .-uUa  vita  mo- 
rale contempoianea,  di  rivolgersi  spe  ialmente  alle  persone  di  media  coltura, 
die  lanno  o  avranno  parte  attiva  nella  società  presente,  di  parlare  al  loio  in- 
telletto per  indurlo  a  considerare,  se  già  non  l'abbiano  fatto,  i  bisogni  e  i  doveri 
dell'età  nostra,  e  di  muovere  il  loro  .sentimento,  se  già  altrimenti  non  sia  mosso 
sulle  vie  luraino.se  del  bone  e  della  civiltà.  Lo  intento  educativo  è  dunque  ma- 
nifesto e  soltanto  con  una  tal  veste  il  libro  si  presenta  al  pubblico,  non  tanto 
degli  scienziati  e  filosoli  di  professione,  quanto  di  coloro  che  hanno  a  cuore  le 
sorti  morali  della  società,  al  pubblico  degli  educatori  e  degli  educandi. 


NOTIZIE,   LIBRI   E   RECENTI   PUBBLICAZIONI  169 

Il  malato  dAsia.  per  PIER  LUDOVICO  0CCHI>T:.  Firenze,  LvMACHi,lW3.— 
1  malato  d'Asia  è  il  popolo  cinese:  e  ■|uesto  discorso  preceduto  da  una  animosa 
jrefazione  e  oonchiuso  da  un'appendice  sulle  atrocitìl  dell'ultima  guerra,  fa  parte 
li  uno  studio  più  vasto  sulla  quistioue  cinese.  L'  autore  era  finora  noto  per 
ina  delicata  raccolta  di  versi  :  Biscnits  de  Sèvres  :  ma  col  presente  volume 
!;etta  inaspettatamente  un  grido  coraggioso  nell'indifferentismo  dei  letterati  ita- 
iani,  troppo  alieni  dal  partecipare  a  quanto  giova  all'incremento  materiale  ed 
?conomico  del  paese.  L'Occhini  è  convinto  che  le  ricchezze  naturali  del  Celeste 
[mpero  debbano  venire  utilizzate  dallEuropa  so  lecitamente.  L  idea  è  ottima,  la 
"orma  eloquente. 

Biblioteca  italiana  di  Legislazione  pubblica,  diretta  da  FRAIS'CESCO 
DELLA  VALLE.  Roma,  F.lli  Bocca.  Per  un  anno  (non  meno  di  10  fascicoli) 
b.  10.  —  Pregevole  e  veramente  utile  ci  sembra  questa  pubblicazione  intrapresa, 
iella  quale  verranno  stiubate  ed  illustrate  gradatamente  tutte  le  leggi  ed  i  rego- 
amenti  appartenenti  alla  legislazione  pubblica,  nonché  l'esposizione  procedurale 
>  pratica  ad  esse  relativa.  Oltre  alle  leggi  italiane  saranno  illustrate  anche  alcune 
straniere  che  abbiano  grande  importanza  giuridica  o  un  valore  particolare  in 
•apporto  alla  legislazione  italiana.  In  questa  ■>  Biblioteca  »  vedranno  la  luce 
mche  monografie  originali  ed,  eccezionalmente,  traduzioni  di  celebri  monografìe 
straniere  intorno  ad  argomenti  di  legislazione  pubblica. 

Alla  «  Biblioteca  >  va  annessa  una  pubblicazione  autonoma,  il  Monitore  am- 
ninislratiio.  d'indole  eminentemente  pratica. 

Solingo  Nauta,  versi  di  LUCIANO  CROCI.  Roma,  Casa  editrice  nazionale 
Roux  li  Vi\reNjO,  19  >.S.  pag  20!).  —  Sono  più  di  cento  componimenti  poetici  di 
^ario  argomento,  di  vario  metro  e  di  varia  intonazione:  dall'epicedio  all'ode 
)acchica.  dal  ricordo  alla  descrizione,  dall'idillio  al  dramma.  L'autore  non  tiene 
i  seguire  una  scuola  poetica  più  che  un'altra  :  dannunziano  o  pascoliano  che 
lia.  ha  curato  di  riuscire  buon  poeta  e  di  dimostrare  la  sua  padronanza  cosi 
b'11,1  nobile  idea  come  della  forma  elegante.  A  particolar  lode  di  lui  diciamo  che, 
selilieni-  questi  Vci'si  appaiano  come  primizia  dell'  ingegno  poetico  di  e  i  li  ha 
jensati  e  composti,  pur  tuttavia  sono  stati  maturati  da  molti  anni,  perchè  quasi 
utti  furono  scritti  qualche  diecina  d'anni  fa. 

FRANCIA. 

Il  Libro  Giallo  sulle  relazioni  tra  la  Francia  e  il  Vaticano  costituisce  un 
locumento  importantissimo.  Esso  non  si  trova  dai  librai  :  il  Mi'iiiorial  diploma- 
iqae  ne  ha  pubblicato  il  testo  .completo  nel  suo  numero  del  2S  giugno.  (Prezzo 
ire  1  ;  indirizzo.  18  Rue  Grange-Batelière,  Paris). 

—  La  Société  des  Poètes  Frauf/ais  è  un'  istituzione  assai  fiorente.  Essa  tiene 
jeriodicamente  le  sue  riunioni  e  presenta  i  resoconti  al  ministro  dell'istruzione. 
>ully-Prudliorame.  che  ha  dato  il  maggiore  incremento  alla  Società,  ne  è  presi- 
lente onorario;  vice-presidenti  sono  Leon  Dierx  e  J.  M.  de  Hérédia:  il.  Al- 
;anter  de  Bralim  è  il  segretario  generale,  e  M.  C.  Poinsot  segretario  archivista. 
Da  poco  la  Società  ha  adottato  un  regolamento  relativo  all'edizione  dei  giovani 
loeti  inediti,  fra  i  quali  sarà  aperto  un  concorso  dal  1°  luglio  al  31  dicembre 
lei  corrente  anno 

—  AU'Académie  Francjaise  furono  fatte  il  18  giugno  le  elezioni  per  sostituire 
jraston  Paris  e  Legouvé.  Al  seggio  di  Paris  si  presentarono  candidati  Frédéric 
Vlasson,  autore  di  tante  opere  su  iVapoleono.  e  Jules  Delafosse.  polemista  politico 
ìi  grande  valore:  fu  eletto  Masson.  Al  secondo  seggio  riusci  eletto  Reni-  Bazin, 
ihe  aveva  per  competitore  Larroumet.  segretario  dell'Accademia  di  Belle  Arti 
?  collaboratore  drammatico  del   Tcmps 

—  Nel  lato  posteriore  dell'Accademia  di  musica  è  stato  eretto  un  monu- 
mento in  onore  di  Carlo  Garnier.  l'architetto  che  eostruì  il  teatro    àeW Opera. 

—  Fra  i  libri  più  notevoli  comparsi  alla  libreria  francese  nella  seconda 
juindicina  di  giugno,  ricorderemo  Au  Soleiì  de  Juillet  (1829-1830),  di  Paul  Adam, 
pubblicato  da  Oliendorff. 

—  Un  nuovo  libro  di  Jules  Verne,  Bonrses  de  Voi/age.  è  uscito  il  29  giugno 
presso  l'editore  Hetzel  (fr.  3). 

—  È  uscito  il  volume  del  1903  ànW'Aiinnaire  de  t'Aristocratie  itrangh'e  en 
France,  che  si  pubblica  già  da  cinque  anni.  Esso  contiene  più  di  8tXX)  indirizzi 
li  stranieri  residenti  in  Francia  e  appartenenti  all'aristocrazia  della  nascita  e  del- 
l'ingegno, e  dei  membri  dell'aristocrazia  francese  che  hanno  in  moglie  una  stra- 
liera.  (Editori  Chamerot  cv  R  •nouard.  fr.  12). 


ITU  NOTIZIE,    LIBRI    E   RECENTI    PUBBLICAZIONI 

-  Un  importante  lavoro  sulla  noToUistica  italiana  nei  secoli  XIV,  XV  e  xvi  è 
stato  compiuto  da  A.  Van  Bever  e  E.  Sansot-Orland,  col  titolo  (Envres  galantes  '. 
dès  Coiitiìirs  ilalì'ens.  (Mercure  de  Franee,  fr.  3.50).  ' 

—  «  La  Soif  Kouge  »  è  il  titolo  complesHivo  di  una  serie  di  volumi  che 
M.  Charles  Foley  sta  scrivendo,  e  l'editore  Juven  pubblicando.  Il  primo  si  occu- 
pava di  Marion  Fruncliet :  il  secondo,  uscito  in  questi  giorni,  è  intitolato  Madame 
de  Lamballe. 

—  Liii  Casa  editrice  di  Tours  Alfred  Marne  &:  Fila  ha  incominciato  a  pub- 
blicare una  collezione  illustrata,  a  un  franco  il  volume,  intitolata:  «  Les  Maitres  , 
Actuels  du  rire  ».  I  due  primi  volumi  già  apparsi  sono:  La  Caserne  allemande] 
di  Jean  Drault  e   Un  prix  de  cinq  millions  di  Henriot. 

—  Madame  Flirt  è  il  titolo  di  una  commedia  di  Paul  Gavault  e  Georges  ' 
Berr,  che  esce  col  1'  di  luglio  presso  Calmann-Lévy  (fr.  3.50). 

—  Tutto  ciò  che  ora  ancora  rimasto  di  inedito  di  Paul  Verlaine,  ha  trovato 
posto  nel  volume  di  Qiiivns  Postliumes.  pubblicato  da  Leon  Vanler  (fr.  (i) 

—  Lo  stesso  editore  ha  messo  in  vendita  un  nuovo  volume  di  novelle  di 
Paul  Cìinisty.  intitolato:  Les  LIenrcs  difficiles. 

—  L'editore  Charpontier  annunzia  come  imminente  la  pubblicazione  di  un 
volume  di  critica  di  Catullo  Mendès,  Le  mouvement  polilique  de  1767  ù  t!>00. 
che  si  divide  in  due  parti:  la  prima  è  il  rapporto  al  ministro  dell'istruzione, 
preceduto  da  ^//p.s,«'o«/' sulla  personalità  dello  spirito  poetico  della  Francia;  la  se- 
conda consta  di  un  dizionario  bibliografico  e  critico  e  di  una  Nomenclatura  cro- 
nologica della  maggior  parte  dei  poeti  francesi  del  secolo  xix  (10  fr.). 

—  Flammarion  ha  messo  in  vendita  un  nuovo  romanzo  di  Gyp,  Un  mt'nane 
dernier  cri  (fr.  3.50) 

—  Il  31  luglio  verrà  alla  luce  presso  la  libreria  accademica  Perrin  &  C." 
un  nuovo  libro  del  monaco  benedettino  Doni  du  Boiirg:  esso  si  intitola  Dli 
Champ  de  bataille  à  la   Truppe  -  Le  Frh-e  Gabriel  (1835-Ì897,  fr.  3.50). 

—  M.  G.  Michaut.  critico  insigne,  decano  della  Facoltà  di  lettere  dell'Uni- 
versità di  Friburgo,  in  Svizzera  lui  scritto  un  volume,  Sainte-Beuve  arant  les 
'■  Lnndis  »  -  Essai  sur  tu  faniidiioii  de  son  esprit  et  de  sa  métliode  critique.  Il  libro 
è  stato  messo  in  vendita  il  30  giugno  da  Fontemoing.  al  prezzo  di  Hi    franchi. 

Mirabeau.  Lettres  à  Julie,  par  M.  DAUPHIX  M KU XI  EH  et  M.  GEORGES 
LELÓIR.  Paris.  PLi«-XtiuiiRiT.  Fr.  7.50.  —  Jl.  Dauiiliiii  ^l<\inier.  avendo  otte- 
nuto l'autorizzazione  di  pubblicare  l'immensa  corrispoiuliiiza  inedita  di  Iilira- 
beau,  ne  ha  distaccato  un  centinaio  di  lettere,  dirette  a  Mademoiselle  Julie 
Dauvers,  nelle  quali  Mirabeau  dichiara  positivamente  di  essere  l'amante  della 
principessa  di  Lamballe.  Questo  fatto  che  già  altri  avevano  asserito  non  era  stato 
ancora  dimostrato  come  ora  da  M.  Meunier,  che  ne  fornisce  gli  elementi  auten- 
tici e  lo  discute  punto  per  punto,  con  argomenti  che  non  lasciano  luogo  a 
dubbi.  Un  giurista  bon  noto,  membro  dell'alta  magistratura  parigina,  M.  Georges 
Leloir,  gli  ha  prestato  la  sua  collaborazione,  in  modo  da  fare  di  questa  rivela- 
zione  delle  Lettres  à  Julie  un  modello  di  critica  storica. 

Le  Pressoir.  Roman  par  BERNARD  TAFT.  Paris,  Dvjarric,  1908  pa- 
ges350  Fr.  3  50.— Il  torchio  delle  superstizioni  e  dei  pregiudizi  che  schiaccia  e  de- 
turpa inesorabilmente  tante  anime  gentili,  non  risparmiò  neppure  Georgette, 
sebbene  la  buona  Jeanne  M  irnère  avesse  logorato  gli  anni  migliori  della  sua 
vita  per  strapparla  a  quel  giogo  terribile.  Tutto  era  vano,  poiché  per  la  inesperta 
fanciulla,  educata  da  una  vecchia  signora  tutta  imbevuta  dei  falsi  pngiudizi,  la 
second  I  moglie  di  suo  padre  era  sempre  la  matrigna  crudele  che  liisugna  odiare 
e  disprezzare  implacabilmente.  E  Jeanne  lottò  a  lungo  e  soUri  assai,  ma  ottenne 
alla  fine  vittoria,  poiché  mentre  Georgette  mori  vittima  delle  sue  stolte  preven- 
zioni. Pierrot.  l'altro  figliastro,  posto  nell'alternativa  di  scegliere  tra  colei  che 
gli  aveva  dato  la  vita,  una  donna  frivola  e  mal>agia,  e  Jeanne,  la  matrigna 
buona  e  affezionata,  preferì  quest'ultima  e  la  tenne  sempre  come  sola  e  vera 
madre,  contro  ogni  sciocco  pregiudizio  del  volgo. 

L'Immoraliste,  par  ANDRÉ  GIDE.  Société  du  >  ERCiUE  de  France,  Pa- 
ris, —  E  la  seconda  edizione  d'un  romanzo  ch'ebbe  notevole  successo  or  son  pochi 
anni,  quand'eran  di  moda  gli  studi  di  psicologia  sperimentale  e  oggettiva:  non 
tanto  oggettiva  questa  narrazione  d'una  vita  anormale  (e  amorale,  piuttosto  che 
immorale)  si  che  non  si  intraveda  una  convinzione  dell'autore  e  non  se  ne  tragga 
un  insegnamento  veramente  morale.  Il  Gide  l.a  senza  dubbio  forti  doti  di  nar- 
ratore, rapidità,  giustezza  incisiva,  senso  della  misura:  è  un  artista  che  pensa: 
egli  può  darei  delle  cose  veramente  salde  e  sostanzioso. 


NOTIZIE,    LIBRI    E   RECENTI   PUBBLICAZIONI  1/1 

Études  d'histoire  Première  serie,  par  ARTHUR  CHUQUET.  Paris,  A.  Fox- 
EMO  Nc,  r.)03  (collection  <-  Minerva  »).  —  Ifon  v'è  uomo  colto  che  si  occupi 
ella  storia  dei  secoli  decimottavo  e  decimonono  che  non  conosca  i  bei  lavori  di 
L.  Chuquet  sulle  guerre  della  rivoluzione,  sulla  giovinezza  di  Napoleone,  sulla 
uerra  del  1870  e  non  sappia  che  l'egregio  membro  dell'Instituto  è  anche  pro- 
ondo cultore  della  storia  letteraria,  come  dimostrano  i  suoi  studi  sulla  lettera- 
iira  tedesca  e  su  Stendhal.  In  questo  volume,  primo  di  una  serie,  spiccano  le 
oti  che  ognuno  riconosce  nel  Chuquet,  sicurezza  d'informazione,  precisione  di 
ocumentazione,  nitida  eleganza  di  stile  e  ci  sfilano  innanzi  un  episodio  della 
ita  di  Baiardo  a  Meziires,  una  delicata  biografia  della  sorella  di  Goethe,  il 
acconto  spigliato  di  un  errore  giudiziario  in  Corsica  nel  secolo  decimottavo, 
ino  studio  molto  notevole  su  un  rivoluzionario  tedesco,  Giorgio  Forster,  de- 
lutato  di  Magonza  alla  Convenzione  Nazionale.  Come  l'indica  il  titolo  della  col- 
ezione,  a  cui  il  volume  appartiene,  una  parto  almeno  degli  studi  che  lo  com 
longono  vide  già-  la  luce  nel'a  rivista  ìliiierva,  che  vanta  appunto  tra  i  suoi 
liù  accreditati  collaboratori  l'ili. stre  direttore  della  Revue  critiqne. 

Profils  de  Théàtre,  par  JULES  CLARETIB.  Paris.  G.\ultier,  M.\gnier 
i  C.  Fr.  4.  —  Questo  volume  è  uno  dei  più  graziosi  che  l'eminente  amministra- 
ore  della  Comédie  Fran^aise  abbia  scritto.  Ritratti  di  attori,  profili  di  artisti 
llustri  vi  sfilano  disegnati  da  una  penna  abile  e  perfetta  conoscitrice  dell'argo- 
nento.  Pieni  di  malizia  e  di  vivacità,  questi  profili  ci  narrano  l'esistenza,  le 
grandezze  e  le  serviti!  degli  attori  di  grido.  La  Comédie  fornisce  a  M.  Clareiie 
a  maggior  parte  dei  modelli.  Virginio  Déjazet,  Mélingue,  Frederick  Lemaìtre. 
?ebvre  Reichenberg,  Barretta,  Marie  Laurent,  Mounet-Sully  vi  si  riscontrano 
rivi  e  nella  loro  vibrante  originalità.  Sono  anche  degni  di  speciale  nota  i 
■apitoli  che  si  intitolano:  L'Etioìhnie  d<'s  Comédicus,  Acfeurs  Sìiakrspearinis  e 
Rrpi-éseiiìatioiis  de  Retraite. 

.lean-Jacques  Rousseau  et  le  Rousseauisme,  par  JEAN-FELIX  NOLTR- 
R.ISSON.  PoNTE.MOiNG.  Fr.  7.50.  —  L'influenza  delle  dottrine  di  Gian  Giacomo 
Rousseau  è  rimasta  considerevole  ai  nostri  giorni,  ma  le  sue  opere  non  sono  suffi- 
Menteraente  conosciute,  neppure  da  coloro  che  si  fanno  i  panegiristi  delle  sue 
dee.  M.  Nourrisson  si  occupa  della  biografia  del  Rousseau,  secondo  gli  studi 
M'itici  pubblicati  ai  nostri  giorni,  e  studia  le  opere  di  lui  seguendo,  per  cosi 
lire,  la  loro  elaborazione  attraverso  le  fasi  diverse  di  quella  vita  così  avven- 
turosa, e  tristamente  curiosa  da  osservare  e  descrivere.  Ciò  che  dà  a  questo 
libro  un  carattere  di  attualità,  è  la  propaganda  che  è  stata  fatta  ai  nostri  giorni 
in  favore  di  certe  dottrine  che  altro  non  .sono  se  non  le  dottrine  di  Rousseau 
iidattate  alle  teorie  politiche  o  deformate  dai  politicanti  per  i  bisogni  delle  cause 
che  vogliono  far  trionfare. 

Situation  internationale  de  l'Egypte  et  du  Soudan,  par.lULBS  C(  )CHERIS, 
LÌocteur  en  droit  Pari.s,  Plon,  1!J')3.  —  La  lotta  d'influenza  tra  Francia  ed  Inghil- 
terra, sulle  rive  del  Nilo,  che  per  poco  non  prese  talvolta  carattere  anche  più  vio- 
lento, è  il  soggetto  del  grosso  libro,  edito  recentemente  dalla  solerte  casa  edi- 
trice parigina.  L'egregio  autore,  cui  un  soggiorno  abbastanza  lungo  in  Egitto 
permise  di  raccogliere  sul  posto  elementi  di  molto  valore,  segue  passo  passo  le 
vicende  di  cui  fu  teatro  l'Egitto  dal  18ù2  in  poi,  tratteggiando  degli  uomini 
principali,  che  vi  eb  ero  parte,  o  clie  anteriormente  incarnarono  la  politica  egi- 
ziana, ritratti  finemente  delineati.  Così  sono  notevoli  le  pagine  dove  appaiono 
Ir  ligure  di  Mehemet-Alì,  di  Ismail,  di  Tewfik,  di  Gordon,  di  Emin  Pascià,  di 
Gliidstone,  di  Salisbury.  di  Kitchener,  ecc.  L'importante  lavoro  abbonda  di  do- 
cuiuciiti  inediti  che  gli  danno  un  alto  valore,  specialmente  per  quanto  concerne 
hi  Npidizione  Marchand  e  l'incidente  di  Pascioda.  Tre  tavole  analitiche  molto 
liiii  redatte  ed  una  carta  speciale  permetteranno  ai  cultori  del  diritto  interna- 
ziciiiiilt'.  ai  diplomatici,  agli  uomini  politici  di  valersi  con  frutto  di  questa  pu'  - 
lilicazione. 

La  Religion  dans  la  Société  au.v  Etats-Unis.  par  HENRY  BRAGY.  Arm.«iv 
Colin.  Fr.  3.50.  —  Il  cristianesimo,  quale  si  è  sviluppato  nell'America  del  Nord, 
non  insegna  più  a  morire,  ma  a  vivere;  è  il  culto  dell'umanità  piuttosto  diodi 
Dio,  e  conduce  ad  una  vera  chiesa  laica,  più  curante  della  società  che  dell'indi- 
viduo, e  che  considera  come  suo  compito  essenziale  di  collaborare  per  la  sua 
parte  all'educazione  della  democrazia.  Ad  ogni  modo,  questo  positivismo  resta 
dentro  la  cornice  del  cristianesimo,  ed  in  ciò  consiste  la  sua  potente  originalità. 
Da  queste  poche  parole  e  dal  sommario  del  volume  ci  si  può  rendere  facilmente 
conto    dell'interesse  che    presentano  le  questioni   studiate  in   quest'opera,  assai 


I7'£  NOTIZIE,    LIBRI    E    RECENTI    PUBBLICAZIONI 

suggestiva  o  t'orteinente  pensata.  Ecco  i  titoli  dei  capitoli:  L'istinto  sociale  e 
l'istinto  positivo  nel  cristianesimo  coloniale  -  Lo  spirito  positivo  e  lo  spirito 
sociale  nelle  filosofìe  cristiane  -  Lo  spirito  positivo  e  lo  spinto  sociale  nel  cri- 
stianesimo contemporaneo  -  La  pace  religliosa  ottenuta  col  positivismo  cristiano. 

Le  Commerce  et  les  Marchands  dans  l'Italie  meridionale  au  XIII^  et  au 
XlVe  siede,  par  M.  GBORdES  YVER.  Fontemoixg.  Pr.  1-2.  —  Assai  mal 
nota  è  stata  finora  la  storia  economica  dell'Italia  meridionale  nei  secoli  Xlll  e 
XIV  Ci  si  immaginava  volentieri,  sulla  lede  di  storici  ammiratori  appassio- 
nati ed  esclusivi  di  Federico  IL  che  l'avvenimento  della  dinastia  angioina  avesse 
segnato  per  le  provincie  meridionali  il  principio  di  una  irrimediabile  decadenza. 
M.  Yver,  appoggiandosi  a  documenti  trovati  negli  .archivi  di  Napoli,  impugna 
questa  opinione  generalmente  accettata,  e-  dimostra  come  Carlo  d'Angiò  e  i  suoi 
successori  Carlo  II  e  Roberto  abbiano  curato  colla  maggiore  diligenza  di  assi- 
curare lo  sviluppo  economico  del  loro  regno.  Li  vediamo  trar  partito  dalle  rie- 
chezze  naturali  del  paese,  introdurre  nuove  industrie,  incoraggiare  il  commercio 
marittimo,  stimolare  lo  zelo  dei  loro  sudditi,  e  fare  appello  al  concor.so  di  citta- 
dini delle  città  più  famose  pel  commercio,  specialmente  di  Firenze.  Col  presente 
lavoro  resta  dunque  dimostrato  come  nel  primo  secolo  della  dominazione  an- 
gioina l'Italia  meridionale  occupasse  nn  posto  notevole  fra  le  nazioni  commer- 
cianti del  mondo  mediterraneo. 

Recenti  pubblicazioni  : 

Le  plus  f'urt.  Roman  par  Claude  Feiiv.\l.  —  Calmann-Lf^vy.  Fr.  3.50. 

L' Èxpnhée.  Roman  par  Jane  de  l.a  V.audère.  —  Flaramarion.    Fr.    3.(50. 

L'Amour  eii  fiiitr.  ]iar  Henry  Bordeaux.  —  Fontemoing.   Fr.  3.50. 

ConfessioH  d'un  enjant  d'Iiier,  par  Abel    Hbrmaxt.  —  OUendorff.  Fr.  3.50. 

Le  L'ival  de  Don  Juan.  Roman  par  Louis  Bertrand.  —  OUendorff.  Fr.  3.50. 

.InijteHe.  Pièce  en  cinq  actes  par  Maurice  Maeterlinck.  —  Fasquelle. 
Fr.  3..")0. 

Epilo(/nes  -  Réflr.xiona  anr  la  vie  (189Ó-1S98),  par  Rémy  Gourmoxt.  — 
<  Mercure  de  Prance  ».  Fr.  3.50. 

Sur  le  Tnrf,  par  Maurice  Talm.ayer.  —  Perrin.  Fr.  3  SO. 

Propos  de  Tliéàfre,  par  Emile  Fauubt  de  l'Aeadémie  Fran^aise  —  Société 
Franvaise  d'Imprimerie  et  de  Librairie.  Fr.  3..50. 

An  Pni/s  des  Pi/réJiées.  Relation  anecdotique  de  voyage  à  Arles,  Kimes, 
Cette,  ì^farbonne.  Toulouse,  Luclion,  Lourdes.  Cauterets,  Gavarnie,  Pau,  Biarritz, 
Hendaye.  Arcachon,  Bordeaux,  par  Emile  Dai  llia.  —  Charles  Mendel.  Fr.  10. 

Maìtres  imprimenrs  et  ouvriers  ti/pograplies,  par  Louis  Radiguer.  —  Société 
Xouvelle  de  Librairie  et  d'Edition.    Pr.  10. 

Flrures.  Ciiiia/ix.  Cheniins  de  fer,  par  Paul  Leon.  —  Armand  Colin.    Fr.  4. 

INQHILTERRA  E  STATI   UNITI. 

11  -0  giugno  moriva  a  Londra  il  cardi  lale  Herbert  Vaughan,  arcivescovo 
di  Westminster.  Nato  a  Glocoster  il  15  aprile  1832,  ebbe  la  porpora  nel  1893 
ed  era  il  solo  cardinale  inglese. 

—  Un  nuovo  dramma  in  quattro  atti,  intitolato    Dante,  di  Mr.  Calmonr, 
stato  messo  in  scena  il  15  giugno  al    Qiieens   Tliealre  di  Manchester.  Nel  corso 
dell'azione  Beatrice  muore  avvelenata  nef'e  braccia  del  poeta. 

—  Si  è  costituita  una  SocietJl  che  si  propone  di  compilare  e  pubblicare  una 
Interncitionnl  Encijclopaedia  of  Journiilism.  che  dovrì»  compremlere  la  storia  del 
giornalismo  e  tutte  quelle  nozioni  che  costituiscono  la  pratica  del  giornalismo. 
L'opera  sarà  in  vendita  a  prezzi  popolari,  e  forse  consterà  solamente  di  due 
volumi.  La  direzione  della  compilazione  è  aflìdata  ai  signori:  William  Hill, 
della  Westmins'er  Oazette,  Alfred  Harmsworth,  del  Daily  Mail,  e  Herr  Maurice 
Ernst,  del  Neue^  Wiener  Tai/ebl'itt.  Inviare  lo  comunicazioni  al  segretario  (Gran- 
ville  House,  .\rundel  Street,  Strane).  London.  AV.  C.'. 

—  Gli  editori  Treherne  &  Co.  hanno  incominciato  la  pubblicazione  di  una  nuova 
serie,  <■  The  Connoisseur's  Library  •.  Sotto  la  direzione  di  Mr.  T.  V^^.  H.  Cross- 
land.  Il  primo  volume  si  intitola  Piclure  Colleitinij  ed  è  scritto  da  C.  J  Hol- 
mes. I  prossimi  volumi  saranno  Cranj/erizing  di  J.  M.  BuUock,  e  Musical  Istrn- 
ments  di  Mr.   Robert  Steele. 

—  Vernon  Lee  ha  scritto  un  nuovo  romanzo  intitolato  Penelope  Brandliug. 
che  entrerà  a  far  parte  della  <•  Pseudonim  Library  •  dell'editore  Unwin. 

—  1  primi  quattro  volumi  dello  Letters  of  Horace  Walpole.  pubblicate  dalla 
•Claredon  Press  sotto  la  direzione  di  Mrs.  Paget  Toynbee  saranno  pronti  in  no- 


.VOTIZIE,    LIBRI    E    RECENTI    PUBBLICAZIONI  173- 

vembre.  L'edizione   completa  si  coinporrà    di    sedici    vohmii,  e    conterrà    circa 
quattrocento  lettere  finora  inedite. 

—  Gli  editori  Chapnian  ci  Hall  hanno  preparato  per  la  pubblicazione  i 
primi  tre  volumi  della  «  Autos;rapli  Edition  >  di  Dickens  che  comprenderà 
56  volumi  e  sarà  limitata  a  "250  esemplari  fi-a  l'Inghilterra  e  l'America 

—  Per  il  premio  intitolato  da  Matthew  Aimold.  bandito  dall'L'niversità  df 
Oxford,  il  tema  è  stato  scelto  quest'anno  dal  poeta  laureato  Alfred  Austin.  I 
concorrenti  dovranno  considerare  in  confronto  l'uno  eoU'altro  due  giudizi  che 
M.  Arnold  diede  di  AVordsworth. 

—  Dal  1°  al  '25  luglio  starà  aperta  l'esposizione  delle  antichità  trovate  dal 
prof.  Petrie  durante  i  suoi  scavi  in  Egitto. 

—  Nel  numero  di  luglio  del  Cornili//  Magazine.  Mr.  Sidney  Low  scrive  su 
Mazzini  dedicandogli  una  puntata  della  serie  di   «  Nineteenth  Century  Studies.  > 

—  Pel  settembre  venturo  gli  editori  Methuen  &  Co.  metteranno  in  vendita 
un  nuovo  volume  di  brevi  storie  di  Mr.  H.  B.  Marriot  Watson,  intitolato 
A/arms  and  E.vcivsious. 

—  Miss  Ida  Taylor  ha  completato  una  Life  of  Lord  Editard  FHzgerald,  cha. 
abbondantemente  illustrata,  sarà  pubblicata  da  Hutchinson  &  Co. 

—  Presso  gli  editori  Hodges.  Figgis  &  Co.  di  Dublino  vedrà  tra  breve  la 
luce  un  volume  del  prof.  Stanley  Lane-Poole,  intitolato  Abortii-  West  and  bij  North. 
formato  di  bozzetti  descrittivi  di  gite  in  Irlanda  e  nel  York.shire.  Il  volume 
sarà  illustrato. 

—  Lady  Betty  Balfour  sta  trattando  per  preparare  un  volume  di  corri- 
spondenza di  suo  padre,  il  defunto  Earl  of  Lytton.  Le  lettore  di  indole  troppo 
privata  saranno  escluse:  però  sarà  possibile  da  una  tale  raccolta  farsi  un'idea 
esatta  della  vita  intima  di  «  (ì\ven  Meredith  »  specialmente  nella  prima  parte 
della  sua  vita. 

—  La  sorella  del  poeta  irlandese  Yeats.  Miss  Elizabeth  C.  Yeats.  sta  pre- 
parando a  Dublino  una  edizione  delle  opere  del  defunto  suo  fratello. 

—  I  pittori  Edward  Detmold  e  Maurice  Detmold  hanno  esposto  una  serie 
di  disegni  a  colori  destinati  ad  illustrare  il  Jung/c  Boùì;  di  Kipling.  Nel  pros- 
simo autunno  1'  editore  Macmillan  farà  una  splendida  edizione  di  quel  libro, 
riproducendovi  questi  disegni  in  litografia. 

—  L'attore  Sir  Henry  Irving  si  sta  preparando  a  compiere  un  giro  in 
Inghilterra  ed  in  America,  rappresentando  solamente  il  Dante  di  Sardou. 

—  Il  7  luglio  sai-à  messo  in  vendita  dall'editore  Methuen  il  libro  di  Bodley: 
Coronation  of  Edward  VII.  Dopo  alcuni  giorni  saranno  pronte  cinquanta  copie 
su  carta  del  Giappone. 

—  La  Cambridge  University  Press  comincerà  nel  prossimo  autunno  una 
serie  di  edizioni  di  scrittori  classici  inglesi,  fatte  con  la  massima  fedeltà  secondo 
le  ultime  edizioni  e  le  più  autentiche  delle  edizioni  postume. 

New  Letters  and  Memorials  of  Jane  Welsh  Carlyle,  annotated  by  THO- 
MAS CAELYLE  and  edited  bv  ALEXANDER  CABLYLE,  with  an  introduc- 
tion  by  Sir  JAMES  CRICHTON-BROWNE.  John  Lane.  2òs.  —  Questa  pub- 
blicazione è  della  più  alta  importanza,  tanto  che  il  critico  del  Dai/y  News  non 
ha  esitato  a  chiamarla  «  il  più  saliente  avvenimento  letterario  dell'annata  ». 
Per  più  di  vent'anni  la  figura  del  grande  scrittore  inglese  è  stata  oscurata  dal- 
l'ombra gettata  sul  nome  di  lui  da  colei  che  fu  la  compagna  della  sua  vita  : 
con  questa  pubblicazione  Carlyle  può  dirsi  riabilitato  poiché  l'introduzione  scritta 
da  Mr.  Crichton-Browne  demolisce  l'edificio  calunnioso  eretto  al  Fronde  e  che 
già  il  prof.  Norton  aveva  assai  minato.  A  ciò  si  aggiunga  che  la  moglie  di 
Carlyle  scriveva  lettere  con  suprema  eleganza,  tanto  da  potersi  paragonare  la 
sua  prosa  epistolare  a  quella  di  Lamb.  Byron  e  Mr    Carlyle  stesso. 

David  and  Bathshua.  A  new  dramatic  Poem  by  CHARLES  WHIT- 
\Y(JRTH  WINNE.  Kegan  Paul,  Tkench,  Trììbner  &  Co.  5s.—  Questo  poema 
drammatico  di  C.  AY.  Wynne  è  stato  molto  ammirato  e  i  critici  si  accordano 
col  dire  che  esso  supera  i  precedenti  lavori  del  medesimo  poeta:  anzi  la  West- 
ininster  Beview.  giunge  a  chiamare  David  and  Batltsìina  la  più  notevole  pub- 
blicazione nel  campo  del  dramma  poetico,  che  sia  apparsa  in  Inghilterra  da 
alcuni  anni  a  questa  parte.  11  poema  è  concepito  con  ricchezza  di  immagina- 
zione ed  è  scritto  con  linguaggio  chiaro,  armonioso  e  scintillante. 

The  House  on  the  Hudson,  by  FRANCES  POWELL.  H.\rper  &  Brothers. 
—  È  questo  un  romanzo  americano  che  non  è  specialmente  notevole  por  l' intrec- 
cio, ma  è  scritto  con  semplicità,  garbo  e  molto  buon  gusto.  La  ca.sa  sul   fiume 


174  NOTIZIE,    I,IBRI    E    RECENTI   PUBBLICAZIONI 

Hudson,  cui  allude  il  titolo,  è  la  dimora  di  una  curiosa  signora,  eccentrica, 
ricca,  come  si  incontrava  sovente  nei  romanzi  di  antico  stampo.  Come  compa- 
gna e  come  direttrice  di  casa,  ella  prendo  con  sé  una  giovane  americana  ohe 
ha  passato  l' infanzia  in  mezzo  a  grande  lusso,  ma  ohe  è  rimasta  a  venti  anni 
orfana  o  priva  di  mozzi. 

Patriotibm  under  three  Flags,  hv  RALPH  LANE.  Fisheu  Unwin.  -  È 
un  volume  che  si  riattacca  ad  alcune  delle  maggiori  controversie  politiche  dei 
nostri  giorni.  In  esso  l'autore  si  scaglia  contro  il  principio  del  patriottismo,  come 
contrario  all'amore  per  l'umanità,  ed  incomincia  coU'attaccare  la  politica  inglese 
nell'Afric  i  Meridionale,  per  continuare  con  maggiore  violenza  contro  gli  Stati 
Uniti  pel  loro  modo  di  agire  contro  le  Filippine.  La  terza  bandiera  è  quella 
della  Francia,  e  a  questo  proposito  Mr.  Ralph  Lane  si  occupa  a  lungo  dell'af- 
faro  Dreyfus 

Michael  Angelo  Buonarroti,  b.y  CHARLES  HOLROYD.Duckwoutii  &  Co.  — 
Mr.  Holroyd  ha  cercato  di  riunire  nel  suo  libro  tutto  ciò  che  può  interessare 
una  persona  che,  pur  non  avendo  una  speciale  cognizione  dell'argomento,  senta 
un  profondo  interesse  per  1'  opera  di  Michelangelo.  Nella  prima  parto  egli  ha 
dato  una  fedele  e  vigorosa  traduzione  della  vita  di  Michelangiolo  scritt:»  da 
Ascanio  Condivi  ;  nella  seconda  ha  espresso  le  sue  opinioni  sull'opera  doH'aiti- 
sta,  e  ciò  come  se  discutesse  la  produzione  di  un  contemporaneo,  come  so  la 
grandissima  fama  di  Michelangiolo  non  disturbasse  la  sua  equanimità.  La  terza 
parte  del  libro  consiste  nella  traduzione  di  tre  dialoghi  sulla  pittura,  scritti 
dal  miniaturista  portoghese  Francis  o  d'Ollanda  che  si  trovava  a  Roma  lU'l  1 .588. 
Questi  dialoghi,  ad  eccezione  di  una  piccolissima  parte,  erano  fin  jra  pubblicali 
soltanto    in  una  rivista  portoghese  di  secondo  ordine. 

The  Letters  of  Dorothy  Osborne  to  Sir  Willù-m  Ter.  pie.  Edited  by  E.  A. 
PARRY.  Sherratt  &  Hughes.  (ìk.  —  Il  2i  giugno  è  uscita  questa  nuova 
edizione  che  contiene  la  pubblicazione,  fatta  ora  per  la  prima  volta,  di  sette 
lettere  di  Dorothy  Osborne  a  sir  William  Tempie.  Queste  lettere  furono  di  re- 
cente venduto  a  Mr.  Parry,  a  condizione  che  egli  stesso  ne  curasse  la  stampa. 
Il  volume  contiene  anche  un'appendice,  riprodotta  daìl'A/lun/ic  Montlhij,  in  cui 
si  trova  una  biografìa  di  Sir  Peter  Osborne. 

Submarine  Navigation  -  Fast  and  Present,  by  Mr.  A.  H.  BURGOYNE. 
Grant  Richards.  —  Il  lavoro  di  Mr.  Burgoyne  è  veramente  pregevole,  poiché 
egli  espone  la  storia  della  navigazione  sottomarina  e  lo  stato  attuale  in  cui  si 
trova  la  soluzione  di  questo  difficile  problema.  Sono  due  grossi  volumi  compi- 
lati con  grande  diligenza  ed  acume;  essi  però  saranno  un  po'  troppo  gravi  per 
le  persone  di  cultura  media,  e  forse  un  po'  leggieri  per  gli  scienziati  che  vor- 
ranno fare  i  loro  studi  e  le  loro  ricerche  su  documenti  originali. 

Recenti  pubblicazioni: 

Mii  Ludi)  of  the  Bass.  A  novel  by  Sidney  Herbert  Burchell.  —  Oav 
i:  Bird.  (i  s. 

The  Btithers  of  Marricd  Lifr.  A  novel  by  S.  H.  Sadler.  —  Swan  Son- 
nenschoin.  2  s.  Od. 

Thv  Spy  Companì/.  A  tale  of  the  Mexican  War  by  A.  C.  Ginter.  — 
Ward  Lock  &  Co.  b  s. 

Trapper  «  Jim  »  A  New  Book  for  Bovs  by  Euwyn  Sandys.  —  Macmillan 
&  Co.  6s. 

London  Roses  :  Ah  Ldyll  of  the  British  Mtiseum.  by  Dora  Grbenwell  IVIai' 
Chesney.  —  Smith,  Blder  &  Co.   (i  s. 

Traveh  in  Southern  Europe  and  the  Levant,  1810-1817  :  The  Journal  of 
G.  R.  Cockcrell,  edited  by  bis  son,  Samuel  Pepys  Cockerell.  —  Longmans  &  Co. 
10  8.  Cd. 

Remrmbrancex  of  Emerson,  by  John  Albee.  —  Gay  &  Bird.  6  s. 

The  Orreriì  Papers,  by  the  CÒuntess  of  Cork  and  Orrbry.  —  Duckworth 
i  Co.  42  s. 

Crimean  Simpson's  Autohiography.  Editod  by  George  Eyrb-Tood.  —  Fisher 
Unw  in.  21  s. 

Tintoreito,  by  J.  B.  Stoiouton  Holhoun.  —  Bell   &  Sons.  5  s. 

Sordello  andCuniss<i,  by  Eigene  Bknson.  —  J.  M.  Dent  À  Co.  2  s.  6  d. 

Life  in  the  Mercantile  Marine,  by  Charles  Prothbroe.  —  John  Lane.  Sa  Cd. 


NOTIZIE.    LIBRI    E    RECENTI    PUBBLICAZIONI  i75 

VARIE. 

Le  feste  centenarie  dell'Università  tli  Berlino,  secondo  una  deliberazione 
1  Senato  aceadeiuico,  saranno  celebrate  nell'ottobre  del  1010.  Il  prof.  Lenz, 
cane  della  Facoltà  filosofica,  ha  avuto  rinearieo  di  scrivere  la  storia  ufficiale 
irUniversità. 

—  Ad  Amburgo  è  stata  inaugurata  il  21  di  giugno,  una  statua  equestre  di 
iglielmo  I. 

—  11  giorno  4  del  prossimo  agosto  si  riunirà  a  Berlino  la  Conferenza  Inter- 
zionale  radio-telegrafica. 

—  A  Vienna  è  stato  fondato  un  Museum  Vindobonense,  destinato  ad  acco- 
ere  le  numerose  antichità  romane  possedute  da  quella  città.  Il  nuovo  museo, 
r  cui  sarà  fabbricato  un  apposito  palazzo,  è  diretto  dalla  Commissione  archeo- 
jica  del  Consiglio  comunale  di  Vienna. 

—  A  Nesario  nell'Istria,  presso  Pola,  alcuni  scavi  fatti  sotto  la  direzione 
I  prof.  Paschi  hanno  posto  in  luce  parecchie  tombe  lampade  di  iute  micenea, 
getti  di  bronzo  e  vasi  decorati  che  andranno  ad  arricchire  il  Musco  di  Pola. 

—  A  Pietroburgo  è  stata  collocata  la  prima  pietra  del  monumento  al  com- 
sitore  Glinka. 

—  Il  ministro  dell' istruzone  dell'Impero  russo  ha  deciso  di  erigere  una 
ova  università  per  le  Provincie  del  nord-ovest  ed  ha  finalmente  scelto  come 
le  la  città  di  Mohilef.  Vilna,  Vitebsk,  Minsk  e  Mohilef  erano  state  proposte, 
.  Vilna  fu  scartata  perchè  il  Governo  non  voleva  risollevare  il  ricordo  del- 
Qtica  università  polacca  che  aveva  sede  in  quella  città:  Vitebsk  e  Minsk 
ano  una  popolazione  inferiore  a  quella  di  Mohilef,  e  perciò  forono  lasciate 
disparte. 

—  La  Spagna  ha  perduto  da  poco  il  suo  maggiore  poeta,  Nunez  de  Arce. 
a  nato  nel  1834  e  nella  sua  gioventii  ottenne  grande  successo  col  dramma  _£"/ 
S  de  Leììa.  Prese  parte  alla  rivoluzione  del  1868  e  allora  scrisse  il  celebre 
itos  de  Combate.  Fu  anche  per  un  certo  tempo  ministro  delle  colonie,  e  da 
ighi  anni  apparteneva  al    Senato. 

—  Nei  mesi  di  settembre  e  ottobre  si  terrà  ad  Amsterdam  la  quarantesima 
losizione  internazionale  di  opere  di  artisti  contemporanei,  nelle  sale  del  Museo 
munale. 

—  E  stato  inaugurato  a  Bucarest  il  monumento  di  Giovanni  Bratiano. 
;nde  patriota  e  uomo  di  Stato  rumeno. 

—  Il  Governo  del  Perù  ha  aperto  un  concorso  interna».iona)e  per  la  co.stru- 
iie  del  nuovo  palazzo  del  Governo  a  Lima  I  progetti  potranno  essere  inviati 
)  al  31  dicembre  del  1003.  Il  primo  premio  è  di  lire  7500. 

OLI    ITALIANI  ALL'ESTERO. 

Il  giorno  13  del  venturo  settembre  si  terrà  a  Parigi  una  commemorazione  di 
)vanni  Bovio  sotto  la  presidenza  del  deputato  Bouguier.  Il  discorso  sarà  pro- 
iziato  da  M    Hubbard. 

—  La  colonia  italiana  di  Parigi  sta  preparando  la  costituzione  di  una  se- 
le  della  «  Lega  navale  italiana  •>. 

—  La  Frankfurter  Zeitmig  pubblica  un  notevole  articolo,  firmato  dall'insigne 
heologo  Hauser,  in  cui  molto  si  loda  il  riordinamento  del  Museo  Nazionale 
Napoli,  condotto  a  termine  da  Ettore  Pais. 

—  La  nostra  gentile  collaboratrice,  signorina  Amy  A.  Bernardy,  che  si 
."•a  negli  Stati  Uniti,  ad  insegnare  nello  Smith  College  di  Northampton,  Mas- 
hussets,  farà  tra  breve  ritorno  in  Italia,  donde  ha  incarico  di  scrivere  una 
e  di  articoli  per  il  Boston  Evening  Trnnscript.  Pochi  giorni  or  sono  la  regia 
basciata  italiana  di  Washington  ha  inviato  una  bandiera  in  dono  allo  Smith 
'ege  Italian  Club  che  la  signorina  Bernardy  ha  fondato  e  dirige  con  vedute 
ierno.  A  novembre  ella  inaugurerà  a  Boston  la  Lectura  Danfis,  che  si  terrà 
o  gli  auspici  del  locale  Comitato  della   "   Dante  Alighieri   ». 

—  Tra  gli  italiani  residenti  a  Tunisi  che  più  si  adoprano  in  favore  dell'innal- 
lento  intellettuale  della  colonia,  ricordiamo  il  nome  del  signor  Giulio  Pro- 
zal.  Egli  ha  tenuto  pochi  giorni  fa  una  conferenza  sul  tema:  La  proclama- 
'e  dei  diritti  dell'uomo,  ed  ha  pubblicato  nel  giugno  scorso  presso  l'editore 
zi  di  Tunisi  un  breve  saggio  filosofico-scientifico:  Sulla  costitusione  della 
eria. 

—  La  Revue  (ancienne  Revue  des  RevaesJ  coatiene  nel  numero  del  1"  luglio 
traduzione  di  alcuni  canti  della  Diva  Natura  di   Alfredo  Baccelli,  Tradut- 

9  è  Mme  Roussille. 


LIBRI 

PERVENUTI  ALLA  DIREZIONE  DELLA  NUOVA  ANTOLOGIA 


L'Aiglon.  Dramma  in  (5  atti  in  ver.si  di  Edmondo  Rostaxo.  Tra- 
dotto in  italiano  da  Mario  Giobbe.  —  Napoli,  1903.  Luigi  PieiTO 
pagg.  379.  L.  3. 

La  pittura  veneziana,  di  Pompeo  Molmexti.  —  Firenze.  1903 
F"i  Alinari.  pagg.  180. 

Razze  inferiori  e  razze  superiori  -  Latini  e  Anglo-Sassoni,  j)e 
Dr.  Napoleone  Coi.ajaxsi.  —  Roma.  1903,  presso  la  «  Rivista  popò 
lare  illustrata  ».  pagg.  323.  L.  5. 

Il  Giudice.  Dramma  in  tre  atti  di  Téresah.  —  Torino-Roma,  1903 
Roux  &  Viarengo.  pagg.  19.  L.  1. 

Crisantemi.  Ultimi  versi  di  Vittorio  Betteloni.  —  Firenze.  liK)3 
Le  Monnier.  pagg.  211.  L.  i2.óO. 

G.  B.  De  Rossi.  Cenni  biografici  per  cura  di  Orazio  Marucchi 
Con  48  illustrazioni.  —  Roma.  1903.  ed.  Pustet,  pagg.  128. 

Macedonia  (marzo-aprile  1903).  con  41  incisioni  e  una  carta,  d 
Vico  Maxtegazza.  —  Milano.  1903,  F."'  Treves,  pagg.  340. 

Xiiore  poesie,  di  Gii'Seppe  Lipparini.  —  Bologna,  1903.  Nicola  Za 
nichelli,  jiagg.  150. 

L' Anima  dclT  Italia.  Versi  di  Adele  Galli.  —  Roma.  1903.  Cas£ 
Editrice  Roux  &  Viarengo.  pag.  176. 

Mazzini,  di  Boltox  Kixg.  —  Firenze.  1903.  Barbèra,  pagg.  400.  L.  4 

Aspettando  l'Aurora.  Versi  di  AxTOXio  Cippico.  —  Zara,  1903,  E 
De  Scliònfeld,  editore,  pagg.  73. 

/biforme  agrarie  e  cooperagione  in  Sicilia,  di  G.  Giliberti-Co.sekza.  —  Rouiit 
Tip.  Colombo.  L.  1. 

Ore  d'ombra  e  di  luce.  Riiuf  di  Vittorio  Amedeo  Arillasi.  —  Torino 
1903.  fì.  Stresilio  iv  C,  pagg.  21)1.  L.  1..j(). 

Per  un  amore.  Ciinzoni  di  Arturo  Foà.  —  Torino.  1903,  Renzo  Stroglic 
pagg.  30.  L.  1. 

Nel  Natale  di  Roma  -  «  Carmen  Sieculare  »  di  Orazio.  Versione  metrica  d 
Giovanni  Manera.  —  Urbino,  1902,  Tip.  delia  Cappella,  pagg.  20. 

Poemetto  giocondo,  di  Licurgo  Tioli.  —  Roma-Torino,  Ì903,  Roux  &  Vii 
rengo,  pagg.  38.  L.  1. 

Pagine  o.scure.  di  Exrico  Boni.  —  Roma-Torino,  1903,  Roux  &  Viarengi 
pagg.  iSO.  L.  -2. 

Saggio  di  traduzioni  da  Catullo,  Orazio  e  Tibullo,  di  Giuseppe  Puccianti.  - 
Firenze,  1903.  Le  lEonnier.  pagg.  290.  L.  2. 

Grammatica  greca,  di  Adolfo  Kaecìi.  —  Roma,  1903.  G.  B.  l'aravia  <\  C 
pagg.  .350.  L.  4.25. 

Mosè  0  Darnin ?,  di  Arnoldo  Dodel.  Traduzione  italiana  di  Luigi  M 
riani.  —  Arpino,  1903,  Giovanni  Fraioli.  pagg.  217.  L.  2. 

//  noce  fatato.  Fiaba  di  Luigi  Da  vini.  --  Castiglione  delle  Stiviere,  191 
pagg.  41.  L.  0..50. 

Sulla  monacazione  di  Sreva  Montefeltro -Sforza.  Signora  di  Pesaro.  Ricercl 
di  B.  Feliciangeli.  —  Pistoia,  1903,  Tipografia  Giuseppe  Fiori,  pagg.  81.  L 

L'eredità  di  Peppino.  Racconto  di  Ugo  Valcarenghi.  —  Torino-Roma,  19( 
Roux  &  Viarengo,  pagg.   145.  L.  2. 

Antonio  Cesari  e  gì'  Itili  ani,  per  Giuseppe  Guidetti.  —  Roggio  Emilia,  19( 
presso  l'autore,  pagg.  545.  L.  5. 

Versi  di  Dagmar.  —  Torino-Roma,  1903,  Roux  <k  Viarengo,  pagg.  110.  L, 


tubblicato  il  IO  luglio  19C3. 


Direttore-Proprietario:  MAGGIORINO  FERRARIS. 


David  Marchionni.  Responsabile. 


Roma.  Via  della  Missione,  3  -  Carlo  Colombo,  tipograto  della  Camera  dei  Deputati. 


I  PAESISTI  OLANDESI  A  ROMA 


La  rinomanza  dei  paesaggi  italiani  è  diffusa  in  lutto  il  mondo 
.'ile,  e  riconosciuta  universalmente.  Non  è  mio  proposito  scriver  la 
)ria  della  maniera  con  cui  si  produsse,  ma  di  fermarne  uno  dei  più 
riosi  capitoli  e  dei  meni  studiati:  quello  del  contributo  che  pittori 
nuli  dall'altra  estremità  d'Europa  apportarono  a  questa  fama.  Parlo 
gli  Olandesi  che  durante  più  di  un  secolo,  attiatti  dal  fascino  di 
esti  siti,  ne  ricavarono  innumerevoli  quadii  e  si  composero  per  dipin- 
rli  una  maniera  che  fece  scuola  tin  nel  proprio  paese,  eclissando  col 
o  sjìlendore  le  stesse  scuole  nate  e  cresciute  nella  terra  natale  e 
■condate  d'una  gloria  indiscussa. 

Tanto  fu  grande  che  infine  1"  hnagerie  popolare  non  conservò  più 
ro  ricordo,  non  conobbe  più  altra  Italia  da  quella  che  tali  pittori 
e  vano  raffigurata.  Non  è  esagerato  il  dire  che  l'immagine  prevalente 
U"  Italia,  nell'Europa  moderna  or  son  cinquant'anni  e  ancor  oggi  co- 
memente  diffusa,  è  generata  da  questa  scuola. 

Ecco  infatti  quest'immagine.  Un  sito  leggermente  boscoso  limitato 
monti  lontani,  una  rovina  di  castello  in  distanza,  talora  l'arco  d'un 
[fuedotto  diroccato,  un  villaggio  su  un'altura;  in  prim' innanzi  un 
nento  guada  un  fiume,  un  viaggiatore  a  cavallo  interroga  una  pasto- 
la  che  a  braccio  teso  indica  la  strada.  Tale  è  l'Italia  di  convenzione, 
e  non  dico  sia  in  disaccordo  coli' Italia  vera:  n' è  almeno  un'imma- 
le  in  special  modo  composta  e  ben  caratteristica,  che  un  numero 
ìnito  di  quadri  e  di  stampe  fecero  conoscere  e  ammirare  nel  mondo. 

Onde  emana  essa?  Ciii  ha  fissato  per  una  serie  di  generazioni  si 
iga  e  che  termina  ora  appena,  la  raffigurazione  d'una  contrada  che 
nualiò  le  menti  e  fu  riguardata  come  la  più  bella?  Gli  Olandesi, 
me  e  per  c[uali  felici  tentativi  si  stabilisse  il  loro  regno  in  questo 
aere,  come  la  voga  se  ne  propagasse,  quali  uomini  e  quali  ingegni 
istificassero  questo  esito,  in  qual  paese  si  diffondesse  e  quanto  perdu- 
5se,  ecco  quello  ch'io  mi  propongo  di  svolgere. 


1. 

I  maggiori  fra  questi  artisti  sono  universalmente  noti:  sonoCriovanni 
th,  Berghem  e  Carlo  Dujardin.  Gli  idtimi  due  vissero  ad  Amsterdam, 
irimo  a  Utrecht.  Queste  due  città  furono  come  il  centro  e  due  uguali 
olari  del  genere  d'arte  di  cui  parlo.  IBoth,  morto  nel  165'^,  è  l'anziano, 
rghem  e  Dujardin  non  fiorirono  che  dopo  la  metà  del  secolo  dicias- 
tesimo,  durante  un  periodo  di  trent'anni. 

12  Voi.  evi,  Serie  IV  -  16  lagUo  1903. 


178  I    PAESISTI    OI.AMIESI    A    ROMA 

Grandissima  fu  la  fama  loro  ed  innumerevoli  gì'  imitatori.  Bergheiiv 
sopi'aUitto  n'ebbe  infiniti  e  1  suoi  quadri  divennero  bentosto  oggetto 
di  contraffazione  universale.  Non  c'è  forse  al  mondo  pittore  le  cui 
opere  autentiche  siano  più  spesso  mescolate  a  tele  supposte  dei  fal- 
sari!, sulle  quali  trovasi  la  firma  esattamente  imitata,  sia  dagli  stessi 
copisti,  sia  dai  mercanti. 

Fu  egli  infatti  il  pili  celebre  e  il  più  diffuso  dei  Ire.  Tutti  hanno 
visto  e  ricordano  i  suoi  quadri.  Non  c'è  viaggiatore  si  tiepido  e  di- 
stratto, o  visitatore  poco  appassionato  di  musei  che  non  abbia  negli 
occhi  le  sue  facili  composizioni,  la  sua  luce  artificiosa,  le  sue  mezze 
tinte  brune,  il  suo  pennelleggiare  breve  e  carezzoso.  Si  ritrova  nei 
suoi  quadri  tal  quale  il  tipo  generale  dei  siti  italiani,  volgarizzati  nelle 
immagini  correnti,  che  ho  sopra  descritto.  Scegliendolo  fra  tutti,  [las- 
serà come  padre  vero  di  quella  vena  triviale  e  facile,  il  che  spiegasi 
agevolmente  mediante  il  posto  clie  egli  tiene  naturalmente  nella  scuola. 
Ora  ecco  quello  che  stupisce  anzitutto.  Questo  pittore  dell'  Italia, 
questo  famigliare  de"  suoi  paesaggi,  de"  suoi  llumi.  delle  sue  montagne, 
de'  suoi  contadini  e  delle  sue  rovine  non  abbandonò  forse  mai  il  jiaese 
nativo.  A  Harlem  lo  si  trova  nel  l()4'i,  di  solii  ventidue  anni;  più  tardi 
lo  si  vede  ad  Amsterdam  tranquillamente  insettiato,  prodigare  le  vedute 
d'oltremonti.  Morto  nel  1683.  s'ignora  positivamente  s'egli  visitasse 
mai  r  Italia.  Il  mercante  di  quadri  Lebiun  assevera  nella  sua  Galleria 
dei  2}ìttori  fi  a  mminfjhi  e  olandesi  che  la  ielmli  parecchi  quadri  di  Ber- 
ghem  è  di  manifattura  italiana:  ma  ciò  basta  per  decidere  la  questione'? 

E  quando  pur  Berghem,  al  pari  degli  altri  che  la  maggior  parte 
tornano  da  Roma  verso  la  trentina,  ne  avesse  fatto  il  viaggio,  una 
cosa  è  ben  da  notare  sia  riguardo  a  questi,  sia  riguardo  a  lui:  è  la 
maniera  in  cui  s'intrattenevano  quelli  pittori,  servendosi  senza  fine 
de'  loro  studi  fatti  nel  paese  in  gioventù,  o  forse  de'  modelli  altrui  : 
è  il  dipingere,  ch'essi  facevano,  1"  Italia  in  Olanda,  e  le  vedute  della 
Campagna  romana  alla  luce  del  Heerengracht  o  dinanzi  ai  polders  di 
Harlem. 

Perocché  su  tal  punto  non  e"  è  dubbio.  Both,  tornato  d' Italia  a 
trent'anni,  abitò  sempre  nel  suo  paese.  Non  si  conosce  di  Dujardin 
alcun  viaggio  di  là  dai  monti,  se  non  negli  ultimi  anni  della  sua  vita; 
ma,  senza  contestare  eh'  egli  ne  avesse  fatto  alcuno  prima,  non  è  men 
vero  ch'egli  non  tralasciò  in  lutto  il  lungo  tempo  ch'egli  passò  in 
Olanda  di  produrre  il  genere  di  tele  di  cui  si  tratta. 

Lo  stesso  avviene  per  tutti  gli  altri.  Non  c'è  un  sol  pittore  nella 
scuola  cui  non  s'applichino  queste  osservazioni.  Ed  eccone  la  conse- 
guenza. Non  potendosi  negare  che  la  luce,  i  siti,  l'aria  generale  della 
penisola  si  trovino  mirabilmente  resi  in  questi  quadri,  converrà  dire 
che  1"  Italia,  la  quale  di  fatto  non  trattenne  presso  di  essa  questi  pit- 
tori, si  vide  da  essi  trasportata  in  Olanda,  non  nel  modo  che  facilmente 
si  concei)isce,  con  la  presenza  di  alcuni  quadri  completi,  ma  presente 
e  vivente  nel  ricordo  degli  artisti  che,  avendola  un  tempo  contemplata, 
■ne  riportavano  un'  impronta  capace  di  produrre  senza  fine  nuove  imma- 
gini. Così,  per  una  specie  di  prestigio  che  non  ha  pari  nella  storia 
dell'arte,  quel  che  la  mediocre  fantasia  dei  disegnatori  d' infima  classe 
opera  altrove  per  il  piacere  degli  ignoranti,  voglio  dire  la  sciolta  ed 
arbitraria  pittura  de'  paesi  meravigliosi  che  non  furono  mai  visitati, 
mutala  questa  volta  in  uno  spettacolo  di  verità  e  di  bellezza,  divenne 
il  pane  quotidiano  di  questi  perfetti  artisti  e  de'  lor  fe'ici  compaesani. 


I   PAESISTI   OLANDESI   A    ROMA  179 

Di  tali  pittori  ne  conto  una  trentina  in  poco  più  di  mezzo  secolo. 
Il  che  dimostra  come  questo  spettacolo  fu  copioso  e  fino  a  qual  punto 
sia  vero  che  fili  Olandesi  di  quel  temjio  possedettero  1"  Italia  a  casa 
loro. 

Non  noterò  quel  che  v'  ha  qui  di  contrario  alle  idee  odierne.  Noi 
non  sopportiamo  oggidì  nemmeno  che  si  componga  un  paesaggio.  Che 
sono  dunque  dei  quadri  ricuciti  d'elementi  che  il  ricordo  presso  gli 
uni,  la  copia  presso  gli  altri,  dovette  fornire?  Pure  erano  grandi  mae- 
stri, checche  siasi  tentato,  or  è  poco,  per  deprezzare  Berghem,  ne  si  osa 
negar  l'elogio  agli  altri.  1  secoli  scorsi  non  avevano  da  tener  conto 
delle  idee  che  noi  avremmo  un  giorno  e  de"  sistemi  che  ci  piacerebbe 
di  formularci.  Forse  anche  non  avrebbero  preveduto  che  noi  avremmo 
giudicato  in  nome  di  teorie  che  i  fatti  compiuti  fin  dal  loro  tempo  smen- 
tiscono in  modo  sì  perentorio. 

Questa  pratica  dei  modelli  italiani  presso  uomini  che  non  li  ave- 
vano veduti  od  avevano  cessato  di  vederli,  ebbe  un  effetto  d'altra  sorte: 
portò  qualcosa  di  questi  modelli  perfino  nell'arte  di  coloro  che  stando 
a  casa  propiia  si  limitavano  alle  vedute  di  lor  paese.  Quindi,  vicino 
a  questa  categoria  d'Olandesi  italicmisants  tanto  rispetto  ai  siti, 
quanto  alla  luce,  la  specie  d'equivoco  di  quei  pittori  che  prendono 
soggetti  in  Olanda,  mentre  la  maniera  e  il  gusto,  notevoli  specialmente 
nella  luce  e  nelle  ombre,  sono  in  essi  perfettamente  confoinii  a  quelli 
de'  pittori  dell'Italia.  Tal  miscuglio  rischia  di  far  gridare  allo  scandalo. 
Mi  affretto  ad  aggiungere  che  un  de'  piìi  grandi  maestri  de"  Paesi 
Bassi,  morto  a  trentasette  anni  dopo  una  carriera  tutta  ripiena  di 
capolavori,  Adriano  Van  de  Velde.  è  il  perfetto  rappresentante  del 
genere.  Onde  si  vede  1"  Italia  avere  rivelato  a  questi  pittori  del  Nord 
non  solo  dei  soggetti,  ma  una  maniera,  e  la  natura  essersi  fatta  ispi- 
ratrice d'uno  stile  :  osservazione  essenziale  in  questo  riguardo. 

Infatti  (piantumpie  vi  fosse  una  tradizione  e  luia  pratica  ])articolare 
nei  pittori  italiani  j)cr  i  paesaggi,  la  quale,  indicata  dapprima  dal  Tizianr 
e  dai  Veneziani,  aveva  ricevuto  dai  Bolognesi  dei  perfezionam  nti 
ultimi,  non  è  da  questa  tradizione  che  si  videro  istruirsi  gli  Olan'csi 
di  cui  parlo. 

Contemporanei  di  Poussin,  del  Guaspre.  del  Bolognese,  i  quaL  in 
gradi  diversi,  serbano  qualche  cosa  dei  Veneziani,  non  si  vede  affatto 
ch'essi  abbiano  voluto  somigliar  loro.  Non  die  essi  non  abbiano  preso 
a  prestito  nulla:  dirò  piìi  avanti  da  chi:  ma  ciò  ch'essi  hanno  d'ita- 
liano nello  stile  non  è  la  maniera  di  alcun  pittore  di  questo  paes-- 
essi  sono  intieri  nella  figura  e  nella  luce  che  la  riscliiara. 

Non  occorre  infatti,  per  far  comprendere  che  questo  stile  differisce 
estremamente  da  ciò  che  qualcuno  dei  loro  compatrioti  traeva  dalle 
tradizioni  propriamente  nazionali,  che  il  confronto  fra  Both  e  Hobbema,. 
fra  Carlo  Dujardin  e  Ruysdael. 

Questi  praticarono  quello  che  potrebbesi  chiamare  il  paesaggio' 
retnbranesco,  che  qui  non  posso  altrimenti  definire,  certo  tuttavia  che' 
il  mio  lettore  ne  ricorderà  abbastanza  il  carattere.  Essi  godono  oggi 
d'una  voga  invadente,  che  minaccia  di  eclissare  tutto.  Per  abbreviare, 
l'ultima  somma  pagata  dagli  Americani  per  un  paesaggio  di  Hobbema 
non  fu  inferiore  a  (i(Hl.(HH)  franchi.  Non  si  invidia  loro  questa  voga, 
giustificata  da  bellissime  opere  :  confessiamo  eh'  esse  sono  perfette  nel 
loro  genere;  ma  è  a  lamentare  una  volta  di  piìi  che  certe  qualità  di 
forza,  una  gran  varietà  di  risorse,  e  il  vivo  sentimento  della  natura. 


180  1    PAESl.STI    OLANDESI    A    ROMA 

che  si  fondono  in  quello  che  chiamasi  in  generale  il  genio  sassone  o 
germanico,  diventino  il  pretesto  per  tener  in  poco  conto  la  libertà,  la 
grazia,  la  gioia,  la  pura  luce,  l'accordo  agile  delle  belle  linee,  la  pro- 
fonda intelligenza  delle  cose  che  dà  la  coltura  latina  e  che  sono  giu- 
stamente un  privilegio  dei  nostri  Olandesi  d'Italia. 

Both,  Berghem.  Du.jiirdin,  Van  de  Wide,  quattro  artisti  superiori, 
quattro  glorie  dell'arte  dei  Paesi  Bassi,  quattro  conquiste  dello  spirito 
latino  nella  Bassa  Germania,  conquiste  del  Mezzogiorno  sul  Nord,  di 
cui  abbiamo  il  diritto  di  felicitarci. 

Questa  considerazione  definisce  il  loro  stile  in  generale.  E  ci  sa- 
rebbe facile,  traendola  più  oltre,  opi>orre  coltura  a  coltura  e,  i.stituendo 
il  parallelo  secondo  le  nostre  ])referenze.  rendere  ai  grandi  ingegni  di 
diversa  sorte  il  loro  posto  ed  ordine  naturale.  Ma  questa  polemica  non 
vale  1"  analisi  delle  opere  e  la  storia  della  loro  origine  che  ho  pro- 
messa: Soiu)  i  fatti  stessi  che  lodano  e  che  conviene  riferire. 


11. 

11  iirinio  inizio  dello  stile  di  cui  si  (ratta  risale  a  un  pittore  di 
Francotorte,  stahilitosi  a  Roma  fin  dal  principio  del  secolo  xvn,  cono- 
sciuto al  suo  tempo  col  solo  nome  di  Adamo,  e  che  noi  chiandamo  col 
suo  cognome  Elzheimei'. 

Egli  primo,  venuto  dopo  i  quadri  ingombri  di  fogliame  di  Paolo 
Bril,  ebbe  l'idea  di  raccogliere  accuratamente  i  vari  effetti  della  luce 
in  tutte  le  parti  di  un  paesaggio,  e  di  mettervi  l'ordine  con  questo 
mezzo.  Egli  tentò  degli  effetti  notturni  in  piccoli  e  minuziosi  lavori, 
che  lo  fecero  moltissimo  apprezzare  da  un  jùccolo  numero  d'amatori. 
11  conte  palatino  Goudt,  lo  incise  in  tavole  che  son  divenute  altresì 
rarissime,  tanto  die  le  origini  di  un'arte  che  doveva  spandersi  ben 
|<)sto  in  si  numerosi  esemplari  hanno  nella  storia  l'apparenza  d'una 
iniziazione  misteriosa. 

(  Breemberg  e  Poelembiug  che  chiamano  l'uno  Bartolomeo  l'altro 
Cornelio,  Olandesi  entrambi,  imitarono  Elzheimer,  e  percorrendo  la 
Cac^ipagna  romana,  cominciarono  a  mescolare  le  rovine  in  vedute  delle 
qitali  gli  aggruppamenti  d'alberi  avevano  cessato  di  fare  tutto  il  me- 
rit'o,  dopo  che  lo  studio  curioso  della  luce  vi  si  trovava  unito.  Con 
uiha  fantasia  ispirata  dai  pittori  di  stile,  delle  figure  nude,  divinità, 
bagnanti,  vi  erano  questa  volta  mescolate,  componendo  colle  rovine 
i;:legli  antichi  monumenti,  che  il  paese  fornisce  in  al)l)on(]anza.  un  ge- 
nere semi-mitologico,  e  si  chiamarono  «  le  Arcadie  ». 

L'anno  16*27  vide  questi  pittori  tornati  tutti  al  loro  ]mese,  Cornelio 
ad  Utrecht,  Bartolomeo  ad  Amsterdam,  ove  i  due  rami  gemelli  d'una 
medesima  arte  non  dovevano  più  da  allora  cessare  di  fiorire. 

Bisogna  segnalare  quest'anno  1627  come  un'epoca  in  questa  storia. 
È  il  tempo  difatti  che  riappare  a  Roma  un  uomo  giovane  ancora  e  poco 
noto,  che,  venuto  dapjirima  nella  Città  Eterna  nel  modesto  ufficio  di 
garzone  pasticciere,  s'era  inalzato  in  poco  tempo  alla  professione  di 
pittore.  Tomaio  per  qualche  tempo  in  Loiena  siui  patria,  l'ientrava  nel 
[laese  dell'arte,  questa  volta  per  non  più  uscirne  e  percoiaiuciarvi  una 
carriera  che  è  la  più  mirabile  e  la  più  gloriosa  che  piftoi-  di  paesaggio 
alibia  mai  percorsa.  Voglio  dire  Claudio  Lorenese.  Durante  50  anni  e 
fino  alla  morte  sopraggiunta  nel  168'2,  videsi  quest'ariista  condur-re  con 


1    PAESISTI   OLANDESI    A    ROMA  181 

lina  costanza  di  sforzi,  una  uniformità  di  disegno,  una  continuità  d'ispi- 
lazione  incomparabile,  quel!"  inesauribile  serie  di  lavori,  che.  senza 
l'aiuto  di  alcuna  facile  seduzione,  senza  chiasso  e  senza  varietà,  esposti 
più  che  altri  mai  al  rimprovero  di  ripetizione  e  di  monotonia,  non  ces- 
sarono, dopo  rammirazione  del  suo  secolo,  di  sostenerlo  nella  gloria 
presso  la  lontana  posterità.  Questo  periodo  abbraccia  tutto  il  tempo 
della  più  brillante  fioritura  dell'arte  olandese,  sicché  non  c'è  un  solo 
di  questi  pittori  dei  quali  principalmente  mi  occupo  (parlo  di  quelli 
che  vennero  a  Koma)  che  non  vi  abbia  conosciuto  il  Lorenese. 

È  certo  che  la  sua  inthieuza  fu  decisiva  nell'inizio.  Da  lui  questa 
scuola  d'Olanda  imparò  ad  animare  il  paesaggio  coi  raggi  trionfanti 
del  sole,  a  sgombrare  i  fondi,  ad  approfondire  l'orizzoiite.  a  gettare 
infine  su  tutte  le  cose  quella  facilità  e  quello  splendore  che  gli  altri 
non  conobbero  mai.  Claudio  fu.  in  qualche  modo,  discepolo  di  Poelem- 
burg  :  |)rese  da  lui.  fondo  e  forma,  il  genere  nuovo  deUe  Arcadie  :  ma 
quel  che  egli  vi  aggiun.se  di  suo  gli  conferisce  in  questa  concate- 
nazione di  stili  un'importanza  sì  eccezionale  che  devesi  considerarlo 
come  il  vero  iniziatore  del  genere  da  cui  gli  Olandesi  si  istruirono. 
Con  lui  l'arte  del  paesaggio  si  esercitò  nella  rappresentazione  della 
luce,  di  cui  s'imparò  a  digradar  gli  effetti  dall'estremo  orizzonte  fino 
agli  oggetti  pili  vicini.  La  profondità  delle  sue  pitture,  d'onde  viene 
quell'aria  di  naturalezza  insieme  e  di  sublimità,  deriva  da  questa  per- 
fetta esattezza:  quei  fondi  scoperti  ove  la  sera  e  l'aurora  splendono 
per  la  gioia  nostra  e  che  incorniciano  in  mille  modi  variati  i  fogliami 
dei  maestri  olandesi,  essi  non  li  presero  altrove  che  da  Claudio.  Essi 
medesimi  lo  riconobbero  e  questa  confessione  formale  si  legge  ancora 
in  Houbraken. 

La  luce  d'Italia  rivelata  coll'arte  d'ini  francese  ai  paesisti  venuti 
dall'Olanda,  tale  è  il  tratto  principale  del  genere.  Non  parlo  della  di- 
stribuzione degli  oggetti,  dei  castelli,  dei  ponti  sui  fiumi,  degli  armenti 
e  dei  cavalieri  che  vedonsi  alternare  presso  Claudio  col  bagaglio  ar- 
cadico, e  che  i  nostri  Olandesi  hanno  parimenti  serbato  e  accomodato 
a  modo  loro. 

È  d'uopo  immaginare  quello  che  era  a  Roma,  poco  dopo  il  1530. 
-  al  tempo  che  viveva  ancora  la  vedova  d' Elzheimer,  conservando  gelo- 
samente le  tele  più  perfette  del  defunto  -  il  piccolo  gruppo  di  pittori 
di  cui  Claudio  formava  il  centro  e  di  cui  il  francoforte.se  Sandrart 
resta  per  noi  lo  stoiiografo.  Facevano  insieme  delle  escursioni  artisti- 
che, sia  traverso  la  Campagna  romana,  sia  nei  siti  scelti  di  Subiaco 
e  di  Tivoli  :  si  eccitavano  allo  studio  e  l'allegria  non  difettava  loro. 
Sandrart  ha  riferito  gli  schizzi  e  le  pitture  ch'egli  eseguiva  in  queste 
passeggiate  a  lato  del  Lorenese  amico  suo.  Pietro  Van  Laar.  nomato 
Bamboccio,  celebre  per  le  sue  idee  gioviali  e  la  stranezza  della  sua 
figura,  distinguevasi  in  questa  compagnia.  Famigliare  di  Claudio,  come 
r  indica  Sandrart.  egli  fu  il  primo  fra  quelli  del  suo  paese  ad  intro- 
durre la  maniera  di  quell'aitista  nei  paesaggi.  Era  una  nuova  attrat- 
tiva, un  miscuglio  nuovo  di  stili,  di  cui  altri  avrebbero  tosto  tratto 
jìrofitto. 

Both  comparve  poco  dopo  e.  senza  forse  divenir  ainico  di  Claudio, 
poiché  su  ciò  ci  manca  la  testimonianza  di  Sandrart.  esegui  dapprima, 
sotto  la  medesima  intluenza.  dei  lavori  che  sono  i  più  meravigliosi 
della  scuola.  Poi  fu  un  po'  più  tardi  Asselyn  detto  Crabetje  o  Clio van- 
netto  Olandese,  infine  Miei,  copista  del  Bamboccio,  nomato  in   Italia 


182  I    PAESISTI   OLANDESI    A    ROMA 

Giovanni  della  Vite,  il  quale,  staliilitosi  a  Torino,  moi'ì  pittore  del 
Duca  di  Savoia. 

Quest'Olandese  fa  eccezione.  Tutti  tornavano  nel  loro  pae.se.  11 
Bamboccio  partì  primo,  poi  Bolli,  poi  Asselyn.  Dal  1545  questa  prima 
generazione  aveva  raggiunto  Breemberg  e  Poelemburg,  Bolli,  come 
dissi,  a  Utrecht,  Bamboccio  e  Asselyn  a  Amsterdam. 

Qui  sarebbe  interessante  sapere  precisamente  in  qual  modo  t|ue- 
st'aiie  nuova  fece  subito  scuola  nel  paese.  La  vita  che  questi  pittori 
menavano  ciascuno  nella  propria  città  è  un  punto  oscurissimo.  I  nomi 
stessi  degli  allievi  che  fecero  ci  mancano.  Non  si  conosce  meglio,  a  questo 
riguardo,  la  parte  degli  amatori  e  dei  mecenati  del  commercio  e  della 
banca  che  le  Provincie  Unite  possedevano  allora  in  altbondanza;  e 
infine  quella  dei  mercanti  di  quadri,  di  cui  l'importanza  era  conside- 
revole. Nell'incertezza  in  cui  siamo,  se  alcuni  dei  più  grandi  fra  questi 
pittori  avessero  essi  almeno  visto  l'Italia,  si  comprende  che  più  grande 
ancora  è  la  curiosità  di  sapere  come  si  propagasse  l' imitazione  di 
questo  genere.  È  una  delle  questioni  più  interessanti  per  gli  eruditi 
e  di  cui  è  da  augurai'si  che  alcuno  si  incarichi  un  giorno  di  istruirci. 

Comunque  sia,  non  dul>iliamo  che  uomini  come  il  ricco  Adriano 
Pan  d'Amsterdam,  il  quale  conobbe  a  Roma  Claudio  e  Sandrarl.  che 
mercanti  di  i(uadri  come  fu  un  po'  |)iù  tardi  il  jìortoghese  Diego 
Duarte  e  come  quell'  Uilenhorch  pi-esso  cui  studiò  Polidoro  Glauber, 
non  abbiano  efficacemente  aiutata  la  voga  che  tosto  si  dichiarò. 
Vicino  a  Both,  Guglielmo  De  Heusch,  vicino  a  Asselyn.  Moucheron, 
poi  Mommers  ,  poi  Swanevell  nominalo  Herman  d'Italia,  poi  un'ab- 
itondante  discendenza,  sparsa  dappertutto,  di  Poelemburg,  Cuylem- 
burg,  Hansl)ergen,  Van  aer  Lisse.  le  crescevano  splendore.  Questi  ul- 
timi vissero  all'AJa;  Harlem  fu  toccala  dal  Bamboccio,  che  vi  passò 
gli  ultimi  anni.  Dappertutto  si  sparse  il  gusto  per  questa  uianiera 
netta  e  brillante;  zuivere  en  heldere  n-ijze,  di  cui  Houbraken  riferisce 
che  i  pittori  di  quel  tempo  occupavano  i  loro  discorsi. 

Si  cominciò  a  vivere  nell'incanto  di  quegli  orizzonti  dorati,  di 
quelle  molli  chine  ove  il  sole  si  smarrisce  traverso  le  rocce  e  i  ce- 
spugli, di  quelle  frondi  che  la  luce  traversa,  il  cui  verde  assume 
riflessi  d'argento,  di  quei  corsi  d'acqua  capricciosi,  ove  spumeggiano 
delle  cascate,  di  quei  sentieri  salienti  e  tortuosi,  di  quei  muletti  agili, 
di  quegli  armenti  superbi  a  cui  la  figura  umana  mescola  il  ((uadro 
della  vita  all'aria  aperta  e  della  facile  esistenza.  Non  bastava  il  pen- 
nello; il  bulino  ugualmente  vi  si  compiaceva.  Tutti  questi  artisti  erano 
ugualmente  incisori:  l'acquaforte  nelle  loro  mani  jìrodusse  dei  capola- 
vori, fra  cui  la  serie  dei  paesaggi  che  Both  pubblicò  presso  Matham 
rimane  il  più  illustre  esempio. 

Nel  punto  saliente  di  questo  movimento  si  dimostrò  l'ingegno  di 
Berghem.  Ho  detto  in  ([ual  modo  e  per  quali  ragioni  egli  ne  segnò 
l'apogeo.  Non  si  può  negare  ch'egli  è  meno  fine  e  meno  squisito  in 
generale  che  Both  :  nondimeno  abbastanza  a])parisce  che  la  sua  estrema 
facilità  l'ha  reso  capace,  quando  occori'eva.  di  raggiungere  le  cime 
dell'arte,  li  suo  paesaggio  della  Galleria  Si.x  di  Amsterdam,  una 
delle  gemme  della  scuola,  basta  a  mostrar  questo  fatto,  e  a  riparare 
il  torto  che  gli  fanno  oggidì  trojipe  affrettate  produzioni  di  carattere 
popolare  e  volgare. 


I    PAESISTI    OLANDESI    A    ROMA  183 


III. 


È  tempo  di  dir  qualcosa  della  vita  che  conducevano  in  Italia  i 
pittori  olandesi  che  vi  si  recavano. 

Questi  pittori  e  ([uelli  di  Fiandra,  formavano  a  Roma  una  società 
nominata  «  la  Banda  »,  de  Bevi,  come  la  chiamano  gli  scrittori  olan- 
desi. I  menihri  si  nomavano  Bentvoueh  ossia  uccelli  clella  Banda.  È 
da  notare  che  una  società,  che  sembra  aver  tenuto  in  Roma  a  quest'epoca 
un  posto  di  qualche  importanza,  non  abbia  lasciato  se  non  pochissima 
traccia  nei  racconti  dei  contemporanei. 

Le  sue  origini  erano  oscure  agli  autori  stessi  che  nel  xvii  secolo 
ce  ne  hanno  conservato  il  licordo.  Corneille  Lebrun  (in  olandese 
De  Bruyn)  nei  suoi  Viagfji,  pubblicati  a  Delfi  nel  1698,  dice  corresse 
voce  che  Raffaello  stesso  l'avesse  fondata,  il  che  non  è  verosimile. 
Egli  unisce  il  racconto  del  suo  proprio  ingresso  in  quella  illustre  com- 
pagnia. Sembra,  da  tale  racconto,  che  fosse  una  società  di  divertimento, 
principalmente  una  società  per  bere,  lo  che  fu  il  gusto  eccessivo  dei 
Fiamminghi  d'ogni  temiKt.  Van  Mander  ha  riempito  le  sue  Vite  di 
Pittori  di  lamenti  a  tale  riguardo.  È  a  credere  che,  in  confronto  della 
sobrietà  italiana,  simili  costumi,  consacrati  da  una  associazione  e  da 
regolamenti  speciali,  facessero  in  Roma  un  certo  scandalo. 

Il  defunto  Bertolotti  fu  il  primo,  nei  suoi  Artisti  Belgi  e  Olandesi 
a  Roma,  a  riassumere  per  il  pubblico  italiano  il  curioso  testo  di  cui 
parlo.  Esso  contiene  tutti  i  dettagli  d'un  bizzarro  cerimoniale,  in  cui 
il  novellino,  o  membro  in  erl)a  {de  Groene,  dicevano  nella  Banda), 
passava  per  varie  prove,  nel  mezzo  d'una  rappresentazione  allegorica 
in  maschera  fatta  dai  suddetti  Uccelli.  Uno  di  essi,  montato  sopra 
un'alta  sedia,  leggeva  parecchie  esortazioni  per  la  pratica  della  pittura 
e  le  regole  della  società.  A  che  il  membro  in  erba,  dopo  aver  risposto 
il  più  umilmente  che  poteva,  veniva  coronato  di  lauro  verde  e  accla- 
mato con  lunghi  evviva  dai  suoi  nuovi  confratelli  sotto  il  nuovo 
nome,  detto  nome  della  Banda,  ch'egli  assumeva.  Lebrun  ha  aggiunto 
una  tavola  al  suo  racconto,  ma  si  può  credere  che  né  tavola  né  rac- 
conto fanno  parte  della  verità  intera,  se  si  guarda  un  certo  quadro  di 
Van  Wynen  inciso  in  una  stampa  di  Pool  e  Bernardo  Graat.  Il  giura- 
mento di  fedeltà  vi  è  rappresentato  in  una  scena  di  buffoneria  tale 
che  difficilmente  si  può  darne  idea.  Basti  sapere  che  la  torcia  alla  cui 
luce  vengono  letti  i  regolamenti,  è  introdotta  nel  corpo  del  matricolino 
nel  posto  il  meno  immaginabile.  Lo  stesso  Van  Wynen  dipinse  pure 
la  distribuzione  delle  lettere  d'invito  e  il  banchetto  che  seguiva,  egual- 
mente inciso  dagli  stessi  artisti.  Questo  banchetto  durava  tutta  la  notte. 
Era  il  matricolino  che  lo  pagava  a  tutti  i  tirmatari  delle  sue  lettere, 
ch'egli  chiamava  suoi  testimoni. 

Passata  cosi  la  notte  bevendo,  cominciava  una  cerimonia,  meno 
grossolana  e  più  scherzosa,  in  cui  le  antichità  di  Roma  trovavano  un 
posto  inatteso.  Era  il  ]iellegrinaggio  alla  tomba  di  Bacco,  che  quei 
devoti  al  dio  reputavano  consistere  in  un  sarcofago  di  porfido,  dipoi 
portato  al  Vaticano,  che  decorava  allora  la  chiesa  di  Santa  Gostanza 
fuori  porta  Nomentana.  All'alba,  la  truppa  si  metteva  in  marcia  verso 
questo  luogo  di  pellegrinaggio  cristiano,  e  vi  andava  a  far  le  sue  de- 
vozioni a  Bacco,  di  cui  la  parte  più  materiale  si  terminava  in  un  al- 


184  I    PAESISTI    OLANDESI    A    ROMA 

bergo  non  lungi  dal  santuario,  in  faccia  d'uno  dei  più  bei  punti  di 
vista  che  si  possano  trovale  nella  campagna  romana. 

Hoogstraaten,  nella  sua  Ititrodusione  alla  pratica  della  pittura. 
assicura  scherzando  che  una  tale  società  era  mantenuta  allo  scopo  di 
risvegliare  il  genio  che  sonnecchia.  Ciò  può  intendersi  in  parecchie 
maniere.  Houbraken,  nelle  sue  Vite  di  Pittori,  che  forma  la  quarta 
delle  testimonianze  conosciute,  aggiun.se  qual<-lie  campione  dei  nomi 
di  banda  che  si  davano  quei  famosi  compari.  I/uno  si  chiamava  Ar- 
chimede, l'altro  Marionetta  (Slenqwp),  l'altro  TEiemita,  un  quarto 
Platluisenbaard,  che  signitìca  qualche  cosa  un  po'  peggio  di  barbe 
à  poux. 

Pertanto,  e  a  dispetto  di  tanti  eccessi  burleschi,  ciò  che  fa  credere 
che  la  Banda  accademica  non  si  stancò  di  divertirsi  onestamente,  è 
la  compiacenza  mista  d'amor  proprio  nazionale  con  la  quale  i  prece- 
denti autori  ne  hanno  parlato.  È  vero  che.  per  mancanza  generale  di 
documenti  a  questo  riguardo,  noi  non  conosciamo  positivamente  alcun 
pittore  di  grande  rinomanza  che  ne  abbia  fatto  ]iarte.  Un  fatto  sicuro 
concerne  Carle  Dujardin:  ed  è  che  avendo  egli  rifiutato  di  far  parte 
della  Banda,  i  Bentvogels  non  tralasciarono  di  gratitìcarlo  d'un  sopran- 
nome ingiurioso,  Barba  di  becco,  o  Bockebaard. 

È  notevole  che  quanto  Houbraken,  Lebrun  e  Hoogstraaten  ci  hanno 
trasmesso  di  questa  società  si  riferisce  precisamente  all'annata  in  cui 
Carlo  apparve  in  Italia,  durante  il  tardivo  viaggio  di  cui  ho  parlato, 
nel  l(i74.  Queste  narrazioni  vengono  dunque  a  punto  per  fornirci  qual- 
che immagine  di  questa  Roma  fiamminga  ove  s'intratteneva  la  bella 
fiamma  di  cui  abbiam"  visto  l'effetto. 

In  que.^fo  periodo  avanzato  della  scuola,  il  quale  contando  dopo 
Breemberg  e  Poeleinburg,  si  può  classificare  come  terzo,  si  vede  spun- 
tare un  nuovo  ramo  di  cui  bisogna  dire  una  parola. 

Carle  Dujardin  fu  a  Roma  con  un  pittore  di  fama  mediocre,  di 
cui  le  testimonianze  del  tempo  ci  obbligano  pertanto  a  fare  speciale 
conto:  Simone  \'an  der  Does,  eccellente  artista  che  ebbe  una  parte  note- 
vole in  questa  storia.  Sembra  che  nella  scuola  si  fosse  stanchi  dell'uni- 
formità luminosa  di  Claudio:  ma  senza  dubbio  si  era  troppo  attaccati 
a  questo  maestro  per  abbandonare  completamente  la  sua  maniera,  e 
tutto  ciò  che  si  ideò  fu  di  rendere  il  sole  ])iù  l'aro  in  quadri  d'un 
nuovo  genere.  L'ombra  annegò  la  terra,  il  bestiame  e  le  persone,  di 
cui  si  compiacque  far  emergere  soltanto  qualche  estremità  nella  luce 
sempre  inalterabilmente  pura  e  splendida.  Questa  ricerca  degli  efietti 
d'ombra  prese  il  nome  di  maniera  bruna,  bruine  n-Z/ze.  È  una  parola 
questa  che  tolgo  ancora  da  Houbraken.  Questo  autore  riporta  che 
Carlo  e  Van  der  Does  usavano  disputarsi  in  proposito,  il  secondo 
parteggiando  per  la  maniera  oscura,  il  primo  per  la  chiara,  heldere. 
ch'egli  praticava. 

Quest'atfeimazione  serve  di  guida  preziosa  nell'esame  delle  opere 
di  {(uell'epoca.  In  Van  der  Does  si  ritrova  esattamente  la  maniera  ch'io 
ho  descritta  sotto  il  nome  d'oscura,  Forse  egli  ne  fu  rin\entore,  ma 
non  è  pertanto  lui  che  l'ha  meglio  praticata.  Io  credo  esser  il  primo 
a  notare,  come  riesce  evidente  dall'esame,  che  il  grande  maestro  in 
questo  genere  è  stato  Adriano  Van  de  Velde.  Io  cito  a  memoria  i  suoi 
Pastori  del  museo  d'Anversa,  la  sua  Siesta  della  Collezione  Wallace, 
sopratutto  la  Pastorella  del  palazzo  Steengracht  all'Aja.  capolavoro  asso- 
lutamente ammirabile,  così  sorprendente  d'altronde  per  il  paitito  preso 


I   PAESISTI    OLANDESI    A    ROMA  185- 

dell'ombra  che  mi  sembra  che  il  testo  di  Houbraken  ne  faccia  il  com- 
mentario esatto.  Un  altro  pezzo  di  sua  mano  del  medesimo  genere,  a 
Francoforte,  ha  la  data  del  1668,  e  segna  cosi  almeno  il  tempo  in  cui 
questa  maniera  trionfò. 

Tutta  la  breve  vita  di  Van  de  Velde  è  trascorsa  a  Amsterdam. 
Van  der  Does  vi  dimorò  circa  quindici  anni,  nello  stesso  tempo  che 
Du.jardin.  di  cui  i  viaggi  sembrano  aver  seguito  i  suoi.  Insieme  essi 
abitarono  rA.ja,  e  più  tardi  Roma,  opponendo  cosi  le  due  maniere  Tuna 
a  lato  dell'altra. 

Resta  a  stabilire  quanti  seguaci  ebbe  la  maniera  bruna.  Berghem, 
che  per  la  sua  facilità  poteva  assaggiare  tutte  le  varietà  del  genere. 
ha  qualche  volta  voluto  provarsi  in  questa,  ma  con  poco  successo.  Le 
tendenze  di  Du.jardin  son  })iuttosto  opposte.  Il  suo  colore  è  vivo,  splen- 
dente, la  sua  luce  fortissima  è  spiegata.  Non  si  sbaglierà  conside- 
randolo per  questo  lato  come  il  più  energico  di  tutti.  La  Galleria  di 
Arenberg  a  Bruxelles  ha  potuto  osare  di  conservare  il  suo  nome  su 
una  tela  ove  certi  tocchi  fanno  pensar  meno  agli  Olandesi  che  a 
Decamps. 

Tali  sono  gli  ultimi  tratti  della  storia  del  paesaggio  italiano  d'O- 
landa nel  suo  periodo  più  brillante.  Van  de  Velde  mori  nel  1672,  Carlo 
Du.jardin  a  Roma  nel  1678,  Berghem  ad  Amsterdam  nel  1683,  un  anno 
più  tardi  di  Claudio.  Con  lui  finiva  la  gran  voga  e  il  grande  splendore 
della  scuola,  della  quale  restano  ora  a  dire  alcune  applicazioni  parti- 
colari e  il  posteriore  destino. 


IV. 

Per  tema  di  confonder  troppe  cose,  ho  dovuto  lasciar  da  un  lato 
un  genere  estremamente  brillante  e  che  si  rese  assai  popolare,  quan- 
tunque nessun  maestro  eguale  a  quelli  di  cui  ho  parlato  s'incontri 
per  sostenerne  la  gloria:  è  quello  di  quei  porti  di  mare  del  Levante, 
(li  cui  il  primo  modello  rimonta  a  Claudio  stesso,  e  ove  sbarca  il  cor- 
teggio lussuoso  di  qualche  gran  signore  o  di  qualche  fantastica  prin- 
cipessa, ove  dei  vascelli  dalle  prore  ornate  si  rifugiano,  ove  abbor- 
dano scialuppe  sormontate  da  baldacchini,  ove  ogni  sorta  di  gente  si 
affretta  allo  sbarco,  e  intorno  alle  masserizie,  ove  dei  curiosi  si  spar- 
gono per  animare  la  scena  e  renderla  più  magnifica.  A  questi  soggetti 
aggiungo  tutti  quelli  in  cui  l'architettura  e  il  costume  vengono  ad 
aver  un  posto  principale,  diversamente  da  ciò  che  si  vede  nel  tipo 
arcadico  della  scuola,  d'onde  tutti  i  pittori  nominati  fin  qui  derivano: 
vedute  cittadine,  ove,  nell'assenza  di  varietà  campestri,  l'ornamento 
ricercato  dei  palazzi  e  la  piacevole  dispo.sizione  delle  rovine,  sempre 
offerte  al  pittoie  dall'Italia,  sembrano  servir  d'alimento  al  capriccio 
e  alla  fantasia  dell'artista. 

Nel  discredito  in  cui  son  cadute  ai  giorni  nostri  le  idee  di  cui 
tutti  quei  pittori  hanno  vissuto,  e,  se  non  le  opere  dei  più  eccellenti  fra 
essi,  almeno  l'estetica  del  genere,  è  naturale  che  questi,  non  salva- 
guardati da  alcun  merito  eccezionale,  siano  stati  dapprima  dimenti 
cali.  Non  bisogna  però  che  essi  siano  disprezzati. 

Gian  Battista  VVeenix  e  il  francofortese  Lingelbach  fecero  la  for- 
tuna di  questi  soggetti  al  tempo  che  Berghem  viveva,  il  primo  a 
Utrecht,  il   secondo   a   Amsterdam.    Berghem   stesso   non   mancò  di 


186  t   PAESISTI    OLANDESI    A    ROMA 

attingervi,  e  si  vide  in  Harleni  Toiiiniaso  Wyt-lc.  conosciuto  per  i  suoi 
quadri  d'interno,  di  genere  affatto  differente,  provarsi  in  questa  sedu- 
cente maniera. 

Bisogna  confessare  che  né  gli  uni  ne  gli  altri  hanno  portato  nella 
rappresentazione  degli  orizzonti  marini  e  nell" imitazione  delle  super- 
tici  liquide  l'arte  miracolosa  di  Claudio.  Ciò  che  fu  Botli  riguardo  a 
questo  ultimo  nel  genere  del  paesaggio  terrestre,  nessuno  l'è  stato  in 
quello  delle  marine.  Ma  i  primi  piani,  arcliitetture  e  costumi,  sono 
almeno  d'una  maniera  eccellente,  una  delle  più  vive  e  piacenti  che  si 
ahhiano.  mai  adottata  dai  pittori  di  (|uaisiasi  scuola.  Weenix  ha  di- 
pinto i  suoi  personaggi  col  medesimo  pennello  e  colla  stessa  pasta  che 
servirono  alle  figure  di  Both.  opere,  si  dice,  di  suo  fratello  Adriano, 
se  pure  non  dello  stesso  Weenix.  giacché  nulla  impedisce  di  supjjorlo. 

Ad  ogni  modo,  e  checché  la  pedanteria  accumuli  contro  questa 
fantasia  d'oriente  latino,  sbocciata  nel  paese  del  sole,  contro  questo 
favoloso  quadro  degli  Scali  del  Levante,  vago  e  magico  ricordo  dei 
tempi  in  cui  Venezia  regnava  su  l'Arcipelago,  in  cui  i  vascelli  scol- 
piti portavano  in  Europa  le  merci  ambite  e  preziose  delle  Indie,  col 
grave  i)ericolo  d'esser  saccheggiati  dai  Corsari,  in  cui  la  lingua  franca, 
che  si  crede  di  sentir  risuonare  sulle  labbra  di  tutti  quei  facchini,  por- 
tava, conquistando,  il  vocabolario  latino  presso  l'Armeno  e  presso  il 
Turco,  presso  il  Greco,  l'Arabo  e  lo  Schiavo,  è  bello  di  deporre  gli 
scrupoli  e  di  abbandonarci  al  fascino  che  gustavano  fra  il  maestoso 
silenzio  dei  canali  fìanclieggiati  d'alberi  della  Venezia  del  Nord,  in  fondo 
alle  ricche  dimore  del  Keisersgracht,  i  mecenati  traftlcanti  dell'Arcipe- 
lago della  Sonda  e  di  tutti  i  mari  del  globo. 

Mai  abbastanza  si  dirà  quanta  ]iroi>rietà.  cura  e  solidità  la  pit- 
tura olandese  deve  alle  abitudini  di  vita  comoda  ed  opulenta  che  un 
counuercio  straordinariamente  jnospero  manteneva  nei  Paesi  Bassi.  I 
(piadri  eran  oggetti  di  mobiglio.  Bisognava  terminarli  puliti  e  lucci- 
canti, come  la  noce  dei  tavoli  preziosamente  scolpiti,  come  le  argenterie 
rare,  come  i  fiori  di  prezzo  che  vediamo  aggiungervisi.  nelle  conver- 
sazioni di  Terburg  e  di  Metsu.  Ed  é  un  altro  tratto  da  riportarsi  qui, 
quello  dell'uso  che  si  fece  allora  dei  paesaggi  per  decorar  le  stanze. 

Fu  una  moda  simile  a  quella  che  si  vide  in  Francia  al  tempo  di 
Luigi  X\'l  e  del  Direttorio,  alla  quale  gli  ultimi  paesaggi  storici  ser- 
virono. Grandi  pezzi  di  paesaggi  portati  sul  plinto  dei  muri,  incorni- 
ciati nella  decorazione,  vi  tenevano  luogo  di  tappezzeria.  11  poeta  olan- 
dese Veihoek  ha  lasciata  una  lunga  descrizione  in  versi,  accompagnati 
d'elogi,  di  questo  genere  d'ornamenti.  «  Ora.  -  egli  dice  -  tutte  le  pareti 
delle  sale  sono  dipinte  di  artificiose  praterie,  di  verdeggianti  boschetti 
che  un  levar  di  sole  rischiara...  »  Ed  egli  termina  con  l'elogio  del 
pittore,  di  cui  il  nome  dev'esser  citato  (|ui.  a  titolo  di  maestro  del 
genere  :  Pynacker. 

Sembra  veramente  che  queste  decorazioni  non  avessero  atteso 
questo  pittore  per  esistere.  Il  museo  Konstliefde  d'Utrecht  conserva  un 
quadro  di  Poelemburg  che  servi  primamente  da  ornamento  di  cami- 
netto. .Ma  questo  é  ben  poca  cosa  al  jiaiagone  della  voga  di  cui  godette 
Pynacker  e  dell'abbondanza  della  sua  ojiera.  .\  questo  riguardo  egli 
tiene  un  [M)sto  a  parte,  e  assai  ragguardevole,  nella  scuola.  Si  hanno  di 
lui  dei  quadri  estremamente  accurati  e  preziosi,  che  non  testimoniano 
quasi  d'una  scienza  meno  profonda  e  d'uno  spirito  meno  attento  della 
maggioranza  delle  tele  di  Both.  \'e  ne  sono  altri  in  cui  il  tocco  é  prò- 


I    PAESISTI    OLANDESI    A    ROMA  187 

priameiite  decorativo  e  d'un  genere  che  non  si  vede  jiresso  nessun  altro, 
quasi  elle  Pynacker  avesse  dovuto  nascei'e  per  fornire  la  prova  incon- 
testabile delle  attitudini  ornamentali  del  genere. 

Ciò  che  non  bisogna  omettere  qui  è  che  dal  suo  lato  il  ])aesag- 
gio  reinbranesco  non  restava  punto  indietro  per  questo  lato.  Ever- 
dingen  ehbe  in  questo  genere  lo  stesso  ruolo  di  Pynacker:  e  i  due 
jiittoi'i.  nei  quali  si  riassumeva  tutta  l'arte  del  paesaggio  dei  pittori 
d'Olanda,  ebbero  la  gloria  di  dividersi  le  decorazioni  di  cui  abbiam 
detto.  Houbraken  si  lamenta  che  questa  moda  ])assò  presto,  e  il  suo 
malumore  si  esala  in  proposito  contro  la  tappezzeria  d'appartamento 
che  prese  il  posto  di  queste  pittui'e  e  die  egli  chiama  la  peste  del- 
l' arte. 

Ho  detto  che  la  morte  di  Berghem  segna  la  fine  di  tutta  questa 
epoca.  Resta  a  concludeie  questa  storia  con  (|uei  pochi  che  vengono 
al  suo  seguito. 

Un  solo  discepolo  veramente  singolare  gli  sopravvisse.  Non  par- 
liamo dei  Soohnaker,  dei  Van  der  Beni,  e  di  parecchi  altri,  contratfat- 
toii  piuttosto  che  allievi,  che  al  suo  tempo  moltiplicarono  le  fredde 
copie  del  suo  stile.  Ma  \'erscure,  o  Verschuuriiig,  merita  dopo  lui  un 
posto  d'onore  per  il  valore  delle  sue  pitture.  Qualche  quadro  di  Stoop 
segna  anche  un  talento  che  non  devesi  disdegnare.  Goubau,  o  Goebouw. 
portò  il  genere  ad  Amsterdam,  nello  stesso  tempo  che  l'eccellente 
Minderhout  vi  faceva  conoscere  quello  dei  porti  di  mare.  In  questa 
ultima  qualità  di  soggetti  lavorarono  in  quel  tempo  Van  der  Ulft  e 
Begeyn,  il  quale  morì  a  Berlino. 

Si  vede  qui  qualcosa  della  scuola  iu  via  di  trasportarsi  all'estero, 
voglio  dire  fuori  d'Olanda  e  d'Italia,  in  Prussia  passarono  anche  Gott- 
lieb  Glauber,  detto  Mirtillo,  fratello  di  Glauber  detto  Polidoro,  pittore 
rinomato  in  questa  taida  epoca. 

Cosa  notevole,  tutta  (jiiesla  scuola  restò  come  sconosciuta  in  Francia. 
Né  Both.  ne  Berghem.  uè  Van  de  \'elde,  né  Dujardin  appaiono  nelle 
collezioni  di  Luigi  XIV.  Non  si  scelsero  fra  i  maestri  olandesi  che  due 
o  tre  inttori  d'interno.  Quanto  al  paesaggio  al  seguito  di  Paul  Bril  non 
si  conosceva  altri  fuori  di  Cornelio  e  di  Bartolomeo,  come  venivan 
chiamati  Breemberg  e  Poelemburg.  E  quantunque  Claudio  Lorenese 
fosse  apprezzato  come  valeva,  non  si  supi)oneva  cli'egli  avrebbe  avuto 
tanta  posterità,  lo  non  so  se  Glauber  detto  Polidoro,  che  prese  questo 
soprannome  dalla  Banda  accademica  di  Roma,  non  traesse  un  po'  più 
di  rinomanza  dai  suoi  rapporti  con  il  famoso  Lairesse.  che  di]>ingeva 
le  figure  dei  suoi  paesaggi.  Egli  conobbe  Carlo  Dujardin  a  Roma  e 
dipinse  per  il  princijie  d'Orange  a  Soesldyk  uno  degli  ultimi  modelli 
di  paesaggio  decoiativo.  Gli  eccellenti  fratelli  Van  Bloemen  d'Anversa, 
nominati  in  Italia  Standardo,  e  l'Orizzonte,  sembrano  egualmente  non 
■esser  rimasti  del  tidto  sconosciuti. 

Quanto  agli  altri,  furon  necessarii  i  primi  amatori  di  quadri  olan- 
desi, del  xvm  secolo,  come  la  Contessa  di  Verrue  e  Julienne,  per  in- 
trodurre infine  la  loio  reputazione.  La  quale  guadagnò  bentosto  tutto 
ciò  che  l'oblio  dell'età  precedente  aveva  lor  fatto  perdere.  La  voga  di 
Berghem  sopratutto  si  dichiarò  :  e  cpiesto  pittore  divise  con  Wouwerman 
le  predilezioni  del  tempo. 

Non  bisogna  dimenticare  che  Vernet  si  è  formato  in  gran  parte 
sotto  l'intluenza  di  questa  voga,  e  che  il  suo  talento,  d'altronde  scarso 
e  insipido,  non  ha  preso  ciò  che  sembra  tener  da  Claudio  che  per  la 


188  I    PAESISTI    OLANDESI   A    ROMA 

intromissione  di  questi  iiittoii.  i^o  stesso  Hubert  Robert  lia  (iiialcosa 
d'essi. 

Nel  paese  stesso  la  scuola  aveva  cessato  d'esistere.  Standard  morto 
ad  Anversa  nel  1720,  l'Oj'izzonte  morto  a  Roma  nel  ]74^t  ne  segnarono 
l'estremo  termine.  11  fiammingo  Demarne,  nei  galanti  pezzi  cli'egli  di- 
pinse in  Francia  sul  finire  del  secolo,  e  ove  riappare  qualcosa  di  questo 
stile,  separato  com'egli  è  dalla  tradizione  defunta  da  un  intervallo  di 
mezzo  secolo,  non  deve  considerarsi  che  come  autore  d'una  risurre- 
zione effìmera  :  e  le  ultime  vestigia  ne  svanirono  con  gli  insegnamenti 
dei  paesaggi  storici  francesi  dove  si  serbava  ancoia  un  resto  delle  i)ra- 
ticlie  di  Vernet.  Ho  detto  in  qual  modo  ciò  che  nei  gusti,  nelle  abi- 
tudini, nella  moda  perdeva,  si  mutava,  si  abbassava  in  mille  modi, 
continuò  cionondimeno  ad  occujiar  l'immaginazione  popolare.  Succede 
di  queste  vecchie  scuole  come  dei  grandi  avvenimenti  politici,  che  assai 
tempo  dopo  che  le  ultime  conseguenze  ne  sono  compiute,  durano 
ancora,  trasformati,  e  allo  stato  di  leggenda  infine  misconosciuti,  nella 
memoria  ingenua  dei  semplici  e  nella  tradizione  fUittuante  della  società. 

Oggi,  dopo  tante  rivoluzioni  nei  gusti,  tante  reputazioiìi  novelle, 
tante  discussioni,  tanta  estetica,  tanti  saggi  in  ogni  genere  d'un'au- 
dacia  imprevista,  dopo  che  il  terreno  dell'arte,  solcato  e  smosso  in  ogni 
senso,  sembra  indifferente  ad  accettare  qualsivoglia  novità,  e  nessun 
pregiudizio  forse  è  più  capace  di  indurre  uno  spirito  retto  a  giudicare 
contro  il  proprio  gusto,  non  dubitiamo  che  i  pittori  di  cui  abbiamo 
tracciata  la  storia  non  riescano  a  farsi  pregiare  come  per  il  passato. 
Della  profonda,  infinita  natura  essi  ci  conservano  la  gioia,  lo  spazio  e 
la  luce  :  gli  elementi  tutti  delle  loro  opere  conservano,  senza  scapilo  della 
verità  e  della  forza,  quella  compostezza  superiore  che  si  chiama  stile. 

Questo  stile  non  è  un'invenzione  dell'arte,  come  paiecchi  cercano 
di  far  credere,  ma  una  suggestione  della  natura,  propria  incontesta- 
bilmente alle  contrade  di  cui  l'Italia  resta  il  tipo  più  coni|)leto.  Fra 
tutti  i  pittoi'i  ispiratisi  a  questo  paese,  è  ad  essi  che,  tutto  sommato, 
si  ritornerà  di  preferenza.  Essi  ce  ne  serbano  le  impressioni  chiare,  le 
grazie  commoventi,  lo  splendore  sereno,  in  una  lingua  la  cui  flessuo- 
sità compenetra  tutte  le  sfumature  e  fonde  tutte  le  parti:  ammirabile 
esempio  di  Claudio,  di  cui  essi  hanno  in  cento  maniere  lipreso  il  poema, 
variandolo  con  tutte  le  risorse  di  cui  dispone  la  pittura  nei  Paesi  Bassi, 
fusione  unica,  e  forse  senza  esempio,  d'uno  stile  sublime,  d' un'arte 
perfetta,  e  d'una  natura  incompaiabile. 

L.    DlMIEK. 


CARPACCIO 


Yif/ore  Garpacciu  et  hi  Confrérie  de  Sninte  Ursiile  à  Venise,  par  Pompeo  Molmenti 
et  Gustav  Ludwu;.  Florence.  L.  Bemporad  et  fils,  libraires  éditeurs,  1903. 

Fra  i  più  giaiirii  pittori  veneziani  del  Rinascimento,  il  Carpaccio 
seppe,  meglio  d'ogni  altro,  rappresentare  ne'  suoi  quadri,  insieme  coi 
puri  sentimenti  della  religione,  l'espressione  sincera  della  vita  che 
s'agitava  per  le  vie  di  Venezia.  Della  maravigliosa  sua  patria,  oltre 
la  bellezza  del  cielo  e  la  sontuosità  degli  edifìzii.  egli  riproduce  stu- 
pendamente il  lusso  e  la  pompa  dei  costumi,  la  solennità  delle  ceri- 
monie, lo  splendore  delle  feste.  Destano  sempre  la  più  viva  am- 
mirazione, non  ostante  gli  oUraggicbe  il  temilo  e  più  ancora  l'ignoranza 
degli  uomini  hanno  loro  recato,  i  quadri  della  Vita  di  Saìd'  Orsola,  che 
si  conservano  nell'Accademia  di  Venezia.  Quei  quadri,  tra  i  più  antichi 
che  si  conoscano  di  lui  e  nei  quali  si  manifestò  primieramente  tutta 
la  potenza  del  suo  ingegno,  furono  fatti  per  la  cappella  della  Scuola 
di  Sanf  Orsola,  che  fu  soppressa  nel  1810.  Così  come  son  oggi,  essi 
hanno  altezze  diverse,  ma  nella  loro  origine  avevano  tutti  le  stesse 
dimensioni.  Ciò  è  provato  luminosamente,  con  l'aiuto  di  documenti, 
nella  stupenda  pubblicazione  di  cui  diamo  notizia,  la  quale  è  un  pre- 
zioso contributo  non  solo  alla  storia  di  Sant'Orsola  e  alla  vita  del 
Carpaccio,  ma  alla  storia  dell'arte  e  della  vita  di  Venezia  in  quel  soave 
Quattrocento  che  fu  la  splendida  aurora  della  grande  pittura  veneziana. 

Pompeo  Jlolmenti  e  Gustavo  Ludwig,  due  nomi  illustri  e  s'altri 
mai  autorevoli  fra  gli  studiosi  dell'arte  veneziana,  animati  dallo  stesso 
amore  pel  Carpaccio,  hanno  messo  in  comune  i  loro  studi  j  er  dare 
siffatta  pubblicazione.  Essa  non  è  che  un  ]irimo  saggio,  ma  di  singo- 
lare importanza,  sull'opera  del  grande  artista.  Quanto  vi  è  detto  è 
tutto  nuovo  e  confortato  da  documenti,  che  mostrano  come  molte  no- 
tizie e  molti  giudizi  dati  fin  qui  sul  Carpaccio  e  sull'opera  sua  siano 
in  tutto  o  in  parte  erronei.  Del  Carpaccio  il  Molmenti  si  mostrò  fer- 
vido ammiratore  tin  dalla  sua  prima  giovinezza,  scrivendo  di  lui  pa- 
gine ripiene  di  sincero  entusiasmo.  Datosi  ])iù  tardi  alle  ricerche  dili- 
genti e  pazienti,  frutto  delle  quali  fu  la  Storia  di  Venezia  itella  vita 
privata,  conservò  sempre  quell'antica  ammirazione  e  ad  essa  unì  quella 
pel  Tiepolo,  altro  grande  pittore,  col  quale  tramontò  splendidamente  la 
lunga  e  maravigliosa  giornata  della  grande  arte  veneziana,  come  splen- 
didamente era  sorta  col  Carpaccio.  Tanto  sull'uno  che  sull'altro  egli 
compì  ricerche  e  diede  in  luce  documenti  che  ne  fecero  meglio  cono- 
scere la  vita.  Il  Ludwig,  profondo  conoscitor  d'arte  egli  pure,  è  un 
instancabite  ricercatore  d'archivi;  le  sue  conclusioni,  nuove,  acute  e 


190  c:ahi'ac.(:u) 

convincenti,  sull'arie  veneziana,  sono  ormai  accettate  dai  maggiori 
critici  e  storici  dell'arte:  il  Tode,  il  Bode,  il  Cantalamessa.  il  Venturi. 
Nei  cataloghi  delle  Gallerie  d'Europa  le  vecchie  ed  eirate  attiibuzioni 
vengono  corrette  secondo  le  notizie  e  i  documenti  scoperti  da  lui.  Non 
fa  maraviglia  pertanto  se  due  cosi  valenti  studiosi,  mettendo  insieme 
l'opera  loro  intorno  ad  un  argomento  egualmente  caro  ad  entrambi, 
sono  riusciti  a  scoprire  ciò  ciie  altri  prima  di  loro  non  avevan  saputo. 


CARPACCIO.  —  Tosta  ili  (loniin   (Disogno). 


e  ricostruire  ciò  cli'era  stato  distiutto  e  di  cui  non  rimanevano  che 
poche  tracce  appena  visibili. 

Una  vera  e  perfetta  ricostruzione  è  ipiesfa  die  han  fatto  dei  quadri 
della  Vita  di  Sant'Orsola. 

Posto  in  chiaro  ch'essi  oiiginaiiamente  dovevano  aver  avuto  le 
stesse  dimensioni  quanto  alTaltezza  :  poterono  scoprire,  confrontando 
le  misure  presenti  con  le  antiche,  conservate  nelle  note  di  Pietro  Ed- 
wards,  e  consnltando  le  incisioni  del  De  Pian,  fatte  nel  secolo  xviii, 
che  tutti  erano  stati  egualmente  ridotti  di  più  centimetri  nei  lati,  forse 
per  adattarli  ai  locali  dell'Accademia,  dove  fuiono  trasportati  nel  1810. 
Dopo  ciò  parve  loro  importante  di  tentarne  la  ricostruzione,  giovandosi, 
per  le  parti  laterali,  delle  incisioni  del  De  Pian,  e  per  le  superiori,  di 
minute  indicazioni,  potute  rilevare  sull'estremo  limite  del  taglio  e, 
dove  queste  mancavano,  di  motivi  ornamentali  tolti  ai  quadri  medesimi. 


CARPACCIO  191 

Ricostruiti  cosi  i  quadri,  bisognava  ricostruire  la  cappella  di  San- 
t'Orsola qual  era  al  tempo  del  Carpaccio,  per  vedere  il  partito  che 
questi  aveva  saputo  trarre  dalla  forma  e  grandezza  di  essa  pel  numero 
e  la  distribuzione  di  quelli.  L'aspetto  esterno  dell'edilìzio  è  dato  dal- 
l'antico piano  di  Venezia  attribidto  a  Jacopo  dei  Barbari;  quellolin- 
lei'no  gli  autori  desunsero  dalle  indicazioni  prospettiche  dei  quadri 
stessi,  da  quelle  fornite  dai  documenti  e  da  confronti  con  altri  edifizii 


Carpaccio. 


Testa  (li  donna  (.Dise^iuo). 


del  tempo  e  particolarmente  con  ia  chiesa  di  S.  Giacomo  dall'Orio,  ed 
ebbero  la  soddisfazione  di  constatare  che  la  lunghezza  delie  pareti 
laterali  corrispondeva  a  quella  complessiva  dei  quadri,  così  com'essi 
li  avevano  ricostruiti,  dai  quali  erano  ricoperte.  Rifatto,  perlai  modo, 
l'edifìzio,  poterono,  con  l'aiuto  di  preziosi  documenti  dell'Archivio  di 
Stato,  rifarne  la  storia.  Da  questa  risulta  che  la  Scuola  di  Sant'Orsola 
fu  fondata  nel  13CKÌ  e  che  quattr'anni  appresso  fu  cominciata  ad  eri- 
gere, nel  cimitero  dei  monaci  dei  Santi  Giovanni  e  Paolo,  la  cappella, 
che  fu  compiata  nel  1318.  Nella  seconda  Marie(jola  di  detta  Scuola, 
in  data  del  1(>  novembre  1488,  è  parola  di  economie  a  fine  di  abbel- 
lire la  cappella  e,  so]iiattiitto,  di  far  dipingere  /  teleri  de  la  isforia  de 
madona  santa  Orsola,  che  sono  appunto  i  quadri  che  il  Carpaccio 
dipinse,  il  primo  de'  quali  reca  la  data  del  1490,  che  è  altresì  la  prima 
che  si  conosca  della  vita  artistica  di  lui. 


1^2  CARPACCIO 

Egli,  secondo  le  nuove  ed  accurate  indagini  degli  autori,  nacque 
in  Venezia  prima  del  147i2.  da  famiglia  oriunda  di  Torcello,  e  morì 
non  dopo  il  IMò.  Suo  maestro  fu  Lazzaro  Bastiani.  da  altri  erronea- 
mente creduto  suo  discepolo,  del  quale  il  Carpaccio  segui  la  maniera, 
tanto  elle  i  posteri  attribuirono  i  (juadri  deli" uno  alla  giovinezza  del- 
l'altro. II  Bastiani  era  particoiaiiucnte  studioso  della  |)rospeftiva.  la 
qual  dote  si  riscontra  eminente  nel  Carpaccio.  A  torto  alcuni  lian 
voluto  far  derivare  le  prospettive  del  Carpaccio  da  quelle  di  Gentile 
Bellini,  il  quale  se  emerge  per  la  purezza  della  concezione,  pel  colo- 
rito e  il  disegno,  è  spesso  difettoso  nella  prospettiva;  ed  è  poi  tanto 
meno  vero  cbe  il  Carpaccio  abbia  potuto  formare  il  suo  stile,  stu- 
<liando  le  opere  del  Bellini  alla  Scuola  di  S.  Giovanni  Evavgeiista,  in 
(pianto  cbe  egli  possedeva  già  il  suo  stile  caratteristico  nella  Scuola 
(li  Sitnt'Oniola    ])rima  che  quegli  desse  principio  a'  suoi  quadri. 

L'ultimo  dei  quadri  della  Vita  di  SaiifUrsola  ba  la  data  del  141>6; 
altri,  tra  t(uelli  che  non  hanno  data,  possono  esser  stati  eseguiti  poste- 
riormente, ma  non  più  tardi  del  14'.t8.  nel  qual  anno  sorse  una  grave 
contesa,  che  durò  a  lungo,  tra  i  monaci  dei  Santi  Giovanni  e  Paolo 
e  la  Scuola,  cbe  si  disputavano  la  proprietà  della  cappella.  Questa  fu 
ingrandita  nel  Ló()4  e  rifatta  nel  1407.  In  tale  occasione,  per  lasciar 
posto  a  cinque  grandi  tinestre.  ciascuno  dei  quadri  fu  accorciato  nella 
parte  superiore. 

Interpretandone  gli  argomenti,  gli  autori  procedettero  col  pensiero 
che  l'artista  riproduce  esattamente  le  cerimonie,  le  feste  e  i  costumi 
veneziani  del  suo  tempo,  cosicché  le  sue  pitture  non  solamente  evo- 
cano, come  in  una  visione  luminosa,  lo  splendore  dell'antica  vita 
veneziana,  ma  otfiono  altresì  agli  storici  odierni  un  mirabile  commento 
dei  vecchi  documenti  che  descrivono  quelle  cerimonie,  quelle  feste  e 
quei  costumi.  Sapendo  inoltre  che  i  pittori  di  quel  tempo  solevano 
ritrarre  nei  loro  quadri  determinate  persone  e,  particolarmente,  i 
committenti  delle  opere  loro,  cercarono  se  il  Carpaccio  avesse  seguito 
l'usanza  comune,  e  col  mezzo  di  lunghi  e  pazienti  confronti  con  altri 
ritratti,  poterono  identificare  qualcuno  dei  personaggi  effigiati  nei 
quadri  di  Sant'Orsola  e,  fra  gli  altri,  alcuni  membri  della  famiglia 
Loredan  cbe  furoiu)  benefattori  della  Scuola,  a  cui  fecero  dono  dei 
quadri  preziosi  ne'  quali  rivivono.  In  questi  infatti  sono  dipinte  le 
arme  dei  Loredan.  quali  si  vedevano  scolpite  sulle  loro  tombe  nella 
capi)ella  o  nei  luoghi  circostanti. 

Per  far  poi  meglio  comprendere  come  l'opera  insigne  del  Carpaccio 
abbia  potuto  nascere  e  manifestarsi  in  tutta  la  sua  grandezza  e  bel- 
lezza, gli  autori  hanno  cercato  di  ricostruire  con  opportuna  erudizione, 
frutto  in  parte  di  nuove  accurate  ricerche,  l'ambiente  sociale  in  mezzo 
a  cui  quell'opera  sorse.  Il  capitolo  V.  che  descrive  la  vita  intima 
della  Scuola,  è  oltremodo  importante.  Esso  ci  dà  copiose  notizie  sulle 
diverse  specie  di  confraternite  esistenti  a  quel  tempo  in  Venezia,  sui 
loro  legolamenti,  sul  line  cbe  ciascuna  si  proponeva;  ci  fa  conoscere 
gli  usi,  le  insegne,  le  vesti  dei  confratelli;  ci  mostra  gli  oggetti  sacri, 
e  ci  fa  assistere  alle  feste  religiose,  alle  processioni,  ai  trasporti  fu- 
nebri, facendo  rivivere  quel  mondo  così  singolare  di  pietà  sincera 
congiunta  alla  maggior  pompa  esteriore,  che  è  uno  dei  lati  più  carat- 
teristici della  vita  e  dell'arte  di  Venezia. 

La  leggenda  di  Sant'Orsola  e  delle  undicimila  vergini,  formatasi 
a  Colonia,  dove  la  Santa  e  le  sue   compagne   hanno   culto  dal  terzo 


Iiss 


A'i ,  'Cii.z^:; 


vi  :  > 


13 


Voi.  CSa,  Serie  IV  -  IG  luglio  1903. 


194  cARrAccio 

secolo,  andò  via  via  modificandosi  fino  ad  assumere,  nel  secolo  unde- 
cimo.  la  forma  sotto  la  quale  ce  l'ha  rappresentata  il  Carpaccio.  Egli 
s'ispirò  naturalmente  alle  fonti  italiane  nelle  quali,  in  confronto  delle 
nordiche,  che  trattano  l'argomento  con  semplicità  e  gravità,  prevale 
l'elemento  pittoresco:  permettendosi  di  fare  ad  esse  qualche  variante 
di  sua  testa.  La  leggenda,  com'egli  l'ha  rappresentata,  si  può  riassu- 
mere brevemente  cosi:  Gli  ambasciatori  d'Inghilterra  chiedono  al  re 
di  HretaL'ti:i   Im    inniv  di  (>r<i'l;i  -^iin    tiL'Iin   ]>r\  tÌL'Iin  ild   lnri>  <i'jiiore. 


^ 


?t 


'^t.^ 


Dist-guo  Jel  Carpaccio  per  //  soyno  dì  Siiiil  Oraoln. 

Galleria  degli  Uffizi.  Firenze. 


Il  re  di  Bretagna,  consigliatosi  prima  con  Orsola,  acconsente,  purché 
il  re  d'Inghilterra  e  suo  figlio  si  facciano  cristiani,  permettano  che 
quella  vada  in  pellegrinaggio  a  Roma  e  le  procurino  la  compagnia 
di  dieci  nob  li  vergini  donzelle,  seguite,  ciascuna,  da  altre  mille.  Le 
condizioni  sono  accettate.  Orsola,  col  suo  seguito,  intraprende  il  pel- 
legrinaggio, al  quale  s'unisce  anche  il  giovane  principe  d'Inghilterra; 
ma  una  fiera  tempesta  getta  i  naviganti  sulle  rive  di  Colonia.  Quivi 
un  angelo  apjiarisce  in  sogno  ad  Orsola  e  le  ordina  di  recarsi  a  Roma, 
per  ritornare  appresso  a  Colonia,  dov'ella  riceverà  la  corona  del  mar- 
tirio. La  Santa,  in  compagnia  del  fidanzato,  va  a  Roma,  dove  è 
accolta  con  grande  onore  dal  Papa.  Questi,  alla  sua  volta,  fa  un 
sogno  pari  a  quello  di  Orsola  e,  per  comando  celeste,  rinunzia  al 
papato  e  segue  quella  nel  suo  viaggio  di   ritorno.  A  Colonia  i  pelle- 


CARPACCIO 


195 

?  da 


grini    s'abbattono    negli  Unni,  che    allora   assediavano  la  città, 
essi  sono  tntti  barbaramente  trucidati. 

Neil"  interpretazione  di  queste  scene  commoventi,  il  Carpaccio 
ebbe  in  Italia  un  modesto  precursore,  forse  Tommaso  di  Modena,  che 
verso  la  fine  del  xiv  secolo  o  sul  principio  del  xv,  dipinse  in  Treviso- 
nella  chiesa  di  Santa  Margherita,  ora   demolita,  alcuni   affreschi   che 


1  fratelli  Loredtnio. 

Particolare  di  un  quadro  del  Carpaccit 


si  conservano  nel  Museo  di  quella  città.  La  grande  rassomiglianza 
fra  quest'opera  e  quella  del  Carpaccio,  fa  credere  che  questi  l'abbia 
conosciuta,  essendovi  nei  paiticolari  dell'una  e  dell'altra  molte  ana- 
logie che  non  possono  essere  puramente  accidentali;  ma  mentre  quella 
mostra  ancora  l'infanzia  dell'arte,  l'opera  del  Carpaccio  ne  mostia  la 
fiorente  giovinezza. 

Così,  come  son  ora  all'Accademia  di  Venezia,  in  una  sala  etta- 
gona, imitante  l'antica  cappella,  i  quadri  sono  disposti  in  modo  che 
agli  autori  non  pare  il  più  ragionevole  e  tanto  meno  conforme  a  quello 
onde  li  avrebbe  disposti  il  Carpaccio  nella  cappella.  Per  quella  dispo- 


196  CAKPACCIO 

sizione,  la  Storia  incomincia  a  destra  dello  spettalore,  e  il  gran  qnadro 
dell'altare  è  collocato  fra  la  Partenza  dei  fidanzati  e  l'Arrivo  a  Roma, 
mentre  il  suo  posto  naturale  sarebbe  tra  le  Esequie  e  il  Ricevimento 
degli  ambasciatori.  Essi  credono  che  la  Storia  dovrebbe  cominciare  a 
sinistra  di  chi  guarda,  e  ciò  per  varie  ragioni  talmente  serie  e  convin- 
centi che  non  si  può  non  convenire  con  loro.  A  queste  s'aggiunge  il 
fatto  che  nel  primo  dei  quadri,  sotto  il  trono  del  re,  si  scorgono  an- 
cora le  tracce  d'un  taglio,  che  prova  esservi  stata  in  quel  posto  una 
porta,  la  quale,  non  essendo  indicata  nel  piano  attribuito  al  de'  Bar- 
bari, che  mostra  la  parte  esteriore  della  cappella  dal /«/o  dell'Epistola, 
si  deve  necessariamente  supporre  che  s'aprisse  dal  lato  dell' EvaìKjelo. 
Questo  quadro  è  diviso  in  tre  compartimenti,  nel  primo  de'  quali 
a  sinistia,  gli  autori  ravvisano  alcuni  tra  i  membri  della  famiglia 
Loredan,  che  avrebbero  regalato  alla  Scuola  l'opera  magnifica.  11 
taglio  era  nel  secondo  dei  compartimenti,  e  fu  coperto  dalla  pittura 
che  oggi  si  vede,  opera,  forse,  del  Carpaccio  stesso,  dopoché,  nel  1504, 
fu  costruita  una  tribuna  speciale  per  l'altare  e  appianato  il  coro  dove 
la  porta  s'apriva.  Se  non  che  tal  cambiamento  ha  nociuto  al  quadro, 
dacché  non  si  possa  più  comprenderne  la  composizione  e  la  divisione. 
E  questa  una  delle  ragioni  per  le  quali  gli  autori  hanno  insistito  sulla 
ricostruzione  dell'antica  cappella.  In  esso  son  ritratti  Giovanni  Bellini 
e  Lazzaro  Bastiani,  amico  l'uno,  maestro  l'altro  del  Carpaccio. 

11  secondo  de'  quadri  rappresenta  II  Re  di  Bretagna  che  congeda 
gli  ambasciatori.  La  scena  stupenda  riproduce  esattamente  il  7'icevi- 
mento  degli  ambasciatori,  quale  si  faceva  nella  sala  del  Collegio  di 
Venezia.  La  lettera  ch'essi  recavano  al  Doge  era  letta  ad  alta  voce 
dal  segretario  del  Collegio,  e  la  risposta  di  quello  era  dettata  dal  can- 
celliere ad  uno  scrivano.  Particolarmente  caratteristico  per  verità  di 
espressione  e  semplicità  di  esecuzione  è,  nel  quadi'O,  il  gruppo  tbrmato 
dalle  due  figure  di  quest'ultimi;  cosicché  il  popolo  veneziano  chiama 
l'intero  quadro  Lo  scrivano. 

Argomento  del  terzo  è  II  ritorno  degli  ambasciatori  alla  corte  del 
re  inglese.  È  uno  dei  quadri  più  belli  della  serie,  per  la  magnificenza 
degli  edilizi  che  ricordano  quelli  di  Venezia,  ed  è  il  solo  che,  non 
prestandovisi,  non  sia  stato  tagliato  nella  parte  superiore.  In  quella 
vece  fu  abbassato,  e  la  parte  di  esso  che  oltrepassava  il  limite  infe- 
riore degli  altri  quadri,  fu  nascosta  dietro  la  spalliera  del  banco  ch'era 
addossato  alla  parete.  Avesse  voluto  il  cielo  che  la  medesima  sorte 
fosse  toccata  anche  agli  altri!  Nuove  e  preziose  notizie  danno  gli  autori 
sulle  compagnie  della  Calza,  delle  quali  sono  rappresentati  in  questo 
quadro  alcuni  cavalieri. 

11  quarto,  che  ricopriva  in  tutta  la  sua  larghezza  il  muro  dov'era 
"q, porta  d'entrata,  rappresenta  La  partenza  degli  sposi,  ed  è   diviso 
^-<Ìi  die  parti  ineguali  da  uno  stendardo  dipinto.  La  minore  sì  trovava 
f^Miz^a  iJorta,  che  s'apriva  da  un  lato,  verso  la  parete  dclV Evangelo; 
in  a\qgore,  sopra  il  banco  della  confraternita.  Le  due  grandi  torri  che, 
sopra  i,  fj\  maggiore,  s'innalzano  ai  jjiedi  delle  colline,  sono  quelle  di 
ia  maggiy,  ^iindia.  Il  Carpaccio  non  aveva  veduto  né  Luna  né  l'altra, 
nella  partere^otuto  conoscere  la  foi-ma  dal  libro  del  Breydenbach  Pere- 
Rodi  e  di  CantJ'f'w  Sanctam,  stampato  a  Magonza  nel  14S6.  Le  inci- 
^^^  ne  aveva  igrflibro,  fatte  su  disegni  di  Reiiwich,  furono  messe  a 
gi'inatio  in  rendacelo  non  solo  in  questa,  ma  in  altre  delle  sue  opere; 
sioni  di  questo    ^  ripromettono  di  dimostrare  chiaramente,  se,  com'essi 
P'otìfto  dal  Carn' 


CARPACCIO  197 

sperano  e  come  è  da  augurare  vivamente,  avranno  occasione  di  pub- 
blicare un  giorno  tutti  i  loro  studi  sull'opera  completa  di  lui.  Figurano 
in  questa  parte  maggiore  del  quadro  altri  membri  della  famiglia  Loredan. 
Fra  essi  il  giovinetto  vestito  del  ricco  ed  elegante  costume  di  una  delle 
compagnie  della  Calza,  quella  dei  Zardinieri,  è  Antonio  Loredan.  Egli 
tiene  in  mano  un  cartello  a  forma  di  banderuola,  dove  sono  le  iniziali 
di  alcune  parole  che  dovrebbero  significare  come  di  que'  quadri  faccia 
dono  alla  Santa  Nicolò,  il  vecchio  padre  di  lui,  ivi  effigiato  a  poca 
distanza.  Pare  fosse  dapprima  intenzione  dell'artista  di  mettere  il  car- 
tello nelle  mani  del  vecchio,  dacché  vi  si  vegga  l'abbozzo  di  esso  ;  ma 
poi,  forse  per  ragioni  di  convenienza  artistica,  mutò  parere  e  lo  pose  in 
quelle  del  giovane. 

Dei  quadri  seguenti,  che  coprivano  la  parete  dal  lato  dell'Epi- 
stola, il  quinto  e  il  sesto  rappresentavano  il  Sogno  di  Sant'Orsola  e 
l'Arrivo  a  Roma.  Essi,  secondo  gli  autori,  formavano  in  origine  un 
quadro  solo,  diviso  in  due  parti  da  un  filetto  d'oro.  Nell'ingrandi- 
mento della  cappella,  il  dittico  fu,  senza  dubbio,  diviso  in  due,  e  i 
due  quadri  che  ne  risultarono,  furono  separati  l'uno  dall'altro  da 
un  pila.stro.  Narra  la  leggenda  che  Sant'Orsola,  arrivata  a  Colonia, 
vide  in  sogno  un  angelo  che  le  ordinò  di  recarsi  a  Roma.  La  spie- 
gazione del  sogno  era  evidente,  quando  i  due  quadri  formavano  un 
dittico:  divisi,  appariscono  come  due  scene  di.stinte  di  cui  non  si 
vede  la  relazione.  Ciò  è  tanto  vero  che  i  descrittori  del  ciclo  sono 
indotti  nell'errore  di  premettere  al  Sogno  l'Arrivo  a  Roma.  Siffatta 
disposizione,  che  è  un  anacronismo,  hanno  i  quadri  nella  sala  del- 
l'Accademia di  Venezia. 

Neir ylrrn-o  a  Roma  il  fondo  rappresenta  il  Castel  Sant'.Angelo. 
quale  l'avea  fatto  restaurare  Alessandro  VI,  e  poiché  nella  medaglia 
commemorativa  di  quel  restauro  sopra  il  castello  figura  l'angelo,  gli 
autori  hanno  creduto  di  doverlo  aggiungere  al  quadro,  dove  proba- 
bilmente si  vedeva  piima  della  mutilazione. 

La  scena  di  questo  quadro  è  ispirata  da  quella  veneziana  della 
Processione  del  Doge  con  tutto  il  cerimoniale  che  1'  ccompagnava.  Nel 
papa  il  Carpaccio  ritrasse  Alessandro  VI.  attenuandone  i  lineamenti 
sensuali  con  una  tal  quale  rigidezza  ascetica,  e  in  uno  dei  cardinali, 
Domenico  Grimani.  .\ltri  ivi  ritratti  sono  l'ambasciatore  veneziano  Ni- 
colò, Michiel  e  Francesco  .\rzentin.  il  più  autorevole  dei  monsignori  ve- 
neziani, allora  residenti  in  Roma.  11  blasone  di  lui.  ripetuto  su  tutte  le 
bandiere  papali,  mostrerebbe,  secondo  gli  autori,  il  desiderio  del  Car- 
paccio di  vederlo  innalzato  al  soglio  pontetìcale,  indegnamente  occu- 
pato, in  que'  giorni,  dal  Borgia. 

Di  minor  valore  in  confronto  degli  altri  è  il  settimo  quadio,  che 
rappresenta  l'Arrivo  di  Sanf  Orsola  col  Papa  a  Colonia  assediata  dagli 
Unni.  Reca,  col  nome  del  pittore,  la  data  del  settembre  14U().  e  dev'es- 
sere il  primo  che  il  Carpaccio  compose,  com'  è  il  primo  datato  da  lui 
che  si  conosca.  Credono  ragionevolmente  gli  autori  ch'egli  abbia  in- 
cominciato da  esso  per  provarsi  in  una  composizione  di  secondaria, 
importanza.  Ha  piccole  dimensioni,  poiché  quando  fu  composto  cerano 
ancora  lungo  le  pareti  le  tombe  dei  Loredan,  come  risulta  dai  docu- 
menti. Il  Carpaccio  avrebbe  scelto  per  esso  un  piccolo  spazio  libero 
fra  le  tombe,  ed  avendo  già  fatto  il  piano  del  suo  ciclo,  ne  cominciò 
l'esecuzione  con  la  scena,  clie.  nella  disposizione  definitiva  del  e  ciò, 
doveva  occupare  quello  spazio. 


198  CARPACCIO 

L'ultimo  quadro  è  diviso  in  due  parti  ineguali  da  una  colonna 
dipinta.  La  scena  della  maggiore  rapiuesenta  il  martirio  di  SanfOrsola, 
del  papa  e  delle  vergini,  vittime  della  crudeltà  degli  Unni:  ed  è  d'una 
ingenuità  che  commuove.  Vittime  e  carnetici  sono  pieni  di  gentilezza 
negli  atti,  quasi  si  trattasse  non  di  un  massacro,  ma  di   un   giuoco. 


//  pfìlio   del  Re  degli  rimi. 

Particolare  di  un  quadro  del  (.' it*pai-fio.  in  cui  il  pittore   probabilmente  effiiiió  se  stesso. 

La  mite  natura  ond'era  dotalo  avrà,  senza  dubbio,  impedito  all' artista  di 
cominendere  tutto  l'orrore  di  quella  scena.  Tra  le  figure  dei  carnefici  dà 
particolarmente  nell'occhio  quella  d'un  giovane  che,  colpito  dalla  bellezza 
di  Orsola,  lascia  cadere  la  spada.  Secondo  la  leggenda  quel  giovane  è  il 
figlio  del  Re  degli  Unni,  che  innamoratosi  della  Santa,  avrebbe  voluto 
salvarla,  purché  questa  avesse  acconsentito  di  divenire  sua  sposa.  Ella 


UAnrin_.VjHj 


aiaturalmente  ricusò.  La  somiglianza  di  questo  giovane  con  un  ritratto 
d'  ignoto  di  scuola  veneziana  nella  Galleria  degli  Uffizi,  induce  gli 
autori  all'ardita,  ma  non  improbabile,  supposizione  che  in  quel  gio- 
vane il  Carpaccio  abbia  voluta  ritrarre  se  stesso.  Nella  parte  minore 
del  quadro  sono  rappresentali  i  funerali  di  Sant'Orsola. 

Ti'a  i  per.sonaggi  che  seguono  la  bara,  quelli  vestiti  del  costume 
dei  patrizi  veneti  appartengono  alla  famiglia  Loredan.  La  dama  ingi- 
nocchiata in  un  angolo  del  quadro  è  Eugenia  Caotorta  che  fu  moglie 
di  Nicolò  Loredan  ;  il  suo  stemma,  intrecciato  a  quello  del  marito, 
figura  sul  piedistallo  della  colonna.  Ell'era  già  morta  prima  che  il 
i|uadro  fosse  dipinto;  per  ciò  il  pittore  l'avrebbe,  secondo  il  costume, 
rappresentata  in  disparte  dei  viventi  e  con  in  dosso  u)i  abito  reli- 
gioso, quello  delle  pinzochere,  col  quale  ella  avrà  probabilmente  desi- 
derato di  essere  sepolta. 

A  coronare  l'ammirabile  ciclo,  s'innalzava  sull'altare  ì;i  [xila  rap- 
presentante la  glorificazione  di  Sant'Orsola.  Essa  ricopriva  nell'antica 
cap]iel]a  (juasi  tutta  la  parete  di  fondo.  L'architettura  che  vi  è  di])inta 
figura  un  piccolo  tempio,  che  formava,  in  qualche  modo,  la  continua- 
zione della  semplice  navata  della  cappella.  Sant'Orsola  sembra  uscire 
da  un  fascio  di  palme  posto  nel  centro,  mentre  dal  cielo  discende 
l'Eterno  Padre  per  benedirla. 

A  destra  e  a  sinistra  sono  inginocchiate  le  altre  vergini  vestite 
dei  sontuosi  costumi  delle  patrizie  venete,  e  fra  l'una  e  l'altra  si  di- 
stinguono i  visi  del  principe  fidanzato  e  del  papa.  In  un  gruppo  di 
tre  bellissime  vergini,  nella  piima  fila  a  sinistra  dello  spettatole,  l'ar- 
tista avrebbe  ritratto  tre  giovinette  della  casa  Loredan  e  in  quello  di  tre 
uomini  in  piedi  in  un  angolo,  pure  a  sinistra,  il  (jastaldo,  il  vicario 
e  lo  scrivano  della  Scuola,  che  maggiormente  s'erano  adoperati  a  van- 
taggio delle  pitture  destinate  ad  ornare  le  pareti  della  cappella. 

Tale,  in  breve,  è  l'ingegnosa  e  sapiente  ricostruzione  che  il  Molmenti 
e  il  Ludwig  hanno  fatto  dei  quadri  componenti  il  ciclo  meraviglioso, 
restituendo  loro  molte  bellezze  che  il  Carpaccio,  col  suo  senso  decorativo, 
aveva  saputo  cogliere.  Eseguita  mercè  l' opera  accurata  del  inttore 
Silvio  Misinato  sulle  negative  fotografiche  dei  quadri,  essa  è  riprodotta 
stupendamente  nelle  otto  grandi  favole  che  s'aggiungono  al  libro.  11 
quale,  e  pel  contenuto  e  per  essere  magnificamente  stampato  e  adorno 
di  numerose  e  finissime  incisioni,  non  potrà  non  essere  accolto  col 
massimo  favore  da  quanti,  tra  le  mutazioni,  le  contraddizioni  e  le  aber- 
razioni dell'arte  odierna,  serbano  tuttavia  un  culto  a  quel  caro  e  glo- 
rioso Quattiocenlo.  del  quale  il  Carpaccio,  tra  i  grandi  pittori  vene- 
ziani, è  una  delle  piìi  ingenue  e  dolci  espressioni. 

Antonio  Zardo. 


1  CAVATORI  DI  ARDESIA 


I. 

Grigia  è  la  valle  e  son  grigie  le  rupi, 
Su  cui,  brandendo  la  ferrata  mazza, 
Batte  e  s'  affanna  la  gagliarda  razza 
L'ardesia  a  disfaldar  giù  dai  dirupi. 

Rozze  capanne  in  grigia  e  breve  piazza 
Sorgon  dai  fianchi  di  burroni  cupi  : 
Le  cave  aperte  son  bocche  di  lupi: 
Stride  sui  massi  la  rupestre  gazza. 

Non  carezza  d'amante  o  di  fanciullo. 
Non  sorriso  di  elei,  non  ombra  amica, 
Non  lieto  canto  sul  granito  brullo. 

Sola,  dinanzi,  l' orrida  nemica 
Parete  bigia  e  '1  ruinoso  rullo 
ni  pietre  e  la  titanica  fatica. 

11. 

0  dolce  sera,  tu  che  apportatrice 
Sei  di  riposo  a  quelle  membra  stanche. 
Scendi,  t'  affretta,  e  persuadi  airanche 
Lasse  la  pace  e  alibruna  ogni  cornice. 

Rosso  licore  e  coltri  molli  e  bianche 
Essi  non  hanno:  e  pur  non  maletlice 
L'accento  lor,  né  sta  vendicatrice 
L'ira,  che  al  ferro  fa  correr  le  branche. 

Ma  voi  che,  sparse  qui,  croci  di  legno. 
Storia  di  morti  e  culto  di  viventi. 
Siete  d'umanità  1"  unico  segno. 

Dite,  dite  a  chi  passa:  Ai  sofferenti 
Amor,  giustizia  e  di  pii  sensi  il  pegno. 
Oh,  nuovi  raggi,  aurore,  a  queste  genti! 

Chiesa  di  Val  Malenco. 

Alfredo  Baccelli. 


SUL  L' IPPICA 


PENSIERI    E    RICORDI 


Capitolo  I. 

E  già  da  tern|)o  die,  osservando  il  decadimento  e  la  diminuzione 
della  nostra  produzione  equina,  me  ne  vado  rammaricando,  anche 
perchè  tale  fenomeno  è  tanto  più  deplorevole  in  quanto  che  vi  è  stata 
un'epoca  nella  quale  i  cavalli  italiani  erano  rinomati  in  tutta  Europa 
e.  come  ottimi  ripioduttori,  esportati  all'estero. 

Non  è  ceitamente  la  nostra  terra,  che  rimarrà  abbondante  di  pa- 
scoli, finché  non  ci  obblighino  a  distruggerli,  ne  la  mitezza  del  nostro 
clima  che  c'impedisca  di  otteneie  migliori  risultati  dai  nostri  alleva- 
menti del  nobilissimo  animale. 

Le  cause  del  decadimento  sono  molto  e  complesse,  ma,  a  mio  pa- 
rere, tre  sono  le  principalissime,  cioè  la  ristrettezza  di  mezzi  e  l'igno- 
ranza dei  nostri  allevatori,  la  nociva  influenza  dei  proprietari  di  scu- 
derie di  corse  ed  i  mal  scelti  aiuti  ed  incoraggiamenti  dati  dal  Governo. 

L'universale  disagio  dei  proprietari  ha  fatto  si  che  molti  fra  co- 
loro che  allevano  cavalli  han  dovuto  alienare  le  migliori  fattrici,  perchè 
costretti  a  batfei'c  moneta  ni  (pialuni[ue  modo  e  così  per  la  rii)rodu- 
zione  sono  rimaste  soltanto  le  più  scadenti.  Inoltre,  in  Italia,  il  Mini- 
stero della  Guerra,  essendo  il  principale  acquirente  di  cavalli  ed  esi- 
gendo, per  la  rimonta  dell'esercito,  degli  animali  che  abbiano  raggiunto 
una  certa  altezza,  pensiero  predominante  di  tutti  gli  allevatori  è  di- 
ventato quello  di  produrre  grande.  La  loro  ignoranza  poi  li  ha  con- 
dotti ad  usare  mezzi  inadeguati  allo  scopo;  hanno  voluto  ad  ogni  costo 
stalloni  grossi,  senza  preoccuparsi  d'altro,  e  cosi,  da  animali  linfatici 
e  male  costruiti  son  venuti  degli  ippogrifl  e  non  sempre  grandi.  I 
pro|>rietari  di  scuderie  da  corse  poi  non  giurano  che  pel  puro  sangue 
inglese  e  lo  considerano  un  istromento  di  un  giuoco  col  quale  si  pos- 
sono vincere  ingenti  somme,  e  più  facilmente  si  può  distruggere  il 
proprio  patrimonio.  Perciò  hanno  sopratutto  in  mira  di  sviluppare  nel 
cavallo  una  qualità  sola,  la  velocità,  perchè  è  con  questa  che  si  vin- 
cono i  grossi  premi:  né  loro  importa  se  tale  pregio  si  ottenga  anche 
a  detrimento  di  tutti  gli  altri.  Le  loro  teorie  in  ippica  sono  adeguate 
ai  loro  intenti,  ma  spesso  opposte  a  ciò  che  si  richiede  per  produrre 
dei  cavalli  che  rispondano  ai  bisogni  più  comuni  e  veri  del  paese. 
Giacché,  a  tale  effetto,  non  occorrono  animali  soltanto  veloci,  ma  anche 


202  sull'ippica 

robusti,  ben  costruiti,  fortemente  membrati,  resistenti  alle  inleiuperie 
ed  alla  fatica,  insomma  animali  nei  ([uali  vi  sia  un  complesso  di  qua- 
lità differenti,  formanti  una  perfetta  armonia. 

ila  i  pio|)ri('tari  di  scuderie  di  corse  vestono  con  i-icercata  eleganza, 
parlano  perfettamente  il  gergo  sixjrtivo  della  lingua  inglese  e  con  tali 
pregi  si  sono  saputi  impoire  ed  hanno  invaso  tutte  le  Commissioni 
ippiche,  dalle  quali  si  detta  legge.  La  loro  influenza  però  non  ha  ser- 
vito ad  altro  che  a  riempire  i  Depositi  degli  stalloni  governativi  con 
lo  scarto  delle  loro  scuderie  di  corsa,  le  quali  poi  occupano  appena 
il  quinto  posto  fra  quelle  delle  nazioni  più  progredite  nell'ippica.  Perciò 
non  credo  di  errare,  ritenendo  l'opera  loro  funesta  al  miglioramento 
delle  nostre  razze  cavalline. 

Finalmente  il  Governo,  almeno  per  quel  che  riguarda  il  Ministero  del- 
l'Agricoltura e  Commercio,  non  si  è  mai  occupato  delle  fattrici,  dimen- 
tico in  ciò  del  parere  degli  Arabi,  i  ])iù  antichi  e  valenti  fra  gli  allevatori 
di  cavalli,  i  quali  litengono  essere  le  giumente  il  fondamento  j)rimo 
ed  essenziale  di  ogni  buona  razza.  Ma,  se  da  quel  Ministero  nulla  si 
è  fatto  a  tale  scopo,  so  invece  che  qualche  tentativo  è  stato  iniziato 
da  quello  della  Guerra,  che  sta  ricostituendo  l'antica  razza  di  Persano, 
per  fornire,  a  qvianto  si  dice,  delle  buone  fattrici  e  cederle  a  prezzi  di 
favore  ai  privati  allevatori. 

Mi  è  noto  che.  a  questo  intento,  hanno  già  riunito  circa  200  cavalle, 
e  si  son  fatti  jireslare  dal  Ministero  di  Agi-icoltura  e  Commercio  gli 
stalloni.  Giiihilf-  tiglio  di  Mcìtou  e  Jacnhello,  proveniente  dall'antica 
razza  Piacentini,  tutti  e  due  non  certamente  stalloni  di  prini'oi-dine. 
Ma  nulla  di  più  preciso  posso  dire  intorno  alla  ricostituzione  della 
razza  di  Persano,  non  essendo  mai  stato  invitato  a  visitarla,  come 
nemmeno  credo  lo  sia  stato  alcun  altro  intendente  o  amatore  di  cavalli. 

Però,  come  sopra  ho  accennato,  il  Ministero  di  Agricoltura  e  Com- 
mercio si  è  sempre  limitato  all'acquisto  di  stalloni  ed  alla  loro  distri- 
buzione nelle  varie  stazioni  di  monta.  Ma  in  ciò  non  ha  mai  avuto 
un  programma  ben  definito,  non  una  linea  di  condotta  prestabilita  che 
seguisse  con  perseveranza  :  si  è  sempre  jiiegato  a  tutte  le  influenze  che 
si  sono  succedute  ed  incrociate.  Ha  conij^erato  cavalli  da  corsa  per 
ingraziarsi  gli  sportsmen,  ha  acquistato  degli  hacknejjs  per  soddisfare 
gli  allevatori  che  volevano  jirodurre  grande  ed  ha  cominciato  tali  ac- 
quisti quando  siffatti  cavalli  venivano  abbandonati  negli  altri  paesi 
perchè  se  ne  erano  sperimentati  i  pessimi  risultati. 

Per  solleticare  la  fibra  patriottica  si  è  messo  ad  acquistare  cavalli 
comunque  fossero,  purché  nati  in  Italia;  finalmente,  accentuandosi 
ovunque  un  movimento  di  ritorno  ad  ajiprezzare  gli  arabi,  ne  ha  voluti 
avere  anch'esso,  ma  è  andato  a  cercarli  proprio  nel  paese  ove  non  ve 
ne  sono.  Così  ha  formato  mia  miscela  eteroclita,  che  neppure  ha  saputo 
distribuire  con  criteri  razionali,  ma  l'ha  disseminati  nelle  varie  Stazioni 
di  monta,  a  seconda  che  predominavano  influenze,  non  sempre  ili  per- 
sone scientifiche  in  quel  ramo. 

Quest'estate  passata  ho  avuto  occasione  di  vedere  il  Deposito  cen- 
trale di  stalloni  governativi  a  Pisa,  e  sono  rimasto  esterrefatto  dal 
gran  numero  di  rozze  che  vi  ho  trovato.  Tale  vista  mi  ha  confermato 
nell'antico  mio  convincimento  che,  cosi  stando  le  cose,  meglio  sarebbe 
sopj)iimerlo.  Sono  persuaso  che.  se  ciò  avvenisse,  le  nostre  razze  equine 
ritornerebbero  gradatamente  all'antica  loro  ruvidezza,  ma  insieme 
riacquisterebbero  il  tipo,  l'eiiuilibrio  delle  forme,  la  robustezza  e  resi- 


sull"  ippica  203 

stenza  ali"  intemperie  ed  alle  fatiche,  pregi  che  in  passato  ne  formavano 
la  rinomanza. 

L'importazione  degli  stalloni  dall'estero  certo  diminuirebbe,  ma  quei 
pochi  che  ancora  si  acquisterebbero,  giova  sperare,  sarebbero  migliori, 
perchè  comperati  soltanto  da  privati  allevatori,  resi  guardinghi  dal 
propiio  interesse.  In  ogni  caso  è  poco  presumibile,  che  questi,  anche 
mettendoci  della  buona  volontà,  riescano  a  fare  peggio  del  Governo  : 
perciò,  a  mio  parere,  l'azione  governativa  in  questo  ramo,  anziché  gio- 
vare, è  una  delle  principali  cause  del  decadimento  della  nostra  produ- 
zione equina. 

Ma,  come  ebbi  a  dire  in  Senato,  il  proporre  la  soppressione  dei 
Depositi  degli  stalloni  governativi  non  condurrebbe  a  nulla,  perchè 
questi  ormai  formano  una  istituzione,  intorno  alla  quale  si  sono  abbar- 


Stalione  Rajah  di  razza  Kohailan. 

bicati  tanti  e  sì  svariati  interessi,  che  non  vi  è  più  forza  umana  che 
valga  ad  abolirli.  Volendo  essere  pratici  e  giovare  efficacemente  agli 
interessi  dell'ippica,  iiisogna  contentarsi  di  cercare  che  gli  attuali  stal- 
loni vengano  gradatamente  rimpiazzati  da  migliori,  che  gli  acquisti 
siano  fatti  con  criteri  più  razionali,  e  venga  eseguita  con  migliore 
discernimento  la  loro  distribuzione  nelle  varie  Stazioni  di  monta. 

Con  tale  intendimento  ho  spesso  esposte  le  mie  idee,  scrivendo  e 
pronunciando  discorsi,  ma  presto  mi  sono  accorto  che  per  questa  via 
non  approdavo  a  nulla,  giacché  nessuno  leggeva  i  miei  scritti  e  le  mie 
parole  le  portava  via  il  vento.  Allora  ho  tentato  un  altro  mezzo,  quello 
cioè  di  influenzare,  se  era  possibile,  con  privati  colloqui,  quei  ministri 
«he,  per  il  loro  speciale  ufficio,  dovrebbero  interessarsi  più  particolar- 
mente dell'ippica. 

E  perciò  due  anni  or  sono  jio  avuto  un  colloquio  col  generale 
Ponza  di  San  Martino,  allora  ministro  della  Guerra.  Dopo  avergli  esposto 
gli  ottimi  risultati,  che  nella  provincia  romana  si  erano  avuti  in  pas- 
sato dall'incrocio  di  cavalle  indigene  con  stalloni  arabi,  gli  proponevo 
l'acquisto   di   tali  cavalli,    per   adibirli   alla   riproduzione  nell'alleva- 


204  sull'ippica 

mento,  che  il  Ministero  della  Guerra  stava  allora  ripristinando  nella 
tenuta  di  Persane.  Ma,  essendo  cosa  ditticilissima  poterli  acquistare  n 
Oriente  senza  l'appoggio  di  qualche  personaggio  altolocato,  gli  proposi 
di  inviare  un  incaricato,  al  quale  avrei  dato  lettere  di  presentazione 
per  illustri  personaggi  che  avevo  conosciuto  in  Gerusalemme,  quando 
vi  andai  or  sono  alcuni  anni,  e  mediante  rinlUienza  dei  quali  avevo 
potuto  acquistare  un  hello  stallone  dell"  illustre  razza  dei  Kohailan, 
chiamato  Rajah,  che  ho  poi  importato  in  Italia. 

Come  ognun  sa,  sulle  opposte  sponde  del  mar  Morto  o  lago  Asfal- 
tide,  cessa  la  Palestina  e  incominciano  le  stc minate  lande  dell'Arabia, 
ove  tribìi  nomadi  vanno  vagando:  da  li  i  capi  Beduini  scendono  con- 
tinuamente in  Terra  Santa,  per  scortare  le  carovane  o  accompagnare 
privati  viaggiatori,  che  bramino  andar  sicuri  nelle  varie  gite  che  si 
faiiuo  nei  luoghi  ricordati  dalla  Bibbia.  Ma  se  è  tacile  vederli  montati 

sui  loi'o  superbi  destrieri,  altrettanto 
è  difficile  il  persuaderli  a  distarsene 
e.  come  ho  detto,  ciò  non  si  ottiene 
se  non  per  l'intluenza  preponderante 
di  qualche  persona  altolocata:  avevo 
pelò  fiducia  die  l'inviato  del  Governo 
italiano  avrebbe  potuto  otter.erlo  me- 
diante le  mie  lettere. 

Quando  ebbi  finito  di  parlare  mi 
jiaive  che  il  ministro  accogliesse  con 
l)enevolenza  la  mia  proposta;  però, 
era\anio  pi'ossimi  alla  chiusura  del 
Parlamento  e,  non  essendo  l'estate 
stagione  piopizia  per  andare  in  quei 
luoghi,  convenimmo  di  riprendere  i 
nostri  discorsi  ad  ottobre  e  che  allora 
per  parte  del  Ministero  si  sarebbe 
l)resa  una  risoluzione  definitiva. 

Intanto  ebbi  a  recarmi  in  Unghe- 
ria per  miei  piivati  interessi,  e  non 
lungi  dalle  terre  che  vi  possiedo  mi 
capitò  di  visitale  un  l)ellissimo  alle- 
vamento di  cavalli  a  base  di  puro  sangue  arabo,  impiantato  da  cinque 
o  sei  anni  soltanto  dal  signor  Leopoldo  Pfeiffer  di  Orlowniak,  che  lo 
iniziò  acquistando  dall'ora  dismessa  razza  del  re  di  Wiirtemberg  uno 
splendido  stallone,  chiamato  Anmrad,  e  quindici  o  sedici  madri  di 
puro  sangue  arabo. 

Essendo  rimasto  colpito  dalla  bellezza  dei  prodotti  di  questo  nuovo 
allevamento,  mi  proposi  di  segnalarlo  al  nostro  Governo,  perchè  even- 
tualmente vi  avrebbe  potuto  fare  degli  acquisti  altrettanto  buoni  e 
adatti  allo  scopo,  (pianto  quelli  che  si  importano  dilettamente  dal- 
l' Oriente.  Ma.  al  mio  ritorno  in  Roma,  trovai  che  tutto  era  cambiato; 
al  Ministero  della  Guerra  non  si  pensava  ])iìi  ad  acquistare  stalloni 
per  la  razza  di  Persano,  invece  il  generale  Berta  era  stato  mandata 
da  quello  di  Agricoltura  e  Commercio  a  ricercarne,  ma  non  più  in 
Siria  o  in  Palestina,  come  avevo  proposto,  bensì  in  India. 

Rimasi  meravigliato  a  tale  notizia,  né  sapevo  darmi  ragione  del 
perchè  i  cavalli  arabi  si  dovessero  ricercare  nell'India,  anziché  nel 
loro  paese  d'origine. 


Leopoldo  Pfeiffer  di  Orlowniak. 


sull'ippica  "20b 

Nell'estate  passata  poi,  aveiulo  avuto  occasione  di  visitare,  come 
ho  detto,  il  Deposito  centrale  degli  stalloni  governativi  in  Pisa,  mi 
sono  accertato  che  s'era  commesso  un  grave  errore  a  mandare  in 
India,  giacche,  vedendo  i  cavalli  riportati  dal  generale  Berta,  in  nes- 
suno di  essi  potei  riscontrare  i  caratteri  distintivi  dei  nobili  corsieri 
dei  deserti  dell'Arabia.  Pure  mi  fu  detto  che  quelli  erano  i  migliori, 
e  che  i  rimanenti  sparsi  in  diversi  altri  Depositi  erano  di  gran  lunga 
più  scadenti.  Figuriamoci  che  cosa  mai  dovevano  essere! 

La  sfavorevole  impressione  che  ne  ebbi  è  stata  poi  indirettamente 
confermata  dal  Consiglio  ippico,  che  ha  proposto  di  scartarne  alcuni, 
e  dai  privati  allevatori,  che  ne  hanno  rimandati  diversi,  non  stiman- 
doli adatti  per  la  monta. 

Malgrado  tale  insuccesso,  il  Ministero  di  Agricoltura  e  Commercio 
quest'anno  ha  mandato  nuovamente  in  India  per  acquistarvi    cavalli 


StullMiif  Allunali. 

arabi,  e  questa  volta  vi  ha  inviato  il  capitano  Airoldi.  lo  stesso  che 
l'anno  passato  aveva  riportato  dalla  Siria  e  dai  paesi  limitrofi  splen- 
didi animali  acquistati  per  S.  M.  il  Re.  Parrebbe  incomprensibile  che 
il  detto  capitano  sia  stato  inviato  in  India,  anziché  nei  paesi  ove  la 
sua  missione  aveva  incontrato  pieno  successo,  se  non  si  sapesse  che 
spesso  le  decisioni  della  nostra  burocrazia  sono  prive  di  qualimque  senso 
pratico  (1). 

Ma  riprendiamo  il  filo  della  nostra  narrazione.  Quando  nell'otto- 
bre tuoi  ritoinai  a  Roma,  trovai  che  l'on.  Baccelli  aveva  assunto 
il  portafoglio  dell'Agricoltura.  Industria  e  Commercio.  Mi  affrettai  ad 
andarlo  a  visitare  e  gli  segnalai  l'allevamento  del  signor  Pfeiffer,  ove, 
a  mio    parere,    avrebbe    potuto   trovare   eccellenti    stalloni    arabi.    In 


(1)  Questi  eavalli  sono  arrivati  in  Italia  o  stanno  ai  Deposito  di  Santa  Maria 
di  Oapua:  non  avendo  avuto  l'occasione  di  vederli,  non  potrei  dare  su  di  essi 
un  giudizio  mio  personale  ;  però,  da  amici,  mi  è  stato  riferito  che  sian  peggiori 
di  quelli  acquistati  anteriormente  dal  generale  Berta. 


206  sull'ippica 

sej?uito  a  tale  notizia,  l'on.  Baccelli  inviò  il  cav.  Alessandro  Pia- 
centini in  Ungheria,  col  mandato  di  stendere  un  rapporto  intorno 
a  detto  allevamento.  E  tale  relazione,  essendo  riuscita  favorevole, 
vennero  acquistati  poi  due  stalloni,  che  ora  trovansi  al  Deposito  di 
Pisa,  cioè:  Marko,  cavallo  di  tre  anni,  puro-sangue  arabo,  baio  dorato, 
e  Ssamer,  mezzo-sangue  arabo,  baio  ciliegia,  j)ure  di  tre  anni. 

Fermandoci  un  poco  intorno  a  questo  primo  acquisto,  si  potrebbe 
chiedere  perchè  il  signor  Alessandro  Piacentini  abbia  segnalato  per 
la  compra  un  cavallo  di  mezzo  sangue,  sapendosi  che  dai  puro-sangue 
soltanto  si  ha  certezza  di  ottenere  un  tipo  costante  nei  prodotti. 

Ed  eccone  la  ragione:  Tallevamento  del  signor  Pfeilfer  è  ristret- 
tissimo e,  quando  lo  visitò  il  Piacentini,  non  v'era  disponibile  che  un 
puro-sangue;  non  volendosi  limitale  a  questo  solo,  ha  dovuto  per 
forza  segnalare  anche  un  mezzo-sangue.  Però,  quello  che  egli  ha  scelto 
è,  come  suol  dirsi,  cosi  vicino  al  sangue,  ossia  prodotto  da  sì  numerosi 
incroci,  che  vi  ha  ogni  probabilità  che  anche  i  suoi  prodotti  siano 
di  tipo  costante  ugualmente  a  quelli  dei  puro-sangue.  Perciò  non 
potrei  biasimarlo  per  quest'unico  esperimento;  ma  per  l'avvenire  con- 
siglierei sempre,  per  maggior  sicurezza,  di  attenerci  esclusivamente  ai 
puro-sangue. 

Qui  non  sarà  fuor  di  proposito  il  dare  qualche  spiegazione  del 
perchè  un  allevatore  tanto  intelligente,  qual'è  il  Pfeiffer.  si  sia  dato  di 
preferenza  alla  produzione  dei  mezzo-sangue.  Ciò  è  avvenuto  perchè 
non  siamo  stati  noi  soli  a  commettere  degli  errori  in  ippica;  pei  me- 
desimi sono  passate  più  o  meno  tutte  le  altre  nazioni,  ed  anche  l'Un- 
gheria. Lì  pm-e  è  venuta  la  smania  delle  corse;  lì  pure  hanno  creduto 
di  far  bene,  incrociando  le  loro  razze  indigene  con  cavalli  da  corsa. 
Ma  i  cavalli  autoctoni  dell'  Ungheria,  ajipartenendo  per  la  massima 
parte  ai  così  detti  Jiirkcr.  animali  di  molto  lirio.  resistentissinii,  ma  di 
forme  alquanto  sottili,  tale  incrocio  ha  portato  di  conseguenza  un  as- 
sottigliamento eccessivo,  sicché  ora  in  Ungheria  cercano  di  reagire 
contro  gli  errori  commessi,  di  correggere  quanto  hanno  fatto  di  male 
e  nel  momento  la  loro  principale  preoccupazione  è  quella  d'ingrossare 
le  ossa  dei  cavalli.  Credono  di  raggiungere  meglio  lo  scopo,  impiegando 
a  preferenza  stalloni  di  mezzo  sangue  arabo  ;  quindi  tali  riproduttori, 
essendo  più  licercati,  sono  quelli  che  raggiungono  prezzi  ]iiù  elevati, 
e  ciò  spiega  a  sufficienza  perchè  il  signor  Pfeiffer  s"  attenga  special- 
mente a  produrre  tali  cavalli  nel  suo  allevamento.  In  quanto  poi  al 
decidere  se  gli  Ungheresi  abbiano  scelta  la  migliore  via  ]ier  raggiun- 
giungere  l'intento,  non  ho  sufficienti  cognizioni  e  notizie  per  potermi 
pronunciare.    In  ogni  caso  non  spetta  a  me  di  definire  la  questione. 

Credo  che  il  primo  acquisto  fatto  pel  nostro  Governo  in  Ungheria 
abbia  incontrato  favore.  Benché  nessuno  me  ne  abbia  mai  parlato,  lo 
desumo  dall'avere  il  ministro  Baccelli  dato  in  settembre  nuovamente 
incarico  al  Piacentini  di  recarsi  in  quel  paese  per  comperarvi  due  altri 
cavalli.  Questi,  come  ebbe  avuta  tale  commissione,  venne  a  trovarmi 
ed  avemmo  insieme  una  conversazione  sull'argomento,  nella  (piale  gli 
dissi  che  mi  sembrava  inutile  si  recasse  ancora  dal  Pfeiffer.  poiché  già 
conosceva  perfettamente  lo  stato  di  quell'allevamento,  né  aveva  bisogno 
di  ulteriori  notizie  intorno  al  medesimo  e  che  in  ogni  caso,  per  farvi 
dei  nuovi  acquisti,  conveniva  attendere  la  prossima  primavera,  epoca 
nella  quale  soltanto  i  suoi  iniledri  avrebbero  raggiunti  i  tre  anni.  Ed 
aggiunsi  che  in  Ungheria,  oltre  questo,  non  mi  erano  noti  altri  alleva- 


-tali..,,..    ]l,irl,, 


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Stallone  Szamer. 


■208  sull'ippica 

menti  di  arabi,  fuorché  quello  governativo  di  Babolna;  ina  die  non  vi 
ero  mai  stato,  e  lo  conoscevo  soltanto  di  nome  e  di  reputazione.  Gli 
consigliai  di  andarlo  a  vedere,  benché  avevo  poca  speranza  vi  po- 
tesse riuscire  a  concludere  qualcosa,  perchè  i  prodotti  di  Babolna  non 
sono  destinati  ad  essere  venduti,  bensì  a  sopperire  ai  bisogni  interni 
dell'Ungheria,  e  talvolta  soltanto  se  ne  cedeva  qualcuno  ad  un  Governo 
estero  per  cortesia  internazionale.  Quindi  se  a  Babolna  non  avesse  tro- 
vato il  fatto  suo,  gli  suggerii  di  proseguire  il  suo  viaggio,  recandosi 
nella  Russia  meridionale,  ove  sapevo  che  esistevano  antiche  e  rinomate 
razze  di  cavalli  orientali  appartenenti  ad  alcuni  miei  parenti  ])olacchi. 
Ciò  mi  fece  sorgere  l'idea  di  accompagnarlo  nel  suo  viaggio  e  met- 
tere in  esecuzione  un  antico  progetto,  che  varie  circostanze  mi  ave- 
vano sino  allora  impedito  di  c;)mpiere,  quello  cioè  di  andare  a  far  vi- 
sita a  questi  miei  parenti  nei  loro  possedimenti. 

Credo  che  tale  mia  proposta  sia  stata  riferita  al  Ministero  di  Agri- 
coltura e  Commercio,  peichè  poco  dopo  ricevetti  una  lettera  ufticiale 
del  Ministro,  nella  (juale  mi  invitava  ad  accompagnare  il  Piacentini 

in  Russia  e  a  facilitargli  con  le  mie 
relazioni  1"  esecuzione  del  compito 
che  gli  era  stato  affidato.  Accettai 
il  mandato  offertomi,  e  nei  primi 
dello  scorso  settembre.  Piacentini  ed 
io  partimmo  da  Roma  e  per  la  via 
d'Ancona  e  Fiume  ci  recammo  di- 
rettamente a  Budapest.  Lì,  per  jirima 
cosa,  andammo  dal  signor  dottore 
.1.  l)aritn\i.  ministro  ungherese  per 
l'Agricoltura  ed  il  Commercio:  questi 
ci  dette  il  {ìeruiesso  di  visitare  lo  sta- 
bilimento di  Babolna  e  gentilmente 
ci  concesse  di  acquistarvi  uno  stal- 
lone di  puro  sangue  arabo  per  conto 
del  Governo  italiano. 


11  giorno  appresso,  partivamo  per 
Babolna  e  vi  giungevamo  dopo  tre 
ore  di  ferrovia;  alla  stazione  ci  atten- 
deva una  carrozza,  alla  quale  erano 
attaccati  quattro  bellissimi  cavalli 
orientali  di  quella  razza,  che  in  po- 
chi mimiti  ci  conducevano  al  centro  dello  stabilimento  ippico,  ove 
fummo  ricevuti  dal  direttore,  colonnello  Fadlallah. 

Condotti  da  lui,  visitammo  tutti  i  fabbricati,  comprese  le  vaste 
scuderie,  e  ne  ammirammo  la  razionale  costruzione,  fatta  egregiamente 
ma  con  grande  semplicità  e  senza  alcun  lusso.  11  colon  elio  ci  mostrò 
pure  i  riproduttori  e  la  numerosa  schiera  di  puledri  :  debbo  confes- 
sare che  il  momento  non  era  favorevole  per  visitare  questa  razza, 
essendosi  la  medesima  lasciata  decadere  alquanto,  in  questi  ultimi 
tempi,  per  mancanza  di  buoni  stalloni  arabi.  L'anno  passato  s'eran 
ridotti  ad  averne  uno  solo  e  ancora  questo  arrivato  all'età  di  ventidue 
anni,  il  vecchio  Ohajan,  superbo  esemplare  di  arabo  puro-sangue,  i 
cui  prodotti  però  non  han  sempre  corrisposto  a  quanto  si  poteva  al- 


ili. 


sull'ippica  '209 

tendere  da  lui.  perchè  alcuni  sono  venuti  leggermente  curvi  sulle  gambe 
davanti,  altri  un  poco  sottili  di  stinchi. 

Finalmente  il  Governo  ungherese  si  è  deciso  a  mettere  riparo  a 
tale  inconveniente  e  l' inverno  passato  inviò  quel  direttore  a  fare  nuovi 
acquisti  in  Oriente  :  avendo  in  lui  la  persona  più  adatta  che  per  tale 
incarico  si  potesse  mai  desiderare,  giacché  il  colonnello  Fadlallah  è 
arabo  egli  stesso.  Molti  anni  or  sono,  era  venuto  fanciullo  a  Babolna, 
conducendovi  un  cavallo  acquistato  in  Oriente,  e  da  quel  tempo  vi  è 
sempre  rimasto.  Entrato  nella  milizia,  ne  ha  percorso  tutti  i  gradi  fino 
a  quello  di  colonnello,  ed  in  tale  qualità  è  stato  nominato  direttore  di 
quella  razza  governativa. 

Egli,  dunque,  nell'inverno  lOOl-Wtì  ha  fatto  un  viaggio  in  Oriente, 
trattenendovisi  per  circa  .sei  mesi,  percorrendo  tutto  il  paese  ed  inol- 
trandosi fino  alle  rovine  di  Babilonia  :  ne  ha  potuto  riportare  sei  stal- 
loni e  nove  cavalle  di  puro  sangue  arabo,  il  numero  più  grande  di  codesti 
animali  clie  tutti  in  una  volta  siano  stati  mai  esportati  dall'Oriente. 

Debbo  alla  sua  cortesia  di  aver  iiotuto  procurarmi  le  fotografie  di 
alcuni  dei  più  belli  esemplari  dei  suoi  acquisti,  che  qui  riproduco. 

Osservando  queste  illustrazioni  si  può  rilevare  che,  come  uella 
seconda  figura,  il  tipo  di  quel  cavallo  si  scosta  alquanto  da  quello  che 
abitualmente  presentano  gli  arabi.  Qui  la  statura  dell'animale  è  più 
alta,  le  fattezze  più  robuste  e  la  testa  presenta  una  curva  leggermente 
montonina.  Ho  appreso  dal  colonnello  Fadlallah  che  tali  fattezze  si 
riscontrano  fra  i  cavalli  delle  razze  dell'  interno  dell'Asia  e  trovansi 
più  specialmente  nei  dintorni  di  Babilonia,  mentre  quelli  appartenenti 
alle  tribù  della  costa  hanno  invece  il  tipo  che  siamo  stati  abituati  a 
vedere.  Ebbi  pure  da  quel  Colonnello  molte  altre  interessanti  notizie 
intorno  ai  cavalli,  che  non  mi  accingo  a  riferire,  perchè  ciò  mi  con- 
durrebbe troppo  oltre,  e  mi  farebbe  varcare  gli  stretti  limiti  che  mi 
sono  imposti  in  questo  scritto. 

Però  non  voglio  tacere  quant'egli  rispose  al  quesito  da  me  postogli, 
se  era  opportuno  ricercare  cavalli  arabi  in  India,  risposta  che  autore- 
volmente confermava  l'antico  mio  convincimento  in  proposito. 

«  Vedete.  -  egli  mi  disse  -  non  tutti  i  cavalli  che  provengono  dal- 
l'Arabia sono  discendenti  d'illustie  genealogia  o  appartengono  a  grandi 
famiglie,  come  dicono  gì'  indigeni  e  quali  li  ricerchiamo  per  miglio- 
rare le  nostre  razze.  Che,  anzi,  nel  paese  stesso  di  loro  origine,  codesti 
esemplari  sono  rarissimi.  Non  si  esportano  in  India,  perchè  colà  non 
ve  ne  è  richiesta,  non  essendo  gli  Inglesi  allevatori  di  cavalli  arabi. 

«  Egli  è  vero  che  dall'Arabia  vi  mandano  ogni  anno  numerosissimi 
cavalli,  ma  questi  sono  d'alti-o  genere  :  sono  di  minor  sangue  e  adatti 
a  pronto  servizio,  quali  li  richiedono  gli  ufficiali  delle  guarnigioni  bri- 
tanniche, oppure  piccoli  jjoueys  adatti  pel  giuoco  del  jjolo,  che  è  assai 
in  voga  in  quelle  contrade. 

«  Il  signor  Bliint  è  1'  unico  che  in  Inghilterra  allevi  cavalli  puro- 
sangue» arabo  ;  ma  questi  è  andato  in  Arabia  e  non  già  in  India  per 
acquistarvi  i  capi-stipiti  della  sua  razza  ». 

Avendo  trovato  a  Babolna  un  numero  scarsissimo  di  cavalli  di 
puro  sangue  arabo,  pensammo  che  nelle  condizioni  attuali  sarebbe 
stato  indiscreto  di  sottrarne  anche  una  alle  esuberanti  richieste  dell'in- 
terno dell'Ungheria  stessa,  e  declinammo  la  gentile  concessione.  A  tale 
risoluzione  ci  spinse  anche  Tessere  i  cavalli  di  Babolna  relativamente 
cari,  cosa  del  re^to  giusta,  vista  la  rinomanza  della  loro  provenienza. 

14  Voi.  evi,  Serie  IV  -  16  IngUo  1903 


■^tallone  Sherife. 


Stallone  Kohailan-Rashid. 


stallone  Kmtiur, 


Stallone  Hadxsali-. 


'ali  sull'ippica 

Ma  per  noi  l'acquisto  di  un  solo  cavallo  avrebbe  esaurita  la  te- 
nuissiina  somma  messaci  a  disposizione  dal  Governo,  e  quindi  pren- 
demmo il  divisamento  di  proseguire  il  nostro  viaggio  di  ricerche, 
avviandoci  per  la  Russia  meridionale.  La  nostra  meta  diventava  dunque 
quella  di  arrivare  nelle  terre  dei  miei  parenti  polacchi:  mi  era  noto 
che  le  loro  proprietà  trovavansi  nella  provincia  di  Ukrania,  ma  ne 
ignoravo  l'esatta  ubicazione  e  non  sapevo  se  presentemente  vi  dimo- 
rassero, giacciiè  fra  me  e  loro  esistono  queste  strane  relazioni  :  benché 
in  ottimi  rapporti  d'amicizia,  data  la  lontananza  dei  paesi  nei  quali 
abitiamo,  passano  degli  anni  senza  ch'io  sappia  dove  stiano,'  né  loro 
quel  che  accada  di  me. 

Conoscendoli  poi  poco  amanti  di  scriver  lettere  e  spesso  anche 
negligenti  a  rispondere,  pensai  che  avremmo  perso  inutilmente  il  tempo 
ricercandoli  per  corrispondenza  ed  avremmo  fatto  piìi  presto  recandoci 
direttamente  a  Kiew,  città  capitale  dell' Ukrania,  dove  potevamo  facil- 
mente rintracciarli  a  furia  di  telegrammi;  ciò  che  poi  ci  riuscì  con 
successo. 

Dunque  ritornati  a  Budapest  ci  recammo  subito  all'ufficio  Cook 
per  assumere  informazioni  intorno  al  viaggio  che  avevamo  da  (-om- 
piere.  e  per  prendere  i  biglietti.  Ignaro  della  lunghezza  delle  distanze 
che  si  percorrono  in  Russia,  quale  non  fu  la  mia  sorpresa  apprendendo 
elle  per  andare  da  Pest  a  Kiew  occorievano  48  ore  di  ferrovia!  Ne 
fui  dispiacentissimo,  perchè,  mentre  compio  con  molta  facilità  i  lunghi 
percorsi  in  mare,  quelli  in  ferrovia  mi  sono  in  uggia  ])el  continuo 
scotimento  del  treno  che  mi  urta  i  nervi. 

Ma  ormai  non  v'era  da  indietreggiare  e,  come  volgarmente  si 
dice,  eravamo  in  ballo  e  conveniva  ballare. 

Così  l'il  di  settembre  1903  montavamo  in  vagone  alla  stazione 
nord  di  Budapest  ed  il  giorno  .seguente,  alle  8  di  mattina,  arrivavamo 
a  Leml)erg.  Lì  vi  erano  alcune  ore  di  fermata  ;  ne  piofittammo  per 
andare  a  far  colazione  in  città.  Non  conoscendo  alcuno  che  ci  potesse 
servire  di  guida,  capitammo,  per  indicazione  di  un  facchino  della 
stazione,  in  un  piccolo  albergo  di  quinfordine,  ove  ci  servirono  un 
deplorevole  pasto  del  piìi  pretto  stile  polacco.  Poi  disgrazia  volle  che, 
essendo  differente  l'ora  della  ferrovia  da  quella  della  città,  ci  sbagliammo 
ed  arrivammo  in  ritardo  alla  stazione  quando  il  diretto  delle  due,  che 
dovevamo  prendere,  era  già  partito. 

Convenne  aver  pazienza  ed  aspettare  quello  omnibus  delle  9.50 
di  sera  per  proseguire  il  nostro  viaggio.  Impiegammo  quelle  ore  che 
ci  restavano  di  forzata  permanenza  a  visitare  Lemberg  e  ne  percor- 
remmo le  strade  die  sono  lastricate  con  pessimi  ciottoli,  disagiata- 
mente, parte  a  piedi  e  parte  in  carrozza. 

Malgrado  ciò  non  posso  riferire  molto  intorno  a  quella  città,  né 
saprei  dire  altro  se  non  che  é  prsta  in  una  situazione  pittoresca, 
appare  del  tutto  moderna,  con  grandi  case  costruite  di  recente,  con 
eleganti  botteghe.  Le  sue  larghe  vie  sono  sempre  gremite  di  gente: 
tra  la  folla  si  incontrano  moltissimi  ebrei  con  due  lunghi  boccoli  che 
scendono  dalle  tempia,  e  vestiti  nel  loro  tradizionale  costume  che  asso- 
miglia alle  lunghe  sottane  dei  preti. 

*  * 
Ripreso  il  treno  verso  le  9  di  sera,  alle  3  dopo   mezzanotte  arri- 
vammo alla  frontiera  e  lì  ci  colpì  il  vedere  che  tanto  gli  addetti  alla 
dogana,  quanto  quelli  della  ferrovia  eran  vestiti  in  uniforme  militare, 


slll"  IPPICA  213 

portavano  berretti  bianchi  con  visiere  in  cuoio  ed  avevan  alti  stiva- 
loni: in  Russia  tutto  è  organizzato  militarmente.  Dopo  avere  minu- 
tamente osservato  i  nostri  passaporti  e  guardato  con  attenzione  se  tra 
le  nostre  carte  ed  i  nostri  libri  nascondevansi  scritti  o  stampati  d'in- 
dole sovversiva,  ci  fecero  entrare  in  una  gran  sala  d'aspetto,  fornita 
d'un  eccellente  buffet. 

In  Russia  tutte  le  stazioni,  anche  le  più  piccole,  hanno  di  qiiesti 
buffet,  sempre  allestiti  con  ottime  vivande  :  forniti  di  carne  di  ogni 
specie  e  di  pesci  eccellenti,  provenienti  dai  numerosi  fiumi  che  solcano 
le  terre  del  vasto  Impero,  né  manca  mai  il  caviale,  specialità  russa  per 
eccellenza.  Ma  ciò  che  servono  continuamente  e  che  i  Russi  sorbiscono 
ad  ogni  istante  è  del  thè  senza  latte,  versato  in  bicchieri  di  cristallo, 
messavi  entro  una  fetta  di  limone.  11  bicchiere  di  thè  in  Russia  equi- 
vale alla  tazzettina  di  caffè  dell'Oriente. 

Le  rotaie  delle  ferrovie  russe  sono  a  scartamento  più  largo  delle 
altre:  credo  per  porre  im  impedimento  ad  ogni  possibile  invasione 
dall'estero.  Per  conseguenza  i  loro  vagoni  sono  più  grandi  e  comodi 
di  quelli  del  resto  d'Europa.  Vi  ci  adagiammo  confortevolmente  :  non 
tardammo  a  prendervi  sonno  e  ci  svegliammo  soltanto  alla  levata 
del  sole. 

Appena  fattosi  chiaro  potemmo  vedere  1'  aspetto  del  paese:  tra- 
versavamo la  piccola  Russia,  eravamo  nell'Ukrania,  oi'a  utticialmente 
denominata  Governo  di  Kiew.  Queste  lande  erano  primitivamente  abi- 
tate soltanto  da  nomadi  cosacchi  :  furono  dominate  anticamente  prima 
dai  Lituani,  poi  possedute  a  vicenda  dai  Turchi,  dai  Tartaii.  e  dai 
Polacchi,  e  disputate  da  questi  con  continue  guerre,  finalmente  an- 
nesse alla  Russia,  formano  ora  parte  integrale  di  quell'Impero.  Questo 
paese  deve  la  sua  rinomanza  in  Europa  specialmente  al  i)oema  di 
Byron.  intitolato  Mazeppa,  nel  quale  il  nobile  Lord  canta  le  avven- 
turose gesta  del  protagonista  che,  giovine  paggio,  venne  sorpreso  da 
un  gran  signore  polacco  in  amoroso  colloquio  con  la  di  lui  moglie. 
L'offeso  marito,  per  vendicarsi,  lo  fece  legare,  spogliato  d'ogni  vesti- 
mento, sul  dorso  di  un  indomito  cavallo,  che  lasciato  libero,  traversò 
tutta  la  ste]>pa  con  vertiginosa  corsa  e  non  s'arrestò  che  quando  fu 
giunto  alla  mandria  dalla  quale  traeva  origine  :  lì,  estenuato,  cadde 
morto. 

1  nomadi  cosacchi  sciolsero  Mazeppa,  lo  raccolsero  morente,  colle 
loro  premurose  cure  lo  richiamarono  a  vita,  sicché  egli  presto  ria- 
cquistò le  forze  e  la  salute.  Fissatosi  fra  costoro,  prese  parte  alle  loro 
guerre,  vi  si  segnalò  per  senno  e  coraggio,  tanto  che  finalmente  lo 
elessero  atamanno  o  loro  duce  supremo.  Dopo  molte  vicende,  già  vec- 
chio, si  alleò  al  Re  Carlo  XII  di  Svezia,  ne  seguì  le  imprese,  finché 
ne  condivise  la  disfatta  finale  nella  battaglia  di  Pultawa,  ove  l'eser- 
cito di  quel  monarca  fu  completamente  distrutto  dai  Russi.  Da  questo 
punto  il  nobile  Lord  prende  le  mosse  del  suo  poema,  ed  immagina 
che  il  re  e  Vataiiiuiiiio,  fuggiaschi,  si  siano  ricoverati  sotto  una  quercia 
per  passarvi  la  notte  seguente  al  giorno  della  loro  sconfitta  e  che  Ma- 
zeppa,  onde  alleviare  l'insonnia  di  Carlo  XII.  gli  racconti  questo  dram- 
matico episodio  della  sua  giovinezza. 

Dunque  traversavamo  la  cosi  detta  steppa  che  ho  nominato  più 
sopra,  ma  l'aspetto  attuale  ne  è  ben  diverso  da  quello  che  presentava 
ai  tempi  di  Mazeppa.  Allora  quelF  immensa  pianura  era  coperta  sol- 
tanto da  erba  selvaggia  e  la  percorrevano  nomadi  cosacchi,  spingen- 


(214  sull'ippica 

dovi  le  loro  mandrie  d"  indomiti  cavalli.  Ora  II  vergine  seno  della 
stejipa  è  stato  solcato  ovunque  dall'aratro;  vi  si  produce  quella  enorme 
quantità  di  grano,  che  poi,  caricato  sulle  navi  alla  costa  del  mar  Nero, 
viene  ogni  anno  a  riversarsi  nei  porti  Italiani  per  sopperire  alle  nostre 
deticienze  di  frumento.  Oltre  ai  campi  di  grano,  si  vedono  ancora  vasti 
appezzamenti  lùcopertl  di  barbabietole:  tale  coltura  è  recente,  e  si  è 
estesa  coll'Impianto  di  numerose  fabbriche  di  zuccliero,  la  cui  produ- 
zione ha  subite  gravi  oscillazioni  che  sono  state  causa  di  rapide  for- 
tune, (juanto  d'Ingenti  rovesci. 

La  pianura  della  Russia  meridionale  assomiglia  tanto  a  quella 
dell'Ungheria  quanto  alla  Pampa  argentina.  Soltanto  quella  dell'Un- 
gheria presenta  un  aspetto  assai  meno  grandioso,  essendone  lo  spazio 
molto  più  ristretto,  mentre  la  pianura  Argentina,  per  la  sua  stermi- 
nata grandezza  e  per  l'enorme  larghezza  dei  fiumi  che  la  solcano,  im- 
pressiona assai  più  ed  apparisce  più  maestosa  ancora.  Però  mentre  la 
Pampa  argentina  e  la  pianura  ungherese  sono  assolutamente  livellate 
e  piatte,  la  steppa  russa  è  leggermente  ondidata  ed  In  ciò  assomiglia 
più  alla  campagna  romana.  Ma  le  ondulazioni  della  pianuia  russa  non 
raggiungono  mai  l'elevazione  di  quelle  dell'Agro  romano,  ove  In  certi 
punti  appaiono  vere  colline.  In  tutti  e  due  si  osserva,  meno  alcune 
piccole  selve,  l'istes.sa  totale  assenza  di  piante,  e  per  gli  alberi  gli 
abitanti  della  Piccola  Russia  sembrano  avere  la  stessa  antipatia  che 
hanno  i  nostii  contadini  e  gli  uni  e  gli  altri  danneggiano  e  distruggono 
le  piantagioni  che  qualche  ])roprietario  intiaprendente  tenta  iniziarvi. 

Il  clima  dell'  Ukrania,  è  freddissimo  d' inverno  ed  assai  caldo 
d'estate:  i  cambiamenti  di  temperatura  vi  sono  rapidi,  tantoché  all'an- 
data avemmo  un'atmosfera  tropicale  e  pochi  giorni  dcjpo,  al  ritorno, 
soffiava  una  brezza  rigidissima.  In  questa  vasta  pianura  i  venti  si 
scatenano  furiosamente  e  comuni  vi  sono  gli  uragani  :  verso  la  calata 
del  .sole  assistemmo  allo  spettacolo  pittoresco  e  grandioso  di  uno  di 
questi  uragani  che  s'innalzò  ad  un  tratto.  Le  case  dei  contadini  sem- 
bravan  tremare  sotto  l'azione  del  vento,  i  rari  alberi  piegavano  quasi 
fino  a  terra  le  loro  frondose  cime,  la  jiolvere  che  ric()])re  le  strade  s'in- 
nalzava In  vortici  simili  a  trombe  marine  e  l'eiba.  agitata  dal  vento, 
l)areva  la  superficie  del  mare  quando  s"  increspa  sotto  1"  azione  della 
brezza  mattutina.  Poi  si  fece  notte  e  le  tenebre  ricoprirono  il  maestoso 
spettacolo;  alle  nove  di  sera  giungemmo  alla  stazione  di  Klew.  Li  sa- 
limmo in  un  drojki,  tipico  genere  di  carrozze,  sjteclale  alla  Russia.  Il 
drojki  è  un  legno  bassissimo,  al  quale  è  attaccato  un  solo  cavallo  con 
un  finimento  singolare,  sormontato  da  un  grande  arco  In  legno.  Lo 
giuda  un  cocchiere,  generalmente  grasso,  vestito  con  un  lungo  sopra- 
bito che  pare  una  sottana  e  porta  in  capo  un  cappello  a  cilindro  colle 
falde  arricciate. 

Con  questo  veicolo  traversammo  quasi  Inteiameide  la  città,  tra- 
ballando sui  ciottoli,  onde  le  sue  strade  sono  lastiicate.  finché  ci  fer- 
mammo alla  porta  del  Grami  Hotel.  Entrati  in  (piesf  albergo,  osser- 
vandone la  disposizione  interna,  jiarvemi  che  assomigliasse  a  quella 
degli  Hotels  deirAinerica  meridionale  e  mi  rammentò  sjìecialmente  un 
albergo  della  città  di  Rosario,  ove  ero  sceso  alcuni  anni  or  sono.  Ma 
forse  vedevo  così  soltanto  perchè  l'aspetto  della  steppa  mi  aveva  vi- 
vamente risvegliato  I  ricordi  dell" Argentina. 

Dopo  breve  refezione,  ce  ne  andammo  a  ri])osare.  contenti  di  poter 
dormire  finalmente  in  letti  che  stavano    fermi,    senza   più    sentire    le 


sull'ippica  215 

oscillazioni  della  ferrovia.  Riuianemnio  un  intero  giorno  a  Kiew,  e  lo 
impiegammo  a  visitarne  le  principali  curiosità.  Prima  però  di  riferire 
i  miei  ricordi,  dirò  che  Kiew  è  chiamata  la  madre  di  tutte  le  città  della 
Russia  ed  anche  la  Gerusalemme  di  quell"  Impero,  per  le  sue  cata- 
combe, per  i  suoi  santuari  e  le  sue  chiese,  frequentate  sempre  da  un 
numero  grandissimo  di  pellegrini,  i  quali,  durante  le  feste,  che  hanno 
luogo  dal  lu  luglio  al  15  agosto,  ascendono  talvolta  fino  a  150,(HH). 

Per  chi  volesse  poi  conoscere  in  succinto  la  storia  di  questa  città, 
trascrivo  il  breve  sunto  che  trovasi  nella  Guida  del  Baedeker: 

«  Kiew  fu  fondata  da  Kii,  Chtchek  e  Khoriv,  tre  fratelli  della 
razza  dei  Poliani.  Alla  loro  morte,  Askold  e  Dyr,  variaghi  del  seguito 
di  Rurik,  s'impadronirono  di  quel  piincipato.  Oleg,  successore  di  Ru- 
rik,  occupò  Kiew  neirSSi^,  facendola  sua  capitale.  Ben  presto  vi  fu 
introdotto  il  cristianesimo  e  nel  988  il  principe  fece  battezzare  i  suoi 
popoli.  La  città  fu  assai  importante  sotto  .laroslav  I:  ma,  alla  sua 
morte  (10.Ó4),  cominciò  la  decadenza  e  le  lotte  civili.  Fu  distrutta  quattro 
volte  negli  anni  11B9,  1171.  1^204  e  h24():  quesfultima  dai  Tartari,  che 
poi  ne  furono  cacciati  nel  1320  da  Ghedimin,  principe  lituano. 

«  Nel  1483  di  nuovo  fu  distrutta  dal  Khan  di  Crimea  Mengli-Ghirel; 
ma  presto  venne  rialzata  ed  ottenne  da  Sigismondo  I  il  diritto  di 
Macjdehurrjo  nel  lóKi.  11  metropolita  Michele  Logosa  adottò  l'Unione, 
ma  Pietro  Moghila  ristabili  1'  ortodossia  nel  KiSl.  Kiew  passò  alla 
Russia  nel  1631  ». 

Kiew  è  attualmente  una  città  di  circa  280.()tM»  abitanti;  è  posta  in 
una  situazione  pittoresca,  la  divide  il  fiume  l)nie])r,  che  in  quel  tratto 
ha  una  larghezza  che  varia  da  360  a  530  metri  :  a  destra  s'  innalza 
sopra  una  collina  che  ascende  fino  a  90  metri  sid  livello  del  fiume:  a 
sinistra  si  stende  in  pianura.  È  fortitìcata:  sede  di  un  governatore  di 
provincia,  di  un  generale  comandante  un  corpo  di  aimata  e  di  un 
metropolita,  ha  un'università  ed  una  scuola  politecnica.  È  venerata 
per  le  numerosissime  sue  chiese  e  luoghi  santi;  ma  sopratutto  è  una 
città  eminentemente  commerciale  ed  accentra  il  traffico  di  tutta  la 
Russia  meridionale. 

A  Kiew  adunque  rimanemmo  un  giorno,  e.  condotti  da  un  dome- 
stico di  piazza,  audanunoa  vederne  le  curiosità  più  rimarchevoli.  Inco- 
minciammo dal  museo,  che  è  di  recente  istituzione  ed  è  posto  in  un 
grande  edificio  moderno,  costruito  in  istile  neo-ellenico,  le  cui  sagome 
tentano  arieggiare  quelle  d'un  tempio  greco.  Nelle  sale  del  pianterreno 
sono  disposte  le  collezioiM  di  antichità;  visitandole,  non  vi  ho  tro- 
vato nulla  di  rimarchevole,  interessanti  però  sono  degli  oggetti  sciti, 
provenienti  da  scavi  locali.  Ma,  per  apprezzarli  e  quindi  descriverli, 
converrebbe  avere  studi  speciali  che  non  possiedo.  Nelle  sale  superiori 
poi  vi  è  una  galleria  di  quadri,  la  quale  mi  appari  essere  al  disotto 
del  mediocre. 

Da  li  ])assammo  alle  catacombe  di  Lavra;  la  chiesa  che  vi  sta 
sopra  è  dedicata  all'Assunzione.  Questa  è  di  origine  antichissima,  però 
venne  distrutta  da  un  incendio  nel  1729.  Fu  poi  ricostruita  nello  stile 
barocco,  che  era  di  moda  in  quel  tempo:  all'interno  è  ricchissima  per 
sovrabbondanza  di  decoiazioni  e  di  dorature.  Quando  vi  entrammo  vi 
si  celebrava  una  funzione  sacj-a.  era  gremita  di  pellegrini  e  vi  risuo- 
navano i  canti  rituali  della  liturgia  ortodossa,  i- quali  per  la  bellezza 
della  musica  e  la  perfezione  della  esecuzione  sono  meritamente  rino- 
mati. Sono  un  intreccio  di  sole   voci   senza  accompagnamento   istru- 


!216  sull'ippica 

mentali,  come  nelle  nostre  cappelle  papali  in  Roma.  Tali  canti  hanno 
un  carattere  originale,  un'impronta  prettamente  nazionale,  che,  a  chi 
li  ascolta  per  la  prima  volta,  producono  un  grandissimo  etìetto. 

In  sacrisi ia  incontrammo  un  grosso  frate.  A^estito  di  una  lunga 
sottana  nera,  che,  all'uso  ortodosso,  portava  in  capo  una  mitria  tonda, 
dalla  quale  scendevano  lunghi  veli.  Era  seduto  accanto  ad  un  tavolo 
coperto  di  ceri  :  mediante  una  piccola  oblazione  egli  vi  presenta  una  di 
queste  candele  ;  accesala,  si  scende  a  visitare  le  catacombe.  Queste 
sono  posteriori  di  qualche  secolo  alle  nostre.  1"  introduzione  del  cri- 
stianesimo in  Russia  non  rimontando  oltre  il  9tKt.  Come  le  nostre, 
sono  composte  di  lunghi  cunicoli  scavati  sotteira:  vi  si  ricoveravano 
i  primi  cristiani  in  Russia,  ugualmente  a  quanto  facevano  in  Roma 
molti  anni  jìrima. 

A  fianco  di  questi  cunicoli  vi  sono  delle  celle,  scavale  nel  masso, 
che  servirono  anticamente  per  dimora  ai  romiti  :  ora  vi  hanno  de- 
positali dei  corpi  santi,  racchiusi  entro  sarcofaghi  foderati  di  broccato 
all'interno  e  ricoperti  all'  esterno  di  lamine  d"  argento  con  ornati  la- 
vorati a  shaho.  Fra  le  leggende  che  corrono  intorno  alle  storie  dei 
santi  romiti,  ve  ne  ha  una  singolarissima  ed  è  quella  di  un  tale  Gio- 
vanni, detto  il  Sofferente,  il  quale  pretendono  sia  per  mortificazione 
vissuto  treni' anni  sepolto  sino  al  collo.  Ignoro  quanto  vi  possa  essere 
di  vero  in  tale  racconto  ;  ciò  non  pertanto  vi  mostrano  una  lesta 
sporgente  dal  suolo,  sulla  quale  hanno  messa  una  nùtria  e  ve  la  ad- 
ditano come  quella  del  suddetto  santo,  lasciatovi  semisepolto  nella 
stessa  posizione  in  cui  visse. 

Dalle  catacombe  di  Lavra  ])assammo  a  vedere  il  cimitero  moderno; 
questo  è  posto  in  cima  alla  più  alta  collina  che  si  elevi  entro  la  cinta 
di  Kiew.  11  panorama  che  si  gode  da  quella  elevazione  è  veramente 
splendido;  la  vista  vi  si  estende  non  solo  sull'intera  città,  ma  anche 
sidla  campagna  che  la  circonda  ed  il  Dniepr  appare  come  un  nastro 
d'argento  che  serpeggi  tra  verdi  pianure,  tinche  s'inoltra  entro  l'abi- 
tato e  divide  Kiew  in  due  parti.  Ma,  se  da  quel  cimitero  la  veduta  che 
si  gode  è  rimarchevole,  non  lo  son  punto  le  tombe  ed  i  monumenti 
moderni  che  riempiono  questo  asilo  della  morte. 

Poco  lungi  da  li,  in  mezzo  ad  una  piazza,  vedemmo  una  statua  eque- 
stre di  bronzo  sopra  un  piedistallo  di  granilo,  che  rappresenta  l'ata- 
manno  dei  cosacchi  Bocidan  Klemnitshìj,  che  visse  dal  1593  al  1(557  e 
compì  l'annessione  della  Piccola  Russia  alla  Grande.  Tale  statua  mi  parve 
un'opera  d'arte  rimarchevole.  L'alamanno  vi  è  rappresentato  nell'alto 
di  arrestare  d'un  tratto  il  suo  focoso  destriero,  nelle  cui  sagome  si 
riscontra  tutta  la  nobiltà  del  puro  sangue  arabo.  L'  artista  che  lo  ha 
eseguito  ha  dimostrato  di  essere  un  profondo  conoscitore  della  struttura 
del  cavallo,  dote  che  assai  di  rado  possiedono  gli  scultori  moderni. 
Molte  altre  piazze  sono  pure  ornate  di  statue  monumentali,  rappre- 
sentanti santi  ed  imperatori;  ma  fuori  di  quella  del  citato  duce  dei 
Cosacchi,  nessuna  mi  sembrò  degna  di  nota. 

Santa  Sotia.  la  cattedrale  di  Kiew,  è  insigne  monutnento  di  arte 
bizantina.  In  questa  città  vi  sono  pure  altre  chiese  che  contengono 
interessanti  esem]ilari  di  quello  stile,  e  che  sarebbero  state  meritevoli 
di  esser  vedute  ;  ma  la  ristrettezza  del  tempo  non  ci  consentì  di  visitare 
che  quella  sola,  e  ricordandola  dirò  che  Santa  Sofìa  venne  fatta  inalzare 
dal  duca  di  Russia  Jaroslaiv  e  fu  costruita  dal  1020  al  1037,  che  è  di 
forma  rettangolare,  misura  54  metri  di  lunghezza  e  36  di  larghezza,  è 


sull'ippica  217 

sormontata  nel  centro  da  una  gran  cupola  di  forma  schiacciata  ad  arco 
evaso,  all'esterno  è  dorata  e  la  circondano  molte  altre  piccole  cupole 
che  hanno  la  stessa  sagoma.  AH'  interno,  l'abside  è  decorato  con  un 
gran  mosaico  in  campo  d'oro,  che  ricorda,  per  la  tipica  rigidità  delle 
figure,  le  parti  più  antiche  dei  mosaici  di  S.  Marco  in  Venezia,  nonché 
quelle  delle  chiese  di  Ravenna  ;  sui  lati  vi  sono  soggetti  sacri  dipinti 
all'encausto:  le  figure  di  questi  sono,  per  tipo,  contemporanee  a  quelle 
dei  mosaici.  Dal  peristilio  s'innalza  una  gian  scala,  che  coniluce  a  un 
ballatoio  che  nell'interno  gira  intorno  alla  chiesa;  le  pareti  di  questa 
scala  sono  pure  ricoperte  di  pitture  all'encausto:  ma  è  curioso  notare 
che  le  medesime  non  rappresentano  più  santi  o  soggetti  biblici,  bensì 
vi  sono  etBgiati  balli,  scene  di  caccia  ed  animali  fantastici,  bizzarrie 
che  si  riscontrano  spesso  nelle  produzioni  dell'arte  di  quei  tempi. 

Dalla  basilica  di  Santa  Sofia,  passammo  a  visitare  una  chiesa  tutta 
moderna,  quella  di  S.  Vladimiro,  costruita  dal  1862  al  1896.  È  un 
grande  edificio  fabbricato  con  molto  sfarzo  e  ricchezza  di  materiali: 
all'interno  è  ornato  con  pilastri  e  riquadrature  di  Tnarmi  di  vari  colori. 
Artisti  russi  ne  hanno  decorato  tutti  gli  spazi  lasciati  vuoti,  dipin- 
gendovi santi,  scene  bibliche  e  fatti  storici,  fra  i  (juali  primeggiano 
due  pitture,  in  grandi  riquadri,  le  quali  raffigurano  l'una  la  conver- 
sione di  S.  Vladimiro,  l'altra  il  medesimo  santo  che  assiste  al  batte- 
simo dei  suoi  popoli 

Queste  pitture  mi  fecero  bellissima  impressione:  vi  riscontrai  po- 
tenza di  composizione,  correttezza  nel  disegno  e  molta  grazia  ed 
armonia  nel  colorito.  Mi  apparvero  portar  1"  impronta  di  un  carattere 
affatto  nuovo,  essere  l'espressione  di  un'arte  eminentemente  nazionale. 
Tali  dipinti  sono  una  manifestazione  della  ettlorescenza  che  ora  sta 
germogliando  rigogliosa  jìer  tutta  la  Russia,  tanto  nelle  arti  belle, 
quanto  nella  letteratura  e  nelle  scienze,  sintomo  di  un  potente  risveglio 
intellettuale,  prodromo  di  futiua  trasformazione  della  razza  slava.  Ma, 
se  tali  sintomi  appariscono  chiari,  è  impossibile  misurarne  fin  d'ora 
tutte  le  conseguenze  che  ne  seguiranno  e  distinguere  ciò  che  a  quei 
popoli  serba  l'avvenire. 

Terminata  così  la  visita  dei  più  interessanti  monumenti,  impie- 
gammo il  resto  della  giornata  a  percorrere  in  ogni  senso  le  strade  di 
Kiew,  per  avere  un'  idea  dell'aspetto  generale  della  città. 

Tornato  all'albergo,  trovai  dei  telegrammi,  dai  quali  appresi  che 
tanto  la  mia  zia  Branicka.  quanto  il  mio  cugino  Ladislao,  ci  atten- 
devano con  ansia  e  mi  dicevano  di  recarmi  a  Bieloczerckiew,  piccola 
città,  che  dista  di  tre  ore  di  ferrovia  da  Kiew  e  piesso  alla  quale  sono 
situate  le  loro  proprietà. 

(Conlinna). 

Baldassarre  Odescalchi. 


LE  PIÙ  ANTICHE  CIVILTÀ  DELL'ITALIA 


Chiunque  consideri  quale  fosse  la  scienza  delle  antichità  in  Italia 
«inquant'anni  sono,  deve  riconoscere  che,  nello  studiare  il  problema 
delle  più  antiche  civiltà  del  nostro  paese,  si  trascuravano  allora  ele- 
menti di  capitale  importanza  (1). 

Di  quei  giorni,  tutto  quanto  di  antico  veniva  in  luce  e  non  era 
pregevole  pel  lavoro  o  per  la  materia,  ove  non  fossero  monumenti 
scritti,  si  restituiva  spesso  al  suolo  dal  quale  era  uscito.  Le  cure  degli 
archeologi  erano  ancora  più  che  altro  l'ivolte  a  decorare  i  musei  con 
quanto  di  nobile  e  di  splendido  avevano  prodotto  le  età  gloriose. 
Nessuno  si  dava  pensiero  delle  intere  pagine,  che  della  loio  vita  e 
della  fede  loro  le  più  lontane  generazioni  hanno  stampato  nei  luoghi 
di  abitazione,  o  pietosamente  composte  nei  sepolcri. 

Fu  Bartolomeo  Gastaldi,  il  nostro  rimpianto  collega,  che  nel  1861 
ci  schiuse  nuovi  orizzonti  e  ci  additò  la  via  da  seguire  {"ij.  Fu  quel  forte 
intelletto  di  Gaetano  Chierici,  troppo  presto  rapito  alla  scienza,  che 
c'insegno  poco  dopo  ad  eseguire  gli  scavi  archeologici  con  metodo  rigo- 
rosamente scientifico,  ad  osservare  i  più  minuti  particolari  di  ogni 
fatto,  a  studiare  le  antichità  nelle  loro  relazioni  col  terreno  ove  stanno 
«epolte,  a  distinguere  strato  da  strato,  a  cercare  il  coordinamento  di 
essi  e  a  svolgerli  e  a  interpretarli  come  le  pagine  di  un  libro  (3). 

Una  volta  dimostrato  che  l'Europa  fu  abitata  dall'uomo  innanzi 
all'età  geologica  nostra,  parve  si  avessero  documenti  della  sua  esi- 
stenza in  Italia  tino  dalla  terziaria,  ma  nulla  lo  prova.  Le  ossa  del 
pliocene  di  Colle  del  Vento,  giudicate  umane,  fiuono  liconosciute  di 
un  antropoide;  lo  scheletro  d'uomo  di  Castenedolo,  creduto  pliocenico, 
per  poco  non  è  risorto  con  una  fede  di  nascila  dei  nostri  giorni;  eie 
incisioni  sulle  ossa  di  balenottero  di  Monte  Aperto  sono  rimaste  il 
semplice  testimonio  della  voracità  dei  carcarodonti  (4). 

Talune  delle  nostre  contrade  furono  ad  ogni  modo  fra  le  prime 
in  Europa  percorse  dall'uomo  durante  l'età  quaternaria,  nello  stesso 
tempo    che  la    penisola    iberica,    la  Francia,  le  isole  britanniche  e  il 

il)  Diil  discorso  che  l'A.  tcnm>  iiirAccaileraiii  dei  Lincei  nella  seduta  so- 
lenne del  7  giugno. 

(2)  Nei  Bend.  ci.  Accademia  dei  Lincei  (CI.  di  se.  mor.,  yoI.  XI,  pag.  348  e  segg.), 
ho  ricordato  i  nomi  e  le  opero  dì  coloro  che  qua  e  là  in  Italia  fecero  scoperte 
od  osservazioni  di  speciali  fatti  paletnologici  anteriormente  al  Gastaldi,  a  partire 
dal  secolo  xvi. 

(3)  Gaetano  Chierici  e  la  paletiioìoqia  italiana,  appendice  al  Bull,  di  Paletn. 
Ital.,  1880. 

(4)  Bull,  di  Paletn.  Itul..  a.  TU.  pag.  90:  a.  XIII,  pag.  08;  a  XY,  pag.  89. 


LE    PIÙ    ANTICHE    CIVILTÀ    DELL"IT.\LIA  219 

Belgio.  Soltanto,  al  di  qua  delle  Alpi,  rimasero  dapprincipio  deserte 
le  isole  e  le  pendici  occidentali  dell'Appennino.  Quella  prima  gente 
visse  all'aperto  e  nomade  con  gli  elefanti  e  con  gli  ippopotami.  Innanzi 
però  che  gli  elefanti  fossero  scomparsi,  altre  famiglie  erano  giunte  che 
lavoravano  in  diverso  modo  la  pietra,  e  trovavano  ricovero  nelle  ca- 
verne o  ai  piedi  delle  rupi  che  strapiombano.  Fu  allora  che  altre 
regioni  europee  furono  occupate  dall'uomo,  fra  le  quali  l'occidente 
della  nostra  penisola  e  la  Sicilia  (1). 

D'onde  erano  venute  quelle  famiglie''  Nello  stato  attuale  della 
scienza  si  può  ajipena  arriscliiare  la  ipotesi  che  provenissero  dall'Af- 
frica le  più  antiche,  poiché  dal  Marocco  e  dall'Algeria,  giù  fino  al 
Congo  e  alla  Somalia,  i  primi  prodotti  del  lavoro  umano  sono  quelli 
stessi,  tipici,  che  nell'Europa  occidentale  stanno  sepolti  alla  maggiore 
profondità  nelle  alluvioni  quaternarie.  E  se,  giudicando  dalle  armi  e 
dagli  utensili  di  pietra  rimasti,  vogliamo  figurarci  la  civiltà  che  rap- 
presentano, il  pensiero  corre  a  quello  che  sono  i  nativi  delle  vergini 
foreste  dell'Australia,  a  quello  che  erano  gli  indigeni  della  Tasmania 
prima  che  la  «  Guerra  Nera  »  li  sterminasse. 

Con  la  misera  vita  di  quei  selvaggi  si  apre 'la  storia  dell'Italia, 
se  può  chiamarsi  storia  la  notizia  di  un  passato  al  quale  non  arriva 
la  memoria  dell'unuinità.  Tuttavia  se  di  quelle  anticliissime  genera- 
zioni manca  ogni  ricordo,  ne  rimasero  distinti  a  lungo  i  discendenti, 
lasciandone  il  testimonio  nelle  sedi  occupate.  Cadeva  la  Repubblica 
Romana  e  nell'alto  Veronese,  sui  Alonti  Lessini.  persistevano  semi- 
selvaggi i  tardi  nepoti  delle  prime  famiglie  calate  dalle  Alpi  (2). 

Se  si  ripetesse  o  perduiasse  nell'età  geologica  nostia,  sia  pure 
solo  in  parte,  ciò  che  vi  fu  di  più  caratteristico  nella  i)recedente,  forse 
il  naturalista  non  può  dire  completamente.  11  cultore  dell'archeologia 
primitiva  ad  ogni  modo  non  si  abbandona  certamente  a  un  puro  volo 
della  fantasia  litenendo,  che  mentre  i  primi  abitatori  dell'Occidente 
si  spingevano  fino  ai  fjords  del  Jutland  e  delle  isole  danesi,  presen- 
tando sul  Baltico  il  quadro  della  vita  attuale  dei  Fuegini,  e  turbe  di 
Iperborei,  seguendo  il  renne  attraverso  il  Belgio  e  la  Francia,  arriva- 
vano ai  Pirenei  e  alle  Alpi,  l'Italia  si  allietava  di  una  nuova  luce.  A 
dei  selvaggi,  non  dissimili  nella  vita  dall'Australiano,  si  sovrappose 
una  immigrazione  che  occupò  non  il  solo  continente,  ma  pur  le  isole, 
e  che  nella  scala  della  civiltà  uguagliava  sotto  vari  aspetti  la  ftimiglia 
polinesiana  quale  apparve  agli  esploratori  olandesi. 

S'inizia  allora  l'età  che  diciamo  neolitica  (3).  Sui  piani  e  sui  colli, 
dalle  contrade  lombarde  alle  spiaggie  del  .Ionio,  sorgono  villaggi  di 
capanne  circolari  mezzo  sepolte  nel  terreno,  abitate  da  famiglie  dedite 
alla  pastorizia.  Fra  i  monti  invece  si  riparano  anche  nelle  caverne, 
t'he  però  più  spesso  occupano  per  asilo  dei  morti  che  per  ricovero  dei 
vivi.  Fabbricano  con  la  pietra  armi  ed  utensili,  ma  sono  levigati  e  di 


(1 1  In  Itiilia  il  materiale  paleolitico  presenta  solo  i  tipi  detti  chelléen  o  inoii- 
stérii'ii  chf  caratterizzano  distinti  giacimenti,  il  secondo  dei  qnali  è  meno  antico 
dell'altro  ed  assai  più  diffuso.  Cfr.  Bull  di  Paletn.  Hai.,  a  XXVIII,  pag.  15S  e  segg. 

(2)  Bull,  di  laletn.  Hai.,  a.  XVI.  pag.  (51. 

(3)  Per  quello  che  risguarda  l'età  neolitica  e  l'eneolitica,  che  ne  è  la  conti, 
nuazione.  reggasi  l'importante  lavoro  del  Colini.  //  sepolcreto  di  Remedello,  che 
si  pubblica  nel  Bull,  di  Paletn.  Ital..  a  partire  dalla.  XVI  :  in  esso  sono  pure 
citate  le  molte  pubblicazioni  italiane  e  straniere  relative  alle  dette  età. 


2i^0  LE   Pir    ANTICHE    CIVILTÀ    DELL'ITALIA 

rocce  non  tutte  forse  del  paese.  Dove  poi,  nelle  inchistrie.  palesano 
una  singolare  eccellenza,  gli  è  nella  ceramica,  sorprendente  per  la 
tecnica,  per  le  forme  e  per  le  decorazioni. 

Con  quelle  famiglie  appariscono  i  primi  sepolcri.  11  rito  funebre 
è  quello  della  inumazione,  e  al  cadavere,  deposto  come  nomo  che 
riposi  sul  fianco  piegate  le  ginocchia,  o  nella  attitudine  del  feto,  quasi 
per  esprimere  la  fede  in  una  risurrezione,  si  associa  quanto  Festinto 
aveva  di  necessario  in  vita.  In  alcuni  casi  si  tumulavano  le  ossa 
scarnite,  come  fra  i  Taitani  e  fra  i  nativi  delle  Andaman.  applicando 
talora  alla  faccia  del  cranio  la  maschera  funebre,  segno  di  riconosci- 
mento e  di  onore  nel  mondo  degli  spiriti.  Talvolta  i  superstiti  tratte- 
nevano un  osso  in  ricordo  del  morto,  se  non  per  un  concetto  animi- 
stico, oppure,  se  egli  in  vita  aveva  subita  la  trapanazione  flel  cianio. 
per  guarire  da  quella  che  fu  detta  «  la  malattia  sacra  »,  si  tagliavano 
rotelle  craniali  quali  talismani  che  ne  preservassero  i  vivi. 

Né  solo  questo  ci  rivelano  i  pi'imi  sepolcri.  Nelle  pianure  si  afli- 
davano  gli  estinti  alla  nuda  terra  e  tra  i  monti  alle  caverne,  ma  dove 
era  possibile  si  scavavano  le  tombe  nelle  rupi,  costruendosi  cosi  il 
più  antico  monumento  del  continente  europeo.  Per  solito  somigliano 
a  un  angusto  forno,  e  vi  si  entra  scendendo  ali" ingresso  per  un  breve 
declive  o  per  un  pozzetto  cilindrico.  In  pianta  disegnano  la  figura 
della  casa,  e  pel  garbo  delle  curve,  per  la  finezza  della  scarpellatura. 
sono  quanto  di  più  iierfetto  nel  genere  si  possa  eseguire  con  l'ascia 
di  pietra. 

Gli  avanzi  di  quella  lontana  età  certamente  non  attestano  un  pro- 
gresso locale  dello  stato  anteriore,  né  accennano  ad  una  civiltà  len- 
tamente introdottasi.  Qua  e  là.  con  ciò  che  avevano  di  proprio, 
restavano  i  vecchi  abitatoli,  e  in  mezzo  ad  essi  apparvero  improvvisa- 
mente usi  e  costumi,  arti  e  industrie  senza  relazione  col  passato.  La 
scena  mutò  d"un  tratto,  sicché  nel  quadro  abbiamo  la  immagine  di 
una  nuova  immigrazione,  della  quale  il  cultore  dell'archeologia  pri- 
mitiva non  può  pronunziare  il  nome.  Egli  vi  dice  soltanto  che  dovette 
approdare  alle  spiaggie  meridionali,  se  fra  gli  oggetti  di  ornamento, 
portati  con  sé  e  abbandonati  nel  suolo  delle  capanne  e  delle  caverne, 
lasciò  i  gusci  del  mollusco  delle  perle  e  della  Mitra  oleacea.  Sono 
miseri  avanzi,  ma  rispondono  eloquentemente  a  chi  non  disdegni  di 
interrogarli  e  svelano  le  vie  dell'Oriente.  Né  deve  sembrale  inverosimile 
la  traversata  del  Mediterraneo  sopra  dei  canotti  nell'età  della  pietra. 
In  condizioni  uguali  i  Polinesiani  si  portarono  sul  Pacifico,  distenden- 
dosi dalla  Nuova  Zelanda,  alle  Sandwich  e  all'isola  di  Pasqua,  un 
triangolo  di  circa  05  gradi  per  85,  e  soltanto  quelli  delle  Isole  della 
Società,  al  secondo  viaggio  di  Cook,  avevano  una  fiotta  di  17(lU  ca- 
notti con  08,000  uomini  di  equipaggio. 

L'Asia  Anteriore  come  la  Minore,  le  isole  dell'Egeo  come  l'Egitto, 
ebbero  la  civiltà  neolitica  pari  alla  nostra  :  la  stessa  acropoli  di  Atene 
ha  dato  di  recente  un  sepolcro  che  vi  appartiene:  ma  di  tale  civiltà 
si  ignora  ancora  la  sorgente,  né  sappiamo  da  qual  punto  partissero 
coloro  che  la  portarono  nell'Occidente.  Questo  é  certo,  che  non  solo 
le  famiglie  stabilitesi  in  Italia,  ma  pur  le  altre  spintesi  ai  lidi  più 
lontani  parteciparono  ai  progressi  di  quelle  rimaste  oltre  il  Mediter- 
raneo orientale,  e  al  pari  di  esse  impararono  a  fondere  il  rame. 

L'introduzione  dell'uso  del  rame  segnò  la  fine  della  pura  età  neo- 
litica, ma    non  la  chiuse    d'un  tratto.   Non  fu   che   assai  lentamente 


LE    PIÙ    ANTICHE   CIVILTÀ    DELL  "ITALIA  221 

che  le  primitive  condizioni  ebbero  a  trasformarsi,  tanto  lentamente 
«he  oggi  ancora,  in  Italia  come  altrove  nell'Europa,  rimane  un  filo 
che  ci  lega  a  quel  remotissimo  passato.  L'errore  popolare  di  attri- 
buire alle  armi  di  pietra  una  origine  celeste,  credendole  generate  dal 
fulmine,  è  la  persistenza  di  una  superstizione  che  sale  alla  piìi  alta 
antichità  italica  e  greca,  e  anche  allora  non  era  che  l'eco  di  una  ar- 
monia morta  da  secoli  (1). 

Non  è  possibile  dire  in  breve  quello  che  divenisse  la  civiltà  neo- 
litica col  nascere  della  metallotecnica,  quali  i  rapporti  che  stringevano 
l'uno  all'altro  i  vari  centri  abitati  su  tanta  estensione  di  paese.  Gli  usi 
e  i  costumi  del  jieriodo  anteriore  non  mutarono  sostanzialmente,  ma 
ebbero  maggiore  sviluppo  le  industrie,  specie  la  ceramica,  si  molti- 
plicarono i  tipi  delle  armi  e  degli  utensili  di  pietra  del  più  squisito 
lavoro,  e  si  spandevano  per  ogni  dove  prodotti  di  contrade  dispara- 
tissime.  Arrivava  nella  Lombardia  l'argento  lavorato  dalla  penisola 
iberica,  e  nell'Italia  media  e  nella  inferiore  alle  armi  del  paese  se  ne 
aggiungevano  altre,  forse  originarie  delle  sponde  del  Nilo,  quali  si 
rinvennero  ad  Ilio  e  nell'Alto  Egitto. 

11  segno  più  solenne  peraltro  della  civiltà  che  si  svolgeva  allora 
nel  bacino  del  Mediterraneo,  e  fino  all'estremo  Occidente  e  al  Nord, 
l'abbiamo  nello  sviluppo  delle  grotte  funerarie  scavate  nelle  rupi  e 
nei  monumenti  megalitici,  la  cui  semplicità  misteriosa  e  la  rozza 
g:randiosità  colpiscono  tanto  più  vivamente  la  nostra  immaginazione, 
in  quanto  manca  la  speranza  di  svelarne  il  significato. 

Erano  templi  all'aperto  quegli  enormi  circoli  di  monoliti"?  Erano 
■colossali  felici,  o  dovevano  rammentare  gesta  gloriose  quegli  informi 
blocchi  che  isolati  o  disposti  in  file  si  levano  al  cielo?  La  storia  loro 
è  perduta,  e  sappiamo  soltanto  che  si  collegano  coi  dolmen,  gigan- 
teschi sepolcri  che  per  la  suppellettile  e  pei  rito  funebre  hanno  lo 
stesso  valoie  delle  grotte  scavate  nelle  rupi.  Una  grotta  aitificiale 
•eneolitica  dell'Italia  ])arla  il  medesimo  linguaggio  di  un  dolmen  del- 
l'Andalusia, della  Bretagna  o  della  Drenthe.  E  qua  e  là  sulle  loro 
pareti  sono  talvolta  scolpiti  i  segni  che  non  solo  le  industrie,  ma 
pur  le  idee  religiose  legavano  quelle  antiche  popolazioni  dell'Europa 
alle  più  lontane  dell'Asia.  Le  figure  dell'ascia  iramanicata  e  della 
donna  ignuda,  rappresentate  in  alcuni  dolmen  e  in  alcune  grotte  del- 
l'Occidente, sono  il  riflesso  di  uguali  simboli  venerati  fino  nell'Asia 
Anteriore. 

1  monumenti  megalitici  e  le  grotte  artificiali,  nel  loro  insieme, 
formano  una  corona  die  chiude  l'Europa  centrale,  nella  quale  si  può 
■dire  non  siavene  traccia,  tanto  clie  bisogna  correre  dalle  sponde  del- 
l'Elba alla  Crimea  e  al  Caucaso  prima  di  incontrare  di  nuovo  i  dol- 
men. Del  fatto  sono  state  ]iroposte  le  più  disparate  interpretazioni, 
ma  non  è  forse  diffìcile  di  spiegarlo,  ove  si  tenga  conto  di  un-  note- 
role  avvenimento  che  nello  stesso  tempo  si  compiva  nell'Europa 
centrale. 

Dal  Wiirtemberg  e  dalla  Savoia  alla  Baviera  ed  all'Austria  s'im- 
piantavano allora  entro  i  laghi  le  prime  stazioni  lacustri.  Pur  queste 
•ci  rivelano  un  popolo  che  associava  dapprincipio  l'ascia  piatta  di  rame 
agli  strumenti  di  pietra,  sicché  non  è  dubbia  la  sua  ajiparizione  al 
termine  dell'età  neolitica,  ma    nulla  ci  autorizza    a  credere  che  fosse 

(1)  Cartailhac,  L'àffe  de  pierre  dans  les  souvenirs  et  sBperstitions  populaires. 


222  l.E    Pir    ANTICHE   CIVILTÀ    DELL  ITALIA 

uscito  dalle  famiglie  che  già  occupavano  il  nostro  continente.  Esso 
non  vive  in  capanne  sparse,  né  in  caverne,  bensì  in  centri  limitati  e 
popolosi  che  hanno  carattere  di  città.  Inferiore  ai  vecciii  abitatori 
nella  ceramica,  li  avanza  nella  copia  e  nella  varietà  di  altre  indu- 
strie. Possiede  numerosi  armenti,  e  nei  terreni  circostanti  coltiva  su 
vasta  scala  il  lino  e  il  grano.  Non  lo  eccita  il  pensiero  di  eternare 
in  alcun  modo  la  sua  memoria  :  certo  egli  non  ha  scolpito  sulle  rupi 
il  segno  del  suo  passaggio,  né  ha  inalzata  ]>ur  solo  una  pietra  che 
lo  rammentasse  alle  generazioni  future.  La  sua  storia  è  scritta  sol- 
tanto nei  ritìuti  della  vita  quotidiana,  oggi  coperti  dalle  acque  o 
dalle  torbaie. 

11  mutarsi  improvviso  della  scena  nel  cuore  dell"  Europa  rivela 
senza  dubbio  una  nuova  gente,  la  quale  do\  ette  arrivare  per  la  Valle 
del  Danubio,  invitata  dalla  lunga  distesa  di  laghi.  All'  intorno  rima- 
sero indipendenti  le  popolazioni  antiche,  e  furono  queste  che  lascia- 
rono il  testimonio  della  potenza  loro  non  interrotta  nei  monumenti 
megalitici  (1)  che.  specie  al  Nord,  si  continuarono  ad  inalzare  per 
lungo  tempo,  e  del  cui  signiticafo  rimase  traccia  fin  tardi  nel  culto 
alle  pietre,  fieramente  colpito  da  editti  di  Childeberto.  Carlomanno, 
Caiiomagno  e  da  fulmini  dei  Concili  di  Arles,  Tours,  Nantes  e  Toledo  (3). 
Ma  la  barriera  delle  Alpi  non  limitò  a  sud  il  dominio  dei  nuovi  ve- 
nuti, e  valicate  le  giogaie  lepontine  scesero  nella  Lond)ardia,  ne' occu- 
parono gli  stagni  e  i  laghi,  con  la  sede  forse  principale  in  quello  di 
Varese.  Di  quei  giorni  l'Italia  e  le  isole,  importa  di  rammentarlo, 
erano  popolatissime  da  genti  di  diversa  origine,  alcune  con  la  civiltà 
neolitica,  altre,  e  in  numero  maggiore,  con  quella  caratterizzata  dal- 
l'uso del  rame. 

La  prima  invasione  lacustre  nell'Italia  dilatò  via  via  i  propri 
confini,  superando  a  ponente  il  bacino  d'Ivrea  e  toccando  il  Chiese 
a  levante:  a  sud  si  distese  fin  dove  erano  conche  allagate  acconce 
per  nuove  sedi,  senza  giungere  alle  rive  del  Po.  E  in  progresso  di 
tempo  sarebbero  cadute  nel  suo  dominio  anche  le  regioni  subalpine 
orientali,  se  non  fosse  sopraggiunto  il  popolo  destinato  a  fondere  in 
uno  i  vari  elementi  della  penisola  e  a  compiere  la  propria  missione 
sulle  rive  del  Tevere. 

Etnicamente  doveva  (piesto  avere  origine  comune  con  quello  dei 
laghi  centrali,  perchè  eguale  ne  era  la  maniera  di  vita,  perchè  gene- 
ralmente simili  ne  sono  le  industrie.  Per  esso  è  certa  la  provenienza 
dalla  Valle  del  Danubio,  a  motivo  degli  avanzi  lasciati  lungo  la  via  (3). 
Poneva  come  l'altro  le  stazioni  sopra  le  palafitte,  ma  anche  fuori  dei 
laghi  e  degli  stagni;  e  dobbiamo  a  questo  se  ce  ne  rimangono  inoltre 
i  sepolcri,  che  presentano  un  rito  funebre  affatto  nuovo,  quello  della 
cremazione.  Non  aveva  interamente  abbandonato  l'uso  di  armi  e  di 
utensili  di  pietra,  portava  con  sé  il  bronzo  che  sapeva  fondere  mira- 
bilmente, e  traeva  l'ambra  dal  Baltico.  Gli  erano  sconosciuti  l'argento 
e  il  ferro,  ma  non  si  può  dire  altrettanto  con  certezza  dell'oro.  Emi- 
grava in  giorni  nei  quali  fiorivano  le  splendide  civiltà  dell'Oriente, 
tuttavia   non  è  chiaro   se  e  quali   relazioni   avesse   con    l'una  o  con 

(1)  Jiend.  d.  Accad.  d.  Lincei,  ser.  4".  voi.  VI.  1"  som.,  pag.  192. 

(2)  Nadaillac,  Les premiers  ìiommes  et  ks  temps préhistoriqnes.  toL  I,  pag.  14. 

(3)  Questo  venne  osservato  fino  dal  1877  {J/em.  d.  Accad.  d.  Lincei,  CI.  di 
se.  mor.,  ser.  3",  voi.  I,  pag.  309j. 


LE    PIÙ   ANTICHE   CIVILTÀ    DELL' ITALIA  223 

l'altra.  In  ciò  che  ha  lasciato  di  quel  periodo  non  vi  ha  nulla,  almeno 
fin  qui,  che  rammenti  l'Asia  Anteriore,  e  scarsi  o  di  dubbio  valore 
sono  gli  indizi  di  rapporti  con  l'Asia  Minore  e  con  1'  Egeo. 

Pervenuto  nella  Croazia,  nella  Moravia  e  nella  Bassa  Austria  sì 
distende  come  un  ventaglio,  e  al  sud,  proseguendo  tra  i  monti,  con 
un  ramo  passa  sulla  Bosnia  (1),  e  con  un  ramo  diverso  scende  nel 
Veneto,  ne  popola  i  laghi  tuttora  disabitati,  e  poiché  questi  non 
bastano  si  diftoiide  fuori  di  essi,  popolando  il  Mantovano  e  i  tenitori 
orientali  del  Bresciano  e  del  Cremonese.  Xè  ([ui  si  arresta.  A  diffe- 
renza delle  prime  famiglie  lacustri  varca  il  Po,  invade  l'Emilia,  e  sale 
su  per  i  colli  subapennini  fino  a  toccare  le  alture  di  Porretta. 

Uscito  dalla  schiatta  che  edificava  le  abitazioni  sui  pali,  non  ab- 
bandonò l'antica  usanza  qualunque  fossero  le  condizioni  del  luogo.  Si 
posasse  nelle  pianure  o  sui  colli  costruiva  religiosamente  la  palafitta, 
che  costituiva  il  carattere  nazionale  delle  proprie  stazioni.  Sono  opera 
sua  e  di  cpiel  lontano  periodo  le  terremare  della  bassa  Valle  del  Po, 
forse  il  più  importante  monumento  della  pura  età  del  bronzo  in  tutta 
Europa,  pel  quadro  completo  che  ce  ne  mostra,  e  di  altissimo  valore 
per  noi,  come  quello  che  ci  svela  l'origine  della  civiltà  italica,  ci  dà 
il  filo  per  interpretare  e  coordinare  antichissime  tradizioni  rifiutate 
come  leggende,  e  ci  guida  a  risolvere  il  problema  della  fondazione  di 
Roma. 

So  di  dir  cose  troppe  volte  ripetute,  ma  poiché  l'avere  chiarita 
nelle  terremare  la  prima  pagina  notevole  della  nostra  storia  è  tutto 
merito  di  studiosi  italiani,  confido  che  non  si  vorrà  tenermi  in  colpa 
se  ricordo  le  particolarità  caratteristiche  di  quelle  stazioni. 

Fin  qui  abbiamo  incontrato  selvaggi  nomadi,  o  società  più  pro- 
gredite ma  jiur  sempie  primitive,  o  popolazioni  come  quelle  dei  laghi 
lombardi,  relativamente  avanzate,  le  cui  reliquie  però  non  permettono 
di  formarci  un  concetto  pieno  della  loro  organizzazione  sociale.  Nelle 
terremare  invece  ogni  dato  rivela  norme,  leggi,  riti  che  si  mantengono 
e  si  svolgono  nelle  età  posteriori. 

Esse  non  disegnano  in  pianta  la  figura  che  il  caso  porti;  sul  monte 
o  nel  piano  sono  sempre  quadrilatere  con  forma  di  trapezio,  in  origine 
determinata  nelle  pianure  dalla  ragione  idraulica  di  avere  nell'angolo 
acuto  il  partitore  dell'acqua  che  allagava  la  fossa:  trapezoidale  era  la 
Roma  quadrata,  e  più  tardi  trapezoidale  si  costrusse  la  favissa  del 
tempio  di  Vesta,  perchè  il  tempo  rende  spesso  venerabile  e  perpetuo, 
sia  pure  come  simbolo,  ciò  che  ne  viene  dalle  passate  genera- 
zioni. Chiudono  le  terremare  un  argine  di  terra  circondato  da  fossa, 
e  aggere  e  fossa  cingevano  la  Roma  Serviana.  Per  determinare  il  peri- 
metro delle  loro  stazioni  i  terramaricoli  scavavano  nel  vei-gine  un 
solco,  e  cum  aeueo  vomere,  secondo  la  tradizione,  i  popoli  storici 
dell'Italia  tracciavano  con  un  solco  il  pomerio.  Le  terremare  sono 
orientate  con  orientazione  primaverile  che  prova  la  stagione  in  cui  si 
impiantavano:  orientate  erano  le  città  italiche,  e  si  ha  pur  sempre  la 
tradizione  delle  primavere  sacre.  Un  unico  ponte,  di  solo  legno,  mette 

(1)  La  suzione  di  Dòii.ja  Dolina  sulla  Sava,  ad  esempio,  trova  riscontro 
nella  terramara  Castione  dei  Marchesi  in  provincia  di  Parma  {Glasnik  Zema- 
Ijskoy  Mmeja  n  Bosni  r  Hcrcegovini.  voi.  XIII,  tav.  I-YIII:  voi.  XIV.  tav.  I,  II. 
Cfr.  con  gli  Atti  d.  Accad.  d.  Lincei,  Mem.  d.  CI.  di  so.  mor.,  ser.  3",  voi.  TIII, 
tav.  II-IV  della  terramara  di  Castione). 


'224  LE    PIÙ    ANTICHE   CIVILTÀ    DEIX'lTALIA 

alle  stazioni  dei  terramaricoli  :  in  Roma  il  Ponte  Sublicio  è  mantenuto 
di  legno  senza  chiodi,  affidato  fin  tardi  alle  cure  dei  Pontifices,  ai 
quali  se  ne  attribuiva  la  prima  costruzione.  Nelle  terremare  le  case, 
quadiilatere,  sorgevano  entro  insulae  rettangolari,  divise  da  cardini 
e  da  decumani,  che  perfettamente  corrispondono  in  ogni  particolare 
alle  norme  seguite  dappoi  e  prescritte  dai  Gromatici  per  le  castra. 
Perfino  l'unità  di  misura  accertata  nelle  teriemare.  salvo  una  insignifì- 
caute  ditterenza,  ripete  nella  lunghezza  il  piede  romano.  .Ma  v'ha  di  più. 
Nel  bel  mezzo  del  lato  orientale  delle  terremare  s'incontra  un'aiea 
limitata,  enorme  costruzioiie  di  legno  e  di  terra,  un  femjjhini  nel 
significato  jirimitivo  della  parola,  l'arce,  il  germe  del  foro  e  del  pietorio, 
nel  centro  della  quale  si  apre  una  piccola  fossa  clie  ci  |)orta  coi  pen- 
siero al  mtmdìis  della  città  romulea.  E  nei  pozzetti  chiusi  da  tavole, 
che  stanno  nel  fondo  e  sono  incavati  nel  vergine,  abbiamo  forse  la 
origine  di  quei  misteriosi  pozzetti  ai  giorni  nostri  scoperti  nel  Comizio 
sul  Foro  Romano  (1). 

E  se  ci  muove  il  desiderio  di  sapere  quale  onore  si  rendesse  agli 
estinti  dal  popolo  delle  terremare.  ci  si  para  innanzi  il  quadro  delle  più 
povere  neciopoli  che  pieseiili  l'Italia  antichissima.  1  cadaveri  venivano 
cremati  fuori  dell'abitato,  e  ivi  le  poche  ossa  rimaste  fra  le  ceneri  si 
raccoglievano  in  rozzi  ossuari  tenuti  allo  scoperto,  privi  di  qualsiasi 
corredo  (2).  In  città  di  legno  edificate  sopra  pali  non  era  possibile  accen- 
dere roghi:  di  qui  la  necessità  di  compiere  all'esterno  i  riti  funebri, 
di  qui.  se  non  m'inganno,  l'origine  del  costume  che  più  tardi  la  legge 
sanziona  col  precetto:  Hominem  mortiinm  in  urbe  neve  sepelito,  neve 
urito.  Oh  !  non  è  certamente  casuale  il  meraviglioso  riscontro  che  le 
città  italiche  dei  tempi  storici  trovano  in  quelle  ond'era  sparsa  la  bassa 
Valle  del  Po  nel  secondo  millennio  av.  Cr. 

1  palafitticoli,  chiamiamoli  cosi,  nell'età  alla  quale  siamo  giunti, 
formavano  due  gruppi  nell'Italia  superiore,  l'occidentale  che  non  oltre- 
passava il  Po.  e  l'orientale  che  giungeva  alle  vette  dell' Appennino  (3). 
Le  terremare  spettano  esclusivamente  al  secondo.  L'uno  e  l'altro  non 
laminavano  il  bi-onzo,  lo  fondevano  soltanto  e  in  fogge  svariai issime, 
non  sempre  però  eguali  in  una  regione  e  nell'altra,  e  la  copia  più  varia 
dei  tipi  appartiene  al  gruppo  orientale.  Caratteristica  in  amendue  è  la 
mancanza  assoluta  di  segni  che  accennino  a  scrittura  e  di  ogni  indizio 


(1)  Per  le  particolarità  caratteristiche  delle  terremare,  così  del  monte  come 
■del  piano,  e  per  le  analogie  fra  di  esse  e  le  città  italiche  dei  tempi  storici,  vedi 
specialmente  :  Atti  d.  Accad.  d.  Lincei.  CI.  di  se.  mor..  ser.  3",  voi.  Vili,  pag.  265 
e  segg.  -  Read.  d.  Lincei,  Ci.  di  se.  raor..  voi.  II,  pag.  832  segg.  e  pag.  OOó  segg.  - 
Monnin.  antichi  d.  Lincei,  voi.  I.  pag.  121  e  segg.  -  N^ot.  d.  scavi  1902,  pag.  4ò0 
e  segg.;  1898.  pag.  232  :  1893,  pag.  9^e  segg.  :  189Ì5,  pag.  57  e  segg.  ;  1897,  pag.  132 
e  segg.  :  -  Bull,  di  Paletn.  Ital.,  a.  XII,  pag.  1  e  segg.  ;  a.  XIX,  pag.  103;  a.  XXI, 
pag.  73  e  segg.  ;  a.  XXIII,  pag.  56  e  segg.  ;  a.  XXIV.  pag.  296  e  segg.  :  a.  XXVI, 
pag.  1.51  e  segg.  -  Helbig,  Die  Italiker  in  der  Poehene.  1879. 

Il  primo  peraltro  ad  osservare  le  particolarità  di  costruzione  delle  terremare 
e  a  notarne  le  relazioni  con  lo  più  antiche  città  italiche  fu  Gaetano  Chierici 
con  l'opuscolo  Le  antichità  preromane  della  provincia  di  Reggio  nell'  Emilia,  pub- 
blicato nel  1871. 

(2)  Bull,  di  Paìetn.  It.,  a.  XVI,  pag.  21  e  segg. 

(3)  Le  prime  e  alquanto  estese  osservazioni  sui  due  gruppi  orientale  e  oc- 
cidentale delle  palafitte  subalpine  si  hanno  nei  Momim.  antichi  dei  Lincei,  voi.  I, 
pag.  145  e  segg. 


LE    PR-    ANTICHE    CIVILTÀ    DELI.  ITALIA  2^ii> 

di  arte  tìgurata  :  la  stessa  decorazione  geometrica  si  riduce  a  pochi  e 
semplici  elementi  non  di  rado  isolati.  Ma  negli  strati  superiori  delle 
terremare  compariscono  rozze  figurine  fìttili,  più  spesso  di  animali,  e 
fibule  di  bronzo,  arnese  affatto  nuovo,  le  une  e  le  altre  di  tipi  che  si 
incontrano  nelle  isole  dell'Egeo. 

Circa  in  quel  momento  rimane  disabitato  il  Lago  di  Garda,  e  via 
via  sono  abbandonate  la  Lombardia  orientale  e  1"  Emilia  occidentale. 
Fosse  raumentata  potenza  die  li  confortasse  a  tentare  nuove  con- 
quiste, fosse  il  proposito  di  partecipare  ai  benefizi  degli  attivi  com- 
merci che  le  popolazioni  dell"  Egeo  esercitavano  specialmente  con  la 
Sicilia,  fatto  sta  che  i  terramaricoli  uscirono  in  forte  numero  dalla 
Valle  del  Po.  si  stesero  a  sud  delfAppennino,  e  arrivarono  sino  alle 
sponde  del  Jonio.  Tuffai  più  si  chiudeva  allora  il  secondo  millennio. 

La  via  percorsa  dovette  essere  quella  fra  le  alture  del  versante 
orientale  delLAppennino.  Ne  sono  indizio  i  prodotti  industriali  propri 
dei  terramaricoli  che  si  sparsero  fra  le  genti  neolitiche  ed  eneolitiche 
delle  Marche  e  degli  Abruzzi  e  rimasero  sepolti  fra  gli  avanzi  delle 
loro  capanne.  Di  ciò  invece  non  si  ha  traccia  fin  qui  nell'Etiuria.  Jla 
a  parte  la  questione  della  via  tenuta,  l'accennata  antichissima  emi- 
grazione è  certa.  Inducevano  da  tempo  ad  ammetterla  le  palafitte 
scoperte  presso  Oftìda  nel  Piceno,  a  Castelvenere  nel  Beneventano,  a 
Pertosa  in  quel  di  Salerno,  e  oggi  se  ne  ha  la  prova  la  j)iù  evidente 
nella  terramara  di  Taranto  (1). 

Si  trova  questa  sopra  lo  Scoglio  del  Tonno,  dove  giunge  apjjena 
l'acqua  che  scende  dal  cielo,  tuttavia  non  si  lasciò  di  costruire  la 
palafitta  e  di  circondarla  con  Faggere  e  con  la  fossa.  Si  risentivano  i 
benefizi  della  civiltà  micenea  attestati  da  talune  reliquie  rinvenute, 
ma  i  bronzi  che  si  fusero  sul  luogo,  ma  le  ceramiche  che  ivi  si  pla- 
smarono sono  le  .stesse  della  bassa  Valle  del  Po.  Dinanzi  a  quel 
materiale  archeologico  pai'  di  studiare  l'età  del  bronzo  del  Lago  di 
Garda  o  delle  provincie  dell'  Emilia.  Nelle  contrade  prossime  gli  an- 
tichi abitatori  mantenevano  il  rito  funebre  della  inumazione  in  grot- 
ticelle  a  forno;  dove  invece  si  era  posata  la  nuova  gente,  come  a 
Timmari  nel  Mateiano,  i  sepolcii  erano  poverissimi  ed  esclusivamente 
di  cremati. 

E  quando,  fra  il  .\  e  l' viii  sec.  av.  Cr.,  per  gli  elementi  fecon- 
datori venuti  dall'Asia  Minore,  dall'Egeo  e  dalla  Grecia,  la  civiltà 
dei  terramaricoli  erasi  trasformata  in  quella  che  si  convenne  chiamare 
della  prima  età  del  ferro,  nelle  nostre  contrade  meridionali  almeno 
si  abitava  ancora  sulle  palafitte,  come  dimostra  quella  assai  estesa 
che  si  viene  ora  scavando  sul  Sarno  nella  Campania.  Del  resto  non 
vi  ha  in  ciò  nulla  che  debba  sorprendere.  Anzitutto  fino  ad  oggi  non 
si  avevano  notizie  delle  stazioni  italiche  della  prima  età  del  ferro, 
non  essendo  state  mai,  non  dico  esplorate,  ma  nemmeno  cercate.  Poi 
si  ripete  pur  qui  uno  dei  tanti  casi  di  persistenza  dell'antico,  che 
presenta  la  storia  di  ogni  civiltà,  di  ogni  famiglia,  di  ogni  razza:  e 
il  fatto  della  Valle  del  Sarno  non  rimane  isolato  in  Europa.  Megabizo. 
nel  VI  sec.  av.  Cr.,  non  riusci  a  sottomettere  i  Peonii  della  Tracia 
perchè  abitavano  sui  pali  nel  lago  di  Prasia.  le  legioni  di  Traiano 
incontrarono  i  villaggi  sulle  palafitte  tra  i  Daci,  i  Ganci  della  Frisia 

(1)  Nof.  ti.  scali  1900.  pag.  411  seg.  -  Bull,  di  Paletii.  Hai.,  a.  XXVI.  pag.  6 
e  seg.  ;  a.  XXVII,  pag.  12  e  seg. 

]  5  Voi.  evi,  Serie  TV  -  16  luglio  1903. 


:J'2l)  l.E    l'ir    ANTICHE   CIVILTÀ    MEI.l/lTAl.I.V 

li  mantenevano  al  cadere  dell'Impero,  e  sul  Laf>o  di  Paladrù  nel  di- 
jìartinienlo  dell' Isère  duravano  ancora  ai  }>iorni  dei  Carolingi  (I  ). 

Dalle  spiafige  tarantine  alla  Sicilia  il  tiagitto  è  breve,  eppure  i 
conquistatori  delle  contrade  nieiidionali  non  lo  tentarono  e  gli  abi- 
tanti dell"  Isola  continuarono  a  vivere  di  vita  propria  e  indipendente 
fin)  alla  colaniz/azione  greca.  E  come  gli  emigrati  dalla  Valle  Padana 
non  passarono  sulla  Sicilia,  così  non  occuparono  alcun'altra  delle 
isole.  Erano  giunti  per  la  via  di  terra,  e  mai,  nei  giorni  ai  ((uali  mi 
riferisco,  percorsero  qnella  del  mare.  Ecco,  in  breve,  ciò  cbe  oggi  il 
))aletnologo  può  diie  delle  civiltà  dell'Italia  anteiiori  al  primo  mil- 
lennio av.  Gr. 

So  di  non  avere  presentato  un  quadro  completo,  ma  per  ottenerlo 
occorrono  più  estese  esplorazioni.  Non  sono  certamente  pochi  i  pro- 
blemi di  archeologia  primitiva  italiana  ri.soluti  o  quasi  negli  ultimi 
quarant'anni,  ma  di  altri  si  può  dire  non  sia  nemmeno  cominciato 
lo  studio.  Ignoiiamo  ancora,  ad  esempio,  quali  fossero  le  condizioni 
deirEtruria  e  dell'Umbria,  allorché  i  terramaricoli  stavano  alle  sor- 
genti del  nostro  Reno  e  si  dirigevano  inoltre  alle  regioni  meridionali, 
il  materiale  delle  arcaiche  tombe  dei  Colli  .\lbani  e  deirEsqinlino. 
per  le  qnali  si  rendeva  facile  di  presagire  la  scoperta  di  t(uelle  coeve 
del  Foro  Romano  e  di  altri  punti  del  Settimonzio.  ha  mostrato  da 
tempo  che  la  civiltà  laziale  trae  origine  dalla  bassa  Valle  del  Po,  ma 
le  scoperte  frequenti  e  casuali  di  oggetti  caratteristici  dei  terramari- 
coli, che  avvengono  nella  Sabina  e  nella  Marsica,  rimangono  sterile 
invito  a  rintracciare  su  quelle  alture  gli  anelli  che  mancano  alla  ca- 
tena, la  quale  mette  capo  ad  Alba  Longa  e  alla  Roma  quadrata. 

Gli  è  principalmente  a  colmare  lacune  simili,  e  altre  potrei  ci- 
tarne, che  devono  essere  rivolti  gli  studi  e  i  mezzi,  se  vogliamo  che 
l'arclieologo  presti  il  più  alto  servizio  che  da  esso  si  possa  attendere, 
quello  cioè  di  concorrei-e  col  glottologo  e  con  Io  storico  a  scoprire 
come  sia  nata  e  cresciuta  la  nazione  italiana  e  a  mettere  bene  in 
chiaro  le  ragioni  di  quanto  ha  prodotto  attraverso  i  secoli,  affinchè 
dal  confronto  del  passato  col  presente  abbia  essa  gagliardo  conforto 
a  perseverare  nella  missione  che  le  venne  affidata'. 

LlKil  Pkìorixi. 


(1)  Oltre  al  fatto  notissimo  dei  Peonii  riferito  da  Ei-odoto,  veggasi  :  per  la 
Dacia,  CiCHORlL's.  Die  Traiaiissiiiile,  tav.  XX.  XL,  XLI;  per  la  Frisia,  Bull,  di 
Paleln.  Ital.,  a.  VII,  pag.  110  e  seg..  e  Dirks.  De  Terpen  viin  Friculand ;  pel  lago 
(li  Paladrù,  Chantre,  Les  palafittes  on  coiistnictions  lavniitres  dn  lac  de  Paladrn. 


JVIATERNITA 


DRAM.MA     I\     QUATTRO     ATTI 


ATTO  TERZO. 

In  campagna.  —  È  il  pomeriggio  di  una  bella  giornata  settembrina.  Una 
camera  .spaziosa,  nitida,  gaia,  piena  di  aria  e  di  luce.  L'ambiente  è  quasi  rusti- 
cano, ma  raggentilito  da  una  signorilità  semplice  e  modesta.  —  Una  porta  a 
destra,  una  porta  a  sinistra.  Un'altra  porta,  molto  ampia,  a  due  battenti,  si  apre 
nel  mezzo  della  parete  in  fondo  e  scopre  il  verde  scintillante  di  un  folto  pergo- 
lato. A  poca  distanza  dalla  porta,  tra  il  fogliame  della  vigna,  spicca  la  tinta 
biancastra  del  parapetto  d'un  pozzo  e  mettono  un  luccichio  più  vivo  la  secchia 
tersa  e  la  carrucola  che  pende  dal  ferro  arcuato.  —  Un  fìnestrone  è  accanto 
all'uscio  di  fondo  e  s'apre  anch'esso  sulla  vigna.  La  camera  è  mobiliata  per  le 
bisogne  domestiche.  Una  credenza  carica  di  stoviglie,  di  biancheria,  di  posate. 
Qualche  stipo.  Qualche  pianta  di  rosa  in  vaso  grezzo.  Una  piccola  tavola  per 
il  desco.  Una  tavola  grande  coperta  da  un  panno  bianco,  e  sopra  di  essa  alciuie 
scatole  in  cui  sono  ammonticchiati  bavaglioli.  camicine.  cuffiette.  Ticino  a  questa 
tavola  un  cestino  da  lavoro. 


SCENA  1. 
Claudia  e  Teresi.va. 

Claudia  —  {in  piedi  presso  la  tavola   coperta   dal  panno   bianco,  vi 

stende  sa  nastrini,  tulle,  mussola.  È  sola.  Chiama:)  Teresina  ! 
Teresixa  —  {di  dentro).  Signora  ! 

Claudia.  —  Che  non  sia  freddo  addirittura  questo  ferro. 
Teresi.\'.\  —  {entra  portando    un   ferro   da   stirare.    Lo    accosta    un 

po'  alla  faccia).  Per  stirare  robetta  leggera  basta  com'è. 
Claudia.  —  Dammi. 

Teresina.  —  Faccio  io.  So  fare.  Voi  vi  affaticate  troppo. 
Cl.audia.  —  Ma  di  clie  t'impicci  tu?  Non  sono  mica  ammalata,  per 

tua  norma.  {Prende  il  ferro,  lo  strofina  sopra   una  pietra  che  è 

sitila  tavola  e  stira  accuratamente). 
Teresina.  —  Un  poco  ammalata,  siete.  .Ieri,  per  esempio... 
Claudia.  —  Che  ne  sai  di  Jeri  ? 
Teresina.  —  Si  vedeva. 

Claudia  —  (stirando;.  Non  c'era  niente  da  vedere,  hai  capito  ? 
Teresina.  —  Avevate  la  faccia  come  la   carta   che   era   una   pietà  a 

guardarvi. 
Claudia.  —  Ma  che  me  ne  importa  di  Jeri  se  oggi  sto  benissimo?  Sta 

meglio  di  te,  sai. 


5^8  MATEK.VITÀ 

Tekesi.va.  —  Axete  un  l)el  direi  Tutte  le  donne  stanno  mi  pò"  malate, 

quando  fanno  i  figliuoli. 
Claidia.  —  \'oriei  sapere  chi  te  le  insegna  queste  sciocchezze  1 
Teresina.  —  Il  curato. 

Claudia.  —  511  nievaviolio  di  lui  che  parla  di  certe  cose  alle  ragazze. 
Teresixa.  —  Ce  ne  parla  a  fin  di  hene.  Egli  ci  dice  sempre  che  il  fare 
i  figliuoli  è  una  malattia.  [Imif anelo  la  voce  del  curato)  «  State 
attente,  ragazze.  State  attente  a  non  cadere  in  peccato.  Fatelo 
almeno  per  la  salute  ». 
Claudia  —  (sorrkleììclo).  Se  dice  così,  dice  giusto.  Ma  resta  a  capire 
quand'è  che  si  cade  in  peccato. 

Teresixa.  —  Da  noi.  .soltanto  quando  ci  si  marita  non  si  cade  in 
peccato.  Ho  da  liscaldarlo  un  altro  ferro? 

Claudia.  —  No.  grazie.  Non  mi  serve.  Apparecchia  itiuttosto.  e  pensa 
a  darmi  da  pranzo. 

Teresi.na.  —  Ho  già  messo  a  cuocere  i^ceci. 

Cl.\udia.  —  Mi  dai  la  huona  minestra  di  avantjeri  ? 

Teresix.a.  —  Quella  vi  do.  (Apparecrhia  leiitanieiife  indiifiiavclo  (>(ji>i 
IfAììlo  a  parhn-c).  Vi  piacque"? 

Claudia.  —  Molto.  E  mi  ti  raccomando  per  la  carne.  Teresina.  Ricor- 
dati che  devo  mangiarne  spesso:  e  tenera  ha  da  essere. 

Teresixa.  —  Don  Fahiuccio  Nasti,  che  nella  macelleria  del  padre  co- 
manda lui.  me  n"ha  portato  un  tocco  da  f;u-e  alla  cacciatora,  tenero 
come  il  hurro. 

Claudia.  —  Un  quarto  di  chilo  ? 

Teresixa.  —  Pago  sempre  per  tanto:  ma,  siccome  lui  amoreggia  con 
me,  io  ne  profitto  e  me  ne  prendo  di  più. 

Cl.\udia.  —  Ciò  non  va  bene. 

Teresixa.  —  lo  me  lo  sposo. 

Claudia.  —  E  che  vuol  dire  che  te  lo  sposi  .' 

Teresixa.  —  Vuol  dire  che  io  gli  do  più  di  quello  che  ho  preso. 

Claudia.  —  E  della  malattia,  non  ne  hai  paiu'a  ? 

Teresina.  —  Eh!  Presto  o  tardi  ci  si  ha  da  ])assare,  penso  io.  Siamo 
donne  per  questo. 

Claudia.  —  Hai  ragione.  [Ha  finito  di  stirare.  Raccoglie  e  piega  i 
nastriiìi,  il  tulle,  la  mussola).  Si  dice  che  la  Madonna  di  Roccaro- 
mita  ])rotegga  le  mamme... 

Teresixa.  —  Sì  che  le  protegge.  Avete  fatto  hene  a  venirvene  a  Roc- 
ca romita. 

Cl.\udia.  —  Ma  io...  idissittiulaudo)  non  ne  sapevo  nulla.  Ci  sono  venuta 
perchè  qui  ho  trovato  ad  acquistare  questa  casetta  per  pochi  soldi. 

Teresixa.  —  La  Provvidenza  vi  ajuta. 

Cl.\udia  —  {animandosi).  Certo  che  mi  aiuta!  (Il  suo  viso  si  contrae 
ìin  poco.  Iinpaìlidisce.  Ella  si  sorregge  a  una  sedia). 

Teresixa.  —  Lo  vedete?!... 

Cl.vudia.  —  No,  no,  f  inganni. 

Teresixa  —  (corre  a  lei  per  soccorrerla). 

Claudi.\.  —  Ma  no...  Inezie!  (Un  silenzio.  Siede.  Le  passa  sulla  fronte, 
come  un'ombra.  Indi  scuote  la  testa.  Si  rianima).  Ecco.  Più  niente. 
(Si  dispone  a  lavorare  di  cucito). 

Teresixa  —  (terminando  di  apparecchiare).  Frutta  ne  ho  da  comperare? 

CL.A.UDIA.  — E  guarda!  Abbiamo  lì  quel  pò"  pò"  di  uva  mosc^della. 

Teresixa.  —  Se  la  nuova  massaia  non  se  ne  dispiace... 


MATERNITÀ  ^2:29 

Claudia.  —  Non  può  dispiaceri^ene.  L'uso  di  questa  piccola  vigna  me 

lo  sono  riserbato  per  me. 
Teresi.na.  —  Allora,  ve  li  colgo  due  grappoletti  maturi  ? 
Claudia  —  {feslosameute).  Io!  io!  (Si  alza  e  corre  al  pergolato). 
Teresina  —  (citrios((ii(lo,  tocca  e  (juarda  i  nastri,  i  merletti,  le  cuffiette, 

le  carnicine,  i  harafilioli  già  cuciti).  Gli  fate  un  corredo  coi  flocchi 

al  piccino  ! 
Claudia  —  {dal  pergolato,  mentre  accglie  i  grappoli  da  cogliere).  Xon 

guastare.  Teresa. 
Teresixa.  —  Non  guasto,  no.   [Continuando  a   guardare)   Ma  peicliè. 

poi,  tanto  tempo  prima  ".' 
Claudia. — Com'è  bionda!  Seml»ra  tutta  sparsa  di  polvere  d'oro  (Tor- 
nando con   i  grappoli  in  mano  e  assaggiando-qualche  chicco  d'uva} 

E  com'è  dolce!  Prendi.  Teresa. 
Teresixa  —  (stacca  anche  lei  (fitalche  chicco  e  gusta).  Dolce  assai. 
Claudia  —  (mette  l'ara  sulla  tavola  da  pranzo  e  si  asciuga   le  dita, 

alla  tovaglia). 
Teresixa.  —  A  voi  che  ve  ne  paie"/    Saia    un    maschio   o    sarà    una 

femmina  '? 
Claudia    —  (stringendosi  nelle   .'spalle,  tutta   sorrisi    in    volto).    Mah  ! 

(Siede  presso  il  cestino). 
Teresixa.  —  Non  ce  l'avete  messa  1"  intenzione  .' 
Claudia  —  (infilando  l'ago).  No. 
Teresixa.  —  Quando  sarà  il  momento,  io  ce  la  metterò,  percliè  il  piimo 

figlio  lo  voglio  maschio. 
Claudia  —  (cominciando  a  ornare  una  cuffìeitu).  E  se  lo  sposo  ce  ne 

metterà  un'altra  .' 
Teresixa.  —  L'intenzione  dell'uomo  non  conta. 

Cl.audia.  —  Ah  no"?  (Si  volta  e  la  guarda).  E  questo  clii  te  l'ha  in- 
segnato ! 
Teresixa.  —  Nessuno.  Lo  so  da  me. 

(Si  odono,  di  dentro,  tre  colpi  alla  porta). 
Claudia.  —  Picchiano.  Teresa.  Sono  tie  col|ii.  Saia  il  signor  .Maurizio. 

Va  ad  aprire. 
Tereslva.   —  Vado.  (Esrr  a.  sinistra). 

[Un  silenzio). 
Teresixa  —  (senza  comparire,  dalla  .ifanza  attigua),   fi  lui:  il  signor 

Maurizio. 
Claudia  —  (celiando).   La  marchesa  non  riceve. 


SCENA  11. 
Claudl^  e  Maurizio. 

Mairizio  —  'porta  gli  occhiali  verdi.  Inilossa  un  costume  dalle  tinte 
gaiette  e  un  paltoncino  col  bavero  alzato.  Entrando)  Riceviate  o 
no,  io  sono  qua. 

Claudia.  —  Ancora  ? 

Maurizio.  —  Come  ancora'!  È  un  pezzo  ciie  non  mi  vedete. 

Claudia.  —  Da  jeri  l'altro. 

Maurizio.  —  Ma  non  da  Jeri.  Ce  n'era  alibastanza  per  credere  che  voi 
aveste  il  ]iiii  vivo  desidei'io  di  vedermi. 


^30  MATEUNITÀ 

Claudia.  —  \'enite  (}ua.  iSedete.  {(IH  porue  la  mano,  die  MaHvh'm 
strhnjc  con  tiiU'o  due  le  sue). 

Maurizio  —  {phiìia  mia  seiìia  e  sta  per  sedere  accanto  al  cestivo). 

Claudia.  — Toglietevi,  per  favore,  quel  imlef ot,  que^M  occhiali...  Siete 
opprimente  cosi  imbacuccato  ! 

Maurizio.  —  Gli  occhiali  me  li  tolgo  ;sui)ito.  pei  che  qui  dcatro,  se  iJio 
vuole,  polvere  non  ce  n"è.  Ma  quella  strada  maestra!...  L'altro 
jeri  mi  sono  rovinato  gli  occhi.  Guardate  (|ui  {alìanjaìido  le  pal- 
pebre con  Ir  dita).  Ho  mia  minaccia  di  congiuntivite!  Lasciare  le 
strade  maestre  in  quello  stato  è  iin"infamia!  .Ma  che  cosa  tanno  i 
consiglieri  della  Provincia':"  (Ilic  cosa  fanno  i  depulafi/  Clie  cosa 
fanno  i  ministri?  (Siede). 

Claudia.  —  E  il  paletot 'ì 

-Maurizio.  —  No.  vi  domando  perdono,  ma  il  paletot  per  ora  mi  ab- 
bisogna. Ho  fatto  di  eorsa  quesfultimo  tratto  di  via,  che  mi  sembra 
il  Calvaiio,  e.  se  non  mi  sbaglio,  sono  un  tantino  sudato.  Aggiun- 
gete poi  che  questa  non  è  mica  una  camei-a  :  è  un  ventilatojo. 

'Claudia.   —  Potevate  fare  a  meno  di  correre. 

Maurizio.  —  Eh  !  di  tante  cose  si  potrebbe  fare  a  meno  ! 

■Claudia.  —  Per  esempio^? 

Maurizio.  —  Per  esempio,  di  venire  fin  cpiassii  Ire  volte  la  settimana. 

Claudia.  —  Perchè  ci  venite  .' 

Maurizio.  —  Io  non  lo  so. 

Claudia.  —  {ridendo  un  po').  Ali.  ali.  ali  ! 

Maurizio.  —  Che  c'è  da  ridere.' 

■Claudia.  —  Ricordavo...  le  tre  volte  la  settimana  di  Olghina  :  lunedi, 
mercoledì  e  venerdì. 

Maurizio.  —  Ma  che  confusione  late  ! 

Claudia  —  {graziosamente,  dopo  nna  pausa).  Come  sta  .' 

Maurizio.  —  Sta  bene.  Credo  che  stia  bene. 

Claudia.  —  Sempre...  tre  volte  la  settimana  ' 

Maurizio.  —  No,  no. 

Claudia.  —  Due  volte? 

Maurizio.  —  Nemmeno. 

Claudia.  —  Una  sola"'!...  Povero  .Maurizio! 

Maurizio  —  {con  comico  risentimento).  Vi  prego  di  credere.  Donna 
t;iaudia... 

Claudia.  —  Andiamo,  non  vi  arrabbiate,  che  anzi  io  mi  congratulo 
che  siate  divenuto  più  saggio. 

Maurizio.  —  Piìi  saggio!  ..  Chi  può  dirlo  poi  se  è  proprio  saggezza".' 
La  verità  è  che  tutta  questa  storia  mi  ha  scombussolato.  Ci  pen- 
sate voi  che  quando  verrà  pronunziata  la  sentenza  di  separazione 
tra  voi  e  vostro  marito  non  ci  sarà  un  cane  il  qu.Ue  non  avrà  la 
convinzione  che  io  sono  il  vostro  amante  e  anche  il...  Mi  ca- 
pite, eh".' 

Claudia.  —  La  vedt^te  (|iiesla  cuftiettiiia  com'è  caiuccia.' 

Maurizio.  —  La  vedo  si.  la  vedo. 

Claudia.  —  E  un  amore! 

.Maurizio.  —  I']  tanto  caruccia.  sì.  ma  datemi  retta.  .\ou  si  tratta  duna 
bazzecola.  È  un  fatto  d'una  gravità  singolare,  singolarissima.  Io 
sarò  in  una  falsa  posizione  vita  naturai  durante. 

Claudia  —  {con  la  massima  calma,  lavorando  a  un'altra  ciiffiefta).  Il 
vostro  nome  non  verrà  fuori.  Voi  sareste  forse  indiziato  se  ci  fosse 


MATERNITÀ  231 

un  sincero  dibattito  in  tribunale.  Invece,  no,  sarà  tutta  una   mi- 
rabile tìnzione,  perchè  mio  marito  ed  io  ci  siamo  messi  d'accordo. 

ilAURizio.  —  Ma  visto  che  d'accordo  avete  stabilito  di  dimostrare  che 
vostro  figlio  non  è  suo,  il  naturale  candidato  alla  paternità  ho  il 
piacere  di  essere  io.  È  chiaro. 

Claudia  —  (sensa  dorsi  ìiessima  pena).  Ma  no! 

Mal'rizio.  —  Sentite,  Donna  Claudia,  questo  figlio  deve  pur  averlo  fatto 
qualcuno. 

Claldi.a.  —  {con  un  sorrisetto  honario).  Ecco  quello  che  vi  nego. 

Maurizio  —  {scattando  in  piedi).  Quando  si  arrivano  a  dire  di  queste 
enormezze,  non  e'  è  più  nulla  a  sperare  dalla  logica  umana  ! 

Claudia  —  {graziosissimamente).  Non  urlate.  Nunù.  perchè  gii  urli  mi 
guastano  l'appetito. 

Maurizio.  —  Chi  è  Nunù? 

Claudia  —  {rifacendo  le  voci  e  i  gesti  del  primo  atto).  «  Addio.  Nini  !  » 
-  «  Addio,  Nunù!  ».  {Ride). 

Maurizio  —  (rammentandosi).  Ah  !...  Ve  ne  ricordate"?  (Facendosi  serio) 
E  da  allora,  purtroppo,  sono  cominciati  i  guai! 

Claudia  —  {ride  più  forte). 

Maurizio.  —  Ma  voi  ridete  sempre.  Donna  Claudia  I 

Claudia,  —  Oh  Dio  !  Non  dovrei  ridere  neppure  ])ensando  a  quel  servo 
imbecille,  che.  secondo  voi.  riconoscendomi  per  la  marchesa  di  Mon- 
tefranco,  mi  avrebbe  terribilmente  compromessa  ?  Vedete  come  sono 
mutate  le  cose.  Adesso,  voi  medesimo  venite  quassù,  da  me...  tre 
volte  la  settimana,  affrontando  la  polvere,  il  caldo,  il  vento,  il  freddo, 
e  mi  compromettete  con  la  i)iù  spensierata  disinvoltura. 

Maurizio  —  {sedendo  di  nuovo).  Voi  scherzate,  e  intanto  vi  assicuro 
che  più  o  meno  queste  stesse  parole  io  me  le  dico  senza  punto 
scherzare  quando  ci  penso.  Non  è  precisamente  della  compromis- 
sione ufficiale  che  io  mi  preoccupo.  Oramai  quella  lì  è  un  incidente 
esaurito.  Ma  c'è  una  compromissione  di  altro  genere... 

Claudia.  —  Che  riguarda  me"? 

Maurizio  —  {facendosi  sempre  piii  serio).  No,  non  riguarda  voi.  Per- 
chè, sappiatelo,  non  tutti  gli  uomini  sono  come  sembrano!-... 

Cl.\udia.  —  Bella  novità! 

Maurizio.  —  Io  sembro  uu  vecchio  fannullone,  un  vile  cultore  del 
proiuio  lienessere,  di  quel  benessere  mediocre  e  jiedestre,  che  non 
corre  nessun  rischio  in  mezzo  agli  urti,  alle  grida,  alle  attlizioni, 
alle  lagrime  dell'umanità  sofferente,  e  che,  da  altra  parte,  non 
aspira  alle  grandi  gioie,  ai  godimenti  supremi,  e  non  li  rasenta 
mai.  Io  sembro  un  uomo  fatto  con  la  ricetta  :  tanto  di  prudenza, 
tanto  d'indifferenza,  tanto  di  bontà,  tanto  di  debolezza,  tanto  di. 
virtù  e  tanto  di  vizio,  e  il  tutto  mescolato  bene  e  riscaldato  a 
liagnomaria.  Io  sembro,  insomma,  e  sono  forse  stato,  ne  convengo. 
la  negazione  di  ciò  che  rende  la  vita  molto  bella  o  molto  brutta, 
(li  ciò  che  la  rende  movimentata  e  profonda,  di  ciò  che  la  distrugge 
o  la  ravviva,  che  l'abbassa  fino  al  fango  o  la  eleva  sino  al  Cielo: 
(con  slancio)  ma  io.  Donna  Claudia... 

Claudia  —  {interrompendo    apposta   e  mostrandogli  la   seconda  ciif- 
fietta).  Vi  piace  quest'altra  col  nastrinuccio  celeste"? 
{Una  breve  pausa). 

Maurizio  —  {con   un  po'  di  tristezza  interiore).  Si.  mi  piace. 


::>3:2  MATERNITÀ 

Claidia  —  coM  molta-  animazione).  Ce  n'  è  di  tutti  i  e;usti.  Guai- 
date  !  guardate!  (Prende  la  scatola  riborrmilr  lìi  riiffirtfp\. 

Maikizio.  —  Ditatti,  ce  n"  è  moltissime. 

Ci.ALDiA.  —  E  ce  ne  saranno  anche  di  i<iù. 

.Maurizio.  —  Ma,  tanto  per  sapere,  quanti  tJKliuoli  conlate  di  mettere 
al  mondo  in  una  volta  sola? 

Olai'dia  —  (con  tenerezza  soave).  Uno.  mio  buon  Maurizio,  che  sarà 
tutto  il  mio  mondo  ! 

Malrizu).  —  Ecco...  Quando  dite  queste  cose,  con  quella  voce,  con 
quel  certo^non  so  che  di  dolce  e  di  commovente...  è  un  affai'e  serio  ! 
Io  ne  piglio... 

Claldia.   —    Una  malattia! 

y.lw'RiziO  —  [la  commozione  ([itasi  io  rinrp  sud  mahiraiìo).  No!  Doiuia 
Claudia,  devo  convenire...  che  ne  piglio  un  jioco  di  buona  salute. 


SCENA  III. 
Claidia.  .\ÌArRizi()  r  Terksi.va. 

Teresixa  —  (di  dentro).  Signora!  (E  tossisce  come  per  meglio  aveer- 
tire  della  sua  presenza). 

Ci-vroiA.  —  Cosa  e" è? 

Teresixa  —  (di  dentro).  Posso  entrale' 

Cl.AUDI.\  —  (a  Maurizio,  sorridendo  della  reticenza  di  Teresina).  Che 
ne  dite?  Può  entrare? 

Maurizio.  —  Come  vi  divertite  a  mie  spese!  (Levando  la  voce  e  ten- 
tennando la  testa  in  segno  di  pazienza)  Entra  pure,  ragazza,  che 
non  ci  disturbi. 

Teresixa  —   (entra  con  la  zuppiera  famanie). 

Clal'di.\  —  {continaando  la  celia  -  a  Teresina).  Perchè  hai  doman- 
dato se  potevi  entrare'? 

Teresixa  —  (indicando  Maurizio).  Eh!...  Quando  c'è  lui... 

.Maurizio.  —  No,  sai,  ti  sbagli  ! 

Teresixa  —  (mettendo  la  zuppiera  in  tavola).  Mi  ]iien(lete  per  allocca"? 
Ma  io  lo  capisco  quello  che  siete. 

.Maurizio    —  E  inutile:  ne  è  convinta  anche  lei! 

Claudia.  —  .\lmeno  per  galanteria,  non  dovreste  lamentarvene. 

Maurizio  —  (alzandosi).  Si.  sì.  Buon  jiranzo!  lo  vi  lascio. 

Claudia  —  (preparando  in  fretta  un  altro  coperto).  No,  no.  Qui.  ac- 
canto a  me.  \'i  offro  una  minestrina  paesana,  che  è  un  piccolo 
capolavoro. 

.Maurizio.  —  Non  è  ora  mia.  Donna  Claudia.  \"i  ringrazio. 

Claudia.  —  In  campagna  si  può  mangiare  a  tutte  le  ore. 

.Maurizio.  —   Mijfarà  molto  male,  lo  so.  Ho  anche  l'emicrania   oggi. 

Claudia.  —  Sedete  e  mangiate.  Senza  discussio:ie,  e  sopratutto  senza 
paletot. 

Teresixa.  —  Evvia.  non  \i  fate  ])regare,  che  dovreste  essere  voi  a 
pregar  lei. 

.Maurizio.  —  Santa  pazienza!  (.S7  toglie  il  paltoncino  e  siede  a  tavola). 

(ii.AUDiA.  -  Svelta,  Teresa.  Taglia  il  pane  e  cerca  nella  credenza  una 
bottiglia  di  Gragnaiio  rosso. 

Teresixa  —  (esegue). 


MATEUXITÀ  i233 

Ilaudia  —  {seriiendo  la  ìninesti-a).  Sentite  che  odore?  Roba  sana!  E 
bisogna  mangiarla  calda  calda,  {rnsistemlo}  Non  fate  laflreddare. 

ilArRizro.  —  Ho  capito  !  (Assaggiando)  Non  avete  torto,  sapete.  Sarà 
forse  la  suggestione,  ma  giurerei  di  non  aver  mai  provato  una  mi- 
nestra squisita  come  questa. 

Claudia.  —  E  se  aveste  la  fame  die  lio  io! 

iIaurizio.  —  È  un  piacere  vedervi  a  tavola  con  tanto  ardore  ! 

jLAUDia  —  Teresa!  Tei-esa!  Bada  alla  carne.  Non  troppo  cotta,  mi  lac- 
comando. 

Peresina  —  {via). 

iIaurizio.  —  Non  vi  si  riconosce  più.  Non  so...  Siete  tutfaltra  donna! 

vLAi'DiA.  —  E  dite,  dite  la  verità:  d'aspetto  come  mi  trovate.' 

Iaurizio.  —  Attraentissima! 

If^audia.  —  Che  c'entra! 

Iaurizio.  —  Vi  trovo  colorita,  fresca,  luminosa,  inagnitìca.  E  mi  pare 
che  tutto  que.sto  sia  attraente. 

Claudia.  —  E  Jeri,  invece,  quel  vecchio  gufo  del  dottor  Berner.  di- 
cendomi delle  parole  sibilline,  mi  guardava  con  certi  occhi,  che 
per  un  momento  mi  fecero  sospettare  d'essere  diventata  un  cencio. 

Iaurizio.  —  Come  vi  saltò  il  ticcliio  d'andare  dal  dottor  Berner? 

Claudia.  —  Volli  consultarlo. 

Iaurizio.  —  Eravate  molto  sofferente? 

Claudia  —  {con  urgenza,  eccitandosi).  No!  Poco,  jiochissuno...  Quasi 
niente!  Ve  lo  accerto,  Maurizio:  quasi  niente... 

Taurizio.  —  Ne  sono  persuaso,  che  diamine!  E  aiipunto,  dicevo,  non 
era  il  caso  di  recarsi  apposta  in  città  per  consultare  un  pezzo 
grosso. 

;laudia.  —  D'altronde,  io  non  ho  nessuna  esperienza.  Il  dottor  Ber- 
ner mi  ha  vista  nascere...  È  uno  specialista  di  gran  fama...  Mi 
parve  abbastanza  naturale  ])rofittare  dei  suoi  consigli. 

Iaurizio.  —  13  questi  consigli? 

Ilaudia.  —  Non  me  ne  dette. 

Iaurizio.  — .  Meglio. 

Ilaudia.  —  Soltanto,  con  la  sua  consueta  aria  d"  importanza,  mi  pro- 
mise che  sarebbe  venuto  domani  a  vedermi  qui.  Ma  mi  annoia  la 
sua  visita,  lo  non  lo  riceverò. 

[aurizio.  —  Scrivetegli  piuttosto  di  non  venire. 

!laudia.  —  E  se  poi...  {Si  rattrista  ad  un  tratto)  Se  poi...  avesse  a 
dirmi  qualche  cosa  di  molto  serio? 

Iaurizio.  —  Non  cominciate  a  farneticare  adesso,  peicliè  su  cfuesto 
terreno  oggi  non  me  la  sento  di  seguirvi.  Io  non  sono  uno  spe- 
cialista... Ciò  è  incontestabile.  Ma  se  io  vi  dico  che  non  siete  mai 
stata  così  florida  e  forte,  potete  contarci. 

Ilaudia.  —  Giuratemi  che  non  m'ingannate. 

Iaurizio.  —  Ve  lo  giuro. 

Ilaudia —  {esaltandosi).  Sì,  si.  vi  credo...  vi  credo!...  \'oi  siete  un 
amico  incomparabile,  voi  siete  un  angelo,  e  io  vi  credo.  Ma  tutti 
i  farfalloni  neri!  Mangiamo,  beviamo...  Beviamo  tanto  da  ubbria- 
carci.  {Versando  il  vino)  Non  vi  volete  ubbriacare  voi"? 

I.AURizio  —  (esaltandosi  uncìie  lui).  Ma  si  che  voglio  ublìriacarmi. 
perbacco  ! 

Ilaudia.  —  Vi  abbraccerei. 

'eresina  —  (di  dentro,  tossisce  per  prudenza  e  doiitanda:)  Posso  entrare'? 


^34  MATERNITÀ 

Claudia  —  (prorompe  in  una  riscifa).  Ali.  ah,  ali! 

Mal'rizio.  —  È  esasperante! 

Claudia  —  (ride  clamorosutuente). 

Maurizio.  —  Entra  !  entra  !  entra  !  AHlizione  ! 

Claudia.  —  Ma  questa  volta,  sensate,  poteva  anche  aver  ragione.  Stavo 

per  abbracciarvi... 
Maurizio.  —  Magari! 

Teresina  —  (entrando).  Carne  poco  cotta.  (Mette  la  carne  in  tavola). 
Claudia.  —  Bravissima  !  (Beve  cì'iin  fiato.  Poi  a  Maurizio)  K  voi'.' 
Maurizio.  —  Eccomi.  {Inaolla  un  liicchier  di  vino). 
Teuesina  —  (camhia-i  piatti). 

SCKXA  1\  . 
Claudia.  Maurizio.  Teresina.  Rosalia. 

Rosalia  —  (compari. "ice  sotto  il  peryolato  e  si  ferma  di  là  dalla  soglia, 
timidamente.  Ha  in  tn-accio  il  himho  lattante  e  porta  con  una  mano 
una  canestra  piatta,  verdegfjiante).  Signora  bella! 

Claudia  —  (voltandosi i.  Oh!  Rosalia".'  lA  Maurizio i  È  la  nuova  mas- 
saia che  è  venuta  jeri.  Tanto  eara  !  .1  Rosalia/  Favorisca  la  nostia 
vicina,  favorisca  ! 

Rosalia.  —  Non  voglio  darvi  fastidio,  signora  bella.  Ho  qui.  jter  voi. 
un  po'  di  giuncata  fatta  or  ora.  Se  non  vi  offendete... 

Claudia  —  (battendo  le  mani).  La  giuncata f  Che  delizia  !  Accetto  con 
entusiasmo!  Voi  avete  avuta  un'idea  sublime! 

Rosalia  —  (restando  iìi  fondo).  Era  dovere.  Ieri,  signora  bella,  diceste 
che  avevate  desiderio  di  giuncata.  E  due  e  tre  volte  lo  diceste.  E 
dagli  occhi  si  vedeva  che  era  vero.  Non  volevo  avere  scrupoli  di 
coscienza.  Ne  ho  fatti  cinque  dei  figli,  e  dispiaceri  non  ne  ho  avuti, 
perchè  la  gente  che  mi  stava  attorno  ci  badava  a  queste  cose.  Ma 
mia  sorella,  la  più  grande,  poveretta,  per  un  desiderio  di  len- 
ticchie -  che  nessuno  se  n'accorse  -  non  ebbe  neanche  il  tempo 
di  raccomandansi  alla  Madonna,  e  all'impensata  fece  il  tìglio  morto. 
Uno  strazio  che  non  vi  so  dire! 

Claudia  —  (si  ra>niiicola  e  fissando  gli  occhi  nel  vuoto  resta  per  un 
istante  assorta). 

Maurizio  —  (se  ne  avvede  e  vorrebbe  distrarla).  Avanti  la  giuncata, 
Teresina  ! 

Claudia  —  {scuotendosi  e  cercando  di  dominarsi i.' A.\aniil  avanti! 

Maurizio.  —  Ne  ho  desiderio  anch'io  e  me  ne  voglio  fare  una  scor- 
pacciata. Non  si  sa  mai  ! 

Claudia.  —  Prendetene,  prendetene  tanta  ! 

TeresiNìV  —  (mette  in  tavola  la  giuncata). 

Maurizio  —  (ne  riempie  il  sao  piatto/. 

Claudia  —  {contemjioraneamente  ne  cava  dalla  canestra  a  grosse  cuc- 
chiajate  e  se  le  caccia  in  bocca  come  per  avidità).  Buona. 

Ros.\LiA  —  (accommiatandosi/.  Con  permesso... 

Claudia.  —  Restate  ancora  un  poco.  Rosalia.  Posso  offrirvi  un  bic- 
chiere di  vino/ 

Rosalia.  —  No,  a  stomaco  digiuno  non  ne  bevo.  (Accennando  al  bimbo) 
Questo  qui  me  lo  proibisce. 

Claudia.  —  È  lui  il  tiranno? 


MATERNITÀ  -130 

iSALiA.  —  Comanda  lui.  :>"inteiKle. 

AUDiA.  —  E  avvicinatevi.  Mi  fate  venire  il  torcicollo. 

iS.\iJA.  —  Ho  dietio  di   me  un   mezzo   reggimento,  signora    bella... 

Me  ne  devo  andare. 
ACDiA.  —  Gli  altri  bimbi,  forse.' 
1S.A.LIA.  —  Uno  è  a  casa  con  la  febbre... 
ALDiA.  —  Con  la  febbre"?  Verrò  subito  a  fargli  una  visita. 
iSALiA.  —  Non  è  niente.  È  febbre  di  crescenza.  E  ce  n'è  voluto  per 

farlo  stare  a  letto.  Ma  ci  sono  gli  altri  tre.  che  non  mi  lasciano 

un  momento. 
AroiA.  —  Io  non  li  vedo. 
iSALiA.  —  Si  nascondono,  perchè  hanno  vergogna.  E  poi  son  sudici 

che  paiono  usciti  da  un  fumaiuolo. 
AuniA.  —  Non  imporla.  Fatemeli  vedere. 
isALiA  —  (voltandosi  e  cliiamaiido  con  la  voce   e  -col  gesfo).   Venite 

qua...  La  signora  vi  perdona  che  siete  in  quello  stato.  La  signora 

bella  non  vi  sgrida.  Venite  qua! 
{Tre  himhi  paffuti,  (/rasiosi.  scahi.  con   indosso  dei  brandelli  di 

panni  contadi iiesclii.  sgusciano  d((l  pergolato  e  si  aggrappaìio  con 

ambo   le    manine   alla  goìina   di   Rosalia    e    sogguardano  Donna 

Claudia  in  un  misto  di  curiosità  e  di  timor  panico  infantile). 
.AUDiA  —  {alzandosi  ancora  con  la  bocca  piena  di  giuncata).  Eccoli 

li,  finalmente  ! 
iSALiA  —  {ai  bimbi I.  Ohe.  che  stracciate  la  veste  a  mamma? 
.\uniA.  —  Come  li  avete  fatti  bene.  Rosalia! 
iSALiA.  —  Andate  a  baciare  la  mano  alla  signora. 
AL'DiA.  —  Niente  affatto!  Ci  penso  io.  invece,  a  tempestarli  di  baci. 

{Corre  a  loro  ricaccinenfe  come  per  afferrarli). 

(I  baìnbiui  fuggono,  riempiendo  l'aria  di  piccole  grida). 
-AUDiA.  —  Voi  fuggite,  ma  io  vi  raggiungo,  e  faremo  la  guerra  !(  i^/ 

rincorre  e  sparisce  tra  il  fogliame  i. 
.  VOCE  d'un  bimbo.  —  Non  mi  pigli  !  non  mi  pigli  ! 
>SALiA.  —  Cattivacci! 
.  VOCE  DI  Claudia  —  {allontanandosi}.  Che  guerra  che  faremo! 

{Si  ode  lo  strepito  gaio  dei  bimbi  che  scappano). 
a'Rizio  —  {ar.dando  rerso  il  fondo).  Donna   Claudia!  Non    vi   scal- 
manate cosL  benedetto  Dio.  È  aria  di  raftreddori! 
)SALiA  —  («  Maurizio).  È  buona  come  la  Madonna  la  vostra  signora. 

Ve  la  possiate  godeie  per  cento  anni! 
LIRIZIO.  —  Auff! 

)SAi.iA  —  {va  via  ripetendo:)  Cattivacci!  cattivacci! 
vuRizio.  —  Per  quest'altra  io  sono  a  dirittura  il  marito! 
RESINA.  —  Che  aspettate  per  sposarla? 
kURizio.  —  Sta  zitta  tu.  non  m'irritare. 
iRESiNA.  —  Quando  non  avevate  \oglia  di   sposarla,   non   dovevate 

essere  così  imprudente  ! 
URizio.  —  Fammi  la  grazia,  Teiesa.  vattene  in  cucina. 
;resixa.  —  Ho  da  s]iarecc.hiare. 

tURizio.  —  Non  vedi  che  la  signora  ha  da  mangiare  ancora  la  carne"? 
;resina.  —  Non  la  mangerà  più.  Siete  voi  che  le  fate  perdere  l'appetito. 
LURizio.  —  Non  irritarmi.  Teresa,  e  non  mi  ballare  dinanzi  agli  occhi 

che  mi  si  aggrava  il  mal  di  capo.  Ho  due  chiodi  qui!...  (Si tocca 

le  tempie). 


~2'.MÌ  .MATKMMTÀ 

Teresixa  —  (portando  ria  il  piatto  con  la-  var>ie).  He  tossi  stata  io... 
Maurizio.  —  Vaitene  in  (ucina! 

Teheslxa.  —  Neanclie  un'un^liia  mi  sarei  fatta  toccare!  lEscc  a  xiitisfra). 
La  voce  di  Claudia  —  {cliiamninio).  .Maurizio! 
.M.MRizio  —  (rispondendo).  Donna  Claudia! 

La  voce  di  Claidia.  —  lo  vado  a  casa  di  Rosalia  i>er  vcdeie   il  pic- 
cino infermo.  X'olete  venire"? 
.Maikizio.  —  Crazie,  no. 

La  voce  di  Claudia.  —  \\  la  passefr^iatiiia  del  di)|M>  |iiaii/.ii  .' 
-Mviiuzio.  —  La  faccio  al  coperto. 

La  voce  di  Claudia.  —  Torno  fra  dieci  minuti.  .Mi  aspettale.' 
.Maurizio.  —  Vi  aspetto. 

(Aììcora.  piìi  tontano,  il  gridio  dei  hiinhi). 
La  voce  di  Claudia.  --  Clie  giieiia  che  faremo  se  vi  piylio  ! 


SCENA   V. 
Teursina.  Maurizio.  .Vlkredo. 

Teresi.xa  —  {rntr(i}ido  in  fretta).  Sijrnore  !  signore!  C'è  un  signore 
elle  vuol  parlare  alla  signora. 

Maurizio  —  {perplesso).  Dio  mio!  Sarà  il  dottor  Berner.  Digli  chela 
marchesa  non  è  in  casa,  ma  che  torna  suliito.  K  intanto  può  fa- 
vorire, se  vuole. 

Alfredo  —  {dalla  sinistra).  Ti  ringrazio  del  permesso... 

Maurizio  —  {vivamente  sorpreso).  Sei  tu! 

Teresixa  —  (esce). 

Maurizio.  —  Io  non  pote\o  immaginare  che  fossi  proprio  tu. 

Alfredo.  —  lo,  al  contraiio,  avevo  immaginato  di  trovaiti  qui.  {Os- 
serva i  due  coverti).  .Non  ti  confondere.  )>erchè,  anzi,  io  ci  con- 
tavo sulla  tua  presenza.  E  il  caso  è  stato  provvidenziale.  Sono 
giunto  a  pranzo  finito,  e  mia  moglie  è  fuori.  Ciò  mi  dà  agio  di 
|)a ilare  con  te  invece  che  con  lei.  E  sarà  bene. 

.Maurizio.  —  Tua  moglie  è  andata  a  far  visita  alla  ma.ssaia  di  questo 
podere.  Oi'a  te  la  chiamo,  te  la  faccio  venire,  e  io  me  ne  vado  in 
santa  pace.  {Piglia  il  cappello  e  .^i' avvia  verso  il  fonilo). 

Alfredo  —  {feriuaniente).  Tu  non  la  chiamerai,  e  avrai  la  compiacenza 
di  ascoltarmi.  (Poi,  con  mitezza)  Vedrai  che  ho  avuto  ragione  di 
contare  su  te. 

.Maurizio  —  {resta  titubante,  interdetto). 

Alfredo.  —  Sieili  e  sfammi  attento. 
(  Siedono  amhedne i. 

.\lfredo.  —  Suppongo  che  tu  sajipia...  che  le  pratiche  per  la  separa- 
zione legale  saranno  fra  hreve  iniziate. 

Maurizio.  —  Lo  so. 

Alfredo.  —  Xè  puoi  ignorare  che  lo  scopo  essenziale  a  cui  tende  mia 
moglie  con  la  separazione  non  è  davvero  «piello  di  sottraisi  alle 
formalità  duna  unione,  la  quale  sarebbe  diventata  sempre  più 
etimera  ed  innocua.  Ella  vuole  sopprimermi  utticialmente  come 
marito  soltanto  per  sopiìrimernii  come  padre.  Ciò  sarebbe  evidente 
anche  se  ella  non  lo  avesse  più  volte  aftermato.  E  giacche  suo 
tiglio,  a  quanto  ella  asserì  con  tanta  insistenza,  non  è  mio  figlio, 
io,  a  sangue  freddo,  non  ho  potuto  che  accondiscendere  al  riscattc 


MATERNITÀ  237 

■da  lei  sognato.  In  queste  condizioni,  il  .separarsi  legalmente  non 
è  un  fine  :  è  im  mezzo.  1  termini  sono  invertiti.  .Von  è  già  clie 
bisogna  provare  l'adulterio  pei'  separarsi,  ma  bisogna  separarsi  per 
provare  l'adulterio.  Bisogna  cioè  procedere  allo  scandalo  d' ima 
separazione  per  adulterio  affinchè  venga  proclamato  dinanzi  a  lei, 
dinanzi  a  me,  dinanzi  alla  società,  dinanzi  alla  legge,  che  io  non 
sono  il  padre  della  sua  creatura. 

;rizio  —  (vivissimamente).  Xon  avresti  dovuto  accondiscendere. 
KEDO.  —  Io  ho  avuto  anzitutto  l'intenzione  di  riconoscere  tutta  la 
nobiltà  che  è  nella  sua  monomania  di  madre. 
•Rizio.  —  Tu  hai  accondisceso  quando  hai  pei'duto  ogni   speranza 
di  riconquistare  tuo  zio  e  quando,  data  la  tua  diffidenza,  non  ve- 
devi nel  figlio  di  tua  moglie  che  un  cumulo  di  grattacapi. 
REDO.  —  Ma  sono  state  ajipnnlo  la  sua  follia  e  la  sua  ostinazione 
che  hanno  soffiato  in  quella  diffidenza  per  mutarla   in   convinci- 
mento. 

jRizio  —  {(IH ima» dosi)  Se  tu  fossi  stato  un  uomo  degno  di  lei... 
REno  —  (iììfprromjirndo  co»  severità).  Bada  che  non  permetto  a  te 
di  farmi  delle  |)rediche  ! 

■Rizio.  —  Sei  tu  che  hai  desiderato  di  parlare  con  me,  e  adesso, 
perdinci,  non  m'impedirai  di  dirti  tutto  quello  che  mi  passa  pel 
capo.  Ah  no  i  Non  mi  trovi  più  disposto  a  farti  da  pertichino. 
Le  vicende,  a  cui  ho  assistito  e  nelle  quali  mi  son  trovato  com- 
plicato per  un  capriccio  del  caso,  mi  hanno  scosso  dal  mio  tor- 
pore e  mi  hanno  costretto  a  pensai'e  e  a  sentire,  rivelando  alla 
mia  coscienza  un'  anima  non  completamente  frigida  e  un  cer- 
vello non  completamente  fossilizzato.  Se  tu  fossi  stato  un  uomo 
degno  di  lei,  ella  non  avrebbe  mai  concepita  l'idea  di  emanci- 
pare la  sua  maternità  e  di  staccare  radicalmente  da  te  la  siui 
creatura.  Visto  che  la  maternità  è  stata  l'ideale  e  la  meta  della 
sua  esistenza,  ella  non  ])oteva  tollerare,  nel  fatto  compiuto,  l'in- 
tervento di  un  uomo  che  non  aveva  avuta  nessuna  qualità  per 
essere  marito  e  che  aveva  dubitato  di  lei  come  di  una  sgual- 
drina e  aveva  aspettata  la  nascita  di  un  figlio,  magari  adulterino, 
per  farne  lo  strumento  della  sua  venalità.  L'orrore  suscitato  in  lei 
dalle  miserie,  di  cui  tu  minacciavi  il  suo  altare,  ha  spinto  il  suo 
culto  sino  al  fanatismo,  ha  spinto  il  suo  attaccamento  sino  all'eb- 
brezza di  credere  e  mostrare  che  la  paternità  è  un  incidente  del 
tutto  trascurabile  e  che  su  questo  mondo,  al  conspetto  dei  figli, 
non  ci  sono  che  delle  madri  !  Ella  non  è  più  la  donna  che  procrea 
ed  è  felice  di  procreare  come  tante  altre.  No.  < Eccitandosi  e  com- 
movendosi) Ella  è  la  personificazione  imponente  e  raggiante  della 
maternità;  e,  nel  fenomeno  singolare  della  sua  meravigliosa 'mo- 
nomania, si  concentrano,  allo  stato  acuto,  gl'istinti,  i  diiitti,  le 
aspirazioni,  le  passioni,  le  gelosie  e  le  cupidità  divine  di  cento 
madri  unite  in  una  madre  sola  !  (Un  silenzio.  Poi  cambiando  tono. 
ma  ((rendo  ancora  nella  voce  le  vibrazioni  dell'animò)  Lina  volta, 
forse,  avresti  riso  sentendomi  parlare  cosi  ;  e  ne  avrei  riso  certamente 
io  stesso.  Ora,  non  ne  ridiamo  più  ne  tu,  né  io.  Ma...  siccome 
mi  accorgo  di...  di  avere  un  po'  scantonato,  me  ne  dolgo  assai 
con  me  stesso...  e  ti  prego  di  continuare  il  tuo  discorso,  libe- 
ramente. Continua,  continua. 
[Pausa] . 


i2:$S  .MATCHN/TÀ 

Ai.KKKi«()  irlii'  lo  urrà  ancoltato  acutamente  e  ne  avrà  osservato  il 
contetino.  ani  fendo  anche  lai  una  vacja  coiiiiuozionc  insolita,  ha  ora 
un  acceìito  meno  freddo  e  piìi  piano  e  lievemente  angoscioso).  Le 
tue  parole  ini  ranno  a|)|)roton(lire  anclie  di  più  la  gravità  di  ciò 
che  sto  [)er  dii'ti.  Io  ne  ho.  in  questo  momento,  vnia  sensazione 
nuova,  una  sensazione  complicata,  die  mi  paralizza,  che  mi  turba. 
Vorrei  ignorare.  Vorrei  tacere.  Ma  il  tacere  oggi  con  te  non  farebbe 
che  privar  lei  della  tua  assistenza. 

M.^L'Rizio.  —  Della  mia  assistenza  1  ! 

Alfredo.  —  Sì.  dell'assistenza  con  cui  tu.  dandole  un  triste  annunziti, 
potrai  cercare  d'attenuarno.  in  certo  modo.  1"  impressione. 

iM.vuKizio  —  {imjHillidisre).  Tu   mi  spaventi  ! 

.Vi.KHKuo.  —  Una  circostanza  inaspettata  elimina  la  necessità  dello 
scandalo  a  cui  già  mi  disponevo.  .Mia  moglie  ed  io  avevamo  .sta- 
lìilito  di  provare  in  tribunale  non  solo  l'adulterio  n)a  anche  le  sue 
conseguenze,  per  ottenere,  comunciue,  legalmente  la  sua  completa 
indipendenza  di  madre.  Oibene,  non  e'  è  più  scopo  alcuno  per  cui 
io  debba  .sobbarcarmi  alla  umiliazione  pubblica  del  marito  ingan- 
nato. Contesso  die  soltanto  la  speranza  egoistica  di  arre.stare  le 
pratiche  legali  iirima  che  si  levasse  del  rumore  intorno  al  mio 
nome  mi  aveva  istigato  a  correre  qui  per  aver  subito  un  colloquio 
con  mia  moglie... 

M.MKizio  —  [ansioso,  febbrile).  Ma  parla 'finalmente  !  Non  divagare! 
Qual"  è  questa  circostanza  inaspettata  ' 

.Vlfkkdo.  —  II  dottor  Berner  ha  creduto  suo  dovere  di  rivelare  a  me. 
marito  di  Claudia,  ciò  che  egli  ha  constatato  dopo  una  indagine 
scrupolosamente  eseguita. 

.M.vuRizio.  —  Parla  ! 

AiiiREDo.  —  Questo  tiglio...   non  potrà  nascere  ! 

.Maurizio.  -     Che  dici  ".' 

.\i.FREDO.  —  O  pensare  alla  vita  della  madre  o  giocare  tutt'e  due  le 
vite. 

Maurizio  —  [incalzando).  Ma  che  dici?! 

•Vi.FHEDO.  —  Dico  che,  per  una  fatale  contraddizione  della  natura,  il 
concepimento  medesimo  che  Claudia  invocò  ha  denunziato,  nel 
suo  organismo,  il  mal  di  cuore,  a  cui  deve  cedere  talvolta  ogni 
ambizione  materna,  e  che  nel  caso  attuale  la  scienza  esige  che  si 
affretti  il  sacrifizio  del  figlio  per  salvare  la  madre  ! 

.Mai^kizio  —  (con  uno  scatto  violentissimo).  Tu  menti  !... 

Alfredo  —  [levandosi).  Maurizio!  {Breve  pausa.  Indi  con  dolorosa  ma- 
linconia) Io  non  so  con  esattezza....  quale  sentimento  faccia  velo 
al  tuo  senno  e  ti  spinga  ad  abusare  della  mia  posizione...  sino  ad 
oTtraggiaimi.  Non  mi  riescirebbe  diflicile  trovare  ne'  tuoi  eccessi 
la  conferma...  di  molte  cose.  A  che  servirebbe?  Io  non  spero  di 
rifarmi  una  forza  moiale.  Discendo  per  la  mia  china  senza  neppur 
tentare  di  retrocedere,  e  non  mi  lesta  che  ad  aggrapparmi  a  qualche 
cespuglio  per  rendere  la  discesa  meno  rapida  e  meno  rovinosa.  Ma 
ii<m  ho  mentito.  Potrei  dartene  subilo  le  prove,  perchè  posseggo, 
sigillata,  la  dichiarazione  precisa  e  solenne  del  dottor  ISerner,  che 
soltanto  a  tUaudia  spetta  di  leggere.  Non  avrei  che  a  violarne  il 
sigillo.  Non  voglio  tarlo.  Dandomi  del  mentitore,  mi  hai  attribuito, 
in  sostanza,  il  tentativo  d'un  delitto  enorme,  lo  f  impongo...  io 
ti  supplico  di  non  credermene  capace. 


MATEKXITÀ  :3o'.> 

lURIZIo  —  {attefrito.   attonito,  ha   appena   la   forza   di  pronnnsiare 
qualche  parola).  Ho  avuto  torto...  Te  ne  ehietlo  perdono. 
{Pausa). 

KREDO.  —  Concludiamo.  Un" ora  assai  triste  :~uonerà  tra  breve  per 
Claudia.  Sarà  necessario  daj^prima  disporne  raniiuo  nel  moilo  più 
prudente,  e  poi  assisterla,  confortarla,  arrecare  qualche  sollievo  al 
suo  dolore  immenso... 

.L'Rizio  —  {assalito  dal  terrore).  No,  non  posso,  non  posso!... 

FKEDO  —  (so  fra  eccitato  dalla  tragedia  imminente).  E  vorresti  che  la 
notizia  le  giungesse  all'  improvviso  come  una  coltellata  all'oscuro? 

.URizio.  —  No  ! 

FREDo.  —  Vorresti  ch'ella  fosse  abbandonata  alla  sua  dis])prazione 
e  alla  ludezza  scientifica  del  dottor  Berner.' 

X'Rizio.  —  No  !... 

FREDO.  —  0  ch'ella  continuasse  ad  alimentare  la  sua  illusione  af- 
finchè nel  momento  dell'urgenza  il  martirio  le  fosse  intlitto  più 
terribile  e  più  raccapricciante  ? 

iRizio.  —  No  !  no  ! 

PREDO.  —  E  allora  perchè  rifiuti? 

.iRizio.  —  Perchè  non  avrei  il  coraggio  di  veder  soffrire  quella  donna 
come  nessuna  donna  ha  mai  sofferto. 

PREDO.  —  E  avresti  la  fredda  crudeltà  di  la.<ciar  ci'escere  di  ora  in 
ora  le  proporzioni  del  supplizio  sicuro  ? 

.URizio.  —  Tu  mi  soffochi. 

FREDO  —  {vivacemente).  Io  esigo  che  tu  faccia  quello  che  oramai 
cercherei  di  fare  anch'  io  se  sapessi  di  essere  la  causa  prima  di 
questa  catastrofe. 

.URizio.  —  Ma  dunque  veramente  m'accusi  ?  Ancora  m'accusi  ? 

PREDO  —  icoììcitafissimo.  sconvolto).  Io  non  ti  accuso,  lo  non  ti  giu- 
dico. Io  non  distinguo  e  non  comprendo  nulla,  io  mi  accorgo  so- 
lamente che  per  la  prima  volta  in  vita  mia  il  mio  cinismo  m'ab- 
bandona. (1) 

{Giungono   la  voce  di  Claudia  che  grida   scherzosamente  e  gli 
urletti  dei  bambini  di  Rosalia  che  le  fanno  il  chiasso  intornio). 


SCENA  VI. 
Cealdia.  Rosalia.  Maurizio.  .Alfredo. 

VOCE  DI  Claudia.  —  Corriamo,  corriamo  I...  Clii  mi  vuol  bene,  ap- 
presso mi  viene  ! 

Risponde  lo  schiamazzo  del  bimbi. 
{Alfredo  e  Maurizio  si  guardano  Vun  l'altro  negli  occhi,  quasi 
interrogandosi  a  vicenda,  e  hanno  lo  stesso  brivido). 
\UDi.A.  —  {attraversa  il  pergolato  facendo  le  viste  di  correre,  seguita 
a  poca  distanza  dai  bambini  vocianti,  iuebbriati  dal  giuoco).  Cor- 
riamo !  corriamo  ! 

VOCE  DI  Ros.^LiA  —  {in  gran  lontananza).  Attenti  per  il  pozzo,  ra- 
gazzi, attenti  per  il  pozzo  ! 

(1)  KoTA  PER  GLI  ATTORI.  —  Dallci  battuta  :  «  No  !  non  posso  »  fino  a  questo 
Ito  il  dialogo  deve  essere  affrettatissimo,  febbrile. 


:240  MATERNITÀ 

La  voce  di  Ci..\ri)iA.  —  Di  che  avete  paura,  Rosalia"?  il  paraitetto  è 
alto... 

L.\  VOCE  ni  Rosalia.  —  Ma  saltano  come  i  i>r\U\  (juesti  diavoloni. 

La  voce  di  Claudia.  —  Hopplà,  hopplà... 

La  voce  di  Rosalia.  —  Non  ve  li  totilieiete  più  d"  attorno,  sijrnoia 
bella  ! 

Alfredo  —  {paurosamente  a  Maiirisio).  Mi  ha  visto? 

Maurizio.  —  No...  non  credo. 

Alfredo  —  (hi  fretta  prende  il  cappello,  avviandosi  verso  la  porta  a 
sinistra) . 

Maurizio.  —  Non  fuggire  così  !  Se  ella  ti  scorgesse... 

Alfredo.  —  Non  mi  scorgerà. 

Maurizio.  —  La  serva  glielo  dirà  che  qualcuno  è  stato  qui. 

Alfredo.  —  Dovrai  dirglielo  anche  tu  che  ci  sono  stato. 

Maurizio.  —  Appunto  per  questo  la  tua  fuga  è  inutile. 

Alfredo.  —  Lasciami  andare... 

Claudia.  —  Hopplà.  hopplà!...  Siamo  arrivati.  {Entra  tutta  affilata 
tenendo  in  mano  un  ramo  fronzuto,  rossa  in  viso,  ansimante,  i  ca- 
pelli in  disordine,  le  pupille  risplendenti  ;  e  nel  vedere  il  marito 
lo  apostrofa  con  festosa  ironia).  Oh.  oh!  Quale  ajiparizione  !... 
{Senza  fermarsi,  tutta  affaccendata,  apre  la  credenza). 

Alfredo  —  {si  ferma). 

La  voce  di  Ros.\lia.  —  Luigino!  Tolò  !  Nanuccia  !  Subito  t|ua  ! 

Claudia.  —  No,  no,  un  momento. 

(J  himhi  sono  comparsi  sotto  il  pergolato  e  son  rimasti  aggrup- 
pati, mezzo  nascosti  nel  verde). 

Claudia.  —  La  signora   bella   vuol   dare  le  cose  buone  ai  diavoloni. 
{Prende  dalla  credenza  una  ìwnhonnii're.  A  Maurizio)  Sono  ancora 
i  vostri  bonbon s :  quelli  deiraltro  Jeri.  Devono  essere  igienici! 
{Maurizio  e  Alfredo  la  contemplano  con  profondo  strazio). 

Claudia  —  {torna  all'aperto,  si  accosta  ai  bambini  e  distribuisce  i  bon- 
hons).  Due  a  te.  due  a  te,  due  a  te,  e  uno  -  uno  solo  -  per  il  fra- 
tellino malato.  {Li  bacia  e  li  sospinge  dolcemente).  A  rivederci,  a 
rivederci,  diavoloni  cari. 

I  bambini  spariscono. 

\j.\  VOCE  DI  Rosalia  —  {lontanissima).  Qua  Nanuccia!  Qua  Luigino! 

Claudia  —  {rientrando,  a  Maurizio).  Voi  direte  che  mi  agito  troppo... 
Ma  siete  un  ignorante.  Il  moto  è  indicatissiino.  {Ad  Alfredo)  E 
così,  caro  marchese,  a  quale  evento  devo  l'onore  di  questa  visita'^ 
{Porgendogli  la  scatola  scoverchiata)  Volete? 

Alfredo  —  {fa  appena  un  gesto  di  diniego). 

Claudia.  —  Io,  si.  {Mette  in  bocca  un  bonbon).  A  voi,  Maurizio:  ser- 
vitevi, se  è  la  vostra  ora  per  gli  zuccherini  :  e  riponete. 

Maurizio  —  {studiandosi  di  parer  disinvolto).  \i  servo.  {Esegue). 

Claudia  —  (ad  Alfredo,  sempre  con  gaiezza  di  sovreccitazione).  Del  resto, 
proprio  in  questi  giorni  io  pensavo  di  offrirvi...  un  abboccamento. 
C'è  più  d'un  dettaglio  importante  su  cui  sarebbe  tempo  d'inten- 
derci meglio.  E  se  voi  mi  avete  prevenuta,  io  ve  ne  sono  vera- 
mente grata.  Intanto  seggo...  perchè  non  ne  posso  più.  {Il  suo  volto 
ha  i  segni  d'uno  sjiasimo  passeggero.  Si  abbandona  sopirà  una 
sedia.  Breve  pansa).  Sedete  anche  voi,  vi  prego.  {Ripigliando  il 
tono  allegro)  Parleremo  come  due  vecchi  amici.  A  condizione  però 


MATERNITÀ  ^241 

che  smettiate  qiiell'aiia  truce,  che  non  vi  sta  bene.  Capisco  che 
dobbiate  adottarla  per  Tocchio  del  mondo  ;  ma  qui  non  è  il  caso. 
Cominciate  voi"?  o  comincio  io'? 

Alfredo  —  {seiisa  serìere  -  mendicando  le  parole).  No,  Claudia...  io. 
che  sono  per  voi  un  estraneo,  e  che  tale  mi  sento  di  essere,  non 
ho  nulla  a  dirvi. 

CLAfDi.\.  —  E  la  vostra  visita  '? 

Alfredo.  —  Convengo  d'aver  commesso  un  errore  venendo  qui. 

Cl.ìudia.  —  Eppure,  una  ragione  Tavrete  avuta  per  venire. 

Alfredo.  —  Sì... 

Claudia   —  Quale? 

Alfredo  —  {smarrendosi).  Cercavo  di  lui...  di  Maurizio... 

Claudia.  —  Non  potevate  vederlo  in  città"?  Maurizio  non  abita  mica 
in  questa  casa. 

Alfredo.  —  Ed  è  perciò  che  ho  confessato  d'aver  commesso  un  errore. 

Claudia.  —  Per  altro,  se  venivate  precisamente  qui  per  trovar  Mau- 
rizio, sapevate  bene  di  non  trovailo  solo. 

Alfredo.  —  È  vero. 

Claudia.  —  Sicché  avevate  stabilito  di  pailargli  dinanzi  a  me. 

Alfredo.  —  Forse. 

Claudia.  —  11  vostro  forse  non  ha  senso  comune.  Non  avete  che  a 
rispondei'e  o  francamente  s'i  o  francamente  no. 

Alfredo.  —  Ebbene,  sì.  dinanzi  a  voi  volevo  parlargli... 

Claudia.  —  Dunque,  si  trattava  di  me. 

Alfredo  —  (sempre  piìt  imharazzato).  Si  trattava  anche  di  voi.., 

Claudia.  —  Ed  avete  già  esaurito  Targomento"?... 

Maurizio  —  [intervenendo,  con  uno  sforzo).  Si,  signora  Claudia,  ab- 
biamo temuinato. 

Cl.audia.  —  Spero  che  mi  farete  sapere  di  che  cosa  vi  siete  occupati. 

Maurizio.  —  Lo  saprete,  lo  saprete. 

Claudia.  —  Io  voglio  saperlo  subito. 

Maurizio.  —  Subito,  non  è  possibile. 

Claudia.  —  .Ma  che  aspettate  "? 

Maurizio.  —  Prima  di  piendere  una  decisione,  dobbiamo  riflettere.. 
dobbiamo  ponderare... 

Claudia.  —  Voi  due  state  per  prendere  una  decisione  che  mi  riguarda, 
una  decisione  della  cui  importanza  non  dubito  visto  che  essa  ha 
fatto  già  tacere  i  vostri  rancori  e  vi  ha  già  riuniti  in  una  solida- 
rietà cosi  bizzarra,  e  io  dovrei  ancora  ignorare  quel  che  mi  pre- 
parate? (<S'/  leva.  Guarda  l'uno  e  l'altro,  cercando  d'intuire,  di  ca- 
pire, cV  indovinare). 

(Alfredo  e  Maurizio  pallidissimi,  immobili,  vorrehìtero  sottrarsi- 
air intuito  di  lei,  e  non  sanno). 

Un  silenzio. 

Claudia  —  (con  profonda  trepidazione).  Voi  mi  nascondete...  una  .-«ven- 
tura"? (Pausa).  (Si  trasforma  in  viso  e  con  una  mano  nei  capelli 
pare  che  voglia  premere  il  cervello  per  fermarne  il  pensiero  ver- 
tiginoso). Ma  di  quale  sventura  vi  affaticate  tanto  a  ritardare  fan- 
nunzio?  Di  quale  sventura  io  vi  sembro  la  vittima  se  fuori  della 
mia  persona,  fuori  della  vita  che  è  tutta  chiusa  nella  mia  vita, 
nessuna  sventura  può  essere  veramente  mia?  (Un  altro  silenzio).. 

16  VoL  evi,  Serie  IV  -  IH  luglio  190.3.. 


'ii'^l  MATERNITÀ 

\'oi    tacete  come  due   colpevoli...  come  due  responsabili...  E  al- 
lora... è  una  infamia  quella  che  mi  riserbate! 
Alfredo.  —  No,  Claudia  ! 

Claudia.  —  È  un'infamia,  sì,  sì,  è  un'infamia,  di  cui  l'autoie  princi- 
pale sei  certamente  tu,  giacché  tu  sei  il  mio  nemico  I 
Alfredo.  —  Non  lo  sono  jtiù,  non  saprei  esserlo  più  ! 
Claudia  —  {con  <jli  occìn  fiammanti  di  odio).  Tu,  tu,  la  causa  d'ofrni 

male,  la  minaccia  d'ogni  bassezza  ! 
Alfredo.  —  Ah  Claudia  !  Con  la  ferocia   del    vostro   sdegno   voi   mi 
strappate  dal  cuore  (juel  jioco  di  bontà  che  mi  pareva  ci  fosse  en- 
trala, non  so  come,  non  so  perchè,  in  un  quarto  d'ora  vissuto  in 
questa  casa.  Sarebbe  stato  molto  meglio  che  me  ne  fossi  allontanato 
prima  che  voi  arrivaste...  E  non  ci  resterò  più  oltre  per  non  esaspe- 
larvi    maggiormente   e    per  conservare,  se    non    altio,   intatto  il 
ricordo  di  qualche  cosa  che  m'è  passata  stranamente  per  l'anima, 
facendomi  soffrile  e  facendomi  del  bene!  {Prende  il  cappello  per 
uscire). 
Claudia.  —  No,  tu  non  mi  lascerai  sotto  l'incubo  di  mille  dubbi  atroci!... 
(Gli  si  aifiirappa  addosso  trattenendolo).  Dimmi  tutto,  dimmi  tutto, 
te  lo  chiedo  in  grazia,  dininii  tutto! 
Alfredo  —  {si  ferma). 
Claudia  —  (se  ne  distacca). 
Maurizio  —  {fa  (jiialclie  passo  verso  di  lui). 

Alfredo  —  {a  Claudia,  con  dolcezza  e  gravità).  C'è  una  sventura  che 
vi  asjìetta:  non  un'infamia.  Anche  questa  sventura,  è  vero,  ha  un 
responsabile...  in  colui  che  vi  ha  resa  madre.  E  la  misteriosa  indi- 
pendenza della  maternità  nasconde  nella  vostra  coscienza  il  suo 
nome.  Se  il  responsabile  sono  io,  maleditemi!  (Commosso)  Ma  se 
realmente  non  cade  su    me   la   funesta    responsabilità,  Claudia... 
odiatemi  un  poco  meno!  11  documento  che  affido  a   Maurizio   vi 
dirà  a  suo  tempo  che  avete  avuto  torto  di  aggrediiini  cosi.  (Cara 
di  tasca  una  busta  e  la  porge  siihito  a   'Maurizio). 
M.U'Rlzio  —  {va  per  impadronirsene  gridando.)  Alfredo! 
Claudia  —  {afferra  il  documento  con  un  rapido  atto  felino),  ilio! 
Alfredo  —  {esce  rapidamente). 

(jLAUdia  —  {impiedi,  tremrmdo,  tremando  come  se  il  suo  corpo  fosse 
squassato  dal  vento,  lacera  la  busta,  apre  la  carta,  legge.  A  ogni 
parola  il  suo  volto  diventa  piii  terreo,  piii  contratto,  piii  stecchito, 
e  le  sue  pupille  si  dilatano). 
Maurizio  — •  {nel  terrore  e  nella  paura  d'una  crisi  ferale,  ne  vigila  le 
alterazioni  spa ventose). 

{Quando  ella  ha  letto  rnltima  parola,  le  sue  pupille  restano 
spalancate  in  una  fissità  vitrea.  La  sua  persona,  ritta,  irrigidita, 
barcolla.  -  Maurizio  corre  a  sostenerla,  la  trascina  a  una  sedia, 
dove  ella,  inerte,  si  lascia  adagiare). 


SIPARIO. 


MATERNITÀ  M'Ò 


ATTO  (QUARTO. 


La  stessa  scena.  --  È  notte.  —  Sulla  credenza  un  lume  acceso.  —  La  porta 
che  dà  sul  pergolato  è  aperta. 


SCENA  I. 
Rosalia,  Suor  Filomena  e  Clauiha. 

Rosalia  —  (è  sola.  S'inginocchia  in  messo  alla  camera  e  prega).  Ma- 
donna di  Roccaromita,  Madonna  nostra,  Madonna  santa  e  pietosa. 
Regina  di  pietà  per  tutte  le  mamme  sante  clie  soffrono,  per  tutte 
le  mamme  che  portano  nel  cuore  la  bontà  e  nelle  viscere  il  frutto 
die  Dio  ha  destinato  e  il  dolore  che  Dio  ha  comandato;  Madonna 
nostra  Ijenedetta  dal  Sionore.  benedetta  in  cielo  e  in  terra,  bene- 
detta dalle  mamme  poverelle  che  hanno  partorito  sopra  letti  di 
paglia  e  dalle  ricche  d'ogni  bene  che  hanno  partorito  sopra  letti 
di  penne  e  di  seta,  benedetta  da  quelle  che  hanno  vista  la  morte 
con  gli  occhi,  benedetta  da  quelle  che  hanno  visto  nascere  il  tiglio 
in  mezzo  alle  rose;  Madonna  santa  e  pietosa.  Regina  di  pietà  e 
di  soccorso,  soccorretela  voi  questa  signora  bella,  proteggetela  voi 
questa  signora  buona,  benignatevi  di  darle  la  salute  per  lei  e  per 
l'angelo  suo,  e,  se  Dio  non  vuole  così,  benignatevi...  di  darle  la 
forza  di  soffrire!  {Resta  inginocchiata,  in  silensio). 

Slor  Filomena  —  {salta  soglia  della  porta  a  destra,  sommessamente). 
Rosalia... 

Rosalia  —  (levandosi).  Eh? 

Suor  Filomena.  —  È  rinvenuta.  Ha  chiesto  da  bere. 

Rosalia.  —  Come  Gesù  sulla  croce,  Suor  Filomena  ! 

Suor  Filomena.  —  Presto  dell'acqua,  per  favoie. 

Rosalia.  —  Vi  servo. 

Suor  Filomena  —  {sparisce). 

RosALi.A  —  {prende  nn  bicchiere  e  il  lume,  si  accosta  al  posso,  e  dalla 
secchia  che  e  sul  parapetto  versa  Vacqua  nel  bicchiere.  Ritorna. 
Rimette  il  lume  sulla  credensa.  Va  alla  porta  a  destra  e  sottovoce 
chiama:)  Suor  Filomena  ! 

Suor  B^ilomena.  —  {rientra). 

Rosalia  —  {dandole  il  bicchiere  colmo).  Se  poteste  metterla  a  letto... 

Suor  Filomena.  —  Lo  so.  Ma  non  vuole.  {Via). 

Rosalia  —  {resta  presso  la  porta  in  ascolto). 

La  voce  di  Claudia  —  {piena  di  paura).  Non  ancora!  non  ancora! 
Aspettate  ! 

La  voce  di  Suor  Filomexa.  —  Tranquillatevi.  Sono  io,  sono  io.  Suor 
Filomena. 

La  voce  di  Claudia.  —  1  miei  carnefici  ! 

La  voce  di  Suor  Filomena.  : —  No,  no  ! 


':244  MATERNITÀ 

La  voce  ni  Ci.aldia.  —  Sono  di  là!... 

La  vocf.  di  Srou  Fii.o.mena.  —  No,  signora  (llaudia... 

Yn  silenzio. 

Rosalia  —  (cecini 'io  rciiire  Claudia,  si  scosta  e  si  rincaìif, uccia  in  un 
angolo  oscuro  come  per  nasconrìersi,  (juardando  attenta  e  ansiosa). 

(li.AiDiA  —  (/)/  una  vestaglia  bianca  coi  capelli  sparsi  sulle  spalle,  si 
acansu  rapidainente.  Poi,  non  vedendo  nessuno,  si  ferma  rassi- 
curata. E  disfatta.  Gli  occhi,  dentro  le  orbite  infossate,  lianno  una 
fredda  lucentezza  bianca). 

Suor  Filomena  —  [la  segue  a  distanza,  vigile  e  serena). 

Cl.\1'DI.\  —  (a  Suor  Filomena,  con  una  specie  di  dolce  rancore).  \"oi 
mi  seguite  sempre,  Suor  Filomena  !  Sempre  ! 

Suor  Filomena  —  {con  un  gesto  di  umiltà  devota  si  scusa). 

Claldia.  —  È  questa  la  consegna  "? 

Sl'OR  Filomen'.\  —  (ha  un  altro  gesto  uhiilniente  affermativo). 

Clai'dia  —  {dopo  una  pausa).  Non  c"è  il  signor  Maurizio"? 

Suor  Filomena.  —  No,  è  andato  via. 

Claudia.  —  Da  quanto  tempo  "? 

Suor  Filomena.  —  Da  circa  cinque  ore. 

Claudia.  —  Cosi  lungamente  sono  stata  priva  di  sensi"? 

Suor  Filomena  —  (attenuando).  Eravate  come  assopita. 

Claudia.  —  E  dove  è  andato  il  signor  Maurizio"? 

Suor  Filomena.  —  In  città. 

Claudia.  —  Nel  cuore  della  notte  "? 

Suor  Filomena.  —  La  Teresina  gli  ha  potuto  far  liovare  giù.  in  paese, 
una  carrozza  con  due  buoni  cavalli.  E  con  la  stessa  carrozza  egli 
sarà  di  ritorno,  non  più  tardi  dell'alila. 

Claudia.  —  Ve  l'ha  detto"? 

Suor  Filomena.  —  Ne  era  sicuro. 

Claudia.  —  Perchè  cosi  presto  se  tutto  era  stato  fissato  per  mezzo- 
giorno ? 

Suor  Filomena.  —  In  verità,  il  signor  Maurizio  s'è  un  fio'  impensie- 
rito della  crisi:  e  allora  ha  deciso  di... 

Claudia.  —  Di  anticipare  il  martirio. 

Suor  Filomena.  —  No...  Di  condurre  subilo  qualche  dottore... 

Claudia.  —  Ho  inteso  :  il  dottor  Berner  coi  suoi  assistenti  !  (  Un  silen- 
zio). Che  ora  è"? 

Suor  Filomena.  —  Sarà  poco  più  delle  quattro. 

Claudia.  —  Quanto  ci  vuole  per  l'alba  ? 

Suor  Filo.mena  —  (reticente).  Una  mezz'ora,  credo. 

Cl.u'dia.  —  Mezz'ora.  (Riflette.  Poi  di  scatto)  Non  entreranno  all'im- 
provviso, Suor  Filomena"? 

Suor  Filome.va.  —  Certamente  no.  La  poita  di  strada  è  ben  chiusa. 
11  signor  Maurizio  dovià  picchiare. 

Rosalia  —  (timida).  Picchierà  tre  volte,  come  al  solito.  .Mi  ha  avver- 
tito apposta  di  non  aprire  se  non  sento  i  Ire  colpi  alla  porta. 

Claudia  —  (che  non  s'era  accorta  di  lei).  Perchè  sei  qui  anche  tu"? 

Rosalia.  —  È  il  signor  Maurizio  che  m'  ha  fatto  chiamare.  Ha  voluto 
che  la  Teresina  se  ne  andasse  a  casa.  La  poveretta  cascava  dal 
sonno. 

Claudia.  —  Non  voglio  tanti  guardiani  !  \'a  via.  (Quasi  con  asprezza) 
Tu  hai  i  tuoi  tigli  che  ti  aspettano. 


MATERNITÀ  245 

Rosalia.  —  Dormono  tutti,  signora  bella. 

Claudia  —  (piìi  dolcemente).  Non  dai  più  latte  al  piccino"? 

Rosalia    —  Sì,  ma  lui  dorme  come  gli  altri,  adesso.  È  cosi  tranquillo  ! 

Claidia  —  Uli  nuovo  con  asprei:3a).  Va   via  ! 

Ros.ALiA  —  {rassegnata,  otjtjediente.  si  avi-ia  verso  il  fondo.  Indi  si 
volta  con  gli  occhi  imploranti). 

Claudia.  —  Vieni  qua... 

Ros.ALiA  —  (le  si  avvicina  con  le  lagrime  agli  occhi).  Signora  bella  ! 

Claudia  —  {prendendole  le  mani).  Grazie,  mia  Rosalia.  Lo  so  che  vor- 
resti aiutarmi.  Ma  che  puoi  fare  tu  per  me"?  Che  puoi  fare"? 

Rosalia  —  Voi  non  volete  eh'  io  resti  qui,  e  non  ci  resterò.  Passo  un 
momento  per  casa  mia  e  poi  andrò  a  pregare  in  chiesa.  E  sarà 
meglio.  La  chiesa  dev'essere  già  aperta,  perchè  si  apre  ogni  giorno 
un'ora  prima  dell'alba,  lo  ci  entrerò  ginocchioni,  signora  bella,  e 
bacerò  la  polvere  della  terra,  e  la  bagnerò  di  lacrime  finché  avrò 
occhi  per  piangere,  e  alla  nostra  Madonna  dirò  ancora  con  le  pa- 
role e  con  l'anima  tutto  quello  che  sai)rò  dire,  come  se  fosse  per 
me  stessa  e  per  i  figli  miei  ! 

Claudia  —  {impressionota.  coìifìdenziale).  E  che  speri  tu"? 

Rosalia.  —  È  lei  che  ha  salvata  la  vita  di  tante  mamme  ! 

Claudia.  —  La  mia,  pur  troppo,  non  corre  più  nessun  pericolo,  Ro- 
salia I 

Rosalia.  —  È  lei  che  ha  salvata  la  vita  di  tanti  figli. 

Claudia.  —  Quando  erano  già  nati  I 

Ri)S.\LiA.  —  È  lei  che  faià  per  voi  il  più  grande  miracolo  suo  ! 

Claudia  —  [esaltandosi  a  un  tratto. pazzamente).  Ah  sì...  Il  più  grande! 
Il  più  grande  !  Lo  spero  anch'  io  !  Lo  spero  perchè  lo  voglio.  È 
vero,  è  vero,  Rosalia!  È  vero!...  Tu  puoi  aiutarmi.  Tu  sola,  tu 
sola  puoi!  Va,  va  a  pregare  per  me...  Va  a  pregare  per  me!  (La 
sospinge  verso  il  fondo.  L'abbraccia  e  bacia). 

Ros.Ai.iA  —  (esce). 


SCENA  11. 
Suor  Filo.mena  e  Claudia. 

Suor  Filomena  —  (quasi  immobile  nella  sua  serenità  semplice,  osserva 
tutto  e  contempla  Claudia  con  intensità  indagatrice). 

Claudia  —  (dritta,  con  le  braccia  penzoloni,  abliandonafe  nelle  lunghe 
maniche  che  le  nascondono  le  mani,  si  aggira  lenta  per  la  camera, 
guardando  intorno  come  se  cercasse  qualche  cosa.  A  un  punto,  si 
ferma,  e,  torcendo  il  collo,  fìssa  gli  sguardi  sul  pozzo,  die.  nella 
oscurità,  biancheggia  appena,  come  una  tomba.  Indi,  con  dissimu- 
lazione, distoglie  dal  pozzo  gli  sguardi  e  si  rirolgc  alla  monaca 
con  la  voce  tremante  di  palpiti).  Suor  Filomena... 

Suor  Filomena.  —  Signora. 

Claudia.  —  Vorrei  riposare. 

Suor  Filomena.  —  Vi  gioverebbe. 

Claudia.  —  Compiacetevi  di  prepararmi  il  letto. 

Suor  Filomena.  —  È  già  preparato. 

Claudlv.  —  Allora...  vi  prego...  precedetemi...  Aprite  le  finestre... 
Fate  entrare  dell'aria...  Lì  dentro  non  si  poteva  respirare... 

>i  OR  Filomena  —  (impallidisce.  Ma  non  un  passo,  non  un  gesto). 


i24tì  .MATERNITÀ 

Ci-AfniA.  —  Suor  Filomena  !  Non  mi  avete  udito  ? 

Suor  Filomena.  —  Sì. 

Ci.AiDiA.  —  Ebbene? 

Suor  Filomena  —  {con  accento  mite,  ma  fermo),  lo  non  vi  lascio  sola, 
pignora. 

CLAiniA.  —  Per  un  istante... 

Suor  Filomena.  —  lo  non  vi  lascio  sola  !  {Si  accosta  a  lei  amorosa- 
mente) Mettetevi  a  letto,  signora  Claudia. 

Clal'Oia  —  ^cupamente).  No!  (Poi  con  dolcezza,  conte  per  impietosirla) 
Non  volete  concedermi  un  poco  di  libertà? 

Suor  Filomena.  —  .Von  de%'o. 

Claudia.  —  Siete  il  mio  carceriere  ? 

Suor  Filomena.  —  Sono  la  vostra  infermiera. 

Claudia   —  Se  foste  la  mia  amica!... 

Suor  Filomena.  —  Sono  la  vostra  amica,  anche. 

Claudia.  —  Non  è  vero. 

Suor  Filomena.  —  Perchè? 

Claudia.  —  Perchè  non  sapete...  non  potete  sapere  ! 

Suor  Filomena.  —  lo  so  quanto  mi  basta  per  esservi  amica. 

Claudia.  —  Non  potete  sapere  !... 

Suor  Filomena.  —  Io  so  che  lì,  nell'ombra,  quel  pozzo  vi  attira  come 
un  rifugio,  come  un  asilo  di  salvezza.  So  che  in  questo  momento 
un  solo  pensiero  vi  possiede  e  v'invade  tutta,  ed  è  il  pensiero  di 
sottrarvi  al  martirio!... 

Claudia.  —  Ma  non  è  concesso  a  voi  di  misurare  1" immensità  di  questo 
martirio  ! 

Suor  Filomena.  —  Nei  panni  dell'umile  suora  che  vi  sta  davanti  c'è 
una  donna,  signora;  e  sono  i  suoi  dolori  di  donna,  i  suoi  dolori 
più  profondi  e  più  umani  ciie  hanno  dato  alla  povera  suora  il 
privilegio  di  comprendere  e  soccorrere  i  dolori  altrui. 

Claudia.  —  Voi  dunque  mi  comprendete? 

Suor  Filomena.  —  Sì. 

Cl.\udia.  —  Mi  comprendete  e  m'impedite  di  morire? 

Suor  Filomena.  —  Sì. 

Claudia.  —  E  quale  soccorso  mi  offrite  ? 

Suor  Filomena.  —  Nessun  soccorso.  Vi  offro  soltanto  l'esempio  di  ehi 
probabilmente  ha  sognato  come  voi,  di  chi,  come  voi,  avrà  visto 
svanire  fra  le  miserie  del  mondo  i  suoi  sogni  più  belli  ! 

Claudia  —  (prorompendo).  Lo  vedete  che  siete  tanto  lontana  da  me... 
.Non  è  un  sogno  il  mio,  non  è  un  sogno  oramai.  È  una  realtà. 
Voi  non  immaginate  neppure  quale  differenza  ci  sia  fra  il  sogno 
che  svanisce  e  la  realtà,  la  realtà  concreta,  materiale,  palpitante, 
che  si  frantuma  nel  più  vivo  della  vita  ! 

Suor  Filomena.  —  .Ma  se  è  la  morte  che  invocate  !... 

Claudia.  —  La  morte,  la  morte  appunto,  prima  che  mi  si  strappi  dalle 
viscere  la  mia  creatura  !... 

Suor  Filomena.  —  E  non  sarebbe  identica  la  rinunzia  ? 

Claudia.  —  No,  perchè  la  mia  creatura  verrebbe  con  me.  perchè  con 
me  morirebbe,  della  medesima  morte,  intendete  ?,  nel  medesimo 
attimo.  Neanche  Dio  me  la  potrebbe  togliere  ])iù,  e  nessun  po.s- 
sesso  di  madre  sarebbe  stato  mai  più  vero  ed  intero  di  questo  ! 
{La  stanchezza  e  le  sofferenze  incalzano  ;  ma  ella,  con  lo  sforzo 
della  sua  rolontà  indomahile,  continua  a  parlare,  eccitandosi  sino 


MATERNITÀ  247 

alla  freuesia).  La  sentenza  pronunziata  ieri  dai  tre  dottori  che 
vennero  qui  a  torturarmi  di  nuovo  non  era  che  la  conferma  di 
quella  ben  ciiiara,  ben  precisa,  che,  per  ordine  del  vecchio  Berner, 
era  stata  da  nie  letta  tino  da  un  mese  fa.  In  questo  mese  non  mi 
si  è  sorvegliata  tanto  severamente  come  da  ieii  vi  ostinate  a  sor- 
vegliarmi voi.  Mi  sarebbe  riuscito  forse  facile  di  sfuggire  alla  sor- 
veglianza e  di  finirla...  E.  disgraziatamente,  non  V  ho  fatto.  Non 
r  ho  fatto  perchè,  in  fondo,  m'illudevo.  Mi  sentivo  ancora  abba- 
stanza resistente...  Non  volevo,  non  volevo  convincermi  che  si  na- 
scondesse in  me  una  così  territ)ile  rovina  !  Ma  da  qualche  giorno 
mi  sento  molto  male.  Suor  Filomena,  molto  male,  molto  male  !... 
Sono  persuasa  oramai  che  ì  dottori  hanno  i-agione.  {Come  osses- 
sionata) Fra  pochi  minuti  udremo  bussare  alla  porta...  Fra  pochi 
minuti  verranno!...  Verranno  per  dilaniarmi  il  corpo  e  l'anima, 
per  impossessarsi  di  mio  figlio,  per  ucciderlo,  per  mettere  in  salvo 
la  mia  vita  !...  lo  sono  perduta  !  lo  sono  perduta.  Suor  Filomena, 
io  sono  perduta  se  voi  non  mi  lasciate  morire  ! 

Suor  Filome.\a.  —  Dio  mio,  fate  che  io  abbia  il  coraggio  e  il  potere 
di  combattere  contro  questa  sventurata  ! 

Claudia  —  (gettandosi  ai  suoi  piedi  e  a  poco  a  poco  lagrimando  in  mia 
fiduciosa  effusione  di  dolore).  Chiedetegli,  chiedetegli  piuttosto 
r  ispirazione,  il  consiglio  della  carità  che  io  chiedo  a  voi.  Vi  giuro 
di  non  esserne  indegna.  Non  sono  stata  una  perversa,  non  ho  ve- 
ramente sentito  odio  per  chi  mi  ha  tradita,  non  ho  invidiato,  non 
ho  peccato  nemmeno  nei  sensi,  perchè  l'amore  per  l'amore  non 
1"  ho  conosciuto...  Pensate  che  il  condannarmi  a  vivere  sarebbe 
una  crudeltà  senza  confronti  !  lo  non  vi  dico  di  resfare  qui  a  ve- 
dermi morire...  No,  no  !...  Lo  so  che  questo  non  è  possibile...  Al- 
lontanatevi, dunque...  Io  dichiarerò  in  iscritto  d'avervi  ingannata... 
Dichiarerò  di  esservi  sfuggita...  Implorerò  il  vostro  perdono...  E  lo 
imploro  anche  adesso,  anche  adesso  per  le  torture  clie  infliggo  alla 
vostra  coscienza...  Ma  rispondetemi...  rispondetemi...  Conunovetevi 
per  me...  Non  siate  così  spietata!...  Non  siate  così  inesorabile! 

ScoR  FiLO.MEXA  —  (con  desolazione),  lo  sono  custode  d'una  legge  che 
impone  a  noi  mortali  di  non  disporre  della  nostra  vita. 

Claudia.  —  È  della  vita  di  mio  figlio  che  io  voglio  dispoi-re  per  im- 
pedire che  ne  dispongano  gli  altri  ! 

Suor  Filo.mena.  —  È  la  stessa  legge  divina,  mia  povera  martire,  che 
non  ve  lo  consente. 

CL.iuniA  —  {drizzandosi  impetuosa  in  un  repentino  risveglio  di  ener- 
gia). Ma  chi  siete  voi  clie  credete  d'intendere  la  legge  divina f 
Essa  è  tutta  qui,  qui,  nel  mio  sangue,  nella  mia  carne...  Io  la 
sento!  io  la  sento!...  Essa  mi  sostiene...  Essa  mi  protegge...  Essa 
mi  rende  così  forte  che  nessuno  in  questo  momento  è  più  forte 
di  me  !  (Si  slancia  verso  il  fondo). 

Suor  Filomena  —  (sulla  soglia,  le  sbarra  il  camìiiino  con  le  braccia 
spalancate,  disegnando  nella  penombra  la  sagoma  della  croce).  Dio 
mio,  fate  che  io  abbia  il  coraggio  e  il  potere  di  combattere  contro 
questa  sventurata  ! 

Claudia.  —  Suor  Filomena,  io  vi  abbatterò  se  voi  non  mi  lasciate 
passare  ! 

Suor  Filomena.  —  Sono  forte  e  protetta  anch'  io,  mia  povera  martire. 

Claudia.  —  (va  fino  a  lei  con  le  mani  protese  e  minacciose.  Non  osa 


:>48  .MATEUxrrÀ 

toccarla.  Retrocede.  Si  ac/ita  qualche  istante  per  lei  camera,  fremendo 
e  dibattendosi  come  in  un  delirio  di  ferocia.  Si  arresta  col  capo 
arrovesciato  in  un  atto  di  estrema  invocazione.  Grida:)  No!  sono 
io  che  posso  ancora  tutto.  {Si  getta  a  terra  disperatamente). 

jSroR  Fn.OMENA  —  {dando  un  urlo  di  terrore,  accorre.  Si  china  su  lei. 
La  cjuurda,  le  solleva  la  fronte,  la  chiama).  Sijjnora  Claudia  !  Si- 
gnora Claudia!...  Signora  Claudia!... 

CL.A.UDIA.  —  Silenzio  !..  E  la  morte. 

Sl'or  Fn.oMEXA.  -    Vedo. 


«Claudia  —  (sostenuta  da  Suor  Filomena,  erge  un  poco  il  torace.  Boc- 
cheggia. Le  linee  del  volto  si  contorcono  dolorosamente,  ma  i  suoi 
sguardi  pajono  limpidi  in  una  espressione  di  gioia).  Ho  vinto  !... 
Il  grande  miracolo  è  compiuto!...  {Incrocia  strettamente  le  braccia 
sul  petto).  Con  me...  con  me...  (Abbandona  il  capo.  Muore). 

SroR  FiLOMEN.\  —  (volgendo  gli  ocelli  al  cielo,  serenamente).  Accogliete, 
Signore,  fineste  due  anime... 

Tre  colpi  alla   |)orta  ili  strada. 
SIPARI»). 


;  Fine). 


Roberto  Bracco. 


LA  TEORIA  DELL'EROE 

IX  T.  CARLYLE  e  F.  NIETZSCHE 


Nel  secolo  xix  le  Arti,  rotte  le  linee  tradizionali  in  cui  lo  spirito 
antiquato  del  classicismo  le  aveva  rinserrate,  e  conquistata  la  libertà 
della  forma,  vennero  via  via  adattandosi  alla  vita  d'ooni  giorno,  chie- 
dendo a  questa  ispirazioni  nuove  e  portandole  il  contributo  di  nuove 
idee;  vennero  quindi  al  pari  di  qualunque  altro  istituto  o  funzione  so- 
ciale lentamente  democratizzandosi. 

Strappate  alla  contemplazione  dei  vecchi  ideali  di  bellezza  che, 
se  iuron  negli  antichi  tempi  parte  integrante  e  necessaria  della  vita, 
ne"  moderni  servivano  soltanto  a  sviare  gii  ingegni  negli  oziosi  labi- 
rinti delle  dilettazioni  formali,  si  rivolsero  con  giovenile  impeto  a  stu- 
diare la  società  sboc-iata  fuori  dai  grandi  rivolgimenti  economici  e  po- 
litici tutta  rinnovata  negli  spiriti  e  nelle  forme. 

Di  qui  la  letteratura  popolare;  -  popolare  purtroppo  anche  nella 
lingua  e  nello  stile,  che  assai  spesso  si  accontentarono  e  si  compia- 
cquero di  apparenze  volgari  e  dimesse,  tanto  da  suscitare  poi  la  rea- 
zione in  parte  benefica  dei  gelidi  Parnassiani  e  di  tutti  i  cenacoli  che 
fanno  pili  o  meno  direttamente  capo  al  decadentismo  :  ma  popolare 
sopratutto  neiranima,  in  quanto  non  vi  fu  più  speranza  o  lotta  o  sven- 
tura pubblica  che  non  trovasse  nelle  arti  la  sua  voce  e  il  suo  atteg- 
giamento. E  se  non  mancarono  le  sterili  esagerazioni  di  aspetti  e  di 
nomi  diversi  -  rami  secchi  dell'albero  del  romanticismo  -  in  complesso 
la  letteratura  del  secolo  passato  ci  appare  intesa  con  ininterrotta  serie 
di  tentativi  e  di  sforzi  ad  accostarsi  alla  vita  pratica,  per  diventare 
una  forza  viva  nel  seno  della  società. 

Vi  fu  quindi  un  apparente  trionfo  dell' individualismo,  in  quanto 
ognuno  conquistò  la  sua  forma,  foggiò  il  suo  pensiero,  manifestò  la 
sua  anima  non  da  stilista,  ma  da  filosofo  e  da  cittadino  ;  ma  in  realtà 
chi  trionfò  fu  Taggregato  democratico,  appunto  percliè  dalla  nuova 
smania  investigatrice  e  dal  confuso  cozzo  d'opinioni,  di  tendenze  odi 
sètte  sorse  non  solo  una  più  vasta  e  profonda  conoscenza  della  società, 
ma  quasi  \\n  tipo  medio  di  pensiero  letterario,  che  fu  l'espressione 
genuina  della  coscienza  collettiva.  Sorse  un  elemento  nuovo  d'arte: 
la  folla:  che  se  pur  tenuta  nell'ombra,  fece  sentire  il  misterioso  pulsare 
della  sua  anima  attraverso  alle  pagine  dello  scrittore. 

Si  cominciò  a  comprendere  come  bisognasse  scrivere  per  qualche 
cosa  e  non  già  pel  solo  gusto  di  contemplare  il  proprio  lavoro,  o  di 
presentarlo,  ridicolo  feticcio,  all'adorazione  di  pochi  iniziati:  come 
l'arte  non  fosse,  né  potesse  essere,  una  categoria  astratta  fuori  del  pen- 


ÌÌÓ(>  LA    TEORIA    DELI/EROE   IN    T.    CARLYLE    E    E.    NIETZSCHE 

siero  e  della  vita  :  e  questo  fu  essenziale.  Arte  quindi  di  analisi  che 
forse  nessun  ingegno  pei-  quanto  vasto  potè  in  se  slesso  riassumere, 
tanto  incalcolabili  ne  furono  gii  effetti  e  disparate  le  manifestazioni  : 
arte  analitica,  che  dell'  uomo  e  dei  ]wpoli  descrisse  tutte  le  conVin- 
genze,  rivelò  tutti  i  pensieri  e  i  dolori,  parlò  la  voce  di  tutti  i  giorni 
e  di  tutti  i  fatti. 

L'«  uomo  medio  »  di  Quetelet.  che  fu  il  prodotto  delle  scienze 
rivolte  allo  studio  dell'aggregato  umano,  fu  innalzato  in  letteratura 
alla  dignilJi  consueta  di  Eroe.  Che  se  non  radi  manipoli  d'artisti  stac- 
catisi dall'esercito  dei  «  naturalisti  »  presero  diletto  nell'  indagare  e 
nel  ritiarre  quanto  di  strano  o  di  morboso  ])resenta  il  mondo  della 
materia  e,  meglio  ancora,  della  psiche,  bisogna  considerare  tal  feno- 
meno come  eccezionale  deviazione  dalla  profonda  coirente  del  secolo. 

La  mente  moderna  riceve  dal  mondo  esterno,  di  giorno  in  giorno 
più  caotico  e  complesso,  impressioni  troppo  varie  e  incalzantisi,  è  essa 
stessa  troppo  frammentaria  per  poter  indugiarsi  a  foggiar  uomini 
grandi,  che  abbiano  in  così  alto  modo  tutte  le  buone  e  cattive  qualità 
dei  nostri  tempi  da  esserne  i  rappresentanti  ideali.  L'individuo  si  perde 
nel  brulichio  dei  suoi  simili,  e,  né  può  abbracciare  colla  mente  la 
molteplicità  varia  e  spaventosa  de'  fenomeni  sociali,  né  può  dell'opera 
sua  riempiere  il  mondo. 

1  tempi  non  volgon  propizi  per  gli  Uomini  //^/ alla  Emerson,  per 
gli  Eroi  alla  Carlyle,  per  i  Siipenwmini  alla  Nietzsche.  Questi  uomini 
ideali  anno  cervelli  eminentemente  semplici  e  sintetici,  sono  essi 
stessi  sintesi  viventi,  mentre  la  coscienza  nostra  è  più  che  mai  ana- 
litica, e  più  die  mai  iito  e  intralciato  è  il  campo  delle  nostre  cono- 
scenze. 

La  democrazia  à  detronizzato  gli  idoli,  idtimo  fra  questi  il  Gran- 
d'uomo,  ed  à  collocato  sé  .stessa  al  loro  posto.  Avvenne  un  duplice 
moto  :  della  demociazia  verso  la  scienza,  e  di  questa  verso  quella.  La 
democrazia  più  non  appagandosi  dell'  infantile  spiegazione  religiosa 
circa  i  misteri  della  natura  e  dell'uomo,  ne  richiese  la  scienza:  e 
questa  rispose  negando  Dio,  i  disegni  della  Provvidenza,  la  vita  ul- 
traterrena, la  libertà  e  la  sovrannatiuale  missione  dell'uomo.  Che  anzi 
tentò  di  colmare  l'abisso  separante  da  tutti  gli  altri  l'essere  umano 
collocando  questo  molto  in  basso  vicino  agli  altri  animali,  dai  quali 
lo  fece  differire  soltanto  per  gradi  e  per  forme,  non  per  qualità  ed 
essenza. 

Disse  che  una  molecola  di  ferro  resta  pur  sempre  una  ed  identica 
sia  che  traversi  gli  spazi  in  un  aerolito.  o  scorra  nelle  vene  di  una 
giumenta,  o  batta  in  globoli  sanguigni  alle  tempia  di  un  poeta.  Ed 
aggiiuise  non  esservi  di  ijrande  e  di  duraturo  altro  che  la  specie,  alle 
cui  leggi,  volente  o  nolente,  l'individuo  caduco  e  trascurabile  obbedisce. 
.Alla  radice  della  natura  umana  à  posto  l'istinto  della  conservazione 
della  specie,  facendo  di  questa  non  un  composto  casuale  e  caotico  di 
esseri,  ma  un  tutto  organico,  solido  e  sensibile:  e  come  subordinò 
l'individuo  alla  specie,  così  sottopo.se  questa  alle  eterne  leggi  della 
materia.  11  dualismo  tra  spirito  e  materia  disparve,  e  tutto  si  ridusse 
a  materia  fornita  di  forze. 

Allora  le  tradiziojiali  teorie  antropomorfiche  e  antropocentriehe 
parvero  crollare  fatalmente  per  semjire  in  cumuli  di  macerie:  e  parve 
che  dopo  il  grande  cataclisma  morale  lumanilà  si  fermasse  attonita 
e  dubbiosa,  forse  lieta  e  forse  in  fondo  triste  dell'opera  compiuta.    E 


LA   TEORIA    DELL  EROE   IN    T.    CARLYLE   E    E.    NIETZSCHE  ;25t 

venne  il  periodo  dello  scetticismo  intellettuale  e  morale  solito  a  se- 
guire le  profonde  rivoluzioni.  L'uomo  non  fu  ])iiì  Fanima  della  terra, 
né  questa  fu  più  il  centro  dell'universo. 

Contro  tale  stato  del  pensiero  filosofico  e  letterario  si  levarono  due 
voci  sonore  or  di  maledizione,  or  di  sarcasmo:  voci  di  due  anime  che 
si  piacquero  in  fantasie  e  pensieri  divinizzanti  1"  uomo  e  le  sue  fa- 
coltà, che  l'uomo  vollero  di  nuovo  riposto  sui  vecchi  altari,  celebrandolo 
l'una  come  immagine  divina  sulla  teira.  l'altra  come  il  sereno  Re  al 
cui  piacere,  al  cui  dominio,  alla  cui  gioia  tutto  deve  servire. 

Una  di  queste  due  grandi  voci  fu  eminentemente  cristiana,  o  me- 
glio, religiosa,  ed  ebbe  parole  non  ignote  a  Platone,  ed  impeti  e  gridi 
che  ricordano  gli  antichi  profeti;  l'altra  fu  voce  jiagana,  dolce  e  calda 
spesso  come  quella  dei  poeti  Greci  celebranti  la  bellezza  della  vita, 
talvolta  rudemente  temprata  come  quella  degli  antichi  latini. 

Tommaso  Carlyle  e  Federigo  Nietzsche,  filosofi  e  poeti,  risveglia- 
rono con  miracolo  improvviso  il  senso  dell'individualità  umana  che 
si  andava  smarrendo:  ambedue  furono  accolti  da  acclamazioni  e  da 
grida  di  scherno:  ambedue  chiamarono  a  i accolta  tutti  coloro  che  in 
letteratura  e  in  filosofìa  rifuggono  dalle  masse  umane,  e  adorano  l'in- 
dividuo bello  nella  sua  forte  solitudine;  ambedue  eressero  una  teoria 
che  sopra  il  mareggiamento  delle  folle  schiave  dei  bisogni  e  della  in- 
nata mi.seria,  collocò  l'uomo  affrancato  dalle  umili  leggi  del  branco, 
l'uomo  re  di  se  stesso  e  degli  altri,  la  creatura  che  è  guida  al  bene 
e  a  Dio.  o  die  è  l'incarnazione  della  libera  volontà  e  della  gioia 
fiduciosa. 


Per  Tommaso  Carlyle  la  storia  dell'umanità  si  riduce  ad  una  serie 
di  biografìe  di  Eroi,  o  almeno  la  vita  degli  Eroi  ne  è  l'anima,  il  fuoco 
centrale. 

Qualunque  sia  il  nome  con  cui  furon  chiamati  -  Dio.  profeta,  l'e. 
poeta,  sacerdote  -  qualunque  sia  la  missione  che  quaggiù  compirono, 
l'umanità  deve  ad  essi  ogni  sua  luce  ed  ogni  suo  bene. 

Un  ebete  branco  sospinto  dall'aculeo  de'  bisogni  bestiali,  ecco 
l'umana  famiglia,  se  araldi  di  Dio  sulla  terra -non  apparissero  gli 
Eroi;  coloro  che  debbono  accendere  segrete  fiamme  nei  cuori,  e  driz- 
zare gl'intelletti  oltre  l'angusto  cerchio  delle  futili  apparenze  alla 
divina  Realtà,  e  mostrare  ai  poveri  occhi  ciechi  «  l'aperto  secreto  del 
mondo  »  perchè  vi  sappian  discernere  le  leggi  della  vita,  e  le  genuine 
espressioni  di  una  volontà  sovrannaturale. 

L'uomo  ])rimitivo  è  tro])po  debole  e  schiavo  del  fardello  della  ma- 
teria per  poter  camminare  diritto  ad  una  meta,  per  poter  anche  sol- 
tanto discernerla.  Una  gran  \ìln  oscura  gli  batte  nel  petto  con  rombo 
assiduo;  egli  è  un  caos  di  idee  e  di  desideri. 

Egli  sente  amore  e  sgomento  per  la  natura  piena  di  tremende  bel- 
lezze e  di  forze  ignote  ond'  è  cinto  e  minacciato;  sgomento  sopratutto 
pel  fondo  silenzio  umano  che  gli  sta  attorno,  pel  silenzio  torbido  del 
proprio  cuore. 

Ed  ecco,  al  suono  di  una  voce  provvidenziale  il  cuore  inarticolato 
trova  ciò  che  da  tanto  tempo  cercava,  la  parola,  l'essenza  cioè  delle 
cose.  Suona  l'eroica  voce,  e  il  terrore  si  dissipa,  e  gli  attoniti  occhi 
cominciano  di  tra  i  veli  che  si  squarciano  a  discernere  nell'  «  aperto 
segreto  ».  L'adorazione  dei    rudi    cuori    non  più    ferini  e  non  ancora 


25^  LV    TEORTA    OEI.L'EROE    IX    T.    C.VIU.VI.E    E    K.    NIETZSCHE 

umani  ])er  TEioe  che  à  compiuto  il  miracolo,  e  quindi  genuina  e 
legittima. 

Quando  poi  la  fede  primitiva  degenera  in  idolatrie  grossolane,  e 
di  nuovo  gii  uomini  sono  intenti  alle  forme  bugiarde  e  non  alla  di- 
vina essenza  delle  cose,  e  la  coscienza  del  popolo  naviga  fra  gii  abissi, 
incerta  come  nave  senza  bussola  o  nocchiero,  ceco  di  nuovo  rinviato 
della  Provvidenza,  che  abbattendo  i  bugiardi  fantocci  e  svelando  la 
verità,  riaccende  la  fede  nella  serietà  della  vita,  e  mostra  come  questa 
debba  esser  vissuta.  Attorno  a  lui,  come  a  nucleo  centrale,  si  andrà 
il  poco  a  poco  raggruppando  e  costituendo  una  nuova  società  rigenerata. 

Così  allorché  popoli  sventurati,  malsicuri  di  lor  forze  e  di  loro 
destini,  giacciono  in  balìa  di  popoli  violenti,  ecco  di  nuovo  1'  Eroe  a 
trasfondere  in  tutti  la  genuina  sincerità  del  suo  gran  cuore,  la  ga- 
gliardia  del  suo  braccio,  a  integrare  in  solido  fascio  le  sparse  inutili 
forze  per  condurle  alla  vittoiia.  E  così,  allorché  un  popolo  giunto  alla 
pienezza  del  suo  sviluppo  si  ripieghei'à  quasi  stanco  su  se  stesso  col- 
i'orecchio  teso  alle  glorie  trascorse,  o  si  darà  alla  affannosa  ricerca 
di  nuove  strade,  ecco  nuovamente  il  mandato  da  Dio  in  veste  di  le- 
.gislatore  o  di  poeta  :  il  primo  inteso  a  santificare  le  conquiste  nuove 
della  morale  e  dell'utilità  sociale,  il  secondo  natuiai  voce  di  un'epoca 
•che  voleva  esprimersi,  e  che  del  passato  dirà  le  glorie  e  le  vittorie. 
■e  dell'avvenire  le  sante  speranze.  Sempre,  sotto  qualunque  cielo,  in 
qualunque  età  gii  umani  àn  combattuto  e  vinto  e  progredito  per  viiiù 
degli  Eroi.  Sempre  chiusero  questi  nelle  forti  mani  il  destino  dei  po- 
poli, e  ne'  magnanimi  cuori  le  gioie,  le  ire  e  le  parole  degne  di  non 
andar  perdute. 

Certo  questo  modo  di  comprendere  la  storia  è,  e  fu  detto,  meta- 
fisico; ma  però  non  si  è  dinanzi  ad  una  metafisica  faticosamente  in- 
tessuta di  sofismi  e  di  sottigliezze  verbali,  ma  ad  una  metafisica  spon- 
tanea, direi  quasi  po])olare. 

Che  cosa  infatti  di  sostanzialmente  diverso  à  semjtre  creduto  il 
popolo,  ed  anche  l'uomo  dotto,  sino  al  sorgere  della  moderna  so- 
ciologia? 

La  storia  umana  per  il  popolo  come  ]ier  i  dotti  è  un  tpiadro  dove 
campeggiano  sovra  uno  sfondo  grigio  e  confuso  poche  luminose  figure: 
in  esse  è  tutta  l'espressione  del  quadro,  anzi  tutto  il  quadro.  È  quasi 
una  necessità  dello  spirito  il  personificare  un"età  od  un  popolo  in  un 
grand' uomo.  Nella  vita  quotidiana,  man  mano  che  si  procede  negli 
anni,  noi  gettiamo  dalla  nostra  memoria  l'inutile  zavorra  delle  nozion- 
celle analitiche,  dei  lievi  ricordi,  degli  innumerevoli  piccoli  fatti;  e  per 
CQntrapposto  osserviamo  crescere  e  giganteggiare  in  noi  pochi  ricordi  di 
pochi  fatti  ;  ma  in  essi  è  il  succo  di  tutti  gli  altri,  in  essi  è  l'anima  di 
quanto  abbiamo  appreso  o  vissuto.  .\llo  stesso  modo  i  popoli  dimen- 
ticano presto  le  i)iccole  vicende  (quelle  che  il  Carlyle  chiameiebbe  fu- 
filifi)  e  apixirciisc)  e  le  turbe  che  la  morte  ha  inghiottito,  e  che  per 
un'ora  liempirono  farla  del  loro  ronzìo,  simili  a  sciami  di  moscerini  : 
ma  non  dimenticano  i  grandi  fatti  e  i  grandi  uomini,  che  sono  sempre 
tia  loro  in  relazione  di  causa  ad  effetto. 

Succede  ai  popoli  come  a  chi  si  allontani  su  nave,  che  vede  dap- 
prima sparire  gli  oggetti  più  umili,  poi  confondersi  in  una  unica  mac- 
chia grigiastra  gli  alberi  e  le  case  della  riva,  e  questa  macchia  farsi 
tenue  e  quasi  diafana.  Alfine  anch'essa  sparisce,  e  contro  f  azzurro 
del  cielo  si  accampa  ancora,  sola,  la  bruna  massa  del  monte. 


I.A    TEORIA    DEI.l"£ROE    IX    T.    CARLYLE   E    F.    NIETZSCHE  'Ìb3 

Che  avvenne  degli  antichissimi  popol?  delle  loro  lotte,  dei  loro 
piati,  delle  loro  canzoni"?  L'oblio  li  a.  travolti  in  sua  queta  fiumana, 
sulla  quale  galleggiano  ancora  pochi  nomi  :  tutto  quanto  è  rimasto 
d"un  mondo.  Poi  tra  secoli,  fra  decine  di  secoli,  anche  quei  nomi, 
quei  punti  luminosi  spariranno,  si  spegneranno:  e  dattorno  non  saran 
più  che  eguali  tenebre  ed  eguale  oblio. 

La  Grecia  antica  vive  per  i  poemi  d"Omero:  e  TEroe  che  la  salvò 
attraverso  le  vicende  di  tre  millenni,  per  molti  secoli  ancora  non  la 
lascierà  cadere  dalla  memoria  degli  uomini,  che  già  d'altri  popoli  ben 
più  iirossimi  d'età  anno  scordato  i  latti  e  presto  scorderanno  i  nomi, 
appunto  perchè  nessuna  eroica  voce  li  fece  risuonare  nell'universo. 

In  che  cosa  dunque  può  parere  strana  la  teoria  di  Carlyle? 

In  etfetto  noi  stessi,  con  tutto  il  nostro  materiali-«mo  storico  e  il 
nostro  spirito  critico  e  la  nostra  multiforme  sociologia,  guardiamo  istin- 
tivamente la  storia  umana  cogli  ocelli  di  Carlyle.  Per  noi  stessi  Sparta 
all'inizio  di  sua  forza  è  sintetizzata  in  Licurgo;  gli  Israeliti  vendi- 
cantisi  a  libertà  e  cosliluentisi  a  Stato  in  Mosè;  Atene  vittoriosa  e 
alacre  e  ricca  e  gaudiosa  e  armonio.sa  in  Pericle:  Roma  dibattentesi 
fra  cristianesimo  e  paganesimo,  fra  credenze  vecchie  e  nuove  speranze, 
mentre  già  i  barbari  premono  alle  frontiere,  in  Costantino.  Chi  di  noi 
pensa  o  può  pensare  ai  patimenti  degli  ebrei,  alla  semplice  vita  degli 
Spartani,  agli  arconti,  ai  sofisti,  ai  mercanti,  ai  senatori,  agli  schiavi, 
ai  preti  di  Atene  o  di  Roma?  Basta  un  nome,  un  gran  nome,  a  illu- 
minarci con  sùbita  luce  le  oscure  regioni  dei  ricordi  e  della  storia; 
un  nome,  un  gran  nome  di  uomo  che  abbia  sofferto,  lavorato,  com- 
battuto per  tutti;  in  lui  si  assomma  tuttociò  che  gli  altri  anno  fatto. 

Giusta  dunque  come  pratica  costante  e  necessaria  del  pensiero,  il 
quale  par  abbracciai-e  amplissimi  periorli  di  storia  à  bisogno  di  dense 
sintesi,  la  teoria  di  Cailyle  appare  mistica  per  il  significato  attribuito 
agli  Eroi,  che  sono  gì"  iiiriafi  di  Dio.  Cj.sì  parlavano  i  profeti,  così 
doveva  pensare  Omero  quando  chiamava  i  suoi  re  «  pastori  di  popoli 
prediletti  da  Giove  ». 

Tommaso  Carlyle  fu  anima  profondamente  religiosa,  che  non  com- 
prese la  religione  come  qualcosa  di  ristretto  a  formule  di  dogmi  e 
parvenze  rituali,  ma  come  una  fede  ampia  ed  ardente  che  deve  avvol- 
gere tutta  la  vita  dell'uomo  e  determinarne  la  pratica.  È  quindi  natu- 
rale che  egli  vedesse  nella  religione  il  fatto  principale  così  riguardo 
all'uomo  che  alle  nazioni. 

«  Io  non  chiamo  religione  la  professione  e  l'affermazione  di  articoli 
di  fede,  le  quali  sono  spesso  soltanto  professione  e  affermazione  delle 
azioni  esteriori  dell'uomo,  della  mera  sua  ragione  argomentante,  se 
|)ure  sono  tanto  profonde.  Ma  la  cosa  che  l'uomo  crede  ijraticamente 
(e  ciò  bene  spesso  senza  affermarla  neppure  a  se  stesso  e  tanto  meno 
agli  altri),  la  cosa  che  l'uomo  à  praticamente  a  cuore,  e  ritiene  certa 
riguardo  alle  sue  vitali  relazioni  con  questo  misterioso  universo,  ri- 
guardo al  suo  dovere  ed  al  suo  destino  quaggiù,  ecco  in  ogni  caso  per 
lui  la  cosa  più  importante  che  creativamente  determina  tutto  il  resto  *. 

Non  fa  meraviglia  quindi  ciie  per  Carlyle  diventasse  perno  cen- 
trale della  teoria  sugli  Eroi  il  concetto  metafisico  di  Fichte:  non  essere 
le  cose  di  questo  mondo  se  non  un  involucro  di  sensibile  apparenza 
celante  l'essenziale  Realtà,  cioè  la  «  divina  Idea  del  mondo  ». 

L'uomo  è  una  divina  apparizione,  venuta  da  un  mondo  invisibile 
dove  dovrà  ritornare,  dopo    una    breve  vita  quaggiù  sospeso  fra  due 


454  I.A    TEOHIA   deli/eroe    l.V    T.    CARLYI.E   E    K.    NIETZSCHE 

solenni  silenzi:  quello  degli  astri  e  quello  delle  tombe.  L"  Eroe  è  Tarma 
di  cui  la  Provvidenza  si  seive  per  attuare  i  suoi  disegni  in  mezzo  al- 
l'umana famiglia.  Tutta  la  sua  vita  è  una  battaglia,  è  il  compimento 
di  una  missione. 

Mentre  per  altri  fllosotì  (ad  esempio,  pel  Mazzini  che  ebbe  con 
r  Inglese  famigliarità  e  molti  e  profondi  tratti  di  somiglianza  spiri- 
tuale) il  Grand'uomo  non  è  che  il  frutto  maturo  di  un'età  e  di  una 
società,  per  Carlyle  invece  è  il  germe  da  cui  età  e  società  usciranno 
e  si  svilupperanno.  Mentre  quelli  fanno  del  Grand'uomo  una  forza 
subordinata  o  almeno  coordinata  all'età  e  all'ambiente.  Carlyle  ne  fa 
una  forza  indipendente  e  provvidenziale  che  suU'  ambiente  e  sull'età 
deve  intluire.  Di  qui  una  delle  affermazioni  più  insistenti  di  lui:  che 
r  Eroe  sotto  qualunque  cielo  in  qualunque  tempo  è  identico,  è  sempre 
«  intimamente  della  stessa  stoffa  »  per  quanto  possa  venir  chiamato 
con  nomi  diversi.  Egli  è  l'uomo  provvidenziale,  è  sempre  una  genuina 
realtà  :  tutto  il  resto  non  è  che  «  ombra  che  par  persona  ».  Odino, 
Maometto.  Dante,  Shakespeare.  Cromwell,  Lutero,  Johnson,  Goethe, 
sono  egualmente  messaggeri  iteli'  infinito  ignoto  e  ce  ne  recano  novella: 
escono  direttamente  dall'  intimo  fatto  delle  cose,  vivono  ed  hanno  da 
\  ivere  in  quotidiana  comunanza  con  esso.  Sono  della  stessa  stoffa  adun- 
que, soltanto  differiscono  dall'accoglienza  che  anno  incontrato  quaggiù. 

«  Il  culto  degli  Eroi  varia  di  continuo  :  differente  in  ogni  età,  è  in 
ogni  età  diffìcile  a  ben  praticarsi.  In  fatto  si  può  dire  che  il  vero  com- 
pito di  un'età  si  riduca  al  ben  professarlo.  Il  culto  di  un  Eioe  è  la 
trascendente  ammirazione  per  un  grande,  lo  dico  che  i  grandi  uomini 
sono  ancora  ammirabili,  dico  che  in  fondo  non  c'è  altro  di  ammi- 
rabile... Anche  la  religione  si  forma  su  questo  culto...  Culto  degli  Eroi, 
cordiale  ammirazione,  sommessione  ardente  sconfinata  per  una  nobi- 
lissima, i)er  una  divina  forma  d'uomo,  non  è  questo  il  germe  dello 
stesso  cristianesimo?  » 

Se  infatti  persino  l'adorazione  di  una  pianta,  di  un  animale,  di 
una  stella  fu  per  interi  popoli  e  intere  età  un  santo  dovere,  ed  ebbe 
in  sé  alcun  significato,  quanto  più  non  poteva  averne  quella  d'un 
Eroe?  Anche  nelle  nostre  età  attossicate  da  scettico  criticismo  sgreto- 
latore,  noi  siamo  ancora,  secondo  Carlyle,  indotti  dal  naturale  istinto 
a  cercai-e  1"  Eroe,  e  ad  ammirarlo  quando  ci  è  dato  di  rintracciarlo. 
Suffragio  politico,  jtartiti.  parlamentarismo,  tutto  si  liduce  infine  a 
scegliere  i  migliori,  quelli  a  cui  tutti  gli  altri  obbediranno  con  gioia. 

Certo,  i  romorosi  metodi  moderni  di  scelta  non  valgono  gran  che: 
devesi  anzi  ad  essi  precipuamente  se  nella  Eroiarcìiia,  che  è  la  spina 
dorsale  della  nostra  come  di  ogni  umana  società,  alcuni  sono  falsi  eroi, 
non  sono  cioè  d'oro  puro,  pur  rappresentando  oro.  Ma  come  in  com- 
mercio, se  si  può  andar  innanzi  con  molte  monete  false,  non  lo  si  può 
con  tutte,  che  si  finirebbe  al  fallimento,  cosi  nella  vita  politica  quando 
tutti  coloro  cui  è  commesso  il  comando  sono  d'oro  falso,  si  precipita 
nelle  rivoluzioni.  Il  difficile  sta  dunque  nel  trovar  l'Eroe,  ma  trovatolo 
è  giusto  che  tutti  gli  prestino  adorazione. 

Ogni  popolo  in  ogni  età  cerca  l'Eroe;  qualclie  volta  lo  cerca  e  lo 
chiama  invano  :  la  Provvidenza  non  1"  à  mandato  e  i  tempi  volgono 
a  rovina.  Cuore  magnanimo,  indomita  fermezza,  genuina  inconscia  sin- 
cerità, tutte  le  caratteristiche  del  Grand'uomo  mancano  agli  imbelli 
tempi  se  egli  manchi:  e  allora,  nell'assenza  di  ogni  cosa  buona,  fio- 
risce il  cultu  delle  parvenze,  delle  futilità,    delle  caducità.  1  secoli  di 


LA   TEORIA   DEM.  EROE    IN    T.    CARl.YLE    E    F.    NIETZSCHE  ÌW 

decadenza  s' ingegnano  assai  bene  nelle  cliiaccliiere  criticlie  e  così 
dette  scientifìclie  ;  ma  le  «  età  eroiche  »  in  un  «  eroico  silenzio  »  par- 
lano con  la  voce  di  magnitìci  fatti. 

Le  chiacchiere  scientifiche!  Ecco  veramente  ciò  che  Carlyle  odia, 
ciò  che  sferza  spesso  col  suo  feroce  sarcasmo  ;  poiché  è  opera  pazza 
il  volere  spiegare  con  quattro  nomenclature  l'universo,  il  divino  e  mi- 
sterioso universo,  «  come  se  fosse  una  povera  cosa  morta  da  rinchiu- 
dersi in  bottiglie  di  Leyda  e  da  vendersi  nelle  botteghe  ». 


Anche  Federigo  Nietzsche  à  spesso  amare  parole  contro  la  scienza: 
ma  mentre  il  filosofo  inglese  la  odia  come  la  gran  nemica  del  senti- 
mento religioso,  il  tedesco  sente  in  essa  «  odor  di  palude  con  graci- 
damenti  di  rane  »,  e  la  dispiezza  perchè  da  una  parte  mette  capo  ad 
un  mostruoso  idolo,  lo  Stato,  dall'altra  finisce  col  sottomettere  1" uomo 
alle  leggi  della  reciprocansa,  col  rinserrarlo  nel  cerchio  sempre  più 
angusto  di  una  morale  da  branco,  sminuendogli  ogni  giorno  di  più  la 
forza  dell'arbitrio. 

Lo  scrittore  inglese  considerava  la  scienza  da  mistico,  il  tedesco 
da  anarchico  morale  quale  fu  in  realtà.  «  Il  mondo  ora  non  è  divino 
se  non  per  gli  eletti;  pure,  esso  è  una  cosa  ineffabile,  verso  la  quale 
la  migliore  attitudine  per  noi  dopo  tutta  la  no.stra  scienza  è  il  rispetto, 
la  devota  prosternazione,  e  l'umiltà  dell'anima  »  -  grida  Carlyle. 

Dice  il  Nietzsche:  «  Sopra  tutte  le  cose  si  stende  il  cielo  del  caso, 
il  cielo  dell'  impreveduto,  il  cielo  del  capriccio.  E  questa  libertà  e  sere- 
nità celeste  io  posi  al  pari  di  un'azzurra  cupola  sopra  tutte  le  cose, 
allorquando  insegnai  che  né  oltre  loro  né  in  esse  alcuna  volontà  eterna 
si  manifesta  ». 

Necessariamente  dalla  diversa  concezione  dell'universo  -  religiosa 
e  mistica  in  Carlyle,  atea  e  materialista  in  Nietzsche  -  derivano  delle 
l)ròfonde  differenze  nel  rispettivo  modo  di  considerare  e  di  spiegare  il 
Grand' uomo. 

L'opera  di  costui  non  può  per  Carlyle  restringersi  alla  vita  di 
quaggiù,  dove  quella  cosa  silenziosa  e  indefessa  che  si  chiama  tempo 
finisce  per  avvolgerci  nella  sua  onda,  sulla  quale  noi  e  l'opera  nostra 
galleggiamo  per  un  istante,  come  parvenze  che  sono  e  poi  noti  sono 
piiA,.  No:  v'è  una  divina  realtà  oltre  l'involucro  di  sensibile  apparenza: 
v'è  un  «  al  di  là  ».  Quelli  che  non  sanno  spingervi  lo  sguardo  per- 
dono il  tempo  in  futilità  :  pos.sono  levar  molto  rumore,  molta  polvere, 
ma  poi  il  rumore  si  attutisce,  la  polvere  dilegua,  ed  è  di  loro  come 
se  non  fosser  vissuti.  Ma  l'Eroe  porta  in  se  stesso  il  fuoco  che  sa  incen- 
dere et  accendere,  e  legge  nel  cielo  un  grande  principio,  un  grande 
insegnamento  che  possa  essere  come  un  vessillo  attorno  al  quale  tutti 
gli  uomini  si  stringano.  E  per  questo  vessillo  l'Eroe  deve  combattere 
e  sperare  e  soffrire  ogni  ora  della  sua  vita,  tutta  la  vita. 

Così  si  spiega  il  disinteresse,  l'altruismo,  lo  spirito  di  sacrificio 
di  tutti  gli  Eroi  carlyniani,  i  quali  non  operano  per  sé,  non  operano 
neanche  secondo  un  piano  prefisso  :  un'ascosa  forza  li  muove,  inconsci 
spesso  e  sempre  schietti  come  la  natura,  di  cui  non  sono  che  una 
mirabile  forza.  Non  cercano  la  ricchezza,  non  la  potenza,  non  la  gloria: 
tali  futilità  verranno  non  desiderate  ad  essi,  che  potrebbero  far  loro 
le  parole  di  Cristo:  «  11  nostro  regno  non  è  di  questa  terra  ». 


t>.ó(j  LA  TEORIA  r)i:i,i."i;R()i-:  in  t.  cAUi.Yi.t;  e  k.  mut/.sche 

E  Gian  Giacomo  Rousseau,  cl)e  tante  doti  eroiche  ;i  pure  come  let- 
terato, non  si  salverà  dai  riniprovei'i  di  Carlyle,  appunto  perdiè  sof- 
ferse di  una  miserabile  fame:  quella  della  gloria;  appunto  percliè  il 
contingente  e  il  caduco  distolsero  spesso  i  suoi  occhi  dall'e/er/fo  e 
dal  reale. 

(vosì  si  spiega  anche  perchè  il  Carlyle  [irediliga  gli  Eroi  die  altro' 
non  ebbero  ali"  infuori  della  loro  grande  anima,  e  lasci  nelTombra  quelli 
che  sulla  scena  del  mondo  jìarvero  rappresentare  le  parti  più  importanti 
di  re  e  di  imperatori.  Egli  più  che  al  successo  guarda  al  nieiito.  più 
che  all'esteriore  ali"  interno;  quindi  se  per  Dante  e  Shakespeare  à 
parole  di  affetto  e  di  adorazione  di  cui  non  conosco  le  più  eloquenti, 
venera  pure  letterati  che  passarono  quasi  sconosciuti  fra  gli  uomini, 
che  certo  non  varcarono  i  confini  della  lor  terra,  come  Roberto  Burns 
«  balzato  fuori  di  tra  mezzo  alle  artificiali  figure  di  cartapesta  del  secolo 
decimosettiino  quasi  sorgente  nei  deserti  rocciosi  ». 

Per  tutto  Cfuesto  è  naturale  che  il  mistico  inglese  ammiri  assai 
scarsamente  Napoleone,  adorato  invece  dal  Nietzsche  quale  perfetta 
immagine  dell'uomo  che  riesce  ad  affermare  la  sua  vittoriosa  e  onni- 
potente volontà.  Oliviero  (aomwell  appaie  agli  occhi  dell'  Inglese  assai 
più  glande  del  Bonaparte.  «Le  enormi  vitloiie  di  costui  che  si  este- 
sero a  tutta  r  Europa,  mentre  il  campo  d'azione  di  Cromwel  si  limitò 
alla  piccola  Inghilterra,  non  sono,  per  dir  così,  che  gli  alti  trampoli 
sui  quali  l'uomo  si  vede  salito  :  la  statura  dell'uomo  per  essi  non  muta. 
Non  trovo  in  lui  sincerità  pari  a  quella  del  Cromwell...  »  E  più  oltre 
conclude:  «  Il  napoleonismo  era  ingiusto,  era  menzogna  e  non  poteva 
durare...  L'opera  di  Napoleone  si  ridurrà  a  lungo  andare  a  quanto  egli 
compì  giustamente,  a  quanto  la  Natura  sancirà  con  le  sue  leggi,  a 
((uanto  di  realtà  era  in  lui:  a  tanto  e  nulla  più». 

Qui  si  manifesta  veramente  tutto  il  modo  di  pensare  e  di  compren- 
dere del  tiarlyle:  il  mondo  ])er  lui  non  solo  è  come  realtà  materiale, 
ma  sopratutto  come  realtà  spirituale,  e  il  mondo  dell'uomo  e  della 
società  è  sopratutto  come  realtà  inorate. 


Invece,  secondo  il  Nietzsche,  trovandosi  l'uomo  a  vivere  in  un 
mondo  in  balia  del  caso,  deve  vivervi  con  gioia,  ed  esser  lieto, 
libero,  crudele,  malizioso:  deve  principalmente  ciicoscrivere  quaggiù 
ogni  scopo  ed  ogni  desiderio.  Non  teorie  di  rassegnazione,  di  morfi- 
tìcazione,  di  impicciolenti  virtù:  tutte  cose  che  vaiuio  bene  pel  vulgo 
foggiato  sulle  prediche  dei  celebratori  della  morte.  Tuttociò  che  tende 
a  diminuiie  la  libera  gioia  dell'uomo,  fatto  o  teoria,  materia  o  spirito, 
ecco  il  male:  tuttociò  che  contribuisce  all'autodominio,  al  potere,  alla 
bellezza,  ecco  il  bene  ;  bello  e  buono,  utile  e  lecito  son  nuovamente 
termini  che  s' identificano,  come  già  presso  taluni  dei  Greci.  Gran- 
d'uomo  sarà  colui  che  meglio  saprà  vivere:  che  meglio  saprà  gioire 
ed  elevarsi  e  comandare  :  colui  che  saprà  dire  a  se  stesso  e  a  lutti  e 
a  tutto  :  io  voc/lio.  Non  io  qui  ni'  indugierò  a  fare  una  esposizione  siste- 
matica del  Superuomo  nietzschiano,  di  cui  tanto  si  parlò  in  questi 
ultimi  anni,  qualche  volta  assennatamente,  più  spesso  a  sproposito.  E 
neanche  voglio  parlare  delle  opere  letterarie  che  trovarono  in  questo 
teoria  la  sorgente  di  lor  vita,  poiché  i  Superuomini  dei  romanzi  e  dei 
poemi  sono  ftmtocci  assai  male  cuciti,  e  soltanto  capaci  di  parlare  cor 
la  voce  altrui,  e  di  far  i  soliti  quattro  gesti  ad  angolo  retto. 


I.A    TEOllIA    nELL  EROE    IN    T.    CARI. VI. E    E    K.    NIETZSCHE  T-)l 

Ma  ciò  che  da  noi  non  fu  se  non  ostentazione  e  scimmiottamento, 
per  Nietzsclie  fu  parte  integra  della  coscienza  ed  espressione  veia  di 
temperamento.  Egli  fu  un  greco  col  culto  innato  per  la  bellezza,  la 
forza,  la  pienezza  della  vita  tisica,  vissuto  per  anacronismo  in  un  secolo 
ricco  di  una  sua  speciale  bellezza  che  egli  non  seppe  compi endere.  11 
mondo  e  la  vita  apparvero  alla  sua  anima,  come  a  quella  degli  Elleni 
o  dei  Romani  dell"  impero,  sotto  una  luce  esclusivamente  estetica  e 
sensuale.  I  problemi  più  ardui  del  cristianesimo  che  tanto  agitarono 
le  coscienze  del  secolo  xi.x,  per  Nietzsche  non  esistettero,  contento  come 
fu  di  proclamare  spesso  che  «  Dio  è  morto  ».  e  che  con  Lui  è  morto 
il  regno  deirumiliazione  e  del  dolore. 

Chi  comprende  la  vita  come  una  cosa  caduca  in  cui  sia  saggezza 
il  cariirre  flirm.  chi  la  comprende  come  espressione  di  gioia,  o  soddi- 
sfazione di  sensi  o  esercizio  di  potere,  non  à  anima  religiosa.  Tanto 
gl'individui  che  i  jiopoli  profondamente  religiosi  anno  un  culto  spe- 
ciale pel  dolore  :  su  questo  si  basa  anzi  in  gran  parte  la  costruzione 
teorica  delle  religioni.  Si  pensa  in  un  «  al  di  là  »  solo  quando  tal  pen- 
siero può  essere  una  speranza  od  una  consolazione.  Ma  coloro  che  sanno 
e  possono  dalla  vita  terrena  esprimere  larga  e  ininterrotta  onda  di  gioia, 
vedono  nelle  speculazioni  ultraterrene  un  attentato  alla  felicità.  Zaia- 
thustra  di  Nietzsche  porta  anch'esso  agli  uomini  la  buona  novella, 
come  i  profeti  e  come  il  Rabbi  di  Nazareth  :  ma  il  regno  che  egli 
annuncia  non  è  quello  dei  cieli,  quello  dell'eternità,  bipartito  in  luogo 
di  delizie  e  in  luogo  di  tormenti  secondochè  si  sarà  operato  confor- 
memente o  contro  alla  legge  di  Dio  :  ma  è  su  questa  terra,  esclusi- 
vamente su  questa  terra,  dove  l'anima  spesso  muore  anche  prima 
del  corpo. 

«  Il  Superuomo  è  il  senso  della  terra...  Ve  ne  scongiuro,  fiatelli 
miei,  rimanete  fedeli  alla  terra  e  non  prestate  fede  a  coloro  che  vi  par- 
lano di  speranze  sovrannaturali!  Sono  degli  avvelenatori  coscienti  ed 
inco.scienti  ».  11  Superuomo  non  può  essere  creatura  dei  nostri  tempi 
ancor  troppo  legati  al  passato,  e  schiavi  del  ])regiudizio  dell'  «  oltre 
tomba  »  e  di  quello  «  del  bene  e  del  male  ».  Tutto  c[uello  che  noi  pos- 
siamo sperare  è  di  preparare  l'avvento  di  colui  che  balzerà  un  giorno 
dall'anima  nostra,  purificata  via  via  nel  crogiuolo  della  bellezza  e  del 
dominio,  a  distruggere  il  dolore,  e  a  superare  così  lo  stadio  animale. 
«  Io  non  posso  amare  che  il  paese  dei  miei  figli,  il  paese  inesplorato 
laggiù  nel  più  lontano  dei  mari  :  verso  di  esso  drizzo  le  mie  vele  ansio- 
samente cercando.  Ne'  miei  tìgli  voglio  redimere  la  colpa  d'essere  stato 
tìglio  de'  miei  padri,  e  coU'avvenire  questo  presente  !  ». 

Il  concetto  del  progredire  degli  esseri  da  forme  inferiori  a  forme 
sempre  più  perfette  -  legge  di  cui  la  scienza  involve  tutto  il  mondo 
tìsico  -  è,  come  si  vede,  trasportato  dal  Nietzsche  nel  campo  morale. 
Già  gli  Elleni,  secondo  lui.  eran  giunti  alla  soglia  del  tempio  del  Super- 
uomo, e  vi  sarebbero  forse  entrati,  se  gli  uomini  dietro  le  vestigia  del 
Galileo  non  avessero  distrutto  gli  strumenti  della  grandezza  e  della 
gioia,  per  foggiare  con  cecità  ridicola  i  ferri  dei  propri  supplizi. 

Però  è  da  osservarsi,  che  mentre  il  fondo  sociale  dell'estetismo 
greco  fu  democraUco,  tantoché  se  Superuomini  vi  furono,  lo  furon  tutti 
dall'arconte  al  soldato,  per  Nietzsche  solo  un  piccolo  numero  d'uomini 
potrà  affrancarsi  dalla  schiavitù  della  liassezza  e  del  dolore. 

L'arte,  l'esercizio  della  volontà  individuale,  la  pratica  della  libertà 
avevano  finito  per  sospingere  veramente  tutto  il  mondo  greco  ad  una 

17  Voi.  evi.  Selle  TV  -  16  luglio  1903. 


'2ÓH  LA  TEoiuA  dki.i/kroi-:  in  t.  cari. vi. i:  e  r.  Nietzsche 

serena  altezza,  dove  le  slesse  scarse  fantasie  siili'  «/  ili  là  eiaiio  iinpK'- 
gnate  eli  un  piot'unio  di  g-ioia,  erano  miti  ombre  e  non  tenebre  l'osche; 
mentre  per  Nietzsche  il  branco,  il  vile  branco,  si  avvoltolerà  sempre 
nella  sna  innnondizia.  sarà  sempre,  per  dirla  con  Carlyle,  una  povera 
cosa  amorfa  e  inarticolata.  Così  V  Eioe  di  quello,  in  quanto  trae  la 
sua  rag:ion  d'essere  dalla  massa  umana  per  la  quale  opera  e  vive,  forma 
l'esatto  contrapposto  del  Superuomo,  il  quale  vive  quasi  in  odio  alla 
massa,  in  un'atmosfera  nota  a  lui  solo,  cni'ioso  tipo  di  gigante  e  di 
anacoreta. 

Il  Superuomo  è  quindi  line  a  se  stesso  :  la  viitfi.  la  verità,  l'ideale 
non  esistono  all'infuori  di  lui  :  non  sono  come  nel  mondo  di  Carlyle 
(lei  fari  nascosti  nelle  tenebre,  che  solo  la  prodigiosa  mano  dell'Eroe 
può  svelare  agli  attoniti  sguardi  delle  moltitudini.  11  Superuomo  è  il 
senso  della  terra;  è  sopralutto  il  circolo  chiuso  che  à  coininciamento 
e  fine  in  sé.  stesso,  supremo  fiore  dell'albero  della  vita,  destinato  ad 
accogliere  in  sé  ogni  raggio,  ogni  colore,  ogni  lìiofumo. 

Da  taluni  si  volle  riallacciare  il  pensiero  nietzschiano  alla  legge 
della  lotta  per  la  vita  con  il  conseguente  trionfo  del  più  forte  e  del  più 
atto,  lo  si  volle  anzi  con  quella  spiegare  e  giustificare:  altri,  trasportan- 
dolo nella  politica,  vi  scorsero  la  teoria  delle  forme  oligarchichedi  governo- 
«  Zarathustra  non  deve  parlare  al  popolo  bensì  ai  compagni  :  Zarathustra 
non  deve  essere  il  pastore  ed  il  cane  d'una  mandria!  »  Certo  la  figura 
creata  dal  Nietzsche  è  essenzialmente  e  crudamente  aristocratica;  si 
direbbe  anzi  chea  meglio  sublimare  la  sua  creatura,  il  tilo.sofo  abbia  vo- 
luto accentuarne  il  distacco  dal  volgo,  ostentando  un  esagerato  disprezzo 
per  questo,  e  un  soverchio  entusiasmo  per  i  pochissimi  eletti.  Ala  il  tra- 
sportare il  pensiero  di  Nietzsche  dal  campo  puramente  etico,  dove  sorse 
e  si  sviluppò,  in  altri  campi  è  opera  arbitraria  ;  tanto  più  che  se  già  nel 
campo  morale  esso  è  sovente  tanto  ardito  da  sembi'ar  pazzesco,  ti'as- 
portato  nella  i)olitica  darebbe  luogo  a  dei  mostruosi  anacronismi. 

Di  i)iù  il  Nietzsche,  così  facile  a  lanciar  apoftegini  in  materia  di 
arte,  di  letteratura  e  di  morale,  sorvola  sempre  sulla  politica,  potendo 
per  lui  essere  volgo  non  solo  coloro  che  servono  materialmente,  ma 
anche  coloro  che  pur  avendo  tutte  le  apparenze  del  comando  àn  la  ser- 
vitù nell'animo,  potendo  essere  volgo  anche  i  re  di  corona.  Zarathustra 
si  ride  dei  governi  e  non  li  cura,  vivendo  essi  assieme  ai  greggi  umani 
di  cui  sono  i  cani  da  guardia,  in  una  zona  d'ombra,  lungi  dal  beato 
colle  del  Superuomo  irraggiato  dal  sole.  «  Ed  ai  governanti  volsi  il 
dorso  quando  vidi  che  cosa  essi  chiamavano  governare:  il  mercanteg- 
giare e  patteggiar  colla  plebe  !  » 

L'opera  di  Federigo  Nietzsche  bisogna  quindi  consideiai'la  soltanto 
dal  lato  etico,  quale  integrazione  in  un'idéal  forma  d'uomo  di  un  nuovo 
e  più  ampio  sistema  di  morale,  che  non  fissa  arbitrari  confini  chia- 
mandoli coi  nomi  di  «  bene  »  e  di  «  male  »:  al  di  là  di  questi  fittizi 
confini  deve  allargarsi  la  libera  e  conscia  volontà,  deve  stendersi  l'illi- 
mitato regno  del  capriccio. 

La  passione,  reietta  in  tutti  i  sistemi  morali  e  religiosi  come  radice 
di  ogni  male,  è  dal  tìlosofo-esteta  posta  al  vertice  della  sua  etica.  «  Una 
volta  tu  possedevi  delle  passioni  e  le  chiamavi  cattive:  ma  adesso  non 
possiedi  che  le  tue  virtìi,  le  quali  ebbero  origine  dalle  tue  passioni. 
Tu  collocasti  il  tuo  scopo  più  sublime  in  quelle  passioni  ed  allora 
divennei'o  le^tue  virtù  e  le  tue  gioie  ».  Il  branco  invece  seguiterà  il  suo 
ebete  andare  lungo  gì'  insorpassabili  confini  del   bene  e  del  male,  e 

I 


LA    TEORIA    deli/ EROE    IN    T.    CARLYLE   E    F.    .NIETZSCHE  :25U 

vedrà  iiell' nonio  che  per  t'orza  di  volontà  li  à  varcati  non  un  essere 
ammirevole,  ma  un  nemico.  Tutta  la  sua  gretta  morale  basata  sulla 
legge  della  reciprocauza  che  innalza  a  sistema  la  transazione,  che  im- 
pone l'obbligo  di  innumerevoli  schiavitù  e  riduce  l'uomo  ad  una  com- 
pleta evirazione,  è  turbata  quasi  da  temerario  attentato  dalia  vita  di  un 
Superuomo.  11  quale,  perciò,  sarà  odiato,  e  sarà  invece  levato  alle  stelle 
chi  al  popolo  darà  il  più  bello  e  chiassoso  esempio  di  seintù,  di  auto- 
ini  picciolimento. 

Mentre  per  Cailyle  il  culto  degli  uomini  superiori  è  eterno  e  ine- 
stJTiguibile,  sebl)ene  più  o  meno  fervido  secondo  le  età  e  le  circostanze, 
mentre  dunque  è  il  popolo  colla  sua  ammirazione  devota  che  misura 
in  certo  qual  modo  l'Eroe,  pei-  Nietzsche  il  popolo  è  incajìace  di  giu- 
dizio, e  non  bisogna  mai  credergli  quando  parla  di  uomini  grandi  per- 
chè non  comprende  la  giandezza  dei  pochi  (i  quali  sono  poi  gli  eitfì 
dir  creano),  ma  à  occhi  ed  orecchi  per  i  commedianti  (cpielli  che  rap- 
jiresentano  le  cose  grandi!  e  ruota  attorno  ad  essi  e  li  cinge  di  gloria. 
«  Guardate  i  buoni  ed  i  iiiiisfi.  guardate  i  credenti  di  tutte  le  religioni  : 
chi  odiano  essi  ]iiù  d'ogni  altro?  Colui  clie  spezza  le  loro  tavole  dei 
\alori,  i'infran^itore.  il  corruttore:  ma  questi  è  colid  che  crea.  Io 
non  voglio  più  parlare  al  popolo:  per  l'ultima  volta  ò  |)arlato  ad  un 
radavere  ». 


Tommaso  Carlyle  e  Federigo  Nietzsche  furon  quindi  due  fieri  e  rudi 
e  intransigenti  individualisti  in  un'età  in  cui  la  .scienza  pareva  decre- 
tare, in  ogni  ordine  di  S|)eculazioni  e  più  di  tutto  nella  pratica  quo- 
tidiana, il  trionfo  della  specie  e  della  folla.. 

Religioso  e  mistico.  Carlyle  ridusse  l'uomo  di  genio  ad  un  semplice 
strumento  della  Provvidenza,  atto  a  lavorare  la  grigia  massa  umana, 
onde  farne  sprizzare  scintille  di  luce  e  fiamme  d'amore.  Fu  più  che  altro 
un  ricordo  di  antiche  cosmogonie,  un'eco  di  mitologie  morte,  un  grido 
(li  fede  religiosa  tanto  più  commovente  in  cjuanto  si  sente  che  risuona 
nel  silenzio  del  cuore  sociale:  non  fu  certo,  né  lo  poteva  essere,  opera 
di  scienza.  Il  suo  Eroe,  metafisico  nell'origine  e  nello  sviluppo,  è  pur- 
tuttavia  profondamente  simjiatico.  perchè  non  si  rinchiude  in  sé  stesso,, 
ma  si  dona  tutto  agli  altri,  etl  è  il  salvatore,  il  ]>adre.  l'amico  del  popolo. 
Ed  è  simpatico  perchè  questo,  malgrado  le  sue  vanterie  e  ostentazioni 
egualitarie,  adora  un  bel  gesto,  ima  bella  parola,  un  gran  fatto  :  e  an- 
cora subisce  il  fascino  di  chi  è  tanto  diverso  da  lui,  ma  anche  tanto  su- 
periore. Tutta  una  nuova  fioritura  di  eroi  e  di  uomini  tipici  -  nel  teatro, 
nel  romanzo,  nel  poema  -  dopo  il  trionfo  indiscutibile  degli  ambientisti, 
dimostra  la  verità  di  questa  asserzione. 

Materialista  e  pagano.  Nietzsche  innalzò  l'uomo  ai  limiti  ultimi  del 
mondo  sensibile,  oltre  i  quali  comincia  il  nidla.  e  lo  abbandonò  alla 
sola  legge  tlel  capriccio,  al  solo  istinto  della  gioia.  Ma  il  suo  Supei'uomo 
riesce  antipatico  non  solo  jierchè  jioggia  sulla  precisa  inversione  dei 
principi  di  morale  universalmente  accettati,  ma  perchè  coll'esaltare  la 
solitudine  egoistica  del  Superuomo  il  filosofo  spezza  ogni  vincolo  di 
simpatia  tra  il  mondo  umano  che  attorno  vive  e  la  creatura  della  sua 
mente,  che  diviene  così  un  ridicolo  feticcio  dinanzi  al  (piale  si  sdi- 
linquiscono in  adorazione  pochi  esteti. 


2(M)  LA   TEOIilA    dell'eroe    IX    T.    f.ARLVLE    E    E.    XIETZSritE 

Che  se  il  concetto  filosofico  di  Nietzsche  applicato  alla  produzione 
artistica  diede  lìutti  copiosi  forse,  ma  senza  dul)bio  risibili,  anche 
come  sistema  morale  non  aggiunse  al  pensiero  greco,  cosi  sereno  e  allo 
e  sobrio  nelle  sjieculazioni  metafisiche,  altro  che  la  parte  ]>iii  antipa- 
tica: cioè  l'opposizione  dell'uomo  agli  nomini,  la  popolofohia.  Cosa 
questa  che  ])iìi  forse  è  dettata  al  Nietzsclie  dal  temperamento  suo  di 
antico  che  non  dal  lavorio  del  raziocinio;  poiché  la  popolofohia  non 
discende  necessariamente  di  illazione  in  illazione  dalle  premesse  atee 
e  materialistiche:  tutt'aUro.  È  tjuindi  prodotto  del  suo  temperamento 
squilibrato  di  antico,  reagente  collo  sprezzo  impotente  e  cogli  sfoghi 
sentimentali  al  quotidiano  elevarsi  ed  agitarsi  della  democrazia,  verso 
la  quale  vedeva  fatalmente  orientarsi  l'arte,  la  scienza,  la  |Kj]itica,  tutta 
insomma  la  vita  sociale. 

GusEPPE  Ravenna. 


LA  STORIA  DELLA  FINANZA  ITALIANA 


Achille  Plebako.  Storia  della  Fiitanza  italiana  dalla  costilusione  del  Retino 
alla  fine  del  secolo  XIX.  Volumi  3  di  pag.  1600.  —  Casa  Editrice  !Xazionale 
Roux  e  Viarengo,  Torino-Eoma. 

Con  la  pubblicazione,  testé  avvenuta,  del  terzo  volume,  lia  avuto 
compimento  la  Storia  delia  Finanza^  italiana  di  Achille  Plebaìio. 
La  riconosciuta  competenza  delfautore,  favore vohn ente  noto  agli  stu- 
diosi per  pregevoli  lavori  in  materia  economica  e  finanziaria,  e  la 
speciale  importanza  del  poderoso  lavoro  ora  venuto  compiutamente 
alla  luce,  basterebbero  ad  esigere  che  di  questo  fosse  trattato  con  am- 
piezza maggiore  di  quella  che  le  riviste  bibliografiche  sogliono  consen- 
tire, per  ragione  di  spazio,  anche  a  pubblicazioni  di  gran  conto.  Né 
solo  il  valore  dell'Autore  e  il  pregio  dell'opera  sua  esigono  un  più 
ampio  esame  di  questa:  lo  esige  ancora  la  prcscMile  situazione  della 
finanza  italiana,  la  quale  cela  gravi  pericoli,  in  ragione  del  migliora- 
mento suo,  che  de.sta  troppi,  per  quanto  non  tutti  ingiustificati,  desi- 
deri. Perchè  se  la  situazione  della  finanza  pubblica  è,  da  qualche 
tempo,  notevolmente  migliorata,  come  attestano  il  pareggio  realmente 
«uramente  conseguito,  e  il  progressivo  incremento  di  impoitanti 
;ùti  di  entrata;  se  anche  la  situazione  economica  e  monetaria  è 
migliorata,  come  appare  dall'aumento  della  produzione  e  del  traffico, 
e  dalla  scomparsa  dell'aggio  della  moneta;  è  pur  vero,  d"altra  pai1e, 
che  a  questo  miglioramento  finanziario,  economico  e  monetario  non 
corrisiìoude  esattamente  la  situazione  del  paese  in  generale,  e  special- 
mente quella  di  alcune  regioni,  a  sollievo  delle  (juali  sono  insistente- 
mente invocati  speciali  provvedimenti.  Come  è  pur  vero  che  l'assetto 
della  finanza  è  sfato  conseguito  e  si  mantiene  a  costo  di  sacrifizi 
yiavi  per  i  cittadini,  sui  quali  pesa  sempre  un  onere  tributario  assai 
gravoso,  che  è  più  difficilmente  sopportato  in  quelle  regioni  appunto 
nelle  quali  il  miglioramento  si  è  meno  accentuato;  onere  cfie  non  è 
equamente  ripartito  tra  le  varie  classi  sociali  e  che,  per  quanto  si  sia 
altrimenti  affermato,  ma  non  dimostrato,  colpisce  più  duramente  le 
popolazioni  più  bisognose. 

Tuffo  ciò,  se  giustifica  i  desideri  di  alleggerimenti  fiscali  che  da 
ogni  ])arfe.  ad  alta  voce,  si  reclamano,  e  di  speciali  provvedimenti  a 
favore  di  regioni  meno  prospere,  giustifica  altresì  le  inquietudiui  di 
Kiloro  che  dal  soddisfacimento  di  quei  desideri  vedono  comi)romessa 
la  saldezza  della  compagine  finanziaria.  Inquietudine  tanto  piii  giu- 
stificata, in  quanto  che  i  provvedimenti  che  si  invocano  da  varie  parti 
non  apjiariscono  inspirati  ad  un  largo  concetto  organico  di  riforme 
tributarie,  la  cui  attuazione  potrebbe  essere  tentala,  sia  pure  a  sem- 
plice titolo  di  esperimento,  nella  non  ingiustificata  fiducia  che  potesse 


diri  LA    STOKIA    DELLA    KLVANZA    ITALIANA 

derivarne  una  più  giusta  ed  equa  liiiartizioiie  tributaria,  avente  per 
effetto  un  sollievo  delle  |iopolazioni  più  lìisognose.  e  capace  di  con- 
sentire, per  dirette  ed  indirette  vie,  adeguati  coinpensi  e  risarcimenti 
in  un  elexainenfo  del  tenore  di  vita  economica  delle  popolazioni  stesse, 
determinante  un  considerevole  aumento  dei  consumi. 

Non  soltanto  nulla  di  tutto  ciò  è  stalo  fin  qui  proposto  neiram- 
bito  politico,  ma  in  esso  e  fuori  di  esso.  s"è  quasi  generalmente  dif- 
fuso il  concetto  o.  a  meglio  dire,  il  pregiudizio,  che  nulla  sia  da 
tentare  in  argomento  di  largiie,  radicali,  organiche  riforme  tributarie. 
Cotesta  avversione,  che  deriva  dalla  troppo  scarsa  coltura  economica 
del  paese,  può  tuttavia  sembrale,  fino  ad  un  certo  segno,  giustificata, 
perchè  tutto  ciò  che  appare  troppo  complicato  e  tropjio  ardito  è  sempre 
-accolto  con  avversione  e  con  sospettosa  diffidenza,  e  perchè  si  crede 
che  manchi  in  Italia  l'uomo  atto  a  concepire  coraggiosameide,  a  difen- 
dere strenuamente  e  a  far  prevalere  un  vasto  e  radicale  disegno  di 
riforma  tiibutaria,  per  il  quale  si  ritiene  che  il  paese  non  sia  ancora 
preparato. 

Di  guisa  che,  per  timore  deiravveisa  corrente  della  publilica 
opinione,  anche  coloro  che  sono  intimamente  persuasi  della  utilità  di 
una  organica  e  complessa  riforma  tiil)utaria.  si  astengono  dal  proporla, 
nel  timore  di  essere   consiflerati  quali  uomini    avventati  e  pericolosi. 

Intanto,  poiché  si  crede  che  qualcosa  sia  i)ur  necessario  di  fare, 
non  fosse  altro  per  calmare  le  inquietudini  delle  popolazioni,  proposte 
varie  sono  state  fatte  da  parti  diverse,  coirintento  di  venire  in  aiuto 
•di  classi  o  di  regioni  piìi  bisognose.  Senza  entrare  qui  a  discutere  le 
varie  proposte,  giova  a\vertire  che  esse  incontrano  opposizioni  gravi 
da  parte  specialmente  di  coloro  che,  badando,  sopra  ogni  altra  cosa, 
alla  assoluta  necessità  della  saldezza  finanziaria,  giudicano  i  provve- 
dimenti proposti  atti  a  com])romettere  fequilibrio  del  bilancio,  che  ne 
sarebbe  dannosamente  sbocconcellato  senza  reale  ])rofitto  per  alcuno, 
essendo  i  provvedimenti  medesimi  troppo  scarsamente  ed  ineffica- 
cemente giovevoli  alle  popolazioni  bisognose. 

Per  quanto  riguarda  la  tenuità  del  l)enetizio  immediato  che  i  con- 
tribuenti trarre])bero  dai  provvedimenti  invocati,  è  da  considerare  che 
la  critica  e  la  opposizione  che  su  essa  soltanto  si  fondano,  non  po- 
trebbero essere  accolte  in  modo  assoluto;  giacché  è  bene  evidente  che, 
a  siffatta  stregua,  niun  provvedimento  meriterebl>e  di  essere  approvato, 
il  meno  che  non  importasse  una  perdita  per  il  bilancio  di  parecchie 
centinaia  di  milioni  :  perdita  che  questo,  per  lungo  tempo  ancora,  non 
potrà  so[)p(jrtare.  Ma  se  si  riconosce  che  i  contiibuenti  sono  troppo 
•duramente  colpiti:  se,  anche  per  considerazioni  politiche  e  sociali,  si 
ritiene  opportuno  di  inaugurare  Tèia  di  una  jtolitica  tìnanziaria  meno 
^opprimente  e  più  umana,  non  si  dovrebbe  recedere  dal  prt)ponimento 
di  iniziarla  per  la  considerazione  del  limitato  benefizio  immediato  che 
ne  avranno  le  popolazioni,  purché,  per  altro,  sia  bene  accertato  che  il 
bilancio  |)uò  sopportare  la  perdita,  per  modo  che  non  vi  sia  il  pericolo 
-di  ricadere  nel  disavanzo.  E  per  non  ricadere  nel  disavanzo  è  neces- 
sario avere  sempre  margini  attivi  per  fronteggiare  le  eventualità  im- 
previste o,  meglio,  le  prevedutili  eventualità  straordinarie. 

Nel  momento  presente  v'è  però  chi  teme  fortemente  che  il  pericolo 
di  ricadere  nel  disavanzo  vi  sia,  e  raccomanda  perciò  di  non  sperpe- 
rare gli  avanzi  del  bilancio  e  di  destinarli  più  utilmente  ad  altro  uso, 
vale  a  dire  a  rafforzare  la  posizione  del  Tesoro  e  ad  estinguere  i  suoi 


LA   STORIA    DELLA    FINANZA    ITALIANA  ^63 

"debiti,  a  cominciare  da  quello,  apparentemente  innocuo,  rappresentato 
<lai  biglietti  di  Stato. 

11  timore  che  una  diminuzione  di  entrate  po.ssa  riuscire  dannosa 
alleditizio  finanziario,  con  tanti  stenti,  con  tanti  sacrifizi  innalzato, 
sembra,  ai  più  rigidi  difensori  del  pareggio,  giustificato  anche  da  che 
gli  avanzi  di  esso  sono,  in  gran  parte,  dovuti  ai  deficienti  raccolti  di 
grano  che  hanno  aumentato  1"  importazione  dalfestero,  e  ingro.ssato 
il  prodotto  del  dazio.  È  stato  osservato  che.  in  tal  modo,  il  bilancio 
dello  Stato  si  avvantaggia  di  un  danno  del  paese.  Non  sarebbe  tuttavia 
fuor  di  luogo  osservare  che,  per  i  contribuenti,  la  cosa  non  ha  impor- 
tanza o  ne  ha  piuttosto  una  favorevole;  giacché  il  maggior  gettito  del 
dazio  protettore  entra  nelle  casse  dello  Stato,  invece  di  entrare  nelle 
tasche  dei  produttori  sotto  forma  di  aumento  del  prezzo  del  grano 
nazionale. 

Comimque  sia.  sta  di  fatto  che  il  miglioramento  del  bilancio  è 
stato  ottenuto,  in  buona  parte,  per  il  mancato  raccolto  del  grano  nazio- 
nale, vale  a  dire  per  mia  causa  clie  non  ha  carattere  jiermanente  e  si 
desidera  abbia  anzi  a  cessare.  Di  guisa  che  la  situazione,  nei  rispetti 
della  finanza  dello  Stato,  è  ora  questa  :  da  una  parte  un  soddisfacente 
avanzo  non  ritenuto  però  da  tutti  solido  e  durevole:  e.  dall'altra, 
richieste  di  sgiavi.  di  alleggerimenti,  di  opere  pubbliclie  e  di  altri 
provvedimenti  diretti  a  sollevare  le  classi  povere  tra  le  quali,  in  alcune 
regioni,  infierisce  anche  il  flagello  della  disoccupazione. 

Ui  fronte  a  tutto  ciò,  non  dovrebbero  sembrare  ingiustificati  ed 
esagerati  gli  ammonimenti  di  coloro  che  cercano  di  difendere  la  sal- 
dezza e  la  integrità  del  bilancio  dagli  assalti  die  da  ogni  parte  gli 
sono  rivolti;  di  coloro  che  proclamano  la  assoluta  necessità  di  una 
finanza  rigida  e  severa,  e  additano  i  pericoli  gravi  ai  quali  si  andrebbe 
inevitabilmente  incontro,  quando,  per  soddisfare  troppi  desideri,  si 
commettessero  nuovi  errori  e  si  riaprisse  l'èra  dei  disavanzi. 

Qui  non  è  fuori  di  luogo  avvertire  come  il  maggiore  pregio  in 
cui  è  tenuta  ora  V  Italia  nel  consesso  delle  Nazioni  derivi,  sopra 
ogni  altra  cosa,  dalle  migliorate  condizioni  della  finanza  e  della  pub- 
blica economia.  Non  è  certo  un  accesso  di  italofllia  sentimentale  quello 
che  muove  gli  altri  paesi  a  tributare  lodi  e  dimostrazioni  di  simpatia 
all'Italia;  è,  invece,  il  riconosciiiiento  della  cresciuta  prosperità  eco- 
nomica e  finanziaria,  quello  che  la  fa  tenere  ora  da  essi  in  maggior 
conto,  e  ne  fa  desiderare  l'amicizia.  Ciò  tanto  più  in  quanto  che, 
mentre  l'Italia  è  rimasta  fedele  al  rigido  programma  della  economia 
delle  spese,  e  ha  saputo  energicamente  resistere  alla  facile  tentazione 
di  continuare  a  far  debiti,  gli  altri  paesi  si  sono  trovati  invece,  presso 
che  tutti,  qual  più  qual  meno,  costretti,  da  cause  diverse,  ad  aumen- 
tare i  debiti  propri,  mentre  alcuni  tra  essi  hanno  veduto  sorgere  e 
ingigantire  il  disa\anzo  del  bilancio. 

L'aumento  sempre  crescente  del  debito  pubblico  dei  principali 
paesi  ha  reso,  per  spontanea  attuazione  della  legge  della  domanda  e 
della  offerta,  meno  pregiate  le  loro  rendite  di  Stato,  delle  quali  i  mer- 
cati rigurgitano;  mentre  intanto,  diminuita  di  intensità  la  recente  crisi 
industriale,  i  capitali  si  rivolgono  con  una  certa  preferenza  ai  valori 
bancari  ed  industriali  proaietfenti  una  più  larga  rimunerazione,  o  a 
titoli  di  Slato  a  più  alto  reddito  che.  per  le  condizioni  finanziarie  ed 
economiche  dei  paesi  emittenti,  ispirino  fiducia.  Tra  questi  titoli  sono 
venuti  a  trovarsi,  in  prima  linea,  quelli  italiani,   i  quali,    per  effetto 


^(>4  l,A   STORIA   DELLA    KIXANZA    ITAHAXA 

del  continuo  liacquislo  da  pjirte  dei  capitalisti  nazionali,  scarseggiano 
sui  mercati  stranieri,  i'uò  dirsi,  pertanto,  die  il  favore  di  cui  gode 
da  qualche  tempo  il  credito  italiano  sia  dovuto,  in  parte,  al  migliora- 
mento reale  della  situazione  del  nostro  paese,  e.  in  parte,  al  peggio- 
ramento della  situazione  di  altri  paesi. 

Ad  ogni  modo,  deve  essere  tenuto  ora  ben  presente  che  il  maggior 
credito  di  cui  gode  l'Italia  è  meritato  premio  ai  sacritizi  tatti  da  essa 
per  riparare  alle  conseguenze  delle  necessità  finanziarie  cui  il  paese 
dovette  andare  incontro  per  le  vicende  della  sua  costituzione  politica, 
ed  anche,  e  in  jiarte  cos|iicua,  agli  ettetti  di  una  lunga  serie  di  gravis- 
simi errori. 

Ma  ora  clie  si  sono  veduti  gli  effetti  funesti  della  finanza  spen- 
sierata e  folle,  e  si  cominciano  a  vedere  quelli  benefìci  della  finanza 
saggia  e  severa,  sarebbe,  in  verità,  piìi  che  errore,  giavissima  colpa, 
compromettere,  con  ima  politica  finanziaria  inconsiderata  e  fiacca,  tutto 
il  bene,  a  grande  stento  conseguito,  e  im])edire  quello  maggiore  che 
è  altrimenti  da    ripromettersi  in  non  lontano  avvenire. 


Ecco  perchè  viene  opportunamente  nell'ora  presente  la  Sfoi-ia  della 
finanza  italiiina,  ima  storia  densa  di  utili  insegnamenti,  che  ha  pagine 
tristi  di  errori  e  di  debolezze,  e  pagine  gloriose  di  saciifizi,  di  priva- 
zioni g  di  slenti;  ecco  perchè  pare  utile  richiamare  1"  attenzione  del 
Governo,  del  Parlamento,  della  pubblica  opinione  sull'opera  veramente 
benemerita  di  Achille  Plebano:  la  quale,  oltre  il  pregio  della  fedeltà 
della  narrazione  storica,  ha  quello  pur  grande  di  una  oggettiva  impar- 
zialità di  giudizi. 

Questo  pregio  è  tanto  più  notevole  e  lodevole,  in  cpianto  che  l'Au- 
tore, per  le  qualità  del  suo  temperamento  e  per  la  competenza  nelle 
discipline  economiche  e  finanziarie,  esercitò,  durante  la  sua  lunga  vita 
parlamentare,  talvolta  in  forma  anche  vivace.  1" ufficio  di  critico  severo 
e  di  difensore  strenuo  della  rigida  finanza. 

Lo  storico  ha  perduto  però  la  sua  asprezza  di  giudizio,  per  modo 
che  l'opera  sua  riesce  impiontata  ad  una  maggiore  sei-enità.  la  quale 
gli  consente  di  tributale  la  meritata  lode  anche  agli  uomini  dai  quali 
egli  potè  dissentire. 

Cosi,  per  non  parlare  che  dei  maggiori  uomini  clie  ebbero  parte 
direttiva  nelle  cose  finanziarie  del  nostro  paese,  e  che  rimangono  de- 
gnamente sulla  scena  politica,  egli  riconosce  il  glande  merito  del- 
l'on.  Giolitti.  che  fu  primo  a  volere  che  fosse  contenuta  la  pul>blica 
spesa,  come  dà  la  meritata  parte  di  lode  agli  on.  Luzzatti  e  Sonnino 
clie.  dopo  di  lui.  ressero  il  Tesoro  con  criteri  rigidi  e  severi,  ed  alla 
energica  resistenza  dei  quali  si  deve  la  sosta  nelle  emissioni  di  prestiti 
pubblici,  ed   una  serie  di  utili  provvedimenti  finanziari  ed  economici. 


Per  quanto  nelle  cifre  del  bilancio  di  un  paese  si  riassuma  tutta 
la  vita  politica  di  esso,  per  modo  che  la  storia  della  finanza  necessa- 
riamente si  intreccia  colla  storia  delle  vicende  politiche.  l'Autore  si  è 
tuttavia  proposto  di  separare,  per  (pianto  possibile,  l'elemento  finan- 
ziario dall'elemento  politico,  appunto  perchè  questo  è  di  natura  sua 
atto  a  suscitare  polemiche  nelle  quali  non  è  sempre  dato  di  conservare 
la  più  serena  imparzialità. 


T,A    STORIA    DELLA    FINANZA    ITALIANA  ^tì» 

«  Lasciando  a  parte  -  scrive  egli  nella  breve  prefazione  -  |ier  quanto 
non  fosse  dalla  chiarezza  dell'esposizione  necessariamente  richiesto, 
qualsiasi  accenno  a  questioni  politiche,  e  trascurando  ogni  argomento 
che  col  tema  della  finanza  non  si  mostrasse  strettamente  connesso, 
mi  sono  limitato,  più  ancora  che  ad  apprezzare,  a  raccogliere  ed  esporre, 
in  modo  riassuntivo,  e  colla  più  serena  obbiettività,  quanto,  rispetto 
alle  vicende  dal  bilancio  nazionale,  può  trarsi  principalmente  dalle 
numerose  e  ricche  pubblicazioni  ufficiali,  die  in  ([ualche  modo  lo  ri- 
guardano ». 

Scorrendo  le  pagine  della  Sforia  della  Fiìnuiza  italiana  si  vede  però 
che  non  sempre  rAutore  potè  rimanere  fedele  al  pi'oponimento  di  la- 
sciare da  parte  le  questioni  politiche. 

Alla  esposizione  delle  vicende  finanziarie  italiane,  l'Autore  ha  fatto 
precedere  un  cenno  sullo  stato  delle  finanze  del  Regno  Subalpino;  ciò 
che  ha  dato  occasione  a  qualclie  censura,  non  inteiamente  priva  di 
fondamento.  Perchè,  si  è  detto,  fra  i  molteplici  ordinamenti  finanziari 
che  esistevano  nelle  varie  regioni  italiane,  ricordare  soltanto  quello 
del  Piemonte"?  Non  v'ha  dubbio  che  un  succinto  esame  delle  finanze 
•di  tutti  gli  antichi  Stati  sarebi)e  riuscita  opportuna  introduzicme  allo 
studio  intra})reso  dall'Autore. 

Xon  deve  però  essere  dimenfi<'ato,  che  l'evoluzione  economica  e 
tinanziaria  compiuta  dal  Piemonte,  sotto  la  guida  del  conte  di  Cavour, 
nel  decennio  dal  18.ó()  al  18(i(),  costituì  un  efficace  coefficiente  dell'im- 
presa nazionale,  ed  ebbe  non  lieve  influenza  suH'  assetto  finanziario 
della  ricostituita  Italia.  È  perciò  in  qualche  modo  giustificato  l'Autore 
se  credette  opportuno  di  deflicare  le  prime  pagine  del  suo  lavoro  alla 
evoluzione  della  economia  tinanziaria  del  Piemonte. 


Sebbene  la  storia  delia  FiiiaiLva  ilaliaiia  segua,  giurilo  per  gioiuo, 
le  vicende  economiche  e  finanziarie  dell'Italia,  essa  riesce  però  natu- 
ralmente separata  e  distinta  in  ])eriodi  ben  determinati. 

II  primo  volume  narrale  vicende  finanziarie  che  si  svolsero  dal  1860 
al  1876.  È  il  periodo  della  finanza  italiana,  che  l'Autore  chiama  eroico, 
ma  che  potrebbe  anche  chiamarsi  costitutivo  o  fondamentale  di  essa; 
giacché  se  in  quegli  anni,  in  mezzo  alle  crescenti  esigenze  create  dalle  ne- 
cessità delle  vicende  politiche,  fu  viva  ed  incessante  la  lotta  per  raggiun- 
gere, a  qualunque  costo,  l'assetto  del  bilancio,  che  era  condizione  indi- 
spensabile per  assicurare  la  fortuna  politica  della  nuova  Italia,  è  ancora 
in  quegli  anni,  che  si  costituì,  e  prese  la  tìsonomia  che  ancor  oggi  con- 
serva, l'edificio  amministiativo  e  finanziario  del  Regno. 

l/unificazione  del  debil(j  i)ubi)li((»,  l'istituzione  della  Corte  dei  conti, 
rordinameulo  della  pubblica  contahilità,  la  creazione  della  Cassa  depo- 
siti e  prestiti,  il  riordinamento  della  Guardia  doganale  e  dei  vari  con- 
gegni ilell'amministrazione  finanziaria,  la  sistemazione  del  monopolio 
dei  sali  e  dei  tal)acchi,  e  l'intiero  meccanismo  tributario,  che  oggi  an- 
cora sostanzialmente  funziona,  tutto  fu  escogitato,  discusso  e  sancito 
in  quel  periodo. 

L'edificio  che  ne  emerse  ikhi  fu  certo  scevro  di  imperfezioni  e  di- 
felli, jinclié  gravi;  ma  in  quei  iirinii  momenti  della  vita  nazionale, 
(liiaiido  le  varie  regioni  venute  a  costituire  il  nuovo  Regno  poco  e  male 
fia  loro  si  conoscevano,  non  era  possibile  sperare  che,  tra  mezzo  alla 
infinita  varietà   di    idee,  di  aspirazioni,  di  interessi,  di  tradizioni,  di 


"260  l.A    STORIA    nKLI,A    FINANZA    ITALIANA 

coiisiietluiiiii  e  di  passioni  che  si  agitavano,  si  trovasse  la  melile  ca- 
pace (li  conceiiiie,  e  la  mano  vigorosa  per  attuare  un  piano  completo 
di  ordinamento  jiel  (|uale  ogni  cosa  fosse  sistemata  ed  organizzata  alla 
st legna  delle  condizioni  vere  del  paese. 

D"altra  parte,  le  esigenze  incalzanti  della  finanza  mal  consentivano 
di  contenere,  in  comportevoli  contini,  le  richieste  fiscali,  di  guisa  che 
si  dovette  provvedere  d'urgenza,  come  meglio  si  potè,  nella  fiducia  che. 
a  tempo  opportuno,  sarebbe  stato  possibile  attuare  più  meditati  prov- 
vedimenti. 

*  « 

Ma  è  poco  esatta,  per  quanto  specialmente  riguarda  le  cose  della 
finanza,  raffermazione,  tante  volte  ripetuta,  che  tutta  l'opera  di  or- 
dinamento compiuta  nel  primo  periodo  della  vita  nazionale  abbia 
consistito  nell'estendere  al  resto  d'Italia  le  leggi  e  gli  ordinamenti  vi- 
genti nel  Piemonte.  L'Autore,  con  la  scorta  dei  fatti,  dimostra  appunto 
come  una  tale  affermazione  sia  di  molto  esagerata. 

Certo,  dal  Regno  Subal[)ino,  che  costituiva  allora  il  centro  del  mo- 
vimento nazionale,  e  già  aveva  cercato  di  coordinare  a  quel  movimento 
i  suoi  ordinamenti,  furono  tratti  molti  concetti  fondamentali  in  materia, 
finanziaria.  Ma  non  mancarono  nemmeno  le  coragiriose  ritorme.  Ba- 
sterà ricoidare  rimj)osta  di  ricchezza  mobile  che,  con  tutti  i  difetti  che 
ancora  oggi  rimangono  nella  sua  applicazione,  costituiva  il  più  razio- 
nale meccanismo  fiscale  che  la  scienza  additasse;  il  sistema  di  riscos- 
sione delle  imposte  dirette,  opportuna  imitazione  di  ciò  che  esisteva 
nel  Lombardo-\eneto:  l'ordinamento  delle  Intendenze  di  finanza,  con- 
cetto tratto  dalla  Toscana;  e  l'ordinamento  della  tassa  di  legistro  e 
bollo,  col  quale  si  cercò  di  fondere  e  coordinare  le  norme  vigenti,  nei 
diversi  antichi  Stati,  adattandole  alle  urgenti  esigenze  dell'erario. 


Ciò  che  indul>biamente  derivò  dal  Piemonte  fu  l'indirizzo  della  po- 
litica economica,  e  specialmente  della  politica  doganale.  Tra  i  provve- 
dimenti sanciti  nei  i)rimi  anni  della  vita  nazionale  va  ricordata,  per 
la  sua  grande  im])ortanza,  l'approvazione  dei  trattati  di  commercio  e 
di  navigazione  con  la  Francia.  Tali  trattati,  iniziati  dal  conte  di  Cavour, 
erano  la  continuazione  di  quella  coraggiosa  politica  liberista  che  era 
stata  seguita  nel  Regno  Subalpino,  e  che,  fin  dai  primi  momenti  delle 
annessioni,  era  stata  estesa  alle  altre  provincie  italiane.  Alla  stregua 
di  essa  si  unificarono  i  vari  regimi  doganali,  slegati  e  discordi,  che 
avevano  avuto  vita  negli  antichi  Stati. 

Né  furono  scarsi  i  risultati  ottenuti  da  siffatto  indirizzo  economico: 
giacche,  come  è  chiaramente  dimostrato  dall'oliera  dell'on.  Plebano,  in 
virtù  di  quell'indirizzo,  nel  breve  volgere  di  lo  anni,  cioèdal  18(5:2 al  1876, 
pure  in  mezzo  ai  periodi  di  grande  agitazione  che  il  paese  aveva  traver- 
sato, e  mentre  l'economia  nazionale  cominciava  appena  a  ridestarsi  dal 
letargo  in  cui  quasi  tutti  gli  antichi  Governi  l'avevano  tenuta,  si  ebbe 
duplicato  il  prodotto  dei  dazi  doganali,  e  aumentato,  da  milioni  14t)7 
a  52545,  il  valore  complessivo  delle  merci  esportate  ed  importate. 

* 
«  * 

Fu  lungamente  disputato,  ed  oggi  ancora,  quando  l'occasione  ne 
sorga,  si  discute  intorno  alla  situazione  finanziaria  lasciata  dagli  uo- 
mini che  cessarono  dal  Governo  nel  1876:  quando  avvenne  ciò  che  fu 
•chiamata  una  rivoluzione  parlamentare,   mentre  non  fu,   in  sostanza, 


LA    STORIA    DELLA    KIXANZA    ITALLWA  -HM 

che  la  impreveduta  manifestazione  di  un  fenomeno  natuiale  e  neces- 
sario alla  vita  normale  dei  legimi  parlamentari.  La  passione  contrastò 
spesso  sn  qnel  punto  la  constatazione  esatta  della" verità:  verità  che 
l'Autore,  fedele  al  pioponimento  suo  di  giudicare  con  obhiettiva  im- 
parzialità, ristabilisce,  con  Fanalisì  accui'ata  e  precisa  delle  cifi-e.  e 
riepiloga  nelle  seguenti  brevi  considerazioni  che  sembra  opportuno  ri- 
ferire : 

«  La  verità  serena  é  che  ael  Inlancio  del  1876,  ed  anche,  come  il  fatto 
ha  poi  dimostrato,  nello  stesso  bilancio  del  1875,  si  era  arrivati  a  coprire 
le  spese  annuali  senza  bisogno  di  chiedere  per  esse  aiuto  al  credito;  ed  era 
per  ciò  indubliiamente  compiuto  un  passo  importante,  anzi  il  primo  e  più 
indispensabile  passo  sulla  via  della  sistemazione  finanziaria.  Sebbene  non 
debba  dimenticarsi  come  tale  passo  si  fosse  compiuto  collo  spingere  la 
pressione  tributaria  a  tale  altezza  cui  forse  da  nessun  paese  era  mai  stata 
toccata,  colP  imporre  ai  cittadini  sforzi  enormi,  che  difficilmente  potevano 
a  lungo  essere  continuati,  e  col  dimenticare  talvolta,  per  tener  fisso  lo  sguardo 
al  bilancio  dello  Stato,  le  ragioni  dell'equità  ed  i  bisogni  dell'economia 
nazionale. 

«  Ma  esigenze  inesorabili,  imposte  dalle  vicende  della  nostra  ricostitu- 
zione politica,  cosi  avevano  sino  allora  voluto:  ed  assai  difficile  compito  si 
assumerebl^e  chi  pretendesse  -  non  con  vaghe  affermazioni,  ma  collo  studio 
concreto  dei  tempi,  degli  uomini  e  delle  cose  -  dimostrare  che  era  possibile 
fare  altrimenti.  Laonde  la  storia,  ammirando  l'alto  esempio  di  virtù  civile 
dato  dai  contribuenti  italiani,  non  potrà  negare  lode  agli  uomini  che,  con 
coraggio,  per  quanto  non  sempre  scevro  di  errori,  quelle  esigenze  seppero 
atìfrontare;  ponendo  la  nuova  Italia  in  grado  di  tener  fede  a  tutti  i  suoi 
impegni,  ed  ottenendo  così  per  essa  dal  mondo  quella  fiducia,  che  fu  tra  i 
più  efficaci  coefficienti  del  consolidamento  delle  sue  fortune  politiche. 

«  Ma  pagato  cotesto  tributo  alla  verità  per  un  lato,  dal  vero  per  un 
altro  lato  si  scosterebbe  chi  pretendesse  sostenere  che  nel  1876  la  finanza 
italiana  già  si  trovava  davvero  stabilmente  sistemata;  sicché  oramai  nes- 
sun'altra  cura  incumbesse  a  coloro  che  succedevano  al  Governo,  tranne  quella 
di  non  turbare  il  naturale  andamento  delle  cose.  Lungo  ei-a  invece  il  cam- 
mino che  restava  a  percorrere,  ardua  non  meno  di  quella  compiuta  l' im- 
presa che  ancora  occorreva  intraprendere.  Il  parziale  equilibrio  ottenuto, 
mentre  il  movimento  della  finanza  si  svolgeva  male  armonizzato  colla  vita 
economica  del  Paese,  pendeva  da  un  filo  cosi  sottile,  che  dal  più  leggero 
soffio  di  vento  poteva  essere  l'otto.  E  d'altra  parte,  la  lieta  visione  di  un 
l'ilancio  di  competenza  pareggiato  si  trovava  assai  trùstamente  ombreggiata 
dai  molti  altri  elementi,  che  era  d'uopo  tenere  in  conto  per  determinare 
sulla  base  del  vero  la  situazione  della  finanza.  La  differenza  passiva  nei 
residui  delle  passate  gestioni  -  la  poca  sicurezza  dell'incasso  di  molti  residui 
attivi  -  il  largo  debito  fluttuante,  usato  spesso  come  mezzo  di  bilancio  più 
che  quale  momentaneo  strumento  di  tesoreria  -  la  risorsa  dei  beni  demaniali 
ed  ecclesiastici  oramai  completamente  esaurita  -  la  difficoltà  e  talvolta  la 
impossibilità  di  chiudere  in  modo  assoluto  l'adito  a  nuove  spese  -  il  debito 
pubblico  arrivato  ad  altissimo  livello  -  e  sopratutto  il  malanno  del  corso 
tnrzoso  dei  biglietti,  dei  quali  già  circolava  per  conto  dello  Stato  la  grossa 
■ifra  di  940  milioni  -  tutto  ciò  costituiva  un  tale  e  cosi  grave  complesso  di 
ostacoli  ancora  da  superare,  che  alla  più  pericolosa  illusione  avrebbe  esposta 
l'Italia  chi,  dimenticandolo,  avesse  pi'oclamata  la  finanza  definitivamente  e 
stabilmente  sistemata  ». 

La  situazione  di  cose  lasciata  dagli  uomini  che  scesei'o  dal  potere 
nel  187(5  pareva  indicare  chiaramente  la  via  che  erano  chiamali  a  se- 
'^uire  coloro  che  vi  giungevano  nuovi. 

Ricostituire,  su  basi  piìi  ragionevoli  e  più  eque,  tutto  l'ordina- 
niento  tributario,  che  era  stato  affrettatamente  creato  sotto  la  pressione 


i>68  I,A    STORTA    l)i:i,l.A    l'INAN/A    ITALIANA 

delle  [)iii  urgenti  necessità:  riformare,  con  ciiteri  di  semplicità  e  di 
largo  decentramento,  tutto  il  meccanismo  amministrativo,  lilterandolo 
dei  i)esanli,  coinplicali,  farratjinosi  conge<ini.  inutili  o  piuttosto  dan- 
nosi, che  eiano  stati  conservali:  e.  sojiral lutto,  limitare,  entro  i  coti- 
lini  della  ])iù  indeclinabile  necessità,  le  pidìbliclie  spese,  atlinchè  il 
movimento  di  riforma,  dal  cpiale  per  molti  rignai'di  il  paese  allentleva 
vita  migliore,  potesse  compiersi,  senza  die  l'andamento  della  linanza 
ne  fosse  turbato:  tale  era  il  co)ii])ito  che  ))areva  segnato  ai  niMvi  uo- 
mini di  Cìoverno. 


.\iresame  della  |)olitica  finanziaria  seguita  dagli  uomini  che  co- 
stituirono allora  il  Governo,  intende  il  secondo  A'olume  della  Sforin 
(Iella  Finanza  italiana,  nel  (piale  sono  narrate  le  vicende  finanziarie 
degli  anni  che  corsero  dal  IS7(i  al  ltSS7-S8.  È  il  periodo  che  [lolitica- 
niente  potrebbe  aver  nome  da  Agostino  Depietis,  e  finanziariamente 
da  Agostino  Magliani.  e  nel  quale  dominarono  i  concetti  di  una  finanza 
illusionista,  che  voleva  alleggerire  i  tributi,  abolire  il  corso  forzoso 
della  carta,  dar  mano,  a  carico  dello  Stalo,  ad  un  vasto  piano  di 
opere  pubbliche,  aumentare  le  spese  militari,  e.  insieme,  senza  la 
necessaria  preparazione  e  senza  alcuno  studio  profondo,  spingere  il 
paese  verso  I" incognita  della  politica  coloniale. 

Non  è  possibile,  nel  breve  spazio  assegnato  a  questo  scritto,  rias- 
sumere i  molti  fatti  che  l'Autore  espone,  uè  indugiarsi  ad  esporre  i 
suoi  apprezzamenti.  Il  .suo  pensiero  intorno  ai  risultati  dell'opera 
finanziaria  di  quel  tem]io  egli  riassume  affermando  che  gli  uomini 
arrivati  al  potere  nel  187(i  fallirono  al  compito  che  si  erano  assunto. 
E  tale  affermazione  corrobora  colle  seguenti  osservazioni: 

«  Se  il  pareggio  non  c'è,  bisogna  ottenerlo,  e  se  c'è  conservarlo  ed  as- 
sodarlo, -  aveva  dicliiarato  il  Depretis  nel  primo  suo  giungere  al  Governo; 
ed  il  vistoso  e  persistente  disavanzo  fu  il  risultato  di  dieci  anni  di  am- 
ministrazione. Nel  primo  periodo  della  nuova  vita  italiana,  tramezzo  alle 
difficoltà  della  non  ancora  completa  ricostituzione  politica  e  della  appena 
iniziata  uniiìcazione  nazionale,  si  arriva  da  un  disavanzo  di  400  milioni  ad 
un  avanzo  di  20  ;  e  dal  1876  al  1887-88,  a  impi-esa  nazionale  compiuta,  coi 
benetizi  dell'unità  assicurati,  si  ricade  nel  disavanzo,  accertato  dai  conti 
consuntivi  di  milioni  72.93  (1887-88). 

«  Chiamato  al  Governo  per  difendere  l'improvvisa  abolizione  del  maci- 
nato, che  la  situazione  della  finanza  mal  consentiva,  il  Magliani  annunzia 
il  programma  della  trasformazione  tributaria,  per  dare  alla  disti'iliuzione 
dei  pubblici  carichi  base  di  maggiore  equità,  e  sopratutto  per  sollevare 
dalle  esigenze  del  fisco  le  classi  meno  abbienti.  E  quella  trasformazione  si 
concreta  nella  maggior  somma  di  oltre  181  milioni  sottratta  ai  cittadini  colle 
imposte  sui  consumi  (1876:  422  milioni;  1887-88:  603):  nella  sostituzione  al 
macinato  della  più  ingiusta  e  più  gravosa  tassa  doganale  sulle  farine  e  sul 
grano,  inasprita,  nei  suoi  effetti,  dagli  aggravi  locali  ;  e  nella  elevazione 
del  dazio  sullo  zucchero  e  sul  petrolio  a  livelli  non  raggiunti  in  alcun  paese. 

«  Le  larghe  e  razionali  riforme  degli  ordinamenti  amministrativi,  la  ra- 
rificazione  della  burocrazia,  la  diminuzione  delle  spese  delle  pubbliche  am- 
ministrazioni costituivano  precipua  parte  del  programma  del  Governo,  inau- 
gurato nel  1876.  E  le  riforme  amministrative  rimasero  un  desiderio,  l'esercito 
della  burocrazia  si  trovò  potentemente  rinvigorito  ed  accresciuto;  e  nel 
siio  complesso  la  spesa  dell'opera  amministrativa  dello  Stato  (lasciando  a 
parte  la  gueira  e  la  marina  e  non  portando  in  conto  i  maggiori  stanziamenti 


LA   STORIA    DELLA    l-IXANZA    ITALIANA  ^(39 

:  liiesti  dal  ritorno  allo  Stato  del  monopolio  dei   tabacchi  i   salì   da  '289   a 
ica  383  milioni. 

«  Si  diede  mano  a  numerose  opere  pubbliche  :  ma  pei  criteri  adottati  e 

1  .  r  i   metodi  seguiti   s'impose  al  paese   onere  di   gran  lunga  superiore  a 

;    elio  che  il  ragionevole  sviluppo  delle  opere  indubbiamente  richieste  dalle 

-igenze  del  paese  e  capaci  di  migliorarne  le  condizioni,  poteva  richiedere  ; 

:-i  apri  per  la  finanza  una  delle  più  feconde  fonti  dei  suoi  dissesti. 

«  Il  concetto  della  libertà  nel  campo  economico  aveva  il  Depretis  di- 
chiarato essere  tradizionale  ed  insito  nel  suo  partito:  il  Magliani,  uomo  di 
scienza,  quel  concetto  aveva  eloquentemente  propugnato  e   difeso  ;  ed  essi 
i-ciarono  l'Italia  avvolta  nel  protezionismo  agrario,  ed  impegnata  in  una 
_    erra  di  tariffe  nel  campo  dei  più  importanti  suoi  scambi. 

«  Si  eia  tentata  l'abolizione  del  corso  forzoso  -  era  quello  un  altro  dei 
11  dichiarati  obbiettivi  del  Governo  sorto  nel  1876  -  e  già  si  portavano 
calcolo  i  vantaggi  che  doveva  trarne  l'economia  del  paese:  ma  fu  l' li- 
cione di  iiu  momento.  Il  metallo  costosamente  raccolto  tornò  in  breve  a 
l'arire:  il  disagio  della  carta  ricomparve,  ed  il  corso  forzoso  abolito  dalla 
I  egge  già  era  di  fatto  in  piena  vita  quando  il  Magliani  lasciava  il  Governo. 
Della  grande   impresa  non  rimaneva  che  l'onere  recato  allo  Stato  dal  pre- 
stito contratto  per  tentarla  ». 

l^a  situazione  finanziaria  lasciata  dalla  lunga  amministrazione  del 
.Magliani  era  destinata  a  mantenersi  per  parecchi  anni  e  ad  aggravarsi. 
ìje  illusioni  erano  oramai  svanite:  che  il  bilancio  fosse  in  progrediente 
ili.savanzo  ninno  osava  più  contestare:  ma  mancava  il  coraggio  o  l'abi- 
litii  delle  necessarie  risoluzioni.  Il  Crispi  clie.  dopo  la  morte  del  De- 
jnetis.  aveva  assunto  e  conservò  a  lungo  la  direzione  suprema  della 
(■usa  pubblica,  proclamava  spesso  la  necessità  di  una  finanza  forte:  ed 
Hia  proposito  consentaneo  alla  politica  vigorosa  ed  intraprendente  che 
-ili  amava  seguire.  Ma  i  molti  uomini  di  finanza,  che  intorno  a  lui 
-i  vennero  succedendo,  alcuni  dei  quali  avevano  persistentemente  cen- 
surato l'opera  del  Magliani,  si  inostrai'ono  disadatti  a  seguire  una  via 
diversa  da  quella  da  lui  seguita.  Essi  non  seppero  per  lungo  tempo 
decidersi,  ne  ad  imporre  nuovi  inasprimeidi  fiscali  per  aumentare  le 
|nib])liche  entrate,  né  ad  ottenere  radicali  riforme  per  restringere  le 
pul)l)liche  spese,  e  si  abbandonarono  ad  una  politica  finanziaria  di 
temporeggiamento,  per  la  quale  la  situazione  delle  cose,  resa  ognor 
più  diffìcile  anche  per  l'influenza  di  altri  elementi,  non  poteva  che 
andare  di  giorno  in  giorno  peggiorando. 


Nel  terzo  volume  della  Sforia  delia  Finuuza  sono  indicati  ed  esa- 
minati, nelle  cause  e  negli  effetti,  gli  avvenimenti  di  quel  periodo,  e 
sono  seguite  le  vicende  successive  della  finanza  fino  all'anno  UX)1. 

L'allarme  sui  pericoli  della  situazione  che.  dopo  l'amministrazione 
del  Magliani,  s'era  venuta  aggravando,  fu  dato  dall' on.  Sonnino,  mi- 
nistro del  Tesoro  nell'ultimo  Gabinetto  presieduto  dal  Crispi,  con  la 
esposizione  finanziaria  del  febhraio  1894. 

Con  tinte  assai  oscure  egli  tratteggiò  lo  stato  delle  cose  di  fronte 
all'assestamento  del  bilancio  18Vt3-94  ed  al  bilancio  1894-95,  segnalando 
una  deficienza  di  oltre  l.ó.ó  milioni,  e  proclamando  la  necessità  di  ener- 
gici provvedimenti  per  procurare  all'erario  una  nuova  maggior  risorsa 
di  almeno  100  milioni. 

Energiche  furono  le  risoluzioni  e  le  proposte  clie  il  Governo  pro- 
pose e  che  aveva  anzi  in  gran  i)arte  già  attuato  per  virtù  di  decreti  reali. 


-2(11  LA    STORIA    DELLA    FINANZA    ITALLVNA 

Si  trattava,  iu  sostanza,  di  chiedere  ai  cittadini  larga  somma  di  mag- 
giori contributi,  ponendo  la  mano  su  tutte  le  forme  della  ricchezza 
pul)l)licM.  per  le  quali,  così  il  ministro  del  Tesoro  si  esprimeva,  non 
fosse  da  considerarsi  come  superato  già  dalle  imposte  vigenti  il  limite 
massimo  dell' imponibilità. 

Ristabilimento  dei  due  decimi  sullimposta  fondiaria  aboliti  da 
leggi  pi'ecedeuti:  riduzione  del  coeftìcieiite  di  discriminazione  ]ier  pa- 
recchi dei  redditi  soggetti  all'imposta  di  ricchezza  mobile,  e  conseguente 
aumento,  in  varia  misura,  deirimposta  stessa:  avocazione  allo  Stato 
del  decimo  accordato  ai  Comuni  sopra  una  parte  dell'imposta  di  ric- 
chezza mollile  e  contemiioraneo  consolidamento,  per  11-»  anni,  dei  vi- 
genti canoni  di  dazio  consumo:  aumento  di  un  decimo,  in  media,  sulle 
tasse  di  successione  per  le  quote  ereditarie  superiori  a  L.  ótH):  aggra- 
vamento delle  sopratasse  per  mancata  registrazione  degli  atti  soggetti 
a  registro,  ed  imposizione  del  bollo  per  le  girate  degli  effetti  cambiari: 
cinipie  centesimi  di  aumento  sul  prezzo  dei  sali:  aumento  di  ;>0  cen- 
tesimi per  litro,  sulla  tassa  di  vendita  degli  spiriti:  ritocco  delle  leggi 
metriche,  nuova  tassa  generale  sulle  rendite  determinate  col  criterio 
della  spesa  per  la  pigione  :  e  tinalmente  elevazione  al  "20  per  cento 
della  tassa  riscossa  sui  titoli  ilei  debito  pubblico:  tale  è  il  carico  di 
nuove  gravezze  fiscali,  che  l'on.  Sonnino  propose,  e,  per  la  grande 
forza  che  aveva  in  quei  momenti  il  Ministero  Crispi,  riusci  a  tàr  ac- 
cogliere quasi  interamente. 

Lo  storico  della  finanza  deve  riconoscei*e  che  il  bilancio  nazionale 
ebl)e  da  quei  provvedimenti  un  deciso  miglioramento.  Le  gravi  diffi- 
coltà tra  le  quali  si  dibatteva  la  finanza,  ed  a  superare  le  quali  i 
precedenti  .Ministeri  s'erano  invano  affaticati,  si  vennero  attenuando: 
e  può  dirsi  che  cominciò  da  allora  per  la  finanza  italiana  una  vita 
meno  difficile. 

Pur  riconoscendo  tutto  ciò.  e  pur  dando  lode  all'uomo  autorevole 
che  seppe,  co:i  grande  forza  di  volontà  e  con  felice  intuito  della  si- 
tuazione, arrestare  la  finanza  italiana  sulla  china  disastrosa  nella 
quale  gli  eirori  passati  l'avevano  spinta,  l'on.  Plebano  esita  ad  appro- 
vale incondizionatamente  la  politica  finanziaria  dell'on.  Sonnino. 

«  Dare  -  dice  egli  -  stabile  assetto  al  bilancio  nazionale,  sottraendolo  al 
pericoloso  sistema  del  persistente  indebitamento,  ei-a  necessità  che  da  nes- 
sunopoteva  essere  disconosciuta.  E  una  politica  di  tranquillo  raccoglimento 
e  di  ponderate  riforme,  che  temperasse  le  ingerenze  dello  Stato,  che  .sem- 
pliiicasse  i  meccanismi  della  sua  azione,  che  sopra  ogni  cosa  mirasse  a  rav- 
vivare le  attività  produttive  del  paese,  cercando  le  risorse  occorrenti  al- 
l' Erario  non  nelle  esagerate  aliquote  tributarie  e  nella  moltiplicità  delle 
inazionali  ed  ingiuste  richieste  fiscali,  ma  nel  crescente  progresso  della 
ricchezza  nazionale,  era  la  via  all'uopo  additata  da  più  di  un  esempio  che 
la  storia  della  finanza  del  mondo  segnala.  Andò  per  altra  via  la  politica 
finanziaria  del  Sonnino.  All'assetto  del  bilancio  egli  mirò  con  persistente 
vigore,  ma  lo  cercò  esclusivamente  col  chiedere  ai  contribuenti,  sotto  qual- 
siasi t'orma  -  ed  anche  abbandonando  dichiarate  sue  convinzioni  -  tutti  i 
sacrifizi  necessari  per  avvicinare  l'entrata  alla  spesa.  E  il  miglioramento 
del  bilancio,  grazie  alla  fibra  abbastanza  resistente  del  paese,  si  ottenne  ; 
ma  si  aggravò  e  si  fece  vieppiù  stridente  la  disarmonia  tra  la  finanza  e  la 
vita  economica  nazionale,  e  nel  disagio  e  nel  malcontento,  di  cui  non  tar- 
darono a  sorgere  miove  e  dolorose  manifestazioni,  trasse  vieppiù  efficace 
aiuto  l'opera  di  coloro  che  mirano  a  mutare  l'ordinamento  sociale.  Fu  detto 
che  la  politica  finanziaria  del  Sonnino  fu  analoga' alla  politica  interna  del 


LA    STOKIA    DELLA    FINANZA    ITALIANA  '111 

Crispi:  in  quanto  questo  ottenne  colla  l'orza  la  tranquillità  pubblica  senza 
pensare  a  rimuovere  le  cause  per  cui  era  stata  turbata:  e  quello  pareggiò 
il  bilancio,  ma  non  si  preoccupò  delle  condizioni  economiclie  della  nazione. 
E  vi  è  forse  qualche  parte  di  vero  in  siffatta  affermazione. 

«  Certo  era  necessità  e  fu  coraggioso  proposito  rompere  i  lunghi  indugi 
ed  aiirontare  risolutamente  la  questione  della  iìnanza.  che  era  andata  fa- 
cendosi ognor  più  grave  e  minacciosa.  Ma  a  coloro  che  ebbero  il  coraggio 
e  la  forza  di  fare  accettare  nuovi  ed  eccezionali  balzelli  ad  un  paese,  che 
già  aveva  nel  mondo  il  primato  delle  gravezze  fiscali,  non  sarebbe  stato 
impossibile  far  prevalere  una  politica  energicamente  riformatrice  e  chiedere 
opportunamente  ad  essa  l'equilibrio  del  bilancio:  se  Topera  loro  non  si  fosse 
ispirata  ai  concetti  imperialisti,  che  ebbero  la  più  spiccata  estrinsecazione 
nella  intraprendente  politica  coloniale  ». 

Qui  pare  opportuno  avvertire  come  un  diverso  programma  tinan- 
ziario,  inspirato  ai  concetti  esposti  dall" Autore,  non  potesse  avere  pro- 
babilità di  buona  riuscita,  meiilre  le  necessità  della  difficilissima  situa- 
zione premevano  vivamente  da  ogni  parte;  e  mentre  appariva  a  tutti 
l'urgenza  di  provvedere  a  rimettere  il  bilancio  in  assetto. 

Una  riforma  organica,  per  essere  predisposta  ed  attuata,  esige  uno 
studio  calmo  e  profondo  di  tutta  la  vita  economica  e  sociale  del  paese, 
studio  che  non  avrebjje  potuto  essere  serenamente  compiuto  mentre 
s'imponeva  l'assoluta,  urgente  necessità  di  ritrarre  il  paese  dall'orlo 
del  fallimento  nel  quale  sarebbe  altrimenti  ])recipitato. 


L'on.  Plebano  riconosce,  ad  ogni  modo,  che  in  questi  ultimi  anni 
f  sorti  della  finanza  italiana  indubbiamente  mutarono,  di  guisa  che 
la  storia  dei  primi  quarant'anni  della  nuova  vita  nazionale  può  chiu- 
dersi colla  lieta  aft'ermazione  che,  dopo  lungo  e  faticoso  viaggio,  il 
bilancio  del  nuovo  Regno  si  è  avvicinato  allo  stabile  suo  equilibrio. 

Egli  osserva  però  che  se  la  finanza  è  migliorata,  ciò  si  è  ottenuto 
col  mantenere  fra  i  meccanismi  con  cui  l'Erario  raccoglie  le  sue  risorse 
e  le  esigenze  della  giustizia  e  dell'economia  nazionale  un'  assai  stri- 
dente disarmonia;  e  afferma  che  l'Italia  potrà  prender  posto  definitivo 
fra  i  paesi  a  solida  e  sicura  finanza  solo  quando  quella  disarmonia 
sia  fatta  sparire. 

«  Una  finanza  infatti -egli  scrive -che  colpisce  direttamente  il  red- 
dito dei  cittadini  colla  più  alta  aliquota  tributaria  che  il  mondo  civile 
conosca;  che,  senza  riguardi,  aggrava  la  mano  sui  consumi  più  neces- 
sari, rincarando  smisuratamente  il  costo  della  vita  ;  che  calcola,  per 
parecchie  diecine  di  milioni,  sui  proventi  ili  un  alto  dazio  doganale  sul 
grano,  ponendo  così  l'interesse  dell'Erario  in  diretta  opposizione  colla 
prosperità  nazionale  ;  che  coi  complicati  e  molteplici  suoi  meccanismi 
fiscali  avvolge  il  movimento  economico  del  paese  in  poco  spirabile  at- 
mosfera :  e  che.  per  sopramercato,  ha  tra  le  sue  risoi'se  la  vergogna 
del  lotto,  e  trae  sussidio  dalla  carta-moneta  emessa  dallo  Sfato  a  corso 
forzoso  -  una  tale  finanza,  se  anche  da  qualche  tempo  presenti  in 
avanzo  gli  annuali  suoi  esercizi,  non  può  dirsi  ancora  posta  su  solida 
e  l'azionale  base,  né  essere  sicuro  coefìiciente  del  progresso  economico 
di  ini  grande  paese  ». 

Ciò  vuol  dire  che,  posto  argine  al  dissesto  della  finanza,  tolta 
finalmente  di  mezzo  la  questione  del  pareggio,  che,  come  appare  dalle 
pagine  della  Storia  della  Finanza,  dalla  istituzione  del  Regno  ad  oggi 


■272  LA    STORIA    DELLA    FINANZA    ITAf.IANA 

|niò  dirsi  abbia  costantemente  preoccupata  la  niente  ed  assorbita  l'o- 
pera del  Governo,  dovrebbe  essere  airlvalo  11  momento  di  quelle  ampie  e 
radicali  riforme  che,  preconizzate  fin  dal  187().  ripetutamente  piomesse  e 
proclamate  necessarie  da  (|uanti  uomini  da  allora  in  ])oi  si  succedettero 
al  Governo  della  cosa  publ>lica,  sono  oggi  ancora  un  vano  desiderio. 


Questo  rapido  cenno,  se  può  dare,  a  larglii  tratti,  una  idea  della 
vastità  del  lavoro  compiuto  dall' on.  Plebano,  non  può  certo  valere 
a  metterne  in  evidenza  i  grandi  pregi  e  nemmeno  a  far  intendere  ade- 
guatamente le  molte  diflicoltà  che  l'Autore  ha  dovuto  superare  per 
l'accogliere  tutto  il  materiale  storico  e  per  farlo  rivivere  col  soffio  illu- 
minato di  un  sagace  sijirito  critico. 

Certo  se,  come  è  stato  detto  innanzi,  l'antico  deputato  divenuto 
storico  della  finanza  ha  perduto  alquanto  della  sua  vivace  combattività  : 
se,  dall'esame  sereno  dei  fatti  compiuti  ha  tratto  ragione  di  una  mag- 
giore mitezza  di  giudizio  sugli  uomini,  è  rimasto  però,  nel  fondo,  un 
critico  dell'opera  finanziaria  dei  vari  Cìoverni  d' Italia  e  specialmente 
di  quelli  che  si  succedettero  dal  1876  in  poi. 

Non  è  quindi  da  meravigliare  se  egli,  qua  e  là,  riandando  gli  errori 
counnessi  e  le  dannose  conseguenze  che  ne  derivarono,  esprima  giudizi 
aspri  e  severi,  alcuni  dei  quali  possono  anche  sembrare  eccessivi  o, 
quanto  meno,  inspirati  da  concetti  assoluti,  astrattamente  accettabili, 
la  cui  attuazione  è  stata  però  impedita  talvolta  dalle  dittìcoltà  delle 
cose  o  da  speciali  circostanze  di  fatto.  Così,  per  quanto,  giudicata  nel- 
r  insieme,  sia  sembrata  poi  meritevole  di  severo  giudizio,  non  tutta 
r  opera  finanziaria  di  Agostino  Magliani  va  confusa  con  alcuni  gravi 
errori,  che  egli,  più  che  commettere  incoscientemente  o  volontariamente, 
non  seppe  impedire,  per  disciplina  di  partito,  trascinato  dalla  corrente 
che  a  lui  stesso  e  al  Governo  s'era  imposta,  e  che,  senza  di  lui,  sa- 
rebbe egualmente  prevalsa,  cagionando  ben  maggiori  rovine. 

Perchè  le  conseguenze  di  quegli  erroii  poterono,  in  più  di  un  caso, 
essere  mitigate  dagli  accorgimenti  ed  anche  dagli  espedienti  che  Ago- 
stino Magliani  seppe  rapidamente  e  opportunamente  escogitare,  con  la 
sua  grande  capacità  tecnica  e  la  limpidità  della  sua  mente  nudrita  di 
solida  dottrina  economica  e  finanziaria.  Lo  storico  sereno  della  finanza 
italiana  deve  riconoscere  che  Agostino  Magliani  fu  il  forte  tecnico  della 
finanza  italiana,  come  il  Sella  ne  era  stato  l'inflessibile  carabiniere  e 
il  Minghetti  l'artista  eletto:  come  il  Luzzatti  ne  è  stato  il  geniale  eco- 
nomista e  il  Sonnino  l'enei'gico  arginatore. 

Come  si  può  dissentile  dall' on.  Plebano  in  qualche  giudizio 
troppo  severo  e  reciso,  si  può  anche  osservare  che  la  sua  opera  non 
è  esente  da  qualche  inesattezza.  Così  a  pag.  523  del  111  volume,  egli 
osserva  che  nel  1898  il  dazio  sul  grano  di  lire  7.50  si  elevava,  per 
effetto  dell'aggio  sull'oro,  ad  una  protezione  di  lire  12  a  quintale.  Ora, 
poiché  il  prezzo  del  grano  estero  variò  tra  16  e  18  lire  e  l'aggio  fu.  in 
quello  stesso  anno,  di  7  per  cento  in  media,  ne  deriva  che  la  protezione 
adeguò  a  circa  lire  9.21  al  quintale,  calcolando  1'  aggio  sul  prezzo  di 
acquisto  e  sul  dazio. 

Ma  ([uesta,  ed  alcune  altre  mende  di  poco  conto,  sono  lien  poca  cosa 
riinpetlo  al  grande  valore  dell'opera  veramente  poderosa  dell'on.  Ple- 
bano ed  alla  grande  sua  utilità. 


LA   STORIA    DELLA    FINANZA    ITALIANA  273 

L'on.  Plebano,  per  le  idee  rigide  esposte  in  tutta  la  sua  opera, 
per  i  severi  ammonimenti  che  da  essa  emergono,  sarà  senza  dubbio 
rimproverato  d'essere  un'arcigna  Cassandra,  nel  momento  presente  in 
cui  par  che  spiri  un  nuovo  vento  di  spensieratezza  finanziaria  :  ma  si 
può  essere  certi  che  egli  non  se  ne  doiTà.  A  buon  conto,  coleste  così 
dette  Cassandre,  pur  deplorando,  per  il  paese,  di  non  essere  state 
ascoltate  in  addietro,  possono  rispondere  che  non  ad  esse  spetta  la  re- 
sponsabilità dei  mali  che  afflissero  il  paese  e  ne  hanno  ritardato  il  benes- 
sere economico:  possono  ricordare  che  la  spensieratezza  finanziaria 
fu  cagione  che  nel  breve  giro  di  8  anni,  dal  1881,  le  condizioni  del 
bilancio  peggiorassero  in  guisa  che  da  un  avanzo  di  58  milioni  si  arri- 
vasse ad  un  disavanzo  di  23»)  milioni  ;  clie  il  cambio  sull'estero,  da  un 
minimo  di  98.72  nel  1881,  salisse  fino  al  massimo  di  116  nel  1895. 

È  da  ritenere  ora  che  eiTori  gravi  non  saranno  più  commessi, 
perchè  le  dolorose  esperienze  a  qualche  cosa  hanno  pur  giovato;  hanno 
giovato  a  diffondere  oramai  nella  inibblica  opinione  la  con\inzione  che 
occorra  difendere  strenuamente  il  bilancio;  tanto  più  che,  commet- 
tendo nuovi  errori,  si  comprometterebbe  una  fortunata  situazione,  e 
si  esporrebbe  il  paese  al  grave  rischio  che  corrono,  con  le  ricadute 
nel  male,  gli  organismi  ancora  convalescenti.  1^  da  ritenere  perciò  che 
una  cosi  grave  jattura  potrà  essere  risparmiata,  se  gli  insegnamenti 
della  storia  della  finanza  italiana  non  andranno  perduti  e  se  il  Governo 
ed  il  Parlamento,  inspirandosi  ad  essa  ed  alle  supreme  necessità  del 
paese,  sapranno  trovare  la  forza  di  resistere  alla  corrente  di  spensie- 
ratezza finanziaria  che  alcuni  vorrebbero  far  prevalere. 

La  Storia  della  Finanza  italiana  delfon.  Plebano,  per  gli  inse- 
gnamenti che  racchiude  a  questo  riguardo,  dovrebbe  essere  nelle  bi- 
blioteche di  lutti  gli  uomini  politici  italiani;  di  quelli  che  sanno  per 
ricordare,  di  quelli  che  non  sanno  pei-  imparare. 

Tito  Canovai. 


J8  Voi.  evi,  Serie  IV  .  16  lugUo  1903. 


GLI    AMMONITORI 


ROMANZO 


VII. 


Devo  airainico  Quibio  i  pochi  momenti  d'espansione  e  di  buon 
umore  che  ebbi  in  questi  ultimi  anni.  Mi  fu  anche  cagione  di  qualche 
piccola  soddisfazione  d'amor  proprio:  dapprima  non  mostrava  curarsi 
di  me  e  talvolta  mi  lasciava  intravedere  un  po'  di  sprezzo,  come  per 
un  ingenuo  un  po'  scemo;  poi  mutò  concetto  e  talvolta  mi  guardò  con 
vivo  stupore,  finché  andò  anche  all'eccesso  opposto. 

Egli  aveva  una  tale  esuberanza  di  temperamento,  che  doveva  con- 
tinuamente darle  sfogo  colla  più  varia  attività,  quasi  sempre  spesa  a 
benefizio  altrui,  senza  compenso,  sebbene  affermasse  che  gl'importava 
poco  del  prossimo. 

Tra  le  altre  cose,  s'era  offerto  un  giorno  di  dipingere  la  sala  dei 
concerti  d'una  Società  corale.  Mi  volle  condurre  all'inaugurazione. 

Io  credo  che  un  grande  elemento  di  pacificazione  e  di  elevazione 
sia  la  musica.  Il  musicista  è  un  apostolo.  La  religione  piii  umana,  che 
fu  il  cristianesimo,  amò  la  musica,  e  sopratutto  il  canto:  questa  pre- 
ghiera fuggitiva  e  continua  è  la  cosa  più  commovente  che  l'umanità 
possa  dare  di  sé  nella  sua  aspirazione  oltie  la  terra. 

Ricordo  il  primo  giorno  che  entrai  nella  Pia  Casa.  Mezzo  rincan- 
tucciato in  fondo  al  cortile,  rimanevo  cupo,  selvaggio,  sentendomi  dispe- 
ratamente imprigionato  per  tutta  la  vita.  11  fiume,  il  verde,  il  cielo, 
com'erano  lontani!  spariti.  D'un  tratto  una  voce  si  leva.  Cantava  delle 
parole  incomprensibili:  re  sol  la  si...  Un'altra  si  spicca  e  la  raggiunge, 
poi  altre,  e  si  fondevano,  procedevano  unite,  si  svolgevano,  s'annoda- 
vano, sostavano,  riprendevano...  e  sempre  quelle  slesse  parole  discordi 
su  un  canto  concorde.  11  mio  cuore  s'ammolliva,  il  mio  singhiozzo  si 
diradava,  i  miei  occhi  lasciavano  cadere  lagrime  tranijuille.  Tutti  i 
giorni,  nell'ora  della  ricreazione,  io  mi  rincantucciavo,  ascoltavo  la 
preghiera  del  Mosè. 

Più  tardi  fui  arruolato  nel  piccolo  coro.  Possedevo  una  vocina 
di  soprano  che  si  guastò  presto  con  una  serie  di  raffreddori. 

La  Società  corale  aveva  la  sua  sede  in  un  sobborgo.  Da  quel  lato 
i  circoli  da  ballo  s'alternano  coi  ricreatori  infantili,  le  osterie  coi  mo- 
nasteri. L'autunno  lasciava  già  cadere  le  foglie  rugginose,  ma  il  caldo 
era  ancora  eccezionalmente  intenso.  Ciiiacchieravamo  come  al  solito. 


G\A   AMMONITORI  ±10 

essendo  io  diventato  un  ostinato  parlatore,  inentr'egli  ben  sapeva  te- 
nermi bordone.  Mi  ricordo  che  una  discussione  fervente  s'impegnò  a 
proposito  di  quanto  ci  si  oiTrì  un  momento  allo  sguardo.  Erano  i  ra- 
gazzi d'un  Collegio  clericale  che  marciavano  col  fucile  a  spalla  dietro 
una  piccola  banda  di  trombe  e  di  tamburi.  11  pretino  che  seguiva  ten- 
tava di  aggiustare  il  suo  sui  piccoli  passi. 

—  Ecco  la  musica  che  tu  ami  -  incominciò  Quibio. 

—  Appunto  -  rispos'io  prontamente.  -  Perchè  no"?  Io  non  amo  la 
musica  per  sé  stessa  e  neanche  la  pittura,  se  ti  piace.  Amo  l'arte  tut- 
t'intera,  non  come  un  abbellimento  delle  cose,  ma  come  la  loro  mi- 
sura, la  loro  battuta  in  cadenza...  Sono  sicuro  che  mi  piacerà  la  tua 
decorazione  perchè  sarà  adatta  alla  sala  e  allo  scopo  di  essa...  Ebbene, 
i  fanciulli  che  vanno  a  passo  di  musica  mi  entusiasmano  :  essi  impa- 
rano a  camminare  insieme,  ti  par  poco"?  a  misurare  il  loro  respiro,  il 
giuoco  dei  loro  muscoli,  il  loro  movimento  simultaneo  verso  una  meta 
comune. 

—  L'arte  dunque,  o  mio  dottrinario,  è  il  maestro  di  cappella  che 
mette  d'accordo  e  in  battuta  le  cose... 

—  Esattamente. 

—  E  i  fucili.  -  riprese  egli  subito  -  dovrebbero  anche  spararsi  a 
battuta"? 

—  Eh  sì  !  -  risposi  -  se  la  guerra  fosse  necessaria  e  non  moralmente 
impossibile.  La  guerra  d'una  volta,  la  lotta  d'uomini  assoldati,  allegra 
e  incurante,  io  la  comprendo.  Avevano  altre  armi.  Una  volta,  capisci, 
l'uomo  diceva  all'uomo:  se  mi  assali,  mi  difendo.  Oggi,  colle  armi 
da  fuoco,  egli  dice  :  se  mi  assali,  ti  uccido.  Il  che  non  è  la  stessa  cosa, 
come  vedi:  l'elfetto  è  troppo  sproporzionato  alla  causa. 

—  Per  me  -  soggiunse  Quibio  ridendo  -  io  approvo  tutto,  dai 
pugni  alla  dinamite.  Sai,  un  giorno  un  mio  amico,  uno  studente  in 
medicina,  quando  ero  a  domicilio  coatto,  mi  offrì  di  essere  complice 
con  lui  in  una  allegra  impresa.  Si  trattava,  appena  usciti,  di  spandere 
alcuni  tubi  di  bacilli  del  colera  nella  conduttura  dell'acqua  potabile 
d'una  gran  città.  Io  rifiutai  soltanto  perchè  pensai  che,  una  volta 
aperto  il  vaso  di  Pandora,  la  poteva  essere  spacciata  non  solo  per 
me,  ma  per  tutta  l'umanità,  e  allora,  addio  speranza  di  svignarcela 
da  questa  terra  che  si  raffredda  e  scappare  in  un  altro  pianeta!... 

Stavamo  jier  abbandonare  la  strada  provinciale  per  entrare  in  una 
valletta.  Ad  un  tratto  compare  poco  lontano  un  enorme  automobile, 
disotto  al  quale  pareva  si  vomitassero  dei  nuvoloni  bianchi.  Appena 
il  tempo  di  gettaici  nel  fosso. 

—  Vi  caschino  i  piedi!  -  urlò  Quibio,  mentre  io  chiudevo  gli 
occhi  e  tossivo  soffocato.  Avevo  avuto  il  tempo  di  vedere  due  uomini 
e  due  donne,  irriconoscibili,  sotto  un  baldacchino  che  scuoteva  ai  lati 
due  tende  come  un  sinistro  uccellaccio. 

—  Parlami  di  pace,  ora!  -  disse  il  pittore  fremendo.  -  Quando 
gli  aristocratici  cercano  di  nascondere  le  unghie  per  non  invelenire 
la  lotta  di  classe,  ecco  qui  i  borghesi  parvonif;  che  vengono  a  schiat- 
feggiarti  a  casa  tua.  Sì,  perchè  la  strada  provinciale  è  del  contadino, 
è  del  povero!  Vedi!  Io  prenderei  uno  per  pugno  quei  due  mostricciat- 
toli  e  li  sbatterei  insieme  in  piesenza  di  quelle  altre  due  smorfiose 
occhialute  in  n-aterproof. 

Per  dieci  minuti  il  polverone  rima.se  sospeso  sulla  strada.  Noi 
intilammo  tosto  la  valletta  e  c'immergemmo  nel  verde  e  nell'aria  pura. 


276  GLI   AMMONITORI 

Ricordai  la  passeggiata  d'un  mese  prima,  con  Cràstino.  Né  Quibio 
né  io  avevamo  più  potuto  vederlo.  Doveva  rimanere  delle  giornate 
intere  nella  sua  soffitta.  Lavorava? 

—  Credo  che  lavori  -  disse  Quibio.  -  Ma  dubito  anche  che  si 
esaurisca  in  tutti  i  modi.  È  di  quelle  nature  nervose  che  reggono  a 
lungo,  poi  si  spezzano  d'un  colpo.  Quel  ragazzo  li  m'inquieta  assai. 

Eravamo  giunti  a  un  bivio.  Guardammo  lungo  le  viottole  serpeg- 
gianti. A  destra  scendeva  una  serie  di  robusti  tronchi  d'abete  che 
doveva  servire  per  una  conduttura  di  forza  elettrica.  A  sinistra  scor- 
gemmo poco  lontano  una  bandiera  sui  tetti  d'una  vecchia  cascina. 

—  È  là  -  fece  Quibio. 

—  Vedi  li  accanto  -  accennai  al  pittore  mentre  salivamo  -  una 
forza  che  servirà  domani  ad  ammazzare  in  un  modo  spedito...  Per 
conto  mio  ci  tengo  assolutamente  a  che  gli  uomini  non  s'ammazzino 
più  tia  loro. 

—  Qualcuno  ti  accuserebbe  di  pusillanimità. 

—  Avrebbe  torto  -  soggiunsi  piccato,  cogliendo  una  sua  rapida 
occhiata  alla  mia  gracile  persona.  -  lo  credo  che  desiderare  la  pace 
non  significhi  viltà,  ma  elevazione  nel  tipo  umano.  11  pugno  mas- 
siccio è  dell'  antropopiteco...  Io  odio  la  guerra  perchè  è  bruta,  cieca, 
come  il  colera  di  cui  parlavi...  Nella  battaglia  d'Adua  ci  poteva  essere 
un  Marconi,  tanto  per  dire,  o  il  Dante  del  secolo  ventesimo.  Ora  :  che 
una  malattia  non  scelga,  concedo,  ma  che  una  società  civile  mandi  uno 
scienziato,  vai  poeta,  contro  un  moschetto,  e  lo  conti  proprio  soltanto 
come  un  numero  di  cartucce,  via!...  E  nota  bene  che,  rifiutando  la  vio- 
lenza non  rifiuto  la  lotta.  Cambiei'à  il  genere,  ma  persisterà  la  lotta, 
cioè  lo  sforzo,  il  progresso:  soltanto  muterà  il  campo  di  questa  lotta. 

—  Si,  ma  anche  la  lotta  fisica  è  necessaria,  per  tener  saldo  il 
corpo. 

—  Certamente.  Ma  credi  tu  che  resteranno  ineiti  i  muscoli  e  che 
non  ci  sarà  occasione  di  mostrare  la  noncuranza  della  vita,  o  meglio 
la  sua  subordinazione  a  un  ideale?  Ah  la  retorica  degl'imperialisti, 
che  dichiarano  tramontate  le  epoche  eroiche!  Ma  il  chirurgo,  il  con- 
duttore d'una  tranvia,  l'operaio  delle  turbine,  il  semplice  nuiiatore  con- 
ducono contro  la  morte  una  lotta  continua,  che  richiede  molto  mag- 
giore energia  e  intelligenza  che  non  quella  che  dimostra  un  soldato 
di  truppa   obbligato  ad  andare  sotto  il  fuoco  al  comando  altrui. 

Eravamo  giunti  presso  una  vecchia  cascina  circondata  da  orti 
e  da  giardini  fioriti.  Un  muro  la  cingeva,  mezzo  coperto  dai  rovi,  coi 
mattoni  sgretolati  e  scavati  dai  passeri,  su  cui  le  lucertole  correvano 
come  razzi.  Quibio  si  fermò  davanti  al  cancello. 

—  Ecco,  parliamoci  chiaro  -  fece  egli,  ancora  un  i)o'  vibrante  del- 
l' impazienza  che  gli  era  entrata  in  corpo  poco  prima.  -  Tu  vorresti 
fare  di  me  un  tuo  proselite.  È  inutile  che  protesti  ;  con  tutta  l'aria  di 
lasciar  liberi  gli  altri,  tu  imponi  le  tue  idee.  Veniamo  al  sodo  :  in  fondo, 
tu  vuoi  ch'io  rinunci  a  qualche  cosa,  a  molte  cose,  a  favore  degli  altri... 

—  Ma  non  tu,  -  l'interruppi  -  non  tu,  povero  diavolo  come  me! 

—  Sì,  io!  Anch'io  voglio  conquistare  tutta  intera  la  vita:  s'io  bado 
troppo  a  non  far  male  agli  altri  (e  questi  altri  che  ho  in  mente,  son 
dei  fuifanti )  io  rinunzio  a  troppo,  a  tutto  quel  che  mi  è  necessario 
e  elle  ora  è  in  mano  di  questi  altri...  Perchè  devo  dunque  linunziare? 
Per  l'onore?  per  la  patria?  per  la  razza?  Lascia  parlar  di  razza  coloro 
che  ebbero   dei   progenitori.  Noi   non   ne   abbiamo,  a  parte  la    pietà 


GLI   AMMONITORI  277 

verso  quei  poveri  esseri  a  cui  toccò  di  darci  la  vita  :  non  ne  abbiamo 
più  che  non  ne  abbiano  le  galline  o  le  raganelle  o  queste  lucertole  qui... 
Cosi  dicendo  sterrò  una  bastonata  a  un  mucchio  d'ortiche,  d'onde 
sorse  un  gran  fruscio. 

—  Perfettamente.  Noi  dunque  siamo  di  coloro  che  non  hanno  da 
riconoscere  alcun  grado  intermedio  fi-a  uomo  ed  umanità.  Ed  è  un 
bene.  Perchè  un  uomo  non  sia  nemico  all'altro  uomo,  una  famiglia 
all'altra  famiglia,  una  patria  all'altra  patria,  è  utile  che  si  soppri- 
mano tutti  i  gruppi,  le  barriere.  Uomo  e  umanità,  ecco!...  Ma  credi 
ch'io  m'opponga  a  che  tu  conquisti  la  tua  vita?  Io  non  so  quello  che 
ti  è  necessario  e  che  appartiene  ad  altri.  Gli  è  che  probabilmente  non 
appartiene  a  nessuno... 

—  Hai  ragione  -  concluse  pensoso,  e  tirò  il  campanello.  -  Perchè 
non  scrivi  tutto  questo?  Tu  dici  delle  cose  che  non  ho    mai    udite... 

—  Scriverle?  Ma  bisognerebbe  anche  farle  leggere... 

Un  uomo  comparve  ad  un  uscio,  in  fondo  al  cortile,  poi  si  volse 
verso  l'interno.  Subito  una  moltitudine  ne  appari.  Gli  abiti  ciliari 
delle  donne  vi  spiccavano. 

—  Presto,  -  gridò  un  giovane  bruno  e  smilzo  avanzandosi  di  corsa  - 
non  mancavi  che  tu. 

Quibio  mi  presentò  e  mi  fece  il  suo  nome,  Picaday.  Io  lo  guardai  tra 
curioso  e  rispettoso:  era  il  terribile  caricaturista  del  Pasquhio.  Non 
l'avevo  mai  incontrato,  sebbene  egli  fosse  noto  a  tutta  Torino,  dalle  sar- 
tine al  sindaco  Di  Noie. 

Il  maestro  era  dietro  di  lui  e  abbracciò  il  pittore,  trascinandolo, 
fra  il  cicaleccio  delle  signore,  nella  sala,  lo  rimasi  tagliato  fuori  e  mi 
ci  rassegnai  subito. 

La  sala  era  piena  zeppa.  Per  fortuna  la  mia  statura  mi  permet- 
teva di  vedere.  Un  fruscio  di  carte  e  un  silenzio  subitaneo,  poi  il  coro 
attaccò  II  riso  di  padre  Martini,  che  mi  fece  sussultare  di  piacere  :  da 
tanti  anni  non  avevo  piìi  sentito  quella  gaia  musica. 

Poi  saltò  su  Picaday,  che  lanciò  una  bizzarra  improvvisazione,  in 
un  linguaggio  semi-giandujesco,  i  cui  spunti  mi  tornarono  spesso  a 
mente  come  una  musica  stranissima. 

Secondo  lui.  la  prima  volta  che  l'uomo  sentì  la  propria  voce,  do- 
veva esserne  rimasto  spaventato,  non  potendo  immaginare  che  uscisse 
dal  suo  petto:  immaginar  lo  stupore  d'un  contrabbasso  che  tutto  ad 
un  tratto  si  ascoltasse!  Poi  se  ne  diverti  e  se  ne  giovò...  Io  non  fo 
qui  che  spogliar  delle  immagini  brillanti  e  delle  sfaccettature  iridate, 
i  concetti  che  esprimeva  il  caricaturista  dal  viso  aiguto  di   satiretto. 

Si  può  avere,  diceva  egli,  un  modello  piti  attraente  di  una  società 
ideale  che  nel  coro?  C'è  un  più  rigoroso  e  insieme  libero  legame  fra 
uomini,  che  nello  svolgersi  d'un  canto  di  Palestrina?  In  un  alternarsi 
di  sentimenti  in  tutte  le  gradazioni,  dal  lugubre  e  lento  al  concitato  e 
allegro,  tutte  le  parti  in  perfetto  accordo  conservano  la  loro  personalità, 
che  or  si  nasconde,  ora  emerge...  E  il  maestro  non  forma  che  una  vo- 
lontà, un  segno  d'unità,  un  centro.  A  un  certo  punto  non  è  più  lui 
che  guida,  non  è  più  il  coro  che  consente  a  lui,  ma  il  coro  è  un  tutto. 
in  cui  il  maestro  non  rappresenta  più  che  debolissimamente  il  gesto 
visibile  del  ritmo.  Anche  la  personalità  del  maestro,  cioè  chi  rappre- 
senta la  norma,  la  legge,  tace.  Perchè  la  legge  è  entrata  in  tutti,  la 
legge  è  il  movimento  stesso  della  vita,  la  legge  è  il  flusso,  in  tutti  i 
petti,  del  medesimo  sangue  umano. 


^18  (ìli  ammonitori 

«  E  questa  legge  intima  non  è  che  la  pulsazione  del  piccolo  pianeta 
di  cui  siamo  materiati,  rispondente  alla  pulsazione  dei  inondi,  del- 
l' Essere.  Quando  questa  legge  pulserà  liberamente  in  noi.  non  ci  sarà 
più  Insogno  di  codici,  né  di  governi  ». 

Dopo  il  di.scorso,  altri  corali  seguirono,  lo  guardavo,  ascoltando, 
le  volute  decorative  del  soffitto  dipinto  da  Quibio,  che  mi  parevano 
svolgersi  con  una  stessa  armonia.  Le  arti  non  sono  nianite.stazioni  di 
uno  stesso  desiderio,  d'uno  stesso  moto  continuo  dell'uomo  verso  l'in- 
finito? 

Pochi  ])robal)ilmeute  degli  assistenti  avevano  compreso  il  discorso 
del  disegnatore,  non  cogliendone  che  i  motti  e  i  paragoni  inattesi.  Era 
quello  un  singolare  miscuglio  di  persone.  Fra  operai  e  commessi  di 
negozio  stavano  artisti,  professori  d"  Università,  un  grande  scultore  e 
un  libraio  tedesco;  la  musica  fondeva  tutta  insieme  questa  gente,  la 
cui  vita  svolgevasi  distante  e  differente,  e  anche  negli  intervalli  la  me- 
desima cordialità  creava  nell'atmosfera  come  un  tepore,  un  sorriso. 

Uscimmo  che  declinava  il  sole.  La  valle  era  tutta  fiorita  e  uio-ssa 
d'abiti  chiari  e  d'ombrelli  variopinti.  Picaday  a  braccetto  con  Quibio 
andava  innanzi,  ed  io  dietro,  sentendomi  un  po'  isolato,  ma  con  un 
gran  desiderio  di  non  essere  un  estraneo  nella  folla  che  ora  si  river- 
sava lungo  la  viuzza  sinuosa.  Un  gruppo,  fra  cui  predominavano  le 
donne,  raggiunse  i  due,  facendo  loro  ala  :  i  due  si  erano  fermati  a 
guardare  il  lavoro  sospeso  lungo  la  costa.  Era  la  trasmissione  di  foi-za 
elettrica.  La  città  appariva  in  distanza  velata  dalla  nebbia;  più  presso, 
il  Po  tra  i  pioppi;  a  pochi  passi,  la  strada  bianca  e  polverosa  di  Mon- 
calieri. 

Picaday  i>arlava  del  telegrafo  Marconi. 

—  Nulla  va  perduto  -  diceva  egli.  -  Gli  esseri  che  sono  inlorno 
a  noi,  dalle  cose  alle  persone,  agiscono  su  noi,  onde  noi  siamo  rice- 
vitori, condensatori,  trasmettitori...  Forse  anche  le  cose  che  diciamo 
morte,  sono  più  vive  di  quando  vennero  all'esistenza.  Le  case,  le  stanze, 
i  mobili,  si  può  dire  che  sono  vivi  soltanto  quando  c'è  morto  dentro 
qualcuno,  e  forse  accumulano  un'energia  di  vite  passate  che  si  scarica 
su  noi  ad  ogni  contatto.  Onde  e  pulsazioni,  tutto  l'universo  non  è  altro, 
dal  nostro  cuore  al  sole  ! 

Io  mi  raffiguravo  infatti  un'  incisione  che  avevo  veduta  nei  gior- 
nali. Delle  antenne,  nient'altro.  L'uomo  ha  trovato  le  sue  antenne, 
come  gli  insetti:  esse  palpano  l'aria.  E  cosi  la  terra  viene  avviluppata 
dall'anima  umana.  Oltre  l'atmosfera,  oltre  i  pianeti,  oltre,  oltre! 

E  Picaday  continuava  : 

—  Chi  sa  dirmi  perchè  l'uomo  cammina  in  piedi,  cioè  parallelo 
al  raggio  della  terra  e  del  sole'  Perchè  egli  è  un  vero  raggio  della 
terra,  egli  la  irradia  nell"  infinito. 

La  sera  scendeva.  Le  donne  ridevano.  —  Che  belle  fantasie!  -di- 
cevano al  disegnatore. 

Infatti,  com'è  lontano  tutto  ciò.  Fantasie!  E  mi  sentii  solo,  solo, 
come  quando,  bambino,  correvo  troppo  innanzi  nei  sentieri,  e  non  sen- 
tivo più  dietro  me  il  passo  zopiiicante  di  mio  pailie. 

Stavamo  per  sboccare  nella  strada  provinciale.  A  un  tratto  alcuni 
ciclisti  passarono.  Un  piccolo  automobile  scivolò  tranquillo  dinanzi  a 
noi:  altri  ciclisti  seguivano. 

—  11  re!  -  dissero  alcuni.  Passò  a  distanza  di  ])ochi  jìassi. 
Io  trasalii,  sentendomi  toccare  la  spalla. 


GLI   AMMOXITORI  2/9 

—  Che  stai  almanaccando.  Martino  •?  -  mi  domandò  Quibio. 
Il  mio  pensiero  correva  dietro  il  veicolo  già  lontano. 

—  Siamo  sempre  allo  stesso  punto,  amico  mio  ! 

Ma  un'  idea  repentina  aveva  lampeggiato  nella  mia  mente. 

Giunto  a  casa,  scrissi  sulla  fronte  d'un  quaderno: 
IL  PIA^S^TO  DEL  POPOLO. 

Poi  rimasi  lungo  tempo  con  la  penna  in  aria  fissando  la  lucerna. 
La  commozione  mi  gonfiava  il  petto,  come  se  mi  accingessi  ad  un'opera 
grandiosa  in  cui  sarei  rimasto  certo  inferiore  al  compito,  ma  avrei  infuso 
tanta  intensità  di  fede  da  rimovere  una  montagna.  Rimasi  a  lungo  senza 
raccapezzarmi:  non  già  che  mi  mancassero  le  idee:  esse  tumultuavano 
come  un  fiume  che  non  trovasse  sbocco.  In  breve  il  mio  capo  s'appe- 
santì e  gli  occhi  s'intorbidirono.  Dovetti  coricarmi. 

Sedato  il  primo  tumulto,  cominciai  a  vedere  e  discernere  nelle  mie 
idee.  Era  necessaria  molta  brevità,  molta  chiarezza,  e  una  gran  passione. 
Non  si  racconta  di  certi  Santi,  che  avevano  una  tale  efficacia  di  persua- 
sione da  guadagnare  il  cuore  degli  stessi  tiranni".' Ci  voleva  un  esordio 
rivelatore,  una  trattazione  bene  equilibrata  e  particolareggiata,  e  una 
perorazione  che  bruciasse  come  la  fiamma.  La  prima  e  l'ultima  parte  po- 
tevano improvvisarsi  dopo  aver  ben  allestito  la  mediana  che  era  la  più 
ardua. 

Scelsi  e  respinsi  successivamente  molti  progetti.  Dipingere  il  male 
delle  diverse  classi  e  propugnar  la  necessità  delia  loro  fusione?  Ma  io 
non  ne  conosco  che  una.  Ripigliar  il  programma  non  mai  attuato: 
Libertà,  eguaglianza,  fraternità?  Parole  andate  fuor  d'uso.  Classificar 
le  materie  .secondo  i  diversi  ministeri  del  Regno...'? 

Una  cosa  soltanto  ero  sicuro  di  poter  ben  fare.  Dijiingere  la  gente 
che  soflre  e  che  muore.  Molte  cose  muoiono  insieme  ad  essa:  l'amore, 
la  fiducia  nella  giustizia  presente,  la  fede  nella  giustizia  futura.  Per 
molti  non  c'è  più  che  la  disperazione,  e  in  essa  non  sono  più  neanche 
sostenuti  dal  pensiero  d'una  condanna  comune.  Ognuno  morendo  sa 
che  ha  diritto  di  vivere,  e  che  ne  avrebbe  il  potere,  se  l'altro  uomo. 
se  una  coalizione  d'uomini  non  glielo  rubasse.  La  critica  della  società 
presente  mi  sarebbe  dunque  stata  facile,  e  questo  era  la  prima  parte 
del  mio  programma.  La  seconda  consisterebbe  nel  ricostruire. 

Delle  diverse  sorta  di  socialismo  avevo  poca  conoscenza,  ma  sopra- 
tutto mi  scontentava  in  esse  l'importanza  eccessiva  accordata  al  danaro, 
a  tutto  quello  che  forma  bensi  la  condizione  sine  qua  non  dell'esi- 
stenza, ma  eh 'è  troppo  poco  di  per  sé. 

Finalmente  mi  attenni  a  un  progetto  che  mi  parve  men  preciso 
nella  sua  composizione,  ma  che  dava  maggior  riposo  al  mio  spirito. 
Mi  alzai  e  lo  buttai  su  carta  subito.  Ecco.  Un  re,  che  contempla  una 
società  in  uno  stadio  più  alto,  vuol  condurvi  con  un  metodo  di  governo 
i  suoi  sudditi,  col  proposito  anche  di  abdicare  quando  li  sentirà  ve- 
ramente liberi.  Suo  strumento  princi|)ale:  i  Jlaestri.  Da  una  parte 
libertà,  dall'altra  azione.  Libertà  anche  all'errore,  ma  tutto  il  favore 
e  l'aiuto  efficace  alla  luce.  Tendenza  all'abolizione  di  tutti  i  legami, 
da  quelli  materiali  per  i  delinquenti  e  i  pazzi,  a  quelli  morali  per 
tutti  gli  uomini:  dalle  manette  ai  codici.  Abolizione  graduale  della 
proprietà   ereditaria:  dato  il  sufficiente  ad  ogni  nato  d'uomo,  ricada 


I20U  GLI   AMMON'ITORI 

lutto  il  SUO  acquisto,  alla  sua  morte,  nel  fondo  comune.  Persona- 
lità giuridica  della  donna,  uguaglianza  dei  sessi  di  fronte  alla  con- 
quista della  personalità,  della  libertà,  della  felicità.  Protezione  della 
nascita  e  dell'allevamento  deiruomo.  Riposo  assicurato  ai  vecchi.  Sor- 
veglianza continua  sulla  salute  pubblica  fino  alla  eliminazione  della 
malattia.  Massimo  favore  alle  industrie,  al  coniniercio,  alle  scienze, 
incoraggiando  Fuomo  alla  conquista  di  sé  stesso,  della  terra,  del  cielo. 
Fede  nel  progresso  dell'umanità,  come  se  non  fosse,  e  non  è,  desti- 
nata a  morire  colla  terra.  Culto  della  vita. 

E  mi  addormentai  intenerito  da  una  grande  speranza. 


Vili. 

Era  di  marzo.  Fuori  un  gran  vento:  dentro  la  soffitta  di  Quibio 
una  pace  tranquilla  sotto  la  grossa  lampada  che  spandeva  una  gran 
luce  bianca  e  uguale.  Io  voltavo  le  spalle  alla  finestra:  egli  aveva 
voluto  quello  sfondo  perchè  le  sponde  dell'abbaino  mi  facevano  da 
cornice.  Disegnava  rapidamente:  la  mossa  della  sua  faccia  e  del 
suo  sguardo,  dalla  carta  a  me,  mi  davano  ini  po'  d'  inquietudine.  Egli 
mi  disse: 

—  Pensa  a  qualche  cosa  e  cerea  di  star  immobile.  Per  esempio, 
pensa  a  qualcosa  di  astratto:  non  hai  un  problema  di  geometria  da 
risolvere?  o  di  astronomia?  Tu  sei  astronomo,  non  è  vero?...  E  se  parlo, 
non  rispondermi.  Fissati  su  qualche  pensiero  e   non  rispondermi. 

lo  cercavo  di  fissarmi,  com'ei  diceva,  ma  non  ci  riuscivo.  Pensai 
al  mio  Memoriale  che  avevo  ricominciato  più  volte.  Eran  passati  quattro 
mesi  dacché  l'avevo  ideato,  e  non  ero  riuscito  a  comporre  qualcosa 
che  mi  soddisfacesse.  La  mente  mi  si  confuse. 

—  Hai  una  faccia  stanca.  Cosi  non  va.  Riposati  un  momento. 
Mi  alzai,  mentre  egli  appiccicava  il  suo  orlo  di  cera  a  una  piccola 

lastra  cui  avrebbe  dato  l'acido  la  dimani  ch'era  fe^ta.  Egli  disegnava 
tutta  la  settimana  e  lavorava  la  lastra  alla  domenica. 

Diedi  un'occhiata  in  giro  per  la  stanza.  Egli  mutava  spesso  la 
disposizione  degli  oggetti,  numerosi  e  bizzarri,  che  teneva  sui  mobili 
e  appesi  al  muro.  In  mezzo  alla  parete  scorsi  una  figurina,  una  signora 
vestita  di  bianco,  il  cui  volto  fino  era  disegnato  di  profilo  su  un  fondo 
d'alberi  e  il  vestito  tutto  bianco  appena  notato:  la  figurina  si  moveva 
con  una  grazia  indicibile. 

Quibio  mi  guardò  e  sorrise: 

—  Che  ne  dici? 

—  Bellissima. 

—  Lei  è  più  bella... 

Egli  tacque,  sorridendo  internamente. 

—  Che  cos'è  quell'arpa?  Chiesi,  osservando  una  stranissima  cari- 
catura appiccata  alla  parete.  Era  un  uomo  lunghissimo,  di  profilo,  il 
cui  busto,  le  cui  gambe  e  un  braccio  allungato  fino  a  toccar  i  piedi 
colla  punta  delle  dita  formavano  un  triangolo  o  un'arpa:  Taltra  mano 
pizzicava  le  corde  tese  che  gli  legavano  busto  e  gambe. 

—  Non  vedi?  -  rispose  egli  tutto  esilarato.  -  E  il  sindaco  Di  Noie 
che  riceve  i  sovrani,  caricatura  musicale  di  Picaday.  Come  ti  piace 
Picaday  ? 

—  Simpaticissimo! 


GLI    AMMONITORI  281 

—  È  un  terribile  mangiatore  di  libri,  comete.  Credo  che  v' inten- 
dereste. Ti  racconterò  una  storiella  che  ti  prego  di  tener  segreta.  È 
stato  mio  compagno  di  scuola  e  di  birichinate.  Poi  non  l'avevo  più 
visto.  Cinque  anni  fa  m"  imbatto  in  lui  a  Strassbourg.  cioè  a  Porta 
Palazzo.  «  Ciao,  Pica  »  -  «  Ciao,  Quibio  !  »  Uscito  dal  mio  abbraccio 
un  po' vigoroso,  lo  vedo  vacillare  e  impallidire.  «Cos'hai,  Pica?  » - 
«  Non  Ilo  mangialo  da  tre  giorni  !  »  Lo  condussi  in  una  trattoria  e 
mangiai  anch'  io  con  lui.  per  cerimonia:  erano  le  due.  Quando  ebbe 
finito  mi  caricò  d'insulti  e  se  n'andò.  Solo  l'anno  scorso  l'ho  riveduto, 
rimesso  a  nuovo,  e,  caro  mio,  s'è  buttato  a  piangere  nelle  mie  braccia 
come  un  fanciullo. 

Poi  ricominciò: 

—  Sai  la  novità"? 

—  Che? 

—  Non  vedi  là  il  ritratto  di  Cimisin?  Non  l'avevo  mai  potuto 
cogliere.  Ora  finalmente...  Povero  diavolo  !  Gli  è  capitata  bella!  Dicono 
che  in  dieci  anni  che  è  qui  non  ha  mai  chiuso  l'uscio  per  paura  che 
un  fabbro  framassone  lo  scassini.  L'altra  mattina  lo  si  vide  cliiuso. 
Puoi  immaginarti...  E  c'era  un  pezzo  di  carta  appiccicato  su:  Chiuso 
per  decesso  dell' inriuilino!  Allora  venne  il  segretaiio  e  mandò  per  la 
Questura.  Fu  aperto  e  si  trovò  il  povero  vecchio  disteso  sul  letto  colla 
febbre.  Accanto,  per  terra,  c'era  un  braciere,  non  consumato  però.  11 
povero  diavolo  s' era  ubriacato  per  aver  del  coraggio  :  nota  che  non 
beveva  mai...  poi  s'era  buttato  sul  letto.  Ma  il  vino  gii  aveva  fatto 
male,  e  l'aveva  vomitato  mezzo  sul  braciere... 

—  Che  destino!  -esclamai.  -  Credevo  che  almeno  quello  lì  fosse 
felice  ! 

—  Un  particolare.  La  gabbia  era  vuota.  Probabilmente  aveva  dato 
la  libertà  al  merlo  delV Inno... 

Egli  aveva  terminata  la  sua  bisogna:  mi  disse  di  rimetteiini  in 
posa.  11  che  feci. 

—  Hai  visto  lo  sciopero  di  Loani?  Quattro  contadini  morti.  Grida- 
vano: Viva  il  re!  dopo  aver  dato  fuoco  al  municipio...  Come  siamo 
indietro  !  È  ancora  il  concetto  di  mio  noano,  di  Sciolze.  che,  essendo 
in  lite  con  un  consigliere  comunale,  voleva  andar  dal  re  a  farsi  far 
giustizia. 

—  Ma  credi  tu  -  gli  opposi  -  che  un  re  non  potrebbe  mutar  la  faccia 
d'un  paese,  tanto  più  sentendo  questo  appoggio  un  po'  barbarico  nel- 
l'auima  della  razza,  che  le  idee  non  riuscirono  a  mutare  ancora? 
Quando  tu  sentissi  invocare  e  appoggiare  il  tuo  aiuto,  non  fai-esti 
molto  più  fli  quello  che  non  ti  sarebbe  permesso? 

—  Tu  sei  im  reazionario,  caro  mio!  -  mi  rispose  egli  ridendo.  - 
Sta'  in  guardia!  Abbiamo  una  costituzione  e  un  parlamento:  supponi 
che  entrambi  siano  cattivi,  ma  è  il  popolo  sovrano  che  li  ha  voluti. 
Non  indaghiamo  qual  sia  stato  il  popolo  sovrano  di  allora  :  non  era 
diverso  da  quello  d'adesso...  Sotto  ce  n'era  un  altro?  Questo  non  ha 
voce  in  capitolo,  caro  mio  :  egli  non  vede  nessun  soccorso  vicino, 
perchè  gli  sta  sopra  quell'altro  popolo:  perciò  domanda  aiuto  molto 
lontano,  alla  provvidenza,  che  è  per  lui  rappresentata  in  terra  dal  re... 
Questo  ti  .spiega  i  plichi  che  gettano  nell'aula  della  Camera.  Ah!  Bel- 
lissimo! Ma  l'uomo  del  plico  ha  già  un'anima  borghese...  11  popolo 
vero  invece  va  direttamente  dal  re... 

Stemmo  alquanto  in  silenzio. 


i28i^  GLI   AMMONITORI 

—  Che  cosa  sei  tu  ia  politica?  -  feci  io. 
Egli  m' interruppe  : 

—  Hai  visto  Crastino  in  questi  giorni"? 

—  L"  ho  visto  domenica  scorsa.  Tornava  dal  lato  della  Barriei'a 
di  Francia.  Sembrava  stanchissimo:  lei  l'aveva  a  braccetto  e  pareva 
che  lo  sostenesse... 

—  Quel  i-agazzo  è  tìnito!  -  sentenziò  Oi'il>io- 

Mi  parve  d'esser  colpito  al  cuore,  lo  non  ho  mai  veduto  un'agonia. 
Ero  forse  presente  quando  morì  mio  padre,  ma  una  vicina  mi  trascinò 
fuor  delia  camera  e  io  non  lo  vidi  più.  D'altronde  non  posso  più  con- 
cepire la  morte,  se  non  come  un  passaggio,  una  ciisi.  Oltre,  che  c'è'? 
Non  so.  Ma  la  moite.  la  fine,  non  esiste. 

—  Che  cosa  sono  in  politica"?  -  cominciò  QuiJjio,  intento  a  dise- 
gnare. -  Sono  stato  anarchico,  ma  anarchico  amorfista.  intendiamoci 
bene:  tu  mi  sembri  un  di  quegli  anarchici  utopisti  che  erano  per  noi 
il  fumo  negli  occhi,  Héclus,  Bakounine,  Tolstoi,  Ibsen...  «  Uomini,  siete 
nati  buoni:  percliè  non  v'abbracciate"?»  Ma  allora,  vedi,  avevo  fame 
e  avevo  una  moglie  tisica...  percliè  io  sono  vedovo,  non  lo  sai"?  Sentivo 
un  piede  clie  mi  calpestava  e  mordevo...  Cioè:  mi  facevo  mordere, 
perchè,  cosi  come  mi  vedi,  senz'aver  nmi  fatto  male  a  una  mosca,  per 
aver  detto  qualcosa  in  reggimento,  fui  portato  in  un  astuccio  da  Pia- 
cenza a  Capri,  a  domicilio  coatto,  e  ci  stetti  un  anno.  E  mia  moglie, 
nota  bene,  mi  aspettò  tanto  da  poter  morirmi  nelle  braccia.  Aveva 
vent'anni. 

Tacque.  Le  sue  mascelle  scricchiolarono. 

Si  levò  sul  busto,  diede  un  respirone,  poi  si  chinò  sulla  tavoletta  : 

—  Tu  non  hai  fatto  il  servizio  militare"? 

—  No:  ero  inabile,  troppo  lungo  e  smilzo. 

—  Quanti  anni  mi  dai"?  -  proseguì  -  Trenta  almeno!  Ne  ho  venti- 
cinque... Che  cosa  sono  in  politica?  Sono  un  boit  enfant  che  \uoì  vi- 
vere facendo  dei  forti  quadri  della  vita  che  mi  fteme  dintorno,  nien- 
t'altro.  Ma  voglio  aver  libertà  di  pensale,  di  lavorare,  di  amare...  Ci 
sono  dei  paesi  dove  ciò  non  è  tanto  impedito:  di  questi  il  più  alTa- 
scinante  è  Parigi.  Non  è  vero"?  Ah  la  libertà,  l'arte,  la  vita! 

S'interruppe  un  momento  e  strizzando  gii  occhi  verso  di  me: 

—  Cosi  va  bene.  Abbi  pazienza  un  minuto  e  ti  lascio... 

E  s'immerse  nel  suo  lavoro,  lo  non  l'ascoltavo  già  più.  Pensavo. 
Conosco  un  uomo  privato,  un  amico  del  mio  direttore,  un  filantropo, 
che  senza  una  religione  cui  jiotesse  far  apjìello.  ha  allevato  centinaia 
di  fanciulli,  sfamato  e  vestito  gran  numero  di  jiezzenti.  sollevato  in- 
numerevoli miserie  ignote.  Sujiponiamo  che  un  tale  apostolo  fosse  de- 
putato, fosse  ministro...  lo  sono  ignorante  di  politica.  -  «  Lo  rovescie- 
rebbero!  »  Ma  perchè?  Quando  evidentemente  fa  un  gran  bene"?  Ma 
costui  do\rebbe  vivere  con  un  solo  pensiero,  con  un  solo  desiderio,  e 
questo  desiderio  dovrebbe  essere  la  sostanza  della  sua  vita.  Suppo- 
niamo che  costui  avesse  il  potere  più  esteso  che  un  uomo  possa  avere 
in  una  nazione... 

Invece,  se  l'uomo  investito  di  questo  potere  non  fa  nessun  atto 
perchè  cessi  uno  stato  di  cose  intollerabile...  Evidentemente  bisogna 
concluderne  che  non  lo  conosce.  Perchè  io  sento  che  in  tal  caso  farei 
miracoli:  e  quando  non  riuscissi  a  nulla,  eh!  che  so  io  che  cosa  sarei, 
infelicissimo!...  Dunque  egli  non  sa.  C'è  chi  gli  fa  ressa  intorno  perchè 
non  veda:  c'è  chi  gli  prepara  ai  lati  due  siepi  di  facce  prosperose, 
perchè  non  possa  sosjìettare  la  tniseria.  la  fame,  la  morte... 


GLI    AMMONITORI  283 

Come  si  potrebbe  fare  per  chiamarlo,  condurlo  per  mano  nel  sot- 
tosuolo maledetto"? 

Il  pittore  mi  guardava  e  affrettava  il  suo  lavoro  con  una  specie  di 
febbre,  lo  mi  sentivo  rimuovere  dentro  con  una  lenta  inquietudine,  come 
se  qualcosa  stesse  per  schiudersi  nel  mio  cervello,  un'idea,  una  luce. 

Ma  un  gemito  anche  mi  pareva  sentire  dentro  di  me.  un  gemito 
venuto  chi  sa  da  qual  profondità  del  mio  essere,  e  l'inquietudine  cre- 
sceva, e  un  senso  d'affanno  cresceva,  mi  riempiva  a  poco  a  poco,  mi 
montava  alla  gola  :  una  specie  di  terrore  mi  afferrava,  mi  dilatava  il 
capo.  E  un  silenzio  ! 

Il  gesto  del  pittore  mi  pareva  muto,  stiano  e  pauroso:  a  un  certo 
punto  i  suoi  occhi  mi  divennero  intollerabili.  Ad  un  tratto  un  grido 
acutissimo  mi  colpi  :  pareva  stra|:)parsi  dal  fondo  delle  mie  viscere. 

II  pittore  scattò  in  piedi.  Aperse  la  finestra;  guardò  nel  buio  : 

—  È  là!  La  soflitta  di  Crasi  ino... 

Ci  slanciammo  entrambi  nel  corridoio.  L'uscio  di  Crastino  s'apriva 
allora  e  un  rettangolo  di  luce  si  gettava  nel  muro  opposto,  e  un'ombra 
in  mezzo.  Prima  che  si  richiudesse  affatto,  giungemmo  ed  entrammo 
senza  picchiare.  Era  la  moglie  dell'ubriaco  che  era  entrala,  e  la  Bionda, 
discinta,  coi  capelli  sciolti  e  la  faccia  scomposta,  che  le  aveva  aperto, 
si  buttò  traverso  il  letto  con  un  gemito  profondo  di  bestia  ferita.  Sul 
.cuscino  la  testa  di  Crastino  immota,  rigida,  pareva  sorridere. 

—  Morto!  -  disse  il  pittore,  mettendogli  la  mano  sul  petto. 

Io  mi  lanciai  verso  il  povero  amico,  gli  afferrai  la  lesta  fra  le  mani. 
Lo  chiamai  sommesso,  ma  con  tutta  l'intensità  del  mio  desiderio. 
Pesante,  pesante,  inerte. 

La  ragazza  slava  supina  su  le  ginocchia  del  morto,  con  le  mani 
ficcate  nelle  coltri,  emettendo  il  suo  gemito  che  non  aveva  più  d'umano, 
quasi  tutta  coperta  dei  suoi  capelli.  Minca  la  scosse,  cercò  sollevarla: 
ella  si  volse  con  impelo,  mostrandoci  un  viso  terribile.  Senza  dubbio 
«Ha  voleva  tutto  per  sé  quel  suo  bimbo  doloroso  anche  nella   morie. 

—  Qui  bisogna  far  qualcosa  -  disse  Quibio. 

—  Sì  -  diss'io.  -  Intanto  un  medico! 

—  È  inutile.  Ma  si  può  provare.  Si  potesse  almeno  saper  qualcosa 
da  costei  ! 

—  La  ragazza  è  qui  da  un'ora  e  mezza  -  disse  Minca.  -  L'ho  chia- 
mala io.  Passando,  avevo  udito  il  lamento  del  giovinotto  e  gli  avevo 
domandato  se  desiderasse  qualcosa.  Allora  lei  è  venuta,  tutta  affannala, 
€  li  ho  lasciali  soli. 

10  mi  precipitai  a  cercare  il  medico  del  quartiere. 
Abitava  a  poca  distanza.  Venne  subito. 

Si  appressò  al  letto,  palpò,  ascoltò,  crollò  il  capo.  Allora  ci  domandò 
spiegazioni:  gli  accennammo  la  ragazza,  che  si  era  levata  conservando 
la  sua  faccia  chiusa  e  terribile. 

—  Com'è  avvenuto"?  -  le  chiese  in  tono  perentorio. 
La  sua  faccia  si  decompose:  ella  scoppiò  in  singulti. 

—  Non  so  -  cominciò  singhiozzando.  -  Pareva  tranquillo:  credevo 
di  averlo  addormentato.  Tutto  ad  un  tratto  mi  serrò  le  braccia  colle 
mani  tanto  da  farmi  male,  e  si  pose  a  sedere  di  sbalzo,  diede  un  ran- 
tolo e  cadde  rovescio. 

11  medico  strinse  le  laobra  : 

—  È  così.  Doveva  accadere.  Ora  pensiamo  ai  vivi.  Voi  siete  uomini  - 
aggiunse  volgendosi  a  noi.  -  Quel  povero  giovane  era  tisico  e  affetto  da 


284  CiLI    AMMONITORI 

mal  di  cuoie.  Pensateci.  Portatemi  via  queste  donne.  Non  c"è  altro  a 
fare.  Buona  notte  ! 

E  se  n'andò. 

La  ragazza  ricompose  adagio  le  collii  sul  petto  e  sulle  spalle  del 
morto,  rimboccò  il  lenzuolo.  La  bella  testa  affondava  nel  guanciale: 
ella  rilevò  i  capelli  su  la  gran  fronte  pura.  Nessuna  ruga  su  quel  viso: 
la  morte  aveva  disleso  nel  riposo  quei  muscoli  che  gli  davano  espres- 
sioni mutevoli  ed  intense:  le  grandi  orbite,  le  palpebre  immote  erano 
sigillate  per  sempre:  una  testa  marmorea,  che  soltanto  la  piega  in- 
decisa della  bocca  rendeva  viva  d'un  lontano  ricordo  di  vita:  un  ri- 
cordo indefinibile,  triste  e  dolce,  che  non  poteva  contemplarsi  senza 
un  acuto  iiiteneiimento,  tanto  appariva  lontano  e  pur  presente,  ma- 
nifesto ai  vivi,  ma  con  un'impronta  d'eternità. 

Lo  stesso  senso  di  augusto  mistero  doveva  penetrare  il  pittore  e 
Minca,  perchè,  senza  staccar  gii  occhi  dal  morto,  sentivo  ch'essi  lo  con- 
templavano, e  non  respiravano,  per  ascoltare  il  silenzio  eterno,  che  so- 
spendeva sul  nostro  capo  e  intorno  a  noi  per  un  istante  il  tempo  e 
la  vita. 

Quanto  rimasi  cosi,  fuor  di  me  stesso"?  Quando  mi  riscossi,  av- 
vertendo mi  gran  freddo  ai  piedi  e  alla  schiena  che  appoggiavo  al 
muro,  non  c'era  più  nella  stanza  che  la  ragazza,  seduta  accosto  al  letto, 
con  la  testa  inuuersa  nelle  coltri,  immobile.  Dormiva  "?  La  lampada  im- 
[)allidiva,  perchè  il  cielo  imbiancava,  traverso  i  vetri  nudi,  e  l'aria  in- 
torno mi  pareva  mortalmente  gelida,  come  se  la  morte  emanasse  da 
quello  ch'era  stato  il  mio  povero  amico  e  m'entrasse  tenacemente  nelle 
membra. 

11  giorno  dopo  era  bellissimo.  11  sole  riempiva  il  cortile  di  scin- 
tillìi. Le  finestre  del  palazzo  si  aprirono  di  buon'ora,  le  donne  usci- 
rono sui  ballatoi  sottostanti,  assonnate  e  soiridenti  nei  loro  accap- 
patoi chiari.  La  notizia  che  c'era  un  morto  nelle  soffitte  non  scemò 
l'animazione  delle  gallerie  interne,  ove  i  ragazzi  si  rincorrevano  o  si 
chiamavano  tra'  cancelli.  Solo  le  soffitte  erano  silenziose  e  tetre,  essendo 
cessato  anche  il  vocalizzo  e  il  martellìo  di  Cimisin.  Di  buon'ora 
tutti  gli  inquilini,  compresi  i  fanciulli,  sfilarono  nella  soffitta  di  Cra- 
stino,  poi  si  rinchiusero  o  abbandonarono  le  tristi  celle  per  scendere 
nelle  vie.  Più  volte  all'anno  cosi  Aeropoli  portava  il  lutto. 

Io  andai  al  Municipio,  poi  combinai  i  funerali  per  il  mattino  se- 
guente. Avevo  trovato  im  modo  di  smagrire  un  po'  il  mio  gi-uzzolo. 
Scrissi  alla  dottoressa  per  informamela  :  scrissi  all'editore,  sebbene 
sentissi  con  ira  che  questa  morte  gli  avrebbe  jirotittafo  non  poco:  forse- 
avrebbe  giovato  anche  alla  memoria  del  jioeta. 

Tornai  a  mezzodì  :  la  ragazza  era  sola  pi'es.«o  il  morto  :  con  la 
donna  gli  aveva  fatto  l'ultima  teletta:  ora  egli  poteva  pai'tire.  Invano 
volli  indurla  a  prender  qualche  cibo  :  cupa  e  risoluta  pareva  mal  tol- 
lerare che  altri  s'occupasse  di  lei  e  del  suo  povero  amico  :  nondimeno' 
certi  sguardi  talora  parevano  domandarmi  perdono. 

La  notte  il  pittore  venne  con  la  sua  tavoletta  e  il  carbone.  La  ra- 
gazza diede  in  smanie  a  vederlo  :  poi  s'acquetò,  stanca  com'era.  Due 
candele.  Luna  presso  il  capo,  l'altra  lontana,  doravano  la  testa  mar- 
morea d'una  luce  molle  e  tranquilla.  Ma  lo  strisciar  del  carboncino 
sulla  carta  mi  dava  fastidio.  Sebbene  comprendessi  l'impulso  invin- 
cibile dell'artista,  non  riuscivo  a  formi  il  senso  d'una  profanazione. 


GLI    AMMONITORI  285 

Ma  quanti  atti  che  la  consuetudine  non  ci  fa  più  avvertire,  hanno  della 
profanazione  di  fronte  alla  morte  "?  E  i  funerali  stessi  che  io  aveva  com- 
binato con  un  impresario  ?  Ah  miseria  nostra  !  Forse  quello  del  buon 
artista  era  il  tributo  più  sincero  e  di  maggior  valore  che  il  povero  poeta 
avrebbe  avuto  mai. 

Così  pensavo,  uscito  fuori  nei  corridoi  e  appoggiato  sulla  ringhiera 
del  balcone  che  dà  nella  corte.  In  basso  qualche  finestra  era  illumi- 
nata :  che  avveniva  là  dentro  ?  Visioni  rapide  e  vaghe  di  passione,  di 
maternità  mi  passarono  negli  occhi.  Poi  guardai  il  cielo.  Nero,  cupo, 
senza  una  stella.  Dov'erano  i  mondi  in  cui  immaginiamo  vite  fraterne, 
e  che  la  moite.  1"  inconcepibile  distacco  d"un  essere  ideale  dalla  creta 
corruttibile,  ci  rende  più  prossimi  e  imminenti'?  Li,  oltre  quella  cor- 
tina di  nubi  nere.  Quello  che  fummo  e  quello  che  saremo  oltre  il  pic- 
colo spazio  che  abbiamo  occupato  qui,  esiste  forse  in  una  di  quelle 
luci  che  ci  guardano  come  occhi  d'un  essere  caro.  Custodisco  io  forse 
in  fondo  agli  occhi  miei  lo  sguardo  di  mia  madre  '? 

La  vita,  un  respiro:  una  bolla  nasce  in  fondo  all'acqua,  sale,  si 
frange.  Muoiono  gli  esseri  e  ci  lasciano  il  loro  sguardo...  lo  vorrei  la- 
sciare un  sorriso. 

Al  mattino  comprai  un  giornale.  Portava  un  breve  necrologio  di 
Crastino,  opera  certo  dell'editore.  Egli  si  presentò  difatti  alla  soffitta, 
sorvegliò  il  lavoro  dei  becchini  che  inchiodarono  la  cassa  :  la  fece  scen- 
dere in  portineria  :  tuttociò  con  un'aria  quasi  di  padronanza. 

Era  piccolo,  obeso,  con  un  testone  giallo  e  calvo,  faccia  imbozzac- 
chita tra  due  fedine  color  di  stoppia.  I  suoi  occhi  frugavano  tutt'  in- 
torno, nel  cassetto  del  tavolo  e  sugli  scaffali  sbilenchi  :  era  evidente- 
mente imbarazzato  dalla  mia  presenza.  Poco  dopo  giunse  la  dottoressa, 
infantilmente  serena  come  sempre  :  la  malattia  e  la  morte  erano  spet- 
tacoli consueti  per  lei:  diede  un'occhiata  in  giro  per  la  soffitta: 

—  Tutto  questo  dove  andrà  "?  -  disse. 

—  È  vero,  non  ci  ho  pensato  -  risposi.  Chi  vuol  che  prenda  questa 
roba"?  D'altronde,  pochi  libri,  alcuni  panni:  un  letto  di  ferro... 

—  Se  nessuno  l'esige,  la  prendo  io  -  aggiunse  ella.  -  11  letto  mi 
serve.  Sono  certa  che  il  povero  Crastino  mi  approvei'ebbe.  Che  ne  dice? 

—  Credo  anch'io  -  risposi,  ammirando  la  sua  praticità  di  massaia 
dei  poveri.  -  Credo  però  che  converrebbe  parlarne  alla  Biondina. 

Poi  trasse  due  giornali  : 

—  Certo  non  avete  veduto  l'articolo  di  mio  papà  sul  Popolo.  C'è 
anche  qui  una  Cronaca  letteraria  della  Stampa  che  lo  riguarda.  Leg- 
gerete poi.  Quanto  alle  sue  carte,  credo  meglio  che  le  piendiate  voi 
subito.  Vedremo  sul  da  farsi.  Ma  non  lasciate  che  se  n'impadronisca 
r  editore. 

Questi  lisaliva  aijpunto,  dopo  aver  fatto  disporre  la  bara  nella 
portineria.  Salutò  ossequiosamente  la  dottoressa  : 

—  Dappertutto,  la  fata!  -  disse  con  voce  nasale. 

—  Sì,  ma  arriviamo  sempre  troppo  tardi  noi,  non  è  vero"?  -  rispose 
ella  semplicemente.  S'inchinò  e  usci. 

11  vecchio  mi  scrutava  con  una  certa  preoccupazione  : 

—  Voi  eravate  suo  amico,  non  è  vero? 

—  Suo  parente,  signore.  -  risposi.  Avevo  pensato  al  modo  di  con- 
trastare l'ingordigia  del  vecchio. 

—  Ah,  mi  congratulo.    Lei  aveva  un   cugino   veramente  geniale. 


286  Cil.l    AMMONITORI 

Se  avesse  saputo  aiutarsi  un  poco...  Intanto  la  pregodi  licorclaisi  di 
me.  Lei  sa  se  avesse  qualcosa  di  compiuto"?  Conosce  i  suoi  mano- 
scritti '? 

E  guardava  intorno,  ove  nulla  era  rimasto  in  evidenza,  contro- 
tutte  le  abitudini  del  mio  amico,  la  qual  circostanza  cominciava  a 
preoccuparmi. 

Egli  uscì  dandomi  una  lunga  stretta  di  mano. 

Io  chiusi  ruscio.  .Ipersi  il  tavolino:  nulla.  Frugai  nella  scansia, 
sfogliai  alcuni  libri.  Evidentemente  tutti  i  manoscritti  erano  stati  messi 
in  salvo  da  Crastino  stesso  e  aftidati  a  qualcuno.  Forse  alla  Biondina? 
Ma  ella  era  coricata  come  in  torpore,  sul  suo  letto,  trattenuta  nei 
momenti  di  rinvenimento  subitaneo  dalla  donna  dell'Ubriaco. 

Eran  le  otto.  Scesi.  Molta  gente  era  adunata  ai  lati  del  jiortone,. 
giovani,  studenti  forse.  Una  bella  corona  dì  rose  era  sulla  bara  :  guardai 
la  dottoressa,  come  a  interrogarla.  Ella  sorrise: 

—  Amava  tanto  i  fiori! 
Quibio  entrò: 

—  \d  a  vedere.  Martino.  Il  nostro  morto  non  ci  ajjpartìene  più. 
Tutta  la  strada  è  piena  dì  gente. 

Un'altra  grossa  corona  fu  portata  da  due  giovani:  aveva  un  nastro 
rosso  fiammante,  su  cui  era  scritto  Avveìiire. 

Poi  altre  quattro  successivamente:  l'ultima  enorme.  Una  era  del- 
l'editore, le  altre  anonime:  una,  fittissima,  tutta  di  viole.  Questa  portava 
un  verso  del  poeta  : 

Fior  moribondi  sopra  un  morto  cuore. 

Giunse  il  carro  modesto  ch'io  avevo  comandato.  L'editore  si  pre- 
cipitò in  portineria  con  un  registro  ch'era  andato  a  comprare  sul  mo- 
mento, seguito  subito  da  tre  o  quattro  che  apposero  la  loro  firma  dietro 
la  sua.  lo  e  il  pittore  ci  guardammo  indignati.  Quibio  fece  un  moto 
per  lanciarsi  sul  libro:  lo  arrestò  lo  sguardo  della  dottoressa, che  sorrise  : 

—  Che  fa?  Ciò  non  impedii'à  che  questo  sia  un  funerale  ben  nuovo. 
Vedrete. 

Infatti  il  portone  e  la  strada  erano  talmente  ingombri,  fhe  le 
guardie  dovettero  intervenire  per  far  largo  alla  bara  e  poi  al  carro  che 
s'avviava.  E  una  vera  folla  circondò  il  carro  e  s'incamminò  dietro  ad 
esso.  Stormi  di  gio\;ani.  molti  con  fiore  rosso  all'  occhiello,  qua  e  là 
alcime  Iiarbe  bianche,  teste  di  soldati  d'un  tempo  oggi  sognatori  della 
terra  jiromessa  :  una  carrozza  nera  o\e intra vedevasi  una  tigiua di  donna  : 
giovanette.  studentesse  for.se,  dal  viso  alto  e  tranquillo:  e  in  fondo  la 
lamentevole  schiera  degli  abitanti  di  Aeropoli,  i  veri  compagni  del 
morto,  che  sentivano  con  lui  la  fatale  solidarietà  cl)e  li  aveva  uniti  in 
\ì\a  e  li  portava  ora  dietro  la  sua  bara,  tutti. 

Eccetto  quest'ultima  schiera,  non  aveva,  tutta  questa  folla,  una 
fisionomia  di  circostanza:  un  brusìo  ne  usciva,  come  di  molle  voci 
sommesse  :  riflessione,  risoluzione  e  speranza  facevan  sereni  quei  visi 
e  quegli  ocelli,  intesi  più  ai  barlumi  annunziatori  del  domani  che  non 
alla  chiarezza  del  bel  giorno  di  lìn  di  marzo.  Si  parlavano,  s"  informa- 
vano :  un  compianto  comune  avvinceva  subito  i  prossimi  e  li  innalzava 
a  comuni  pensieri  e  aspirazioni.  Un  avviso  dì  giornale  e  l'appello  di 
un  uomo  di  cuore  avevano  allunato  dietro  il  feretro  d'un  deielitto  tutti 
i  cuori  insofferenti  della  miseria  e  dell'ingiustizia. 


GLI    AMMONITORI  287 

—  Povero  Crastino  !  -  mormorò  Quibio.  Osservai  eh'  egli  gettava 
qualche  occhiata  rapida  alla  carrozza  nera,  che  s'era  avviata  dietro  il 
corteo,  a  distanza. 

—  È  ben  triste!  -  risposi  io.  Ma  il  cuore  mi  palpitava  forte,  e  pen- 
savo a  lui  con  un  senso  di  tenerezza,  come  quando  mi  avviene  di  es- 
sere assalito  da  un  presentimento  vago  di  ini  bene  segreto  a  persona 
che  mi  è  cara. 

11  corteo,  ingrossatosi  a  mano  a  mano  lungo  i  viali  e  a  Porta 
Palazzo,  traendo  seco  nuovi  seguaci  e  curiosi  per  la  singolarità  della 
folla  che  lo  componeva,  giunse  al  Cimitero.  Nel  campo  dei  poveri,  fra 
le  croci  basse  e  rugginose,   la  bara  fu  deposta  sull'orlo  della  fossa. 

Un  mormorio  corse  nella  folla.  Si  attendeva.  I  becchini  calarono 
la  cassa.  Fiori  si  spiccarono  dalle  corone  e  caddero  sul  legno  nudo. 
La  signorina  Eva  salì  su  un  mucchio  di  terra  accumulata  sul  ciglio, 
alzò  un  mazzetto  di  rose  che  teneva  in  mano  e  parlò  :  riporto  le  parole, 
che  furono  stampate  sul  Popolo: 

«  Hanno  portato  qui  una  corona  che  reca  un  verso  di   Crastino: 

Fior  moribondi  sopra  un  morto  cuore. 

«  Di  chi  è  la  corona?  Non  importa  sapeilo.  È  il  tributo  dei  fratelli 
a  colui  che  ha  interpretato  la  loio  inquietudine  e  il  loro  dolore,  la 
loro  lotta  e  la  loro  speranza,  la  loro  aspirazione  verso  la  serenità  e 
l'armonia  Era  un  usignuolo,  nato  per  godere  la  libertà  della  terra  e 
del  cielo.  La  macchina  mostruosa  che  è  la  società  moderna  gli  ruppe 
le  ali  e  lo  uccise.  Egli  era  la  libertà,  era  la  bellezza,  era  la  felicità 
che  vi  canta  in  cuore,  o  fratelli,  o  suoi  fratelli  :  era  l'amore.  Noi  gli 
poseremo  sul  petto  questi  fiori  moribondi,  sul  povero  petto  consunto, 
sul  cuore  morto  d'inanizione.  Ma  noi  che  non  crediamo  alla  morte,  gli 
getteremo  anche  a  piene  mani  i  nostii  fiori  più  vivi,  le  nostre  spe- 
ranze, il  nostro  lavoro  di  prepaiazione  per  un  domani  migliore,  o 
fratelli,   la  felicità   e  la   riconoscenza  degli  uomini  avvenire  !  » 


LX. 

Egli  era  assolutamente  fuori  di  posto  nella  società  presente.  Dal 
suo  volume  di  versi  che  aveva  raggiunto  due  edizioni,  non  avea  ricavato 
che  seicento  lire,  e  la  metà  l'aveva  lasciata  dall'editore  comprando 
continuamente  libri.  Avrebbe  avuto  bisogno  d'un  editore  quale  ho 
letto  che  ce  ne  furono  in  Francia  al  tempo  del  Paruasse  e  più  tardi,  che 
anticipavano  denaro  ai  ])oeti  od  assegnavano  loro  una  somma  men- 
sile. Sono  convinto  che  ottanta  o  cento  lire  al  mese  l'avrebbero  fatto 
felice  e  gli  avrebbero  permesso  di  gustare  senza  difficoltà  né  rimorsi 
le  due  tazze  di  catte  giornaliere  che,  a  suo  dire,  gli  erano  necessarie 
come  l'aria,  ^la  anche  l'aria,  povero  diavolo,  gii  si  concedeva  scarsa 
e  di  pessima  qualità. 

Mi  parlò  molto  di  poesia  e  avrei  voluto  raccogliere  tutte  le  con- 
siderazioni preziose  che  mi  veniva  sgranando  di  continuo  ad  ogni  occa- 
sione, se  non  fossi  disgraziatamente  affatto  ignaro  perfino  della  prosodia. 
Ma  la  musica  de'  suoi  versi  m' inebriava  come  la  musica  di  Wagner. 
Io  capisco  soltanto  la  fanfara  e  la  musica  di  Wagner,  che  udivo  nei 
concerti  del  Teatro  Vittorio  :  quella  m'è  chiara  e  trasparente,  questa 
mi  è  occulta  e  mi  abbraccia  tutto  intero  come  la  foresta  o  il  mare  (che 


laSO  GLI    AMMONITORI 

non  ho  inai  veduto,  ma  di  cui  ho  il  ricordo):  mi  culla  e  mi  addor- 
menta. Lui  invece  conosceva  la  musica  scientificamenle  e  analizzava 
anche  Wagner:  diceva  che  tutto  è  musica  e  numero:  così  si  sentiva 
nato  musicista  e  matematico,  nient"  altro,  e  men  che  tutto   letterato. 

Ma  la  musica  di  cui  egli  parlava  e  di  cui  si  diceva  nato  cultore 
era  l'armonia  dell'universo,  era  il  cielo,  l'innumerevole  unità  del  cielo: 
soltanto,  egli  lo  amava  troppo,  e  si  dimenticava  di  vivere,  di  essere, 
su  nna  minima  stella,  una  minima  nota  di  quest'  immensa  armonia. 
Rinunziava  a  vivere,  ad  amare  (amare  l'amore,  cioè  la  propria  inte- 
grazione, se  stesso)  per  pensare  ;  si  uccideva  nel  corpo  per  vivere  della 
mente,  rompendo  in  se  quella  musica  che  adorava  nell'universo. 

È  vero  che  il  suo  corpo  non  lo  induceva  ad  amar  l'esistenza.  Esso 
non  gli  si  taceva  sentire  altrimenti  che  come  un  peso  o  una  sofferenza  : 
la  miseria  e  la  lenta  inanizione,  peggiore  della  fame,  perchè  poco  si 
avverte  e  non  provoca  reazione,  infiacchendo  sempre  più  gli  organi 
del  senso  animale  ed  acuendo  le  sensazioni  superiori,  lo  avevano  reso 
indifferente  alle  esigenze  del  corpo:  non  le  sentiva  più.  E  alla  fine 
una  febbre,  una  specie  di  ebrietà  continua  che  lo  teneva  in  una  .strana 
illusione  di  felicità,  di  gioia,  lo  estenuarono  affatto. 

11  giorno  dopo  tutti  i  giornali  dell'Alta  Italia,  riferendo  la  morte 
del  giovane  poeta  e  facendone  grandi  elogi,  rintracciavano  nei  suoi 
stessi  versi  le  querele  su  la  noia  di  vivere  e  le  invocazioni  alla  morte, 
come  sintomi  e  presentimenti.  Uno  proponeva  l'erezione  d'un  asilo  per 
i  pensatori  e  gli  artisti,  lamentando  le  tristi  condizioni  d'una  società 
ove  gli  uomini  d'alto  intelletto  sono  costretti  a  dedicare  la  maggior 
parte  della  loro  attività  alla  bisogna  del  pane  ed  esercitar  la  loro  mas- 
sima facoltà  che  li  costituisce  re  dell'umanità,  quasi  di  straforo,  di  furto, 
se  non  vogliono  morir  di  pi'ivazioni. 

Io  ricordavo  qnel  ch'egli  m'aveva  raccontato  un  giorno:  aveva 
Inviato  dei  versi  alla  Rivista  sociale  e  la  risposta  era  stata:  che  la  poesia 
è  inutile  alla  società  e  trastullo  de'  scioperati. 

—  Vedi,  -  mi  diceva  -  ho  la  disgrazia  di  non  poter  leggere  che 
giornali  socialisti.  Gli  altri  hanno  maggior  coltura,  eleganza  e  varietà, 
ma  ne  usano  per  difendere  e  ornare  le  cause  egoistiche  ed  abbiette. 
Sono  i  sofisti  d'Atene.  Quelli  socialisti  sono  i  soli  in  cui  non  trovi 
degli  insulti  personali  contro  di  me  e  di  te  e  di  tutti  quelli  che  ci 
sono  più  vicini,  i  poveri  diavoli.  Ma  essi  non  mi  vogliono,  senza 
dubbio  per  cecità,  perchè  non  mi  riconoscono:  non  sanno  ch'io  sono 
loro  amico  e  necessario.  Mi  ameranno,  troppo  tardi,  naturalmente... 

Borghesi  dunque  e  socialisti  non  Io  volevano,  la  società  moderna 
insomma,  in  cui  era  nato  per  sua  disgrazia.  Una  volta  aveva  mandato 
tre  sonetti  alla  Domenica  Italiana  domandandone  un  dieci  lire.  Erano 
stati  subito  pubblicati,  ma  i  danari  non  vennero! 

La  società  moderna  non  vuole  l'arte:  vuole  una  certa  arte:  quella 
del  prestigiatore,  dell'illusionista,  del  lusingatore. 

Un  giorno  gli  dissi  :  -  Perchè  non  scrivi  tutte  queste  cose?  Nel 
nostro  momento  sociale  molte  vite  sono  un  segno  e  un  ammonimento. 
Aftinché  muti  al  più  presto  questa  intollerabile  galera  eh  "è  la  vita  per 
gran  parte  degli  uomini,  alcune  autobiografìe  piene  di  verità  e  di  pas- 
sione desteranno  i  sentimenti  di  giustizia  negli  uni,  di  rivolta  negli 
altri... 

Ma  egli  lo  stimava  inutile:  -  Soffrono"?  Perchè  vivono?  Si  lascino 
morire  I 


GLI    AMMONITORI  289 

Ma  io  non  vorrlio  the  una  simile  apparizione  sulla  terra  sia  pas- 
sata inutilmente.  Pur  troppo  io  non  posso  fissarla  innanzi  agli  occhi 
dei  miei  contemporanei,  ma  voglio  che  il  suo  insegnamento  dia  qual- 
che frutto.  Perciò  intendo  appoggiarlo  con  un  atto  che  riassumerà  molti 
insegnamenti. 

In  quel  tempo  io  mi  immersi  tutto  nel  mio  Memoriale.  Scrissi  di 
getto  molte  pagine.  La  mia  intelligenza  era  diventata  talmente  libera, 
che  nei  momenti  più  inopportuni,  lavorando  e  persino  mangiando, 
essa  si  lanciava  nello  spazio,  dandomi  spesso,  al  richiamo  della  realtà, 
quasi  una  scossa  al  cervello,  impercettibile,  ma  singolare,  che  mi 
teneva  un  attimo  nel  timor  della  follia. 

Scrissi  in  quel  tempo  precipitosamente  molte  pagine,  che  più  tardi 
cercai  invano  di  oidinaie  e  alcune  perfino  mi  riuscirono  indecifrabili. 
È  quello  che  avveniva,  dicono,  al  Nietzsche,  a  parte  1'  immodestia. 
L'ebbrezza  delle  idee  dà  un  delirio  che  si  oblia  facilmente.  Dal  nau- 
fragio del  mio  Memoriale  ne  salvo  qui  alcune. 

Leggo  che  la  vita  umana  si  allunga.  La  notizia  non  è  fatta  per 
consolare  colui  che  considera  come  l'uomo  faccia,  fino  alla  virilità, 
quattro  passi,  e  torni  indietro  di  tre,  prima  di  morire.  Le  idee  cammi- 
nano, la  scienza  corre  a  precipizio:  l'uomo,  animale  abitudinario,  va 
lentissimo,  cosicché  noi  siamo  in  gran  parte  dei  barbari  clie  usano  del 
telefono  e  del  radiotelegrafo.  Bisognerebbe  che  la  vita  umana  fosse 
composta  di  parecchie  diverse  vite  e  che  potessimo  non  solo  mutar 
idee,  ma  organismi  d'idee. 

Ciò  non  sarebbe  poi  troppo  difficile  se  la  nostra  educazione  non 
fosse  stranamente  imbecille.  I  nostri  padri  e  maestri  ci  danno  un'edu- 
cazione evoluzionistica  a  rovescio!  Mi  spiego  :  essi  credono  necessario, 
invece  di  farci  partire  dal  punto  a  cui  essi  sono  arrivati,  farci  rintrac- 
ciare non  solo  il  loro  cammino,  ma  quello  dei  proavi,  e  direi  perfino 
tutta  la  scala  animale  discendente.  Tutti  gli  errori  per  cui  è  passata 
l'umanità,  essi  ce  li  fanno  credere,  dall'adorazione  dei  feticci  ad  una 
religione  di  terrore,  dalla  rinuncia  alla  propria  ragione  a  una  fede  ul- 
traterrena nel  premio  e  nel  castigo.  A  vent'anni,  i  giovanotti  trovano 
che  hanno  creduto  ad  un'illusione,  indi  abbandonato  questa  per  un'altra 
e  per  un'altra  ancora.  Allora  poi  si  ripete  loro:  «Cercate,  studiate  ». 
Come  faranno  a  gettar  quel  carico"?  Le  nostalgie  dell'infanzia  e  della 
gioventù  accompagnano  degli  errori  :  gettandoli,  bisogna  spogliarsi 
anche  di  quelle  nostalgie,  di  tutta  la  poesia  dell'età   fervente. 

E  ora:  «  Credete!  »...  Hanno  essi  più  forza  di  credere? 

Gli  errori  dell'umanità  vanno  insegnati  solo  in  rapporto  colla  ve- 
rità d'oggi. 

L'istinto  della  proprietà,  che  gli  uomini  civili  hanno  innegabilmente 
oggi,  risale  a  tutta  la  storia  umana  oa  pochi  secoli"?  Confesso  che  è 
per  me  un  punto  oscuro.  Io  non  sento  quest'istinto.  Forse  se  avessi 
raspato  più  a  lungo  nella  terra  gialla  di  Gassino,  sarei  giunto  ad  amarla 
e  desiderarla  mia?  Certo  è  che  toglier  la  terra  ai  contadini  è  come  to- 
glier loro  ogni  ragione  di  vita.  Le  manifestazioni  di  quest'istinto  che 
vennero  dinanzi  ai  miei  occhi  sono  però  affatto  basse  e  disgustose. 

Figuratevi  piazza  Castello:  i  portici  fitti  di  gente:  intorno  al  caffè 
Romano,  tavolini  pigiati  :  un  continuo  via  vai  :  è  l'ora  del  passeggio. 
Ad  un  tratto,  dall'angolo  di  via  Po,  verso  la  galleria,  si  slancia    un 

J9  Voi.  evi.  Serie  IV  -  16  IngUo  1903. 


'290  (ìli  ammonitoiu 

ragazzo  lacero  e  rosso  in  viso,  e  dietro  subito  un  jiioriialaio:  -  Ai  ladro  I 
al  ladro! 

L'effetto  d"una  seariea  elettrica.  Tutti  sono  in  piedi:  una  massa 
di  gente  si  rovescia  dietro  al  ladro:  tutti  urlano:  piii  innanzi  si  voltano 
infuiiati  :  il  ragazzo  urta,  tentenna,  lijirende  la  corsa:  un  inseguitore 
gli  strappa  tutta  la  falda  della  giacca,  che  gli  resta  nelle  ungliie.  Il 
ragazzo  non  giunge  in  fonilo  alla  galleria,  ch'è  circondato  da  una  folla 
di  forsennati  :  il  tenore  che  ha  in  viso  !  Una  lepre  in  laccio  !  Trafelato, 
senza  respiro...  e  tende  la  mano  dove  ha  il  furto:  un  mazzo  di  car- 
toline illustrate  ! 

Era  un  rivenditore  di  cartoline.  Non  era  la  prima  volta,  gridava 
il  giornalaio!...  Ed  io  che  non  potevo  più  trattenermi  e  avevo  vergogna 
di  tutti  costoro  e  di  me  stesso:  Le  pago  io!  -  gli  gridai,  cercando  en- 
trar nel  gruppo,  che  si  scomponeva  sotto  l'impressione  del  ridicolo.  - 
Khbene.  credereste?  Ho  veduto  parecchi  continuar  ad  inveire  contro 
((uel  lamentevole  monello,  che  della  giacca  teneva  più  soltanto  le  ma- 
niche e  aveva  la  faccia  imbrattata  di  sangue  che  gli  usciva  di  sotto 
i  capelli  arruffati.  .\on  uno  si  levò  a  difenderlo. 

Quel  giorno  e  parecchi  altri  fui  tormentato  da  questo  pensiero: 
*■  L'umanità,  vista  addentro,  fa  orrore!  » 

È  un  destino  che  ci  tormentiamo  continuamente  a  far  delle  leggi, 
sapendo  che  i  nostri  tigli  dovranno  sudar  sangue  nello  spezzarle"?  Noi 
tramandiamo,  centuplicata,  un'eredità  di  dolore. 

Mi  si  dice  un  ideologo,  un  visionario,  un  monornane.  On^st" ultimo 
e|>iteto  mi  fu  lar'gito  da  un  compagno  che  mi  vede  sempre  leggere  sui 
giornali  i  fatti  gravissimi  e  mortali  dovirti  alla  rivolta  contro  la  mi- 
seria o  alla  fuga  di  essa  fuor  della  vita.  Si,  terno  perfino  d'esser  cru- 
dele. I  fatti  di  ci'onaca,  i  suicidii  sojìratutto  m'attir-ano  :  li  leggo  avi- 
damente per  scor-gere  in  essi  un  continuo  ammonimento.  1  giornali 
illustr-ati  dovrebber'o  scegliere  piuttosto,  tra'  fattacci,  quelli  che  eccitano 
alla  bontà,  alla  riflessione  sulle  miserùe  sociali,  al  desiderio  di  rime- 
diarvi. 11  sangue  è  sempre  fecondo  :  è  forse  il  solo  reagente  che  scuota 
la  società  inerte  e  curante  soltanto  d'un  benessere  corporale.  Esso 
nuoce  alla  digestione,  e  chi  vuol  ben  digerire  deve  cercar  un  rimedio. 
Sono  gli  strappi  della  catena  che  nrolti  non  sentono  al  piede,  foderati 
come  sono  d'ovatta  e  di  velluto...  Siam  tutti  legati  gli  uni  agli  altri, 
così  volle  la  natura.  Ad  ogni  forte  strapjio  qualche  lieve  ammaccatura 
si  produce  anche  nei  più  grassi  e  pr'osperosi. 

\h  se  tutti  nascessero  nudi,  invece  che  imbottiti,  e  sentissero  tutti 
il  roder  del  ferro  !  .Allor'a  si  cercherebbe  insieme  che  la  catena  si  mu- 
tasse in  ghirlanda... 

Su  Jai  Stampa  del  1.')  gennaio  19**.  Una  ragazza  madre,  non  tro- 
varrdo  di  che  sfamar  la  sua  creatura,  la  depone  in  una  chiesa,  poi 
corre  alla  Qirestura  a  denunziarsi  come  colpevole  d'averla  abbandonata. 
I^a  sera  prima  era  stata  trovata  per  istrada  col  bambino  e  ricoverata 
in  Questura.  Era  forse  qualche  pietoso  qirestuiino  che  le  aveva  inse- 
gnato il  solo  modo  col  quale  la  società  moderna  avrebbe  permesso  alla 
sua  creatur-a  di  vivere?  Il  bimbo  fu  portato  all'Ospizio.  Ma,  quel  ch'è 
miserabilmente  comico,  la  donna  fu  condaruiata  e  messa  in    carcer-e. 


GLI   AMMONITORI  291 


S"  io  potessi  ammettere  ch'esiste  un  nomo  responsabile  di  tutto 
questo,  e  lo  scoprissi...  sarei  un  infame  se  non  Tuccidessi  a  costo  della 
vita.  Ma  io  so  che  non  esiste.  Ed  è  questo  che  complica  la  cosa, 
più  che  non  pensino  gli  anarchici.  Esistono  invece  piccole  e  grandi 
dosi  di  male,  che  ciascuno  di  noi  fa  subire  o  subisce,  ed  esistono 
uomini  che  pos.sono  procurare  altrui  secondo  il  loro  potere  un  bene 
minimo  o  grandissimo... 

Xota  al  Memoriale.  Sovente  ho  nell'orecchio  un  ritornello:  «<  Ciii 
ha  fatto  soffrire,  soffra  ».  Donde  vienef  Mi  assale  nei  momenti  cattivi, 
specie  quando  ho  mal  di  denti.  Parecchie  di  queste  pagine  furono 
scritte  durante  un  terribile  mal  di  denti. 

V'ha  un  male  più  stupido'?  Tutto  ciò  per  l'antipatica  operazione 
di  rifornire  la  macchina  !  Oh  i  piaceri  della  tavola,  per  tutti  i  man- 
giatori di  granturco  che  marciscono  nelle  basse  del  Po  ! 

Un  microbio  s'introduce  nelle  vostre  ganasce  e  rosica  impercetti- 
bilmente. La  mascella,  le  tempie,  tutto  il  cranio  sono  in  congestione: 
è  una  tortura  senza  tenipo,  fissa  come  un'ossessione,  che  fa  pensare 
al  suicidio  !...  E  tanto  supina  e  miserabile  che  non  ha  mai  avuto  l'onore 
della  letteratura.  Mi  ricordo  una  caricatura  d'un  leone  con  le  mascelle 
fasciate  d'un  foulard!... 

Anche  un  dei  miei  ricordi  più  atroci  v'  è  connesso,  lo  ho  poche 
immagini  di  mio  padre  nella  memoria  :  lo  vedo  il  più  delle  volte  zap- 
pare nella  creta  con  la  testa  nuda  e  le  gambe  nell'acqua.  Ma  talvolta 
lo  vedo  in  un'attitudine  spaventosa.  Egli  è  inginocchiato  sul  paglie- 
riccio ov'  io  mi  disfendevo  tutte  le  sere  accanto  a  lui:  egli  ha  gli  occhi 
stralunati  e  si  pieme  le  guance  colle  mani  e  apre  la  bocca  con  gemiti 
strozzati  che  interrompe  soltanto  qualche  requemeterna  !  requeme- 
terna!...  e  io  mi  rannicchio  contro  le  sue  ginocchia  piangendo  di  ter- 
lore. . . 

-|; 
La  giustizia  !  Durante  tanti  anni  io  ho  pensato  e  parlato  di  giu- 
stizia, ma  un  bel  giorno  riflettendoci  la  trovai  una  parola  senza  senso. 
Le  leggi,  per  essere  indiscutibili,  dovrebbero  essere  fatte  da  un  ente 
superiore  all'uomo,  e  le  pene  ugualmente.  Diremo  noi  che  la  somma 
degli  uomini,  cioè  la  società,  sia  superiore  a  ciascuno  di  essi?  Suc- 
cede invece  il  contrario.  D'altronde,  l'accettazione  di  quest'ordine  do- 
vrebbe essere  volontaria,  non  forzata. 

Ora  infine  ho  compreso  che  la  giustizia  esiste,  ma  essa  non  è  punto 
costretta  nei  codici  e  nei  tribunali.  È  una  cosa  vivente,  e  sorge  dalla 
fluttuante  armonia,  dalla  reciproca  subordinazione  di  ogni  volontà  in- 
dividuale alla  volontà  generale  umana,  libera  subordinazione.  Ma  li- 
bertà vuol  dir  coscienza.  Forse  gli  uomini  coscienti  saranno  liberi  e 
saranno  giusti. 

A  chi  tocca  far  gli  uomini  coscienti  e  liberi? 
Evidentemente,  poiché  non  esiste  nulla,  per  noi,  superiore  all' uomo, 
tocca  agli  uomini;  tocca  ai  padri  di  plasmare  i  figli.  Che  cos'è  la  so- 
cietà? La  società,  voglio  dire  l'ente  che  fa  le  leggi  ed  i  costumi,  non 
è  che  r  insieme  dei  padri. 

Ma  che  succede  oggidì?  Che  i  padri  sono  nemici  dei  figli  e  i  tìgli 
nemici  dei  padri.  0  gli  uni  o  gli  altri  sono  vinti,  e  si  sacrificano.  Le 


ÌJ92  GLI    AMMONITORI 

donne  sopratutto  si  sacrificano.  Invece  una  società  ben  ordinata  deve 
favorire  lo  svilupjìo  e  l'espansione  di  ciascun  individuo  nelfequilibrio 
comune. 

11  mondo  moi'ale  di  Dante,  pensava  Crastino,  era  più  ricco  del 
nostro...  È  vero?  Certo  un  mondo  di  cui  l'uomo  costituisce  il  centro, 
componendo  a  sua  immagine  terra  e  cielo,  demonio  e  Dio,  riesce  gran- 
dioso. Ma  l'uomo  d'allora  che  informava  di  sé  un  mondo  irreale,  era 
schiavo  delle  creature  uscite  dalla  sua  immaginazione:  ora  egli  è  libero 
e  re  in  questo  piccolo  angolo  d'universo  che  ha  riconosciuto  suo. 

Ci  sono  altri  mondi.  Quelli  del  nostro  sistema  solare  hanno  qualche 
affinità  colla  Terra"'  La  vita  vi  ha  manifestazioni  paragonabili?  Giove, 
ad  esempio,  è  in  formazione:  forse  le  prime  cellule  vi  nascono  ora  nel 
primo  sedarsi  della  lotta  tra  gli  elementi.  Dovrà  in  esso  la  vita  supe- 
riore, quella  che  potrebbe  dirsi  l'umanità  di  Giove,  percorrere  la  stessa 
sanguinosa  evoluzione  che  la  nostra,  senza  che  le  nostre  esperienze 
dolorose  possano  giovarle  in  nulla? 

La  mia  fede  nel  migliorismo  mi  risponde  lisolutamente  di  no.  Io 
non  ne  so  nulla:  ma  in  questa  universale  tendenza  all'armonia,  cor- 
renti ignote,  che  forse  non  ci  saranno  più  un  mistero  nel  futuro,  devono 
collegare  continuamente  le  vite  planetarie.  Ad  esempio,  possiamo  noi 
spiegarci  con  elementi  attinti  in  noi  e  attorno  a  noi  Videa?  No:  esse 
furono  perfino  credute  immanenti  di  per  sé:  non  sarebbero  esse  il  le- 
game fra  le  vite  intelligenti  del  mondo  siderale?  L'idea  é  in  noi  e  nello 
ste.sso  tempo  viene  di  fuori,  cioè  è  l'essenza  di  noi  stessi  che  fa  parte 
con  quella  di  altri  esseri  ignoti  alla  nostra  coscienza,  ma  sentiti  oscu- 
ramente dall'istinto. 

Io  non  so  se  alcuno  abbia  già  enunciata  questa  verità  :  può  essere 
un  ricordo  rimastomi  delle  mie  bozze,  senza  ch'io  Io  avvertissi.  Ma  in 
vero  mi  pare  che  i  professori  non  parlino  punto  di  queste  cose.  Essi 
sono  tropi)0  timidi  nelle  sintesi.  Per  esempio  :  io  vorrei  vedere  in  un 
quadro  rapido  disegnata  questa  evoluzione  interiore  dell'umanità.  L^na 
grafica  quasi  astratta,  esclusi  assolutamente  Alessandro,  Muzio  Sce- 
vola,  Carlo  V,  Marat  e  tutti  questi  individui  che  se  non  guastarono 
nell'evoluzione  dell'umanità,  guastano  certamente  nella  storia  scritta 
dai  professori. 

I  quali  se  leggeranno  questo  mio  scritto  sentii'anno  pietà  di  me  e 
mi  classiticheranno  fra  gl'imprudenti  pei  quali  la  scienza  è  una  lam- 
pada che  brucia  le  ali.  Ma  la  mia  scienza  abborracciata  alla  meglio, 
dirò  piuttosto  rubata  o  spigolata  come  face\a  mia  madre  il  grano  nei 
campi  dei  padroni,  mi  serve,  a  me:  mi  è  nutrimento,  mi  è  sangue  del 
cuore.  Per  essi  è  anche  nutrimento,  sì,  diverso:  la  papi)a! 

Abbasso  i  siiggi,  i  veggenti  che  tengono  le  mani  nelle  tasche,  mentre 
i  lor  fratelli  ])er  errore  si  sgozzano  a  vicenda! 

Una  striscia  di  sole  sul  mio  letto,  dalle  imposte  socchiuse.  Come 
mi  sento  vivo,  lucido,  agile,  all'apparii'  del  sole  ! 

E  in  quel  piccolo  raggio  miriadi  di  pulviscoli.  All'ombra  non  si 
vedono,  pei'  noi  non  esistono:  ed  ecco,  il  sole  ce  li  rivela  illuminan- 
doli. Cosi  il  cielo  è  j)ieiio  di  mondi  uell'ombia  o  illuminati:  |nilviscoli. 
Tutte»  si  somiglia  nell'universo,  date  le  proporzioni:  nella  mia  stanza 


lilJ    AMMONITORI  293 

e  nello  spazio  immenso  polvere.  nuH'altro.  La  Chiesa  dice:  «Ricordati 
che  polvere  sei  e  polvere  tornerai...  »  Ha  ragione:  ma  l'errore  èqui: 
la  polvere  non  è  la  moi'te:  nella  mia  soffitta  e  nello  spazio  immenso  vìve. 

Un  giorno  un  di  questi  pulviscoli  si  staccò  un  attimo  da  un  gra- 
nello più  grande,  per  tornarvi  dopo  quell'attimo.  E  in  quell'attimo, 
ecco,  il  pulviscolo,  la  Terra,  come  un  figlio  che  cessa  d'appartenere 
al  gremho  materno,  acquista  una  vita  sua:  si  consolida  la  sua  ossa- 
tura: si  sviluppano  gli  organi,  i  cristalli,  le  piante,  gii  animali;  e  il 
cervello  infine,  l'uomo  plasmato  d'infinito...  Tutto  il  resto  è  l'organismo 
speciale  della  Terra:  l'intelligenza  è  quello  che  la  unisce  agli  altri  or- 
ganismi giganti  dello  spazio.  Perciò  l'intelligenza  si  lancia  fuor  della 
Terra. 

E  mentre  il  granello  move  nello  spazio,  ecco  che  quest'intelligenza 
s'agita  sulla  sua  corteccia.  Da  prima  a  prender  coscienza  di  se.  Dagli 
altipiani  dell'Asia  al  Mediterraneo,  dalle  penisole  del  Mediterraneo  alle 
coste  dell'Atlantico,  dal  continente  nuovo  alle  grandi  isole  del  Sud, 
per  rilegarsi  agli  altipiani  ond'è  partita.  Ecco  quest'intelligenza  pene- 
ti'ar  nella  terra,  leggervi  dentro,  traverso  gli  strati  delle  civiltà,  tra- 
verso gli  strati  accumulati  nell'infanzia  della  vita,  fino  al  nucleo 
ardente,  eh' è  la  sostanza  del  sole.  E  la  Terra  si  conosce,  ora,  e  vuol 
prender  possesso  di  sé  stessa.  Di  poi  s' irradierà  nell'  infinito. 

Le  epoche  geologiche,  la  storia  umana,  il  ritorno  nel  grembo  del 
.sole  padre,  un  attimo.  E  il  turbinio  della  polvere  di  stelle  nello  spazio 
immenso  non  sarà  mutato  d'un  punto. 

Questo  ha  pensato,  un  mattino  di  sole,  il  correttore  di  bozze  che 
non  sentì  mai  umiliazione  d'essere  minuscolo,  d'essere  polvere. 


X. 


Un  pomeriggio,  attendendo  alla  seconda  edizione  de  L'Allevamento 
dell'Uomo  (la  prima  s'era  smaltita  in  pochi  mesi),  mentre  la  macchina 
era  pronta  per  un  nuovo  foglio,  m' imbattei,  rivedendo  le  aggiunte,  in 
un  passaggio  che  mi  riusciva  inesplicabile.  Non  c'era  in  quel  momento 
un  messo  disponibile:  lo  dissi  al  direttore  e  m'incamminai  io  stesso 
alla  volta  della  Maternità. 

Ci  passavo  accanto  ogni  giorno,  mentre  mi  recavo  al  lavoro:  per 
tanti  anni  non  avevo  guardato  l'edificio  con  occhio  diverso  da  quello 
con  cui  vedevo  tutti  gli  altri  palazzi  splendenti  di  vetrine:  quel  pezzo 
di  via  mi  pareva  soltanto  più  monotono,  nient'altro.  Ma  dopo  la  morte 
della  povera  Lena  ne  avevo  sentito  un  crescente  fascino. 

Entrai  :  mi  si  fece  attendere  un  momento.  Il  cuore  mi  batteva  forte. 

L'uscio  della  sala  ove  aspettavo  era  aperto,  e  ci  passavano  dinanzi 
infermiere  vestite  di  bianco  e  quakiie  suora.  Di  lì  a  poco,  apparì  in 
fondo  al  corridoio  il  dottor  Seiiuiii  in  un  bianco  camicione,  su  cui  la 
lunga  testa  bionda  s'alzava  nobilmente.  Gli  esposi  il  passo  controverso, 
ch'egli  chiarì  subito. 

Non  mi  restava  che  andarmene  :  le  macchine  attendevano  : 

—  Lei  non  ha  tempo  da  perdere,  non  è  vero,  dottore'?  -  arrischiai. 

—  Io,  no  davvero...  Mai!...  Perchè? 
Esitai  un  istante,  poi  mi  feci  coraggio  : 

—  Si  potrebbe  vedere  una  sala  della  Maternità"? 


5ft4  GLI    AMMONITORI 

—  No  -  s'affrettò  a  rispondere.  -  È  impo.ssil>ile.  Fuorché  per  casi 
eccezionali.  Mi  duole... 

Ma  s'interruppe  tosto: 

—  Attenda  un  momento  e  torno  subito. 

Tornò  di  lì  a  un  minuto  e  mi  disse  semplicemente: 

—  Venga. 

Avevo  un  gran  batticuore.  Traversammo  il  lungo  corridoio  ed  en- 
trammo nella  prima  sala. 

C'erano  alcuni  letti  :  non  si  scorgevano  su  di  essi  che  le  teste  delle 
inferme.  Una  visione  lontana  mi  si  presentò  violentemente,  quasi  da 
farmi  svenire. 

Il  dottore  s'avvicinò  ad  un  letto  : 

—  Come  va'?  E  il  bimbo?  Non  l'hai  più?  Dove  l'hai'?  -  chiese 
con  voce  carezzevole. 

L'altra  tacque. 

—  Te  l'han  portato  via,  ehi  l  tuoi"?...  A  balia?...  All'ospizio! 
Ella  si  voltò  (lallaltra  parte,  la  faccia  terrea   le  si   contrasse:   si 

coprì  con  le  coltri  tino  ai  capelli. 

La  vicina  era  bruna,  tiorida,  con  due  grand'occhi  curiosi  : 

—  ^'a  bene,  eh  "?  -  le  domandò  il  dottore  tastandole  il  polso.  -  E 
il  bimbo? 

Quella  sorrise  : 

—  È  all'ospizio,  ma  poi  lo  manderò  a  balia.  Non  ho  latte... 

—  Hai  marito  ?  Quanti  anni  hai  ? 

—  Diciotto...  Mi  sposerà. 

Un'altra  accanto  la  guardava  con  invidia  : 

—  E  tu.  non  l'hai  il  biaibo? 

—  Io  si.  che  riio...  Ho  sofferto  tanto! 

—  Hai  marito  ? 

—  No... 

—  Ti  sposerà  ? 

—  Ma"?  Si  sa  bene,  gli  uomini!...  Mio  padre  è  impiegato  al  mu- 
nicipio: io  l'ho  disonorato...  Ah  il  castigo  viene  sempre!  Abbiamo 
fatto  all'amore  un  anno,  poi  mi  sono  lasciata...  .Mio  padre  è  venuto 
stamattina. 

—  Non  lo  vuole  il  bimbo  in  casa  ? 

—  No  !  Jla  io  andrò  a  lavorale  da  sola  e  me  lo  terrò  :  ho  sofferto 
tanto!...  Volete  che  lo  butti  via!  Ho  sofferto  tanto  per  lui... 

LTseimmo.  Nel  conidoio  il  dottore  aggiunse  : 

—  Creda:  l'egoismo  e  l'incoscienza  dell'uomo  sono  mostruosi.  La 
donna  è  di  molto  superiore  moralmente  all'uomo. 

Io  avevo  il  petto  chiuso  come  dentro  una  morsa. 

Apri  un  altro  uscio.   Un'altra  sala,  altre  sofferenze. 

In  faccia  alla  porta,  un  letto  portava  in  mezzo  come  un  tumulo, 
e  avvicinandomi  .scorsi,  dietro,  affondata  nei  cuscini,  una  testa  livida, 
cogli  occhi  fuor  delle  orbite  :  n'usciva  un  gemito  ralibio.-^o.  Due  mani 
ghermivano  i  ferri  della  testata  e  si  torcevano.  Una  infermiera  si  av- 
vicinò al  dottore  : 

—  A  quando?  -  fece  ([uesti. 

—  Stassera. 

Un  altro  letto,  di  fronte,  simile  a  quello.  La  donna  era  calma, 
una  bruna  magra,  di  età  indefinibile.  11  dottore  le  disse  non  so  che 
parole,  poi  trasse  in  giù  le  coltri...  Ho  tutto  ciò  negli  occhi  ! 


GLI   AMMONITORI  295 

Che  mistero  tremendo,  mostruoso,  inesplicabile  ! 

Uscimmo,  per  entrare  in  un'altra  sala.  Due  ammalate  stavan  se- 
dute in  mezzo  di  essa.  11  dottore  s'appressò  e  si  rivolse  alla  più  gio- 
vane, una  ragazza  bellissima  : 

—  Come  stai"?  Non  ti  sei  ancora  coricata? 

—  È  muta  -  intervenne  l'alti'a.  -  Venuta  stamattina... 

—  Muta  '?  -  riprese  quegli  accigliato.  E  rivolgendosi  a  me  :  -  Vede, 
non  è  ancora  sviluppata  del  tutto...  Avrà  sedici  anni"?  Indifesa!... 
Indifesa  ! 

La  ragazza  ci  guardava  con  due  grandi  occhi  e  un  sorriso  ingenuo. 
Comprendeva  qualcosa  di  quello  che  le  accadeva"?  Pareva  affatto  ignara. 

—  Che  dice  '?  -  domandò  il  dottore  alla  vicina.  -  Che  fa  "? 

—  È  a  servizio.  L'ha  portata  la  sua  padrona. 

—  E  la  riprenderà  ".' 

—  Si,  pare  che  la  rijirenderà. 

—  E  il  bimbo"?...  All'ospizio...  -  conclu.se  egli  senza  attendere  ri- 
sposta. 

Allora  vidi  una  donna  dirimpetto  alzarsi  a  sedere  sul  letto,  scoprirsi 
il  seno  e  avvicinarvi  un  batuffolo  bianco:  una  testina  rossa,  grande 
come  un  pugno,  vi  affondava  tutta  la  faccia.  Una  manina  iuqiercet- 
tibile  brancicala  il  seno  roseo.  La  donna  non  era  bella,  una  cam- 
jiagnuola  robusta  e  sana,  ma  avea  sul  viso  qualcosa  d'inesprimibile 
che  infondeva  riverenza  e  tenerezza,  il  dottore  s'appressò  sorridendo: 

—  Questo  è  il  primo  "? 
Ella  rise  : 

—  11  quinto  :  tutti  vivi. 

—  Hai  sofferto  molto  "?  Perchè  sei  venuta  qui  "? 

—  Sono  a  servizio. 

Un'altra  si  levò  e  s'accostò  il  bimbo  al  petto  : 

—  E  tu  -  le  chiese  il  dottore  -  che  fai  ? 

—  Lavandaia.  Mio  marito  è  falegname. 

—  Com'è  grosso!  Tu  ti  senti  bene"? 

—  Ne  ho  due,  -  fece  ella,  ed  alzò  le  coltri.  Un  altro  batuffolo 
molto  più  piccolo:  stringeva  le  palpebre  aprendo  la  boccuccia. 

—  Perchè  non  dà!  a  mangiare  a  quella  li  che  ne  ha  piìi  bisogno"? 
È  una  femmina,  eh"?  Prepotenti  sempre  i  maschi...  -  aggiunse  rivol- 
gendosi a  me. 

—  Questo  vivrà  -  disse  la  donna.  -  lo  le  dò  l)ene  da  mangiare  a 
quella  li,  ma  questo  mi  divora  tutta... 

Due  altre  guardavano  le  felici:  entrambe  erano  tristissime.  L'una 
assai  bella,  avea  vent'anni.  11  bimbo,  mandato  all'ospizio...  Perchè"? 
Perchè  lui,  era  un  militare. 

—  Ti  sposerà?  -  chiese  il  dottore. 

—  Mi  scrive  ancora...  -  e  nei  suoi  occhi  vagava  un'incertezza  scon- 
solata. 

Ci  allontanammo  per  uscire.  Nel  coriidoio  il  dottore  m' indicò 
ima  scala. 

—  Lì  sopra  -  disse  -  ci  sono  quelle  che  vogliono  rimanere  inco- 
gnite. Ce  n'è  una  trentina!  lo  ci  sono  addetto,  e  discendo  di  rado. 
Qui  abbasso  è  ben  più  terribile!  La  signorina  Lavriano  è  proprio 
quello  che  si  dice  la  provvidenza  per  queste  creature  ! 

Mi  parve  die  la  sua  voce  s'intenerisse  un  momento.  Lo  guardai': 
egli  divenne  pensieroso. 


296  cu    AMMONITORI 

—  Creda.  -  aggiunse  dopo  un'istante  -  è  una  gran  piaga.  Sopra- 
tutto ciescono  di  numero  le  fanciulle  madri.  L'uomo  volgare,  il  sol- 
dato siiecialmente.  non  ha  più  il  h'eno  della  religione  che  lo  allontani 
dal  delitto  (che  è  un  vero  delitto!)  e  trova  impossibile  o  troppo  dif- 
ticile  il  matrimonio.  E  la  ragazza  vien  qui...  Come  ha  veduto,  sono 
troppo  numerose,  troppo  titte.  Se  vedesse  poi  gli  altri  ospedali  1  La 
questione  degli  ospedali  è  ima  questione  di  vita  e  di  morte  per  la 
società. 

Egli  mi  guardava.  Riflettevo  che  forse  stimava  inutile  dire  a  me 
tutto  ciò  ;  ma  ci  era  tanfo  avvezzo  e  n'era  tanto  convinto  che  ripeterlo, 
anche  a  un  povero  invalido  .sociale  com'io  sono,  gli  costituiva  uno  sfogo. 

Oh,  pensavo,  avere  la  forza,  il  potere:  essere  un  legislatore,  un 
benefattore  ! 

—  E  non  c'è  nessun  rimedio  per  ora  -  continuò.  -  1  deputati  hanno 
alti'o  da  pensare  che  agli  ospedali!  1  lasciti  non  ci  vengono  che  raris- 
simi, dopo  che  gli  ospedali  sono  laici,  e  crescono  le  domande  di  ricovero, 
a  causa  dell'accentramento  nelle  città,  a  causa  del  buon  trattamento 
che  ha  vinto  le  prevenzioni  del  popolo.  L'ospedale,  vede,  dovrebbe 
essere  la  casa  dell'uomo  nel  momento  che  s'acuisce  la  lotta  fra  lui  e 
gli  elementi  di  dissoluzione.  La  città  dev'esser  costituita  in  modo  che 
tutti  i  cittadini  possano  venir  a  passare  quella  che  direi  la  loro  puri- 
ficazione in  un  ambiente  propizio  e  immune. 

Riconoscevo  qui  le  idee  da  lui  i)ropugnate  con  tanta  foga  nel  suo 
libro.  Egli  si  fermò  dun  fratto  e  mi  domandò: 

—  Mi  dica  la  verità.  L^na  visita  simile  furba    molto,  eh"? 

Io  mi  sentivo  la  mente  confusa.  Dopo  la  prima  sala,  in  cui  ero 
stato  afferrato  da  una  commozione  violenta,  mi  ero  sentito  divenir 
ottuso  e  quasi  insen.sibile.  Me  ne  rimproveravo  e  me  ne  sgomentavo: 
soltanto,  osservavo  con  avidità,  quasi  ripetendomi  interiormente:  «  Vedi 
tutto,  afferra,  ricorderai  poi  e  sentirai...  »  E  pensavo  al  mio  Memo- 
riale che  andava  svolgendosi  fantasticamente  nelle  nuA^ole! 

—  È  un'impressione  enorme  -  risposi  al  dottore  che  mi  guardava 
con  un  sorriso  indagatore.  -  Ne  sono  interamente  disoiienfato. 

E  sentivo  che  qualcosa  si  rimuoveva  in  fondo  a  me  sfesso  come  un 
peso  informe.  Pensare  mi  diventava  una  fatica  :  eppure  presentivo  che 
quando  sarei  riuscito  a  svellere  il  mio  pensiero  da  quell'ammasso  di 
sensazioni,  ne  avrei  tratto  una  conseguenza  capace  di  dirigere  una  vita. 

Eravamo  nel  cortile.  Dalla  porta  opposta  a  quella  ond'eravamo 
usciti  cominciò  a  sfollare  uno  stuolo  di  giovinette.  Immaginai  che 
fossero  le  allieve  levatrici  :  poche  erano  belle,  in  gran  parte  di  fattezze 
grossolane  (era  forse  un'impressione  momentanea),  e  nessuna  pareva 
compresa  del  mistero  terribile  che  gravava  dentro  quelle  mura.  Un 
vecchio  curvo,  dal  volto  burbero,  le  seguiva.  Al  vederlo,  il  dottor  Semmi  ■ 
si  volse  a  me  con  precipitazione: 

—  11  direttore...  La  saluto,  a  rivederci  -  mi  disse  col  suo  sorriso 
e  fendendomi  la  mano.  Poi  s'appressò  al  vecchio. 

Quando  fui  nella  strada,  guardai  intorno  e  tutto  mi  parve  nuovo. 
C'era  una  piazzetta,  degli  alberi,  poi  due  file  di  case  ai  lati.  La  strada 
era  deserta,  ma  un  vecchio  apparì  da  una  via  traversa,  poi  un  carretto 
di  lattivendolo,  e  rial  lato  opposto  una  donna  con  ima  fanciulla. 

Oh  l'angoscia  che  mi  diede  la  vista  di  queste  due  creature  !  Poi, 
andando  innanzi  vidi  altre  donne,  e  nessuna  pareva  preoccupata  :  al- 


GLI    AMMONITORI  -97 

cune  erano  belle  e  chiaochieravano  e  ridevano.  Mi  riusciva  dolorosa- 
mente strano  che  potessero  pensai'e  ad  altro. 

Soltanto  dopo  qualche  settimana  riuscii  a  ristabilire  il  mio  pensiero 
nelle  correnti  normali. 

E  mi  s'affacciarono  queste  domande: 

La  vita  umana  inerita  che  si  soffra  tanto  allo  scopo  di  prolungarla 
sulla  terra? 

Se  l'amore  non  fosse,  come  si  dice,  cieco,  1'  uomo  (e  sopratntto 
la  donna)  accetterebbe  il  compito  della  procreazione  "? 

Tanta  parte  dell'umanità,  le  nostre  madri,  le  nostre  sorelle,  du- 
rante il  miglior  periodo  della  lor  vita,  sono  in  un'alternazione  di  mi- 
nu.scole  malattie  che  preparano  altri  malori  periodici  talvolta  terribili. 
La  nascita  è  una  malattia,  un  lungo,  grave,  talora  mortale  guasto 
dell'organismo  materno.  V'ha  un  mistero  più  augusto,  un  pensiero  che 
possa  far  tremare  il  nostro  cuore  piìi  di  questo  ? 

La  vita  ha  dunque  un  valore  immenso  se  poveri  esseri  per  cui  la 
maternità  vuol  dh'e  il  disonore,  la  miseria,  la  morte,  amano  il  bimbo 
nato  di  loro.  «  M'  ha  costato  tanto  dolore,  volete  che  non  l'ami  ?  » 

Ora,  l'amore  non  dev'essere  cieco  ! 

L'amore  fatto  cosciente,  l'atthisso.  la  tensione,  l'espansione  su- 
prema e  volontaria  della  propria  vitalità,  l'attimo  dell'unione  fra  due 
esseri  reso  concreto  in  un  nuovo  essere,  deve  apparire  ben  più  augusto 
che  non  1'  istantaneo  e  imprevidente  spasimo  egoistico. 

Amore  e  morte  '?  Ecco  una  formola  poetica  che  fu  bella  quando 
l'amore  voleva  significare  soltanto  il  soddisfacimento  di  due  desideri. 
«  Dopo  noi  il  diluvio  !  »  Ma  amore  e  vita,  se  esso  è  la  vera  integrazione. 

Ed  ecco  che  il  pensiero  della  morte  perde  tutto  il  suo  valore  e  il 
suo  significato  a  petto  del  pensiero  della  nascita. 

La  Ctiiesa  porta  i  suoi  fedeli  dinanzi  al  letto  di  morte  e  dice  : 
-  Tremate  !  -  La  religione  nuova  deve  condurre  i  neofiti  al  letto  dove 
nasce  l'uomo. 

Ed  ecco  la  differenza  fra  la  veccliia  età  e  la  nuova.  Il  vecchio 
muore  e  non  vuol  morire,  non  vuol  finire  individualmente:  vuol  vi- 
vere di  là  con  lo  spirito,  e  prolungarsi  materialmente  di  qua  nel  tiglio 
sopravvivente  :  perciò  con  la  vita  gli  ha  dato  tutto  il  suo  lavoro  e  la 
ricchezza  ch'egli  ha  accumulato  per  sé,  togliendo  ai  suoi  fratelli  quanto 
pili  poteva. 

Cosi  l'eredità  favorisce  l'individuo,  il  |)rolungamento  limitato  del- 
l'individuo  e  l'egoismo. 

Invece  concentriamo  la  nostra  attenzione  non  sulla  moite.  ma  sulla 
nascita.  Allora  sentiremo  la  necessità  che  ciascuno  nasca  nelle  condi- 
zioni [)iù  favorevoli,  e  circonderemo  di  lienessere,  di  rispetto  e  d'amore 
l'età  in  cui  l'uomo  è  larva.  L'individuo  si  svilupperà  poi  accrescendo 
la  sua  vita  con  tutto  quello  che  lo  attornia,  fino  ai  suo  declino,  ma 
i  suoi  figli  nascano  e  si  nutrano  nella  comunità,  per  individualizzarsi 
I>oi  a  loro  volta,  com'egli  fece,  un  istante. 

L'uomo  è  come  quell'  insetto  che  insinua  il  suo  ovulo  nel  gem- 
mulario  d'un  fiore,  perchè  la  sua  larva  trovi  a  pascere  la  polpa  del 
frutto  fino  a  quando  abbia  l'ali  per  possedere  il  cielo  e  la  terra.  Pos- 
sano tutte  le  madri  trovar  un  calice  di  fiore  per  le  loro  larve!  È  così 
vasto  il  mollilo  ! 

Ma  quella  vista  !  lo  non  mi  raftiguro  più  la  faccia  siiasimante  su 
quel  letto...  LTn  senso  violento  di  rivolta  mi  invade,  come  per  una 
sopraffazione  mostruosa  della  natura  sulla  povera  umanità. 


Ì9S  GLI    AJ[MOXITORI 

Eppure  lio  sentito  d'allora  che,  nei  peggiori  momenti  in  cui  i  miei 
istinti  avrebber  potuto  prendere  il  sopravvento  sui  miei  ideali,  il  richia- 
mar quella  visione  mi  sarebbe  stato  salutare. 

E  forse  avrei  invocato  quel  ricordo  quando  mi  fossi  trovato  di 
fronte  ad  un'  impresa  terribile  o  ad  un  sacrificio  mortale. 

X[. 

L'ultima  passeggiata,  l'ultimo  pomeriggio  passato  con  Quibio,  l'ul- 
tima ora  di  sole.  La  vita  conta  proprio  soltanto  per  le  ore  in  cui  ci 
siamo  sentiti  vivi.  Io  ho  vissuto  alcune  giornate.  Il  resto  ho,  come 
direi?  tirato  innanzi...  come  il  giumento  che  gira  sempre  attorno  alla 
stessa  macina  ruminando  la  stessa  cattiva  biada. 

Era  il  quindici  d'agosto.  Quibio  irruppe  nella  mia  stanza.  Io  stavo 
scrivendo. 

—  Oggi  si  va  fuori  -  gridò.  -  il  dì  del  ferragosto  star  lappato  in 
casa  !  E  non  spalanchi  neanche  la  finestra  !  Ma  tu  ammuffisci  :  non 
vedi  il  sole,  non  senti  l'appello  del  verde,  della  campagna  !  Non  .sei 
un  provinciale  tu,  sei  un  meschinissimo  e  limitatissimo  cittadino  ! 

Egli  ci  teneva  ad  esser  provinciale  :  tutti  i  grandi  uomini,  secondo 
lui,  nascono  in  campagna. 

Spalancò  la  finestra,  spalancò  l'uscio  :  dal  corridoin  sbucò  una 
corrente  che  mi  scompigliò  i  fogli  sul  tavolo  e  mi  fece  rientrar  la  testa 
nelle  spalle. 

—  Miserabile  serbatoio  di  reumatismi,  tu  a\  rai  l'asma  a  quaranta 
anni.  Hai  paura  dell'aria  che  ti  fa  vivere! 

Si  mise  a  ridere  fragorosamente.  1  marmocchi  scalzi  e  col  petto 
scoperto  che  ballavano  sul  balcone  gli  fecero  eco.  Dal  corridoio  lo  zufolìo 
di  Cimisin  dì  nuovo  giocherellava  come  uno  zampillo.  Tutto  pareva  gaio 
e  rinnovato.  Dal  fondo  del  cortile  salì  d'improvviso  il  suono  d'un 
organetto.  Le  donne  si  sporsero  a  guardare  mezzo  accecate  dal  sole. 

Cercammo  entrambi  la  finestra  della  Biondina:  era  spalancata  anche 
essa  e  i  passeri  vi  saltellavano  intorno  come  al  solito,  ma  il  suo  capo 
non  si  chinò  fuor  del  davanzale,  come  faceva  una  volta  ad  ogni  musica 
che  venisse  dalla  corte. 

—  Hai  più  saputo  nulla.'  -  mi  chiese  egli,  mentre  scendevamo. 

—  Nulla.  Non   ho  più  jiotuto  [)arlarle. 

—  Credo  che  abbia  fatto  amicizia  colla  dottoressa  Lavriano;  o 
per  lo  meno  questa  l'ha  cercata  più  volte. 

—  Mi  par  diventata  muta,  selvaggia.  La  sola  che  può  entrare  da 
lei  è  Minca.  Credo  che  la  signorina  Lavriano  potrebl)e  ammansarla. 

—  Sai  dove  andiamo?  -  chiese  il  pittoi'e. 

—  Niente  affatto. 

—  Montiamo  su  quella  tranvia! 

—  Va  benissimo! 
Dissimulavo    la  mia    tristezza.  Ero   tanto   stanco!    Il  mio   lavoro 

^l'ufticio  mi  riusciva  ora  gravissimo:  il  mio  Memoriale  non  avanzava 
d'un  punto  e  le  pagine  die  andavo  rileggendo  e  logorando  a  forza  di 
ritoccarle  mi  sembravano  mute,  scolorite.  Mi  pareva  che  qualcosa 
avesse  distiutto  in  me  la  coesione  di  tutte  le  parti  del  mio  essere. 

Piazza  Statuto,  Via  Garibaldi  erano  piene  di  gente  :  i  portici  di  Po 
rigurgitavano:  erano  le  buone  famiglie  che  vanno  alla  messa  a  San 
Francesco  da  Paola  e  a  San  Filippo  e  n'escono  a  mezzogiorno  per  far 
<lue  jiassi  e  ostentare  le  ragazze  da  nuirito. 


(fLI    AMMONITORI  299 

—  Non  vai  a  quella  passeggiata  mai"?  lo  ci  vario:  ci  sono  dei  fior 
di  ragazze. 

—  Ma  non  mi  hai  detto  clie  sei  innamorato? 

—  Perdio!  E  come!  Ma  ciò  non  m'impedisce  di  guardare  le  belle 
donne.  Giuro  che  non  mi  passa  in  cuore  neppur  romhra  d"un  desi- 
derio: è  puramente  un  godimento  degli  occhi.  Ma  tu  non  sei  artista. 

Infatti  io  non  comprendevo  ciò.  D'altronde  io  non  m'intendo  atTatlo 
di  bellezza  :  quando  m'è  accaduto  di  indicar  a  Quibio  una  donna  che 
io  dicevo  bella,  me  lo  vedevo  ridere  sul  muso  : 

—  Hai  gli  occhi  che  guardano  in  dentro. 

Egli  voleva  dire  con  ciò  eh"  io  non  vedevo,  non  udivo,  non  vivevo 
coi  sensi,  ma  solamente  col  pensiero.  Forse  aveva  ragione.  Certo,  un 
bel  paesaggio  mi  allarga  il  respiro,  ma  egli  mi  diceva  che  anclie  una 
palude  è  un  liei  paesaggio;  una  bella  donna  mi  ele\a  e  mi  rasserena 
i  pensieri,  ma  egli  sosteneva  clie  è  bella  anche  una  donna  di  malaf- 
fare; egli  trovava  belli  i  pezzenti,  i  cenciosi,  i  morenti  di  fame... 
No!  no!, 

Un  giorno  però  gli  ho  chiesto  se  avrebbe  trovato  meno  liclla  la 
terra  quando  non  ci  fossero  più  paludi  né  malaria,  mendicanti  né 
donne  perdute,  ed  egli  rimase  pensoso. 

Eh  via!  Muterà  anche  il  nostro  gusto. 

Arrivammo  cosi  sul  Monte  dei  Cappuccini.  Il  cielo  era  d'una  tersità 
di  cristallo:  il  Po  limpido  e  piano  come  uno  specchio:  una  pianura 
di  tetti  rosso-cupi  e  di  ardesie  si  stendeva  all'  infinito  e  sembrava 
giungere  da  una  parte  ai  piedi  del  Monviso  che  pareva  vicinissimo, 
dall'altra  a  Superga  splendente.  La  Mole  Antonelliana  appuntava  il 
suo  ago  nel  cielo  :  sotto,  le  vie  diritte  incrociantisi  parevano  delle  fosse 
nere  e  strettissime. 

—  Guarda  il  Cervino!  -  disse  Quibio  indicanilomi  la  cus|)ide  di 
fronte  a  noi. 

11  glorioso  arco  delle  Alpi  si  stendeva  in  giro,  emergendo  per 
intero  fuor  della  nebbia  azzurro-cupa  che  stagnava,  dagli  ultimi  lembi 
della  città,  dal  campanile  acutissimo  di  Santa  Zita,  fino  alle  prime 
valli. 

—  Questa  è  la  bellezza  che  comprendo  -  dissi  a  Quibio,  non  senza 
un  subitaneo  sentimento  d'orgoglio. 

—  Capisco  che  ti  lìasti  -  mi  rispose  egli  sommesso. 

Mi  veniva  da  quello  spettacolo  un  gran  senso  di  forza  e  di  sere- 
nità. La  neve,  che  riempiva  tutti  gli  angoli  e  le  insenature,  accusava 
fortemente  le  fisionomie  di  quei  gruppi  giganti,  cui  tutto  quel  bian- 
core vestiva  di  freschezza,  di  sincerità  e  di  giocondità  austera.  Dissi 
la  mia  impressione  al  pittore. 

—  È  il  bianco  che  fa  questo. 

—  Sia  quel  che  si  vuole:  che  ne  sai  tu  col  tuo  bianco? 

Egli  cercava  cosi  gli  elementi  di  tutti  i  grandi  spettacoli,  e  li  im- 
piccoliva. 

—  Tu  non  sei  un  artista.  Stanga:  sei  un  poeta!  un  poeta  che 
non  guasta  il  suo  sentimento  cercandone  le  cause  per  riprodurlo,  lo 
sono  un  pittore:  ma  un  pittoie  che  dipinge:  e  questo,  caro  mio,  è 
proprio  il  bianco. 

E  riprese  a  ridere: 

—  E  ora  in  gambe!  Fra  mezz'ora  sederemo  a  tavola. 

Lo  seguii,  non  senza  un  ceito  impeto  di  vigoria,  entratomi  addosso 
coU'aria  dell'altura. 


."ktO  GLI    AMMONITORI 

Toiiiando  al  basso,  la  sera,  lo  prese  la  malinconia.  Scendevamo 
dalla  collina  di  San  Vito:  ad  ogni  tratto,  a  sinistra,  gli  alberi  della 
strada  mancavano  e  appariva  il  cielo  affocato  del  tramonto  dietro  la 
cuspide  nera  del  Monviso,  e  il  Po,  vasto,  in  basso,  chiudeva  un  altro 
lembo  di  cielo  sommerso.  Così  da  bimbo  io  sognavo  di  scendere,  con 
tutta  la  mia  culla,  nel  cielo:  cielo  sopra  e  sotto  e  intorno  e  io  navi- 
gante in  esso  come  una  piuma:  così  la  terra  deve  sentirsi  andare  an- 
dare, se  si  sente. 

Quibio  accennò  da  quella  parte  : 

—  Sai  che  oggi  sono  stato  a  rischio  di  darti  l'addio?  Là.  la 
Plancia!  Chi  sa  se  ci  giungerò  mai?  Quando  una  cosa  è  vicina,  quando 
un  gran  sogno  è  presso  a  concretarsi,  allora  non  par  che  ti  manchi 
la  terra  sotto  i  piedi"?  Non  par  che  questi  pochi  giorni  siano  insupe- 
rabili? Io  penso  perfino  che  potrei  morire! 

—  Eh  via!  Tu  sei  tanto  coraggioso! 

—  Hai  ragione,  lo  ho  una  fede  in  me  e  nel  mio  avvenire  che  stu- 
pisce me  stesso;  è  certo  presunzione!  Ila  lo  scoraggiamento,  quando 
viene,  è  più  profondo.  Eh  caro  mio!  Se  si  trattasse  di  me  solo!  Non  so 
(piando,  dicevi  :  Vivere  cia.scuno  come  se  fossimo  nella  società  che  so- 
gniamo !  Hai  un  bel  dire  tu  che  sei  solo.  Supponi  invece  che  il  destino 
ti  abbia  unito  ad  un'altra  creatura.  Tu  ami  una  donna:  ella  ti  ama  e 
non  è  libera... 

E  allora  mi  raccontò.  L'aveva  incontrata  in  una  esposizione  :  poi 
vi  si  erano  riveduti.  Lettere  strane  avevano  seguito  in  cui  ella  sfog- 
giava uno  scetticismo  a  fior  di  pelle  e  una  falsa  esperienza  amorosa 
presa  nei  romanzi  di  Bourget.  In  fatto  era  una  povera  donna.  Spo- 
sata a  sedici  anni  con  un  banchiere,  fin  dai  primi  mesi  s'era  accorta 
che  non  aveva  nulla  di  comune  con  suo  marito:  questi  l'obbligava 
a  tret[nentare  assiduamente  la  società  e.  sebbene  ella  si  sentisse  affatto 
indifferente  alla  religione,  di  andare  in  chiesa  e  praticare,  perchè  ciò 
gli  conciliava  clienti.  Era  vissuta  con  lui  dieci  anni.  Ma  quante  cose 
in  tutto  c[uesto  tempo  !  Ella  aveva  letto  molti  romanzi,  visitato  molti 
musei:  s'era  annoiata  mortalmente.  Aveva  tentato  distrarsi  colla  vita 
mondana:  aveva  tentato  di  amare  ed  era  stata  disgustata  fin  dai  primi 
flirt.  Aveva  fatto  della  beneficenza... 

Egli  s'era  manifestato  a  lei  come  nn  uomo  che  sa  quello  che  vuole. 
.<  Se  vi  amerò,  -  le  aveva  scritto  -  cioè  se  vi  farete  amaie.  vi  proporrò 
di  abbandonare  la  vostra  casa  e  venir  con  me  ».  E  si  erano  amati. 
Egli  aveva  giurato  di  non  darle  un  bacio  se  non  quando  fosse  venula 
con  lui,  affatto  sua.  Poi  era  stato  vinto  dalla  foga  dell'  amore  di  lei 
e  dal  proprio  desiderio.  Si  erano  incontrati.  Ella  era  perfino  venuta  a 
trovarlo  fugacemente  in  soffitta  :  era  la  figurina  vestita  di  nero  che  io 
avevo  intravisto  una  volta  nel  corridoio. 

—  Hai  veduto  la  Diana  del  Loucre?  Io  ne  ho  una  fotografia.  E 
lei,  svelta,  risoluta,  lottatrice.  La  mia  vera  compagna.  E  che  anima! 
L'ho  tratta  io  dalla  scorza  di  scetticismo  e  di  frivolezza  che  le  si  era 
appiccata  intorno!  Un'intelligenza  più  libera  della  mia,  iniinitamente 
più  diritta  e  logica.  Strano  com'è  sana  questa  ragazza,  che  venne  fuori 
da  una  famiglia  borghese,  figlia  d'un  professore  di  lingue,  e  stette 
dieci  anni  in  un  simile  ambiente! 

F^  gli  occhi  di  Quibio  luccicavano.  Parlava  sommesso,  tacendo  un 
grande  sforzo  pei-  contenere  la  felicità  che  lo  riempiva,  ma  s'interrom- 
peva ad  ogni  tratto  come  se  gli  mancasse  il  respiro  e  il  cuore  gli  sal- 
tasse in  gola. 


Gl.r    AMMONITORI  301 

—  Ebbene.  -  proruppe  oscurandosi  d'impiovviso  -  sai  che  cosa  mi 
aspetto"?  Ella  è  troppo  franca  ora,  e  troppo  audace:  farà  una  grossa 
imprudenza  e  nascerà  uno  scandalo.  Io  le  ho  proposto  di  partire  su- 
bito, e  stasera  dovevamo  passar  la  frontiera.  Ella  chiede  alcuni  giorni 
di  tempo.  Perchè?  Ah.  le  donne  sono  troppo  intente  ai  particolari,  alla 
pratica:  son  sicuro  che  si  preoccupa  dei  mezzi  di  sussistenza  e  vuol 
portare  qualcosa  della  sua  dote,  o  che  .so  io  !  Tempo  perduto  e  adito 
ai  sospetti! 

—  Che  co-sa  ti  potrebbe  accadere  se  si  sapesse?  -  chiesi  io. 

—  .\  me  nulla,  per  ora.  Ma  a  lei?  E  se  ci  cogliessero  insieme,  un 
processo,  la  prigione...  che  a  me  non  fa  niente.  Ma  a  lei? 

—  Credi  che  un  uomo  simile  provocherebbe  uno  scandalo? 

Eravamo  giunti  al  ponte  Isabella.  Il  Po,  nero,  immobile,  molti- 
plicava nelle  sue  acque,  come  interminabili  collane  di  perle,  i  globi 
elettrici  sospesi  sulle  rive. 

La  tranvia  affollata  ci  portava  rapidamente  verso  il  centro  della 
«ittà.  Un  pò"  di  nebbia  che  smorzava  la  luce  delle  vie  rendeva  più  in- 
tensa quella  del  carrozzone,  che  pareva  ima  sala  procedente  rapida  in 
mezzo  a  un  deserto.  Tutta  quella  gente,  seduti  uno  in  faccia  agli  altri, 
si  guardavano  in  viso  alternativamente:  celava  forse  ciascuno  la  sua 
pena  o  la  sua  felicità?  Quibio  s'era  rasserenato,  attratto  subito  dalle 
tìsionomie  ch'egli  esaminava,  senza  volerlo  :  poi  chiuse  gli  occhi  come 
assorto  in  sé  stesso. 

In  borgo  San  Donato  la  luce  era  più  rara  e  la  nebbia  più  fitta. 
Io  aprii  la  poi'ta  di  casa  e  salimmo  adagio.  Accendevamo  un  zolfa- 
nello dopo  l'altro.  Sul  pianerottolo  del  primo  piano  un  uomo  si  schermi 
appoggiandosi  ad  una  statua  ficcata  in  una  nicchia.  Lo  guardammo 
curiosi.  Al  secondo  pianerottolo  sostammo  come  per  lasciarlo  passare. 
Allora  egli  chiese,  con  una  cortesia  ironica,  chi  di  noi  fosse  il  si- 
gnor Quibio. 

—  Io  -  disse  il  pittore  con  un  tremito. 

—  Salga,  -  aggiunse  l'uomo  -  c'è  gente  lassù  che  Taspetta. 
Quibio  strinse  i  pugni,  poi  riprese  a  salire  rapidamente. 

—  Chi  può  essere?  -  dissi  :  e  pensavo  a  lei. 

—  Oh  no  -  diss'egli  indovinando.  -  È  un  tranello  !  Avevi  ragione 
testé!  E^  io  non  ci  pensavo!  V^edi  come  ci  si  sbarazza  facilmente  d'un 
uomo  ! 

Davanti  alla  porta  della  sua  softitta  un  altr'uomo  attendeva:  egli 
api'ì  la  giacca  e  mostrò  la  sciarpa: 

—  Veniamo  per  una  perquisizione... 

Quibio  aperse,  si  gettò  sul  Ietto,  tuffò  la  faccia  nei  cuscini  e  pianse 
come  un  bambino. 

Mi  si  mandò  fuori.  Rimasi  sul  pianerottolo  ad  atlendei'e.  Non  ebbi 
molto  da  aspettare  :  di  li  a  poco  sentii  dei  passi  nel  corridoio.  Uno 
portava  la  candela.  Seguiva  Quibio,  che  mi  abbracciò  con  singhiozzo 
represso,  e  discese  lentamente  con  essi. 

Io  entrai  nella  mia  soffitta,  mi  spogliai  :  presi  il  mio  manoscritto, 
me  lo  posi  sul  petto  sotto  la  flanella,  e  mi  l)uttai  nel  letto,  avvilito, 
indolenzito  come  se  mi  avessero  battuto. 

(Continua). 

Giov.\NNi  Cena. 


LE  ACQUE  DEL  POLESINE 


I. 

La  pena  di  Tantalo. 

Il  tozzo  valiigiiin,  ch'ode  serena 

sgorgar  la  polla  in  rivoli  dal  colle: 

-  Avessi  -  esclama  -  anch'io  le  mie  tre  zolle 

là  su  dov'  è  perenne  acqua  di  vena  !  - 

Ode  il  solili  fruscio,  vede  l'amena 
sua  terricciola  già  sul  greppo  e,  folle, 
non  pensa  che,  in  cader,  le  argute  polle 
sfiorano  ma  non  saziano  l'arena: 

tal  che,  là  in  alto,  il  suo  poder,  che  al  piano- 
beve  avido  le  pioggie  onde  non  cresca. 
per  troppa  arsura,  la  raccolta  invano, 

sarebbe  come  quel  che  senza  tregua 
porge  le  aride  labra  a  un'onda  fresca, 
che,  oh  strazio.',  appena  tocca  si  dilegua. 


IL 
Le  acque  rettili. 

Qui  non  precipitanti  acque  canore, 
di  sasso  in  sasso,  da  un  hel  giogo  alpino, 
ma  stagni,  ove  le  luuche  oche,  al  mattino,, 
tracciano  lunghi  solchi  di  candore: 

qui.  specchio  luminoso  al  sol  clie  muore 
al  sol  che  nasce  al  vasto  ciel  turchino, 
placidi  scoli  crespi  come  lino 
in  fiore,  azzurri  come  lino  in  fiore. 


\EKSI  303- 


Acque  di  tielo  ed  acque  di  sorgiva 
assorte,  come  biscie.  ne  Teguale 
loro  immobilità  contemplativa 

biscie,  anzi,  die  respirano  il  veleno, 
anch'esse:  e  tu  lo  sai,  terra  natale, 
che  te  le  scaldi  accidiosa  in  seno. 


III. 
Il  canale. 

Stanco,  ne  la  sua  lunga  uggia,  il  canale 
d'andar  per  valli  e  di  veder  paesi, 
se  accade  che,  al  frinir  de  le  cicale, 
ristagni   sotto  i  salici  cortesi. 

sembra,  tanl"  è  silenzioso  e  uguale, 
un  olio  che  alimenti  i  cieli  accesi  ; 
e,  a  notte  chiara,  dal  suo  grembo  sale 
un  lucicchìo  di  perle  e  di  turchesi. 

Non  baciò  mai  più  terse  acque  la  luna 
ne  venne  mai  da'  salici  d'argento 
più  dolce  tenerezza  a  le  palpebre: 

un  sogno:  e  dir  che  quante  nebbie  aduna 
l'alba,  tra  le  due  rive,  e  caccia  il  vento. 
Circe  fatale,  attossica  la  febre. 


IV. 
Il  greto. 

Lungo  l'argine  erboso,  onde  digrada 
la  cedua  boscaglia,  un  casolare 
specchia,  gittando  l'ombra  su  la  strada, 
la  sua  malinconìa  ne  le  acque  chiare: 

un  orlo,  a  cui  non  giova  la  rugiada, 
lì  presso,  munge  le  sue  sabbie  avare: 
più  giù,  schiude  un  canneto  la  sua  rada 
tremula  piuma  al  sol  canicolare. 


3(14 


Poi,  (li  ijuovo.  altii  salici,  altre  canne, 
altri  oiticelli  sparsi  lungo  il  greto, 
che  forse  non  misurano  tre  spanne: 

e.  a  quando  a  quando,  un  fossalel  che  scola, 
come  un  altio  olio,  come  un  olio  cheto, 
le  acque  d'una  lontana  valle  sola. 


V. 
La  dipartita. 

La  terra  è  opima,  il  cielo  in  fiamme,  il  mare 
lontano:  e  la  diffusa  acqua  tranquilla 
ama  (oh  il  buon  letto  morbido  d'argilla  li 
godersi  in  pace  il  sol  canicolare: 

come  un  ceruleo  greggie,  ama  indugiare, 
per  Tia,  lungo  la  folta  erba  che  stilla 
latte:  e,  se  va,  non  salta,  non  zampilla, 
non  canta:  va  perchè  la  fanno  andare: 

che  enorme  là  su  l'orizzonte  enorme 

veglia,  o  salici,  il  mostro:  e,  quando  il  mostro 

veglia,  l'acqua,  la  triste  acqua,  non  dorme: 

ma  va.  recando,  sì  l'andar  le  dote, 
con  sé  la  dolce  imagìne  del  vostro 
dolce  paese  a  le  marine  sole. 


VI. 
La  valle. 

Ove.  ardua  di  febri  e  di  canneti 
l'acqua  fioriva  ampie  fiorite  gialle, 
tu  stimoli,  fischiando  ai  venti  lieti, 
le  tarde  vacche  da  le  quadre  spalle: 

tu  semini  tu  mieti  :  ma  non  mieti 

per  te.  ma  non  per  te  guardi  le  stalle  : 

e  tuttavia  rimpiangi  le  tue  reti 

il  tuo  schioppo  il  tuo  cane  e  la  tua  valle; 


305 


che  allora,  irte  di  leggi,  irte  di  spine  (1), 
non  c'erano  minaccie  ad  ogni  varco, 
non  ceffi  torvi  a  guardia  del  confine, 

allora:  ma,  scrollate  le  terzane, 
libero  era  l'andare  e  dolce  incarco 
la  libera  arte:  e  più  securo  il  pane. 


Marino  M.\rin. 


(1)  Si  allude  al  diritto,  derivante  da  antichissime  scritturo  ai  poveri,  di 
pescare,  cacciare,  raccoglier  canna  e  altri  prodotti  palustri  sopra  vastissimi  te- 
nimenti  vallivi  della  Comunità  di  Adria,  Cavarzere,  eoe,  -  chiamato  comune- 
mente diritto  di  vagantivo.  -  Il  prosciugamento  dei  territori  soggetti  a  vagantivo 
diede  opportunità  ai  proprietari  di  avocare  a  sé  arbitrariamente  l'utile  dominio 
dei  terreni  ridotti  a  cultura  :  e  i  poveri  attendono  ancora  una  legge  che  li  com- 
pensi dell"  iniqua  espropriazione. 


2Q  Voi,    evi,  Serie  IV  -  16  lug 


GASPABE  SPOSTINI. 
(Ritratto  ad  olio  eonsei-vato  in  JlaiolaU). 


GUGUELMINA  SCHROEOER-DEYRIENT 

E   GASPARE    SPOXTIXI 


Recentemente,  al  Nouveau  Théàtre  di  Parigi,  fu  rappresentato  un 
dramma  in  quattro  alti  di  Edouard  Sctiure:  la  Eoussalka.  La  critica 
francese  si  è  occupata  di  questo  lavoio  con  speciale  interesse,  perchè 
l'autore  è  persona  notissima  in  quel  mondo  letterario;  ma  attraverso 
le  righe  delle  critiche  anche  più  benevole,  par  leggere  che  il  successo 
del  dramma  sia  mancato.  Esso  non  ha  avuto  che  una  rappresentazione, 
al  termine  della  quale  si  ebbe  un  freddo  applauso  di  convenienza  da 
parte  degli  amici  e  degli  ammiratori  del  prosatore  illustre. 

Il  dramma  dello  scrittore  ultra-idealista  rappresenta  i  contrasti 
interiori  fra  l'amore  fisico  per  un  avventuriero  e  l'amore  ideale  per 
un  artista,  in  una  donna  di  genio.  L'idea,  al  dire  dello  stesso  Schuré, 
gliene  fu  suggerita  dalla  vita  della  celebre  cantante  tedesca  Guglielmina 
Schroeder-Devrient,  che  anch'essa  amò  e  fu  vittima  di  un  avventuriero, 
l'ufficiale  sassone  Doering.  E  di  questa  vita  un  episodio:  la  firma  del 
contratto  di  matrimonio  con  l'ulflciale  -  contratto  da  questi  redatto,  e 
che,  mentre  segnava  la  totale  spoliazione  dell'artista,  fu  dalla  Gugliel- 
mina, accecata  dall'amore  folle  che  nutriva  da  quattro  anni  per  l'in- 
degno scroccone,  sottoscritto  senza  leggerlo,  coprendone  anzi  il  testo 
€on  la  mano  sinistra  -  è  trasportato  integralmente  nel  dramma. 

Edouard  Schuré,  innamorato  del  suo  soggetto,  ha  voluto,  contem- 
poraneamente alla  rappresentazione  del  dramma,  in  certo  modo  illu- 
strarlo, dettando  una  poetica  biografia  della  Scluoeder-Devrient  (1),  i 
tìui  elementi  sono  tratti  da  due  scritti  comparsi  in  Germania  pochi 
anni  dopo  la  morte  della  grande  cantante  (avvenuta  nel  IStìO),  uno  di 
Clara  de  Gliimer,  l'altro  dovuto  alla  penna  di  Alfredo  von  Wolzogen. 

In  questo  scritto  biografico  è  chiara  la  costante  preoccupazione 
nell'autore  di  idealizzare  la  figura  dell'artista.  L'esistenza  di  alcuni 
documenti  che,  tuttora  inediti,  non  potevano  essere  conosciuti  dallo 
Schuré,  e  l'esame  di  alcuni  scritti  critici  dell'epoca  della  Schroeder, 
provano  però  che  non  tutti  i  particolari  dati  intorno  a  questa  donna 
dal  letterato  francese  sono  rispondenti  a  verità  .storica. 

Per  esempio,  lo  Schuré  afferma  che  la  Schroeder-Devrient,  a  dif- 
ferenza della  maggior  parte  degli  artisti  della  scena,  i  quali  non  si 
accorgono  del  passare  degli  anni,  e  danno,  già  vecchi  e  in  pieno  de- 
cadimento, doloroso  spettacolo  di  sé,  si  ritrasse  in  tempo  dal  teatro, 
sì  che  dopo  il  terzo  matrimonio,  celebrato  nel  1850,  non  comparve  più 

(1)  La  Vìe  d'une  cantatrice  -  Étnde  snr  Wilheìmùte  Schroeder-Devrient,  in 
La  Revae,  15  mars  1903,  n.  6,  sèrie  III  ,  XIV  année. 


308  GUGLIELMINA    SCHROEDER-DEVRIENT   E   GASPARE   «PONTINI 

in  Berlino  clie  in  qualche  raro  concerto,  schermendosi  dagli  amici  che 
che  la  consigliavano  a  tentare  ancora  le  sorti  del  palcoscenico,  col 
dire:  «  La  Schroeder-Devrient  può  naufragale  nella  vita,  ma  non  sulle 
scene».  Nel  1850  la  Schroeder  aveva  quaiantasei  anni.  Ma  il  suo  de- 
cadimento artistico  era  incominciato  molti  anni  innanzi,  in  un'ejioca 
in  cui  essa  non  pensava  affatto  ad  abbandonare  le  scene;  esso  era  già 
chiaro  nel  1844,  e  lo  afferma  un  artista  di  genio  il  cui  giudizio  non  è 
sospetto,  un  artista  che  ebbe  una  grande,  costante  ammirazione  per 
la  cantante  :   Riccardo  Wagner. 

Non  solo  nel  passo  della  Comunicazione  ai  miei  amici  rammentato 
dallo  Sehuré,  il  Wagner  parla  della  Schroeder-Devrient  con  parole  che 
rivelano  un  illimitato  entusiasmo,  ma  il  ricordo  della  cantante  ricorre 
in  moltissimi  altri  scritti  del  maestro  tedesco.  Nel  1834  egli  la  udi 
cantare  in  Lipsia  il  Romeo  e  Giulietta  del  Bellini,  e  ricordando,  nello 
Scliiszo  autobiografico,  questa  prima  audizione,  dice:  «  Io  fui  sorpresa 
nel  veder  attuare  una  interpretazione  sì  straordinaiia  di  una  mu.sica 
sì  insigniti  caute  ». 

Alti'ove,  nei  Ricordi  di  Ludwig  Schnorr  di  Karolsfeld.  il  quale 
fu  l'unico  artista  contemporaneo  che,  al  dire  del  maestro  di  Lipsia, 
penetrasse  appieno  gli  intendimenti  artistici  di  lui,  narra  di  una  rap- 
presentazione del  Lohengrin  data  dallo  Schnorr  a  Karlsruhe  nell'estate 
del  18652,  in  questi  termini:  «  Se  la  vista  del  cavaliere  del  cigno  che 
si  avvicina  alla  riva  nella  piccola  navicella  produsse  su  me  l'impres- 
sione, sempre  un  poco  strana  da  principio,  della  apparizione  di  un 
Ercole  giovanile,  pur  tuttavia,  quando  egli  si  avanzò,  il  fascino  tutto 
proprio  dell'eroe  leggendario,  dell'inviato  da  Dio,  operò  su  me  imme- 
diatamente ;'innanzi.a  me  stava  il  personaggio  del  quale  non  si  domanda: 
«Com'è?»  ma  del  quale  si  dice:  «  Eccolo!  »  Questa  impressione 
istantanea,  sì  profondamente  penetrante,  non  può  essere  i)aragonata 
che  ad  una  fascinazione;  ed  io  mi  ricordo  di  averla  ricevuta  dalla 
grande  Schroeder-Devrient,  nei  miei  primi  anni  di  adolescenza,  in 
modo  definitivo  per  tutta  la  mia  vita,  e  poi  non  la  ho  mai  provata 
di  nuovo  cosi  particolare,  così  forte,  che  alla  entrata  di  Ludw  ig  Schnorr 
nel  Ijoìtengrin  ». 

La  Schroeder-Devrient  ebbe  agli  occhi  di  Riccardo  Wagner  anche 
un  altro  merito  :  quello  di  creare  la  parte  di  Senta  nel  Vascello  Fan- 
tasma. Ma  se  nel  1831  essa  aveva  potuto  competere  al  Teatro  italiano 
di  Parigi  con  la  Pasta  e  con  la  Malibran;  se  il  più  recente  ed  autorevole 
biografo  del  Wagner  (1)  ha  potuto  dire  che  nel  periodo  fra  il  1843  e 
il  1849,  in  cui  questi  esercitò  le  funzioni  di  Kapellmeister  del  Teatro 
Reale  di  Dresda,  il  personale  dell'opera  della  capitale  sassone  era  il 
migliore  di  tutta  la  Germania,  specialmente  pel  fatto  che  quel  teatro 
possedeva  la  Schroeder-Devrient,  la  i)iù  grande  cantante  che  abbia  mai 
avuto  la  Germania,  lo  stesso  Wagner  ci  dice  di  una  dolorosa  disillu- 
sione che  ebbe  a  provare  nel  1844  a  Dresda,  durante  l'esecuzione  della 
Vestale  dello  Sponfini,  nella  quale  la  grande  cantante  sosteneva  la 
parte  della  piotagonista  {"ì). 

In  quest'anno  1844  si  incontrarono  in  Dresda,  nella  società  arti- 
stica che  faceva  capo  al  Teatro  Reale,  tre  artisti  di   genio:   Riccardo 

(1)  H.  S.  Chamberlain,  Richard  Wagner  -  Sa  vie  et  .tes  a'iivres.  ^lilnchen,  1899. 

(2)  R.  Wagner,  Mes  soaieiiirs  sur  Spoiitiiii,  nei  Souvenirs  Iradiiits  de  l'alle- 
nta iid  par  Cannile  Benott   Piiris^  1881. 


GCGLIELMINA   SCHROEDER-DEVRIENT   E    GASPARE    SPOXTIXI 


309 

Wagner,  il  quale  aveva  allora  treni' un  anni,  e,  dopo  il  periodo  dolo- 
roso di  miseria  e  di  oscurità  passato  a  Parigi,  era  rientrato  in  Ger- 
mania, riuscendo  ad  ottenere,  attraverso  ai  successi  del  Rierizi  e  del 
Vascello  Fantasma,  il  posto  di  Kapellmeister  in  quel  Teatro  Reale; 
Guglielmina  Schroeder-Devrient,  che.  nell'autunno  della  Aita,  e  già 
superato  il  periodo  del  dominio  incontrastato  della  scena  tedesca,  il 
quale  era  corso  fra  il  18i28  e  il  1840,  aveva  dall'anno  precedente  legata 
la  propria  vita  a  quella  del  Doering:  e  il  vecchio  Spontini,  l'autore 
celebrato  della  Vestale,  dell'  Olimpia  e  del  Cortes,  l'uomo  che,  dopo 
avere  trionfato  in  Francia  nel  periodo  napoleonico,  e  dopo  essere  stato 
l'arbitro  del  Teatro  Reale  di 
Berlino  fra  il  18^20  e  il  1840. 
era  clamorosamente  caduto, 
vittim.a  in  parte  del  proprio 
carattere  altero,  insofferente  e 
sdegnoso,  ma  anche  un  poco 
di  una  critica  spietata  che  non 
si  era  stancata  di  combatterlo 
per  oltre  venti  anni  con  ogni 
sorta  di  armi,  e  del  gusto  va- 
riabile del  pubblico,  che  aveva 
oramai  concentrati  i  propri 
entusiasmi  sull'opera  del  Ros- 
sini e  del  Mayerbeer.  Convinto 
che  nulla  di  bello  e  di  nuovo 
fosse  stato  più  scritto  dopo 
di  lui,  non  potendosi  accon- 
ciare all'idea  che  il  suo  do- 
minio fosse  definitivamente 
cessato,  Gaspare  Spontini 
trascinava  dolorosamente  per 
r  Europa  la  vecchia  pei'sona 
onusta  di  decorazioni,  cer- 
cando nuovi  trionfi;  ma  egli 

era  morto  a  Parigi  come  a  Berlino  e  a  Dresda,  ove  in  quest'anno  1844 
Riccardo  Wagner,  grande  ammiratore  dello  Spontini,  suggerì  all'in- 
tendente del  Teatro  Reale  una  esecuzione  della  Vestale,  alla  quale  do- 
veva essere  invitato  fautore  che  si  trovava  allora  a  Berlino. 

Riccardo  Wagner,  in  questo  breve  ricordo  spontiniano  del  1844, 
si  dimostra  finissimo  umorista,  che  se  il  vero  carattere  dell' hiimonr, 
o  di  ciò  che  i  tedeschi  appellano  Incoììr/rHenz,  è  la  non  rispondenza 
fra  un  pensiero  logica  e  un  oggetto  percepito  dai  sensi,  e  lui  effetto  di 
ilarità  mista  ad  alcun  che  di  doloroso  e  di  amaro,  questo  carattere  si 
rivela  chiarissimo  a  noi  nelle  pagine  dedicate  dal  Wagner  al  maestro 
italiano,  questo  effetto  è  quello  che  riprova  ogni  lettore,  quando  abbia 
finito  di  scorrere  quelle  pagine.  Qual'era  il  pensiero  logico  di  Riccardo 
Wagner,  quando,  nel  1844,  suggeriva  l'invito  al  maestro  italiano? 
Quello  di  illustrare  la  scena  di  Dresda  con  un  capolavoro  della  grande 
scuola  melica  franco-italiana  che  aveva  fatto  capo  al  Gluck,  e  che 
aveva  avuto  lo  Spontini  come  ultimo  ed  illustre  rappresentante:  e  di  far 
eseguire  cpiell"  opera  sotto  la  direzione  dello  stesso  compositore,  cele- 
brato in  tutta  Europa,  e  d'altra  parte  ritenuto  ottimo  direttore  di  or- 
chestra per  le  perfette  esecuzioni  che  era  riuscito  ad  ottenere  dal  com- 


Biccardo  Wagner  a  trent'anni. 


310  GUGLIELMINA   SCHROEDER-DEVRIENT   E   GASPARE   SPONTliM 

plesso  dei  musicisti  del  Teatro  Reale  di  Berlino.  Lo  stesso  Wagner 
molti  anni  innanzi  aveva  assistito  in  Berlino  a  una  esec-uzione  del 
Fernando  Cortes  sotto  la  direzione  dello  Spontini,  e  ne  aveva  ricevuta 
una  tale  emozione  estetica,  da  essere  tratto  a  scrivere  nello  stile  della 
scuola  franco-italiana  il  Rienzi. 

Che  cosa  si  presenta  invece  ai  sensi  del  maestro  di  Lipsia"?  Innanzi 
tutto,  mentre  in  Dresda  si  faceva  ogni  sfoizo  per  rinviare  la  prima 
rappresentazione  della  Vestale,  a  causa  delle  richieste  esageiate  dell'au- 
tore, il  (piale  aveva  i)er  lettera  mostrata  la  convinzione  che  l'orchestra 
del  Teatro  Reale  sarebbe  stata  fornita  di  ottimi  strumenti,  il  tutto 
guernito  di  dodici  hiioni  contrahhassi,  un  bel  giorno,  quando  meno  lo 
attendeva,  Riccardo  Wagner  vede  entrare  nella  propiia  stanza  un  vecchio 
maestoso,  avvolto  in  un  lungo  jiastrano  azzurro,  il  quale  lieto  e  sor- 
ridente gli  dichiara  di  non  aver  mai  declinato  l'invito  fattogli,  e  di 
essere  pronto  a  incominciare  le  prove.  E  dopo  questo  strano  ingresso, 
e  per  tutto  il  tempo  in  cui  dimorò  in  Dresda.  Gaspare  Spontini  non 
cessò  di  far  passare  il  giovine  Kappellmeister  di  meraviglia  in  mera- 
viglia, e  di  eccitare  in  tutti  quelli  che  lo  avvicinavano  la  più  viva 
ilarità.  Dalla  richiesta  di  un  lungo  bastone  con  due  pomi  di  avorio 
alle  estremità  per  dirigere  l'orchestra,  e  che  egli  poi  afferrava  nel 
mezzo,  come  un  maresciallo  il  bastone  del  comando,  alla  paura  verde 
ch'ei  mise  in  corpo,  durante  una  ])rova,  ai  due  vecchi  ipocondriaci 
suonatori  di  viola,  che  non  avevano  eseguito  un  passaggio  secondo 
gli  intendimenti  del  maestro,  sì  che  questo  dall'alto  del  suo  scanno, 
aveva  loro  gridato  con  voce  cavernosa  e  sepolcrale:  «  I  suonatori  di 
viola  sono  morti!  »;  dai  discorsi  che  teneva  col  giovine  Wagner  in- 
torno alla  propria  musica  e  intorno  a  quella  dei  suoi  successori,  alla 
stranissima  scena  occorsa  nel  teatro  dopo  la  jirova  del  primo  atto  della 
Vestale,  quando  il  maestro  si  piecipitò  giù  dallo  scanno,  e,  non  es- 
sendosi accorto,  a  causa  della  forte  miopia,  che  gli  artisti  ed  i  régis- 
seurs  alla  sua  mossa  erano  fuggiti  in  tutte  le  direzioni,  si  era  messo 
con  grande  serietà  a  dichiarare  a  un  gruppo  formato  dai  macchinisti, 
dai  lampisti  e  da  alcuni  coristi,  i  quali  lo  riguardavano  curiosamente, 
che  era  necessario  aggiornare  la  rappresentazione  per  poter  fare  un 
numero  sufficiente  di  prove  ;  allo  apprendere  tutti  questi  episodi  il  riso 
spunta  naturalmente  sulle  nostre  labbra;  ma  ad  esso  è  pur  misto 
qualche  cosa  di  amaro,  poiché  noi  ricordiamo  che  cosa  era  stato  un 
giorno  Gaspare  Spontini,  e  siamo  mossi  a  deplorare  che  la  natura  non 
sia  abbastanza  provvida  da  illuminare  la  coscienza  di  queste  eccezio- 
nali figure  di  artisti,  per  far  loro  intendere  quando  sia  giunto  il  mo- 
mento di  trarsi  in  disparte,  quando  occorra  cedere  il  posto  ad  altri, 
nel  perpetuo  rinnovellarsi  delle  energie  nel  mondo  delle  manifesta- 
zioni intellettuali. 

Ma  vediamo  ora  che  cosa  accadde  la  sera  della  prima  rappresen- 
tazione. «  Questa  -  racconta  il  Wagner  -  fu  eseguita  con  grande  pre- 
cisione, e  fu  animata  dallo  zelo  degh  artisti,  ma  per  ciò  che  ha  riguardo 
alla  parte  princijjale,  mi  inconveniente  che  nessuno  di  noi  aveva  no- 
tato innanzi  saltò  agli  occhi  di  tutti.  Evidentemente  la  nostra  grande 
Schroeder-Devr-ient  non  era  più  in  età  da  rappresentare  la  parte  di 
Giulia;  essa  aveva  assunto  una  cert'aria  matronale  che  mal  si  addi- 
ceva con  la  qualificazione  del  libretto  :  la  più  giovane  delle  vestali. 
Questa  discordanza  risaltava  soprattutto  nel  confronto  con  una  grande 
vestale   qual'era   quella   della  interpretazione  di  Dresda.  Questa  parte 


GCGLIELMIXA    SCHROEDER-DEVRIEXT   E   GASPARE    SPONTIKI  311 

era  eseguita  da  Johanna  AVagner.  mia  nipote,  la  quale  contava  allora 
diciassette  anni  :  lo  splendore  giovanile  della  sua  bellezza  virginale  era 
sì  grande,  che  nessun  artificio  poteva  giungere  a  dissimularlo  :  di  più, 
il  fascino  irresistibile  della  sua  voce,  le  sue  felici  disposizioni  per  la 
forte  dizione  drammatica,  facevano  nascere  presso  tutti  gli  spettatori 
il  desiderio  involontario  di  vederla  scambiare  la  parte  con  quella  della 
grande  tragica. 

«  Questo  confronto  sfavorevole  non  poteva  sfuggire  all'acuto  colpo 
d'occhio  della  signora  Devrient;  essa  parve  credersi  conseguentemente 
obbligata  a  manteneisi  vittoriosamente  nella  sua  difficile  posizione, 
facendo  in  supremo  appello  a  tutte  le  risorse  della  propiia  intelligenza. 
Questo  sentimento  la  spinse,  in  molti  luoghi,  a  qualche  esagerazione, 
e  la  trascinò  anche,  iir  un  passaggio  importante,  a  un  errore  urtante. 

«  Dopo  il  grande  terzetto  del  terzo  atto  Giulia,  non  appena  il  suo 
amante  ha  trovato  la  salvezza  nella  fuga,  toma  esausta,  morente,  sul- 
l'avanscena,  e  dalla  sua  anima  oppressa  sfugge  questo  grido:  -  Egli 
è  salvo!  -  La  Schroeder  si  lasciò  andare  a  parlare  queste  parole,  in- 
vece di  cantarle. 

«  Già  più  di  una  volta,  nel  Fidelio,  essa  aveva  provato  quali  pos- 
senti trasporti  eccitava  nel  pubblico  per  effetto  di  una  parola  risolu- 
tiva, proferita  nell'eccesso  della  passione,  in  tono  che  la  ravvicinava 
al  puro  accento  parlato:  nel  brano:  -  L'n  passo  di  più  e  in  sei  morto,  - 
essa,  più  che  cantare,  parlava  la  parola  morto. 

«  Anch'io  avevo  provato  questo  effetto  sorprendente:  esso  derivava 
dal  prodigioso  tenore  dal  quale  ero  invaso,  sentendomi  Iiruscamente 
precipitato,  come  da  un  colpo  d'ascia,  dall'alto  della  sfera  ideale  ove 
la  musica  eleva  anche  le  situazioni  più  orribili,  sul  nudo  suolo  della  più 
spaventevole  realtà!  Ivi  eia  come  una  rivelazione  diretta  dei  limiti 
estremi  del  sublime  :  ricordandomi  questa  impressione,  io  non  posso 
farla  comprendere  meglio  che  jìaragonandola  al  baleno  che  illumina 
improvvisamente  due  mondi  del  tutto  distinti,  nell'istante  istesso  in 
cui  essi  si  toccano  e  tuttavia  si  separano  allatto,  e  ciò  in  tal  modo, 
che  in  questo  stesso  breve  istante  si  crede  veiamente  di  abbracciare 
l'uno  e  l'altro  con  un  solo  sguardo. 

«  Ma  qi  ale  estrema  difficoltà  per  afferrare  questo  lapido  istante! 
Qual  pericolo  scherzare  con  questo  elemento,  questo  temibile  elemento, 
e  cercare  di  appropriarlo  a  un  fine  personale!  Io  ne  feci  l'esperienza 
in  questa  circostanza,  dappoiché  il  tentativo  della  grande  artista  aborti 
completamente.  Udendo  questa  esclamazione  penosamente  emessa  con 
una  voce  sorda  e  rauca,  io  provai  con  tutto  il  pubblico  l'impressione 
di  ricevere  sulla  persona  una  doccia  d'acqua  gelata,  si  che  noi  tutti  non 
vi  vedemmo  altia  cosa  che  uii  effetto  teatrale  mancato!  » 

L'impressione  straordinaria,  ricordata  dal  Wagner,  prodotta  dalle 
interpretazioni  del  Fidelio.  si  riferisce  a  un  periodo  anteriore  della  vita 
aitistica  della  cantante  tedesca.  E  doveva  invero  esseie  un  effetto  dei 
più  sorprendenti,  se  noi  vediamo  rammemorate  quelle  interpretazioni 
da  tanti  artisti  e  da  tanti  scrittori.  In  uno  dei  documenti  inediti  che 
pubblichiamo  più  avanti,  Gaspare  Spontini  invita  la  Schroeder  a  can- 
tare nel  Teatro  Reale  di  Berlino  le  opere  proprie,  quelle  del  Gliick  e 
del  Mozart,  e  «  votre  elei  nel  Fidelio.  »  Blaze  de  Bui  y  (Il  ricorda  l'in- 
terpretazione della  figlia  dell'attrice   Schroeder,  della  bella  viennese 

(1)  Mnsicieiis  contemporains  -  Le  <t  Fidelio^  de  Beetìioven,Tpiig.  84-85  (Paris,  1856). 


312  GUGLIELMIXA    SCHROEDER-DEVRIEXT    E   GASPARE    SPOXTINI 

trageda  nell'anima,  «  di  questo  biondo  Fidelio  si  pieno  di  melanconia 
e  di  tenerezza,  i  cui  begli  occhi  si  velavano  di  lagrime  cosi  patetiche 
nella  scena  della  prigione,  e  che  si  sollevava  piìi  tardi  veemente,  ap- 
passionata, sublime  nella  sua  disperazione  ».  \'ictor  Wilder  dedica  un 
capitolo  del  suo  libro  su  Beethoven  (1)  a  questa  interpretazione.  Fi- 
nalmente la  ricorda  Riccardo  Wagner  nel  1844.  ma  come  con  un  rim- 
pianto, nel  paragonarla  alla  disastrosa  esecuzione  della  parte  di  Giulia 
nella  Vestale. 

La  Schroeder-Devrient,  che  che  ne  dica  Edouard  Schure,  sulla 
scorta  del  giornale  intimo  della  cantante  pubblicato  da  Clara  de 
Gliimer,  non  si  ritrasse  in  tempo  dalla  scena  dell'opera.  Volendo  a 
a  quaranfanni  eseguire  ciò  che  le  riusciva  facile  a  trenta,  quand'era 
ancora  dotata  di  grande  elasticità  di  organo  vocale  e  di  quelle  atti- 
tudini e  risorse  teatrali  che  con  l'andare  degli  anni  natuialmente 
scompaiono,  ricorda  quella  grande  artista  italiana  che  alcuni  anni 
addietro  pretese  cantare  su  un  teatro  della  Spagna  l'aria  «  Gran  Dio 
morir  sì  giovane  »,  con  manifesta  ribellione  ai  diritti  imprescrittibili 
del  tempo,  dappoiché  il  mezzo  secolo  era  per  lei  già  trascorso  da  un 
pezzo.  11  pubblico  di  quella  città  iberica  fece  una  esecuzione  som- 
maria dell'audace  artista,  e  nessuno  potrà  accusare  quel  pubblico  di 
poca  cavalleria,  perchè  esso  era  stato  evidentemente  guidato  nella  sua 
esecuzione  da  un  puro  criterio  estetico. 


Non  più  preciso  mi  sembra  Edouard  Schuré  quando  analizza  i 
varii  elementi  dei  quali  si  compose  il  carattere  morale  della  Schroe- 
der-Devrient, assurgendo  da  essi  a  una  sintesi  psicologica. 

Dice  lo  Schuré  :  l'esistenza  di  Guglielmina  Schroeder-Devrient  è 
tutta  dominata  dal  conflitto  doloroso  fra  l'arte  e  la  vita,  reso  più 
acuto  da  una  natura  che  considerava  l'una  e  l'altra  seriamente.  Essa 
aveva  una  volontà  fei'rea  e  al  tempo  stesso  un  immenso  bisogno  d'amare; 
essa  concentrò  nella  propria  esistenza  tutta  la  grandezza  dell'artista  e 
della  donna,  e  la  loro  doppia  sorgente  di  potenza  e  di  sofferenza.  Umore 
variabile,  è  vero,  ma  al  tempo  stesso  in  lei  si  scoprono  tutti  gli  istinti 
della  donna  di  casa,  che  ricerca  lungi  dal  mondo  il  dolce  riposo  della 
intimità  familiare  ;  vita  randagia  e  tempestosa  per  le  necessità  stesse 
dell'arte,  ma  nulla  di   meno  holième  della  casa  di  questa  donna. 

Lo  Schuré,  Mealista  trascendente  in  ogni  sua  manifestazione  in- 
tellettuale, in  questo  genio  drammatico  e  musicale  non  vuol  vedere 
alcim  che  di  volgare,  alcuna  cosa  che  lo  riavvicini  alla  maggior  parte 
dei  mortali.  Ma  Guglielmina  Schroeder-Devrient  appartiene  alla  storia 
dell'arte,  e  niun  particolare  della  vita  di  lei  jiuò  sfuggire  all'indagine 
della  critica  estetica,  perchè  anche  dai  fatti  apparentemente  più  insi- 
gnificanti della  vita  di  chi  è  nel  dominio  della  storia  dell'arte  può  trarsi 
lume  per  spiegare  qualche  speciale  manifestazione  geniale  dell'artista. 

Già  il  primo  divorzio  di  Guglielmina  Schroeder  dall'attore  Carlo 
Augusto  Devrient  getta,  a  mio  parere,  un'ombra  un  poco  fosca  sulla 
natura  di  questa  donna.  Carlo  Augusto,  giovanissimo,  aveva  preso 
parte,  come  i  più  dei  suoi  connazionali,  alla  guerra  di  liberazione 
del  181.3  contro  la    Francia.    Aveva   venticinque  anni,  ed  era  già  un 

{V)  Beethoven,  sa  vie  et  son  cent  re  -  Witlielmiiie  Schroeder-Devrient  dans  ^  Fi- 
delio  '  (Paris,  1883),  pag.  434-441. 


GUGLIELMINA   SCHROEDER-DEVRIEXT    E    GASPARE    SPOXTINI  313 

attore  di  merito,  dotato  di  distinzione  e  di  facilità  naturale,  quando 
sposò  la  Schroeder.  Questo  matrimonio,  dice  Edouard  Schuié,  sempre 
guidato  dalle  memorie  di  Clara  de  Gliimer,  non  fu  felice,  e  dopo  cinque 
anni  fu  sciolto  da  un  divorzio.  Guglielmina  Scliroeder-Devrient  volle 
prendere  sopra  di  sé  tutta  la  odiosità  della  rottura,  e  acconsenti  a 
separarsi  dai  figli  che  adorava. 

Di  quale  natura  fosse  questa  infelicità  coniugale,  non  è  dato  sa- 
pere; nessuna  speciale  imputazione  è  elevata  dallo  Schuré  e  dalla 
Gliimer,  fautori  ad  ogni  costo  della  Schroeder,  contro  il  povero  Carlo 
Augusto  Devrient.  Nessuna  nota  discordante  che  possa  in  qualche 
modo  offuscare  il  buon  nome  dell'attore  si  rinviene  nelle  biografìe 
di  lui.  dalle  quali  si  apprende  che  egli  mori  vecchio  ad  Hannover, 
amato  da  tutti  per  il  proprio  carattere.  Né  Guglielmina  avrebbe  potuto 
ripetere  in  confronto  del  proprio  marito  la  frase  comune  ai  giovani 
romantici  dell'epoca  del  suo  primo  divorzio:  Non  sono  compresa. 
Innanzi  tutto  la  Schroeder-Devrient,  natura  appassionata  ed  esuberante 
quanto  si  vuole,  non  fu  mai  romantica  ;  seguace  delia  Musa  tragica, 
l'arte  di  lei  può  ben  definirsi  con  le  parole  dello  stesso  Schuré  :  «  Ella 
portò  a  un  grado  insuperabile  la  declamazione  drammatica  nel  canto 
e  inventò,  con  la  bellezza  del  gesto,  una  plastica  nuova  del  corpo 
umano,  una  sorta  d'autoscultura  modulata  dal  genio  della  musica  ». 
Essa  é  intimamente  legata,  per  la  natura  del  suo  genio,  a  quel  mo- 
vimento estetico  tedesco  che,  iniziatosi  verso  la  metà  del  secolo  di- 
ciottesimo, seguitò  ininterrotto  fino  alla  scuola  critica  e  letteraria 
della  Giovine  Germania,  e  al  quale  si  riattaccò  più  tardi  Riccardo 
Wagner;  movimento  che  fu  tendenza  costante  alla  penetiazione  del- 
l'antica anima  greca.  Ciò  basti  per  affermare  il  perfetto  equilibrio 
delle  facoltà  psichiche  di  questa  donna,  la  quale  per  certo  non  fu 
mai  afflitta  dalla  malattia  delle  anime  romantiche,  risolventesi  nel 
perpetuo,  doloroso  inseguimento  di  ombre  inafferrabili.  E  d'altronde 
nessuno  più  di  Carlo  Augusto,  nepote  del  celebre  attore  Ludwig 
Devrient  e  appartenente  a  una  famiglia  che  ha  dato  numerosi  artisti 
non  spregevoli  alla  scena  tedesca,  era  in  grado  di  apprezzare  i  meriti 
artistici  della  giovine  raogli'^. 

Che  cosa  dovremo  adunque  pensare  di  questo  primo  divorzio  della 
Schroeder-Devrient'?  Io  non  oso  qui  pronunziare  un  giudizio  definitivo, 
perchè  mancano  gli  elementi  sufticienti  per  farlo  ;  solo  parmi  sia  bene 
tener  presente  che  la  cantante  tragica,  pur  di  abbandonare  la  propria 
casa  e  il  proprio  marito,  consenti  a  separarsi  dai  teneri  figli. 

Il  divorzio  da  Carlo  Augusto  Devrient  è  del  1838  ;  l'amore  per 
l'utfìciale  Doering  incomincia  nel  1843.  Quale  fu  nell'intervallo  la  vita 
di  questa  Titanide  consunta  dall'ardore  del  fuoco  prometeico,  come 
la  chiama  lo  Schuré,  di  questa  donna  che.  al  dire  di  Clara  de  Glùmer, 
aveva  tutti  i  gusti  e  tutti  i  pregi  della  donna  di  casa"?  Lo  dicono  chiara- 
mente alcuni  documenti  inediti  che  si  riferiscono  alle  rappresentazioni 
date  dalla  Schroeder  sulle  scene  del  Teatro  Reale  di  Berlino  nel  18-34  (1). 

Nel  dicembre  del  183!2  Gaspare  Spontini,  direttore  generale  della 
musica  reale  e  primo  maestro  di  cai)pella  del  re  di  Prussia,  scriveva 
alla  Schroeder-Devrient,  in  quell'ep  )ca  legata  da  regolare  contratto 
al  Teatro  Reale  di  Dresda,  invitandola  a  recarsi  a  Berlino  per  cantare 
su  quelle  scene,  con  una  scrittura  permanente  che  doveva  durare 
quattro    mesi,  corrispondenti  a  quelli   del    congedo  che  le  assicurava 

(1)  Questi  documenti  sono  conservati  noll'archivio  comunale  di   Iesi. 


314  GUGLIELMINA    SrHROEDER-DEVRlEXT   E    GASPARE   SPOKTIXI 

il  contratto  col  teatro  di  Dresda;  aggiungendo  che,  OAe  la  scrittura 
permanente  non  avesse  potuto  essere  conclusa,  la  Schroeder  sarebbe 
stata  trattata  in  Berlino  come  Gastròlle. 

Come  è  noto,  Gastròlle  vuol  dire  parte  d'ospite.  Nei  paesi  tedeschi 
è  uso  che  cantanti  appartenenti  ad  un  teatro  si  rechino  in  certi  pe- 
riodi a  dare  rappresentazioni  sulle  scene  di  altre  città  (nelle  quali 
sono  accolti  come  ospiti),  o  per  dar  prova  del  proi)rio  valore,  o  per 
ottenere  un  impiego  fisso,  o  per  acquistare  maggior  fama,  e  contem- 
poraneamente in  cerca  di  vantaggi  pecuniari. 

Nell'epoca  in  cui  era  stato  direttore  degli  spettacoli  di  Corte  in 
Berlino  Augusto  Guglielmo  Iftland,  le  paiti  d'ospite  di  notevoli  ar- 
tisti di  altre  scene  vi  erano  state  poco  ficquenti.  Esse  invece  assunsero 
grande  importanza  nel  periodo,  splendido  ]ier  il  Teatro  Reale  di  Ber- 
lino, dell'intendenza  del  conte  von  Biiihl,  e  sotto  il  successore  di 
questo,  il  conte  de  Redcrn  (1),  il  quale  era  intendente  degli  spettacoli 
reali  (]uando  lo  Spontini  scriveva  alla  S'cbroeder-Devrient,  inviandole 
anche  il  contratto  ch'essa  avrebbe  dovuto  firmare,  in  questi  termini  (2): 

«  Je  Yous  prie  de  bien  me  pardonner,  Madame,  si  je  n'ose  plus 
compter  sur  vos  paroles  tant  et  tant  de  Ibis  à  moi  par  vous  deja 
données  et  autant  de  fois  manquées. 

«  Il  ne  faut  jamais  plus  songer  à  des  gastiolles  pour  vous  à 
Berlin.  Madame,  mais  seulement  à  un  enga gemevi  permavetit.  J'ac- 
cepte  par  consequent  votre  offre  de  vous  rendre  ici  au  1='  mars  pro- 
chain  pour  debuter  dans  Siatira  (3).  et  non  par  d'autres  róles  (sine 
qua  ìioii)  ensuite  dans  Cor/ea-,  dans  la  Vestale,  dans  Alcidor  (4),  dans 
Agnes  von  Holiefìstaufetì,  dans  Alceste,  dans  Aimide,  dans  Ics  Ipìiige- 
nies,  dans  D.  Amia,  la  comtesse  dans  Figaro,  dans  votre  eternel  Fi- 
delio,  etc,  mais  à  condition  que,  du  1^'  mars  vous  restiez  ici  jusqu'à 
la  fin  de  juin,  au  moins.  Si  votre  engagement,  tei  que  Vous  l'accep- 
tates  ici,  il  y  a  deux  ans,  sera  conclu  et  sancì ionné.  comme  je  l'espère, 
par  Sa  Majesté  le  Boi,  il  commencera  du  joiu',  où  Vous  aurez  fait  la 
première  repétition  de  Statira,  et  de  ce  Jour  commenceront  vos  appoin- 
temens;  mais  si  par  quelque  coutrarieté,  qv.e  je  ne  prevois  pas,  votre 
engagement  ne  seiait  pas  conclu,  signé  et  sanctionné.  dans  ce  seni 
cas  l'administration  vous  traiterait  comme  gastròlle  ainsi  que  par  le 
passe  du  1"  mais  jusques  à  la  fin  de  juin  suivant. 

«  Mais,  comme  je  ne  poiurais  pas  entreprendre  tant  d'immenses 
travaux  pour  tout  le  Personnel  de  nolre  théatre  royal  et  de  fortes 
depenses,  pour  remettre  de  nouveau  en  scène  t'ous  les  giands  opéras 
sus  indiquès  de  Giti ck  et  de  moi,  j'ai  besoin,  Madame,  que  Vous  me 
repondiez  imniediatenient  et  que  Vous  m'envoyez,  sigtié  par  lous, 
l'engagement  ci  coni  re  (en  fran^ais  sans  y  changer  un  seni  mot),  car 
autrement  "N'ousne  trouveriez  rien  de  prét  à  votre  arrivée  ici,  et  j'abban- 
donerai  entièrement  tous  ces  projets. 

«  Agre'ez,  je  vous  prie.  Madame,  l■e^pression  de  ma  aniitié  les- 
peciueiise,  et  de  mon  veritable  intéret  pour  vous. 

«  Berlin,  ce  11  Xbie  1832. 

«  Spontlvi  ». 

(1)  Cfr.  E.  Genée,  Biindcit  Jaìire  des  Kiinigìiclien  Sciciitspiels  in  Berliiir 
1786-1886.  Berlin.  Hoffmann  und  Campe,  1886,  in-8. 

(2)  Diamo  questo  documento  e  il  successivo  nella  loro  ortografìa  oi  iginale. 

(3)  Nella  Olimpia  dello  Spuntini. 

(4)  Opera  berlinese  delio  Spontini. 


GUGLIELMINA    SCHROEDER-DEVRIENT   E    GASPARE    SPONTINI  315 

«  Moi  soussignee  Wilhelmine  Schróder-Devrient,  jepromets,  m'o- 
blige  et  m'engage  sur  l'honneur  et  sous  peine  du  dedit  ici  bas  indique' 
et  consenti  envers  radministration  du  théatre  royal  de  Berlin,  de  me 
rendre  ponctuellement  et  irrevocablement  dans  cette  ville,  le  1"  mais 
prochain  1833,  pour  y  debuter  dans  le  iòle  de  Statira,  et  successi- 
vement  dans  ceux  de  la  Vestale,  d'Amazil)/  dans  Cortes,  d'Oriane 
dans  Alcidor  et  d'Irinengard  dans  Agnes  voìì  Hohevsfaufen,  dans 
Alceste,  Armido,  dans  les  Iphìgetiies  etcetera:  et  cela  pendant  le  cours- 
des  qnatre  mois  entiers  de  mon  congé  aux  quels  me  donne  droit  mon 
engagement  de  Dresde. 

«  Si  l'engagement  que  Flntendance  g.''  des  Spectacles  royaiix 
de  Berlin  me  proposa,  il  y  a  deiix  ans.  et  que  J'acceptai,  sera  conclu 
et  sanctionné  par  S.  M.  le  Roi,  je  me  regarderai  comme  appartenant 
au  tliéatre  royal  de  Berlin  et  mes  appointemens  commenceront  à  courir 
du  jour  de  la  première  répétition  d'Olimpie.  Si  cet  engagement  ne 
sera  pas  sanctionné,  dans  ce  seul  cas  je  serai  traitée,  pendant  les 
quatre  mois,  comme  gastroUe  aux  mémes  couditions  que  par  le  passe, 
et  dans  le  cas  enfìn  où  je  voudrais  par  un  motif  quelconque  ne  point 
remplir  en  tout  et  pour  tout  les  presentes  obligations,  je  promets, 
m'oblige  et  m'engage  de  payer  au  méme  moment  du  manque  de  ma 
part  et  par  mon  fait  le  dedit  de  deiix  mille  ecus  de  Prusse  en  taveur 
de  radministration  royale  de  Berlin  entre  les  mains  du  Ministre  de 
Sa  Majesté  Prussienne,  par  tout  où  je  me  trouverai. 

«  Dresde,  ce  ...  Xbre  1832. 

Siyné    «  WlI.HELMINE    SCHRODER    DeYRIEXT  ». 

Guglielmlna  Schroeder-Devrient  era  comparsa  una  prima  volta 
sulle  scene  della  capitale  prussiana  nel  1823.  e  una  seconda  volta  nel 
1828,  nel  quale  anno  si  presentò  nel  teatro  della  Kovigstadt.  eccitando 
il  più  vivo  entusiasmo.  Non  sappiamo  per  quale  ragione  non  potesse 
tenere  l'invito  del  maestro  italiano  per  la  primavera  del  1833;  essa 
invece  comparve  sulk  scene  berlinesi  l'anno  seguente,  e  vi  diede 
quelle  grandi  interpretazioni  cne  ebbero  un'eco  si  profonda  nel  pub- 
blico e  nella  critica  berlinese. 

Pare  cbe  nel  1833  lo  Spontini,  mentre  trattava  con  la  Schroeder 
per  la  scrittura  di  Berlino,  si  rivolgesse  a  un  musicista  italiano  resi- 
dente in  Dresda,  per  chiedergli  notizie  intorno  alla  grande  artista. 
Ignoriamo  chi  fosse  l'anonimo  musicista  italiano  che  rispondeva  da 
Dresda  allo  Spontini  dandogli  le  richieste  informazioni.  Parla  l'ano- 
nimo di  una  propria  opera  musicale,  ed  afferma  di  aver  diretto  sulle 
scene  del  Teatro  Reale  di  Dresda  perire  volte  Das  Schloss  Catidra  (1) 
del  maestro  tedesco  VVolfram  ;  e,  se  non  fosse  una  evidente  difformità 
di  scrittura  e  di  stile,  saremmo  portati  a  ritenere  autore  di  questa 
lettera  l'illustre  musicista  Francesco  Morlacchi,  il  quale  nel  1811  aveva 
avuto  la  nomina  a  vita  di  primo  maestro  della  cappella  reale  e  diret- 

(1)  Das  Sc/i/oss  Condro  (Il  Castello  di  Condro),  opera  tedesca  di  Giuseppe- 
Maria  Wolfram,  fu  eseguita,  secondo  i  signori  Clément  e  Largisse  Dictionnaire 
des  opéras.  Paris  1897),  a  Berlino  nel  1833,  procurando  un  grande  successo  alla 
cantante  signorina  Griinbaiira.  Dalla  lettera  dell'anonimo  allo  Spontini  risulta 
intanto  che  l'opera  del  Wolfram  era  già  stata  eseguita  in  Dresda  negli  ultimi 
mesi  del  1832,  protagonista  la  Schi  oeder-Devrient.  In  quest'opera  tedesca  sì 
notano  alcuni  bei  cori. 


316  GUOLIEL.MIXA    SCHROEDER-DEVRIEXT    E   GASPARE   SPOXTIXI 

tore  deiropera   italiana  in  Dresda,   ed  aveva    passata    quasi    tutta  la 
propria  esistenza  nella  capitale  sassone. 

Chiunque  sia  l'autore  di  questo  documento  inedito,  i)oi  che  esso 
ci  permette  di  gettare  uno  sguardo  curioso  ed  indiscreto  nella  vita 
propria  del  teatro,  in  un'epoca  abbastanza  lontana  da  noi  e  impor- 
tantissima nella  storia  dell'arte,  lo  pubblico  qui  per  intiero. 

«  Signor  Cavaliere  Pregiatissittio, 

«  Aggradisca  i  miei  vivi  ringraziamenti  ])er  la  compiacenza  avuta 
di  far  eseguire  quanto  desideravo:  farò  capitare  a  Posta  corrente  la 
cartina  di  rilascita  della  Real  Intendenza  Generale  al  Sig.''  Cerf,  onde 
egli  faccia  immaatijiente  stxuliaie  la  mia  opera:  nello  stesso  tempo 
mi  fo  un  dovere  di  informarla  esattamente  di  quanto  ricerca  sul  conto 
della  Devrient. 

«  Questa  Cantante  arrivata  qui  il  3  settembre  p.  p.  cantò  dopo 
alcuni  giorni  di  riposo  il  Ficleìio,  e  una  settimana  dopo  la  Desdemona 
neìV  Otello  in  lingua  italiana  col  più  grand' impegno,  per  cui  la  Real 
Direzione  credette  che  questa  cantante  continuerelibe  con  lo  stesso 
zelo  ad  eseguire  le  sue  parti  ogni  settimana  due  volte,  ma  essa  dichiarò 
immantinente  che  non  era  venuta  a  Dresda  per  perder  la  voce  ma 
per  riposarsi  (è  un  aggradevole  riposo  goder  cinque  mille  talleri  di 
paga).  Dopo  di  questo  gii  venne  affidato  la  parte  principale  nell'opera 
di  Wolfram  Schloss  Candra  per  cui  mostrò  estrema  ritrosia,  non  inter- 
venne nelle  prime  cinque  prove  di  Cembalo  ora  per  scusa  d'indispo- 
sizione, o  di  stanchezza,  per  levare  ogni  impedimento  si  fecero  in 
sèguito  le  prove  di  Cembalo  in  casa  sua  come  essa  desiderava  spe- 
rando che  le  cose  anderebbero  meglio  :  le  assicuro  Sig. ■"  Cavaliere  che 
ci  vuol  una  grandissima  pazienza  di  studiare  un'Opera  con  questa  cara 
Signora,  ])oichè  già  alle  prove  non  canta  che  sottissiino  coce,  quello 
che  le  sembra  un  po'  alto,  lo  canta  in  ottava  bassa,  non  pronuncia 
ne"  periodi  un  po'  difficili  di  canto  parole  alcune,  articolando  sempre 
aaa...  i  sbagli  che  fa  nelle  prime  prove  di  Cembalo,  li  fa  sempre  in 
quelle  d'Orchestra  e  successivamente  in  tutte  le  rappresentazioni  come 
fu  nell'opera  di  Wolfram,  e  quasi  sempre  nelle  stesse  situazioni,  prova 
chiarissima  che  non  studia  niente  da  se  ricadendo  ognora  ne'  stessi 
difetti:  il  povero  Wolfram  ha  sofferto  moltissimo  per  questa  Signora, 
che  ebbe  la  sgarbatezza  in  un  momento  d'impazienza  di  gettare  a'  piedi 
del  Compositore  la  parte  sua  e  calpestarla.  Quest'opera  dovette  esser 
differita  d'alcuni  giorni  poiché  le  prove  d'Orclie.stra,  e  particolar- 
mente la  generale  andavano  così  male  a  cagione  di  questa  Cantante, 
si  sperava  che  le  cose  potessero  andar  meglio,  ma  indarno,  tutto  av- 
venne come  dissi  sopra:  il  Compositore  diresse  la  sua  opera  una  sol 
volta,  ed  io  tre,  tutto  andiede  benissimo,  fuorché  quello  che  cantava 
la  Devrient.  Dopo  questo  si  studiò  la  Straniera  di  Bellini  per  la  quale 
dimostrava  somma  premura,  e  quasi  si  sperò  che  le  cose  cambiereb- 
bero  in  meglio  ;  ma  già  le  prove  di  Cembalo  si  incominciarono  in  casa 
sua,  cosa  che  mi  dispiace  moltissimo  per  mille  oggetti  di  distrazione 
ohe  vi  sono,  ora  pitture,  oia  libri  che  distolgono  ai  Cantanti  l'attenzione 
necessaria  nello  studio;  alla  fine  d'ogni  prova  viene  qualche  visita 
importuna  di  qualche  polacco  seccatore  che  ci  disturba  assaissimo; 
io  mi  son  lamentato  con  i  Sig.'''  Maestri  di  questi  disordini,  ma  sembra 
che  tutti  tremino  davanti  a  questa  Armida  incantatrice:  le  prove  d'Or- 
chestra della  Straniera  andiedero  quasi  come  quelle  del  Schloss  Candra 


GUGLIELMINA    SCHROKDER-DEVRIENT   E   GASPARE    SPOXTINI  317 

a  cagione  dei  precitati  difetti,  mancanza  di  studio,  attenzione  etcetera: 
essa  non  destò  in  quest'opera  l'entusiasmo  che  sperava,  all'incontro 
le  assicuro  che  il  gran  furore  di  prima  è  quasi  estinto,  e  non  vi  sono 
che  i  Polacchi  che  lo  risentono  per  essa  :  in  quanto  alla  sua  condotta 
morale  non  posso  dirle  niente  di  nuovo,  trattandola  quanto  meno  la 
posso,  e  non  tidandomi  troppo  delle  asserzioni  altrui  su  questo  punto; 
credo  però  che  sia  quella  che  era,  giacché  non  diede  fino  ad  ora  alcun 
segno  di  conversione.  Fra  suoi  adoratori  si  distingue  il  conte  Potocki  (1) 
che  ho  veduto  ogni  volta  da  essa  alla  tine  delle  prove  ;  di  questo  gio- 
vane non  avvenente  e  mctnfafo  verranno  qui  fra  breve  i  suoceri  per 
condurlo  via,  e  finir  ogni  disordine. 

«  Eccole  carissimo  Sig.''  Cavaliere  quanto  so,  e  posso  asserirle  in 
coscienza  sul  conto  della  Sig.''^  Sdiróder-Devrìenf,  pregandola  di  cuore 
di  mettere  a  esecuzione  tosto  che  avrà  letta  la  presente  ciò  che  mi 
promise  di  fare  come  rilevo  dall'ultima  sua. 

«  La  Real  Direzione  non  lia  fatto  nessun  guadagno  nel  scritturare 
questa  Cantante  che  canta  quello  che  vuole,  e  come  vuole,  trattando 
con  troppa  confidenza  anzi  impertinenza  la  suddetta  Amministrazione. 

«  Credo  che  se  essa  potesse  traspirare  quanto  Le  scrivo,  mi  truci- 
derebbe al  certo.  Mi  raccomando  dunque  a  Lei  onde  questo  non  av- 
venga. Porgendole  distinti  ossequi  sì  a  Lei,  che  alla  degnissima  di  Lei 
Consorte,  da  parte  anche  di  mia  Moglie  e  rispettivi  Genitori,  mi  pro- 
fesso con  la  distìnta  stima  di  Lei  Sig.  Cavaliere 

«  Dresda  i  Gennaro  1833 

«  ossegnioso  Serro 


Edouard  Schure,  il  quale  in  qualche  parte  della  sua  biografia 
della  Schroeder  la  dipinge  come  un  tipo  ideale  di  Ofelia  dai  grandi 
occhi  azzurri  e  dalla  splendida  capigliatura  bionda,  ricorda  altrove  una 
sua'  visita  a  Riccardo  Wagner,  nell'epoca  in  cui  questi,  esule  in  Sviz- 
zera, dimorava  nella  villa  dì  Tribschen  presso  Lucerna,  e  dice  che 
mentre  nel  salone  del  maestro,  attendendo  questi,  volgeva  intorno 
curiosamente  lo  sguardo,  esso  fu  attratto  irresistibilmente  da  un  bu.sto 
di  donna  dai  tratti  del  volto  rilevati  e  spiccanti,  dai  grandi  archi 
sopraccigliari,  che  conferivano  a  quella  fisonomia  una  espressione  di 
volontà  e  di  energìa.  Entrato  il  Wagner,  lo  scrittore  francese  richie- 
segli  chi  fosse  la  donna  la  cui  efiìgie  aveva  un  si  strano  aspetto.  E  il 
maestro  di  Lipsia  rispose:  «  Essa  è  Guglielmina  ScJiroeder-Devrient, 
la  grande  cantante  tragica  tedesca  mìa  inspìratrìce  ». 

lo  non  ho  mai  avuto  sotto  gli  occhi  alcun  ritratto  dì  questa  donna, 
ma  ogni  volta  che  ho  considerato  nelle  memorie  e  negli  scritti  este- 
tico-critici del  tempo  le  attitudini  artistiche  e  l'alta  intelligenza  dì  lei, 
ho  immaginato  una  figura  muliebre  dai  tratti  del  volto  un  poco  duri, 
leggermente  ma.scoIinì,  così  come  è  descritta  la  scultura  che  lo  Schuré 
contemplò  nella  di)nora  del  Wagner:  ho  sempre  immaginato  un  tipo 
dì  donna  che  per  i  caratteri  fisici  esteriori  si  avvicinasse  a  quello  della 

(1)  È  questi  probabilmente  il  eonte  Tommaso  Potocki  (1810-1861),  apparte- 
nente alla  grande  famiglia  storica  della  Polonia.  Egli  aveva  preso  parte  alla 
guerra  di  indipendenza  contro  la  Russia,  del  1831.  I  seccatori  polacchi  de'  quali 
è  parola  in  questa  lettera,  sono  evidentemente  i  rappresentanti  dell'emigrazione 
riversatasi  dalla  Polonia  nella  capitale  sassone  dopo  quella  guerra  sfortunata. 


318  GOGLIELMIXA    SCHROEDER-DEVRIEN'T   E    GASPARE    SPONTINI 

seconda  Caterina  e  di  qualche  altra  donna  che  si  è  detto  sia  stata  toc- 
cata dall'ala  del  genio  :  ed  ho  pensato  che  quei  tratti  esterni  fossero 
specchio  dell'anima  e  segno  esteriore  al  tempo  stesso  della  natura  fìsica 
di  queste  donne. 

Siamo  qui  ben  lungi  dalle  sfere  eteree  che  ama  percorrere  la  imma- 
ginazione di  Edouard  Schuré.  11  genio  è  di  natura  mascolina:  esso 
diffìcilmente  va  disgiunto  da  una  fervida  fantasia,  e  la  fantasia  sbri- 
gliata porta  comunemente  con  sé,  nella  vita  quotidiana,  talune  abitudini 
che  l'opera  di  tutti  gli  scrittori  idealisti,  trascendentali  e  temperanti 
di  questo  mondo  non  può  far  mutare.  Nessun  contlitto  nella  Schroeder- 
Devrient  fra  l'arte  e  la  vita:  le  manifestazioni  dell'una  e  dell'altra,  al 
contrario,  sono  in  perfetto  accordo,  una  sola  energica  pulsazione  vitale 
ne  regola  i  mo^  imenti.  Propensione  alla  vita  familiare,  interno  di  casa 
il  meno  bohème  che  si  possa  immaginare?  L'anonimo  informatore  di 
Dresda  del  1833  rimette  ogni  cosa  a  posto.  Ora  noi  possiamo  com- 
prendere qualche  cosa  del  divorzio  da  Carlo  Augusto  Devrient.  E  l'amore 
successivo  per  il  giovane  Doering  illumina  pienamente  la  psiche  della 
donna.  11  bisogno  di  darsi  e  di  amare,  dice  lo  Schuré.  spinse  come 
una  fatalità  questa  donna  fra  le  braccia  dell'ufficiale  sassone.  Essa  si 
illuse  fino  all'ultimo,  fino  al  giorno  susseguente  a  quello  del  matri- 
monio, quando  finalmente  si  avvide  che  l'individiio  da  lei  prescelto 
era  null'altro  che  un  volgare  avventuriero. 

Quando  Guglielmina  Schroeder-Devrient  fu  presa  da  amore  per  il 
Doering,  aveva  trentanove  anni,  cioè  una  età  nella  quale,  se  non  è 
più  permesso  eseguire  sulle  scene  la  parte  di  giovane  vestale  e  di  ten- 
tare certi  straordinari  effetti  drammatici  senza  precipitare  nel  ridicolo, 
tanto  meno  è  lecito  illudersi  di  poter  attaccare  seriamente  alla  propria 
esistenza  quella  di  un  uomo  più  giovane,  mediante  le  fascinazioni  di 
una  celebrità  ormai  tramontata,  mediante  il  prestigio  di  un'arte  che 
non  è  che  un  ricordo. 

Ma  è  poi  vero  che  la  Schroeder.  donna  se  non  di  genio,  certo 
intelligentissima,  ebbe  questa  illusione"?  È  mai  possibile  che  per  quattro 
anni  (che  tale  fu  il  tempo  trascorso  dall'inizio  della  folle  passione 
all'epilogo  matrimoniale)  costei  non  sia  riuscita  a  scoprire  la  vera  na- 
tura morale  del  Doering  e  le  ignobili  mire  pecuniarie  di  lui?  Tutto 
ciò  esce  dai  limiti  delle  possibilità  conosciute,  e  per  comprendere  il 
perdurare  della  passione  della  Schroeder  per  tanti  anni,  la  ferma  sua 
volontà  di  sposare  l'avventuriero  e  la  firma  a  occhi  chiusi  di  quel 
contratto  che  portava  la  totale  rovina  finanziaria  di  lei,  noi  dobbiamo 
discendere,  lo  perdoni  lo  scrittore  idealista  Schuré.  dalle  sfere  eteree 
nelle  quali  egli  ama  vagare,  nelle  basse  paludi  della  psicologia  ses- 
suale. Noi  ci  troviamo  di  fronte  a  un  fatto  molto  comune:  una  donna 
che,  se  non  può  dii'si  giunta  sul  limitare  della  vecchiaia,  certo  è  arri- 
vata a  quella  età  che  suol  chiamarsi  critica,  è  presa  dall'altrui  gio- 
vinezza e  forse  dall'altrui  fisica  bellezza  a  tal  punto,  da  dimenticare 
se  slessa,  la  propria  dignità  e  il  proprio  decoro,  da  trascurare  ogni 
elementare  criterio  di  difesa  personale,  pur  di  appagare,  in  una  asso- 
luta schiavitù  dei  sensi,  un  puro  istinto  sessuale.  A  questo  fatto  della 
comune  psicologia  aggiungete  la  superiorità  intellettuale  della  Schroeder, 
la  sua  sbrigliata  fantasia,  questi  caratteri  mascolini  per  eccellenza;  l'ec- 
citamento del  sistema  nervoso  che  dovevan  produrre  le  creazioni  delle 
parti  tragiche  e  la  susseguente  necessità  di  ritornare  in  qualche  modo 
all'equilibrio  e  al  funzionamento  normale  dei  nervi,   e  voi  compren- 


GUGrilBLMrVA   SCHROEDER-DEVRIE.N'T    E    GASPARE    SPOXTIN'I  319 

derete  chiaramente  tutti  gli  episodi  e  tutti  gli  errori  dell'amore  di  lei 
per  il  Doering. 

Il  prosatore  francese,  trattando  della  vita  di  Guglielmina  Schroeder- 
Devrient,  ha  scritto,  come  è  sua  ahitudine,  pagine  abbaglianti  per  lo 
splendore  della  forma,  ma  un  documento  storico-psicologico  di  un  va- 
lore assai  discutibile.  E  il  suo  errore  consiste  in  ciò,  ch'egli  ha  voluto 
«saminare  questa  figura  storica  attraverso  la  lente  dello  scrittore  ultra- 
idealista, autore  di  un  dramma  errato  nelle  sue  basi.  I  suoi  amici  di 
Parigi  hanno  applaudito  lepidamente  a  quel  dramma,  e  noi  non  met- 
teremo la  biografia  ch'egli  ci  ha  data  della  Schroeder-Devrient  tra  le 
opere  che  portano  qualche  lume  nella  storia  dell'arte  drammatica  e 
musicale.  Edouard  Schuré  nulla  ha  aggiunto  alla  sua  fama  con  queste 
sue  opere  recenti.  Ma  egli  resta  per  noi  l'autore  illustre  e  ammirato 
della  storia  del  dramma  musicale,  il  poetico  e  sincero  analizzatore  dei 
drammi  musicali  di  Riccardo  Wagner,  e  sopra  tutto  1" illustratore  me- 
raviglioso della  canzone  popolare  tedesca  in  quella  sua  Histoire  dit 
Lied,  che  è  necessario  meditare  e  studiare  per  iniziarsi  alla  compren- 
sione di  tre  dei  massimi  geni  musicali  della  Germania:  Weber,  Schu- 
bert  e  Wagner. 

Giuliano  Boxacci. 


LA  SCENA  DI  PROSA 


/  Ciompi  di   Valentino   Sokliini  —  L'  Ondiiui  ili  Marco   Praga  —  //  aiudice  di 
Térésah. 

Il  dramma:  1  Ciompi,  di  Valentino  Soldani.  è  la  piima  j)ailedi 
una  tetralogia,  della  quale  l'altro  dramma:  Calendimaggio  forma  la 
seconda  parte.  Calevdiììtaggio  fu  rappresentato  al  teatro  «  Valle  », 
quando  lo  battezzarono  «  Casa  di  Goldoni  ».  dalla  compagnia  di  Ermete 
Novelli  ;  I  Ciompi,  di  recente,  al  teatro  «  Nazionale  »,  dalla  com- 
pagnia di  Angelina  Pagano,  diretta  da  Ferruccio   Garavaglia. 

A  un  amico  che,  dopo  il  successo  del  Calendimaggio,  gli  chie- 
deva, per  il  giusto  interesse  destato  da  quella  rappresentazione,  no- 
tizia della  piima  parte,  /  Ciompi,  e  del  piano  della  tetialogia,  il  Sol- 
dani cortesemente  rispondeva  che  nel  dramma  I  Ciompi,  «  ...coordinato 
per  legame  d'idea  all'osservazione  storica  stabilita  in  quattro  epoche 
di  cui  il  ritorno  al  potere...  privato  di  Cosimo  è  la  seconda,  come  della 
tetralogia  che  io  intendo  di  fare.  Calendimaggio  è  la  seconda  parte  », 
nel  dranmia  /  Ciompi  «  ho  esaminato  il  primo  movimento  di  ribel- 
lione plebea,  della  grande  plebe  fiorentina,  alla  cui  fine  si  affaccia, 
come  al  principio,  la  prima  figura  della  famiglia  che  doveva  tiran- 
neggiare Fiorenza:  Salvestro  de'  Medici.  -  1  iVIedici  sono  proprio  lo 
scopo  del  mio  studio,  o  meglio  l'anima  repubblicana  fiorentina  che 
deve  necessariamente  cedere  il  posto  al  potere  tiraiuiico  dei  Medici.  ~ 
Così  in  questi  miei  Ciompi  ho  esaminato  quest'anima  conturbata, 
violentata  dalle  fazioni  ugualmente  losche,  ravvivandone  l'imagine 
in  Maddalena,  come  nel  Calendimaggio,  imagine  di  quest'anima  non 
più  incerta,  ma  totalmente  votata  ai  Medici,  è  Simonetta.  -  Poiché  la 
storia  d'ogni  città  italiana  ci  offre  un'epoca  gloriosa  o  triste  sempre 
profondamente  educatrice...,  non  è  mia  intenzione  arrestar  l'opera  mia 
alla  tetralogia  fiorentina  ». 

E  sta  bene.  Non  solo,  ma  certo  le  intenzioni  e  la  promessa  me- 
ritano tutta  la  simpatia  degli  spettatori  e  tutto  l'interesse  della  cri- 
tica. Per  le  intenzioni,  il  Soldani,  un  giovane  scrittore  che  scioglie  i 
primi  passi  in  un  arduo  cammino,  invece  di  avviarsi,  raffazzonando, 
rimpastando,  -  peggio  ancora,  con  la  cosidetta  abilità,  sciagurata  con- 
sigliera, ricalcando  più  o  meno  destramente,  -  ha  un  proposito  deter- 
minato, una  visione  e  un'idea,  sue;  si  assegna,  cosciente,  un  dovere  e 
una  meta  :  il  dovere  vuole  compiere,  la  meta  vuol  raggiungere  ;  e  per 
riuscire  all'uno  e  all'altra  rivela  la  tenacia  di  una  prepaiazione  fli 
serietà.  Per  la  promessa,  poi,  egli  eleva  dovere  e  meta  a  un  ideale 
che,  anche  nel  desiderio,  è  nobilissimo,  e  ribadisce  il  diritto  che  il 
giovine  scrittore  ha  conquistato,  fin  dal  presentarsi  primo,  a  quella  sim- 
patia di   spettatori  e  a  quell'interesse  di  critica.  Il   Soldani,   così,  va 


LA   SCENA    DI   PROSA  32t 

annoverato  fra  quella  giovine,  sottile  per  ora,  schiera  eli  scrittori  che 
dà  a  bene  sperare,  sia  pure  intenzionalmente  ancora,  delle  sorti  della 
scena  italiana  :  e  che  il  pubblico,  goffamente  incerto,  ha  torto  di  non 
circondare  del  forte  amore    clie  si  merita. 

Ma  è  appunto  per  quel  diritto,  che  alla  simpatia  e  all'interesse 
va  accompagnata,  per  ogni  prova  di  tali  giovani,  la  schiettezza:  la 
schiettezza,  appaia  pur  anclie  rude,  nel  rilevare  gli  errori  che  possono 
compromettere  intenzioni  giuste,  visioni  elette,  serietà  e  dignità  di 
propositi.  -  E  questo  è  il  caso  del  dramma  I  Ciompi. 

11  Soldani,  con  esso,  non  vien  meno  a  quanto  per  le  intenzioni 
è  apprezzabile;  ma  è  nel  rispecchio  di  queste  intenzioni  che  procede 
male.  E  procede  male  perchè,  arrivando  alla  scena,  par  le  dimentichi 
o,  più  preciso,  le  afferma  con  fiacchezza.  11  suo  errore  non  è  di  con- 
tenuto, è  di  tecnica:  si;  ma  è  appunto  la  tecnica,  opportunamente 
e  illuminatamente  adoperata,  che  deve  esprimere  l'idea  e  dare  soffio  di 
vita  al  contenuto.  Ora.  il  Soldani  ha  trascurato,  ne'  Ciompi,  quanto 
necessariamente  doveva  costituire  il  quadro  scenico,  per  insistere  in- 
vece su  quanto  non  può,  nel  caso,  costituirlo,  o,  al  più.  deve  confon- 
dersi  armonicamente  in  esso. 

È  semplice.  Lo  stesso  Soldani,  scrivendo  sotto  I  Ciompi,  il  titolo: 
La  Folla,  indicava  bene  quale  fosse  l'elemento  che  il  quadro  scenico, 
nel  vario  svolgimento,  dovesse  animare  e  spadroneggiare.  La  Folla. 
Ecco;  la  folla,  nella  osservazione  psicologica  della  quale,  per  i  varii 
stadi,  risiedono  il  fine  e  le  vie  di  quel  quadro  scenico.  E  la  folla  do- 
veva essere,  mi  si  consenta  dire,  protagonista.  L'episodio  nel  quale 
il  Soldani  vuole  riassumere,  alla  conclusione,  la  vicenda  dell'anima 
di  quella  folla  -  e  cioè  la  morte  di  Maddalena,  la  morte  dell'anima 
repubblicana  fiorentina,  conturbata  nello  slancio,  nell'ardore;  violen- 
tata, spenta  -  non  deve  rappresentare  che  la  pennellata  ultima,  com- 
prensiva, ma  in  derivazione  diretta,  e  simbolicamente  indicante,  pre- 
cisamente, la  vicenda  vissuta  nello  scenico  quadro  dall'anima  di  quella 
folla.  Invece... 

Invece,  passando  dalla  visione,  bella  visione,  all'esecuzione,  lo 
scrittore  si  è  perduto.  Ha  scordato  la  folla,  nella  sua  integrità  d'anima  : 
cioè,  la  prende  e  la  lascia,  e  insiste  nell'episodio  portandolo  nel 
quadro  al  posto  che  la  folla  doveva,  largo,  tutto,  occupare  ;  e  la  folla 
caccia  in  fondo.  Egli  stesso  avverte  l'errore,  e,  di  quando  in  quando, 
la  folla  fa  irrompere  ;  ma,  per  l'oblio  e  l'incertezza,  accade  natural- 
mente questo:  -  che  quelle  corsette  in  iscena,  o  tumulti  di  dentro,  - 
s'odan  pure  campane  martellanti  furiose  a  riscossa  o  lente  rintoc- 
canti a  mortorio,  si  levin  \mve  dai  gruppi  e  gruppetti  di  comparse 
grida  di  evviva  o  grida  di  abbasso  a  nomi  indicanti  l'avvicendarsi 
dei  momenti,  si  raccontin  pure  da  femmine  e  da  maschi  le  fasi  della 
cronaca  cittadina  -  quelle  corsette  in  iscena  non  appaiono  nemmeno 
stadi  elementari  della  vicenda  dell'anima  della  folla  ;  ma  intermezzi  a 
coretti  fra  le  situazioncelle  dell'episodio,  il  quale  alla  sua  volta  perde 
il  suo  fine  e  diventa  la  passione,  triboli  e  morte,  con  relativi  teatrali 
incidenti,  di  una  umile  sventurata. 

Non  era  questo,  certo,  che  nella  visione  sorrideva  al  Soldani. 
Il  quadro  doveva  essere  grandioso.  Lo  credo.  Pure,  per  l'errore  di 
tecnica,  nella  fattura  risulta  un  quadruccio  che  poco  offre  alla  discus- 
sione, quel  poco  anzi  come  per  repertorio  che  il  Soldani  sicuramente 
abborre;  -  e  il  dramma  J  Ciompi,  alla  ribalta,    non  è  l'intravveduto 

21  "^ol-  evi,  Serie  TV  -  16  lugUo  1903. 


322  LA   SCENA    DI    PROSA 

dramma  dell'anima  repubblicana  florentina,  ma  il  dramimiccio  della 
povera  ragazza  popolana,  Maddalena  :  seduzione,  morte  di  bimbo, 
pentimento  di  patrizio,  nuove  sciagure,  caso  di  epidemia...,  e  via  : 
alle  comparse  del  quale  drammuccio  fu  imposto  il  nome  di  Ciompi  : 
l'azione,  a  Firenze,  mille  e  tanti... 


Carlo  Benelti  e  Maria,  marito  e  moglie.  Ma  Curln  lia  tolto  Maria 
alla  scena  coreografica.  Maria,  ballerina. 

Di  qui  muove  la  commedia  di  Marco  Praga,  L'Ondina:  V Ondina 
è  Maria:  nomignolo  di  scenico  ricordo. 

Carlo  Ila  fatto  di  Maria  la  moglie  legittima,  fascia  di  sindaco  e 
benedizione  di  curato,  perchè...  perchè  non  ha  potuto  riuscire  altri- 
menti. Maria  gli  piaceva  :  gli  piaceva,  unicamente.  Egli  non  la  vede 
e  non  la  subisce  che  sensualmente.  Quella  creatura  era  per  lui  un  bel 
corpo,  che  gli  faceva  smarrir  la  ragione  nelle  vertigini  del  senso.  L'ha 
sposata.  È  felice  "?  No.  Carlo  è  sempre  soggiogato  dalla  materiale  bel- 
lezza di  Maria  :  e  anche  quando  i  dubbi  torturatori  lo  assalgono,  e 
questi  dubbi  preponderanti  gli  mandano  alle  labbra  ci'udeli  parole 
per  Maria,  il  fascino  di  quella  bellezza  lo  tenta.  Ma  i  dubbi  persi- 
stono. Dal  giorno  che  ha  sposato  Maria,  egli  ha  la  preoccupazione, 
per  l'origine  di  lei,  del  probabile  inganno.  Si  è  allontanato  dalla  grande 
città,  da  Milano;  si  è  ritirato  in  una  villa  della  Brianza,  con  la  moglie, 
la  famigliola.  1  dubbi  sono  incessanti,  persecutori,  soffocanti  ;  e  a 
poco  a  poco  rendono  Carlo  tuia  creatui'a  morbosa.  Egli  giunge  a  sur- 
logare  la  moglie  fin  nelle  più  umili  mansioni  famigliari  :  e  intanto, 
assiduo,  tormentoso,  il  timore  primo  si  trasforma  in  paura,  in  sgo- 
mento, in  terroi'e:  il  sospetto  è  omai  implacabile  ombra  che  gli  toglie 
ogni  pace. 

E  Maria?  Se  Carlo  avesse  ragione...;  ma  la  verità  è  che  Maria  non 
doveva  imbattersi  nel  cammino  della  vita  in  quel  Carlo,  mediocre  e 
fiacco.  Maria  si  era  trovata  alla  scuola  e  nel  corpo  di  ballo,  così,  per- 
chè ci  si  era  trovata  ;  ma  s'annidava  in  lei,  e  ancora  s'annida,  la 
tempra  d'un' amante  unica,  di  una  esemplare  moglie,  di  una  mamma 
santa.  La  situazione  alla  quale  Carlo  ora  1'  ha  condannata,  l'addo- 
lora, l'irrita,  e  l'offende  la  nauseante  certezza  di  essere  desiderata  solo: 
non  amata  come  il  suo  cuore  sa  amare,  non  rispettata  come  invoca  la  di- 
gnità che  ella  porta  nei  nuovi  doveri.  Carlo  non  sa  leggere  nell'anima 
sua,  -  è  il  dolore  ;  Carlo  le  assegna  un  inferiore  ufficio  nella  vita,  - 
è  l'oltraggio.  Non  la  tenerezza,  non  la  fiducia,  non  il  riguardo  cui 
ella,  amante,  sposa,  madre,  sa  di  aver  diritto  :  diritto  di  coscienza,  e 
che  nella  vita  diversa  da  quella  nella  quale  era  capitata,  aveva  la  no- 
bile ambizione  di  affermare  ;  infatti  la  sua  resistenza  ai  desiderii  del 
giovinotto  non  era  stata  calcolo,  ma  espressione  spontanea  e  sincera 
della  sanità  dell'anima  sua,  materiata  di  purezza,  di  fede,  di  amore. 

Dal  contrasto  di  queste  due  anime,  cosi  disparate,  segue  quello  che 
pili  o  meno  è  facile  prevedere,  -una  dolorosa  catastrofe. 

Carlo  acconsente  a  lasciar  la  solitudine.  Si  ritorna  in  città.  Mail 
suo  stato  morboso  si  acuisce  in  un  crescendo.  Non  piìi  i  rimproveri, 
le  malinconie,  il  rodimento,  -  l'insulto  volgare.  Carlo,  credendo  di 
scorgere  nella  innocente  vivacità  di  Maria  la  prova  lampante  dei  suoi 
tormenti  dubbiosi,  giunge  a  picchiarla.  Maria,  sconvolta  fino  alla 
esasperazione,  dimentica  pur  della  creaturina,  lei,  in  un  impeto  folle. 


LA   SCENA    DI    PROSA  323 

fugge  dalla  casa,  corre  alla  scuola  di  ballo...  Ma  il  triste  delirio  ha 
breve  durata.  Ella  ritorna  presso  il  marito:  alla  casa.  In  Brianza.  La 
lotta  continua  di  dubbio  e  di  sospetto  ha  logorato  la  fibra  meschina 
di  Carlo:  F  infelice  n' è  morente:  e  Maria,  che  pur  devotamente  lo 
assiste,  sente  fiorir  nell'anima  qualche  cosa  di  tenero  e  di  onesto  per 
mi  amico  della  famiglia  che  solo  l'aveva  compresa,  qualche  cosa 
che  le  consentirà  quando  che  sia  di  manifestare  le  qualità  nobili  del 
suo  spirito  da  Carlo  così  stupidamente  ignorate  e  martirizzate.  Ella 
sarà  certo  la  forte  amante,  la  eccellente  sposa,  la  mamma  sacra,  pur 
capitando  dalla  scuola  di  ballo  e  dalla  scena  coreogi'afica. 

Date  queste  due  creature,  date  queste  due  anime,  poteva  risultare 
una  commedia  eccellente  o  una  commedia  mediocre,  secondo  che  l'au- 
tore avesse  scelta,  per  lo  svolgimento  di  esse  nel  quadro  scenico,  una 
via  invece  dell'altra.  E  qui  risiede  l'errore  della  commedia  di  Marco 
Praga.  Dire  a  uno  scrittore:  «  Ma  perchè  quelle  anime  sono  cosi  e 
non  altrimenti?  »,  e,  nel  caso,  chiedere  al  Praga  :  Ma  perchè  quel  Carlo 
è  plasmato  così»,  e  cosi  Maria'?»,  è  lo  stesso  che  andar  ricercando 
perchè  un  uomo  e  una  donna  e  un  uomo  e  una  donna,  nella  identica 
situazione,  agiscano  quelli  in  un  modo  e  questi  in  un  altro,  modi  dia- 
metralmente opposti.  Quel  che  si  deve  volere,  rigorosamente,  dallo 
scrittore,  è  che  le  anime,  quale  si  sia  la  loro  tìsonomia,  siano,  nei 
mezzi  che  si  adottano  per  la  scenica  rievocazione,  delineate,  lumeg- 
giate, rispecchiate,  spiegate  cosi,  e  col  semplice  loro  movimento  spon- 
taneo di  vita,  da  far  esclamare  a  chi  le  segue  nel  loro  andare  :  «  Eh, 
già  :  quali  sono,  non  possono  svolgersi  che  come  si  svolgono,  come 
vivono  debbono  vivere  ».  Lo  scrittore  è  biasimevole  quando  non  con- 
sente questa  vidimazione  allo  ascoltatore.  Marco  Praga  non  la  consente 
coli' Ondina:  e  non  la  consente  appunto  perchè  ha  scelta  la  via  che 
conduce  a  una  commedia  mediocre. 

La  via  dell'eccellente  commedia  è  semjilice.  Sia  pure  logora  la  si- 
tuazione, sian  pure  alquanto  singolari,  anche  singolarissime,  le  crea- 
ture informatrici  del  quadro  scenico,  se  l'autore  si  affida  allo  studio 
delle  anime,  e  delle  anime  al  libero  esplicamento  di  vita,  non  c'è  pe- 
licolo  che  cada  in  errore  :  potrà  riuscire  di  tanto  o  di  quanto,  secondo 
la  potenzialità,  ma  si  troverà  certo  sul  cammino  sicuro;  e  le  forme 
della  sua  commedia  dovranno,  certamente,  riuscire  le  adatte,  cpiindi  le 
valide.  11  male  prorompe  quando  l'autore  pianta  la  vita  delle  anime 
vedute  o  intravvedute,  e  si  avvia  al  teatro,  a  chiedere  al  laboratorio 
delle  qidnte,  sempre  sollecito,  le  forme  per  quel  qualsiasi  brano  di  esi- 
stenza che  vuol  rispecchiare  nel  quadro  scenico.  Egli  riesce  a  questo: 
€he,  a  traverso  ([uelle  storte,  quei  filtri  e  quei  lambicchi,  la  umanità 
prima  delle  creature  è  deformata,  e  il  resto  segue  di  legittima  conse- 
guenza immediato. 

E  (fuesto  ha  fatto  Marco  Praga.  Aveva  veduto  due  anime.  Io  studio 
di  queste  due  anime  vissuto  nel  quadro  scenico  sarebbe  stato  interes- 
sante, specialmente  quello  riguardante  Maria;  e  nossignori:  egli  ha 
chiesto  al  paleoscenico  i  mezzi  di  riproduzione.  Si  sa:  paese  che  vai, 
usanza  che  trovi:  quello  del  palcoscenico  è  il  paese  peggiore,  nel  caso: 
figurarsi  le  usanze  !  Ed  ecco  le  due  anime,  le  due  creature,  calate  in 
quel  chimico  bagno,  perder  la  faccia  umana,  diventare,  forse,  che  so, 
due  «  parti  »,  «  primo  attore  »,  «  pinma  attrice  »,  e  la  commedia  preci- 
l)itar  nella  fattura  teatrale,  senza  il  risparmio  di  alcun  ingrediente 
di  taglio,  di  condotta,  di  situazioni,  di  etì'etti,  di  «  personaggi  »... 


3^4  LA    SCENA    DI    PROSA 

Qui,  per  Y Ondina,  occorrerebbe  arrestarsi.  Se  si  dovesse  tener 
conto  del  risultato,  anclie  questa  discussione  andrebbe  giudicata  esa- 
geratamente larga.  iMa  invece  bisogna,  dovere  pieciso.  aggiungere 
questo.  L'Ondina  è  certo  una  mediocre  commedia;  ma  deve  rallegrarci 
la  sua  apparizione  sui  palcoscenici  paesani.  Non  già  percliè  in  essa 
è  una  visione  giusta  d'osservazione  di  anime,  guastata  poi  dall'ese- 
cuzione attinta  al  teatro  e  non  alla  vita;  ma  percbè  essa  è  apporta- 
trice di  una  novella  particolarmente  cara.  Con  V Ondina,  dopo  il  lungo 
penoso  silenzio.  Marco  Praga  ritorna  alla  scena,  il  campo  che  ai  ])rimi 
passi  gli  si  aprì  largamente  promettitore.  L'errore  d'ora  si  attribuisca 
così  alla  emozione  del  buon  lavoratore  disavvezzo  che  ripiglia  l'aìre;  e 
la  disamina  severa  si  confonda,  si  perda  nell'augurio  consolatore 
dell'anima:  che  il  novo  inizio,  cioè,  si  licolleghi,  gagliardo  di  maggioi-e 
coscienza  e  di  maggiore  esperienza,  in  continuazione  felice,  a  quei  giorni 
riboccanti  di  speranze  alle  ([uali  non  sappiamo,  non  vogliamo  rinun- 
ziare: ai  giorni  AeW Amico,  delle  Vergini,  della  Moglie  ideale,  di  Al- 
lei uj  a... 


Il  trionfo  del  giusto  e  la  rìgida  coscienza.  Forte  di  questa  reli- 
gione di  dovere.  Marco  Sfarini  ha  indossato  la  toga  del  giudice, 
tradizione  immacolata  nella  sua  casa,  di  padre  in  tìglio.  Ma,  al  piinio 
passo,  ha  provato  l'infamia  e  il  dolore  della  vita.  Vi  fu  chi  tentò  cor- 
romperlo. Egli  scacciò  via  colui  ;  ora  colui  era  un  possente  o  un  pre- 
potente; e  il  giudice  Starini  con  un  trasloco  fu  sbalzato  dal  Veneto 
in  Sicilia.  Facile,  a  chi  può,  trovare  una  qualsiasi  nota  caratteristica 
di  inettitudine.  Giovine,  offeso  nelle  nobili  fedi  dell'anima,  Starini 
avrebbe  voluto  gettar  via  la  toga;  ma  la  moglie,  ma  i  figli...  I  figli! 

La  ingiustizia  e  l'oltraggio,  la  rovina  dell'avvenire,  hanno  addo- 
lorato quell'anima,  ma  non  avvilita.  Guida  costante,  anche  dopo  la 
prova  amara,  di  quel  magistrato,  il  trionfo  del  giusto,  la  rigidità  della 
coscienza.  Ma  è  un'angoscia  la  sua  vita.  Lo  Sfarini  ora  risente  più 
pungente  la  crudeltà  della  ingiustizia  patita.  Son  passati  gli  anni:  e 
nessuna  speranza  di  progredimento  nel  suo  ufficio.  Egli  ha  chinato  il 
capo  quando  il  danno  cadeva  sul  suo  amor  proprio,  sulle  sue  illusioni, 
sulle  convinzioni  di  bene  e  di  rettitudine  che  nella  vita  credeva;  ma 
il  pane  quotidiano  adesso,  ma  le  urgenze  della  casa,  ma  l'educazione 
dei  figli,  dei  tigli  la  salute... 

Qui  si  apre  il  dramma:  //  Giudice,  di  «  Térésah  ».  Nuovi  avveni- 
menti, alcuni  fatali  altri  occasionali,  si  abbattono  su  quel  cuore,  su 
quella  coscienza.  Nella  aspra  lotta  d'ogni  gioi-no.  se  intatta  continua 
l'onestà  del  magistrato,  l'uomo  è  torturato  dalle  angoscie  cosi  che  Un 
ranticipata  canizie  rivela  il  quotidiano  martirii).  A  quanto  deve  prov- 
vedere, con  quella  magra  paga!  Ora  si  aggiunge  la  malattia  di  una 
figliola.  11  medico  ha  parlato  chiaro:  urgente  la  cura  in  un  sanatoiio, 
se  no  nessuna  speranza.  Sfarini  ha  chiesto  un  sussidio  al  Ministero 
per  riparare  in  qualche  modo  alle  strettezze  più  inesorabili;  ma  egli 
non  sa  fare:  il  sussidio  è  negato.  È  costretto  a  chiedere  a  un  com- 
pagno la  firma  a  una  cambiale.  LTn  magistrato...  oh...;  e  il  collega 
rifiuta  ammonendo  solenne.  Intanto  Vonorevole  De  Rosa  si  reca  dallo 
Sfarini,  e  gli  parla  d'una  sua  causa,  alli)  Sfarini  per  lo  studio  affidata: 
causa  che  per  Vonorevole  De  Rosa  è  l'agio  o  la  miseria.  Lo  Sfarini, 
per  quanto  manchino  ancora  documenti,  alla  prima  visione  crede  noa 


LA   SCE.VA    DI    PROSA  325 

spetti  la  ragione  al  De  Rosa.  11  De  Rosa  discute,  cerca  convincere, 
copertamente  minaccia.  Starini  non  piega:  ma  ricorda;  gli  piombe- 
ranno addosso  nuove  sciagure:  alle  sue  creature,  anche. 

Dieci  mesi  dopo.  Tutto  sorride  nella  casa  dello  Staiitìi.  La  figliola 
ammalata  è  guarita  ;  e  si  parla  d"un  matrimonio:  matrimonio  dell'altra 
figliola  del  gtiidice,  e  col  figliolo  dell' ovorevole.  C'è  di  più:  Sfarinisi 
vede  da  tutti  riverito  e  ossequiato:  si  corre  da  lui  per  farsi  raccoman- 
dare, h'oiiorecole  De  Rosa  ha  vinto  la  causa...  Ma  Sfarini  è  triste 
fra  l'allegrezza  degli  altri.  Egli  non  sa  darsi  conto  di  quanto  accade. 
Per  la  risoluzione  delle  sue  urgenze  si  è  indebitato  fino  all'osso  con 
usurai:  e  quante  alla  causa,  completi  i  documenti,  ha  giudicato  secondo 
la  rigidità  della  sua  coscienza  impeccabile:  per  la  giustizia.  Così, 
quando  a  poco  a  poco,  -  per  parole  equivoche  di  collega  ;  per  frasi  che 
sfuggono  alla  gente,  perfino  alla  moglie  ;  per  il  favore  che  l'onorevole, 
lui  non  postulante,  a  sua  insaputa  gli  va  dimostranr'o  -  quando  a 
poco  a  poco  Sfarini  comincia  a  rilevare  che  si  possa  credere  come  la 
vittoria  nella  causa  dell'onorevole  derivi  da  mancanza  di  lui,  Starini, 
alla  coscienza,  alla  giustizia,  al  dovere,  è  sorpreso  prima,  addolorato 
poi,  turbato  infine.  Turbato  a  segno  che  quasi  farnetica. 

Ma  come!  quello  che  è  stato  il  suo  strazio,  e  cioè  l'aver  dovuto 
ricorrere  alla  rovixia  del  debito,  all'usura,  è  creduto  risultato  di  cor- 
ruzione accettata!  Il  suo  onore,  la  sua  coscienza,  il  suo  dovere.  E 
allora  quell'idea  diventa  angosciosa  fissazione.  11  dubbio  penetra  nel- 
l'anima di  quel  galantuomo,  che  va  chiedendosi,  spasimante,  se  sia 
venuto  meno  o  no  alle  religioni  di  sua  vita:  e  si  persuade  che  egli,  sì, 
ha  mancato,  ma  non  per  quel  che  dice  la  gente:  per  quello  che  ha  com- 
piuto e  nessuno  sa,  rindebitarsi  cioè,  le  cambiali:  e  cerca  scuse,  difese: 
i  figli...  un  padre...  Intanto  la  gente...  Vorrebbe  allora  rompere  il 
matrimonio  della  figliola  :  ma  può  contendere  quella  ventura  alla  sua 
creatura?...  Le  chiacchiere  malevoli  aumenteranno  così...  La  mente  dello 
Starini  va  sconvolgendosi,  e  l'organismo  già  risente  la  percos.sa.  Ed 
ecco  il  colpo  estremo.  Quando  egli  si  tormenta  per  il  pagamento  delle 
cambiali,  una  cifra  di  ventimila  lire,  la  moglie  gli  dice,  ella  crede  con 
cautele,  che  nella  cesta  di  nozze  le  ha  ritrovate:  grazioso  dono,  vin- 
colo d'affètto  famigliare,  dell' onorevole.  Ora,  i  tormenti  della  sua  co- 
scienza, di  esser  venuto  meno  alla  diritta  linea,  dinnanzi  a  sé.  per  i 
contratti  debiti,  si  confondono  con  i  terrori  per  le  voci  della  gente  che 
crede  abbia  egli  venduta  la  sua  coscienza  nel  giudizio  della  causa;  e 
un  novo  dubbio,  un  novo  martirio  lo  assale:  chi  sa,  inconsapevol- 
mente, spinto  dalle  sue  condizioni...  È  quasi  la  follia,  -  e  quel  cuore 
si  spezza. 

Lodevole  è  in  questo  dramuia.  innanzi  tutto,  l'osservazione  dalla 
quale  deriva.  «  Térèsah  »  non  si  è  atterrata  alla  facile  fatica  di  pe- 
scare, come  accade,  pur  troppo  e  spesso,  nelle  consuetudinarie  com- 
binazioni di  repertorio,  una  combinazione  diversa,  attìdandosi.  in  misera 
accontentatura.  al  movimento  diverso  dei  pezzetti  abituali.  Ha  fatto 
anche  di  più.  Ha  cercato  qualche  cosa,  e  sia  pure  tra  gli  umili,  che 
geme,  che  sanguina  in  un  cantuccio  della  vita  quotidiana,  così  da 
elevarsi,  a  traverso  il  rispecchio  della  vita  di  creature,  all'ammoni- 
mento, che  risulta  spontaneo  e  fa  dolorosamente  pensare. 

Lodevole  è  poi.  in  questo  dramma,  la  visione  e  composizione  del- 
l'anima delle  creature.  La  creatura  informatrice  è,  e  deve  essere,  lo 
Starini;  le  altre,  pur  avendo  un  aspetto  proprio,  debbono rappresen- 


326  LA   SCENA    DI    PROSA 

tare  determinazioni  per  la  vicenda  dell'anima  di  quella  creatura  ;  ed 
è  così  nel  quadro  scenico.  Felicemente  «  Térésah  »  dà  soffio  di  vita 
alla  persona,  e  fazione  negli  stadi  e  nelle  fasi  di  quell'anima  si  rias- 
sume, e  per  le  fasi  e  per  gli  stadi  di  quell'anima  si  svolge.  Ne  è  a 
dirsi  se  il  campo  sia  ristretto  o  sia  vasto:  lo  scrittore,  qualsiasi  con- 
fine si  assegna,  non  deve  che  compiere  il  dovere  che  dall'assegnazione 
gli  tocca;  e  «  Térésah  »  rigorosamente  lo  compie.  Lo  compie  così  che 
è  lecito  appunto  seguire  fin  gl'imponderabili  moti  di  quella  coscienza 
a  traverso  i  casi  varii  che  l'agitano,  ed  è  consentilo  di  stabilire  che 
nel  destino  che  la  travolgerà  quella  coscienza  avrà  quelle  tali  mani- 
festazioni, precise,  non  altre.  Yale  a  dire  che  la  scrittrice  scegliendo 
la  scena,  si  è  preoccupata  di  quel  che  sventuratamente  fin  troppo  si 
oblia:  e  cioè,  la  persona,  la  persona  viva,  nell'organismo  e  nell'anima; 
e  questa  è  la  via  che  può  condurre,  elevare,  al  caratteie  :  il  carattere 
che,  veduto  o  no,  per  lo  meno  ambito  o  no,  stabilisce  in  chi  si  avanza, 
scrittore  sul  palscoscenico,  la  speranza  o  no  di  affermarsi  autor  dram- 
matico seriamente  e  unicamente  detto. 

Lodevole  è  infine  in  questo  dramma,  la  fattura.  «  Térésah  »  è 
riuscita  degnamente  neiradattaniento  delle  forme,  appunto  perchè  ha 
avuto  la  piecisa  intenzione  di  mandare  alla  ribalta  una  creatura  viva 
e  non  una  creatura  teatrale.  Ha  chiesto  quindi  i  cosiddetti  tecnici 
mezzi  alle  necessità  del  movimento  di  vita  dalle  anime  derivanti,  non 
già  ai  puntelli  e  alle  sfoltine  dal  luilcoscenico  offerte  nei  casi.  Cosi, 
l'azione,  le  situazioni,  e  in  conseguenza  la  inquadratura,  la  condotta 
e  il  dialogo  non  hanno  artifici  e  toiture  di  laboratorio:  seguendone, 
per  tal  modo,  un  altro  beneficio,  piìi  alto,  epperò  insisto  :  che  la  scrit- 
trice, volendo  significare,  dire  qualche  cosa  con  il  suo  quadro  scenico, 
la  significa,  la  dice,  efficace  e  chiara,  con  la  semplice  vita  delle  crea- 
ture, e  non  ha  bisogno  di  cadere  nel  commento,  nella  illustrazione, 
nella  spiegazione,  sian  stemperate  nella  chiacchiera  o  collocate  al 
posto  dell'anima  nei  ridevoli  Tizi  e  Cai  che  la  ribalta  adopera  in  tali 
uffici  in  rappresentanza  dello  scrittore  fra  le  quinte. 

Ed  ecco  perchè,  per  il  dramma  di  «  Térésah  »,  Il  Giudice,  all'ap- 
plauso pieno  degli  spettatori  deve  rispondere  l'ampio  incoraggiamento 
della  critica. 

Edoardo  Boutet. 


"  NOS  AMIS  LES  ENNEMIS  " 


La  Francia  potrebbe  essere  raffigurata  in  questi  giorni  nella  veste 
di  Diogene,  con  la  relativa  lanterna  :  un  Diogene  in  cerca...  del  wew /co 
ereditario. 

Il  nemico  ereditario  -  che  è  stato  per  tanto  tempo  una  delle  neces- 
sità dell'indole  francese,  non  meno  imperiosa  di  quella  dell'aperitivo 
prima  del  pranzo  -  era  rappresentato,  dopo  il  1870.  dalla  Germania: 
ma  il  rispetto  lia  finito  per  tar  tacere  l'ostilità,  senza  dire  delle  se- 
duzioni non  indnrno  tentate  abilmente  da  Guglielmo  II  per  ammansare 
un  carattere  tutt'altro  che  insensibile  ai  complimenti. 

Dopo  la  Germania,  è  venuta  la  volta  dell'Italia;  e  non  occon-e 
ricordare  raccauimciito  dei  fatti  e  delle  parole  durato  per  un  tempo 
tutt'altro  che  breve  ed  esercitato  in  tutti  i  modi,  con  npetuta  recru- 
descenza, ogni  qual  volta  l'Italia  mostrava  di  voler  vivere  liberamente 
per  proprio  conto  e  di  saliere  riuscirvi,  tutelando,  di  fronte  alla  Francia 
come  di  ftonte  agli  altri  Stati,  dignità  ed  interessi. 

Inutile  l'insistere,  tanto  più  che  ora  la  pace  è  fatta,  sia  perchè  gli 
avvenimenti  si  sono  incaricati  di  smentire  certi  pregiudizi  senza  fon- 
damento, sia  perchè  lo  svolgersi  della  politica  interna  francese  ha  in- 
fluito anche  suU'indiiizzo  della  politica  internazionale,  sia  perchè  non 
vi  erano  da  un  lato  più  vittorie  da  ottenere  sull'Italia,  e  perchè  dal- 
l'altro, ad  onta  di  ciò.  diveniva  evidente  che  l'essere  amici  dell'Italia 
poteva  riuscire  |)iìi  utile  che  l'esserle  sistematicamente  avversi. 

Alleata  della  Russia,  ed  in  tale  posizione  verso  l'Austria  da  non 
avere  né  ragione,  né  pretesto  di  scaldarsi,  sia  per  essa  che  contro  di 
essa,  non  rimaneva  alla  Francia  che  la  risorsa  dell'Inghilterra.  Ora, 
anche  questa  risorsa  è  svanita:  anche  questo  nemico  ereditario,  quello 
anzi  che  molti  scrittori  francesi  avevano  sempre  dipinto  come  il  nemico 
permanente,  a  preferenza  della  stessa  Germania,  si  è  trasformato  in 
amico,   nell'amico  il  più  cordiale,  il  più  affettuoso,  il  più  caldo. 

Da  che  parte,  dunque,  voltarsi?  La  Francia  in  veste  di  Diogene 
può  spegnere  la  sua  lanterna...  sino  a  nuovo  avviso.  La  riserva  non 
è  fuor  di  luogo,  se  deve  continuare  ad  essere  vera  la  sentenza  -  già 
tanto  confermata  nel  cor.so  dei  secoli  -  che  i  francesi,  gente  eccellente, 
hanno  pur  bisogno  di  prendersela  sempre  con  qualcheduno:  sentenza 
nella  quale  insieme  convenivano  Federico  lì  e  Voltaire,  anclie  dopo 
aver  litigato. 

Ma  intanto,  approfittiamo  del  momento  per  unirci  all'inno  di  pace 
che,  levato  ad  un  tempo  da  Parigi  e  da  Londra,  si  ripercuote  ormai 
in  tutta  Europa.  Anzi,  in  tutto  il  mondo  civile,  tanto  più  che  le  ra- 


328  «  NOS    AMIS   l.ES    ENNEMIS  » 

gioni  per  cui  Francia  ed  Inghilterra  sono  state  sino  ad  ora  divise,  ri- 
guardavano principalmente  gli  altri  continenti,  l'Africa,  l'Asia,  l'Ame- 
rica, senza  pregiudizio  dell'Australia. 

I']  riuscito  a  questo  proposito  significante  un  articolo  pubblicato 
dal  signor  Etienne  nella  National  Review,  nel  quale,  enumerando  le 
più  importanti  questioni  franco -inglesi,  dimostrava  come  in  ognuna  di 
esse  si  possa  trovare  il  punto  fli  contatto,  a  preferenza  del  punto  di 
contrasto.  Articolo  significante,  non  solo  per  le  cose  dette,  ma  per  la 
persona  che  le  diceva. 

Vice-presidente  della  Camera  e  presidente  del  gruppo  parlamentare 
della  politica  estera  e  coloniale,  il  signor  Etienne  era,  ed  è,  infatti, 
non  soltanto  la  voce  più  autorizzata  a  farsi  all'esteio  interprete  dei 
desiderii  di  questo  gruppo,  ma  è  pure  una  delle  indi\  idualità  die  più 
autorevolmente  harnio  esercitato  ed  esercitano  influenza  direttiva  sul- 
l'indirizzo della  i)ubbliea  opinione,  quindi  del  Governo.  È  da  notarsi 
che  quel  gruppo  è  il  più  pretenzioso  ed  il  meno  facilmente  contenta- 
bile nelle  questioni  coloniali,  ed  è  da  aggiungersi  clie  personalmente, 
in  quelle  questioni,  il  signor  Etienne  non  ha  mai  dato  prova  di  essere 
un  temperamento  conciliante.  Egli  apparteneva  a  quella  categoria  di 
uomini  politici  troppo  suscettibili  per  tuttociò  che  riguardava  gl'inte- 
ressi internazionali  della  Francia,  i  quali  avevano  dato  ai  rapporti 
coir  estero  una  intonazione  punto  simpatica  per  gli  altri  ])aesi,  e  che, 
per  questa  eccessiva  propaganda,  esercitata  assiduamente  nella  stampa, 
contribuivano  a  tener  viva  contro  la  Francia  diffidenze  ed  ostililà. 

Ma  tempo  e  ca.si  hanno,  si  vede,  maturato  anche  lui,  come  molti 
altri  snoi  colleghi,  e  maturato  nel  senso  il  più  favorevole.  Anche  il 
signor  Delcassé,  ad  esempio,  apparteneva  alla  stessa  categoria  :  come 
collaboratore  della  Républiqiie  Frangaise,  poi  come  Sottosegretario  di 
Stato,  il  signor  Delcassé  aveva  dimostrato  assai  ])iù  i  difetti  che  le  virtù 
caratteristiche  del  suo  paese,  e  non  fu  senza  molta  incertezza  che  lo 
si  vide  assunto  alla  direzione  suprema  della  ])olitica  internazionale. 
Ma  bisogna  piu'e  riconoscere  che  presto  egli  volle  e  seppe  dimostrarsi 
senza  confronto  migliore  dell'aspettazione  che  l'avea  accomjiagnato  al 
Quai  cVOrsay,  e  che  della  sua  condotta,  del  suo  atteggiamento,  il  più 
spesso  concilianti  in  tutte  le  questioni  anche  difficili  e  delicate,  non  vi 
è  chi  non  debba  lodarsi. 

Questo  è  stato  già  molto,  sia  pei  risidtati  già  ottenuti,  sia  per 
quelli  che  si  può  ripromettersi  ancoi'a  da  lui  a  beneficio  della  pace. 
È  ancora  meglio  però  che  la  stessa  intonazione  sia  finalmente  adot- 
tata in  Francia  anche  da  altri  elementi  autorevoli,  che  più  a  lungo 
erano  rimasti  eccessivi,  e  diciamo  pure  indiscreti,  nella  considera- 
zione delle  questioni  internazionali.  Poiciiè  ciò  dimostra  che  è  ormai 
assicurata  la  più  promettente  continuità  alla  tendenza  jìaciflca  della 
^  nolitica  ^estera  in  Francia,  tendenza  che  quindi  sopravviverebbe  alla 
e,àv^^  Yjjza  ministeriale  del  signor  Delcassé.  dato  che  questi  dovesse 
v'^^Y*^  ^Q^Koi  seguito  agli  avvenimenti  parlamentari.  Il  che  non  par  facile, 
^.  ,Q  cS^^  '."^  Francia,  dove  ormai  la  sajìienza  politica  è  tanto  mag- 
è^P  .^^  cVv®  ^  Y§^  sarelibe  creduto  sino  a  non  molti  anni  fa,  tanto  mag- 
6^*^  Ae  co^^^V  Q^^^naesi  -  perchè  non  diremmo  in  Italia?  -  si  è  final- 
^'^^f_g^àe  ^'^  ^^vJ^'^'^^^vi  sono  portafogli,  cioè  attribuzioni,  che  a  quelle 
^^/oO\^^.^%  Wv'iiv^''^^  rsi  sin  che  sia  decorosamente  possibile,  ])oichè 
^A'^vft"^^"    '  tanza  di  intendimenti,  non  solo,  ma  di  forme, 

-  or  Delcassé  è  ormai  ministro  da  cinque  anni. 


«  NOS    AMIS    I.ES    E.VXEMIS  »  329 

e  su  di  lui  sono  passate  indarno  le  crisi  che  hanno  mutato  altri  mi- 
nistri ed  anche  i  presidenti  del  Consiglio. 

Per  tornare  al  signor  Etienne,  ed  all'articolo  da  lui  pul)blicato  in 
una  rivista  inglese  e  per  invito  del  direttore  di  tale  rivista,  il  che  è 
pure  sintomatico,  si  può  dire  che  egli  faccia  concessioni  anche  maggiori 
di  sostanza  che  di  forma,  e.  che.  pur  tenendo  conto  a  parole  di  certe 
suscettibiUtà  francesi,  che  egh  deve  essere  il  primo  a  conoscere,  quindi 
a  rispettare,  consideri  la  situazione  di  fatto  in  modo  altri'ttanto  jira- 
tico  che  pacifico. 

Così,  ad  esempio,  per  la  questione  d'Egitto,  quella  eh' fu  già  per 
condurre  ad  ima  rottura  tra  la  Francia  e  1'  Inghilterra,  e  i  di  cui 
echi,  dal  bombardamento  di  Alessandria,  si  protrassero  sino  all'inci- 
dente di  Fascioda.  11  signor  Etienne  ricorda  la  dichiarazione  inglese 
che  l'occupazione  dell'Egitto  sarebbe  stata  provvisoria,  dichiarazione 
che  non  fu  mai  smentita  e  ritirata,  masi  contenta  di  attendere  paziente- 
mente la  fine  della  provvisorietà.  Una  tale  pazienza  è,  del  resto,  tanto 
disposta  a  durare  ormai  eternamente  anche  nel  Governo,  che  questi, 
prima  cedette  nella  questione  del  trattato  di  commercio  coli' Egitto, 
cosi  esplicitamente  che  il  suo  esempio  sta  per  essere  seguito  dalla 
Russia,  la  quale  non  lo  farebbe  se  temesse  di  dispiacergli  ;  ed  ora  ha 
stipulato  un'altra  convenzione  per  cui  cede  altre  delle  sue  antiche  pre- 
rogative e  accorda  ai  tribunali  misti  la  giurisdizione  sugU  istituti  reli- 
giosi e  di  educazione  francesi  d'Egitto,  giuiisdizione  che  prima  toccava 
ai  suoi  tribunali  consolari. 

In  compenso  di  questo  liconoscimento  del  dominio  inglese  in 
Egitto,  che  cosa  chiede  la  Francia"?  Forse  il  diritto  di  occupare  in 
tutto  o  in  parte  il  Marocco,  come  s'era  detto  che  fosse  stipulato  col- 
l' Italia,  in  cambio  della  mano  Ubera  lasciatale  in  Tripolitania?  Nep- 
pur  tanto.  Chiede  soltanto  il  riconoscimento  di  una  supremazia,  la 
t{uale.  a  dir  vero,  non  si  può  contestare  logicamente,  tenuto  conto 
della  situazione  reciproca  in  cui  si  trovano  Marocco  ed  Algeria.  I  due 
paesi  hanno  una  frontiera  comune  per  più  di  ]2(X)  chilometri,  e  quando 
si  p  /nsa  che  il  fanatismo  musulmano  ha  reso  per  tanti  anni  incerto 
il  dominio  francese  in  Algeria,  e  die  il  Marocco  è  ancora  uno  dei  centri 
])iù  vivi  di  quel  fanatismo,  non  si  può  non  ammetlere  che  la  Francia 
ha  nell'Impero  Sceriffiano interessi  più  diretti  di  quelU  dell'Inghilterra, 
della  Germania.  dell'Italia,  e  della  stessa  Spagna,  interessi  di  cui  pure 
il  signor  Etienne  ha  la  discrezione  di  riconoscere  l'esistenza.  E  che 
veramente  il  Governo  francese  abbia  rinunciato  all'idea  di  certe  annes- 
sioni, ventilate  sino  a  pochi  anni  addietro,  ha  dimostrato  il  recente 
incidente  di  Figuig,  nel  quale  le  truppe  francesi  si  sono  accontentate  di 
fare,  per  conto  anche  del  Sultano  marocchino,  la  polizia  della  zona 
di  frontiera. 

Non  sono  maggiormente  eccessivi  i  desiderii  del  signor  Etieiuie 
per  ciò  che  si  riferisce  all'ovest  africano,  limitandosi  egli  a  chiedere 
una  revisione  dell'accordo  a nglo- francese  del  1898,  che  consenta  il  pra- 
tico collegamento  del  Niger  al  lago  Tchad.  La  questione,  invero,  è  assai 
più  grave  e  complicata  di  quanto  ])otrebbo  sembrare,  enunciata  cosi 
pacitìca mente  in  poche  righe  di  rivista,  ma  è  già  molto  il  constatare 
che  si  preferisce  anche  per  essa  il  discutere  all'accapigliarsi. 

Grave  è  anche  il  controllo  prof  'ttore  ciiiesto  dal  signor  Etienne 
in  Asia  sulla  parte  siamese  del  bacino  del  Mekong,  che  dice  popolato 
di  camliodgiani,  sudditi  francesi  ;  ma  chi  non    ricorda  che,  non  sono 


330  «  -N'OS   A.MIS    LES   EXNEMIS  » 

molti   mesi,  la  questione  del  Siam  seminava  dover  condurre  ad  un'a- 
perta ostilità  franco-inglese"? 

Infine,  se  per  le  Nuove  Ebridi  il  signor  Etienne  se  la  cava  con 
facilità,  projtonendo  semplicemente  una  spartizione  delle  isole,  che  dia 
quelle  del  sud  alla  Francia,  cpielle  del  nord  all'  Inghilterra  e  per  essa  al- 
l'Australia, come  se  nessun  altro  avesse  a  che  vedervi,  è  notevole  il 
modo  più  che  tranquillo  con  cui  il  signor  Etienne  considera  quella 
questione  di  Terranova  per  la  quale,  ancor  più  che  pel  Siam,  parve 
replicatamente  che  Francia  ed  Inghilterra  stessero  per  venire  alle 
mani  :  questione  complicata  anche  da  riguardi  di  sentimento,  che  eser- 
citano sempre  ima  certa  influenza  sopra  anime  latine.  Veio  è  che  le 
concessioni  già  fatte  dimostravano  nella  Francia  il  convincimento  che 
era  uieglio  mettere  in  proposito  il  cuore  in  pace  ;  ma  non  è  neppur 
trascurabile  indizio  dello  stato  degli  spiritili  veder  trasparire,  nel  rap- 
presentante più  autorevole  del  gruppo  coloniale,  una  completa  rinun- 
cia, salvo  garanzie  elementari  ai  pescatori  francesi,  che  l'Inghiltena 
non  ha  nessun  interesse  a  non  rispettare. 

E  che  non  si  tratti  di  una  disposizione  puramente  personale,  per 
tutte  queste  già  gravi  questioni,  ma  che  il  signoi-  Etienne  nel  suo  arti- 
colo, come  il  signor  Loubet  nei  suoi  brindisi,  il  signor  Delcassé  nei 
suoi  discorsi,  nelle  sue  interviste,  sieno  oggi  gli  esatti  interpreti  del- 
l'indole francese,  dimostra  il  linguaggio  di  tutta  la  stampa  parigina, 
la  quale,  a  incominciare  dagli  organi  più  importanti,  giunge  fino  a 
riconoscere  una  verità,  che  pur  deve  cuocere  al  paese  di  Dupleix  e  di 
Montcalm,  i  disgraziati  eroi  delle  Indie  e  del  Canada:  che.  cioè,  la 
Francia,  per  quanto  sia  riuscita  a  costituirsi  un  Aasto  e  ricco  impero 
coloniale,  non  può  mettersi  in  mente  di  stare  sulla  stessa  linea  dell'In- 
ghilterra, e  deve  contentarsi  del  secondo  posto. 

E  che  neppure  sia  il  caso  di  un  soliloquio  spirituale,  ma  che  la 
benevolenza  francese  sia  corrisposta  interamente,  dimostrano,  oltre  alle 
sincere  e  cordiali  feste  fatte  in  Londra  al  signor  Loubtt,  altri  sintomi 
significanti:  la  proposta,  ad  esempio,  di  un  arbitiato  per  tutte  le  eventuali 
vertenze  franco-inglesi,  presentata  da  autorevoli  personaggi  al  Presi- 
dente della  Re|)ubhlica.  ed  ancor  più  il  linguaggio  della  stampa,  la 
quale,  in  Inghilterra  più  che  in  ogni  altro  paese  del  mondo,  rappre- 
senta veramente  quella  pubblica  opinione,  che  s'impone  a  Sovrani,  a 
Governi,  a  Parlamenti.  Se  n'è  avuta  anche  di  recente  la  prova  nel 
linguaggio  del  Times  sui  fatti  di  Serbia  ;  linguaggio  a  cui  segui  tosto 
il  richiamo  del  ministro  inglese  da  Belgrado  ed  il  severo  monito  indi- 
rizzato al  nuovo  Regno. 

Ora,  vero  è  che  lo  Siandard  ha  dichiarato  apertamente  che  può 
trattarsi  di  amicizia,  non  di  alleanza:  ma  ciò,  non  già  perchè  ritenga 
un'alleanza  con  la  Francia  impossibile,  bensì  soltanto  perchè  non  è 
nell'indole  dell'Inghilterra  di  concludere  genericamente  alleanze  scritte: 
tali  alleanze  dovendo  essere  sottoposte  al  Parlamento,  e  per  ciò  solo 
perdendo,  si  comprende,  almeno  in  tempo  di  pace,  gian  parte  della 
loro  importanza. 

Ora  è  bensì  vero  che  questa  regola  ha  subito  parecchie  eccezioni: 
una,  ad  esempio,  ne  subì  anni  or  sono  riguardante  l'Italia:  quando 
si  strinsero  fra  questa,  l'Inghilterra  e  r.\ustria  gli  accorfìi  a  tre  perle 
cose  d'Oriente  e  del  Mediteiraneo.  che  miravaiu)  a  completare  la  Tri- 
plice. Ma  mentre,  benché  scritti,  quegli  accordi  non  condussero  a  nulla, 
è  d'altro  lato  da  osservare  che  la  nuova  intesa  franco-inglese  non  esige 


«  NOS    AMIS   LES    ENXEMIS  »  331 

punto  la  conclusione  di  mi  patto  formale.  Senza  dire  che  questo  po- 
trebbe, se  non  in  pratica,  in  teoria,  urtarsi  con  quell'alleanza  franco- 
russa, la  quale  è  b.'ue  altrimenti  determinata. 

È  anzi  qiiest'  ultima  alleanza  che  impedisce  di  vedere  nell'attuale 
reciproca  benevolenza  della  Francia.  dell'Inghilterra  e  dell'Italia  la  ripe- 
tizione di  qaeW alleanza  occidentale,  che  fu  diretta  già  contro  la  Russia 
appunto.  Il  chi  non  toglie  che  un  tale  ricordo  non  venga  evocato 
da  importanti  giornali  inglesi.  Cosa  anche  questa  molto  sintomatica. 
11  Times  ne  jiarla,  e  vi  unisce  anzi  il  Nord-America,  a  proposito  di 
un  banchetto  anglo-americano,  che  ha  avuto  luogo  nei  giorni  scorsi  a 
New- York.  Il  Daily  Telenraph  v'insiste,  Del  resto,  quasi  a  togliere 
colore  all'obbiezione  derivante  dall'alleanza  franco-russa,  mentre  il 
signor  Loubet  lascia  ringhilt''rra  e  il  Re  d'Italia  vi  è  atteso,  si  an- 
nuncia il  viaggio  a  Londra  dello  Czar,  preludio  ad  accordi  che  l'ele- 
fante e  la  balena  concluderebbero  sulle  cose  dell'Estremo  Oriente,  ad 
evitare  pericolose  complicazioni. 

Mentre  poi  la  stampa  inglese  considera  con  molta  calma  la  questione 
dell'occupazione  russa  della  Manciuria,  viene  rilevato  in  Francia  l'ul- 
timo rapporto  del  signor  Périer,  console  di  Francia  a  Londra,  da  cui 
risulta  che  dal  1894  al  1903  il  commercio  franco-inglese  si  è  accre- 
sciuto di  538  milioni  di  franchi,  che  esso  rappresenta  per  la  Francia 
più  del  3'2  °  „  del  suo  commercio  internazionale,  e  che  in  otto  anni 
ha  acquistato  un  maggior  valore  del  32  °  „  ;  che  inoltre  esso  è  prezioso 
pel  cai'attere  complementare  degli  scambi  che  lo  costituiscono,  non 
meno  che  per  l'enorme  valore  delle  transazioni  da  esso  rappresentate. 

Ora,  se  la  parola  business  costituisce  il  più  fedele  esponente 
della  pratica  indole  britannica,  non  è  neppur  detto  che  essa  sia  in 
contraddizione  col  romanticismo  -  abbastanza  discutibile,  del  resto  - 
dell'anima  francese.  In  fatto  di  relazioni  internazionali  la  Francia  ha 
saputo  far  ((uasi  sempre  i  suoi  interessi:  e  noi  ne  siamo  la  prova  ]>iù 
eloquente,  dopo  il  rinnovato  accordo,  come  l'eravamo  stati  replicata- 
mente  dal  1859  al  1870,  senza  risalire  ai  precedenti  anteriori  all'unità 
italiana,  da  Carlo  Magno  a  Napoleone,  passando  per  Luigi  W\ .  \^\- 
torio  Amedeo  II  informi. 

Ora,  la  Francia  è  certo  lungi  dall'essersi  disillusa  dell'alleanza 
russa;  ma  è  certo  che,  cessata  la  febbre  della  rivincita,  quella  va  di- 
venendo, da  alleanza  d'entusiasmo,  alleanza  di  ragionamento.  Ed  è 
anche  ciò  che  consente  la  nuova  cordialità  franco-britannica. 

La  quale,  del  resto,  merita  tutta  la  nostra  attenzione,  in  quanto 
l'Italia  vi  ha,  se  saprà  male  o  bene  guidarsi,  tanto  da  perdeie  che 
da  guadagnare. 

XXX 


TRA  LIBRI  E  RIVISTE 


La  politica  del  Sempione  —  L' immigraziono  italiana  agli  Stati  Uniti  —  Il  movi- 
mento pacifico  internazionale  —  G.  Eovettii  —  La  vita  nei  mari  —  Ales- 
sandro Dumas  padre  —  Tolstoi  e  Gorki  —  «  Le  petit  sou  ». 


La  politica   del  Sempione. 

Sotto  questo  titolo  uno  studioso  di 
•cose  internazionali  e  specialmente 
italo-francesi,  il  signor  Carlo  Loiseau, 
pubblica  nella  Renaissance  Latine  <le\ 


delle  correnti  che  lo  traverseranno, 
forma  un  punto  d'interesse  speciale 
per  la  Francia. 

La  galleria  del  Sempione  è,  per 
altitudine,  la  più  bassa,  750  km. 
kLi  ;   a   ('un   im-nu   di   iiuella  del   Ce- 


L* imbocco  ch'I  trafoi 


maggio  e  del  luglio  un  saggio  im- 
portantissimo di  cui  diamo  le  con- 
clusioni, rimandando  i  lettori  che  ne 
avessero  interesse  alle  argomentazioni 
serrate  e  ai  documenti  rigorosi  che 
arricchiscono  lo  scritto. 

Egli  premette  che  la  penisola  ita- 
lica resta  per  la  Francia  la  via  di 
terra  per  eccellenza,  la  via  rapida 
verso  l'oriente  balcanico  e  il  Canal 
di  Suez.  Il  Sempione,  per  la  sua  po- 
sizione geografica,    per   la   direzione 


nisioe  del  Gottardo)  e  l'accesso  perciò 
vi  sarà  molto  facile:  ecco  uno  dei 
vantaggi .  L ' al  tro  vantaggio  per  la  Fran- 
cia è  questo:  che  con  una  via  dal  Sem- 
pione  verso  Parigi  si  porterebbe  questa 
grande  corrente  sopra  una  linea  tra- 
sversale che  dal  Lemano  va  all'Atlan- 
tico. Ora  tutti  i  porti  francesi  del- 
l'Atlantico sono  i  meglio  situati  per 
trarre  i  viaggiatori  d'America.  Il  tra- 
gitto, per  esempio,  da  New  York  a 
Saint-Nazaire   offre   un    risparmio   di 


TRA    LIBRI   E    RIVISTE 


333 


813  miglia  marine  su  New  York- Mar- 
siglia. 

Per  la  Svizzera  il  traforo  ha  un'im- 
portanza enorme,  e  ben  gli  Svizzeri 
lo  compresero.  Che  fanno  difatti?  Si 
tratta  di  costruire  in  pieno  Oberland, 
sotto  il  colle  di  Loetsch,  un  tronco 
preveduto  a  59  km.  circa,  che  unirà 
la  stazione  di  Frutigen  a  quella  di 
Briga.  Una  formidabile  massa  mon- 
tagnosa vi  s'oppone,  ma,  forato  il 
Loetschberg,  la  linea  sboccante  su 
Frutigen  si  prolunga    nell'alta   valle 


«  Se  si  domanda  -  dice  il  Loi- 
seau  -  come  un  semplice  Cantone 
possa  osare  un'impresa  di  70  milioni, 
che  s'iu'  uadra  in  un  programma  eh 'è 
il  doppio  più  largo,  non  risponde- 
remo soltanto  che  lo  spirito  d'inizia- 
tiva e  il  senso  della  concorrenza 
moderna  son  talvolta  più  sviluppati 
nelle  piccole  che  nelle  grandi  repub- 
bliche, ma  che  i  Bernesi  sono  pratici, 
vedono  chiaro,  e  sanno  che  infiniti 
interessi  si  collegheranno  in  avv-enire 
a  q   està  grande  arteria  ». 


I/imboeco  del  trafol-o  del  Oottardo  ad  Ail'olo. 


del  Rodano:  è  la  congiunzione  di- 
retta da  Berna  a  Milano.  È,  parallela 
al  Gottardo,  la  verticale  politica  ed 
economica  che  s'abbassa  sul  Sem- 
pione. 

Questo  progetto  fa  parte  d'un  va- 
sto programma  di  Strade  ferrate  pre- 
sentato al  Gran  Consiglio  di  Berna, 
approvato  da  un  grande  referendum 
popolare. 

La  capitale  federale  non  solo  sarà 
confermata  nella  sua  importanza  di 
centro  geografico  e  politico  della  Sviz- 
zera, ma  diventerà  una  città  di  grande 
transito  internazionale,  tra  Milano  e 
Basilea. 


Secondo  lo  scrittore,  bisogna  che 
la  Francia  approfitti  dell'apertura  del 
Sempione  per  arricchire  d'un'arteria 
di  prini'ordine  la  rete  ferrata  del- 
l'Occidente latino:  bisogna  che  que- 
st'arteria metta  in  rapporto  con  la 
Svizzera  e  l'Italia  la  superficie  più 
estesa  possibile  di  territorio  francese: 
bisogna  infine  che  prepari  una  paci- 
fica risposta  al  Gottardo  e  al  Loetsch- 
berg, che  hanno  per  iscopo  di  unire 
il  Nord,  e  specialmente  la  Germania, 
all'Oriente. 

Esiste  un  piccolo  progetto  che  ten- 
derebbe ad  unir  la  Francia  al  Sem- 
pione  con  un  breve  tratto    di  strada 


334 

ferrata  fra  Vallorbes  e  Frasne,  che 
costituirebbe  la  corda  dell'arco  de- 
scritto dalla  linea  attuale  da  Pontar- 
lier  a  Losanna.  Il  Cantone  di  Vaud 
lo  propugna  validamente  e  la  Com- 
pagnia del  Gura-Sempione  ne  ha 
■domandata  la  concessione  al  Consi- 
glio federa' e.  Ora  questa  non  è  punto 
una  via  d'accesso  al  Sempione,  ma 
semplicemente  una  linea  di  miglior 
accesso  da  Parigi  a  Losanna.  Essa 
deve  far  i  conti  con  un'altitudine  di 


TRA    LIBRI    E   RIVISTE 


germente,  togliendole  il  traffico  che 
passerebbe  per  Berna  e  Pontarlier. 
Al  nord  del  Giura  non  c'è  una  zona 
d'attrazione  talmente  importante  per 
cui  convenga  far  passare  una  strada 
per  il  Sempione. 


È  nell'asse  della  valle  alta  del  Ro- 
dano che  deve  effettuarsi  la  porta  fran- 
cese del  Sempione.  11  progetto  d'una 
linea  diretta  da  Lons-le-.Saulnier  a  Gi- 


L'ìiuboceo  (iel  traforo  del  Sompi» 


884  metri  (mentre  lo  stesso  tunnel  del 
Sempione  è  più  basso  di  200  metri!). 
Ma  chi  passerà  a  Frasne  per  andar 
a  Milano,  da  Nantes,  da  Tours,  da 
Angers,  da  Bourges  o  da  Nevers  ? 
Il  Centro  della  Francia  non  ne  pro- 
fitterebbe. 

La  linea  Sempione-Loetschberg- 
Berna-Basilea  deve  alimentarsi  es- 
senzialmente col  movimento  dei  viag- 
giatori e  delle  merci  fra  la  Germania 
e  l'Italia:  essa  sarà  in  concorrenza 
con  quella  del  Gottardo.  L'espediente 
della  linea  \'allorbes-Frasne  non  po- 
trebbe impedirne  l'esecuzione,  quan- 
tunque   potrebbe    danneggiarla    leg- 


nevraènatodall'iniziativad'ungruppo 
francese  all'estero,  dalla  Camera  di 
commercio  francese  a  Ginevra 

Che  a  Bigione  si  stacchi  dalla 
«  grande  ligne  »  un  tronco  su  Lons- 
Ie-.Saulnier,  non  è  già  un  migliora- 
mento della  rete:  è  una  nuova  «  di- 
rezione »  che  si  disegna  tra  Parigi 
e  la  frontiera  dell'Est.  Ottanta  chi- 
lometri più  oltre  è  Ginevra.  Oltre  Gi- 
nevra è  la  grande  strada  d'Italia,  che 
si  biforca  sull'Adriatico  e  sul  Mediter- 
raneo, su  Suez  e  sull'Oriente  eu- 
ropeo. 

Fra  Ginevra  e  il  Sempione  non  ci 
sarà  più  alcun  ostacolo  alla  circola- 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


zione  rapida...  Ma  ecco  il  Giura.  Per 
superare  quest'ostacolo  s'è  fondato 
un  Comitato  a  Ginevra  «  pour  le 
percement  de  la  Faucille  »  che  ha 
fatto  i  suoi  studi  e  presentato  un  pro- 
getto. Si  tratta  d'una  linea  quasi  di- 
ritta, di  8l  km.  800,  la  cui  pendenza 
non  sorpasserà  il  io  per  cento,  che 
passerebbe  sotto  tre  gallerie  lunghe 
relativamente  6,400,  11,400  e  14,500 
metri,  Il  costo  ammonterebbe  a  115 
milioni  se  la  costruzione  ha  luogo 
dappertutto  a  doppio  binario,  a  107 
se  a  un  solo  binario  sotto  il  gran 
tunnel.  Tempo  quattro  anni  circa. 
Il  Cantone  di  Ginevra  pare  che 
sarebbe  pronto  a  concorrere  nella 
metà  delle  spese  per  il  traforo  del 
Giura. 


Ed  ecco  i  vantaggi  che  questa  li- 
nea offrirebbe  alla  Francia.  La  zona 
compresa  tra  il  Sempione  e  la  Fau- 
cille (cosi  si  chiama  la  montagna  che 
dovrebbesi  perforare),  diventerebbe 
una  zona  di  contatto  :  consideriamo 
le  regioni  che  si  stendono  all'ovest 
del  Giura  e  all'est  del  Sempione. 
Sono  pianure  che  si  contano  fra  le 
più  ricche  e  le  più  industriose  e  po- 
polose d'Europa.  Sono  anche  le  vie 
del  mare,  o  per  dir  meglio,  di  due 
mari  mal  rilegati  fra  loro,  sui  quali 
s'equilibra  l'Occidente:  La  Manica  e 
il  Mediterraneo,  l'Atlantico  e  l'Adria- 
tico. 

Trattasi  di  relazioni  fra  il  nord 
della  Francia  e  l'Italia?  La  distanza 
Parigi-Milano  diventa  di  1,039  km.  in 
luogo  di  1,255  per  la  linea  difettosa 
del  Cenisio,  di  1,279  PC  '^  Basilea- 
Gottardo. 

Da  Londra  a  Milano,  compresa  la 
traversata  della  Manica,  diventano 
1495  km.  in  luogo  di  1914  per  l'iti- 
nerario belga-germanico  Ostenda-Got- 
tardo. 

La  Valigia  inglese  frutta  alle  po- 
ste francesi  circa  600,000  franchi. 
Ebbene,  il  Post-Office  ad  ogni  sca- 
denza del  contratto  quinquennale  pre- 
senta alla  Francia  e  all'Italia  la  pro- 
spettiva di  servirsi  quandochessia 
d'un'altra  via,  poiché  la  Germania  e 
l'Austria  tendono  a  Salonicco.  Ora 
l'arteria  Calais-Brindisi  sarebbe  una 
via  senza  rivali,  e  guadagnerebbe  ire 
ore  sulla  velocità  d'oggi. 


335 

Ma  importanti  e  nuove  sarebbero 
le  comunicazioni  trasversali  che  que- 
sta linea  svilupperebbe  o  creerebbe, 
comunicazioni  non  .solo  fra  l'Est  e 
la  regione  del  Centro,  in  Francia,  ma 
fra  l'Italia,  la  Svizzera  e  i  porti  fran- 
cesi dell'Atlantico. 

Il  giorno  in  cui  poche  ore  bastas- 
sero per  passare  dal  Giura  a  Domo- 
dossola, con  una  linea  diretta  e  quasi 
senza  pendenze,  quali  affinità  econo- 
miche non  si  creerebbero  fra  i  ma- 
gnifici bacini  della  Loira  e  del  Po! 

Sarebbe  una  chimera  immaginare 
una  corrente  fra  l'Adriatico  e  l'A- 
tlantico che  compensasse  quella  creata 
dal  Gottardo  fra  il  Mediterraneo  e  il 
Mare  del  Nord?  E  poiché  v'hanno 
servizi  rapidi  da  Amburgo  a  Genova, 
perchè  non  ci  sarebbero  dei  diretti 
fra  Saint-Nazaire  e  Venezia  ? 

Dal  lato  dell'Italia  tutto  è  fatto:  la 
bella  linea  che  segue  la  valle  del  Po 
fa  capo  a  Venezia. 

Considerando  la  questione  nell'in- 
sieme, i  territori!  della  Francia  e 
dell'Italia  formano  l'uno  un  prolun- 
gamento dell'altro.  La  Francia  ha  bi- 
sogno dell"  Italia  per  avvicinarsi  a 
Suez  e  ai  Balcani.  L' Italia  avrebbe 
meglio  organizzate  le  sue  comunica- 
zioni coir  America  del  Nord,  perfino 
per  i  suoi  emigranti  e  per  la  posta 
d'America,  all'Hàvre  o  a  Saint-Na- 
zaire. Non  andiamo  fino  all'ipotesi  di 
veder  un  giorno  navigabili  il  Po  e  la 
Loira,  ai  quali  la  via  ferrata,  dal  Ca- 
nale del  Centro  francese  al  Lago  Mag- 
giore, servirebbe  di  legame.  La  storia 
ha  fatto  paragonare  la  fortuna  di 
Nantes  a  quella  di  \'enezia,  due  porti 
che  potrebbero  essere  rimessi  in  va- 
lore. 

In  tal  modo  l'amicizia  tra  Francia 
e  Italia  non  sarebbe  più  soltanto 
un'idealità  spesso  smentita  dalle  do- 
gane, ma  s'appoggerebbe  su  solide 
basi  di  comuni  interessi  economici. 


L' immigrazione  italiana 
agli  Stati  Uniti. 

Dedichiamo  agli  uomini  politici,  ai 
Governi  che  si  succedono  in  Italia 
monotonamente,  facendo  visite,  com- 
ponendo Commissioni,  studiando  e 
ristudiando  e  tirando  innanzi,  alcune 
cifre  e  alcune  considerazioni  che  tro- 


336 


TRA   LIBRI    E   RIVISTE 


viamo  riferitedal  signorSamuel  E.Mof- 
fett  nella  American  Monthly  Rez'icu:. 
L'articolo  è  accompagnato  da  parec- 
chie fotografie  prese  dal  vero,  per  le 
quali  rimandiamo  i  lettori  alla  ottima 
rivista. 

\\  \>ìcco\o  /e?-rv-boa/ «  Jo/ui  G.  Car- 
lislc»,  incomincia  il  Moffett,  non  è  una 
cosa  molto  imponente  all'occhio,  ma 
esso  ha  di  che  commuovere  l'imma- 
ginazione. Sul  suo  ponte  passano  in 
successione  interminata  i  battaglioni 
dei  pacifici  invasori  europei  dell'A- 
merica; esso  trasporta  maggior  nu- 
mero di  immigranti  in  un  anno  che 
non  passarono  su  tutte  le  flotte  di 
tutte  le  nazioni  nei  due  secoli  dac- 
ché John  Smith  scese  a  Jamestown. 

Oggi  l'immigrazione  ha  raggiunto 
un  livello  finora  sconosciuto.  In  aprile 

10  steamer  amburgo-americano  Penn- 
sylvania portò  2731  immigranti  in 
un  giorno  a  New- York.  In  giugno 
il  Balavia  della  stessa  linea  sorpassò 
questa  cifra,  prima  non  mai  raggiunta, 
portandone  2854  Fino  a  quest'anno 
la  cifra  totale  del  1  882,  la  quale  era  di 
788,992,  non  era  stata  superata;  ma 
quest'anno,  fino  all'aprile  1903,  fu  di 
803,272.  Fra  le  centomila  persone 
circa  che  viaggiarono  nelle  cabine, 
vi  sono  molti  forestieri  che  intendono 
rimanere  negli  Stati  Uniti,  ma  è  im- 
possib  le  contarli;  aggiungendo  agli 
europei  quelli  che  vengono  dal  Ca- 
nada e  dal  Messico,  i  nuovi  abitanti 
degli  Stati  Uniti  in  quest'anno  rag- 
giungeranno la  cifra  di  circa  900,000. 

Non  è  soltanto  il  volume  dell'im- 
migrazione che  fa  impressione,  ma 
il  suo  carattere  cagiona  una  certa  an- 
sietà. Invece  di  trarre  quasi  tutto  il 
contributo  del  Regno  Unito  dalla 
Grrmania  e  dalla  Scandinavia,  come 
pel  passato,  scrive  il  Moffett,  la  mag- 
gior parte  di  essi  viene  dall'  Italia, 
dalI'Austria-Ungheria  e  dalla  Russia. 

11  problema  dell'assimilazione  diventa 
cos'i  molto  più  complicato  che  pel 
passato 

É  un  vero  trapiant? mento  di  po- 
poli, -  scrive  il  signor  Moffett  -  che  ha 
soltanto  riscontro  nell'invasione  dei 
Goti  e  dei  Franchi  entro  le  terre  del- 
l'Impero romano.  Intere  nazioni  si 
trasportano  da  un  emisfero  all'altro. 
Non  è  un'esagerazione:   ci  sono    più 


Irlandesi  di  nascita  e  di  parentado, 
ora  viventi  negli  Stati  Uniti,  che  non 
in  Irlanda:  il  centro  della  razza  irlan- 
dese è  stato  trasferito  dall'Irlanda  al- 
l'America. Il  di  più  dei  nati,  al  di 
sopra  della  media  della  popolazione, 
nel  mezzogiorno  d'Italia,  è  di  circa 
138  mia  all'anno:  l'immigrazione  da 
queste  Provincie  nel  1902  fu  di  152 
mila  e  quest'anno  sarà  molto  più. 
Non  pochi  Italiani  ritornano,  ma 
spesso  per  ricondurne  degli  altri.  Nel 
fatto,  il  naturale  accrescimento  della 
popolazione  meridional  e  d'Italia  è  stato 
trasferito  in  America.  E  notiamo  che 
sono  quasi  tutti  maschi  e  sul  forte 
dell'età  e  della  loro  produzione. 

Per  ogni  fanciullo  che  nasce  nel 
mezzogiorno  d'Italia,  due  adulti  mi- 
grano negli  Stati  Uniti.  Ora  è  im- 
portante il  notare  che  nel  1900  na- 
cquero in  America  j,j5(5,6jo  individui 
da  madri  indigene  e  padri  stranieri, 
contro  1,6^0, /So  da  madri  straniere 
e  da  padri  indigeni. 

Un'altra  razza  trapiantata  nell'A- 
merica del  Nord  è  quella  degli  Slo- 
vacchi: il  loro  accrescimento  in  patria 
è  di  circa  28  mila.  Lo  scorso  anno 
quasi  37  mila  entrarono  agli  Stati 
Uniti.  Gli  Ebrei  russi  crescono  di 
60  mila  all'anno:  l'immigrazione  di 
essi  in  America  è  di  circa  38  mila 
e  si  raddopierà  dopo  i  massacri  re- 
centi. 

La  Polonia  austriaca  cresce  all'in- 
circa  di  54  mila:  ora  essa  dà  all'A- 
merica 32  mila  e  più  individui.  Si- 
mile è  il  caso  dei  Croati  e  degli 
Sloveni. 


Quando  abbiamo  detto  che  il  70 
per  cento  di  questa  immigrazione  è 
di  Italiani,  Austro-L'ngarici  e  Russi, 
non  abbiamo  detto  nulla  riguardo  al 
suo  valore.  Bisogna  distinguere:  degli 
Italiani  sei  settimi  sono  del  Sud,  un 
settimo  circa  del  Nord,  meno  assai 
d'un  settimo  del  Centro.  Nel  1902 
sbarcarono  180,535  Italiani,  dei  quali 
152,915  meridionali  e  27,620  set- 
tentrionali: nel  1903  raggiungeranno 
probabilmente  un  quarto  di  milione. 
Vengono  poi  i  Polacchi,  con  69,620 
e  successivamente  gli  Ebrei,  con 
57,688.  Gli  Scandinavi  tengono  il 
quarto  posto  con  55,780  e,  contro 
l'opinione  generale,  as^ai  più  in  basso 


TRA    LIBRI   E   RI\aSTE 


i  Tedeschi  con  51,686.  Dall'Austria- 
Ungherìa  giunsero  duecentomila  in- 
dividui, sorpassando  la  cifra  dello 
scorso  anno  di  circa  trentamila;  ma 
pare  clie  ora  di ninuiscano.  Dall'Italia 
gl'immigranti  raggiunse-o  i  253.000; 
la  più  alta  cifra  che  alcuna  naziona- 
lità abbia  mai  raggiunto  nella  storia 
degli  Stati  Uniti. 

Cresce  pure  il  flusso  dalla  Russia, 
e  sono  gli  Ebrei  e  i  Finlandesi.  La 
Grecia  è  pure  entrata  nell'arrìngo,  ed 
è  probabile  che  in  quest'anno  man- 
derà all'incirca  21,000  emigranti. 


«  Gì'  Italiani  del  Sud  -  afferma  lo 
scrittore  americano  -costituiscono  sen- 
za paragone  il  piti  gran  problema  ci  i 
risolvere.  Essi  ha  >i  ne  di  gran  lunga  pili 
analfabeti  che  non  ogni  altra  razza 
che  riceviamo.  Di  135  mila  e  più  Ita- 
liani meridionali,  d'età  oltre  ai  quat- 
tordici anni,  sbarcati  nel  1902,  circa 
76  mila  non  sanno  affatto  scrivere  né 
leggere.  Essi  sono  i  più  poveri  ;  molti 
viaggiano  senza  pagare,  e  ve  n'ha 
maggior  numero  di  quelli  che  di- 
ventano un  carico  pubblico,  che  non 
fra  tutte  le  altre  nazionalità  riunite. 
Si  aggregano  ai  loro  compatrioti,  si 
fermano  in  gran  pa;te  nello  Stato  di 
N'ew-York,  nella  metropoli  preferibil- 
mente, e  il  resto  va  nella  Pennsilvania 
o  nel  Massachus.setts.  Si  costituiscono 
in  specie  di  clan  si  fidano  soltanto 
degli  uomini  originarli  del  proprio 
villaggio  o  della  propria  città,  e  pre- 
feriscono dare  dieci  dollari  a  un  pa- 
drone di  lor  fiducia  che  li  impieghi 
o  prometta  loro  d'impiegarli,  che  non 
ricorrere  all'ufficio  gratuito  della  So- 
cietà di  protezione  degl'immigranti 
Italiani. 

«  Altra  cosa  avviene  per  quelli  del 
Nord,  i  quali  hanno  soltanto  un  il- 
letterato su  otto,  e  portano  qualche 
danaro  od  hanno  già  un  lavoro  sicuro 
in   vista  ». 

Quali  razze  sono  più  desiderabili  ? 
si  domanda  il  signor  Moffett.  I  Tede- 
schi sono  certo  un  ottimo  elemento, 
ma  senza  dubbio  avrebbero  costituito 
un  pericolo  per  gli  Stati  Uniti,  a  cau.sa 
delle  ambizioni  del  loro  imperatore, 
se  il  loro  numero  avesse  continuato 
ad  essere  cosi  importante  come  nel 
1882.  Nel  rgoo  gli  Stati  Uniti  con- 
tavano più  di  due  milioni  e  mezzo 
^)o2 


337 

d'abitanti  di  nascita  tedesca  :  assai 
meno  di  quello  che  avevano  dieci 
anni  prima.  D'Italiani  ne  contengono 
un  milione  circa.  Sei  o  sette  anni  di 
immigrazione  italiana  pari  all'attuale 
porterebbero  questa  popolazione  al 
di  sopra  di  quella  germanica,  ma  né 
gli  Italiani  né  altri  potrebbero  formare 
negli  Stati   Uniti  uno  Stato    proprio. 

II  Governo  del  resto  fa  di  tutto 
per  assimilarli.  Godendo  della  ric- 
chezza di  una  nazione  giunta  al  più 
alto  livello  di  prosperità,  essi  non 
possono  desiderare  altro  Governo  e 
tanto  meno  quello  che  hanno  lasciato. 

Gl'Italiani  poi  sono  i  più  assimi- 
labili fra  tutti  e  portano  un  elemento 
che,  messo  a  profitto  con  buon  com- 
penso non  può  non  fruttificare  lar- 
gamente agli  uni   e  agli   altri. 

Dalle  statistiche  riportate  in  questo 
articolo  si  trae  questo  di  notevole, 
che  l'immigrazione  diminuisce  nei 
paesi  che  vanno  acquistando  maggiore 
prosperità  interna,  come  la  Germania, 
e  l'accrescimento  dell'  immigrazione 
italiana,  specialmente  del  mezzogior- 
no, segna  l'inferiorità  dei  Governi 
italiani.  Di  più,  che  sono  le  migliori 
energie  le  quali  emigrano,  lasciando 
a  casa  donne  e  vecchi.  E  in  ultimo 
che  gl'Italiani  sono  in  gran  parte 
inferiori  agli  Ebrei  russi,  ai  finlandesi, 
ai  polacchi,  cioè  alle  nazioni  oppresse 
dal  dispotismo.  Xoi  che  da  parecchi 
anni  facciamo  inutilmente  echeggiare 
per  la  penisola  la  voce  dei  campi  non 
abbiamo  bisogno  di  aggiunger  com- 
menti. 


Il  movimento  pacifico 
internazionale. 

Al  disopra  degli  avvenimenti  troppo 
spesso  meschini  e  dei  conflitti  senza 
nobiltà  che  riempiono,  più  che  non 
occupino,  la  nostra  epoca,  un  fatto 
generale  si  sviluppa,  la  cui  larghezza 
può  far  dimenticare  molte  miserie  con- 
temporanee :  é  l'aspirazione  ogni  dì 
più  forte  che  spinge  gl'individui  e  i 
popoli  a  riprovare  le  soluzioni  bru- 
tali della  guerra  e  a  cercare,  per  scio- 
gliere i  conflitti  internazionali,  dei 
mezzi  meno  sommari  e  meno  odiosi  ; 
é  questo  il  movimento  pacifico. 

Tre  nomi,  scrive  il  signor  Alphonse 
Jouet   nella    Grande  Rezme,  potevano 

Voi.  evi,  Serie  IV  -  16  IngUo  1903, 


338 

fino  a  questi  ultimi  dieci  anni  rias- 
sumere la  storia  di  questo  movimento 
in  Francia:  Lamartine,  N'ictor  Hugo, 
Federico   Passy. 

Prima  del  '70  la  Francia  non  aveva 
che  un'  associazione  per  la  pace,  ed 
era  la  Ligiie  internationale  de  la  Paix 
fondata  nel  1867  da  F.  Passy.  È 
circa  nel  1886  che  il  movimento  si 
sviluppa  in  provincia,  a  Puy-deDòme, 
a  Nimes,  ecc.  L'Esposizione  del  1S99 
dà  un  nuovo  impulso  alla  propaganda 
con  un  Congresso  ov'era  rappresen- 
tato un  centinaio  di  Società.  D'allora 
ogni  anno,  salvo  rare  eccezioni,  in 
diverse  Capitali,  il  Congresso  si  ripete 
-  1890  a  Londra.  1S91  a  Roma,  1892 
a  Berna,  1893  a  Chicago,  1894  ad 
Anversa,  1896  a  Buda-Pesth,  1897 
ad  Amburgo,  1898  a  Torino  -  sotto 
il  titolo  modesto  di  Assemblea  gene- 
rale. 

Il  31  agosto  189S  un  erand'avve- 
nimento.  Lo  czar  lancia  la  circolare 
in  cui  invita  tutti  i  Governi  ad  una 
Conferenza  per  la  pace. 


Come  accade  spes.so  nelle  lotte 
d'idee,  il  successo  veniva  da  un  lato 
d'onde  lo  si  attendeva  meno. 

La  luce  comincia  a  farsi  sul  Con- 
gresso dell' Aja.  La  stampa  in  ge- 
nere lo  pose  in  ridicolo  e  secondo 
essa  si  sarebbe  potuto  credere  che 
il  Congresso  non  abbia  avuto  altro 
frutto  che  un  po'  di  vento  di  pa- 
role: essa  non  insistè  sul  fatto  assai 
importante  che  il  Congresso  creò  una 
Corte  permanente  d'Arbitrato. 

Comunque  possa  esser  giudicato 
l'atto  dello  czar,  quando  si  considera 
la  sua  azione  o  quella  del  suo  Go- 
verno negli  affari  di  Russia,  sta  il 
fatto  che  la  sua  voce,  sincera  o  no, 
ebbe  eco  e  fu  raccolta.  Dapprima  la 
frazione  liberale  della  borghesia  da 
cui  escono  i  Passy  e  i  Richet,  gente 
di  progresso,  d'industria,  di  scienza 
che  sentono  il  bisogno  di  pace  fe- 
conda, si  manifestò  fortemente  favo- 
revole. A  Parigi  la  Società  Paix  pal- 
le Droit,  nel  1900  faceva  applaudire 
da  un  gran  pubblico  i  suoi  oratori, 
che  erano  Leroy-Beaulieu,  D'Estour- 
nelles  de  Constant,  Patrik  Geddes  e 
molti  altri   universitari. 

Negli  altri  paesi  il  movimento  cre- 
sceva parrallelo.  In   Svizzera  la  So- 


TR.\   LIBRI    E    RIVISTE 


cicté  Suisse  de  la  Paix  conta  17  se- 
zioni. L'Inghilterra  possiede  13  So- 
cietà distinte,  di  cui  la  principale, 
Peace  Society,  conta  32  sezioni.  La 
Germania,  malgrado  tanti  ostacoli,  ha 
quattro  Associazioni  prospere,  di  cui 
la  Deutsche  Friedensgesellschaft,  nata 
a  Berlino  nel  1892,  conta  61  gruppi. 
In  Italia  la  florida  Società  di  Milano 
corrisponde  con  molte  Società  della 
penisola. 

Negli  Stati  Uniti  sono  14  .Società 
brillantissime,  di  cui  l'anziana.  The 
American  Peace  Society,  risale  al  1815. 
Perfino  in  Persia,  a  Tehèran,  esiste 
una  Società  per  la  Pace  e  l' Arbitrato. 


Ma  un  avvenimento  più  importante 
è  giunto  a  fortificare  il  movimento 
pacifico,  l'adesione  degli  uomini  po- 
litici e  dei  partiti.  Due  uomini  nella 
Camera  francese  da  banchi  assai  lon- 
tani si  accordarono  in  esso.  D'Estour- 
nelles  de  Constant,  repubblicano  «  wal- 
dekiste  »,  e  Giovanni  Jaurès.  Certa- 
mente nei  casi  particolari  l'accordo 
fra  liberali  e  socialisti  non  sarà  sem- 
pre perfetto,  ma  l'adesione  esplicita 
d'un  uomo  politico  e  d  un  partito  è 
sempre  da  considerarsi  come  un  im- 
pegno di   qualche  importanza. 

Ma  le  grandi  speranze  sono  dal 
lato  degli  Stati  Uniti.  Già  la  Corte 
dell'Aja  fu  chiamata  da  quella  grande 
nazione  a  decidere  un  piccolo  ma 
ben  intricato  conflitto  col  Messico. 
Inoltre  si  ricorderà  che  nel  conflitto 
venezueliauo,  dopo  le  prime  opera- 
zioni navali  e  il  bombardamento  di 
I-'uerto-Cabello,  il  presidente  Roose- 
velt fece  sapere  agli  alleati  (Germa- 
nia, Inghilterra,  Italia]  che  il  presi- 
dente Castro  domandava  un  arbitrato 
e  che  egli  proponeva  di  rimettersi 
alla  Corte  dell'Aja. 

Guglielmo  II,  il  quale  aveva  sem- 
pre ostacolato  il  Congresso  per  non 
consacrare  questa  giurisdizione  de- 
testata, aveva  risposto  che  gli  pareva 
«  mancar  d'autorità  »  e,  abilmente, 
chiedeva  che  arbitro  fosse  lo  stesso 
Presidente  degli  Stati  Uniti.  Ma  que- 
sti non  si  lasciò  smuovere  dalla  lu- 
singa non  credendosi  egli  mandato 
da  Dio,  e  rispondeva  che  non  si  sen- 
tiva di  accettare  tale  missione  e  che 
una  Corte  d'arbitrato  soltanto  era 
qualificata   ad   adempierla.    Cosi   av- 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


339 


venne  che  alla  fine  dell'anno  scorso 
le  potenze  dichiaravano  di  accettare 
l'arbitrato  dell' Aja.  Probabilmente 
esse  fecero  il  possibile  per  ridurre  e 
restringere  il  dibattito,  ma  il  princi- 
pio è  alfine  stabilito  Cosi  il  movi- 
mento pacifico  non  è  soltanto  una 
dottrina  :  esso  è  entrato  nel  dominio 
dei  fatti.  La  guerra,  conclude  il  si- 
gnor Jouet,  ha  ormai  un  avversario 
con  cui  deve  contare  e  che  trionferà. 

Una  statua  a  Gladstone. 

Mentre  si  attende  la  biografia  di 
Gladstone  scritta  dal  Morie)-,  la  quale 
dicesi  comparirà  in  ottobre,  al  great 


La  statua  di  Glailstono  a  Wcstiniu^tei-  Al}l)e,v. 

old  man  s'è  inaugurato  testé  un  mo- 
numento nell  'Abbazia  di  Westminster. 
Tutti  conoscono  il  famoso  Poets'  Cor- 
ner, che  è  una  specie  di  Pantheon  ove 
sono  ricordati  in  effigie  i  più  grandi 
intelletti  dell'Inghilterra.  Westminster 
Abbey  e  la  cattedrale  di  San  Paolo 
contengono  e  presentano  al  visitatore 
tutte  le  grandi  glorie  dell'Inghilterra. 
Il  monumento,  scrivono  i  giornali 
inglesi,    è    degno    dell'uomo   che  fu 


quattro  volte  primo  ministro  e  che 
alcuno  chiamò  l'ultimo  grande  poli- 
tico idealista  inglese.  Gli  uomini 
d'oggi  seguono  un'altra  politica,  piti 
pratica,  politica  di  colonie  e  di  do- 
gane ;  quegli  praticava  la  politica  del- 
l'umanità. 


Quel  che  prepara  G.  Rovetta. 

Dopo  il  fortunato  Romanticismo  il 
fecondo  drammaturgj  e  romanziere 
lombardo  non  ha  più  annunziato  al- 
cun nuovo  lavoro.  Ora  infine  si  parla 
tli  un  nuovo  dramma:  La  moglie  di 
Sua  Eccellenza.  Ma  la  notizia  non 
è  esatta.  Ecco  quanto  scrive  in  pro- 
posito D.  Lanza  nella  Stampa: 

«  La  moglie  di  Sua  Eccellenza  è  il 
titolo  di  un  romanzo,  non  d'un  dram- 
ma ;  d'un  romanzo  che  non  sarà  pro- 
babilmente mai  per  vestirsi  di  forme 
sceniche.  E  la  verità  è  questa  :  che 
il  Rovetta  sta  per  finire  realmente  il 
suo  romanzo,  a  cui  il  titolo  annun- 
ziato non  deve  dare  alcuna  apparenza 
di  politica.  Molta  pittura  e  analisi 
d'ambiente,  -  e  ambiente  aristocra- 
tico -  molto  amore  e  molta  materia 
passionale  saranno  il  contenuto  di 
questo  romanzo,  a  cui  da  oltre  im 
anno  e  mezzo  il  Rovetta  attende  con 
fervore  giovanile.  Che  non  è  giova- 
nile nella  figura  spirituale  e  fisica  di 
questo  uomo  avvinghiato  con  invi- 
diabile tenacia  alla  giovinezza? 

«  Ma  il  romanzo  non  gli  ha  fatto 
dimenticare  il  teatro.  Ed  il  teatro 
avrà  quest'anno  ancora  il  suo  nuovo 
dramma.  Soltanto,  è  ancora  da  scri- 
vere, ed  è  ancora  in  attesa  di  un 
titolo.  Ma  chi  ricorda  la  puntualità 
rovettiana  può  esser  certo  che  esso 
sarà  scritto  in  breve  tempo,  e  che, 
a  momento  opportuno,  anche  il  ti- 
tolo, uno  di  quei  titoli  in  cui  la  scelta 
del  Rovetta  è  sagace  e  felice,  salterà 
fuori  a  battezzare  la  nuova  creatura. 

«  Nel  mese  di  agosto  e  settembre, 
nella  frescura  e  nel  riposo  che  chie- 
derà in  qualche  delizioso  angolo  della 
Svizzera,  egli  scriverà  il  dramma  che 
è  venuto  a  mano  a  mano  disegnando 
nella  sua  mente,  mentre  dava  opera  al 
romanzo.  Tra  gli  intervalli  di  tempo 
che  gli  concedeva  quest'ultimo,  come 
distraendosi  in  un  riposo,  ha  imagi- 
nato  una  nuova  storia,  un  nuovo  am- 


340 


TRA    LIBRI    E   RIVISTE 


biente,  ha  colorito  dinanzi  alla  sua 
fantasia  una  nuova  azione  di  perso- 
naggi, ha  studiato  un  nuovo  momento 
storici-,  con  quel  suo  particolar  si- 
stema di  fusione  del  documento  reale 
e  dell'invenzione. 

«  L'azione  del  dramma  si  svolgerà 
nel  jS6o,  e  i  cinque  atti  scenici  ci 
rievocheranno  dinanzi  l'ambiente  po- 
litico-letterario di  quel  tempo.  Ma 
non  troppa  politica,  né  troppa  lette- 
ratura, a  quanto  pare,  dacché  prota- 
gonista del  dramma  sarà  ancora  il 
sentimento  più  eternamente  dramma- 
tico e  commovente,  l'iTwwr.  E  parlerà 
questo  sentimento  con  le  parole  e 
con  gli  atti  di  una  donna,  nella  quale 
l'autore  intende  accendere  il  fuoco 
più  vivo  e  intenso  della  passione. 

«  Un  dramma  di  cuore,  di  senti- 
mento quindi,  inquadrato  in  una  cor- 
nice di    costumi  politici  e  letterari  ». 


La  conoscenza  deli'  idrografia  è 
necessaria  a  chi  studia  gli  animali 
acquatici  nello  stesso  modo  che  quella 
della  geografia  a  chi  studia  gli  ani- 
mali  terrestri. 

Le  principali  aree  marine  si  pos- 
sono dividere  in  due  grandi  gruppi; 
i  grandi  oceani  ^■\tlantico.  Pacifico, 
Oceano  Indiano)  e  i  mari  interni, 
il  che  viene  a  formare  in  complesso 
non  meno  di  141  milioni  di  miglia 
quadrate,  vale  a  dire  circa  tre  quarti 
della  superficie  del  globo.  E  queste 
aree  sono  continue,  fatto  di  grande 
importanza. 

La  profondità  dei  mari  è  molto 
varia:  la  media  è  d:  quasi  quattro- 
mila metri  :  la  massima  più  di  nove- 
mila.  La  temperatura  invece  é  molto 
varia  alla  superficie,  ma  abbastanza 
uguale  nel  profondo,  se  si  tratta  di 
oceani;  nei  bacini  racchiusi  essa  s'av- 
vicina a  quella  della  terra. 


La  vita  nei  mari. 


«  Un  dei  più  importanti  fatti  ormai 
stabiliti  dalle  investigazioni  moderne 
del  mare  é  che  non  v'ha  regione  in 
esso  che  sia  interamente  priva  di 
vita  animale.  Le  acque  superficiali 
nella  regione  delle  calme  equatoriali 
e  quelle  gelide  fra  gli  icebergs  nelle 
regioni  artiche  contengono  numerose 
popolazioni  ;  le  dense  e  calde  acque 
del  Mediterraneo  e  del  Mar  Rosso 
e  le  fredde  e  relativamente  dolci  ac- 
que dei  fiordi  norvegesi,  le  basse 
acque  delle  coste  e  le  grandissime 
profondità  dei  letti  oceanici,  tutte  ci 
presentano  le  loro  caratteristiche  for- 
me viventi.  Non  v"  ha  regione  che 
possa  dirsi  azoica  ». 

Co.si  incomincia  un  suo  breve  ma- 
nuale, ora  tradotto  dal  Dr.  G.  No- 
bili nella  «  Piccola  Biblioteca  »  del 
Bocca,  il  prof.  Sydney  J.  Hick.son,  in- 
segnante air  Owens  College  di  Man- 
chester. Lo  scrittore  riassume  ì  risultali 
delle  ultime  ricerche  sull'oceanogra- 
fia, dà  una  breve  descrizione  della 
fauna  litorale,  della  fauna  nuotante 
superficiale  e  dei  loro  generi  di  vita, 
in  forma  facile  e  piana,  in  modo 
da  offrire  sinteticamente  sull'argo- 
mento le  cognizioni  ormai  tanto  ne- 
cessarie a  tutti  in  questo  come  in 
ogni  ramo  della  scienza  moderna. 


Il  fondo  d'un  oceano,  se  fosse,  per 
ipotesi,  un  momento  esposto  alla  su- 
perficie, ci  apparirebbe  un  vastissimo 
deserto,  senza  una  pietra,  una  roccia, 
una  particolarità  qualsiasi  che  va- 
riasse la  monotonia  della  scena.  Si 
supponeva  una  volta  che  esso  fosse 
completamente  piano,  senza  alcun 
dislivello  notevole  dalla  linea  del 
fango  di  una  costa  continentale  a 
quella  di  un'altra,  ma  le  moderne 
esplorazioni  sottomarine  hanno  di- 
mostrato che  in  tutti  i  grandi  bacini 
oceanici  trovani  elevazioni  e  creste 
come  pure  valli  e  fosse  profonde, 
che  rompono  la  monotonia  del  ca- 
rattere generalmente  piano. 

Nelle  vicinanze  dei  continenti  il 
fondo  del  mare  varia  moltissimo.  I 
detriti  asportati  dal  mare  sulle  spiagge 
e  quelli  introdotti  dai  fiumi,  i  resti 
della  fauna  litorale  rinnovantesi,  fanno 
sì  che  il  fondo  lungo  le  coste  sia 
caratterizzato  da  estesi  depositi  terri- 
geni e  da  depositi  animali  e  vegetali. 
La  media  estensione  dei  depositi  flu- 
viali è  di  circa  250  miglia  nel  mare. 
Essi  costituiscono  una  linea  che  fu 
da  John  Murray  ciiiamata  la  linea  del 
fango,  caratterizzata  da  una  fauna 
abbondante  e  interessantissima. 

Rimandiamo  i  lettori  al  bel  volume 
del  Hickson  per  quanto  riguarda  le 
svariatissime    forme    di    vita   che    si 


TRA   LIBRI   E    RIVISTE 


341 


agitano  nel  liquido  elemento.  Ci  pare 
interessante  di  riportare  qui  alcuni 
punti  curiosissimi  che  descrivono 
modi  d'esistenza    di  alcuni    animali. 

Tutti  sanno  che  significhi  la  pa- 
rola siììibiosi,  che  è  stata  applicata 
dai  naturalisti  al  fenomeno  della  vita 
in  comune  per  aiuto  o  protezione 
scambievole  fra  ditTerenti  specie  di 
animali  o  di  piante.  Ci  sono  pure 
degli  animali  che  applicano  una  spe- 
cie di  commensalismo  e  di  mutua- 
lismo. 

«  Un  animale  assai  comune  suHe 
spiaggie  è  un  Paguro,  o  Granchio 
Eremita.  Dalla  fauce  aperta  di  una 
conchiglia  che  sembra  vuota,  vediamo 
d'un  tratto  uscire  delle  zampine;  ro- 
vesciamo la  conchiglia,  e  la  vedremo 
fuggire  nella  parte  più  profonda  di 
una  buca  della  roccia.  Questa  è  un'as- 
sociazione di  un  Crostaceo  vivente 
colla  conchiglia  di  un  animale  morto. 
Se  si  estrae  il  Paguro  dalla  conchiglia, 
tosto  vediamo  che  esso  ha  un  addome 
molle  e  contorto  a  spira,  completa- 
mente diverso  da  quello  di  un  Gran- 
chio o  d'altro  Crostaceo;  e  che  esso 
non  potrebbe  vivere  lungamente  senza 
l'asilo  e  la  protezione  della  conchiglia, 
che  è  appropriata  a  lui.  Il  Paguro, 
nel  corso  della  sua  vita,  cresce  in 
dimensione  e  quando  è  divenuto 
troppo  grosso  per  la  conchiglia  in 
cui  vive,  va  in  cerca  di  un'altra  più 
grossa,  e  cambia  dimora,  fino  a  rag- 
giungere dimensioni  che  richiedono 
una  conchiglia  anche  assai   grossa. 

c(  Nelle  acque  delle  nostre  coste, 
appena  sotto  al  limite  della  bassa 
marea,  spesso  vediamo  che  la  con- 
chiglia che  contiene  il  Paguro  porta 
superiormente  un'Attinia,  o  Anemone 
di  mare,  appartenente  ad  una  specie 
che  si  riscontra  quasi  sempre  asso- 
ciata col  Paguro.  Inoltre  l'Attinia  ha 
sempre  una  posizione  definita  sulla 
conchiglia,  in  modo  che  la  sua  bocca 
sia  rivolta  verso  le  mascelle  del  Pa- 
guro, quando  egli  è  esteso  fuori  della 
conchiglia.  Questa  disposizione  per- 
mette all'Attinia  di  beneficare  di 
qualche  pezzetto  d'alimento  che  sfug- 
ge dalla  bocca  del  suo  socio.  Quando 
il  Paguro  è  divenuto  troppo  grosso 
per  la  sua  conchiglia,  e  la  cambia 
con  un'altra,  l'Attinia  lo  segue,  e 
riprende    la    stessa     posizione    sulla 


nuova  conchiglia,  e  così  fassociazione 
continua  per  tutta  la  vita. 

«  Il  vantaggio  che  l'Attinia  ritrae 
da  questa  disposizione  è  ovvio,  poiché 
essa  può  non  solo  procurarsi  il  suo 
cibo  nel  modo  di  tutte  le  altre  At- 
tinie, ma  anche  ricevere  una  parte 
di  quello  del  Paguro.  Il  vantaggio 
pel  Paguro  non  è  cosi  facile  a  ve- 
dersi, ma  è  probabile  che  l'Attinia, 
essendo  assai  disgustosa  per  molti 
pesci  e  per  altri  animali,  agisca  da 
protettrice.  Il  fatto  che  i  Paguri  sono 
estremamente  timidi  e  si  ritirano 
nella  loro  conchiglia  appena  c'è  il 
minimo  segno  di  pericolo,  e  che 
molti  pesci  sono  ghiotti  di  essi,  prova 
che  essi  hanno  da  temere  di  molti 
nemici  fra  gli  abitanti  del  mare.  Ora 
l'Attinia,  coprendo  la  conchiglia,  ne 
nasconde  la  natura,  ed  essendo  inol- 
tre evitata  dai  pesci  carnivori  come 
immangiabile  e  sgradevole,  essa  rende 
un  grande  servizio  al  Paguro,  in 
cambio  di  quello  che  ne  riceve  ». 


«  Sulle  nostre  coste  si  può  dragare 
non  raramente  una  Spugna  di  color 
ros.so  o  aranciato,  che  circonda  e 
protegge  un  Paguro.  Nascosta  nella 
sostanza  della  Spugna,  si  può  sempre 
trovare  una  piccola  conchiglia  che 
sta  al  termine  della  cavità  in  cui  vive 
il  Paguro. 

«  Questa  associazione  è,  pel  Cro- 
staceo, più  vantaggiosa  che  quella 
coU'Attinia,  evitando  egli  di  dover 
cambiare  conchiglia,  poiché  il  Paguro 
e  la  Spugna  crescono  insieme.  La 
storia  di  questa  associazione  é  pro- 
babilmente la  seguente  :  un  piccolo 
Paguro  prende  dimora  in  una  piccola 
conchiglia  di  Gasteropodo  ;  sopra  di 
questa  si  stabilisce  una  larva  di  spu- 
gna, vi  cresce  e  si  espande,  finché  la 
circonda  tutta,  eccettuata  la  cavità 
da  cui  sporge  fuori  il  Paguro.  Quando 
la  spugna  é  cresciuta  oltre  il  labbro 
della  conchiglia,  lascia  dall'esterno 
fino  all'apertura  della  conchiglia  stes- 
sa una  cavità  in  cui  vive  il  Crostaceo. 
Così  il  Paguro  man  mano  che  cresce 
é  sempre  provvisto  di  una  cavità 
maggiore  in  cui  accomodare  il  suo 
corpo,  fornitagli  dall'accrescimento 
della  Spugna,  mentre  la  piccola  con- 
chiglia   rimane    abbandonata    come 


34-i 


TRA    LIBRI    E   RIVISTE 


testimonio  della  storia  passata  della 
coppia.  Ma  negli  stadi  posteriori  del- 
l'accrescimento entra  in  scena  un 
terzo  associato  :  un  piccolo  verme 
segmentato  che  vive  nella  cavità  in- 
sieme col  Paguro.  La  funzione  di 
questa  terza  persona  sembra  abbia 
carattere  igienico.  Il  Paguro  non 
associato  alla  Spugna  provvede  alla 
pulizia  della  sua  dimora  col  cambiare 
frequentemente  di  conchiglia.  Quando 
è  associato  alla  Spugna  vi  provvede 
tenendosi  in  casa  il  verme,  che,  ciban- 
dosi dei  suoi  resti,  fa  la  pulizia  della 
casa  ». 

Molti  parassiti  interni  ed  esterni 
tormentano  i  pesci.  Le  pulci  dei  pesci, 
ad  esempio,  sono  piccoli  crostacei 
che  s'attaccano  alla  pelle  :  altri  s'in- 
troducono nella  bocca.  La  sacculina 
trovasi  spesso  sotto  la  coda  dei  gran- 
chi. Le  branchie  dei  pesci  sopratutto 
prestano  ai  parassiti  un  gradevole 
soggiorno.  Ci  sono  poi  i  parassiti 
interni,  ed  è  da  notare  che  nessuno 
di  essi  può  comunicarsi  all'uomo,  ad 
eccezione  di  una  specie  di  verme 
solitario  che  infesta  i  salmoni  e  gli 
storioni  .semi-marini,  che  si  sospetta 
sia  nocivo  all'organismo   umano. 


Alessandro  Dumas  padre. 

La  Rcvue  del  i°  luglio  pubblica  su 
Alessandro  Dumas  padre  due  inte- 
ressanti articoli:  l'uno,  di  Georges 
Dubosc,  composto  su  documenti  ine- 
diti, parla  degli  antenati  del  grande 
romanziere  ;  l'altro,  di  Gabriel  Ferry, 
tratteggia  il  periodo  ultimo  della  vita 
di  lui,  dal  1868  al  1870,  anno  della 
sua   morte. 

Alessandro  Dumas  usava  firmar  tutti 
gli  atti  uftìciali  e  civili  a  cui  interve- 
niva, col  nome  di  Alessandro  Dumas 
Davy  de  la  Paillelerie.  Alcuni  gli  rim- 
proveravano la  cosa  come  una  fantasia 
nobiliare,  ma  di  fatto  egli  discendeva 
per  figliazione  autentica  da  un'antica 
famiglia  normanna,  originaria  del 
paese  di  Caux,  di  cui  si  rintraccia 
l'esistenza  fino  dal  xv  secolo.  I  Davy 
de  la  Pailleterie  furono  gentiluomini, 
possidenti,  soldati,  cortigiani.  L'ul- 
timo di  essi,  eccentrico  oltre  ogni  dire, 
Alessandro-Antonio,  si  stabili  nel  1760 
a  San  Domingo,  ed  ebbe  da  una 
negra  un  figlio,    Thomas- Alexandre; 


nel  1780,  la  negra  essendo  morta,  egli 
tornò  in  Francia  col  figliolo,  e  a  73 
anni  sposò  la  propria  cameriera  ; 
mori  nel   1796. 

Thomas-Ale.xandre,  scontento  del 
matrimonio  di  suo  padre,  si  era  arruo- 
lato come  semplice  militare,  contro  la 
volontà  paterna,  assumendo  il  nome 
della  madre:  Dumas.  Egli  divenne  ge- 
nerale, come  si  sa,  e  la  sua  fu  un'eroica 
carriera.  A  \'illers-Cotteret,  nel  1792 
si  sposò  ed  ivi  il  24  luglio  1802  nac- 
que da  lui  quegli  che  è  passato  nella 
storia  col  nome  di  Alessandro  Dumas 
padre. 

X'ent'anni  dopo,  il  27  luglio  1822, 
nasceva  a  Parigi  e  veniva  dichiarato 


come  figlio  naturale  di  Marie-Cathe- 
rine Le  Bay,  sarta,  Alessandro  Du- 
mas fils,  che  fu  riconosciuto  dinanzi 
a  notaio  nel  1831.  La  giovane  sarta 
era  divisa  dal  proprio  marito,  pare: 
abitava  una  stanzuccia  presso  quella 
di  Dumas,  nella  piazza  dell'Opera 
Comique.  Il  loro  idillio  durò  qualche 
tempo,  poi  il  successo  dei  primi 
drammi  fece  cambiar  genere  di  vita 
al  Dumas,  e  il  bambino  restò  a  ca- 
rico della  madre  sino  all'età  di  otto 
anni:  fu  da  lei  che  il  futuro  autore 
di  L'ami  des  femmcs  ebbe  le  prime 
lezioni  ed  ereditò  quella  serietà  di 
carattere,  quell'abitudine  all'ordine  e 
alla  precisione,  che  lo  distinsero  sem- 
pre dal  padre.  Quando  il  celebre  ro- 
manziere fu  all'apogeo  del  trionfo, 
ricercò  il  figliolo  e  lo  fece  educare: 
per  alcnni  anni  vissero  insieme  di 
vita  larga  e  facile,  mentre  la  Le  Bay 
continuava  a  non  voler  accettar  nulla 
dal  glorioso  suo  amante  d'un  tempo 
All'epoca  della  rivoluzione  del  1S48, 
Dumas  si  trovò  in  cattive  acque  per  la 


TRA    LIBRI    E   RIVISTE 


343 


prima  volta,  e  allora  il  figliolo  venne 
di  nuovo  ospitato  dalla  sarta  e  inco- 
raggiato da  questa  a  cercar  da  se 
stesso  le  risorse  della  vita.  È  noto 
a  tutti  il  successo  della  Dame  aux 
Cami/ias  che  assicurò  da  un  giorno 
all'altro  al  giovanissimo  Dumas  la 
fama  e  la  prosperità.  Madame  Le 
Bay  visse  sempre  di  poi  fra  gli 
agi  mercè  le  cure  di  suo  figlio:  negli 
ultimi  tempi  lii  sua  vita  si  riconciliò 
perfino  col  vecchio  Dumas,  che  tro- 
vava sempre  lo  stesso,  sempre  idi  en- 
fant terrible. 

I  rapporti  tra  figlio  e  padre  si  man- 
tennero piuttosto  freddi:  negli  ultimi 
anni  sopratutto  il  vecchio  era  dive- 
nuto timidissimo  di  fronte  al  figlio. 
Colla  coscienza  di  non  averne  seguiti 
i  savii  consigli,  per  la  sua  incorreg- 
gibile mania  di  larghezza,  che  gli 
faceva  dire  ridendo  :  «•  Quand  ma 
main  tient  quelque  chose,  elle  le 
tient  bien,  excepté  l'argent.  Ah!  l'ar- 
gent  est  si  coulant  qu'il  passe  tou- 
jours  à  travers  nos  doigts!  »,  non 
osava  che  in  casi  estremi  ricorrere 
al  suo  aiuto  fra  le  difficoltà  pecunia- 
rie che  gli  si  accumulavano  intorno. 

La  narrazione  di  queste  strettezze 
dell'antico  castellano,  di  Monte  Cristo 
è  veramente  triste.  Dal  1864,  anno 
in  cui  Dumas  tornò  da  Napoli  a  Pa- 
rigi dopo  un'assenza  di  quattro  anni, 
i  suoi  affari  si  ostinarono  a  essergli 
contrari.  La  sua  fama  era  ancora  al 
colmo,  e  il  suo  ritorno  fu  assai  fe- 
ste :;giato  dai  bau  levar dieìs;  ma  la 
censura  gli  diede  un  colpo  proibendo 
la  rappresentazione  d"  un  dramma 
tratto  dai  Mohicans  de  Paris  :  Dumas 
ebbe  un'idea  di  quelle  che  gli  ispi- 
rava la  sua  fantasiosa  immaginazione; 
scrisse  a  Napoleone  III  una  lettera 
che  fu  assai  commentata  e  che  oggi 
è  obliata;  la  Rcvuc  la  riproduce,  e 
noi   ne  diamo  la  traduzione: 

«  Sire, 

«  \'i  erano  nel  1830  e  vi  sono  an- 
cor oggi  tre  uomini  alla  testa  della 
letteratura  francese.  Questi  tre  uo- 
mini sono  Victor  Hugo,  Lamartine 
ed  io. 

«  Victor  Hugo  è  proscritto.  La- 
martine è  rovinato.  Non  mi  si  può 
esiliare  come  Hugo,  giacché  nulla 
nei  miei  scritti,  nella  mia  vita  o  nelle 


mie  parole  ne  darebbe  motivo.  Ma 
si  può  rovinarmi  come  Lamartine  ;  e 
difatti,  mi  si  rovina.  Io  non  so  quale 
malevolenza  animi  la  censura  contro 
di  me.  Io  ho  scritto  e  pubblicato 
mille  duecento  volumi.  Non  tocca  a 
me  apprezzarli  dal  punto  di  vista  let- 
terario. Tradotti  in  ogni  lingua,  essi 
sono  andati  tanto  lontano  quanto  il 
vapore  ha  potuto  portarli.  Quantun- 
que io  sia  dei  tre  il  meno  degno, 
essi  iu'han  fatto  nelle  cinque  parti 
del  mondo  il  più  popolare  dei  tre, 
forse  perchè  l'uno  è  un  pensatore, 
l'altro  un  sognatore,  e  io  non  sono 
che  un  volgarizzatore.  Di  quei  mille 
duecento  volumi  non  ve  n'è  uno  che 
non  si  po.ssa  lasciare  in  mano  ad  un 
operaio  del  sobborgo  Saint-Antoine, 
il  più  repubblicano,  o  a  una  fanciulla 
del  sobborgo  Saint-Germain.  il  più 
puiiico  dei  nostri  sobborghi. 

«  Ebbene,  Sire,  agli  occhi  della 
censura  io  sono  l'uomo  più  immo- 
rale che  esista.  La  Censura  ha  suc- 
cessivamente colpito  da  dodici  anni 
in  qua: 

«  Isaac  Laguedem,  venduto  per  ot- 
tanta mila  franchi  al  Constitutioiinel. 

«  La  tour  de  Nesle,  dopo  ottocento 
rappresentazioni  ;  il  veto  ha  durato 
sette  anni. 

«  Antony,  dopo  trecentocinquanta 
rappresentazioni  ;  il  veto  ha  durato 
.sei  anni. 

«  La  Jeunessc  de  Louis  XIV.  che 
non  fu  mai  rappresentato  che  all'e- 
stero e  che  stava  per  darsi  al  Tea- 
tro Francese. 

«  La  Jeunesse  de  I^ouis  XV,  ri- 
cevuta allo  stesso   teatro. 

«  Oggi  la  censura  arresta  i  Mohi- 
cans de  Paris  che  stavano  per  esser 
rappresentati  sabato  prossimo.  Essa 
colpirà  probabilmente  anche,  sotto 
pretesti  più  o  meno  speciosi,  Olympe 
de  Clèves  e  Balsamo,  che  sto  scriven- 
do. Io  non  mi  lamento  per  i  Mohicans 
più  che  per  gli  altri  drammi,  soltanto 
faccio  osservare  a  Vostra  Maestà  che 
durante  i  sei  anni  della  Restaurazione 
di  Carlo  X,  durante  i  diciotto  anni 
del  regno  di  Luigi  Filippo,  io  non 
ho  mai  avuto  un  lavoro  né  sospeso 
né  arrestato,  e  aggiungo,  sempre  per 
Vostra  Maestà  sola,  che  mi  pare  in- 
giusto di  far  perdere  più  d'un  mezzo 
milione  ad  un  autore  drammatico, 
mentre    si    incoraggia    e    si    sostiene 


344 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


tanta    gente    che    non  merita  questo 
nome. 

«  Io  me  ne  appello  dunque,  per 
la  prima  e  probabilmente  per  l'ulti- 
ma volta,  al  principe,  di  cui  ebbi  l'o- 
nore di  stringer  la  mano  a  Treuen- 
berg,  a  Ham,  ed  all'  Eliseo,  e  che, 
avendomi  trovato  quale  proselite  de- 
voto sulla  strada  dell'esilio,  e  su 
quella  della  prigione,  non  mi  ha  mai 
trovato  come  sollecitatore  dell'Im- 
pero. 

'.   Parigi,    IO  agosto    1864. 

«  Aless.\xdro  Dlji.\s  ». 

In  seguito  a  questa  lettera  la  cen- 
sura disserrò  le  sue  zanne.  La  produ- 
zione del  vecchio  titano  continuò  ab- 
bondante fino  al  1869,  epoca  in  cui 
la  malattia  lo  atterrò.  La  sua  facoltà 
d'immaginazione  lussureggiante  era 
diminuita,  ma  egli  conservava  tutta  la 
piacevolezza  del  novellatore,  il  dia- 
logo spiritoso,  l'interesse  delle  situa- 
zioni. Nel  1S65  parti  per  Francoforte 
onde  osservare  da  presso  la  campagna 
della  Prussia  contro  l'Austria.  Tornò 
a  Parigi  con  una  quantità  di  docu- 
menti interessantissimi  ,  inediti  ,  e 
scrisse  La  Terreur  Prussienne,  ro- 
manzo di  storia  contemporanea,  nel 
quale  si  sente  l'inquietudine  del  pa- 
triota sotto  lo  scrittore  impressionato 
dalle  conseguenze  del  trionfo  della 
Prussia.  Dumas  si  elevò  qui  in  certi 
momenti  ad  una  grande  altezza  di 
pensiero.  Ecco  come  egli  definiva  il 
compito  della  Francia  nel  mondo  : 
«  Sur  la  route  du  progrès  la  France 
est  le  symbolique  conducteur  de  la 
raison  humaine  ;  elle  est  la  colonne 
de  fumèe,  le  joir,  la  colonne  de  leu, 
la  nuit.  Sa  politique  peut  se  résu- 
mer  en  deux  sentences  :  Ne  jamais 
marcher  assez  lentement  pour  arrèter 
l'Europe.  Ne  jamais  marcher  assez 
vite  pour  empècher  le  monde  de  la 
suivre   ». 

Nell'estate  del  186S,  dopo  un  giro 
abbastanza  fortunato  di  conferenze  a 
Le  Hàvre,  Caen,  Dieppe,  Rouen,  intra- 
prese l'ultimo  suo  romanzo  storico  : 
/  Bianchi  e  gli  Azzurri:  ma  l'in- 
verno sopravvenuto,  un  cambiamento 
brusco  e  allarmante  si  manifestò  nella 
costituzione  fin  allora  tanto  robusta 
di  Dumas.  All'attività  incessante,  alla 
vitalità  elettrica  che  lo  aveva  sempre 
animato,   succedette  un    torpore    de- 


primente: spesso  durante  il  giorno  il 
maestro  s'assopiva  all'improvviso;  il 
suo  passo  divenne  pesante,  l'addome 
si  ingrossò  tanto  da  far  supporre  un 
principio  d'idropisia.  Era  la  reazione 
di  cinquanta  anni  di  dispendio  d'una 
energia  fenomenale.  Tuttavia,  nell'e- 
state del  1869,  su  una  piccola  spiaggia 
di  Bretagna,  egli  parve  riaversi,  e  in 
settembre  a  Parigi  volle  riprendere  il 
lavoro.  AhimèI  Egli  non  si  ritrovava 
pili:  quandononpotè  piùfarsiillusione, 
il  grande  lavoratore,  che  Michelet 
diceva  essere  stato  «  una  delle  forze 
della  natura  »  ,  pianse...  Egli  s'in- 
quietava pensando  alla  posterità  : 

—  Mi  sembra  -  disse  un  giorno  al 
figlio  -  di  esser  sulla  cima  d'un  monu- 
mento che  trema  come  se  le  fonda- 
menta fossero  tra  la  sabbia. 

—  Sta  tranquillo,  -  gli  rispose  il 
figlio  -  il  monumento  è  ben  costrutto 
e  la  base  ne  è  solida. 

I  guadagni  essendosi  arrestati ,  Du- 
mas passò  tutto  l'inverno  1869-1870 
nella  maggior  ristrettezza,  con  acconti 
degli  editori,  dei  presdti,  e  gli  aiuti 
di  suo  figlio,  a  cui,  abbiam  detto, 
non  ricorreva  che  quando  v'era  for- 
zato. Mandò  al  Monte  di  Pietà  alcuni 
oggetti  di  valore,  resti  della  passata 
opulenza.  E  ancora  dei  parassiti  e  dei 
bisognosi  gli  strappavano  a  volte  il 
poco  ch'egli  si  procurava  così  triste- 
mente. 

La  guerra  scoppiata  tra  la  Francia 
e  la  Prussia,  l'imminente  assedio  di 
Parit;i  spinsero  nel  settembre  Dumas 
figlio  ad  allontanare  il  padre  un'ul- 
tima volta  dalla  città  :  lo  istallò  nella 
sua  proprietà  di  Puys  presso  Dieppe. 
E  là,  in  una  camera  prospiciente  il 
mare,  il  romanziere  si  estinse,  dopo 
tre  mesi  di  placida,  quasi  incosciente 
agonia,  ignorando  le  sventure  che 
colpivano  il  suo  paese,  vivendo  nel 
passato  i  rari  istanti  di  lucidità.  Egli 
fu  sepolto  a  Neuville,  villaggetto 
presso  Puys.  Soltanto  nel  1S72  il  fi- 
glio potè  farne  esumare  la  salma,  e 
trasportarla  a  X'illers-Cotterets,  nel 
mausoleo  di  famiglia. 

Tolstoi  e  Gorki. 

Molto  si  discute  in  Europa  sui  rap- 
porti ideali  tra  i  due  scrittori  russi. 
La     recente     lettera    della     contessa 


TRA    LIBIU    E    RIVISTE 


Tolstoi  farebbe  credere 
che  possa  esistere  tra  essi 
qualche  discrepanza. 

Certo  tra  l'efficacia  rap- 
presentativa di  un  am- 
biente particolare  che  è 
la  caratteristica  di  Mas- 
simo Gorki  e  la  potenza 
di  pensiero  del  vecchio 
gigante,  fra  la  visione 
aspra  delle  miserie  sociali 
e  i  grandiosi  quadri  sto- 
rici e  filosofici,  fra  /bassi 
Joiidi  e  Guerra  e  Pace 
qualche  tratto  ci  corre. 
Ma  il  Gorki  è  giovane  e 
attivissimo.  Forse  attin- 
gerà l'equilibrio  d'arte 
che  molti  per  pregiudizio 
non  credono  possibile 
nella  letteratura  russa, 
dimenticando  evidente- 
mente lo  squisito  Turghe- 
niev  e  il  classico  Pushkin. 
Intanto,  quasi  a  rendere 
materiale  il  confronto  fra 
i  due  più  Lelebri  scrittori 
russi  moderni,  eccone  le 
fotografie,  prese  insieme, 
che  togliamo  dall'ultimo 
numero  del  Critic  di 
New-York. 


ToL.STOl    e    Ct(jkk1. 


«  Le  petit  sou  ». 

Un'associazione  universitaria  ita- 
liana alcuni  anni  fa.  essendo  riuscita, 
per  mezzo  di  uno  spettacolo  allestito 
dai  soci,  a  raggranellare  un  rispetta- 
bile gruzzoletto,  ebbe  la  buona  idea 
di  assegnarlo  come  borsa  di  studio 
per  qualche  povero  diavolo,  e  il  pre- 
mio fu  chiamato  Scholasticon.  Simili 
atti  generosi  potrebbero  essere  più 
frequenti  e  si  può  dire  che  quasi  ogni 
anno  un'Associazione  studentesca  do- 
tata di  fantasia  potrebbe  ideare  qual- 
che buon  progetto  per  levare  grazio- 
samente dalle  tasche  del  pubblico, 
ch'è  formato  poi  di  tanti  buoni  parenti, 
amici,  conoscenti,  il  suUodato  gruz- 
zoletto. 

Incoraggiare  gli  studenti  poveri  in 
tal  modo  è  favorire  il  processo  per 
cui  si  fabbricano  gli  spostati.  È  vero 
ciò?  Non  credo.  D'altronde,  quando 
abbiamo  innanzidei  professionisti  inu- 
tili e  ingombranti,   è   difficile  discer- 


nere se  essi  vengano  dal  popolo  o 
dalla  borghesia.  Comunque,  tra  cento 
spostati,  date  mezzo  ad  un  Galileo 
Ferraris,  ad  un  uomo  superiormente 
utile,  di  manifestarsi,  ecco  il  com- 
penso. 

Ma  ci  son  mille  modi  di  aiuto  re- 
ciproco fra  studenti,  e  i  più  pratici 
sono  i  più  ov/ii,  i  più  umili.  Ne  pre- 
sento qui  uno:  h  Le  petit  sou,  il  soldino. 


Il  Petit  sou  è  una  interessante  isti- 
tuzione del  liceo  Louis-le-Grand  -  uno 
dei  più  celebri  di  Parigi -al'a  quale 
ciascun  allievo  contribuisce.  Ogni  set- 
timana lo  scolaro  preleva  cinque  cente- 
simi dalla  sua  tasca  e  li  versa  per  la  co- 
stituzione d'una  borsa  a  profitto  d'uno 
scolaro  povero.  Cinque  centesimi,  non 
più,  giacché  bisogna  tener  conto  delle 
suscettibilità  di  coloro  che,  non  po- 
tendo dardi  più,  si  sentirebbero  umi- 
liati dai  doni  dei  fortunati.  Quegli  che 
approfitta  della  borsa  è  sconosciuto  a 


:u« 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


tutti  ;  anche  dall'amministrazione  del 
Collegio.  Solo  i  membri  della  Com- 
missione incaricata  di  designare  il  ti- 
tolare sono  iniziati  al  segreto.  Il  prezzo 
della  pensione  vien  trasmesso,  dal  se- 
gretario dell'Associazione  degli  an- 
ziani, al  padre  del  fanciullo,  il  quale 
lo  paga  all'economo  del  Collegio.  Il 
ragazzo  non  sa  quindi  nulla,  giacché 
è  convenuto  che  la  famiglia  serberà 
il  segreto  con  lui.  L'ignoto  beneficato 
del  Petit  soti  passa  così  i  suoi  anni 
di  liceo  senza  alcuna  soggezione,  ed 
egli  versa  a  sua  volta,  come  i  suoi 
camerati,  il  soldino  che  servirà  ad 
aumentare  il  peculio  che  deve  pagare 
la  sua  pensione.  Il  procedimento  è 
commovente  e  può  essere  agevol- 
mente imitato. 

Si  perviene  in  tal  modo  a  conser- 
var il  segreto  ?  Comunque,  è  neces- 
sario che  esso  si  mantenga  soltanto 
fra  i  benefattori  e  il  beneficato  (bene- 
fattori d'un  soldo,  non  c'è  da  esserne 
troppo  alteri  e  non  ci  vuol  troppa 
generosità  per  dimenticarlo)  affinchè 
non  sia  causa  di  soggezione  o  di  umi- 
liazione.  Il  sistema  è  buono. 


«  Cceurs  privilégiés  ». 

Sotto  il  titolo  «  Coeurs  privilégiés  » 
Abel  Hermant  ha  raccolto  alcune  no- 
velle, di  cui  l'ultima  e  la  più  lunga, 
Eddy  e  Paddy,  era  già  stata  tempo 
fa  pubblicata  in  un  volumetto  con 
fini  illustrazioni,  presso  lo  stesso  edi- 
tore Ollendorfif. 

Eddy  e  Paddy  è  con  La  peniiis- 
sion  ciò  che  v'ha  di  più  notevole' 
in  questo  nuovo  libro.  I  due  rac- 
conti sono  due  cose  squisite,  lonta- 
nissime l'una  dall'altra  per  il  soggetto, 
eppur  aflìni  per  l'osservazione  psico- 
logica, per  .semplicità  ed  esattezza  di 
metodo  ;  affini  per  il  dono  di  «  fixer 
l'insaisissable»,  come  direbbe  l'autore 
stesso,  di  portare  nella  descrizione  di 
creature  ingenue  e  profonde,  o  di 
paesaggi  brumosi,  una  esuberanza 
composta,  un  sobrio  fervore  ;  affini, 
anche,  per  il  pensiero  dominante, 
ch'è  quello  della  superior  bellezza 
della  morte,  in  certi  casi,  di  fronte  alla 
vita,  a.\Verreìi>-  de  la  vie  acceptèe. 

La  pcrmission  narra  in  poche  pa- 
gine l'odi.ssea  di  un  soldatino  bretone 
che  of.iene  tre  giorni  di  permésso  per 


andar  al  suo  villaggio,  dopo  un'  as- 
senza di  due  anni.  Egli  deve  star  in 
treno  un  giorno  e  una  notte  e  non 
gli  rimarranno  che  dieci  ore  per  fer- 
marsi a  casa.  Il  viaggio  per  lui  è  una 
cosa  atroce,  egli  soffre  di  vertigine, 
non  può  muoversi,  neppure  sforzarsi  a 
mangiare  o  a  pensare:  quand' è  per 
arrivare  «  l'aube  était  grise,  embru- 
mée  comma  de  fumèe,  souillée  comme 
de  charbon.  Ivon  eut  quelque  percep- 
tion  de  la  campagne  qu'il  traversait. 
Peut-étre  la  reconnut-il.  Mais  après 
la  récapitulation  inévitable  du  voyage 
antécédent,  des  distances  et  des  heu- 
res  enregistrées,  il  resta  écrasé  par 
l'énormité  de  ses  calculs.  Il  lui,  fut 
irréfutablement  démontré  que  jamais 
il  ne  pourrait  refaire  à  rebours  tout 
cela.  Ce  ne  fut  point  la  tristesse  de 
l'exil,  mais  celle  du  lointain  avec  la 
notion  de  l'irréparable  ». 

Alla  stazione  lo  attende  la  sua 
amante,  la  giovane  che  con  lui  era 
stata  tratta  irresistibilmente  a  com- 
mettere ii  «peccato»  quando  entrambi 
non  avevan  più  di  diciotto  anni,  cosi, 
perchè  l'uno  non  poteva  sopportar  la 
pena  dell'altro,  attendendo  l'età  del 
matrimonio.  È  con  lei  la  piccola 
Marijob,  la  figliuoletta  del  loro  amore. 
Si  dirigono  verso  la  casa  dei  genitori, 
i  quali  han  provveduto  alla  ragazza 
e  alla  bimba  durante  l'assenza  del 
soldato.  Nel!a  coscienza  di  questo 
si  succedono  violenti  stati  di  stupore, 
di  gioia,  di  angoscia.  Al  pranzo  che  si 
fa  in  suo  onore,  egli  è  trascinato  a 
contar  cose  straordinarie  sulla  vita  di 
di  guarnigione,  rende  attoniti  i  suoi 
buoni  compaesani,  poi,  bruscamente, 
pianta  tutti  i  convenuti,  esce  colla 
sua  donna  e  Marijob,  in  un  desiderio 
di  solitudine,  di  comunione  colla  terra 
madre,  di  abbandono  voluttuoso  in 
grembo  alla  campagna.  Si  siedono 
tutti  e  tre  in  una  pianura,  sotto  il 
sole  :  mentre  la  bimba  gioca,  essi 
gustano  un'ora  di  felicità  completa, 
obliosi  del  tempo  e  del  destino.  Al- 
l'appressarsi del  tramonto,  si  riaffac- 
cia la  realtà.  Al  giovane  bretone  si 
presentano  immagini  del  reggimento, 
penose,  e  con  quelle  la  sensazione  del 
viaggio  tremendo.  Jeanne-Marie  lo 
osserva,  indovina. 

S'incamminano. 

In  vista  della  stazione,  egli  sente  ò\ 
nuovo  V iiiìpossibi/ità  di   riprender    la 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


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Strada  dell'esilio,  e  «  ce  fut  un  allé- 
gement,  une  fraicheur,  une  sécurité 
iniìnie...  »  Quando  s'ode  un  lontano 
squillo,  i  due.  in  luogo  di  muo- 
vere verso  la  stazione,  vanno  in  senso 
opposto,  sopra  la  strada  ferrata,  con 
in  mezzo  la  bimba,  tenendosi  per 
mano.  La  bimba,  stanca,  si  pone  a 
piangere,  Ivon  e  la  madre  la  levano 
in  alto,  ed  ella  getta  dei  gridi  di  gioia: 
«  Et  c'est  ainsi  que  tous  les  trois,  en 
se  tenant  par  la  main.  en  bondissant 
avec  la  gràce  des  enfants  qui  jouent, 
ils  s'en  allèrent  gaiment  vers  la 
mort  ». 

Non  è  possibile  farsi  un'idea  di 
ciò  che  è  questa  piccola  novella,  sen- 
tendone il  soggetto:  l'anima  del  con- 
tadino bretone,  «  dogmatique  et  en- 
tèté  »,  vi  si  rivela  con  tratti  incisivi, 
in  una  talearmoniacoU'anima  del  pae- 
saggio, che  lo  svolgimento  psicolo- 
gico è  quasi  prevenuto  dal  lettore, 
e  questi  ha  il  senso  di  seguire  l'am- 
mirabile esecuzione  d'un  dramma  da 
lui  stesso  ideato. 


In  Eddy  e  Paddy  non  v'è  rapi- 
dità e  unità  di  tempo:  sfilano  lunghi 
anni  nel  corso  del  racconto,  e  paiono 
assai  di  più,  poiché  al  principio  i  due 
eroi  son  fanciulli  e  alla  fine  persone 
adulte.  Ma  anche  qui  parallela  al- 
l'analisi dei  cuori  procede  la  nota- 
zione della  natura,  delle  stagioni  e 
dei  luoghi  che  suscitano  o  accompa- 
gnano i  moti  di  quelli.  Le  ripetizioni, 
le  minuzie  non  affaticano,  e  anche 
artisticamente  non  nuociono;  si  sente 
che  l'autore  le  ha  volute,  ha  sti- 
mato che  tale  dovesse  essere  la  dose. 
E  una  sorta  di  ebrezza  continua  si 
sprigiona  dalle  pagine  che  vogliono 
esprimere  la  prodigiosa  fioritura  di 
ciò  che  l'uomo  e  la  donna  portano 
in  germe  dalla  nascita,  l'amore:  l'a- 
more puro  e  appassionato  di  due  ado- 
lescenti. 

Eddy  abita  colla  mamma  vedova 
nell'isola  di  Jersey.  Un  giorno  un 
piccolo  yacht  arriva  nel  porto,  ed 
Eddy,  ch'era  casualmente  sulla  riva, 
ne  vede  scendere,  con  un  signore  e 
una  signora,  un    fanciullo,  della  sua 


età,  bello  come  lei;  i  loro  sguardi 
s'incontrano,  essi  si  scambiano  un 
sorriso  radioso.  Poco  dopo  i  tre  stra- 
nieri giungono  in  casa  d'Eddy:  il 
padre  del  giovane  Paddy  propone 
alla  vedova  di  tenere  in  pensione  il 
fanciullo  per  tutta  l'epoca  in  cui  egli 
compirà  i  suoi  studi:  vedovo  lui  pure, 
l'americano  proprietario  A&X yacht  ha 
pensato  che  la  vita  nomade  a  cui  egli 
è  costretto  pei  suoi  grandi  affari  non 
può  convenire  per  quel  tempo  a  suo 
figlio:  e  giudica  che  in  casa  della 
signora  Glategny,  Paddy  si  troverà 
egregiamente  in  compagnia  della  sua 
governante,  Mme  Collins.  La  cosa 
è  conclusa  all'americana,  in  due  e 
due  quattro.  Tosto  fra  le  due  donne  e  i 
due  ragazzi  la  simpatia  si  sviluppa, 
si   pongono  le  basi  della  nuova  vita. 

Alla  scuola,  al  mare,  durante  lunghe 
esplorazioni  a  traverso  l'isola,  Eddy 
e  Paddy  sono  sempre  insieme.  Spesso 
soli,  all'inglese.  La  loro  tenerezza  si 
avviva  giorno  per  giorno,  i  due  spi- 
riti si  compenetrano,  e  in  memora- 
bili occasioni  toccano  il  vertice  della 
gioia  concessa  a  chi  si  china  a  con- 
templare con  occhio  vergine  il  mi- 
stero dell'universo. 

Godono.  Soffrono.  Tremano.  Can- 
tano. E  si  trasformano,  crescono,  e 
i  loro  baci,  pur  restando  deliziosa- 
mente casti,  cambiano  di  sapore  anno 
per  anno.  Questa  vita  sensuale  dei 
fanciulli,  cos'i  segreta,  è  dipinta  con 
delicatezza  infinita:  sembra  di  respi- 
rare veramente  un  bocciuolo  di  rosa 
che  si  dischiude  sotto  il  sole.  L'isola 
protegge  l'amore  radioso  e  insieme 
melanconico:  i  due  ragazzi  sanno  che 
un  giorno  tutto  finirà,  e  mentre  Eddy 
sospira:  «  Ah,  mourir  ensemble!  » 
Padd>-  afferma  :  «  C'est  la  vie  !  » 

E  la  separazione  definitiva  si  av- 
vera. Eddy  sposerà  un  bravo  cugino 
che  l'ha  amata  con  rassegnazione  e 
tenacia  dall'infanzia,  Paddy  combat- 
terà, laggiù,  per  vivere,  poiché  il 
padre  vuole  ch'egli,  ormai  uomo,  si 
faccia  da  sé  la  sua  strada.  Si  rive- 
dranno dopo  anni,  per  un  giorno,  e 
rivivranno  le  ore  lontane,  magiche, 
come  due  morti  che  si  erano  destati 
per  un   momento... 


Nemi. 


NOTIZIE,  LIBRI  E  RECENTI  PUBBLICAZIONI 


T  A  L  I  A. 


Il  12  luarlio  si  è  aperta  la  mostra  dei  saggi  per  la  seconda  gara  del  pen- 
sionato di  pittura  e  di  architet  ura. 

—  Importanti  sono  gli  scavi  e  gli  studi  che  sta  eseguendo  a  San  Marzano 
sul  Sarno  il  prof.  Dall'Osso,  ispettore  del  Museo  ^Nazionale  di  Ifapoli.  In  seguito 
alla  scoperta  fatta  nel  settembre  scorso  di  una  necropoli  che  sembra  risalire 
al  VII  secolo  a.  C.  egli  si  diede  a  ricercare  l'ubicazione  dell'antico  abitato,  e 
dopo  parecchi  saggi  riusci  a  trovarlo.  Esso  consìste  in  un  grosso  villaggio  a 
capanne  collocato  sopra  un'estesa  palafitta  di  forma  rettangolare,  coi  lati  lunghi 
nella  direzione  nord-est  sud-est.  Infine  l'opera  del  prof  Dall'Osso  fu  coronata  da 
un  altro  importante  successo.  Presso  l'antica  chiesa  di  San  Marzano  egli  pose  in 
luce  i  resti  di  una  villa  romana  munita  di  terme  private.  Di  mezzo  alle  macerie 
si  sono  dissotterrati  bellissimi  mosaici,  pezzi  di  marmi,  tratti  di  mura  rivestite 
di  intonachi  dipinti,  con  motivi  ornamentali  che  caratterizzano  il  penultimo  stile 
delle  pitture  parietarie  pompeiane. 

—  Tra  breve  saranno  ripetute  alle  stazioni  radiotelegrafiche  di  Montemario 
e  di  Porto  d'Anzio  le  esperienze  già  fatte  a  Spezia  del  nuovo  sistema  di  tele- 
grafia senza  fili  ideato  dal  prof.  Alessandro  Artom  del  Museo  Industriale  di 
Torino.  Il  vantaggio  di  i|uesto  sistema  su  quello  di  Marconi  consiste  nella  for- 
mazione delle  onde  elettriche  in  una  data  direzione,  anziché  in  tutte  le  direzioni, 
il  che  impedisce  o  per  lo  meno  rende  assai  più  difficile  l'intercettare  i  telegrammi. 

—  Isidoro  Del  Lungo  pronunziei-à  il  discorso  commemorativo  di  Vittorio 
Alfieri  nel  Salone  dei  Cinquecento  a  Palazzo  Vecchio. 

—  Il  2  luglio  è  stata  collocata  a  Sanza  la  prima  pietra  del  monumento  a 
Carlo  Pisacane. 

—  Una  lapide  in  memoria  del  senatore  Cesare  Parenzo  è  stata  collocata  a 
Rovigo  il  -2  luglio 

—  'Nei  palazzo  Pesaro,  a  Venezia,  è  stato  inaugurato  un  busto  del  gene- 
rale La  Masa. 

—  iVel  l'atrio  dell'Università  di  Napoli  è  stato  collocato  un  busto  dell'illustre 
clinico  Salvatore  Tommasi.  Il  discorso  commemorativo  fu  letto  dal  prof.  Bianchi. 

—  Vn  nidnumento  al  senatore  Carlo  Buttini  è  stato  inaugurato  a  Saluzzo 
il  12  luglio,  l'arli)  l'on.  Marsengo  Bastia. 

X 

In  una  casa  a  Rieti,  scavandosi  nelle  fondann'uta  di  una  casa  del  sig.  Ugo 

Perruti,  sono   state  scoperte    due  navate    con  absidi  e  con  arcate    sostenute  da 

tozze  colonne    con  capitelli    ionici.  Il  prof.  Fabio  Gori    ha   giudicato  ohe  sia  la 

Basilica  di  San  Pietro,  erotta  nel  secolo  Vili,  come  rilevasi  da  documenti  farfensi. 

—  Il  Mondo  Artistico  annunzia  che  Renato  Fucini  ha  composto  un  libretto 
intitolato  Stella,  e  lo  ha  già  consegnato  al  maestro  Mascagni. 

—  Il  prof.  Giuseppe  Gori  ha  tenuto  a  San  Marino,  nel  salone  del  Collegio 
governativo,  una  conferenza  su  Giovanni  Pascoli. 

La  fiamma  fredda.  Romanzo  di  SILVIO  BENCO.  Fratelli  Treves  editori.  — 
Wella  scarsa  fioritura  romantica  di  questa  primavera  c'è  tuttavia  da  segnalare 
qualche  lavoro  forte  ed  originale:  tale  è  questo  nuovissimo  romanzo  del  gio- 
vane pubblicista  triestino.  Il  Beneo  fa  un'  entrata  brillante  nel  campo  del  ro- 
manzo: il  suo  libro  sarà  discusso,  qualche  intemperanza  sarà  condannata,  qua 
o  là  lo  stile  potrà  parere  pletorico,  si  dirà  che  l'azione  è  eccessivamente  audace 
in  qualche  scena:  però  questo  volume  è  una    affermazione  di  un  artista  vero  e 


coscienzioso    Ed  il  o-,v,.„     •  .  ,  •J*'^ 

FRANCIA. 

"ucieta  antialeooliste  francesi  (-fbucuira   la  federazione   di  tutte  le 

,  ,       —  L/ ultimo  libro  di  Budvard  IZì^ì- 

pubblicate  da  Masson  &  Cie     è  u  cito        *  f'  ''^'  naturalista    e   dell'archeologo 
di  Joseph  Révil  e  J.  Corcéli;  (fr  T.^/'  ""'"""^    ^^    '^"'"'"^    ^^   ^/■v-X*  Sf. 

f.     T  Una  nuova  edizi,,,,,- ,],.ile  oDerl  rt;  v    ,      ^'°'''  Trmarna  (ft-.  3.30| 
i^l  ci/""*  '^'""^  Saint-konClS   p'rti  T'f ,  '  '^  ™-o  P-so  redi- 

remore  del  wrrente  anno.  ^  t-"uence  tutti  i  hbri  usciti  fino  al  30  set- 

9.„  -.1^'»  lib'-e>ia  Plon  ha  messo     n  ve/rtf/  """/"v/r  ,/„  Co//rfo,-^  dV    {f 

_  pf°!?  J^'-*  %"'-ato  al  Saion  di  q„est'a„°,o  '"«taglione  disegnato  da 

Arts    L-T^f  i  ",  ''^i.,?^^^  ^''^  stato  segre^anV)  del]    ^        ',  ":?"'!"-mente  al  Salon 

H.  D,„„.„„„  p,„  ,...„„,  1.1...  nr"G,"p^:yfri,-£r  ■■•"«"-■-.'» 


350  NOTIZIE,    LIBRI    E   RECENTI    PUBBLICAZIONI 

—  Gli  aciiuisti  fatti  quest'anno  dalla  cittfi  di  Parigi  ai  due  Saloni  sono 
stati:  Muri  band  dv  C/iansson,  di  Silbert;  Bai  Blaiic.  di  Avy:  Pr  ère  dii  Soir,  di 
iicllin:  Etang.  di  Buffet:  An  Paijs  da  Cìiahiiìion.  di  Cari  Rossa:  A  la  Xu/t  tom- 
bantf.  di  ("aclioud:  La  Goatte  de  Lait,  di  Geoffioy;  Barqaes  Echoiiécs.  di  Ra- 
vanne:  Baii/nt'ìises.  di  Lesirand:  La  Soiiivc.  di  Dumoulin:  Falnises  ii  Dirppe,  di 
Gabriel:  Ma  Patroiiiii'.  di  llawkins:  Jrnni'  Fimme,  di  Mme.  Le  Roy  il'Ktiolles. 
Questo  quanto  ai  quadri:  delle  seulturo  furono  acquistate:  Episodi'  dii  Sidge  de 
Paris,  di  Lefeuvre:  Feailles  d'Automìie,  di  Colle:  Enfant  an  Masque,  di  Gham- 
pigny:  Un  Rapi,  di  Suchetet;  Sonpières  et  Candélabres,  di  Baffìer.  Dei  disegni 
furono  scelti:  Enfant  de  la  Dune,  di  Carrier-Belleuse:  Le  Carré four  Drouot  e 
Le  Bonleiard  des  Italiens,  di  Houbron:   Tricotenses,  di  Legout-Gérard 

—  Un  altro  ili'arama  sull'inesauribile  argomento  di  Napoleone  sarà  messo 
tra  breve  in  scena  a  Parigi.  Esso  è  di  Jean  Richepin,  e  porta  per  titolo  Made- 
moiselle Napoléon.  Vi  sono  più  di  quaranta  personaggi. 

RE/! 

Situation  économique  et  flnancière  de  1'  Italie,  par  EDMOXD  THÉRY. 
A.  Charles.  Pr.  3.50.  —  M.  Théry,  direttore  daW Economiste  enropt'en,  ha  scritto 
questo  volume  che  fa  parte  di  una  serie  di  opero  di  indolo  economica  e  finan- 
ziaria messi  in  vendita  dall'editore  Charles.  L'autore  tratta  in  questo  libro  i 
seguenti  temi:  Storia  contemporanea:  Popolazione:  Emigrazione;  La  fortuna 
privata  in  Italia  ;  Il  commercio  esteriore  dell'  Italia  ;  Navigazione  e  marina 
mercantile;  Le  vie  di  comunicazione;  Le  finanze  pubbliche:  Il  debito  pubblico; 
Agricoltura  e  industria:  La  questione  del  cambio  in  Italia. 

Le  Livre  d'or  de  Renan.  Maison  d' Editions  A.  JOININ  &  CiE.  Fr.  5.  — 
Pel  20  luglio  è  annunziato  questo  bel  volume  in-quarto  di  oltre  200  pagine, 
con  40  incisioni  e  pifi  di  150  facsimile  di  autografi.  Esso  contiene  la  biografia 
di  Renan,  alcuni  pensioi'i  tolti  dalla  sua  opera,  una  raccolta  iconografica  ed 
una  aut(iij;rafica  di  tutte  lo  lettere  di  uomini  illustri  del  mondo  intero  che  hanno 
aderito  al  Comitato  di  patronato  del  monumento  di  Renan  a  Tréguier,  e  infine 
un'apiiendice  in  cui  si  trovano  riprodotti  i  discorsi  pronunziati  sulla  tomba  del 
grande  pensatore,  e  il  primo  scritto  di  lui  che  passò  alle  stampe. 

Le  Niger  voie  ouverte  à  notre  Empire  Africain.  par  le  capitaine  LENFANT. 
Hachette.  Fr.l2. —  L'arditezza  del  progetto,  le  peripezie  straordinarie  di  una  navi- 
gazione nel  gran  fiume  africano,  e  l'importanza  dei  risultati,  tutto  si  unisce 
in  questo  libro  per  eccitare  la  curiositii  e  l'ammirazione  del  lettore.  Noi  se- 
gniamo giornalmente  i  prodigi  di  sangue  freddo  e  di  energia  compiuti  dall'in- 
trepido esploratore,  per  giungere  alla  soluzione  del  difficile  problema  propostosi, 
di  risalire  cioè  il  Niger  dalla  foce,  vedendo  quanto  fosse  possibile  utilizzarlo 
come  la  via  piti  corta  di  approvvigionamento  dei  posti  francesi  nel  Sudan,  e  ciò 
malgrado  gli  stabilimenti  inglesi,  i  sentimenti  piìi  o  meno  ostili  dei  rivieraschi 
indigeni,  malgrado  gli  ostacoli  frapposti  dal  fiume  stesso,  le  sue  rapide,  i  suoi 
coccodrilli,  le  sue  roccie  e  le  sue  cascate.  Centotredici  illustrazioni  ed  una  carta 
tirata  fuori  testo  rendono  ancora  più  interessante  questo  libro  del  capitano 
Lenfant. 

Recenti   pubblicazioni  : 

Clandiuf  Lamonr.  Roman  par  Camille  Lemonnibr.  —  Gllendorff.  Fr.  3.50. 

Le  Chiiiiin  dii  ffoi.  Roman  par  Charles  Recolin.  —  Fontemoing.  Fr.  3.50. 

Lrs  Siippliaiits.  Roman  par  Hexri  Barbu.sse.  —  Fasquelle.  Fr.  3.50. 

L'  Enji'u  dn  Boiilieiir.  Roman  par  Pontsevrez.  —  Albin  Michel.  Fr    3.5U. 

L' linitation  de  In  Mort.  Roman  par  Rachilde.  —  Mercure  de  Franco.  Fr.  3.50. 

La  Gite  fatare.  Poènies  par  Eigène  Hollande    —  Fr.  3.50. 

Musiqnes  de  Russie  et  Musiciens  de  France,  par  Alfred  Butneau.  —  Fas- 
quelle. Fr.  3..50. 

Le  droit  à  l'Amour  ponr  la  Femme.  Etude  psychologique  féminin  par  Mi- 
chel Bourc.as.  —  Vigot  Frères    Fr.  3.50. 

La  traile  des  Blanchcs,  par  Paul  Appleton.  —  Arthur  Rousseau.  Fr.  6. 

Joachim  Pecci  (1H10-1H18).  par  Henri  des  Houx.  —  Gllendorff.  Fr.  7.50. 

Les  ('hemins  de  fer  en  Tnrqnie  d'Asie.  Pro.jet  d'un  ri^seau  compiei,  par  l'In- 
génieur  Wilhelm  von  Pressbl.  —  A.  Charles.  Pr.  7.50. 

Athéisme.  Mémoires  d'un  médecin  de  marine,  par  Emile  Arizzi.  —  Lemerre. 
Fr.  10. 

La  Matnalité  -  Les  principes  -  Les  bases  principales,  par  F.  Lépine.  —  Ar- 
mand  Colin.  Fr.  3..50. 


NOTIZIE.    LIBKI    E    RECENTI    PUBBLICAZIONI  35) 


ìnqhilterra  e  stati  uniti. 

T-i  Athenaenm  del  4  luglio  contiene  una  serie  di  articoli  che  danno  un'idea 
riassuntiva  della  produzione  letteraria  nelle  varie  nazioni  europee  durante  Tanno 
decorso  dal  luglio  19)2  ad  oggi.  Gli  articoli  sono  i  seguenti:  Belgio,  di  Paul 
Fredericq:  Boemia,  di  Y.  Tille;  Duiiimarca.  di  Alfred  Ipsen:  Francia,  ili  Jules 
Pravieux;  Germania,  di  Ernst  Heilborn:  Olandu.  di  H.  S.  M.  vaa  Wickevoort 
Crommelin  ;  l'ugheriu.  di  Leopold  Katscher  :  Italia,  di  Guido  Biagi  :  Polonia,  di 
Adam  Beleikowski:  Russia,  di  Valerli  Briusof:  Spagna,  di  Rafael  Altamira. 

—  Mr.  Edgar  Wall  publilica  presso  l'editore  Edward  Stanford.  The  Brifish 
Empire  Year  Boa/.-  for  190.3.  un  volume  di  consultazione  statistica,  che  possiede 
un  ottimo  indice,  e  dà  una  lista  dei  membri  dei  parlamenti  coloniali,  che  diffi- 
cilmente si  trova  altrove. 

—  Il  recente  libro  di  Gabriel  Hanotaux  è  stato  pubblicato  in  Inghilterra, 
presso  l'editore  Archibald  &  Co.,  tradotto  col  titolo  Contemporarii  France  da 
J.  C.  Tarver. 

—  Tra  i  libri  che  vedranno  tra  breve  la  luce  presso  Archibald  Constable, 
vi  è  Man  and  Saper-Man  di  George  Bernard  Shaw  ((is.) 

—  Gli  editori  Constable  &  Co.  stanno  preparando  per  la  pubblicazione  imme- 
diata un  lavoro  di  Sidney  Lee,  Tìie  Allegcd  Vandalism  ai  Stratford  on  Avon.  Vi 
saranno  fotografie  rappresentanti  la  casa  di  Shakespeare  prima  e  dopo  i  restauri, 
e  di  tutti  gli  altri  edifici  intorno  ai  quali  si  è  maggiormente  sollevata  la  discus- 
sione. 

—  Tra  breve  vedrà  la  luce  presso  Hutchinson  &  Co.  Benjamin  Disraeli  - 
An  Unconventional  Biograpliy,  di  Wilfrid  Meynell.  L'opera  sarà  profusamente  illu- 
strata, e  conterrà  molte  reminiscenze  ed  aneddoti  dati  da  amici  personali  di 
Beaconsfield. 

—  In  vista  della  larga  richiesta  del  libro  del  prof.  Hale,  Shakespeare  -  Kotes 
and  Fssags.  che  da  più  anni  è  esaurito,  se  ne  sta  preparando  una  seconda  edi- 
zione che  conterrà  alcuni  cambiamenti  e  molte  importanti  aggiunte. 

—  Nell'autunno  venturo  uscirà  presso  Fisher  Unwin  un  nuovo  romanzo  di 
Mrs.  Amelia  E.  Barr,  The  Black  Shilling,  che  si  riannoda  ad  uno  dei  più  impor- 
tanti periodi  della  storia  americana. 

—  Mr.  S.  E.  AVimbolt,  in  seguito  all'esperienza  conseguita  con  parecchi 
anni  di  insegnamento,  ha  scritto  un  volume  sull'evoluzione  dell'esametro  latino. 
Il  libro  non  è  ancora  in  vendita,  ma  lo  sarà  tra  breve  presso  Methuen  &  Co., 
sotto  il  titolo:  Latin  Hexameter:  an  Aid  to  Composition. 

—  La  biblioteca  della  British  and  Poreign  Bible  Society  contiene  una  ma- 
gnifica collezione  di  edizioni  stampate  delle  Sacre  Scritture,  in  più  di  quattrocento 
lingue  e  dialetti.  Il  catalogo  storico  di  questa  biblioteca,  intorno  al  quale  sta 
lavorando  il  Rev.  T.  H.  Darlow.  insieme  con  Mr.  Horaee  P.  Moule.  da  circa 
quattro  anni,  è  ormai  pronto  per  la  stampa.  Il  primo  volume,  che  comprende  la 
parte  inglese,  sarà  pubblicato  nel  pi'incipio  dell'autunno,  e  il  seguente,  che  com- 
prenderà le  versioni  straniere,  vedrà  la  luce  nell'anno  venturo. 

—  Quanti  si  occupano  di  questiimi  finanziarie  e  bancarie,  apprenderanno 
con  interesse  che  Mr.  Frederick  Huth  Jackson,  uno  dei  direttori  della  Banca 
d'Inghilterra,  ha  stampato  uno  studio  intitolato  To  irhal  E.xtcìit  has  the  Position 
of  the  Bank  of  Eiigland  changed  in  recent  gears  in  comparison  irith  similar 
Institations  .ibroad  and  London  Clearing  Bankers?  In  esso  sono  esaminate  le 
somiglianze  e  le  differenze  tra  la  Banca  d'Inghilterra  e  quelle  di  Francia  e  di 
Germania. 

—  Il  premio  di  250  sterline  stabilito  da  Mr.  e  Mrs.  Charles  Manners  per 
la  migliore  opera  scritta  da  un  compositore  straniero,  è  stato  aggiudicato  ad  un 
concorrente  di  cui  il  nome  non  è  ancora  divulgato,  autore  dell'opera  Philaenis. 
Giudici  furono  i  maestri  Lohse  e  Mancinelli. 

—  Il  dramma  di  Sudermann,  Es  lebe  das  Leben,  è  stato  tradotto  da  Edith 
Wharton  e  messo  in  vendita  in  volume  da  Duckworth  &  Co.  Esso  ha  per  titolo 
The  Joìj  of  Living  (4s.  6d.). 

—  Nella  serie  di  «  Tempie  Biographies  »  dell'editore  Den't,  dopo  il  volume 
su  Mazzini  che  è  uscito  di  recente,  vedrà  la  luce  uno  su  G.  F.  Watts,  scritto  da 
Hugh  Macmillan  (4s.  6d.) 

—  Il  generale  Booth  ha  deciso  di  fondare  a  Notv  York-  un  teatro  della  Sal- 
vation  Armij.  Vi  si  rappresenterebbero  commedie,  drammi  e  tragedie  di  indole 
morale. 


352  NOTIZIE,    I.IBIU    E    KECEXTI    PaBBLICAZlONI 

The  Spy  Company.  A  novel  by  ARCHIBALD  C.  GUNTEH.  Ward  Lock 
&  Co.  (is.  —  Abbiiinio  qui  un  raceonto  che  si  svolge  nel  periodo  o  sul  teatro 
della  guerra  messicana  per  l'iiunessione  del  Toxiis  e  di  altri  grandi  domini  che 
sono  ora  parto  tanto  inii)iiitaM(i'  degli  Stati  Uniti.  Il  libro  è  pieno  di  scene 
teirilicanti,  di  ranclierox  missieaui.  di  banditi,  di  guerriglieri  di  ogni  specie, 
bianchi,  rossi  e  gialli.  Vi  è  anche,  naturalmente,  una  storia  d'amore  e  un  ga- 
lante guerriero  americano  cho  giunge  a  conquistare  l'eroina  attraverso  i  peri- 
coli più  svariati. 

Recenti  pubblicazioni  : 

Barbara  Laild.  A  novel  by  Charles  G.  D.  Roiìerts.  —  Archibald  Con- 
stable  &  Co.  (is. 

Anne  (  armel.  A  novel  by  Gwendolen  Overton.  —  Macmillan  &  Co.  69. 

The  Wisard's  Aniit   A  novel  by  Janbt  Laing.    -  J.  M.  Dent  &  Co.  és.  (id. 

The  Flame  and  the  Flood.  A  novol  by  Ro.s.amond  Langbkidge.  —  Fisher 
Unwin.  (is. 

A  Woman's  Wanderings  durian  t^ic  Aiiglii-lloir  War.  by  Mrs.  General  Db 
LA  Rey.  —  Fisher  Unwin.  .Ss.  Od. 

Saiid  bnried  Ciiies  of  Khatan.  Hiing  a  record  of  a  thrilling  Journey  through 
Chinese  Turkestan,  by  I\l.   Avrbl  Stein.  —  Fisher  Unwin.  21s. 

Selected  iSpcrclies  of  S'ir  Williniii  Molesuorth  on  questiona  relating  to  Colonial 
Policìj.  Edited  with  an  introduction  by  HuGii  E.  Egerton.  —  Murray.  158. 

Beneficient  Suints.  by  Marshall  Saunders.  —   Bell  cV  Sons.  69 

Human  Immortaliti),  by  William  James,  Professor  of  Philosophy  at  Har- 
vard   University.  —  Archibald  ò-;  Constable.  2s.  6d. 

E.xperimental  Psij citologi],  by  George  Malcolm  Stratton.  —  Macmillan. 
Ss.  6d. 

Money  and  Banking.  An  introduction  to  the  Study  of  Modem  Currencies 
by  William  A.  Scott.  --  Bell  &  Sons.   Ids.  6d. 

Hoiv  to  become  a  Commercial  Tracellcr.  by  Edward  B.  Grieve.  —  Fisher 
Unwin.  1  s. 

VARIE. 

A  Dresda  è  morto  il  noto  giornalista  e  filosofo  .Julius  Duboc,  all'età  di  set- 
tantaquattro anni.  Era  nato  ad  Amburgo,  ed  aveva  studiato  storia  e  filosofìa  a 
Giessen  e  a  Lipsia,  e  poi  a  Berlino,  dove  dal  1S()4  al  1S70  molto  scrisse  nei 
giornali  liberali,  specialmente  nella  National  Zcitnng.  Fra  le  più  importanti  delle 
sue  opere  filosofiche  ricorderemo:  Die  F.si/chohgie  der  Liebe  (187-1);  Das  Leben 
oline  Gott  (1875);  Der  Optimi.wtus  als  Weltanschanang  (1881);  Die  Tragik  vom 
Standpnnkt  des  Optimismns  (1883);  .Jenseils  coni  ÌViii./irlien  (189(j).  Duboc  fu  anche 
tra  i  primi  cho  scrissero  del  problema  del  fciiiniinisino  e  raccolse  quegli  studi 
sotto  il  titolo:  FìinfrJi!/  .lil/n-   Fniai  iifnii/c  in  Viafsch/aitd 

—  Una  interess.iiil.'  .■■,]i.isiziiiiii'  ■■  sIìiIìi  a|iiTla  a ll'Aja,  per  illustrare  l'opei'a 
dei  migliori  ritrattisti  (ilaiuicsi  ilrl  sci-olu  ili'i-iuiosi'tt.imo.  L'esposizione,  ordinata 
dal  Dr.  Bredins,  si  chiuderù  in  settembre 

—  A  Losanna  con  grandiose  feste  è  stata  celebrata  l'entrata  del  Cantone 
di  Vaud  nella  Confederazione  Elvetica. 

—  Il  prof.  Bolos-Antoniowics,  dell'Universitìl  di  Leopoli,  tenne  nell'idtima 
seduta  dell'Accademia  delle  Scienze  di  Cracovia  una  lettura  sul  tema  del  quadro 
tizianesco  della  Galleria  Borghese:  Amor  sacro  e  amor  profano.  La  lettura  conter- 
rebbe, a  quanto  si  apprendeva  brevi  recensioni,  una  dotta  ed  ingegnosa  spie- 
gazione del  famoso  quadro  attorno  al  quale  scrissero  moltissimi  critici  e  storici. 
La  conferenza  sarà,  pubblicata  tra  breve 

—  Kotiamo  con  piacere  il  successo  del  nostro  collaboratore  Adolfo  Alber- 
ta/zi in  Germania  Le  sue  Norelìe  umoristiche  furono  tradotte  a  parte  in  parecchi 
giornali,  fra  cui  la  Diisseldorfcr  Zeitang.  Frankfurter  Nachrichtcn.  Dortmunder 
'Zeitnng,  Zilrcher  Post.  Fraillvtnn  Zritiing.  ecc.  Inoltre  il  Dr.  Eugenio  De  Kozie- 
rowski  pubblica  ora  nell'appendice  della  Olo.'<  Xardou  dì  Cracovia  la  traduzione 
polacca  del  romanzo  Ora  e  sempre. 


PAPA  LEONE  XIII  E  IL  CONCLAVE 


Leone  Xlll.  che  a  94  anni  è  disceso  nella  tomba,  fu  uno  dei 
Papi  più  adulati  e  più  temuti,  e  sarà  uno  dei  meno  rimpianti.  Il  pro- 
hnigamento  della  vita  di  lui  non  fu  oggetto  d'intima  e  sincera  letizia, 
ma  solo  di  maraviglia,  ricordandosi  clje  nessun  Pontefice,  da  Mar- 
tino V  a  Pio  IX,  varcò  i  novant'anni  e  lottò  tanto  con  la  morte.  Nessun 
Papa  raccolse  maggior  copia  di  adulazioni  sotto  forma  di  giubilei, 
pellegrinaggi,  congressi,  mostre  industriali,  accademie,  biografìe,  genea- 
logie e  inni.  Se  non  si  fosse  pervenuti  con  Pio  IX  airinfallibilità.  vi 
si  sarebbe  arrivati  con  Leone  XIII.  Ma  da  oggi  i  vecchi  adulatori  si 
limiteranno  a  ricordarlo,  se  non  dorrà  al  nuovo  Papa,  e  poi  lo  di- 
menticheranno, come  dimenticarono  Pio  IX,  che  pur  lasciò  una  ricca 
eredità  di  affetti.  La  rettorica  delie  adulazioni  ecclesiastiche  è  strana- 
mente flessibile,  perchè  si  adatta  a  tutto,  con  monotona  uniformità  ; 
e  fin  da  ora  apparecchiamoci  a  sentir  ripetere  cii'ca  il  nuovo  Papa, 
nella  stessa  forma,  tutto  ciò  che  si  disse,  si  scrisse  e  si  cantò  del  Papa 
defunto.  Lo  zelo  è  politico  anche  quando  sembri  ispirato  da  sentimento 
religioso.  Per  il  fatale  andare  delle  vicende  publiliche  in  Italia,  queste 
manifestazioni  saranno  sempre  più  clamorose,  poiché,  a  misura  che 
diventano  più  gravi  le  difficoltà  del  regno  di  Vittorio  Emanuele  III, 
crescono  le  speranze  in  un  noviis  orcio,  nel  quale  il  papato  possa  tro- 
varsi in  condizioni  diverse  dalle  presenti,  e  riavere  quella  sovranità 
non  soltanto  di  apparenza,  che  Leone  XIII  non  cessò  mai  d'invocare 
nel  lungo  e  querulo  pontificato  suo. 


Nessun  Papa  dunque,  dopo  Martino  V.  toccò  i  novant'anni;  e  se 
Pio  IX  ariìios  Petri,  in  romana  sede,  unus  snperavit,  come  diceva  la 
laconica  epigrafe  dei  suoi  funerali,  il  Pecci  lo  superò  di  parecchi  anni 
nella  vita.  Nessun  Papa  vide  morire  tanti  cardinali  e  ne  creò  tanti. 
Dei  ()4,  che  formavano  il  Sacro  Collegio  alla  morte  di  Pio  IX,  ne  so- 
pravvive uno  solo  ;  e  i  cardinali  creati  da  Leone  Xlll  e  morti  durante 
il  suo  pontificato  sono  83  ;  e  fra  gli  uni  e  gli  altri  egli  vide  scendere 

23  Voi.  evi,  Serie  IV  -  IG  luglio  1903. 


354  PAPA   LEONE    XIII    E   IL   CONCLAVE 

nel  sepolcro  più  di  due  Sacri  Collegi.  Dei  maggiori  principi  regnanti, 
quando  il  Pecei  fu  eletto,  tranne  l'imperatore  Francesco  Giuseppe,  non 
vive  più  nessuno,  e  nessuno  dei  maggiori  uomini  di  Stato.  .Morti  gli  im- 
peratori Guglielmo  I  e  Alessandro  II  :  il  maresciallo  Mac  Mahon  e 
Alfonso  di  Spagna:  la  regina  d'Inghilterra  e  il  re  Umberto:  morti 
Bismarck,  Andiassy,  Waddington  e  Canovas,  e  dei  nostri,  il  Cialdini, 
il  Crispi,  e  tutti  i  ministri  di  allora.  Nessuna  morte  di  Papa  fu  più 
lungamente  attesa  di  quella  di  Leone  XIII,  uè  solo  per  la  grave  età 
di  lui,  ma  per  la  fibra,  che  pareva  cosi  poco  resistente,  e  per  cui 
negli  ultimi  anni  era  divenuto  una  larva.  Soffriva  di  periodica  debo- 
lezza cardiaca,  e  andava  soggetto  a  non  rari  deliqui,  che  spaventa- 
vano i  familiari  e  impensierivano  i  medici,  i  quali  non  nascondevano 
la  preoccupazione  che  il  Papa  potesse  finire  da  un  momento  all'altro, 
quasi  senza  clie  alcuno  se  ne  accorgesse.  E  però  lo  circondarono  di 
cure  infinite,  alle  quali  non  sempre  Leone  si  rassegnava,  ma  che  val- 
sero certo,  insieme  alla  forte  costituzione  muscolare,  a  prohmgargli 
la  vita  soprattutto  negli  ultimi  giorni.  Quando  nelle  solennità  scen- 
deva in  San  Pietro,  pareva  che  sulla  sedia  gestatoria  fosse  sollevata 
una  statua  di  cera:  tanto  privo  di  colore  era  il  suo  volto  scarno  di 
asceta.  Ma  alle  grida  dei  fedeli  la  statua  si  animava:  gli  occhi  bril- 
lavano di  luce  improvvisa,  e  la  destra  tremolante  levavasi  in  alto 
accemiando  a  benedir^^.  L^ua  gran  forza  nervosa  sorreggeva  il  vecchio 
sacerdote,  e  i  ricevimenti  e  le  cerimonie,  lungi  dall'affaticarlo,  parevano 
rinvigorirlo. 


La  longevità  è  tradizionale  nella  sua  famiglia.  I  suoi  fratelli  non 
superarono  i  novant'anni,  ma  morirono  vecchi.  In  lui  ebbe  la  longe- 
vità un  forte  ausilio  in  un  tenore  di  vita  ordinato  e  frugala.  Kgli 
quasi  non  aveva  bisogni.  Nei  pi'imi  anni  del  pontificato  segui  l'abitu- 
dine di  far  servire  i  resti  del  pranzo  per  la  cena.  11  parco  costume, 
che  contrastava  a  tutti  i  precedenti  delle  tavole  papali,  fu  seguito  p.-r 
alcuni  anni:  poi  mutò,  perchè  la  grave  età  imponeva  al  Pontefice  di 
prendere  la  sera  una  scodella  di  buon  brodo  e  un  bicchiere  di  vecchio 
vino  di  Bordeau.x,  o.  per  sua  elezione,  di  quel  vino  delle  vigne  da  lui 
fatte  piantare  nei  giardini  vaticani,  e  che  ora  sono  in  pieno  frutto. 

La  parsimonia  della  vita  privata  fu  un  effetto  del  modo,  com'egli 
vide  le  cose  umane.  Ebbe  un  concetto  esagerato  del  valore  della  mo- 
neta, e  però  ne  raccolse  quanta  più  ne  potè,  ne  spese  il  meno  che 
potè,  e  nella  grande  azienda  della  tlhiesa  portò  economie,  che  ferirono 
interessi,  i  quali  duravano  da  secoli,  e  urtò  pregiudizi,  che  sollevarono 
ire  e  proteste  non  ancora  spente.  La  parsimonia  cresce  con  gli  anni, 
singolarmente  negli  ecclesiastici.  Il  desiderio  del  guadagno  spinse 
Leone  XllI  a  impiegare  le  somme  raccolte  nei  primi  anni  in  imprese 
industriali,  a  preferenza  edilizie,  le   quali   portarono   a  una  perdita. 


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file  Ili  laU-olata  a  20  milioni  per  la  Santa  Sede,  e  segnò  la  di.sg'azia 
di  monsignor  Folcili,  capo  dei  servizi  finanziari  in  Vaticano.  In  un 
memoriale,  scritto  dal  Folcili  in  propria  difesa,  egli  atTeiina  t-he  alle 
speculazioni  più  arrischiate  era  spinto  dal  Papa,  che  lo  trattava  di 
pauroso;  e  certo  è  ben  singolare  la  figura  di  questo  Pontefice,  che 
getta  il  danai-o  dei  fedeli  in  imprese  di  azzardo,  che  solamente  il  pro- 
gresso di  Roma  capitale  d'Italia  pote\'a  rendere  proficue:  quel  pro- 
gresso che  egli,  sommo  pontefice,  quotidianamente  contrastava  con 
tutta  la  sua  vigorìa.  La  contradtUzione  quasi  non  par  verosiimle,  ma 
ve  ne  fu  tanta  nel  suo  lungo  ])ontifìcato  !  Agli  amori  liancarii.  finiti 
nel  noto  disastro,  successe  un  periodo,  che  fu  l'ultimo,  e  nel  quale 
Leone  conservava,  senza  impiegarlo  o  impiegandolo  in  titoli  più  che 
sicuri,  il  danaro,  che  a  lui  giungeva  da  ogni  parte  del  mondo.  Preferì  le 
banche  estere,  rassegnandosi  a  un  mite  inteiesse.  Ma  in  una  delle  stanze, 
dietro  alla  sua  camera  da  letto,  aveva  fatto  collocare  una  cassaforte, 
nella  t[uale  riponeva  i  doni  preziosi  dei  giubilei  e  \alori  in  oro  e  in 
rendite,  che  si  facevano  ascendere  ad  alcuni  milioni,  e  che  considerava 
come  tesoro  suo  privato.  Nessuno  degrintimi  conobbe  mai  con  esat- 
tezza l'entità  di  quei  valori. 


Non  prevalsero  in  lui  sentimenti  di  cuor.-,  o.  meglio,  la  rigidità 
del  sacerdote,  e  il  dovere,  che  si  era  imposto  come  Papa,  temperava 
ogni  tendenza,  che  potesse  dirsi  d'umana  fragilità.  Da  principio  fu  ac- 
cusato di  nepotismo,  e  Timprovvisa  elevazione  di  suo  fratello  Gius'ppe 
al  cardinalato,  avvenuta  Fanno  appresso  alla  sua  elezion.",  avvalorò 
quest'accusa,  anche  perchè  don  Giuseppe  Pecci  non  avrebbe  avuto  altro 
titolo  al  cardinalato,  che  di  essere  fratello  maggiore  del  Pontefice,  e 
il  solo  dei  frateUi,  col  quale  il  cardinale  vivesse  in  una  relativa  in- 
timità. Don  Giusejipe  aveva  appartenuto  alla  Compagnia  di  Gesù,  e 
poi  ne  era  uscito,  forse  perchè  gh  era  gravosa  la  di.<ciplina.  Andava 
ogni  aiuio  a  Perugia,  era  ospite  del  vescovo,  e  trovavasi  colà  nel 
settembre  del  18(Rt.  cjuando  vi  entrarono  le  truppe  italiane.  (]on  gli 
altri  fratelli  il  cardinale  non  ebbe  rapporti  di  vera  intimità,  e  quando 
veniva  a  Roma,  era  ospite  di  monsignor  Gataldi  o  dello  Steibini.  ov- 
vero scendeva  al  Collegio  Belga,  e  non  mai  dal  fratello  Giovanni  Bat- 
tis-ta  -  il  sor  Titta  -  che  abitava  una  vecchia  casa  di  sua  pioi)iietà 
a  Santa  Chiara,  venduta  più  tardi  al  Seminario  francese,  che.  allargan- 
dosi da  quella  parte,  la  demolì.  Poi  si  disse,  che  fosse  stato  largo 
coi  nipoti,  forse  perchè  ne  nominò  due  camerieri  segreti,  ed  il  terzo, 
che  si  diceva  fosse  il  suo  prediletto.  Esente  delle  Guardie  nobili  e  co- 
mandante della  Guardia  Palatina.  .Ad  altro  nipote  laico  die  un  piccolo 
ufficio  in  Cancelleria,  e  ad  un  altro,  ecclesiastico,  ini  canonicato  di 
San  Pietro;  e  quando  uno  di  essi  prese  moglie,  gli  fece  })reparare 
rappartaiuento  di  nozze  nell'antica  casa   dei    canonici  di  San  Pietro. 


PAPA  LEONE  Xni  E  IL  CONCLAVE  357 

in  quella  solitaria  \ia  delle  Fondamenta,  clie  pare  un  cimitero,  ed  è 
a  poca  dii?tanza  dal  cemeterio  teutonico.  Gli  sposi  non  vi  rimasero  a 
lungo,  preferendo  abitare  a  proprie  spese  nel  centro  di  Roma. 

Nepotista  non  fu.  Se  non  portò  le  cose  agii  estremi,  come  fece 
Pio  IX,  il  CIO  bizzarro  testamento  pubblicai  nel  Conclave  di  Leone  XIII. 
non  si  può  rivolgere  a  lui  la  grave  accusa,  cbe  colpi  tanti  Papi.  Ora  è 
da  vedere  il  testamento  suo  o,  meglio,  come  avrà  disposto  delle  somme, 
che  egli  considerava  come  suo  patrimonio  privato.  Pei'ò  le  speranze  dei 
nipoti  non  dovrebbero  essere  molte,  benché  negli  ultimi  giorni  abbia 
avuto  una  ripresa  di  affetto  per  essi,  che  volle  rivedere:  caso  strano 
nell'ordine  ecclesiastico,  nel  quale  più  si  va  innanzi  negli  anni  e  più 
scema  l'amore  dei  parenti. 


Non  fu  nepotista,  ma  sentì  l'orgoglio  della  famiglia,  perchè  sentì 
in  grado  eminente  l'orgoglio  di  sé.  sin  da  giovane.  Fra  le  adulazioni, 
gli  riuscivano  più  accette  quelle,  che  si  riferivano  al  casato,  e  gli  adu- 
latori, dimenticando  che  i  Pecci  di  Carpineto  hanno  nobiltà  di  provincia, 
e  una  volta,  secondo  si  afferma,  si  chiamassero  Peccia,  li  fecero  discen- 
dere in  linea  i"tta  dalla  nobile  famiglia  dei  Pecci  di  Si  na  e  di  Gubbio. 

Il  padre  del  Papa  era  stato  militare,  e,  avendo  niunerosa  figliuo- 
lanza,  avviò  due  maschi  al  sacerdozio,  e  li  mandò  nel  collegio  dei 
gesuiti  a  Viterbo.  Perché  Gioaccliino  potesse  entrare  nell'Accademia 
dei  nobili  ecclesiastici,  ci  volle  una  grazia  speciale  di  Leone  XII,  che 
lo  ascrisse  al  patriziato  di  Anagni,  della  qual  grazia,  principio  della 
sua  fortuna,  egli  volle  mostrarsi  grato  a  quel  pontefice,  prendendone 
il  nome;  e  lo  dichiarò,  quando,  eletto  Papa,  il  decano  del  Sacro  Col- 
legio gli  chiese  come  volesse  chiamarsi.  Ed  eletto  Papa,  fece  alma- 
naccare sidlo  stenuna,  volendo  che  cp^ieslo  -  un  cipresso  con  tre  stelle 
e  una  cometa  -  dovesse  spiegare  il  Lumen  de  ccelo,  che  Malachia  at- 
tribuisce al  pontificato  di  lui.  Gradì  fra  gli  ultimi  doni  giubilari  un 
album  illustrato  di  sua  famiglia,  nel  quale  egli  é  rappresentato  da 
giovinetto,  da  seminarista,  da  prete  e  da  prelato,  da  cardinale  e  da 
Papa,  e  vi  sono  rajipresentati  i  genitori  e  i  fratelli,  con  tutti  i  ricordi 
della  infanzia  e  del  natio  Carpineto:  un  album,  che  mi  era  ignoto,  e 
che  vidi,  non  è  guari,  nel  salotto  di  un  cardinale. 


Fu  assai  fortunato  n^dla  carriera.  Compi  gli  studi  nell'Accademia 
dei  nobili  ecclesiastici;  fu  prete  a  27  anni,  prelato  a  28,  ed  ebbe 
la  sua  prima  missione  a  Benevento,  che  allora  apparteneva  agli  Stati 
della  Chiesa,  ed  era  governata  da  un  Delegato  apostolico,  .andando  a 
Benevento,  si  fermò  qualche  giorno  a  Montecassino.  Nel  registro  dei 
visitatori  della  Badia,  accanto  alla  firma  del  giovane  Delegato  aposto- 


358  PAPA    LEONE    XIII    E   IL    CONCLAVE 

lieo  di  Benevento,  si  legge:  24  aprile  1839.  A  Montecassino,  dove  si 
fermò  due  giorni,  conobbe  i  monaci  più  reputati  di  allora,  e  singolar- 
mente il  Tosti,  di  un  anno  meno  di  lui,  e  già  celebre  negli  studi  della 
storia,  e  che  lo  descriveva  grave  nel  portamento,  solenne  nella  favella, 
diritto  della  persona,  acceso  in  volto,  i  cap^r-Ui  ricciuti,  gli  occhi  cerulei 
e  ima  cultura  superiore  airetà.  Parlarono  di  tante  cose,  e  divennero 
amici,  anzi  la  fermata  a  Montecassino  servi  al  Pecci  per  avci-r  notizie 
di  Benevento,  di  cui  non  sapeva  nulla  :  delle  strade  ]).'r  andarvi,  e  se 
convenisse  passar  prima  da  Napoli  per  presentarsi  al  He,  o  tornarvi 
apposta  per  adempiere  questi  doveri.  11  Tosti  lo  trovò  di  idee  non 
molto  larghe  in  fatto  di  riforme,  ma  ben  erudito  nelle  discipline  filo- 
sofiche e  teologiche:  umanista  e  buon  latinista,  appassionato  di  Orazio, 
di  Ovidio  e  di  Virgilio,  piuttosto  scarso  nella  storia.  L'intimità  col 
cardinal  Sala  non  aveva  esercitata  in  lui  nessuna  influenza  in  questo. 
L'amore  delle  riforme  non  lo  rivelò  né  da  giovane,  né  da  uomo  ma- 
turo, né  da  vecchio.  Lo  paralizzò  un'eccessiva  cautela.  A  Benevento 
pose  la  prima  pietra  alla  chiesa  delle  Grazie,  né  altro  si  ricorda  di  lui, 
tranne  una  grave  infermità,  che  ne  mise  in  pericolo  l'esistenza,  e  di  cui 
lo  guarì  il  dottor  Sellinosi,  il  cui  figlio  Paolo  egli  nominò  vescovo  ti- 
tolare di  Gaza  nel  1897.  Se  ne  ricordò,  quando  lo  Sellinosi  aveva 
raggiunti  i  70  anni.  Aveva  nominato  arcivescovo  un  altro  canonico  di 
Benevento,  monsignor  Feoli,  che  governò  per  poco  tempo  la  chiesa  di 
Manfredonia.  Contribuì  pure  alla  fondazione  di  un  Istituto  pontifìcio, 
<'  ])iù  fardi  fu  largo  di  favori  alla  famiglia  Mazzella.  di  Vitulano,  presso 
Benevento,  creando  due  fratelli  di  quella  famiglia,  uno  cardinale  e 
l'altro  arcivescovo  di  Bari,  e  un  nipote,  arcivescovo  di  Rossano.  Si 
disse,  che  il  giovane  Delegato  mostrasse  energia  nel  combattere  un  po' 
di  malandrinaggio,  che  infestava  le  campagu'';  ma,  senza  la  successiva 
fortuna  di  Gioacchino  Pecci,  quella  delegazione  sarebbe  già  passata 
nel  dominio  delle  cose  morte.  Il  conte  Carlo  Torre  di  Benevento,  che 
fu  prefetto  di  Milano,  e  mori  senatore  del  Regno  nel  18S9,  e  quasi  suo 
coetaneo,  lo  conobbe,  e  ricordo  che  nella  sua  rude  e  signorile  fran- 
chezza si  maravigliava  con  me.  come  il  giovane  Pecci  fosse  corso  tanfo 
nella  carriera,  da  divenir  Papa. 


La  breve  nunziatura  nel  Belgio  non  ebbe  iin])orfanza.  che  per 
avervi  conosciuto  il  Gioberti,  che  poi  ospitò  a  P -ragia  nel  1848.  e  il 
conte  Giovanni  Arrivabene.  che  rivide  a  Roma  l'anno  stesso  in  cui  fu 
eletto  Papa.  11  governo  della  chiesa  di  Perugia,  durato  3:2  anni,  lo 
portò  al  papato,  poiché  la  lunga  assenza  da  Roma,  la  poca  simiiatia 
tii  Pio  IX  per  lui.  e  l'avversione  decisa  del  cardinal  Aiifonelli  fecero 
convergere  gli  occhi  di  quanti  speravano  temjii  migliori  sul  vescovo 
di  Perugia,  non  per  la  conoscenza  intima  dell'uomo,  ma  perle  circo- 
stanze estiinseche,  che  ho  ricordato.  A  Perugia  fu  buon  vescovo,  ma 


PAPA   LEONE    XIII    E    IL    CONCLAVE  359 

la  sua  condotta  nei  moti  del  1859  fu  censurabile,  e  io  la  narrai  con 
documenti  inconfutabili:  e  fu  incerta,  dirò  cosi,  la  sua  condotta  nel  1860. 
Sarebbe  bastata  una  parola  di  lui  per  salvare  la  vitadel  pivte  Sandri, 
contro  il  quale  non  erano  emerse  prove  assolute,  cbe  avesse  ucciso 
il  tamburo  maggiore  del  primo  reggimento  granatieri,  la  mattina  del 
14  settembre.  Ma  non  la  disse,  contentandosi  di  rispondere  al  conte 
Ansidtìi,  cbe  gliene  faceva  premura  :  «  il  povero  Sandri  sarà  mi  martire 
(li  più  in  difesa  della  fede  e  della  religione  ».  Ma,  ripeto,  tutte  queste 
circostanze  non  cran  note,  e  solo  era  noto  die  nel  lungo  e  agitato 
pontificato  di  Pio  IX  egli  non  aveva  avuto  alcuna  parte,  e  ciò  bastava 
per  determinare  verso  di  lui  una  corrente  di  simpatia  nel  mondo  ec- 
clesiastico e  nel  laico.  Don  Simplicio  Pappalettere,  già  abate  ordinario 
di  Montecassino,  uomo  di  largo  mondo  e  di  geniale  intelletto,  per  in- 
carico del  ministro  Visconti- V^enosta.  scriss  >  nel  1874  uno  studio  sulle 
condizioni  del  Sacro  Collegio  e  sulle  maggiori  probabilità  circa  la 
scelta  del  nuo  o  Papa  :  e,  dopo  una  rassegna  accurata  dei  vari  car- 
dinali papabili,  concluse  cbe  il  futuro  pontefice  sarebbe  stato  il  vescovo 
di  Perugia.  Nel  1877  Ruggero  Bonghi,  nel  suo  libro  :  Il  Conclave  e 
il  Papa  futuro.  designaAa  Gioacchino  Pecci  come  il  successore  più 
probabile  di  Pio  IX.  e  lo  giudicava  assai  favorevolmente,  affermando 
avere  il  Pecci  le  qualità  tutte  cbe  San  Bernardo  vuole  veder  raccolte 
in  un  cardinale,  ma  dubitando  che  da  Papa  a\rebbe  fatto  grandi  cose- 
Io  stesso  negli  anni  187(i  e  1877  scrissi  più  volte,  nelle  mie  Xote  vaticane 
al  Corriere  della  Sera,  che  il  nuovo  Papa  sarebbe  stalo  il  vescovo  di 
Perugia. 


Al  Conclave,  che  seguì  alla  morte  di  Pio  IX,  erano  vivi  64  cardi- 
nali. Tre  soli  non  vi  presero  parte  :  il  Brossais  de  Saint  Marc,  arci- 
vescovo di  Rennes,  e  il  CuUen,  arcivescovo  di  Dublino,  malati  e  che 
morirono  poco  dopo  ;  il  terzo,  che  era  l'arcivescovo  di  New  York,  Mac 
Kloskey,  che  entrò  in  Conclave  la  sera  del  19.  Un  Conclave,  che  conta 
fra  i  più  numerosi,  tra  i  più  brevi  e  i  più  tranquilli,  fu  quello  nel 
quale  venne  eletto  il  Pecci,  anche  perchè  creduto  più  adatto  a  rimet- 
tere il  papato  nel  favore  delle  potenze.  I  più  non  lo  conoscevano.  Pa- 
reva un  uomo  senza  angoli  e  senza  preconcetti  ;  vittima  egli  stesso 
del  cardinale  Antonelli  e  del  suo  sistema,  e  disposto  ad  inauguraine  un 
altro  con  uomini  diversi.  Pio  IX.  natura  impressionabile  e  impulsiva, 
si  era  messo  in  urto  con  quasi  tutti  gli  Stati  di  Europa  :  e  quando 
mori,  fu  unanime  il  desiderio  dei  Go\'erni  di  volere  un  Papa  conciliante, 
come  risulta  dal  carteggio  diplomatico  riserva  [issino,  che  io  pubblicai 
nel  detto  mio  libro.  Un  Papa  conciliante  invocavano  i  Governi,  e  il 
Gabinetto  francese  chiedeva  jìerfìno  un  Papa  di  sentimenti  moderati, 
il  quale  «rendesse  possibile  la  conciliazione  con  l'Italia  ».  Pio  IX  aveva 
rotto  guerra  alla  Germania  dopo  il  1870;  aveva  ospitato  il  Ledochowski 


360  PAPA  LEONE  XIH  E  IL  CONCLAVE 

e  la  Geriiuinia  aveva  risposto  col  Kulturkanipf  :  s'era  inimicalo  con 
la  Russia  per  le  cose  di  Polonia,  e  con  F  Inghilterra  pei'  le  sue  sim- 
patie verso  gl'Irlandesi  e  i  Maltesi,  e  non  vedeva  di  buon  occhio  la 
lepubblica  in  Francia.  E  Leone  XIII  fu  il  Papa  invocato  dai  Go- 
verni, anzi  in  questo  suo  cammino  si  spinse  tanto  oltre,  da  perdere 
la  visione  degli  interessi  religiosi  e  di  quei  diritti  della  Chiesa,  che 
non  cessò  di  reclamare  con  ogni  suo  vigore  in  Italia.  Fece  la  pace 
con  la  Germania  e  obbligò  il  Centro  a  votaie  il  settennato  militare  ; 
mise  fuori  dal  Vaticano  il  cardinale  Ledochowski  ;  fu  sordo  ai  gridi 
di  dolore  dei  Polacchi  e  degli  Armeni;  aiutò  la  Russia  nel  suo  lavoro 
di  colonizzazione  politica  e  religiosa  in  Polonia,  e  la  Francia  a  Tu- 
nisi; aiutò  l'Inghilterra  nella  questione  d'Irlanda  e  di  Malta;  abban- 
donò al  loro  destino  i  cartisti  spagnoli  e  i  legittimisti  francesi,  no- 
nostante i  loro  fervori  cattolici  e  le  offerte  :  anzi  in  Fi'ancia  compiè 
la  maggiore  evoluzione  della  sua  vita,  alleandosi  alla  Repubblica,  e 
costringendo  l'episcopato  e  il  clero  a  divenirne  il  puntello.  E  la  Re- 
pubblica non  gli  dimostrò  gratitudine,  anzi  gli  amareggiò  gli  ultimi 
anni,  con  la  legge  sulle  corporazioni  religiose,  ed  eseguendola  in  modo, 
che  quasi  ricorda,  in  pieno  secolo  ventesimo.  le  crudeltà  contro  i  primi 
cristiani.  Ma  neppur  questo  valse  a  rimuovere  Leone  XIII  dai  suoi 
amori  francesi.  Non  gli  usci  dalla  bocca  una  sola  parola  di  protesta, 
forse  per  non  confessare  che  tutta  la  sua  politica  periva  miseramente, 
dopo  "2ó  anni  d'illusioni  e  di  speranze.  Caiiomagno  e  Pipino  tornavano 
indietro  dalla  vagheggiata  spedizione  contro  i  nuovi  Longobaidi!... 


Leone  XIII  non  ebbe  che  un  solo  nemico  da  combattere  senza 
tregua  e  senza  misericordia,  e  questo  nemico  fu  la  nuova  Italia,  che 
stranamente  confuse  con  la  Massoneria.  La  nuova  Italia  aveva  portata  in 
Roma  la  sua  capitale,  collocata  una  corte  laica  in  un  palazzo  papale, 
proclamata  la  libertà  di  culto,  di  stampa  e  di  coscienza,  iniziata  una 
legislazione  contraria  alle  dottrine  della  Chiesa  cattolica,  e  tolta  al  pa- 
pato, col  possesso  di  Roma,  la  sola  garanzia  ritenuta  dalla  Curia  suffi- 
ciente all'indipendenza  della  Chiesa.  Fu  su  questo  punto  che  Leone  XIII 
si  spinse  anche  al  di  là  di  Pio  IX,  perchè  questi  discorreva  vana- 
mente, mentre  Leone  XIll  lavorò  con  la  sua  diplomazia,  e  senza 
perdere  alcuna  occasione,  per  creare  imbarazzi  al  Governo  italiano,  dalle 
grandi  alle  piccole  cose  :  dai  fatti  di  Tunisi  alla  spedizione  del  ve- 
scovo Macario,  dopo  il  disastro  d'Abba  Carima.  Vi  fu  un  solo  momento 
nel  1887,  in  cui  parve  si  accostasse  ad  una  specie  di  modus  vivendi 
col  Governo  italiano,  ma  fu  piuttosto  il  sogno  di  due  idealisti,  il  padre 
Tosti  e  Francesco  Crispi,  che  il  risultato  positivo  di  accordi  intervenuti 
e  discussi.  La  sua  allocuzione  del  ;23  maggio,  di  tenore  liiico  più  che 
politico,  non  ebbe  altro  effetto  che  di  sollevare  gelosie  e  timori  in  Fran- 
cia, e  anche  minacce:  e  queste  lo    scossero  al   punto,  che  egli,   non 


PAPA    LEOXE   XIII    E    IL    CONCLAVE  361 

senza  disinvoltura,  tornò  indietro,  e  all'allocuzione,  che  aveva  ispirate^ 
il  famoso  opuscolo  del  padre  Tosti,  successe,  dalla  sera  alla  mattina, 
la  lettera  al  cardinale  Rampolla,  e  la  imposta  ritrattazione  del  monaco 
disilluso.  Da  allora,  la  lotta  divenne  quotidiana  e  il  dissidio  degenerò 
in  conflitto,  anzi  in  lotta  personale  tra  il  Crisjìi  e  Leone  Xlll.  EranO' 
due  orgogli,  che.  urtandosi,  si  jjervertivano.  Queruli  e  polemici,  benché 
in  modo  diverso,  montati  da  adulatori  e  da  falsi  zelanti,  combattettero 
corpo  a  corpo,  nei  giornali,  nei  discorsi,  in  concistoro  e  in  parlamento, 
nei  congressi  e  nella  diplomazia.  Se,  caduto  Crispi  dal  jiotere.  le  appa- 
renze della  lotta  si  attenuarono,  questa  rimase  sempre  accesa  da  parte 
del  pontefice,  che  non  lasciò  passare  occasione,  nella  quale  avesse  a 
discorrere  ai  cardinali,  come  ai  pellegrini,  italiani  ed  esteri,  senza 
lamentare  1" insostenibilità  della  sua  posizione  in  Roma,  e  reclamare 
la  sovrana  ed  effettiva  indipendenza.  L'azione  del  papato  si  svolgeva 
libera  in  Italia  e  nel  mondo;  migliaia  e  migliaia  ai  pellegrini  si  ad- 
densavano liberamente  in  Roma,  per  rendergli  omaggio,  ed  egli  di- 
chiarava di  non  essere  libero!  La  stampa  vaticana,  ostilissima  alla 
-Monarchia,  coniò  le  barbare  parole  di  sabaiidisti  e  sabaudìsmo,  per 
indicare,  quasi  a  scopo  diftamatorio.  quanto  v'ha  di  men  corretto 
nelle  odierne  tendenze  italiane,  quasi  non  bastasse  la  parola  masso- 
ìieria!  E  coi  congressi,  degenerati  in  dimostrazioni  faziose  a  favore 
del  potere  temporale,  in  Italia  e  fuori,  si  venne  creando  quel  cattoli- 
cismo  politico,  romoroso  e  settario,  alleato  nelle  occasioni  ai  partiti 
estremi,  e  eh'  è  la  peggiore  eredità  di  Leone  XITI  :  partito,  se  può 
chiamarsi  tale,  che  già  costituisce  un  pericolo  per  gli  Stati  e  sarà  un 
flagello  per  la  religione. 


Capo  di  un  partito  politico  fu  davvero  in  Italia  Leone  XIII,  più 
ancora  di  Pio  IX.  Egli  lo  superò  in  intransigenza.  Alla  condanna  di 
Rosmini,  e  alla  triste  nota  dell' Osservatore  Romaìio  dopo  l'assassinio 
di  Re  Umberto  -  che  furono  i  due  punti  veramente  neri  del  pontifi- 
cato del  Pecci  -  Pio  IX  non  sarebbe  arrivato.  Pio  IX  non  consenti  alla 
prima,  e  la  sentenza  del  3  luglio  18.54  fu  pronunziata  in  presenza  di 
lui,  e  da  lui  approvata.  Con  quella  sentenza  sono  da  licenziarsi  (dimit- 
tantur)  tutte  le  opere  di  Antonio  Rosmini,  e  finché  visse  Pio  IX,  i 
gesuiti  roselo  il  freno:  ma.  lui  morto,  ricominciò  l'indegna  gazzarra 
in  nome  di  un  tomismo  inconcludente,  e  si  chiuse  con  la  condanna 
delle  quaranta  proposizioni.  Otto  anni  priaia,  nella  primavera  del  1880, 
Leone  Xlll  aveva  detto  al  rosminiano  padre  Lockhart,  biografo  del 
Rosmini:  «  Sento  dal  cardinale  Xeuraan,  che  voi  Rosnìiniani  siete  assai 
rattristati,  perché  temete  che  io  possa  condannare  le  opere  del  vostro 
fondatore.  Questo  non  è  vero:  non  mi  é  passata  per  la  mente  una  cosa 
simile  ».  Di  tali  patenti  contraddizioni  fu  ricco,  come  ho  detto,  il 
pontificato  di  Leone  Xlll. 


36!2  PAPA    LEOXE    XIII    E    II,    CONCLAVE 

Anche  al  padre  Tosti  fece  promettere,  che  la  litrattazione  sarebbe 
rimasta  sotto  il  suggello  del  segreto  papale,  e  fu  pubblicata,  due  giorni 
dopo,  dall'organo  magno  della  Curia.  Pio  IX  non  avrebbe  immaginata 
una  cosa  simile.  Forse  sarebbe  stato  jiiù  violento,  imponendo  al  Tosti 
la  ritrattazione,  ma  men  crudele.  Pio  IX  non  avrebbe  mai  permesso 
il  triste  comunicato,  dopo  l'assassinio  del  Re:  tiiste,  ripeto,  perchè 
offese  la  coscienza  religiosa  e  la  legge  morale,  e  rivelò  ancora  una 
volta  il  vecchio  Papa  destituito  di  ogni  senso  di  opportunità. 

I  molti  errori  del  suo  pontificato,  a  studiarli  bene,  sono  da  attri- 
buire a  queste  due  deficienze  :  egli  non  amò  e  non  ebbe  il  criterio 
giusto  delle  cose  e  dell'opportunità  loro:  o  giunse  presto,  o  giunse 
tardi,  non  mai  in  tempo.  Gli  ultimi  anni  del  suo  governo,  durante 
la  onnipotenza  del  cardinal  Rampolla,  furono  addiritfuia  nefasti  per 
il  pontificalo  e  per  la  Chiesa. 


Ebbe  la  cognizione  dei  tempi,  ma  non  intera,  e  le  sue  varie  en- 
cicliche sulla  questione  sociale  lo  rivelano.  Esse  rappresentano  l'unico 
lato  simpatico  del  papato  di  lui.  Cercò  risolvere  la  moderna  que- 
stione sociale,  ispirandosi  ai  soli  dettami  dell'Evangelo,  alle  sole  re- 
gole della  carità  cristiana.  I  suoi  discorsi  agli  operai,  le  sue  enci- 
cliche, massimamente  quella  Rerum  nocarum.  furono  accolte  con 
simpatia  dalla  stampa  e  dai  Governi,  e  il  suo  socialismo  ebbe  proseliti. 
Protezionista  in  economia,  tenne  conto  dei  diritti  dei  lavoratori,  e, 
consigliando  loro  moderazione  e  calma,  ammoni  Governi  e  capitalisti, 
questi  a  concedere  eque  tariffe  di  salari,  quelli  ad  abolire  o  a  ridurre 
imposte,  che  colpiscono  le  classi  lavoratrici.  II  suo  fu  una  specie  di 
socialismo  di  Stato,  a  base  religiosa.  Se  per  la  dottiina  della  Chiesa 
e  le  massime  della  morale  cristiana  ripugnò  dal  socialismo  giacobino 
e  violento,  anzi  apertamente  lo  condannò,  per  la  sua  natura  equili- 
brata e  calcolatrice  di  italiano,  non  giunse  all'altro  eccesso  della  vio- 
lenza governativa.  Volle  che  gli  interessi  si  conciliassero,  o  con  di- 
sposizioni legislative,  volontariamente  adottate,  o  con  lo  spirito  della 
morale  cristiana.  Propugnò  il  ripristino  delle  vecchie  corporazioni 
d'arti  e  mestieri,  modificate  alle  nuove  esigenze  dei  tempi;  rivolse  ai 
lavoratori  consigli  essenzialmente  cristiani.  Non  li  aizzò,  non  li  in- 
gannò, non  li  sedusse  con  speranze  illusorie;  ma  loro  inculcò  la  pace, 
l'amore  di  Dio  e  del  prossimo.  Non  impose  ai  Governi  e  ai  Parla- 
menti di  rifare  la  società,  modificando  i-adicalmente  gli  organi  dello 
Stato,  e  dominando  l'antagonismo  degli  interessi  con  la  forza.  Non 
affrontò  i  capitalisti,  ma  solo  li  esortò,  nel  loro  interesse,  a  migliorare  i 
salari,  a  misura  che  crescono  i  profitti  del  capitale.  Per  lui  le  funzioni 
del  Governo  e  i  diritti  dello  Stato,  le  pretese  del  capitale  e  quelle 
del    salario  dovevano  avere    un    limite,  oltre  il  quale  c'era   violenza. 


PAPA    LEONE    XIII    E   IL    CONCLAVE  363 


Ma  il  suo  socialismo  non  usci  mai  dal  campo  della  parola.  Consifi'liò, 
ma  non  tentò  nulla,  anzi  ebbe  una  specie  di  diffidenza  per  qualunque 
forza  cattolica  accennasse  di  militare  nel  campo  sociale.  E  quando 
vide  che  con  le  parole  sue  si  voleva  giustificare  il  movimento  della 
Democrazia  cristiana,  la  quale  andava  prendendo  una  larga  espan- 
sione anche  in  Italia,  ne  fu  impaurito  lui  stesso,  e  con  un'enciclica, 
molto  ambigua,  ne  arrestò  lo  sviluppo,  e  non  fu  pago  sino  a  che  non 
ebbe  ricondotta  tutta  fazione  cattolica  in  Italia  sotto  l'opera  dei  con- 
gressi famosi.  E  di  socialismo  negli  ultimi  anni  non  parlò  più:  l'en- 
ciclica Rerum  novantm  è  del  maggio  18".)1  :  corsero  dodici  anni  da  allora, 
e  di  capitale  e  lavoro,  di  salario,  profitto  e  corporazioni  d'arte  e  mestieri 
il  vecchio  pontefice  non  disse  piìi  nulla. 

La  sua  natura  di  umanista,  che  si  appagava  della  forma,  rifug- 
gendo da  ogni  azione,  che  presentasse  molte  difficoltà,  e  il  cui  successo 
non  fosse  sicuro,  non  dava  continuità  all'opera  sua.  Come  abbandonò 
subito  il  socialismo  cristiano,  così  non  disse  più  verbo  dell'unione 
delle  Chiese  cristiane,  da  lui  auspicata  in  una  (inciclica,  che  ebbe  il 
torto  di  venire  alla  luce,  senza  essere  preceduta  dai  necessari  accordi 
con  i  capi  delle  altre  confessioni  cristiane.  Questi  si  ribellarono  e  scris- 
sero vivaci  polemiche,  le  quali  misero  nel  nulla  l'iniziativa  pontificia, 
che  certo  rispondeva  allo  spirito  religioso  del  papato,  e  fu  uno  degli 
atti  più  simpatici  compiuti  da  Leone  Xlll.  E  il  Papa,  vedute  le  dif- 
ficoltà suscitate,  non  vi  insistette  punto.  Uguale  instabilità  egli  rivelò 
in  cose  di  minore  importanza,  sollevando  critiche  meritate.  La  pub- 
l)licazione  dei  regesti  pontifici  non  andò  al  di  là  del  primo  volume; 
e  per  quest'opera  ingente  aveva  costituito  un  vero  consiglio  di  dire- 
zione, chiamando  a  farne  parte  i  benedettini  più  dotti,  con  a  capo 
l'abate  Tosti,  nominato  allora  vice-archivista  di  Santa  Chiesa,  e  ono- 
rato della  maggiore  confidenza  da  parte  del  Papa.  x\Ia  il  To.sti  cadde 
in  disgrazia,  come  ho  detto,  e  Leone  Xlll,  mobile  nelle  tendenze  e 
nelle  simjiatie.  abbandonò  la  pubblicazione  dei  regesti,  come  aveva 
allontanato  dall'animo  suo  l' illustre  monaco,  che  pur  tante  prove  gli 
aveva  dato  di  calda  devozione,  e  più  non  lo  rivide. 

Voleva  ripuliblicare  le  opere  di  S.  Tommaso,  e  si  arrestò  a  mezzo  : 
né  varcarono  mai  il  limite  delle  buone  intenzioni  tante  altre  opere 
d'arte  e  di  pietà,  che  il  Pontefice  diceva  di  voler  compiere  e  non  compì 
mai,  tranne  l'abside  di  S.  Giovanni  in  Laterano:  opera  grandiosa,  ma 
non  bella,  che  eseguì  col  danaro  lasciato  da  Pio  IX,  e  che  volle  fosse 
considerata  come  sua,  esclusivamente.  Difatti  vi  si  vedono  le  sue  armi 
e  il  quadro  commemorativo,  e  per  Pio  IX  non  si  vede  alcun  ricordo. 

Delle  chiese  di  Roma  predilesse  San  Giovanni,  e  più  volte  mani- 
festò la  volontà  di  esservi  sepolto,  in  un  mausoleo,  dirimpetto  a  quello. 


364  PAPA  LEONE  XIII  E  IL  CONCLAVE 

ch'egli  innalzò  a  Innocenzo  III,  conia  laconica  e  supeiba  iMiiziuue: 
Leo  XIII  Innocentio  III.  Fu  il  Papa,  sul  quale  si  modellò.  Ebbe 
comune  con  Innocenzo  alcune  qualità  di  animo  e  di  mente,  l'inflessi- 
bilità  della  dottrina  cattolica,  le  tendenze  accademiche,  e,  a  tanti  se- 
coli di  distanza,  la  debolezza  per  gli  adulatori  e  la  superbia  di  essere 
l'ai'bitro  del  proprio  tempo.  Innocenzo  scrisse  sermoni  ed  omelie,  odi 
liriche,  epistole  e  i  commenti  ai  salmi  della  penitenza;  e  Leone  poetò 
finché  visse,  e  pubblicò  encicliche  e  discorsi,  che  sono  monumenti  di 
stile  e  di  eleganza  latina.  La  conoscenza  di  questa  lingua,  nel  suo 
classicismo  più  puro,  nella  prosa  come  nella  poesia,  l'ormava  la  maggior 
parte  della  sua  cultura. 


Leone  XIII  è  passato  di  questo  mondo  senza  veder  conseguito  il 
suo  sogno,  ch'era  il  riacquisto  del  potere  temporale. 

Il  successore  dovrà  imporre  a  sé  stesso  il  malinconico  dilemma  : 
o  romperla  dal  primo  giorno  con  la  prigionìa,  o  rassegnarsi  ad  essa 
per  tutta  la  vita.  Malinconico  dilemma,  che  dovrebbe  smorzare  le  am- 
bizioni degli  aspiranti  al  papato.  Leone  lascia  le  cose  come  le  tiovò, 
e  nessuno  che  abbia  un  grano  di  cervello  ])otrà  illudersi,  che  mute- 
ranno nel  senso,  che  possa  il  Papa  riavere  l'antica  signorìa,  o  una 
parte  di  essa,  limitata  alla  città  di  Roma.  Questa  eventualità  somiglia 
oramai  alla  quadratura  del  cerchio:  rappresenta  uno  di  quegli  assurdi 
storici  e  morali,  che  s'impongono  allo  studio  dei  filosofi  più  che  degli 
uomini  politici.  Non  aver  veduta  la  singolare  e  quasi  spaventosa  gra- 
vità del  problema:  non  aver  dato  un  passo  o  tentata  una  via  per  la 
soluzione,  e  Tessersi  tanto  spinto  in  una  lotta  irritante,  per  quanto 
priva  di  effetto,  perchè  vuota  di  contenuto,  rivelò  nel  moito  Papa  una 
deficienza  quasi  inverosimile  di  studio,  di  tatto  e  di  prudenza.  (1  suc- 
cessore di  lui  non  può  spingersi  oltre,  senza  compromettere  tutto,  sia 
nella  condiscendenza  verso  i  Governi,  sia  nella  lotta  contro  l'Italia: 
non  può  seguitare,  senza  pericolo,  lo  stesso  programma  dì  pugnace 
intransigenza.  Deve  im|)orsi  un  altro  dilemma:  o  esser  Papa  tutto  re- 
ligioso, e  ve  ne  sarebbe  tanto  bisogno:  o  ripigliare  le  influenze  nella 
forma  legale,  inandando  i  cattolici  alle  urne  politiche,  non  per  disfare, 
ma  per  cementare  e  correggere.  Già,  soprattutto  fra  i  giovani  cattolici, 
laici  ed  ecclesiastici,  si  scopre  un  movimento  in  questo  senso,  com- 
presso violentemente  negli  ultimi  anni  del  pontificato  di  Leone  XIII, 
ma  non  abbastanza,  da  non  far  manifesto  qualche  tentativo  di  ribel- 
lione. Andare  alle  urne,  per  dare  ai  cattolici  una  parte  nella  rappre- 
sentanza nazionale,  per  curare  direttamente,  e  neirorbita  della  lega- 
lità, gli  interessi  della  Chiesa,  se  non  conciliati,  almeno  non  cozzanti 
con  quelli  della  società  moderna.  La  Chiesa  è  flessibile,  nonostante  la  sua 
vecchia  esistenza,  ì  suoi  domini  e  i  suoi  apriorismi  dottrinali:  e  il 
cristianesimo  è  una  dottrina  dinamica   e  non  sfatica,  né   può  essere 


PAPA    LEONE    XIII    E    U.    CONCLAVE  365 

im  sistema  iiiinioliile.  L'idea  di  una  tlliiesa  vivente  nell'umanità  e  con 
l'umanità  gli  è  naturalmente  e  storicamente  insita,  e  la  Chiesa  ameri- 
cana n'è  la  miglior  piova.  In  questa  opinione  si  trovano  d'accordo 
due  intelletti  illuminati,  pur  dissimili  sotto  altri  riguardi:  Raffaele 
Mariano  e  il  padre  Giovanni  Semeria.  Combattere  con  la  fede  e  l'ar- 
dore di  chi  non  abbia  secondi  fini,  per  rimettere  sopra  miglior  via  il 
degenerato  parlamentarismo  e  le  varie  classi  sociali  :  ecco  quanto  il 
nuovo  Papa  dovrebbe  promuovere  e  non  soltanto  rispetto  all'  Italia, 
e  lasciar  il  resto  al  tempo. 


Il  presente  Conclave  non  offre  alcuna  delle  grandi  curiosità,  che 
offi'ì  l'altro.  Allora  le  illusioni  erano  tante  !  Si  doveva  eleggere  il  primo 
Papa  in  condizioni  storiche  affatto  nuove:  e  il  Conclave  si  svolse  nella 
maggior  libertà  e  indipendenza  dei  Padri. 

11  Coverno  italiano  mantenne  rigorosamente  l'ordine  pubblico  : 
nessun  cardinale  fu  colpito  da  veto:  la  diplomazia  si  astenne  dal  tur- 
bare in  qualsiasi  modo  l'elezione  pontifìcia,  limitandosi  a  far  voti,  che 
•essa  riuscisse  quale  il  bene  della  Chiesa  e  del  mondo  richiedevano. 
Si  credeva  che  il  successoi'e  di  Pio  IX  avrebbe  accettata  la  legge  delle 
guarantigie,  che  fu  fatta  con  questa  fiducia,  e  che  ora  non  sarebbe 
più  possibile  di  fare,  ed  è  così  diffìcile  il  mantenere,  tanto  si  è  corsi 
nella  via  deirintransigenza  da  una  parte  e  dall'altì-a.  Si  designava  il 
■cardinal .  Pecci  come  l'uomo  più  adatto  a  suggellare  la  pace  con 
l'Italia,  e  il  Pecci  da  principio  quasi  legittimò  le  speranze.  Fu  per 
poco.  La  invereconda  baldoria  della  triste  notte,  in  cui  fu  trasportata 
la  salma  di  Pio  IX,  giustamente  l'offese  e  l'irritò:  ma  io  credo,  che, 
.anche  senza  questo,  egli  sarebbe  arrivato  all'intransigenza  pugnace, 
data  l'indole  sua  suscettibile  e  insofferente  di  liberi  consigli.  Alla  vi- 
gilia della  inaugurazione  del  monumento  al  Bruno,  quando  il  con- 
flitto col  Governo  italiano  degenerò  in  lotta  aperta,  ebbe  il  proposito 
di  lasciar  Roma,  ma  i  rischi  di  un  viaggio,  l'incertezza  del  domani 
e  l'avviso  del  Sacro  Collegio  gli  fecero  mutar  consiglio.  Certo,  qua- 
lunque Papa,  anche  fra  i  più  longanimi,  avrebbe  perduta  la  pazienza: 
ma  egli  non  si  rese  conto,  clie  tra  i  fattori  di  perturbamento  c'era 
lo  spirito  astioso  d'intransigenza  e  il  partito  preso  di  assalire  e  deni- 
grare, da  parte  della  stampa  clericale.  Chi  non  ricorda  l'Albertario,  ono- 
rato e  protetto  'i  Con  un  altro  Papa  forse  non  si  sarebbe  arrivati  a 
quel  punto,  imperocché,  posti  il  Papato  e  Fltalia  nuova  a  vivere  sullo 
stesso  metro  quadrato,  e  creato  l'assurdo  delle  due  sovranità  sullo 
stesso  territorio,  nemiche  e  cozzanti  per  giunta,  solo  una  grande  mo- 
derazione da  parte  di  esse  può  impedire  che  s'azzuffino  e  si  jiervertano 
malamente.  La  moderazione,  o  spirito  di  misura,  dovrebbe  essere  anche 
il  maggior  dovere  del  Governo  italiano,  e  rattenerlo  sulla  via,  dove 
lo  spingono  le  correnti  ladicali  e  massoniche,  ogni  giorno  più  preva- 


366  PAPA   LEONE   XUl  E   IL   CONCLAVE 

lenti  n«i  comizi  e  nella  rappresentanza  legislativa.  Se  ciò  non  avve- 
nisse, anche  il  prete  Pero  del  Giusti,  ])erveniito  al  papato,  diverrebbe 
intransigente  e  querulo. 

Se  dunque  è  da  sperare,  che  l'elezione  del  futuro  Papa  si  compia 
in  persona  di  un  cardinale  illuminato  e  prudente,  è  d'augurarsi  pure,  che 
la  politica  del  Governo  italiano  non  seguiti  a  procedere,  quasi  senza 
bussola,  in  balia  delle  onde  torbide  e  tempestose  del  radicalismo  e  dei 
suoi  peggiori  pregiudizi.  L'Italia  è  nella  sua  grande  maggioranza  paese 
cattolico:  la  sua  capitale  è  sede  altresì  del  papato,  governo  della  Chiesa, 
la  c[uale  ha  oggi,  col  sistema  rappresentativo,  più  voce  che  non  abbia 
avuto  per  lo  innanzi  nell'indirizzo  dei  Governi  stranieii.  E  se  un  pericolo 
può  esservi,  può  \'enire  da  questo  :  che,  portate  le  cose  agli  estremi, 
possa  da  parte  di  quei  Governi,  cattolici  e  non  cattolici,  udirsi  il 
grido:  «  aiutiamo  il  Papa  ».  Auguriamoci  che  ciò  non  accada,  e  tutto 
dipende  dal  nostro  senno,  e  dalla  virtù  di  non  allontanarci  da  quel 
senso  di  moderazione,  per  cui  fu  potuta  fare  l'Italia,  attraverso  diffi- 
coltà infinite,  e  venire  a  Roma,  e  rimanervi  per  oltre  trent'anni,  con 
abbastanza  fortuna.  E  questa  sarebbe  compiuta,  se  dal  prossimo  Con- 
clave -  senza  far  profezie,  divenute  volgari,  oggi  che  l'ambionte  di 
discrezione,  dal  quale  i  precedenti  Conclavi  furono  circondati,  è  spa- 
rito -  uscisse  un  Papa,  risoluto  a  far  la  sosta  e  a  curare  gl'interessi 
religiosi  più  dei  politici  :  Papa  estraneo  ai  maneggi  della  Curia  in 
questi  ultimi  anni  ;  che  abbia  temperamento,  non  di  lotta,  né  di  pole- 
mica ;  che  venga  per  benedire  quanti  sono  credenti  nella  fede  di  Cristo, 
e  che,  soprattutto,  non  abbia  due  pesi  e  due  misure.  La  divina  ispira- 
zione consigherà  i  Padri  ad  eleggere  l'uomo,  il  quale,  nella  presente 
ora  storica,  abbia  la  visione  intera  dei  pericoh,  che  minacciano  la 
Chiesa  e  la  pace  del  mondo,  e  l'animo  risoluto  a  fugarli"?... 

Raffaele  de  Cesare. 


LIBRI 

PERVENUTI  ALLA  DIREZIONE  DELLA  NUOVA  ANTOLOGIA 


Le  venti  commedie  di  M.  A.  Plauto,  tradotte  da  Gaspare  Finali. 
—  Milano,  1903,  Ulrico  Hoepli.  "2  voi.  di  piìi  di  650  pagg.  ciascuno. 

Scritti  e  discorsi  politici  di  Francesco  Crispi  (1849-1890).  —  To- 
rino-Roma, 1903,  Roux  &  Viarengo,  pagg.  765.  L.  10. 

I  Gaf/ffini  dn  Bissone  -  Loro  opere  in  Genova  ed  altrove.  Contri- 
buto alla  tutoria  dell'arte  lombarda,  per  Luigi  Augusto  Cervetto.  — 
Milano,  1903,  Ulrico  Hoepli,  pagg.  309,  in-folio,  con  99  tavole. 

Epistolario  di  L.  A.  Muratori,  edito  e  curato  da  Matteo  Càm- 
PORi.  V^olume  V  (1715-17!21).  —Modena,  1903,  Società  Tipografica  Mo- 
denese, pagg.  500.  L.  12. 

Raiiioììcria  di  una  tenuta  condotta  a  mezzadria.  Studio  di  ammi- 
nistrazione e  contabilità  agraria,  di  V^incenzo  Armuzzi.  —  Ravenna.  1902, 
Tipografla  Ravegnana,  pagg.  470.  L.  6. 

Ragioneria  di  Stato  -  Ordinamento  contabile  in  scrittura  doppia, 
per  Nicola  Spongia.  —  Brescia,  1903,  Tipografia  «  La  Provincia  », 
pagg.  200.  L.  5. 

L'economia  delle  commi  ita  -  La  scienza  delle  finanze  -  Le  entrate 
tributarie,  per  Josef  Kaizl.  Traduzione  e  note  di  Giovanni  Garano- 
DoNViTO.  —  Roma-Torino,   1903,  Roux  &  Viarengo,  pagg.  301.  L.  4. 

Lo  studio  di  Ferrara  nei  secoli  XV  e  XU7,  con  documenti  inediti, 
per  Giuseppe  Pardi.  —  Ferrara,  1903,  Tipografla  sociale  G.  Zuffi, 
pagg.  275.  L.  5. 

I  diarii  di  Marino  Sanato.  Prefazione  di  Guglielmo  Berchet.  — 
Venezia,  1902,  Federico  Visentini,  pagg.  139. 

Intorno  alla  faccicda  del  Duomo  di  Milano.  Considerazioni  e  pro- 
poste di  Carlo  Romussi.  —  Milano,  1903,  Società  Editrice  Sonzogno, 
pagg.  71. 

II  trionfo  della  morte  e  danza  macabra  -  Grandi  affresclii  dipinti 
in  elusone  nel  1485.  Studio  di  D.  Giudici.  —  Clusone,  1903,  Antonio 
Giudici,  pag.  37.  L.  5. 

L'amano  roiirito,  di  Biagio  Chiara.  —  Palermo,  1003,  Pr.  Ganguzza-Lajosa, 
pagg.  100.  L.  2. 

A  Margherita  di  Savoia.  Ode  di  C.  Augusto  Riccio.  —  Roma,  1903.  Vo- 
ghera, pagg.  5. 

//  conte:  Fnliio  Testi.  Dramma  storico  in  5  atti  di  Annibale  Campani.  — 
Roiua-Milaiio,    1903.  Allirlglii,  Segati  cV  C,  pagg.  142.  L.  3. 

Donde  rriKjoiio  i  raguzsi,  per  Domenico  Panelli.  —  Napoli,  1903,  Detken 
k  Roclioll,  pagg.  188.  L.  2, 

Saggi  di  etica  e  di  divitto,  per  Giuseppe  De  Castellotti.  —  Ascoli  Piceno, 
1903,  Enrico  Tassi,  pagg.  240.  L.  2.50. 

Opere  varie  di  Giovanni  Maria  Berlini,  raccolte  dal  nipote  Dr.  Carlo  Lu- 
dovico Bertini.  —  Biella,  1903,  G.  Arnosso,  pagg.  214.  L.  5. 

Incominciamo  !  Studio  sulla  Basilicata  di  Ciro  Marini.  —  Melfi,  1902,  Giu- 
seppe Grieco,  pagg.  206. 

Perchè  r  Italia  è  povera  e  come  può  diventare  ricca,  per  Carlo  Marin.  — 
Verona-Padova,  1903,  P  Hi  Drucker,  pagg.  320.  L.  2. 

La  Ba.<iilicala.  Studi  e  proposte  per  la  sua  rigenerazione  economica  dell'inge- 
gnere G.  Spera.  —  Roma,  Loeseher  &  C,  pagg.  194.  L.  2. 

Dante  al  monastero  di  Fonte  Avellana,  per  Luigi  Nicolbtti.  —  Pesaro,  1903, 
Tipografia  Federici,  pagg.  61. 

Versioni  poetiche,  di  Biagio  Allievo.  —  Torino,  1903,  Castellotti  e  Scrivano, 
pagg.  147.  L.  4. 

Sonetti  editi  ed  inedili  di  Ser  Ventura  Monachi,  rimatore  fiorentino  del  se- 
colo XIV.  pubblicati  per  cura  di  Adolfo  Mabellini.  —  Roma,  1903,  G.  B.  Pa- 
ravia, pagg.  128.  L.  3. 


368  LIBRI 

Nazarena.  Novelle  di  Mario  Cerati.  —  Milano,  1903,  Libreria  Editrice  Na- 
zionale, pagg;.  136.  L.  2. 

Memorie  storiche  di  Castelfiuglielmo,  raccolte  da  Pio  Mazzucchi.  —  Badia 
Pole.sine,  lflO.3,  Cromo-tipografia  Nazionale,  paga;.  11.5. 

La  dichiarazione  dei  diritti  dell  uomo  e  del  cittadino  nella  rivolmione  francese. 
Saggio  di  Gì  iRGio  Del  Vecchio.  —  Genova,  1903,  Tipografia  della  Gioventù 
pagg.  92.  L.  2. 

Commento  alla  legge  29  marzo  1903,  n.  103.  sulla  assunzione  diretta  dei  puh 
ilici  servizi  da  parte  dei  comuni,  per  C.  Cambra  e  A.  Magnani.  —  Rocca  S.  Ca- 
sciano,  1903.  Licinio  Cappelli,  pagg.  200.  L.  5. 

La  leggenda  del  Redentore,  per  Ettore  Romanello.  —  Venezia,  1903,  Fran^ 
Cesco  Garzia  i^  C,  pagg.  40.  L.  1, 

Oiovanni  Bovio:  il  deputalo  -  lo  scrittore  -  l'uomo,  per  Francesco  Bernau 
BINI.  —  Napoli,  1903.  pagg.  32.  L.  0.40. 

Sulla  stilistica.  Memoria  di  Francesco  Colagrosso.  —  Napoli,  1903,  Stab 
Tipografico  della  R.  L^  ni  versi  L'i,  pagg.  52. 

Un'altra  aeronave  dirigibile,  per  P.  Marco.  —  Napoli,  1903,  E.  Pietrocola 
pagg.  37. 

PUBBLICAZIONI  STRANIERE. 

Histoire  de  Trance  depuis  les  origines  jusqu'à  la  revolution,  par  Ernest  La- 
vissB.  Tome  deuxième.  —  Paris,  1903,  Librairie  Hachette  &  Ci'',  pagg.  443 

Les  chants  séculaires,  par  Joachlm  Gasquet.  —  Paris,  1903,  Librairie  Paul 
OllendorH,  pagg.  285.  Fr.  3.50. 

Préte.vtes.  par  André  Gide.  —  Paris,  1903.  Société  du  Mercure  de  France, 
pagg.  310.  Pr.  3.50. 

Ministfre  des  Finances.  -  Regime  fiscal  des  valeurs  mobilières  en  Europe. 
Tome  II.   —  Paris,  1903,  Imprimerle  Nationale,  pagg.  552. 

Britain  and  the  British  scas,  by  H.  J.  Mackjndbr.  —  London,  190.3,  Wil- 
iam  H  eiiiemann,  pagg.  377. 

A  Histonj  of  Frrnch  versification,  by  L.  E.  Kastner.  —  Oxford,  1903,  Cla- 
rendon  Press,  pagg.  312. 

Mes  souvenir-'^  ***  -  L'unite  de  l' Italie  et  l'unite  de  l'Allemagne,  par  le  Comte 
de  Reiset.  —  Paris,  1903,  Librairie  Plon,  pagg.  530. 

Le  problf'me  de  l'avenir  Latin,  par  Leon  Baz.\lgbtte.  —  Paris.  1903,  Li- 
brairie Fischbachor,  pagg.  256.  Fr.  3.50. 

La  cimine  des  heures,  par  R.  H.  De  Vandelboi'rg.  —  Paris.  1903,  Société 
du  Mercure  de  France,  pagg.  189.  Fr.  3.50. 

Lttcurs  et  Flimmes,  par  Hélènb  Vacaresco.  —  Paris,  1903,  Librairie  Plon, 
pagg.  200.  Fr.  3..50. 

La  fiction  universelle,  par  Jules  Db  Gaultier.  —  Paris,  1903,  Société  du 
Mercure  de  Franco,  pagg.  420.  Fr.  3..50. 

La  restauration  des  monnments  anciens,  par  Charles  Buls.  —  Bruxelles,  1903, 
P.  Weissenbruch,  pagg.  56. 

En  Visperas,  par  Lucio  V.  Mansilla.  —  Paris,  1903,  Garnier  Hermanos 
((i,  rue  des  Saints-Pères),  pagg.  106. 

PUBBLICAZIONI  DELLA  CASA  B.  TAUCHNITZ  DI  LIPSIA. 
(Ciascun  volume  L.  2). 

The  Striking  Honrs,  par  Eden  Phillpotts.  1  voi.  .3653. 

The  Pi!,  by  Frank  Norris.  2  vols.  3651,  3655. 

The  Untilied  Field,  by  George  Moore.  1  voi.  3656. 

Park  Lane,  bv  Percy  Whitb.  2  vols.  3657,  3658. 

No  Hero.  by  E.  W.  Hornung.  1  voi.  3659. 

Trent's  Trust,  and  Other  Stories,  bv  Bret  Harte.  1  voi.  3660. 

The  Conflict,  by  M.  E.  Braddon.  2  vols.  3661,  3662. 

Pubblicato  11  21  lug-lio  1903.  - 

Direttore-Proprietario:  MAGGIORINO  FERRARIS. 
Raffaello  Messini,  Responsabile. 


Roma,  Via  della  Missione,  3  -  Carlo  Colombo,  tipografo  della  Camera  dei  Deputati 


IL  PONTIFICATO  DI  LEONE  XIII 


Quale  sarà  il  giudizio  die  larà  la  stoiia  del  i^onlilicatcj  di  Leone  XI 11 
non  è  dato,  ciefiianio.  ad  aleuno  di  [ìievedere  con  esattezza,  perchè 
lopeia  di  questo  Papa  è  stata  complessa,  dislornie  nelle  varie  sue  parti, 
mista  di  successi  e  di  sconfitte  innegabili  ;  alcune  volte  è  sembrato  che 
audacemente  precorresse  l'avvenire,  altre  volte  ha  mostrato  di  rin- 
chi.i'^rsi  paurosamente  nel  passato,  e,  per  rispetto  alle  questioni  ur- 
genti del  tempo  nel  quale  si  svolgeva,  alle  volte  si  può  dire  che  le 
abbia  chiaramente  intuite,  mentre  in  alcuni  casi  sembra  che  non  abbia 
voluto  o  saputo,  non  die  capirle,  neppure  avvedeisi  della  loro  esi- 
stenza. 

Certameiile  la  storia  dirà  che  Leone  XllI,  per  l'intelligenza,  il 
senso  retto  della  sua  dignità  e  la  cultura,  sopravanzò  di  molto  il  suo 
precedessoie  Pio  IX.  ma  l'orse  dirà  anche  che  questo.  ]iiù  per  gli  avve- 
nimenti cui  si  trovò  mescolato  die  per  ragioni  derivanti  dal  suo  va- 
lore personale,  è  figura  più  rappresentativa,  più  imponente,  più,  si 
direbbe  (piasi,  romanticamente  interessante. 

L'ultimo  Papa  sovrano  temporale  chiude  un  periodo  (juasi  mil- 
lenario nella  storia,  meglio  che  del  Papato  e  dell'Italia,  del  mondo 
civile,  e  la  maestà  tragica  dell'immensa  ruina  che  lo  avvolge,  per  ciò 
die  riguarda  la  sua  persona,  appare  illuminata  dallo  splendore  dell'età 
nuova  che  s'inizia  e  su  di  lui  irradia,  come  il  sole  illumina  e,  si  di- 
rebbe quasi,  abbellisce  i  campi  desolati  dall'uragano.  E  questo  tanto  più 
perchè  ad  accelerare  l'avvento  della  nuova  età  Egli  jiure,  il  Papa  spode- 
stato, aveva  con  una,  forse  troppo,  ingenua  buona   fede  contribuito. 

Ricordo  che  quando  giunse  l'annunzio  della  morte  di  Pio  IX, 
parecchi  vecchi  patriotti  che  avevano  combattuto  il  Papa-Re,  contro 
di  lui  cospirato  e  sfidate  e  patite  le  persecuzioni  del  suo  Governo  e 
lo  avevano,  chi  sa  quante  volte,  maledetto,  rimasero  commossi  e  alcuni 
anche  non  poterono  rattenere  le  lagrime;  essi,  col  cuore  ancora  volto 
alla  tomba  appena  chiusa  di  Vittorio  Emanuele,  la  cui  morte  aveva 
ridestate  in  loro  le  memorie  eroiche  del  risorgimento,  ripensarono, 
quando  fu  annunciato  che  anche  Pio  IX  aveva  cessata  la  sua  vita 
mortale,  all'anno  184(),  nel  quale  quel  Papa,  che  aveva  finito  maledi- 
cendo l'Italia,  parve  evocarla  dal  suo  secolare  sepolcro  e  la  benedisse, 
incitandola,  determinandola,  anzi  persuadendola,  certo  più  involonta- 
riamente che  volontariamente,  alla  riscossa.  E  poiché,  ricordo  d'aver 
sentito  dire  da  qualcuno  di  essi,  Pio  IX  ha  crudelmente  espiato  il 
fallo  d'avere  abbandonato  l'Italia,  d'averla  combattuta,  d'essersi  alleato 
ai  suoi  danni  cogli  strauiei'i  e  i  tiranni,  e  noi  abbiamo  vinto  contro 

©4  Voi.  evi,  Serie  IV  •  1  ■  agosto  1903. 


370  7L    PONTIFICATO   DI   LEONE    XIII 

(li  lui.  e  (li  liniilc  al  Vaticano,  di  Roma  sua  abbiamo  jallo  la  capilale 
(Iciritalia  risorta,  sulla  sua  tomba  dimenticbiamo  le  ottesc,  le  ingiurie  e 
i  (Ianni  pei'  licordarci  soltanto  che  la  sua  voce  ci  chiami)  alla  battaglia  per 
la  Patria,  che.  lui  acclamando  e  cantando  il  suo  inno,  abbiamo,  coH'en- 
lusiasmo  dei  nosti-i  anni  gio\anIli.  consacrata  la  nostra  vita  all'Italia.  E 
benediciamo  alla  sua  memoria,  perchè,  forse,  senza  di  lui,  non  avremmo 
tanto  osato,  patito  e  operato;  certamente  senza  di  lui  non  avremmo 
così  presto  sentita  l'onta  e  la  vergogna  di  non  essere  cittadini  d'una 
Patria  libera  e  indipendente. 

Questo  pensavano  sulla  tomba  di  Pio  l.\  molti  vecchi  jiatriotli 
italiani;  mentre  anche  i  nemici  irreconciliabili  della  religione  e  della 
Chiesa  rimanevano,  se  non  commossi,  colpiti  da  ciuella  morte,  che  ra- 
|iiva  bensì  un  nemico  vinto,  ma  minacciava  di  ridestare  le  energie 
avverse  al  loro  ideale,  che  nel  seno  del  cattolicismo  ancora  vivevano, 
ed  erano  rimaste  come  compresse  e  avvilite  sotto  il  peso  delle  scon- 
fitte politiche  e  oscurate  dallo  splendore  del  risorgimento. 

E  poiché  la  grande  battaglia  tia  gli  ordini  liberi  e  gli  assoluti, 
tra  la  scienza  e  la  superstizione,  tra  la  li])ertà  del  pensiero  e  il  dogma 
aveva  avuto  le  sue  fasi  decisive  durante  t[uel  Pontificato  e  il  Papa, 
colla  stessa  serena  inconscienza  con  la  quale  aveva  nel  184(5  destato 
l'incendio  della  rivoluzione  italiana,  si  era  cacciato  nella  mischia  e 
aveva  voluto  schierare,  contro  le  nuove  aspirazioni,  i  nuovi  desiderii, 
le  nuove  verità,  le  nuove  idee  e  i  nuovi  istituti,  non  solo  la  Chiesa 
nel  suo  ordinamento  amministrativo  e  politico,  ma  la  religione  stessa, 
nella  sua  intima  e  spirituale  essenza,  il  suo  nome  era  diventato  il 
simbolo  principale  nella  battaglia,  e  o  per  lui  o  contro  di  lui  si  com- 
batteva, quasi  che  Egli  fosse  l'eroe  rappresentativo  d'una  delle  parti 
avver.se,  contro  cui  l'altra  dovesse  concentrale  tutti  i  suoi  sforzi.  Cosi 
il  nome  di  Pio  IX,  lui  vivente,  grandeggiava  già  nella  storia,  e  pareva 
che  dovesse  dalla  storia  passare  nella  leggenda  e  continuare  per  se- 
coli e  secoli  ad  essere  adorato  o  maledetto. 


II. 

Tutto  ci()  manca  a  Leone  XIII,  il  quale,  per  quanto  sia  indubbia- 
mente superiore,  come  abbiamo  detto,  per  intelligenza,  cultura,  carat- 
tere, insomma  per  tutto  ci()  che  costituisce  il  valore  personale  d'un 
uomo,  a  Pio  IX,  non  imo  pareggiare  questo  nel  lascino  che  esercitava  e 
anche  nella  sua  importanza  storica.  Pur  tuttavia  è  anche  indubitato 
die  Egli  ha  rialzato  il  prestigio  religioso  del  Papato,  lo  ha  sollevato 
al  disopra  delle  contese  e  delle  dispute  meschine  (meno  per  ciò  che 
riguarda  l'Italia):  non  è  sempre  riuscito,  ma  è  onore  per  Lui  averlo 
tentato,  di  tare  del  Papato  come  una  gi-ande  Magistratura  interna- 
zionale di  conciliazione  tra  Stati  e  Stati  e  tra  Governi  e  Popoli;  ha 
parlato  sempre  altamente  e  nobilmente,  e,  sopratutto,  mentre  pareva 
che  la  Religione  e  la  Chiesa  dovessero  essere  ormai  considerate  come 
istituti  e  forze  del  passato.  Egli  ha  voluto  che  siano  considerate,  e  vi 
è  in  parte  riuscito,  come  forze  attive,  coscienti  e  importantissime  nel 
movimento  sociale,  scientifico,  morale  dellctà  nostra.  Indubbiamente 
ora  in  Europa  e  in  America  n(m  vi  è  alcun  statista  o  pensatore  politico 
che  possa  prescindere  dalla  religione  e  dalla  Chiesa  cattolica  nella  riso- 


II.    l'ONTIFICATO    ni    LKONE    XIII  3/ 1 

luziuiie  d'una  (jiialunque  (luestione  politica  o  sociale  che  abbia  un 
valore  vitale  per  la  società  che  Egli  o  deve  guidare  o  esamina  e  studia- 
Mentre  (piando  Leone  XllI  salì  al  trono  pontifìcio  molti  potevano  con- 
sidevare  la  Religione  e  la  Chiesa  come  forze  negative  nella  vita  moderna, 
ora  che  il  suo  Pontificato  è  finito,  esse  per  tutti  sono  forze,  spesso 
avverse  o  nemiche,  ma  ad  ogni  modo  positive  che  importa  o  vincere 
o  amicarsi.  A  IjUÌ  nulla  è  sfuggito,  non  la  gravità  e  l'urgenza  della 
questione  sociale,  non  la  necessità  che  c}uesta  sia  come  sollevata  dal 
materialismo  nel  quale  il  socialismo  tedesco  la  vuole  immersa,  e  sia 
spiritualizzata  e  idealizzata,  non  la  incompatibilità  del  vecchio  legit- 
timismo monarchico  colla  società  rinnovata  e  rinnovantesi,  non  i  nuovi 
aggruppamenti  degli  Stati  e  dei  popoli,  non  infine  i  problemi  oscuri 
e  complessi  della  democrazia.  Egli  ha  visto  e  sentito  la  forza  morale 
della  ricerca  scientifica,  l'importanza  della  storia  documentata,  senza 
l)regiudizii  e  paure,  ha  capito  il  valore  intrinseco  del.  Cristianesimo 
al  disopra  e  al  di  fuori  delle  varie  confessioni  religiose  nelle  quali  si 
divide;  ha  capito  e  sentito  che  il  cattolicismo,  col  suo  forte  ordina- 
mento amministrativo,  colla  sua  tradizione,  colla  sua  gerarchia  ridotta 
puramente,  o  principalmente,  spirituale,  poteva  esercitare  nel  momlo 
cristiano  un'egemonia  morale,  sopravanzaie  le  altre  confessioni,  af- 
fermarsi e  tarsi  rispettare  sempre  e  dovunque. 

Nato  nel  1810,  Egli  aveva  attentamente  studiato  i  grandi  e  mera- 
vigliosi avvenimenti  che  si  erano  svolti  sotto  i  suoi  occhi  :  quando 
sali  il  Trono  Pontificio  aveva  una  lunga  esperienza  degli  uomini  e 
delle  cose,  che  gli  servì  ad  adempiere  la  missione  che  si  era  prefissa,  a 
rompere  o  smussare  le  ostilità,  a  rinsaldare  o  a  conquistare  le  ami- 
cizie. Religiosamente,  e  anche  moralmente  e  socialmente  considerato, 
quello  di  Leone  XI  11  fu  un  grande  Pontificato  e  di  Lui  si  dirà  che  ha 
lasciato  la  Religione  e  la  Chiesa  in  condizioni  molto  migliori  di  quelle 
in  cui  le  trovò.  In  Germania,  in  Inghilterra,  nell'America  anglo-sas- 
sone, nei  paesi,  cioè,  dove  le  confessioni  cristiane  anti-cattoliche  pa- 
revano connaturate  nella  storia,  nelle  tradizioni,  nelle  istituzioni  stesse 
politiche  e  sociali  dei  popoli.  Egli  assodò  il  cattolicismo,  che  prima 
di  lui  aveva  cominciato  il  suo  movimento  di  espansione,  ma  era  ri- 
masto come  atrofizzato  negli  ultimi  anni  del  regno  di  Pio  IX  pel 
carattere  reazionario  che  questo  Pontefice  gli  aveva  impresso  ;  anzi, 
più  che  assodarlo  come  confessione  religiosa,  lo  costituì  e  fece  rico- 
noscere, specialmente  in  Germania  e  in  Inghilterra,  quale  potente 
elemento  di  conservazione  politica  e  sociale  ;  erigendolo  nel  primo 
di  questi  paesi  a  difensore  dell'unità  imperiale  contro  il  particolarismo 
degli  Stati  del  Sud,  specialmente  della  Baviera,  e  della  società  contro 
il  dilagare  delle  dottrine  socialiste,  in  Inghilterra  domando  la  ribel- 
lione irlandese  che  in  esso  s'alimentava,  e  contribuendo  a  cambiare, 
quindi,  il  grande  dibattito  tra  l'isola  inglese  e  la  verde  Irlanda  in  una 
questione  d'oi-dinamento  amministrativo  ed  economico  che,  ])er  quanto 
grave,  può  con  buona  volontà  essere  sciolta.  Incontestabilmente, 
senza  l'abilità  politica,  inspirata  ad  un  grande  ideale  religioso,  il  cat- 
tolicismo in  questi  due  paesi  non  sarebbe  assurto  all'altezza  cui  è 
giunto,  né  l'imperatore  di  Germania  sarebbe  andato  in  \'aticano,  in 
Terrasanta  e  a  Montecassino  atteggiandosi  a  suo  protettore,  ne  sa- 
rebbe questione  di  abolire  quella  formula  del  giuramento  del  Re  d'In- 
gliilterra  che  contiene  la  consacrazione  di  legittimità  della  Monarchia 
e  della  libertà  inglese  dopo  la  rivoluzione  del  1688. 


2,1'ì  IL    PONTIKICATO    DI   LliOXE   XlIT 

Leone  XIII  capi  clie  il  cattolicismo  illuminato,  portato  al  di  sojiia 
delle  contese  politiche,  aveva  in  se  stesso,  di  fronte  specialmente  alle 
confessioni  protestanti  eniiiientemenle  individualiste  e  insanaliiliucnte 
razionaliste,  un  elemento  morale  di  fede  cosciente  e  jìura  da  conqui- 
stare gli  animi  e  i  cuori,  tpiando  fossero  so-onibri  dalle  preoccupazioni 
sorte  nel  processo  di  formazione  delle  nazionalità  e  degli  Stati. 

Applicando  questo  suo  alto  concetto  insieme  religioso  e  politico. 
Leone  XIII  tolse  ogni  forza  nella  Spagna  al  carlismo,  e  nella  Francia 
al  legittimismo  e  al  bonapartismo,  e  con  ciò  non  vi  sarà  alcuno  che 
voglia  negare  aver  Egli  reso  un  iramen.so  servigio  alla  causa  della 
libertà. 

Non  che  bastasse  la  forza  della  Chiesa  a  far  sorgere  in  Spagna 
la  monarchia  legittima  di  Don  Carlos,  o  a  restaurare  in  Francia  il 
trono  borbonico  o  rim[)eiiale.  ma  è  certo  che  la  monarchia  costitu- 
zionale nel  primo,  la  repubblica  parlamentare  nel  secondo  di  questi 
paesi,  avrebbero  avuto  iliollo  maggiori  ostacoli  da  superare  per  con- 
servarsi, o  per  consolidarsi,  se  avessero  dovuto  lottai'e  anche  contro 
la  forza  organizzata  del  cattolicismo.  Noi  non  entriamo  a  giudicare, 
non  essendo  qui  il  luogo,  ne  avendone  il  tempo  e  l'agio,  della  politica 
ecclesiaslica  attualmente  seguita  dal  Governo  della  Repubblica  francese, 
ma  ci  piace  notare  che  se  l'alto  Clero  secolare  e  quello  regolale  dal  1878 
in  poi  non  fosse  stato  come  imbrigliato  e  lattenuto  dall'intluenza 
di  Roma,  se  i  partiti  monarchici  avessero  potuto  giovarsi  dell'appoggio. 
o  palese  o  segreto,  di  questo  e  del  Papa,  probabilmente  la  repubiilica 
non  si  sarebbe  cosi  fortemente  consolidata  all'interno  e  all'estero  da 
jiotere  sciogliere  le  congregazioni  e  minacciare  la  denunzia  del  Con- 
cordato. 

In  questo  punto,  forse,  la  politica  seguita  da  Leone  XIII  andò  oltre 
il  segno  che  le  prefìggeva  l'interesse  della  Chiesa,  tanto  da  finire  pei' 
trovarsi,  come  ora,  in  una  via  senza  uscita;  non  potendo  la  Santa  Sede, 
nello  stato  attuale,  uè  cambiare  repentinaniente  linea  di  condotta,  né 
liroseguire  più  oltre  nell'amicizia  col  Coxerno  francese.  Sotto  questo 
aspetto  il  Pontiticato  di  Leone  s'è  chiuso  con  una  sconfitta  ed  egli  ha 
lasciato  al  suo  successore  una  ben  grave  questione  da  risolvere,  la 
quale  inceiiperà  per  lungo  tem|)o  la  libertà  d'azione  del  nuovo  Pon- 
tefice, e  produrrà  probabilmente  conseguenze  politiche  non  lievi. 

in. 

Lo  storico  che  vorrà  ricercare  la  ragione  di  questa  condotta  di 
Leone  XI li  verso  la  Francia,  innegabilmente,  per  ciò  che  riguarda 
l'interesse  della  Chiesa,  eccessiva  ed  imprudente,  la  troverà  nella  preoc- 
cupazione dei  rapporti  coll'ltalia. 

Noi  non  crediamo  alla  possibilità  d'una  conciliazione  aperta,  sin- 
cera e  patteggiata  del  Papato  coll'ltalia.  uè  vi  abbiamo  mai  creduto, 
neppure  quando  parve  prossima  a  concretarsi  nei  fatti:  per  noi  l'Italia 
unita  con  Roma  capitale  è  un  termine  perfettamente  antinomico,  con- 
traddittorio anzi  al  Papato  reggente,  in  una  forma  monarchico-aristo- 
cratica accentrata,  il  cattolicismo,  che  pure  in  Roma  ha  la  sua  storica 
e  tradizionale  capitale  (1).  Per  noi  anche  il  risorgimento  unitario  ita- 

(1)  Cfr.  il  nostro  studio:  Monarchia  e  Papato  in  Italia  (Bologna,  1888  i  :  e  altri 
varii  scritti  minori. 


IL    PONTIFICATO    DI    LEONE   XTIT  373 

liane,  privando,  per  fatalità  storica  cui  era  impossibile,  anche  volendo, 
sottrarsi,  il  Papa  del  potere  temporale  e  di  lloma,  ha  indotta  la  ne- 
cessità d'una  riforma  nell'ordinamento  esterno  del  cattolicismo,  augu- 
rata e  preveduta  dai  grandi  nostri  pensatori  e  in  forma  più  determi- 
nata degli  altri  da  \'incenzo  Gioberti,  la  quale  toglierà  cerlamentc 
oiini  ragione  di  dissidio.  Ma  tino  a  tanto  che  questa  riforma  non  av- 
venga, il  dissidio,  anzi  l'inimicizia  ufficiale,  tra  il  Papato  e  l'Italia  è 
inevitabile,  perchè  è  l'imico  mezzo  col  qiiali^  il  Pai)a1o  possa,  in  modo, 
diiemo  cosi,  tangibile,  affermare  quella  indipendenza  che  nei  secoli 
passati  volle  conquistare  e  assicurare,  opponendosi  sempre  all'unifì- 
cazione  dell'Italia  e  costituendosi  un  Principato  temporale. 

Per  queste  ed  altre  ragioni  che  altra  volta  abbiamo  ampiamente 
svolte  e  che  non  vogliamo  qui  ripetere,  adunque,  non  era  possil)ile  a 
Leone  XIll,  né  sarà  possibile  al  suo  successore  di  venire  a  quella 
conciliazione  che  molti  augurano,  ma  nella  quale  il  Papato  e  la  Chiesa 
da  una  parte,  l'Italia  unita  dall'altra  non  avrebbero  nulla  da  guada- 
gnare, anzi,  con  ogni  probaliilità.  molto  perderebbero.  Ma  tra  il  dis- 
sidio acuto,  cioè  l'inimicizia  reale  ed  effettiva  d'ogni  momento,  e  l'ini- 
micizia ufticiale,  che  non  esclude  i  rapporti  pacifici  e  lascia  ad  ognuna 
delle  parti  piena  libertà  d'azione,  molto  ci  coitc,  ed  è  a  questa  che 
inevitabilmente  ariiverà  il  Papato,  ma  non  volle  o  non  potè  arrivare 
Leone  XIII. 

Egli  aveva  un'intelligenza  troppo  alta  e  acuta  per  non  capire  che 
lo  Stato  Pontificio,  così  com'era  ridotto  dopo  il  1S15  in  mezzo  all'Eu- 
ropa libei'ale  e  civile,  era,  più  che  una  vergogna,  un  assuido  morale 
e  politico:  né  certamente  egli  s'illuse  mai  sulla  possibilità  di  restau- 
lare  il  potere  temi)orale,  né,  forse,  gli  è  mai  jiarso  che  questa  restau- 
l'azione  fosse  da  desiderarsi  nell'interesse  della  Religione  e  della  (Ihiesa. 
Sotto  questo  rispetto.  Egli  si  distingue  moltissimo  da  Pio  IX;  Egli 
non  è,  né  fu  mai.  come  questo,  temporalista  nel  senso  preciso,  mate- 
liale,  si  direbbe  quasi,  della  parola  ;  difatti  le  rivendicazioni  dirette 
del  dominio  terreno  sono  sempre  state  rare  nei  suoi  atti  e  nei  suoi 
discorsi,  nei  quali  il  potei-e  temporale  è  più  affermato  e  difeso  come 
diritto  e  tradizione  storica,  che  come  necessità  attuale.  Leone  XIIT  ha 
parlato  spesso  della  condizione  intollerabile  fatta  al  Papato  e  alla 
(Chiesa,  della  mancanza  di  libertà  del  Sommo  Pontefice  residente  in 
territoiio  non  suo  e  i  cui  diritti  e  prerogative  dipendevano  da  una 
legge  interna  dello  Stato  nel  quale  abitava,  non  garentita  in  alcun 
modo  da  un  accordo  degli  altri  Stati,  ma  quasi  mai,  o  ben  di  rado, 
é  andato  più  oltre,  affermandosi,  come  faceva  in  ogni  occasione  Pio  IX, 
quale  principe  ingiustamente  spodestato  e  pretendente  attivo  alla  ricon- 
quista del  trono  perduto.  Ma  se  Egli  non  faceva  questione  del  potere 
temporale  vero  e  proprio,  riteneva  anche  (e  dal  suo  punto  di  vista 
non  certo  a  torto)  che  non  fosse  nel  suo  diritto  di  rinunziarvi  e,  per 
di  più,  capiva  che  l'Italia,  com'è  attualmente  costituita,  rappresentava 
un  ostacolo,  pres.sochè  insormontabile,  ad  ottenere  quella  posizione 
sicura  e  quelle  garenzie  cui  credeva  avessero  diritto  il  Capo  e  l'organismo 
centrale  della  Chiesa  cattolica.  Forse  un  momento  ritenne  che  si  po- 
tesse raggiungere  questo  intento  con  un  accordo  diretto,  non  con  una 
(ionciliazione,  col  Governo  italiano,  e  fu  quando,  essendo  il  Crispi 
Presidente  del  Consiglio,  l'Italia  parve  dovesse  assumere  una  jìarte 
preponderante  nella  politica  europea;  ma  ben  presto  perdette  ogni 
speranza  e  si  ritrasse  bruscamente.  Non  sono  ancora  ben  chianti  tutti 


374  IL    PONTIFICATO    DI    LEOxNE    XIII 

i  particolari  eli  quelle  trattative  nelle  quali  ebbero  parte  preponderante 
il  Tosti  e  il  Carini,  ma  se  ne  sa  abbastanza  per  poter  dire  cbe  il  Go- 
verno italiano,  se  si  mostrò  deferente  e  ben  disposto,  non  abdicò  mai 
alla  sua  dignità,  né  permise  si  ritenesse  che  esso,  più  del  Papa,  aveva 
desiderio  che  fosse  stretto  l'accordo.  Come  abbiamo  detto,  se  per  un 
momenlo  Leone  XIII  credette  possibile  questo  modus  vivendi,  ben 
presto  si  disingannò  perchè  sulForganismo  centrale  della  Chiesa,  sulla 
sua  intima  compagine  lrop])o  potevano  ancora  le  passioni  e  i  ricordi  tem- 
poralisti, e  questi  gli  si  eressero  contro  e  divennero  formidabili  tanto 
da  indurlo,  non  solo  ad  abbandonare  Timpresa.  ma  a  mai  più  liten- 
tarla.  E  da  allora  prese  forme  più  determinate  la  politica  antitaliana 
della  Santa  Sede,  che  concluse  coll'asservire  questa  alla  Francia.  A  questa 
politica  noi  non  crediamo  che  partecipasse  con  ferma  convinzione 
Leone  Xtll,  ma  che  piuttosto  la  subisse,  persuaso  che  oltrepassava  il 
suo  potere  cambiarla.  Nell'interno  divenne  più  rigida  l'avversione  per 
le  istituzioni  dello  Stato  nel  clero  specialmente  alto;  che  se  qualche 
eccezione  v'è  stata,  fu  dovuta  o  all'influenza  personale  del  Papa, 
quando  si  poteva  esplicare,  o  alla  azione  personale  dei  sacerdoti  che, 
vivendo  in  mezzo  al  popolo  e  dal  popolo  essendo  sorti,  non  ]iotevano 
prescindere  dal  parteciparne  i  sentimenti.  In  alcuni  casi.  anzi,  parve 
che  i  sacerdoti  sopravanzassero  e  anche,  in  |)arte.  andassero  contro 
alle  idee  della  Santa  Sede,  come  si  vide  chiaramente  in  occasione  dei 
nostri  disastri  d'Africa  e  più  apertamente  quando  fu  assassinato  il  Re 
Umberto.  L'avversione  alle  istituzioni  dello  Stato  si  manifestò,  inoltre, 
nella  rigidità  con  cui  fu  mantenuto  il  non  expedit.  nell'aperta  ripugnanza 
verso  la  Monarchia  che  sempre  ostentarono  i  più  autorizzati  interpreti 
del  pensiero  e  delle  idee  del  Vaticano,  nella  participazione  alle  lotte 
amministrative  dove  spesso  i  clericali  spiegarono  un'azione,  se  non  con- 
corde, certo  parallela  a  quella  dei  partiti  sovversivi,  sempre,  o  quasi, 
contraria  ai  partiti  costituzionali,  arrivando  i  più  audaci  fino  ad  espri- 
mere apertamente  il  desiderio  e  l'augurio  che  fosse  abbattuta  la  Mo- 
narchia, simbolo  ed  affermazione  infrangibile  dell'unità,  e  in  Italia 
sorgesse  una  repubblica  federale,  nella  quale  il  Papato  avrebbe  natu- 
ralmente primeggiato  e  i  suoi  sostenitori  avrebbero  potuto,  senza  osta- 
coli, parteciiìare  attivamente  alla  vita  pubblica. 

Nella  politica  internazionale,  come  aiibiamo  accennato,  l'attività 
della  Santa  Sede  fu  anche  maggiore  in  senso  contrario  all'Italia  e  in 
cpiesti  ultimi  anni  parve  subordinasse  ogni  interesse,  anclie  religioso, 
al  preconcetto  di  danneggiare  e  umiliare  questa.  Da  jter  tutto  dove  il 
Regno  italiano  aveva  interes.si  da  tutelare  s'è  trovato  contro  la  diplo- 
mazia pontiticia.  da  per  tutto  dove  vi  erano  difficoltà  da  supei-are. 
avversioni  da  vincere,  ha  visto  vigilante,  iironta.  sempre  nemica,  la 
Santa  Sede. 

È  semi)re  ap|)arso  chiaio  il  concetto  predominante  ili  indebolire 
lo  Stato  italiano  all'estero,  come  di  abbatterne  le  istituzioni  fondamen- 
tali all'interno:  questo  tanto  più  da  che.  precipitando  l'età  del  Pav)a 
dalla  vecchiaia  nella  decrepitezza,  si  affermò  prepotente  nella  politica 
vaticana  l'influenza  del  cardinale  segretario  di  Stato,  che  per  alcuni 
aspetti  ricorda  1'  Antonelli,  ma  ]iiù  forse  rassomiglia  a  (piei  tieri  car- 
dinali, che.  duiante  la  servitù  d'Avignone  e  doiK)  ]ier  cpiardo  si  svolse 
lo  scisma  (rOccìdente.  mescolandosi  senza  scrupoli  di  sorta  tra  gli  av- 
volgimenti ilella  |)olitica  e  delle  guerre,  conquistarono  e  poi  assodarono 
il  dominio  temporale  della  Santa  Sede. 


IL   PONTIFICATO   ni   LEONE   XIII   '  375 

Ma  i  tempi  erano  mutati  e  l'Italia,  nonostante  gli  errori  e  le  ter- 
giversazioni e  contraddizioni  della  sua  politica  interna  ed  estera,  era 
troppo  forte  perchè  questa  linea  di  condotta  potesse  riuscire.  Le  istituzioni 
monarcliiche-rappresentative  airinterno  sono  ancora  sicure,  né  l'ini- 
micizia della  Santa  Sede  e  dei  suoi  partigiani,  per  quanto  venga  iu 
aiuto  all'opera  dissolvitiice  dei  partiti  sovversivi  e  tui'bi  gli  animi  e 
i  cuori,  ha  potuto  scuoterle;  e  di  questo  Leone  XIII  e  il  suo  segretario 
di  Stato  videro,  in  più  occasioni,  chiari  i  segni.  Piuttosto  si  può  dire 
che  la  disciplina  ferrea  voluta  stabilire  nelle  file  dei  vaticanisti  e, 
sojiratutto.  la  cdiidotta  principalmente  sulìordinata  alla  politica  tempo- 
ralista imposta  loro  in  confronto  della  vivacità  ed  intensità  della  vita 
sociale  alla  quale  non  possono  rimanere  indifferenti,  ha  prodotto  una 
specie  di  reazione  nelle  loro  file  e  desfato  qualche  segno  di  resistenza, 
che  non  accenna  ancora  a  mutarsi  in  ribellione,  ma  che  la  prepara  in 
un  avvenire,  non  prossimo  certamente,  ma  neppure  estremamente  lon- 
tano. Specialmente  il  movimento  della  democrazia  ciistiana,  quando 
venga  disciplinato,  moderato  e  composto,  può  produrre  effetti  gravis- 
simi, e  il  iiiopagarsi  di  questo  movimento,  nel  quale,  oltre  la  questione 
del  potei'e  tenijiorale,  anche  quella  del  Fa|iato  e  dell'ordinamento  cen- 
trale della  tlhiesa  è  ])osta  in  seconda  linea,  è  stato  accelerato  e  inten- 
sificato dalla  dilezione  S]ii('catamente  aulitaliana  voluta  imjH'imere  dalla 
Santa  Sede  all'azione  dei  suoi  sostenitori  nell'interno  del  Regno. 

Per  ciò  che  ha  riguardo  poi  alla  politica  internazionale,  la  preoccu- 
l)azione  di  danneggiare  e  umiliare  l'Italia  spinse  la  Santa  Sede  a  com- 
battere, in  tutti  i  modi,  la  triplice  alleanza,  senza  riuscire,  jìerò,  a  S])ez- 
zarla,  come  avrebbe  desiderato,  e  questa  condotta  (-he  indeboliva  chi 
la  praticava  fu  abbandonata,  infine,  per  volontà  espressa,  crediamo,  di 
JA'one  Xlll,  il  quale  comprese  che  valeva  meglio  rendersi  amiclic  le 
grandi  ])otenze  nordiche,  giovanflo  loro  e  ritraendone  giovamento  per 
la  religione,  specialmente  nelllmpeio  Germanico.  Ma  jtei'  ciò  cIk'  ri- 
guarda r  Austria-Ungheria  l'arrendevolezza  della  Santa  Sede,  non  po- 
tuta, o  non  voluta,  temperare  da  Leone  Xlll,  jirodusse  effetti  dolorosi 
per  gl'italiani.  Fa  meraviglia  che  uno  spirito  così  squisitamente  e  clas- 
sicamente latino  come  Leone  abbia  accondisceso,  pur  di  indebolire, 
nella  forma  esterna  piii  che  nella  sostanza  politica,  la  cordialità  dei 
rapi)orti  nostri  coll'Austria- Ungheria,  a  che  sia,  anche  dal  punto  di 
vista  religioso,  perseguitata  e  depressa  la  nazionalità  italiana  nell'im- 
pero vicino,  siano  sostituiti  i  pieti  slavi  agl'italiani,  e  in  luogo  della 
liturgia  latina,  posta,  dove  e  fin  che  era  possibile,  la  cattolica  slava. 
Forse  egli  pensò  che  in  tal  modo  si  ostacolava  il  progresso  dell'orto- 
dossia orientale,  ma  certo  unico  vantaggio  presente  e  tangibile  che  ne 
ritrasse  fu  d'avere  in  tal  modo  contribuito  a  impedire  clie  l'Imperatore 
Francesco  Giuseppe  restituisse  la  visita  al  Re  d'Italia  in  Roma,  ben 
magro  risultato,  invero,  di  fronte  al  danno  morale  e  materiale  prodotto. 

Uno  dei  fatti  più  salienti  che  si  svolsero  sotto  il  Pontiticulo  di 
Leone  XIII  nella  politica  internazionale  fu  la  conferenza  dell' A  ja,  alla 
quale  Egli  pretese  e  cercò  in  ogni  modo  di  essere  invitato,  ma  non 
vi  riuscì,  per  l'opposizione  dell'Italia  rafforzata  dall'adesione  della  Gei'- 
niania,  dell'Inghilterra  e  anche  dell'Austria-LIngheria. 

In  ((uesta  stessa  rivista  noi  spiegammo  le  ragioni  giuridiche  per 
le  quali  questo  intervento  eia  inammissibile  e  accennammo  a  quelle 
]ioliticlie  die  gli  avrebbero  dato  il  significato  di  offesa   all'Italia  (  I)  : 

il)  //  Papa  iiìlii  Conferenza  internusionaìe,  fase    IO  febbraio  1898. 


;}7(i  IL    PONTIFICATO    DI    LEONE    XIII 

ora  è  cerio  che  le  seconde  nei  Gabinetti  europei  iianno  avuto  un  peso 
e  un"imi>oitanza  maggiori  delle  prime,  pei'chè  appariva  chiaro  che 
fin  tendi  mento  della  Santa  Sede  non  era  già  quello  di  aiutare  la  pro- 
paganda per  la  pace  e  per  il  disarmo,  ma  invece  di  feriie  l'Italia  e 
lorse  di  tentare  che  fosse  discussa  la  i)osizione  del  Sommo  Pontefice 
dopo  la  caduta  del  poteie  temporale.  Questa  pieoccinìaziimc  politica 
diede  buon  giuoco  alla  di|)lomazia  italiana  e  rese  inevitaltile  cpiella 
che,  forse,  fu  la  maggiore  delle  sconfitte  patite  dalla  Santa  Sede  du- 
rante il  Pontiticato  di  Leone  XIll.  La  aveva  prevista  la  mente  acuta 
di  Leone?  E  se  la  aveva  prevista,  perchè  non  riusci  a  schivarla  quando 
l)ur  si  poteva,  non  ponendo  la  questione  dell'intervento? 

11  fatto  è  che  da  quell'insuccesso  l'influenza  della  Santa  Sede,  nella 
politica  internazionale  propriamente  detta,  uscì  molto  diminuita,  e  fu 
forse  perciò  che  il  Vaticano  si  diede  tutto  alla  Francia,  non  ricavan- 
done in  ultimo  alcun  vantaggio  e  non  riuscendo  neppure  ad  impedire, 
quando  le  circostanze  lo  permisero,  il  riavvicinamento  cordiale  delle 
(lue  nazioni  latine  e  a  ])rocurare,  come  abbiamo  visto  sopra,  che  in 
Francia  non  prevalesse  una  politica  cosi  francamente  anticlericale,  da 
divenire,  o  sembrare,  anticattolica. 

Riassumendo  questa  nostra  breve  esposizione,  diremo  che,  mentre 
nel  campo  religioso  e  moiale  il  Pontificalo  di  Leone  XIII  ottenne 
grandi  risultati,  nel  campo  politico  non  si  può  dire  altrettanto,  perchè 
fu  ostacolalo  o  impedito  dalla  costante  preoccupazione  di  ferire,  dan- 
neggiare, umiliare  l'Italia.  Anzi,  a  questo  proposito,  si  può  aggiungere 
che  quei  risultati  jiiosperi  l'eligiosi  e  morali  che  ottenne  sarebbero 
stati  molto  maggiori  senza  la  preoccupazione  antitaliana,  perchè  le 
circostanze  alla  religione  erano  grandemente  favorevoli. 

La  parabola  ascendente  del  materialismo  o  del  razionalismo  nel 
campo  scientifico  ci  pare,  se  non  finita,  almeno  intei-rotta  o  rallentata, 
e,  indubbiamente,  i  tèmpi  volgono  propizii  a  un  rinvigorimento  del 
sentimento  religioso,  massime  sotto  la  pressione  paurosa  delle  agita- 
zioni e  rivendicazioni  sociali.  Come  abbiamo  in  questo  scritto  più 
volte  accennato,  Leone  XIII  senti  questo  e  ne  trasse  grande  giova- 
mento per  la  fede  e  la  Chiesa,  ma,  ripetiamo,  assai  più  ne  avrebbe 
tratto  se  non  avesse  dovuto  o  voluto,  sempre,  ad  ogni  costo,  in  ogni 
circostanza,  danneggiare  l'Italia  quale  l'Iia  costituita  la  gloriosa  rivo- 
luzione compiutasi  il  i20  settembre  1870. 


IV. 


For'se  quando  uscirà  alla  luce  questo  studio,  il  Conclave  avrà 
nominato  il  nuovo  Papa;  ad  ogni  modo  non  è  il  caso  di  fare  previ- 
sioni che,  sempre  quando  si  tratta  di  elezioni,  sono,  per'  riguar-do  alle 
persone,  azzardate,  e  divengono  iiddlrittura  fantastiche  nel  caso  spe- 
ciale dell'elezione  del  Sommo  Pontefice.  Ci  pare  tuttavia  difticile  che 
il  successore  di  Leone  XIII  lo  pareggi  nell'altezza  dell'ingegno,  nella 
vastità  della  cultura,  nella  nobiltà  della  vita.  Forse  questo  potrebbe 
accadere  se  fosse  eletto  Papa  un  cardinale  straniero,  ma  non  ci  pai-e 
possibile  che  ciò  avvenga  per  i  contrasti  tra  le  varie  potenze,  la 
pr'eponderanza  dell'elemento  italiano  nel  Saci'o  Collegio  e  la  forza  della 
tradizione  potentissima  nella  Chiesa. 


TL    PONTIFICATO    DI    LEONE    XIII        -  377 

Nelle  condizioni  atUiali.  solamente  nn  Caidinale  americano  forse 
non  desterel)be  tra  gli  stranieri  le  gelosie  politiche  dei  vari  Stati,  ma 
viceversa  porterebbe  un  pertiir])amento  gravissimo  nella  compagine 
della  Chiesa,  perchè  il  cattolicismo  americano  ha  tendenze,  modi  di 
azione  esterna  e  anche  un  patrimonio  di  idee  sue  proiirie  che  non 
sempre  si  conciliano  colle  attitudini  e  le  abitudini  del  cattolicismo 
europeo  o  romano.  Perciò  non  è  probabile  che  sia  nominato  Papa 
neppure  un  americano,  e  quindi  si  può  ritenere  che  il  nuovo  Ponte- 
fice sarà  italiano. 

Essendo  italiano  non  potrà  decampare,  in  modo  molto  sensibile 
esternamente  ed  ufficialmente,  da  quella  linea  di  condotta  verso  1"  Italia, 
die  s'impose  a  Leone  XIII;  i  tempi  non  sono  ancora  maturi  per  ciucila 
li  forma  cui  accennauinio  sopra  e  che  deve  togliere  ogni  ragione  di 
dissidio. 

Ma  se  i  tempi  non  sono  ancora  maturi  per  la  cessazione  del  dis- 
sidio, ogni  giorno  che  pas.sa  ne  fa  meno  intense  le  cause  perchè  dimi- 
nuisce il  ricordo  di  quegli  avvenimenti  che  1"  hanno  prodotto,  e  induce 
una  maggiore  adattabilità  del  Pa])ato  e  della  Chiesa  alle  nuove  condi- 
zioni create  loro  dalla  legge  delle  guarentigie.  Ed  è  sul  tempo  che 
1"  Italia,  colla  calma  e  la  pazienza  dei  forti  e  dei  giusti,  deve  fare  asse- 
gnamento. 

Tra  i  tanti  errori  che  sono  stati  commessi  dai  Governi  italiani 
non  vi  fu  mai  quello  di  fare  una  politica  di  persecuzione  o  di  ostilità 
dichiarata  verso  il  Papato  e  la  Chiesa.  Auguriamo  che  un  simile  errore 
non  sia  mai  commesso,  anche  se  la  persona  eletta  a  succedere  a 
Leone  Xlll  accentuasse  in  modo  offensivo  il  dissidio  e  apparisse,  nella 
forma  e  nella  sostanza,  fieramente  intransigente. 

Ma  se  r  Italia  dev'essere  calma  e  paziente  ciò  non  significa  che 
debba  essere  inerte  e  passiva,  che  non  debba  jiraticare  una  politica 
ecclesiastica  forte  e  cosciente.  Pur  troppo  di  qfiesta  politica  non  v'  è 
traccia  in  Italia,  meno  forse  alcuni  accenni  che  ne  diede  il  Crispi  ;  né 
si  può  dire  che  la  sua  necessità  sia  entrata  nella  coscienza  del  nostro 
ceto  governante  e  nelle  idee  informative  della  opinione  pubblica.  La 
formula  cavouriana:  Liìiera  Chiesa  in  libero  Stato,  malamente  interjire- 
fata  ed  applicata,  ci  ha  indotto,  per  rispetto  alla  religione  e  alla  Chiesa, 
ad  una  specie  di  fatalismo  buddistico,  dal  quale  non  ci  risvegliamo 
che  a  tratti  per  usare  qualche  piccola  violenza,  fare  qualche  dispetto, 
dichiararci  con  alte  e  incomposte  grida  anticlericali  :  cose  tutte  che 
irritano  gli  avversari  e  mostrano  la  nostra  debolezza  organica.  Bisogna 
die  tutto  ciò  abbia  fine,  bisogna  che,  per  rispetto  alla  Religione,  alla 
(Ihiesa.  al  Papato  e  ai  rappoiti  loro  coli'  Italia,  ci  formiamo  un  pro- 
gramma, ci  prefiggiamo  una  linea  di  condotta  ben  chiara  e  precisa, 
riegna  delle  nostre  tradizioni  di  sajiienza  civile.  A  questo  si  dovrebbe 
pensare  in  Italia  da  quelli  che  si  (ireoccupano  dei  pericoli  che  l'osti- 
lità inevitabile  del  Papato  crea  alla  Patria,  da  quelli  che  non  sono  né 
clericali,  né  anticlericali,  ma  che  vogliono  essere,  e  rimanere,  solamente 
italiani  devoti  all'  Italia,  alle  sue  istituzioni,  alla  sua  unità  e  indi- 
pendenza. 

Domenico  Zanichelli. 


LEONE     XIII 

E  I  PAPI  DEL  SECOLO  CHE  FU  SUO 


I. 

Fu  dunque  così  iiiipiovviso  questo  ascendere  del  Papato,  die  la 
vastissima  commozione  suscitatasi  alla  morte  di  Leone  XIII  e  la  vastis- 
sima ansia  con  cui  si  attende  dalla  finestra  di  San  l'ieti'o  Vhahemus 
Pontefìcem,  non  abbiano  avuta  nessuna  prepai'azione  nei  tempi,  e  il 
com]iianto  Pontefice  debba  considerarsi  sorto 

■  ■  ■  come  tallo  da  nuda 
Terra,  lungi  da  fonte  vital? 

Certo,  alla  fine  del  secolo  xvni  l'attenzione  pubblica  vei-so  le  cose 
pontificie  era  cosi  scarsa,  che  Pio  \'l  poteva  esser  trascinato  moribontlo 
in  Francia,  morirvi  prigioniero,  esser  condotto  al  sepolcro  non  da  preti 
ma  da  soldati,  venir  calato  nella  fossa  comune,  senza  che  nel  mondo 
gli  avversi  e  i  potenti.mostrassero  di  avvedersene:  era  così  scarsa,  che 
l'anno  dopo  gli  AListro-Russi  potevano  a  Venezia  proteggere  l'elezione 
d"  un  nuovo  Papa  colla  stessa  degnazione  sbadata,  come  se  avessero 
peiuiesso  il  ripetersi  d'un  vecchio  cerimoniale  per  pietà  delle  vecchie 
abitudini  di  pochi  vecchi  Cai'dinali. 

Ma  chi  non  tenesse  conto  di  ciò  che  si  maturò  lungo  la  storia  mo- 
derna del  Papato;  chi  per  innalzare  oltre  misura  Leone  lo  separasse  dai 
suoi  predecessori  più  prossimi,  gli  renderebbe  un  cattivo  sei'vigio.  perchè 
nei  giorni  nostri  l'elogio  fatto  ad  un  uomo  come  di  creatore  d' un' èra 
non  è  creduto  a  lungo.  Più  verosimile  ai)i)arisce  la  grandezza  di  alcuno 
quando  gii  si  attribuisca  d'aver  saputo  fissare  e  coronare  le  oscure 
tendenze  del  tempo  suo.  D'altra  parte,  ad  un  uomo  immedesimatosi 
quanto  Leone  nel  Papato,  e  dirò  trasfigui'atosi  in  esso,  nulla  ripugne- 
rebbe dippiù  che  veder  attribuite  a  sola  virtù  propria  le  fortune  del- 
l'eccelsa istituzione,  e  lasciar  credere  che  essa  già  non  si  fosse  incam- 
minata di  nuovo  da  un  j)ezzo  alla  mondiale  considerazione,  manifestatasi 
alla  scomparsa  di  lui  e  ricordante  grandezze  iiontificie  di  secoli  lontani. 

La  verità  è  che  egli  sorse  in  una  tal  quale  pienezza  dei  tempi 
nuovi,  i  quali  aveano  preso  gii  inizii  del  loro  carattere  appiaito  un 
secolo  prima  ili  lui,  nel  periodo  che  coise  tra  il  17Sr>  e  il  179S.  cioè  tra 
i  due  viaggi  di  Pio  VI  :  il  primo,  cpiando  a  Vienna  per  implorare  pietà 
veiso  la  Chiesa  da  (iiusepiie  II,  il  Papa  andò  «  |)elh'grint)  apostolico», 
come  portava  il  suo  motto  nella  leggenda  lìiofetica  di  Malachia:  il 
secondo,  quando  a  \alenza  |)er  ordine  del  Direttorio  andò  «  i)rigioniero 


LEONE   Xni   E    I    PAPI    DEI,    SECOLO   CHE    FU    SUO  379 

apostolico  »  a  chiudere  la  vita.  Poiché  tra  c|uei  due  viaggi  prese  uuovo 
aspetto  il  eombattiiuento  che  il  Papato  sostiene  dalla  sua  origine  per 
r unità  e  l'espansione  della  Chiesa. 

In  Giuseppe  II  riviveva  ampliata  e  anmiollita  rautica  lotta  delle 
investiture  tra  la  Chiesa  e  l'Impero:  ammollita  nei  modi,  come  era 
naturale  in  un  imperatore  con  cipria  e  parrucca  succeduto  ad  impe- 
ratori vestiti  di  ferro;  ma  ampliata  nella  sostanza,  perchè  non  si 
trattava  più  di  recare  nelle  mani  imperiali  l'uno  o  l'altro  ufficio  della 
vita  ecclesiastica,  ma  di  recarvi  tutta  la  costituzione  gerarchica  e 
disciplinare  della  Chiesa.  Egli  sopprime  duemila  conventi  staccando 
da  Roma  i  settecento  superstiti;  ferma  inesorabilmente  alla  frontiera 
come  merce  stranici  a  le  bolle,  i  brevi,  le  dispense  papali;  ordina  i 
seminarli,  l'insegnamento  ecclesiastico,  l'uffìzio,  le  messe,  i  riti;  abo- 
lisce le  processioni,  fissa  il  numero  dei  chierici  ordinandi,  stabilisce 
la  quantità  di  candele  per  gli  altari,  prescrive  la  formola  delle  bene- 
dizioni. L'  «  imperatore  sacrestano  »,  come  lo  chiamò  Federico  il 
( (rande,  portava  così  all'ultimo  e  massimo  grado  quel  sistema  d'in- 
gerenza dello  Stato  nella  Clhiesa,  per  il  quale  lo  Stato,  ritenendo  la 
vita  religiosa  come  istrumento  di  governo,  intendeva  maneggiarla  a 
suo  comodo  togliendola  anzitutto  all'influsso  di  Roma,  ma  faceva  ciò 
professandosi  cattolico,  vantandosi  di  questa  professione,  cercando 
nella  teologia  i  mezzi  d'allontanare  il  Papa,  e  all'occasione  proscri- 
vendo gli  eretici.  Il  Papato  che  nel  Medio  Evo  avea  risposto  agli  inizii 
di  (|uesta  guerra  coi  fulmini  di  Canossa,  ora  tentava  attenuarne  gli 
estremi  sviluppi  portando  le  sue  suppliche  nella  capitale  dell'Impero, 
e  ne  ritornava  deluso  e  scemato. 

Passano  pochi  anni  e  una  guerra  opposta  s'accende  da  un'altra 
parie.  Coloro  che,  mozzato  il  capo  alla  sorella  di  Giuseppe  II, 

...  il  sacro  tendale  impei;n 
abbatteranno  .  .  . 

iniziano  il  sistema  della  separazione  della  Chiesa  dallo  Sfato.  Non 
più  la  religione  strumento  di  governo,  ma  nei  momenti  di  pubbliche 
violenze  considerata  nemica,  nei  momenti  pacifici  inconcludente.  Ad 
ogni  modo,  non  più  cercata  la  coonestazione  di  ciò  in  lil)ri  teologici, 
ma  fuori  della  dottrina  cattolica  e  di  qualunque  dottrina  religiosa; 
sepaiate  sopratutto  le  coscienze  degli  uomini  che  dirigono  lo  Stato  da 
ogni  precetto  nascente  da  religione.  Viaggiava  ancora  Pio  VI,  e  verso 
l'ultimo  esigilo;  viaggiava  a  causa  di  questa  seconda  guerra,  benché 
non  più  portatore  di  bandiera  bianca,  ma  preda. 

Durante  il  secolo  xix  iniziatosi  tra  queste  due  guerre,  la  guerra 
nuova  non  toglierà  la  vecchia;  anzi  l'intreccio  delle  due  diverrà  il 
lerieno  su  cui  il  Papato  convien  che  cammini.  Gli  Stati  dal  1789  in 
poi  non  sapranno  mai  bene  a  quale  dei  due  sistemi  attenersi,  se  cioè 
al  regalismo  che  confessa  la  fede  e  la  sottomette,  o  al  separatismo 
che  oscilla  tra  lo  scacciare  la  Chiesa  e  lo  svincolarne  la  gerarchia.  Si 
giungerà  cosi  fino  ai  giorni  nostri,  nei  quali  ogni  guardasigilli  di  paesi 
liberi  si  tormenta  col  chiedersi  senza  posa  se  deve  intromettersi  nel- 
l'azione ecclesiastica  o  applicarle  i  danni  e  i  vantaggi  della  libertà; 
nei  quali  ogni  sovranità  costituzionale,  avvezza  pure  a  mostrarsi  ai 
cittailini  con  in  mano  il  placido  ombrello  di  Luigi  Filippo,  pensa  se 
davanti  ai  cittadini  Vescovi  non  deliba  i'ii)iendere  lo  scettro  e  il  manto 
dell'antica  gelosa  potestà. 


380  LEONR    XIII    E    I    PAPI    DEL    SECOLO    CHE   FU    SUO 

Ma  ad  onla  di  (iiiesta  coiifiisione  e  di  (jiiesU^  alternative  entra- 
vano nei  rapporti  defili  Stali  colla  (Jhiesa  iiidiiizzi  nuovi,  dinanzi  e 
contro  i  (|uali  poteva  il  Papato  |)rendere  una  via  |)iù  piecisa  e  più 
fulgida,  avvantaji^iandosi  della  duplice  guerra  novella  più  che  non 
avesse  fallo  deiruiiica  «iiieira  aulica:  avvanta^gianilosi,  dico,  dell'es- 
sere conihaltuto;  né  la  fiase  deve  destar  meiavi^lia.  Forse  la  lorUiua 
di  Pietro  fu  simboleggiala  in  una  navicella,  per  sigiiilicare  che  tal\()lta 
meg'lio  della  forza  dei  remi,  valgono  a  sospingerla  i  luroii  della  lem- 
l^esta.  D'altra  parte  i  grandi  venti  della  storia  spirano  da  una  jiotenza 
misteriosa  (incte  Imìit  hi  orbe  terrarum,  e  spesso  il  vento  onde  si  gon- 
liano  i  llidti  non  lui  diversa  origine  da  quello  che  gonfia  le  vele. 


II. 

Dopo  la  pace  di  ^Vestfalia,  in  cui  le  stesse  ))otenze  cattoliche  aveano 
alloidanalo  la  Santa  Sede  da  ciò  che  (tiidio  il  chianuna /7 ///«ocor/c/ 
mondo,  ossia  dalla  [ìolitica  internazionale,  esse,  industriandosi  ad  al- 
lontanarla oramai  ancìie  dalla  loro  vita  ecclesiastica  interna,  adope- 
ravano una  politica  sottile,  abile,  seduttrice,  che  voleva  produrre  o 
secondare  nell'episcopato  o  nel  clero  le  tendenze  a  scansare  gli  ordini 
di  lioina,  a  chiudersi  in  ciò  che  in  Francia  si  chiamò  gallicanismo, 
ossia  in  una  specie  di  Chiesa  nazionale  devota  alla  preminenza  pon- 
tificia purché  fosse  soltanto  preminenza  d'onore.  E  in  paite  le  potenze 
vi  riuscivano.  La  giieira  contro  Roma  poteva  fare  assegnamento  sopra 
un  notevole  conhibulo,  almeno  passivo,  di  numerosi  vescovi  e  di 
preti,  contributo  tanto  più  prezioso  alle  Corone,  in  quanto  essi 
erano  pronti  a  portare  sul  despota  la  riverenza  e  l'ossequio  negati  al 
i^apa,  e  a  sacrificare  ampiamente  a  Parigi,  a  Vienna,  a  Madrid,  a  Li- 
sbona l'indipendenza  conquistata  su  Roma.  Poteva  bene  il  Re  Cristia- 
nissimo proibire  all'episcopato  francese  sotto  gravissime  pene  di  re- 
cai'si  mai  alle  tombe  degli  Apostoli;  poteva  bene  fermare  sulle  alpi 
la  HoUa  pontificia  che  canonizzava  V^incenzodei  Paoli,  ti-oppo  caro  ai 
poAcii  e  a  Dio  per  essere  ugualmente  caro  alla  Coiie;  poteva  bene  il 
Ke  fai' ciò,  perchè  venti  vescovi  avi'ebbero  continuato  ad  assistere  tutte 
le  mattine  colla  consueta  riverenza  al  suo  alzarsi  di  letto. 

Roma  stessa,  contro  cui  si  combatteva,  oggetto  di  ripulse  e  ab- 
bandoni velati  da  modi  ossequiosi  e  da  formole  diplomatiche,  secondo 
il  celebre  consiglio  di  d'Harlay  a  Luigi  XIV:  «  bisogna  legar  le  mani 
al  Pontefice  e  baciargli  i  piedi  »,  Roma  piangeva  i  tempi,  salvava  la 
dottiina,  ma  indeboliva  la  propria  fibra.  Gli  Stati,  che  respingevano  o 
scansavano  ogni  atto  universale  della  Chiesa,  vennero  un  gioiTio,  è 
vero,  a  chiederle  essi  stessi  uno  di  tali  atti  solenni,  l'abolizione  dei 
gesuiti:  ma  quale  testimonianza  in  favore  della  sua  autorità  mondiale 
era  questa,  quando  a  cacciare  di  fatto  la  Compagnia  di  Gesù  gli  Stati 
avean  già  pensato  da  loro?  «  Tanto  varrebbe  chiedere  a  me  che  sop- 
l)rimessi  i  miei  corazzieri  »,  diceva  Federico  11  ;  ma  Clemente  W\  aderì, 
certo  per  lo  stesso  candido  amore  della  pace  che  animò  più  tardi 
Luigi  XVI,  quando  il  10  agosto  1792  ordinò  ai  suoi  svizzeri  di  de|)orre 
sotto  il  fuoco  le  armi,  e  le  turbe  invasero  le  Tuileries  e  rovesciai-ono 
il  liono. 

Altri  i  modi,  altri  gli  effetti  della  seconda  siicele  di  guerra  sco]»- 
piata  colla  rivoluzione.  Credette  foi'se  la  Francia  troppo  lento  per  l'odio 


LEONE    Xlir    E    I    PAPI    DEL    SECOLO    CHE   FU- SDO  381 

SUO  di  quei  giorni  il  \eccliio  metodo  boiiionioo  e  giuseppino  d'insi- 
nuarsi tra  gli  organismi  della  Ciiiesa  dividendoli,  e  di  far  pian  piano 
dimenticare  l'esistenza  del  Papato' Oppure  sentendosi  essa  bandilrice 
d'un'idea  universale  le  parve  conforme  all'esser  suo  il  combattere  l'av- 
verso cattolicismo  abbracciandolo  tutto,  e  il  ferirlo  appunto  là  dov'esso  è 
|)iù  universale,  cioè  nel  Papa?  Il  fatto  è  che  la  Francia  preluse  al  calvario 
di  Pio  VI  col  calvario  di  tutto  il  clero  negatosi  a  giovar  la  Costitu- 
zione civile  e  iniziò  il  primo  grande  servigio  reso  dalla  rivoluzione  alla 
(Ibiesa,  di  correggere  cioè  l'antica  manchevole  unità  degli  spiriti  eccle- 
siastici coU'unità  della  sofferenza  comune.  Messe  poi  le  mani  sulla 
stessa  persona  del  Papa,  iniziò  il  secondo  grande  servigio,  di  rendere 
sempre  il  Pontificato  presente  e  visibile  al  mondo,  ciò  che  appunto  il 
Pontificato  domanda,  sia  pure  col  prenderlo  di  mira  direttamente,  e 
nella  podestà  spirituale,  e  nella  sovranità  civile. 

Il  clero  e  il  Papa  patiranno  le  sevizie  francesi  senza  che  per  al- 
lora il  mondo  si  riscota  al  loro  patimento,  ma  i  tempi  nuovi  son  già 
nel  contegno  dei  sacerdoti  pei  quali  a  quell'epoca  come  sempre  furono 
corroboratrici  le  frenesie  dei  dispotismi  demagogici,  quanto  erano  state 
tentatrici  le  splendidezze  dei  dispotismi  monarchici  :  i  tempi  nuovi  sono 
sopratutto  nelle  parole  di  Pio  Vi.  Egli  die  a  Giuseppe  II  intitolatosi 
V'icario  di  Cristo  aveva  scritto  questa  troi)po  tenue  espressione:  «Ve- 
dremo di  concihare  i  diritti  dell"  Impero  cogli  interessi  della  Chiesa  », 
dice  ai  suoi  carcerieri  con  fortissima  rassegnazione:  «  Su  questo  mio 
povero  corpo  voi  avete  tutto  il  ])otere,  ma  niuno  sull'anima  che  di- 
sprezza i  vostri  attentati  e  lide  delle  vostre  offese  ».  Poi  quasi  agoniz- 
zante ritinta  con  aperto  sdegno  di  accordale  quelle  concessioni  eccle- 
siastiche che  il  Re  cattolico  di  Spagna,  per  farsi  pagare  i  servigi  resigli, 
cercava  in  quell'ora  sacra  strap])argli. 

Certo,  come  press'a  poco  dice  Th.  de  la  Rive,  la  misera  sedia  in 
cui  alcuni  pastori  alpestri  lo  portano  decrepito,  stremato,  pregante  su 
per  le  nevi  del  Monginevra,  è  più  gloriosa  a  lui  che  la  sedia  gestatoria 
in  cui  nei  dolci  e  deboli  tempi  eia  stalo  tante  volte  levato  sulla  folla 
pi'ostrata  in  S.  Pietro:  certo,  al  dire  del  (iuyau,  lo  storico  fedele  che 
ci  ripensa  non  soffre  più  pel  Papato,  soffre  oramai  solamente  pel  Papa. 


III. 


Passeranno  due  anni  e  la  palpai)ile  unità  del  Cattolicismo,  riap- 
jiarsa  nel  tentativo  di  distiuggerio,  saffermerà  ancora  e  più  nello 
slbrzo  di  ricostituirlo.  Da  Pio  X'tl,  ancora  fresco  dei  sospetti,  delle 
))relensioni,  delle  piccinerie  dell'Austria,  il  Primo  Console,  ridonando 
alla  Francia  il  culto  cattolico,  invocherà  un  atto  di  giurisdizione  sulla 
Chiesa  francese  non  soltanto  uguale  a  quegli  atti  che  la  Monarchia 
cristianissima  respingeva,  ma  cosi  autorevole  e  radicale,  come  forse 
in  ordine  alla  disciplina  il  Papato  non  aveva  mai  fatto.  Invocherà  la 
distruzione  della  Chiesa  gallicana  eia  creazione  d'una  Chiesa  francese 
nuova.  Che  altro  fu  il  Concordato  del  1801  "?  Tutte  le  vecchie  gelosie 
dell'episcopato  di  Francia  verso  Roma,  tutte  le  quattro  proposizioni 
gallicane  del  UìS-1  respinte  da  Innocenzo  XI,  che  dando  alla  Chiesa 
universale  una  superiorità  sulla  Chiesa  romana  tendevano  in  fatto  a 


lìS'ì  LEONE    Xm    E    1   PAl'l    DEL    SECOLO   CHE    FL'    SUO 

sottrarre  la  Chiesa  francese  all'una  e  airaltra,  pogv'hivano  tulle  su 
disquisizioni  storielle,  sopra  una  pretesa  iu<lipen(len/,a  (l'origiiif  della 
jierareliia  di  l'arancia  dal  Wseovo  di  Uonia.  Ora,  che  cosa  ixjteva  re- 
stai'ue  più,  quando  tutti  i  vescovati  francesi  erano  lifatti  e  rinumeg- 
}>iali  dal  Papa,  quando  a  lui  solo,  visibilmente,  la  Chiesa  delle  Gallie 
avrebbe  oraiiiai  dovutola  sua  esistenza?  Così,  per  iniziativa  di  Napo- 
leone cominciava  la  serie  dei  trenta  concordati  o  convenzioni,  con  cui 
nel  secolo  xix  sono  state  rinnovate  o  mutate  le  Chiese  locali  e.  al 
dire- di  Taine,.si  è  resa  visibile  e  indubbia  la  provenienza  di  quasi 
tutta  la  gerarchia  mondiale  dalla  recente  opera  di  Roma. 

Quando  nei  giorni  di  Sant'Elena  Pio  VII  Taceva  pregare  ed  annnonire 
il  Ke  d" Inghilterra  che  non  si  creasse  rimorsi  e  disonore  tiattaiulo  du- 
lamente  il  \inlo,  la  sua  lettera  al  Cardinal  Consalvi  diceva  avei'  egli 
dimenticato  ogni  patimento  projirio  pensando  die  appunto  a  quel  vinto 
era  dovuto,  dopo  Dio,  il  gran  beneficio  della  religione  restituita  alla 
Francia.  Se  Pio  VII  avesse  potuto  guardare  con  occhi  di  storico  lon- 
tano avrebbe  forse  aggiunto  che  a  Napoleone,  per  il  colpo  dato  alle 
tradizioni  gallicane,  si  doveva  in  qualche  parte  la  rinnovata  coesione 
di  tutta  la  Chiesa;  anche  se  non  fu  volontario  e  consapevole  nel  grande 
Còrso  questo  aiuto  alFautorità  romana  sulle  Chiese  particcdari;  anche 
se  lo  aiutò  la  sua  stessa  ignoranza  delle  tradizioni  e  dei  puntigli  ec- 
clesiastici francesi,  la  quale  era  tanta  che,  per  dirne  una,  gli  arrivò 
nuovo,  e  negli  ultimi  anni  dell'impero,  dopo  tanto  dominio  sopra  tutti 
gli  uomini  e  tutte  le  cose,  gli  arrivò  nuovo,  dico,  secondo  Talleyrand, 
che  r  Arcivescovo  di  Lione  si  chiamasse  da  secoli  «  primate  delle 
Gallie  ». 

Certo,  Napoleone  mostrò  verso  il  Papa  e  la  Chiesa  proposili  sal- 
tuarii;  certo,  chiamando  il  Papa  a  dominar  sulla  Chiesa  francese, 
questo  invito  frustrò  cogli  articoli  organici;  certo,  riconoscendo  alla 
sola  Sede  Apostolica  il  diritto  e  il  potere  di  raccomandare  alle  coscienze 
il  nuovo  Impero,  tentò  esautorarla  poi  colla  cattività  di  Fontainebleau; 
certo,  dopo  aver  proclamato  che  unico  il  clero  poteva  farlo  amare  dai 
popoli,  a  farsi  temere  bastando  da  sé,  egli  pretese  (e  purtroppo,  per 
le  solite  seduzioni  del  potere  assoluto,  in  qualche  parte  ottenne)  una 
servilità  dai  dignitarii  ecclesiastici,  quale  sarebbe  parsa  eccessiva  per- 
fino ai  Borboni  e  agli  Absburgo  ;  certo,  il  liberatore  della  religione 
laido  poco  a  diventar  l'oppressore  suo.  Ma  in  quelFuomo  della  Prov- 
videnza nel  quale  nulla  fu  senza  grandissimi  effetti,  fossero  conformi 
o  diversi,  o  contrarli  alle  intenzioni  sue,  in  quell'uomo  anche  la  per- 
secuzione religiosa  ebbe  qualche  cosa  di  distinto  e  di  maggiore  di 
quella  dei  regimi  regalisti.  Non  piegandosi  a  smembrare  la  Chiesa  per- 
dominarne  una  parte  sola,  come  i  re  gallicani  avean  fatto,  egli  ne  con- 
fermò l'unità  volendola  asservir  tutta  (pianta. 

Nel  tempo  slesso,  come  era  accaduto  a  Pio  \'I  nell'esilio,  la  virtù 
personale  del  Papa  recò  il  Papato  nell'  estimazione  pubblica  ad  un 
grado  più  alto  che  tutte  le  altre  sovranità  d'allora.  Poiché,  quando 
tanti  re  ancora  incolumi  e  sicuri  sofisticavano  sui  titoli  e  sul  lilasone 
del  conquistatore.  Pio  VII  jier  gli  interessi  della  Santa  Sede  e  dei  po|ioli 
s'indusse  a  coronarlo:  quando  poi  quei  re  tartassati  o  intimiditi  accet- 
tavano un  posto  di  servitori  nel  corico  (k'I  trionfatore,  l^io  \'il  si 
lasciava  spogliare  degli  Slati  e  della  libertà  [liullosto  che  dicli'arare 
una  guerra  senza  motivo  all'ei-etica  Inghilterra;  quando  quei  re.  presa 
la  rivincita,  lasciavano  condannare  a  lenta  morte   per  crudele  depoi- 


LEONE   XIII   E    I    PAPI    DEL    SECOLO    CHE    FD    SUO  383 

Lazione  il  loro  adulato  padrone  del  giorno  prima,  Pio  VII  invocava 
sul  suo  persecutore  giustizia  e  misericordia.  Quasi  solo  egli  avea  mo- 
strato al  mondo  la  larghezza  in  luogo  della  piccineria,  la  fortezza  in 
luogo  della  paura,  la  caritcà  in  luogo  della  vendetta. 


JV. 

Col  cessare  delle  persecuzioni  violente  del  Direttorio  e  di  l^ona- 
parte,  col  sorgere  di  quella  pace  infida,  insidiosa  ed  oscura  che  andò 
dal  1815  al  1846  il  Pontificato  riperde  terreno.  Può  Leone  XII  tentare 
intorno  a  sé  una  riforma  dei  costumi  coH'animo  più  deliberato  che  si 
fosse  visto  dal  Concilio  di  Trento  in  poi,  assegnando  le  cariche  eccle- 
siastiche e  pubbliche  secondo  un  criterio  che  si  chiamò  la  promozione 
della  virtù.  Può  Pio  Vili  mostrare  nel  solo  anno  del  suo  pontificato 
\[n  invitto  amore  della  giustizia,  un  proposito  quasi  violento  di  ri- 
ti utare  ogni  avanzamento  per  raccomandazioni,  parentele,  favori.  Può 
Gregorio  XVI  esser  tale  che  Gioberti,  concorde  con  L.  C.  Farini,  do- 
vesse definirlo  «  santo  e  virtuoso  pontefice,  sollecito  della  purezza  dei 
dogma,  dell'osservanza  dei  riti,  del  rigore  della  disciplina  e  di  tutto 
ciò  che  tocca  immediatamente  alla  salute  delle  anime,  recante  in  queste 
cure  spirituali  uno  zelo  sincero  condito  di  rara  moderazione  ».  Ma 
(|uesti  Pa])i  non  giinigono  ])iii  a  tenere  dinanzi  agli  occhi  degli  uomini 
il  posto  primario  tenuto  da  Pio  VII. 

Lo  Stato  pontifìcio  recuperato,  ma  sofferente  dei  patiti  disordini 
e  lacerato  da  due  opposti  partili,  il  primo  dei  quali  non  credeva  a 
miglioramenti  se  non  sovversivi;  mezzo  per  ottenerli  le  sètte:  il  secondo 
non  credeva  che  a  stabilità  reazionarie;  mezzo  per  serbarle  la  polizia. 
E  fuori  dello  Stato  anche  peggio:  l'ordine  pubblico  appoggiato  quasi 
per  intero  alla  Santa  Alleanza,  cioè  alla  lega  dei  vecchi  assolutismi, 
divenuti  verso  il  popolo  sospettosi  e  oppressivi  per  le  ferite  sofferte  nella 
Involuzione,  e  ritornati  verso  la  Chiesa  alle  antiche  pretensioni  tutte  le 
volte  che  la  nuova  unione  dell'altare  col  trono  dava  loro  tanta  sicu- 
rezza da  risospirare  l'antica  sovrapposizione  del  trono  sull'altare. 

Lacordaire,  che  pur  amava  |irofondamente  i  regimi  liberi,  giustificò 
Gregorio  di  non  averla  rotta  coi  regimi  dispotici,  chiedendo  come 
mai  avrebbe  potuto  senza  scandalo  il  Papa  infrangere  le  dighe  che 
(piesti  opponevano  alla  Rivoluzione.  E  i  Papi  s'adopravano  in  ogni 
occasione  perchè  la  loro  causa,  pur  congiunta  in  molte  contingenze  a 
(|  nella  delle  monarchie  di  diritto  di  pino,  non  si  asservisse  ad  essa  e 
nemmeno  si  confondesse  con  essa.  Infatti,  come  Leone  XII  al  Re  di 
Spagna  che  lo  rimproverava  d'aver  concesso  Vescovi  ai  suoi  ribelli 
Stati  d'America  diceva:  «  perchè  avete  cessato  d'esser  Re  voi,  devo 
Gessare  d'esser  padre  io?  »,  così  Gregorio  integrava  la  propria  Enci- 
clica contro  la  sollevazione  dei  Polacchi  col  tremendo  rabbuffo  allo 
Czar  Nicolò  andato  a  visitarlo  in  Vaticano. 

Ma  intanto  per  la  protezione  della  fede  assunta  da  monarchie  con- 
quistatrici e  regaliste  non  si  poterono  evitare  cose  tristissime.  Primo, 
che  specialmente  in  Italia,  le  rivendicazioni  nazionali  così  pro{)rie  allo 
s|)irìto  religioso,  il  quale  dall'amore  alle  tradizioni  e  dal  dovere  di 
giustizia  pubblica  deduce  il  più  vivo  e  storico  sentimento  di  patria, 
quelle  rivendicazioni  apparissero  pericolose  all'incolumità  di  principi 
sacri  e  quindi  sfuggissero  in  gran  parte  a,  mani  cattoliche  per  andare  in 


384  LEONE    XIII    E    I    PAPI    DEL    SECOLO    CHE    FC    SUO 

mani  avverse.  Il  quale  contrattempo  lasciò  tali  tracce  nella  storia  reli- 
giosa d'Italia,  che  non  è  spento  ancora  l'eco  d'un  discorso  in  cui  si  di- 
ceva: «  ali!  perchè  non  prendemmo  noi  in  tempo  sopra  di  noi  la  causa 
nazionale!  »  e  il  discorso  era  pronunciato  da  1).  Davide  Albertario. 

In  secondo  luojjo  non  si  potè  evitare  che  gli  uomini  i  quali  alla 
scuola  di  Lamennais  iniziarono  ciò  che.  con  nome  di  sfregio  ma  esatto, 
si  chiamò  clericalismo,  cioè  l'azione  dei  laici  nella  vita  civile  per 
difese  e  ideali  religiosi  propri  un  tempo  soltanto  del  clero,  questi  uomini, 
ribellandosi  all'interessata  opera  religiosa  dei  tlespoti.  cadessero  subilo 
per  effetto  di  reazione  in  un  tale  smodato  amore  delle  libertà  pub- 
bliche da  invocare  negli  Stati  poco  meno  che  l'ufticiale  indifferenza 
religiosa  e  da  ammettere  nei  cittadini  il  fliritlo  della  rivolta,  contro 
le  quali  due  proposizioni  dovette  levarsi  Gregorio  nella  celebre  Enci- 
clica Mirari  vos  del  18'M. 

Non  si  potè  in  terzo  luogo  evitare  che  tra  tante  necessarie  pre- 
cauzioni o  condanne  si  sviluppasse  tra  i  fedeli  la  paura  che  ogni  cosa 
nuova  fosse  bacata,  la  supposizione  che  ogni  cosa  antica  fosse  lode- 
vole, e  il  fuggir  sistematico  dalla  vita  pubblica  per  salvarsi  dalla 
contaminazione,  e  le  mille  angustie  di  pensiero  e  d  opei'a,  dalle  qua:! 
solo  oggi,  per  princii)ale  aiuto  di  Leone  XI 11.  il  mondo  cattolico  si 
sta  liberando. 

Dolorosi,  confusi  tempi  (pielli  in  cui  i  tre  Papi  furono  costretti  a 
vivere.  Una  sola  ragione  ili  conlbitarsi  ci  fu,  che  cioè  ogni  opinione, 
ogni  atto  dei  fedeli  diventava  per  essi  affare  di  coscienza.  Quando  in- 
fatti la  coscienza  prende  il  luogo  antico  delle  istintive  passioni  pub- 
blict  e,  sia  essa  vasta  o  stretta,  sicura  o  tremante,  promette  sempre 
miglioramanli  ed  elevazioni.  Lo  stesso  legittimismo,  che  parve  allora 
l'atteggiamento  obbligatorio  del  pensiero  politico  dei  cattolici,  ebbe, 
malgrado  la  sua  angustia,  un  ufticio  educativo  e  liberatore  :  li  av- 
vezzò a  giudicare  se  non  la  condotta  almeno  i  titoli  dei  Governi  e  ad 
affrancarsi  da  quell'adulazione  indistinta  venso  ogni  padrone  j^ro  tem- 
pore, che  specialmente  in  Italia  dal  cincpiecento  in  poi  era  stata  la 
forma  d'acquiescenza  verso  tutti  gli  stranieri  e  i  tiranni. 

Ma  io  credo  che  i>ochi  pontificati  siano  stati  all'animo  d'un  Pon- 
tefice più  penosi  che  il  suo  a  Gregorio  XVL  costretto  com'era  a  con- 
giungere alla  ferma  vigilanza  sulle  dottrine  una  fatata  incertezza  o 
insufficienza  d'indirizzi  pratici,  a  sentirsi  inevitabilmente  adugiato 
dalla  nefasta  ombra  del  genio  di  Metternich.  Quella  cappa  di  piombo 
non  si  poteva  spezzare  che  con  ima  temerità.  Un  giorno,  passeggiando 
al  braccio  del  celebre  Cardinal  Mai  (così  mi  narrò  il  jzrande  archeologo 
De  Rossi  che  lo  avea  risaputo  da  quest'ultimi)),  il  \ecchio  Pajia  Gre- 
gorio sostò  e  gli  disse:  «  So  anch'io  che  le  litòrme  son  necessarie: 
ma  io  sono  troppo  innanzi  negli  anni  ])er  darle:  le  darà  il  mio  suc- 
cessore, e...  -  aggiungeva  con  occhio  eloquente  -  che  Dio  gliela 
mandi  buona  !  » 


Perchè  non  confessare  che  le  riforme  di  Pio  IX  dal  1846  al  1848 
furono  un'  ingenua  temerità  ?  Le  riforme  nel  momento  che  si  conce- 
dono sono  sem|)re  una  malattia  degli  Stati  :  possono  diventar  salute 
se  lo  Slato  è  organizzato  fortemente  e  se  è  forte  la  mano  che  le  con- 


LEONE    XIII    E    I    PAPI    DEL    SECOLO    CHE    FU    SUO  385 

cede.  Ma  quando  la  benevolenza  sola  fa  il  benefizio,  e  sola  la  gratitu- 
dine dovrebbe  tenere  in  freno  i  beneficati,  si  sa  quel  che  si  dona  dap- 
principio non  quello  die  verrà  strappato  dappoi,  si  fa  che  al  primo  no 
di  chi  fu  largo  nei  sì  la  primitiva  eccitazione  festosa  diventa  som- 
mossa. Quale  Stato  in  ttalia  resistette  alla  Costituzione  e  la  conservò  "? 
Uno  solo,  il  Piemonte,  ed  esso  lo  potè,  sia  perchè  ai  liberali  volle  fare 
per  il  futuro  certe  promesse  che  a  nessun  Papa  sarebbero  mai  state 
possibili  ;  sia  perchè  quel  proclama  di  Moncalieri  che  intimava  al 
popolo  di  serbar  l'ordine  e  di  aver  giudizio  se  non  voleva  perdere  la 
libertà,  poteva  ad  ogni  occorrenza  esser  sostenuto  da  un  esercito,  vinto 
bensì  ma  tanto  valoroso  e  fedele,  che  ogni  velleità  di  rivoluzione  sa- 
rebbe stata  schiacciata  come  quella  di  Genova. 

Anche  Pio  IX,  dopo  un  periodo  costituzionale  non  meno  rischioso 
di  quello  di  Carlo  Alberto,  si  risolse  ad  una  specie  di  proclama  di 
Moncalieri  che  doveva  esser  letto  al  riaprirsi  delle  Camere,  ma  esso 
rimase  nella  tasca  di  Pellegrino  Rossi  assassinato,  e  intanto  l'esercito, 
incerto  per  infiltrazione  di  ribelli,  lasciò  che  il  giorno  dopo  si  pian- 
tassero i  cannoni  contro  il  ])aIazzo  pontificio  e  si  proponesse  al  Papa 
come  ministro  lo  Sterl)ini,  cioè  il  mandante  dell'assassinio.  Nella  notte 
Pio  IX,  salvando  la  plebe  dalla  tentazione  di  ripetere  su  di  lui  il 
delitto  onde  era  stato  vittima  un  altro  sovrano  riformatore  e  applau- 
ditissimo,  cioè  Luigi  XVI,  tentò  felicemente  a  Gaeta  la  fuga  di  \'a- 
rennes. 

A  questo  approdarono  nello  spazio  dei  suoi  domini  le  riforme  di 
Pio  IX;  ardile  tro])po  se  si  pensa  quale  incitamento  ne  prendessero 
gli  ignes  siip2)ositos  cineri  doloso:  timide  troppo  .se  si  pensa:  primo, 
al  testamento  del  grande  cattolico  Giuseppe  De  Maistre,  secondo  il 
quale  non  ci  sarebbe  stata  salute  finché  non  si  fosse  cacciata  l'Austria 
dall'Italia:  secondo,  se  si  ]iensa  che  per  usurpazioni  austriache  sugli 
Stati  della  Chiesa  il  Papa  non  aveva  firmato  il  trattato  di  \'ienna,  e 
che  nella  Storia  c'erano  esempi  di  guerre  dichiarate  da  Pontefici  per 
ragioni  molto  minori.  Ora,  poi  che  Pio  IX  accetta  l'ospitalità  del  Re 
Borbone  e  l'aiuto  di  Stati  cattolici  non  meno  viziati  di  regalismo, 
parte  dei  quali,  senza  fargliene  mistero,  lo  guardano  come  un  liberale 
scornato  e  ravveduto,  non  cercherà  di  starsene  appartato  e  docile? 

Per  purgar  di  gloria  un  breve  fallo 

non  s'impiccolirà? 

Invece  da  quel  giorno  si  parrà  la  grandezza  di  Pio  IX.  Quell'uomo 
che  se  avesse  avuto  la  prudenza  politica  di  Gregorio  XVI  si  sarebbe 
intisichito  nello  statu  quo.  se  avesse  avuto  il  genio  politico  di  Giulio  li 
si  sarebbe  gettato  dietro  le  calcagna  dell'Austria  a  chi  sa  quali  com- 
promettenti acquisti  temporali,  quell'uomo  coli' essere  soltanto  il  grande 
incendiario  del  1848  era  riuscito  a  qualche  cosa  di  meglio,  a  dare  al 
Papato  per  mezzo  della  commozione  dei  popoli  un  aspetto  e  un'effi- 
cacia nuova  nel  mondo.  11  suo  influsso  sugli  sjiiriti  avea  oltrepassato 
le  materie  di  Ciiiesa,  il  suo  giado  politico  fra  i  |trincipati  avea  rotto 
ogni  ])io|)orzione  colla  ristrettezza  del  suo  territorio.  Ora  ])er  fopeia 
medesima  di  l'io  IX  (juesto  innalzamento  subitaneo  non  si  |)erderà 
più:  mutati  i  plaudenti,  limarranno  i  plausi;  mutata  l'intenzione  di 
tanti  sguaidi  umani,  il  Papa  non  sarà  per  questo  guardato  meno. 

Poiché,  trattanilo  egli  oramai  i  suoi  Stati  temporali  più  come  un 
principio  da  difendere  che  come  una  dotazione  da  fruire,  considerò  i 

Qn  Voi.  evi.  Serie  IV  -  1"  agosto  1903. 


386  I,EONE    XtlI    E    I    PAPI    DEL   SECOLO    CHE    FU    SUO 

principi  maggiormente  combattuti  della  Rivoluzione  non  soltanto  come 
cosa  da  sceverare  e  ricordare  dottrinalmente,  ma  come  cosa  da  animare 
e  vivificare  nel  cuore  delle  genti.  Alla  resistenza  clie  ei'a  slata  il  i)io- 
gramma  dei  Papi  dall'S!)  in  poi.  lesistenza  condotta  con  ferma  man- 
suetudine di  martiri  da  Pio  VI  e  Pio  VII  e  con  ponderazione  cauta 
dai  tre  successivi,  egli  si  diede  con  una  risolutezza,  una  genialità,  ima 
franchezza  di  modi,  un'altezza  della  dignità  pontificia,  un'abitudine  di 
serbai'  in  ogni  suo  atto  i  caratteri  della  sua  persona,  per  le  quali  invece 
di  rimaner  assiderato  nell'amplesso  delle  vecchie  dinastie,  folgoreggiò. 

Ricoveratosi  per  un  istante  in  braccio  ai  potenti,  seppero  i  potenti 
come  alla  giocondità  di  Benedetto  XtV  possano  andare  uniti  gli  sdegni 
di  Paolo  IV.  Lo  seppero,  quando  al  suo  protettore  Napoleone  111  inti- 
mava esser  tempo  di  cessar  le  protezioni  se  doveano  far  largo  alle  pre- 
tensioni; quando  davanti  al  vicino  Regno  iniuaccioso.  e  alla  vigilia 
stessa  della  caduta  del  temporale,  non  studiò  mai  una  parola  che  ten- 
desse a  propiziarsi  l'imminente  vincitore;  quando  tenne  fermo  nella 
fondazione  della  gerarchia  cattolica  d'oltre  Manica  malgrado  i  contrasti 
inglesi:  cjuando  alle  sevizie  di  Bismarck  opponeva  la  porpora  pel  car- 
cerato vescovo  di  Poseii:  quando  ad  offensive  albagie  dello  Czar  ri- 
spondeva cacciandone  dal  proprio  cospetto  l'ambasciatore. 

Annunziatosi  nel  1867  il  Concilio  Vaticano,  al  quale  Pio  IX  rom- 
pendo per  la  libertà  della  Chiesa  antiche  tradizioni  non  volle  invitar 
nessun  principe,  Ruggero  Bonghi  ripensava  al  dicembre  1864  in  cui 
fu  pubblicato  il  Sillabo.  Oggi  una  simile  pubblicazione  pontificia  non 
susciterebbe  gran  rumore  :  troppa  parte  degli  «  immortali  »  principii 
deirS9  in  esso  condannati  sono  morti  in  questi  ultimi  lustri  per  la 
stessa  efficacia  delle  idee  positiviste  e  delle  aspirazioni  socialiste:  ma 
allora  i  principii  della  Rivoluzione  parevan  tutti  Vangelo  e  le  grida 
contro  il  V^aticano  audarono  alle  stelle.  Così  dunque  dipinse  lo  spet- 
tacolo d'un  tal  Papa  il  Bonghi,  iu  uno  di  quei  suoi  momenti  felici,  in 
cui  la  moltiplicilà  ordinata  delle  idee  minute,  colla  stessa  interna  con- 
fricazione, dava  un  calore  d'eloquenza  alla  sua  freddezza: 

La  resistenza,  quand'è  aperta,  non  conta  nemici,  non  misuragli  ostacoli 
e  si  fonda  sulla  roccia  di  convinzioni  indomabili,  piace  anche  dove  fa  piaga. 
Cotesto  Papa  che  sicuro  della  verità  della  dottrina  a  cui  nome  parla  sfida 
le  legioni  che  la  combattono  non  ripiegando  nessun  angolo  della  sua  ban- 
diera, anzi  spiegandola  tutta,  è  qualcosa  contro  cui  la  bestemmia  è  tuttora 
possiliile,  ma  non  il  disprezzo...  Questo  vecchio  sacerdote  scemato  di  potere, 
stremato  di  forze...  proseguito  oramai  da  tanti  vituperii  da  quanti  applausi 
era  stato  assoi^dato  un  giorno;  che  non  s'inchina  né  avanti  a  chi  lo  difende 
né  avanti  a  chi  l'offende...;  che  non  si  concilia  un  nemico  solo  con  una  men- 
zogna o  un'umiliazione...;  che  negli  spiriti  dei  suoi  fedeli  tenta  di  riaccen- 
dere l'antica  iìamma  facendo  guizzare  più  viva  quella  dell'animo  proprio  e 
provocando  l'amore  del  sacrificio  in  tanta  parte  del  mondo...  e  mantenendo 
fra  i  suoi  devoti  e  nel  clero  una  maggiore  e  più  ferma  unità  che  non  s' é 
mai  vista  prima,  e  ciò  col  nudo  imperio  della  parola  -  questo  vecchio  sa- 
cerdote, diciamo,  è  bene  il  più  straordinario  e  mirabile  fatto  dei  tempi 
nostri,  di  tempi  già  tanto  pieni  di  novità  e  di  meraviglie. 

VI. 

Ma,  come  accenna  il  Bonghi,  Pio  IX  fu  originale  princijialmente 
per  aver  operato  sul  cuore  dei  suoi  fedeli  in  modo,  che  alla  riverenza 
verso  la  Santa  Sede  s'aggiungesse  un  vincolo  piìi  affettuoso,  e  sopra  tutte 


LEONE  Xm  E  I  PAPI  DEL  SECOLO  CHE  FU  SUO  .'5S7 

le  virtù  apostoliclie  sentissero  viva  la  pateniilà.  Mentre  da  secoli  la 
moltitudine  degli  uomini  religiosi  aveva  a  mala  pena  levato  lo  sguardo 
s()|)ra  (piella  parte  minuta  della  gerarchia  di  cui  viveva  in  familiarità 
quotidiana,  cioè  la  parrocchia  o  la  diocesi  :  mentre  Roma  era  apparsa 
loro  dapprima  coQie  un  potere  incerto  e  remoto,  poi  vicino  e  determinalo. 
Mia  sempre  più  degno  di  omaggio  più  che  di  atì'etto:  mentre  la  divina 
e  in  se  perfetta  unità  della  Chiesa,  anche  quando  non  era  combattuta 
negli  animi  esisteva  in  essi  più  per  obbedienza  implicita  che  per  os- 
sequio consapevole.  Pio  IX  coll'espansione  dell'animo  suo,  colla  visi- 
l)ilità  creatagli  dai  suoi  primi  atti  e  dalle  successive  lotte  nello  spirituale 
r  nel  temporale.  Pio  IX  scaldò  in  modo  gli  animi  dei  suoi,  che  insieme 
all'aggrupparsi  di  tutto  il  clero  intorno  a  lui,  si  ebbe  per  la  prima 
xolta  nell'epoca  moderna  la  partecipazione  diretta  del  popolo  devolo 
alle  fortune  del  Papato,  per  la  prima  volta  la  diffusa  colla iìorazione 
dei  laici  alle  aspirazioni  sue. 

Parecchie  forme  assunse  questa  insolita  comunione  attiva  della 
periferia  della  Chiesa  col  suo  centro. 

La  prima  fu  il  giornalismo  cattolico,  il  quale,  nato  colla  libertà  e 
la  consuetudine  della  stampa,  portò  a" notizia  quotidiana  d'un  ampio 
pubblico  gli  atti,  le  ragioni,  i  dolori  del  Papa,  sconosciuti  un  tempo 
alla  folla  religiosa.  Un  tal  giornalismo  rese  impossibile  ai  Governi  ciò 
che  loro  era  facile  nel  secolo  xviii,  ossia  il  silenzio  sulle  decisioni 
e  gli  ordini  di  Roma.  Quando  Napoleone  III,  rinnovando  le  censure  del 
regime  gallicano,  proibì  al  clero  francese  di  far  conoscere  al  popolo  il 
Sillabo,  il  popolo  conobbe  subito  il  Sillabo  proibito  in  quei  giornali,  che 
guardando  oltre  i  monti  al  Vaticano  si  chiamavano  idlramontani. 

Seconda  forma,  l'azione  cattolica.  Nacque  prima  nei  parlamenti, 
nei  quali  tra  i  varii  partili  presentavasi  un  partito  nuovo,  quello 
degli  uomini  intesi  a  mantenere  e  ristabilire  lo  spirilo  cattolico,  o 
almeno  il  rispetto  al  caltolicismo.  nella  legislazione;  partito  nuovo, 
dico,  perchè  in  altri  tempi,  sotto  i  regimi  assoluti  il  lato  dei  rapi)orli 
tra  la  Chiesa  e  lo  Sfato  passava  troppo  al  di  sopra  del  capo  dei  cit- 
tadini, da  aver  essi  modo  o  ragione  di  militare  in  prò  della  loro  fede 
nel  campo  civile.  X)aì  parlamenti  il  moto  si  andava  diffondendo  nelle 
iimministrazioni  e  nei  corpi  chiamati  ad  eleggere  gli  uni  e  le  altre; 
(la  questi  ad  ogni  ramo  della  vita  collettiva.  Si  posero  cosi  sotto  Pio  IX 
le  basi  di  quella  attiva  organizzazione  cattolica  che  non  pretese  essere 
l'unica  accolta  dei  professanti  la  fede,  ma  quella  dei  militanti  pul)- 
l)licamente  per  essa;  che  non  fu  quindi  la  Serrata  del  Gran  Consiglio 
la  quale  escludesse  dal  nome  di  cattolici  gran  parte  dei  battezzati,  ma 
fu  la  tormazione  d'un  corpo,  progressivo  bensì  nella  qualità  e  assor- 
bente nel  numero,  scelto  fra  i  piìi  consapevoli  dell'interezza  della  dot- 
trina, e  fra  i  più  vivi  a  lottare  per  essa. 

La  terza  forma  fu  quell'Obolo  di  S.  Pictio.  che  in  Italia,  minac- 
ciato di  proibizione  dalle  aidorità  |)oliticlie,  potè  |)ubblicanu'iile  conti- 
luiare  |ier  la  libertà  che  gli  volle  .serbata  il  Conte  Camillo  di  Cavour. 
Kra  antica  l'abitudine  religiosa  di  dotare  chiese  e  conventi,  ma  essa 
per  lo  più  costituiva  vincoli  di  bontà  e  di  giatitudlne  soltanto  ti'a  i 
ledeli  e  la  vita  ecclesiastica  immediatamente  vicina  ad  essi.  L'Obolo 
nuovo,  dotando  direttamente  la  Santa  Sede,  e  saltando,  se  è  lecito  dir 
cosi,  tutti  gli  organismi  minori  della  Chiesa,  suggellava  anche  con  vin- 
colo di  sacrificio  l'unione  tra  il  popolo  cattolico  e  il  Pontificato. 


388  LEONE    XIII    E    I    PAPI    DKl,    SECOLO    CHE    EU    SUO 

E  veniamo  ora  alla  quarta  forma.  Intorno  allo  Stato  I^omano 
accadeva  un  fatto  contrario  ed  uguale  a  quello  che  accadeva  contro  lo 
Stato  Romano.  Mentre  la  legione  ungherese  che  combatteva  a  tianco 
di  Garibaldi  nel  IStìO,  legione  straniera  su  terra  italiana,  dava  palpa- 
bilmente un  aspetto  di  lotta  cosmopolita  alla  formazione  del  Regno 
d'Italia,  i  volontarii  pontifìcii  accorrendo  a  difesa  del  potere  temporale 
le  davano  lo  stesso  aspetto  in  un  senso  opposto.  Uomini  nuovi  da  una 
parte  e  dall'altra  :  uomini  di  cui  nei  s(>c(ili  scorsi  non  sarebbe  stata 
possibile  né  immaginai)! le  l'esistenza.  Poiché,  se  anche,  è  vero  che 
l'amore  all'autorità  riguardata  da  sola,  come  il  legittimismo  d'allora 
portava,  movesse  molti  di  coloro  che  stringevansi  intorno  alle  Somme 
Chiavi,  mentre  l'amore  alla  libertà,  riguardata  parimenti  da  sola, 
moveva  gli  altri  a  vestir  la  camicia  rossa,  non  mai  prima  d'allora 
avrebbe  ])otuto  avvenire  una  cosa  simile.  Solo  nei  tempi  ultimi  era 
accaduta  nell'animo  delle  moltitudini  una  polarizzazione  dell'autorità 
e  della  libertà,  cioè  dei  due  elementi  che  in  tempi  normali  sono  amati 
d'accordo:  solo  dopo  l'S'.t  era  accaduta  negli  animi  tale  accensione  per 
l'una  o  per  l'altra,  da  offrire  essi  ili  qua  e  di  là  virili  olocausti  di 
sangue.  Ad  ogni  modo,  se  questa  ultima  forma  di  cooperazione  laicale 
dovea  necessariamente  cessare  nel  1870  ed  apparire  di  fatto  transitoria, 
non  poteva  essere  transitorio  ciò  che  essa  lappresentava,  ossia  una 
tale  ascensione  del  Papato  negli  animi,  che  i  tigli  di  coloro  i  quali  |)er 
Pio  VI  aveano  tutto  al  piìi  pregato  e  pianto,  ritenessero  giusto  e 
degno  offrire  per,  Pio  IX  la  vita. 


VII. 

(Juando  Pio  IX  moii  nacque  il  dul)bio  che  la  sua  doi)[)ia  ci  n- 
quista,  d'un  generale  consentimento  ecclesiastico  intorno  al  Papato,  e 
d'una  incipiente  cooperazione  laicale  ai  tini  di  esso,  fossero  tenuti  saldi 
dal  fascino  della  persona  sua;  che  il  suo  successore  sarebbe  stalo  bensì 
più  cauto  e  oculato,  ma  assai  meno  afticace.  l'areva  anzi  che  i  più 
fedeli  si  rassegnassero  volentieri  a  ciò,  per  la  maggior  gloria  del  Papa 
defunto.  Eppure  il  dubbio  era  superficiale.  L'importanza  personale  che 
Pio  IX  ave\a  saputo  ottenere  non  poteva  essere  un  impedimento  per 
chi  dovea  venir  dopo,  ma  era  il  retaggio  migliore.  Fra  tutti  gli  orga- 
nismi della  Chiesa,  infatti,  il  Papato  raccoglieva  ormai  la  maggior 
somma  di  affetti  e  di  consensi  al  di  dentro,  la  maggior  attenzione,  sia 
pure  ostile  assai  spesso,  al  di  fuori. 

La  sbadataggine  onde  erano  stati  oggetto  la  più  parte  dei  Papi 
moderni  fino  alla  Rivoluzione  francese  e  che  era  rinata  nel  periodo 
della  Restaurazione  non  poteva  rivivere.  Ciascuno  nel  mondo  aveva 
preso  il  suo  partito  :  si  era  amici  o  nemici  della  Sede  di  Pietro  ;  in- 
differenti non  più.  Gli  atti  pontifìcii,  qualunque  essi  fossero,  non  sa- 
i-ebbero  mai  caduti  nel  vuoto.  La  sfessa  distruzione  del  potere  tem- 
jìorale.  prepai'ala  come  era  da  una  gueiia  di  dieciiu'  d'anni  e  tenuta 
poi  viva  dalle  commemorazioni  del  Regno  per  una  parte,  e  dalle  pro- 
teste vaticane  per  l'altra,  prima  ancora  d'operare  o  come  daiuio  alla 
Chiesa  secondo  i  timori  della  Santa  Sede,  o  come  liberazione  di  essa 
secondo  le  promesse  ufficiali  dello  Stato,  operava  come  un  contrasto 
continuo  e  s|)ettacoloso  che  raddop|)iava  avanti  gli  occhi  del  mondo 
la  presenza,  la  visibilità  e  quindi  l'importanza  del  potere  ecclesiastico 


LEONE    XIII    E    I    PAPI    DEL    SECOLO   CHE    FU   SUO  389 

eentrale.  Questi  erano  gli  anelli  di  congiunzione  tra  il  Pontificato  di 
Pio  TX  e  quello  che  doveva  venir  dopo  ;  questo  il  vantaggio  eredi- 
tario preparato  al  suo  successore.  (Ionie  seppe  servirsene  Leone  Xlll  '! 
Stupendamente.  Incominciò  col  non  volere  nella  storia  del  Papato  il 
posto  secondario  in  cui  tanti  dei  suoi  si  sarel)bero  contentati  di  ve- 
derlo. Benché  i  [)redecessori  avessero  occupato  molto  spazio,  dello 
spazio  vuoto  ce  n'era  ancora  e  quanto  !  L"  immaturità  dei  tempi  non 
aveva  loro  permesso  di  guardare  con  un  guardo  unico  tutta  la  so- 
cietà che  si  andava  formando,  uè  di  volgere  ad  essa  tutta  T  attività 
della  Chiesa.  Ma  il  Pajjato.  pensava  egli,  è  forse  straniero  mai  ad  al- 
cuna età?  Per  scabrosa,  per  inaspettata,  per  strana  che  sia  v"è  alcuna 
età  incapace  d'accoglierlo  ?  L'opera  dei  Papi  precedenti  era  stata  una 
varia  difesa  contro  l'errore  e  la  forza  irrompenti.  E  Leone  XIII,  mal- 
grado i  giorni  durissimi  dai  quali  l'animo  dei  fedeli  non  sapeva  per 
lo  più  se  non  rifuggire,  non  pensò  a  benefìcio  d' inventario,  accettò 
con  fiducia  l'eredità  quale  Dio  gliela  dava,  e  credette  maturo  il  tempo 
per  «  portare  largamente  l'azione  benefica  della  Chiesa  e  del  Papato 
(così  scrisse  quasi  subito  al  Cardinale  Nina)  a  tutta  quanta  l'odierna 
società  ».  Da  Pio  VI  si  erano  avuti  i  Papi  della  resistenza  ;  egli  volle 
esser  il  Papa  dell'iniziativa. 

E  poiché  la  superiorità  d'un  uomo  di  governo,  nell'alto  senso  della 
parola,  non  sta  nella  ricchezza  delle  idee  e  nell'arte  di  ottener  sempre 
il  successo,  ma  sta  in  un'idea  fissa,  sua,  semplice,  capace  d'unificare 
tutti  i  suoi  atti,  così  connaturata  con  lui  che  egli  non  possa  pensare 
né  agire  diversamente,  e  per  ciò  stesso  non  atta  a  suscitare  in  lui 
quella  meraviglia  che  gliela  faccia  avvertire  e  definire;  egli  ebbe  questa 
superiorità,  anche  in  confronto  dei  suoi  prossimi  predecessori,  perchè 
eblDe  un'  idea  di  tal  fatta  :  credere  cioè  non  alla  sola  immortalità 
della  Chiesa,  come  credono  tutti  i  cattolici,  ma  alla  sua  perpetua  gio- 
ventù; credere  non  solo  ai  diritti  del  i\ipato.  di  cui  tutti  i  Papi  sjie- 
cialmente  nel  secolo  xix  furono  custodi,  ma  alla  potenza  permanente 
del  Papato,  sia  neirinterno  della  Cliiesa,  come  unificatore  e  perpetua- 
tore  di  tutti  gli  sparsi  moti  religiosi  che  nel  tempo  e  nello  spazio  sor- 
gano tra  i  fedeli,  sia  all'esterno  come  distributore  risoluto  e  chiaro 
dei  beneflcii  di  cui  è  capace  la  Chiesa  verso  la  società.  Questa  fu  la 
sua  convinzione  originale  e  regolatrice  d'ogni  atto  nella  vita  e  nella 
morte  ;  questa  fu  il  suo  genio.  E  questa  il  mondo  all'ingrosso  capì,  e 
di  questa  gli  tenne  conto  nel  compianto  finale  ;  il  quale  fu  troppo 
vasto  e  troppo  unanime  perchè  solo  alla  virtù  potesse  esser  rivolto,  e  non 
comprendesse  anche  l'omaggio  ad  una  straordinaria  grandezza.  La 
quale  sfuggì  invece  a  molti  giudici  minuziosi,  datisi  a  contare  una  per 
una  le  sue  fortune  e  i  suoi  insuccessi,  e  quindi  fattisi  inetti  a  vedei-e 
1"  ampia   unità  fondamentale  dell'esser  suo 

Adoprando  il  Papato  come  un  isfromento  giovane,  egli  cominciò 
la  sua  innovazione  nel  magistero,  in  quelle  encicliche  che  solo  una 
critica  superficiale  potè  considerare  come  un  bel  riassunto  delle  mas- 
sime immutabili  della  Chiesa,  indipendenti  dalle  urgenze  del  tempo 
in  cui  furono  emanate.  Esaurito  infatti  da  t^ui  e  dai  Papi  precedenti 
il  dovere  di  premunir  la  società  dalle  fallacie  contenute  in  tanta  parte 
delle  dottrine  moderne,  nasceva  una  seconda  necessità  :  precisai'e  ((ual 
parte  delle  idee  e  degli  ordini  nuovi  fosse  permessa  dalla  Chiesa.  A 
dir  vero,  questa  necessità  non  avrebbe  dovuto  esserci,  perchè  non 
è  proprio  dei  legislatori  indicar  positivamente  tutto  ciò   che   è  lecito. 


:5iM(  LEONE    XIII    E    I    PAPI    DEL   SECOLO   CHE    EU   SITO 

hiistando  ad  essi  indicar  positivamente  ciò  die  è  vietalo:  ma  la  crea- 
vano alcune  speciali  disposizioni  degli  animi.  Da  una  |)aite  intatti 
molti  cattolici,  o  per  ripugnanza  a  quelle  novità  die  avean  ii'eati  loro 
tanti  mali,  o  per  quella  tendenza  a  supporre  e  invocare  amplissimi  i 
divieti  die  è  propria  delle  coscienze  fervorose  e  intimorite,  ritenevano 
che  la  contaminazione  rivoluzionaria  avesse  invaso  tutte  le  particelle 
delle  libertà  moderne,  i^all"  altra  parte  molti  avversari,  a  cui  premeva 
di  eccitare  contro  la  Chiesa  le  forze,  le  predilezioni,  i  pregiudizi  della 
società  attuale,  s'atfanuavano  a  proclamare  die  essa  s'opjione  ad  ogni 
minima  conquista  dei  tempi  nostri.  Contro  ([uesto  involontario  accordo 
di  due  ojjposte  esagerazioni,  Leone  Xlll  provvide  colle  sue  Encicliche. 
La  cui  sostanza  è  questa:  riconfermare  i  divieti  della  Chiesa,  ma  afTer- 
mando  ciò  che  la  Chiesa  permette,  e  ciò  per  liberare  le  coscienze  e  perchè 
l'attribuire  alia  Chiesa  un  rigore  che  non  ha  sia  altrettanto  impossibile 
elle  l'accusarla  di  troppa  cedevolezza. 

Fatto  ciò,  egli  mosse  un  passo  ancora:  da  ciò  che  è  lecito  s'in- 
camminò ad  intimare  ai  cattolici  ciò  che  oramai  è  obbligatorio.  Di  qui 
i  suoi  comandi  di  attività  civile  nell'Enciclica  Immortali  Dei,  i  suoi 
comandi  d'attività  sociale  nelle  Encicliche  Rerum  novarum  e  Graves 
de  commitni.  Episodio  della  premura  per  l'atti\ità  civile  dei  cattolici 
rimarrà  ciò  che  fu  chiamato  la  sua  politica  francese.  Sgombrare  le  vie 
perchè  i  cattolici  francesi  crescessero  d'alacrità  e  d'efticacia  pubblica 
e  valessero  un  giorno  ad  emulare  le  forze,  le  fortune  e  l'alta  imparzialità 
politica  del  Centro  tedesco,  questo  fu  il  suo  proposito.  Il  quale,  quando 
sia  ben  compreso,  non  toglierà  certo  il  diritto  di  discutere  se  i  mezzi 
furono  ben  escogitati  e  applicati,  se  l'insuccesso  dell'oggi  era  o  no  da 
aspettarsi,  ma  rimarrà  nella  storia  come  segno  di  un  suo  concetto  fe- 
condo; esser  tanto  importante  cioè  nei  regimi  moderni  il  provvedere 
con  legali  e  pacifiche  lotte  popolari  alla  retta  vita  degli  Stati  che  debba 
eedere  davanti  a  ciò  l'amore  a  legittime  tradizioni  impaccianti.  Rina- 
sceva per  lui  una  parte  del  grande  pensiero  di  Savonarola  secondo  il 
(piale  la  qualità  di  Inion  cattolico  si  compie  in  quella  di  forte  cittadino. 

Quanto  poi  alla  attività  sociale,  che  cosa  sarebbe  rimasto  delle 
sparse  iniziative  di  Ketteler,  di  Gibbons  e  di  Manning  se  Leone  Xlll 
non  le  avesse  fatte  sue"?  L'assunzione  dei  moti  sociali  cattolici  per 
l»arle  del  Pontificato  intese  a  porre  sopra  una  via  pratica  e  perpetua 
le  imprese  sociali  che  già  sorgevano  fra  i  cattolici  di  alcuni  paesi  e  a 
farle  nascere  in  altri  luoghi  ove  da  se  sole  non  accennavano  a  venir 
fuori:  a  regolare  cosi  il  passo  diverso  con  cui  si  camminava  dai  cat- 
tolici verso  i  tempi  nuovi;  dove  eccitando,  dove  ordinando. 

E  intanto  era  facile  vedere  che  importanza,  che  efficacia  avrebbe 
avuto  questo  diventar  oramai  indirizzo  della  Chiesa,  e  non  soltanto 
zelo  di  privati,  il  proposito  di  adempire  come  un  dovere  evangelico 
la  nuova  speciale  giustizia  che  la  specialità  delle  mutate  condizioni 
economiche  richiede  tra  le  classi.  Difatti  ciò  che  si  chiamò  democrazia 
cristiana  e  fu  da  lui  battezzata,  prima  ancora  d'agire  sulla  società  con 
provvedimenti  sociali  agi  psicologicamente  sull'indole  di  coloro  che 
erano  sollecitati  ad  applicarli.  11  contatto  colla  cruda  e  vasta  realtà, 
che  era  naturale  etfetto  del  voler  studiare  e  curare  l'intera  società  mo- 
derna, leceva  nascere  subito  questa  domanda:  «ma  siamo  noi,  clero 
e  laicato,  proporzionati  a  tanto  ufficio?  Abbiamo  noi  la  coltura  della 
mente  e  la  virilità  della  tempra  che  convengono  ad  essoV  »  Ecco  dunque 
lo  spirito  di  rinnovamento  interiore,  a  cui  Leone  Xlll  dette  impulso 


LEO.VE  Xm  E  I  PAPI  DEL  SECOLO  CHE  FU  SUO  391 

chiaro  e  a  cui,  pur  essendosi  egli  formato  in  tempi  tanto  estranei  a 
questo  spirito,  dava  larga  fiducia  di  saper  presiedere,  se  la  vita  gli  fosse 
ancora  durata. 

Dinanzi  a  questa  iniziata  trasformazione  intima  della  vita  catto- 
lica, passavano  anzi  in  seconda  linea  i  suoi  atti  diplomatici.  |)ur  rima- 
nendo essi  singolari  per  ciò,  che  nascendo  dal  pontefice  della  demo- 
crazia attestavano  quanto  riguardo  si  debba  tuttavia  non  alla  forza,  ma 
airefiicacia  dei  Governi,  nei  quali  ancora  per  lungo  tempo  si  assom- 
merà tanta  parte  della  vita  dei  popoli:  atti  diplomatici  grandi  non 
perchè  sempre  incoronati  da  esito  felice,  ma  perchè,  fortunati  o  no, 
ncn  lasciavano  mai  il  tempo  che  aveano  trovato.  Colla  scossa  dell'azione 
o  della  reazione  essi  mettevano  sempre  più  dinanzi  alla  mente  Tonni- 
presenza  delfautorità  pontificia,  tanto  che  coloro  i  quali  le  avevano  un 
giorno  profetizzato  che  sarebbe  morta  d'inerzia,  erano  oramai  costretti 
a  muoverle  la  bella  accusa  di  troppa  attività. 

Un  Papa,  che  invece  di  mendicare  ospitalità  da  un  secolo  per 
tanta  parte  straniero  e  contrario,  gli  si  presentò  subito  in  atto  d'of- 
frii-gliela;  che  spesso  chiamato  e  talvolta  respinto  si  mescolò  con 
sicurezza  medioevale  in  ogni  grande  affare  del  mondo;  che  apri  nuovi 
orizzonti  all'azione  e  piìi  ancora  alla  rinnovazione  dei  suoi  fedeli: 
questo  Papa  dove%'a  suscitare  un'impressione  di  profonda  grandiosità 
in  chiunque  l'avesse  con  semplicità  contemplato.  Cosi  il  popolo  d'ogni 
[larte  lo  contemplò,  e  manifestò  gli  effetti  di  questa  ctmtemplazione 
nell'ora  meno  sospetta  d'adulazione  e  di  calcolo:  con  un  cumpianto, 
cioè,  troppo  sproporzionato  a  quello  che  saluta  altri  vecchi  noti  e 
buoni,  perchè  potesse  esser  sola  sentimentalità  verso  la  bontà  e  la 
vecchiezza. 

Da  Pio  VI  tutto  un  secohj  è  passato.  In  esso,  sforzi  di  martirio,  di 
resistenza  e  di  lotta  aveano  cercato  di  sollevare  il  Papa  e  la  folla  dei 
fedeli  dal  sensibile  impiccolimento  e  dalla  poca  considerazione  in  cui 
erano  pian  piano  discesi  dopo  il  secolo  xvi.  Tutto  era  servito  a  ciò  : 
larghezze  d'opere  magnanime  e  anche  ristrettezze  di  zeli  in  apparenza 
fanatici:  tutto  avea  cooperato  a  far  sì  che  gli  uomini  della  Chiesa, 
alti  e  bassi,  preti  o  laici,  s'incamminassero  a  differire  da  quelli  dei 
molli  tempi,  di  cui  pur  si  difendea  la  memoria.  Leone  XI 11  sorse  al 
sommo  di  questi  sforzi,  li  incamminò  genialmente  per  vie  più  arieg- 
giate e  più  radicali. 

Ma  non  compiuta  è  l'opera  divina 
Né  data  a  un  solo... 

11  mondo  fedele  in  gran  parte  sospira,  il  mondo  non  fedele  in 
gran  parte  curiosamente  e  confusamente  aspetta,  che  Vhaòenuis  Pon- 
tificem  annunzi  non  soltanto  un  successore  cronologico,  ma  un  con- 
tinuatore consapevole  e  vivo  di  un  tal  Papa,  frattanto  l'epitaftio  pa- 
radossale e  veridico  di  Leone  XllI  dovrebbe  esser  questo:  non  varcò 
la  giovinezza  e  mori  troppo  presto. 

Filippo  Crispolti. 


S  O  N  B  T  X I 


(Un  nii  min  mi'  di  /irnssiniii 

Meliga. 

Sui  davanzali  e  i  rustici  balconi 
Più  non  fiammeggi  accanto  al  lìomodoro, 
0  rosseggiante  meliga,  i'istor(j 
Di  tanti  rozzi  deschi  umili  e  buoni. 

Tra  solchi  e  siepi  ed  alberi  e  covoni 
Non  veggon  piìi  le  tue  pannocchie  d'oro 
Disperdersi  lontano,  in  dolce  coro 
Cantando,  le  fanciulle  ed  i  garzoni... 

Ma  ridotta  in  farina,  or  che  la  lenta 
Metamorfosi  hai  chiusa,  la  dispensa 
Gelosamente  ti  raccoglie  e  serba; 

E  nel  rigor  de  la  stagione  acerba 
Ancor  biondeggi  su  la  parca  mensa. 
Fumando  in  odorosa  ampia  polenta. 

In  Borgo  Dora. 

Fra  la  placida  Dora  e  la  collina 
Che  la  vecchia  città  orna  e  incorona. 
Si  distende  la  tumida  officina 
Ove  tanta  di  vita  onda  risuona. 

L'opra  dei  ferrei  ordigni  ivi  la  buona 
Mano  esperta  dell' uom  compie  ed  affina, 
Kd  a  nuove  vittorie  agile  sprona 
Di  Gutenberg  l'antica  arte  divina. 

Qui  la  materia  inerte  -  alto  portento  !  - 
Si  muta  in  vario  e  docile  strumento 
Di  pensiero  ora  mesto  ora  giocondo, 

E  via  si  spande  a  suscitar  la  viva 
Fiamma  del  genio  e  de  l'amor  pel  mondo, 
«  Fin  che  nel  mondo  si  favelli  e  scriva  ». 

Casale. 

In  riva  al  Po,  fra  rustici  casali. 
Onde  le  venne  il  dolce  umile  nome. 
La  ridente  città  stendesi  come 
Una  Baccante  a  pie  dei  vendemmiali 


393 


Colli,  disciolte  le  pampinee  chiome... 
E  i  colli  narran  delle  medievali 
Lotte  Ira  borghi  e  fra  città  rivali, 
Narran  le  pugne  e  le  fierezze  indome. 

Ma  ben  più  fiera  palpita  Casale 
-  Fidgida  gemma  in  ferrea  corona  - 
Al  pio  ricordo  della  sua  Ditesa, 

Di  cui  la  gloriosa  eco  risuona 
Lungo  il  festante  Monferrato,  quale 
Un  inno  per  la  lieta  ampia  distesa. 

Santhià. 

Fra  la  schiera  dei  monti  umile  e  pia 
Che  nel  fulgore  dei  tramonti  estivi 
Da  la  pace  dei  candidi  e  votivi 
Santuari  in  solenne  atto  ti  spia: 

Fra  le  prealpi  e  la  melanconia 
Del  dolce  piano  dagli  irrigui  rivi... 
Da  secoli  e  da  secoli  tu  vivi, 
0  vecchio  borgo  da  la  lunga  via  (*). 

E  un'antica  corona  ampia  ti  cinge: 
Roppolo.  la  vetusta  ara  del  dio 
Apollo,  e  Ca vaglia,  patria  del  pio 

Gersenio,  e  ovunque  il  guardo  avido  attinge 
Circonfuse  di  pampini  o  di  spiche 
Glorie  e  ricordi  di  grandezze  antiche  I 

Oropa. 

Da  l'ardua  vetta  del  Mucrone  -  oscura 
Ed  umida  di  nebbie  alta  sorgente  - 
Esce,  irrompe,  precipita  il  torrente 
'Scintillando  fra  i  sassi  e  la  verzura. 

Esce  e  bacia  da  secoli  le  mura 
Del  biancheggiante  Santuario:  sente 
Le  preci  della  pia  umile  gente 
Che  s'incurva  scendendo  alla  pianura... 

Ed  or  placido  scorre  ora  serpeggia 
Di  balza  in  balza  in  mille  argenCei  fili, 
E  si  rinfrange  e  torbido  spumeggia. 

Mentre,  vigili  antichi  e  solitari, 
Lo  guardano  dall'alto  i  campanili 
Delle  borgate  e  i  rozzi  casolari. 


G.  1)e.\b.\tr. 


['■)   Virus  ria-  longw,  dei  Roiuani. 


IBSEN  POETA  LIRICO 


VrvEK?:  •  è  combatter©  con  srli  giioini  che 
grufolano  nella  nostra  mente  e  net  cuore. 

PuETARK  -  è  gintlicare  stè  stessi  i*ome  ne  l'urji 
estrema. 

«  Ciò  che  è  nelle  mie  poesie  è  la  mia  giovinezza  e  tinche  io  scrissi 
poesie  liriche,  in  me  era  ancora  qualche  cosa  che  era  giovine  »,  deve 
aver  detto  Henrik  Ibsen,  quando  pubblicò  Tultima  edizione  del  suo 
unico  volume  di  poesie  (l),  un  volumetto  di  dugento  pagine.  Veramente 
r  Ibsen  non  scrisse  volumi  di  poesie  che  in  un  solo  periodo,  tra  i  venti 
e  i  quaranta  anni  ;  in  seguito  non  ne  eblìe  più  la  tentazione,  sebbene 
fin  negli  ultimi  anni  lo  incalzassero,  audacemente  aprendosi  una  breccia, 
pensieri  sempre  nuovi  e  sentimenti  sempre  pronti  all'assalto.  E  perciò 
questo  volumetto  è  un  documento  sti'aordinariamente  notevole  ;  in 
esso  r  Ibsen  fresco  di  giovinezza,  la  figura  poderosa  del  gigante  nor- 
vegese, piena  di  forza  nativa,  ci  sta  davanti  come  in  embrione;  in  esso 
ci  sta  di  fronte  l'energia  quasi  rigida  che  irradia  da  ogni  punto  deUa 
sua  intera  {jersonalità.  R  oltremodo  interessante  in  questo  volume  il 
ricercare  per  ogni  lato  le  tracce  delle  forze  motrici  di  tutta  la  sua  pro- 
duzione futura  (^). 

Non  è  ancora  cancellata  in  me  l' impressione  che  nella  mia  fan- 
ciullezza provavo  dell' Ibsen,  al  declinare  della  sua  forte  virilità  -  con- 
lava da  óO  a  (■)()  anni  -  quando  lo  vedevo  passeggiare  per  le  vie  di 
Copenhagen  e  di  Berlino.  Una  figura  di  energia  stranamente  concen- 
trata, salda,  piuttosto  jiiccola  che  di  inedia  statura,  dall'aspetto  ester- 
namente accurato,  quasi  da  zerbinotto.  Calzoni  d'estate  chiari  ed  ampi, 
una  stretta  giacca  di  velluto  bruno  o  nero,  dei  gran  «  whiskers  »  scuri, 
appuntili,  tagliati  all'americana,  il  bastone  col  pomo  d'argento  tenuto 
rigidamente,  una  rosa  all'occhiello,  un  cappello  tondo  sulla  folta  capi- 
gliatura -  così  incedeva  egli  con  piccoli  passi  eleganti,  ma  energici. 

(1)  Poesie  di  Henrik  Ibsen,  (i"  edizione.  Copenhagen,  1891. 

Il  presento  articolo  offre  luio  speciale  interesse  perchè  occasionato  per  im- 
pulso di  Henrik  Ibsen  stesso.  L' Ibsen.  che,  quale  autore  drammatico,  fu  mi- 
nutamente trattato  da  tutti  i  critici  del  mondo,  ma  non  mai  ancora  in  modo 
fondamentale  quale  poeta  lirico,  sebbene  anche  come  tale  ci  appaia  incompara- 
bilmente grande,  l' Ibsen  espresse  il  desiderio  che  si  cercasse  nelle  produzioni 
liriche  della  sua  giovinezza  il  germe  di  tutta  la  sua  individualità  poetica. 

(2i  La  sentenza  significativa  che  l' Ibsen  mandò  alcuni  anni  or  sono  all'au- 
trice di  quest'articolo,  quale  autogramma  per  un'opera  letteraria  :  «  È  il  compito 
di  ogni  grande  opera  d'arte  lo  stabilire  nuovi  paU  di  confine  »,  e  che  è  tanto 
caratteristica  per  la  sua  produzione  ulteriore,  potrebbe  stare  quale  motto  delle 
sue  poesie  giovanili,  che  nel  loro  complesso  già  manifestano  interamente  il  suo 
spìrito  riformatore. 


TBSEN'    POETA    URICO  39,") 

Intanto  i  suoi  occhi  sciii'i  lampeggiavano  acuti  e  fieri;  la  bocca  egli 
teneva  saldamente  serrata,  la  testa  superbamente  alzata:  visibilmente 
un  uomo  soddisfatto  di  sé  stesso. 

Non  era  affatto  un  tipo  da  poeta,  piuttosto  un  tipo  da  self  mcuìe 
mail,  il  tipo  di  un  ricco  armatore,  di  un  grosso  commerciante  fortu- 
nato, che  dopo  lunghi  viaggi,  ritorna  alle  patrie  città,  ancora  pieno 
del  fresco  soffio  del  mare,  colle  tasche  ben  fornite,  e  si  compiace  di 
vedere  il  movimento  intorno  a  sé.  Qualcosa  di  forte  e  sicuro  -  di  inte- 
ramente sé  stesso  {['  ideale  ibseniano)  -  era  in  questa  figura,  a  dis|ietto 
della  forma  esteriore  penosamente  accurata. 

Ora  che  dalle  serie  fattezze  senili  dell'  Ibsen  ci  fissa  uno  sguardo 
da  strige  singolarmente  visionario,  è  impossibile  immaginare  l'impres- 
sione bizzarramente  mista,  che  produceva  l' Ibsen  d'una  volta. 

Allora  aveva  già  lasciato  dietro  di  sé  la  sua  lirica  più  caratteristica, 
la  sua  giovinezza,  come  i  suoi  lavori  drammatico-lirici  più  potente- 
mente agitati,  però  pure  a  quei  tempo  ({uesta  .sua  parvenza  esterna  era 
un  enigma  per  tutti  i  suoi  amnùratori.  t]ia  ([uesti  il  pensatore  profon- 
damente sottile  di  Brand,  l'audace  fantastico  di  Per  Gynt,  il  ])ode- 
roso  poeta  epico  dei  Konnseimieme?  ci  si  domandava  quasi  sbigof liti. 
Bene  era  egli,  ma  tutta  la  forza  di  queste  figure  era  internamente 
compressa,  costretta  in  una  fei'rea  fortezza,  nascosta  nel  suo  infimo, 
nel  più  profondo  ricettacolo  dell'anima  sua.  L'uomo  esteriore  era 
l'uomo  corretto,  domato,  vigile  con  sé  stesso.  Vi  sono  appunto  na- 
ture che  nella  loro  psicologia,  in  tutta  la  loro  costituzione,  nel  loro 
aspetto  fisico  lianno  alcunché  di  imbarazzato;  esse  si  sentono  irdellet- 
tualmente  e  tisicamente  troppo  grevi  per  la  vita  esteriore  (si  sostiene 
i|uesto,  per  esempio,  di  Amleto)  e  perciò  -  per  non  fare  qualche  passo 
falso  -  costoro  diventano,  i)er  una  nobile  vanità  o  per  orgoglio,  troppo 
padroni  di  sé  e  troppo  compassati  nella  forma. 

Ritroviamo  queste  singolarità  nell'lbsen,  fin  nella  sua  età  senile, 
in  cui  ci  colpiscono  il  suo  modo  di  vestire  esternamente  minuzioso,  il 
suo  cauto  incedere,  il  suo  tono  di  voce  sommesso,  il  suo  modo  ormai 
conosciuto  di  acconciarsi  la  ricca  capigliatura  con  l'aiuto  di  un  piccolo 
specciiio,  die  nasconde  nel  suo  cappello.  Tutti  questi  sono  infatti  indizi 
di  una  natura  orgogliosa,  che  ha  per  divisa  je  ne  me  donne  jamais,  e 
che  appunto  perché  prova  certe  difficoltà  puramente  esteriori  ad  acqui- 
stare la  leggerezza  della  maggior  parte  dei  mortali,  si  é  scelta  con 
dispendio  di  grande  energia  una  forma  esteriore  compiuta,  adatta  al 
proprio  individuo. 

Ma  é  qui  nostro  compito  di  occuparci  soltanto  del  giovane  Ibsen, 
vale  a  dire  dell' Ibsen  poeta  lirico,  che  é  in  sostanza  la  medesima  cosa. 
Se  consideriamo  dunque  con  precisione  questa  lirica  della  sua  gio- 
vinezza, vi  incontriamo  subito  quella  dualità  che  ci  colpisce  nel  suo 
aspetto  esterno  dei  tempi  passati  :  la  forza  internamente  compressa,  le 
figure  poetiche  e  le  visioni  costiutte  con  poderosa  forza,  pesanti  e  con- 
centrate, e  nello  sfesso  tempo  versi  in  un  metro  finamente  cesellato 
come  una  lama  affilata  e  ini'  iionia  mordace  nella  forma  più  elegante 
ed  accurata;  non  mai  iriequietezza,  sempre  forza  ed  un  insieme  fiero 
e  composto. 

Egli  non  canta  in  queste  strofe  come  un  giovane  poeta  comune,  in 
queste  strofe,  che,  salde  nella  loro  costruzione,  celano  in  sé  una  po- 
tente freschezza  di  natura,  una  sfrenata  esuberanza  di  pensieri,  una 
indignazione  ardente,  mentre  l'autore,  quale  virtuoso,  si  trastulla  con 


3SK>  TBSEN    POETA    URICO 

la  rima  e  col  metro.  Egli  è  già  fin  dai  principio  una  personalità  ed  un 
artista  compiuto. 

L'ibsen,  per  esempio,  per  occuparci  anzitutto  della  sua  acuta  forma 
poetica,  Ila  strofe  di  quattro  versi,  in  cui  ogni  verso  contiene  tre  o 
quattro  rime  interne.  Ad  onta  dell'enorme  forza  e  schiettezza  della 
materia  e  dell'espressione,  queste  rime  germogliano  spontanee  e  si 
adattano  a  pennello  al  soggetto  grave  e  difficile. 

Si  veda,  per  esempio,  la  breve  poesia  famosa  Foglio  d'albo,  scritta 
per  il  compositore  norvegese  Halfdan  Kjerulf.  Naturalmente  la  tradu- 
zione può  (lifticilmente  rendere  la  brevità  e  la  concisione  del  testo 
originale: 

Foglio  d'albo. 

Con  le  note  pure  Orfeo  infuse 

l'intelletto  negli  animali  e  l'anima  nelle  pietre. 

Anche  noi  abbiamo  pietre  a  mucchi, 

e  pur  tra  noi  si  vedon  correre  le  belve. 

Suona,  finché  le  pietre  risuonino, 

e  crepi  la  pelle  degli  orsi! 

Una  forza  straordinariamente  salda  informa  questo  ritmo,  questa 
concentrazione,  la  costruzione  di  (lueste  poche  liglie.  clie  stringenti  e 
sicure  rivestono  il  soggetto  e  sembrano  martellare  nel  nostro  orecchio. 

La  straordinaria  capacità  di  porre  profondamente  addentro  nel 
verso  l'intonazione  fondamentale  -  nel  caso  seguente  come  un  mare 
temjiestoso  di  passioni  e  di  voci  della  natura  -  e  di  fare  nel  medesimo 
teiiqjo  il  verso  stesso  facile  e  semplice  nella  forma,  verrà  mostrata  dalla 
seguente  tetra  poesia  d'amore  : 

Sonatore. 

Rivolta  a  lei  ogni  mia  brama. 

Ma  nella  notte  d'estate  sfavillante 

la  via  conduceva  là,  al  iìume, 

dove  r  «  uomo  delle  acque  »  misteriosamente  ghigna. 

«  Ah,  tu  sai  bene  ammaliare  e  cantare, 

sai  bene  volteggiare  intorno  ai  sensi  dell'amata, 

cosi  che  nelle  grandi  chiese  e  sale 

essa  ti  segua  priva  di  volontà?  » 

Il  «  mostro  delle  acque  »  evocai  dalle  voragini  : 
Egli  sonava,  e  ancora  ne  rabbrividisco; 
ma  quando  io  fui  divenuto  suo  maestro, 
ella  era...  la  sposa  di  mio  fratello  ! 

Nelle  grandi  chiese  e  sale 

lasciai  con  le  note  l'anima  mia, 

ma  dalla  malia  e  dal  canto  del  «  mostro  delle  acque  » 

pili  non  mi  svincolai. 

Queste  righe,  temo  bene,  appariranno  alquanto  oscure  a  quei  let- 
tori, che  non  abbiano  una  profonda  conoscenza  del  ciclo  di  pensieii 
die  informa  le  saghe  sorte  intorno  alla  natura  norvegese.  Ciòche(|ui 
è  reso  è  il  gran  fragore  e  l' incanto  della  natura  norvegese  ne"  suoi 
Fosser  e  Elve  (cascate  e  onde).  Qui  ha  la  sua  dimora  il  mostro  ma- 
rino (Nòkken),  un  demonio  di  selvaggia  natura  maligna,  che  amma- 
liando canta  e  trae  suoni  dalle  minugie,  finché  i  mortali  si  avvilu!)pano 
nelle  sue  note  e  non  ne  escono  più.  Poderose  voci  della  natura  risuo- 


IBSEN    POETA    LIRICO  397 

nano  in  questo  misterioso  inuggliio  delle  aeque  notturne,  in  cui  il  gio- 
vane si  imprigiona,  immaginando  di  imparare  il  suo  demoniaco  gioco 
dall'  «  uomo  delle  acque  »  (Nokken)  per  ammaliare  la  sua  bella;  ma 
invece  rimane  ammaliato  egli  slesso,  perdendo  -  inguaribilmente  pazzo  - 
la  sua  felicità. 

La  potenza  della  natura  in  questa  poesia  potrebbe  venir  parago- 
nata a  quella  nell"  «  Erlkonig  »  del  Goethe,  ma  non  si  può  negare, 
che  il  Goethe  ha  ado]ierato  più  parole  e  che  a  malapena  l'effetto  è 
maggiore.  Qui  l'Ibsen  procede  in  linea  retta  dall'antico  «  Volkslore  » 
nordico,  che  in  poche  parole  ci  poneva  davanti  tutto  un  mondo  di  vita 
sensitiva. 

Si  prenda  a  paragone,  per  esempio,  l'antica  canzone  nordica  di 
«  Messer  Peder  »  che  aveva  perduto  la  sposa  e  ne  era  moi-talmente 
aftlitto.  Le  seguenti  quattro  righe  l'accontano  nel  modo  piìi  schietto  il 
maggior  dolore  umano: 

Allora  messer  Pietro  parti  a  cavallo, 

egli  era  cosi  cupo!... 

II  giorno  in  cui  si  compiè  il  mese  da  quella  cavalcata 

egli  giaceva  ne  la  terra  nera. 

Quali  sfere  di  sentimenti  attraversa  ora  il  poeta  in  questi  versi 
stringenti,  energicamente  bulinati'?  Dove  si  trovano  qui  le  caratteri- 
stiche e  gli  impulsi  dell'anima,  che  imjìrontavano  poi  tutta  la  sua 
attività? 

Da  un  lato  incontriamo  subito  il  sentimento  della  natura  ]ni\ 
sconfinato,  l'intenso  immergersi  nelle  fresche  profondità  della  forza 
nordica,  colle  sue  rupi,  i  suoi  «  Fosser  »,  la  sua  montagna  e  il  suo 
profumo  di  abeti  e  di  pini,  colle  sue  saghe  selvaggiamente  demoniache, 
colle  sue  figure  di  elfi,  ninfe  «  Trokle  »  (folletti)  e  «  Nòkker  »  (spiriti 
dell'acqua),  insieme  coi  lil)eri  sensi  del  giovane  che  vampeggiano  in 
mezzo  a  tutto  quel  mondo  ricco;  dall'altra  parte  questo  sentimento  offeso 
e  |)rofondamente  ferito  dalla  volgarità  d'ogni  giorno,  dalla  ristrettezza 
dei  pensieri  e  dei  sentimenti,  dalla  viltà  nella  volontà  di  vivere,  dal- 
l'ipocrisia e  dall'imperfezione  dell'umanità  strisciante  nella  bassezza. 
Già  Rousseau  ha  detto,  pensando  alla  sua  Svizzera,  che  una  natura 
grandiosa  produce  gente  meschina.  Per  l'Ibsen  son  tali  la  sua  Nor- 
vegia e  i  suoi  Norvegesi  -  la  natura,  la  grande  madre  pura  ;  il  paese 
coi  suoi  abitanti,  specialmente  quelli  delle  grandi  città,  un  nido  ab- 
bietto di  cittadinuzzi,  di  anime  mercantili,  di  vite  di  menzogna.  Questo 
il  popolo  bandiva  il  poeta  in  esilio  volontario,  e  dall'esilio  egli  scrisse 
le  sue  più  ardenti  e  più  aspre  canzoni  dell'Indignazione! 

11  risentimento,  l'ironia,  il  dis|)iegio  per  i  suoi  com|)atrioti  che 
troviamo  nelle  sue  opere  posteriori,  come  per  esempio  in  Brand,  Per 
Gijnt,  Le  colonne  della  società,  L'anitra  selvatica,  Il  nemico  del  po- 
polo,  ecc.,  vediamo  già  quali  germi  lirici  nelle  sue  poesie.  Tutto  ciò 
che  ci  vien  raccontato  nei  suoi  drammi  della  freschezza  ed  originalità 
del  paese  e  della  schiatta,  ram|)olla  anche  da  queste  canzoni  che,  esenti 
da  ogni  sentimentalità,  da  ogni  afa  lirica,  afiluiscono  a  noi  sci'osciando 
freschissime  come  le  note  del  Gi'ieg. 

Pabsh  uv.l,  Noru. 

E  dal  mare  di  neliliia  che  si  stende  fra  le  i'uijì 
pare  si  inalzi  una  poesia. 
Innumerevoli  isole  alte  e  maestose 


398  IBSEN    POETA    LIRICO 

sfavillano  nel  sole. 

L'aquila  naviga  per  questo  regno 

come  nave  sul  mare, 

e  dietro  sono  i  monti  pallidi 

simili  al  minaccioso  esercito  magico 

su  una  cresta  di  rupi  (1). 

Olii  il  poeta  ci  racconta  come  egli  si  trovi  lassìi,  circoiulato  dai 
ghiacciai  sointillauti,  con  una  profonda  vallata  allargata  sotto  di  sé 
come  un  regno  di  nebbia.  Nulla  rompe  il  silenzio,  se  non  i  lievi  passi 
delle  renne,  che  cercano  il  nnisciiio  sotto  la  neve,  e  le  note  del  «  Lur  » 
(corno  delle  Alpi),  sonato  dalla  «  Saterjente  »  (pastorella).  Là  il  «  Sa- 
tersti  »  (sentiero  tagliato  nella  roccia)  si  spinge  nudo  nel  cielo  azzurro, 
sulle  rupi  vertiginose.  L'aria  fresca  ed  acre  ci  sferza  da  ogni  spacca- 
tura e  da  ogni  voragine,  e  dovunque  è  l'odore  degli  abeti,  dell'erica 
e  dei  fiori  selvatici.  Irrigidito  e  luminosamente  chiaro  pende  il  sole 
sulle  rupi  di  ghiaccio,  illuminandole  senza  scaldarle  e  senza  scioglierle; 
ma  giù  nei  profondo  esso  penetra  di  calore  la  terra  umida,  e  là  è  un 
brulicame  di  fiori  aromatici,  di  erba  folta  e  molle  e  di  trifoglio.  11  poeta 
segue  il  minatore  che  si  spinge  nelle  voragini  per  strapparne  il  metallo: 

Mostrami  la  via,  o  tu,  greve  martello, 
alle  più  intime  profondità  della  natura! 

il  metallo.  «  il  sangue  »  della  rupe,  procedendo  a  spira  nei  tetri  labi- 
rinti del  monte:  il  minatore  egli  stesso  saldo,  di  ferro  come  la  roccia, 
che  lo  educò  alla  volontà  e  al  lavoro  virile. 

In  alto,  dalle  pietre  coperte  di  muschio,  precipita  l'acqua  ad  un 
tratto,  di  fronte  al  viandante,  da  una  nuova  gola:  pioggia  e  vento 
ringorgano  la  gola,  essa  diventa  fiume  :  quando  poi  tutto  ritorna  tran- 
quillo, l'acqua  si  abbassa  ed  un  umido  pidviscolo  dorato  spruzza  i 
fiori  selvatici  dolcemente  profumati.  Aria  delle  alte  rupi  !  aria  delle 
alte  lupi!  Come  tutto  qui  è  fresco  e  puro  come  l'etere! 

Là,  come  acciaio,  si  tempra  il  sentimento  della  libertà  del  giovane 
poeta,  là  egli  batte  i  suoi  ferrei  versi  nell'alto  godimento  della  propiia 
forza  e  della  fredda  e  chiara  potenza  del  suo  pensiero,  senza  senti- 
mentalità, senza  vane  brame  e  sogni  nebulosi.  Xo,  il  creare  non  è  uno 
spasso  -  è  lavoro  serio,  è  opera  virile  con  se  stessi  e  colla  natura 
nel  silenzio  solenne,  in  cui  si  sta  da  solo  a  solo  col  giudice  che  è 
in  noi  : 

Vivere  •  è  combattere  con  gli  gnomi 
che  grufolano  nella  nostra  mente  e  nel  cuore. 

Poetare  •  è  giudicare  sé  stessi 
come  ne  l'ora  estrema. 

Nelle  nature  cosi  profonde  ed  individuali  come  l'Ibsen,  il  senti- 
mento dominante  della  potenza  della  propria  ]iersonalità  sarà  sem|ire 
la  base,  sulla  quale  si  appoggerà  tutta  la  rimanente  vita  sensitiva.  Qual- 
cosa di  straoi'dinariamente  forte.  ]jenetrato  di  se  stesso,  irrompe  attra- 
verso ciò  che  è  puramente  umano:  l'amare,  il  sognare,  il  desiderare,  ecc. 
In  questo  senso  manca  qualche  cosa  nelle  poesie  dell'Ibsen:  il  po- 
tere di  dimenticare  sé  stesso,  il  potere  di  abbandonarsi  dolcemente  ai 
sogni  e  all'ebbi-ezza  della  vita.  Il  sacro  fuoco,  che  vive  in  lui,  divampa 

(1)    Vita  dell'alta  montagna. 


IBSBN    POETA    URICO  390 

soltauto  contro  tulio  ciò  che  sta  in  alto,  ma  distrugge  nella  sua  vee- 
menza ciò  che  è  abbietto,  ciò  che  mollemente  si  avvinghia  alla  terra 
e  alle  cose.  11  primo  germe  delle  astrazioni  che,  nelle  posteriori  opere 
poetiche  dell' Ibsen,  formano  nello  stesso  tempo  la  sua  forza  e  il  suo 
lato  debole,  ci  appare  già  qui  nella  sua  lirica.  La  gioventù,  per  esempio, 
si  mostra  nelle  poesie  dell' Ibsen  come  cosa  senza  sostanza  determi- 
nata -  è  soltanto  un  movimento,  soltanto  un  impeto  forte  e  dolce 
verso  una  meta  lontana  e  luminosa. 

«  Se  anche  coliamo  a  fondo  colla  nosti'a  barca  -  il  veleggiare  era 
pur  bello!  »  fa  dire  al  suo  giovane  poeta  nella  Commedia  dell'amore. 
Cosi  pure  nella  sua  splendida  poesia  II  viaggio  dei  cantori,  su  di 
una  nave  parata  a  festa,  la  gioventù  veleggia  fei'vida  verso  il  Nord 
sfavillante. 

Il  viaggio  dei  cantori. 

Nel  fulgido  e  sacro  momento 

■  spiegate  le  cento  bandiere  - 

estatici  aridiamo  col  vento 

per  isole  verdi  e  costiere. 
Irrompon  Hai  petti  concordi 

i  giovani  canti  da  prora, 

e  irradiano  per  i  fiordi 

il  sol  della  gioia  canora. 

Fulgor  di  vessilli  s'espande  : 
cantiam  come  uccelli  in  amore: 
Io  sente,  laggiù,  il  pescatore 
che  passa  qualcosa  di  grande. 

Andiam  verso  feste  abbaglianti 
di  faci,  di  fior,  d'armonia; 
e  là  nella  fulgida  scia 
balena  la  luce  dei  canti...  (1^ 

Ouesto  passaggio  delle  giovani  schiere  di  cantori  che  passano  stre- 
pilando  davanti  al  solitario  pescatore  nordico,  «  Striten  »,  lia  qualche 
cosa  di  intinitamente  fresco  e  frizzante,  sebbene  esso  non  ci  offra  pro- 
priamente molto  di  pili  di  questa  pura  freschezza.  Molto  particolare 
e  simbolica  per  Ibsen  è  la  figura  solitaria  del  paesano,  del  pc-^catore, 
che  davanti  all'angustia  e  alla  povertà  del  paese  nativo  ilimentica, 
rabbi'ividendo,  la  sua  barca,  il  suo  miserabile  avere,  e  peitino  le  sue 
solite  devozioni  domenicali,  per  guardare  questa  l)aldanzosa  nave  gio- 
vanile, conquistatrice. 

In  senso  affatto  diverso  ritroviamo  questo  ardore  per  ciò  ciie  è 
astrattamente  grande  in  un'altra  poesia  oltremodo  caratteristica.  Parlo 
della  poesia  :  Senza  nome.  Sommariamente  suona  cosi  : 

Senza  nome. 

Il  mio  verso  sia  diretto 
al  più  cavalleresco  de'  cavalieri. 
Capisco  come  la  spada  bruci 
nelle  ardite  mani  legate, 
capisco  la  fiamma  del  rancore 
dietro  la  fronte  pallida, 

il)  Tiadotto  da  Angiolo  Orvieto. 


MK)  IBSEN    POETA    URICO 

la  volontà  della  vittoria, 

la  volontà  non  mai  vinta  e  lucente, 

la  mano  tesa  verso  gli  alti  vessilli  dei  padri, 

i  sogni  di  grandi  e  fiere  vittorie, 

il  superbo  attacco  sempre  impedito, 

misera  aquila  reale  ! 

Ecco,  si  fa  giorno!  -  I  corni  risuonano. 

Su,  o  paesi,  su  alla  caccia! 

Ah,  l'ala  fiera  e  libera 

crudelmente  violentano  catene  e  gabbia  - 

nessun  mezzo  di  fuggire  dai  lacci  ! 

Astuti  gnomi  stanno  a  sentinella. 


Martirio  nella  porpora, 

muta  tortura,  segreto  affanno, 

fiori  che  senza  vita  si  stendono 

verso  il  sole,  appassiscono,  si  spezzano. 

Dal  sogno  un  repentino  risveglio... 

sono  on;bre  nel  mio  canto. 

Il  mio  verso  sia  diretto 

al  più  cavalleresco  de'  cavalieri. 

Ben  si  credette  che  questa  poesia  fosse  specialmente  diretta  contro 
il  nol)ile  re  svedese  d'allora,  Oslvar  XV,  clie  nella  guerra  tedesco-danese 
del  18B4  non  potè  mantenere  ai  Danesi  Talleanza  promessa,  come  egli 
aveva  tanto  ardentemente  desiderato,  perchè  ne  fu  imiiedito  dal  suo 
Parlamento;  pure  deve  certamente  venir  intesa  in  senso  più  largo. 
Questa  espressione  «  il  più  cavalleresco  »  -  così  profonda  psicologica- 
mente -  rispecchia  l' ideale  proprio  dell'  Ibsen,  grande  sofferente,  die 
nella  sua  dolorosa  rinuncia  si  erge  fiero  e  muto,  colle  mani  legate  e 
il  sangue  ardente. 

E  la  strofa  :  «  Martirio  avvolto  nella  porpora  »,  ecc.,  finamente  e 
pur  profondamente  commossa,  come  annuncia  il  modo  delFIbsen,  nelle 
sue  immagini  astratte  e])pur  tatdo  ])iltoriche  !  -  Straordinario  è  nello 
spirito  dell' Ibsen  questo  sind)olismo  nascosto  e  delicato,  dietro  il  quale 
si  cela  tutto  un  mondo  pieno  di  violenti  sentimenti  e  di  dolore. 

Forma  il  passaggio  all'ironia  ibseniana  più  mordace,  la  poesia 
pungentemente  iraconda  Ai  superstiti,  un  necrologio,  in  cui  il  poetn 
ci  presenta  simbolicamente  un  ei-oe,  che,  proscritto  e  incompreso,  viei. 
ucciso  dalla  folla  colle  sue  proprie  armi. 

Ai  superstiti. 

Lo  esalta  ora  la  folla  -  la  nobilissima  ! 
Ma  l'eroe  dovette  prima  sanguinare. 

Con  la  fiaccola,  che  egli  portò 

l'avete  colpito  sul  viso. 

Con  la  spada  per  voi  temprata 

gli  avete  ucciso  il  cuore. 

Gli  omiciattoli  colpi  che  vi  inceppavano 

i  vostri  scudi  lo  serrarono  intoi'no. 

Ma  sopra  i  vostri  capi  lasciò  nn  astro 
di  splendore  e  di  gloria. 

Non  offuscatelo  !  perchè  riconciliato 
dorma  l'eroe  che  avete  deriso  e  dileggiato 


IBSEX    POETA    LIRICO  4()I 

Con  questa  poesia  siamo  propriamente  giunti  nel  cuore  delia  lirica 
ibseniana:  all'  indignazione  profondamente  agitata  che  si  sfoga  con 
l'ironia  e  con  una  baldanza  rivoluzionaria  contro  le  attuali  condizioni 
umane.  Il  soggetto  è  quasi  sempre  lo  stesso:  il  fiero,  il  libero,  il  so- 
litario non  inteso  e  proscritto  dalla  moltitudine.  L'Ibsen  ci  si  mostra 
qui  subito  il  grande  individualista,  che  è  poi  sempre  in  seguito;  la 
folla  è  la  nemica,  il  gran  bruto  irragionevole,  altrettanto  ottuso  e  be- 
stiale, quanto  freddo  e  crudele.  Come  un  monte  nell"  alto  Nord  egli 
torreggia  solitario,  annunciando  già  ne'  suoi  anni  giovanili,  col  suo 
pensiero  libero  da  ogni  legge,  colla  sua  rigida  volontà  e  la  sua  mano 
potente,  la  rivoluzione  contro  la  vita  attuale,  rivoluzione  nelle  opere, 


Ibsen  a  40  anni. 


rivoluzione  nel  pensiero.  «  La  massa  ha  sempre  torto  ».  dice  il  suo  eroe, 
il  dottor  Stockmann,  nel  Xeniico  del  popolo  :  la  moltitudine  presa  come 
moltitudine,  quale  «  compatta  maggioranza  »,  l'idra  dalle  cento  teste  che 
altro  non  è  se  non  una  somma  di  zeri,  che  incessantemente  aumenta, 
di  numero  e  non  mai  di  valore. 

Ovunque  qui  l'aidente  entusiasmo  per  le  grandi  forze  motrici,  pei' 
gli  impulsi  interni,  ingranaggio  dell'animo:  perii  coraggio,  la  volontà, 
l'ardore  verso  il  vero,  la  forza  d'  azione,  il  sogno,  il  forte  presenti- 
mento :  nessun  rispetto  per  la  vita  stessa  nella  sua  brutale  nullità. 

«  Più  che  la  vita  stessa,  miei  signori,  è  un  sogno  che  non  ebbe 
mai  vita!  »  grida  egli  alla  folla,  che  chiama  «  pallido  sognatore  »  il 
suo  eroe  nella  poesia  Senza  nome.  L' intimo,  la  grande  brama  di- 
vampante dell'individualità,  l'impulso  creatore  all'azione  e  al  pensiero, 
il  sacro  dovere,  che  fa  l'uomo  ferreo  e  saldo  e  che  pure  ritlette  sulla 
sua  anima  un  pieno  splendore  di  bellezza,  «  in  modo  che  ne  germo- 

!26  Voi.  evi,  Serie  IV  ■  1"  agosto  1903. 


402  IBSEX    POETA    LIRICO 

gliano  fiori  scherzando,  sclierzando  in  dolce  danza  variopinta  »,  quella 
volontà  di  azione  e  di  vittoria,  che  fu  torse  uccisa  prima  che  diven- 
tasse vita,  quella  grande  poesia  della  brama  imprigionata  nell'ardente 
ricettacolo  dell'anima,  quella  selvaggia  provocazione  alla  forza,  che 
-  ora  ammaliante  come  una  canzone  di  sirena  sorgente  dagli  abissi, 
ora  acuta  e  tagliente  come  la  zampa  di  un  leone  -  giorno  e  notte 
grida  :  Sia  !  sia  !  -  tutto  ciò  è  per  lui  il  grande,  il  sacro,  il  «  poeta  » 
(Skalden)  nell'uomo;  il  poeta  nel  più  profondo  significato  (1). 


n 


Autografo  della  poesia  a  pair.  404:  Lettera. 

Qui  si  manifesta  l'unica  vera  esaltazione  quasi  orgiastica  del  gio- 
vane lirico  Iliseii,  l'esaltazione  per  la  pallida  idealità,  ormai  rimossa 
dalla  vita,  eppure  infinitamente  potente,  che,  luminosa  come  un  eretto 
elianto,  dalle  rigide  rupi  del  freddo  Nord  tende  verso  il  cielo.  Lo  sen- 
tite già  l'inflessibile  spirito  del  futuro  poeta  della  volontà,  che  a  colpi 
di  mazza  creò  opera  su  opera,  piene  di  intimazioni  alla  forza,  alla  re- 
sponsabilità, a\\' etica  profondamente  grande  dell'individuo?  Osservate 
come  egli  qui  nella  sublime  solitudine  poetò  nel  senso  di  «  giudicare  » 
sé  stesso,  cavando  dal  suo  intimo  e  ponendoseli  chiari  davanti,  i 
grandi,  i  sacri  concetti  -  concetti  quali  ci  appaiono  dai  suoi  drammi 
posteriori:  Tutto  o  nulla.  La  pretesa  ideale,  V  Essere  interamente  sé 
stessi  ?  Ma  quando  questa  forza  compressa,  questo  impulso  d'  azione 
vuol  squarciare  l'involucro,  il  sognatore  diventa  ad  un  tratto  l'azione 
stessa  nella  sua  intera  e  piena  violenza.  Oh,  guai  a  questi  gua- 
stamestieri,   a  questi  mezzi  uomini,  a   questi  vili  che  lianno    bisogno 

(li  Vedi  la   poesia:  Scusa  nome. 


IBSEN   POETA   LIRICO  403 

ili  sentirsi  compatti  !  «  Voi  pensate  clie  io  sia  diventato  conservatore, 
percliè  aspetto  la  grande  ora  in  abito  di  nozze,  in  fini  guanti  lucidi, 
in  bianchi  manichini!  (1)  Oh  no,  la  rivoluzione  voglio,  ma  non  una 
rivoluzione  qualunque,  non  la  rivoluzione  vana,  venale,  incompleta, 
Kuastatrice  -  voglio  la  mia  rivoluzione,  la  mia  grande,  intera  rivo- 
luzione ». 

Fra  le  rivoluzioni  vma  sola  conoaco, 

che  non  fu  incompleta  e  meschina. 

Essa  ha  gloria  dalle  età  più  antiche, 

intendo,  si  capisce,  la  storia  del  diluvio  universale. 

Ma  già  allora  il  diavolo  fu  ingannato, 

perchè  Noè  con  menzogne  si  trafugò  nell'arca. 

Perciò  noi  facciamone  da  conoscitori  una  migliore, 
da  conoscitori,  da  radicali,  da  uomini. 

Attendete  voi  all'acqua!  svegliate  chi  russa! 
Io  apposto  torpedini  sotto  l'arca  (2). 

Qui  neir  ultima  strofa  quelle  famose  o  famigerate  parole,  che  procu- 
rarono poi  airibsen  il  nome  di  «Anarchico»  o  «  Nichilista  >%  ma  che 
derivano  dal  più  puro  ed  astratto  idealismo  per  ciò  che  è  grande  e 
intero  nella  volontà  umana.  «  Riconosci  il  lil)ro  de'  tuoi  peccati  !  »  - 
dice  il  diavolo,  nel  Per  Gìjnt,  al  protagonista,  poiché  questi  vuol  ren- 
dersi degno  dell'inferno,  per  sfuggire  alla  fatale  dissoluzione  nella 
gran  massa  (nel  «  Stoebeskeen  »,  mestolo  del  fonditore).  «  Ho  privato 
per  metà  della  vita,  durante  un  naufragio,  il  cuoco  di  un  bastimento, 
e  per  metà,  in  un'  altra  occasione,  privai  di  qualche  altra  cosa  una 
cuoca  ».  «  Non  seccarmi  col  \\\o  per  -  metà  dice  il  diavolo:  -  devi  tuffarti 
nel  mestolone  ». 

E  questo  entusiamo  selvaggiamente  ideale  per  ciò  che  nell'uomo 
vi  ha  di  cjrande  ed  intero,  che  come  un  turbine  vuol  spazzare  ogni 
meschinità,  divampa  nella  sua  lirica  in  fiamme  altissime. 

Il   Giudizio  estremo. 

Regna  un  demone  di  eterna  ijotenza, 

non  sfidate  ciò  che  egli  possente  stabili! 

Nella  polvere  cadde  la  pompa  della  «Domus  aurea», 

in  macerie  cadde  il  colosso  di   Nerone. 

Ma  solamente  quando  il  delitto  romano   volò 

vittorioso  dall'uno  all'altro  polo, 

ebbe  il  tiranno  l'apoteosi 

e,  nuovo  idolo,  la  corona  delle  statue  imperiali 

fece  pompa  sul  Campidoglio. 

Ma  pur  imputridendo  nella  melma  faziosa, 
non  ci  dogliamo  e  non  soffriamo, 
che  mille  rigogliosi  fiori  avvelenati  pendano 
dall'albero  marcio  del  tempo. 

Roda  il  verme!  Prima  che  il  ghiaccio  s'infranga 
non  giunge  la  grande  catastrofe; 
E  prima  che  si  spenga  il  miserevole  «  sistema  », 
la  vendetta  non  terrà  vm  giudizio  vendicatore 
ne  l'estremo  giorno  menzognero! 

<1)    Vedi  Lettera  del  pallone. 

{'2\  Al  mio  amico,  Foratore  della  rirolnsione. 


404  IBSEN    POETA    LIRICO 

Ci  colpisce  stranamente  a  tutta  prima  il  fatto  che  T  Ibsen,  il 
quale  col  pensiero  e  con  la  poesia  va  fino  agli  estremi  limiti  nella 
rivoluzione  contro  la  vita  attuale,  non  sia  poi  mai  apparso  nella  vita 
reale  (juale  politico  o  riformatore,  come  per  esempio  Bjornson  in  in- 
numerevoli occasioni.  La  causa  sta  in  ciò  che  il  suo  temperamento, 
assolutamente  aristocratico  -  e  di  tempo  in  tempo  anche  veramente 
conservatore  -  da  un  lato  si  mostra  cauto,  sapiente,  delicato,  da  un 
altro  solenne,  pieno  di  grandezza  e  di  ammirazione  per  la  bellezza 
e  le  fini  forme  della  vita.  In  occasione  dell'  apertura  del  canale  di 
Suez,  alla  quale  assistette  quale  invitato,  scrive  all'  attrice  danese, 
Louise  Heiberg,  nella  famosa  Lettera  del  Pallone  prima  menzionata  : 

Lettera  ffrummeiitoj. 

Cosi  anche  lo  spirito  umano 

pei  futuri  canali, 

fra  cori  ed  inni, 

circondato  da  una  luce  di  bellezza, 

farà  vela  per  le  piagge  orientali, 

farà  vela  per  la  terra  promessa. 

Se  noi  due,  cara  Signora, 
partissimo  per  assistere  alla  festa? 

Si,  chi  lo  sa? 

Pino  allora 

sto  rinchiuso  nella  mia  stanza, 

come  un  gufo, 

e  vedo  se  mi  riesce  un  verso. 

Alle  mani  sempre  i  guanti, 
ciò  rammarica  la  gente; 
ma  io  provo  -  lo  confesso  - 
il  grande  orrore  della  folla. 
Volentieri  non  vedrei,  che  la  feccia 
mi  toccasse,  in.sudiciandolo,  il  vestito, 
vorrei  in  un  puro  aiuto  di  nozze 
festeggiare  ciò  che  porge  l'avvenii-e- 


Non  so  che  cosa  possa  caratterizzare  l' Ibsen  più  finamente  di  queste 
poche  righe.  Mentre  il  suo  intelletto  ci  stende  davanti  numerose  imma- 
gini dell'  Egitto  e  degli  idoli  egiziani  e  del  loro  destino  nella  storia 
dell'umanità  (come  in  questa  poesia),  mentre  il  suo  occhio  profetico  ha 
delle  grandi  visioni  delle  missioni  dei  popoli  -  abbottona  ad  un  tratto 
previdentemente  il  suo  vestito,  soiride  sommessamente,  liscia  i  suoi 
guanti  glacés  e  aspetta. 

Questa,  delicata  riservatezza  nella  vita,  mentie  la  sua  mente  vede 
cose  grandi  e  luminose,  questo  accennare  alle  immacolate  immagini 
ideali  e  spiegarle  davanti  a  noi,  mentre  mai  non  lotta  o  combatte  per 
esse,  è  il  suo  regno,  nel  quale  non  possono  mai  penetrare  gli  gnomi 
della  vita  volgare  [DOgnets  Trolde)  e  il  chiasso  d'ogni  gioino  {Dariens 
Lami) . 

Come  il  grande  solitario  non  compreso  o  mal  compreso,  proscritto 
e  perseguitato,  che  già  egli  era  nella  sua  giovinezza,  si  sente  ad  un  tratto 
pieno  di  alto  orgoglio  e  di  i)rofondo  dolore  !  Egli  è  quale  persona  che 
viva  soltanto  di  sé  stessa,  di  sé  stessa  si  nutra  e  da  sé  stessa  riceva 


IBSEX    POETA   LIRICO  405 

il  calore  vitale.  Nella  poesia  incoili parabilmeate  efficace.  L'eider,  questo 
sentimento  superbamente  doloroso  riceve  una  piena  espressione.  Così 
suona  la  poesia: 


L'eider  fabbrica  il  suo  nido  in  Norvegia, 
esso  vive  dove  il  mare  riposa  nei  seni  azzurri. 

Esso  spiuma  il  suo  petto,  tanto  ricco  di  lanugine, 
e  se  ne  fa  un  dolce  nido  caldo  e  soffice. 

Ma  il  rude  pescatore  non  ne  è  commosso, 
e  saccheggia  il  nido  fino  all'ultima  piuma. 

Se  il  pescatoi'e  è  gelido,  l'uccello  è  caldo, 

e  si  spenna  e  si  spenna  il  petto  finché  rimane  nudo. 

Se  ancora  lo  si  spoglia,  egli  fabbrica  pure 
di  nuovo  il  suo  nido  nel  fesso  della  rupe. 

Ma  viene  il  ladro  per  la  terza  volta, 
allora  in  primavera  esso  stende  l'ale, 

Allora  attraversa  l'aria  col  petto  sanguinante 
verso  il  Sud,  il  Sud,  verso  il  sole,  verso  la  gioia! 

Come  la  linea  è  qui  tiera  e  nobile,  e  come  lo  slancio  è  ])uro  e  rom- 
bante! Attraverso  la  nebbiosa  notte  nordica,  il  grande  uccello  ferito  dà 
in  preda  ai  venti  il  suo  petto  sanguinante,  dirigendosi,  solo  e  liberò, 
verso  una  piaggia  più  mite,  lasciando  dietro  di  sé  tutto  ciò  che  gli  è 
caro,  il  nido  saccheggiato  e  distrutto.  Quale  grandezza  nella  fiera  sem- 
plicità, nella  fantasia  largamente  abbozzata  ! 

Questa  fuga  superbamente  dolorosa  dalla  patria  è  appunto  la  storia 
della  gioventù  del  poeta  ;  e  cogli  stessi  intendimenti,  con  questa  into- 
nazione pura  ed  amara,  scrisse  anche  la  sua  canzone  classicamente 
bella  delle  Navi  incendiate  -  per  cosi  dire,  l'ultima  sua  strofa  lirica,  la 
quale  chiude  la  prima  edizione  del  suo  libro  di  poesie.  Riproduce  qui 
un'antica  saga  nordica,  in  cui  si  racconta  che  i  nordici  «  Vikinger  » 
(conquistatori  del  mare),  quando  avevano  acquistate  nuove  terre  e  vi 
si  volevano  stabilire,  incendiavano  le  loro  navi,  per  non  cadere  nella 
tentazione  di  ritornare  in  patria.  Così  pure  il  poeta.  Superbamente  e 
dolorosamente  volge  le  spalle  alla  sua  patria,  che  non  lo  voleva  com- 
prendere, e  prende  il  largo  per  l'alto  mare.  Le  masse  nevose  e  i  lu- 
minosi pali  di  confine  (Banner)  del  paese  nativo  cadono  presto  nel 
mare  davanti  a"  suoi  sguardi;  egli  non  vede  più  nulla  di  ciò  che  gli 
è  caro  ed  ai  suoi  occhi  meravigliati  si  aprono  ridenti  le  spiaggie  del 
paese  straniero,  del  paese  dei  sogni,  del  Sud  (1).  Sole  e  brezze  carez- 
zevoli gli  aleggiano  intorno  :  allora  la  sua  nave  si  ferma,  là  deve  essere 
la  sua  nuoA'a  patria.  Subito  divampa  il  naviglio  da  lui  stesso  incen- 
diato; il  fumo  azzurro,  come  un  arco  di  ponte,  si  stende  verso  la  patria, 
verso  Nord...  ma  egli  non  torna  mai  più  a  casa...  Pure  il  suo  desi- 
derio ardente  ve  lo  riporta  in  sogno  ogni  notte  e  ogni  notte  l'ombra  di 
un  cavaliero  solitario  ritorna  cavalcando  dai  paesi  luminosi  del  Sud 
alle  capanne  nevose  della  Norvegia... 


(1)  Ibaen  si  stabiliva  allora  per  lungo  tempo  in  Italia. 


406  IBSEN    POETA    LIRICO 

La  poesia  in  tutta  la  sua  stringente  concezione  ibseniana  e  col 
caratteristico  basso  del  pensiero  fondamentale,  così  suona  nella  tradu- 
zione quasi  letterale: 

XWI     IKCEKDIATE. 

Allontanò  le  carene 
ei  da'  paterni  suoi  liti, 
cercando  solchi  più  miti 
e  deità  più  serene. 

Bianclii  di  neve  i  suoi  fari 
già  s'  estingueano  nei  mari, 
e  i  fauni  del  mezzogiorno 
già  gli  arridevano  intorno. 

Incendiò  le  sue  navi: 
tu,  fumo  azzurro,  volavi 
-  arco  leggero  di  ponte  - 
là  verso  il  patrio  orizzonte. 

Verso  le  gelide  grotte, 
via  dalle  terre  del  sol, 
un  cavaliere  ogni  notte 
lanciasi  pallido  a  voi. 

Con  questa  poesia,  pure  tradotta  da  Angiolo  Orvieto,  vogliamo 
chiudere  l'analisi  della  lirica  ibseniana,  analisi  che,  senza  aver  avuto 
la  pretesa  di  ricercare  le  traccie  di  og»i  momento  commotivo  della  sua 
Musa,  ha  però  seguito  interamente  i  movimenti  principali  del  suo 
spirito,  riguardo  alla  sua  produzione  lirica.  Dall'  immacolato  e  pos- 
sente sentimento  della  natura  e  dalla  sua  fusione  col  paese  nativo, 
abbiamo  seguito  il  poeta  attraverso  il  grave  colloquio  con  sé  stesso 
nella  solitudine,  dove  egli  incarna  in  sé  il  suo  sentimento  di  indipen- 
denza, i  suoi  sacri  ardori  per  le  forze  ideali  della  vita,  il  suo  ribrezzo 
per  tutto  ciò  che  è  meschino  ed  incompleto,  la  sua  rivoluzione  astrat- 
tamente divampante  contro  l'esistenza  attuale.  Vedemmo  la  sua  ironia 
di  fronte  alla  brutale  realtà  in  antagonismo  coi  profondi  impulsi  dello 
spirito  e  dell'anima,  il  suo  orgoglio  da  «  gran  solitario  »  offeso  ed  il 
suo  aspro  doloie  amaro  -  tutto  ciò  svolto  pienamente  e  fieramente  - 
finche  infine  il  bicchieie  trabocca  ed  egli  volta  le  spalle  al  suo  paese 
e  al  suo  popolo.  -  E  noi  concludiamo,  col  sentimento  quasi  doloroso 
di  separarci  da  qualche  cosa  di  infinitamente  libero  e  puro  che  ci  ha 
rinfrescato  lo  spirito  e  i  sensi. 

Ora,  che  il  canuto  poeta,  ritornato  nel  suo  alto  Nord,  riconciliato 
col  mondo  e  con  sé  stesso,  lascia  scorrere  tranquillo  i  suoi  giorni  silen- 
ziosi ed  uniformi,  queste  fresche  canzoni  ci  risuonano  all'orecchio  come 
le  strida  di  giovani  e  fieri  uccelli,  che  colle  grandi  ali  bianche  distese 
verso  il  sole  si  slanciano  alla  gran  luce  in  un  audace  volo,  sicuri  della 
vittoria  e  della  libertà. 

Rosalia  .ì.\cobsex. 


L'ARIOSTO  INGLESE 


Downland  to  thee  is  dear... 

Spenser  to  me.  whose  deep  eon<'Oit  is  such 

As  passing  ali  conceit.  ueeds  no  defenco. 

And  I  in  dtep  delight  ani  ehiefly  dromi'd 
Whenas  himself  to  singing  he  betakes. 

Shakespeare. 

Se  di  Sir  Philip  Sidney  non  fosse  rimasta  che  la  heneJìca,  geniale, 
profonda  inflnejiza  su  Edmondo  Spenser,  gli  costituirehbe  da  sé  un 
titolo  di  benemerenza  non  lieve.  Rare  volte  due  figure  di  poeti  appaiono 
così  intimamente  connesse  nella  vita  e  nell'arte;  con  questo  di  parti- 
colare, che  la  luce  non  deriva  dall'astro  maggiore  al  minore,  ma  in 
ordine  inverso. 

Per  Astrophel,  l'amicizia  di  Colin  Clont  è  un  episodio:  egli  è  uno 
dei  tanti  attratti  nella  sua  orbita  radiosa:  ma  per  l'altro  è  essenziale 
e  indimenticabile,  fonte  insieme  di  fortuna  e  d'ispirazione.  Tutti  i  germi 
di  nobiltà  e  di  poesia  che  solo  in  parte  poterono  fiorire  nella  vita  breve 
del  cavaliere  impeccabili,  e  germi  di  clas.sicismo  e  di  rafììnatezza  onde 
il  tempo  era  pieno,  come  l'aria  di  primavera  è  greve  di  profumi,  ma 
che  il  Sidney  aveva  attinto  alla  madre  stessa  del  Rinascimento,  ap- 
paiono svolti  e  maturi  nell'opera  dell'amico  superstite. 

Né  lo  Spenser  sarebbe  stato  un  vero  poeta  se  a  quei  germi  non  ne 
avesse  aggiunti  altri  piìi  caratteristicamente  suoi,  propri  all'indole,  al 
luogo,  al  tempo  in  cui  vennero  in  fiore;  ma  quel  primo  indirizzo  perdurò 
sempre.  Egli  scrisse  quando  già  il  Rinascimento  italiano  era  passato 
per  tutte  le  sue  fasi,  dalla  pagana  letizia  dell'Ariosto  alla  solennità 
religiosa  del  Tasso  ;  quando  già  l'Inghilterra  era  grande  e  temuta  e  la 
sua  Regina  il  tema  obbligato  di  tutti  i  panegirici  :  quando  il  secentismo 
cominciava  a  falsare  le  grazie  più  pure  dell'arte.  Tutte  queste  tendenze 
dunque  e  tutte  queste  condizioni  si  ritlettono  negli  scritti  di  lui  ;  e 
mantenendo  egli  la  sua  fisonomia  di  poeta  italianeggiante  per  eccel- 
lenza, scorgiamo  in  essa  più  d'un  atteggiamento  della  musii  italiana. 

Comunemente  lo  si  rassomiglia  all'Ariosto  :  confronto  giiisfiticato 
dalla  materia  cavalleresca  della  sua  opera  maggiore,  e  intrinsecamente 
da  alcune  affinità  di  visione  e  di  trattazione  artistica;  ma,  considerato 
nel  complesso,  l'autore  della  Faeric  Quccììc  non  è  un  secondo  Messer 
Ludovico.  Li  separavano  settanfanni  e  più  di  evoluzione  intellettuale: 
profonde  diversità  di  stirpe  e  di  credenza  :  l'indole  sopratutto.  Quello 
scetticismo  leggero  e  bonario  che  brilla  e  zampilla  con  cosi  gioconda 
spensieratezza  ne]V Orlando,  da  sfatare  l'opinione  d'un  intento  deter- 


408  l'aiuosto  inglese 

minatanienfe  satirico,  è  talvolta  assunto  ed  occasionale,  non  mai  ca- 
ratteristico al  suo  imitatore,  \ello  Spenser  era  piuttosto  l'ardore  entu- 
siastico del  Tasso:  una  preoccupazione  morale  e  sociale  che  l'Ariosto 
a  sua  volta  più  che  altro  ostenta  nelle  introduzioni  semi-tilosofiche 
d'alcuni  canti.  C'è  un  che  di  severo  e  di  tragico  nella  vita  e  nell'opera 
di  chi  fu  [ìaragonato  al  più  festevole  poeta  nostro:  e  l'ultimo  fram- 
mento del  grande  poema  incompiuto  par  che  preludi  all'austera  ma- 
linconia del  Milton. 

Appunto  perchè  poeta  nato  e  però  «  di  sua  natura  trasmutabile 
per  tutte  guise  »  lo  Spenser  dovette  essere  singolarmente  sensibile,  al 
punto  da  tradurle  in  poesia,  alle  vicissitudini  della  vita.  Vita  avven- 
turosa, pur  nella  monotonia  di  uffici  ingrati,  poi  che  risentiva  dei 
conflitti  etnici  e  religiosi  del  secolo,  come  l'estremo  lembo  d'un  maroso 
è  infranto  all'impeto  di  venti  lontani.  Proclive  al  sogno  ed  alla  quiete, 
indispensabile  al  poetare  assiduo,  e  tuttavia  attratto  dal  bagliore  della 
Corte,  egli  dovette  lottar  col  bisogno,  mendicare  favori,  mutar  occu- 
pazione e  dimora,  sinché  un'ultima  di  tiuelle  tempeste  irlandesi  che 
furono  così  stranamente  ed  indissolubilmente  legate  alla  sua  attività 
d'uomo  e  di  poeta,  lo  scagliò,  privo  di  fortuna  ed  affranto  da  sventure 
domestiche,  a  morire  nella  sua  Londra  nativa. 

Delle  sue  origini  .si  sa  ben  poco.  Sebbene  in  vari  luoghi  egli  si 
compiaccia  con  le  tre  figlie  di  Sir  Pliilip  Spencer  di  Althorpe  della  rico- 
nosciuta sua  jiarentela  con  quella  famiglia,  che  cominciava  allora  a 
salire  in  fama  ed  in  potenza  (1).  e  sebbene  per  altri  dati  risulti  discen- 
dente immediato  degli  Spenser. di  Huntwood  (-2).  tuttavia  le  condizioni 
di  suo  jìadre  (del  quale  si  ignora  sino  il  nome)  non  dovettero  essere 
troppo  tìoride.  se  lo  Spenser  figura  tra  gli  allievi  della  Scuola  di  gram- 
matica recentemente  istituita  dalla  Merchant  Taylors  Company,  aiiiuali 
la  famiglia  di  Roberto  Nowell,  cittadino  londinese,  era  larga  di  aiuti 
secondo  il  costume  elegante  del  tempo.  È  notevole  che  nella  stessa 
lista  di  poor  scholars  fosse  compreso  Richard  Hooker,  il  primo  dei 
grandi  prosatori  inglesi  che  possa  chiamarsi  moderno,  come  lo  Spenser 
fu  il  primo  gran  poeta  dei  tempi  nuovi.  L'epoca  era  feconda  d'ingegni 
che,  quasi  di  sbalzo,  dovevano  sollevare  la  letteratura  inglese  ad  al- 
tezze insperate.  11  ventennio  compreso  fra  gli  ultimi  anni  di  governo  di 
Edoardo  VI  e  i  primi  di  Elisabetta  vide  nascere  a  breve  intervallo  lo 
Spenser  e  il  lìaleigh.  il  Sidney  e  l' Hooker.  Bacone  e  lo  Skakespeare. 
Non  più  di  dodici  anni  corrono  fra  il  primo  e  l'ultimo,  accettandosi 
il  1552  per  anno  di  nascita  di  Edmondo  (3).  Egli  era  dunque  appena 
diciassettenne  quando,  sempre  per  larghezza  dei  Nowell,  fu  mandato  a 
Cambridge  (4).  e  nelle  prime  impressioni  della  vita  universitaria  dob- 
biamo ceicare  i  principi!  di  quel  dualismo  intellettuale  che  fu  poi  sempre 
caratteristico  all'opera  sua. 


(1)  Vedi  le  dediche  del  Pianto  delle  Muse,  della  Prosopopea  e  dd  Muiopot- 
mas.  e  Colin  Glonts  come  home  againe. 

(2)  Vi  allude  egli  stesso  nel  Prothalamion,  là  dove  si  chiama  figlio  di  «  merry 
London  ».  «  Though  from  another  place  I  take  my  name  ».  =  A  house  of  ancient 
fame  ».  Il  cognome  si  trova  scritto  indifferentemente  coli".*  e  col  e  dal  poeta 
stesso,  sebbene  prevalga  la  prima  forma. 

|3)  Si  deduce  da  un  passo  degli  Amoretti  (Son.  LX\ 

(4)  Vi  fu  accettato  a  Pemlu-oke  Hall  in  qualità  di  sizar.  specie  di  famulas, 
tra  lo  studente  e  l'inserviente. 


i/ariosto  inglese  409 

Come  il  Tasso,  di  soli  otti  anni  maggiore  di  lui,  egli  entrava  nella 
virilità  quando  l'Europa  era  ormai  divisa  in  due  campi  ben  distinti, 
il  cattolico  ed  il  protestante.  Caduta  ogni  speranza  di  conciliazione  per 
l'attitudine  presa  dal  Concilio  di  Trento,  non  era  più  possibile,  come 
■  ai  tempi  dell'Ariosto,  chiudersi  in  una  serena  inditìerenza.  Bisognava 
prender  posizione  fra  i  contendenti;  e  questa  specie  di  costrizione 
esterna,  che  per  molti  degenerò  in  ostentazione  ed  in  ipocrisia,  neces- 
sariamente impresse  agli  animi  più  sinceri  un  tratto  d"  inesorabile  in- 
tolleranza. Lo  Spenser  fu  plasmato  daW antijiapisnio  come  il  Tasso 
dalla  controriforma:  tanto  più  efficacemente  inquanto,  all'uscir  dalla 
sua  grammar  school.  trovò  1"  Inghilterra  sossopra  per  la  Bolla  di  Pio  V 
contro  Elisabetta  e  l'insurrezione  da  lui  istigata  a  fa\(>re  di  Maria 
Stuarda,  che  di  li  a  jjoco  fu  repressa  senza  misericordia. 

Ma  fuori  dalla  contesa  mortale  cui  nessuno  ormai  poteva  sottrarsi, 
continuava  -  come  un  organismo  che  si  può  violentare  e  snaturare  sì, 
ma  non  isradicare  in  tutto  -  la  vita  del  rinato  classicismo.  E  proprio 
a  Cambridge  lo  Spenser  si  unì  di  tenerissima  amicizia  ad  uno  dei  più 
appassionati  umanisti  inglesi  -  l'Harvey  -  che  a  quel  tempo  significava 
ancora  imitatori  ed  apostoli  della  coltura  italiana.  Per  quanto  si  vo- 
glia ammettere  che  nei  tre  anni  consecutivi  all'uscita  dello  Spenser 
dall'Università  (dopoché  nel  1576  vi  el)be  preso  il  grado  di  Maestro) 
fossero  avvenute  a  Cambridge  delle  mutazioni,  è  diffìcile  supporre  che 
il  quadro  tracciatone  dall'amico  nel  '79  non  debba  riferirsi  almeno  in 
parte  al  tempo  in  cui  entrambi  erano  studenti: 

«  11  Machiavelli  un  grand'uomo.  il  Castiglione  di  non  poca  fama, 
il  Petrarca  ed  il  Boccaccio  nella  bocca  di  tutti,  il  Galateo  ed  il  Guazzo 
non  mai  tanto  fortunati,  l'Unico  Aretino  noto  solamente  ad  alcuni:  i 
Francesi  e  (jV  Italiani  altamente  apprezzati:  i  Latini  ed  i  Greci  solo 
leggermente  ». 

Sembrerei)he  quasi  che  gli  anticlii  si  studiassero  di  riflesso,  quel 
tanto  che  bastasse  ad  intendere  gli  scrittori  di  moda  -  moda  più  che 
mai  affettata  dai  ìvits  della  Corte  dacché  il  Sidney,  allora  fresco  del 
suo  viaggio  in  Italia,  vi  aveva,  a  così  dire,  apposto  il  suo  suggello  di 
arbiter  elegantiaram. 

Il  paese  stava  attraversando  uno  di  quei  periodi  nei  quali  -  come 
nella  Roma  degli  Sci  pioni  -  il  bisogno  di  raffinatezza  è  superiore  allo 
stesso  bisogno  del  sapere.  Sin  da  quando  il  Castiglione,  inviato  alla 
Corte  di  Londra  per  ricevere  la  Giarrettiera  pel  Duca  d'Urbino,  vi  aveva 
impersonata  la  cortesia  italiana  nella  sua  espressione  più  squisita,  era 
rimasto  il  desiderio  di  quella  civiltà  superiore,  ed  il  suo  ideale  del 
perfetto  Cortegiano  -  ideale  di  coltura  non  meno  che  di  lealtà  e  di  va- 
lore -  tras])ortato  nell'Europa  settentrionale  ed  innestato  nei  costumi 
-ancor  cavallereschi  dell'aristocrazia  inglese,  aveva  contribuito  a  formare 
il  carattere  di  Sir  Philip  Sidney  (1).  11  «  Cortigiano,  Soldato.  Studioso  », 
come  fu  chiamato  l'autore  dell' ^rc«f/('rt,  parve  davvero  realizzare  l'equi- 
librio felice  fra  l'antico  nobile,  forte  ma  rozzo,  ed  il  gentiluomo  ele- 
gante del  Rinascimento  :  e  sarebbe  difficile  immaginare  un  complesso 
di  doti  più  atte  ad  impressionare  uno  spirito  immaginoso  ed  entusia- 
stico come  quello  dello  Spenser  e,  per  i  suoi  studi,  preparato  a  gustare 

(1)  V.  CoLKTHOi'E,  in  Garnett,  a  Hixtory  of  Italiaii  Literatitre  (Londra,  1898). 
■Cfr.  pure  The  Italiaii  Renaissinice  in  Enghiiid,  Studies  by  Lewis  Einstein 
(Londra  e  Nuova  York,  1902). 


410  L'ARIOSTO    INGLESE 

Ogni  più  delicata  emanazione  della  bellezza:  di  forma,  d'animo  e  di 
pensiero. 

Ma  prima  di  venire  a  immediato  contatto  con  chi  doveva  poi  tra- 
sfigurarsi nel  Principe  Artù  della  Begina  delle  Fate,  lo  Spenser  subì 
un'altra,  diversa,  ma  non  meno  profonda  influenza,  che  non  solo  gli 
inspirò  i  primi  canti,  ma  in  certo  modo  pervase,  come  quella,  tutta 
la  sua  creazione  avvenire.  Nel  periodo  piuttosto  oscuro  che  seguì  la 
sua  partenza  da  Cambridge,  compare  per  la  prima  volta  quella  Wid- 
doives  daiighter  of  the  Gìevue  (1)  che  forse  fu  Rose  Daniel,  sorella 
dello  storico,  e  che  il  poeta  celebrò  con  tanto  ardore  per  lo  spazio  di 
quattordicini  anni  sotto  il  nome  di  Rosalinda,  sinché  stanco  della  sua 
durezza,  non  meno  costante  della  fedeltà  di  lui,  ne  fece  una  tarda 
vendetta  con  l'episodio  di  Mirabella  (3).  Come  colei  che  finì  poi  col 
sostituirla  nel  suo  cuore,  anche  questa  donna  è  involta  nel  mistero; 
ma  sembrerebbe  che  fosse  capace  d'apprezzare  l'ingegno  dell'uomo 
cosi  ostinatamente  ritìidato,  e  non  ignara  del  gergo  italianamente  clas- 
sicheggiante del  tempo,  se  è  vero  che  lo  battezzò  her  Signior  Pegaso. 

Risulta  da  molti  indizi  che  quei  tre  anni  passati  nel  Lancashire, 
se  sfortunati  in  amore,  non  furono  però  oziosi  per  lo  Spen.ser;  ma 
disgraziatamente  le  notizie  relative  ad  essi  ed  ai  due  successivi,  tanto 
importanti  nella  vita  di  lui  -  letterariamente,  moralmente,  material- 
mente -  sono  piuttosto  scarse  e  frammentarie.  11  carteggio,  pubblicato 
nel  1580,  fra  lui  e  lo  Harvey  (3)  mostra  che  egli  aveva  ormai  avvici- 
nato il  Sidney:  il  quale  accolse  quell'animo  di  pceta  colla  pronta  cor- 
dialità di  un  intelletto  affine,  forse  lo  tenne  seco  a  Penshurst  Gasile, 
probabilmente  lo  presentò  alla  Regina,  certo  lo  raccomandò  alle. grazie 
dell'onnipotente  favorito  di  lei  e  suo  zio,  il  Conte  di  Leicester.  Una 
delle  lettere  dello  Spenser  è  datata  appunto  da  Leicester  House  (4)  :  im- 
portantissima come  documento  della  nuova  fase  che,  principalmente 
per  opera  del  Sidney,  andava  altra veisando  la  letteratura  inglese: 

«  Quanto  ai  due  valenti  gentiluomini.  Master  Sidney  e  Master 
iJyer  (5),  essi  mi  tengono,  loio  mercè,  in  ([uak-he  consuetudine  di  fa- 
miliarità   Ed  ora  hanno  proclamato  nel  loro  \\?t'.i»iiàyui  un  ge- 
nerale tralasciamento  e  silenzio  dei  disadorni  rimatoli  e  puranco  degli 
ottimi:  in  vece  di  che  hanno,  per  autorità  del  loro  intero  Senato,  pre- 
scritte certe  Leggi  e  Norme  di  quantità  di  sillabe  ingtesi  pel  verso 
inglese;  avendone  ormai  acquistato  gran  pratica  e  tiratomi  alla  loro 

fazione lo  son  di  recente  più  innamorato  del   mio  versificare 

inglese  che  non  del  rimare:  cosa  che  avrei  dovuto  essere  da  gran 
tempo,  se  allora  avessi  seguiti  i  tuoi  consigli » 

Come  si  vede,  il  sistema  era  quello  seguito  quaranl'anni  prima 
dal  Tolomei  e  dagli  altri  autori  dei  «  Versi  et  Regole  de  la  nuova 
poesia  toscana  »  (6);  e  sebbene  da  questo  e  da  altri  passi  non  risulti 

(1)  V.  The  Shepheards  Calender,  Egl.  IV. 

(2)  V.  Spenser,  The  Faerie  Qneene,  1.  VI,  e.  VII. 

(3)  V.  Threc  propcr  and  nittie  famìììur  letters.  latflìj passed betiveen  tuo  Uni- 
rcrsilie  ineit.  ecc.,  e  Tuo  otlier  ieri/  coniiiieiidahìe  Letters,  of  tlie  sanie  nien  irriling^ 
hoth  thouchiìifi  the  foresaid  Artipciatl  Versifijing,  and  eertain  other  Partknlars,  ecc.. 
Londra.  Bynneman. 

(4)  5  o  16  ottobre  1579. 

|5)  Sir  Edward  Dyer,  amicissimo  del  Sidney. 

(6)  Ed.  in  Boina,  Cosimo  Pallavicino,  mdxxxix.  V.  Chiarini,  La  nuora  Me- 
trica nella  poesia  italiana,  in  Nuova  Antologia,  1878,  fase.  VII. 


[/ARIOSTO    INGLESE  411 

che  gli  amici  dell'Areopago  sapessero  di  quei  saggi,  e  dei  successivi 
del  Jodelle  e  del  Baif  in  Francia,  sarebbe  strano  che  il  Sidney,  tanlo 
studioso  delle  cose  nostre,  non  ne  fosse  informato,  né  durante  il  suo 
soggiorno  in  Italia,  ne  in  Francia,  né  per  mezzo  del  dottissimo  Languet 
suo  amico.  Ad  ogni  modo  gl'inconvenienti  eran  sempre  gli  stessi,  né 
i  criteri  poi  tanto  sicuri,  specialmente  quando  si  trattava  d'esametri: 
«  poiché  l'unica  o  principale  difficoltà  che  appare  é  l'Accento:  il  quale 
talvolta  fa  iato  ed  a  così  dire  sbadiglia  malamente  non  bastando  come 
dovrebbe,  e  talvolta  eccedendo  la  misura  del  Numero  sembra  un  ochetta 

zoppa  che  si   strascichi   la  gamba    appresso e  talaltra 

pare  un  cane  sciatìcato  che  la  regga  per  aria Desidererei  vi- 
vamente o  che  tu  mi  mandassi  le  Regole  ed  i  Precetti  dell'Arte,  che 
osservi  nelle  quantità,  o  altrimenti  osservassi  i  miei,  che  mi  furono 
dati  da  M.  Sidney,  cioè  gli  stessi  stabiliti  da  il.  Drant.  ma  allargati 
dal  proprio  criterio  di  M.  Sidney  ed  aumentati  dalle  mie  Osservazioni, 
acciocché  possiamo  entramlii  accordarci  e  fissarne  uno  solo  »  (l). 

Or  ecco  la  grave  accusa  che  nuiovono  al  Sidney.  Egli  fuorviò  lo 
Spenser,  secondo  i  critici;  lo  distolse  dalla  via  che  gli  era  naturale, 
e  non  intuendo  il  suo  genio  per  la  rima  e  pel  ritmo  glorioso  della 
poesia  volgare,  lo  indusse  a  perder  tempo  nella  versificazione  artifi- 
ciale allora  in  voga.  Si  ammette  bensì  eie  tal  danno  fosse  compensato 
ad  usura  dalla  benefica  intluenza  esercitata  sulla  natura  eminentemente 
sensibile  dello  Spenser  dal  suo  sijirito  eletto,  puio  e  geniale:  ma  senza 
porre  menomamente  in  dubbio  questo  secondo  aspetto  dei  loro  rap- 
porti, mi  pare  che  altre  considerazioni  debbano  scagionare  il  Sidney, 
e  con  lui  l'Harvey.  non  meno  responsabile  del  preteso  traviamento. 
Poiché  lo  studio  ostinato  di  piegare  il  verso  inglese  ai  metri  antichi, 
se  non  creò  nulla  di  vitale  in  sé,  necessariamente  dovette  iniziare  lo 
Spenser  in  tutti  i  segreti  d'armonia  e  di  lingua,  temperando,  colla 
robustezza  classica,  quella  sua  melodiosità  troppo  molle  e  monotona 
10  chi  sa  quanta  parte  degli  sforzi,  che  sembrerebbero  inutili  di  un'im- 
presa disperata,  non  rivivono  nella  meravigliosa  ed  in  apparenza  spon- 
tanea agilità  di  ritmo  deW Epifhalamion . 

Senza  dire  che  nei)pure  durante  i  maggiori  entusiasmi  «  areopa- 
gitici  »  lo  Spenser  proscrisse  risolutamente  la  rima.  La  corrispondenza 
coll'Harvey  lo  dimostra  ingolfato  in  una  multiforme  attività  poetica, 
nonostante  avesse  «  da  impiegare  il  tempo,  il  corpo,  l'anima  »  a  ser- 
vizio del  Leicester.  La  stessa  Faerie  Qiieeue  era  ormai  avviata  e  l'autore 
ne  chiedeva  il  parere  all'amico. 

Preziosissima  è  la  risposta  dell'Harvey,  non  solo  perché  ci  dà  la 
misura  del  gusto  contemporaneo,  ma  perchè  stabilisce  in  modo  irre- 
futabile a  quali  esempi  s'ispirasse  il  poeta: 

«  I  tuoi  Sogni  mi  piacciono  immensamente:  e  tanto  più  perchè 
hanno  un  sapore  di  quella  singolare  straordinaria  vena  ed  invenzione 
che  mi  é  sempre  sopratutto  piaciuta,  e  che  in  certo  modo  ammiro 
soltanto  in  Luciano,  nel  Petrarca,  nell'Aretino,  in  Pasquino  ed  in 
tutti  i  più  delicati  e  più  finamente  concettosi  Greci  ed  Italiani  (perché, 
quanto  ai  Romani,  non  valgono  nulla  in  questo  genere):  il  cui  mag- 
giore studio  e  fine  si  fu  di  non  aver  nulla  di  volgare,  ma  in  un  modo 
o  nell'altro,  e  specialmente  nelle  vivaci  ampìificazioìti  iperboliche  vare, 
peregrine  e  strane  sotto  ogni  aspetto,   di  riuscire    superiori,    come  si 

1 1)  Spenser  a  Harvri/.  AVestminstor.  aprile  1580. 


41:2  l' ARIOSTO    INGLESE 

direbbe,  d'un  grado  o  due  almeno  alla  capacità  ed   all'ambito  d'uno 

studioso  comune Certo  ti  terrai  ragionevolmente  soddisfatto  se 

1  tuoi  Sogni  verranno  apprezzati  in  Inghilterra  come  le  Visioni  del 
Petrarca  in  Italia »,  cosa  di  cui  lo  scrivente  non  dubita  nem- 
meno. Ma  per  la  Faerie  Qurene  è  meno  ottimista:  «  A  dirla  schietta 
son  privo  di  criterio  se  le  tue  Nove  commedie,  alle  quali  a  imitazione 
di  Erodoto  metti  i  nomi  delle  Nove  Muse  ed  a  parere  di  alcuno  non 
indegnamente)  non  s'avvicinano  maggiormente  alle  Commedie  deìVA- 
riosto,  sia  per  finezza  ed  elocuzione  plausibile,  sia  per  la  peregrinità 
dell'invenzione  poetica,  che  non  quella  Roijina  delle  Fate  al  suo  Or- 
lando furioso,  che  tuttavia  necessariamente  sembrerai  emulare  e  sperar 
di  sorpassai'e,  rome  hai  apertamente  dichiarato  in  una  delle  tue  ultime 

.lettere Ma  qui  basti  per  questa  volta,  e  sta  sano,  finché  Dio  o 

qualche  buon  Angelo  non  t'ispiri  meglio  » 

Pare  che  il  buon  angelo  non  fosse  precisamente  dell'opinione  del- 
l' «  eccellentissimo  e  dottissimo,  ed  oratore  e  poeta,  Maister  Gabriel 
Harvey,  Fellow  di  Trinity  Hall  e  Professore  di  diritto  civile  ».  Quanto 
ai  Sogni  ed  alle  Nove  commedie  non  ne  resta  traccia  ;  ed  è  peccato, 
considerando  la  vena  satirica  di  cui  lo  Spenser  dette  poi  così  felice 
prova  nella  Prosopopea. 

Intanto,  sotto  l'umile  pseudonimo  d'  «  Immerito  »  era  uscito  il  Ca- 
lendario Pastorale,  raccolta  di  12  egloghe  seguite  da  emblemi  o  motti 
riassuntivi,  dei  quali  un  terzo  sono  sentenze  italiane  nel  testo  origi- 
nale. «  Il  poeta  -  nota  l'amico  suo  e  commentatore  E.  K.  (1)  -  prescelse 
l'egloga  seguendo  l'esempio  dei  migliori  e  più  antichi  poeti,  che  ten- 
tarono tal  genere...  quali  uccelli  di  nido,  quasi  per  provar  le  forze 

loro Cosi  volò  Teocrito,  così  Virgilio,  così  il  Mantovano  (3),  così 

il  Petrarca,  così  il  Boccaccio,  così  il  Marot,  il  Sannazzaro  ed  ancora 
altri  poeti  francesi  ed  italiani,  le  cui  orme  il  poeta  segue  ovunque  ». 

Il  libro  piacque  subito.  Senza  dubbio  l'autorità  del  Sidney,  cui  era 
dedicato,  e  che  nella  Difesa  della  Poesia  lo  citava  fra  i  pochi  buoni 
esempi  di  letteratura  contemporanea,  ne  accrebbe  la  diffusione  e  la  for- 
tuna ;  e  poco  dopo  il  Webbe  (3)  assegnava  senz'altro  il  primo  posto 
nel  Parnaso  inglese  al  Noe  Poete  :  che  così  fu  chiamalo  dietro  l'esem- 
pio del  chiosatore,  come  al  principio  del  secolo  quella  dell'Ariosto  s'era 
chiamata  la  nuova  poesia. 

È  chiaro  dalle  lettere  dello  Spenser,  vibranti  di  entusiasmo  e  di 
speranza,  che  dai  suoi  allori  egli  non  si  riprometteva  la  gloria  soltanto. 
E  n'ebbe  infatti  un  vantaggio  materiale,  sebbene  probabilmente  in 
forma  inattesa  :  una  specie  di  Garfagtuma,  ma  a  \'ita.  piìi  fiera  e  sel- 
vaggia, dov'egli  portò,  non  la  querula  e  semisarcastica  impazienza  del- 
l'Ariosto, bensì  l'appassionata  energia  dell'odio  di  stirpe  doppiata  da 
un  forse  malinteso,  ma  virile,  sentimento  del  dovere. 

La  quistione  irlandese,  che  tuttavia  occupa  tanta  parte  dello  spi- 
rito pubblico  anglosassone,  era  sin  dai  tempi  di  Elisabetta  1"  «  ulcere 


(1)  Poi  identificato  con  Edward  Kirke,  amicissimo  dello  Spenser  e  come  lui 
già  sizar  a  Pembroke  Hall.  Anche  quella  di  accompagnare  il  testo  da  lina  chiosa 
era  un  uso  allora  prevalente  in  Italia. 

(2)  Battista  Mantovano,  popolarissimo  nelle  scuole  inglesi.  1'  «  old  Mantuan  » 
•del  Pedante  nel  Loies  Labour  Lost. 

(3)  Discorso  snlla  Poesia  iiif/lesi\  uno  dei  primi  esempi  di  moderna  critica 
letteraria  in  Inghilterra. 


1, 'ARIOSTO   INGLESE  41S 

sanguinosa  »  del  Regno  Unito.  Dopo  lunghi  anni  di  malgoverno,  o  di 
niun  governo,  o  di  un  buon  governo  esautorato  dalla  volubilità  e 
dall'avarizia  della  Regina,  era  scoppiata  nel  1579  una  vasta  insurre- 
zione promossa  da  Gregorio  XI 11  e  da  Filippo  li,  alimentata  da  av- 
venturieri spagnoli  ed  italiani  e  capitanata  dal  conte  di  Desmond.  Fu 
mandato  governatore  a  domarla  un  puritano.  Lord  Grey  ;  e  per  inter- 
cessione del  Sidney  e  del  Leicester,  scelse  a  segretario  Edmondo 
Spenser. 

Per  la  seconda  volta  il  temperamento  impressionabile  del  poeta 
subì  il  fascino  d'un  carattere  che  per  molti  aspetti  poteva  chiamarsi 
eroico.  Il  ristauratore  della  legge,  che  concepiva  la  sua  missione  come 
una  crociata  contro  l'Anticristo  ;  che,  di  natura  «  assai  gentile,  afta- 
bile,  aiTettuoso  e  temperato  ».  come  appariva  al  suo  fedel  segretario, 
seppe  giungere  alla  più  tremenda  durezza  nel  servizio  di  Dio  e  della 
Sovrana,  si  trasformò  a  poco  a  poco  agli  occhi  dello  Spenser  nel  sim- 
bolo vivente  della  giustizia.  Se  non  si  tien  conto  di  quella  campagna 
e  dello  spirito  con  cui  fu  condotta,  tutto  il  quinto  libro  della  Faerie 
Qiieene  e  molti  altri  passi  del  poema  sono  inintelligibili.  Mezzo  secolo 
dopo,  gli  stessi  principi  conducevano  alle  stragi  del  Cromwell  ;  e  ad 
essi  dobbiamo  chieder  ragione  di  come  il  soave,  il  gentile,  il  poetico 
Spenser  non  si  facesse  scrupolo  di  fondare  la  propria  fortuna  sulle 
spoglie  dei  vinti.  Nominato  cancelliere,  prima  della  Corte  Irlandese  e 
poi  del  Consiglio  del  Munster,  ottenne  nel  15S<5  il  castello  di  Kilkolman, 
feudo  confiscato  dei  Desmond  ;  e  la  sua  poesia  licevette  un  colorito 
speciale  dalla  selva  d'Ario  corsa  dai  banditi,  dalla  limpida  Multa  e 
da  tutto  quel  «  bellissimo  e  dolcissimo  paese  s"  altri  ve  n'  è  sotto  il 
cielo  »  (1)  cui  faceva  cosi  strano  contrasto  l'efferratezza  degli  uomini. 

«  Frutto  selvaggio  cresciuto   in   selvaggio  suolo  »  fu  dunque  nel 
concetto  dell'autore  quella  Regina  delle  Fate  che  la  solitudine  di  Kil- 
kolman  gli   concedette  di   condurre  a  maturazione,  poi  che  l'era  ri- . 
masto  fedele  pur  fra  le  asprezze  della  guerra  e  l'aridità  delle  carte 
bollate. 

«  L'intento  generale  del  libro  è  di  foggiare  un  gentiluomo  o  no- 
bil  persona  a  virtuosa  e  gentil  disciplina...  mediante  le  virtù  morali, 
assegnando  a  ciascuna  virtù  un  Cavaliere  acciò  ne  sia  patrono  e  di- 
fensore nelle  azioni  e  nei  fatti  d'  arme  e  nella  cavalleria,  dal  quale 
dovranno  esprimersi  le  operazioni  di  quella  virtù  onde  è  protettore  e 
vincersi  e  disfarsi  i  vizi  e  gli  sregolati  appetiti  che  alla  medesima  si 
oppongono  »  (:2).  Se  non  che  presto  il  poeta  prende  la  mano  al  filo- 
sofo. Ad  uno  schema  quale  il  Tasso  medesimo  non  avrebbe  potuto 
immaginarlo  più  regolare  uè  più  edificante,  sottentra  la  più  scapi- 
gliata libertà  ariostesca.  Ora  è  in  iscena  S.  Giorgio,  ora  Venere  e 
Diana,  ora  il  Tamigi  con  tutti  i  fiumi  inglesi.  L'  interesse  dall'  as- 
sieme si  volge  all'episodio:  riconosciamo  Bradamante,  Atlante  e  Rug- 
gero come  altrove  Erminia,  Rinaldo  e  Armida  :  e,  nello  sdoppiarsi 
e  moltiplicarsi  di  simboli  e  d'  allusioni,    non   solo  il  Sidney,    il   Lei- 

(1)  V.  Spenser,  A  view  of  the  present  state  of  Ireland,  scritto  postumo  par- 
zialissimo  ma  non  privo  d"  interesse  storico  ne  di  considerazioni  acute,  nel  quale 
rivive  la  guerra  d'esterminio  cui  più  o  meno  direttamente  partecipò  il  poeta. 

(2)  V.  Lettera  introduttoria  premessa  ai  primi  tre  libri  :  e  il  Dialogo  rife- 
rito da  Ludovico  Bryskbtt  nella  prefazione  alla  Vita  Ciiile  di  ir.  B.  Giraldi, 
da  hu  tradotta  (1G06). 


414  l/ ARIOSTO    INGLESE 

cester.  Lord  Grey,  Maria  Stuarda,  Filippo  li,  il  poeta  stesso  ed  i 
suoi  amori  si  susseguono  con  quel!'  insidia  ariostesca  di  troncare  i 
«anti  nel  momento  di  maggiore  interesse,  ma  tutto  il  Faerie  Land 
diventa  il  regno  di  Elisabetta,  l'Elisa  del  Calendario  Pastorale,  la  Cyn- 
thia  del  Ritorno  di  Colin  Clout,  la  Belphoehe,  la  Britomirt,  la  Mer- 
cilla,  la  stessa  Gloriana  o  Gloria  della  Regina  delle  Fate  (l). 

Chi  ebbe  il  merito  di  porre  in  luce  la  grandiosa  fantasia  allego- 
rica, fu  quei  Walter  Raleigh  che  incarna  così  compiutamente  il  tipo 
dell'avventuriere  inglese  del  secolo  xvi.  Ritiratosi  nei  suoi  possessi 
d'Irlanda  per  fuggire  un  temporaneo  malumore  della  Regina,  capì 
senz'altro  che  ricondinie  in  corte  l'amico  del  Sidney  (2),  ormai  ma- 
turato a  poeta  grandissimo,  l'esaltatore  della  Tudor,  poteva  essere, 
come  fu,  il  mezzo  migliore  di  rientrare  in  grazia.  Pochi  scrittori  eb- 
bero un  trionfo  cosi  immediato,  unanime  ed  entusiastico  come  il  nuovo 
poeta  di  dieci  anni  prima,  proclamato  il  poeta  dei  poeti  all'  apparire 
dell'  opera  maggiore.  Bisogna  rendersi  conto,  nota  un  critico,  del- 
l'aspirazione di  una  letteratura  impaziente  del  capolavoro  cui  erano 
venuti  invogliandola  in  quei  dieci  anni  e  il  Sidney  e  il  Marlowe  e 
l'Hooker  e  lo  stesso  Shalcespeare  coi  primi  saggi  del  genio  sorgente,  per 
comprendere  la  somma  di  diletto  suscitato  da  mi  poema,  che  riassu- 
meva quanto  di  più  fulgido  aveva  fiorito  nell'arte  italiana.  Pure,  le 
due  opere  che  ritraggono  al  vivo  il  tempo  trascorso  dal  primo  «  Lau- 
reato »  inglese  in  quella  Terra  Promessa  di  tutte  le  ambizioni,  in 
quella  grande  accademia  ch'era  la  Corte  (3),  hanno  note  amare  di  di- 
singanno. Profonde  e  complesse  né  tutte  dovute  alla  corruzione  erano 
le  ragioni  del  fascino  che  quel  centro  di  vita  artitìcioso  esercitava 
sulle  pili  nobili  intelligenze  del  paese.  Perchè  Elisabetta  lappreseii- 
tava  davvero  l'Inghilterra  nella  sua  forza  divenuta  cosciente,  nella 
fiera  difesa  degl'ideali  religiosi,  nel  nuovo  fiore  dell'  ingegno  e  della 
ricchezza.  E  se  i  pensatori  e  gli  eroi,  se  un  Bacone  ed  un  Howard 
non  disdegnavano  di  porgerle  un  omaggio  pur  grandioso  nella  sua  stessa 
trascendenza  (ove  per  un  momento  si  voglia  dimenticare  la  donna  e 
cogliere  il  simbolo  cui  ardevano  tutti  gli  incensi),  come  doveva  rifìu- 
tarvisi  il  poeta,  al  quale  quella  gloria  raggiava  incontro  idealizzata 
dal  ricordo  del  suo  Sidney  perduto  e  dall'impazienza  degli  anni  d'esi- 
lio, -  che  aveva  innanzi  I'  esempio  dell'  Ariosto  e  del  Tasso,  come 
questi  avevano  avuto  l'esempio  virgiliano'?  Lo  Spenser  non  si  peri- 
tava di  celebrare  la  fresca  verginità  della  non  immacolata  Diana  ses- 
santenne, come  l'Ariosto  non  s'era  vergognato  di  magnificare  la  ca- 
stità di  Lucrezia  Borgia:  una  specie  d'incoscienza  gli  permetteva  di 
sentire  altamente  di  sé  nell'atto  stesso  che  vendeva  la  sua  musa.  Forse 
che  il  Tasso  non  era  rimasto  gentiluomo  nell'anima  con  tutto  l'asser- 
vimento a  casa  d'Este?  La  viltà  era  nel  costume:  né  lo  Spenser  fu 
superiore  ai  tempi.  Ma,  come  il  Tasso,  aveva  scatti  di  alterezza  :  e 
l'indole  romantica  pugnava  stranamente  in  lui  con  una  praticità  d'in- 

(1)  V.  introduzione  al  II  libro,   st.  IT. 

(2j  Morto  nella  guerra  dei  Paesi  Bassi  fin  dal  1.586. 

(3)  Prosopopeia,  or  Mot/ter  Hnhberds  Tale  (1591),  e  Colin  Cloni s  come  Home 
again;  apologo  satirico  il  primo  e  il  secondo  poemetto  allegorico  con  remini- 
scenze del  Calendario  Pastorale,  anche  nel  nome  «  Colin  Clout  »  che  sta  per 
l'autore  stesso  (1595). 


l" ARIOSTO    INGLESE  415 

tenti  ignota  all'amante  crEleonora.  Entrambi  venivano  alla  Corte  im- 
preparati alla  lotta  meschina  cui  era  impari  la  generosità  deiringegno: 

Full  little  knowest  thou,  that  hast  not  trirle. 
What  hell  it  is  in  suing  long  to  bidè: 
To  loose  good  days,  that  might  be  better  spent: 
To  wast  long  nights  in  pensive  discontent: 
To  fret  thy  soni  with  crosses  and  with  cares: 
To  eat  thy  heart  through  comfortless   dispaires; 
To  fawne,  to  crowche,  to  waite.  to  ride,  to  ronne. 
To  spend,  to  want,  to  give,  to  be  undonne  (!>. 

11  poemetto  che  dopo  un  solo  anno  dai  trionfi  della  Faerie  Queene 
riassumeva  cosi  dolorosamente  le  esperienze  dellautore.  faceva  parte 
di  una  raccolta  il  cui  solo  titolo  basta  a  rivelarne  lo  stato  d'animo: 
Lamenti  siiìla  Vanità  del  mondo.  Il  essa  figurano  le  «  Visioni  del  Pe- 
trarca, già  tradotte  »  (i^),  come  in  genere  l'imitazione  del  Toscano  è 
manifesta  in  quasi  tutte  le  composizioni  :  e  nelle  Buine  del  Tempo. 
dedicate  alla  memoria  del  Sidney  e  del  Leicester,  giunge  per  qualche 
passo  sino  alla  traduzione   letterale. 

Intanto  «  poor  Colin  Clout  »,  come  il  pastore  della  Gerusalemme 
e  il  suo  riflesso,  il  Melibeo  della  Regina  delle  Fate,  aveva  cambiata 
la  reggia  per  la  vita  solitaria,  né  (tramutato  ormai  l'amore  per  Ro- 
salinda  in  un  malinconico  ricordo  senza  speranza),  fu  insensibile  ad 
una  nuova  bellezza  che  gli  sorrise  nell'Isola  di  smeraldo  :  o  piuttosto, 
dopo  non  breve  resistenza,  si  lasciò  commuovere  dalla  passione  di  lui, 
umile  e  ardente.  Ne  nacquero  gli  Amoretti  (3)  e  il  divino  Epithalamion, 
storia  ed  esaltamento  di  quell'amore  dal  suo  nascere  alla  consacrazione 
nuziale  nel  giugno  94,  e  quella  Visione  di  Colin  Clout  (4)  che  par 
l'illustrazione  della  Primavera  liotticelliana.  ed  è  meritatamente  fra  i 
gioielli  più  celebrati  del  poema. 

II  quale,  arricchito  di  tre  nuovi  libri,  veniva  ripubblicato  nel  1596 
con  quella  superbissima  dedica  alla  Tudor  «  acciocché  viva  con  l'eter- 
nità della  sua  fama  »  cui  i  secoli  ban  pur  dato  ragione.  Fu  quella 
l'ultima  occasione  che  richiamò  lo  Spenser  alla  Corte  :  ma  a  giudicare  dal 

(1)  Prosopopea  : 

Ben  poco  sai.  tu  che  non  hai  provato. 

Che  inferno  sia  a  lungo  vivere  in  suppliche: 

Perder  buone  giornate,  che  potevano  meglio  essere  spese; 

Sciupar  lunghe  notti  in  pensosa  scontentezza  : 

Logorarti  l'animo  con  croci  e  con  cure: 

Mangiarti  il  cuore  per  disperato  sconforto: 

Piaggiare,  umiliarti,  aspettare,  cavalcare,  correre. 

Spendere,  aver  bisogno,  dare,  esser  rovinato. 

(2)  Innesto  «  già  tradotte  »  e  il  concordare  la  versione  quasi  perfettamente 
•con  un'altra  contenuta  in  una  miscellanea  poetica  d'un  .John  van  der  Noodt 
■olandese  (ed.  15(i9),  ha  fatto  congetturare  che  costui  facesse  passare  per  suo  «n 
lavoro  dello  Spenser  allora  giovanissimo:  «  curiosa  illustrazione  -  nota  il  Church  - 
di  quanto  fosse  di  moda  la  letteratura  italiana  ai  giorni  d'  Elisabetta,  se  uno 
scolaro  appena  uscito  dalla  scuola  dei  Merchant  Taylors  ne  sapeva  già  tanto  ». 
■Cfr.  E.  KoEi'PEL.  in  Englische  Stndien  (Jlonaco.  ottobre   1889). 

(3)  Ottantotto  sonetti,  dèli  titolo  italiano. 

(4)  Faerie  Queene,  1.  VI.  e.  X.  st.  II  e  segg. 


416  L'ARIOSTO    INGLESE 

ProthalarnioH  (1)  che  uscì  queiranno  stesso,  più  esplicito  nella  sua  tri- 
stezza di  quanto  il  poeta  avesse  scritto  sin  allora,  non  gli  parve  di 
cogliere  ilfiiitto  d'una  preminenza  letteraria  cui  nemmeno  lo  Slialcespeare 
faceva  contrasto,  di  sedici  anni  di  ufficio  pubblico  e,  diciamolo  pure, 
d'una  adulazione  non  meno  antica,  in  una  pensione  di  5(t  sterline  che, 
]ier  di  più,  gli  pagavano  brontolando.  Ben  altro  aveva  veduto  il  no- 
stro Rinascimento  ;  Cardinale  il  Bembo  e  Duca  l'Accolti  :  laddove,  ad 
onta  dei  suoi  allori,  Mr.  Spenser  si  sentiva  a  disagio  fra  tanti  Sirs  e 
tanti  Lorcìs,  con  quella  sua  ingenuità  di  pretender  grazie  e  favori 
senza  intrigo  e  senza  umiliazioni. 

Per  una  seconda  volta  tornò  a  cercare  il  conforto  delle  «  Sweet 
Ladies  Muses,  Ladies  of  delight  »  {^2)  presso  le  rive  della  sua  Mulla 
diletta:  breve  riposo.  Poiché  l'insurrezione  che  pareva  domata  nel  lóS'i. 
scoppiò  con  più  tremenda  violenza  nel  1598  ;  ed  era  scritto  che  dovesse 
cadere  di  tutta  la  sua  forza  sull'antico  segretario  di  Lord  Giey.  No- 
minato Sceri  fio  della  Contea  di  Cork  nel  momento  del  pericolo,  «  come 
non  privo  di  abilità  né  d'esperienza  nelle  guerre  »  (3).  lo  Spenser  man- 
dava il  9  dicembre  un  dispaccio  sullo  stato  del  paese  a  nome  del  Go- 
vernatore Lord  Norreys  :  ed  è  questo  l'ultimo  dato  ceito  che  ci  resta 
di  lui.  Pare  che  l'antico  maniero  di  Kilkolman  fosse  ar.so  di  lì  a  poco 
dagli  uomini  del  conte  di  Desmond:  che  un  neonato  del  poeta  pe- 
risse nelle  tiamme  :  che,  rovinato  e  disperato,  egli  si  rifugiasse  con  la 
moglie  a  Londra.  Vi  morì  il  10  gennaio  Ì'M),  se  vogliamo  credere  a 
Ben  Jonson  (4),  «  per  mancanza  di  pane  nel  King  Street,  e  rifiutò  venti 
monete  mandategli  da  Lord  Essex,  dicendo  che  non  aveva  tempo  di 
spenderle  ». 

Così  la  fine  del  primo  epico  d'Inghilterra  è  involuta  di  leggende; 
ed  anche  se  a  quella  «  mancanza  di  pane  »  si  voglia  dare  un'inter- 
pretazione non  del  tutto  materiale,  la  strana  risposta  di  chi  altre  volte 
aveva  pure  sollecitato  il  sussidio  dei  potenti  parrebbe  il  grido  di  ama- 
rezza di  un'anima  che  non  vede  rifugio  che  nella  morte.  Il  pensiero 
dolorosamente  ricorre  al  Chatterton  :  e  quella  vita  sorrisa  dalla  gloria 
e  infranta  all'  «  Irish  Commonwoe  »  (5)  che  lo  Spenser  inconscia- 
mente aveva  contribuito  ad  inasprire,  quel  cantore  perito  nell'abban- 
dono e  accompagnato  al  sepolcro  in  pompa  solenne  da  quanti  fossero 
poeti  in  Londra,  sembra  il  più  eloquente  esempio  della  Mutabilità  cui, 
nell'afflizione  dello  spirito  stanco,  aveva  consacralo  gli  ultimissimi 
versi  (6). 

Fra  tali  vicende  germogliarono  le  più  soavi  stanze  che  l'Inghilterra 
avesse  udito  sin  allora,  e  che.  dopo  quattro  secoli  di  rigogliosa  let- 
teratura, restano  ancora  nel  paese  quasi  un  termine  di  paragone  d'ogni 
armoniosa  bellezza. 

(1)  Protlialamion  or  Sponsali  Verse  per  il  doppio  matrimonio  delle  figlie  del 
conte  di  Worcester.  Londra,  1-596. 

(2)  Prosopopea. 

(3i  Lotterà  del  Consiglio  Inglese  al  Governo  d'Irlanda,  settembre  1.598. 

(4)  Y.  Ricordi  di  Drnmmond  di  ffantlior/iden  delle  coincrsasioni  con  Brn 
Jonson.  del  1619,  che,  con  la  Storia  del  C.^mden.  è  Tunica  fonte  che  ci  rimane 
sugli  ultimi  giorni  del  poeta. 

^5)  Ralbigh. 

(6)  V.  Tiro  Caiitos  of  Mntabilitie.  pubbl.  la  prima  volta  nrl  1609  in  una  ri- 
stampa del  poema. 


l'ariosto  ixglese  417 

Imitatore  dei  nostri  bucolici  nel  Calendario  Pastorale,  dell'Ariosto 
e  del  Tasso  nel  poema  cavalleresco  religioso,  del  Petrarca  negli  Amo- 
retti e  nei  Lamenti,  lo  Spenser  più  tipicamente  di  chiunque  altro  rap- 
presenta l'influenza  dello  spirito  italiano  sull'inglese  in  quanto  è  so- 
spiro verso  la  forma  perfetta.  Trovò  un  mondo  poetico  già  elaborato 
e  compiuto  dallo  sforzo  di  tre  secoli,  e  vi  si  adagiò  senza  innovare, 
con  quel  felice  ringiovanimento  di  antichi  motivi  ch'è  il  suo  tratto  pe- 
culiarissimo,  com'era  stato  quello  del  Poliziano.  A  voler  ricercare  le 
fonti  a  cui  attinse,  che  dico?  i  caratteri,  le  scene,  le  strofe  intei'e  tra- 
sportate di  peso  dai  nostri  nel  suo  poema,  -  come  quel  tanto  esaltato 
Boìver  of  Bliss  ch'è  semplicemente  il  Giardino  d'Armida  in  lutti  i 
minimi  particolari,  dall' «arte  che  tutto  fa.  nulla  si  scopre  >►  all'inno 
della  Rosa  e  del  piacere  (1)  -  c'è  da  rimanere  stupiti.  Eppure  nessuno 
vorrà  sostenere  che  lo  Spenser  non  fosse  poeta  nella  più  gentile  si- 
gnificazione del  termine.  L'arte  sua  è  più  suggestiva  che  plastica  : 
suggestiva  sempre  di  forme  leggiadre.  Come  la  farfalla  del  suo  Muio- 
potmos,  egli  vaga  in  un  mondo  di  luce  e  di  profumi  :  divaga,  ogni 
qual  volta  la  grazia  di  un  aspetto  ne  attrae  l'immaginazione  mobile 
e  delicata  : 

What  more  felicitie  can  fall  to  creatui'e 
Then  to  enjoy  delight  with  libertie  ?  (2) 

Nonostante  le  innegabili  tendenze  filosofiche  della  Musa  spenseriana, 
la  bellezza,  «  la  bellezza  che  è  cosa  sacra  »  è  pur  sempre  la  nota  più 
alta  d'ogni  suo  canto.  E  se  ne  schermisce  :  e  vuol  persuadersi  ch'è 
tutt'una  colla  virtii,  quest'altro  termine  fìsso  del  suo  idealismo  :  e  scrive 
l'inno  all'Amor  divino  ed  alla  divina  Bellezza  per  far  dimenticare 
quelli  già  dedicati  alla  Bellezza  ed  all'Amore  naturale  :  come  il  Tasso 
contrapponeva  la  Conquistata  ed  il  Mondo  creato  alle  lusinghe  terrene 
della  prima  Gerusalemme.  Ma  li  pubblica  insieme  (3).  Tutto  il  con- 
trasto della  civiltà  da  cui  usciva  il  poeta  -  quel  contrasto  che  aveva 
fatto  tanto  soffrire  la  coscienza  scrupolosa  di  Torquato  -  è  in  que- 
st'alto che  potrebbe  parere  ipocrita,  se  non  fosse  ingenuo  ;  il  quale 
contrasto  spiega  la  proscrizione  delle  opere  dello  Spenser  da  parte  dei 
Puritani,  e  l'elogio  insieme  che  ne  scrisse  il  loro  più  nobile  ingegno  (4). 
Ma  com'è  inconscio  nel  poeta,  quasi  non  ce  ne  accorgiamo:  e  pas- 
siamo senza  maraviglia  dalla  Casa  della  Santità  ai  Giardini  di  Adone, 
perchè  in  entrambi  vediamo  il  riflesso  di  palazzi  e  di  ville  altre  volte 
cantati,  Sehifanoia  e  Urbino,  Fiesole  e  Baja,  già  trasfigurati  in  di- 
more di  principi  e  d'incantatrici. 

Sarel)be  ridicolo  voler  ricondurre  ai  modelli  italiani  tutte  le  fan- 
tasie spenseriane,  quando  è  noto  che  lo  stesso  Ariosto  attinse  tanta 
parte  dello  scintillante  macchinario  cavalleresco  a  fonti  straniere;  e, 
quanto  allo  stile,  sappiamo  che  lo  Spenser  si   formò   sopratulto   sul 

il)  Faerie  Qiieen,  1,  II,  e.  XII. 

(2i  Miiiopotmos,  or  The  Fate  of  the  Biitter/ìie,  noi  Lamenti. 
Qual  miglior  sorte  può  toccare  a  niuno 
Che  di  fruir  diletto  in  libertà  ? 
È  il  motto  premesso  ai  Miscellaiieous  Poems  dal  Keats,  appassionato  ammiratore 
dello  Spenser. 

(3)  Foivre  ITr/m/ies.  1596.  Cfr.  la  dedica  per  le  intenzioni  dell'autore. 

(4)  Milton  :  «  Our  sago  and  serious  Spenser,  whom  I  dare  be  known  to 
think  a  bettor  teacher  than  Scotus  or  Aquinas  »  (Areopagitica). 

1^7  Voi.   evi,  Serie  IV  -  1°  agosto  1903. 


418  i/ariosto  inglese 

Chaucer,  il  Tytirus  così  affeltuosaniente  ricordato  nel  Shepìierds  Ca- 
lendar,  e  presso  il  quale  volle  esser  sepolto  (1).  Ma  il  Chaucer,  tenia- 
molo presente,  fu  il  primo  scrittore  inglese  che  deliberatamente  imi- 
tasse i  nostri  :  e  se  lo  Spenser  dopo  due  secoli  di  decadenza  più  di 
lui  «  mostrò  ciò  clie  potea  »  una  lingua  che  pareva  negata  alla  per- 
fezione, lo  dovette  a  questo  duplice,  diretto  ed  indiretto  impulso  del 
pensiero  e  della  forma  italiana  :  che  non  crearono  certo  il  suo  genio. 
ma  lo  plasmarono  a  loro  esempio.  L'armonia  della  sua  stanza  famosa  (3) 
e  più  delle  strofe  liriche  delicatissime,  se  ben  si  osservi,  è  armonia 
di  immagini  non  meno  che  di  suono  :  immagini  petrarchesche,  poli- 
zianesclie,  ariostesche,  tassesche,  reminiscenze  di  Virgilio  e  d'Ovidio 
e  di  Teocrito  già  vissute  nel  nostro  Rinascimento  e  che  rivivono  nel- 
l'arte sua,  atteggiate  di  purità  e  di  freschezza  ;  finché  «  un'incognita 
indistinta  »  della  soavità  di  mille  canti,  la  poesia  di  tre  letterature 
trasfusa  nella  poesia  d'un'anima  innamorata,  di  tre  paesi  bellissimi 
congiunti  nel  sorriso  d'una  sola  natura,  c'inebria,  come  un  sogno 
nuovo  che  tuttavia  ci  sembri  di  conoscere,  col  ritmo  insinuante  del- 
VEjjithalamion. 

Alice  Galimberti. 


(1)  Neil'  «  angolo  dei  poeti  »  della  Westmiiister  Abbey. 

(2)  Imitata  diilla  nona  rima,  con  qualche  alterazione  specialmente  neirultimo 
verso. 


SULL'IPPICA 


PENSIERI   E   RICORDI 


Capitolo  II. 


L"  indomani  mattina  giungevamo  alla  stazione  di  Bieloczerckiew. 
Lì  ci  attendeva  una  carrozza,  alla  quale  erano  attaccati  quattro  cavalli 
arabi  di  manto  bianco  come  neve;  allo  sportello  si  avvicinava  un 
cosacco,  che  indossava  una  giaccheltina  e  dei  larghi  pantaloni  bleu 
scuro,  e  portava  un  berretto  rosso  in  capo  ed  una  cinta  ai  fianchi 
dello  stesso  colore.  Questi  era  un  cameriere  della  mia  zia,  che  essa 
stessa  ci  aveva  mandato  incontro,  giacché  in  Ucrania  con  tale  divisa 
vestono  i  servitori.  Il  mio  compagno  di  viaggio,  il  signor  Piacentini, 
supponendolo  un  ufficiale  delle  milizie  irregolari  o  qualche  grande 
personaggio,  lo  salutava  rispettosamente  inchinandosi  e  rimaneva  molto 
meravigliato  quando  gli  spiegai  che  era  semplicemente  il  cameriere 
della  zia  Branicka. 

In  pochi  minuti,  traversato  uno  splendido  parco,  ci  fermavamo 
al  limitare  dell'abitazione  della  zia  e.  sceso  di  carrozza,  rabbracciavo. 

Il  primo  della  famiglia  Branicki  a  possedere  terre  in  questa  pro- 
vincia è  stato  il  mio  bisnonno,  l'alamanno  Francesco  Saverio  Bra- 
nicki. Egli  vi  ebbe  una  proprietà  di  una  estensione  sterminata:  ma 
erano  steppe  nude,  né  su  queste  esisteva  castello  o  casa  signorile  di 
sorta.  Per  abitarvi  scelse  una  casaccia  qualunque  che  serviva  per 
stazione  di  posta,  presso  a  Bieloczerckiew,  la  fece  raffazzonare  alla 
meglio:  sicché  divenne  la  sua  residenza  ed  il  centro  dei  suoi  posse- 
dimenti. 

L'atamanno  aveva  per  moglie  la  contessa  Alessandrina  Engelhart. 
nipote  del  celebre  Potemkin,  il  favorito  dell'  imperatrice  di  Russia 
Caterina  II;  essa  fece  piantare  intorno  a  tale  casa  un  grandissimo 
parco:  gli  alberi,  divenuti  centenari,  lo  fanno  rivaleggiare  in  magni- 
ficenza con  la  villa  Pamphili  di  Roma.  A  tali  luoghi  hanno  poi  messo' 
nome  Alessandria,  in  memoria  della  fondatrice.  Questa  ebbe  pure  in 
animo  di  fabbricare  un  castello  in  mezzo  a  quel  parco,  ma  tale  pro- 
getto non  venne  poi  mai  eseguito  né  da  lei,  né  dai  suoi  successori. 
Costoro  si  sono  contentati  di  sopperire  al  cresciuto  bisogno  di  abita- 
zioni, costruendo  dei  piccoli  padiglioni  intorno  alla  rustica  casa  primi- 
tiva, sulla  ({uale  hanno  lasciato  per  ricordo  una  targa  ove  è  scritta  la 
parola  Osteria,  che  serviva  d' insegna  ai  viandanti,  sicché  la  residenza 


420  sull'ippica 

di  Alessandria  assomiglia  ad  una  magnifica  cornice,  che  racchiuda 
un  quadro  insignificante. 

Tale  noncuranza  per  lo  splendore  della  ])ropria  abitazione  proviene 
forse  nei  popoli  slavi  dalla  1  ro  origine  nomade,  mentre  noi,  discendenti 
da  popoli  sedentari  della  più  remota  antichità,  teniamo  innanzi  tutto 
alla  magnificenza  dei  castelli  ed  al  lusso  dei  palazzi  tanto  di  città 
che  di  campagna. 

L'enorme  superficie  della  proprietà  del  mio  bisnonno  si  è  venuta 
in  seguito  restringendo  per  vendite  successive  e  per  confische  subite 
da  alcuni  suoi  discendenti,  che  si  sono  compromessi  in  politica  ed  è 
stata  poi  divisa  tra  i  suoi  successori.  Quello  che  rimane  del  primitivo 
unico  complesso  forma  ora   tre    proprietà   distinte:    Alessandria,  che 


Contessa  Maria  Branicka. 

appartiene  alla  mia  zia,  contessa  Maria  Branicka,  Uzin,  al  mio  cugino 
Saverio,  e  Staiviszcze,  al  mio  cugino  Ladislao. 

Benché  ognuna  di  queste  terre  sia  poca  cosa  in  confronto  di  quanto 
possedette  il  mio  bisnonno,  pure  ciascuna  è  ir.olto  più  estesa  delle  mag- 
giori proprietà  territoriali  private  che  esistono  in  Italia. 

Ma  qui  mi  arresto,  non  avendo  intenzione  di  scrivere  delle  impres- 
sioni di  viaggio.  E  perciò  non  rammenterò  le  espansive  accoglienze 
fattemi  dai  miei  parenti,  né  descriverò  il  genere  di  vita  che  si  conduce 
in  campagna  nell'  Ucrania  e  narrerò  ancor  meno  le  lunghe  miglia  o 
verste,  che  si  percorrono  in  carrozza  per  andare  da  un  luogo  all'altro, 
affondando  talvolta  nel  fango  fino  a  metà  l'altezza  delle  ruote,  passando 
tal'altra  attraverso  turbini  di  polvere. 

Ma,  tornando  a  parlare  di  cavalli,  dirò  che  in  origine  in  quella 
gran  terra  di  Ucrania  vi  era  una  sola  e  grande  razza  di  cavalli  arabi. 


sull'ippica 


421 


lladjat, 


che  questa  ora  è  stata  divisa  in  tre  allevamenti  distinti,  e  che  ognuno 
di  quei  miei  parenti  che  ho  nominati  più  sopra  possiede  il  suo.  Li 
visitammo  tutti  e  tre  ;  in  quello  della  contessa  Maria  Branicka  non 
stimammo  di  fare  acquisti  perchè  non  ha  guari  vi  è  avvenuta  una 
grave  disgrazia,  un  in- 
cendio, nel  quale  peri-  ' 
rono  circa  SO  cavalli.  , 
Bisognerà  quindi  atten- 
dere che  abbiano  avuto 
tempo  di  riparare  al  dan- 
no, e  per  potervi  fare 
delle  buone  scelte,  aspet- 
tare che  siano  cresciuti 
i  nuovi  prodotti. 

Dal  mio  cugino  Sa- 
verio invece  comprammo 
uno  stallone  di  puro  san- 
gue arabo,  sauro  dorato, 
di  anni  tre  e  mezzo,  chia- 
mato Hadjat. 

In  quanto  a  questo 
convengo    che    non    sia 
gran  cosa  ;  ha  il  difetto 
di  avere   le    gambe  da- 
vanti un  poco  troppo  diritte.  Ma,  che  volete,  in  quei  paesi  le  vendite 
dei  cavalli  hanno  luogo  in  aprile  ed  in  maggio  ;  nella  stagione,  nella 
quale  vi  andammo,  eravamo  forzati  a  scegliere  fra  ciò  che  rimaneva. 
Dopo  tutto,  se  Hadjat  non  era  perfetto,  era  discreto  e  di  puro  sangue 

arabo:  ci  decidemmo  a 
"  prenderlo    allettati    dal 

prezzo  che  ne  chiede- 
vano, che  era  uguale  a 
quanto  da  noi  si  pagano 
i  cavalli  per  la  rimonta 
dell'esercito.  Pensammo 
che  con  questo  unico 
esemplare  potevamo  di- 
mostrare al  nostro  paese 
-  ove  c'è  tanto  bisogno 
di  riproduttori  arabi  e 
si  hanno  sì  scarsi  mezzi 
per  piocurarseli  -  che 
se  ne  possono  acquistare 
degli  autentici  a  prezzi 
assai  modesti.  E  cosi  cre- 
do che  non  abbiamo  fatto 
fare  al  Governo  un  cat- 
tivo affare. 
Dall'altro  mio  cugino  il  conte  Ladislao  Branicki  acquistammo 
Hetman,  puro-sangue  arabo,  sauro  che  non  aveva  del  tutto  rag- 
giunto i  tre  anni.  Questo  è  un  cavallo  potente  di  fortissima  ossatura, 
quale  si  richiede  per  incroci,  e  sono  convinto  che  farà  un'ottima  riu- 
scita; però,  a  poterne  dare  un  adeguato  giudizio,  conviene  attendere 


//l'unni.   >i,ill(iii 


4'i'2  sull'ippica 

che  abbia  raggiunto  il  suo  completo  sviluppo,  ciò  che  nei  cavalli  arabi 
non  avviene  prima  dei  5  o  (j  anni. 

Fatti  questi  acquisti  mi  separai  dal  mio  compagno,  dovendo  io 
partile  per  1"  Ungheria,  chiamatovi  da  urgenti  altari  privati,  ed  il  Pia- 
centini, pioseguì  il  suo  viaggio  di  ricerche,  e  si  recò  a  visitare  gii  alle- 
vamenti ilei  conte  Giuseppe  Potoclci  e  del  principe  Roman  Sanguszko. 
Dal  primo  comprò  Pekin.   stallone  di  puro  sangue  arabo,  bajo  seuro. 


Pecliiii.  stallone  arabo. 

di  anni  3  e  mezzo,  e  dal  principe  Sanguszko,  Ziliniek.  ]iuro-sangue  arabo, 
di  anni  3,  bajo  ciliegia.  Quest'ultimo,  appena  arrivato  al  Deposito  di 
Ferrara,  morì  a  cagione  dei  disagi  sofferti  nel  viaggio,  che  fu  disastro- 
sissimo. Infatti  per  le  lungaggini  del  nostro  Ministero  a  scrivere,  per 
quelle  dei  polacchi  a  rispondere,  ed  infine  per  una  nuova  legge  pro- 
mulgata nel  frattempo  dal  Governo  russo,  che,  vietando  l'esportazione 
dei  cavalli,  ci  costrinse  a  ricorrere  sino  a  Pieti'.ìburgo  per  ottenere  i 
dovuti  permessi,  quel  viaggio  fu  protratto  di  tanto,  che  si  dovette 
compiere  in  pieno  inverno.  E  quest'anno,  come  ognun  sa,  è  stato  rigi- 
dissimo. Fu  dunque  gran  fortuna  se  non  morirono  anche  gli  altri. 
Ripassando  per  1'  Ungheria  ebbi  occasione  di  rivedere  ancora  una 
volta  l'allevamento  del  signor  Pfeiffer  e  li  rimaicai  uno  stallone  chia- 
mato DjoHcl,  bajo  dorato,  clie  non  aveva  del  tutto  ancora  compiti  i  tre 
anni.  Mi  parve  di  singolare  bellezza;  credetti  perciò  di  segnalarlo  all'at- 
tenzione del  ministro  Baccelli,  il  quale  io  seguito  ne  ha  fatto  acquisto, 
ed  ora  è  venuto  a  raggiungere  gli  altri  al  Dejiosito  di  Ferrara.  Sicché 
adesso  per  la  prima  volta  il  nostro  Ministero  di  Agricoltura  e  Com- 
mercio si  trova  a  possedere  uno  stallone  di  mezzo  sangue  e  cinque  di 
puro  sangue  arabo,  provenienti  da  allevamenti  europei.  Ne  avrebbe 
sei,  senza  la  morte  disgraziata  di  Zflnnek.  Ritengo  che  per  tali  acquisti 
sia  slato  fatto  un  ottimo  esperimento  e  ne  rendo  meritata  lode  al 
ministro  Baccelli.  Però  non  bisogna  illudersi,  né  da  sì  esiguo  numero 
di  l'iproduttori  attendere  dei  risultati  di  qualche  im])ortanza;  per  otte- 
nerli con\'errebbe  averne  per  lo  meno  40  o  50.  Perseverando  ci  si 
potrebbe  arrivare  facilmente. 


sull'ippica  423 

Per  riuscire  si  dovrebl)e  mandare  a  comperarli  in  aprile  o  maggio 
e  non  in  settembre  ed  ottobre,  come  fino  ad  ora  si  è  tatto,  perchè,  ripeto, 
in  tal  epoca  le  vendite  dei  nuovi  prodotti  sono  già  state  fatte,  gli  inviati 
delle  altre  nazioni  hanno  già  provveduto  ai  loio  acquisti,  sicché  ai 
nostri  non  rimane  da  scegliere  e  debbono  contentarsi  degliscarti;  ciò 
tanto  per  la  ricerca  dei  cavalli  inglesi  quanto  degli  arabi. 

Avi'ei  bramato  ottenere,  prima  che  si  procedesse  a  nuovi  acquisti, 
un  ponderato  giudizio  sull'operato  nostro,  potendo  ciò  servire  di  norma 
a  coloro  che  in  seguito  ne  avranno  incarico  ;  ma,  per  l' abituale  len- 
tezza della  burocrazia,  non  l'ho  potuto  ottenere  ancora,  benché  abbia 
insistito  da  parecchi  mesi.  Ormai  mi  sono  stancato  di  ripeterne  la  do- 
manda,  tanto   più  che, 

ripensandovi   sopra,   mi       ^WK:35^~~*ts?;;^ 
è    venuto    il  dubbio   se 
tale  giudizio  possa  riu- 
scire  cosa  seria.   Infatti 
a    pronunziarlo    autore- 
\  olmente  occorrerebbero 
persone  competenti,  for- 
nite di  speciali  studi  sui 
cavalli   arabi.  Ma,   enu- 
merando nella  mia  mente 
i  nomi  di  coloro  che  com- 
pongono le  Commissioni 
uftìciali,  di  nessuno  mi 
sono    ricordato  che  sia 
stato  in  Oriente,  che  ab- 
bia visto  i  corsieri   dei 
beduini,  che  abbia  visi- 
tato le  scuderie  del  Sul- 
tano e  nemmeno  che  co- 
nosca gli  allevamenti  arabi  che  esistono  in  Europa.  A  qual  prò  dunque 
provocare  il  loro  verdetto"?  Speciali  cognizioni  e  lunga  esperienza  occor- 
rono per  conoscere  bene  i  cavalli  arabi:  altrimenti  si  rischia  di  cadere 
in  grossolani  errori,  specialmente  quando  si  debbono  scegliere  per  ripro- 
duttori. A  tale  scopo  va  tenuto  in  assai  maggior  conto  la  purezza  del 
sangue  e  l'antichità  della  genealogia,  che  non  le  forme  e  l'apparenza 
dell'animale. 

Citerò,  ad  esempio,  lo  stallone  Luciti,  che  importato  dall' .Arabia 
in  Italia  alcuni  anni  or  sono,  pai-eva  mingherlino,  d'imperfetta  strut- 
tura, a  prima  vista  sembrava  non  dovesse  valere  nulla  e  quando  il  si- 
gnor Piacentini  lo  scelse  per  la  sua  razza  provocò  risa  universali.  Eb- 
bene, quel  cavallo  ha  data  la  miglior  produzione  che  mai  siasi  veduta 
nella  campagna  romana. 


Dje 


Ora  il  soggetto  naturalmente  mi  conduce  a  trattare  degli  stalloni 
governativi  e  ad  esporre  le  più  urgenti  riforme  che,  a  mio  parere,  si 
dovrebbero  applicare  per  renderli  veramente  utili  al  Paese. 

Innanzi  tutto  se  ne  dovrebbero  scartare  quasi  i  due  terzi,  perchè 
deficienti,  mal  conformali,  privi  di  sangue  e  disadatti  alla  riproduzione; 
conservandoli  è  tanto  veleno  che  s'  infiltra  nelle  vene  della  nostra  pro- 
duzione equina.  Quindi  si  dovrebbero  colmare  gradatamente  i  vuoti  con 


424  sull'ippica 

successivi  acquisti  più  razionalmente  tatti  e  proseguire  nella  compera 
di  puro-sangue  arabi  ed  arrivare  a  possederne  un  numero  ragguanle- 
vole  e  destinarli  alle  Stazioni  di  monta  della  campagna  romana,  delle 
Provincie  meridionali,  a  quelle  delle  nostre  isole,  insomma  inviarli  nei 
posti  ove  lallevamento  brado  è  ancora  in  uso,  giacché  i  jìiodotti  di 
tali  incroci  sopportano  meglio  la  durezza.  Ma,  se  sono  favorevole 
agii  stalloni  di  puro  sangue  arabo,  ciò  non  mi  fa  escludere  gli  inglesi, 
i  quali  potrebbero  adoperarsi  con  vantaggio  nell" Italia  Superiore,  ove 
rallevamento  stallino  è  più  copiinie.  Però  questi  si  dovrebbero  sce- 
gliere con  ciiteri  differenti  da  quanto  si  è  fatto  in  passato,  ricercarli 
alti,  robusti,  ben  membrati,  veri  stalloni  da  incrocio,  indipendente- 
mente da  quanto  possano  valere  per  le  corse. 

In  ciò  è  da  additarsi  ad  esempio  rUngheria,  che  ha  istituito  la 
razza  governativa  di  Kis-ber,  ove  produce  dei  cavalli  di  puro  sangue 
inglese,  che  sembrano  carrozzieri,  e  se  ne  serve  poi  con  buoni  lisultati 
per  migliorare  le  sue  razze  indigene.  E  dico  ciò.  non  già  per  incitare 
il  nostro  Governo  ad  impiantare  una  razza  governativa  di  tal  genere, 
ma  per  additargli  il  tipo  di  riproduttori  che  dovrebbersi  ricercare. 

In  quanto  poi  agli  stalloni  per  produrre  cavalli  da  corsa,  o  il  Go- 
verno dovrebbe  disinteressarsene  del  tutto,  che  tanto  le  corse  andreb- 
bero avanti  lo  stesso,  e  qualcheduno  arriverebbe  sempre  primo,  op- 
pure, qualora  se  ne  volesse  assolutamente  ingerire,  dovrebbe  limitarsi 
all'acquisto  di  uno  o  al  più  di  due  riproduttori  e  prepararsi  a  pagarli 
somme  ingenti,  perchè  a  tale  scopo  i  cavalli  di  prim'ordine  soltanto 
possono  dare  buoni  risultati. 

L' ideale  sarebbe  di  possedere  stalloni  ugualmente  adatti  alla  pro- 
duzione di  cavalli  da  corsa  ed  ali"  incrocio.  Lo  avevamo  raggiunto 
quando  possedevamo  Meìfon,  ma  ci  siamo  affrettati  a  venderlo,  né  lo 
rimpiazzerà  di  certo  Melanioti,  col  quale  abbiamo  preteso  di  sostituirlo. 
Questo  cavallo,  per  la  sua  splendida  origine,  riuscirà  forse  a  darci 
qualche  buon  prodotto  per  corse;  ma,  per  le  sue  fattezze  mancanti  di 
armonia,  né  lui,  né  i  suoi  figli  varranno  mai  nulla  per  rigenerare  le 
nostre  razze  comuni. 

Oltre  ai  puro-sangue  arabi  ed  inglesi,  convengo  sia  pure  necessario 
avere  qualche  robusto  stallone  di  sangue  ])iù  volgale,  allatto  a  pro- 
durre delle  buone  fattrici.  A  tale  scopo  abbiamo  acquistato  degli  Hack- 
neys  ;  e  così  abbiamo  creduto  di  raggiungere  lo  scopo. 

Ma  gli  Hackneijs  sono  una  razza  di  cavalli  troppo  recente  per  dare 
affidamento  in  quanto  alla  fissità  di  tipo;  gl'Inglesi  l'hanno  creata  da 
non  molto  tempo,  selezionando  dei  grossi  mezzo-sangue  ed  aprendo 
un  pedigree,  o  libro  d' iscrizione  per  la  genealogia  dei  loro  discendenti. 
Dapprima  li  han  chiamati  Roster,  ora  li  designano  coli' antico  nome 
francese  di  Hackiieijs,  ma  ciò  non  ha  mutato  la  loro  natura.  Ignoro 
quali  vantaggi  ne  abbian  tratti  gl'Inglesi,  ma  sul  continente  non  sono 
riusciti  e  da  noi  non  hanno  prodotto  che  animali  linfatici  e  squilibrati. 

Per  raggiungere  lo  scopo  sovraccennato  credo  che  faremmo  assai 
meglio  adoperando  grossi  stalloni  delle  nostre  razze  volgari  ;  di  questi 
almeno  potremmo  conoscere  esattamente  l'origine  e  la  discendenza. 
Come  anche  non  sarei  contrario  a  sperimentare  qualche  stallone  an- 
daluso, giacché  fra  questi  ed  i  cavalli  dell'  Italia  meridionale  e  quelli 
della  campagna  romana  vi  dovrebbe  essere  molta  affinità,  avendo  l'an- 
tica dominazione  spagnuola  lasciata  una  forte  impronta  di  sangue  ibe- 
rico nelle  nostre  razze  meridionali. 


sull'ippica  425 

Però  ho  inteso  dire  che  disgraziatamente  anche  in  [spagna  i  ca- 
valli andalusi  sono  quasi  del  tutto  scomparsi.  Ma  se  non  esistono  più 
nella  loro  patria  di  origine,  ve  ne  sono  ancora  in  Argentina,  lo  stesso, 
quando  vi  andai,  vi  ho  veduto  dei  belli  esemplari  alti,  robusti,  col 
largo  collo  ornato  di  folta  criniera  e  con  lunga  coda  che  scende  quasi 
fino  a  terra,  simili  in  tutto  a  cjuelli  che  si  vedono  nei  quadii  di  Ve- 
lasquez.  Il  prezzo  che  ne  chiedono  è  modicissimo,  ed  aggiuntavi  pure 
la  spesa  del  viaggio,  verrebbero  ancora  a  costare  pochissimo,  condotti 
in  Italia.  Perciò  credo  che  sarebbe  un'esperienza  da  farsi. 

Oltre  ad  una  migliore  scelta  quando  si  dovranno  fare  nuovi  ac- 
quisti, altre  urgenti  riforme  vi  sarebbero  -  a  mio  parere  -  da  appli- 
care al  modo  onde  gli  stalloni  sono  tenuti  e  custoditi  nei  Depositi  go- 
vernativi. Son  d'opinione  che  si  dovrebbero  tenere  più  in  esercizio, 
meglio  in  treno,  come  si  suol  dire,  acciò  divengano  più  robusti  e  quindi 
meglio  adatti  alla  generazione.  Si  dovrebbe  pure  avere  maggiore  cura 
della  loro  igiene,  per  evitare  gravi  e  dispendiosi  inconvenienti,  come 
quello  succeduio  quest'anno.  Senza  porvi  riparo  in  tempo,  si  è  lasciata 
diffondere  una  malattia  infettiva  nel  Deposito  di  Pisa  e  farvi  stragi,  la 
quale  poi  si  è  trasmessa  alle  vicine  scuderie  da  corsa  dei  privati,  con 
evidente  responsabilità  del  Governo. 

Ma  intorno  a  tale  incidente  non  posso  che  riferire  delle  voci  vaghe, 
come  mi  sono  arrivate  all'orecchio  ;  al  Governo  incomberebbe  l'ob- 
bligo di  ordinare  un"  inchiesta  e  di  fare  piena  luce. 

Ma  sia  di  ciò,  come  di  altri  provvedimenti  che  potrebbero  essere 
utilmente  adottati,  non  ho  i  dati  necessari,  né  la  possibilità  di  fare 
gli  studi  che  occorrerebbero  per  poter  compilare  un  programma  pra- 
tico ed  esauriente. 

Per  rendere  gli  stalloni  dello  Stato  veramente  giovevoli  ed  utili 
alla  nostra  produzione  equina,  dovrebbe  il  Governo  nominare  una 
Commissione  di  persone  verauiente  competenti,  ed  affidarle  tale  inca- 
rico, e  quando  il  programma  fos.^e  compilato  dovrebbe  ap|)licarlo  con 
energia. 

Migliorati  che  fossero  gli  stalloni,  non  si  sarebbe  fatto  ancora  che 
la  metà  di  quanto  occorre. 

Essendo  per  la  riproduzione  più  imjiortante  ancora  avere  delle 
buone  madri,  bisogna  urgentemente  fare  qualche  cosa  per  procurarci 
delle  migliori  fattrici.  So,  come  ho  già  accennato,  che  a  tale  scopo  il 
Ministero  della  Guerra,  d'accoido  con  quello  di  Agricoltuia.  sileno  ri- 
costituendo la  razza  di  Persano.  ed  intendano  produrre  delle  buone 
fattrici  per  cederle,  quale  incoraggiamento,  a  miti  condizioni  agli  al- 
levatori. Ma  pure  ho  inteso  dire  che  vogliono  darle  al  prezzo  di  700  lire, 
che  nelle  attuali  nostre  condizioni  economiche  non  sarebbe  né  mite, 
né  d'  incoraggiamento,  e  che  ancora  intenda  imporre  l'obbligo  di  te- 
nerle per  proprio  uso,  senza  poterle  vendere.  Se  cosi  fosse,  sarebbe 
meglio  non  far  niente,  perchè  nessun  allevatore  troverà  convenienza 
ad  accettarle  a  simili  condizioni. 

Perciò  proporrei  non  già  di  sopprimere  la  razza  di  Persano,  ma 
di  darle  uno  scopo  più  pratico,  quello,  per  esempio,  di  produrre  ca- 
valli per  gli  ufficiali,  pei  quali  ogni  anno  siamo  costretti  a  ricorrere 
all'estero,  oppure  di  produrne  degli  adatti  per  l'artiglieria,  dei  quali 
manchiamo  assolutamente. 

Invece  per  migliorare  le  fattrici  proporrei  un  altro  mezzo,  quello 
d' istituire  dei  premi  d' incoraggiamento  in  tutte  le  provincie  d' Italia 


MG  sull'ippica 

per  quegli  allevatori  che  presentassero  il  più  bel  gruppo  di  cavalle. 
Così  sono  persuaso  che  si  otterrebbe  assai  più  e  si  spenderebbe  assai 
meno  che  non  con  l'intervento  diretto  dello  Stato. 

Qui  mi  arresto  ;  avendo  raggranellate  alcune  notizie,  le  ho  disposte 
in  buon  ordine,  tanto  da  potere  scrivere  questi  articoli  che  pubblico 
sulla  Nuova  Antologia.  Non  pretendo  già  che  contengano  quanto  vi 
sarebbe  da  dire  suU'  interessante  argomento,  ma  spero  che  sieno  un 
grido  di  allarme  che  giovi  a  farci  ottenere  l' invocata  Commissione  e 
le  desiderate  riforme. 

E  tralascio  di  parlare  deirallevamento,  ricordando  ai  ministri  della 
Guerra  e  dell'Agricoltura,  ai  quali  spetta  per  ufficio  di  occuparsi  più  spe- 
cialmente di  queste  materie,  che  nelle  medesime  regna  in  Italia  la  più 
completa  anarchia;  che  da  molti  anni  assistiamo  al  doloroso  spettacolo 
di  parecchi  milioni  dati  da  noi  poveri  contiibuenti  e  sciupati  senza  pro- 
durre alcun  vantaggio,  anzi  deteriorando  la  nostra  (n'oduzione  equina, 
e  che  ad  essi  perciò  incombe  il  dovere  di  porvi  l'imedio. 


Ora  che  ho  esposto  alcune  idee  sul  modo  di  allevare  quel  nobilissimo 
animale,  che  è  il  cavallo,  ritengo  non  fuori  di  proposito  di  aggiun- 
gere qualche  parola  sul  miglior  modo  di  adoperarlo. 

Il  cavallo  adunque  è  un  istrumento:  il  modo  di  servirsene  chia- 
masi equitazione. 

Varie  volte  mi  è  venuto  in  mente  ciie  vi  sarebbe  da  fare  uno  studio 
importante  sulla  equitazione  nell'antichità,  ossia  una  ricerca  su  come 
questa  sia  stata  praticata  nel  jìeriodo  classico,  sulle  variazioni  che  ha 
subite,  e  sui  modi  di  cavalcare  che  hanno  usato  i  diversi  popoli,  dei 
quali  componevasi  il  mondo  antico. 

Tale  studio  porterebbe  a  fare  delle  osservazioni  e  dei  raffronti  im- 
portantissimi ;  per  caso  a  me  pure  è  accaduto  farne  alcuno  che  mi  ha 
molto  interessato. 

Per  esempio,  nell'ammirare  i  fregi  del  Partenone,  ove  nel  corteo 
della  processione  panatenaica  sono  rappresentati  dei  cavalieri  ateniesi, 
ho  rimarcato  la  sicurezza  e  la  disinvoltura  con  la  quale  stan  seduti 
sui  loro  destrieri.  La  loro  posizione  sul  cavallo  può  dirsi  perfetta  anche 
secondo  i  criteri  della  equitazione  moderna. 

E  la  stessa  impressione  mi  lia  prodotto  la  effìgie  del  cavaliere  ate- 
niese DexiUos,  scolpita  sulla  sua  stele  mortuaria  che  sfa  al  Ceramicon. 

Ma  lasciamo  da  parte  l'archeologia  dell'equitazione,  che  non  rientra 
nei  limiti  di  questo  mio  scritto,  e  veniamo  a  parlare  di  tempi  a  noi 
relativamente  più  vicini. 

Dopo  il  Rinascimento,  l'egemonia  della  equitazione  appartenne  alla 
Spagna  e  si  estese  anche  all'Italia  meridionale,  che  in  ([uel  tempo  era 
vice-reame  spagnuolo. 

Le  ])er.sonalità  più  celebri  nell'arte  dell'equitazione  furono  in  allora 
spagnuoli  o  italiani  al  servizio  di  Spagna.  In  quei  tempi  un  jirincipe 
Pignatelli  divenne  rinomato  per  avere  inventato  un  morso  ili  una  forma 
speciale,  che  l'inglese  marchese  di  Newcastle,  del  quale  avrò  poi  occa- 
sione di  parlare,  consiglia  di  adoperare,  quale  ottimo  freno,  in  un  suo 
libro  sul  modo  di  domare  i  cavalli. 

In  allora  l'equitazione  alla  spagnuola  era  in  voga  in  tutti  i  paesi 
d'Europa  e,  ciò  che  è  interessante  a  notarsi,  anche  nell'Inghilterra, 
paese  nel  quale  poi,  circa  il  1750,  questa  si  è  trasformata  del  lutto  e 


sull'ippica  i"27 

da  scientifica  ed  accademica,  qua!  era  prima,  è  diventata  più  pratica 
€  naturale,  e  ciò  è  aA'venuto  per  le  caccie  a  cavallo  e  le  corse  che  vi 
sono  state  iniziate  assai  prima  che  altrove. 

Tale  nuovo  sistema,  che  è  stato  chiamato  di  equitazione  all'inglese, 
a  sua  volta  si  è  propagato  sul  continente,  e  tutte  le  nazioni  -  quale 
prima  e  quale  dopo  -  lianno  finito  per  adottarlo. 

Ma  ritorniamo  al  marchese  di  Newcastle  :    questi    visse   dal   1592 
al  l()7(i.  Esule  in  Francia  sotto  Cromwell.  vi  pubblicò  in  francese  quel 
libro,  al  quale  ho  accennato;  rimpatriò  alla  restaurazione  degli  Stuard 
■e  fu  da  re  Carlo  II  crea- 
to   duca    e    nominato 
suo    grande    scudiere. 

Questo  libro  è  illu- 
strato con  molte  belle 
incisioni:  vi  si  vedono 
selle  con  alti  arcioni, 
morsi  e  bardature  alla 
spagnuola,  ed  in  esse 
sono  rappresentate  tut- 
te le  evoluzioni  del- 
l'alta scuola,  come  le 
insegnavano  i  rinomati 
maestri  di  Jladrid. 

Da  tale  libro,  non 
■solo  si  può  rilevare 
quanto  a  quei  tempi 
l'equitazione  alla  spa- 
gnuola fosse  generale 
in  Inghilterra,  ma  an- 
che come  i  cavalli  in- 
digeni non  vi  fossero 
apprezzati  ed  importas- 
sero stalloni  spagnuoli 
per  migliorarli.  E  quel- 
lo che  pei'  noi  è  im- 
portante rilevare,  è  che 
fra  quelle  stampe  vi  è 
il  ritratto  di  un  cavallo 

corridore  napoletano,  chiamato  Xohilissimo.  condotto  in  Inghilterra, 
quale  ri])roduttore  di  gran  pregio. 

Gol  decadere  della  potenza  della  Spagna,  l'egemonia  dell'equita»- 
zione  passò  in  Francia,  e  sotto  Luigi  XV  e  Luigi  XVI  la  scuola  di 
Versailles  fu  rinomata  per  tutto  il  mondo.  Questa,  distrutta  dalla  rivo- 
luzione, ripristinata  dalla  restaurazione,  venne  definitivamente  sop- 
pi'essa  ai  tempi  di  Luigi  Filippo. 

Ma  con  la  sua  caduta,  non  vennero  per  questo  abbandonati  i 
principi  e  le  norme  che  vi  si  insegnavano,  che  anzi  rimasero  in  voga 
sino  ai  giorni  nostri,  ed  il  celebre  cavallerizzo  signor  Baucher,  morto 
nel  principio  del  regno  di  Napoleone  HI,  può  dirsi  sia  stato  l'ultimo 
illustre  rappresentante  di  un  sistema  che  cessò  con  la  sua  scompar-sa. 

La  trasformazione  dei  cavalli  inglesi,  che  rimonta  alla  metà  circa 
del  secolo  xviii  ed  ebbe  principio  con  la  creazione  delle  loro  razze  di 
«avalli  di  puro  sangue,  iniziatavi   con   capistipiti   orientali,  produsse 


Buduiuo. 


428  sri.L'ippiCA 

pure  per  conseguenza  necessaria  una  totale  trasformazione  nel  modo 
di  cavalcare  che  si  estese  anche  all'esercito. 

E  a  tale  proposito  si  racconta,  che  durante  le  guerre  della  repub- 
blica e  dell'  impero.  Napoleone,  I  essendo  venuto  in  contatto  con  gli 
eserciti  inglesi,  rimanesse  impressionato  dalla  superiorità  dei  cavalli 
e  dalla  maniera  più  pratica  ed  efficace  di  cavalcarli  di  questi  suoi 
avversari,  e  che  concepisse  il  piogetto  di  riformare  su  quel  tipo  la 
sua  cavalleria.  Di  tali  intendimenti  dell'  imperatore  si  ha  notizia  nelle 
memorie  del  generale  Marbot  (1). 

Ma  Napoleone  I  cadde  jìrima  di  poter  mettere  ad  effetto  la  vagheg- 
giata riforma,  ed  i  Governi  che  lo  seguirono  non  se  ne  curarono 
affatto. 


Buttero  della  Campagna  romana. 

E  fu  soltanto  Napoleone  Ili,  il  i[uale.  dopo  aver  trascorsi  lunglii 
anni  di  esilio  in  Inghilterra,  arrivato  al  potere,  trasformò  completa- 
mente r  ippica  della  Francia.  In  quest'opera  ebbe  per  collaboratori 
diversi  generali,  fra  i  quali  primeggiò  il  generale  Fleury:  allora  si 
illustrarono,  come  famosi  cavalieri,  il  visconte  di  Montécot,  i  signori 
de  la  Mothe  e  de  Bouexic,  il  visconte  di  Laurisfon,  il  conte  Artus 
Talon,  i  marchesi  de  St-Sauveur,  de  St-Germain,  de  la  Bignè,  il  conte 
d'  Evry,  ed  altri,  e  mi  ricordo  di  avere  nella  mia  giovinezza  avuta 
occasione  di  conoscere  ed  ammirare  a  cavallo  alcune  di  queste  celebrità. 

Quando  tale  trasformazione  fu  compita  in  Francia,  ne  seguirono 
poi  resempio.  quale  prima  e  quale  dopo,  tulle  le  altre  nazioni  del 
continente,  ed  ormai  si  cavalca  ali"  inglese,  non  solo  da  tutti  gli 
sjjorfsweìi,  ma  anche  in  tutti  gli  eserciti  d"  Europa. 


(1)  Memorie  del (/eiierale  Miirhnl.  E.  PlonXounit.  impr.,  Paris.  1892.  15*  edit., 
voi.  II,  p.  43  (Campagne  de  Portugal,  1810>. 


sull'ippica  429 

Però  anche  ai  tempi  ove  l'equitazione  scientifica  e  di  alta  scuola 
era  in  auge  dappertutto,  vi  sono  sempre  state  altre  classi  di  cavalieri 
che  hanno  cavalcato  in  modo  diverso,  cioè  meno  scientifico,  ma  più 
semplice  e  naturale.  Vi  sono  stati  sempre  due  modi  opposti  di  equi- 
tazione, che  il  barone  d'  Etreillis,  nel  suo  libio  Ecuyers  et  cavuliers  - 
Aiitrefois  et  aujoiird'hui  (1),  chiama  équitation  du  dedmis  e  éqmtation 
dudehors,  perchè  la  prima  ha  per  palestra  d'insegnamento  il  maneggio, 
la  seconda  scaturisce  spontanea  coH'andare  a  cavallo  in  campagna. 

lo  invece  chiamerei  l'una  artificiale  ed  accademica,  l'altra  pratica 
e  naturale;  ma  fa  lo  stesso. 

Nel  secondo  modo  cavalcano  ed  han  sempre  cavalcato  gli  arabi, 
i  butteri  della  campagna  romana,  i  cosacchi  della  Russia,  i  gattcltos 


dell'America  del  Sud,  i  cotv-boys  di  quella  del  Nord,  i  boeri  dell'A- 
frica australe  ed  i  rough-riders  dell'Australia. 

Benché  costoro  adoperino  l)ardature  differenti,  impieghino  forme 
di  selle  diversissime,  usino  taluni  tener  le  staffe  cortissime,  altri  molto 
lunghe,  stiano  a  cavallo  in  modo  dissimile,  pure  possiedono  tutti 
indistintamente  le  qualità  essenziali  che  si  riscontrano  nel  perfetto 
cavaliere,  cioè  lo  sfare  fermissimi  in  sella,  tanto  che  vi  sembrano  inchio- 
■dati,  e  l'avere  tutti  assoluta  padronanza  dell'animale  che  montano. 

Le  regole  della  loro  equitazione  non  procedono  da  libri  stampati 
o  da  artificiali  e  pedanteschi  precetti  insegnati  loro  nel  rinchiuso 
maneggio,  ma  si  son  venuti  formando  naturalmente,  percorrendo  le 
vaste  estensioni  di  terreno.  In  ognuno  di  costoro  la  particolare  maniera 
■di  cavalcare  è  adatta    al    terreno   speciale    dei  loro  paesi,  a  superare 

(1)  Paris,  Impr.  Baiidoin,  1887. 


430  sull'ippica 

gli  ostacoli  che  vi  si  incontrano  e  a  soddisfare  alle  esigenze  delle 
varie  loro  attribuzioni. 

L'equitazione  inglese  ancor  essa  è  semplice  e  naturale  e  parrai  la 
si  possa  classificare  come  una  categoria  delle  sopracitate,  e,  prese 
tutte  insieme,  designarle  come  un  sistema  solo  da  contrapporsi  a 
quello  antico  di  alta  scuola,  ormai  andato  in  disuso  dappertutto. 

In  Italia,  in  tutte  le  provincie  ove  è  rimasta  in  uso  la  grande 
coltura,  dove  gli  armenti  son  tenuti  a  sistema  brado,  ed  uomini  a 
cavallo  li  portano  a  pascolare,  vi  sono  sempre  stati  dei  buoni  cavalieri, 
come  ad  esempio  nella  Campagna  romana,  nella  Maremma  toscana  e 
in  Sardegna,  e  sono  diventati  tali  non  per  regole  scientifiche,  ma  per 
esperienza  e  per  i  dettami  della  natura. 

Invece  sono  stati  sempre  scarsi  quelli  che  sanno  star  bene  in  sella 
nelle  provincie  ove  la  coltura  è  più  intensiva  e  dove  non  vi  è  bisogno 
di  andare  a  cavallo  per  accudire  alle  faccende  di  campagna. 

Quando  le  reclute  giungono  ai  reggimenti  di  cavalleria  è  facile 
riconoscere  da  quale  provincia  provengono  al  modo  col  quale  si  avvi- 
cinano al  cavallo;  alcuni  vi  si  appressano  con  confidenza,  perchè  da 
tempo  sono  abituati  a  maneggiarlo,  mentre  gli  altri  rimangono  titu- 
banti ed  incerti,  come  se  stessero  di  fronte  ad  un  nemico. 

Nelle  classi  pili  elevate  vi  sono  dei  buoni  cavalieri  nei  luoghi  ove  gli 
esercizi  sportivi  s(mo  piìi  antichi  e  da  più  tempo  praticati.  Ad  esempio, 
i  romani  sono  buoni  cavalieri,  e  ciò  lo  debbono  alle  caccie  alla  volpe, 
che  in  Roma  sono  state  iniziate,  da  circa  sessant'anni,  da  mio  padre. 

Simili  caccie  sono  state  impiantate  molto  più  recentemente  anche 
a  Gallarate,  presso  Milano,  e  a  Pordedone  nel  Friuli,  ed  hanno  giovato 
moltissimo  a  perfezionare  l'equitazione  dei  lombardi  e  dei  veneti:  ed 
ormai  fra  costoro  si  contano  |)ure  degli  ottimi  cavalieri. 

In  quanto  poi  all'equitazione  militare,  bisogna  rammentarsi  che  la 
nostra  cavalleria  è  stata  quella  che  ))iù  lungamente  è  rimasta  attac- 
cata agli  antichi  sistemi,  e  che  i  nostri  ufficiali  sono  stati  per  lungo 
tempo  inferiori,  nella  jierizia  del  cavalcare,  ai  nostri  sporfsmen  ;  perciò 
tanto  più  notevoli  sono  i  recenti  progressi  che  hanno  compiuti. 

Ed  è  curioso  ricordare,  che  per  circa  ^0  anni  dopo  l'entrata  degli 
italiani  in  Roma,  pochissimi  ufficiali  seguivano  le  caccie  alla  volpe  e 
quei  pochi  che  vi  partecipavano  erano  malvisi  dai  loro  superiori.  E 
ciò  mentre  quelli  delle  altre  nazioni  èrano  nei  loro  ])aesi  talvolta  co- 
mandati, sempre  incoraggiati  ad  intervenirvi,  ritenendovisi  essere  le 
caccie  a  cavallo,  fra  tutti  gli  sports,  quello  più  adatto  a  perfezionare 
l'equitazione  militare. 

Per  istrana  anomalia,  mentre  da  noi  in  quel  tempo  le  caccie,  che 
pur  soi'o  un  esercizio  ippico  molto  simile  a  quanto  gli  ufficiali  ponno 
essere  chiamati  a  fare  in  guerra,  erano  dal  Ministero  tenute  in  sospetto, 
le  corse  invece,  che  non  vi  hanno  nulla  di  comune,  erano  incoraggiate 
e  protette.  Sicché  già  allora  erano  state  instituite  delle  corse  militari, 
gli  ufficiali  erano  incoraggiati  a  parteciparvi,  e  se  ne  vedevano  iu  tutte 
le  riunioni  di  corse. 

Ma,  educati  coi  sistemi  anticlii  e  mancanti  della  preparazione  che 
a  ciò  è  indispensabile,  vi  si  mostravano  inesperti  e  vi  facevano  spesso 
cattiva  figura,  con  disdoro  della  nostra  uniforme. 

Un  giorno,  nel  1891,  1'  on.  Tommasi-Crudeli  ed  io  ci  trovammo 
per  caso  ad  assistere  ad  una  di  queste  corse  militari  in  Roma,  che  ebbe 
esito  ancora  più  infelice  delle  altre.  Benché  vi  tosse  assegnato  un  premio 


sull'ippica  431 

piuttosto  rilevante,  pure  pochissimi  utficiali  vi  si  erano  iscritti,  mo- 
strando col  loro  esiguo  numero  lo  scarso  entusiasmo  per  lo  sport,  che 
vi  era  allora  nella  nostra  cavalleria. 

Per  quanto  mi  rammento  era  questa  una  corsa  di  siepi  :  superandole 
moltissimi  caddero,  non  già  perchè  i  cavalli  le  avessero  urtate,  ma 
semplicemente  perchè  non  sapevano  reggersi  in  sella. 

Disgustati  da  tale  spettacolo  e  profondamente  addolorati,  l'ono- 
revole Tomma si-Crudeli  ed  io  convenimmo  che  era  necessario  invo- 
care pronti  rimedi  a  tale  stato  di  cose,  reclamando  urgenti  riforme 
per  l'equitazione  della  nostra  cavalleria. 

A  quell'epoca  eravamo  deputati  tutti  e  due,  presentammo  quindi 
insieme  alla  Camera  un  ordine  del  giorno  in  quel  senso  e  lo  svol- 
gemmo nella  tornata  del  13  giugno  1891. 

L'on.  Pelloux,  allora  ministro  della  guerra,  ci  ri.spose  aderendo 
alle  nostre  idee  ed  assicurandoci  che  (pianto  prima  a\rebbe  fon- 
dato vicino  a  Roma  una  scuola  di  perfezionamento  per  l'equitazione, 
ad  uso  dei  nostri  utfìciali. 

Pienamente  soddisfatti  da  tale  risposta,  prendemmo  atto  delle  di- 
chiarazioni del  ministro  e  dell'impegno  assunto  e  ritirammo  il  nostro 
ordine  del  giorno. 

E  tale  impegno  fu  da  lui  scrupolosamente  tenuto  e  nell'ottobre 
dello  stesso  anno  aprivasi  la  scuola  di  Tor  di  Quinto. 

Al  primo  corso  intervennero  ufficiali  scelti  per  la  loro  perizia  nel- 
l'equitazione fra  i  vari  reggimenti  di  cavalleria,  ^ino  al  grado  di  ca- 
pitano, ed  ebbero  per  istruttore  il  marchese  Luciano  di  Roccagiovine, 
emerito  sportsman,  conosciutissimo  tanto  nelle  riunioni  di  caccie. 
quanto  in  quelle  di  corse.  Alcuni  di  questi  allievi  sono  poi  diventati 
dei  cavalieri  celebri,  e  citerò  a  memoria  il  tenente  Bracorens  de  Sa- 
voiroux.  poi  morto  disgraziatamente  a  Pinerolo  per  una  caduta  da 
cavallo,  il  capitano  Giacometti,  ora  promosso  maggiore,  che  in  seguito 
è  stato  direttore  di  questa  scuola,  ed  il  capitano  Caprilli,  che  si  è 
poi  reso  celebre  in  tutti  i  concorsi  ippici. 

Dopo  il  primo  anno  questi  corsi  sono  stati  sempre  frequentati 
unicamente  da  sottotenenti.  Una  disgrazia  avvenne  prima  dell'apertura 
della  scuola:  i  cavalli,  che  vi  erano  mandati  da  Pinerolo,  perirono 
quasi  tutti  in  uno  scontro  ferroviario:  ma  tale  perdita  riusci  vantag- 
giosa alla  scuola  medesima. 

Giacché,  dovendosi  provvedere  immediatamente,  il  cav.  Ranucci 
venne  mandato  in  tutta  fretta  a  comprar  cavalli  in  Irlanda,  e  quelli 
che  riportò  sono  stati  i  migliori  che  al>biano  mai  avuto  ed  han  pre- 
stato ottimo  servizio  per  lunghi  anni  :  da  allora  in  poi  se  ne  sono 
sempre  riforniti  in  Irlanda. 

Ma,  per  malintesa  economia,  si  è  voluto  diminuire  il  prezzo  di 
acquisto,  che  per  i  primi,  se  ben  mi  ricordo,  era  stato  di  i2.ó(K)  lire 
ciascuno:  per  conseguenza  naturale,  quelli  che  si  srjno  comprati  dopo 
sono  stati  alquanto  inferiori:  ed  in  nessuna  delle  ulteriori  mandate  si 
son  visti  animali  paragonabili  a  quei  primi. 

Ormai  son  trascorsi  1^  anni  da  clie  la  scuola  di  Tor  di  Quinto  è 
stata  fondata,  i  suoi  corsi  han  proceduto  regolarmente  ogni  anno  e 
si  può  dire  che,  grazie  a  questi,  1'  equitazione  dei  nostri  ufficiali  di 
cavalleria  è  stata  completamente  trasformata. 

Mercè  questa  scuola,  ha  avuto  luogo  finalmente,  anche  fra  di  noi. 
quel  cambiamento  nella  equitazione  militare,  nel  quale,   come  ho  ac- 


432  sull'ippica 

■cennato  più  sopra,  la  Francia  per  prima  ci  aveva  preceduta  sotto  Na- 
poleone III,  poi  la  Germania,  l'Austria,  insomma  tutte  le  nazioni  del 
continente. 

Ed  ormai  si  può  dire  che  la  media  della  perizia  nell'  equitazione 
dei  nostri  ufficiali  sia  piuttosto  elevata  e  che  possa  slare  con  onore  a 
confronto  con  quella  dei  loro  colleghi  delle  altre  nazioni,  come  è  stato 
luminosamente  dimostrato  al  concorso  ippico  militare  ed  internazionale 
che  ha  avuto  luogo  a  Torino  nella  primavera  dell'anno  scorso. 

Ma,  benché  la  scuola  di  Tordi  Quinto  sia  un'istituzione  bene  riuscita, 
■ed  abbia  prodotto  notevoli  risultati,  perciò  non  è  detto  che  non  la  si 
possa  migliorare  ancora  e  che  non  v'abbia  qualche  difetto  da  correggere. 

Anzi  credo  che,  edotti  dall'  esperienza  di  questi  anni  passati,  vi 
si  potrebbero  introdurre  alcune  correzioni,  applicare  dei  miglioramenti 
che  le  tornerebbero  vantaggiosissimi.  Ed  intorno  a  tale  argomento 
esporrò  francamente  la  mia  opinione. 

Innanzi  tutto  credo  che  il  locale  ove  l'hanno  posta  sia  completa- 
mente disadatto  per  una  scuola  di  equitazione.  Nella  fretta  di  aprirla, 
l'hanno  istallata  in  l'.ia  vaccheria  fallita,  presa  in  affitto  e  raffazzonata 
alla  meglio,  che  sta  nella  tenuta  di  Tor  di  Quinto.  Il  Governo  l'ha  poi 
definitivamente  acquistata.  Ma  pei'  quanto  si  faccia,  quel  locale  non 
varrà  mai  nulla,  essendo  imjìossibile  trasformare  una  vaccheria  in 
una  scuderia  per  cavalli,  munita  di  tutti  i  comodi  e  provvedimenti 
igienicifhche  si  richiedono  al  giorno  d'oggi. 

Converrà  quindi,  quando  che  sia,  provvedere  un  edificio  espres- 
.samente  fabbricato  per  tale  scopo. 

Pel  terreno  di  esercitazioni  si  è  fatto  peggio  ancora,  si  è  acquistato 
un  ippodromo  da  una  Società  di  corse  in  liciuidazione  ;  ma  siffatto  terreno 
•è  argilloso,  soggetto  a  infiltrazioni  d'acqua  e  ad  inondazioni,  perchè 
sta  sotto  il  livello  del  fiume.  Quando  piove  vi  si  att'onda  come  in  un  jian- 
tano,  quando  è  sereno  e  i  raggi  del  sole  l'hanno  prosciugato,  diventa 
durissimo.  È  stalo  dimostrato  inservibile  per  le  corse,  ed  ora  non  varrà 
ad  altro  che  a  stroncare  le  gambe  dei  cavalli  della  scuola.  Qui  pure  ci 
vuole  un  rimedio  radicale;  abbandonarlo,  cioè,  e  provvederne  un  altro. 

In  quanto  ai  corsi,  sono  due  per  ogni  stagione,  di  tre  mesi  cia- 
:SCuno  ;  ma  questo  è  un  termine  troppo  breve.  In  tre  mesi  si  può  ap- 
pena dare  una  infarinatura  di  equitazione,  non  certo  formare  un  per- 
fetto cavaliere:  bisognerebbe  per  lo  meno  protrarti  a  sei  mesi. 

Per  l'insegnamento  ])oi  convengo  che  ha  recato  grandi  benefici, 
facendo  ablmndonare  l'antico  e  barocco  sistema,  cosi  detto  di  alta 
scuola,  ed  avviando  i  nostri  ufficiali  ad  iina  maniera  di  cavalcare  più 
sportiva.  Però  ritengo  che  si  è  andato  un  poco  esagerando  in  quel 
senso  ;  percliè  bisogna  tenere  bene  in  mente,  che  altra  deve  essere 
l'equitazione  sportiva,  altra  quella  militare. 

Lo  sportsman  può  cavalcare  disinvolto,  stare  seduto  comodamente 
in  sella,  adagiarvisi  in  quella  posizione  che  più  gli  aggrada,  senza 
punto  preoccuparsi  dell'estetica,  può  imbrigliare  il  suo  cavallo  come 
meglio  crede,  non  avendo  bisogno  di  fermarlo  immediatamente.  Il  ca- 
valiere militare,  invece,  deve  stare  a  cavallo  più  assestato,  tener  le 
gambe  più  aderenti  e  sopra  tutto  stare  seduto  in  modo  che  l'animale  non 
si  ferisca  mai  sotto  la  sella,  perchè  quando  sia  in  tal  modo  telilo,  in 
guerra  egli  diventa  un  cavaliere  inutilizzabile;  il  suo  cavallo  deve 
•essere  armato  con  briglia  più  potente,  per  potersi  fermare  d'un  tratto, 
■e  voltare  rapidamente  in  ogni  senso. 


sull'ippica  438 

Invece  ho  .sovente  veduto  a  caccia  gli  ufficiali  della  scuola  di  Tor 
di  Quinto  presentarci  coi  cavalli  imbrigliati  col  solo  filetto,  in  moda 
da  non  esserne  completamente  padroni,  paitire  come  fulmini,  e,  pieni 
d'entusiasmo  e  baldi  per  giovinezza,  superare  brillantemente  i  primi 
ostacoli  :  ma  poi  arrivare  sfiatati,  alla  morte  della  volpe  o  del  daino. 
Mentre  dovrebbero  incidcare  loro  che  la  prima  qualità  dell'esperto  ca- 
valiere deve  essere  cjuella  di  saper  risparmiare  le  forze  del  suo  cavallo. 

In  quanto  poi  agli  esercizi  che  fanno  praticare  in  quella  scuola, 
credo  che  vi  diano  soverchia  importanza  al  salto,  che,  per  loro,  r'on 
dovrebbe  essere  che  un  accessorio:  mentre  invece  dovrebbero  adde- 
strarli più  specialmente  a  superare  tutte  le  altre  e  più  comuni  diffi- 
coltà che  si  incontrano  in  aperta  campagna,  e  che  maggiormente  a.sso- 
migliano  a  ciò  che  possono  essere  chiamati  a  fare  in  gueria.  come  a 
saper  guidare  un  cavallo  per  un  terreno  fangoso,  senza  che  vi  si 
sprofondi,  ad  andare  tra  sassi  senza  inciamparci,  a  scendere  ()er  ra- 
pidi dirupi,  aiTampicarsi  per  erte  salite,  e  traversare  corsi  d'acqua  e 
tiuniicelli. 

Infine  vorrei  che  da  questi  esercizi  fossero  esclusi  tutti  quelli  che 
sanno  di  teatrale,  come  ad  esempio  la  celebre  discesa,  le  di  cui  foto- 
grafie sono  state  sparse  per  tutto  il  mondo,  che,  se  impressiona  a  prima 
vista,  non  è  altro  che  un  trucco  da  circo  equestre.  Giacché  essa  è 
artificialmente  preparata  con  della  rena  sparsavi  sopra,  che.  scivolando 
insieme  al  eavallo,  permette  di  superarla  -  ciò  che  altrimenJbi  non  sa- 
rebbe fattibile  -  e,  praticamente,  non  serve  ad  altro  che  a  sfioncare 
le  gambe  dei  cavalli. 

Vi  sono  in  natura  delle  discese  altrettanto  difficili,  ma  queste  si 
traversano  in  modo  affatto  diverso:  il  cavallo  vi  si  porta  piano,  lo  si 
guida  a  posare  i  piedi  adagio,  l'uno  dopo  l'altro,  sulla  punta  di  un 
sasso,  o  su  un  piccolo  lialzo  di  terreno,  e  cosi  si  arriva  a  passare  per 
posti  che  sembrerebbero  intransitabili. 

Ma  ora  torniamo  ancora,  per  un  poco,  a  parlare  dell' istromento 
dell'equitazione,  ossia  del  cavallo. 

All'apertura  della  scuola  di  Tor  di  Quinto,  come  ho  detto,  l'hanno 
provveduta  di  cavalli  irlandesi.  Li  hanno  saputi  scegliere,  ed  hanno 
fatto  bene:  ma.  per  dodici  anni,  hanno  seguitato  a  fare  lo  stesso  ed 
hanno  fatto  male.  Dovendosi,  a  mio  parere,  portare  questa  scuola  al 
punto  di  divenire  la  raccolta  e  la  mostra  dei  migliori  eavalli  italiani, 
bisogna  pure  cominciare  una  volta  :  tanto  più  che  è  un'onta  che  i 
nostri  ufficiali  sieno  i  soli,  fra  le"  principali  cavallerie  d'Europa,  ad 
esser  montati  su  cavalli  importati  dall'estero. 

Son  persuaso  che,  se  si  adottassero  le  riforme  ed  i  miglioramenti 
che  ho  proposto  nel  precedente  capitolo,  riusciremmo  ad  avere  tanti 
eccellenti  prodotti  indigeni,  da  poterne  vantaggiosamente  fornire  non 
solo  la  scuola  di  Tor  di  Quinto,  ma  anche  tutti  i  nostri  ufficiali. 

Ma  l'allevamento  è  cosa  limga  e  per  la  scuola,  volendo,  credo  si 
potrebbe  fai-e  più  presto. 

Vi  ho  visti  alcuni  pochi  bei  maremmani;  basterebbe  acquistarne 
dei  simili  ogni  anno  in  numero  maggiore  sino  a  fornirla  esclusiva- 
mente di  cavalli  indigeni. 

Credo  che  anche  nello  stato  attuale  della  nostra  produzione  equina 
>i  arriverebbe  facilmente  a  trovarne  degli  ecceUenti,  quanti  ne  occor- 
rono. Basterebbe  che  al  Ministero  della  Guerra  volessero  incaricare  un 
conoscitore  intelligente  di  andare  a  ricercarli  e  prescindessero  -  per 

i28  "^'ol-  C'"^'I.  Serie  IV  -  1°  agosto  1903. 


434  -  sull'ippica 

una  volta  -  da  tutta  quella  farragine  di  luescrizioni  e  di  regolamenti. 

con  la  quale  hanno  resa  la  compra  dei  cavalli  pressoché  impossibile. 

Presentemente  i  nostri  prodotti  indigeni  sono  un  poco  meno  veloci 

ed  hanno  minor  sangue  degli  inglesi,  ma,  in  cambio,  sono  più  resi- 


La  discesa. 


stenti  alla  fatica  ed  alle  intemperie  e  saltano  egualmente  bene.  Li  n- 
teno-o  preferibili  pel  nostro  paese  soprattutto  perchè  non  hanno  bisogno 
di  acclimatarvisi.  ne  vanno  così  soggetti  alle  malattie  che  provengono 
dal  repentino  cambiamento  di  clima.  GÌ'  irlandesi,  per  esempio,  tra- 
sportati in  Italia,  vanno  molto  soggetti  a  diventar  bolsi,  ed  a  caccia 
o-li  allievi  di  Tor  di  Quinto  mi  hanno  spesso  fatta  l'impressione  di  essere 


sull'ippica  435 

montati  su  locomotive,  tanto  eia  il  fischio  che  emettevano  i  loro  cavalli. 
Riuscendosi  ad  avere  la  scuola  fornita  soltanto  con  cavalli  italiani, 
si  otterrebbe  non  solo  una  soddisfazione  moi-ale,  ma  forse  anche  un 
miglior  servizio. 

Credo  poi  che,  anche  nella  maniera  di  addestrare  i  cavalli,  vi  debba 
essere  una  certa  differenza  tra  quelli  destinati  allo  .sjiort  e  quelli  che 
si  preparano  per  l'esercito.  Ai  primi  può  essere  lasciata  maggiore  libertà 
nei  movimenti,  mentre  i  secondi  devono  esser  resi  piii  obbedienti  alle 
chiamate;  ciò  tanto  è  vero  che  in  Inghilterra  stessa,  patria  dello  sport, 
i  cavalli  da  caccia  vengono  chiamati  hiinters  e  quelli  degli  ufficiali 
chargers,  benché  tra  di  loro  non  vi  sia  altra  differenza  che  nella  ma- 
niera onde  sono  addestrati. 

Se,  mercè  la  scuola  di  Tor  di  Quinto  siamo  riusciti  a  trasformare 
completamente  la  nostra  equitazione  militare,  bisognerebbe  pensare 
anche  a  perfezionare  quella  dei  borghesi  e  diffondere,  il  piìi  larga- 
mente possibile,  la  passione  del  cavalcare  fino  nelle  classi  inferiori. 

I  proprietari  della  terra  dovrebbero,  per  quanto  è  fattibile,  servirsi 
di  cavalieri  per  le  loro  aziende  rurali  e  nelle  classi  superiori  si  dovreb- 
bero propagare  tutti  quegli  esercizi  ippici  che  servono  ad  imparare  a 
star  bene  in  sella;  come  soprattutto  le  caccie  a  cavallo  ed  anche  le 
loro  imitazioni,  che  chiamano  Paper-Himt,  ed  il  giuoco  del  Polo. 

Alle  corse  annetto  molta  minore  importanza,  specialmente  se  sono 
corse  piane,  perchè  esigono  un  genere  affatto  speciale  di  equitazione 
che  non  è  applicabile  agli  usi  comuni  della  vita.  Ritengo  invece  gio- 
vevolissime le  corse  di  resistenza,  le  quali  disgraziatamente  sono  quasi 
del  tutto  andate  in  disuso  in  Italia. 

Insomma  vorrei  che  si  iniziasse  una  doppia  propaganda,  un'azione 
parallela  per  lo  sviluppo  dell'ippica,  da  un  lato  nei  militari,  dall'altro 
nei  borghesi,  e  l'una  influirebbe  sull'altra. 

I  cavalieri  militari  propagherebbero  con  l'esempio  la  buona  equi- 
tazione tra  i  borghesi;  ed  i  borghesi,  addestrati  nel  cavalcare  sino 
dall'infanzia,  sarebbero  pronti  a  servire,  ad  ogni  evenienza,  quali  buoni 
cavalieri  militari. 

Omero  e  Virgilio  chiamano  i  Troiani,  a  titolo  di  lode,  domatori 
di  cavalli.  I  vasi  dipinti  ed  i  marmi  dell'antica  Grecia  ci  dimostrano 
quanto  gli  esercizi  ippici  vi  fossero  tenuti  in  onore,  e  come  nel  fiore 
della  civiltà  ellenica  abbondassero  gli  eleganti  cavalieri.  Gli  equites 
degli  antichi  Romani  insieme  ai  legionari  conquistarono  il  mondo,  e 
dal  feudalismo  alla  rivoluzione  francese  non  si  concepiva  un  gentil- 
uomo che  non  sapesse  stare  bene  a  cavallo. 

Né  credasi  che  a'  tempi  nostri  sia  cessata  l'utilità  del  nobilissimo 
animale,  e  che  non  importi  più  il  sapersene  servire  correttamente.  Le 
biciclette  e  gli  automobili  non  varranno  mai  a  renderci  tutti  quei  ser- 
vizi che  solo  può  prestarci  il  cavallo;  ed  i  cannoni  e  le  mitragliatrici, 
se  hanno  fatto  cambiare  tattica  alla  cavalleria,  non  ne  hanno  punto 
scemato  il  bisogno. 

È  dunque  un  errore  il  credere  che  l'occuparsi  dell'ippica  sia  cosa 
futile,  svago  di  sportsmen  indegno  di  uomini  seri.  Che  anzi  colui  che 
vi  applica  l'ingegno  e  l'attività,  si  dedica  a  cosa  importante  e  seria, 
e  compie  certamente  un'opera  patriottica. 

Baldassarre  Odesc.ìlchi. 


GLI    AMMONITORI 


ROMANZO 


XII. 


Ci  sono  veramente  degli  uomini  cattivi?  Molti  opprimono  diretta- 
mente il  loro  prossimo  per  il  proprio  interesse,  ma  non  senza  rimoiso. 
Esistono  veramente  coloro  che  tanno  il  male  per  il  male,  torturano  un 
miserabile  con  una  vera  voluttà"?  Io  non  so.  Ma  se  esistono,  non  pos- 
sono essere  che  ini  fenomeno  artificiale,  una  corruzione  dell'uomo 
operata  dall'uomo  stesso:  e  non  possono  esistere  se  non  in  una  cate- 
goria di  persone  che  è  aidorizzata  ad  essere  o  mostrarsi  malvagia. 

La  giustizia  della  legge  è  una  cosa  teorica.  Ora  l'uomo  opera  non 
come  una  forza  considerata  geometricamente,  mi  spiego"?  ma  come  un 
essere  di  sentimento  tratto  molto  inegualmente  verso  il  bene  proprio 
e  quello  degli  altri,  lo  posso  immaginare,  con  molta  buona  volontà, 
in  un  giudice  un'imparzialità  di  bilancia  di  precisione,  ma  negli  ese- 
cutori no.  La  pena,  il  castigo,  la  vendetta  per  i  cervelli  grossi  sono 
la  stessa  cosa.  La  mano  o  la  corda  per  cui  passa  un  povei-o  diavolo 
di  ladro  o  di  anarchico  non  fa  distinzioni. 

Queste  considerazioni  mi  sorgevano  nel  cervello  dopo  una  visita 
ormai  inaspettata  che  mi  destò  l'indomani.  Un  delegato  e  un  (piestu- 
rino,  bussato  gentilmente,  entrarono  e  mi  chiesero  il  permesso  di  fare 
una  perquisizione.  In  tutta  la  notte  avrei  potuto  trafugare  un  carro  di 
documenti,  e  la  mia  premura  a  indossare  un  pastrano  non  diede  loro 
alcun  sospetto.  Sulla  faccia  del  questurino  non  era  che  una  goffa  aria 
di  autorità  e  di  presunzione,  su  quella  del  delegato,  fina  e  dalle  labbra 
sottilissime,  una  ostentazione  di  gentilezza  affatto  maligna. 

Mi  sequestrarono,  indovinate  che  cosa  !  Il  pane  altrui  di  Turghe- 
nieff,  e  una  gran  quantità  di  bozze,  sebbene  fosse  stampato  su  ogni  pacco 
Società  Ed.  Scientifica.  Poi  se  ne  andarono,  persuasi  forse  d'avermi 
nel  sacco. 

Infatti  -  proseguiva  il  mio  pensiero,  mentre  mi  palpavo  sul  petto  il 
manoscritto  salvato  -  degli  uomini  profondamente  malvagi  esistono  : 
essi  divengono  tali  perchè  il  sentimento  generale  a  loro  riguardo  è 
appunto  questo,  che  debbano  mostrarsi  terribili  castigatori  dei  bir- 
banti. Ora,  supponiamo  che  non  esistessero  birbanti:  il  desiderio  di 
costoro  li  farebbe  nascere.  Non  sento  io  che  il  desiderio  del  bene  fa 
nascere,  intorno  alle  persone  che  veramente  ispirano  il  bene,  una  quan- 
tità di  buone  azioni"?  Esiste  una  reciproca  suggestione.  Sognate  azioni 
malvagie  e  ne  vedrete  sorgere  intorno  a  voi.  Cbiamate  uno  ladro  e 
ruberà,  dice  il  proverbio.  E  talvolta  basta  un  bruscolo  per  far  cadere 


GLI   AMMONITORI  437 

un  disgraziato  in  una  contravvenzione,  che  porta   una   recidiva,   che 
suggerisce  un  delitto,  e  via  di  seguito. 

Intanto  ecco  il  caso  mio.  Comunque,  io  sarò  notato  fra  gli  indi- 
vidui sospetti  :  supposto  clie  il  delegato  sia  convinto  dai  superiori 
sulla  mia  innocuità,  nessuno  si  curerà  di  convincerne  il  questurino. 
Per  lui  dunque  io  sono  un  individuo  pericoloso  :  lo  sarò  domani  per 
il  suo  compagno  e  posdomani  pei-  tutti  i  questurini  del  Borgo  San 
Donato.  Ogni  mio  atto  sarà  spiato,  seguito,  interpretato  sempre  in  un 
senso.  Un  giorno  avviene  una  dimostrazione,  uno  sciopero:  io  torno 
a  casa  dalla  tipografìa  e  m'incontro  con  gli  scioperanti:  mi  s'agguanta, 
se  non  mi  si  è  già  messo  al  sicuro  prima.  Alcuni  giorni  di  prigione 
mi  esas])erano  :  le  mie  idee  diventano  sentimenti,  poi  discorsi,  poi 
azioni... 

Ma  quel  Inion  amico  mio!  Nessun  mezzo  gli  restava  per  cancellar 
la  macchia  che  la  Questura  vedeva  in  lui,  fuorché  farsi  prete  o  frate. 
Invece  egli  s'era  innamorato  d'una  donna  d'altri.  Ed  era  bastata  una 
vaga  denunzia  per  farlo  richiudere  in  jirigione.  Certo  gli  acidi  del  suo 
mestiere  potevano  venire  scambiati  per  miscugli  tonanti! 

Due  giorni  dopo  ricevetti  una  lettera  di  lui:  la  inserisco  tra  questi 
fogli  : 

«  Caro  Martino. 

«  Ti  affido  i  miei  lavori,  che  pregoti  far  tenere,  disegni,  lastre  e 
fogli  tirati,  a  Mr.  Carlo  Cìiedda,  artiste  pehit re,  67,  rue  Lépic.  Paris  xviii. 
Spero  uscir  presto  :  è  stato  qui  il  mio  deputato  :  affidiamoci  alle  auto- 
rità una  volta  tanto:  egli  è  socialista  ministeriale.  Ricorda  quello  che 
t'ho  raccontato  di  lei  e  tienmi  informato  di  tutto  ciò  che  potrai  sapere. 

«  Ti  abliraccio  con  tutta  l'anima. 

«  Tuo 

«    QlIBIO    ». 

«  Indirizzo:  On.  Fal)io  .\nsaldi,  presso  II  Popolo». 

Eccomi  d'improvviso  mescolato  a  un  dramma,  pensai  non  senza 
paura,  e  forse  ad  un  processo.  Non  essendo  mai  stato  preso,  neanche  come 
testimonio,  negli  ingranaggi  intimi  della  macchina  sociale,  perfino  la 
conoscenza  d'un  rappresentante  del  popolo  mi  dava  soggezione,  figuria- 
moci poi  d'un  magistrato  !  Unico  bene  reale  della  relativa  libertà  in 
cui  viviamo  è  di  poter  essere  solo  e  ignorato  perfino  all'agente  delle  tasse. 

La  sera  una  donna  mi  attendeva  all'uscio  della  soffitta.  Ella  mi 
porse  un  biglietto: 

—  Son  venuta  oggi,  -  mi  disse  -  alle  quattro.  Ma  non  l'ho  trovata. 
Faccia  subito  quello  che  è  detto  li  dentro,  perchè  il  treno  parte  alle 
undici. 

Apersi  con  un  tremito  nelle  mani.  Calligrafia  di  donna:  ecco: 

«   Gentilissimo  Sicfuore, 

«  Fate  portare  tutti  gli  oggetti  cui  Quibio  tiene  di  più,  ben  apparec- 
chiati, a  Porta  Nuova,  subito,  colf  indirizzo:  Madame  Carlo  Chedda, 
67.  me  Lépic.  Paris,  deposito  stazione.  La  donna  che  vi  porta  il  bi- 
glietto vi  aiuterà.  Se  volete,  inosservato,  entrate  nella  stazione  e  quando 
vedrete  chiusi  gli  sportelli  e  il  treno  muoversi  (treno  di  Modane,  ore  11  '/.), 
avvicinatevi  alla  donna  vestita  di  nero  che  si  sporgerà  con  un  libro 
nero  in  mano,  che  prenderete  e  porterete  per  Quibio  al  deputato  An- 
saldi,  da  parte  vostra  s' intende. 

«  Fido  sulla  vostra  amicizia  per  lui  ». 


438  UIJ    AMMONITOIU 

Q)iiali  erano  le  cose  a  cui  egli  teneva  di  più?  Riempii  la  sua  va- 
ligia dei  rami  già  toccati,  dei  disegni,  di  tutte  le  carte  che  potei  sco- 
prire: non  bastando,  riempii  la  valigia  mia.  Scesi  con  la  donna,  la  posi 
con  esse   su  una  vettuia. 

Eiano  le  otto.  Andai  a  mangiare  un  boccone,  poi  uscii.  AveA'o  la 
febbre.  Sentivo,  insieme  ad  un  turbamento  puerile,  una  specie  d'orgo- 
glio e  di  contentezza  d'esser  mescolato  ad  un  romanzo,  io  cbe  avevo 
passato  una  vita  così  grigia!  In  due  anni  quanti  drammi  intorno  a 
me!  E  io  lii-avo  innanzi  la  mia  vita  uguale  e  monotona.  Ma  qualcosa 
sarebbe  accaduto  a  me  pure,  qualcosa  di  non  comune:  io  mi  sentivo 
chiamato  verso  qualche  atto  di  vita  o  di  morte,  solitario  torse,  ma  non 
infecondo.  Quando  mi  sarebbe  venuto  incontro  il  dramma"?  Stassera 
stessa,  forse  ?  Comunque,  io  mi  sentivo  eccitato,  esaltato,  come  se  fossi 
stato  un  personaggio  di  questo  romanzo  d'amore  e  si  trattasse  della 
vita,  o  d'una  persona  che  mi  fosse  più  cara  della  vita.  "Passeggiai 
alquanto,  poi  entrai  a  prendei'e  un  caffè.  Irresistibilmente  m'incam- 
minai verso  la  stazione.  Entrai  al  Ligure  e  presi  un'altra  tazza.  Af- 
ferrai alcuni  giornali  un  dopo  r  altro  :  non  c'era  nulla  :  suicidii,  assas- 
sina, cronaca,  appendice...  Anch'io  finalmente  penetravo  in  un  mondo 
fantastico,  in  una  atmosfera  che  spira  e  s'agita  dentro  l'atmosfera 
eguale  della  vita  di  tutti  i  giorni  :  ma  in  quella  vive  soltanto  la  pas- 
sione, il  sacrificio  e  la  morte. 

E  mi  posi  a  scorrere  la  Stampa  della  sera.  Vedevo  torbido:  mi 
colpivano  gli  occhi  qua  e  là  i  titoli  delle  rubriche:  I  volontari  della 
morte!...  Sì,  e  perchè?...  E  questo  giornalista  che  ha  trovato  un  sì  bel 
titolo  di  rubrica  da  poter  collocare  là  accanto  al  listino  del  mercato! 
La  vita  è  in  ribasso...  U importasione  degl'italiani  al  Capo...  L'im- 
portazione!... bellissimo.  Un  attentato  contro  Edoardo  VII:  ecco  un 
altro  volontario...  Ah,  Vattentato  è  smentito...  «  Nella  calca  un  indi- 
viduo poveramente  vestito  s'avventò  verso  la  carrozza  reale,  ma  fu 
travolto  dai  cavalli  dei  coiazzieri.  Egli  ebbe  il  cranio  fracassato.  II  re 
fu  molto  impressionato...  L'individuo  portava  in  mano  una  supplica  ». 

Levai  gli  occhi  dal  giornale.  Una  commozione  violenta  m'aveva 
invaso:  m'asciugai  gli  occhi  senza  farmi  scorgere  e  appoggiai  la  fronte 
sulle  mani. 

Mi  sentivo  stordito:  le  tempia  mi  facevano  un  rumore  di  un  tor- 
rente o  di  un  treno  in  moto,  e  mi  sentivo  inerte  in  tutte  le  membra, 
con  questo  spaventevole  tumulto  nel  cervello.  Ad  un  tratto  sentii  come 
uno  schianto.  Un'  immagine  passò  come  un  lampo  in  fondo  ai  miei 
occhi.  Ero  io  là  in  quella  calca...  mi  avventavo... 

E  cominciai  a  guardare  le  persone  intorno  a  me,  temendo  anche 
che  mi  osservassero  :  molte  sorbivano  il  loro  caffè  e  leggevano  la 
loro  Stampa  con  beatitudine  o  noia:  ma  certe  altre,  con  fisiono- 
mie incisive,  con  ocelli  oscuri  sotto  la  luce  piovente  dall'alto,  dove- 
vano covare  qualcosa  in  petto  !  E  subito  le  pareti,  la  sala  del  Ligure 
mi  parvero  diverse,  o  t()rse  non  le  avevo  mai  esaminate.  Con  tante 
lampade  gli  angoli  erano  oscuri  o  si  oscuravano  quando  vi  guardavo, 
e  le  porte  s'aprivano  sulle  tenebre...  Uscii. 

Sulla  piazza  della  stazione  le  tranvie  piene  di  luce  s'incrociavano, 
suscitando  scintille  lungo  i  fili  e  lungo  le  rotaie  nell'aria  umida:  sotto 
i  portici  una  folla  passava  in  un  via  vai  interminabile.  L'orologio  della 
gran  facciata  segnava  le  9  e  mezzo. 


GLI    AMMONITORI  439 

Allora  mi  posi  a  camminare  forte  verso  il  Po.  Gli  alberi  parevano 
chinarsi  sotto  rumidità.  che  pioveva  dal  cielo  e  m'immollava  i  panni. 
Sul  ponte  di  ferro  un  po'  di  nebbia  era  sospesa  lungo  le  acque.  Due 
lumi  erravano  proprio  nel  mezzo  del  fiume.:  dovevano  essere  due  barche 
invisibili,  che  or  s'  approssimavano,  or  s'  allontanavano.  Anche  nel 
seno  gelido  del  Po  quante  disperazioni  s'erano  rifugiate!  Che  cosa 
cercavano  quei  due  lumi  f 

Tornai  lentamente.  M'avvicinai  alla  stazione.  Molte  carrozze  giun- 
gevano, lo  guaidai  da  lontano  sotto  la  tettoia  dei  Depositi  e  non  ci 
vidi  nessuno.  Presi  un  biglietto  d'entrata  e  mi  ficcai  tra  la  folla.  Non 
osai  mostrarmi  presso  il  treno  di  Modane,  finché  non  sentii  i  primi 
gridi:  Partenza!  Allora  m'avvicinai  e  attesi  che  chiudessero  gli  sportelli. 

Mi  tenevo  accanto  al  primo  carrozzone  di  prima  classe  e  guardavo 
indietro.  Una  figurina  vestita  di  nero,  con  gran  feltro  nero  in  capo, 
si  sporse  da  un  finestrino  di  seconda,  parve  guardarmi,  poi  si  ritrasse 
tosto,  lo  mi  sentivo  battere  il  cuore  come  se  stesse  per  rompersi,  ma 
giravo  intorno  lo  sguardo  e  la  persona,  con  noncuranza,  tenendo  d'oc- 
chio quel  carrozzone.  La  macchina  fischiò,  le  catene  si  tesero  con  forti 
scosse.  Allora  la  figurina  si  sporse  di  nuovo  e  guardò  me  direttamente  : 
io  mi  avvicinai  e  presi  un  oggetto  che  ella  mi  poi'se: 

—  Buona  permanenza,  signor  Stanga  ! 

10  mi  volsi,  già  lontano  :  ella  mi  tendeva  la  mano,  ma  non  osai 
tornar  indietro.  Feci  una  grande  scappellata,  e  uscii  prima  che  il  treno 
fosse  fuor  della  tettoia. 

Che  cosa  aveva  pen.sato  la  signora  della  mia  goffaggine"?  Le  avevo 
strappato  il  libro  come  un  ladro.  Avevo  intraveduto  nel  carrozzone 
la  donna  che  m'aveva  portato  il  biglietto:  perchè  non  aveva  fatto 
porgere  il  libro  da  lei?  Evidentemente  avea  voluto  darmi  un  segno 
di  gentilezza  e  di  gratitudine.  E  io  non  le  avevo  neanche  detto: 
«  Buon  viaggio!  » 

Senza  dubbio  la  mia  parte  nel  romanzo  era  mancata. 

Giunto  a  casa,  apersi  il  volumetto  ch'era  legato  da  nastro  verde. 
Non  era  un  libro,  ma  un  cofanetto  e  soltanto  la  copertina  s'  apriva. 
Debbo  dire  ch'ebbi  un  senso  di  delusione?  Mi  parve  d'  essere  piom- 
bato in  pieno  romanticismo.  Forse  là  dentro  non  e'  era  nulla  d'im- 
portante, qualche  ricordo  d'amore,  dei  fiori...  Ma  un  pensiero  opposto 
m'assalì  subito.  Del  danaro  foise.  Elibene,  perchè  no"?  Ma  (piel  danaro 
era  stato  causa  della  rovina  di  Quibio... 

11  gioiiio  doiK)  portai  il  volumetto  all'ori.  Ansaldi.  È  un  uomo 
simpatico,  alto,  ricciuto,  cogli  occhi  scintillanti.  Guardò  il  cofanetto 
ed  ebbe  un  sorriso  ironico  : 

—  Tutti  misteriosi  questi  anarchici  !  Anche  lei  è  anarchico  ? 

—  lo,  no  :  e  neanche  Quihio. 

—  Sul  serio"?  -  fece  egli  inciedulo. 

—  Sul  serio. 

—  Be',  questo  ncju  monta  -  aggiunse.  -  Ad  ogni  modo  lo  lasceranno 
espatriare  alla  prima  occasione  senz'alcuna  difficoltà.  È  cosa  certa.  È 
questo  che  lui  vuole,  non  è  vero  "?  -  aggiunse  con  un  fine  sorriso. 

—  Credo  -  diss'  io  serio.  -  Vorrebbe  andar  a  Parigi  da  certi  suoi 
amici  artisti. 

E  mi  congedai  un  po'  rassicurato  sulla  sorte  del  mio  amico. 
Non  ho  tuttavia  più  saputo  nulla  di  sicuro  e  il  mio  pessimismo 
riguardo  alla  jjolizia  è  atavistico.  Tutti  i  proverbi  del  mio  villaggio 


44<)  (ILI    AMMONITORI 

dicono  che  dalle  griiife  della  giustizia  non  s"esce  vivo.  Ho  toito,  ma 
è  un  istinto. 

E  la  sua  piccola  Diana  ?  Laggiù,  nella  gran  Bal>ilonia.  attende, 
attende...  La  raggiungerà  egli?  Lo  spero.  Entrambi  avevano  una  sì 
gran  fiducia  nella  loro  stella,  da  veri  fatalisti  !  Forse  chi  vuol  essere 
felice,  ha  grandi  probabilità  di   pervenirvi... 

Avea  veramente  un  viso  bellissimo  e  fiero  la  sua  Diana  lotta- 
trice  !  Ma  c'è  lotta  possibile  contro  tutti,  contro  i  malvagi  e  i  deboli 
e  gl'inerti  che  formano  la  società,  piccola  Diana  .' 


XIII. 

Così,  io  lestaAO  di  nuovo  solo. 

Chi  mi  stette  più  a  lungo  accanto  nella  vita  fu  mio  padre,  otto 
anni  di  cui  ricordo  vagamente  due  soltanto.  Tutti  gli  altri  jtassarono 
ben  più  rapidi  e  se  n'andarono  com'erano  venuti  :  le  circostanze  della 
vita,  o  la  morte,  me  li  portavano  via  in  un  intervallo  di  pochi  mesi. 
Mi  ricordo  anche  di  due  compagni  carissimi  della  Pia  Casa,  morti 
l'uno  di  risipola,  l'altro  di  polmonite,  entrambi  in  pochi  giorni.  Morti 
o  sventurati  o  peggio  erano  tutti  coloro  che  mi  avevano  toccato  un 
po'  da  vicino.  Son  io  che  porto  sventura,  o  la  sventura  ama  abitare 
lungamente  intorno  al  mio  capo  prima  di  rapirmi  quandochessia?  Ep- 
pure io  mi  sento  invincibilmeute  nato  per  esser  felice,  e  per  dare  forse 
un  po'  di  felicità.  Ho  tal  desiderio  di  darmi,  di  prodigarmi,  di  non 
esistere  per  me  stesso,  di  sentir  gli  altri  vivi  e  felici  intorno  a  me  ! 
D'altronde  io  parlo  di  sventura  ma  non  la  temo.  Che  cosa  devo  temere 
ormai,  alla  vigilia  del  grande  atto"?  Talvolta,  scrivendo,  me  ne  dimentico 
quasi:  i  ricordi  mi  assorbono:  ma  io  so  benissimo  che  l'avvenire  è 
nelle  mie  mani,  il  mio  avvenire  ! 

Ricevetti  qualche  settimana  dopo  da  Quibio  un  bij^lietto  di  ri- 
sposta ad  una  lettera  mia.  in  cui  gli  avevo  raccontato  la  partenza  della 
sua  Diana.  Egli  se  ne  mostrava  felice.  11  fatto  di  aver  contribuito  in 
qualche  modo  a  dargli  quella  contentezza,  mi  commosse  fino  alle  la- 
crime. Poi  non  seppi  più  nulla  di  lui.  Questo  mio  memoriale  servirà 
a  qualcosa  in  suo  favore? 

Una  sera  tornavo,  tutto  cupo  e  col  cuore  chiuso,  dalla  tipografia. 
M'ero  licenziato:  dirò  poi  perchè.  La  Biondina  mi  feimò  nel  corridoio 
e  mi  pregò  di  seguirla  nella  sua  soffitta. 

Un  alito  di  gentilezza  spirava  dai  mille  oggettini  raccolti  in  quel 
piccolo  spazio.  Un  tettuccio  in  un  angolo,  sotto  il  piovente  del  tetto: 
a  lato  presso  la  finestra,  una  gabbietta,  ove  due  canarini  addormentati 
si  stringevano  1' un  contro  l'altro  su  un  pinolo.  Negli  angoli,  raen- 
solette  con  statuine  di  gesso  e  sulla  testata  del  letto  una  Santa  Cecilia 
di  Donatello.  Sotto  la  finestra  una  macchina  da  cucire.  Ella  mi  porse 
una  sedia,  poi  si  volse  a  frugare  nel  suo  tavolino  da  lavoro  e  ne  trasse 
un  quaderno  legato  con  un  nastrino  rosso  : 

—  Questo  è  il  libro  di  Crastino  -  disse,  porgendomelo  con  un  gesto 
come  toccasse  una  cosa  sacra. 

—  Ah  !  -  non  |)otei  a  meno  di  esclamare.  -  Immaginavo  che  do- 
veva essere  in  salvo:  solo  non  pensavo... 

—  E  a  chi  doveva  affidarlo  egli?  -  disse  guardandomi  con  rim- 
provero. 


GLI   AMMONITORI  441 

—  È  vero  !  -  risposi  io.  riflettendo  a  quello  ch'ella  era  stata  per  lui. 
Alcuni  mesi  erano  bastati  per  una  donna  ad  acquistar  tutti  i  diritti; 
perchè  nessuno  nella  vita  doveva  avergli  dato  quanto  lei  in  questo 
breve  tempo. 

Io  osservai  la  ragazza  :  era  dimagrita  assai,  il  che  le  scopriva  mar- 
catamente la  foima  del  viso  cli"era  d"una  gran  purezza:  la  lucerna  le 
disegnava  fortemente  la  fronte  e  gli  zigomi,  mettendole  molta  ombra 
negli  occhi  che  ardevano  come  per  febliie  ed  acquistavano  una  pro- 
fondità d"  espi-essione  quale  non  si  poteva  immaginare  nella  bimba 
espansiva  e  incurante  che  appariva  prima. 

—  Lei  sa  certamente  quanto  può  costare  la  stampa  di  questo  li- 
bro: dev'essere  bello,  s'intende:  come  questo  qni. 

E  mi  trasse  da  una  piccola  scansia  dietro  le  mie  spalle  il  i)rimo 
libro  di  Cl'astino.  Era  in  compagnia  dei  Mifteralili.  deìV Odissea,  del- 
VEnekle,  della   Gerusalemme. 

—  Questi  me  li  ha  dati  lui  -  disse,  vedendomi  esaminare  i  libri 
nella  loro  modesta  ma  pulita  legatura;  -  li  ho  letti:  qualche  volta  me 
ne  leggeva  lui  dei  canti  interi.  Ah,  che  musica!  IjUÌ  mi  buttò  via  tutti 
i  miei  romanzi  e  mi  lasciò  soltanto  i  Miserahili.  Questo  qui,  come 
mi  ha  commossa!  Quelle  storie  -  aggiunse  indicando  i  poemi  -  sono 
molto  belle  e  divertenti,  ma  non  fanno  piangere...  Adesso  però  non 
posso  aprirli  senza  sentirmi  un  nodo  al  cuore,  perchè  odo  la  sua  voce 
«he  legge  in  un  modo  tanto  stanco  e  dolce...  Ma  mi  dica  dunque,  quanto 
può  costare"/ 

—  Da  tre  a  quattrocento  lire. 

Ella  mi  guar.iò  spaventata,  poi  le  si  liempirono  gli  occhi  di  la- 
grime : 

—  lo  non  a\iò  mai  trecento  lire. 
Non  potei  fai-  a  meno  di  sorridere  : 

—  Ma  non  poteva  lei  consigliarsi  con  (pialche  amico,  parlarne  col- 
l'editore  "? 

—  Si  :  mi  ha  detto  tante  cose  di  lei  !  Le  voleva  molto  ])ene  :  non 
mi  parlava  che  di  lei  :  diceva  che  era  un  filosofo.  Voleva  che  mi  con- 
sigliassi con  lei  e  con  la  dottoressa  che  venne  qui  di  poi.  Ma  io  avrei 
voluto  farlo  tutto  da  me:  fargli  questo  regalo  dopo  morto.  Ah  se 
fosse  mio,  tutto  mio!  Per  questo  ho  aspettato  tanto  prima  di  parlar- 
gliene... 

—  Bene,  -  diss'io,  commosso  -  io  sono  a  sua  disposizione  per  il 
danaro,  che  posso  avere  d'oggi  in  domani.  Ma  pensi  un  po':  l'editore, 
se  lei  glielo  porta,  lo  stamperà  senza  costo  di  spesa,  anzi  dandole 
un  tanto  pei  cento  sul  guadagno,  che  sai'à  importante,  poiciiè  (Irastino 
adesso  ha  una  fama:  avrà  un  posto  nella  poesia  italiana. 

Ella  mi  guardò  tra  offesa  e  intimorita  : 

—  Vendere,  guadagnare  !  Ma  come  i)uò  lei  parlare  così  "*  Ma  e'  è 
il  suo  sangue,  qui,  la  sua  vita,  ed  anche  la  mia  !  Ali  !  Lei  non  può 
capire!  Lo  legga,  lo  legga...  lo  lo  sentirò  fino  alla  morte.  È  tutto  quello 
che  mi  ha  contato  dei  suoi  dolori,  tutto  l'amore  per  sua  sorella  :  e 
poi...  mio  povero  amoie,  povero  amore  ! 

E  si  po.se  a  piangere  disperatamente. 

Io  la  lasciai  sfogarsi  un  momento.  Tutta  la  sua  persona,  smagrita, 
era  scossa  dai  singhiozzi.  I  capelli,  scioltisi,  le  inondavano  la  faccia  : 
notai  che  la  gran  capigliatura  bionda  era  tagliata  poco  più  sotto  le 
spalle. 


44'2  OLI    AMMONITORI 

—  Ascolti  un  momento,  la  prego  -  feci  io.  -  Ci  penseremo  meglio. 
Possiamo  benissimo  stamparlo  a  nostre  spese  :  quello  che  si  ricava 
andrà  per  una  tomba  conveniente  al  nostro  povero  amico.  Io  leggerò 
subito  il  libro  :  domattina  glielo  porto. 

Ella  si  volse  a  me  tutta  racconsolata.  Le  strinsi  la  mano  commosso 
e  uscii. 

Quello  che  sottersi  e  piansi  quella  notte  è  indicibile. 

Che  cosa  orrenda  la  vita,  se  un  essere  può  soffrire  come  ha  sof- 
ferto quel  povero  fanciullo  :  che  cosa  terribile  l'arte,  che  condanna  un 
uomo  a  frugare,  rivoltare,  lavorate  questo  dolore  come  se  fosse  una 
creta  da  cui  deve  uscire  la  statini  !  Che  orribile  dono  la  poesia  !  Per 
questi  esseri  è  una  maledizione,  uno  strumento  che  intensifica  la  sof- 
ferenza. Io  non  ho  mai  sofferto  de"  miei  dolori  più  roventi,  de'  miei 
desiderii  d'amore  frustrati,  quanto  ho  sotTerto  per  la  visione  di  questa 
esistenza  disumanamente  infelice... 

Eppure  io  l'avevo  sentito  esclamare  con  voce  costernata:  «  Vivere, 
vivere  !...  Troppo  tardi  !  Troppo  tardi  !  »  Dunque  aveva  desiderato  la 
vita,  ci  s'era  aggrappato  alla  fine  con  tutte  le  forze. 

Effetto  delle  mie  teorie  ?  No. 

Bastò  che  in  una  vita  d' inferno  entrasse  uno  sguardo  di  donna  L 
Questo  ha  potuto  fare  quella  semplice  creatura  solo  perchè  era  una 
donna  :  egli  si  è  sentito  per  un  momento  saldo,  forte,  completo,  uomo  : 
ha  cantato  il  suo  breve  inno  alla  vita,  poi  è  sparito. 

Un  breve  poemetto  racconta  il  rapido  dramma  della  soi-ella  :  me- 
ditazioni sulla  nascita  e  sulla  morte,  l'aspettazione  d'una  vita  novella 
uscita  da  un  seme  ignoto,  ch'egli  carezzeiebbe  con  un'  interrogazione 
inutile  negli  occhi  e  un  timore  nell'anima,  il  timore  dello  sconosciuto 
che  s'era  intruso  e  ingrandirebbe  fra  sua  sorella  e  lui.  Il  poemetto  finiva 
lì.  La  morte  di  lei  non  ha  lasciato  che  vaghi  e  cupi  echi  in  alcune 
poesie  di  solitudine  e  di  morte,  ove  il  senso  del  mistero  ha  risonanze 
di  terrore. 

Una  collana  di  sonetti  densi  e  jier  me  alquanto  oscui'i  racchiude 
in  brevi  sintesi  i  concetti  moderni  della  vita  umana  :  espansione  libera 
dell'infanzia,  rivelazione  scientifica  della  vita,  l'iniziazione  dell'amore, 
la  fusione  di  due  esseri,  la  propagazione  della  esistenza  nello  spazio 
e  nel  tempo,  ai  contemporanei  e  ai  posteri  :  idee  astratte,  rese  sensi- 
bili con  i)arole  viventi,  più  che  con  immagini.  Qui  egli  mostra  vera- 
mente la  via  della  poesia  di  domani  :  è  un  precursore. 

Poi  una  parte  s"  inizia  con  un'esplosione  di  gioia.  È  come  se  un 
sole  presente  che  si  sentiva  dietro  una  cortina  di  nubi  invada  subita- 
mente una  landa,  dissecchi  le  pozzanghere  e  tragga  dalla  terra  un 
trionfo  di  vegetazione.  Seguono  alate  poesie  d'amore,  ove  una  figura 
viva  si  disegna,  si  colora  e  sorride,  semplice,  incolta  e  profonda,  colla 
freschezza  d'un  fiore  di  monte.  L'incontro  nella  miserabile  cornice  delle 
soffitte,  mutate  nelle  cupole  e  nelle  guglie  d'una  cattedrale  :  due  vite 
canore  alate,  e  l'una  gorgheggia  e  l'altra  piange,  lo  non  rilessi  il  libro, 
ma  l'impressione  è  profondissima  in  me,  la  visione  vivissima.  Io  vedo 
quel  piccolo  corpo  di  bimba,  stretto  intorno  alle  membra  scarse  di  ca- 
lore del  mio  povero  amico,  come  per  infondergli  la  gioia,  e  nulla  ho 
mai  veduto  né  immaginato  più  bello  di  quel  gruppo.  Egli  parla,  egli 


GLI    AMMONITORI  443' 

affascina  la  piccola  cingallegTa,  colla  sua  musica  che  le  canterà  in  cuore 
fino  alla  morte,  ed  ella  ascolta  -  e  adora  :  adora  V  ignoto  che  splende 
per  lei  in  quel  corpo  che  abbraccia,  pallido  e  ardente. 

Al  mattino,  apjtena  vidi  la  Biondina  aprir  la  finestra,  metter  fuori 
la  gabbietta  e  i  piccoli  vasi,  serena  e  seria  come  se  la  fonte  del  riso 
fosse  in  lei  interrotta,  bussai  alla  sua  porta  Dovevo  aver  in  viso  la 
riverenza  e  l'ammirazione  che  sentivo  dentro,  perchè  ella  sorrise  quasi 
di  gratitudine. 

Accanto  a  lei,  seduto  su  una  coperta  di  lana  stesa  sul  pavimento^ 
era  un  bimbo  di  due  anni,  con  una  scodella  fra  le  gambette,  vuota,, 
in  cui  rigirava  un  cucchiaio  che  poiiava  alle  labbra  inutilmente. 

—  Vede  che  ho  un  bambino  anch'  io  -  disse  sorridendo. 

—  È  della  Minca"?  -  chiesi. 

—  Sì:  gli  voglio  tanto  bene.  Non  è  vero  che  è  bello"? 

Lo  considerai  un  momento  :  bello  non  era  affatto  :  aveva  le  gote 
molli  e  pallide,  due  grandi  oi-ecchie  e  una  bocca  enorme  dalle  labbra 
di  mulatto:  ma  gli  occhi  brillavano,  fissi  su  me.  come  due  carbonchi. 

—  Si.  è  bellino  -  risposi. 

—  Ho  pensato  tutta  la  notte  a  quel  che  lei  m' ha  detto  iersera. 
Gli  faremo  un  bel  monumento  come  quello  di  Silvio  Pellico,  nel  cam- 
posanto nuovo.  So  io  chi  glielo  farà  :  io  andrò  dal  signor  Leonardo 
e  gli  darò  il  libro,  e  dirò  che  sono  io... 

—  Conosce  il  Leonardo"?  Quello  si  che  |iuò  farlo,  un  bel  monu- 
mento, anche  con  un  piccolo  marmo! 

—  Sì  :  avevo  un'amica  ciie  è  stata  sua  modella.  Poi  si  è  maritata. 
Una  volta  è  andata  da  lui  a  dirgli  che  il  suo  bimbo  era  morto  :  egli 
ha  fatto  il  ritratto  e  gliel'ha  regalato... 

—  11  libro  servirà  a  comprar  il  marmo!  Vuol  andar  lei  dall'edi- 
tore? È  necessario  parlarne  anche  alla  signorina  Lavriano. 

To  ero  tormentato  da  un'interrogazione.  Le  domandai  : 

—  Senta...  dove  sono  i  suoi  capelli"? 

—  Li  ho  venduti  -  rispose  subito,  turbata,  ma  con  un  lievissimo' 
sorriso. 

—  Non  ci  credo! 

Ella  scoppiò  a  piangere,  ma  con  in  faccia  uno  strano  miscuglio 
di  pudore  e  di  gioia: 

—  Non  lo  sa  nessuno  -  confessò.  -  Quanto  crede  che  mi  avrebbero- 
dato?  Settanta  lire  m'ha  oft'ei'to  una  volta  il  parrucchiere  qui  abbasso. 
Erano  belli,  non  è  vero?  E  lui  li  amava  tanto!...  Prima  che  gii  chiu- 
dessero la  cassa...  La  Minca  non  se  n'accorse  affatto. 

Era  contenta  come  una  bimba.  Io  mi  raffigurai  i  bei  capelli  sul 
petto  del  povero  morto. 

Il  bimbo  rotolandosi  sulla  coperta  aveva  valicato  l'orlo  e  così,  con. 
le  cosce  nude  suH'anunaftonato.  la  scodella  rovesciata  fra  i  piedi,  mi 
guardava  ridendo. 

—  Su.  batuffolo!  -  esclamò  lei  togliendogli  la  scodella  e  ponendolo- 
a  sedere  sul  suo  letto;  e  rivolta  a  me: 

—  lia  due  anni  suonati  e  non  cammina  ancora.  A  proposito,  sa 
che  1"  Ubriaco  è  in  jirigione?  Lei  che  ha  dei  mezzi  dovrebbe  aiutare 
la  Minca.  Finirà  male  :  ho  paura  che  impazzisca  o  ne  faccia  una; 
oattiva. 

—  Perchè  1'  hanno  messo  in  prigione? 


444  (ìli    AMMONlTOUl 

—  L' hanno  preso  per  un  manutengolo  :  era  sull'angolo  di  via 
Bonzanigo  mentre  i  ladri  scassinavano  il  negozio  del  gioielliere  :  forse 
li  conosceva  :  qui  siamo  costretti  a  conoscere  anche  i  ladri  e  le  donne 
disgraziate...  o  non  li  conosceva  affatto.  Quella  povera  donna!  Le  mo- 
nache di  Santa  Zita  le  portano  qualcosa,  e  poi  i  ragazzi  vanno  al  Pane 
Quotidiano  tutti  i  giorni.  Lei  non  mangia  più  :  bisogna  metterle  il 
boccone  in  bocca.  Io  voglio  occuparmi  del  piccino,  ma  e  gli  altri  due? 
Notu  ha  nove  anni,  l'altra,  una  bimbetta  mezzo  scema,  ne  ha  sei. 
Adesso  lei  guadagna,  sapete  quanto?  sei  lire  al  mese,  a  far  la  camera 
d'un  impiegato  del  lotto  al  quarto  |)iano.  Qualche  mese  fa  aveva  molte 
camere  da  fare  e  riusciva  a  metter  insieme  fino  a  trenta  soldi  al  giorno. 
Quando  le  hanno  messo  in  prigione  il  marito,  nessuno  ha  più  voluto 
saperne,  eccetto  quel  giovine  del  lotto  che  forse  non  lo  sa  ancora  o 
che  sarà  un  socialista...  Figuriamoci:  moglie  di  un  ubriacone,  pazienza, 
ma  di  un  ladro!  Non  è  vero.  Gip"'-  seguitò,  baciando  il  bimbo.  -  Adesso 
le  domando  io  se  questo  innocente  deve  saperne  qualcosa,  lui! 

Ad  un  tratto  sbarrò  gli  occhi  guardando  fuori,  sul  tetto.  Mi  volsi 
da  quella  parte  :  un  piccolo  spazzacamino  era  sbucato  da  un  abbaino, 
s'eia  piantato  cogli  scarponi  su  la  cresta,  poco  lontano  dalla  mia  sof- 
fitta, e  aveva  girato  lo  sguardo  sicuro  tutt' intorno. 

—  Per  quello  là  non  c'è  da  aver  paura  -  osservò  la  ragazza.  -  Si 
ricorda  del  Notu?  Che  spavento! 

Lo  spazzacamino  si  scioglieva  la  corda  dai  fianchi,  deponeva  la 
raspa,  indi,  inerpicatosi  su  un  comignolo,  vi  faceva  scendere  la  sua 
spazzola  di  ferro,  poi  ne  la  ritraeva  con  tutta  forza.  Il  cielo  era  cosparso 
di  nuvole  argentee  investite  dal  vento,  e  mentre  esse  movevano  com- 
patte, pareva  che  la  piccola  figura  nera  e  il  comignolo  e  il  tetto  navi- 
gassero in  un  moto  lento  che  dava  la  vertigine. 

—  E  quel  povero  bimbo  li  !  Chi  sa  dove  ha  la  mamma  :  dicono 
che  ci  sono  delle  mamme  che  li  vendono,  li  danno  a  nolo  per  tre  o 
quattr'anni...  Che  orrore!  E  la  giustizia  lascia  fare  tutto  questo? 

—  La  giustizia?  Chi  è  la  giustizia,  buona  figliola?  Insomma  lei  è 
una  piccola  socialista,  eh? 

—  Io?  -  rispose  ella  guardandomi  curiosamente  -  Crede  lei?  Vorrei 
bene  essere  qualche  cosa,  ma  non  sono  niente.  Vigi  diceva  bene  che 
ero...  non  so  più  che  cosa...  Ha  letto?  Che  belle  cose,  eh?  Io  ero 
umiliata,  prima,  davanti  a  lui:  ma  lui  mi  diceva  soltanto  che  fossi  bella 
e  che  sorridessi,  e  che  gli  bastava.  Mi  contemplava  delle  ore  intere 
e  io  m'inquietavo  per  paura  che  non  mi  trovasse  come  mi  voleva,  ma 
poi  lo  vedevo  così  felice  !  lo  sono  sicura  che  non  mi  guardava  me, 
ma  che  guardandomi  gli  venivano  clii  sa  quante  belle  memorie  e  quante 
belle  idee...  Voleva  sempre  che  sorridessi,  e  io  ho  sorriso  fino  alla  fine, 
con  che  pena,  mentre  lo  vedexo  morire! 

Abbracciò  il  bimbo  strettamente,  che  si  riliasse  un  po'  stupito  : 
poi  si  asciugò  gli  occhi  : 

—  E  mentre  sorridevo  .senza  parlare,  -  non  parlavo  mai  !  -  lui  pen- 
sava alle  rose,  ai  paesaggi  e  alle  stelle  e  diceva  ch'io  ero  della  stessa 
famiglia  e  anche  lui...  Quante  volte  m'indicava  le  stelle  !  Guardavamo 
fuori  della  finestra,  sulla  neve  dei  tetti,  nel  cielo  nero,  e  lui  mi  di- 
ceva che  sono  tutte  vive  o  che  lo  saranno,  e  che  lui  andrebbe  presto  in 
una  di  quelle...  Difatti  io  sono  sicura  ch'egli  è  ancora  vivo.  Rovisto 
morire  il  mio  bambino,  e  ho  pianto  tanto  !  Ma  dopo  mi  faceva  l'ef- 
fetto d'un  canarino  che  mi  è  morto:  era  proprio  finito  tutto,  finito  I 


GLI    AMMONITORI  445 

Ma  lui...  non  può  essere  !  Ha  parlato  fino  alla  fine  e  mi  ha  detto  delle 
cose  che  non  posso  ricordare...  oli  quanto  mi  afiatico  per  ricordarle, 
ma  non  posso  !  Eppure  io  mi  sento  un'altra  donna  dopo  quelle  parole. 
e  voglio  vivere,  sebbene  desiderassi  di  morire  con  lui  :  sento  che  devo 
vivere,  perchè  devo  fare  qualche  cosa.  Non  so  che  cosa,  e  aspetto... 

Io  consideravo  quella  ragazza  semplice  e  la  vedevo  penetrata  d'una 
forza  misteriosa,  come  se  una  volontà  energica  le  si  fosse  trasfusa. 
Sorrise  come  per  dissipare  l'impressione  delle  parole  gravi  che  le  erano 
uscite  dal  cuore  quasi  inconsciamente:  ma  sotto  il  sorriso  e  nell'oc- 
chio pensoso  vedevo  che  esse  dovevano  formare  omai  il  fondo  della 
sua  sostanza.  L'amore  aveva  tatto  questo  miracolo:  e  una  acuta  ma- 
linconia m'assali,  come  sempie,  davanti  a  quello  che  era  e  che  deve 
restare  [)er  me  un  ignoto  ineffabile. 

Intanto,  dalla  lettura  della  vita  di  Crastino,  un'  idea  era  germo- 
gliata nella  mia  mente.  Il  mio  Memoriale,  colle  sue  divisioni  scolastiche, 
pure  imprecise,  col  suo  sforzo  di  esattezza  clie  lo  rendeva  arido,  colla 
sua  dottrina  incerta  ed  affastellata,  com'era  inefficace,  di  fronte  alla 
semplice  narrazione  personale  d'un'esistenza!  La  stessa  parte  prima  che 
descriveva  la  miseria  presente,  riusciva  monca  e  imperfetta.  Forse,  inco- 
minciai a  pensare,  il  nudo  racconto  della  mia  vita  può  essere  più 
rappresentativo,  più  suggestivo  che  non  una  trattazione,  per  la  quale 
mi  manca  una  disciplina  d'anni.  E  quanto  alla  forma,  s'io  non  ho  la 
potenza  d'arte  di  Crastino.  ho  la  passione,  ho  una  volontà  di  afferrare 
il  mondo  nelle  mie  mani  e  di  torcerlo  e  di  foggiarlo  come  la  creta 
in  cui  sono  nato,  una  volontà  talmente  intensa  che  ne  soffro  e  mi 
consumo. 

Pochi  giorni  dopo  incominciai  questa  narrazione.  Quanto  al  modo 
di  ottener  iidiensa.  ero  sicuro,  comunque,  di  pervenirvi.  Nulla  è  im- 
possibile a  chi  non  teme  la  morte. 


XIV 


Passarono  i  dieci  o  dodici  giorni  che  di  comune  accoido  tra  me 
e  il  mio  direttore  avevamo  giudicati  necessarii  per  finire  la  correzione 
d'un  grosso  volume  che  avevo  condotto  già  molto  innanzi,  e  uscii  de- 
finiiivamente  dalla  tipografia. 

Questo  congedo  era  stato  tra  volontario  e  forzato.  Un  nuovo  di- 
rettore era  entiato  nella  tipografia:  il  precedente  usava  forse  molta 
indulgenza  con  me?  Lo  immagino,  peirhè  i  rimproveri  e  le  multe, 
che  mi  assegnava  il  nuovo,  erano  quasi  sempre  giustificati.  Dovevo 
essere  permanentemente  assolto  nei  casi  che  avvenivano  intorno  a 
me  e  turbato,  perchè  gravi  eirori  mi  sfuggivano  sovente.  LTn  gran 
mutamento  doveva  pur  essere  avvenuto  nel  mio  contegno,  perchè  il 
contegno  dei  miei  colleghi  correttori  con  cui  stavo,  su  uno  stesso  banco 
gomito  a  gomito,  intere  giornate,  era  affatto  mutato  verso  di  me.  For.se 
non  udivo  qualche  loro  domanda  e  non  rispondevo,  o  gettavo  là  qual- 
che frase  distratta  e  impaziente.  Non  so:  so  che  ho  visto  su  pochi 
visi  un  po'  di  rincrescimento  perchè  me  n'andavo. 

Credo  che  ho  offeso  il  nuovo  direttore  con  qualche  risposta  risen- 
tita :  non  ricordo.  Ma  la  mia  condizione  là  dentro  era  divenuta  in- 
tollerabile. 


446  (rLI    AMMONITORI 

L'ultimo  giorno  contemplai  a  lungo  con  una  infinita  tristezza 
quella  vasta  tettoia  vetiata  dove  avevo  passato  quasi  dieci  anni! 

Dieci  anni!  Le  file  dei  compositori  nel  loro  camicione  grigio  sta- 
vano intente  alle  casse:  nelle  corsie  ad  .ogni  tratto  passavano  due 
uomini,  r  un  dietro  l'altro,  pollando  una  «  forma  »  su  una  tavola,  il 
foglio  pronto  per  le  macchine,  come  portassero  una  barella  o  un 
feretro.  Dirimpetto  i  cilindri  giravano  con  fragole,  i  fogli  si  rove- 
sciavano Tun  sull'altro:  le  donne  nel  loro  grembialone  di  prigioniere 
ripetevano  il  gesto  monotono  di  collocare  i  fogli  sul  cilindro  o  di 
raccoglierli  in  mucchio.  Su  due  ballatoi  laterali  le  legatrici  si  agita- 
vano continuamente.  Un  centinaio  di  donne  e  un  centinaio  d'  uomini. 
Immaginare  che  potesse  stal)ilirsi  qualche  lapitorto  fra  quegli  esseri 
fatti  per  integrarsi  a  vicenda,  qualche  rapporto  diverso  da  quello  che 
■esiste  fra  l'uno  e  l'altro  pezzo  d'una  macchina, è  impossibile.  Eppuie 
nell'ininterrotto  affaccendarsi  di  tutti  quegl'individui,  ridotti  a  essere 
come  i  denti  d'un  ingranaggio,  nascevano,  si  annodavano,  traverso  il 
minuto  lavorìo  della  composizione  e  il  fragore  delle  piatlafoinie  vo- 
lanti, sorrisi,  desideri,  amoi'i,  e  quando  la  campana  del  mezzodì  libe- 
rava d'un  subito  tutti  quegli  esseri,  legati,  irrigiditi  per  ore  e  ore  in 
un  immenso  organismo  meccanico,  e  la  folla  si  riversava  fitta  traverso 
i  corridoi  e  fuor  della  porta  nella  strada  soleggiata,  che  gioia  vederli 
tornare  vivi,  tornare  esseri  umani,  sorridersi,  j)arlarsi,  interpellarsi, 
salutarsi  dividendosi,  o  andar  di  conserva  come  amici  o  stringersi  a 
braccetto  come  amanti! 

Fra  quelle  ragazze  che,  uniformemente  vestite,  sfoggiavano  tutta 
la  lor  bellezza  nell'acconciatura  dei  capelli,  qualcuna  forse  mi  guardò 
non  affatto  sprezzante  o  indifferentev  Ho  in  fondo  agli  occhi  qualche 
leggero  sorriso,  qualche  sguardo  di  simpatia,  e  non  so  più  a  qual  figura 
assegnarli.  Forse  là  era  una  donna  che  avrei  amata"!? 

Dieci  anni  ! 

Ero  dunque  libero.  Per  la  prima  volta  mi  sentivo  indipendente, 
senza  padrone .  Nella  Pia  Casa  ero  soggetto,  lungo  le  ore  di  lavoro 
al  padrone  presso  cui  mi  mandavano  e  nel  resto  del  tempo  agli  assi- 
stenti dell'Istituto;  poi  passai  di  padrone  in  padrone,  col  senso  perenne 
della  soggezione,  sì  che  alla  festa  non  potevo  mai  liberarmi  dal  peso 
della  schiavitù  del  domani  e  delle  settimane  prossime.  Forse  che  mi 
sento  io  ora  pienamente  libero".'  No:  ho  in  fondo  una  timidezza  irra- 
gionevole che  costituisce  una  inferiorità  reale:  s'io  volessi  fare  un  atto 
d'indipendenza,  certamente  sarebbe  esagerato  e  rasenterebbe  la  ribel- 
lione: credo  che  ciò  sia  avvenuto  infatti  nei  miei  rapporti  col  diret- 
tore della  tipografia. 

E  per  godere  intera  la  sensazione  almeno  della  libertà  fisica,  mi 
diedi  a  grandi  passeggiate  per  le  colline  di  Torino:  che  respiri,  che 
bagni  d'aria  e  di  sole  in  mezzo  agli  eftluvii  dell'autunno,  che  stupori 
dinanzi  alla  scoperta  improvvisa  degli  orizzonti  luminosi  e  sconfinati! 
Io  non  mi  ero  mai  sentito  vivere  con  tale  espansione.  Ah,  quando 
dicevo  a  Crastino  che  la  vita  è  buona  !  Si  :  basta  esser  sano  di  corpo 
«  di  mente  :  la  felicità  è  forse  una  cosa  molto  semplice  e  molto  facile. 
Essere  vivo  :  molti  se  ne  contentano,  e  questa  non  è  ancora  la  felicità. 
Senza  dubbio  la  felicità  è  sentirsi  vivo.  A  misiu'a  che  la  vita  è  com- 
plessa, larga,  intensa  in  un  uomo,  cresce  la  sua  felicità,  e  coloro  che 
contengono  maggior  quantità  di  vita  sono  coloro  che  son  più  capaci  di 
felicità.  È  questo  ch'io  avevo  pensato  sempre,  così  semplice  e  pur  così 


GLI    AMMONITORI  447 

inintelligibile  per  la  maggior  parte.  Ma  il  giorno  che  questo  vero  così 
luminoso  e  vittorioso  apparirà  a  tutti,  non  sarà  mutata  la  vita  sociale"? 

Il  consorzio  civile  è  ora  atfatto  nemico  dei  singoli,  tanto  che  ai 
maggiori  spiriti  s'affaccia  il  progetto  o  almeno  il  desiderio  vago  di 
abbandonare  il  commercio  dei  proprii  simili  per  ritrarsi  nella  campa- 
gna e  riprendere  il  contatto  colla  natura,  colla  terra  materna.  Ma  la 
società  ha  corrotto  colle  sue  cifre  anche  la  terra  e  l'acqua  e  l'aria,  e 
il  contadino  è  ora  più  infelice  che  ogni  altra  classe... 

Un  giorno  nelle  mie  gambate  traverso  i  colli  mi  trovai  vicino  a 
Gassino.  Ci  entrai,  lìiconobbi  qualche  casetta  screpolata,  ma  nessuna 
fisionomia  mi  richiamò  qualche  immagine  d'un  passato  tanto  remoto. 
Non  mi  sentii  vincolato  più  a  quei  poveri  contadini  che  vedevo  mo- 
Aersi  tra  i  seminati,  che  all'altro  povero  e  cieco  genere  umano.  Pure, 
presso  le  fornaci,  affatto  trasformate  e  irriconoscibili,  la  vista  della 
terra  gialla  in  cui  io  e  mio  padre  e  i  miei  nonni,  intere  generazioni 
forse,  avevamo  frugato  rintanati  come  talpe,  svegliò  un  vago  miscu- 
glio di  sensazioni  dolorose  insieme  e  dolci  in  fondo  al  mio  essere. 

Uscendo  dal  paese,  vedo,  seduto  al  sole,  di  fronte  al  Po  e  al  piano 
immenso,  un  vecchio,  rotto  in  due  dalla  sciatica  :  faccia  raggrumata, 
occhietti  umidi  e  morti.  Cosi  sarelìbe  stato  mio  padre  se  fosse  vissuto: 
così  avrei  finito  io  pure  La  terra  in  cui  hanno  frugato  tutta  la  vita, 
li  ghermisce  pel  collo,  li  curva,  li  soffoca  nel   suo   seno. 

Ci  tornai.  Una  sera,  imbruniva,  la  campana  del  villaggio,  la  sola 
voce  festiva  della  mia  infanzia,  era  di  sabato,  sonava  a  concerto  an- 
nunziando la  festa.  E  un  ritornello...  me  lo  trovai  lì  nella  memoria, 
nell'orecchio,  sulle  labbra:  d'onde  veniva';?  E  io  camminavo  cammi- 
navo, verso  la  città,  solo  nella  strada  provinciale.  E  cominciai  a  can- 
tare e  a  piangere,  a  piangere  e  a  cantare... 

Gante,  canté,  tìjete,  canté  touzour! 

,..così  ostinato,  così  doloroso,  così  aspramente,  lungamente  penetrante... 
da  impazzire!  E  saltai  nel  seminato,  mi  affondai  nei  solchi  recenti, 
Locconi,  ficcando  le  mani  tra  le  radici,  mordendo,  suggendo  le  erbe. 
O  terra,  mia  terra,  umile  e  cara  e  sola  madre  mia  !  Chi  mi  ha  divelto 
dal  tuo  seno,  sì  presto,  ch'io  avevo  dimenticato  perfino  il  tuo  sapore? 

Ma  non  tardai,  dopo  aver  vagato  per  due  settimane,  a  sentir 
troppo  grave  il  peso  della  mia  libertà  scioperata.  Ah  poter  agire  !  Fare 
qualcosa  di  grande,  di  iinmraensamente  benefico  ! 

E  meditavo.  A\Tei  potuto  forse  dedicarmi  ad  un'  opera  paziente, 
continua.  Sfrena,  come  quella  buona  dottoressa  Lavriano,  il  cui  sor- 
riso e  il  tocco  della  mano  gentile  dovevano  aver  sollevato  o  guarito 
chi  sa  quanti  mali  ?  Sentivo  una  strana  impazienza  :  ciò  era  troppo 
minuto  e  troppo  lungo,  e  io  non  avevo  tempo.  Da  parecchi  mesi  sen- 
tivo in  tutti  i  miei  atti  l'impulso  ad  affrettarmi,  perchè  il  tempo  da- 
vanti a  me  s'accorciava  :  e  che  cosa  s'avvicinava  con  esso  ?  Una  sven- 
tura i  La  morte  ? 

Due  visioni  s'erano  impadronite  del  mio  spirito  con  ugual  forza, 
sebbene  l'una  reale,  l'altra  fantastica.  Nell'una  Crastino  ed  io  ci  volge- 
vamo indietro  in  un  gran  viale  fiancheggiato  ai  lati  da  grossi  cumuli 
di  neve  :  un  punto  lontano  ingrandiva  rapidamente  avvicinandosi  :  il 
veicolo  tozzo  e  fulmineo  passava,  lasciandoci  appena  indo\inare  una 
figura  so  di  esso.  Lo  seguivo  coU'occhio:  un  piccolo  mucchio  nero  là 


448  r.LI    AMMONITORI 

innanzi  stava  fermo  in  mezzo  alla  strada  e  rautomolìile  si  lanciava...  La 
visione  si  spegneva  (fun  tratto  lasciandomi  un  gelo  nella  schiena.  Nel- 
l'altra, una  carrozza  pesante  correva  in  una  strada  di  città  assiepata  di 
gente,  fiancheggiala  da  corazzieri  giganteschi  :  un  uomo  si  gettava 
verso  di  essa  e  veniva  fracassato  dai  zoccoli  d"un  cavallo.  E  mi  pareva 
di  sentir  un  colpo  al  cervello... 

E  cominciai  un  mattino  a  svegliarmi  con  l'idea  d'una  cosa  che 
dovevo  fare,  oggi'?  domani?  E  tutte  le  mattine  avevo  la  stessa  sensa- 
zione di  aspettativa  insieme  e  di  obhligo,  come  d'una  promessa  che- 
dovessi  adempiere  e  differissi  di  giorno  in  giorno  per  cause  non  del  tutto 
dipendenti  dalla  mia  volontà. 

La  cosa  che  dorerò  fare  era  affatto  intima,  era  semplicemente  di 
accettare  un  atto  ancora  oscuro  che  mi  s'imponeva  lentamente  con 
forza  e  ostinazione,  perchè  di  poi  è  cessata  affatto  l'inquietudine  che 
m'invadeva  ogni  mattina  e  che  diminuiva  soltanto  la  sera  mentre  dicevo 
a  me  stesso:  Domani!.,  coli' intenzione  implicita  di  considerare  e  infine 
di  accettare,  quasi  per  far  tacere  una  voce  insistente  e  irritante  che 
mi  ripeteva  sempre  lo  stesso:  «  È  necessario!  » 

Ed  ecco  il  fatto  che  mi  determinò. 

Uscivo  dalla  Biblioteca  Civica  ov'eio  andato  per  finire  la  Risur- 
rezione di  Tolstoi  che  avevo  cominciata  il  giorno  prima,  e  me  ne  tor- 
navo colla  testa  tutta  scombussolata.  Vi  ero  rimasto  sei  ore:  il  sole 
tramontava:  il  cielo,  lontano,  dietro  l'angolo  del  monumento  al  Frejus, 
discendeva  leggerissimo  sulle  creste  bianche  ed  azzurre  delle  Alpi. 
Respiravo  a  pieni  polmoni,  anche  per  sollevarmi  l'oppressione  mo- 
rale. 11  romanzo  mi  aveva  lasciato  un  enorme  senso  di  sgomento:  esso- 
descrive  con  tal  potenza  la  massa  dell'iniquità  sociale,  che  i  personaggi 
pieni  di  buona  volontà  e  i  precetti  di  vita  che  dà  l'autore  diventano  spro- 
porzionati, inefficaci,  puerili.  E  pensavo  ch'io  ero  forse,  come  codesti 
russi,  un'anima  ingenua  che  vede  tutta  la  mostruosità  degli  organismi 
sociali  e  crede  poterli  atterrare  con  una  spallata.  Forse  vai  meglio 
scomporli  vite  per  vite,  ruota  j)er  ruota,  come  farebbe  un  esperto  mec- 
canico. .Ma  come  persuadere  cjuesti  capi  macchina  ad  esaminare,  ritbr- 
mare,  rinnovare  i  lor  vecchi  strumenti,  traverso  cui  l'uomo  moderno- 
esce  falsiito,  deformato,  talvolta  stritolatof 

Ero  giunto  in  piazza  Statuto. 

Ho  l'abitudine  di  soffermarmi  presso  ai  chioschi  dei  giornalai.  Mi 
avvicinai  ad  uno  per  guardare  su  un  giornale  in  che  giorno  eravamo. 
Era  la  Gazzetta  di  Torino,  uscita  allora,  e  mi  colpì  subito  la  scritta: 
//  dramma  di  Via  San  Z)oHa^o.  Simultaneamente  avverto  il  gridìo  che 
alcuni  venditori  facevano  per  le  strade,  colle  stesse  parole.  Un  tremore 
inesplicabile  m'assalse,  comprai  il  giornale:  era  un'intera  colonna:  il 
cronista  faceva  un  lungo  e  lacrimo.so  preambolo  :  «  La  donna  può  avere 
quaranfanni...:  marito  in  prigione...  Ella  aveva  mandato  i  tre  tigli...  il 
maggioie  teneva  l'ultimo  in  braccio  e  l'altro  per  mano...  al  Pati  e  Quo- 
tidiano... La  donna  stava  inginocchiata  contro  la  parete  in  un  angolo- 
delia  soffitta...  Un  braciere...  ». 

Mi  sentii  toccare  sulla  spalla:  mi  volsi.  Era  la  dottoressa  Eva: 
era  molto  turbata: 

—  Ho  fatto  fermare  la  tranvia,  vedendo. lei  qui.  Che  cosa  orribile!  - 
disse,  accennandomi  il  giornale. 

—  È  la  Mlnca,  non  è  vero? 


GLI    AMMONITORI  449 

—  Sì.  Lei  non  sa  ancora  nulla"?  Viene  con  mef  lo  l'ho  vista:  ora  ho 
portato  i  due  ragazzi  a  casa  mia,  poi  vedrò...  È  morta  verso  mezzogiorno, 
pare.  Stamattina  aveva  mandato  i  bambini  da  noi.  Pareva  che  lo  sapesse, 
il  povero  Notu  ;  non  ha  voluto  mangiare  :  è  stato  tutto  il  giorno  ammu- 
sonito,  cupo...   Che  cosa  crede  che  diventerà  quel  ragazzo  lì'? 

lo  ero  tutto  sconvolto:  era  come  se  avessi  ricevuto  un  colpo  sulla 
nuca  e  fossi  stramazzato  e  non  mi  potessi  più  rialzai'e. 

—  Aveva  chiuso  le  imposte  e  turato  il  caminetto...  Ha  preso  tutte 
le  precauzioni  più  minute:  tutte  le  fessure  dell'uscio  e  della  finestra 
erano  tappate.  Ha  fatto  prèsto  l'acido  carbonico  a  raggiungerla,  cosi 
inginocchiata  a  terra...  Aveva  ingannato  anche  la  Biondina,  che  ha 
bussato  soltanto  quando  sono  tornati  i  ragazzi,  alle  due,  ed  essi  dove- 
vano stare  fuori  fino  a  sera...  Notu  pareva  che  lo  sapesse.  È  lui  che  si 
è  messo  a  piangere  davanti  all'uscio,  picchiando,  e  gli  altri  due  anche 
essi...  Così  il  marito  della  portinaia  ha  sospettato  e  ha  forzato  l'uscio. 
Me  lo  raccontava  la  Biondina. 

Eravamo  giunti,  quasi  correndo,  alla  casa.  Sotto  il  portone  le  donne 
chiacchieravano,  coi  visi  curiosi  e  inquieti.  Salimmo.  L'uscio  era  chiuso 
e  due  guardie  passeggiavano  lungo  il  corridoio.  Avrei  voluto  vedere 
un  momento  la  povera  morta,  ma  le  due  faccie  arcigne  me  ne  di- 
stolsero. D'altronde,  perchè"? 

Andammo  fino  in  fondo,  nella  camera  della  Biondina. 

La  Biondina  colla  faccia  piangente  teneva  stretto  in  collo  un  bimbo, 
il  bimbo  della  morta,  che  mordeva  un  tozzo  di  mela  senza  stupirsi 
degli  abbracci  e  delle  lacrime  di  lei.  Quando  ci  vide,  parve  acquietarsi, 
guardò  la  dottoressa  che  conservava  la  sua  mirabile  calma. 

—  Non  si  ha  mai  la  mente  a  tutto  -  diceva  costei.  -  Le  cose  vanno 
innanzi  lentamente!  Io  pensavo  anche  a  questa  disgraziata,  ma  è  inu- 
tile: noi  non  possiamo  mai  aver  il  senso  immediato  dell'urgenza,  del- 
l'imminenza, della  necessità!  Il  mio  aiuto  sarebbe  giunto  fra  un  mese, 
o  più  :  e  chi  può  misurare  le  forze  di  resistenza  d'una  creatura?  Pai'e 
forte  oggi.  Domani  è  sfasciata  a  terra  come  un  cencio  ! 

Tutto  questo  dramma  mi  pareva  una  continuazione,  uno  svolgi- 
mento di  quello  che  un  genio  possente  mi  aveva  edificato  davanti  agli 
occhi:  ma  con  qual  semplicità  spaventevole  il  destino  mi  gettava  di- 
nanzi una  realtà  così  enorme  !  Lina  semplicità  che  mi  incuteva  il  ter- 
rore del  mistero.  Ecco:  una  creatura  aveva  voluto  morire.  Era  morta, 
niente  di  più  facile.  Così  facile...  e  irreparabile! 

Ma  la  dottoressa  pensava  al  marito,  ai  figli.  Ella  non  si  tratteneva 
mai  sull'irreparabile  e  andava  innanzi.  Ogni  triste  avvenimento  la 
stimolava  ad  agile  sempre  più  prontamente  :  tutto  le  era  occasione  di 
complicare  sempre  più  le  fila  delle  sue  operazioni,  come  un  generale 
che  approtltta  d'ogni  menomo  vantaggio  contro  un  nemico  formidabile. 
Così  ogni  crisi  le  era  favorevole  per  condurre  i  suoi  conoscenti  verso 
le  sue  idee  o  verso  la  sua  opera,    ogni  morte  le  lasciava    un'eredità. 

—  Sapete  che  ho  fatto  una  conquista?  -  aggiunse  dopo  un  poco, 
indicando  la  ragazza.  -  Ho  una  recluta  nuova  che  mi  può  esser  preziosa, 
sapete  perchè"?  Perchè  è  bella:  io  avevo  estremo  bisogno  d'una  donna 
bella  e  che  sapesse  sorridere  bene,  l  miei  bambini  se  la  disputeranno. 

E  vedendo  le  tacite  proteste  e  le  denegazioni  di  lei,  come  per  vin- 
cere un'ultima  riluttanza: 

—  È  troppo  modesta.  Crede  di  non  esser  buona  a  nulla...  e  infatti 
è  proprio  necessario  esser  buone  a  qualcosa"?  C'è  del  pane  da  distri- 

529  Voi.  evi,  Serie  IV  .  !•  agosto  1903. 


450  GLI    AMMONITORI 

buire,    c'è  da  accogliere  dei  poveri    affamati  mezzo  nudi:  ciie  cosa  è 
più  facile  che  aver  pietà  ?  Che  cosa  è  più  desiderabile  che  aver  delle 
ceste  di  pane,  dei  pentolini  di  minestra  da  distribuire"? 
E  continuava  col  suo  fluido  eloquio  di  propagandista  : 

—  Il  malessere  che  ci  viene  dalla  vista  della  sofferenza  è  sùbito 
sollevato  dal  fatto  di  poterla  far  cessare  per  un  momento  almeno  e 
senza  fatica.  Lei  è  una  buona  sarta:  faremo  tanti  vestitini  :  avremo 
della  stoffa...  Ci  sono  due  opere  dove  la  nostra  Biondina  può  far  tanto 
bene.  La  Cassa  per  la  maternità...  Lei  è  della  stessa  classe:  non  ho 
ragione.  Stanga?  Va  a  trovar  le  madri  di  famiglia,  le  persuade  a  pagar 
due  soldi  al  mese,  due  soldi,  capisce,  per  aver  di  che  vivere  a  casa 
e  curarsi  nel  tempo  della  gravidanza...  E  poi  il  Pane  Oitotidiano,  dove 
non  sono  che  vecchi  e  bambini,  bambini  e  vecchi,  che  hanno  bisogno 
della  gioventù  e  dell'allegria.  E  allora  la  rivedremo  fiorire,  la  nostra 
bella  cara,  che  vuol  lasciarsi  ammalare,  lasciarsi  morire... 

E  con  una  mossa  tenerissima  s'era  avvicinata:  le  carezzò  i  capelli, 
l'abbracciò  e  la  baciò  in  fronte.  11  viso  della  ragazza  parve  irradiarsi. 

—  Sono  due  settimane  che  la  catechizzo  -  mi  (Uss'ella.  -  Ora  il 
libro  del  povero  Craslino  è  in  corso  di  stampa  :  uscirà  presto  :  abbiamo 
trovato  un  buon  editore,  l'editore  di  mio  papà.  Leonardo  farà  il  monu- 
mento e  lei  andrà  a  posare  per  un  bel  bassorilievo  di  cui  ho  già  vi.sto 
il  disegno,  bellissimo.  Dopo,  che  le  resterà  da  fare? 

—  È  vero.  -  disse  la  ragazza  costernata  -  la  mia  vita  è  finita  li. 

—  Perciò  -  insistè  la  signorina,  fatta  improvvisamente  grave  -  bi- 
sogna mutar  vita:  quei  giorni  devono  restar  puri.  Tu  devi  considerarti 
sua  per  sempre,  non  è  vero?  È  lui  che  t'ha  detto  di  vivere,  e  ha  desiderato 
che  tu  vivessi  in  modo  che  potesse  sempre  volerti  bene,  non  è  vero,  cara? 

L'altra  alzò  la  testa  guardandola  con  due  occhi  fermi  e  luminosi  : 

—  Verrò  quando  lei  vorrà. 

—  Allora  domani  1  Non  perdiamo  tempo.  Verrò  a  prenderti. 
La  baciò  sulla  guancia,  poi  si  volse  verso  di  me  : 

—  E  lei  che  fa  ora? 

lo  mi  sentii  leggermente  turbato  come  per  un  celato  rimprovero. 

—  Non  so.  Mi  preparo  per  fare  qualche  cosa. 

—  Vuol  che  trovi  qualche  cosa  anche  per  lei?  Vuol  che  domandi 
al  dottor  Semini,  che  dice  tanto  bene  di  lei  ?  Vuol  essere  reclutalo  nel- 
l'esercito del  bene?  Ci  penserò  e  voglio  un  po'  vedere  se  oserà  rifiutare.' 

Ma  nel  corridoio  si  fece  un  gran  rumore  di  passi  pesanti.  Vedemmo 
una  cassa  entrare  nell'uscio.  La  ragazza  scoppiò  in  un  pianto  dispe- 
rato, cui  seguì  per  riflesso  il  bimbo.  Ricordava  ella  un'altra  cassa, 
nello  stesso  corridoio,  e  il  suo  morto  amore? 

La  dottoressa  la  richiuse  nella  sua  soffitta,  poi  avviandosi  disse 
a  me  che  l'accompagnavo: 

—  Non  si  lasci  prendere  il  sopravvento  dalla  tristezza,  dalla  tri- 
stezza sterile.  Bisogna  agire,  si  ricordi. 

E  mi  strinse  forte  la  mano.  Dietro  di  lei  mi  parve  che  la  mia  poca 
forza  di  vivere  se  n'andasse  per  sempre. 

«  Bisogna  agire...  » 

Apersi  il  giornale  che  avevo  comprato.  Come  potevano  i  lettori 
veder  altro  in  quelle  colonne,  altro  che  il  dramma  spaventoso?  Come 
avevano  potuto  i  redattori  occuparsi  d'altro?  «  La  Banca  sconto...  La 
rendita  al  3  per  cento...  LEritrea...  1  giovani  monarchici  !  »  Ah  miseria  ! 


GLI    AMMONITORI  451 

E  io,  che  avevo  fatto  per  quella  povera  donna?  Forse  io  avrei  po- 
tuto impedire  quel  suicidio?  Le  avevo  dato  qualche  denaro,  ed  ecco 
tutto.  Era  soltanto  questo  il  mio  dovere?  Ed  ecco  un'altra  cagione  di 
malessere  per  me...  Son  io  che  devo  provvedere  a  che  la  gente  non  s'am- 
mazzi? Eppure  io  ho  una  parte  di  colpa.  E  tutti  abbiamo  una  parte 
di  colpa.  È  intollerabile! 

E  il  senso  dell'impotenza  mi  abbaile.  Aver  tanta  energia,  tanta  pas- 
sione, tanto  furore,  e  sentirmi  oppresso  come  dalle  pareti  d'un  monte  !... 

Ma  io  sono  come  un  germoglio  di  quercia  in  mi  vecchio  muro. 
e  quanti  di  questi  germogli  intorno  a  me  !  (  losì  si  sgretola,  si  spacca  il 
vecchio  muro  ! 

Io  non  posso  diuique  che  distruggere:  non  posso  edificare,  r  n 
posso  impiegare  la  mia  forza  in  nulla.  Nessuno  vuole  la  mia  vera 
forza.  Tanto  non  varrebbe  buttarla  come  un  cencio  ai  piedi  di  chi  p  lò? 

Forse  avrei  avuto  mezzo  di  portare  qualche  meschino  aiuto  ai  mi- 
.seri  che  mi  morirono  d'intorno:  potrei  forse  contare  al  mio  aUivo 
molte  piccole  azioni,  molte  consolazioni,  molte  parole,  molte  la;  rime 
spese  a  prò  di  essi...  Ma  era  necessario  ch'io  vedessi  costoro  soltanto, 
ch'io  fossi  miope,  ch'io  non  lanciassi  la  mia  mente,  il  mio  ci.ore  ad 
abbracciare  tutte  le  miserie  della  terra,  ch'io  non  ne  formassi  una  mole 
che  mi  annienta.  E  io  avevo  ben  altro  da  dare,  posseggo  be j  altro! 
Ecco  perchè  non  posso  pensare  che  ad  un'azione  sintetica,  grandiosa, 
feconda. 

Quella  sera  errai  per  Torino  in  giri  interminabili.  Si  accesero  i 
fanali,  si  riempirono  i  recinti  all'aria  ajierta  dei  caffè:  poi  i  teatri  ri- 
versarono fuori  le  loro  folle,  le  strade  si  sgombrarono,  si  decimarono 
le  lampade  e  la  città  prese  il  suo  aspetto  notturno  triste  e  deserto. 

Allora  rimase  viva  .soltanto  la  gente  notturna,  le  donne  aspettanti 
negli  angoli  delle  strade,  con  la  testa  scoperta  e  le  mani  sotto  il  grem- 
biale, i  ciccaioli  col  lumicino  rasente  il  selciato,  come  cani  randagi, 
i  cerinai  die  corrono  zopi)icando  dall'uno  all'altro  dei  due  o  tre  caffè 
aperti  tutta  la  notte...  La  sensazione  era  per  me  nuova  e  aveva  il  suo 
fascino  d'incubo.  Volli  entrare  in  uno. 

Una  vecchia  calva  dalla  faccia  ignobile  mi  aperse  la  porta,  alzan- 
domi in  faccia  un  paniere  di  cerini  e  d'altri  oggetti.  Nell'aria  fumosa 
sedevano  fìtti,  intorno  ai  tavolini,  giovanotti  dalla  faccia  di  vecchio  e 
ragazze  dai  vestiti  e  dai  cappelli  fronzuti  e  irrequieti  :  esse  parevano 
alberi  nani  agitati  da  un  vento  continuo.  Alcuni  giocavano  fumando 
e  bevendo  birra.  Io  pensavo  alle  osterie  di  campagna  in  cui  ero  andato 
qualche  volta  la  domenica  e  alle  sbornie  che  prendeva  alcuno  dei  miei 
compagni.  Quanto  meglio  che  non  tutto  questo! 

Uscito  dalla  birreria  Dreher  errai  ancora,  quasi  senza  rendermene 
conto,  avendo  affatto  perduto  la  nozione  del  tempo.  Mi  trovai  sul  ponte 
della  Gran  Madre,  salii  sul  Monte  dei  Cappuccini  e  coi  gomiti  sul  pa- 
rapetto della  terrazza  contemplai  a  lungo  la  massa  nera  della  città  e 
il  fiume  tranquillo  e  cupo  in  cui  si  sospendevano  i  fanali  coi  loro  ri- 
flessi come  una  duplice  collana  di  stelle,  e  ne  scesi  col  cuore  stretto  e 
col  senso  vago  di  qualcosa  ch'io  stessi  abbandonando  giorno  per  giorno, 
minuto  ]ier  minuto,  come  se  a  tutte  le  cose,  una  per  una,  eh'  io  ve- 
devo, dovessi  dare  un  addio  per  sempre. 

Per  il  Corso  Vittorio  un  sonno  invincibile  mi  prese,  e  una  stan- 
chezza mortale.  Entrai  nel  caffè  della  Stazione  e  bevvi  un  latte  caldo. 
Non  vi  rimasi  che  pochi  istanti.  Che  spettacolo!  Vi  parevano  accolti 


452  GLI    AMMONTTORl 

tutti  i  mostii  (Iella  notte,  atroci  scherzi  rrumanitii.  nani,  sciancati, 
^obbi,  rattiap])iti,  monchi,  coi  loro  oggetti  di  vendita,  che  parevano 
tare  parte  della  loro  deformità,  e  nessuno  destava  pietà,  ma  soltanto  ri- 
pugnanza e  sdegno.  Pareva  che  tutti  questi  infelicissimi  si  sforzassero  e 
riuscissero  stranamente  a  simulare  le  infermità  da  cui  erano  affetti, 
come  odiose  caricature  di  veri  infelici.  E  le  celie  ed  i  lazzi  che  ad  essi 
rivolgevano  certe  donne  dalle  occliiaie  pavonazze.  dalle  bocche  rugose 
e  sbilenche  mi  destavano  dei  fremiti  d'irritazione  e  mi  spingevano  de- 
gl"  insulti  alle  labbra. 

Appena  fuori,  l'aria  frizzante  mi  diede  una  scossa  salutare.  Mi  si 
rinfrescarono  le  idee  e  tutte  le  visioni  d'incubo  svanirono.  Erano  le 
quattro  e  tutta  la  città  era  d'un  curioso  colore  azzurro  sotto  il  cielo 
che  albeggiava.  Mi  pareva  d'aver  sognato.  Mi  posi  a  camnunare  verso 
casa  rapidamente.  Mi  sentivo  le  membra  pesanti  e  indolenzite:  una 
pàtina  amara  in  bocca  mi  dava  la  nausea. 

In  piazza  Castello  alcuni  operai  al  lume  d'un  fanale  a  pressione 
d'aria,  luminosissimo,  collocavano  delle  rotaie,  e  i  gran  colpi  di  mar- 
tello, riscotendomi,  parevano  dare  alle  mie  idee  un  tono  salubre  e 
saldo.  Il  loro  lavoi'O,  tia  il  sonno  della  gran  città  e  il  piccolo  agitarsi 
di  quegli  esseri  di  vizio  e  d'avvilimento  donde  uscivo,  mi  commoveva. 
Non  era  in  essi  la  verità  e  la  giustizia?  Ebbi  un  momento  l'impulso 
di  dirlo  a  uno.  Io  sono  forse  un  retore  o  forse  un  artista:  ma  le  cose 
che  immagino  con  ma  estrema  vivacità  e  forza  e  che  spesso  formulo 
inconsciamente,  non  passano  mai  dal  pensiero  all'atto.  Forse  ero  nato 
oratore,  o  scrittore  f 

Quella  fu  la  sola  notte  ch'io  passai  interamente  fuori  di  casa,  e  mi 
fece  un'impressione  enorme.  Esisteva  dunque  una  popolazione  sotter- 
ranea che  sbucava  la  notte  fuor  dalle  cloache,  al  par  itegli  idrofili  neri 
che  si  sbattono  contro  i  globi  perlacei  della  luce  elettrica:  una  popo- 
lazione che  vive  sulla  viltà,  sulla  bassezza,  sul  vizio  degli  altri,  degli 
altri  che  dormono  al  mattino  dei  sonni  senza  rimorsi?  Che  cos'era 
dunque  l'umanità,  quest'amalgama  di  sacrificio  e  di  oppressione, 
di  iiurezza  e  d'infamia"?  Per  tali  esseri  poteva  trovarsi  una  salvazione? 

Bisogna  attendere  le  generazioni  degli  uomini  sani  e  buoni  e  la 
prole  della  loro  prole!  Com'è  lontano  tutto  ciò! 

E  non  avverrà  mai.  tinche  i  figli  del  popolo,  ch'è  solo  perennemente 
buono  e  sano,  non  saianno  messi  in  condizione  di  nascere  e  di  cre- 
scere con  tutte  le  energie  che  la  terra  e  la  razza  accumularono  in  esso. 

Ad  un  certo  punto,  non  so  come,  scorsi  distintamente  nella  mia  fan- 
tasia due  figure,  che  no  i  avevo  mai  dapprima  associate,  una  testa  serena 
d'apostolo  e  una  faccina  di  bimba,  il  dottor  Semmi  e  la  signorina  Eva. 

Che  gioia  n'ebbi,  un  momento,  che  gioia! 

Giunto  a  casa,  una  gran  calma  era  entrata  in  me.  .\vevo  accettato. 
E  mi  addormentai  d'un  sonno  tranquillo  e  profondo. 

E  così  la  mia  vita  è  passata.  C'è  forse  della  gente  lil)era,  che 
viaggia,  che  osserva  paesi  e  costumi,  ed  altra  che  gode,  mangia,  ride, 
va  alle  corse,  ai  bagni,  accanto  a  quella  clie  muore,  muore  continua- 
mente... Io  non  fui  tra  nessuno  di  costoro,  lo  passai  accanto  alla  vita, 
ma  non  ne  toccai  che  un  lato  e  un  istante  solo;  intravidi  cioè  appena 
il  mare  enorme  e  l'onda  inesauribile:  qualche  essere  emer.se,  fino  a 
venire  scorto  da'  miei  occhi.  Ora  il  mare  si  richiude  sopra  il  mio  capo 
per  sempre. 


LiLI    AMMONITORI  453 


XV. 

Ed  eccomi  solo.  ora.  definitivamente,  dinanzi  a  me  stesso. 

Temo  io  forse"?  No.  Mi  vedo.  Un  pnnto  nero  appare  lontano  lon- 
tano: ingrossa,  avanza,  s'avventa.  Ecco:  balzo  in  mezzo  alla  strada, 
chiudo  gli  occhi  immoto,  rigido...  Ah! 

Daqueirattimo,  da  quell'urto  incomincerà  per  qualcuno  una  nuova 
vita...  forse  per  molti. 

Si  traviserà  la  cosa?  Scriveranno  i  giornali  d'un  povero  pazzo...? 
Per  qualche  ora.  poi  si  farà  la  luce:  ho  trovato  il  mezzo. 

Uno  di  questi  (jìorui,  tutto  sarà  finito  ;  forse  domani. 

Non  ho  nessuna  ragione  che  mi  trattenga.  Io  credo  aver  trovalo 
il  senso  della  vita  generale.  L'individuo  non  può  esser  felice  per  sé 
stesso,  perchè  in  fondo  a  tutto  ciò  è  la  morte.  Il  segreto  dunque  della 
felicità  anche  per  l'individuo  mortale  è  di  sentirsi  immortale,  di  sen- 
tirsi cioè  vivere  dentro  gli  altri,  dentro  l'umanità,  dentro  l'Essere  luii- 
versale.  I^a  morte  dunque  non  m'importa  :  ripugna  a  tutta  la  com])a- 
gine  che  forma  il  mio  essere,  ripugna  alla  vaga  coscienza  che  lianno 
tutte  le  mie  molecole,  tutte  le  unità  elementari  che  formano  di  me  una 
colonia;  esse  anzi  mi  faranno  sentire  tutta  la  loro  forza  coesiva  al 
momento  dell'atto  :  ma  non  ripugna  alla  mia  coscienza  superiore. 

Vivere  è  per  me  troppo  doloroso  :  ogni  sofferenza  altrui  si  ripercuote 
ora  in  me  con  troppa  violenza.  Io  potrei  e  sere  il  piìi  sfortunato  dei  iniei 
simili  e  non  soffrirei  un  millesimo  di  quello  che  soffro  ora,  che  mi  sento 
penetrato,  ubriacato  da  tuffa  la  sofferenza  degli  ;  omini.  Fuggire  l'ag- 
giomeramento.  la  città,  il  contatto  dei  miei  simili  e  rifugiarmi  nei 
campi,  isolarmi  in  mezzo  alla  natura  sana  e  serena?  Ma  ora  anche  le 
lande,  ove  gli  eremiti  si  seppellivano,  sono  proprietà  d'alcuno  e  in  nes- 
suna parte  tace  l'eco  della  miseria...  D'altronde  è  troppo  taidi. 

Ho  trovato  per  gli  altri  la  ragione  di  vivere  e  per  me  la  ragione 
di  morire.  Il  suicidio  è  viltà  quando  significa  fuga.  Io  non  fuggo.  Io 
m'immergo  nella  vita:  io  dò  certamente,  colla  mia  morte,  comunque 
fruttifichi,  e  il  sacrifizio  non  è  mai  senza  frutto,  un  maggior  senso  di 
libertà  e  di  solidarietà  ai  miei  simili.  Io  dico  a  chiunque  viva  oggidì, 
posto  dalla  società  in  qualsiasi  condizione:  «  Bisogna  operare  e  amare. 
Bisogna  limitare  il  proprio  volere,  congiungerlo  in  alimonia  col  volere 
dei  nostri  simili.  Umile  o  precipua  parte  nel  coro  sociale,  espandi  in 
tutta  la  sua  potenza  l'anima  che  fi  diede  il  destino,  abbraccia  l'uma- 
nità e  la  natura,  compenetrati  e  fortificati  di  esse:  opera  ed  ama!  » 

La  scossa  ch'io  dò  a  quest'onda  repentina  d'umanità  che  va  fati- 
cosamente orientandosi  nell'armonia,  sarà  come  l'urto  clie  sconquassa 
un  organamento  vizioso,  liberandone  gii  elementi,  acciocché  trovino  la 
lor  via  e  il  loro  posto.  La  mia  morte  volontaria  dunque  è  una  testi- 
monianza in  favore  della  vita. 

Stanotte  dormirò"?  Fra  ([ualche  giorno  tutto  sarà  finito.  Non  temo 
di  me  stesso:  solo  soffrirò  in  (piesto  tempo  molte  impazienze  e  inquie- 
tudini, aspettando  l'attimo. 

Poi...  dormirò. 

fFineJ. 

Giovanni  Cena. 


L'ISTRUZIONE  POPOLARE  IN  ITALIA 


Un  rapido  sguardo  alle  condizioni  della  nostra  istruzione  popo- 
lare e  la  trattazione  serena,  positiva  di  due  questioni  importantissime 
che  ben  da  vicino  toccano  il  problema  della  scuola  e  della  cultura 
nazionale,  sembrami  cosa  non  del  tutto  inutile,  specialmente  nell'at- 
tuale momento  politico,  in  cui  la  gran  massa  del  popolo  vuole  una 
più  diretta  e  più  larga  partecipazione  al  governo  della  cosa  pubblica. 
E  perciò  che  interessarsi  al  problema  dell'istruzione  popolare  nell'ora 
presente  equivale  a  interessarsi  ad  un  urgente  problema  politico-sociale. 
Tanto  più  in  quanto  la  nostra  scuola  pi'imaria  -  per  la  ascensione 
continua,  irresistibile,  storicamente  necessaria  delle  masse  popolari  in 
tutte  le  forme  e  le  manifestazioni  del  vivere  civile  -  va  oggi  acquistando 
una  funzione  nuova  :  da  essa  l'immenso  torrente  deve  venire  incana- 
lato, disciplinato,  guidato  al  bene  per  le  vie  tranquille  dell'elevazione 
intellettuale  e  morale. 

lo  penso  che,  in  questo  momento,  fra  le  tante  voci  discordi  e  ta- 
lora anche  acerbe  della  nostra  vita  politica  e  sociale,  la  voce  della 
scuola  del  popolo  debba  levarsi  solennemente  pacifica,  ammonitrice. 


1. 

Indubbiamente,  in  questi  primi  quarant'anni  di  vita  nazionale,  non 
pochi  sono  stati  i  sacrifici  sostenuti  dal  Paese  per  l'istruzione  del  po- 
polo. Ma,  ciò  non  ostante,  quanto  siamo  lungi  da  quell'ordinamento 
scolastico  che  presso  altre  nazioni,  vicine  e  lontane,  è  oramai  diven- 
tato efficace  strumento  di  progresso  e  di  prosperità  !  Vediamo,  dunque, 
quale  sia  la  condizione  attuale  della  nostra  istruzione  primaria,  ve- 
diamo quali  e  quanti  ne  siano  i  bisogni,  e  facciamo  si  che  a  noi  ne 
venga  qualche  non  inutile  insegnamento.  Spigoliamo  dall'ultima  dili- 
gente Relazione  del  Ministero  della  pubblica  istruzione,  compilata  con 
intelletto  d'amore  dall'egregio  comm.  V.  Ravà  e  pubblicata  allo  scopo 
di  fornire  alle  Nazioni  convenute  alla  Gara  mondiale  di  Parigi  nel  1900 
un'idea  esatta  del  nostro  sistema  scolastico  elementare. 

Nel  1897-98  l'istruzione  primai'ia  fu  impartita  in  50,588  scuole 
pubbliche  diurne,  delle  quali  ben  44,881  di  grado  inferiore  (1%  2%  3*) 
e  le  altre  5677  di  grado  superiore  (4"  e  5").  Da  cui  si  vede  come  la 
assoluta  maggioranza  dei  nostri  fanciulli  riceva  appena,  quando  la  ri- 
ceve, quella  prima,  monca,  insufficiente  istruzione  che  si  è  voluta  chia- 
mare istruzione  obbligatoria.  Ma  le  nostre  cinquantamila  scuole  bastano 
esse  ai  bisogni  di  tutta  quanta  la  popolazione  "?  Il  Ravà  è  di  parere 
che  per  ora  debbano' generalmente  bastare,  fino  a  che  la   legge   sul- 


l'istruzione    popolare    in    ITALIA  455 

l'istruzione  obbligatoria  non  possa  essere  osservata  per  intero,  e  tutte 
le  famiglie  si  persuadano  di  far  proseguire  ai  loro  figliuoli  la  scuola  per 
qualche  anno  dopo  la  terza.  Ma  quando  possiamo  sperare  che  questo 
avvenga  se  più  di  un  milione  di  fanciulli  è  renitente  all'obbligo  sco- 
lastico, e  non  può  ancora  approfittare  della  scuola,  perchè  vive  in  case 
sparse  per  la  pianura,  o  nelle  gole  o  su  per  i  fianchi  dei  monti,  op- 
pure in  minuscole  frazioni  aVenti  meno  di  5t)0  abitanti  e  lontane  da 
■qualsiasi  centro  ?  Quando  possiamo  sperare  che  questo  avvenga  se 
^7,637  scuole  erano  e  sono  divise  in  due  o  più  sezioni  di  classe  con 
un  solo  maestro"?  se  ci  sono  ancora  le  cosidette  scuole  unicìie,  un 
vero  controsenso  pedagogico  e  didattico  ? 

Tutti  ricordano  la  descrizione  invero  spaventosa  che  Francesco 
Torraca,  nella  sua  pregevolissima  Relazione,  fece  di  molti  locali  che 
servirono  ad  uso  scuola  fino  al  1895-96.  Ma,  in  proposito,  anche  dopo 
il  biennio,  non  c"è  ragione  a  rallegrarsi,  poiché  il  Relatore  nota  che 
dalle  relazioni  degli  ispettori  scolastici  la  necessità  di  migliorare  i 
locali  è  dimostrata  più  che  mai  urgente. 

Si  lagna  l'ispettore  di  Lucca,  e  quello  di  Campobasso  osserva  me- 
lanconicamente  che  nel  suo  circondario  si  cambia  ogni  anno  la  sede 
delle  scuole  per  far  piacere  a  questo  o  a  quel  consigliere  comuvale.  a 
questo  0  a  qtieìT elettore  influente.  Né  in  condizioni  migliori  si  trovano 
molte  delle  scuole  di  Livorno,  di  parecchie  altre  città  e  di  Roma 
stessa.  Per  Napoli,  che  ha  un  onere  di  circa  120,{XX)  lire  annue  per 
fitti  di  case  private  ad  uso  scuole,  valga  quanto  ci  ha  svelato  l'in- 
chiesta Saredo.  Nel  circondario  di  Lanciano  la  maggior  parte  delle  scuole 
sono  in  locali  indecenti,  sem' intonaco,  a  volte  basse  e  sporche,  senza 
vetri  alle  finestre,  né  vetrine  alle  porte,  umidicci  e  2}rivi  d'aria  e  di  capa- 
cità. Quattro  scuole  sono  confinale  in  cucine  affumicate  e  buie...  (Jna 
scuola  femminile  è  una  piccola  anticamera  dell'alloggio  temporaneo 
dei  RR.  carabinieri,  e  altre  scuole  si  trovano  nel  carcere  mandamen- 
tale, ove  qualche  classe  ha  relativa  porta  ferrata  con  chiavistelli  enormi 
€  buchi  per  spiare.  L'ispettore  di  Oristano  ci  addita  una  scuola  che  è  una 
specie  di  caverna  illuminata  da  un  abbaino,  ed  un'altra  che  sta  accanto 
al  cimitero,  ed  un'altra  ancora  che  fu  cappella  mortuaria.  Molto  ebbe 
a  fare  l'ispettore  di  Pordenone  itercliè  dall'immediata  vicinanza  d'una 
scuola  venisse  tolta  una  stazione...  di  riproduzione  bovina!  E  l'aula 
della  scuola  mista  di  Grottazzalina  serve  anche  da  teatro  e  da  sala 
del  Consiglio  comunale  ! 

La  questione  degli  edifici  scolastici  è  questione  grave  sopra  ogni 
altra,  poiché  è  questione  di  igiene,  di  salute,  di  moralità  anche  -  come 
in  Senato  già  ebbe  a  notare  l'on.  Cardarelli.  Bisogna  provvedere,  e. 
intanto  che  si  provvede,  non  sarebbe  meglio  improvvisare  baracche- 
scuole  come  in  Germania  e  in  Isvizzera,  e  cominciare  a  persuadersi  - 
dirò  con  Emilio  Pinchia  -  che  «  ogni  battaglione  di  meno  è  qualche 
metro  cubo  d'ossigeno  di  più  in  prò  dei  bambini  che  sono  il  domani 
d'Italia?  » 

Anche  per  l'arredamento,  la  pulizia,  l'acqua  e  il  riscaldamento,  le 
nostre  scuole  primarie,  mollo,  troppo  lasciano  a  desiderare.  Chi  nei 
Comuni  minori  cura  la  pulizia  é  il  maestro  che  la  fa  eseguire  dagli 
alunni;  dove  il  maestro  è  indolente...  nessuno.  Ma  il  servirsi  degli 
alunni  può  essere,  talvolta,  pericoloso,  perchè  si  è  dato  talora  di  tro- 
vare, fra  i  motivi  addotti  a  giustificare  il  licenziamento  di  qualche  in- 
segnante, questo:  che  non  aveva  avuto  rispetto  alla  dignità  umana'... 


456  l'istruzione  popolare  in  italia 

L'argomento  dei  rapporti  fra  i  Comuni  e  la  Scuola  è  certamente^ 
Fia  i  più  ardui  e  delicati,  in  quanto  che  ci  troviamo  di  fronte  ad  after- 
nuizioni  le  più  opposte,  e  non  sono  pochi  coloro  che  muovono  dal 
preconcetto  che  Scuola  e  Comune  siano  termini  fra  loro  irreconciliabili. 

In  tale  opinione,  difatti,  c'è  molto  di  vero,  ma  ha  ragione  il  Ravà 
di  osservare  che  se  le  condizioni  finanziarie  di  molti  Comuni  fossero  mi- 
gliori, anche  sulle  loro  scuole  verrebbe  a  posarsi  qualche  raggio  di 
sole.  Miei  studi  speciali  mi  hanno  persuaso  che  le  spese  per  l'istru- 
zione elementare  continuano  a  gravare  sui  bilanci  di  non  pochi  Comuni 
tino  ad  assorbire  la  terza  parte  delle  loro  entrate;  per  cui  sarebbe 
utilissimo,  a  giudicare  equamente  dei  Comuni  riguardo  alla  scuola, 
poter  fare  una  statistica,  nella  quale  fossero  messe  a  confronto  le  cifre 
rappresentanti  le  entrate,  le  spese  generali  e  le  spese  per  l'istruzione. 
In  tal  modo  vedremmo  che  molti  piccoli  Comuni  fanno  un  sacriticio- 
di  gran  lunga  maggiore  di  quello  sostenuto  da  grandi  città,  come  ad 
esempio  Milano,  la  quale,  pur  spendendo  per  le  sue  scuole  più  di 
tre  milioni  di  lire  all'anno,  non  sjìende  che  circa  un  decimo  delle  sue 
entrate.  Si  può  quasi  affermare  die  tutti  i  Comuni  al  disotto  dei  tre- 
mila abitanti,  relativamente  al  loro  magro  bilancio,  spendono  assai 
più  dei  grandi  centri. 


Le  nostre  50,558  scuole  furono  rette  da  50,435  insegnanti,  di 
cui  31,848  maestre:  cifra  questa  degna  di  speciale  considerazione,  poiché 
ci  affaccia  il  problema:  a  cìii  affiderrmo  la  futura   scuola  popolare? 

La  questione  è  grave  e  non  soltanto  scolastica,  perchè  con  la  spari- 
zione del  maestro  -  disse  tiene  il  Bencivenni  -  rauoi-e  una  tradizione, 
si  rompe  una  fede,  sparisce  il  centro  propulsore  dell'idea  educativa. 

Sono  le  nuove  condizióni  della  vita  e  dell'economia  sociale  che 
hanno  spinto  la  donna  a  cercare  nel  lavoro  quel  sostentamento  che  prima, 
dedicandosi  totalmente  ad  essa,  trovava  nella  famiglia.  E  poiché  il 
fenomeno  non  è  particolare  della  sola  classe  operaia,  ma  anche  di 
ciucila  media,  così  abbiamo  una  grande  offerta  di  maestre,  la  quale, 
avendo  per  alleata  la  bassa  cifra  degli  stipendi,  ha  provocato  una 
inevitabile  concorrenza  che  ha  finito  per  darci  il  fenomeno  odierno.  11 
quale,  considerato  d'ogni  lato,  non  si  presenta  come  un  sintomo  molto 
lieto  per  l'avvenire  della  scuola  laica  e  della  educazione  moderna  che 
deve  guardar  fidente  incontro  alle  nuove  venture  e  ai  nuovi  ideali- 
delia  felicità  umana. 


Come  si  osserva,  in  Italia,  la  legge  sull'istruzione  obbligatoriaT 
Nel  1897-98  il  numero  degli  obbligati  fu  riconosciuto  in  '2,4a),0(X)- 
circa.  Di  essi  frequentarono  1,800,(100;  per  cui  ben  600,000  fanciulli 
si  sono  sottratti  all'obbligo  scolastico. 

Nei  paesi  industriali  la  legge  sull'obbligatorietà  dell'istruzione 
trova  un  serio  ostacolo  nella  premura  che  i  genitori  poveri  hanno  di 
mandare  i  propri  figli  a  lavorare  negli  opifici.  Ma  di  questo  fatto  è 
complice,  in  parte,  la  stessa  legge  sul  lavoro  dei  fanciuUi,  dove  si 
parla  di  limiti  (Vetà  e  non  mai  di  grado  eli  cultura,  cosi  che  sono 
moltissimi  i  fanciulli,  i  quali,  pur  senza  l'attestato  di  proscioglimento 
dall' obbligo  scolastico,  entrano  liberamente  nelle  fabbriche  e  nelle 
officine.  Ciò,  però,    non  avviene  nelle  Nazioni  più  progredite,  presso 


l'istruzione    popolare    l.V    ITALL\  457 

le  quali  il  dovere  di  frequentare  la  scuola  ha  la  diuata  media  di  otto 
anni,  e  l'osservanza  del  lungo  obbligo  è  stata  resa  possibile  da  una 
larga  riforma  di  leggi  sociali  e  scolastiche  che  hanno  messo  la  scuola, 
il  maestro  e  lo  scolaro   nelle  migliori  condizioni. 

In  Prussia  l' obbligatorietà  dell'istruzione  si  estende  dai  6  ai  14 
anni  ;  ma  per  chi  non  supera  la  prova  del  proscioglimento  si  prolunga 
ancora  di  un  anno.  Ne  basta  :  alla  scuola  popolare  comune  segue 
quella  di  complemento  che  può  diventare  obbligatoria  fino  ai  18  anni. 
Lo  stesso  ordinamento,  salvo  leggiere  variazioni,  vige  nei  regni  di 
Wurtemberg,  di  Sassonia  e  di  Baviera,  nei  granducati  di  Baden, 
Assia  e  Sassonia-Weimar,  nei  ducati  di  Sassonia-Coburgo,  Sassonia-Mei- 
ningen  e  Brunswik.  Tn  Olanda  non  esiste  l'obbligo  scolastico  legale, 
ma  è  un  fatto  incontrastato  che  colà  la  scuola  è  frequentata  da  tutti. 
Nella  Svezia  l'obbligatorietà  dell'istruzione  si  svolge  come  in  Germa- 
nia, mentre  in  Norvegia  e  in  Danimarca  l'obbligo  comincia  al  settimo 
anno  per  le  città  e  all'ottavo  per  le  campagne,  e  g'unge  tino  al  quin- 
dicesimo. Nella  Scozia  l'istruzione  è  obbligatoria  fino  ai  14  anni.  In 
Inghilterra  la  durata  dell' olibligo  scolastico  varia  a  seconda  delle  con- 
dizioni delle  regioni;  in  media  va  dai  (3  ai  14  ainii.  Ma  non  è  con 
speciali  ordini  costrittivi  che  gl'Inglesi  pervengono  al  rispetto  dell'olv 
bligatoiietà;  bensì,  sopratutto,  con  l'energica  repressione  dell'ozio  e 
del  vagabondaggio  dei  fanciulli  :  si  pensi  che  vi  sono  persino  i  boifs 
headles,  cioè  i  hidelli  cercatori  di  fanciulli.  In  Francia  l'istruzione 
elementare  è  obbligatoria  dal  sesto  al  tredicesimo  anno.  Nel  Belgio 
disposizioni  legislative  impongono  ai  Comuni  di  mantenere  tante  scuole 
quante  sono  volute  dai  bisogni  della  popolazione.  Nell'Austria  le  Diete 
debbono  provvedere  ai  fanciulli  una  efìncazioiie  completa  e  sufficiente. 
mentre  in  Ungheria  vi  ha  l'obbligo  di  frequentare  la  scuola  elemen- 
tare dai  6  ai  ì^ì  anni,  e  poi  la  complementare  per  altri  tre  anni  al- 
meno. Nella  Svizzera  la  forma  e  i  modi  dell'ordinamento  scolastico 
sono  lasciati  alla  libera  gara  delle  repubbliche  federate;  in  generale 
l'obbligo  dura  dai  6  ai  15  anni.  Nel  Giappone,  in  quasi  tutti  i  paesi 
dell'America  del  Nord  e  nelle  Colonie  de'  piti  potenti  Stati  d'Europa, 
hanno  vigore,  talora  anche  migliorate,  le  costituzioni  della  Germania 
e  della  Gran  Bretagna. 

Dunque,  solo  l'Italia,  la  Spagna,  il  Portogallo  si  sono  contentate 
di  aver  scritto  nella  legge  un  misero  obbligo  scolastico  di  soli  ire 
anni,  al  quale  centinaia  di  migliaia  di  fanciulli  sfuggono  totalmente! 


Nel  1897-98  frequentarono  le  scuole  di  complemento  e  le  scuole 
serali  e  festive,  il  cui  numero  totale  fu  di  circa  3,0()0,  meno  di  l^'ì  mila 
alunni,  mentre  nel  1871-7'2  quelli  che  frequentarono  le  sole  scuole 
serali  e  festive  furono  530,532.  Quid  faciendum  ?  Il  bisogno  di  ima 
legge  che  dia  vita  di  sano  organismo  ad  una  scuola  complementare 
pei-  il  popolo  si  fa  ogni  giorno  più  manifesto  e  più  urgente;  ma  chi 
sarà  il  ministro  capace  di  condurla  in  posto  facendo  votare  i  fondi 
necessari  ? 

A  questo  proposito,  bene  osservava,  nell'ultima  Relazione  al  bi- 
lancio della  pubblica  istruzione,  l'on.  Luigi  Credaro:  «L'educazione 
tecnica  delle  classi  lavoratrici,  resa  necessaria  dalla  ferrea  legge  della 
concorrenza  mondiale,  vuole  una  scuola  ordinata  e  compiuta  che  ac- 
compagni il  fanciullo  fino  all'ingresso  dell'officina  e  ne  completi  l'istru- 


458  l'istruzione  popolare  l\  itall\ 

zione  con  riusegnamento  serale  e  festivo  ».  In  Inghilterra  si  è,  oramai, 
persuasi  che  in  avvenire  la  lotta  si  farà  nel  campo  delle  raanitatture 
e  del  commercio  e  che  perciò  le  nazioni  meno  istruite  saranno  serve 
delle  altre  e  condannate  a  compiere  i  lavori  pii!i  umili  e  meno  rimu- 
nerativi. E  il  Mosso,  dal  quale  questa  notizia  è  tolta,  cosi  la  com- 
menta: «  V'edremo  ora  iniziarsi  una  gara  fra  gli  Stati  Uniti  dell'Ame- 
rica e  l'Inghilterra,  per  contendersi  il  primato,  essendo  riconosciuto 
che  l'industria  inglese  decade  per  difetto  di  cultura  dei  fahbricanti  e 
degli  operai».  E  aggiunge  questo  particolare  assai  interessante:  «Vi- 
sitando una  grande  fabbrica  di  New  York,  il  direttore  mi  diceva: 
-  L'istruzione  speciale  i  giovani  fanno  presto  ad  impararla  nei  nostri 
laboratori  ;  ma  se  non  hanno  studiato,  se  la  loro  mente  non  è  aperta 
in  modo  da  comprendere  l'intensità  della  vita  moderna,  giova  poco 
l'essere  degli  abili  manuali,  degli  operatori...».  Quale  profonda  verità 
in  queste  parole,  e  quale  insegnamento  per  un  paese  ancora  così  poco 
industriale  come  il  nostro,  la  cui  merce  di  maggiore  esportazione 
chiamasi  nomo! 

Gli  asili  e  i  giardini  d'infanzia  furono,  nel  1897-98,  i2,989,  dei 
quali  2,048  pubblici  e  941  privati.  Secondo  gli  ultimi  dati  statistici, 
su  (Jl7(j  aule  di  asili  e  di  giardini  d'infanzia  ()4(i  sono  disadatte.  :201':2 
mediocri,  adatte  3518.  Conviene,  però,  osservare  che  queste  cifre  si 
possono  ritenere  piuttosto  ottimiste,  e  nessuno  può  calcolare  i  danni 
che  reca  ai  bambini  un'aula  umida  o  comunque  malsana. 

Per  quanto  il  numero  degli  istituti  infantili  sia  in  continuo  au- 
mento, duole  dover  constatare  che  in  alcune  regioni  esso  è  atfatto 
nullo  o  sproporzionato  al  bisogno.  L'ideale  nostro  dovrebbe  essere 
l'istituzione  di  un  asilo  o  giardino  -  reso  oramai  necessario  ovunque 
dalle  nuove  condizioni  della  vita  e  dell'economia  sociale  -  in  ogni 
capoluogo  di  comune  e  in  ogni  borgata.  Ma  quanto  non  ne  siamo 
lontani  se  consideriamo  1  opera  di  certi  Regi  commissari,  i  quali,  per 
dare  assetto  alle  finanze  comunali,  non  trovano  di  meglio  che  falci- 
diare il  già  misero  bilancio  dell'istruzione  pubblica:  o  l'opera  di  quelle 
camarille  locali  che.  assumendo  il  potere,  credono  impegno  d'onore 
distruggere  quanto  fu  fatto  dalle  precedenti...  camarille! 

La  Francia,  la  cui  popolazione  non  sorpassa  di  molto  quella  del- 
l'Italia, ha  il  triplo  di  tali  istituti,  con  un  numero  di  allievi  quattro 
volte  maggiore. 

1  nostri  istituti  infantili  hanno  bisogno  di  radicalissime  riforme 
che.  a  mio  avviso,  dovrebbero  dar  loro  una  organizzazione  sociale  più 
stabile,  piìi  definita  e  meglio  in  corrispondenza  con  gli  interessi  dell'edu- 
cazione infantile,  e  una  organizzazione  pedagogico-didattica  più  larga, 
più  logica  e  più  rispondente  all'esperienza  della  vita  dei  fanciulli.  E 
tale  organizzazione  pedagogico-didattica  si  dovrebbe  far  derivare,  se- 
condo il  pensiero  di  F.  S.  De  Dominicis:  1°  dalla  natura  della  scuola 
cui  devono  preparare:  "2"  dal  carattere  dell'educazione  domestica  cui 
devono  sopperire  o  che  devono  sussidiare  e  migliorare  :  3°  dai  naturali 
poteri  fisiologici  e  psichici  propri  dell'infanzia  e  della  fanciullezza; 
4°  dall'esperienza  raccolta  dall'educazione  simultanea  di  bambini  e  di 
fanciulli,  ila  il  primo  passo  lungo  la  via  delle  riforme  si  deve  fare 
col  passar  queste  istituzioni  dalla  dipendenza  del  Ministero  dell'in- 
terno a  quella  del  Ministero  della  pubblica  istruzione. 

Nel  1897-98  si  ebbero  in  tutto  il  Regno  3733  scuole  od  istituti 
privati  di  istruzione  elementare  con  171,775  alunni.  A  quel  che  sembra. 


l'ISTRL'ZIOXE    popolare    IX    ITALIA  459 

la  concorrenza  delle  scuole  private  alle  pubbliche  non  è  sensibile  se 
non  in  alcune  località:  ma.  ad  ogni  modo,  questo  è  fatto  certo:  che 
oggi,  mentre  vediamo  diminuire  le  scuole  private  tenute  da  maestri 
laici,  dobbiamo  inv?ce  notare  un  progredire  lento,  costante  nelle 
scuole  tenute  da  persone  del  clero.  Della  qual  cosa  gli  uomini  del 
Governo  si  dovrebbero  seriamente  preoccupare,  poiché  è  loro  stretto 
dovere  dare  alla  scuola  italiana  tale  perfetto  ordinamento  da  renderla 
superiore  a  qualinique  altra  sia  nei  riguardi  dell'istruzione  che  della 
educazione.  Il  popolo  tanto  più  Tapprezzerà  e  l'amerà  quanto  meglio 
risponderà  alle  sue  condizioni  di  vita,  alle  sue  aspirazioni,  a'  suoi 
bisogni  tìsici,  intellettuali  e  morali.  Occorre  vigilare  e  lavorare:  perchè 
io  penso  che  la  scuola  clericale,  in  un  regime  di  libertà,  debba  essere 
rispettata,  e  vinta  solo  dai  progressi  delle  scuole  dello  Stato. 


II. 

Molte  e  importanti  considerazioni  sull'ordinamento  e  il  funziona- 
mento della  nostra  scuola  elementare  mi  ha  dettato  il  rapido  esame 
ora  compiuto.  Ma  da  quanto  son  venuto  dicendo  due  grandi  e  gravi 
problemi,  dai  quali  dipende  il  riordinamento  razionale  ed  efficace  delle 
nostre  scuole,  mi  pare  si  presentino  alla  nostra  discussione. 

Dal  già  detto  credo  risulti  evidente  che  la  scuola  del  popolo,  in 
Italia,  è  quel  che  è  per  la  mancanza  di  una  vera  coscienza  scolastica 
nazionale  e  di  un  positivo  diritto  finanziario  della  scuola.  Da  noi  la 
scuola  non  è  ancora  entrata  nella  coscienza  pubblica,  cosi  che  tutte 
le  spese,  tutti  i  sacrifizi  fatti  per  essa  sono  assai  spesso  considerati 
come  un  peso  troppo  gravoso,  di  cui  si  farebbe  a  meno  più  che  volon- 
tieri.  Per  ciò  e  per  le  condizioni  generali  del  bilancio,  la  scuola  da 
noi  è  povera,  così  che  sono  possibili  le  aule  omicide,  gli  arredamenti 
antiquati,  disadatti,  antigienici,  il  materiale  didattico  insufficiente  o 
mancante,  gli  stipendi  irrisoli,  e  anche,  fino  ad  un  certo  punto,  la 
forte  infrequenza  e  il  fiorire  delle  scuole  private  confessionali. 

Questi,  dunque,  i  due  gravi  problemi  che  nelle  condizioni  attuali 
s'impongono  alla  nostra  attenzione.  Vediamo  di  esaminarli  con  amore 
e  senza  falsi  preconcetti,  per  cavarne  qualclie  insegnamento,  qualche 
logica  e  pratica  proposta. 


1  popoli  delle  nazioni  ])iù  civili  d'  Europa,  degli  Stati  Uniti  d'A- 
merica e  persino  della  lontana  .\ustralia  hanno  capito  che  la  scuola 
è  una  delle  istituzioni  sociali  più  importanti  e  piìi  delicate,  e  perciò 
se  ne  occupano  con  quell'amore,  quella  cura  e  quella  serietà  di  cui 
possiamo  avere  un  sicuro  indice  nella  rigorosa  osservanza  del  lungo 
obbligo  scolastico,  al  quale  ho  già  accennato.  Indubbiamente,  essi 
hanno  un  concetto  ben  chiaro  e  positivo  di  quello  che  è  la  scuola, 
ne  conoscono  le  leggi  e  i  regolamenti,  ne  seguono  con  occhio  vigile 
e  amoroso  il  funzionamento,  ne  chiedono  le  riforme:  il  deputato  e  il 
consigliere  non  si  presenterebbero  ai  propri  elettori  senza  il  programma 
scolastico.  In  quei  paesi  la  scuola,  che  oramai  è  entrata  nei  costumi 
e  nell'anima  di  tutti  i  cittadini,  s'è  formata  una  storia,  storia  gloriosa 
che  testimonia  il  cammino  progressivo  della  Nazione,  che  diventa  la 
sintesi  dello  sviluppo  e  dell'attività  di  tutte  le  sue  pacifiche  energie 


4(i0  l/lSTRCZIONE    POPOLARE    IN    ITALIA 

in  Ogni  ramo  della  prothizione:  in  (jiiei  pnetii  c'è  la  coscieuzu  della 
scuola. 

In  Germania  la  scnola  è  scuola  ricca  di  pensiero  e  di  inoiale 
autorità  come  di  mezzi:  poiché  non  solo  lo  Stato  e  i  Municipi  se  ne 
interessano,  ma  eziandio  Opere  pie,  chiese,  stabilimenti  industriali, 
cittadini...  Scrive  Aristide  Gabelli:  «La  piìi  bella  elemosina  in  Ger- 
mania parve  quella  di*  aprir  la  mente,  di  proiìajiare  il  buon  senso,  di 
dar  forza  allingegno,  giudicandosi  impossibile  che  non  venissero  se- 
guaci all'intelligenza  avveduta  l'amore  dell'ordine  e  del  lavoro,  il  ri- 
spetto dei  propri  simili,  la  pace  e  il  benessere  ».  È  per  questo  che 
colà  si  ebbe  il  bello,  educativo  spettacolo  «  di  cittadini  che  si  asso- 
ciarono fra  loro  jier  farsi  una  scuola,  come  si  associano  da  noi  per 
farsi  il  teatro:  mentre  altri  legarono  alle  scuole  per  testamento  visto- 
sissimi   patrimoni,  come  da  noi   per  cantar  messe  o  tar  elemosine  ». 

Né  diversamente  che  in  Germania  avviene  nella  vicina  Svizzera, 
la  quale,  mentre  tante  cose  la  dividevano,  -  religione,  razza,  lingua  - 
ha  trovato  nella  scuola  uno  dei  mezzi  per  vieppiù  unirsi  e  ajl'rateliarsi. 
La  fine  dell'anno  scolastico  -  epoca  della  premiazione  -  è  l'occasione 
in  cui  tutte  le  città  svizzere  si  mettono  in  festa.  Dice  bene  Ettore 
decotti  :  «  Una  solennità  religiosa  attrarrebbe  soltanto  i  fedeli  di  una 
o  dell'altra  setta  ;  questa  festa  della  civiltà  invece  raccoglie  insieme 
tutta  la  cittadinanza  senza  distinzione  di  sorta  ».  Anche  nel  piccolo 
Belgio  ogni  ordine  di  cittadini  si  interessa  grandemente  alla  scuola, 
tanto  vero  che  le  scuole  complementari  e  di  prolungamento  alla  pri- 
maria vi  sono  varie,  diffuse,  importanti  e  favorite.  La  Francia,  che 
per  l'istruzione  primaiia  spende  la  bella  cifia  di  circa  !^4l»  milioni 
all'anno,  è  senza  dubbio  una  delle  nazioni  ove  della  scuola  e  delle 
istituzioni  complementari  della  medesima  si  ha  la  maggior  cura.  Pen- 
siamo ai  corsi  degli  adulti  e  delle  giovinette,  alle  conferenze  popolari, 
alle  società  per  l'istruzione  del  popolo,  alle  società  scolastiche  di  mutuo 
soccorso,  alle  associazioni  dei  vecchi  scolari,  alle  benemerite  leghe 
dell'insegnamento,  ai  patronati  scolastici,  ecc..  che  alla  scuola  primaria 
francese  formano  un  (legno  complemento,  una  bella  e  gemmata  corona. 

E  che  dire  della  Svezia  e  della  Norvegia  che  da  alcuni  anni  oc- 
cupano il  (piarto  posto  nelle  tavole  dello  sviluppo  e  del  progresso 
dell'istruzione  della  prima  età  in  Europa?  Basti  ricordare  che  la  Mostra 
didattica  svedese  e  norvegese  all'Esposizione  di  Parigi  del  i9(X)  destò 
l'ammirazione  di  tutti  i  visitatori  :  -  meritato  premio  ai  continui,  ge- 
nerosi, intelligenti  sacritici  che  per  l'istruzione  e  l'educazione  della 
gioventù  sopportano  volentieri,  da  parecchi  anni,  le  due  Nazioni  sorelle. 

Uguale  interessamento  di  Governo  e  di  popolo  per  la  scuola  ri- 
scontriamo negli  Stati  LTniti,  le  cui  scuole  hanno  strappato  al  severo 
Dario  Papa  parole  di  alta  ammirazione.  E  Arcangelo  Ghisleii,  riferendo 
sull'ultima  Esposizione  di  Chicago,  ha  notato  che  il  popolo  americano, 
mentre  in  ogni  altro  caso  sa  amministrarsi  con  tanta  parsimonia  di 
spese  burocratiche,  è  addirittura  prodigo,  si  direbbe  che  abbia  un 
debole  di  paterna  tenerezza  per  le  sue  scuole  e  per  i  suoi  scolari.  Di 
che  era  testimone  ['Educational  Exhihition  in  cui  tutti  gli  Stati,  anche 
gli  ultimi  arrivati  nella  storia  della  colonizzazione,  si  erano  adoperati 
per  far  meglio  apparire  i  propri  progressi  scolastici,  e  anzi,  nel  faie 
bella  mostra  di  sé,  sembrava  che  molti  ci  avessero  messo  perfino  della 
civetteria. 


l.'lSTRLZIOSE   POPOLARE    IX    ITALIA  461 


E  della  nostra  Ilalia  che  cosa  possiamo  dire?  Le  Relazioni  Tonaca 
e  Ravà  mostrano  abbastanza  chiaro  che,  se  anche  qualche  cosa  s'è 
fatto,  non  si  è  fatto  clie  pochissimo  ;  mostrano  che  da  noi  la  coscienza 
della  scuola  manca  affatto  :  mostrano  che  la  scnola  non  è  ancora  en- 
trata nella  vita  nazionale.  Il  popolo  non  ha  peranco  capito  che.  pre- 
cisamente e  specialmente  per  suo  mezzo,  alla  scnola  si  doveva  rivol- 
gere non  piccola  parte  degli  sforzi  e  dei  sacritici  falli  dal  Paese  per 
la  propria  prosperità  civile. 

Di  chi  la  colpa  "? 

Certamente  non  della  collettività,  alla  quale  nessuno  ancora  ha 
insegnato  ad  amarla,  la  scuola,  a  vedere  in  essa  uno  dei  fattori  neces- 
sari al  suo  cammino  verso  l'avvenire,  a  considerarne  la  grande  efficacia 
nello  spazio  e  nel  tempo.  Essa  nulla  domanda  e  può  domandare  per  la 
scuola,  perchè  da  nessuno,  finora,  ha  imparato  a  conoscerne  gl'interessi 
e  le  aspirazioni,  a  vederne  e  a  sentirne  i  numerosi  e  gravi  bisogni.  Ancor 
oggi,  dopo  quarant'anni,  il  Governo  italiano  non  è  persuaso  della  ne- 
cessità di  far  partecipare  tutta  la  Nazione  alle  più  ardue  questioni 
del  problema  scolastico,  e  non  è  ben  compreso  del  grave  errore  di  non 
aver  dato  se  stesso  quale  esempio  continuo  ed  efficace  di  forte,  illu- 
minato, sollecito  amore  per  la  scuola.  Essa  avrebbe  meglio  cooperato 
alla  formazione  di  quella  coscienza  italiana,  la  quale,  mentre  sarebbe 
stata  il  naturale  complemento  alla  riconquistata  libertà,  avrebbe  aiu- 
tato potentemente  un  più  largo  rinnovamento  economico,  civile  e  mo- 
rale del  Paese. 

La  storia  dei  nostri  ordinamenti  scolastici  non  ricorda  alcuna 
partecipazione  della  collettività  alle  vicende  della  scuola  che  con  la 
vita  italiana  non  è  in  armonica  e  perfetta  corrispondenza.  Nella  stessa 
discussione  della  legge  sulla  obbligatorietà  liell'istruzione,  l'opinione 
pubblica  fu  assente,  tanto  che  in  quell'epoca  l'obbligo  scolastico  non 
rap])iesentò  altro  se  non  il  postulato  nobilissimo  di  quei  patriotti,  i 
quali,  cosi  -  se ihjìUc emente  così!  come  si  espresse  il  senatore  Pe- 
poli  -  credevano  di  ottenere  «  che  i  nostri  figliuoli  consolidassero  nel- 
l'avvenire le  vittorie  che  noi  abbiamo  ottenute  nel  passato  con  tanti 
sacrifìci  e  che  furono  sempre  le  vittorie  della  libertà,  della  giustizia 
e  dell'ordine  ». 

È  dunque  necessario  che  anche  in  Italia  ci  affrettiamo  a  promuo- 
vere la  formazione  e  lo  sviluppo  d'una  vera  coscienza  scolastica  na- 
zionale che  possa  diventare  la  migliore  cooperatrice  in  quel  fecondo 
lavoro  di  rinnovamento  che,  presto  o  tardi,  noi  pure  dobbiamo  ini- 
ziare. !■;  necessario  che  il  Governo  e  la  Stampa,  ciascuno  con  i  propri 
mezzi,  conducano  la  opinione  pubblica  a  interessarsi  della  scuola. 
Di  proposito  ho  accennato  al  Governo  e  alla  Stampa,  perchè  l'azione 
varia  e  complessa  dev'essere  esercitata,  da  principio,  da  chi  possiede 
i  mezzi  più  adatti  a  fare  entrare,  a  poco  a  poco,  per  un  fatto  psico- 
logico quasi  inavvertito,  nella  coscienza  individuale  e  collettiva  la  con- 
vinzione che  la  scuola  è  strumento  possente  di  civiltà,  è  luminosa 
face  che  rischiara  la  via  del  progresso.  E  la  partecipazione  del  popolo 
all'opera  della  scuola  dimcstra  precisamente  che  l'istituto  scolastico 
non  funziona  da  solo  e  per  se  solo,  ma  in  perfetto  accordo  con  tutte 


46!2  l'istruzione   popolare    I\    ITALIA 

le  energie  della  Nazione  allo  scopo  di  raggiungere  quella  complète  iden- 
tité  de  l'édiication  et  de  la  vie,  in  cui  risiede  lo  spirito  motore  del  pro- 
gressivo cammino  d'un  popolo. 


Il  programma  che  gli  uomini  del  Governo  possono  attuare  in 
ordine  alla  formazione  e  allo  sviluppo  della  coscienza  scolastica  nazio- 
nale è  certamente  vasto  e  complesso,  così  ch'io  penso  che  un  pro- 
gramma nel  preciso  senso  della  parola  non  si  possa  quasi  determi- 
nare. Tanto  più  in  quanto  l'azione  del  Governo  a  favore  della  scuola 
non  si  può  limitare  a  un  determinato  numero  di  atti,  ma,  assai  meglio, 
si  identifica  con  tutta  l'opera  di  reggitori  illuminati,  e  innamorati, 
essi  per  i  primi,  di  questo  potente  mezzo  di  diffusione  della  cultura,  di 
educazione  alla  libertà  e  alla  civiltà. 

Ad  ogni  modo,  è  bene  notare  come  fondamento  di  un  tale  pro- 
gramma debbono  essere  la  laicità  dell'insegnamento  e  una  condizione 
di  vita  decorosa  per  la  scuola  e  per  l'insegnante.  Solo  così  è  possi- 
bile dare  all'  ambiente  scolastico  la  forza  e  la  capacità  di  accogliere 
le  necessarie  riforme,  di  mettersi  in  diretta  e  più  intima  corrispon- 
denza di  pensieri  e  di  atti  con  la  vita  nazionale,  di  attirare  nell'or- 
bita de'  -;uoi  interessi  e  della  sua  attività  nuove  e  feconde  energie. 

Importa,  innanzi  tutto,  che,  da  quanti  sono  preposti  al  Governo 
della  cosa  pubblica,  parta  l'esempio  di  un  costante  e  profondo  rispetto 
all'autorità  della  scuola,  autorità  che  con  tutti  i  mezzi  bisogna  rin- 
saldare e  diffondere.  Importa  che  alla  scuola  nulla  venga  lesinato  di 
quanto  può  contribuire  a  mostrare  ai  cittadini  quale  gran  parte  essa 
sia  della  vita  del  Paese.  Importa  che  nel  Parlamento,  ne'  Consigli 
comunali  e  provinciali  si  riconosca  alle  questioni  scolastico-magistrali 
tutta  la  loro  importanza  sociale,  e  che  su  di  esse  si  combattano  quelle 
vive  battaglie  alle  quali  la  pubblica  o])inione  attivamente  partecipa.  Le 
questioni  della  scuola,  insomma,  devono  avere  nella  discussione  pub- 
blica lo  stesso  diritto  di  cittadinanza  delle  questioni  di  politica  interna 
ed  estera,  delle  questioni  militari,  ecc. 

Ma,  per  tutto  ciò.  l'opera  assidua  e  illuminata  del  Governo,  del 
Parlamento,  delle  Amministrazioni  comunali  e  provinciali  deve  essere 
integrata  dall'opera  quotidiana  della  Stampa.  La  quale,  occupandosi 
di  continuo  del  problema  della  scuola  e  questo  trattando  in  rapporto 
a  tutti  gli  altri  problemi  dell'ora  presente,  diventa  il  mezzo  efficacis- 
simo per  costituire  tra  la  scuola  e  la  Nazione  quella  specie  di  adesione 
inconscia  da  cui,  in  appresso,  si  forma  la  coscienza:  alla  cui  forma- 
zione, in  questi  ultimi  mesi,  hanno  dato  vigoroso  impulso  quei  pub- 
blici Gomizì  prò  scìtola  che.  via  via.  si  tennero  nelle  principali  città 
tl'ltalia  nostra  con  nuovo  insolito  fervore,  facendo  rifiorire  le  nostre 
più  cai'c  speranze  -  le  speranze  della  Patria  risorgente  nella  pace  del 
lavoro  e  della  libertà,  aspirante  ai  più  liberi  ordinamenti  fecondati 
dalla  cultura  educativa  diffusa  in  tutti  gli  strati  sociali. 

In  circa  quarant'anni  di  regno,  l'Italia  ha  svolto  notevolmente  la 
sua  vita  economica,  industriale,  commerciale,  artistica  e  scientifica  ; 
ma  in  fatto  di  educazione  politica  e  sociale,  essa  è  ancora  quello  che 
era  nei  vecchi  regimi,  mentre  per  l'educazione  e  la  cultura  scolastica 
è  rimasta  pressapoco  alla  legge  Clasati  che  non  poteva  certo  prevedere 
gli  avvenimenti  nuovi,  i  nuovi  tempi. 


l'istruzione    popolare    I.\    ITALIA  46S 

Da  ciò  un  contlitto  grave  tra  la  vita  del  Paese  e  il  suo  indirizzo 
educativo,  contlitto  pericoloso  che  bisogna  risolvere  al  più  presto, 
facendo  per  l'educazione  quanto  alibiamo  operato  o  veniamo  operando 
per  le  altre  manifestazioni  della  vita  nazionale,  mediante  una  opinione 
pubblica  scolastica  illuminata,  cosciente,  volente. 


IH. 

Inaugurando  nel  1S81  le  conferenze  pedagogiche  regionali  in  Foggia,^ 
F.  S.  De  Dominicis  diceva  :  «  Quale  corrispondenza  intima  potete  voi 
trovare  tra  i  nuovi  fattori  storici  e  l'attuale  nostro  ordinamento  edu- 
cativo e  scolastico  ?  Non  corrispondenze,  ma  opposizioni  e  molte  vi  si 
trovano.  Perchè,  mentre  la  civiltà  moderna  è  civiltà  democratica,  lo 
Stato  è,  da  noi,  quasi  estraneo  all'istruzione  popolare,  di  cui  sussiste 
solamente,  e  abbandonato  alle  povere  forze  dei  comuni,  un  magro  ab- 
bozzo :  la  scuola  elementare.  Ór  ciò  è  contraddizione...  La  politica 
chiama  oggi  i  popoli  a  partecipare  alla  vita  pubblica  :  vuole  che  essi 
scelgano  gli  uomini  che  devono  sciogliere  i  complicati  problemi  della 
vita  nazionale  in  ordine  all'economia,  al  diritto,  alle  manifestazioni 
della  coscienza  religiosa,  ai  rapporti  internazionali,  ai  bisogni  dei  tempi. 
Or  non  è  egli  contraddittorio  che  le  nostre  scuole  somministrino  alla 
grande  maggioranza  degli  elettori  poche  nozioni  di  tutto  e  nessunis- 
sima della  vita  sociale?...  »E  terminava  il  discorso  così:  «  L'Italia  ha 
bisogno  di  curare  nelle  sue  scuole  l'educazione  dei  sette  od  otto  mi- 
lioni di  figli  del  popolo,  non  quella  dei  trenta  o  quarantamila  stu- 
denti dei  licei  e  delle  università...  L'Italia  ha  bisogno,  in  una  parola, 
di  pedagogi zzare,  ma  di  pedagogizzare  con  idee  e  con  sentimenti  nuovi 
per  il  popolo,  di  pedagogizzare  per  creare  la  nuova  personalità.  Senza 
di  ciò  non  v'è  missione  nuova  per  l'Italia,  non  vi  è  nuova  Italia  ». 

E  dal  1881  ad  oggi,  se  pure  molti  progressi  si  sono  fatti,  le  cose 
sono  cambiate  di  poco  :  non  tutti  sono  ancora  convinti  della  neces- 
sità di  istituire  una  vera  scuola  popolare  per  coordinare  la  cultura 
elementare  a  una  cultura  educatrice  più  ampia  allo  scopo  di  elevare 
e  di  migliorare  le  arti  e  i  mestieri  ;  non  tutti  sono  ancora  pronti  a 
fare  per  la  scuola  dei  .sacrifizi,  perchè,  con  maggiori  mezzi  finanziari, 
essa  possa  rendere  vitale  e  ordinata  l'ultima  nostra  rivoluzione  poli- 
tica, e  più  proficua  e  progressiva  la  incipiente  trasformazione  eco- 
nomica. 


Dall'esame  rapido,  sintetico  della  Relazione  Ravà  abbiamo  visto 
che  le  condizioni  delle  nostre  scuole  sono  deplorevoli  e  perciò  biso- 
gnose di  radicali  provvedimenti,  i  quali  richiedono  milioni  e  milioni. 
Ma  questi  milioni  non  ci  possono  venire  da  un  povero,  semplice 
aumento  del  bilancio  della  pubblica  istruzione,  né  da  alcuno  di  quei 
mezzi,  come  la  tassa  sulle  vincite  al  lotto,  che  sembrano  escogitati 
a  bella  posta  per  demoralizzare  ancor  più  il  concetto  e  la  funzione 
della  scuola  nella  coscienza  delle  moltitudini. 

Il  problema  finanziario  della  scuola  è  vasto  e  complesso  e  non 
può  essere  risolto  con  le  mezze  misure,  ma  con  una  riforma  larga  e 
positiva  scatente  dalle  condizioni  stesse  della  vita  odierna  del  Paese 
e  dall'esperienza  delle  altre  Nazioni.  E  tale  risoluzione  ci  si   impone 


464  l'istruzione  popolare  in  italia 

oggi  tanto  più  urgente,  in  quanto  lo  stesso  ministro  dell'istruzione 
pubblica,  on.  Nasi,  d'accordo  in  ciò  con  l'on.  Gallo,  non  pare  con- 
trario ad  una  tassa  scolastica. 

Per  ine  -  lo  dico  subito  -  la  tassa  scolastica  diretta  è  una  imposta 
antidemocratica  nella  forma  e  nella  sostanza,  contrastante  con  lo 
spirito  nuovo  dei  tempi,  la  quale  non  potrà  che  favorire  le  scuole 
private  confessionali,  inceppando  la  formazione  e  lo  sviluppo  della 
coscienza  scolastica,  ritardando  la  marcia  nobilmente  ascendente  delle 
classi  popolari.  La  tassa  scolastica  a  me  sembra  contraddire  ad  una 
delle  più  belle  conquiste  della  civiltà  nel  campo  del  diritto  pubblico, 
ad  una  delle  conquiste  più  geniali  che  la  nostra  borghesia,  precor- 
rendo i  tempi  e  gli  avvenimenti,  seppe  compiere  quando,  forse,  non 
era  ancor  presente  a  tutti  il  valore  e  il  vantaggio  della  cultura  nazio- 
nale largamente  diffusa  ;  imperocché,  se  la  maggiore  diffusione  della 
cultura  è  un  vantaggio  collettivo,  non  può  essere  equa  la  tassa  scola- 
stica imposta  sulla  elementarità  dell'istruzione,  vale  a  dire  sulla  cul- 
tura del  popolo,  dalla  quale,  in  gran  parte,  dipende  la  prosperità  del 
Paese.  E  poi,  potrà  la  tassa  scolastica,  anche  la  più  gravosa,  fornire 
alla  scuola  tutti  quei  larghi  mezzi  di  cui  ha  tanto  bisogno?  E  non  è 
almeno  illogico  proclamare  l'obbligatorietà  della  prima  istruzione  e  la 
necessità  moderna  d'una  maggiore  cultura,  nello  stesso  tempo  che  si 
pensa  a  tassare  anche  l'abbici  "? 


A  me  pare  importante  richiamare  all'attenzione  nostra  che  il  fatto 
della  istruzione  ])rimaria,  considerato  nella  sua  vera  essenza  e  nel  posto 
che  occupa  accanto  a  tutti  gli  altri  fatti  della  complessa  vita  del  Paese, 
non  è  fatto  di  spettanza  dell'individuo,  si  bene  della  collettività.  La 
scuola  popolare  non  impartisce  un  sapere  che  renda  possibile  la  su- 
bita acquisizione  di  speciali  abilità  utili;  ma  dà  una  cultura,  che,  nel 
suo  complesso,  non  avvantaggia  più  l'individuo  che  la  convivenza 
sociale  nelle  manifestazioni  varie  del  lavoro  e  del  costume. 

La  nostra  legge  elettorale,  che,  in  gran  parte,  caratterizza  la  costi- 
tuzione dello  Stato  italiano,  è  -  secondo  l'espressione  dell'on.  Sacchi  - 
una    legge    eminentemente  degna  di   un    popolo  civile,   perchè  essa 
attribuisce  il  diritto  di  voto,  che  è  quanto  dire  di  partecipazione  al 
governo  della  cosa    pul)blica.    ad    ogni  cittadino    fornito   di    minima 
cultura,    cioè   licenziato  del  corso  elementare    obbligatorio.  Da  ciò  si 
vede  come  la  scuola  debba  diventare  il  \nù  alto  ufficio  dello  Stato  de- 
mocratico, il  quale    in    essa   trova  uno  dei  mezzi  più  efficaci  di  con- 
servazione  e  di  sviluppo.  E    pertanto,  ecco  la    necessità  imprescindi- 
bile -  poiché  si  tratta  della  vita  della  nostra  Costituzione  -  che  la  prima 
v,i,'jdtura  sia  possibile  a  tutti  nelle  scuole  dello  Stato,  senza  inceppi  di 
sorte, ji.  Così  che  Y obbligo,  oltreché  da  un  fatto  sociale,  discende  anche 
da  un  sfatto  politico,  il  cui  peso,  nella  questione  della  tassa,  è  di  non 
poca  imi  '^lortanza,  lasciando  in  linea  affatto  secondaria  le  ragioni  che, 
a  questo  l';)roposito,  lo  Scialoia  metteva  avanti-  è  bene  notarlo  -circa 
vent'anni  fa-,  quando  cioè  l'attuale  legge  elettorale  non  era  stata  an- 
cora votata. 

Ma  v'è  di  \  più.  Contro  l'applicazione  della  tassa  scolastica  diretta 
stanno  pure  le  t*: condizioni  storiche  del  nostro  Paese.  Il  quale,  risorto 
e  ricomposto  ad  Sanità  dopo  tanl' anni  di  servaggio  che  un  potente  al- 
leato trovò  nella  °  ignoranza  delle  moltitudini  a    ciò  mantenuta,  sente 


l/lSTRUZIONE   POPOLARE    ]N    ITALIA  4tì5 

il  bisogno  che  le  sue  masse  non  siano,  comunque,  allontanate  o  di- 
stolte dalla  scuola.  E  nessuno  vorrà  certo  negare  che.  in  alcuni  paesi 
specialmente,  nei  più  poveri  paesi  delle  nostre  piìi  povere  provincie, 
qualsiasi  ostacolo  di  natura  didattica  o  amministrativa  o  fiscale  com- 
pirà quell'opera  perniciosa  che.  invece,  noi  dovremmo  scongiurare 
con  tutte  le  nostre  forze.  Rileva  opportunamente  Giovanni  Vidari  che 
la  cultura  ha,  oggi,  a  un  dipresso  «  quella  funzione  sociale  che,  nelle 
età  trascorse,  aveva  l'esercizio  delle  armi.  Questo  era  il  fondamento 
su  cui  e  per  cui  s'era  costituito  il  reggimento  aristocratico,  e  tanto 
più  forte  e  potente  era  lo  Stato  in  cui  più  sviluppato  e  meglio  edu- 
cato fosse  lo  spirito  militare:  quella,  e  in  genere  la  libera  esplica- 
zione del  pensiero,  è  il  fondamento  per  cui  si  sono,  nel  processo  sto- 
rico, costituite  le  nazioni  democratiche,  ed  è  la  forma  che  sempre 
meglio  si  rivela  accomodata  al  progresso  civile  e  il  campo  in  cui  de- 
gnamente possono  gareggiare  i  popoli  ». 

Ma  più  che  all'educazione  maschile  la  tassa  scolastica  riuscirebbe 
dannosa    all'educazione  femminile,  le  cui    deficienze  tutti    conoscono. 

In  Italia,  come  altrove,  s'è  sentito,  finalmente,  il  bisogno  di  rin- 
novare, fortificare,  slargare  l'orizzonte  dell'educazione  della  donna 
che  le  condizioni  della  vita  moderna,  del  lavoro  e  della  economia 
sociale  han  chiamato  ad  importanti  uffici.  Si  è  capito  che  il  cammino 
del  Paese,  per  le  nuove  vie,  verso  un  nuovo  ideale  di  progresso,  non 
si  può  compiere  senza  il  concorso  intelligente  ed  attivo  della  donna. 
K  ci  si  è  persuasi  che  male  provvede  al  suo  avvenire  quel  popolo  che 
trascura  l'educazione  delle  fanciulle,  lasciando  loro  preferire  quelle 
scuole  nelle  quali,  per  evidenti  ragioni  di  ideali  e  di  costituzione, 
non  possono  essere  preparate  alla  vita  così  compiutamente  com'è  ne- 
cessario. Perciò  qualche  cosa  si  è  fatto,  ma  il  più  resta  da  fare. 

Ora  è  lecito  domandare  se  la  tassa  scolastica  si  può  considerare 
come  uno  dei  mezzi  adatti  allo  scopo. 

Nel  1897-98,  mentre  nel  corso  inferiore  delle  scuole  pubbliche 
erano  iscritte  l,0i21,991  fanciulle,  nel  corso  superiore  erano  soltanto 
t)4,149,  delle  quali  ben  17  mila  non  si  presentarono  agli  esami.  Ancora 
nel  1897-98,  su  circa  94  mila  alunni  frequentanti  le  scuole  serali  e 
festive  di  complemento  e  per  gli  adulti,  appena  ':>5  mila  erano  fem- 
mine. Di  più:  su  i2854  scuole  e  istituti  privati  qiicisi  duemila  eran 
femminili  frequentati  da  116.110  alunne  contro  poco  più  di  50  mila  fan- 
ciulli delle  scuole  maschili,  senza  contare  che  i  frequentanti  del  corso 
superioie  furono  quasi  116  mila,  mentre  le  frequentanti  appena  '-Ih  mila. 
Ora.  queste  cifre  ci  autorizzano  ad  affermare  che  l'educazione  fem- 
minile, da  noi,  ha  bisogno  d'essere  meglio  sviluppata  e  più  diffusa, 
al  qual  intento  non  può,  evidentemente,  contribuire  la  tassa  scola- 
stica. La  quale  farà  sì  che  prosperino  sempre  più  le  scuole  tenute  da 
religiosi  e  che  il  numero  delle  fanciulle  che  abbandonano  la  scuola 
dopo  il  corso  obbligatorio  aumenti  con  un  crescendo  poco  confortante. 

La  questione,  dunque,  è  grave:  tanto  più  grave  se  pensiamo  a 
questa  coincidenza  curiosa  che  contiene  una  grande  incoerenza:  -  mentre 
comincia  ora  ad  avere  eff'etto  la  legge  sul  lavoro  dei  fanciulli  per  cui 
questi  non  possono  essere  adibiti  ai  lavori  prima  dei  12  anni,  e,  perciò, 
ragionevolmente,  si  reclama  che  la  durata  dell'obbligo  scolastico  sia 
protratta  di  qualche  anno,  conferendo  così  alla  scuola  pubblica  na- 
zionale un  nuovo  carattere  di  utilità  sociale,  -  ora  si  vorrebbe  im- 
liorre  la  tassa  scolastica  che  il  concetto  dell'istruzione  e  dell' educa- 

3Q  VoLCVI,  Serie  IV  -  1°  agcsto  1903. 


4()(')  l'istruzione  popolare  LV  1TALL\ 

zinne  date  dalla  scuola  per  il  Paese  rimpicciolisce  e  avvilisce...  nella 
marca  da  bollo. 

E  questo  dopo  che  il  Bollettino  del  Ministero  d'agricoltura  indu- 
stria e  commercio  ha  pubblicato  delle  cifre  che  ci  riempiono  l'anima 
di  dolore,  di  sconforto  e  anche  di  vergogna.  Dall'ultimo  censimento 
è  risultato  che  soltanto  il  51  5  per  cento  degli  italiani  d'età  superiore 
ai  6  anni  sa  leggere  e  scrivere:  per  cui  il  4cS.5  per  cento  è  analfabeta: 
tredici  milioni  di  nostri  connazionali  non  sanno  fare  il  proprio  nome, 
offrendo,  così,  lo  spettacolo  invero  poco  consolante  di  un  enorme  squi- 
lil)iio  fra  ie  leggi,  il  Governo  del  paese  e  lo  stato  intellettuale  di  gran 
parte  del  suo  popolo.  Poiché  è  appunto  fra  costoro  -  non  bisogna  di- 
menticarlo -  che  si  devono  contare  quegli  emigranti  clie,  sul  mercato 
mondiale  della  mano  d'opera,  fauno  ai  loro  compagni  una  incivile 
e  rovinosa  concorrenza;  è  da  costoro  che  escono  i  violenti,  i  pazzi  che 
ascrivono  a  colpa  dell'individuo  ciò  che,  invece,  è  dei  sistemi;  è  contro 
(!Ostoro  che  la  Confederazione  Australiana,  la  Colonia  del  Capo  di 
Buona  Speranza  e  la  Columbia  inglese  hanno  votato  le  leggi  restrittive 
dell'immigrazione  -  con  quanto  vantaggio  dell'economia,  della  pace  e 
dell'onore  del  Paese  ognuno  può  da  sé  considerare. 

È  vero:  si  dice  che  la  tassa  scolastica,  di  lire  ì'^2  per  ogni  alunno 
del  corso  inferiore  e  di  lire  20  per  ogni  allievo  del  corso  superiore, 
non  toccherà  i  fanciulli  di  famiglia  povera,  ma  qui  -  a  parte  la  que- 
stione di  principio  -  non  è  male  tener  presente  che,  per  la  massima 
parte,  andrà  a  colpire  i  figli  di  quella  piccola  e  media  borghesia  che 
è,  al  dire  del  Carducci,  considerata  nel  processo  storico  il  vivaio  delle 
forze  d'una  nazione,  onde  vengono  e  han  da  venire  nei  mutamenti 
ideali  non  che  sociali  le  attività  nuove  del  pensiero. 

11  grido  incessante  che,  oggi,  ci  assorda  d'intorno  è:  ìion  mettete 
jìiìt  tasse,  e  i  progetti  di  sgi'avi  -  sintomo  eloquente  -  si  succedono 
gli  uni  agli  altri,  discussi  C(m  vivacità  e  con  assiduità.  L'on.  Mag- 
giorino Ferraris  inibblicava,  or  non  è  molto,  su  questa  stessa  Antologia, 
un  lungo  scritto  intitolato  precisamente:  Popolo  smìuito:  diminuiamo 
le  tasse!  E  un  sincero  amico  del  nostro  Paese,  il  Bolton  King  -  l'au- 
torevole storico  della  Unità  italiana,  l'autore,  insieme  coll'Okey.  d'un 
apprezzatissimo  libro  suir//a//«  d'oggi  e  della  migliore  biogratìa  di 
Giuseppe  Mazzini  -  ha  testé  pubblicato  nel  Joiinial  of  the  Rogai  stafis- 
tical  Society  una  lettera  sull'Italia  contemporanea,  nella  quale  è  detta 
enorme  ed  eccessiva  la  quantità  delle  imposte  gravanti  sui  poveri. 
Da  una  delle  tabelle  del  King  si  apprende  che  ben  20  milioni  di  lire 
sterline  su  un  totale  di  50  milioni  vengono  a  cadere  sulle  classi  meno 
abbienti:  fatto  grave  questo  che  viene  meglio  illuminato  dal  seguente 
confronto  del  VVolff:  mentre  una  famiglia  operaia  inglese  paga  in  media, 
per  imposte,  solo  il  6  per  cento  delle  sue  entrate,  si  può  calcolare  che 
una  famiglia  italiana  paga  il  23  per  cento! 


La  base  finanziaria  della  scuola  popolare  dev'essere  qualche  cosa 
di  ben  diverso  dalla  tassa,  poicliè  per  essa  non  si  conferirebbe  al- 
l'istituto scolastico  quella  sua  particolare  individualità  economica  nel- 
l'azienda dei  nostri  tributi,  che  il  De  Dominicis  giustamente  consi- 
dera condizione  essenziale  a  rendere  la  scuola  un  potente  organo  della 
vita  sociale. 


l'istruzione   popolare    IX    ITALIA  46/ 

Che  si  può  dunque  fare?  Contrario  a  qualunque  imposizione  diretta, 
io  penso  elle  il  modo  migliore  e  piii  sbrigativo  di  risolvere  il  grande 
problema  sia  quello  di  consolidare  il  bilancio  della  pubblica  istruzione 
in  una  cifra  ben  maggiore  dell'attuale  con  una  più  equa  e  più  ra- 
zionale distribuzione  dei  tributi  del  Paese  fra  i  vari  bilanci  dello  Stato. 
Poiché  non  si  può  a  meno  di  non  considerare  il  fatto,  che  degli  SUO 
milioni,  destinati  alle  spese  vive  della  Nazione,  più  della  metà  figurano, 
invariabilmente,  per  le  sole  spese  militari,  mentre  col  resto  si  deve 
pensare  a  tutti  gli  altri  servizi  civili:  istruzione,  lavori  pubblici,  agri- 
coltura, industria  e  commercio,  amministrazione  della  giustizia,  sicu- 
rezza pubblica,  amministrazione  finanziaria,  marina  mercantile,  ecc. 

Oh!  vediamo  che  mai  più  nessuno  ci  possa  ripetere  questo  rim- 
]irovero,  forse  troppo  severo  ed  esagerato  ma  non  del  tutto  immeritato, 
•dei  signori  Bolton  Khig  e  Okey:  «  L'istruzione  è  il  capitolo  più  triste 
della  storia  sociale  italiana,  un  capitolo  di  penosa  avanzata,  d'indif- 
ferenza nazionale  a  un  Ijisogno  primario,  di  un  ritardo  presente  che 
dà  all'Italia,  dopo  il  Portogallo,  il  triste  primato  dell'analfabetismo 
nell'Europa  occidentale  ». 

Ma,  da  buoni  positivisti,  noi  non  ci  cristallizziamo  nelle  formule, 
e  se  proprio  il  consolidamento  che  vagheggiamo  non  è  ora  possibile, 
pensiamo  che,  data  la  gravità  e  l'urgenza  del  problema  importantis- 
simo, ad  altri  modi  di  soluzione  dobbiamo  fendere  l'occhio.  E  a  me 
pare  che  due  altre  vie  ci  siano  aperte:  o  spezzare  le  tradizioni  del 
passato  interessando  lo  Stato  alla  sola  istruzione  popolare  e  lasciando 
l'istruzione  superiore  e  media  alla  libera  concorrenza  :  o  far  poggiare 
la  scuola  su  un  proprio  vigoroso  organismo  economico.  Nel  primo 
«a.so  si  darebbe  piena  ragione  ai  deliberati  della  Rivoluzione  Francese  e 
al  noto  ragionamento  di  Talleyrand  :  e  nel  secondo  si  cambierebbe  il 
principio  della  gratuità  assoluta  in  quest'altro:  la  scuola  non  dev'essere 
gratuita  se  non  a  chi  non  può  pagarla.  Orbene,  scartando  la  prima 
via  che,  non  ostante  la  sua  apparente  semplicità,  sconvolgerebbe  tutto 
il  nostro  ordinamento  scolastico,  mi  pare  che,  non  potendosi  conservare 
la  gratuità  assoluta,  il  mezzo  miglioi-e  di  rendere  davvero  la  scuola  un 
organismo  vivente,  quale  s'incontra  nell'evoluzione  storica  dei  popoli 
civili,  sia  la  costituzione  del  diritto  finanziario  scolastico  con  uno  spe- 
ciale contributo  che  già  trovereblte  un  punto  di  partenza  nella  vecchia 
legge  Casati.  L'art.  345  di  questa  legge  dice,  infatti,  che  nelle  spese 
per  l'istruzione  debbono  concorrere  anche  gli  abitanti  agiati. 

È  di  per  sé  evidente  che  la  cultura  necessaria  alla  società  in  un 
dato  periodo  del  suo  svolgimento  dev'essere  data  con  mezzi  sommini- 
strati dalle  famiglie,  dai  Clomuni.  dallo  Stato,  da  tutti  gli  enti  sociali, 
poiché  l'utilità  dell'istruzione  e  dell'educazione  scolastica  é  utilità 
pubblica  generale.  Cosi  che  a  contribuire  per  la  scuola  si  potrebbero 
chiamare,  sotto  un  certo  aspetto,  anche  le  classi  meno  abbienti,  quo- 
tando i  Monti  di  pietà,  le  Congregazioni  di  carità  e  le  altre  istituzioni 
congeneri  che  il  patrimonio  inalienabile  del  povero  spesso  ammini- 
strano in  modo  assai  problematico;  o  promovendo,  per  disposizione 
legislativa,  la  opportuna  conversione  di  molti  lasciti  che.  già,  più  non 
rispondono  alle  tavole  di  fondazione,  alla  volontà  dei  testatori. 

Nel  1878,  la  scuola,  negli  Stati  Uniti  d'America,  pos.sedeva  150 
milioni  di  acri  di  terreno;  e  oggi  in  alcuni  Stati  della  Federazione  vi 
ha  uno  speciale  contributo  proporzionato  al  numero  degli  obbligati 
all'istruzione  e  gravante  sulla  proprietà  fondiaria.  In  altri  Stati  vi  sono 


468  l'istruzione  popolare  in  italia 

tasse  sagli  alcools  e  sulle  farine,  una  percentuale  sui  t'ondi  pubblici, 
e  contributi  messi  dalle  contee  e  dai  distretti  scolastici,  i  quali 
hanno  altresì  la  facoltà  di  imporre  nuove  tasse  per  aprire  nuove  scuole 
(A.  Labriola).  Con  le  ultime  riforme  scolastiche  popolari  l'Inghilterra, 
che  pure  dà  alle  scuole,  a  titolo  di  sussidio,  più  di  100  milioni  all'anno, 
ha  saputo  accumulare  alla  loro  l)ase  una  quantità  di  risorse  econo- 
miche, e,  oltre  a  ciò,  ha  conferito  ai  Board  scliools  la  facoltà  di  fis- 
sare speciali  contributi.  Nel  Belgio  lo  Stato  obbliga  il  Comune  a  tener 
aperte  tante  scuole  quante  sono  richieste  dai  bisogni  della  popolazione: 
ma  in  compenso  il  Comune  riceve  sussidi  dallo  Stato  stesso,  dalla 
Provincia,  e  può  anche  servirsi  delle  scuole  private,  di  fondazione  o  di 
Congregazioni  di  carità.  In  Francia  non  abbiamo  speciali  contribu- 
zioni, ma  lo  Stato  si  interessa  sopratutto  alla  istruzione  primaria,  per 
la  quale,  come  s'è  visto,  spende  quasi  iióO  milioni,  di  cui  solo  00  sono 
a  carico  dei  Comuni.  In  Olanda  la  scuola  può  essere  tenuta  dai  pri- 
vati, dal  Comune  e  dallo  Stato,  il  quale  paga  il  33  per  cento  delle 
spese,  lasciando  facoltativo  il  contributo  scolastico.  Nella  maggior 
parte  delle  città  della  Prussia  e  in  molte  altre  parti  della  Germania,, 
ove  essa  ha  tuttavia  delle  forti  tradizioni  storiche,  la  scuola  può  con- 
tare su  tasse  speciali,  su  fondi  dei  Comuni  e  sussidi  dello  Stato,  su 
prestazioni  delle  terre  esenti,  su  fondazioni,  patronali,  ecc. 

Ora  noi  abbiamo  visto,  per  sommi  capi,  come  là  ove  l'istruzione 
è  meglio  sviluppata,  la  scuola  abbia  proprie  risorse  aventi  molto 
spesso  una  base  economica  che  si  estende  su  ogni  forma  di  proprietà 
e  di  produzione.  Per  cui  non  ha  torto  il  De  Dominicis  di  affermare  che, 
senza  molteplici  relazioni  coi  tributi  di  un  jiaese,  «  la  scuola  non  può 
avere  larga  vita  morale  e  rispondere  al  suo  fine,  perchè  non  ha  larga 
vita  materiale.  Anche  nella  vita  scolastica  il  fatto  economico  è  il  primo 
fatto,  il  primo  vero  ». 


Ma,  dato  che  ci  siamo  obbligati,  quale  forma  di  contribuzione 
dobbiamo  noi  adottare?  Qual  è  la  forma  di  contribuzione  meglio  rispou- 
dente  alle  condizioni  del  nostro  Paese  e  del  nostro  istituto  scolastico"? 

La  forma  del  contributo  scolastico  non  può,  logicamente,  non  es- 
sere una  sola,  e  la  sua  misura  deve  variare  soltanto  a  seconda  del 
reddito  degli  individui,  della  potenzialità  economica  e  della  funzione 
specifica  degli  enti,  delle  esigenze  particolari  del  Paese,  ecc.  ecc.  Il  con- 
tributo scolastico  indiretto  e  proporzionale  dovrebbe  essere  imposto 
su  tutti  i  grossi  redditi,  stipendi,  assegni,  ecc.,  sulle  Congregazioni 
di  carità  e  Opere  pie  in  genere,  sulle  Camere  di  commercio,  Boi'se, 
Camere  del  lavoro,  ecc.,  sui  clubs,  sulle  società  di  divertimento, 
società  sportive,  e  via  dicendo.  Di  più,  la  legge  dovrebbe  jìievedere 
e  imporre  la  conversione  di  quei  legati  che,  per  una  ragione  o  per 
l'altra,  non  rispondono  e  non  risponderanno  più  alle  intenzioni  dei 
testatori. 

Come  facilmente  si  vede,  queste  jiioposte  semi)lici  e  razionali 
soddisfano  meglio  di  tante  altre  che  già  furono  fatte  al  principio  di 
una  contribuzione  scolastica  e  alle  necessità  di  una  attuazione  pronta 
e  profìcua,  tanto  più  profìcua  in  quanto  con  essa  si  verrebbero  a  rego- 
lare e  a  coordinare  tutti  quegli  assegni  che  al  giorno  d'oggi  lo  Stato  e 
molti  enti  sociali  danno  a  speciali  scuole.  Il  contributo  scolastico  (il 
quale,  -  lo  dico  qui  di  sfuggita  -  oltre  che  con  la  gratuità  assoluta,  si 


l'istruzione    popolare    IX    ITALIA  460 

potrebbe  evitare  con  la  tassa  unica  progressiva)  non  esclude  il  concorso 
dei  Comuni  e  dello  Stato,  e  verrebbe  riscosso  come  tutte  le  altre  imposte, 
mantenendo  però  sempre  il  suo  peculiaie  cai-attere  di  risorsa  della 
scuola. 

Ma,  evidentemente,  questa  riforma  altre  ne  impone  :  cpielle  cbe  da 
lungo  tempo  si  vanno  chiedendo  invano  nell'Amministrazione  sco- 
lastica e  soprattutto  il  decevtramenfo,  il  quale,  col  contributo,  diventa 
una  necessità  ineluttabile.  C'è  bisogno  di  chi  in  ogni  circoscrizione 
amministri  direttamente  tutta  la  faccenda  scolastica,  esplicando  l'in- 
dirizzo dello  Stato  supremo  moderatore  degli  studi.  Ora  questo  ammi- 
nistratore, per  il  carattere  generale  del  diritto  finanziario  della  scuola, 
non  può  essere  il  Comune  :  ma  piuttosto  un  Consiglio,  coadiuvato  da 
un  apposito  ufficio  e  da  ispettori,  il  quale  sarebbe  composto  di  membri 
scelti  dal  Governo,  dai  Municipi,  dagli  enti  sociali,  dai  cittadini,  da- 
gl'insegnanti. Questo  Consiglio  penserebbe  all'amministrazione  del 
patrimonio  scolastico  e  delle  scuole:  curerebbe  l'esecuzione  delle  leggi, 
dei  decreti  e  delle  disposizioni  ministeriali:  promoverebbe  la  maggiore 
diffusione  della  cultura  nella  circoscrizione;  farebbe  proposte  al  Go- 
verno per  nuove  scuole  e  nuove  disposizioni  ;  studierebbe  insomma, 
praticamente,  il  problema  della  scuola  e  lo  avvierebbe  con  ogni  mezzo 
alla  soluzione.  Qualcosa  di  simile  a  questo  Consiglio  funziona  già 
nella  Svezia  e  Norvegia,  in  Inghilterra,  nel  Belgio,  nella  Danimarca, 
negli  Stati  Uniti  d'America,  ecc. 

Cosi,  adunque,  la  riforma  sarebbe  completa  in  quanto  avremmo 
tolto  il  controsenso  pedagogico  e  scientifico  di  voler  applicare  lo 
stesso  programma  di  istruzione  e  adattare  gli  stessi  metodi,  gli  stessi 
•espedienti  educativi  a  tutte  le  diverse  parti  d'Italia  che,  al  dire  di 
Alfredo  Niceforo,  sociologicamente.  «  è  un  vasto  mosaico  a  mille  tinte 
•e  sfumature,  è  una  tavolozza  smagliante,  ove  un  pittore  esaltato  ha 
«temperato  la  gamma  dei  colori  più  stridenti  e  diversi,  una  di  quelle 
orgie  fantastiche  di  tonalità  che  si  vedono  qualche  volta  in  certi 
grandi  tramonti,  ove  scintillano  le  iridiscenze  del  rosso,  del  turchino, 
•del  violetto  accanto  all'oro  e  all'argento  delle  nubi  ». 


Or  non  è  molto.  Giacomo  Novicow  ha  pubblicato  un  libro  sulla  mis- 
sione dell'Italia  ;  libro  ch'è  un  inno  d'incoraggiamento,  un  consiglio 
affettuoso  d'amico,  una  lancia  spezzata  contro  il  pessimismo  e  i  troppi 
facili  predicatori  della  decadenza  latina.  11  Novicow  ritiene  che  l' Italia 
abbia  ancora  parecchie  abitudini  mentali  e  parecchie  virtù  vigorose 
■e  operose  che.  senza  dubbio,  contribuiranno  a  porla  assai  presto  in 
grado  di  dimostrare  la  superiorità  del  suo  genio  scientifico,  letterario 
e  artistico.  E  la  missione  che  crede  competere  all'Italia  nostra  è  mis- 
sione di  pacifica  espansione  d'uomini  e  d'idee,  di  predominio  intel- 
lettuale e  morale,  di  sostenitrice  e  di  coordinatrice  in  Europa  della 
pace  e  della  giustizia  internazionale. 

Ma  per  compiere  questa  gloriosa  missione  di  fronte  alle  altre  Na- 
zioni, l'Italia  deve  anzitutto  compierne  una  grande  verso  se  stessa  : 
la  missione  della  cultura  educativa  popolare  ciré  preparazione  ad  una 
vita  più  civile  mediante  l'acquisizione  di  nuove  abilità,  di  nuove  idee, 
<li  nuovi  criteri  cavati  dal  mondo  reale,  mediante  la  trasformazione 
ili  sentimenti  e  di  pensieri  in  abitudini  morali  e  mentali  buone.  La 


470  i/istrl:zioxe  popolare  in  itaija 

missione  deiritalia  verso  se  stessa  è  la  formazione  della  nuova  per- 
sonalità del  popolo  mediante  una  più  intima  corrispondenza,  una  più 
equa  proporzione  e  adequazione  tra  la  vita  pubblica  e  l'educazione 
del  Paese  :  per  cui,  rifatta  nella  vita  e  nella  coscienza,  possa  anche 
la  patria  nostra  iniziare  la  sua  feconda  evoluzione  verso  l'avvenire. 
Bella  e  nobile  è  la  missione  che  il  Novicow  crede  affidata  al- 
l'Italia dalla  civiltà:  grati,  noi  dobbiamo  accettare  il  consiglio  e  l'au- 
gurio; ma  i  folti  e  virili  piopositi,  il  lavoro  nuovo  e  fecondo,  la  nuova 
orientazione  dello  spirito  nostro  dobbiamo  integrare  col  riordinamento 
della  scuola,  con  la  istituzione  della  scuola  popolare,  con  la  più  larga 
diffusione  della  cultura  in  mezzo  alle  classi  meno  abbienti  che,  senza 
posa,  procedono  e  si  elevano,  assurgendo  a  dignità  e  ad  esercizio  dì 
funzione  politica. 

Angelo  Sicchirollo. 


LIBRO  CANONICO  CINESE  SUI  BACHI  OA  SETA 

(THSIX-KOUAX-TSAX-CHOr) 


In  un  ai-ticolo  pubblicato  nella  Nuova  Atdologia  (fascicolo  del  16 
dicembre  1901)  avevamo  promesso  di  aggiungere,  come  corollario  al 
tema  della  Coltivazione  dei  gelsi  nell'Impero  cinese,  parecchie  curiose 
norme  sull'allevamento  del  filugello,  desunte  da  numerosi  autori  ed 
in  particolar  modo  dal  libro  intitolato:  Tlisin-komm-tsan-chou  (Libro 
sui  bachi  da  seta)  che  ancora  oggidì  è  degnissimo  di  considerazione 
per  quanto  porti  la  rispettabile  data  del  1739.  Esso  presenta  infatti  un 
riassunto  di  leggi,  tradizioni  e  nozioni  pratiche,  riunite  in  una  pode- 
rosa opera  di  7S  libri,  divisi  in  "li^  volumi,  compilati  per  ordine  dell'im- 
peratore celeste,  da  letterati,  legislatori,  poeti  ed  agronomi  insigni, 
da  scritture  remotissime  dei  tempi  di  Komtff-tsée  (Confucio)  e  di  Meng- 
f.seìì,  ritenuto  quale  il  piìi  dotto  tra  i  fllosotì  cinesi  seguaci  di  Con- 
fucio nel  quinto  secolo  avanti  l'Era  Cristiana.  Testimonianze  poi  di 
autori  cinesi  diversi  che  trattano  più  o  meno  direttamente  della  col- 
tura dei  gelsi  -  già  ricordati  appunto  col  fascicolo  accennato  -  e  del- 
l'educazione pratica  del  fllugello,  risalgono  ai  più  antichi  tempi,  dal 
4439  al  976  dell'Era  nostra;  secondo  il  P.  de  Maillac  l'allevamento, 
diremmo  ufficiale,  del  baco  da  seta,  per  opera  dell'imperatrice  stessa 
Si-ling-chi,  moglie  di  Homi g-ti,  ii\-ventore  dell'industria  tessile  del  boz- 
zolo e  dell'arte  di  farne  vestimenta  preziose,  data  dall'anno  2602 
])rima  di  Cristo. 


Senza  preoccuparci  della  serietà  e  veridicità  di  ciueste  date,  scio- 
gliamo la  promessa,  continuando  a  parlare  del  modo  col  quale,  dopo 
la  coltivazione  diligenfissima  e  razionale  delle  varie  qualità  di  gelsi, 
anche  i  più  eletti  personaggi  dell'Impero  cinese  si  dedicavano  alla 
educazione  pratica  del  filugello,  che  in  allora  non  era  soggetto  alle 
infinite  peripezie  e  malattie  parassitarie  più  tardi  sopravvenide.  e  più 
particolarmente  allorché  gli  Europei  divennero  bachicultori. 

Che  il  delicato  lepidottero  richiedesse  però  le  più  scrupolose  cure 
Tin  dagli  inizi  della  cinese  bachicoltura,  forse  perchè  ribelle  agli  in- 
tenti degli  allevatori  che  dovettero  disciplinarne  l'allevamento,  stu- 
diandono  le  molteplici  fasi,  le  complicate  trasformazioni  ed  esigenze, 
lo  si  apprende  dal  Libro  dei  bachi,  ove  si  insegna  ragguagliata  mente 
il  modo  di  costrurre  le  abitazioni  silenziose,  non  polverose,  fresche, 
aerate,  non  umide  del  bombice  ;  la  necessità  di  tenerlo  lontano  da 
letamai  e  da  locali  immondi,  non  esposti  ai  cocenti    raggi    del   sole. 


472  IL    LIBRO    CAXON'ICO    CLVESE    SII    lìACHl    DA   SETA 

alle  variazioni  frequenti  di  temperatura.  Appena  nati,  i  bachi  abbi- 
sognano di  un  grande  calore,  -  così  scrive  Non-Sang-Thsiouen-Choit. 
ricordato  nella  pregiata  opera  del  Julien,  e  nelle  note  del  Bonafous: 
l'aria  è  ancora  fredda  nella  prima  età  del  filugello  e  solo  dopo  la  terza 
gioventù  {terza  muta)  i  bachi  amano  il  fresco  non  esagerato,  la  luce 
non  soverchia,  il  cibo  abbondante  e  sempre  rinnovato,  altrimenti  ca- 
dono ammalati  ed  il  raccolto  dei  bozzoli  è  perduto.  «  Conviene  pone 
tutfintorno  alla  bigattiera,  ad  ogni  finestra,  delle  stuoje  che  si  pos- 
sano rotolare  e  distendere  quanto  occorra.  \el  mezzo  della  camera, 
ove  si  tengono  i  bachi,  si  accende  (dice  lA.)  un  fuoco  sotterraneo, 
una  specie  di  calorifero  ». 

Se  i  bachi  abbisognano  di  calore  e  l'aria  esterna  sia  fredda,  si 
abbassano  le  stuoje  delle  finestre  e  si  manda  calore  nella  bigattiera... 
Se  facesse  un  freddo  rigido,  si  accende  fuori  dell'abitazione  della  bo- 
vina disseccata,  e  quando  è  tutta  accesa  e  non  dà  più  fumo,  si  col- 
loca ai  quattro  angoli  della  camera  ove  si  allevano  i  filugelli. 

E  qui  FA.  prosegue  con  minuti  ragguagli  che  sarebbe  cosa 
prolissa  liprodurre,  indicando  come  l'allevatore  debba  avere  i  più  de- 
licati riguardi  per  il  prezioso  bombice,  evitando  sovratutto  i  funesti 
sbalzi  di  temperatura,  per  causa  dei  quali  diventano  i  bachi  giallicci 
e  tlaccidi.  e  muoiono  in  grande  t[uantit;i. 


Nei  libri  cinesi  si  trovano  spesse  volte  accennate  diverse  qualità 
di  filugelli,  il  che  ha  prodotto  da  principio  non  poca  confusione  negli 
studiosi  europei  e  molta  incredulità  in  generale  sulle  vantate  mera- 
viglie dell'arte  bacologica  di  quei  Paesi.  Ma  i  botanici  e  gli  ento- 
mologi hanno  saputo  porre  in  evidenza  come  realmente  esistano  le 
tre  varietà  di  filugelli  utili  all'agricoltore,  indicate  dal  dizionario  ci- 
nese Eni  ìja,  e  cioè:  il  Sciang,  ossia  il  Bomhyx  mori,  baco  da  seta  che 
si  nutre  del  gelso  domestico;  lo  Tdieou-iu,  che  si  nutre  di  foglie  di 
giuggioli  e  di  altre  d'un  albero  chiamato  ìioa  e  loiiair.  ed  infine  YHatig. 
che  si  ciba  di  foglie  del  sino. 

I  naturalisti  poi  ci  parlano  del  Bomhyx  militta  (Fab.)  che  vive 
sul  ricino,  pianta  arborescente  nel  Bengala  e  altrove,  e  del  Bomhyx 
cyntlìia  (Fab.l,  baco  selvatico  come  il  precedente,  forse  assai  affine 
a  quello  del  Madagascar  che  vive  in  società,  e  ad  altri  che  si  nutrono 
di   foglie  di  frassino,  di  quercia,  ecc. 

La  grande  cura  che  i  Cinesi  ebbero  sempre  per  i  bachi  da  seta  del 
gelso,  così  rigoglio.samente  produttivo  d'ottimo  e  rinnovellato  fogliame 
fece  sì  che  in  alcuni  distretti  si  coltivarono  otto  varietà  di  bachi,  cui 
si  impose  un  nome  si^eciale,  secondo  i  mesi  in  cui  preparavano  il 
bozzolo:  Haìig-tchiiì-tsan,  in  aprile;  Tché-tsan,  in  maggio:  Hang- 
tsan,  in  principio  di  giugno;  Ai-fchin-tsan,  jn  fine  di  giugno  (i  più 
pregevoli);  Ai-tsan.  in  luglio;  Han-tcJiin-fsan,  in  agosto;  Ssè-tdioa- 
tsaii.  in  ottobre:  Haii-tsuìi.  in  novembre.  Né  qui  si  arrestano  i  libri 
cinesi  nella   enumerazione  di  varietà  di  bachi,  salendo  fino  a  tredici. 


Il  Bonafous  ed  il  Cera  affermavano  ai  tempi  loro  che  la  facoltà 
di  riprodursi  perfino  tre  volte  in  un  anno  era  cosa  da  essi  ricono- 
sciuta in  alcune  particolari  razze  di  bachi  da  seta.  Naturalmente  pel- 
le nostre  regioni    tutto  ciò  si  ridurrebbe  ad  esperimenti  da  gabinetto 


IL   LIBRO    CANONICO    CINESE   SLI    BACHI    DA    SETA  473 

e  non  ad  allevamento  su  vasta  scala  a  scopo  industriale,  e  con  risul- 
tali  rimunerativi. 

È  poi  degnissimo  di  nota  l'uso  che  i  Cinesi,  imitati  in  seguito  dai 
Giapponesi,  fanno  della  carta,  da  essi  con  la  ben  nota  abilità  prepa- 
rata, acciocché  le  femmine  del  baco  possano  deporre  il  proprio  seme. 

Con  tale  spediente  non  vengono  gli  ovoli  esposti  ad  una  disuguale 
temperatura,  come  avviene  ammassandoli  in  sacchetti  di  tela  :  e  la  pic- 
cola larva  esce  più  agevolmente  dal  guscio,  trovando  un  sostegno 
sulla  carta  stessa  ove  la  femmina  lasciò  col  seme  un  pò"  del  glutine 
suo.  Questo  metodo  parve  da  principio  al  Bonafous  poco  conveniente 
per  la  difficoltà  di  riconoscere  la  quantità  esatta  del  seme  da  distri- 
buire agli  allevatori.  Ma  ben  presto  rillustre  bacologo  ebbe  campo  di 
cliiarire  come  i  Cinesi  non  errassero,  pesando  e  prima  e  dopo  il  car- 
tone sul  quale  il  filugello  deponeva  gli  ovoli,  e  cosi  ne  ricavassero  la 
quantità  voluta  con  un  calcolo  elementare. 


Dall'osservazione  di  quanto  i  Cinesi  operavano  per  la  conservazione 
della  semente  in  iscatole  di  bamhon  esposte  a  tutte  le  variazioni  di 
temperatura,  si  può  argomentare  agevolmente  che  anche  in  tempi 
remoti  il  filugello  in  quel  paese  contraeva  speciali  malattie  prodotte 
dal  repentino  passaggio  dal  freddo  al  caldo  della  semente,  e  peggio, 
del  bacolino  appena  nato. 

I  bachi  della  semente  colpita  da  malanno  hanno  un  aspetto  gial- 
lognolo e  si  possono  paragonare,  scrive  Homig-Sing-Tseng,  ad  un 
fanciullo  che  abbia  contratto  una  malattia  nel  grembo  materno.  Non 
vale  la  pena  di  allevare  tali  bacherozzoli.  Per  conservare  sana  la  se- 
mente di  bachi,  aggiunge  l'Autore  cinese,  preludendo  al  sistema  razio- 
nale odierno  dell'ibernazione,  si  stendono  i  fogli  di  cartone  sovra  canne 
o  tavole  di  hamhoii,  facendo  in  modo  che  non  siano  esposte  né  al 
vento,  né  al  sole.  Inoltre  si  coprono  con  una  stoffa  leggiera  di  seta 
per  evitare  che  farfalle  ed  insetti  del  cotone  ne  facciano  scempio. 

Si  attende  che  la  neve  cada  copiosamente  e  si  stendono  in  mezzo 
ad  essa  i  fogli  di  cartone  coperti  di  seme,  ritirandoli  dopo  un  giorno 
per  distenderli  nuovamente  sulle  tavole  di  hambou. 


Ed  ora  vediamo  con  quale  premuiosa  cura  il  Libro  dei  bachi  da 
seta  spiega  agli  allevatori  del  filugello  il  modo  di  nutrire  il  prezioso 
insetto  durante  le  quattro  mute  (tre  sole  pei  bachi  autunnali). 

Si  distinguono,  dice  il  libro  in  discorso,  quattro  speciali  e  brillanti 
colori  o  tinte  naturali  nei  bachi  da  seta:  una  candidezza  lucida,  ed  in 
tal  caso  richieggono  una  nutrizione  moderata:  un  turchino  lucido,  ed 
in  tal  caso  vogliono  abbondante  nutrizione:  una  tinta  oscura,  pelle 
grinzosa,  ed  é  segno  questo  che  sono  stati  nutriti  insufficientemente: 
una  tinta  gialla,  lucida,  ed  in  tal  caso  diminuiscasi  a  poco  a  poco  la 
nutrizione.  Ogniqualvolta  si  dà  il  cibo  al  filugello,  si  alzino  le  stuoie 
delle  finestre,  e  piena  luce  inondi  la  bigattiera,  perché  i  bachi  appeti- 
scono più  facilmente  la  foglia  fresca  e  lucente  e  ne  traggono  maggior 
profìtto  che  non  all'oscuro.  Oltre  la  foglia  di  gelso  si  dia  ai  bachi  la 
foglia  di  tché  (specie  di  gelsi  nani,  selvatici,  che  non  si  trovano  in 
Europa)  e  non  si  lasci  mancai'e  l'aria  nei  locali  ove  sono  allevati. 


474  II,    I.IIìRO    CAXOXICO    CINESE    SUI    BACHI    DA    SETA 

Il  nono  giorno,  dice  il  libro  cinese,  essi  cessano  di  cibarsi  per 
"ìi-  ore,  ed  è  questo  il  primo  sonno  e  il  tempo  della  ])rima  muta  perchè 
cambiano  la  pelle:  altri  sette  giorni  debbono  poi  trascoirere  prima 
che  avvenga  la  seconda  muta:  sette  jiarimenti  per  la  terza  e  cinque 
per  l'ultima  che  è  il  ta-mieiì,  il  gran  sonno.  Dopo  tre  giorni  di  copiosa 
nutrizione  si  apprestano  a  prepararsi  il  bozzolo. 

Non  ripetiamo  qui  tutto  quanto  con  scrupolosa  precisione  i  diversi 
libri  scientitici  e  sacri  dei  cinesi  antichi  scrivono  riguardo  alle  cure 
delicatissime  che  si  debbono  avere  per  i  filugelli  quando  stanno  per 
salire  al  bosco:  ne  facemmo  cenno  altra  volta,  ammirando  quei  i)er- 
fetti  baciiicultori,  i  cui  insegnamenti  ancora  oggidì,  dopo  centinaia  di 
anni,  appaiono  indiscutibilmente  degni  di  plauso. 

Solo  ci  tratterremo  ancora  sovra  un  consiglio  che  il  Libro  dei  bachi 
dà  agli  allevatori  e  si  direbbe  fruito  di  cognizioni  scientifiche  moderne, 
preludendo  a  quanto  oggidì  si  suol  fare  dopo  le  recenti  scoperte  della 
chimica  e  della  microscopia,  per  combattere  là  morìa  improvvisa  dei 
filugelli  e  tener  lontane,  con  speciali  sistemi  di  prevenzione  e  di  disin- 
fezione, le  malattie  parassitarie  del  baco  da  seta,  alcune  delle  quali 
tuttora  non  chiaramente  spiegate. 

Ogniqualvolta,  dice  il  precitato  libro,  si  è  dato  il  cibo  al  baco,  è 
necessario  fare  una  attenta  visita  ai  graticci  per  assicurarsi  che  la 
foglia  è  stata  ripartita  in  giusta  misura.  Se  il  tempo  è  piovoso  ed 
oscuro,  se  l'aria  è  fredda  all'esterno,  prima  di  distribuire  la  foglia  si 
accendano  rami  secchi  di  gelsi  e  paglia  di  riso  e  con  tal  guisa  si  proemi 
di  dissipare  il  freddo  e  l'umidità  che  danno    grave  disturbo  al  baco. 

1)01)0  il  terzo  sonno  si  distribuisca  sui  bachi  farina  di  riso,  pre- 
ventivamente cotto  e  ridotto  in  polvere,  e  farina  di  piselli  seccati 
prima  al  sole  e  poscia  macinati.  Questa  polvere  o  farina  rinfresca  i 
bachi  da  seta  e  dissipa  il  calore  interno  ch'essi  provano  in  tal  punto 
pericoloso  della  loro  crescenza;  la  seta  che  produrranno  i  filugelli  così 
trattati  riuscirà  assai  piìi  lucente  e  robusta... 

A  questo  proposito  è  doveroso  ricordare  e  rendere  omaggio  ad  un 
nostro  concittadino  benemerito  che  rese  il  suo  nome  illustre  anche 
nella  vicina  Francia,  vogliamo  dire  il  cav.  Matteo  Bonafous,  che  nel  1837 
divulgava  i  precetti  bacologici  cinesi  desunti  dai  libri  che  la  Biblioteca 
di  Parigi  gelosamente  conserva.  Il  Bonafous,  botanico  e  bachicultore 
insigne,  volle  mettere  alla  prova  quanto  è  asserito  nel  Libro  dei  baciti, 
di  cui  ci  occupammo,  e,  come  esso  lasciò  scritto,  presentò  ai  filugelli 
sottoposti  all'esperimento  finissima  farina  di  riso,  che  l'insetto  rifiutò, 
preferendo  morire  anziché  cibarsene.  Ripetè  la  prova  seguendo  il  con- 
siglio del  bacologo  cinese,  offerendo  la  farina  sparsa  sulla  foglia  del 
gelso  con  uno  staccio  di  seta,  ed  i  bachi  avidamente  se  ne  cibarono 
colla  foglia,  anche  dopo  la  terza  mata,  salendo  al  bosco  cogli  altri 
non  nutriti  di  farina  e  producendo  in  verità  un  bozzolo  più  denso,  piìi 
robusto  e  di  tinta  |)iìi  brillante.  Altrettanto  il  chiarissimo  dott.  Bonafous 
ottenne  con   farina  di  frumento  e  con  fecola  di  patate. 

Sarebbe  opportuno  che  i  bachicultori  odierni  esperimentassero  tale 
trattamento,  utile  maggiormente  in  annate  di  foglia  di  gelso  deficiente 
come  questa  del  1903  per  gli  sbalzi  di  temperatura  e  le  gelate  avve- 
nute dal  17  aprile  in  poi. 

G.  l.  Armandi. 


IL  NUOVO  D18EGN0  DI  LEGGE 

SULLE    DERIYAZIOXI    D'ACQUE    PUBBLICHE 


Non  Iian  mai  riposo 
L'aeque... 

F.  Pastonchi.  Can^oìie. 

Il  poeta,  meglio  ancora  del  giurista,  ha  colpito  la  precipua  carat- 
teristica delle  accfue  correnti.  L'onda  succede  all'onda  con  assidua 
vece:  da  alpestri  inaccessibili  balze  precipita  al  piano  o  scompare  in 
paurose  voragini,  sgorga  dal  suolo  desiosa  di  luce,  corre  veloce  per 
ampio  letto,  s'indugia  in  amene  plaghe:  stanca,  ma  non  doma,  si 
raccoglie  infine  nell'oceano,  ove  un  nuovo  destino  l'agita  con  le  ine- 
sorabili sue  leggi. 

Fugge  il  tempo  e  con  esso  fuggono  le  acque,  quasi  loro  tardi  di 
spargere  ovunque  i  benefici  loro  e  d'offrire  prontamente  l'elemento 
indispensabile   alla  vita. 

Ma  nell'obbedire  alla  destinazione  imposta  da  natura,  non  dimen- 
ticano i  capricci  e  le  cieche  ire.  Ribellandosi  talora  precipitano  ruinose, 
abbattono,  devastano,  recando  desolazione  e  morte.  E  se  un  ostacolo 
si  frappone  e  resiste,  corrucciate  impigriscono  nelle  invase  campagne, 
ammorliando  l'aria  con  triste  malsania.  L'  uomo  dapprima  si  ritrae 
sgomento  dinanzi  a  tanti  orrori,  ma  con  lo  svolgersi  dello  spirito  d'as- 
sociazione e  col  progredire  della  civiltà  prende  coscienza  della  possanza 
sua  e  coraggiosamente  accetta  la  lotta  temeraria. 

Gigantesche  dighe  difendono  ormai  le  terre  dai  subiti  furori  e  co- 
stringono le  acque  ribelli  negli  ampliati  alvei.  Il  genio  dell'  uomo  detta 
ad  esse  la  sua  legge  :  il  corso  loro  or  fi-ena  moderandone  gì'  impeti, 
ora  accelera  e  volge  per  nuovi  lidi:  sino  nel  mare  persegue  l'onda 
fuggente.  Se  disastri  avvengono  è  pronto  al  rimedio  e  le  terre  con- 
quistate arditamente  riconquista.  Né  più  s'accontenta  della  sola  difesa 
e  degli  usi  primi  offerti  da  natura.  Le  acque  assoggettate  vuole  fattrici 
di  civiltà,  ed  ora  le  adduce  a  spargere  su  basse  zone  ricca  copia 
d'elementi  fertilizzanti,  ora  le  costringe  a  dar  vita  a  molini  ed  opifici 
con  l'azione  diretta  del  loro  peso  sui  motori.  Reso  temerario  dai  trionfi, 
rapisce  infine  alle  acque  correnti  la  stessa  cieca  energia  onde  vanna 
superbe  e  trasformandola  l'asserve,  guidandola  lungi  domata  e  schiava. 

Nella  lotta  titanica  soccorre  la  legge,  sia  imponendo  alla  collet- 
tività d'eseguire  gli  arditi   disegni  e  le  vaste   imprese  che   talvolta  il 


476  IL    NUOVO    DISEGNO    DI    LEGGE 

genio  di  un  individuo  ha  concepito,  sia  associando  forze  converf^rent  i 
ad  unico  fine,  sia  integrando  l'attività  del  singolo.  Ma  nel  disciplinare 
così  le  varie  azioni  e  armonizzarne  lo  sviluppo,  la  legge  deve  rispon- 
dere alle  condizioni  del  momento  e  favorire  ogni  possibile  progi-esso. 
Adempie  a  ciò  la  vigente  nostra  legislazione  sulle  acque"? 


All'epoca  della  codificazione  la  funzione  dei  corsi  d'acqua  in  Italia 
appariva  già  legata  a  vitali  interessi  pubblici.  In  mancanza  d'una 
rete  ferroviaria  e  stradale  completa  servivano  essi  largamente  alla 
fluitazione  e  alla  navigazione  interna  resa  più  attiva  dalla  natura  dei 
commerci  ;  la  vastità  di  plaghe  malsane  spingeva  ad  adibire  le  torbide 
per  le  colmate  naturali  ;  inteso  era  il  bisogno  d'infrenare  le  forze  sel- 
vagge delle  iiruenti  piene. 

Né  mancavano  rapporti  con  l'economia  privata  per  gli  usi  agri- 
coli e  industriali.  Ma  essendosi  lungi  ancora  dal  vedere  in  essi  un 
pubblico  interesse,  si  consideravano  quali  usi  minori.  Così  l'entità 
del  danno  temuto  o  del  vantaggio  conseguibile  serviva  di  base  alla 
distinzione  fondamentale  dei  corsi  in  maggiori  e  minori.  1  primi  ve- 
nivano senz'altro  dichiarati  demaniali,  e  sottratti  alla  disponibilità 
privata,  consentendosi  usi  singoli  subordinatamente  agl'interessi  del 
regime  idraulico  ed  a  quelli  della  navigazione  ritenuti  sempre  preva- 
lenti. I  secondi  si  lasciavano  invece  all'utilizzazione  privata.  Ma  ad 
essa  non  rispondeva  la  disponibilità  piena  individua,  potendo  da  opere 
inconsultamente  fatte  nell'alveo  e  nelle  sponde  derivare  danno  al  re- 
gime ich'aulico.  come  da  mi  uso  effrenato  venire  ostacolo  all'altrui 
uso  con  pregiudizio  dell'industria  e  dell'agricoltura.  Sorgeva  cosi  da 
un  lato  il  concetto  di  una  tutela  suprema  dello  Stato  sugli  stessi  corsi 
minori  e  dall'altra  quello  d'un  potere  regolamentare  affidato  al  giudice 
nelle  private  controversie. 

Ma  lo  stato  di  fatto  è  venuto  col  tempo  modificandosi. 

Il  largo  sviluppo  di  strade  ordinai  ie  e  di  ferrovie  non  coordinate 
alle  comunicazioni  fluviali,  i  seguiti  allacciamenti  delle  stazioni  coi 
porti  marittimi,  le  esigenze  della  difesa  idraulica  e  talora  quelle  anche 
dell'estetica,  dell'igiene  e  della  viabilità  attraverso  tronchi  acquei  url)ani. 
l'assenza  di  acconce  opere  e  d'idonee  imprese,  la  natura  e  l'indirizzo 
stesso  dei  commerci  sono  cause  tutte  che  hanno  contribuito  alla  rapida 
decadenza  della  navigazione  interna. 

È  da  augurarsi  che  a  farla  rivivere  senza  sacrifici  inadeguati  allo 
scopo  giungano  gli  studi  e  le  cure  ad  essa  rivolti.  Ma  pure  tornata 
in  onore,  norme  ben  diverse  dalle  attuali  occorrerebbero,  dovendosi 
per  necessità  di  cose  limitarla  a  taluni  corsi  soltanto,  coordinandola 
alle  altre  vie  di  comunicazione,  ai  mutati  mezzi  di  trazione,  alla  natui'a 
dei  prodotti  trasportabili,  alla  distribuzione  stessa  dei  centri  agricoli  e 
industiiali  in  rapporto  ai  mercati  interni  ed  esteri.  Appare  quindi 
sempre  l'insutticienza  della  legge  e  vessatorio  il  ]iredominio  ch'essa 
accorda  alla  navigabilità  jier  un'intera  categoria  di  corsi  d'acqua,  anche 
se  di  fatto  innavigabili. 

Perduta  ha  pure  ogni  importanza  la  fluitazione,  scarsamente  eser- 
citata, e  ritenuta  spesso  negli  effetti  suoi  dannosa  più  che  benefica. 

Accresciute  invece  sono  le  esigenze  della  difesa  idraulica  e  acci-e- 
sciute  quelle  dei  bonificamenti  per  la  nuova   funzione  attribuita   allo 


SULLE    DERIVAZIONI    D  ACQUE    PUBBLICHE  4// 

Stato.  Delle  une  e  delle  altre  tengono  conto  recenti  leggi,  ma  di  esse 
non  è  il  caso  di  qui  discorrere,  pur  rilevandosi  la  tendenza  a  novella 
rielaborazione. 

Non  meno  profondi  e  radicali  mutamenti  si  sono  verificati,  e  tuttora 
accennano  a  verificarsi,  nel  campo  lasciato  già  all'azione  individuale. 

Il  trionfo  della  meccanica  e  le  poderose  applicazioni  del  vapore  por- 
tarono fiero  colpo  alle  piccole  industrie  nostrane  alimentate  dalla  forza 
idraulica.  Costrette  ad  utilizzare  le  cadute  sopraluogo,  e  quindi  spesso 
fra  alpestri  dirupi,  lungi  da  centri  abitati  e  da  rapidi  mezzi  di  comu- 
nicazione, non  potevano  reggere  alla  concorrenza  delle  forze  termiche 
e  della  grande  industria.  Se  a  poche,  favorite  da  speciali  condizioni,  fu 
possibile  resistere  ancora,  le  altre  tutte  caddero  ])er  non  più  risorgere, 
o  trasformarono  i  loro  impianti,  mentre  le  nuove  si  stabilivano  a 
modello  di  quelle  estere  cercando  rivaleggiare  con  esse. 

Cosi  l'Italia,  sfornita  di  giacimenti  carboniferi  d'ottima  potenza 
calorifica,  trovavasi  in  condizioni  d'inferiorità,  pur  essendo  ricchis- 
sima di  forze  idriche  lasciate  in  triste  abbandono. 

Ad  un  maggiore  uso  delle  acque  tendeva  invece  l'agricoltura  che, 
per  riparare  ai  danni  cominciati  a  verificarsi  con  la  tariffa  doganale 
del  1878,  associavasi  in  alcune  regioni  l'industria  del  bestiame  lattifero, 
richiedente  praterie  fecondate  da  copiose  irrigazioni. 

A  seguire  tale  tendenza  e  nella  lusinga  di  dare  impulso  nuovo 
alle  industrie  facilitando  le  concessioni  d'acque  pubbliche,  veniva  la 
legge  del  1884. 

Ma  se  raggiungeva  lo  scopo  nei  riguardi  agricoli,  restava  nei  jirimi 
anni  quasi  ineseguita  in  quelli  industriali,  riuscendo  sempre  di  grave 
ostacolo  la  localizzazione  dell'uso. 

Nel  1881  eransi  invero  presentati  nell'esposizione  internazionale 
di  Parigi  esperimenti  pratici  per  trasmettere  a  distanza  l'energia  idro- 
elettrica, ma  si  era  lungi  ancora  dall'applicazione  industriale.  Il  pro- 
blema invece  può  dirsi  ora  completamente  risoluto,  ed  a  ragione  il 
poeta  canta  con  nuovi  accenti  la  scoperta  audace  che  alle  acque  bal- 
zanti da  alte  rupi  comanda  di  far  correre  veicoli  per  strade  lontane, 
di  dar  moto  a  pesanti  macchine,  d'illuminare  città,  d'animare  gran- 
diosi opifici.  La  scoperta  è  tale  da  assegnare  ormai  all'utilizzazione 
industriale  delle  acque  e  persino  a  quella  agricola  un  nuovo  grandioso 
compito  che,  eccedendo  la  sfei-a  d'azione  del  singolo,  interessa  tutta 
l'economia  nazionale. 

Ma  come  si  giustifica  ancora  l'antica  distinzione  dei  corsi  in  mag- 
giori e  minori,  quando  del  nuovo  maggior  uso  può  essere  suscettivo, 
e  talora  anche  meglio,  un  corso  minore  provvisto  di  cadute  o  facilmente 
dotabile  di  salti  artificiali"?  E  come  possono  rilasciarsi  all'esclusiva 
utilizzazione  privata  tali  corsi,  ammettendo  persino  die  il  proprietario 
di  pochi  metri  quadrati  di  terra  costeggiante  una  caduta  possa  derivare 
la  forza,  trasformarla  e  negoziarla  a  suo  talento,  o  peggio  ancora  im- 
pedirne ai  non  frontisti  ogni  utilizzazione"? 

Né  ])iù  atte  od  opportune  riescono  le  norme  della  legge  del  1884 
che,  nep])ui-  lontanamente  intuendo  la  finalità  sociale  delle  concessioni 
d'acque  pubbliche,  tutte  le  disciplina  quale  esercizio  d'una  signoria 
dello  Stato  nell'interesse  esclusivo  del  singolo.  L'interesse  del  singolo- 
ha  quindi  limite  negli  altrui  diritti  che,  se  anche  di  fatto  non  esercitati 
o  di  minimo  contenuto  economico,  valgono  persino  ad  impedire  lo  svol- 


478  IL    NUOVO    DISEGNO    1)1    I.EUC.E 

gersi  della  concessione  e  ad  arrestare  l'industria  attuata,  qualumiue 
sia  rimportanza  sua  o  rentità  del  danno  arreca  bile. 

L'incertezza  regna  sempre  nelle  concessioni  e  sarebbe  anche  mag- 
giore per  la  revocabilità  che  si  vuole  insita  alla  loro  stessa  natura,  se 
equità  di  giudici  e  prudenza  amministrativa  non  temperassero  l'ec- 
cessivo rigore. 

Trattandosi  di  largire  favori  a  privati,  non  s'ha  riguardo  alcuno 
all'interesse  da  proteggere,  e  fra  pili  domande  concorrenti  decide  il 
criterio  della  |)riorità.  Nessun  riguardo  si  ha  pertanto  al  modo  migliore 
d'utilizzazione,  come  non  s'evita  lo  sperpero,  mirandosi  solo  ad  accre- 
scere il  numero  delie  derivazioni. 

Degl'impianti  in  comune,  resi  tanto  necessari  dal  bisogno  di  di- 
minuire le  spese  di  trasformazione  dell'energia,  la  legge  del  1884  tace 
assolutamente.  E  insufficiente  riesce  quella  del  1888,  pur  ispirandosi 
alle  nuove  tendenze.  L'esperienza  invero  ha  dimostrato  come  inefficace 
sia  nel  campo  industriale  il  vieto  sistema  di  premi  inadeguati  od  in- 
certi, e  come  non  basti  soltanto  parlare  di  consorzi.  Riunite  le  forze 
individue  occorre  invero  disciplinarle,  e  sovratutto  occorre  garentire 
ad  ognuno  la  stabilità  dell'uso,  regolando  i  reciproci  rapporti. 

Né  è  questa  la  sola  lacuna.  Per  le  recenti  applicazioni  potendo  le 
forze  idroelettriche  avere  largo  uso  nell'esercizio  di  servizi  jnibblici, 
una  dannosa  gara  s'è  accesa  fra  i  privati  e  lo  Stato.  Nella  speranza 
di  futuri  lucri  mirano  i  primi  ad  accaparrarsi  le  forze  più  facilmente 
utilizzabili:  si  difende  il  secondo,  riservandosi  quelle  necessarie  non 
solo  per  le  attuali  ma  anche  per  future  esigenze.  E  come  la  legge  non 
impedisce  gl'indebiti  accaparramenti,  cosi  non  evita  il  dannoso  con- 
flitto fra  gl'interessi  dell'industi-ia  e  dei  servizi  pubblici.  Ne  consegue 
che  ad  opera  di  privati  e  dello  stesso  Stato  rimangono  inattive  (|iiaii- 
fità  di  forze  che  potreijbei'o  essere  utilizzate  con  \antaggio  grande 
dell'economia  nazionale. 

Anche  per  tale  paite  appare  pertanto  l'insutticienza  della  nostra 
legislazione  sulle  acque.  Vero  è  che  da  persona  autorevolissima  fu,  non 
è  molto,  diversamente  affermato:  ma  l'affermazione  nacque  dal  dubbio 
che  ad  eccessivo  fiscalismo  potessero  informarsi  le  nuove  discipline. 
E  il  dubbio  giustificavano  talune  tendenze  fiscali  manifestate  nell'istesso 
Parlamento  in  occasione  del  disegno  di  legge  presentato  al  Senato  dal 
ministro  Lacava,  e  che  pur  costituiva  lodevole  transizione  dai  vecchi 
a  nuovi  principii. 


La  necessità  di  riforma  non  è  intesa  in  Italia  soltanto. 

Delle  legislazioni  vigenti  negli  altri  Stati  d'Europa,  solo  quelle  del 
Baden  e  del  granducato  di  Hessen  possono  dirsi  ispii'ate  a  criteri  mo- 
<lerni.  Essendo  la  prima  costituita  dalle  leggi  25  agosto  ISTti-l'a  mag- 
gio 1883  e  la  seconda  da  quelle  14  glugno-SO  luglio  1887,  non  è  dato 
ricercare  in  esse  la  disciplina  delle  officine  di  tlistribuzione  dell'energia 
idro-elettrica.  Ma  arditamente  innovando,  esse  già  mirano  a  far  valere 
l'importanza  economica  e  sociale  delle  acque,  sostituendo  i  principii 
nuovi  della  massima  utilizzazione  e  dell'impresa  più  idile  a  quelli  degli 
usi  singoli  e  localizzali.  I  diritti  dei  terzi  ottengono  qui  rispetto,  ma 
ne  è  ammessa  l'espropriazione,  ed  è  ammessa  nello  Stato  la  facoltà 
di  concedere  a  chiunque  il  diritto  d'uso  non  esercitato  dal  riverasco. 


SCLLE   DERIVAZIONI    n'ACOLE   PL'BBLICHE  4/i» 

Le  altre  legislazioni  o  sono  di  vecchia  data,  o  si  fondano  su  pvin- 
cipii  d"anticlie  leggi  e  su  viete  tradizioni  non  rispondenti  alle  moderne 
esigenze.  Tuttavia  la  necessità  d"una  riforma  è  più  vivamente  inlesa 
negli  Stati  poveri  di  litantrace  e  in  quelli  che  una  meno  larga  signoria 
esercitano  sulle  acque 

Cosi  in  Francia  si  è  già  rilevata  l' insufficienza  della  legge  8  aprile 
1898,  e  risapute  sono  le  vive  critiche  che  le  vengono  mosse.  Xello 
stabilire  i  diritti  dei  riveraschi  sui  corsi  non  navigabili  e  non  tluita- 
hili,  essa  non  contempla  le  cadute  d'acqua  che  restano  pertanto  og- 
getto di  licenza  del  Governo.  Con  l'autorizzazione  governativa  si  crea 
un  vero  diritto  illimitato  ed  esclusivo  all'utilizzazione  d'una  ricchezza 
pubblica,  ma  senza  stabilire  corrispondente  obbligo  d'usarne,  e  senza 
nemmeno  concederne  i  mezzi  se  da  terzi  sorgono  opposizioni. 

Solo  quando  si  tratti  di  lavori  dichiarati  di  pujjblica  utilità  nel- 
l'interesse di  servizi  pubblici,  la  legislazione  francese  permette  ai  con- 
cessionari di  derivare  dai  corsi  non  navigabili  la  quantità  d'acqua 
necessaria,  indipendentemente  dai  diritti  dei  riveraschi  cui  viene  cor- 
risposto indennizzo. 

Il  medesimo  principio  si  vuole  estendere  agli  usi  privati  che  per 
l'entità  loro  riescano  fattori  dell'economia  nazionale  o  sieno  comun- 
que connessi  ad  usi  pubblici.  A  ciò  tende  la  legge  sulle  ofiicine  idrau- 
liche, presentata  alla  Camera  il  G  luglio  l9iK),  e  basata  tutta  su  un 
adattamento  del  concetto  d'espropriazione  per  causa  di  pubblica  utilità. 
Una  riforma  radicale  è  stata  invece  propugnata  nella  Svizzera, 
ricca  di  forze  idrauliche,  e  come  noi  povera  di  carbone.  Ila  se  l'agi- 
tazione mossa  dalla  Frei  Land  nel  1891  non  è  giunta  a  far  dichia- 
rare proprietà  della  Confederazione  tutte  le  forze  idrauliche  non  an- 
cora utilizzate,  va  conseguendo  per  opposta  via  risultati  notevoli.  Il 
Consiglio  federale  invero  ha  raccomandato  ai  Cantoni  d'introdurre 
nelle  legislazioni  loro  taluni  principii  fondamentali  che  in  gran  parte 
assicurano  gì'  invocati  benetìcii. 

Cosi  pertanto  si  vuole  che  gli  aumenti  e  miglioramenti  nell'uti- 
lizzazione delle  cadute  d'acqua  sieno  considerati  di  pubblica  utilità, 
applicandosi  le  leggi  sull'espropriazione  per  l'acquisto  dei  diritti  ne- 
cessari a  conseguirli  Di  fronte  ad  essi  cedono  i  privilegi  della  navi- 
gazione e  della  tluitazione  in  quanto  non  sieno  di  fatto  necessari.  E 
cedono  altresì  gli  oppo.sti  voleri  degl'interes.sati,  favorendosi  la  crea- 
zione di  Società  per  l'esercizio  piìi  economico  dei  corsi  d'acqua  uti- 
lizzabili da  diverse  officine,  ed  efficacemente  proteggendo  le  iniziative 
prese  al  riguardo.  Ma  non  all'iniziativa  soltanto  s'accorda  protezione, 
considerandosi  il  contenuto  economico  dell'intrapresa  e  preferendosi 
quella  che  maggiormente  interessi. 

Cosi  è  noto  che  per  lo  sfruttamento  delle  forze  idrauliche  la  ten- 
denza dei  Cantoni  più  Hcchi  e  popolosi,  quali  Ginevra,  Vaud.  Zurigo. 
Friburgo.  Berna,  Argovia.  è  verso  il  monopolio  con  impianti  di  gran- 
diose officine  per  la  distribuzione  dell'energia  elettrica  in  tutti  i  centri 
industriali,  mentre  nei  Cantoni  poveri  si  mantiene  l'antico  concetto 
delle  molteplici  concessioni  private,  a  condizioni  di  favore,  nella  lu- 
singa d'incoraggiare  il  sorgere  di  nuove  industrie. 

La  Prussia,  che  dispone  di  tanta  copia  d'acque  correnti,  si  è 
preoccupata  anch'essa  dell'insufficienza  della  propria  legislazione  idi'au- 
lica.    Dopo    varii  tentativi  di    riforma  e   d'unificazione  si  è  giunti  ad 


480  IL    NUOVO    DISEGNO    DI    LEGGE 

un  progetto  di  legge  organica,  pubblicato  nel  1894  in  testo  ufficiale 
e  che  ora  trovasi  in  via  di  rielaboiazione.  Secondo  tale  disegno  di 
legge,  abbandonata  la  tradizionale  distinzione  delle  acque  in  pubbli- 
che e  non  pubbliche,  si  afferma  la  proprietà  dello  Stato  sui  soli  corsi 
navigabili  e  quella  dei  privati  sugli  altri  tutti.  Ma  dal  lato  concetto 
privatistico,  serbato  ancora  in  omaggio  ai  vecchi  principii,  non  di- 
scendono le  conseguenze  che  ad  esso  sarebbero  proprie.  L'utilizza- 
zione invero  del  patrimonio  idraulico  è  considerata  d'interesse  gene- 
rale. E  da  una  parte  si  estende  la  tutela  dello  Stato,  sforzandone  il 
concetto  giuridico  per  farvi  rientrare  anche  un  diritto  di  disponibilità 
delle  acque  non  demaniali  non  utilizzate  dai  privati,  dall'altra  si 
allargano  le  applicazioni  della  legge  sull'csiìropiiazione  per  causa  di 
pubblica  utilità. 

In  nome  della  tutela  lo  Stato  interviene  nella  sfera  stessa  privata, 
accorda  derivazioni  da  qualunque  corso  in  vantaggio  d'imprese  eco- 
nomicamente opportune,  crea  nel  concessionario  un  \  ero  diritto  d'uso, 
garentito  persino  contro  gli  utenti  che  non  abbiano  fatte  valere  le  loro 
pretese  nei  termini  stabiliti.  In  nome  della  legge  sulla  espropriazione 
si  limitano  o  si  sopprimono  gli  opposti  diritti  di  uso,  riconoscendo 
un'utilità  pubblica  anche  in  imprese  agricole  o  industriali  esclusiva- 
mente private.  E  l' indennizzo  si  commisura  ai  diritti  stessi  nell'effet- 
tività loro,  mentre  più  largamente  s'apprezza  il  rajiporto  di  mezzo  a 
fine,  chiedendosi  solo  che  l'impresa  non  possa  es.sere  in  diverso  modo 
regolarmente  compiuta. 

Si  favorisce  così  l'utilizzazione  delle  acque,  mentre  altre  norme  ne 
assicurano  la  massima  intensività  col  minimo  sperpero.  E  così,  per  via 
di  adattamento  dei  vigenti  principii  di  diritto,  si  cerca  sodisfare  le 
attuali  esigenze  e  la  generalizzata  tendenza  della  socializzazione  di 
tutte  le  acque  correnti. 

A  sistema  non  diverso  s'attiene  il  disegno  di  legge  testé  redatto 
dalla  Commissione,  presieduta  con  tanto  amore  e  dottrina  dall'esimio 
magistrato  O.  Quarta  e  nominata  dal  ministro  Balenzano.  che  primo 
concepì  l'idea  di  vivificale  con  moderni  concetti  l'intera  legislazione  sui 
lavori  pid)l)lici. 


11  nuovo  disegno  di  legge,  andando  anche  oltre  i  criteri  seguiti 
dalle  legislazioni  che  pur  ammettono  una  larga  categoria  d'acque  pub- 
bliche, vede  nel  decorso  naturale  la  caratteristica  sufficiente  per  la  pub- 
blicità, e  i  corsi  tutti  considera  pubblici,  sieno  essi  maggiori  o  minori. 
Si  accosta  in  tal  guisa  alle  disposizioni  della  legge  del  ÌS(55,  e  adatta 
i  ])rincipii  del  Codice  civile  dichiarando  diritti  di  uso  quelli  sanciti  a 
favore  dei  rlxeraschi  o  dei  proprietari  i  cui  fondi  sono  attraversati  da 
minori  corsi.  E  delle  acque  esuberanti  agli  u§i  stessi  riconosce  nello 
Stato  la  facoltà  di  disporre  a  scopo  anche  agricolo  o  industriale. 

Data  tale  costruzione  giuridica,  potrebbero  dirsi  demaniali  tutte  le 
acque  correnti  e  sostenersi  che  una  espropriazione  per  legge  si  avveri? 

Anche  oggi  in  base  alle  disposizioni  vigenti  si  nega  da  molti  che 
i  riveraschi  abbiano  un  diritto  di  proprietà  sui  minori  corsi.  Si  potrebbe 
quindi  prescindere  dall'increscioso  concetto  d' un'espropriazione  per 
legge,  e  ricorrere  a  quello  d' un' interpretazione  autentica,  tanto  più 
che  inalterati  resterebbero  nel  materiale  contenuto  gli  usi  attuali. 


SULLE    DERIVAZIOXI    d'aCQUE   PUBBLICHE  481 

Xè  d'altra  parte  sarebbe  lecito  affermare  la  demanialità  dei  minori 
corsi,  rimanendo  pnr  sempre  immutata  la  distinzione  posta  dall'arti- 
colo 543  del  Codice  civile. 

Nel  silenzio  della  legge  vedrebbe  la  dottrina  se  si  dovessero  con- 
siderare di  nessuno,  o  fosse  possibile  ancora  ricercare  per  essi  un 
subbietto  giuridico. 

Con  la  pubblicità  delle  acque  correnti  s'accorda  allo  Stato  un'  in- 
gerenza più  o  meno  diretta  nell'utilizzazione  loro  che  si  svolge  in 
forme  diverse,  secondo  i  diversi  tini  cui  debbono  rispondere. 

Talune  forme  invero  dipendono  dalla  destinazione  prima  ebe  la  na- 
tura stessa  asegnò  alle  acque  per  rendere  possil)ile  la  vita  :  gli  usi  neces- 
sari quindi  naturalmente  s'affermano  e  sono  a  tutti  comuni.  Altre 
forme  si  svolgono  nell'interesse  diletto  della  collettività  e  ad  esse  prov- 
vede lo  Stato  adempiendo  a  vere  sue  funzioni.  Altre  infine  rientrano 
nel  campo  agricolo  e  industriale  ove,  pur  dominando  l'interesse  pri- 
vato, non  manca  un  interesse  indiretto  della  collettività.  Queste  invero 
ora  servono  di  mezzo  a  Stato,  provincie  e  comuni  per  l'esercizio  di 
propri  servizi  pubblici,  ora  svolgendosi  nella  sfera  d'azione  del  singolo 
ne  eccedono  i  limiti  negli  effetti  loro  influendo  sull'economia  nazionale. 
E  quando  ciò  non  avviene,  resta  pur  sempre  il  pubblico  interesse  che 
non  sieno  compromesse  le  altre  possibili  forme  di  uso  e  non  venga 
turbato  il  regime  idraulico.  Alle  varie  destinazioni  delle  acque  risponde 
pertanto  il  supremo  potere  dello  Slato  che  i  varii  interessi  armonizza, 
gradua  e  disciplina. 

Alle  forme  che  si  svolgono  nell'  interesse  diretto  collettivo  cedono 
le  altre  tutte.  Ma  tale  predominio  non  dipende  da  categorie  assolute  e 
invariabili,  esaminandosi  di  volta  in  volta  se  e  realmente  occorra  esclu- 
dere l'aimonico  svolgimento  di  altre  forme. 

11  concetto  di  conciliare  i  varii  usi,  curando  la  massima  utiliz- 
zazione dei  corsi  d'acqua  col  minimo  sperpero,  domina  nel  disegno 
di  legge. 

Quando  si  hanno  domande  concorrenti,  .se  ne  tenta  anzitutto  la 
conciliazione  ripartendo  l'acqua  in  ragione  dei  bisogni,  richiedendo  la 
costituzione  di  speciali  consorzi  per  impianti  in  comune,  o  facendo 
obbligo  al  concessionario  preferito  di  fornire  a  prezzo  di  costo  la  quan- 
tità d'acqua  o  d'energia  necessaria  agli  altri  richiedenti.  Potendo  per- 
tanto nascere  una  forzata  comunione,  si  disciplinano  gli  speciali 
rapporti,  s'accordano  a  concessionari  e  subconcessionari  privilegi  im- 
mobiliari reciproci  sui  rispettivi  opifici,  e  si  provvede  perchè  in  ogni 
evenienza  sia  possibile  a  ciascuno  continuare  nell'esercizio  della  propria 
industria  indipendentemente  dal  fatto  altrui. 

Non  riuscendo  possibile  od  opportuna  la  conciliazione,  decide  prima 
l'importanza  dell'intrapresa  per  il  pubblico  bene  e  quindi  l'importanza 
economica. 

Nei  riguardi  di  pubblico  bene  sono  preferite  anzitutto  le  forniture 
d'acqua  potabile  a  popolazioni  che  ne  difettano  e  quelle  per  l'esercizio 
di  colmate  naturali  in  bonifiche  di  -r  categoria  a  scopo  igienico.  Se- 
guono (piindi  le  intraprese  private  connesse  con  l'esercizio  di  servizi 
piibl)lici  e  le  concessioni  per  l'esercizio  di  servizi  i)ubblici  di  provincie 
e  comuni  con  facoltà  di  cedere  a  privati  l'acqua  o  l'energia  esuberanti. 

In  ciò  sta  il  punto  fondamentale  della  riforma.  Ne  è  a  temere  die 
in  tal  guisa  si  spingano  gli  enti  autarchici  a  compiere  funzioni  esti'anee 

3^  VoLCVI,  Serie  IV  .  1'  agosto  1903. 


484  II,    NUOVO    DISEONO    DI    LEGGE 

alla  loro  natura,  accendendo  brame  di  tolli  speculazioni.  La  legR;e  sulla 
municipalizzazione  dei  servizi  ha  fatto  olà  ragione  di  teoriclie  non  più 
rispondenti  alle  moderne  esigenze,  mentre  qui  si  provvede  da  un  lato 
a  rendere  meno  gravoso  l'esercizio  di  seivizi  pubblici  con  vantaggio 
economico  dei  cittadini,  dall'altra  a  facilitare  le  piccole  industrie  che 
mai  potrebbero  trovare  la  convenienza  e  il  modo  d'im mobilizzare  ca- 
intali  in  costosi  impianti. 

Né  va  tenuto  in  minor  conto  l'ammessa  possibilità  di  private  ottìcine 
per  la  trasformazione  dell'energia  idraulica  in  energia  elettrica  da  distri- 
buirsi sia  pei  servizi  di  Stato,  provincie  e  comuni,  sia  per  industrie 
private.  Si  possono  cosi  evitare  le  improfìcue  riserve  delle  migliori 
forze  idrauliche  fatte  dallo  Stato  per  tuture  esigenze,  pur  assicurandone 
il  legittimo  sodisfacimento. 

In  tale  nuova  forma  di  concessione  sorgono  rapporti  nuovi  che 
richieggono  legali  discipline.  E  queste  sono  dettate  nel  duplice  intento 
di  tutelare  egualmente  gl'interessi  privati  e  quelli  dei  pubblici  servizi. 

Per  la  quantità  d'acqua  o  d'energia  riservata  allo  Stato,  alle  Pro- 
vincie ed  ai  comuni  l'industriale  percepisce  il  solo  prezzo  di  costo,  ma 
può  ritrarne  maggior  vantaggio  impiegando  temporaneamente  e  a  deter- 
minate condizioni  la  parte  non  ancora  utilizzata.  Occorrendone  un'ulte- 
riore quantità  peri  pubblici  servizi,  esso  ha  diritto  alla  tariffa  ordinaria, 
depurata  del  canone  governativo,  mentre  per  le  forze  già  impegnate 
spetta  agli  utenti  compen.so. 

Così  non  può  permettersi  che  per  volontà  del  concessionario  stesso, 
o  per  fatto  di  mi  terzo,  s'arresti  l'esercizio  di  servizi  pubblici.  Assicurata 
la  facoltà  di  provvedere  d'ufficio,  si  vieta  l'apposizione  di  sigilli  all'opi- 
ficio senza  il  consenso  della  Amministrazione,  e  nei  casi  di  fallimento 
o  d'esecuzione  forzata  o  di  decadenza  si  provvede  per  la  continuazione 
dell'intrapresa.  Ma  in  nessuna  guisa  si  danneggiano  i  creditori.  Obbli- 
gando anzi  a  tentare  la  subasta  dell'intero  impianto  per  la  continua- 
zione dell'intrapresa,  s'ammette  a  vantaggio  loro  il  plusvalore  della 
concessione  stessa  cui  non  hanno  alcun  diritto.  E  nel  caso  che  la 
subasta  non  riesca,  dandosi  allo  Stato  e  sussidiariamente  alla  provincia 
ed  ai  comuni  la  prelazione  per  l'acquisto  del  macchinario  indipenden- 
temente dal  valore  della  concessione,  nulla  si  toglie  alle  ragioni  credi- 
torie e  in  nulla  si  sminuiscono  le  garanzie  che  loro  competono. 

Ma  se  in  tal  guisa  si  tutelano  gl'interessi  pubblici,  non  si  trascu- 
rano le  industrie  le  quali  chieggono  per  il  loro  svolgimento  la  maggior 
sicurezza,  specie  ora  che  la  nuova  forma  d'utilizzazione  delle  acque 
impone  costosi  impianti.  Tolta  quindi  ogni  dannosa  incertezza,  s'accorda 
con  la  concessione  un  vero  diritto,  né  i  terzi  che  abbiano  omesso  d'oji- 
porsi  nei  termini  stabiliti  possono  sospenderne  l'esercizio,  conservando 
solo  ragione  a  un  indennizzo  commisurato  all'  uso  tolto,  sminuito  o 
reso  più  difficile  nell'effettività  sua.  Persino  contro  l'Amministrazione 
può  farsi  valere  tale  diritto,  essendo  stabiliti  i  casi  di  deccidenza  e 
ammettendosi  compenso  in  quelli  di  revoca. 

Non  è  tuttavia  da  dimenticare  che  se  un  diritto  nasce  dalla  con- 
cessione, nessuno  ne  preesiste  ad  essa.  11  com|ienso  quindi  trova 
estremo  limite  nelle  spese  d'impianto  depurate  delle  (juote  d'ammor- 
tamento verificatesi,  mentre  non  sembrerebbe  logico  ammettere  che  a 
danno  dello  stesso  concedente  dovesse  essere  fatta  al  concessionario 
una  posizione  migliore  di  quella  di  cui  godeva  anteriormente  alla  con- 
cessione. 


sl:lle  derivazioni  d'acque  pubbliche  483 

Rapidità  di'  procedura,  abhandoiio  d'ogni  fiscalismo  e  d'ogni  ves- 
satoria disposizione  sono  inoltre  caratteristica  del  nuovo  disegno  di 
legge.  Ma  se  larghi  sono  i  favori  accordati,  non  meno  grande  è  la 
severità  contro  possibili  traviamenti. 

Cupidigia  d'illeciti  guadagni  non  deve  turbare  il  sereno  svolgersi 
delle  finalità  connesse  con  le  acque  pubbliche.  In  mi  paese  povero 
d'industrie  può  anche  ammettersi  che  un  compenso  spetti  all'interme- 
diario il  quale  cerchi  l'utilizzazione  o])portuna  e  trovatala  l'offra  a 
idonea  impresa,  ila  non  iniò  certo  permettersi  ch'esso  accaparri  la 
concessione  senza  prestabilito  fine  e  la  vada  poi  negoziando  per  con- 
fiscare ad  esclusivo  vantaggio  suo  i  beneficii  che  la  legge  vuole  accor- 
dati alle  industrie  ed  all'agricoltura.  Né  si  può  d'altra  parte  consentire 
che  il  concessionario  di  un'officina  di  trasformazione  si  giovi  del  mo- 
nopolio di  fatto  creato  in  suo  favore,  e  al  quale  non  aveva  diritto 
alcuno,  per  vessare  gli  utenti  imponendo  a  suo  libito  ilisastrose  tarifie. 

Con  ardita  innovazione  si  combattono  gl'indebiti  accaparramenti, 
subordinando  la  concessione  alla  dimostrazione  della  disponibilità  dei 
mezzi  finanziari,  mentre  pur  s'ammette  nel  richiedente  la  facoltà  di 
presentare  una  società  od  un  consorzio  per  l'attivazione  dell'impresa. 
E  si  combattono  le  conseguenze  del  monopolio  comminando  la  deca- 
denza, cjuando  i2  concessionario  non  ottemperi  all'invito  di  ridurre  al 
giusto  le  tasse  riconosciute  eccessive. 

Tali  sono  le  linee  fondamentali  del  nuovo  disegno  di  legge  che 
cerca  sodisfare  le  moderne  esigenze.  Nel  dibattito  fra  1'  utilizzazione 
di  Stato  e  l'utilizzazione  privata  non  poteva  interveniie  e  foi-se  sarebbe 
stato  prematuro  l' intervento  suo.  ma  le  disposizioni  proposte  né  all'una 
né  all'altra  rii^scono  d'ostacolo. 

Non  conviene  invero  dimenticare  clie,  se  cercasi  di  dare  impulso 
alle  imprese  jirivate  connesse  con  servizi  pubblici  ond'evitare  che  gran 
quantità  di  forze  restino  inoperose,  non  si  può  negare  allo  Stato  la 
facoltà  di  tali  riserve.  Né  questa  lacoltà  ha  d'uopo  d'esplicito  riconosci- 
mento di  legge,  rientrando  nel  diritto  di  disponibilità  che  allo  Stato 
spetta  sidle  acque  pubbliche.  Nulla  quindi  vieta  che  il  principio  am- 
messo per  Provincie  e  comuni  sia  anche  seguito  dallo  Stato.  Ed  é  anzi 
desiderabile  che,  ove  le  condizioni  locali  lo  consentano  e  debbasi  pro- 
cedere ad  impianti  governativi  di  trasfomazione  per  l'esercizio  di  servizi 
inibblici,  si  addivenga  all'ut  lizzazioue  massima  per  distribuire  ad  usi 
privati  le  forze  eccedenti.  Evitando  le  gravose  spese  d'impianti  singoli, 
q  potrà  cosi  togliere  in  alcuni  luoghi  l'ostacolo  |irimo  al  soi'gere  delle 
industrie  ed  avviarsi  a  più  |)erfetto  sistema. 


Allo  Stato,  tutoi-e  supremo  e  distributore  delle  acque  pubbliclie. 
spetta  ricercare  se  e  quali  usi  sieno  ammissibili  e  quali  po.ssano  offen- 
dere o  ren(k^re  inattuabile  un  pui)blico  interesse.  Per  tale'disamina  non 
assegna  ci-iteri  il  disegno  di  legge. 

Tacendosi  i  motivi  che  s'(»pp()ngun(»  alle  coiicessioni.  perniane  il 
dubbio  se  sia  fra  (^ssi  il  iciuuto  deturpamento  di  iial inali  liei!e/,/.e 
artistiche. 

La  questione  è  sorta  da  lem|)o  e  può  ripresenlarsi  ancora,  dacché 
talune  cascate   per  l'imponenza  loro  o  l'amenità  dei  luoghi  formano 


4«4 


IL    NUOVO    DISEONO    1)1    LKGGE,    ECC. 


rammirazioiie  di  quanti  converifiono  in  questa  terra  nastra  ricca  d"  in- 
canti. Salvo  il  caso  di  speciali  discipline,  non  credianìo  che  allo  Stato 
possa  negarsi  la  facoltà  di  disporne  :  ma  vi  sono  questioni  che  non  si 
risolvono  col  solo  diritto. 

distogliere  dal  loro  coiso  quelle  onde  spumose  che  i  secoli  ri.-^pel- 
tarono,  sostituire  alla  poesia  del  loro  incessante  muggiiio  il  realismo 
e  il  calcolo  d'un  opifìcio  industriale  offende  il  pen.so  artistico  d'ogni 
animo  gentile. 

Ceda  pure  tale  sentimento  di  fronte  a  un'esigenza  di  pulii)l)lico 
interesse  o  ad  umanitario  line.  Ma  ove  l'uno  o  l'altro  non  si  verifichi, 
non  si  permetta  che  la  speculazione  deturpi  o  annienti  invidiate  bellezze. 

Scetticismo  e  tornaconto  nella  trionfale  loio  maicia  hanno  resa  già 
abbastanza  fredda  e  amara  la  vita,  ])ercliè  si  ])ossa  distruggere  quel  poco 
di  poesia  che  vesta.  Impedisca  lo  Stato  azioni  devastatrici  e  nel  con- 
ciliare o  graduale  le  esigenze  tutte  c(imi)ia  opera  altamente  civile. 


R.    DE    \lTU. 


LA  ROVINA  ECONOMICA  DELLA  GRECIA  ANTICA 


T. 

Una  (Ielle  cause  meno  spesso  rilevale  della  fine  della  Grecia  an- 
tica è  da  riscontrare  nello  spostamento  dei  rapjtorti  di  produzione  e  <li 
scambio  del  mondo  ad  essa  contem|)oraneo. 

La  conquista  romana  e  più  ancora  l'ordinamento  finanziario  ed 
amministrativo  dell"  Impero  fissarono  stabilmente  una  condizione  di 
cose,  cbe  già  era  cominciata  a  definirsi  dall'età  d'Alessandi-o  Magno, 
e  le  cui  conseguenze  si  sarebbero  rilevate  nei  secoli  cbe  avrebbero 
immediatamente  seguito  gli  inizi  dell'era  volgare. 

Alessandro  avea  seminato  la  sua  lunga  corsa  attraverso  l'Oriente 
di  una  folla  di  città  destinate  a  rivivere  in  una  nuova  preponderanza 
economica  di  quelle  regioni  (1).  K  la  via  da  lui  iniziata  fu  iìallula 
ili  lungo  e  in  largo  dai  suoi  successoi'i,  ai  cui  occbi  seml)rò  -  né  fu 
vana  illusione  -  di  continuare  la  glande  tradizione  dell'antico  |)aese 
del  sole. 

Seleuco  Nicatore  inaugurava  ben  sedici  Antiochie,  cinque  Lao- 
dicee,  nove  Seleucie,  tre  Aiiamee,  una  Stratonicea.  Risorgevano  in 
Siria  e  nelle  contrade  più  recondite,  a  nord  della  medesima,  le  iieroie, 
le  Edesse,  le  Perinto,  le  Maronee,  le  Gallipoli,  le  Acaie,  le  Pelle,  le 
Oropo,  le  Amfipoli,  le  Aretuse,  le  Astaco,  le  Tegee,  le  Calcidi,  le  La- 
risse,  le  Eree,  le  ApoUonie,  le  Soteire,  le  Alexandropoli,  le  Alexan- 
drescate,  le  Niceforio,  le  Nicopoli,  ecc.  ecc.  (3).  E  ciò,  mentre  il  territo- 
torio  europeo  si  popolava  di  Tessaloniche,  di  Cassandree,  di  Demetrie, 
di  Lisimachie,  e  l'Asia  Minore  lanciava  da  sola  alla  luce  del  giorno 
l)en  cinquecento  città,  vigili  avamposti  di  tutta  una  nuova  fiorita  in- 
dustriale e  commerciale  (3).  Dall'.isia  Minore  alla  Siria,  dalla  Meso- 
potamia  e  dalla  Caldea  all'altipiano  dell'  Iran,  dall'  India  all'Arabia 
ed  all'Africa,  tutto  un  mondo  di  civiltà  spente  resuscitava,  un  mondo 
di  civiltà  nuova  insorgeva.  La  concorrenza,  in  ogni  tempo  ardenfis- 
sima,  fra  le  città  greche  e  l'estero  venne  per  tal  via   ad  assLirgere    a 

(1)  Ps.  Pllt.  llspi  Tf|C  'AÀs;*vcp-,y  TÓ/y;^:  t,  ì^ìttj^.  I,  5.  Sulle  cittfl  fondate 
da  Alessandro  Magno  e  successori,  come  sugli  intenti  di  quella  sua  colonizza- 
zione, cfr.  la  non  mai  vieta  monografia  del  Drovsen,  Les  villes  fondées  par 
Alexandre  et  ses  successeiirs,  in  ffisf.  de  l'Iielt .  ti-ad.  fr.  sous  la  direction  de 
A.  Bouché-Leclbrq  i Paris,  l^i\,  II,  App.  III). 

(2)  App.  Suicà/.v;,  .57. 

(3)  Mayk,  Lehrbnch  d.  Handelsgeschichte  (Wien,  1S94,  pagg.  '2ì,  -2!)  e  4,Si; 
MoMMSEN.  Le  Provincie  romane  da  Ceftare  a  Diocleziano,  trad.  it.  del  prof.  De 
RuuciEuo  (Roma,  1887,  pagg.  330-32):  Richter.  Handel  nnd  Verkeltr  der  ivicìi- 
tiijsteit    Viillier  des  Mittelmeeres  im  Allerthum  (Leipzig,  ]8S(),  pagg.  110  e  segg.). 


"<  I,A     ROVINA    ECONOMICA    OF.l.I.A    filìF.CIA    ANTICA 

inoporzioni  minacciose.  I  nuovi  centri  nianifaltinieii  e  cominorciali 
accaparrarono  ^ran  jìarlc  delia  clientela  dell'Eliade.  Una  l'olia  di  av- 
ventiiii(>ri,  di  salariati,  d'  intrapreiidiloii  si  recarono  colà  a  far  Ibr- 
liiiia,  e  l'atlività  industriale,  esulala  dall'antica  patria,  rizzò  una  l)ar- 
ri(!ra  invalicaliilc  ai  |ir<)d(illi  «ireci.  ormai  superllui  al  di  là  dei  l'indo 
!■  .lell'K-co  (II. 

II. 

Era  sorto  invero  al  300  a.  C,  ad  oriente  del  mondo  ellenico, 
sulla  più  ampia  zona  di  territorio  che  mai  fosse  toccata  a  successore 
di  Alessandro  Magno,  il  più  vasto  dominio  del  tempo,  V  Impero  dei 
Seleiicidi.  che  dall' Egeo  si  sarebbe  in  breve  esteso  tino  al  Gange  {"2). 

Né  si  trattava  dì  una  potenza,  minacciosa  soltanto  a  motivo  delle 
sue  dimensioni  colossali.  1  piimi  Seleucidi  vi  si  erano  rivolti  a  |)ro- 
muoverne  le  attività  della  produzione  e  piìi  ancora  dello  scambio  (3). 
Seleucia,  nella  Mesopotamia,  sita  in  una  posizione  privilegiata,  era 
divenuta  così,  nel  volgere  di  pochi  lustri,  la  più  notevole  e  fiorente 
piazza  commerciale  fra  l'Europa  e  l'Asia  nord  e  centrale,  come  Ales- 
sandria lo  sarebbe  stata  fra  l'Europa  e  l'Asia  meridionale.. Qui,  attra- 
verso il  Tigri  e  l'Eufrate,  convenivano  gli  Armeni  a  scaricare  le  loro 
merci  assortite;  qui  si  incrociavano  le  vie  di  transito  della  Persia  e 
dell' Aj-abia,  recanti  pei'  le  vaste  e  numerose  arterie  i  fiotti  enormi 
delle  preziose  derrate,  di  cui  abbisognavano  l'Oriente  e  l'Occidente. 
Ma  la  capitale  dell'Impero  non  poteva  dirsi  sola.  Antiochia,  prima  dopo 
Seleucia,  Laodicea  Sira,  pregiata  pel  suo  porto  e  pel  vino  squisito,  che 
esportava  in  gran  copia  in  Egitto,  e,  sovra  tutte,  Battra,  che,  resasi 
in  breve  indipendente,  aveva  conquistato  uno  dei  primi  posti  quale 
scalo  delle  merci,  che  dall'  India,  dall'Asia  nord  e  dalla  Serica,  viag- 
giavano alla  volta  del  Mar  Nero,  tutte  le  tenevano  dietro,  recanti  a 
gara  la  fiaccola  della  civiltà  e  della  vita  (4). 

III. 

Ma  ciò  che  era  destinato  a  rivolgere  dalle  fondamenta  l'orienta- 
zione economica  del  mondo  antico  si  era  la  fondazione  della  grande 
Kofierdam  dell'antichità,  Alessanch'ia  d'Egitto,  e  l'impidso  che  alla 
regione,  di  cui  era  la  caj)itale,  avrebbero  dato  i  successori  del  grande 
Macedone,  i  Toloraei. 

La  scrupolosa  preoccupazione,  che  questi  nudrirono  dei  materiali 
interessi  della  loro  patria,  fu  piuttosto  unica  che  rara.  Continuando,  e 
non  con  vani  isterismi,  ma  con  una  politica,  che  la  larghezza  degli  oriz- 
zonti seppe  integrare  con  il  più  mirabile  .senso  pratico,  l'antica  riva- 
lità dei  Faraoni  con  la  Mesopotamia,  che  di  altro  non  era  espressione 
se  non  del  record  commerciale  fra  il  Nilo  e  l'Eufrate,  essi  si  curai'ono 

(li  GiiKAUD,  La  main-d'u'urre  industrielle  (laìis  l ancienne  ilrère  (Vavìa.  1900,  J 

pagg.  3.>36i.  ■ 

(,2;  Droysen,  Hìnt.  de  l' Iteli.,  Ili,  (il  <•   segg.  i 

(3)  BlU.mneu,  Die  i/eirerh/irhe  Thiitigkeit  der   Vòlker   d.    ilnss.  Alt.  (Leipzis.  ? 
1869,  19  e  segg.,  26).   '  * 

(4)  Beer,  Geschìclite  d.  irc///iff«rfe/.s  (Wion.  l!-GO-84,pagg. 'J0-9I  ■.  Su  Seluuciii 
cfr.  altresì  Hullmann,  Handet.sgeschiclite  d.   ^'r/VrAr;;  (Bonn.,  lì^39,  pjgg.  237- l;i| 


i 


LA    ROVINA    BCOXOMfCA    DELLA   (iRECL\    ANTICA  487 

(li  porre  delle  stazioni  navali  su  tutti  i  punti  economicamente  strate- 
j^'ici  del  mondo  antico,  la  Tracia,  le  Isole  Egee,  Creta,  lAsia  Minoie 
la  Fenicia,  la  Palestina,  la  Siria.  l'Arabia,  la  Libia,  la  Cirenaica,  e. 
ciò  che  ebbe  maggior  peso,  mentre  lasciarono  che  l'antica  linea  di 
Copto  continuasse  a  servire  quale  tramite  non  ultimo  del  commercio 
eritreo  ed  asiatico  col  Mar  Rosso,  ultimarono  quelle  comunicazioni  fra 
questo  ed  il  Nilo,  ch'erano  state  iniziate  dai  Faraoni  (l)  e  che  sareb- 
bero nell'avvenire  equivalse  alla  conquista  vittoriosa  della  ricchezza 
e  della  civiltà. 

«  Ciò  che  costituisce  -  scrive  infatti  il  Droysen  -  l'importanza  del 
«  territorio  di  Suez  è  il  fatto  che  colà  giacciono  gl'incavi  più  profondi, 
«  operati  dal  mare  tra  le  più  grandi  masse  continentali  del  globo  :  gli 
«  è  che  là  il  Mar  Rosso,  il  porto  naturale  di  tutte  le  coste  dell'Oceano 
«  Indiano  fino  all'Australia  e  alla  China,  non  dista  dal  Mediterraneo, 
■<  il  porto  delle  regioni  occidentali,  di  più  di  qualche  miglio.  Nell'età 
«  ellenistica  l'importanza  del  Alar  Rosso,  delle  Bocche  del  Nilo,  della 
«  comunicazione  pel  canale  tra  il  fiume  e  il  mare  non  era  certo  eguale 
«  all'odierna,  centuplicata  dalle  scoperte  transatlantiche  e  dallo  sviluppo 
«  del  comiiiercio  e  dell'arte  nautica;  ma,  ciò  non  ostante,  l'irruzione 
«  dell'ellenismo  nel  Mar  Rosso,  ormai  accessibile,  dovè,  dopo  la  spe- 
«  dizione  di  Alessandro  Magno,  costituire  l'avvenimento  più  notevole 
«  nei  rispetti  della  trasformazione  dell'equilibrio  esteriore;  dovè,  pei 
«  suoi  resultati,  riuscire  così  sorprendente  e  di  efietti  cosi  durevoli 
«  come  lo  sarà  sedici  secoli  di  poi  la  circumnavigazione  del  Capo  di 
«  Buona  Speranza,  che  apporterà  un  colpo  mortale  al  commercio  ita- 
«  lieo  ed  olandese  ». 

Per  tal  guisa  Alessandria,  ove  poi  a  diffondersi  nel  mondo  intero 
affluivano  i  prodotti  dell'Egitto.  dell'Etiopia,  della  Libia,  della  (lire- 
naica,  della  Mesopotamia,  dell'Arabia,  della  Siria  e  dell'India,  già.  fin 
dal  terzo  secolo  a.  C,  superata  la  stessa  Seleucia,  era  divenuta  la  prima 
piazza  mercantile  dell'Oriente,  e  di  lei  la  distruzione  di  Cartagine 
avea  poscia  fatto  la  regina  quasi  incontrastata  della  produzione  medi- 
terranea. Per  il  Golfo  Arabico  le  sue  merci  penetravano  infatti  nell'O- 
riente, per  l'alto  Nilo  in  Etiopia,  e  per  il  Nilo  medesimo  viaggiavano 
dal  Mediterraneo  al  Mar  Rosso,   cioè  a   dire  dall'Europa  all'Asia  {!]. 

E,  mentre  i  Tolomei  si  accaparravano  il  mondo  intero  quale  mer- 
cato e  quale  campo  di  rifornimento  delle  materie  prime,  lanciavano 
la  produzione  indigena,  sia  agricola  che  industriale,  al  più  alto  grado 
di  perfezione  e  d'intensità  che  essa  abbia  mai  toccato  nell'evo  antico. 

Due  recenti  pubblicazioni,  una  dei  signori  Grenfell  e  Mahafty  (3), 
l'altra  del  Wilken  (4),  ci  danno  o  ci  confermano  delle  rivelazioni  e 
delle  notizie  strabilianti  sulla  produzione  indigena  al  tempo  dei  Tolo- 
mei. La  schiavitù  è  pressoché  disparsa  o  affatto  trasformata,  il  lavoro 
mercenario  dominante,  segni  l'uno  o  l'altro  di  grandi  rivoluzioni;  la 
specializzazione  dei  lavoro  estrema;  Alessandria  accoglie  tutte  le  aiti 

(1)  LiEBLEiN,  Ilamlel  unti  Schiffahrt  auf  (lem  rotlien  Meere  in  aìten  Zeit 
iiarli   iifiiiptiscìien    Qiiell  (Christiauia,  1880,  pagg.  99  e  599). 

i2)  NofiL,  Bist.  (ili  commerce  da  monde  (^Paris,1891,  pag.  23).  Cfr.  Straiì.  17, 1.  KJ. 

ì3i  The  rerenne  lairs  of  Ptoìemy  Pliiladelph  i  Oxford,  1896). 

(4)  Griechische  Ostraka  uns  Aegijpten  und  Nnbien  (Berlin,  1899,  voi.  U).  Cfr. 
altresì  Ll'mbeoso,  Economie  polifiqne  de  l'Egjìjite  sous  les  Lagides  (Turili,  1870),  a 
Tìoinov,  Mi'moire  sur  lic.  poi.  ecc.  de  l'Eggpte  (Pari?,  1871);  Richter,  o.  c, 
pagg.  122  segg;  BlIìmner,  o.  c,  pagg.  14  e  segg. 


4S8  I,A    ROVIN'A    rCCOXOMlCA    DKI.I.A    CIIKCIA    ANTICA 

o  i  mestieri,  altrove  o  nel  [lassald  dispersi  in  cenili  isolati:  lioiisee 
ragiicoltiiru,  praticala  con  sislenii  o  \aii  o  scouosciiili  in  aldi  paesi  ; 
tiorisce  la  grande  industria  e  il  potere  eentiale  legola  e  governa  la 
produzione  con  una  intelligenj:a  ed  un  amore  ignoto  ai  popoli  del- 
rantichità. 

«  Se  scopo  dello  Stato  -  esclama  il  Mommsen  -  è  di  i-endere 
«  gigante  il  piij  che  possibile  la  ])roduzione,  i  Lagidi  nel  mondo  antico 
«  sono  stati  i  veri  maestri  nelFarte  di  governare  ». 

E  r Egitto,  che  nudriva  a  miriadi  hxun.  capi'e  e  [tecore  di  qualità 
unica  più  die  rara,  produceva  altresì  in  copia  l'orzo,  il  fruuieido.  il 
(loiirali.  le  ci])olle,  raglio,  le  fave,  i  jiiselli.  i  cocomeri,  il  porro,  il 
|)apiro,  il  loto,  l'olio  di  sesamo,  il  vino,  i  ticlii,  il  cor-siuin.  la  palma, 
il  sicomoro,  il  lino,  il  cotone,  le  erbe  alimentari,  le  lenticchie,  gli 
allori,  i  mirti,  le  rose,  il  miele,  ecc.  ecc.  E  da  quella  tei'ra  latata. 
posta  a  cavaliere  dei  tre  mondi  conosciuti,  si  diffondevano  i  prodotti 
della  natura  e  dell'industria  più  preziosi  nell'antichità  :  il  lino  e  i 
suoi  manufatti,  il  cotone  ed  i  suoi  filati,  il  papiro,  nutrimento  degli 
indigeni  e  materia  prima  ])er  funi,  canestri,  barche,  carta  da  scrivere, 
il  vetio,  il  cristallo,  i  ]irofumi,  l'avorio,  i  cereali,  le  spezie,  le  carni 
salate,  i  tappeti,  gli  oggetti  di  metallo  anche  prezioso  e  del  prezioso 
materiale  da  coslrnizione.  «  Alessandria  -  scr'ive  un  Romano  del  terzo 
sec(do  -  è  la  città  tlell'abliondanza.  della  liccliezza  e  del  lirsso.  Ivi 
niurro  è  ozioso  :  questi  lavora  il  vetro,  quell'altro  fabbrica  la  carta, 
un  terzo  tesse  la  tela,  gli  stessi  ciechi,  gli  stessi  gottosi  di  piedi  o  di 
mani  disimiiegnano  il  loro  lavoro:  unico  diti  è  il  danaro,  e  questo  pre- 
gano ci'istiani,  pagani,  tutti...  ». 

La  (ìrecia  non  aveva  posseduto  che  un  ristretto  raggio  commer- 
ciale. Specie  i  Fenici  (1)  e  i  Car-taginesi  (3)  avevano  in  gr-an  parte 
neirtr-alizzato  i  suoi  jirogressi  sul  bacino  occidentale  del  Medifei-raneo 
e  im|)edito  la  moltiiilicazione  della  sua  potenza  economica  con  i[uella 
della  Gr'  eia  asiatica  e  delle  rimanenti  colonie.  L'Egitto  fioi'isce  irr 
un'età,  in  cui  gli  uni  decadono  e  gli  altri  periscono.  Forte  del  dominio 
economico,  o  quasi,  di  tutto  il  mondo  allora  conosciuto,  favorito  dal 
suo  impero  coloniale,  insidia  fino  in  patria  le  sorti  della  Grecia,  e, 
trionfator-e  su  tutti  i  mercati,  lancia  1  srroi  manufatti  nel  cuor-e  della 
|)enisola  ellenica,  costringendone  i  vari  paesi  all'importazione. 

Ma  il  suo  trionfo,  che  del  r'esto  sarebbe  forse  riescilo  inevitabile  se 
dibattuto  su  pur'o  ter-reno  economico,  viene  ausiliato  in  primo  dal- 
l'estrema debolezza  politica,  erri  la  conquista  di  Alessandi'o  Magno  e  le 
vicende  successive  ridussero  la  Grecia,  contemjioi'anea  all'imper-o  dei 
Lagidi,  poscia  dalla  conquista  romana,  che,  mentre  devastava  l'Eliade, 
sbai'azzava  l'Egitto  delle  rivali  più  temibili,  Cai'tagine,  la  Macedonia, 
la  Siria,  e  costituiva  Alessandria  centr-o  de"  suoi  appr-ovvigionamenti. 

Questi  tre  fatti  riescirono,  nel  mondo  antico,  gr'avidi  di  conse- 
guenze, e  incalcolal)ile  fu  l'impulso,  che  il  commer-cio  egiziano  elil)e  a 
ritrarrne.  Dal  porto  di  Alessandria,  ove  «  prima  neanche  venti  navi 
«  ar-divano  vareare  il  Mar  Rosso  »,  l'aurora  del  primo  secolo  dell'era 
volgare  vedrà  «  intere  flotte  veleggiare  alla  volta  dell'  India  e  della 
«  remota  Etiopia,  all'acquisto    di   meiei   preziose,    da   sciimlriare  corr 

(1)  SciiMiiLLiNii,  Der  plioiiisisclir  Handel  in  den  griechischen  Geniissrrn 
^Milnster,  1884,  pagg.  7  e  segg.). 

\_'1\  Beloch.  lirievh.  Geschichle  (Strassburg,  1S93-97, 1,  pagg.  186  e  segg.) 


r,A    ROVINA    ECONOMICA    DELLA    ORECIA    ANTICA  480 

«  altre  non  inferiori  né  per  numero  né  per  pregio,  elie  TEgitto  mede- 
«  Simo  a\reb))e  esibito  »(l). 

Cosi  la  Repul)hlica  e  poscia  l'Impero  romano,  che  farà  pnlsare  di 
nuova  vita  le  arterie  del  nuovo  Egitto,  sopravvenivano  a  decidere  del 
radicale  spostamento  dell'orientazione  politica  ed  economica  dei  po- 
jioii  fino  allora  esistili,  e,  se  la  prima  aveva  dato  al  mondo  ellenico 
il  colpo  di  grazia,  il  secondo  ne  proseguiva  l'opera  con  l'incliiodarne 
il  cadavere  nella  toml)a. 

IV. 

Ma  la  spada  di  Brenno,  die  Roma  avea  fatto  pesare  nella  con- 
te.sa  economica  fra  l'Egitto  e  la  Grecia,  non  limitò  a  queste  due  re- 
gioni le  sue  tatali   conseguenze. 

Afiermato  in  lutta  la  sua  pienezza  il  dominio  politico  di  Roma 
sul  Mediterraneo  e  sulle  coste  europee  asiatiche  ed  africane  che  lo 
limitavano,  spenta  la  vita  del  popoli  che  avrebbero  potuto  vantarvi  dei 
bisogni  e  delle  attività,  la  traiettoria  del  commercio  e  la  sua  orienta- 
zione non  poterono  per  altra  via  non  soggiacere  ad  analogo  rivolgi- 
mento, che,  mentre  ecpiivalse  alla  vita  o  alla  rissurrezione  dei  paesi, 
che  esso  inconsapevolmente  si  accingeva  a  favorire,  provocò  la  fine  o 
la  decadenza  degli  altri,  ai  cui  danni,  con  pari  inconsapevolezza,  faceva 
divergere  le  pro|)rie  destinazioni. 

I  bisogni  del  mondo  si  traducevano  nei  bisogni  di  Roma.  Ciò  die 
Uoma  avrebbe  ricercato  sarebbe  d'ora  innanzi  divenuto  passibile  di 
nlile  scambio,  e  solo  i  ])aesi.  cui  Roma,  a  seconda  delle  sue  neces- 
sità e  dei  suoi  gusti,  si  rivolgerebbe,  sarebbero  d'ora  innanzi  divenuti 
gli  eletti  della  civiltà.  E,  pur  troppo,  nel  fatale  responso  che  l'arbitra 
delle  sorti  dei  tre  mondi  ebbe  tacitamente  a  dettare,  la  Grecia  non 
potè  non  vedere  segnata  la  propria  condanna.  Due  furono  le  grandi 
necessità  dell'Impero,  il  pane  per  gl'indigenti,  le  merci  voluttuarie  per 
i  ricchi,  e  né  alla  prima,  né  alla  seconda  essa  era  più  in  grado  di 
sopperire.  Su  altri  doveva  cadere  la  scelta,  e.  posto  in  prima  linea 
l'Egitto,  doveano  tenervi  immediatamente  dietro  i  restanti  paesi  della 
costa  nord-africana. 

V. 

L'Africa  settentrionale  vantava,  oltre  all'Egitto,  l'antico  territorio 
cartaginese,  corrispondente  all'incirca  all'otlierna  Tunisia,  la  Numidia 
e  la  Mauretania,  delle  quali  regioni,  s])ecie  delle  due  prime,  grandissimi 
-  assai  superiori  a  quelli  che  Roma  non  avrebbe  mai  cavati  dalla 
Grecia  -  erano  gli    utili  che  se  ne   sarebbe  potuti   aspettare. 

L'Africa  nord  infatti,  valendo  quasi  da  sola  ad  approvvigionare 
regolarmente  la  grande  metropoli,  possedeva  su  tutti  i  paesi  del  mondo, 
specie  sulla  Grecia,  dei  vantaggi  inestimabili.  «  Caduta  l'agricoltura 
«  in  Italia,  e  divenuta  Roma  città  cosmo|)olita,  essa  aveva  avuto  bi- 
«  sogno  della  continua  im])ortazione  di  grano  d'oltre  mare  a  buon 
«  mercato  »  {±).  Sin  dai  tempi  di  (licerone  era  stata  costretta  a  vivere 

(1)  Strah.  17,  1,   13. 

(2)  MoMMSEN,  o.  e,  SCI.  Ofr.  Boissieu.  L'Afrnjirr  rnmaiiif  (Paris,  1895, 
p;i!;g.  147  e  segg.). 


4^10  I,A    «OVINA    ECONOMICA    DELLA    GRECIA    ANTICA 

(li    giano   dell"  AtVica,   ed    assai   diftieilmente  avrebbe   potuto  trovare 
lornitiice  più  preziosa.    «  L'Alji'eria  -  seriveil  Boissière  in  una  sua  ge- 
«  niale  nionogratia  -  è,  eome  tutta  la  Berberia,  la  tei'ia  del  grano  per 
«  eccellenza.  1  cereali,  l'orzo,  il  frumento,  ecco  la  grande  liccliezza,  la 
«  ricchezza  niassitna dell' Alìica  nord,  ecco  la  caratteristica  più  notevole 
'<  attribuitale  da  Sallustio,  ecco  l'aspetto  fecondi),  nel  quale  appaiono 
«  tuttavia  codeste  contrade  per  eccellenza  altrici.  L'antica  Mauretania, 
«  senza  pur   gareggiare  con  la  Nuniidia  e  sovra  tutto   col    teriitorio 
'<  cartaginese,  s'incoronava  di  un  serto  di  triplice  spiga,  e  l'Algeria  lia 
«  il  diritto  di  serbare  codesto  vecchio  emblema,  quantunque    la  sua 
«  fertilità    non    raggiunga  più  quella  delle  tepide  valli  tunisine.    Ma 
"  traversate  la  sua   Mitidjah  o  seguite  il   bacino  del  suo  Cheli ff,  dalla 
«  riva,  in  cui  si  bagnano  Bona  e  Philipjieville.  arrampicatevi  sui  gioghi 
«  disboscati  che  ascendono  verso  Guelma  o  verso  Costantina,  o  ma- 
«  r?ari,  allonantandovi  da  Orano,  attraverso  regioni  più  aride  e  terre  più 
«  inagre,  guadagnate  quel  nido  di    verzura,  ove  Tlemcen   si  cela  tra 
«  il  fresco  dell'ombra  ;  sopra  tutto  percorrete  quelle    immense  e  mo- 
«  notone  pianure  che  dalla  piccola  Bordjbon   Arreridj,   metà    campo 
«  coltivabile  e  metà  tortezza,  si  stendono  fino  a  Sétif,  la  ricca  metro- 
«  poli  di  quest'impero  di  grano,  e  fino  ai   dirupi  tra   cui  s'aderge  la 
«  cittadella  di  Cirta  :  voi  non  trovate  se  non  grano,  grano  che  vi  av- 
«  volge  d'ogni    parte  ».  e  «  d'ogni  |ìarte,  a  perdita  d'occhio,  fino  alle 
«  montagne    lontane    che  chiudono  l'orizzonte,    non    piii  campi,  ma 
«  spazi  infiniti   e  deserti  di  cereali.  E  uno  spettacolo  meraviglioso  si 
«  apre  sotto  il   sole  di  giugno,   quando   su  quegF  interminabili   flutti 
«  di  spighe  d'oro,  rabbrividenti  allo  spirare  dello  zeffiro,  scendono  le 
«  torme  robuste  dei  mietitori  kabyli,  sparsi  in  lunghe  file  nello  spazio 
«  divorato  dal  calore  e  iiammante  di  luce,  col  capo  protetto  da  alti  cap- 
«  pelli  di  i)aglia, a  spargere  sul  terreno  i  mazzi  di  spighe,  staccati  dalle 
«  l'alci,  a  colmare  i  covoni  con  le  braccia  abbronzate,  mentre  una  canzone 
«  intonata  con  voce  nasale  si  leva  al  cielo  ad  allegrare  la  rude  fatica. 
«  11  tritico,  il  frumento  indigeno,  fecondati  dall'aratro  francese  od 
«  estratti  da  quei  siros  berberi,  di  cui  itarlano   Cesare    e  Plinio,    ali- 
«  mentano,  come  in  altre  età,  i  mercati  della  metropoli  e  si  riversano 
«  sugli  scali  di  Marsiglia,  come  altra  volta  nei  granai  di  Ostia.  L'orzo 
«  algerino  viaggia  fino  alle  contrade  remote  del  nord,  ai    paesi    della 
«  birra.  E  il  grano,  nei  lunghi  giorni  d'estate,  discende  a  schiena  di 
«  cammello  o  a  pieni  vagoni  verso  Orano,  verso  Algeri,   verso  Bona, 
«  si  accumula  a  fianco  delle  pesanti  balle  di  lana,  sui  mercati  di  Costan- 
«  fina  o  nel  porto  di  Philippeville  e  viene  caricato  in  gran  copia  sui 
«  vascelli    in   partenza.   L'Algeria,   che  un  giorno  sarà  forse  un'ine- 
«  sauribile  paese  vinifero,  una  nuova  e  vasta    Borgogna,   una  nuova 
«  jjinguadoca,  è  ancora,  come  al  tempo  di  Sallustio,  un'immensa  Beauce 
«  montuosa  »  (1). 

Come  al  giorno  d'oggi,  la  ricchezza  in  cereali  dell' Afiica  era  adunque 
jiroverbiale.  E,  se  Sallustio  l'aveva  definita  frugum  ferUlis,  Plinio, 
qualche  secolo  dopo,  avrà  a  narrare  di  piante  di  grano  d'Africa,  in- 
viate dai  g(.vernatori  del  luogo  agli  imperatori,  cariche  di  ben  401)  semi 
(li  frumento.  Gli  era  cliiaro  che  Roma,  esaurita  nella  produzione  in- 
digena, pi  eoccupata,  e  gravemente,  ogni  anno  della  propria  alimenta- 
zione, non  avrebbe  tardato  a  fissare  in  quelle  terre  benedette  la  fonte 

1,1)  Boissière.  L'Algerie  romaiiie  (Paris.  1883.  pagg.  45-47). 


LA   ROVINA   ECONOMICA   DELLA   nRECIA   ANTICA  Wl 

stabile  del  proprio  approvvigiona  melilo:  e,  come  il  principato,  fin  dai 
suoi  esordi,  aveva  sciolto  il  non  tacile  problema,  movenilo  alFoccii- 
l)azione  diretta  del  territorio  egizio  da  jiarte  dell'imperatore,  analogo 
processo  aveano  col  t(>mpo,  sia  pure  in  maniera  meno  esplicita,  snbito 
le  regioni  più  occidentali  delTAfrica  nord. 

Né  fu  tutto. 

Poiché,  al  tempo  di  Augusto,  dei  sei  milioni  di  ettolitri  di  fru- 
mento d'importazione  estera,  Roma  ne  ricavava  due  dall'Egitto  e 
quattro  dai  rimanenti  distretti  africani  e  dalla  Sicilia,  il  governo  ro- 
mano aveva  a  tale  uopo  organizzato  il  servizio  delle  flotte  vittuarie 
con  una  preoccupazione  da  far  esclamare  ad  uno  storico  contempo- 
raneo: «Essa  non  fu  soltanto  una  preoccupazione,  fu  una  religione, 
«  un  vero  e  proprio  culto.  11  timore  superstizioso  degli  uni,  l'adula - 
«  zione  vile  ed  interessata  degli  altri  inventarono  non  so  qual  Genio  dei 
«  viveri  e  dell'annona,  della  Fame  della  Città  sacra,  una  divinità,  che, 
«  adorata  in  Roma  ed  in  Africa,  ricevè  costantemente  voti  ed  offerte. 
«  L'annona  non  fu  .solo  personificata  dall'arte,  non  fu  mero  personaggio 
«  mitologico,  non  mera  allegoria  monetaria,  essa  fu  un  Genio,  una 
«  divinità  ». 

Ma  non  si  trattò  soltanto  di  organizzare  materialmente  il  traffico 
del  frumento.  Ciò,  che  per  garantii'e  la  stabilità  e  la  costanza  del  pro- 
dotto i  Romani  ebbero  a  tentare  nella  provincia  d'Africa,  potè,  fra  le 
intraprese,  cui  essi  dettero  mano,  dirsi  più  unico  che  raro. 

I  bisogni  impellenti  della  vita  materiale  e  la  grave,  spesso  fatale, 
responsabilità  del  governo,  qualora  non  fosse  riescilo  a  sopperirvi,  li 
resero  eccezionalmente  ingegnosi.  Tutta  la  regione,  come  fin  dal  secolo 
scorso  ebbero  a  piaticare  i  Francesi,  fu  rimboschita,  e  alla  penuria 
d'acqua,  di  cui  l'Africa  settentrionale  per  lunghi  mesi  soffriva  e  sotfrirà 
più  duramente  nei  secoli  venturi,  essi  si  affrettarono  a  sovvenire  me- 
diante opere  idrauliche,  canali,  argini,  serbatoi,  i  cui  ruderi  sfidano 
ancora  la  devastazione  dei  secoli  e  l'operosità  dei  contemporanei  (1). 

Ma,  pur  senza  tener  conto  dell'Egitto,  le  ricchezze  naturali,  che  ai 
Romani  vi  era  dato  sfruttare,  e  che  sfruttarono,  sia  pure  in  propor- 
zioni minori,  non  si  limitavano  ai  cereali.  L'.4frica  nord  alimentava 
altresì  l'ulivo,  la  vite,  probabilmente  anche  il  cotone,  lo  sparto,  il  giunco, 
la  canna,  il  tartufo  e,  fra  gii  alberi  fruttiferi,  il  tico.  il  mandorlo,  la  palma, 
il  giuggiolo  e  il  melagrano,  l'albero  dalle  classiche  mele  puniche. 

Né  mancava  di  risorse  minerali.  Essa  celava  nelle  sue  viscere  il 
marmo  e  l'allume  (2),  e  tutto  quello,  che  da  sé  non  avrebbe  potuto 
fornire,  al  pari  della  Cartagine  antica,  della  cui  succedanea  l'Impero 
mirò  a  ristabilire  le  relazioni  con  l'Etiopia,  era  in  grado  di  ritrarlo 
dalle  regioni  più  interne.  Di  là  infatti  tornarono  a  provenire  le  bestie 

(1)  BoissiÈRE,  o.  e.  pag.  56  e  segg.  ;  pag.  136  e  segg.  La  salkistiana  pR- 
renne  scarsezza  d'acque  (SajAj.,  Ing.,  17,  5-6)  della  Barberìa  è  da  accettare  cbw 
grano  snlis.  Si  tratta  piuttosto  di  lunghi  intervalli  fra  la  stagione  delle  pioggie 
e  quella  della  siccità.  Onde  la  preoccupazione  maggiore  degli  antichi  Romani 
e  dei  moderni  Francesi  non  dovè  essere  di  trasportare  l'acqua,  ma  di  regolarne 
i  vantaggi  (CtV.  BoissiÈRE,  o,  e,  II,  App.  XII). 

(2)  A.  0[HARiii)NNEAr],  Proiiiiits  agricoles  de  ì'Aìgéiie  soiis  les  Romains,  in  Cor- 
respoitdences  et  comptes  rendus  critiqiies  della  Revuc  de  géogrnphie,  fase,  del  no- 
vembre ISSO.  La  nota  non  reca  che  la  sigla  A.  G.,  ma  che  sia  dello  Charbonneau  lo 
riprova,  fra  l'altro,  la  necrologia  del  suo  autore  che  il  Drapeyi'on,  direttore  della 
rivista,  inseriva  in   uno  dei  fascicoli  del  1883 


492  l.A    ROVINA   ECONOMICA    DEM, A    (iRECIA    ANTICA 

feroci,  adibite  agii  anfiteatri,  i  metalli  jneziosi.  i  marmi,    la    lìolvere 
d'oro  e  i  cariehi  uiiiaiii  dei  negli  del  eentro. 

Disseminate  sul  suo  territoiio,  elie  aviel)be  largito  all'I  inpero  le 
intelligenze  migliori,  e  alla  eiviltà  i  suoi  maggiori  apostoli,  brillavano 
come  fari  luminosi  le  anticlie  città  numide  e  fenicie,  ora  romanizzale, 
porli,  fattorie,  mercati,  centri  di  studi  e  di  jiiaceri:  Cliercliell.  Cirta, 
Lambesa  e  sovra  tulle  Carlagine,  risorta,  al  pari  della  mitica  Fenice, 
rigogliosa  dalle  sue  ceneri  e  di  cui  un  retore  avrà  a  dirci  clie,  pur 
rimanendo  inferiore  a  Roma,  contenderà  il  piimato  ad  Alessandria  e 
ad  Antiocliia. 

VI. 

L'Africa  valeva  bene  e  valse  infatli  le  più  scrupolose  cure  dell'  Im- 
pero, ma  non  valevano  meno  altre  legioni  più  discoste  ed  altrettanto 
sospirate,  cui  l'Africa  medesima  era  già  servita  e  più  ancora  sarebbe 
per  l'innanzi  servita  di  transito.  A))|)unlo  per  (|iiesto  -  e  con  scrupolo 
identico  -  venne  da  Koriia  organizzato  il  couimercio  con  l'Oriente  asia- 
tico, i  cui  ricavati  annullarono  completamente  il  vantaggio  di  ((ualsiasi 
relazione  con  la  Grecia. 

Dall'Oriente,  come  nei  secoli  posteriori,  affluiva  agl'inizi  dell'era 
volgare  la  più  ingente  e  svariata  copia  di  prodotti  e  di  manufatti  vo- 
luttuari, ai  (piali  era  solo  riservato  di  soddisfare  la  febbre  di  lusso  e 
di  piacere,  da  cui  la  metropoli  del  mondo,  erede  delle  mouarcbie  e 
delle  corti  dei  successori  d'Alessandro  Magno,  era  invasa. 

Di  là  provenivano  e  proverranno  l'incenso,  la  cassia,  la  seniia,  le 
resine,  la  mina,  l'aloe,  il  cinnamomo,  il  pepe,  il  garofano,  lo  zuccbero. 
il  riso,  la  tartaruga,  i  diamanti,  gli  zafliri,  gli  smeraldi,  le  ametiste,  i 
topazi,  gii  opali,  i  rubini,  i  giacinti,  le  perle,  le  tele,  i  filati  di  cotone 
e  di  lana,  l'avorio,  l'indigo,  l'anice,  le  mussoline,  l'ebano,  il  legno  di 
teck,  il  inalino,  il  nardo,  la  porpora,  il  vetro,  il  cristallo,  le  lane,  le 
stoffe  colorale,  le  sete,  le  mezze  sete,  tutti  i  tesori  dell'India,  tutte 
le  rarità  della  China  (1). 

Al  paragone  di  tanto  ben  di  Dio,  la  Ciiecia  non  offriva  che  del  marmo 
e  qualche  commestibile  poco  ricercato  o  punto  necessario  ("1).  Cento 
milioni  e  più  di  sesterzi,  pari  a  20  e  piiì  milioni  di  lire,  escivano  ogni 
anno  dalle  casse  dello  Stato,  pigliando  il  volo  jier  l'Arabia,  per  le 
Indie  e  per  la  Serica,  all'acquisto  e  all'impoiiazione  delle  perle:  una 
somma  quattro  o  cinque  volte  maggiore  per  i  rimanenti  |iro(lotti  {'.]), 

(1)  Bfco  il  pensiero  romano  sul  valore  economico  della  sola  provincia  tVAsia: 
«  taiu  opima  est  et  fertilis  ut  et  ubertate  agiorum  et  varietale  Iructuum  et  ma^ 
ffnitiidini'  pastionis  e/  iiiiiltitiidine  canini  rerum  quae  cxporlantnr,  facile  omnibus 
terris    antccelhit  •  (Cic,  De  imp.  Cn.  Pomp.  6,  ti). 

(2)  NofiL,  o.  e,  pag.50.  Cfr  il  quadro  dell'importazione  estera  di  Roma  schizzato 
dal  RiCHTEU  ^o.  e,  144  e  segg  ),  sia  pure  senza  eccessivi  riguardi  della  cronologia. 

(3)  Plin.,  H.  N.  6,  23,  101.  È  questo  uno  dei  passi  materialmente  più 
controversi  di  Plinio,  le  cui  sigle  non  s'intende  bene  se  significhino  550,000  o 
.j5O,OO0,O!J0  di  sesterzi.  Questa  seconda  è  però  la  lezione  piii  autorevole  icfr. 
Plin.,  H.  N.,  ed.  Sillig),  e  alle  considerazioni  d'indole  paleografica  è  da  aggiungere 
questa  che,  se  l'importazione  ed  il  trasporto  delle  perle  sommavano  a  100  mi- 
lioni di  sesterzi,  di  parecchio  maggioro  doveva  essere  la  sposa  per  le  rimanenti 
mercanzie,  tanto  più  che  Plinio,  come  s'intravvede  dalla  dizione  da  noi  adottata, 
ci  lascia  incerti  se  nei  5,i0  milioni  siano  da  r-itenere  inclusi  i  100  sborsati  pur 
l'importazioac  delle  perle. 


I,\    lìOVIXA    ECONOAIICA    nETJ.  \    fiKEClA    ANTICA  40:5 

ed  esse  non  costituivano  che  il  saldo  in  moneta  dell'eccesso  dt'U'iiii- 
porfazione  romana,  non  coverto  dall'esportazione  in  Oriente. 

E  in  che  cosa  consisteva  codesta  esportazione?  Era  dessa  tornita 
in  massima  parte  da  produzioni  dell'Europa  occidentale,  come  |>iornho. 
rame,  zinco,  argento,  e  da  altre  dell'Egitto.  L'Egitto,  che  si  era  acca- 
parrato le  vie  del  commercio  con  l'Oliente.  l'Egitto  che  ne  vantava 
quasi  per  intero  l'intrajiresa,  era  eziandio  la  provincia,  verso  cui  Roma 
si  vedeva  ohbligata  di  un  notevole  risparmio  nelle  spese  richieste  dal- 
l'importazione. In  Cina  esso  spediva  i  suoi  manufatti  di  vetro,  in  Arabia 
ed  in  India  le  sue  stoffe  sontuose,  i  suoi  broccati,  i  suoi  variojiinti. 
i  suoi  bronzi,  i  suoi  strumenti  musicali,  nonché  probabilissimamente 
lo  splendido  materiale  da  costruzione  fornito  dalle  sue  cave,  quali  il 
granito  di  Siene,  la  breccia  verde  della  regione  di  Kosèr,  il  basalto, 
l'alabastro,  il  poitido.  E  la  Grecia,  che  aveva  su)ai-iito  l'attività,  la 
virtù  indiistiiale.  il  movimento  del  commercio,  non  potea  neanche 
([uesta  volta  continuare  a  nudrire  l'ambizione  di  tenervi  dietro. 


VII. 

Mentre  intanto  Alessandria  e  l'Oriente  si  popolavano  d'uomini  e  di 
ricchezze,  nuovi  centri  commerciali  e  industriali  si  disegnavano  sulfo- 
rizzoute economico  dell' ICuropa  occidentale.  Sin  dalla  line  di  (kiilagine, 
nel  traffico  del  bacino  occidentale  del  Mediterraneo  e  dell'Atlantico, 
Marsiglia  era  a  poco  a  poco  sottentrata  ai  Fenici.  Dessa  commercia 
ora  in  loro  vece  con  la  Gallia,  con  la  Bretagna,  con  le  isole  Cassiteridi, 
stanzia  nuove  colonie,  inaugura  industrie  di  metalli,  fabbriche  di  armi, 
arsenali  (1),  e  assurge  all'onore  di  essere  definita  l'Atene  della  Gallia 
Transalpina  e  di  covrire  della  sua  ombra  gigantesca,  pur  in  un  periodo 
di    crisi,   il  quadro   che  Strabene  verrà  abbozzando  della  Narbonese. 

E  con  Marsiglia  si  ha  tutta  una  fioritura  economica  dell'  Europa 
centrale  e  occidentale:  nella  Gallia  Cisalpina,  l'unica  regione  d'Italia 
ove  l'agricoltura  sussistesse  e  1" industria  lioiisse,  nella  Cisalpina,  pro- 
duttrice di  tessuti  di  lana,  di  tele,  di  tappeti,  con  Piacenza,  Cremona, 
Parma,  Padova,  ecc.:  nella  Transalpina,  preziosa  fornitrice  di  carni 
e  di  pesci  salati,  di  pelli,  di  miele  e  di  legname  da  costruzione,  con 
Narbona,  che  il  primo  secolo  dell'era  v>dgare  vedeva  emporio  di  tutta 
la  Gallia,  con  Arles,  Bordeaux,  Nimes,  Forum  .lulium,  Tolosa,  Lione, 
Reims  {"ì):  nella  Spagna,  ricca  di  miniere,  di  olio,  di  vino,  di  miele, 
di  pece,  di  cinabro,  di  tessuti  in  lana  ed  in  tela,  di  metalli  e  di  la- 
vori in  metallo,  ove  Plinio  menzionerà  quattrocento  città  maggioii  e 
dugentonovantatrè  minori  (3),  con  Cadice,  Cordova,  Siviglia:  nell' In- 
ghilterra, prospera  di  un'agricoltura,  i  cui  prodotti  venivano  adibiti 
anche  all'espoitazione.  detentrice  di  stagno,  di    piombo,  di   rame,   di 

(1)  Blììmneu,  o.  c,  141-42:  Buctisenschììtz.  Die  .Haiijitsialtiii  d.  (imnrb- 
/'lf;issef<  ini  kit/ss.  Alti'iihninc  (Leipzii;.  18(i!),  r>l). 

(2:  La  crescotitt'  importanza  eomuiffciale  della  llallia  Cisalpina  e  Traiisal- 
])iiia  si  rileva  altrt'Si  dalla  copia  delle  eorpoiazioiii  industriali  ivi  t-ostitiiite. 
l'fr.WALTZiNCi,  Mude  hÌAf.  sin-  les  corp.  i'rof.  clies  les  Romains  (Louvain,  lM».5-f)00, 
II,  pag.  158-59):  e  Blììmner,  o.  e.,  3S  e  segg. 

(3)  Tale  cifra  si  accorda  con  quanto  ne  dice  STRAnONE,  il  quale  reputava 
che  coloi-o  che  vi  avevano  menzionato  1(100  citt;\,  aveano  dovuto  includervi  anche 
i  piccoli  centri  (.3,  4, 13). 


U)ì  l..\    KOVLN'A    ECOXO.MICA    !)ELLA    (lIlliClA    ANI'K^A 

lend,  (li  clcllri)  e  produttrice  di  oggetti  di  avorio,  di  colliiiic  e  di  vasi 
(l'elettro  e  vetro,  eoa  Londra;  nella  Germania,  con  Halisliona.  Magonza. 
Norenilìeig. 

Vili. 

K  alle  nuove  condizioni  esteriori  lisponde  la  struttura  e  Torien- 
laiiiento  delle  nuove  \  le  del  Iraflico  internazionale. 

Le  più  battute  tra  le  mediterranee  sarainio  d'ora  in  avanti  quelle, 
che  da  l)icearchia  e  da  Ostia,  primi  porli  italici,  condurranno  a  Mar- 
siglia in  Gallia  o  a  Cadice  in  Spagna,  o  le  altre  che  da  Pozzuoli  per 
Messina  proseguiranno  alla  volta  della  provincia  d'Africa  o  dell'Egitto. 

Ma  assai  più  cospicue  delle  precedenti  s'accingono  ogni  giorno 
a  divenire  le  vie  del  traffico  romano  coi  paesi  dell'est. 

Sotto  la  Repubblica  avevano  dominato  due  vie  terresti!  attraverso 
l'Asia  Minore.  L'una,  costeggiando  le  rive  del  Mar  Nero,  sinternava 
nell'Asia  nord  e  centrale,  ove  i  mercanti  romani  colà  domiciliati  eser- 
citavano una  vittoriosa  concorrenza  a  danno  dei  confratelli  d'Occidente, 
e  le  merci,  di  cui  essa  era  l'alveo,  venivano  caricate  e  recate  in  Italia 
da  altri  mercanti  romani,  detentori,  se  non  unici,  certo  vittoriosi  del 
commercio  europeo.  L'altra  andava  dall'Eufrate  per  Mazaca,  Apamea  e 
Laodicea,  fino  ad  Efeso,  recando  i  prodotti  naturali  e  industriali  della 
Caldea,  della  Fenicia,  della  Siria,  della  Persia  e  dell'India,  che  colà 
attendevano  d'essere  alla  loro  volta  caricati  e  trasportati  in  Italia. 

Ma  già,  dagli  ultimi  anni  della  repubblica,  le  relazioni  fra  Roma 
e  l'Egitto  avevano  tatto  prevalere  una  terza  linea  fra  l'Occidente' e 
l'Oriente,  quella  di  Alessandria,  che  fin  dalla  riduzione  dell'Egitto  a 
provincia  romana  accoglierà  il  maggior  nerbo  del  connnercio  romano- 
orientale. 

Essa,  proseguita  da  altre  vie  tluviali  e  teriestii  attraverso  l'Egitto. 
l'Arabia,  ecc.,  tino  alle  Indie,  rotte  e  diramate  a  seconda  delle  occor- 
renze e  delle  destinazioni,  e,  dopo  la  conquista  romana,  inauginata 
direttamente  per  mare,  a  motivo  della  migliore  navigabilità  del  Nilo 
e  del  più  breve  tragitto  terrestre,  aveva  finito  per  trionfare  sulle  più 
antiche  fra  l'Europa  e  l'Oriente.  Se  non  che  ottant'anni  circa  dopo  la 
conquista  dell'Egitto,  o  magari  prima  di  codesta  età,  in  un'era  che 
pen")  non  è  i)iù  la  tolomaica,  sibbene  la  romana,  toccava  in  sorte  ai 
navigatoli  la  scopeita  dei  uuissoni  di  nord-est  e  di  sud-ovest.  Uiui 
nuova  linea,  senza  confronto  più  rapida  ed  agevole,  s'apriva  fra  l'A- 
frica e  l'India,  e  questa,  che  il  commercio  occidenlale  seguirà  senza 
interruzioni  per  ben  quattordici  secoli,  non  farà  che  ribatlire  la  sog- 
gezione economica  di  Romn  all'Rgitto  e  (piella  del  mondo  intero  al- 
l'una ed  all'altro. 


IX. 

Solii,  in  IMI  r.uilo.  lajiliala  Inori  delie  yiiandi  arlciie  coimner- 
ciali,  vuotant('si  d'uomini  e  d'energie,  giaceva  la  (ìrecia  destituita 
dell'antica  grandezza,  senza  più  desiderio  o  stimolo  alcuno  a  ricii- 
pei'arla.  Nelle  intuizioni  di  paesi  d'ora  innanzi  in  rapporti  counner- 
ciali  con  Roma,  arbitra  del  governo  del  mondo,  essa  non  serba  ]iiù 
che  l'ultimo   posto.  Roma  commercerà  con  la  Sicilia,  l'Africa,   le  re- 


LA    ROVINA    ECONOMICA    DELLA    CiRECIA    ANTICA  495 

gioni  dell'  Europa  settentrionale  e  occidentale,  l'Arabia,  la  Siria,  la 
Persia,  le  Indie,  poco  o  nulla  con  la  Grecia,  che  più  non  vanterà 
l'onore  di  citazioni  esemplificatrici  da  parte  dei  contemporanei  studiosi 
e  storici  del  movimento  economico.  Tutti  i  paesi  un  tempo  soggetti 
all'impero  del  commercio  ellenico,  le  coste  fieli" Egeo  e  del  Mediter- 
raneo, la  Spagna,  l'Italia,  la  Sicilia,  la  Libia,  l'Egitto  e  l'Asia  Mi- 
nore, subiscono  adesso  altri  domini  ed  altri  dominatori.  E  Atene, 
mutila  d'industrie  e  di  commercio,  si  accingerà  a  vivere  delle  bene- 
voli oblazioni  di  quei  Romani  che  vi  dispenseranno  regolarmente  fru- 
mento, vi  istituiranno  dotazioni  alimentari  e  ne  pagheranno  a  spese 
dell'erario  i  giuochi  pubblici.  I  mercati  dell'  Impero  oblieranno  o 
cjuasi  gli  antichi  olii  e  gli  antichi  vini  dell'Egeo,  e  d'ogni  assenza  di 
vita  sarà  prova  il  fatto  che  le  nuove  molteplici  riattazioni  o  costru- 
zioni di  strade  militari-commerciali  o  commerciali  soltanto  si  terranno 
lontane  dall'ambito  di  questa  penisola,  un  tempo  sorrisa  dal  Ijacio 
della  gloria. 

Nuove  strade  si  apriranno  in  Palestina,  in  Egitto,  nella  provincia 
d'Africa,  fra  l'Italia  e  la  Spagna,  fra  l'Italia  e  l'Europa  centrale,  in 
Spagna,  nelle  Gallie,  in  Inghilterra,  in  Tracia,  in  .\sia  Minore,  in  Siria. 
La  Grecia  rimarrà  fuori  dell'intreccio  di  tante  arterie  di  vita  (1).  se 
ne  togli  l'apertura  di  un  tragitto  attraverso  le  montagne  dell' E])iro  e 
della  Macedonia,  l'uno,  paese  che  i  Greci  non  avevano  mai  conside- 
rato come  ellenico,  l'altro  che  ellenico  non  era  mai  stato. 

Ne  tale  abbandono  sarà  limitato  alla  rete  stradale.  La  Grecia  non 
vanterà  lavoro  pubblico  di  qualche  importanza,  compiuto  dalla  Re- 
pubblica o  dairimf)er()  romano,  che  dapertutto  troverà  da  restaurare 
e  da  comi)iere,  fino  in  Alessan(h'ia  ed  in  Egitto,  ma  che  non  crederà 
di  occuparsi  dell'Eliade,  se  non  |)er  piofondervi  i  suoi  .sonisi  di  spiez- 
zante  commiserazione.  1  mercati  e  le  grandi  fiere,  che  un  tempo  adu- 
navano ed  agitavano  in  giorni  determinati  tutta  la  schiatta  degli  EI- 
leni,  sono  ora  pressoché  disparsi.  Sedi  di  fiere  e  di  mercati  sono 
divenute  l'Africa,  l'Oriente,  l'Europa  occidentale  e  centrale,  non  più  la 
penisola  ellenica.  Qui  l'Ai'cadia,  già  dall'oraiiolo  e  da  Senofonte  van- 
tata per  la  sua  densa  popolazione,  Orcomeno,  Mantinea,  Tegea,  Erea, 
le  loro  mura,  i  loro  templi,  non  saranno  nell'età  di  Strabone,  al  pari 
della  glande  Megalopoli,  che  un  grande  deserto,  il  Pireo  un  villaggio 
cosparso  di  poche  abitazioni,  visitato  dagli  stranieri  solo  in  grazia 
delle  sue  opere  d'arte,  ove  sarà  caso  strano  se  qualche  grande  nave 
egizia  vorrà  accingersi  a  solcarne  le  acque.  Atene,  la  grande  Alene, 
non  vanterà  altra  industria  se  ne  togli  quella  dell'accattonaggio.  L'il- 
lirio  e  l'Epiro,  un  tempo  fiorenti  di  uomini  e  di  prodotti  naturali, 
figureianno  in  massima  parte  deserti,  e  fra  i  villaggi  rompenti  le  im- 
mense distese  dei  ruderi  degli  antichi  centri  cittadini,  il  silenzio  pen- 
derà fin  sull'oracolo  di  Dodona,  come  ogni  altra  cosa,  già  spento. 
Delfo  non  sarà  più  che  una  memoria,  un  testimonio  eloquente  del 
precipitare  delle  umane  grandezze.  Delle  cento  |)iù  rinomate  città 
della  Laconia,  ben  settanta  giaceranno  prostese  al  suolo  o  abbando- 
nate. In  Tessaglia,  la  più  fertile  delle  regioni  greche,  il  Penco,  nel 
terzo  secolo,  bagnerà  un  paese  completaiuente  selvaggio.  Le  antiche  città 
iK'otc.  Tebe  sovra  ogni  ailia.  nou  saranno  più  ciie  dei   liorglii  rustici. 

(1)  MoMMSEN,  o.  e,  270.  Cfr.  Légkk,  L'S  /ravtnix  publics  aii  temps  des  Romains 
(Paris,  187.5,  pag.  179  e  segg). 


106  LA    ROVINA    ECONOAIICA    DEI.LA    C.KIXIA    ANTICA 

o,  peggio  ancora,  qualcosa  die  a  stento  potrà  essere  definito  eoiiie 
tale  (1).  e  Dione  Crisostomo  avrà  copia  di  modelli  nell'abbozzare,  in 
una  sua  orazione,  il  quadro  di  un  villaggio  euboico  dei  i)rinii  del 
quarto  secolo  dell'era  volgare,  sorgente  sulle  l'oviiie  e  il  deserto  di 
una  città  spoftolata,  fra  terre  incolte  per  mancanza  di  braccia,  in 
mezzo  a  messi  maturanti  entro  il  recinto  delle  anlicbe  nana,  cosparso 
delle  statue  abbandonate  degli  dèi  e  degli  eroi,  e  di  blandii  di  t)e- 
stiami  pascenti  a  pie  dei  vetusti  edilìzi  cittadini  (-2). 


«  8i  maturava  -  esclama  uno  storico  -  un  processo  d'involuzione 
«  pari  a  quello  che  subirebbe  l'Inghilterra  contemporanea,  ove  per- 
«  desse  d'un  tratto  la  sua  egemonia  commerciale  e  industiiale  e  scen- 
«  desse  al  livello  di  un  paese  di  secondaria  importanza  »  (3). 

Ma.  giacché  è  destino  dellv-  umane  vicende  die  i  mali  generino 
di  rimbalzo  altri  mali,  che  a  loi'o  volta  acuiscono  la  giavità  dei  primi, 
la  tine  del  movimento  commerciale  nei  mari  greci  e  nelle  terre  elle- 
niche condizionerà  o  determineià  direttamente  la  risurrezione  o  lo 
spaventoso  incremento  della  pirateria,  da  secoli,  in  grazia  dell'av- 
vivato commercio  per  terra  e  |)er  mare,  se  non  spenta,  in  gian  parte 
fugata,  che  soffocherà  con  la  violenza  e  col  terrore  gli  ultimi  tratti 
della  vita  economica  greca. 

Nel  primo  secolo  a.  C.  tutto  il  Mediterraneo,  assai  |)iù  die  lago 
romano,  era  invero  divenuto  lago  di  corsari  temibili  ed  im|)uniti.  in- 
sidiatori di  viaggi  e  di  commerci.  «  Quale  costa  o  quale  isola  -  diie- 
«  derà  Cicerone  -  fu.  in  questi  ultimi  anni,  abbastanza  forte  per  diten- 
«  dersene,  abbastanza  recondita  per  isfuggire  ai  loro  occhi?  Chi  potè 
«  accingersi  a  navigare  senza  esporsi  al  pericolo  di  rimettere  la  vita 
«  o  la  libertà?  Quante  isole  non  sono  state  diserte?  Quante  città  gli 
«  abitanti  non  abbandonarono  pel  terrore?  Quante  i  pirati  non  con- 
«  quistarono  per  forza?  »  (4). 

Essi  infatti,  i  cui  covi  preferiti  giacevano  in  qucH'estremo  ormai 
morto  lembo  orientale  del  mare  Mediterraneo,  penetrati,  andie  in  pieno 
inverno,  nel  cuore  dell'Egeo,  scoriazzavano  in  seno  alle  Cicladi.  for- 
micolavano indisturbati  e  minacciosi  sulle  spiagge  dell".\sia  Minore  e 
della  Grecia,  assalivano  le  città  e  le  obbligavano  a  riscattarsi  per  de- 
naro, le  assediavano,  le  espugnavano.  Air84,  sotto  gli  occhi  di  Siila 
prendevano  e  spogliavano  Samo,  Samotracia,  Clazomene,  lasso.  Tutti 
i  templi  sulle  spiagge  dell'Eliade  e  dell'Asia  Minore  ne  avevano  subito 
il  saccheggio:  quello  d'Ermione,  d'Ejiidauro,  di  Tenaro,  di  Calamuia, 
d'Argo,  di  Delo.  -  quello  di  Samotracia  avea  da  solo  pagato  ben  ()U,(K)0 
franchi  -  e  la  jiopolazione,  in  preda  al  terrore  e  alla  disperazione, 
avea  terminato  con  l'espatriare  in  massa. 


(Il  Heuod.  I,   tìC;  Xen.  'ì-Vi.}.-q:/.fjL,  VII,  t,  -JH:  Straiì.  8,  8,    1-2:  Strab.  ». 
I.  1  :  Stuah.  7,  7.  9;  Stuak.  !»,  3,  4  e  8;  Stkaiì.  8.  -t,  11:  Stkah.  !».  2.  5. 

(2|  Dio.  Chrysost.,  Kh^-A/.o^  ■'f^  Ko/y,v&-;  passim  (ed.  Diiulorf.  Lipsiae,  18.")7). 

(3)  Mevbr,  Die    wirtsehuftliche    Entwickelaiifi  dps  Aìtertnin,    in  Jalirbiicli  f. 
Xatioiialokonoinic   and  Statistick  118(10,  \ki'^.  728). 

(4)  De  imp.  Cu.  Pomp.  11,31-32. 


LA   ROVINA   ECONOMICA    DELLA    GRECIA    ANTICA  497 

Né  i  corsari  esaurivano  il  lugubre  e  feroce  corteo  dei  malanni, 
ilie  la  fine  del  commercio  aveva  provocalo:  insorgeva  il  brigantaggio 
terrestre. 

Nell'età  di  Stralione  la  regione  dell'Olimpo  trovavasi  in  mano  di 
una  banda  di  malfattori  così  temibile  da  essere  il  suo  capo  riescito 
ad  acquistare  da  Ottaviano,  il  futuro  dominatore  del  mondo,  un  tal 
quale  riconoscimento  di  sovranità  indisturbata. 

È  agevole  da  tutto  ciò  immaginare  tino  a  qual  segno  tanti  disastri 
dovessero  contribuire  a  soffocare  gli  estremi  conati  del  commercio  nei 
mari  periferici  e  nell'interno  dell' Eliade  e  a  sospingere  quel  paese  sempre 
più  verso  il  fondo  dell'abisso. 


XI. 

E  gli  ultimi  tratti  della  Grecia  può  dirsi  non  tocchino  l'età  di 
Roma  imperiale.  Essi  si  spengono  o  quasi  con  Roma  repubblicana. 
Nel  breve  lasso  di  tempo,  che  corre  dalla  sua  fine  politica  (146  a.  C.) 
alla  fine  della  Repubblica  romana  (;5()  a.  C.  ),  i  tenui  rigagnoli 
commerciali,  non  più  guidati  dagli  argini  della  civiltà,  ripigliano  le 
antiche  primitive  orientazioni.  Ad  Atene,  naturalmente  disadatta  e 
divenuta  solo  -  in  virtù  della  sua  attività  e  della  sua  potenza  politica  - 
l'emporio  commerciale  dell'Oriente  e  del  Mediterraneo,  si  sostituiscono 
per  breve  ora  Corinto,  Rodi,  e,  dopo  la  romana  decapitazione  di  am- 
bedue, Delo,  e  con  Delo  qualcuna  delle  città  costiere  dell'Asia  Minore 
o  del  Ponto. 

Ma,  anche  a  non  escludere  la  nuova  Corinto  romana,  non  si  tratta 
(juesta  volta  né  di  splendori  durevoli,  uè  di  nuovi  centri  di  produzione 
o  di  civiltà,  sibbene,  salvo  forse  Rodi,  di  effimeri  porti  e  di  stazioni 
marittime,  che  nulla  hanno  a  competere  con  le  rivali  dell'Occidente  e 
dell'Oriente,  di  brevi  ed  anguste  vie  di  transito  ad  altri  mercati  e  di 
altri  prodotti.  Il  tronco  maggiore  del  mondo  ellenico  è  già  invaso  dal 
rigore  e  dal  gelo  della  morte,  e  l'aurora  imperiale  romana  s'affretterà 
a  rivolgere  ai  porti  italici,  non  più  ellenici,  della  costa  occidentale  delia 
penisola  gli  estremi  residui  del  traffico  greco  con  l'Oriente. 

L'industria  si  arena,  regredisce  alla  sua  fase  prettamente  econo- 
mica; destituita  di  ogni  sbocco  e  di  ogni  orientazione,  si  giace  soddi- 
sfatta di  sopperire  alla  meno  peggio  ai  bisogni  locali.  La  Grecia 
finisce,  sopravvive  il  greco,  rigattiere  volgare  ed  astuto  della  produ- 
zione altrui,  pieghevole  come  servo,  umile  come  parassita  ed  accattone. 

Analogo  processo  altri  popoli  ed  altri  paesi  dovevano,  con  con- 
seguenze più  o  meno  fatali,  subire  di  là  a  qualche  dozzina  di  secoli. 
E,  come  alla  scoperta  dell'America  l'egemonia  commerciale  ed  eco- 
nomica passerà  dai  popoli  mediterranei  agli  altri  dell'Atlantico  ;  dagli 
Italiani  e  dai  Tedeschi  agli  Spagnoli,  ai  Portoghesi,  ai  Francesi,  agli 
Olandesi;  dagli  empori  meridionali  agli  occidentali  d'Europa,  -  così, 
alla  nuova  scoperta  delle  Indie  e  dell'Europa,  essa  si  spostava  dalla 
th-ecia  e  dalla  Magna  Grecia  all'Oriente,  all'Egitto,  all'Africa,  all'A- 
tlantico, provocando,  come  quattordici  secoli  più  tardi,  la  fine  delle 
nazioni,  dai  cui  lidi  avea  esulato  per  sempre. 

C.  Barbagallo. 

■i^\  VoL  evi.  Serie  IV  -  1"  agosto  1903. 


L'EVASO  DA  SAKHALIN 


NOVELLA 


I. 


...  Il  mio  compagno  parti  ed  io  fui  obbligalo  a  passare  la  notlc 
nella  «  yurta  »  solo.  Ma  non  avevo  nessuna  voglia  di  lavorare  e  non  ebbi 
nemmeno  il  coraggio  di  accendere  il  fuoco.  Semicoricato  sul  mio  ietto, 
mi  abbandonavo  insensibilmente,  e  senza  averne  coscienza,  alle  penose 
impressioni  di  un  silenzio  assoluto  e  della  notte  che  scendeva  coi 
vortici  di  una  nebbia  glaciale. 

A  traverso  i  ghiaccinoli  della  fhiestra  della  piccola  yuita,  gli  ul- 
timi e  pallidi  raggi  di  un  giorno  crepuscolare  (cosa  tanto  particolare 
alle  regioni  dell'estremo  Nord)  si  spegnevano  a  poco  a  poco. 

Una  densa  oscurità  usciva  dagli  angoli,  si  dilfondeva,  saliva  lungo 
i  muri  obliqui  clie  sembi'avano  congiungersi  sempre  più  vicino  e  al 
disopra  della  mia  testa.  Durante  alcuni  minuti  ancora  apparvero  i 
contorni  dell'enorme  stufa  che  si  innalzava  in  mezzo  alla  yurta.  Si 
sarebbe  detto  che  uno  dei  penati  familiari  dell'  abitazione  «  yakula  » 
stendesse  le  sue  braccia  aperte,  come  in  una  lotta  silenziosa.  Infine 
quelle  ombre  confuse  disparvero  a  loro  volta  e  lutto  si  perde  nel  nero 
crescente. 

Oscurità  completa!...  Soltanto  tre  macchie  fosforescenti  e  indecise 
scintillavano  debolmente.  Kra  il  freddo  paralizzante  (lelFinverno  yakuta 
che,  a  traverso  le  finestre,  immergeva  i  suoi  funebri  sguardi. 

Minuti  e  ore  scorsero  silenziose,  seguendosi  le  une  dopo  le  altn? 
nel  loro  ordine  ritmico.  Era  l'ora  crepuscolare  e  quotidiana  che  io  non 
sentii  venire,  in  cui  la  tristezza  si  impadronisce  del  cuore  da  padrona 
sovrana  ;  in  cui  il  «  suolo  straniero  »  avvolge  l'esiliato  col  suo  soffio 
implacabile,  con  la  sua  oscurità  glaciale:  in  cui  nell'immaginazione 
turbata,  si  levano  e  si  stendono,  minaccianti,  come  un  infinito  invin- 
cibile e  senza  misura,  le  montagne,  le  for-ste,  le  steppe  immense  frap- 
poste fra  voi  e  quel  che  vi  è  tanto  caro,  tutto  ciò  che  è  lontano  ora, 
tutto  ciò  che  è  perduto;  tutto  ciò  adescandovi  ancora,  attirandovi 
più  vivamente,  non  svanisce  nemmeno  a  quell'ora  nella  nebulosa 
lontananza,  con  gli  scintillii  rassomiglianti  agli  splendori  del  fuoco  mo- 
rente di  una  speranza  perduta.  Kd  è  allora  che  l'amaro  dolore  così  a 
lungo  frenato  sale  dal  più  profondo  del  cuore,  rialza  arditamente  il 
sinistro  capo  e,  in  mezzo  a  quella  calma  di  morte,  in  queste  tenebre 
mi  susurra  nettamente  all'orecchio  le  inesorabili,  spaventose  parole: 
«  Per  sempre  in  questa  bara...  Per  sempre!...  » 


l'evaso    r>A   SAKHALIX  499 

L'n  gagnolio  debole  e  carezzevole  che,  dal  tetto  piatto  ari'ivava  al 
mio  orecchio,  a  traverso  il  tubo  della  stufa,  venne  a  strapparmi  a 
quell'intorpidimento  penoso.  Era  l'amico  intelligente,  il  mio  fedele  cane 
Cerbero,  che,  intirizzito  al  suo  posto  di  guardia,  sembrava  chiedermi 
che  cosa  avessi  che  potesse  impedirmi  di  accendere  il  fuoco,  in  quella 
terribile  ora  di  freddo.  Sentendo  che  ero  per  soccombere  in  quella 
lotta  col  silenzio  e  l'oscurità,  mi  scossi,  mi  decisi  a  ricorrere  all'unico 
mezzo  di  salute  che  avevo  sottomano;  e  questo  ei'a  il  fuoco,  il  dio 
della  yurta,  il  fuoco  onnipossente. 

1  Yakuti  non  spengono  il  loro  fuoco  dell'inverno  e  i  loro  fumaiuoli 
sono  fabbricati  in  modo  che  non  possono  essere  chiusi.  Noi,  eravamo 
riusciti,  bene  o  male,  ad  accomodare  il  nostro  da  poterlo  chiudere, 
ma  dal  di  fuori,  e  bisognava,  ogni  volta,  salire  sul  tetto  piatto  della 
yurta.  La  casa  era  avvolta  dalla  neve  fino  alla  cima;  i  gradini  vi 
erano  tracciati  ed  io  salii. 

La  nostra  abitazione  si  trovava  all'estremità  della  «  sloboda  ».  un 
poco  al  di  fuori.  D'ordinario,  si  poteva,  dal  nostro  tetto,  abbracciare 
tutto  il  piccolo  piano  e  le  montagne  che  la  circondavano,  come  i  fuo- 
chi delle  yurte  della  sloboda,  abitate  dai  dipendenti  dei  coloni  russi, 
da  lungo  tempo  yakutizzati,  e,  in  maggior  parte,  da  tartari  esiliati. 
Ma  in  quel  momento  una  nebbia  grigia  e  fredda,  che  l'occhio  non 
poteva  penetrare,  avvolgeva  tutte  le  cose.  Sospesa  nell'aria,  di  una  tem- 
peratura di  40  gradi  Réamur,  essa  gravava,  immobile  e  pesante,  sulla 
feria  silenziosa;  dovunque,  lo  sguardo  era  fermato  da  quella  massa 
grigia,  difforme  e  morta... 

Solamente  in  alto,  molto  in  alto,  al  disopra  del  capo,  in  fondo 
al  cielo,  una  stella  solitaria  trapassando  il  denso  velo,  inviava  alla 
terra  il  suo  raggio  acuto  e  chiaro. 

Tutto  era  ghiacciato:  le  rive  del  fiume,  le  povere  capanne  del  vil- 
laggio, la  piccola  chiesa,  il  |)iano  ininterrotto  e  coperto  di  neve,  la  linea 
scura  della  «  taiga  »,  ogni  cosa  era  sprofondata  in  quella  nebbia  come 
in  un  immenso  mare.  11  tetto  della  yurta  col  suo  fumaiolo  di  argilla, 
sul  quale  mi  tenevo  dritto  col  mio  cane  accovacciato  ai  piedi,  mi 
dava  l'impressione  di  un'isola  gettata  in  mezzo  all'oceano  senza  limiti. 
Intorno,  non  il  menomo  rumore...  solamente  il  freddo,  l'angoscia... 
una  notte  silenziosa,  piena    di    ansietà,  di  timore. 

Cerbei"o  cominciò  a  guaire  dolcemente  e  lamentosamente.  Il  po- 
vero cane  pi'o\ava  forse,  lui  pure,  una  specie  di  angoscia  all'avvici- 
narsi di  quel  regno  freddo  implacabile  e  si  stringeva  a  me,  col  suo 
piccolo  muso  appuntito,  allungato,  le  orecchie  sottili  e  tese,  fissando 
con  aria  pensosa    gli  occhi  sulla  nebbia   grigia  e  impenetrabile. 

Ad  un  tratto,  le  sue  orecchie  si  rizzarono  ed  esso  si  die  a  ululare. 
Ascoltai.  Dai)prima  non  intesi  nulla,  ma  dopo  alcuni  istanti  di 
questo  silenzio  strano,  sorse  un  rumore  lontano,  appena  percettibile, 
uno.  due.  tre!...  e  subito  potei  riconoscere,  attraverso  l'aria  ghiacciata, 
lo  scalpitìo  di  un  cavallo  che  correva  in  lontananza,  a  traversò  le 
praterie!  lo  pensai  al  povero  cavaliere  solitario,  che.  giudicando  dal  debole 
rumore  prodotto  dagli  zoccoli  del  cavallo,  aveva  a  fare  ancora  tre 
verste,  prima  di  arrivare  al  villaggio.  Poscia  discesi  rapidamente  dal 
tetto  ])er  la  muraglia  inclinata  e  mi  precipitai  nella  yurta,  peichè,  in 
un  minuto,  all'aria  aperta,  col  viso  scoperto,  si  rischi,!  di  sentir  gelarsi 
il  naso  o  una  guancia. 


.)(K)  1,  EVASO    DA   SAKHALIX 

Cerbero  do|)o  di  avere  emesso  un  grido  sonoro  in  direzione  dello 
sealpitìo  del  cavallo,  mi  seguì. 

Subito,  un  ceppo  che  accesi  s'infiammò  nella  stula,  dal  fornello 
aperto  come  una  gola  mostruosa,  nel  mezzo  della  yurta  :  vi  aggiunsi 
pure  alcuni  rami  di  larice  e,  dopo  pochi  istanti,  la  mia  triste  e  silen- 
ziosa dimora  si  riempi  di  rumore  e  di  allegri  scoppiettìi. 

La  fiamma  scorreva  lungo  i  ceppi,  li  lambiva,  li  accendeva  a  jioco 
a  poco,  scherzando,  saltellando,  brontolando,  fischiando.  Era  tiualche 
cosa  di  chiaro,  di  vivo,  di  piecipitoso  e  di  instancabilmente  ciarliero 
che  scivolava  nella  yiu'ta,  illuminandola  allegramente  fino  nei  suoi 
angoli  più  appartati  e  dando  ades.sala  vita.  Allora,  a  traverso  il  tubo 
corto  e  dritto  della  stuta,  sentivo  le  scintille  brucianti  scoppiettare  e 
fischiare  nell'aria  ghiacciata.  Poi  il  fuoco  riprendeva  il  suo  giuoco  con 
esplosioni  frequenti;  simili  a  colpi  di  pistola  risonavano  allegramente 
nella  mia  povera  capanna. 

Allora  non  mi  sentii  piìi  così  solo.  Intorno  a  me  tutto  sembrava 
agitarsi,  danzare,  parlare.  La  brina  stesa  sulle  finestre,  a  traverso  la 
quale  guardavo  poco  prima  la  notte  sinistra  e  glaciale,  la  brina,  su 
cui  ora  brillava  la  fiamma,  si  crivellava  di  ardenti  scintille  di  ogni 
colore,  simili  a  pietie  preziose. 

Io  provava  un  piacere  particolare  pensando  che  in  mezzo  a  quella 
notte  nebulosa  e  fredda  una  capanna  solitaria  brillava  dei  ritiessi  lu- 
minosi e,  simile  a  un  vulcano  in  miniatura,  lanciava  \ciso  il  cielo 
mazzettini  di  incandescenti  scintille  che  scoppiettavano  e  palpitavano 
nell'aria,  a  traverso  turbini  di  fumo  bianco. 

Cerbero  venne  a  mettersi  sulle  sue  zampe  posteriori  vicino  alla 
sfida  e  si  die  a  guardare  il  fuoco,  immobile  come  una  statua.  Di 
quando  in  quando  volgeva  la  testa  verso  di  me,  e  i  suoi  occhi,  pieni 
(li  carezze  e  cosi  intelligenti,  dicevano  la  sua  riconoscenza  e  la  sua 
bontà. 

Nel  cortile,  presso  il  muro  esteriore,  risuona  un  rumore  pesante 
di  passi:  ma  Cerbero  non  si  nmove  e  si  contenta  di  brontolare  con 
indulgenza;  egli  sa  bene  che  sono  i  miei  cavalli  che,  dopo  essere  ri- 
masti a  lungo  sotto  la  tettoia,  le  orecchie  serrate,  tremanti  di  freddo, 
vengono  ora,  attirati  dal  fuoco,  a  ripararsi  vicino  al  muro  a  godersi 
la  vista  delle  scintille  che  danzano  nella  notte  e  di  quel  lungo  nastro 
di  fumo  tiepido  e  bianco. 

A  un  tratto  il  mio  cane  si  allontana  tlal  fuoco,  con  aria  scon- 
tenta, e  si  mette  a  bi'ontolare,  [)oscia  si  slancia  verso  la  porta,  lo 
faccio  uscire  Cerbero  e  lo  rimando  al  suo  posto  di  guardia  sul  tetto, 
dove  esso  si  dimena  ed  abbaia  con  furore,  mentre  io  esco  per  guar- 
dare fuor  del  vestibolo. 

Kra  quel  passante  solitario  che  avevo  inteso  in  mezzo  al  silenzio 
della  notte.  Il  fuoco  della  mia  capanna  l'aveva  senza  dubbio  tentato; 
e  già  scostava  le  pertiche  di  che  era  fatto  il  mio  jiortone,  per  far  pe- 
netrare nel  cortile  il  suo  cavallo  carico  e  sellato. 

Io  non  aspettavo  nessuno  dei  miei  amici.  Non  era  possibile  che 
l'osse  quegli  un  yakuta  che  arrivava  al  villaggio  a  un'ora  così  inol- 
trata. Anche  in  questo  caso  egli  sapeva  bene  dove  abitavano  i  suoi 
«  dogors  »  (anuci)  e  non  si   sarebbe  fermato  al  primo  fuoco. 

Non  potrà  essere  che  un  colono,  pensai   io. 

D'abitudine,  non  si  ama  avere  in  casa  simili  ospiti,  ma  in  quel 
momento  la  presenza  di  un  essere  umano  arrivava  molto  a  proposito. 


T.  EVASO   DA   SAKHALIX  5(J1 

Sapevo  che  il  mio  fuoco,  che  ora  scoppietlava  così  allegramente,  non 
avrebbe  tardato  a  calmarsi;  allora  avrei  visto  le  fiamme  languenti 
allungarsi  pigramente  sul  legno  arrossito,  e  sempre  piìi  deboli,  sem])re 
pili  rare,  quelle  fiamme,  come  scrp:'nti  di  fuoco,  si  metterebbeio  a 
scorrere  le  braci  ardenti,  susurrando  misteriose  parole. 

Allora,  di  nuovo  il  silenzio  e  l'oscurità  avrebbero  invaso  la  mia 
capanna  e  l'angoscia  sarebbe  eutrala  nel  mio  cuore. 

Di  quando  in  quando,  una  debole  scintilla,  covante  sotto  la  ce- 
nere, sprizzerebbe  nell'ondn-a  come  lo  sguardo  di  un  occhio  che  si 
socchiude,  per  richiudersi  pei'  sempre:  poi  infine  ogni  luce  svanirebbe 
e  di  nuovo  sarei  rimasto  solo,  solo  in  ([uella  notte  lunga,  dolorosa, 
senza  fine. 

Quell'uomo  al  quale  io  era  per  dare  asilo,  non  lo  conoscevo;  nel 
suo  passato  forse  vi  era  stato  del  sangue!...  Che  importa!  D'altronde 
questa   idea  non  mi  venne  neppure. 

La  Siberia  insegna  a  distinguere  l'uomo  anche  in  un  assassino. 

Benché,  conoscendoli  davvicino  e  meglio,  non  si  conservano  illu- 
sioni su  quei  poveretti  che  si  sono  divertiti  a  rubare  cavalli,  a  scas- 
sinar serrature  o  spezzare  dei  cranii  in  una  notte  oscura,  e  non  si 
può  fare  a  meno,  in  presenza  di  uno  di  questi  esseri,  che  cei'care  di 
comprendere  e  spiegarsi  i  movimenti  così  diversi,  cosi  complessi  della 
natura  umana.  L'analisi  insegna  ciò  che  si  può  aspettare  da  un  uomo. 
Un  assassino  non  è  che  un  assassino:  egli  pure  vive,  prova  le  stesse 
sensazioni  degli  altri  uomini,  ha  sopratutto  il  sentimento  della  rico- 
noscenza per  colui  che,  in  un  tempo  cattivo  e  freddo,  gli  dà  asilo. 
Frattanto,  tutte  le  volte  che  mi  è  avvenuto  di  fare  una  nuova  cono- 
scenza di  simil  genere,  e  se  per  caso  il  mio  viaggiatole  notturno  si 
trovava  in  possesso  di  un  cavallo  sellato,  su  cui  si  dondolava,  get- 
tato di  traverso  il  doppio  sacco  dei  cavalieri  yakuti.  la  questione  di 
sapere  a  chi  fosse  appartenuto  prima  il  cavallo  mi  ispirava  un  cei'to 
dubbio  e  il  contenuto  del  sacco  mi  incitava  a  riflettere  sulla  ma- 
nier'a  con  cui   era  stato  acquistato. 

La  pesante  poiia  della  yurta,  guarnita  di  una  pelle  di  cavallo  e 
nascosta  nella  muraglia  obliqua,  si  apri  ;  un'ondata  di  vapore  venuta 
dal  di  fuoi'i  s'ingolfò  nella  camera  e  lo  straniero  si  avvicinò  alla  stufa. 
I']ra  un  uomo  di  alta  statur-a,  ben  piantato  e  quadrato  di  spalle. 

Sebbene  egli  fosse  vestito  da  yakuta,  non  si  ave\  a  che  da  volgere 
uno  sguardo  su  lui  per  veder'e  che  non  lo  er'a.  I  suoi  piedi  er-ano  calzati 
di  quella  «  toi'bag  »  di  pelle  di  cavallo,  bianca  come  la  neve.  Le  maniche 
della  «  sona  »  larghissime  si  rialzavano  in  pieghe  e  superavano  le 
orecchie.  La  sua  testa  e  il  suo  collo  er-ano  avvolti  in  un  lai-go  scialle 
i  cui  capi  erano  annodati  dietro  le  spalle.  Questo  scialle,  come  la  inrnta 
acuta  del  berretto  yakuta,  erano  quasi  interamente  r-icoperti  di  fiocchi 
di  brina  compatta  e  gelata. 

Lo  sconosciuto  si  avvicinò  alla  stufa  e  con  le  mani  gelate  si 
snodò  dap|irima  lo  scialle,  poscia  i  cordoni  del  ber'retto  die  si  rigettò 
sulle  spalle.  Alloi'a,  potei  vedere  il  viso  giovane  e  arr'ossito  dal  freddo 
di  un  uomo  di  una  trentina  d'anni,  l  suoi  lineamenti  for-ti,  espressivi 
erano  impr-ontati  a  quella  espressione  particolar-e  che  io  aveva  avuto 
spesso  l'occasione  di  osservarle  nei  decani  delle  comunità  di  prigionieri 
e  che  è  tpiella  delle  persone  sicure  dell'autorità  che  essi  esercitano  nel 
loro  ambienle,  sebbene  obbligati,  nello  stesso  tempo,  a  una  gr-ande 
circospezione  con  gli  stranieri.   I  suoi  occhi  neri  e  intelligenti  lancia- 


502  l'evaso  ha  sakhamn 

vano  l)nni  e  i;i|)idi  sguardi.  La  parte  inferiore  dei  viso,  mi  |)o'  promi- 
iieiilc.  las(Muva  indovinare  una  natura  ardente  e  apiiassionala  clic  il 
«  Hi'odinga  »  aveva  appreso  da  linigo  tempo  a  dissiiiudan',  peiclir 
da  alcuni  sinionu  carallerislici.  sel»l)ene  diftieili  ad  alferiursi,  io  aveva 
iniiuediatamente  riconosciuto  nel  mio  ospite  un  «  Hrodiaga  »  (evaso). 

Talvolta  un  fremito  quasi  insensibile  del  suo  lahltro  inferiore  e  la 
tensione  nervosa  dei  suoi  muscoli  livelavano  la  lotta  interna  di  uno 
spirito  inquieto  e  sempre  in  guaidia. 

La  fatica,  il  freddo,  e  forse  pure  Tangoscia  che  aveva  provato  il 
viaggiatore  solitario,  camminando  la  notte  a  traverso  (piella  Tiehhia 
ini  penetrabile,  addolcivano  i  contorni  della  sua  tigura,  e  si  li  vela  va 
tale  cambiamento  sulla  sua  fronte  e  nei  suoi  occhi  nei-i  con  mia  sof- 
ferenza così  consona  col  mio  umore  di  quella  sera,  che  io  sentii  a 
un  tratto  nna  simiiatia  involontaria  pel  mio  ospite  sconosciuto,  (les- 
sando di  svestirsi  di  jiiii.  si  appoggiò  alia  stufa  e  trasse  di  tasca  una 
pipa. 

—  Buongiorno,  «  gospodine  »  (1),  disse  egli  battendo  il  fornello  della 
sua  pipa  contro  uno  spigolo  jiei-  vuotarla,  e  lanciandomi  di  sbieco  uno 
sguardo  scrutatore. 

—  Buongiorno,  ris|iosi  io  continuando  a  esaminare  con  attenzione 
la  sua  tigura. 

—  Vi  chiedo  scusa,  gospodine,  di  esser  penetrato  in  ca.sa  vostra 
liberamente.  Tutto  quel  che  vi  chiedo  è  di  riscaldarmi  un  poco  e  fu- 
mare una  pipa,  poscia  partirò  subito  perchè,  a  due  verste  di  t\m.  de- 
gli amici,  fra  cui  sono  sempre  il  benvenuto,  mi  aspettano. 

La  sua  voce  tradiva  quella  specie  di  riserva  di  un  uomo  che  non 
vuol  mostrarsi  importuno,  e  con  piccoli  sguardi  attenti  e  bruschi  cer- 
cava indovinare  la  risposta  che  ero  per  dargli  e  che  doveva  stabilire 
le  nostre  relazioni  ulteriori. 

10  ti  tratterò  come  mi  tratterai,  diceva  il  suo  occhio  tisso  e  freddo. 

Malgrado  tutto  questo,  la  riserva  del  mio  ospite  contrastava  gra- 
devolmente con  l'importunità  abituale  dei  coloni  yakuti,  benché  tasse 
evidente  che,  se  egli  non  avesse  contato  passare  la  notte  in  casa  mia. 
avrebbe  attaccato  il  suo  cavallo  alla  siepe,  di  fuori,  invece  di  farlo 
eidrare  nel  cortile. 

—  Chi  siete"?  -  domandai.  -  Come  vi  chiamate? 

—  Io  mi  chiamo  Bagbylai,  vale  a  dire,  vedete',  questo  non  è  il  mio 
nome  vero...  il  nome  che  mi  si  dava  in  Russia  era  Vassily...  V'oi  ne 
avete  inteso  ])arlare  for.se?  del  distretto  di  Baiagantai? 

—  Nato  all'LTrar.'  Un  Brodiaga  ? 

Un  soiiiso  di  soddisfazione  illuminò  le  labbia  del  mio  os|)ite. 

—  Sì.  pr()|)iio  così  !  Sono  io  stesso.  Sembra  che  avete  intesopar- 
lare  di  me. 

—  Si,  è  stato  M.  N.  N.  che  mi  ha  parlato  di  voi.  Voi  ei'avaie 
vicini,  non  è  vero? 

—  Pei'fett amente.  M.  N.  N.  mi  conosce  benissimo. 

—  Ne  sono  felice.  Siate  il  benvenuto.  Rimarrete  in  casa  mia  questa 
notte  e  vi  dico  che  niente  mi  giunge  jùii  a  i)ro|iosito,  perchè  io  sono 
solo.  Fra  breve  jirepareremo  il  *  samovar». 

11  Hrodiaga  accettò  volentieri. 

—  Grazie,  gosiiodine,  poi  che  ini  invilale.   io  non  liliulo.  Snilanto, 

(i)  Signore. 


bisogna  che  io  tolga  il  sacco  dalla  sella  e  che  porti  qui  qualche  altra 
cosa:  ciò  è  luolto  pi-udente,  sebbene  abbia  avuto  la  precauzione  di  at- 
taccare il  mio  cavallo  nel  cortile:  ma  vi  sono  persone  molto  abili  di 
mano  nel  vostro  villaggio,  sopratutto  fra  i  Tartari. 

Egli  uscì.  Un  minuto  dopo  rientrò  nella  camera,  carico  di  due 
pacchi  da  viaggio.  Dopo  aver  sciolte  le  correggie.  cominciò  a  tirar  fuori 
provvigioni  di  ogni  sorta,  pezzetti  di  burro  gelato,  latte  ghiacciato, 
qualche  dozzina  di  uova,  ecc..  Pose  una  parte  di  questi  commestibili 
sulle  mie  scansie  e  il  i-esto  nel  vestibolo,  perchè  non  si  sciogliesse. 
Poscia,  si  tolse  lo  scialle,  la  pelliccia,  il  caffettano,  e  infine,  non 
avendo  che  la  sua  camicia  di  cotone,  prese  una  sedia  e  si  sedette 
vicino  al  fuoco  :  indi  levando  la  testa  e  sorridendo  :    ■ 

—  Gospodine,  ecco  !...  io  vi  dirò  tutta  la  verità.  Avvicinandomi 
alla  vostra  porta  mi  dicevo:  Forse  egli  mi  rifiuterà  Tospitalità  jier  questa 
notte  !  Perchè,  vedete,  io  comprendo  benissimo  la  situazione.  Vi  sono 
fra  noi  tutte  le  specie  di  tipi,  e  alla  maggior  parte  di  essi  non  si  po- 
trebbe dare  ospitalità...  in  alcuna  maniera.  Ma  per  me.  io  non  appar- 
tengo a  quella  categoria,  ve  lo  dichiai'O  in  buona  coscienza...  Del  resto, 
poi  che  avete  inteso  parlare  dei  miei... 

—  È  vei'o,  ne  so  qualche  cosa. 

—  Vedete  bene!...  lo.  posso  dirlo  senza  vantarmi,  meno  una  vita 
assolutamente  onesta,  esemplare  :  ho  una  vacca,  un  torello  di  ti-e 
anni,  un  cavallo...  Lavoro  la  terra, l'orto... 

Tutto  questo  era  detto  in  un  tono  strano  vicino  al  sogno.  Il  co- 
lono, gli  occhi  fìssi,  sembrava  guardare  un  punto  nello  spazio.  Pro- 
nunciando queste  ultime  parole.  s])alancò  le  braccia  in  un  gesto  di  stu- 
pore che  sembrava  dire:  «  Tutto  questo  è  verità,  sì,  proprio  come  iodico  ». 

—  Sì,  -  continuò  egli  suUo  stesso  tono  -  io  lavoro,  e  secondo  i  co- 
mandamenti di  Dio!  Che  volete?  Che  volete,  considero  che  questo  vai 
sempre  meglio  che  rubare,  o.  ciò  che  è  peggio  ancora,  fare  il  brigante. 
E  vedete,  un  esempio  ebevi  prova  come  io  abbia  ragione,  lo  viaggio 
in  una  notte  oscura,  vedo  un  fuoco,  il  vostro,  entro...  e  subito  trovo 
un'accoglienza  ospitale,  il  samovar...  Non  sono  questi  fatti  inapprez- 
zabili 1 

—  Certo  -  risj)osi  io,  sebbene  fosse  evideide  che  era  sé  stesso  che 
egli  voleva  convincere  di  tutti  i  vantaggi  della  sua  nuova  vita. 

10  conoscevo  un  poco  questo  Vassily  da  ciò  che  me  ne  aveva  rac- 
contato uno  dei  miei  amici,  uno  dei  Brodiagiii  coloni.  Egli  viveva  da 
due  anni  in  una  casetta  di  sua  projirietà,  in  mezzo  alla  foresta,  presso 
un  lago  e  non  lontano  da  una  «  naslega  »  (comune)  yakuta.  Vassily, 
fra  i  coloni  che  sono  per  la  maggior  parte  teste  ardenti,  che  trascinano 
la  miseria,  non  avendo  nulla  da  perdere,  rubando  e  saccheggiando 
nelle  vicinanze.  Vassily  era  uno  di  quei  rari  Brodiaghi  che  prefeiisconn 
una  vita  di  lavoro,  cosa  che  permette  loro  di  rialzarsi  facilmente. 

11  jiopolo  yakuta  è.  in  generale,  molto  bonario,  e  in  alcuni  villaggi 
è  in  uso  il  soccorrere  i  coloni  nuovi  venuti.  È  vero  che,  senza  questo 
aiuto,  un  uomo,  gettato  in  si  dure  condizioni  in  mezzo  a  un  paese 
sconosciuto,  non  avrebbe  altra  alternativa  che  morire  di  fame  e  di 
tieddo  o  darsi  al  brigantaggio. 

E  vero  pure  che  questo  soccorso  è  volei  fieri  accordato  sotto  forma 
di  «  sussidi  di  viaggio  »,  grazie  ai  ((uali  il  connine  si  sforza  di  sba- 
razzarsi il  p"ìi  presto  possibile  di  quei  cittadini  incomodi,  inviandoli 
a  una  miniera  qualunque  da  cui  non  ritornano  che  raramente. 


L   BiVASU    J)A    SAKHAI.l^ 


Nondimeno  un  nomo  che  vnole  seriamente  lavoiare  tiova  sempre 
aiuto  e  sostegno  presso  i  yalcuti. 

Vassily  otteiHie  dunque  dalla  naslega  uti'isiìa.  un  bue  e  sei  «  ])uds  » 
di  biada  ciie  fuiono  seminati  a  spese  del  eoiiuine  il  |)riiiio  anno.  La 
messe  tu  sulillo  al)l)ondanle:  di  più,  X'assily  s'impegnò  in  conrlizioni 
molto  vantaggiose  presso  alcuni  proprietaii  iakuli  per  falciare  il  grano; 
poscia,  poco  a  poco  si  mise  a  tare  il  commercio  del  tabacco,  e  in  meno 
di  due  anni  trovò  modo  di  mettere  su  casa  propria.  T  yal<uti  lo  sti- 
mavano molto.  I  coloni,  in  sua  presenza,  lo  chiamavano  Vassily  Ivano- 
vitch  e  solamente  qiiando  era  assente  lo  nominavano  Waska  sempli- 
cemente. I  preti,  in  viaggio  per  il  loro  ministero,  entravano  in  casa 
sua  e  alla  loro  volta  io  invitavano  ad  andarli  a  trovare.  Bisogna 
aggiungere  nel  numero  delle  sue  conoscenze  alcuni  di  noi,  gente  di 
casta  e  di  educazione  più  elevata,  precipitati  dal  destino  in  c( nelle 
lontane  regioni. 

La  vita  di  Vassily  sembrava  dunque  molto  bene  ordinata,  e  non 
gli  restava  più  che  ammogliarsi.  Ma  in  ciò  si  presentavano  molte 
difTicoltà,  perchè  di  abitudine  non  si  sposa  un  Brodiaga,  ma  con  un 
po'  di  danaro,  con  una  giovenca  e  ini  buon  puledro  si  accomoda  tutto 
in  quel  benedetto  paese. 

Tuttavia,  più  esaminavo  la  figura  energica  del  giovane  Brodiaga. 
più  vi  scoprivo  non  so  che  di  bizzarro  che  dapprima  non  mi  aveva 
colpito.  Ora,  quella  figura  mi  piaceva  meno  di  poco  priina,  sebbene 
la  trovassi,  malgrado  tutto,  abbastanza  gradevole. 

1  suoi  occhi  scuri  guardaxano  talvolta  con  aria  pensosa  e  intel- 
ligente. Tutti  i  suoi  lineamenti  indicavano  l'energia;  le  sue  maniere 
erano  franche,  e,  nel  tono  che  egli  affettava,  si  sentiva  l'amor  piojìrio 
soddisfatto  di  vaia  natura  fiera.  Talvolta,  soltanto,  un  fremito  nervoso 
passava  rapidamente  sul  suo  viso  e  i  suoi  occhi  cessavano  di  brillare.  Si 
indovinava  quanto  costasse  a  Vassily  nascondere,  sotto  una  maschera 
di  freddezza  e  di  calma,  amarezze  pungenti  che  senza  posa  tendevano 
a  manifestarsi  e  che  il  Brodiaga  non  riusciva  a  frenare  che  con  lo 
sforzo  di  una  grande  volontà... 

Allora,  io  non  mi  rendevo  esatto  conto  di  quel  che  passava  nel- 
l'anima del  colono.  Lo  seppi,  dopo.  È  che  quell'uomo,  Brodiaga  per 
temperamento,  ingannava  sé  stesso,  ci'edendo  che  la  sua  esistenza 
tranquilla,  la  sua  casetta,  la  sua  vacca,  il  suo  torello,  e  la  stima  che 
gli  si  testimoniava,  tutto  ciò  bastasse  a  renderlo  felice. 

In  fondo,  egli  non  lo  ei'a  affatto  e  lo  com[)rendeva.  l'ur  cercando 
(ti  soffocare  quella  voce  che  bi'ontolava  in  lui,  aveva  coscienza  che  la 
sua  vita  monotona  in  un  |)aese  straniero,  ostile,  non  era  fatta  per  lui; 
ne  era  disgustato  e  sentiva  già  salire  dal  fondo  della  sua  anima  il 
richiamo  della  taiga. 

Già,  nella  monotonia  della  sua  esistenza,  le  lontananze  scono- 
sciute, attraenti  e  illusorie,  cominciavano  a  tentarlo,  ad  attirarlo 
verso  di  esse. 

Tutto  questo  non  è  diveiuito  chiaro  per  me  che  più  laidi:  ma  in 
quel  momento  discernevo  facilmente  che,  malgrado  la  sua  aiiiwrenza 
calma,  quel  Brodiaga  aveva  nell'anima  qualche  cosa  che  lo  rodeva, 
una  specie  di  cratere  sempre  pronto  a  fiammeggiare. 

Mentre  preparavo  il  samovar,  Vassily  era  seduto  vicino  alla  stufa 
guardandoli  fuoco  con  aria  pensosa.  Quando  il  tè  fu  pronto  lo  chiamai. 


T.  EVASO   DA   SAKHAI.IN  air.) 

—  Grazie,  gospodine.  disse  egli  alzandosi.  Una  parola  buona  vale 
già  per  me  il  miglior  samovar.  AIj!  gospodine,  gospodine!  -  mi  disse  egli 
a  un  tratto  con  una  specie  di  passione  -  mi  crederai  tu ".  Al  momento 
in  cui  ho  scorto  il  tuo  fuoco,  il  mio  cuore  è  balzato  di  gioia,  ti  giuro 
elle  non  mentisco:  perchè  chi  altri  che  un  Russo  avrebbe  acceso  qui 
il  fuoco.'  lo  attraversavo  le  praterie  fredde  ed  oscure...  Distinguevo 
sulla  mia  strada  i  fuochi  di  alcune  yurte  e  il  mio  cavallo  vi  si  diri- 
geva con  tutte  le  sue  forze,  perchè  è  una  bestia  yakuta.  Io  non  mi 
sentivo  attirato  verso  quelle  capanne.  Che  mi  avrebbero  offerto  esse  '? 
Senza  dubbio  avrei  potuto  riscaldarmi,  trovarvi  anche  deiracquavite. 
ma  queste  abitazioni  non  mi  dicevano  niente...  mentre,  allorché  ho 
scorto  il  tuo  fuoco  in  quel  freddo  e  in  questa  notte  oscura,  mi  sono 
(letto:  Ecco  dove  vorrei  esssere...  se  mi  si  vorrà  ricevere...  Grazie  di 
non  avermi  scacciato!  Se,  per  caso  passerai  qualche  volta  per  la  nostra 
naslega  sarai  sempre  in  casa  mia  il  benvenuto.  Grazie  a  Dio,  non 
saremo  imbaiazzati  a  farti  grata  accoglienza...  E  sarai  ricevuto  come 
meriti,  degnamente. 


Dopo  aver  bevuto  il  tè,  Vassily  riprese  il  suo  posto  vicino  al 
fuoco.  Non  poteva  coricarsi  ancora  perchè  doveva  aspettare  che  il  suo 
cavallo  avesse  meno  caldo,  per  dargli  del  fieno. 

Il  cavallo  yakuta  non  è  molto  forte,  ma,  in  cambio,  ha  poche  esi- 
genze. II  conta<lino  se  ne  serve  per  traspoilare  il  buii'o  e  altri  viveri 
nelle  mine  più  lontane  o  neirinterno  della  foresta,  nei  Tonguss,  nel 
jiaese  deirUtchur  (1). 

In  queste  escursioni  si  percorrono  centinaia  di  verste  senza  tio- 
\ are  fieno  Allorquando  in  mezzo  alla  taiga  deseita  si  arriva  alla  sta- 
zione di  riposo,  il  Yakuta  spazza  in  circolo  la  ne\e,  accende  dai)|)rima 
un  gran  fuoco,  poi  lascia  i  cavalli  (antecedentemente  impastoiati)  pas- 
seggiare per  la  foresta. 

Il  cavallo  che  ne  ha  l'abitudine  arriva  sempre  a  sco]irire  qualche 
erba  secca  dell'annata  precedente,  e  questa  gli  basta  perchè  il  mattino 
do|>o  esso  sia  pronto  a  riprendere^  il  penoso  viaggio.  Ma  con  questi 
vantaggi,  il  cavallo  yakuta  ha  un  temperamento  particolare  di  cui  biso- 
gna tener  conto:  esso  non  deve  mangiare  né  immediatamente  prima 
della  corsa,  né  iniTuediatamente  do)io. 

Qualche  volta,  prima  della  partenza,  lo  si  lascia  ventii|uattro  ore 
senza  nutrimento  e  anche  ])iù. 

Vassily  fu  dunque  obbligato  di  as])ettare  circa  tre  ore.  Io  non  mi 
coricai  n>p]Hire,  e  rimanemmo  svegli  entrambi,  scambiando  di  quando 
in  quando  poche  parole.  Vassily,  o  piuttosto  Baghylai,  come  era  abi- 
tuato a  chiamarsi  lui  stesso,  gettava  costantemente  dei  cepjìi  nella 
stufa,  cosa  che  rivelava  in  lui  una  delle  abitudini  del  paese,  abitudine 
contratta  nelle  lunghe  serate  dell'inverno  yakuta. 

—  È  molto  lontano  -  mormorò  egli  ad  un  tratto  dopo  un  abbastanza 
lungo  silenzio  e  come  rispondendo  al  suo  proprio  pensiero. 

—  Glie  cosa  è  lontano'  -  chiesi  io. 

—  K  del  nostro  paese  che  parlo,  della  Russia. 

Qui  niente  avviene  carne  da  noi,  niente  rassomiglia  alla  vita  di 
laggiù.  Vedele,  il  bestiame,  il  cavallo...   .\ppena  si   arriva,    la  i>rima 

(1)  Piuiutì  cLp  si  getta  nell'Aloilan.  iifflueiite  della  Lena. 


5()6  ì.'evaso  da  sakhalin 

cura  non  o  di  dare  a  mangiare  al  cavallo?  Qui,  è  differente:  se  voi 
pensate  di  dargli  il  menomo  nudrimento  quando  ha  ancora  caldo,  è 
(ìeiduto.  Il  fieno  si  cambia  in  ghiaccio,  e  la  povera  bestia  union'  H 
il  popolo!  vive  nella  foresta,  mangia  carne  cruda  di  cavallo:  mio  Dio, 
che  cosa  non  s'intiliiotte  ([uiV  Persino  le  carogne...  Puah!  E  poi  sono 
senza  pudoie  (|uesta  gente.  Non  avete  ch'^  a  trarre  dalla  vostra  tasca 
la  scatola  del  tabacco  che  li  vedrete  tutti  come  un  sol  uomo  tendere  la 
mano  o  ricliiedervene. 

-  Che  volete?  Sono  i  loro  costumi,  -  spiegai  io.  -  E  se  domandano 
non  rilìutano  di  dare  a.  loro  volta.  Non  sono  stati  foise  essi  che  vi 
hanno  aiutato  a  metter  su  la  vostra  casa  "? 

—  Sì,  essi  mi  hanno  aiutato,  questo  è  vero. 

— •  Ebbene!  Siete  voi  contento  della  vostra  vita?-  chiesi  guardando 
fissamente  il  Brodiaga  ? 

Egli  sorrise  enigmaticamente. 

—  Si,  la  vita...  -  rispose  egli  dojK)  un  i)reve  silenzio,  lanciando 
un  nuovo  ceppo  nel  fuoco. 

La  fiamma  illuminò  il  suo  viso:  i  suoi  occhi  erano  di\enuli 
oscuri. 

—  Eh,  gospodine  !  Se  io  vi  raccontassi  tutto!...  Io  non  ho,  finora, 
visto  niente  di  nuovo  neììa  mia  vita.  Soltanto  fino  a  diciotto  anni 
sono  ^tato  felice,  vale  a  dire  sinché  ho  obbedito  ai  miei  genitori. 
Poscia,  ho  cessato  di  obbedire  ed  io  fui  jierduto.  Da  quel  tempo  non 
mi  considero  più  come  un  essere  vivo,  non  fo  che  agitarmi,  di- 
menarmi per  nulla. 

Delle  ombre  passarono  sul  viso  del  Brodiaga  e  il  suo  labbro  infe- 
riore si  rialzò  in  una  piega  convulsiva,  come  quello  di  un  fanciullo 
che  non  sa  trattenere  le  lagrime:  egli  sembrava,  col  pensiero,  ritornare 
a  quella  età  in  cui  obbediva  ai  suoi  genitori:  ritornava  fanciullo,  ma 
uii  tanciuUo  pionto  oia  a  piangere  sulla  sua  vita  spezzata. 

Essendosi  accorto  che  io  l'osservavo  attentamente  e  cercavo  scru- 
tare il  suo  pensiero,  il  Brodiaga  dominò  la  sua  emozione,  e  ritornato 
in  sé,  scosse  la  testa,  dicendo  : 

—  Via,  a  elle  prò  tutto  questo?...  Non  amereste  meglio,  forse, 
che  vi  raccontassi  la  storia  della  mia  fuga  ftell'  isola  di  Sakalin  ? 

Naturalmente,  accettai  la  proposta,  e  passai  tutta  la  notte,  fino 
all'alba,  ad  ascoltale  il  racconto  del  Uiodiaga. 


In  una  notte  d'estate  del  187...  il  battello  a  vapore  Nijujj-Novgorod 
scivolava  sulle  onde  del  mare  del  Giappone,  lasciando  dietro  di  se. 
nell'aria  azzurra,  una  lunga  fascia  di  fumo  nero.  Sulla  sinistra,  si  di- 
stinguevano già  le  l'ive  scarpale  della  Provincia  Marittima,  avvolte 
in  una  nebbia  azzui-rastra  a  riflessi  di  argento,  mentre,  sulla  dritta, 
in  una  lontananza  intinifa,  scorrevano  le  onde  dello  stretto  di  La- 
perusa. 

11  battello  si  dirigeva  verso  l'isola  di  Sakhalin,  ma  le  coste  roc- 
ciose di  cpielfisola  non  si  scorgevano  ancora.  Sul  battello  tutto  era 
calma,  silenzio  :  sul  cassero  si  staccavano,  illuminate  dalla  luna,  le 
figure  dei  jìiloti  e  degli  ufticiali  di  guardia.  I  fiiociii  dei  boccaporti 
vacillavano,  riflessi  sulla  superficie  oscura  dell"  Oceano. 

La  Nijiiy-NoL^gorod  avanzava  col  suo  «  carico  ili  prigionieri  », 
i  quali  dovevano   rimanere  a   Sakhalin.    A   bordo,    la    disciplina    era 


l'evaso  da  sakhalix  507 

severissima  :  essa  lo  è  di  ])iù  quando  si  tratta  di  (le|ior!azioiie.  Di 
adorno,  i  piigionieri  incatenati  passeggiano  sliI  p'.xite  per  turno,  il  resto 
del  tempo  Io  |)assano  in  fondo  alla  cala. 

I.a  cala  è  una  vasta  stanza  ))assissima  di  volta,  al  di  sollo  del 
ponle.  La  Ince  vi  penetra  da  piccoli  boccaporti  che,  sul  fondo  o.scuro. 
rassomigliano  a  due  file  di  bottoni  chiari  che  si  vanno  sempre  più 
imjìiccolendo  finché  spariscono  affatto  nei  fianchi  rotondi  del  naviglio. 

Un  corridoio,  fiancheggiato  da  grandi  pilastri  i  cui  intervalli  sono 
occupati  da  griglie  di  ferro,  sejiara  la  cala  in  tutta  la  sua  lunghezza 
e  contiene  a  destra  e  a  sinistra  gli  spazii  dove  sono  allineati  i  letti 
di  tavole  per  i  prigionieri. 

In  questo  corridoio,  poggiati  sui  loro  fucili,  stanno  le  sentinelle 
di  guardia.  La  sera,  una  mesta  fila  di  lanterne  illumina  con  luce  dubbia 
quel  triste  quadro  di  mi.serie  umane.  Tutta  la  vita  dei  deportati  scorre 
là.  dietro  t|uella  griglia,  sotto  gli  occhi  di  feroci  guardiani.  Glie  il 
bruciante  .sole  dei  tropici  dardeggi  i  suoi  raggi  sul  mare  infuocato, 
che  il  vento  fischi  e  brontoli,  che  le  catene  della  nave  stridano  e  si 
rompano,  che  le  onde  sollevate  dalla  tempesta  vengano  a  spezzarsi 
contro  il  battello  o  che  un  uragano  tbrmidabile  si  scateni  fino  a  far 
gemere  e  scoppiare  il  vascello,  là,  nella  cala,  niente  si  muove,  tutto 
è  silenzio.  Alcune  centinaia  di  uomini  rinchiusi  ascoltano,  ansiosi,  i 
lamenti  del  \ento,  e  niente  li  riguarda  di  ciò  che  avviene  di  sopra,  né 
il  |iericolo,  ne  la  direzione  della  loro  galleggiante  prigione. 

Sul  battello,  il  numero  dei  prigionieri  sorpassa,  e  di  molto,  quello 
dei  loro  guardiani,  ma  una  disciplina  di  ferro  grava  cosi  pesantemente 
su  tutte  le  cose,  regola  anticiiiatamente  ogni  movimento  in  modo,  che 
qualiuique  tentativo  di  ribellione  o   di  ammutinamento  è  impossibile. 

Dalti'onde,  tutto  è  previsto,  anche  Timprobabile.  Se  per  caso, 
quella  tinba  si  rivoltasse,  se.  divenuta  bestia  furiosa,  tutto  sfidasse 
nella  sua  disperazione,  se  il  timore  delle  repressioni  terribili  e  dei  colpi 
di  fucile  tirati  a  traverso  le  griglie  fossero  stati  impotenti  a  fermare 
quegli  uomini  esasperati  e  che  essi  si  fossero  scagliati  contro  la  mu- 
raglia di  ferro  per  romperla:  allora  il  comandante  avrebbe  ancora  a 
sua  disposizione  un  mezzo  infallibile  e  non  avrebbe  che  a  dire:  —  Leva 
tale  e  tale...  fate  agire!...  —  Reco...  È  fatto!...  —  R  subito  correnti 
di  vapore  scottante  sarebbero  in-oiettate  nella  cala...  R  allora  le  grida 
di  dolore  sostituirebbero  le  grida  di  rivolta!... 

Questo  mezzo  originale  e  onni]jotente  allontana  la  possibilità  di 
un  ammutinamento  a  bordo.  Nondimeno,  l'oppressione  di  un  regime 
cosi  severo  modifica  poco  i  costumi  e  le  abitudini  di  quei  miseiabili. 
Una  notte,  mentre  il  battello  scivolava  tranquillamente  su  un  mare 
cnlmo.  riflettente  i  suoi  fuochi  nelle  acque  profonde  e  oscure:  mentre 
le  sentinelle,  appoggiate  sui  loro  fucili,  sonnecchiavano  al  loro  posto 
di  osservazione,  e,  fremendo  leggermente  sotto  i  palpiti  della  mac- 
china instancabile,  le  lanterne  versavano  nella  prigione  la  loro  ma- 
linconica e  pallida  luce,  dietro  le  griglie,  là  dove  si  allineavano  in 
ordine  le  ligure  grigie  ed  immollili  dei  forzati  addormentati,  un  delitto 
silenzioso  fu  compito...  Quegli  uomini,  malgrado  le  loro  catene,  ca- 
stigarono i  rinnegati... 

L'indomani,  all'appello,  tre  ])rigionieri  non  si  mossero  dai  loro 
posti.  Essi  rimasero  immobili  sui  loro  letti  di  tavole,  malgrado  le 
formidabili  grida  dei  capi.  Quando  si   penetrò   dietro   la  griglia  e  si 


sollevarono  le  «  klialates  »  (specie  di  vesti  da  taiiiera)  che  li  coprivano, 
ili  tacile  convincersi  che  mai  più  si  sarehhero  levati  per  l'appello. 

In  tutte  le  coiiiimità  dei  |irij4Ìonieri  esiste  nn  cello  giuppo,  foi- 
inalo  dei  più  forti  e  dei  pili  intliieiili,  clic  si  eii^ic  in  tiilinnalc,  risolve 
e  giudica  ^11  affari  gravi,  (ili  alili,  che  sono  il  maggior  iiiiinero,  vi 
restano  alTatto  estranei,  e  gli  avvenimenti  del  genere  di  (pielio  di  cui 
ora  vi  ho  detto  sono  per  essi  completamente  inattesi. 

Colpito  di  stupore  da  quella  notturna  e  sinistra  tragedia,  il  po- 
])olo  della  cala  rimase  muto  e  sotto  la  vcdta  bassa  regnava  nn  silenzio 
timoroso  e  ])ieno  di  minaccia. 

Non  si  sentivano  che  i  risucchi  delle  onde  che,  spezzate  dalla 
|)rua  del  naviglio,  correvano  lungo  la  linea  di  Hot tazioiie,  poscia  Tan- 
sare  pesante  della  macchina,  (Taccordo  con  i  colpi  cadenzati  degli 
st.aiitufti.  Ma  snhito  i  prigionieri  cominciarono  a  intrattenersi  di  ipiel- 
r incidente  e  delle  consegnenze  che  ne  avrel)l)ero  potute  seguire.  Kra 
evidente  che,  questa  volta,  le  autorità  non  avrebbero  avnto  intenzione 
di  soffocare  la  cosa,  attribnendo  la  morte  a  nn  accidente  o  a  una 
malattia  subitanea. 

No,  le  tracce  erano  visibili.  Infatti,  1"  interrogatorio  conùnciò.  l 
pi'igionieii  tennero  fermo. 

[in])o.ssibile  (come  spesso  avviene)  trovare  uno  solo  che  si  lasciasse 
trasportare  a  una  vile  denunzia;  le  minacce  jiiii  tenibili,  le  promesse 
più  lusinghiere  furono  im])oleiili. 

Gli  è  che,  ipiesta  volta,  (illre  il  sentimento  di  solidarietà,  il  timore 
suggellava  le  lingue. 

Per  quanto  grande  fosse  lo  spavento  che  i.spiravano  i  capi,  per 
quanto  formidabili  fossero  le  loro  minacce,  vi  era  qualche  cosa  di 
più  formidabile  ancoia  e  questa  era  la  Comunità.  Quella  stessa  notte, 
sotto  gli  stessi  ocelli  delle  senlinelle,  aveva  dato  pro\a  della  sua  ter- 
ribile potenza. 

Senza  dubbio,  più  d'uno  fra  i  prigionieri  non  aveva  ilormito  in 
quella  notte;  più  di  un  orecchio  ansioso  aveva  inteso  il  sordo  rumore 
della  lotta  e  le  grida  soffocate  delle  \ittime  sotto  il  «  co|ierchio  »  (I): 
poscia  dei  rantoli  e  dei  gemiti  che  non  rassomigliavano  attatto  ai 
sospiri  di  un  uomo  tianquillamente  addormentato. 

Ma  nessuno  di  quei  paria  lindi,  anche  con  una  sola  |»arola.  gli 
esecutori  di  quella  spaventosa  sentenza. 

La  giustizia  non  ebbe  dunque  ricorso  che  su  quelli  che  erano 
ufficialmente  responsabili:  lo  «  siarosta  »  (2)  e  il  suo  aiutante.  Quel 
giorno  stesso  li  misero  ai  ferri.  1/aiutaiite  era  \'assily,  ina  allora 
portava  un  altro  nome. 

Due  giorni  passarono,  durante  i  quali  i  prigionieri  esaminarono 
la  cosa  sotto  tutte  le  sue  facce,  in  tutti  i  suoi  particolari.  Kssi  conchiu- 
sero dapprima  che  ogni  indizio  era  sparito  e  che  era  impossibile 
trovare  1  colpevoli:  lo  siarosta  e  il  suo  secondo  non  erano  dunque 
minacciati  che  a  causa  della  loro  responsabilità  disciplinare  e  questo 
era    senza    importanza.  A  tutte   le  domande    che  si  sarebbero   potute 

(1)  Nel  gergo  dei  prigionieri  «  f'iire  il  copercliio  »  significa  uccidere  un  de- 
tenuto nell'interno  della  prigione.  Si  gotta  sulla  vittima  una  <  khalata  «  che  soffoca 
le  sue  grida. 

(2)  Capo  dei  piigionim-i.  prigioniero  lui  pure,  intenneiliario  frn  fnutoritfl  e 
i  detenuti. 


1/e\ASO    da   vSAKHAl.lN  5()9 

loro  rivolj^ere  non  avrebbero  avuto  che  una  sola  cosa  da  rispon- 
dere: «  Noi  dormivamo  ». 

Tuttavia,  doiio  un  es^ie  più  attento,  l'altare  cominciò  a  ispirare 
qualche  inquietudine  e  a  qualcuno  apparve  come  cosa  dubbia. 

Questi  dubbi  riguai(hivano  sopratutto  Vassily,  e  sebbene  in  casi 
simili  a  (piello  di  cui  si  tratta  la  «  Comunità  »  taccia  sempre  in  modo 
die  la  non  complicità  dei  primi  responsabili  apparisca  chiaramente, 
auche  questa  volta  Vassily  avrebl)e  potuto  facilmente  provare  che  egli 
non  aveva  pieso  alcuna  parte  in  quella  sinistra  tragedia  notturna. 

Tuttavia,  alcuni  prigionieri,  fra  quelli  più  sperimentati  e  che  ne 
avevano  viste  di  ben  altre,  cominciarono  a  scuoteie  la  testa  in  ma- 
niera poco  rassicurante.  delii)erando  sulla  posizione  dell'aiutante. 

—  Sai  tu.  veccliio  mio,  -  disse  un  giorno  a  X'assily  un  antico 
forzato  che  più  di  una  volta  si  era  trovato  in  passi  simili  -  sai  tu 
che  bisognerà  fare  apjiena  toccheremo  SalihalinV  Fuggire  al  più  presto 
e  senza  dir  ])ada!  Tu  hai  un  brutto  affare  suUe  spalle.  Sì,  camerata, 
un  cattivo,  un  pessimo  affare. 

—  Perchè'? 

—  Perche...  È  forse  questa  la  prima  o  la  seconda  volta  che  sei 
condannato? 

—  La  seconda. 

—  Proprio  così,  ecco  di  dove  viene  il  pericolo.  E  ti  ricordi  tu 
chi  è  colui  che  lia  denunzialo  Fedica?  Tu,  sempre...  .1  stato  grazie 
a  lui  che  tu  hai  dovuto  portale  le  manette  per  una  settimana  intera, 
non  è  vero  "? 

—  Sì,  è  vero. 

—  Ebbene,  che  gli  hai  tu  detto  allora?..  I  soldati  l'hanno  bene 
inteso!..  Che  ne  pensi?..  Non  vi  è  là  una  minaccia? 

Vassily  e  gli  altri  compresero  che  la  questione  meritava  di  essere 
meditata. 

—  Credimi,  tu  non  devi  che  pesar  bene  tutte  queste  cose  per 
giudicare  che  non  devi  aspettarti  altro  che  di  essere  fucilato. 

Un  mormorio  come  di  protesta  si  fece  sentire. 

—  Non  facciamo  bestialità,  Buran -gridarono  i  prigionieri  scontenti. 

—  Il  vecchio  ciarla  senza  sapere  quello  che  dice. 

—  11  vecchio  è  ridivenuto  fanciullo,  è  chiaro! 

—  No,  io  non  posso  ritornare  fanciullo  -  disse  il  vecchio  con  aria 
irritata,  sputando  la  collera.  -  Che  cosa  comprendete  voi  in  tutto  que- 
sto? Voi  giudicate  la  cosa  da  Russi,  ma  io,  io  ragiono  dal  punto  di 
vista  siberiano.  Ora,  io  li  conosco  bene  gli  usi  di  qui,  ed  è  come  ti 
dico,  siane  sicuro,  V'assily.  Si  invierà  la  cosa  innanzi  al  governatore 
generale  dell'Amur,  e  tu  sarai  fucilato  infallibilmente  o  se,  j)er  una 
grazia  straordinaria,  ti  si  farà  coricare  sul  cavalletto,  allora  sarà  [teg- 
gio.  non  ti  rialzerai  più.  Comprendi  dunque,  vecchio  mio,  die  noi 
siamo  su  un  naviglio  e  eh  >  su  un  naviglio  le  leggi  sono  due  volte 
più  ferree  che  sulla  terra  ferma!...  Dopo  tutto,  -  aggiunse  il  vecchio 
con  aria  severa  e  come  stanco  pel  suo  lungo  discorso  -  dopo  tutto  la 
cosa  non  m'interessa.  Che  la  peste  vi  pigli  tutti  ! 

E  già,  gli  occhi  spenti  del  vecchio  Brodiaga  avevano  ripreso  l'e- 
spressione della  triste  indifferenza  con  cui  guardavano  lutto,  uomini 
e  cose.  Fece  col  braccio  un  gesto  molto  vago  e  si  allontanò. 

in  un  gruppo  di  prigionieri,  quando  questo  gruppo  è  numeroso, 
si  trovano  sempre  uno  o  piìi  «  giuristi  »,  e,  se  si  presenta  un  affare  del 


510  l'evaso    T)A    SAKHALIN 

genere  di  qiie.slo.  et^si  prommziauo,  aulk-ipatameiUe,  la  sentenza  eoii- 
forrae  alle  leggi  :  e  quel  che  v'è  di  notevole,  è  che  questa  sentenza 
coincide  sempre  con  quella  che  profferiscono  i  detenuti  in  massa,  dopo 
snatura  deliberazione.  * 

Nel  caso  in  questione,  tutti  i  «  giuristi  »  furono  dell'avviso  di 
Huran,  e  da  quel    momento  fu  deciso  che  Vassily  dovesse  fuggire 

Dal  momento  che  egli  era  in  pericolo  di  morte  per'  un  affare  della 
(lomunità.  era  dovere  di  questa  stessa  Comunità  venirgli  in  aiuto. 
Vassily.  dopo  aver  ricevuto  la  provvisione  di  biscotti  e  di  gallette  eco- 
nomizzate per  lui  espressamente,  si  organizzò  un  gruppo  di  \olontarii 
che  avrebbero  dovuto  evadere  con  lui. 

Il  vecchio  Buran  era  già  evaso  due  volte  da  Sakhalin.  Fu  duiupie 
a  lui  che  si  fece  prima  la  proposta  di  fuggire.  Il  vecchio  non  esitò 
ajungo. 

—  Era  scritto  -  rispose  egli  -  die  sarei  morto  nella  taiga  !  A  dire 
il  vero,  moiire  nella  taiga  è  quel  che  meglio  conviene  a  un  Brodiaga. 
Quel  che  vi  è  di  meno  buono  è  che  sono  già  vecchio,  consumato, 
esaurito. 

Gli  occhi  pallidi  del  forzato  ebbero  un  lieve  bagliore.  Poscia  riprese: 

—  Ebbene,  sia  !  Prova  a  riunire  una  decina  di  uomini  e  la  cosa 
andrà:  ma  due  o  tre  non  basteranno,  la  spedizione  è  troppo  perico- 
losa! lo  andrò  finché  le  mie  gambe  mi  porteranno,  perchè  non  vorrei 
morire  nell'isola! 

Pronunziando  queste  ultime  parole  le  palpebre  del  buon  uomo  si 
agitarono  convulsamente  e  lagrime  senili  scorsero  sul  suo  viso  rugoso 
e  abbronzato. 

—  È  molto  indebolito,  il  veccliio  -  pen.sò  Vassily;  poi  si  credè  in 
dovere  di  reclutare  altri  camerati  die  volessero  divideie  i  pericoli  e 
i  vantaggi  fli  un'evasione. 

(Continuo}. 

\Vl,Alll.\nU()    K'oHdl.KNKO. 


LA  NUOVA  ALLEANZA 


K  dunque  riuscito  alla  Francia  quel  che  l'Italia  a\eva  invano  len- 
lato.  E  si  compi-ende. 

Il  modo  in  cui  è  stai  i  aiiuiinciata  nella  stampa  italiana  la  crisi 
spagnuola  avrebbe  potuto  far  credere  -  dato  che  in  quei  giorni  si  pre- 
stasse attenzione  ad  un  tale  argomento  -  che  cagione  di  quella  crisi 
fossero  le  inattese  dichiarazioni  fatte  alle  Cortes  dal  signor  Silvela 
sopra  un  accordo  frane  n-siia^iiuolo  per  le  cose  del  Marocco,  ed  in  ge- 
nere per  tutte  le  questioni  internazionali.  Ma  nulla  di  meno  esatto. 

I  Gabinetti  spagnuoli  sogliono  essere  in  guerra  con  sé  stessi, 
(|uando  noi  sono  con  gli  altri  i)artiti  e  col  paese;  e  a  (fuesta  malattia 
organica,  da  cui  neppure  le  disgrazie  coloniali  e  Io  scoronamenlo  in- 
ternazionale hanno  potuto  guarire  quello  Stato,  godente  di  una  s{)ecie 
tutta  sua  di  parlamentarismo,  è  dovuta  appunto  la  morte  volontaria 
del  Gabinetto  Silvela. 

II  contlitto  apparente  è  stato  provocato  dal  ministro  della  marina, 
il  quale  chiedeva  nientemeno  clie  ottocento  milioni  di  un  tratto,  per 
la  ricostruzione  immedjata  cli_  una  grande  flotta,  fedele  al  princijiio  di 
tanti  Governi  latini -spesso  il  nostro  non  escluso  -di  chiudere  la  stalla 
dopo  che  i  buoi  se  n'erano  fuggiti.  Il  signor  Sanchez  de  Toca  chiedeva, 
cioè,  al  Parlamento  ed  al  Paese  il  sacrificio  di  una  somuui  corri- 
spondente a  tutto  il  liilancio  dello  Stato  dopo  che  si  erano  perdute 
quelle  colonie,  le  quali  forse,  con  una  somma  molto  minoi-e,  s|iesa  in 
tem|)o,  avrebbero  potuto  essere  salvate.  Ed  il  signor  V^illaverde,  ministi-o 
delle  finanze,  s'era  opposto  al  ])unto  tla  rinunciare  al  jiortafoglio. 

Questa  crisi  parziale,  reliminazione  del  membro  dissidente,  non 
avevano  però  condotto  alla  soluzione  della  malattia  intestina  da  cui 
il  Gabinetto  Silvela  era  afflitto:  poiché,  da  un  lato,  ove  poteva,  e 
come,  il  signor  Silvela  trovare  gli  ottocento  milioni  pretesi  dal  suo 
ministro  della  marina  senza  sconvolgere  nel  modo  più  imprudente  la 
situazione  finanziaria,  già  tanto  diffìcile,  ed  arrischiare  per  la  Spagna  ' 
la  sorte  cui  ha  dovuto  sottostare  il  Portogallo  -  una  menomazione,  cioè, 
della  sua  indipendeza  politica  -  per  causa  appunto  della  questione  di 
denaro?  Sarebbe  stato  un  assidere  so|)ra  una  base  bene  strana  e  ben 
contraddittoria  la  rinasct'nte  pyfenza  militare  spagnuola  !  Mail  i)eggio 
era  che,  d'altro  lato,  il  ministi'o  dell'interno,  il  ((uale,  |)er  conto  del 
Gabinetto,  aveva  manipolato  le  recenti  elezioni,  era  bensì  riuscito 
a  soddisfare  l'impegno  suo  e  di  tutti  i  suoi  predecessori,  di  foggiare 
una  maggioranza  ad  imagine  e  somiglianza  del  (iabinetto,  ii;a  aveva 
lasciato  aperta  la  porta  ad  un  numero  di  repubblicani  che  veniva  giu- 
dicato eccessivo  dai  suoi  colleghi.  Ed  il  caso  era  aggravato  da  due 
considerazioni:  perchè  il  signor  Maura  è  un  conservatore  appena  ap- 


5t4  LA    NUOVA    ALLEANZA 

pena  di  ieri,  avendo  sino  a  ieri  l'altro  appartenuto  ai  partito  liberale, 
ii  clie  non  lasciava  di  suscitare  qualche  sospetto  ;  e  perchè  sono  in  vista 
importanti  elezioni  amministrative.  Si  trattava  dunque  di  un  collega 
compromettente,  grazie  al  quale  gli  avversarli  avi-ebbero  potuto  entrare 
in  maggior  numero  anche  nelle  amministrazioni  locali. 

Si  poteva,  è  vero,  disfarsene,  trovando  il  modo  di  fargli  subire  li 
sorte  del  signor  Villaverde.  II  signor  Silvela,  stretto  invece  da  qne>te 
complesse  difficoltà,  ha  preferito  presentare  al  Re  le  dimissioni  di  tutto 
il  Gabinetto,  dopo  aver  fatto,  in  appoggio  del  suo  programma  navalf, 
le  importanti  dichiarazioni  di  politica  internazionale  a  cui  ablùair.o 
accennato  e  che  si  sono  prestate  all'equivoco;  e  ha  rinunciatoci  man- 
^^-jr'?'  dato,  che  il  Re  desiderava  aftidaigii,  lasciando  il  posto  al  signor  Vil- 
lavei'de   precisamente. 

11  che  dovrebbe  volere,  in  questo  caso  speciale,  significare  la  logica, 
almeno  finanziaria,  e  un  po'  anche  politica. 

Dato,  infatti,  che  da  un  lato  la  situazione  economica  della  Spagna 
le  rende  assolutamente  impossibile  il  sacrifìeio  occorrente  per  la  forma- 
zione immediata  di  una  glande  marina  da  guerra  :  e  che  dall'altro  l'ac- 
cordo stretto  con  la  Francia  garantisce  la  Spagna  da  qualunque  triste 
sorpresa  internazionale,  specialmente  in  quel  Marocco  ove  si  è  ristretta, 
può  dirsi,  tutta  l'azione  della  sua  politica  estera,  il  signor  V'illaverde 
non  ha  che  da  svolgere  come  presidente  del  Consiglio  quel  programma 
prudente  che  da  semplice  ministro  delle  finanze  non  era  riuscito  a 
far  prevalere. 

Ma,  comunque,  questo  c'interessa  mediocremente,  dio  che  ne  ri- 
guarda, e  molto  davvicino,  in  questa  crisi,  è  appunto  ciò  che  su  di 
essa  ha  meno  influito:  il  nuovo  patto,  cioè,  che  ha  stretto  le  due  po- 
tenze mediterranee,  e  che  viene  a  completare,  a  beneficio  della  Francia, 
quello  già  annunciato  ai  rispettivi  Parlamenti  di  Roma  e  di  Parigi, 
dall'on.  Prinetti  e  dal  signor  Delcassé. 

11  primo  ministro  inglese,  interrogato  in  proposito  dal  deputato 
(iibson  Bowles  ai  Comuni,  ha  dichiarato  di  nulla  saperne.  La  risposta 
può  apparire  strana,  visto  che  la  dichiarazione  del  signor  Silvela  è 
stata,  non  .soltanto  utliciale,  bensì  pubblica.  Ma  naturalmente,  il  signor 
Balfour  ha  voluto  significare  che  il  Governo  britannico  non  ha  avuto 
ufticialmente  alcuna  comunicazione;  il  che  può  darsi  benissimo,  visto 
che  né  la  Spagna,  uè  la  Francia  sono  dipendenti  dairinghilterra.  Ciò 
non  toglie  che  certamente  il  Gabinetto  di  San  Giacomo  ha  sa]nit()  a 
tempo  di  quell'accordo;  e  vuol  dire  che  ha  avuto  le  sue  buone  ragioni, 
per  non  formalizzarsene  :  ragioni  che,  quantunque  non  espresse,  deb- 
bono avere  persuaso  i  Comuni,  visto  che  la  interrogazione  non  ha 
avuto  seguito. 

Evidentemente,  le  vai'ie  questioni  che  potevano  complicare  i 
rapporti  franco-inglesi  sono  state  regolate:  altrimenti,  non  si  sarebbe, 
uè  da  una  parte  né  dall'altra,  agito  in  modo  da  turbare  sul  più  bello 
le  es|iansioni  che  non  cessano  di  far  brillare  il  più  bel  sereno  sui 
rapporti  dei  due  paesi,  dalla  visita  di  Re  Edoardo  a  Parigi  in  poi:  e 
la  proposta  d'arbitrato  non  avrebbe  in  pochi  giorni  fatto  tanto  cam- 
mino, se  essa  dovesse  arrischiare  di  venire  tosto  intralciata  da  diver- 
genze incresciose. 

Non  si  coire  certo  il  rischio  di  mostrarsi  cattivi  profeti,  manife- 
stando l'impressione  che,  per  quanto  almeno  si  riferisce  al  Mediter- 
raneo, ogni  pericolo  di  complicazione  è  stato  eliminato  tra  Francia  ed 


LA    NUOVA    ALLEANZA  513 

Inghilterra  il  giorno  stesso  deiraccordo  franco-italiano.  Se  la  Tripo- 
litania  è  stata  riconosciuta  entro  l'orbita  dell'influenza  nostra,  certo 
la  Francia  si  è  impegnata  per  conto  suo  a  non  risollevare  oltre  la 
questione  d'Egitto,  e  le  manifestazioni  degli  scorsi  giorni  -  da  quelle 
del  signor  Etienne  e  del  signor  D'Estournelles  a  quelle  del  signor  Del- 
cassé(l)  -  lo  dimostrano  abbastanza  chiaramente:  mentre  l' Ihghilterra 
ha  acconsentito  quella  moderata  azione  della  Francia  nell'interno  del 
Marocco  che,  senza  turbare  la  situazione  internazionale  della  costa, 
consente  all'impero  coloniale  della  Francia  in  Africa  di  assidersi  più 
stabilmente  al  nord-ovest. 

L'Inghilterra,  impersonata  nel  suo  Primo  Ministro,  ha  dunque  po- 
tuto permettersi  dopo  ciò  il  lusso  d'ignorare  la  dichiarazione  del  signor 
Silvela. 

La  quale  non  avrebbe  per  sé  stessa  anche  per  noi  che  una  impor- 
tanza relativa,  se  si  dovesse  intendere  applicata  al  Marocco  soltanto, 
e  se  non  richiamasse  alla  mente  alcuni  precedenti  abbastanza  inte- 
ressanti della  nostra  politica  internazionale. 

Per  ciò  che  si  riferisce  al  Marocco,  è  chiaro  infatti  che  noi  ab- 
biamo rinunciato  definitivamente  alla  situazione  che  vi  eravamo  an- 
dati acquistando  dal  1887  al  1890,  e  che  dal  1894  al  1896  era  stata 
confermata.  In  quel  primo  periodo,  Muley  Hassan  -  il  padre  del 
Sultano  attuale  -  aveva  riposto  principalmente  in  noi  la  sua  fiducia, 
e  la  istituzione  di  una  fabbrica  d'armi  a  Fez  diretta  da  ufficiali  ita- 
liani non  era  stata  che  la  espressione  visibile  di  tutta  una  serie  di 
accordi,  miranti  a  farci  avere  sulla  opposta  sponda  del  Mediterraneo, 
in  forma  diversa  ma  non  inefficace,  la  posizione  perduta  con  la  inva- 
sione francese  della  Tunisia  e  col  trattato  del  Baido.  L'  Italia  doveva 
fornire  il  Marocco  di  una  Marina  da  guerra,  jiagata naturalmente  dal 
Sultano,  e  costruita  in  cantieri  italiani  :  il  che  ebbe  un  principio  di 
esecuzione  con  la  costruzione  nel  cantiere  Orlando  della  nave  Bascir; 
ufficiali  italiani  avrebbero  comandato  quella  Marina,  sino  a  che  non 
avessero  potuto  venire  sostituiti  da  ufficiali  marocchini  (?);  sulla  costa 
mediterranea  del  Marocco  la  flotta  italiana  avrebbe  avuto  una  stazione 
di  riposo  e  di  rifornimento,  e  gf  istituti  militari  italiani  avrebbero 
dato  a  giovani  ufficiali  del  Mogreb  V  istruzione  necessaria  a  porli  in 
grado  di  organizzazione  all'  europea  l'esercito  del  Sultano. 

Si  era  dunque  giunti  ad  un  risultato  che  non  avrebbe  ritenuto 
possibile  neppure  quel  buono  Scovazzo.  nostro  primo  ministro  a  Tan- 
geri,  il  quale  iniziò  lo  scamicio  di  simjiatie  fra  1'  Italia  e  il  Marocco; 
tanto  quel  risultato  andava  al  di  là  delle  più  lusinghiere  speranze  che 
persino  menti  fervide  di  poeti  come  il  De  Amicis,  di  pittori  come  LTssi  e 
come  Biseo,  potevano  vagheggiare  nelle  loro  lusinghiere  illustrazioni 
della  Mauritania. 

Ma,  come  è  ben  noto,  la  conseguenza  non  è  mai  stata  la  virtù 
fondamentale  della  politica  italiana.  Poco  a  poco,  ciò  che  si  era  otte- 
nuto in  quel  primo  periodo  e  che  non  si  era  abbandonato  nel  se- 
condo -  ad  onta  delle  molte  difficoltà  provocate  dalla  diversa  situa- 
zione internazionale  -  andò  in  prescrizione.  A  Tangeri  si  lasciarono 
prevalere  altre  influenze,  malgrado  le  simpatie  sempre  dimostrateci 
dal  quel  Commissario  Imperiale  per  gli  altari  esteri,  Moharamed-el- 
Torres.  A  Fez,  dopo  avere  avuto  un  successo  signiflcante  sopra  tutte 

(1)  Vodi  Nuova  Antologia,  10  luglio  1903. 

33  Voi.  evi,  Serie  FV  ■  1°  agosto  1903. 


514  LA    NUOVA    ALLKANZA 

le  altre  potenze  all'avvento  del  giovinetto  Abdel-Azziz,  si  trascurò  man 
mano  la  posizione,  così  che  il  nuovo  Sultano  fu  cosa  di  tutti  meno 
che  di  noi.  E  si  arrivò  al  punto  che  ben  può  dirsi  l'on.  Prineiti 
non  abiiia  rinunziato  a  nulla  di  serio  e  di  concreto,  se,  per  ottenere 
l'adesione  della  Francia  alla  nostra  supremazia  a  Tripoli,  ha  messo 
da  parte  detinitivamenle  il  Marocco,  lasciandovi  al  Governo  tVancese 
mano  libera. 

Ma  l'accordo  franco-spagnuolo,  che  non  si  limita  ali"  Impero  sce- 
riftiano,  ci  richiama  -  dicevamo  -  precedenti  diversi,  di  cui  è  bene 
tener  conto. 

Tale  aecoi'do  non  è  intatti  che  la  ripetizione  a  vantaggio  della 
Francia  di  un  patto  precedente,  che  già  era  stato  stretto  a  benefìcio  co- 
mune della  Spagna  e  dell'  Italia.  A  vantaggio  della  Francia,  perchè 
quando  questa  si  sia  obbligata  a  non  mutare  la  condizione  apparente 
della  costa  marocchina  mediterranea,  non  vorrà  dire  con  ciò  che  la 
Spagna  avrà  acquistato  il  potere  di  esercitare,  essa,  sul  Marocco  una 
vera  ed  utile  intUienza.  Ormai,  alla  politica  spagnola  bastano  le  appa- 
renze, di  queste  deve  accontentarsi.  Ma  esse  non  bastavano  all'Italia, 
quando  fu  stretto  il  patto  fra  Roma  e  Madrid. 

La  Triplice,  quando  entrò  nel  suo  secondo  periodo,  nel  suo  pe- 
riodo attivo,  jioteva  considerarsi  come  il  centro  di  un  sistema  plane- 
tario, nella  cui  orbita  gravitavano  altre  combinazioni,  da  cui  derivava 
il  completo  equilibrio  della  situazione.  Erano  principalmente  due:  la 
prima,  costituita  da  quegli  accordi  a  tre,  cui  si  è  già  qui  accennato, 
stretti  fra  l'Austria,  l'Italia  e  l'Inghilterra,  che  miravano  ad  impedire 
ogni  mutamento  nel  bacino  orientale  del  Mediterraneo,  e  che,  per 
quanto  si  riferiva  più  specialmente  all'interno  della  ]ienisoIa  balca- 
nica, aveva  il  suo  complemento  in  una  convenzione  politico-militare 
austro-romena;  la  seconda  combinazione,  mirante  allo  stato  quo  nel 
bacino  occidentale  del  Mediterraneo,  era  stata  conclusa  fra  la  Spagna 
e  l'Italia.  Ma,  se  la  prima  a  poco  valse,  specialmente  per  colpa  -  o 
almeno  per  causa  -  dell'Austria,  la  seconda  non  condusse  assoluta- 
mente a  nulla,  per  causa  della  Spagna. 

Questa  infatti  potè  bensì  staccarsi  interamente  dalla  Francia,  non 
avendo  mai  dimenticato  i  fischi  che  avevano  accolto  a  Parigi  Alfonso  XII 
di  ritorno  da  Berlino,  ma  non  osò  mai  schierarsi  a])ertamente  contro 
la  potente  vicina,  che  poteva  fomentare  in  modo  sì  jiericoloso  la  pro- 
paganda repubblicana  nella  penisola  iberica.  E  quanta  efficacia  quella 
potesse  avere  è  facile  pensare,  ricordando  le  dimostrazioni  rej)ul)bli- 
cane  cui  dava  luogo  qualche  anno  fa  la  presenza  a  IJarcellona  di  mia 
squadra  francese,  inviata  colà  probabilmente  apposta  per  far  sentire 
al  Governo  di  Madrid  a  quali  conseguenze  avrebbe  potuto  condurre 
l'ostilità  della  Francia  pei'  la  monarchia  Alfonsista.  La  Spagna  si  tro- 
vava dunque  fra  l'incudine  ed  il  martello,  fra  il  pericolo  cioè  di  una 
maggiore  diminuzione  nel  Mediterraneo,  e  quello  di  una  rivoluzione. 
Contro  quello,  aveva  appunto  mirato  a  premunirsi  avvicinandosi  alla 
Triplice  per  mezzo  dell'Italia;  ma  doveva  teneie  in  quell'accordo,  causa 
il  secondo  pericolo,  tanta  prudenza,  da  renderlo,  di  fatto,  assoluta- 
mente inutile  per  l'Italia.  Visto  ciò,  e  visto  che  sin  quando  l'accordo 
rimaneva  secreto,  era  come  se  non  si  fosse  concluso,  quando  fu  per 
scadere  -  nel  1895  -  e  la  Spagna  ne  chiese,  a  buon  conto,  la  rinno- 
vazione, il  Governo  italiano  dichiarò  che  era  bensì  disposto  a  consen- 
tirvi,  ma  alla  condizione  che  l'accordo  si  rendesse  pubblico,   nella 


LA    NUOVA    ALLEANZA  515 

massima,  se  non  nella  lettei-a,  precisamente  come  s'era  tatto  per  la 
Triplice. 

Il  Governo  di  Madrid  esitò,  tentennò,  insistette  per  evitare  quella 
compromissione  ;  ma  alla  line,  visto  che  il  Governo  italiano  rimaneva 
fermo  nella  sua,  d'altronde  ragionevole,  domanda,  finì  col  cedere  alla 
paura  del  pericolo  interno,  piuttosto  che  alle  considerazioni  della  sua 
importanza  internazionale.  Ed  oppose  un  rifiuto. 

Così  l'accordo  italo-spagnolo,  venuto  a  scadenza,  decadde,  e  non 
fu  più  l'innovato. 

Dire  questo  puliblicamente  oggi,  è  commettere  una  di  quelle  inno- 
centi indiscrezioni  postume  le  cpiali.  mentre  non  fanno  male  ad  alcuno, 
possono  invece  riuscire  utili  alla  più  esatta  considerazione  della  situa- 
zione politica.  Ed  in  questo  caso  può  riuscire  non  indifferente  al  pub- 
blico che  si  occupa  di  questioni  internazionali  il  sapere  che  è  alla 
Francia  riuscito  oggi  -  et  pour  cause,  poiché  il  pericolo  repubblicano 
permane  sempre  in  Ispagna,  come  ha  dimostrato  l'ultimo  discorso 
Salmeron  alle  Cortes  -  ciò  che  si  era  tentato  invano  dall'Italia,  la 
■quale  non  disponeva  nel  suo  gioco  delle  stesse  carte,  e  anclie  dispo- 
nendone molto  probabilmente  non  se  ne  sarebbe  valsa. 

Ora,  quantunque  quell'accordo  rappresenti  per  la  Spagna  assai 
più  una  garanzia  contro  mali  maggiori  che  una  promessa  di  vantaggi 
positivi,  esso  non  è  per  sé  stesso  cosi  insignificante,  che  non  ne 
debba   esser  tenuto  conto  nella  fisonomia  della  situazione  europea. 

Esso  ha  per  noi  una  importanza  minore  di  quella  che  avrebbe 
presentato,  se  si  fosse  concluso  nel  periodo  della  nostra  tensione  con 
la  Francia.  Ormai,  le  più  urgenti  questioni  franco-italiane  sono  ap- 
pianate :  le  spiegazioni  intervenute,  le  intelligenze  corse  per  la  que- 
stione mediterranea,  tolgono  a  quell'accordo  ogni  carattere  minac- 
cioso. Ciò  non  significa  tuttavia  che  esso  debba  lasciarci  del  tutto 
indifferenti. 

Non  può  essere,  invero,  senza  effetto  per  lo  svolgimento  della  no- 
stra situazione  avvenire,  che  l'Italia  non  abbia  più  nel  Mediterraneo 
una  potenza  sola  di  secondo  o  terz'ordine  che  la  segua,  e  occorrendo 
le  si  accompagni.  Nella  inesistenza  politica  effettiva  della  Grecia,  e 
■col  conglobamento  assoluto  della  Spagna  nell'orbita  francese,  l'Italia 
si  trova  a  far  parte  a  sé  di  fronte  sia  all'Inghilterra  che  alla  Francia. 
Sono  oggi  due  potenze  amiche  a  noi  e  tra  loro.  Ma  tutto  l'avvenire 
non  è  scritto,  e  chi  vuol  vivere,  sia  pure  modestamente  ma  sicu- 
ramente, non  deve  fare  astrazione  dalle  diverse  faccie  che  esso  può 
assumere. 

Attenzione,  dunque,  dalla  Clonsulta  ! 

XXX 


TRA  LIBRI  E  RIVISTE 


Cronache  d'attualità  —  "NVhistler  —  «  Trionfi  di  donna  »  —  Movimento  antial- 
coolista  —  William  E.  Henley  —  Attraverso  l'Australia  del  Sud  —  Bagni 
e  nuoto  —  Varie. 


Cronache  d'attualità. 

La  morte  d'un  papa,  l'elezione 
d'un  altro  papa  interessano  non  sol- 
tanto la  cristianità,  ma  tutto  il  mondo 
civile:  agli  uni  la  fede,  agli  altri  la 
simpatia  per  lo  scomparso  e  l'aspet- 
tazione per  colui  che  ne  occuperà  la 
sede,  ad  altri  infine  la  semplice  cu- 
riosità fanno  ricercar  notizie,  inter- 
rogare, vivere  in  ansia.  I  giornali 
poi,  tra  il  Vaticano  e  il  pubblico, 
ostentano  d'essere  ciascuno  a  gara 
i  più  fedeli  interpreti.  Mai  in  Italia 
abbiamo  avuto  maggior  esplicazione 
di  metodi  giornalistici.  Arrivare  il 
primo  nel  record,  ecco  l'ideale.  Co- 
sicché i  giornali  già  pronti  da  giorni 
con  la  notizia  della  morte  si  lancia- 
rono d'un  colpo,  appena  avutone  l'av- 
viso. Ma  l'avviso  del  Vaticano  era 
preciso,  con  l'ora  e  il  minuto.  I  gior- 
nali invece  avevano  già  pronta  la  lor 
pagina  che  diceva  «  mezz'ora  fa, 
un'ora  fa  »,  sicché  i  lettori  seppero 
che  il  papa  era...  morto  prima. 

Questione  di  metodo  che  si  esplicò 
anche  colle  interviste:  medici  di  Pa- 
rigi e  di  Berlino  furono  interrogati, 
censure  ed  accuse  si  volsero  contro 
i  medici  curanti:  il  Vaticano  diven- 
tava un  centro  da  cui  si  irradiavano 
e  a  cui  convergevano  invenzioni,  fan- 
tasie, barzellette,  menzogne,  tutto 
l'ammasso  di  cose  disparate  che  il 
giornale  offre  in  pasto  alla  credulità, 
alla  curiosità,  all'indolenza  del  pub- 
blico. 

Il  giornale  rispecchia  il  pubblico, 
dicono.  Nondimeno  vogliamo  credere 
che  il  pubblico  gradisca  andie  delle 
pagine  che  contengano  qualcosa  di 
più  che  non  le  dicerie  e  le  strane 
trovate.   Noi  abbiamo  veduto  infatti, 


Leone  XIII  IS'unzio  a  Bruxelles- 
scorrendo  i  giornali  della  penisola, 
delle  cose  interessanti,  dovute  a  buone 
penne.  Questo  ci  pare  buon  metodo 
che  rialza  la  missione  della  stampa. 
E  crediamo  far  cosa  grata  non  solo 
ai  lettori,  ma  anche  agli  autori,  se  le 
riferiamo  in  una  rivista  destinata  a 
vivere  più  che  non  i   fogli  quotidiani. 

Il  primo  é  una  di  quelle  effusioni 
altamente  poetiche  che  sgorgano  dal 
cuore  e  dalla  mente  di  Antonio  Fo- 
gazzaro quando  qualche  avvenimento 
di  gran  significato  si  ripercuota  nella 
sua  anima  sensibile.  Fu  pubblicato 
dalla  Stampa  di  Torino. 

«  Si  è  allontanato  con  lenta  maestà, 
si  é  perduto  nel  mistero.  Non  é  parso 
mai   così   grande  al  mondo    attonito 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


517 


come  nell'ultime  ore  della  lunghis- 
sima vita,  nell'attesa  protratta  del  fine, 
serena  e  cosi  operosa  da  ricordare 
l'attitudine  e  la  parola  estrema  di  Set- 
timio Severo.  Ha  fatto  pensosi  di  lui 
non  pur  i  credenti  suoi,  ma  gli  uomini 
altresì  di  fede  diversa  e  anche  gli 
uomini  senza  fede,  meno  forse  alcuni 
piccoli  miopi  superbi.  Lo  stesso  suo 
diuturno  appartarsi  nel  Vaticano  im- 
menso, la  perseverante  ripulsa  di  ogni 
convivenza  con  i  signori  di  Roma, 
l'ordine  inflessibile  alle  sue  falangi  di 


minatori  della  polvere  davanti  un 
Dominatore  dello  spirito.  Tanto  lo 
innalzò,  giusta  l'antivedere  dei  catto- 
lici ch'ebbero  Dante  a  maestro  e  pro- 
feta, la  Divina  provvidenza;  la  quale 
altre  purificazioni  prepara  e  altre  ele- 
vazioni alla  Sede  Santa. 

«  Santa  la Sedeenobilissimol'uomo. 
Si  lesse  che  negli  ultimi  suoi  giorni, 
accennando  a  possibili  errori  del  suo 
Pontificato,  egli  abbia  rivendicata  l'o- 
nestà del'a  propria  coscienza.  Ogni 
dubbio  circa    questo    punto  sarebbe 


r 


Carpinete  romano,  luogo  nativo  di  Leone  XIII. 


assistere  con  l'armi  al  piede,  aspet- 
tando un  suo  cenno,  alle  lotte  politi- 
che italiane,  lo  hanno  cinto  dei  mistici 
vapori  che  ingrandiscono  le  parvenze 
•degli  uomini  e  delle  cose.  Terreno 
e  tuttavia  invisibile  viceré  delle  ani- 
me, le  ha  governate  da  un  Sinai  a\'^•olto 
■di  nuvole.  Il  suo  nome  non  si  è  mai 
visto,  come  quello  dei  predecessori 
suoi,  sotto  provvedimenti  di  gabelle, 
di  armi,  di  pene  corporali,  stette  sem- 
pre a  suggello  di  parole  proferite,  nella 
intenzione  sua,  per  la  gloria  di  Dio 
■e  per  la  salute  della  Chiesa. 

«  A  lui  più  non  si  convenne  il  nome 
di  piccolo  principe.  Imperatori  e  Re 
più  non  I  oterono  misurarsi  con  la 
grandezza  sovrana  del  X'icario  di  Cri- 
sto :  apparvero,  a  fronte  di  esso.  Do- 


vile. La  maggior  grandezza  personale 
del  defunto  Pontefice  apparve  nella 
sua  fede  stupenda.  Come  i  più  glo- 
riosi Pontefici  di  governo  e  di  batta- 
glie, egli  senti  con  intensa  certezza 
l'autorità  di  Cristo  in  sé,  il  soffio  dello 
Spirito  Santo.  La  fede  di  milioni  e 
milioni  di  uominiche  in  lui  venerarono 
un  Essere  prossimo  a  Dio  confluì 
largamente  nella  paurosa  sua  prova 
dell'umiltà  cristiana.  I  cattolici  italiani 
che  stimano  errore  la  sua  ostilità  per- 
tinace allo  Stato  nostro,  errore  il  man- 
tenimento del  non  expedil,  errore  la 
prigionìa  volontaria,  e  forse  giudica- 
rono gli  atti  del  Pontefice  universale 
con  soverchia  vivezza  di  sentimento 
patrio,  tributano  riverente  omaggio 
alla  sua  retta  coscienza. 


5J8 


TRA    LIBRI    E   RIVISTE 


«  Testimonio  supremo  della  Verità 
Cattolica,  egli  co.npie  il  ciovere  al- 
tissimo di  manifestarne  in  se  stesso  la 
bellezza  e  la  bontà.  Le  virtù  del  sa- 
cerdozio cattolico  furono  intere  in  lui  ; 
servizio  eminente  reso  alla  sua  reli- 
gione nell'alto  seggio  visibile  a  tutto 
il  mondo,  perchè  la  fede  che  vale  a 


Il  conte  Pecei,  nonno  di  Lieone  XIII. 


generare  lumi  di  purissima  vita,  d'in- 
corrotta spiritualità,  offre  in  tal  modo 
le  supreme  prove  razionali  di  se  stessa. 

«  Leone  XIII  ebbe  vigoroso  e  e- 
condo  r  ingegno,  larga  e  ricca  la  col- 
tura ;  non  ricondusse  a  semplicità  le 
forme  pesanti  e  accademiche  del  tra- 
dizionale linguaggio  pontifìcio,  lo  co- 
strinse però  a  modernità  di  soggetti, 
al  servizio  di  un  pensiero  prodigio- 
samente attivo  che  si  esercitò  in  ogni 
campo. 

«  Il  suo  senso  dello  spirito  moderno, 
tanto  scarso  nella  maggioranza  im- 
mensa  dei   Pastori  cattolici  latini,   la 


sua  imperterrita  fede  gli  dettarono 
insieme  la  risoluzione  magnanima  di 
aprire  agli  studiosi  gli  archivi  vati- 
cani. L'uno  e  l'altra  giganteggiano  in 
un  provvedimento  assai  più  memo- 
rando che  tutte  insieme  le  Encicliche 
del  defunto  Papa  malgrado  il  loro 
merito  incontestato  e  il  rumore  incom- 
parabilmente più  grande 
che  fecero. 

«  Il  senso  dello  spirito 
moderno  e  la  fede  im- 
perterrita di  Leone  XIII 
giganteggiano  nell'atto, 
strettamente  personale 
suo,  che  istituendo  la 
Commissione  biblica 
apriva  le  porte  del  Va- 
ticano alla  critica  dei  testi 
sacri,  le  offriva  modo  di 
giustificarvi  l'audacia  de' 
suoi  dubbi  e  la  solidità 
delle  sue  affermazioni. 
Era  un  omaggio  solenne 
al  diritto  della  scienza, 
una  gloriosa  professione 
di  fede  nell'infallibile  ac- 
cordo delle  verità  di  ogni 
ordine.  Era  il  principio, 
inavvertito  dai  più,  di  un 
grande,  fatale  avvenire, 
di  un  emergere  mirabile 
della  verità  dalle  strette 
mortali  di  corteccie  defi- 
cienti, di  una  trasforma- 
zione lenta  ma  immensa 
nella  intelligenza  del  dog- 
ma, che  si  ripercoterà, 
non  importa  se  fra  secoli, 
nella  via  e  nella  vita,  nel 
culto  e  nella  pratica  cri- 
stiana, sopprimendo  il  fa- 
risaismo, glorificando  Io- 
Spirito  sopra  la  Lettera. 
«  Il  moto  impressovi  con  eroico 
animo  e  con  tremula  mano  dal  Pon- 
tefice che  ieri  si  spense,  potrà  venire 
ritardato,  lo  sarà  senza  dubbio,  con 
ogni  maniera  d'  inciampi  :  ma  è  di 
Dio  e  più  non  si  arresta,-  porterà 
santo  ai  posteri  lontani  il  nome  di 
Leone  XIII  » . 


Un'altra  pagina,  di  diverso  carat- 
tere, apparve  sulla  Gazseita  di  Ve- 
nezia. Essa  è  di  un  nostro  chiaro 
collaboratore,  il  novelliere  veneto  En- 
rico Castel  nuovo. 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


«  Una  vita  che  abbraccia  poco 
meno  di  un  secolo  conservando  fino 
all'ultimo  limpida  e  integra  la  co- 
scienza di  sé  sarebbe  già  cosa  mira- 
bile se  pur  fosse  stata  semplice  spet- 


519 

«  Tale  fu  la  vita  di  Leone  XIII , 
e  quanti  sentono  la  grandezza  tra- 
gica delle  cose,  siano  credenti  od. 
increduli,  s'inchinano  oggi  commossi 
dinanzi    alla    pallida   figura    d'asceta 


Anna  Pecci.  madre  di  Leone  XIII. 


tatrice  degli  avvenimenti  che  si  svol- 
sero nel  suo  corso  mortale.  A  più  giu- 
sto titolo  essa  richiama  la  nostra  at- 
tenzione e  desta  la  nostra  meraviglia 
quando  pensiamo  ch'essa  fu  attiva- 
mente mescolataai  moti  del  suo  tempo, 
che  per  oltre  venticinque  anni,  da 
una  specula  eccelsa,  dominò  l'avvi- 
cendarsi dei  casi  e  il  fluttuare  drl- 
l'anime,  e  raccolse  l'omaggio  devoto 
d'uomini  d'ogni  stirpe  e  d'ogni  paese. 


che  sta  sul  limitare  dei  regni  del  si- 
lenzio e  dell'ombra. 

«  Non  è  questa  l'ora  né  é  il  luogo 
di  giudicar  l'opera  del  vecchio  Pon- 
tefice. Certo  nessuno  potrà  dire,  ciò 
che  si  disse  di  tanti  che  lo  prece- 
dettero e  si  dirà  di  tanti  che  lo  se- 
guiranno, ch'egli  non  fosse  pari 
all'ufficio.  Il  posto  eminente  fu  ono- 
rato da  lui  per  altezza  d'ingegno,  per 
austerità  di    costumi,    per   vastità  di 


520 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


dottrina,  per  giusta  comprensione  di 
parecchi  fra  i  problemi  che  trava- 
gliano l'età  nostra. 

«  Politico  spesso  sapiente  ed  ac- 
corto, Leone  XIII  crebbe  influenza 
alla  Chiesa  presso  molte  nazioni;  con 
altre  spiegò  una  mansuetudine  evan- 
gelica che  non  ebbe  premio  adeguato; 
verso  lo  Stato  italiano    si    mantenne 


la  rinuncia  è  già  suggellata  dai  fatti, 
è  già  sancita  dalle   coscienze. 

«  Qualunque  abbia  ad  essere  l'at- 
teggiamento del  successore  verso  l'I- 
talia, è  desiderabile  che  la  tiara  non 
si  posi  su  capo  men  degno. 

«  E  questo  voto,  naturale  negli 
amici  del  Papato,  sia  anche  il  voto 
di  coloro  che  il  Papato  non  amano, 
di  coloro  che  non  vogliono 
paci  ottenute  col  sacrificio 
della  società  laica  alla  teo- 
crazia. 

«  Noi  crediamo  che  la  so- 
cietà moderna  e  la  Chiesa 
procedano  per  vie  diverse, 
ma  poiché  ancora  milioni 
e  milioni  d'anime  guardano 
al  Papato  come  ad  un  punto 
luminoso,  dobbiamo  augu- 
rarci che  quel  punto  sia  alto, 
che  quella  luce  sia  pura  ». 


Casa  ove  nacque ^Leone  XIII,  a  Carpinolo 


ostile,  deludendo  le  speranze  di  quelli 
che  avevano  troppo  presunto  della 
sua  energia  e  del  s  :o  spirito  d'ini- 
ziativa. Pure  i  suoi  venticinque  anni 
di  Pontificato  non  furono  senza  frutto 
per  l'Italia  se  contribuirono  a  sfatar 
la  leggenda  d'un  Papa  prigioniero  ed 
oppresso,  se  persuasero  i  più  restii 
che  mai  il  capo  del  cattolicesimo 
esercitò  con  maggior  libertà  il  suo 
ministero,  se  i  pellegrinaggi  non  fu- 
rono mai  più  frequenti,  più  nume- 
rosi, più  rispettati,  né  mai  fu  cinto 
di  maggiore  ossequio  il  carcere  vo- 
lontario del  Vaticano.  Leone  XIII 
non  rinunciò,  e  il  suo  successore  non 
rinuncerà,  al    potere    temporale,  ma 


Il  seguente  giudizio,  stam- 
pato dal  giornale  //  l 'eneto, 
è  dovuto  al  nostro  grande 
filosofo  positivista,  Roberto 
Ardigò  ; 

«  Umanista  forbito,  se  pure 
di  valore  non  più  che  mode- 
sto; vita  operosa,  se  pure 
senza  geste  di  insolito  splen- 
dore ;  esempio  bello  di  con- 
tegno misurato;  molto  nobil- 
mente sedette  da  tanti  anni 
a  capo  della  Chiesa.  Se 
l'aureola  della  posizione  di 
Vicario  di  Cristo  di  quel- 
l'Uomo buono  lo  rende  ado- 
rabile ai  fedeli,  ne  ha  gua- 

^dagnato  il  rispetto  anche  dei 

non  credenti  la  dignità  non  mai  smen- 
tita nel  disimpegno  del  difficile  e 
gelosissimo  ufficio  affidatogli. 

«  Con  lui,  nell'assetto  della  Chiesa, 
tanto  accortamente  lungo  i  secoli  sta- 
bilito, non  si  azzardarono  iniziative 
inconsulte  e  turbatrici  ;  e,  se  di  queste 
il  merito  ha  da  essere  attribuito  so- 
prattutto alle  tanto  avvedute  tradizio- 
nalità  regolatrici  della  Curia  romana, 
è  da  farne  lode  anche  a  lui,  che  non 
si  può  dire  che  non  le  secondasse. 
«  E  cosi  con  lui  la  Chiesa,  questo 
prodotto  imponentissimo  di  tanti  se- 
coli di  operosità  maravigliosa,  si  man- 
tenne ancora  ben  salda,  malgrado  il 
contrasto  formidabile  della  modernità  ; 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


m\ 


pure  essendo  evidente  che  è  finita  l'èra 
delle  nuove  conquiste,  ed  è  già  da 
tempo  incominciata  quella  della  pura 
difesa,  combattuta  si  ancora  podero- 
samente, ma  perdendo  terreno  sem- 
pre ;  e  di  fuori,  di  fronte  al  prevalere 
della  scienza  e  del  potere  civile  ;  e 
di  dentro,  coli' infiltrarsi  nello  stesso 
clero,  almeno  in  qualche  parte  del 
mondo  cattolico,  insidiose  tendenze 
ammodernatrici,  e  col  rilassarsi  in 
basso  per  ogni  dove  delle  credenze 
e  delle  osservanze  ». 


Il  Paese  di  Perugia  pubblicò  i  se- 
guenti versi  latini,  che  si  credono 
dettati  dal  Papa  a  monsignor  Angeli 
nella  notte  insonne  fra  la  domenica 
5  e  il  lunedi  6  luglio.  I  versi  hanno 
per  titolo:  Nocttirna  ingeminiscentis 
animai'  medita tio. 

Fatalis  ruit  bora.  Leo,  jam  tempus  abire  est 
Pro  meritis  que  viam  carpare  perpetuam. 

Quse  te  sors  maneat  ?  Caelum  sperare  jubebant, 
Largus  contulerat  quae  libi  dona  Deus. 

At  summas  claves  immenso  pondera  munus, 
Tot  libi  gestum  annos  hs;c  meditare  ge- 

[mens. 

Qui  namque  in  populis  excelso  prestai  honore, 
Hei  !  misero  pasnas  acrius  inde  luet. 

Htec  inter  trepido  dulcis  succurrit  imago. 

Dulcior  atque  animo  vox  sonat  alloquii. 

[racti, 

Quid  te  tanta  premit  formido?  .^vique  pe- 

Quid  seriem  repetens  tristia  corde  foves' 

[roganti. 

Christus  adest    miserens    humili    veniamque 

Erratum  ah  !   fides  eluet  omne  tibi. 

Ed  eccone  la  traduzione  di  Ettore 
Ricci  che  diede  lo  stesso  Paese: 

L'anima  che  geme  -  Meditazione  not- 
turna. 

L'ora   fatai  s'appressa;  ecco  è  già  ora, 
Leon,   che  lasci  la  terrena  stanza. 
Lieto  movendo  all'eternai  dimora. 

Ma  qual  sorte  t'aspetta  ?  Ahi  !  di  speranza 
Gli  occhi  lucenti  al  cielo  un  giorno  alzavi. 
Per  tanti  doni  ond'avea  il  cor  fidanza. 

Al  grave  peso  delle  somme  chiavi, 

Da  molt'anni    sofferto,  or  pensa  e  gemi. 
Che  l'alto  ufficio  l'alma  tua  non  gravi. 

Chi  più  s'onora,  più  convien  che  tremi. 
Misero,  allor  che  il  giudice  severo 
Gli  sta  dinanzi  ne'  momenti  estremi. 


Ma  lo  smarrito  cor,  dolce  un  pensiero 
A  consolar  mi  viene;  odo  un  accento 
Cosi  gentil,  ch'io  prendo  lena  e  spero. 

—  Perchè,   dice,  perchè  tanto  spavento 
Col  membrar  de'   passati  anni  t'accora, 
Perchè  l'animo  tuo  vive  in  tormento  ? 

Gesù  pietoso  a  chi  perdono  implora. 
Benignamente  a  te  volge  la  faccia, 
D'ogni  colpa  ti  monda;  ecco  è  già    l'ora 

Dell'amplesso  di  Dio:  schiudi  le  braccia!  — 


Papi  poeti  ve  ne  furono  parecchi. 
Incominciando  dallo  spagnuolo  Da- 
maso  autore  d'inni  ai  santi  (366-384), 
passando  per  gl'inni  cosi  caratteri- 
stici di  Gregorio  Magno  (590-604), 
ricordando  le  odi  sacre  di  Innocen- 
zo III,  gli  scritti  di  Enea  Silvio  Pic- 
colomini,  di  Matteo  Barberini  (Urba- 
no Vili),  di  Fabio  Chigi  (Aless.  VII), 
si  trova  che  parecchi  furono  i  papi 
i  quali  indulsero  alle  compiacenze 
poetiche. 

Gioacchino  Pecci  fu  chiamato  nel 
1832  a  far  parte  degli  accademici  ar- 
cadici a  22  anni  e  si  chiamò  Nean- 
dro  Eracleo.  Egli  aveva  cantato  una 
sua  malattia  in  una  elegia  un  po'  sco- 
la.stica.  Durante  tutta  la  vita  egli  si 
ricordò  di  essere  accademico  arcadico. 
Ecco  come  giudica  Leone  XIII 
poeta,  nel  Resto  del  Carlitio,  il  nostro 
collaboratore  Giuseppe   Lipparini  : 

«  In  fondo,  egli  è  stato,  in  buon 
senso,  un  dilettante  :  un  uomo  colto 
ed  erudito,  conoscitore  profondo  dei 
suoi  classici,  cresciuto  fra  il  latino 
di  Cicerone  e  quello  di  Tommaso, 
amante  dei  bei  versi  torniti,  ricchi 
di  reminiscenze,  scritti  non  per  va- 
nagloria o  per  guadagno,  ma  per 
proprio  compiacimento.  Anche  que- 
sto giova  ad  ornare  la  poesia  di  Leo- 
ne XI 11  con  quella  aurea  mediocritas 
che  Orazio  predicò  e  che  i  moderni 
fingono  di  aver  dimenticato.  Oraziano 
egli  è  senza  dubbio,  anche  quando 
tratta  argoment;  sacri.  Anzi  i  suoi 
inni  e  le  sue  elegie  sono  scevri  di 
quella  unzione  che  rende  in  generale 
poco  piacevoli  le  scritture  degli  ec- 
clesiastici... 

«  Le  poesie  di  Leone  XIII  che  noi 
conosciamo  sono  poco  più  di  cin- 
quanta. Molte  egli  deve  averne  scritte 
per  qualche  letizia  o  tristezza  di  amici, 
senza   ritenerle    degne   di   essere  co- 


Mi 

nosciute  da  tutti.  Questo  scrupolo  è 
senza  dubbio  degno  di  lode  ;  ma  forse 
un  giorno  noi  potremo  leggere  molte 
cose  di  lui,  che  oraci  restano  ignote. 
«  Alcune  delle  poesie  latine  del  de- 
funto Pontefice  sono  d'indole  intima, 
altre'  sono  elogi  di  virtuosi  uomini 
estinti.  Non  ha  gran  varietà  di  sog- 
getti, essendogli  precluso  l'argomento 
più   umano,   l'amore.    Delle    passioni 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


«  Anche  la  natura  esteriore  ha  poco 
eccitato  la  fantasia  del  pontefice  poeta. 
I  suoi  epiteti  e  le  sue  descrizioni  so- 
no comuni,  e,  comunque,  non  hanno 
alcuna  importanza  nel  componimento. 
Solo  in  due  delle  sue  poesie  palpita 
e  vive  un  sentimento  fresco  e  agile 
della  natura  :  cioè  in  quelle  che  egli 
dedicò  in  vari  tempi  alla  fonte  pub- 
lilica  della  nativa  Carpineto.  Qui,  ri- 


camerà del  letto  ove  morì  Leone  XIII. 


si  ricorda  qualche  momento  per  con- 
dannarle nei  loro  effetti.  I.a  sua  poe- 
sia è  quasi  sempre  tranquilla  e  anche 
piacevole,  anche  quando  nel  Carine 
secolare  del  1900  egli  cerca  di  tuo- 
nare contro  la  nuova  Italia  e  la  cor- 
ruzione dei  tempi.  Dico  cerca,  perchè 
la  sua  non  era  poesia  da  fulmini.  Mi- 
gliore egli  è  nel  genere  famigliare, 
dove  l'anima  sua  si  mostra  pura  e  in- 
tera, un  po'  semplice,  molto  onesta, 
amante  dello  scherzo  decoroso,  ricca 
di  filosofìa  e  di  dottrina.  Quel  sor- 
rìso parco  che  noi  vediamo  nei  suoi 
ritratti  è  anche  in  queste  poesie,  sotto 
la  cui  tranquillità  si  nasconde  spesso 
una  lieve  e  innocente  malizia. 


cordata" anche  da  1  n  emistichio  eguale, 
canta  e  brilla  veramente  la  fonte  Ban- 
dusia  di  Orazio,  con  una  compostezza 
che  qua  e  là  mi  par  degna  della  An- 
tologia. 

«  Leone  XIII  none  .'tato  un  grande 
poeta;  ma  la  sua  poesia  è  grande- 
mente significativa  per  la  natura  e 
l'attività  dell'  uomo  che  l'ha  creata 
in  quelle  ore  in  cui  aleggiava  in  lui 
lo  spirito  pagano  delle  Muse.  Questa 
attività  poetica,  che  ai  più  sembra 
affatto  trascurabile,  sarà  uno  dei  ti- 
toli di  gloria  del  longevo  pontefice  ; 
non  tanto  per  il  suo  valore  intrin.seco, 
quanto  per  il  suo  significato.  In  altre 
parole,  Leone  XIII   ha  mostrato  con 


Una  Processione  solenne  in  San  Pietro. 


524 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


ciò  di  essere  un  tenace  e  convinto  se- 
guace della  nostra  gloriosa  tradizione 
latina  Benché  nemico  acer- 
rimo dell'Italia  e  del  suo 
odierno  ordinamento,  egli 
ha  mostrato  di  intendere  la 
necessità  della  tradizione  e 
della  cultura  classica  del 
nostro  paese.  Poco  vale  se 
alle  voci  della  vita  moderna 
egli  è  rimasto  sordo,  o  le 
ha  accolte  con  vane  querele. 
Egli  era  troppo  in  alto,  ed 
esse  non  potevano  giungere 
fino  a  lui. 

«  Quando   ha   cantato    la 
fotografia  e   i  suoi  prodigi,       ^," 
egli  ha  parlato  con  la  voce       '3ÈL' 
e   con   r  anima   di    un  fan- 
ciullo   meravigliato.    Uomo        11  '  ""i 
moderno  non  poteva  essere 
e    non    fu.    Ma,    quale    che 
sia  il  giudizio  da  portarsi    su  la  sua 
vita  e  la  sua  opera  di  pontefice,  con- 
verrà   sempre    riconoscere   in  lui   un 
uomo  amante  della  cultura,  delie  let- 
tere e  delle  arti,    un   uomo   che  pur 
nella  sua  altezza   ascetica  aveva  sen- 
tito e  provata    quella   che  per  noi  è 
la  più  viva  e  urgente    necessità  :    la 
conservazione  e  l'esaltazione  della  no- 
stra grande  tradizione  italica  elatina». 

Ed  ora  alcuni  versi.  Il  pontefice 
poeta  ne  domandava,  e  questi  non 
sono  i  primi  né  gli  ultimi.  Li  pub- 
blicò la  Stampa  e  sono  di  Francesco 
Pastonchi.  Si  intitolano  Lumen  in 
coelo:  fra  alcune  strofe  che  direnmio 
di  circostanza,  perciò  freddine,  ne 
troviamo  a  scegliere  alcune  dotate 
di  una  gran  nitidezza  di  pensiero  e 
di   forma  ; 

Uomo,   giungesti.   Come  il  più  mendico 
Giungesti  fra  le  tue  porpore  al  varco 
Ugual   d'ombra  o  di  luce.    O   prigioniero 
Meraviglioso,  cui  neppur  la   Morte 
Apre  le   porte  della  sua  prigione, 
Sei  libero  :   sei  vinto,  o   vincitore. 
E  un    altro  già  con  passo  cauto   avanza 
Presso   il   trono  e  già  vede  la  tiara 
Splender  nel  gesto  che  glie  la   imporrà. 

Troppo   grave  al   tuo  capo  era,  o  Vegliardo, 
Di  gemme  carca   e  più  d'ansie,  fulgore 
Impassibile  cinto  di  tempeste; 
Se   lasciarla  or  nel   turbine   fu   triste 
Per  l'anima,   fu  lieve  per  la  carne. 
Degno   è  che  tu  riposi.  O   ardente    figlio 
Del  Lazio,  aspro  signor  di   Benevento! 
Perugino  arcivescovo,   riposa 
Nella    pontificai  serenità. 


Il  poeta  ricorda  una   sua    visita  a 
Roma.    Qui,    nella    superba    cornice 


Il    Lia  il  iLcijno  d'Italia  e  il  Vaticano 
con  le  rispettive  sentinelle. 

secolare,  lo  spettacolo  di  .San  Pietro 

l'aveva  tentato: 

Atteso  avea  poi,  molta  ora,  tra  premersi 
Di  genti  smaniose  l'infinito 
Lento  corteo:   cotte  cappucci   stole 
Mantelli    pizzi  ori  ermellini  porpore... 

0  tedio...  uomini  sempre  ..  uomini  sempre! 
Cupidi  alacri  scaltri  imperiosi, 
.\nelanti  di  giungere,   frementi 

Di   conquista  percossi   da  desii 
Terrestri,  arsi  da  umane  avidità. 

Un  urlo  alfine  prorotto  da  petti 

Gonfi  d'ansia,  uno  squillo    d'argentine 
Paradisiache  trombe,  e  in  alto...   in  alto... 
Sulle  teste  protese,   fra  il  candore 
Dei  flabelli  ondeggianti...  un  cereo  scarno 
Volto  trasumanato;   già  straniero 
.\  tutti,  già  recesso  in  una  pura 
Lontananza,  già  fiso  oltre   la  vita 
K\  suo  sogno  d'eterna  verità. 

Eri  tu  dunque  l'Unico,  il  monarca 
Universo,   il  signor  d'innumeri    anime 
Che  pregano  che  sperano  che  credono  ; 
Quegli  che  nelle  sue  stanze  raguna 

1  tesori  del    mondo  e  non  li    gode  ; 
Quegli  cui  sono  offerti  tutti   i   doni 
E  non   li  tocca  di  sue   mani   gracili  ; 
Quegli  cui  traggon  pellegrine    genti 
D'ogni  lido;   egli  solo  attende  e  sta. 

Ma  insieme  eri  colui  che  più  non  varca 
Le  soglie  del  suo  carcere,   non  vede 
Smagliare  il  sol  dai  monti  o  imporporarsi 
A  fior  del  mare   e  questa  itala  terra 
Non  può  mirar  sotto   diversi  cieli 
Sempre  divina  ;  eri  colui   che  nulla 
Possiede  fuor  che  un  tenero    desio, 
E  senza  riveder  la  sua  natale 
Casa  fra  estranea  gente    morirà. 

E  ora,  per  finire.  Chi  ha  detto  che 
in  Italia  tutto  finisce  con  una  canzo- 


TRA    LIBRI   E    RIVISTE 


525 


netta  ?  Ingenuo  !  Tutto  finisce  invece 
con  una  giuocata  al  lotto.  Ecco  i 
numeri  del   Papa  : 

4,  l'ora  della  morte  -  9,  i  noven- 
diali -  70,  l'imbalsamazione  -  68,  l'età 
della  sua  elezione  -  84,  il  numero  che 
corrisponde  a  Leone...  ecc.  ecc. 

Neanche  uno  è  uscito...  cioè,  no, 
il  4,   all'estrazione  di  Roma. 

E  a  chi  si  stupisce  di  questa  mia 
impreveduta  scienza  cabalistica,  ri- 
sponderò che  ho  tolto  di  peso  la 
notizia  da  uno  dei  più  autorevoli 
giornali  francesi  che  non  trascura, 
scrivendo  dell'Italia,  le  note  più  ca- 
ratteristiche... 


Whistler. 


Chi  dei  nostri  pittori  non  conosce 
il  celebre  ritrattista  che  ebbe  tanta 
influenza  sui  ritrattisti  di  tutti  i  paesi 
e  comincia  ad  averne  non  poca  fra  i 
giovani  italiani  ?  Molti  ne  conoscono 
altresì  le  sembianze  bizzarre  nel  ri- 
tratto (o  nelle  riproduzioni)  che  Bol- 
dini  espose  a  Parigi. 

Col  Whistler  scompare  una  delle 
personalità  rarissime  in  questa  età 
mediocre.  Le  sue  satire,  le  sue  ori- 
ginalità e  stranezze  meravigliarono, 
irritarono  i  critici  e  gli  crearono  presso 
gli  artisti  ed  il  pubblico  una  fama  di 
poseur  non  del  tutto  infondata  :  egli 
era  senza  dubbio  sincero,  ma  la  pro- 
vocazione altrui  lo  spingeva  oltre  i 
limiti. 

James  Abbot  Mac-Neil  Whistler  era 
nato  nel  1834  a  Lowell,  nel  Massa- 
chussetts;  suo  padre  era  del  Sud,  in- 
gegnere; sua  madre  irlandese.  Passò 
l'infanzia  a  Pietroburgo,  poi  entrò 
nell'Accademia  mi  itaredi  West  Point. 
Ma  Parigi  e  la  vita  bohhnienne  degli 
artisti  lo  affascinarono,  e  nel  1S59  si 
diede  alla  pittura,  rimanendo  due 
anni  nello  studio  di  Gleyre.  Suoi 
condiscepoli  erano  Degas,  Bracque- 
mond,   Fantin-Latour. 

Incominciò  con  schizzi  ed  acque- 
forti.  Nel  1880  espose  venticinque 
superbi  schizzi,  all'acquaforte,  di  Ve- 
nezia, e  già  i  suoi  French  Set  ave- 
vano avuto  successo.  S\V Academy 
espose  il  suo  primo  quadro.  Al  pia- 
noforte. Nel  '61  si  stabilì  a  Chelsea, 
sobborgo  di    Londra    celebre   per   il 


soggiorno  di  molti  letterati  ed  artisti, 
e  vi  esegui  molti  disegni  del  Tamigi. 

Nel  1863  la  sua  celebre  The  Little 
White  Girl  fu  rifiutata  al  Salon  ed 
esposta  ai  Refusés,  ove  sollevò  molte 
discussioni. 

Fu  nel  1872  ch'egli  espose  il  suo 
primo  A  rrangeine?it  in  Blackand  Grey, 
armonia  di  co'ori,  -  e  verso  lo  stesso 
tempo  il  suo  meraviglioso  ritratto 
della  madre  'che  è  ora  una  perla  del 
Museo  del  Lussemburgo  a  Parigi)  in- 
contrava molte  opposizioni  all'  Aca- 
demv.  Poi  un  Nocttirne  in  Black  and 
Gold,  che  rappresentava  un  incendio 
di  notte,  fu  messo  atrocemente  in  ri- 
dicolo da  Ruskin,  al  che  il  Whistler 
si  ribellò  e  chiese  i  danni. 

Al  magistrato  che  gli  domandava: 
—  Quanto  tempo  avete  impiegato  per 
questo  «  notturno?  »  -  egli  rispondeva: 

—  Un  giorno:  probabilmente  l'ho 
ritoccato  il  giorno  dopo... 

—  E  per  il  lavoro  d'un  giorno 
domandate  duecento  ghinee? 


Autoritratto  giovanile  di  Whistler. 

—  No  -  rispose  Whistler.  -  Le  do- 
mando per  le  ricerche  di  tutta  la  mia 
vita.  (/  ask  it  far  the  knowledge  of  a 
lifetimc  ^ . 

Che  maraviglia  ch'egli  fosse  acer- 
bissimo contro  i  critici  e  il  pubblico  ? 
Non  soltanto  nel  suo  linguaggio  mor- 
dente ch'egli  sciorinava  con  una  com- 
postezza e  freddezza  del  tutto  ame- 
ricane, ma  anche  cogli  scritti  li 
perseguitò  a  morte.  Così  fece  in  The 
Gentle  Art  of  Making  Enemies   (La 


526 

gentile  arte  -di  farsi  dei  nemici)  e 
nella  serie  di  conferenze  ch'egli  tenne 
nel  suo  studio  e  pubblicò  sotto  il 
titolo:  Ten  o'clock  Lecitires  nel  1885. 
i/JA  Parigi,  a  Venezia  egli  fu  più 
apprezzato  che  non  in  Inghilterra,  ed 
egli  se  ne  vantava.  A  Londra  egli 
non  esponeva  più,  se  non  in  mostre 
particolari,  e  ultimamente  un'esposi- 


TRA    LIBKI    E    lìlVISTE 


zione  la  Princesse  du  Pars  de  la  Por- 
celaine  di  Whistler.  Il  ritratto  di  sua 
madre  è  a  Parigi,  quello  di  Carlyle  a 
Glasgow,   bellissimi  entrambi. 

La  gentil  arte  di  farsi  dn  nemici 
gli  riusci:  ma  la  morte  li  fa  tacere, 
ed  egli  avrà  la  ricompensa  delle  lotte 
che  seppe  sostenere  con  spirito  e 
pertinacia. 


"VVhistlor  laetissiiiins.  di  Mnrtimer  Monpes  (dal  Cri/if). 


zione  International  Art  Society' s  Exhi- 
bition,  che  aveva  le  adesioni  altresì 
di  parecchi  artisti  italiani,  lo  aveva 
eletto  presidente.  Due  anni  fa  chi 
scrive  vide  in  una  di  queste  esposi- 
zioni alcuni  dei  suoi  piccoli  quadri, 
armonie  di  colori,  arrangements,  ac- 
canto a  disegni  di  Segantini,  gessi 
di  Troubetzkoy,  quadri  di  Fragia- 
como,   Soldini,  ecc. 

Egli  era  membro  della  Legion  di 
onore,  della  Société  des  Artistes  Fran- 
(jais,  dell'Accademia  di  S  Luca,  ecc. 
Ma  nei  Musei  di  Londra  non  ha  nes- 
sun quadro.  Ancora  questa  prima- 
vera gli  Accademici  comprarono  per 
il  legato  Chantrey  parecchie  cose 
mediocri,    mentre  era  a  loro  disposi- 


I  giovani  pittori  vivevano  a  Pa- 
rigi, quando  egli  giunse,  in  tutt'altra 
atmosfera  che  la  presente.  Non  vi 
è.  oggi,  alcun  principiante  che  non 
si  preoccupi  di  far  tra.secolare  il  pub- 
blico col  primo  quadro  esposto.  Nel 
1860  gli  allievi  non  esponevano  che 
col  permesso  del  loro  maestro  e  non 
mostravano  che  opere  meditate,  nelle 
quali  il  mestiere  era  d'una  sorpren- 
dente sicurezza.  Questa  forte  educa- 
zione permise  a  Whistler,  in  seguito, 
di  abbandonarsi  a  tutte  le  fantasie 
della  sua  capricciosa  originalità. 

Dopo  aver,  particolarmente  col  ri- 
tratto di  sua  madre,  dato  prova  di 
doti  d'analisi,  d'  osservazione  e  di 
esecuzione  ,    saviamente    coordinati . 


TRA    LIBRI   E    RIVISTE 


;eg!i  potè,  senza  nulla  affidare  al  caso, 
gettare  le  impressioni  più  ardite  sulla 
tela.  Nelle  interpretazioni  della  na- 
tura o  della  persona  umana  apparen- 


527 

che  la  personalità  morale,  e  questa 
personalità  morale,  pc  hii,  si  affer 
mava  insieme  nel'o  sguardo  e  nella 
posa  o  nel  gesto  famigliale.  Egli  anne- 


Whistler  mnlliplex,  pagina  di  schizzi  di  Mortimer  Menpes. 


temente  le  più  vaghe  e  le  più  fanta- 
stiche, l'essenziale  si  leggeva  sempre. 

Whistler  fu  un  amante  appassio- 
nato del   colore. 

Ciò  ch'egli  cercava  di  rendere  in 
una  fisionomia,  era  meno  il  tipo  fisico 


gava  dunque  ostinatamente  nell'om- 
bra, come  fastidioso,  tutto  ciò  che 
costituisce  per  tanti  pittori  l'essen- 
ziale, vale  a  dire  la  rassomiglianza 
fotografica,  e  non  metteva  in  evi- 
denza che  il  resto. 


528 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


Ma  in  tutto  ciò  ch'egli  vedeva, 
paesaggio  o  figura,  l'impressione  co- 
lorata era  la  più  forte,  ed  era  quella 
che  egli  cercava  di  rendere 
con  la  più  ingegnosa  sotti- 
gliezza. Onde,  nella  lista  delle 
sue  opere,  lei  titoli  come  questi: 
Ritratto  di  donna-  Arrangement 
in  block  -  Armonia  in  grigio  e 
fiero  -  Verde  e  violetto  -  Nero 
e  oro  -  Notturno  grigio  ed  oro 
{La  neve  a  Ckelsea)  -  Grigio  e 
verde  (L'  Oceano)  -  Uosa  e  rosso 
[Il  tulipano)  -  Bleu  e  oro  (San 
A/arco  di  l 'entzia)  -  Bleu  e  ar- 
gento (Bugìior).  Egli  narrava 
così  le  preoccupazioni  alle  quali 
aveva  obbedito  eseguendo  le 
sue  tele,  ed  egli  aveva  il  diritto 
di  attirar  l'attenzione  su  esse, 
giacché  mai  armonie  più  soavi 
hanno  rapito  occhi  moderni. 

Fra  i  ritratti  che  hanno  con- 
tribuito alla  sua  gloria,  quello 
di  Carlyle,  del  violinista  Sara- 
sate,  e  quello  di  sua  madre, 
sono  fra  i  più  perfetti  di  W'hist- 
ler.  Quanto  ai  suoi  altri  lavori, 
uno  di  quelli  che  hanno  più 
attratto  su  lui  l'attenzione,  oltre 
Manica,  dal  giorno  in  cui, 
stanco  della  Francia,  si  fissò 
a  Londra,  fu  la  decorazione, 
con  Burne-Jones,  d'un  palaz- 
zetto  privato  ove  esegui  la  sua 
famosa  Camera  del  Pavone  su 
un  tema  unico  dall'uccello  di 
Giunone. 


L'anno  scorso  l'elegante  Critic  di 
New  York  dedicò  un  numero  al  Whist- 
ler,    nel    quale    il    pittore    Mortimer 


WhistliT  -  Caricatura  dì  Ernest  HaskeU. 


Un  aneddoto  eh'  egli  ripeteva  vo- 
lentieri era  questo: 

L^n  mattino  egli  aveva  invitato  a 
colazione  la  duchessa  di  Westminster 
ed  un  signore,  due  delle  più  consi- 
derevoli fortune  dell'Inghilterra.  Un 
momento  prima  gli  si  era  intimato  un 
sequestro,  ed  egli  ebbe  la  bizzarria 
di  far  sedere  a  colazione  i  due  signori 
ch'erano  venuti  per  eseguirlo.  Ai  due 
milionari  non  venne  neanche  in  mente 
che  nello  studio  suo  c'era  di  che 
pagare  dieci  volte  i  suoi  debiti,  se 
essi  avessero  voluto.  Ed  egli  aggiun- 
geva nel  suo  linguaggio  piuttosto 
salato  che  ciò  era  naturalissimo,  per- 
chè chi  è  ben  pasciuto  non  può  affatto 
accorgersi  clie  altri  abbia  un  ventre 
che  abbaia... 


Menpes  si  sbizzarriva  a  ritrarre  il 
Maestro  in  tutte  le  variazioni  -  laetus, 
affabilis,  arrogans.  duplex,  multiplex , 
cogitans,  divisus,  tactissiniiis  :  è  uno 
svolgimento  sinfonico  che  dovette  es- 
sere caro  ad  un  pittore  musicale.  Ne 
offriamo  due  pagine,  certi  di  far  cosa 
grata  ai   nostri  lettori. 

«  Trionfi  di  donna  ». 

Alfredo  Fanzini  è  un  umorista,  cosa 
rara  in  Italia.  Si  cade  generalmente 
in  equivoco  rispetto  all'umorismo. 
Prender  le  cose  e  gli  uomini  in  gioco 
e  farne  la  caricatura  puramente  este- 
riore non  è  affatto  umorismo,  sebbene 
cos'i  molti  l'intendano.  L'umorista 
dev'essere  uno  psicologo  e  per  ac- 
corgersi rapidamente  e  nettamente  di 
chi  va  fuor  d'equilibrio  è  necessario 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


529 


avere  perfetto  il  senso  dell'equilibrio: 
è  d'uopo  essere  sufficientemente  stac- 
cati dagli  altri  uomini  per  potere  os- 
servarli quasi  fossero  continuamente 
nuovi  e  stupefacenti  -  e  sentirsi  ad  essi 
talmente  solidali  da  essere  penetrati 
d'indulgenza  e  di  tenerezza.  L'umo- 
rista è  un  contemplativo  che  si  stu- 
pisce e  s'intenerisce. 

Ho  detto  cosa  rara  in  Italia.  Tanto 
rara  che  i  pochi  che  abbiamo  se  ne 
accorgono  troppo  e  finiscono  con  dirlo 
anche:  «  Badate  che  io  sono  un  umo- 
rista »;  il  che  basta  perchè  cessino 
di  esser  tali. 

Alfredo  Fanzini,  per  esempio,  se  ne 
accorge  qualche  volta,  ma  rarissima- 
mente. Quando  se  n'  accorge  ejli 
dice  a  se  stesso:  «  lo  devo  trovar  in- 
congrue quasi  tutte  le  cose»;  e  da- 
vanti a  qualche  cosa  determinata  in 
cui  non  è  luogo  di  far  ridere,  egli 
si  sforza  un  pochino  -  per  esempio, 
davanti  alla  miseria,  alla  miseria  che 
si  organizza  per  diventare  meno  mi- 
seria... Dirò  meglio,  così  faceva  qual- 
che volta.  Ora  non  fa  più  cosi.  Il 
suo  ingegno  matura,  il  suo  umorismo 
acquista  in  profondità,  in  acutezza, 
in  simpatia,  in  omogenei/a.  Non  gli 
accade  piti,  per  esempio,  di  ridere  su 
cose  e  su  idee  di  cui  ieri  aveva  pianto: 
ha  compreso  che  è  necessario,  spe- 
cialmente per  un  umorista,  del  quale 
il  buon  lettore  non  sa  talvolta  se  egli 
scherzi  o  faccia  sul  serio,  posare  sui 
capisaldi,  sulle  basi,  e  precisamente  su 
queste,  quel  filo  a  piombo,  che  indi- 
cavo come  senso  dell'equilibrio. 

Questa  mezza  serqua  di  novelle  è 
comparsa  in  parte  su  riviste  sotto 
altri  nomi.  Ma  il  Fanzini  è  uno  di 
quegli  .scrittori  che  non  perdono  nel 
venir  riletti,  al  contrario.  Feresempio, 
io  ho  salutato  con  piacere  La  poma 
d'airone.  la  simpatica  studentessa, 
«  [iresa  in  giro  »  dapprima  da  un  fior 
di  gievine  farabutto  e  poi  consolatrice 
d'un  povero  diavolo  di  «  ribelle  >> 
-  nessun  più  povero  diavolo  dei  ri- 
belli !  -  che  non  aspetta  se  non  un 
bacio  e  una  lagrima  di  donna  per 
dei^orre  tutto  l'odio  accumulato  in 
una  tormentata  infanzia  contro  la  so- 
cietà. Ho  battuto  le  mani  a  Nadina 
che,  tratta  da  una  milionaria,  come 
istitutrice,  in  tutti  gli  splendori  e  i 
pericoli  della  disorientata  vita  cosmo- 
polita, si  riprende  alla   fine  quando, 

34 


dopo  aver  contemplato  la  propria 
meravigliosa  metamorfosi  in  una  toe- 
letta d'un  Worth  parigino,  le  cadono 
gli  occhi  a  un  tratto  sul  vecchio  ve- 
stito nero,  reietto,  buttato  in  un  an- 
golo del  tappeto,  con  grande  stupore 
della  sarta,  mentre  la  vecchia  padrona 
spiega  loro:  «  Fanciulla  italiana...,  tutte 
fanciulle  italiane  sono  cosi,  moltosen- 
timentali  !  » 

Che  spirito  indiavolato  nel  bozzetto 
Senape  inglese  o  senape  francesef  Me- 
rita la  spesa  di  seguire  il  commen- 
dator  Fabrizi,  egregio  magistrato,  il 
quale  depone  il  suo  memoriale  contro 
il  divorzio  in  una  buvette,  e  il  codice 
dal  barbiere  che  gli  ringiovanisce  la 
faccia,  e  dopo  tanti  sogni  di  libertà, 
si  ritrova  a  tavola  in  faccia  alla  mar- 
chesa consorte  che  lo  scruta  coU'oc- 
chialino,  mentre  la  cameriera  ripete 
la  fra.se  sacramentale:  «Senape...?» 

//  trionfo  della  morale  è  riboccante 
d'una  satira  continua  cosi  ben  soste- 
nuta contro  quel  professor  Gaudenzi, 
-  grande  compilatore  di  antologie,  di 
chiose  leopardiane,  foscoliane,  alfie- 
riane,  e  perciò  commendatore,  deco- 
rato, stipendiato,  eletto  nelle  com- 
missioni, accetto  al  ministro  della  F.  I. 
e  cosi  ben  aiutato  e  sostenuto  dalla 
moglie  sua  e  dalle  colonnine  dei  suoi 
figliuoli,  -  che  voi  sorridete  alla  insi- 
nuazione d'un  ingenuo  sulla  integrità 
del  coniugio,  e  fate  largo,  come  sem- 
pre, alla  bella  famiglia  dell'autore- 
vole uomo,  simbolo  della  società. 

Ma  il  capolavoro  è  //  trionfo  di  Puc- 
cin,  il  trionfo  della  bimba  che  viene 
terza  in  famiglia  e  si  manda  lontano 
a  balia;  cosi  deliziosa  quella  Puccìh. 
come  la  vita  che  nasce,  la  vita  che 
fiorisce,  la  vita  che  conquide.  E  di 
questa,  simpatiche  lettrici,  non  vi 
dico  nulla  :  è  proprio  necessario  che 
ricorriate  al  bel  libro  di  Alfredo  Fan- 
zini,  presso  la  Poligrafica,   Milano. 

Movimento  antialcoolista. 

Il  Rene  Sociale  k  un  modesto  foglio 
mensile  che  esce  a  F"irenze  omai  da 
cinque  anni,  come  organo  della  Lega 
Italiana  antialcoolista.  Questa  Lega, 
purtroppo  ignorata  dai  più,  si  pro- 
pone di  combattere  l'alcoolismo  e  di 
fare  il  possibile  per  impedirne  la  dif- 
fusione, servendosi  di    tutti    i    mezzi 

Voi.  evi,  Serie  IV  -  1"  .agosto  1903. 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


530 

legali  che  sono  in  suo  potere  -  pro- 
paganda individuale  dei  soci,  pubbli- 
cazioni, conferenze,  petizioni,  ecc.  - 
Non  ha  carattere  religioso  o  politico: 
ogni  persona  che  abbia  compiuto  i6 
anni  ne  può  far  parte.  Si  compone 
di  soci  eflettivi,  i  quali  si  astengono 
completamente  da  ogni  bevanda  al- 
coolica;  di  soci  aderenti,  \  quali,  astemi 
di  bevande  alcooliche  ottenute  dalla 
distillazione,  non  bevono  vino  o  birra 
che  ai  soli  pasti,  e  sempre  colla  mas- 
sima moderazione.  Ogni  socio  s'im- 
pegna di  propagare  secondo  le  sue 
forze  i  principi  della  Lega.  Tre  per- 
sone al  minimo  possono  costituire 
una  sezione  locale  della  Lega,  che 
ha  la  sua  sede  centrale  a  Firenze,  via 
Manzoni,    13. 

In  questi  giorni,  informa  l'ultimo 
numero  del  Be>ie  Sociale,  una  sezione 
importante  s'è  costituita  a  Brescia. 
Altre  son  state  fondate  a  N'enezia,  a 
Bergamo  e  in  città  minori  dell'  Alta 
Italia  e  centrale.  Pare  dunque  che 
anche  nel  nostro  paese  vada  insinuan- 
dosi con  propositi  effettivi  l'idea  della 
propaganda  contro  uno  dei  flabelli 
massimi  della  umanità.  Noi  vorremmo 
poter  registrare  qui  dei  risultati  con- 
solanti. La  tenacia  del  piccolo  gruppo 
d'apostoli  di  Firenze,  cui  hanno  ade- 
rito scienziati  come  Lombroso,  Man- 
tegazza.  Marre,  Barduzzi,  Zerboglio, 
è  frattanto  ammirevole.  Il  loro  piccolo 
giornale  merita  d'esser  sostenuto  da 
quanti  approvano  il  principio  ispira- 
tore. L'abbonamento  è  d'una  lira  ; 
perquattro  lire  se  ne  prendono  cinque, 
e  molte  signore ,  molti  professori 
hanno,  sappiamo,  adottato  l'uso  be- 
nefico di  dispensare  il  foglio  alla 
gente  del  popolo  con  cui  hanno  rap- 
porti, ai  dipendenti,  agli  operai,  ai 
ragazzi  delle   scuole. 

Ecco  alcune  notizie  sul  movimento 
antialcoolista  internazionale  che  to- 
gliamo da!  numero  succitato  del  Bene 
Sociale  : 

Dall'S  al  10  giugno  ha  avuto  luogo 
a  Ginevra  il  6"  Congresso  dell"  As- 
sociazione internazionale  delle  donne 
astenie  (World's  Woman's  Christian 
Teniperance  Union).  Eran  presenti 
qualche  centinaio  di  delegati  venuti 
da  tutte  le  parti  del  mondo,  dall'A- 
merica, Australia  ,  Islanda  ecc  .  -  Le 
varie  relazioni  presentate  danno  un'i- 
dea della  grande   estensione   dell' L- 


nione  e  dell'attività  dei  suoi  membri. 
Sorta  in  America  circa  trenta  anni 
fa,  conta  ora,  solo  in  quella  contrada, 
più  di  300,000  soci  ed  esercita  una 
grande  influenza  sociale  e  politica. 
Alla  sua  iniziativa  e  perseveranza  si 
devono  importanti  misure  legislative, 
ed  in  particolare  l'insegnamento  an- 
tialcoolista in  tutte  le  scuole  degli 
Stati   L'niti. 

Oggigiorno  possiede  sezioni  in  59 
paesi  diversi,  ultima  fondata  è  quella 
delle  isole  Filippine.  L'Unione  non 
si  occupa  esclusivamente  di  antial- 
coolismo,  ma  pure  di  altre  opere  che 
vi  si  collegano,  quali  il  rilevamento 
della  pubblica  moralità,  riforme  .so- 
ciali, incoraggiamento  al  risparmio 
ed  alla  previdenza,  ecc. 

Quest'anno  vollero  .scegliere  per 
lor  luogo  di  convegno  una  città  del- 
l'Europa centrale  per  cercare  di  scuo- 
tere le  donne  del  vecchio  continente 
e  di  incitarle  alla  lotta  contro  l'al- 
cool -  questo  alcool  che  porta  la  di- 
scordia e  la  rovina  nelle  famiglie, 
di  cui  esse  sono  le  prime  vittime. 

Speriamo  che  possa  questo  con- 
gresso essere  fecondo  di  nobili  inizia- 
tive ;  certo  per  la  loro  attività,  perle 
loro  energie  queste  donne  sono  per 
noi  tutti  un  esempio  di  come  va  con- 
dotta la  lotta  contro    l'alcoolismo. 


L  n'  altro  Congresso  antiiilcoolista 
internazionale  s'è  tenuto  a  Brema, 
quest'  anno,  dal  14  al  17  aprile.  Queste 
grandi  rivmioni  internazionali  ove  sono 
discusse  e  dibattute  le  più  alte  que- 
stioni sia  d'ordine  tecnico  che  pratico, 
sono  ormai  diventate  un  bisogno,  una 
necessità  per  tutti  quelli  che  si  oc- 
cupano della  questione  antialcoolista. 
Il  Congresso  aveva  raccolto  1500  ade- 
sioni, successo  senza  precedenti,  e 
più  di  800  persone  hanno  assistito  a 
tutte  le  sedute  presiedute  dal  dottor 
Deibruck.  direttore  del  manicomio 
di  Brema.  11  Congresso,  solennemente 
aperto  dal  Ministro  dell'Interno  del- 
l'Impero, Conte  di  Pozadowski,  ha 
tenuto  le  sue  sedute  nei  vasti  e  splen- 
didi locali  della  Società  degli  Artisti. 
Il  Congres.so  ha  cominciato  i  suoi  la- 
vori con  una  discussione  generale 
sull'Alcoolismo,  sul  principio  dell'a- 
stinenza totale  e  sulla  moderazione, 
di.scussione  viva  e  ricca  di   incidenti 


TI!A    LIBRI    E    RIVISTE 


531 


a  cui  lianno  preso  parte  vari  cam- 
pioni della  lotta  antialcoolista,  ed  il- 
lustri scienziati.  -  I  rapporti  furono 
vari  ed  importantissimi  ;  ricorderemo 
qui  solo  la  relazione  del  Dr.  Legrain 
su  «  l'alcoolismo  e  la  tubercolosi  », 
il  lavoro  dei  prof.  Ploetz  e  Rudin  di 
Berlino  su  «l'Alcool  o  la  razza  »;  lo 
studio  del  prof.  Forel  su  «  l'uomo 
e  la  narcosi  ».  V'ari  problemi  di  pro- 
filassi sociale  furono  studiati;  il  pro- 
fessor Craner  trattò  delle  misure  legis- 
lative contro  i  bevitori  ;  il  Dr.  Frank 
parlò  del  trattamento  degli  alcoolisti 
dal  punto  di  vista  medico,  ecc.  La 
questione  dell'insegnamento  antialcoo- 
lista nella  scuola  fu  ampiamente  trat- 
tata dai  signori  Don  e  Wakely  e  dalla 
signora  Hunt. 


Aggiungiamo  qui  il  rendiconto  di 
una  iniziativa  svizzera  altamente  lo- 
devole. 

Il  Comitato  d'azione  della  Federa- 
zione astinente,  unitamente  alla  So- 
cietà degli  alienisti  svizzeri,  ha  appro- 
vato le  seguenti  tesi  sull'interdizione 
del  bevitore,  tesi  che  saranno  pre- 
sentate al  Consiglio  federale  ed  alle 
Commissioni  delle  Camere  incaricate 
di  riferire  sul  progetto  del  nuovo 
codice  civile  svizzero  : 

I.  Ogni  persona  colpita  d'alcoo- 
lismo  può  essere  interdetta. 

II.  Prima  di  procedere  all'interdi- 
zione l'autorità  tutelare  rivolgerà  un 
avvertimento  al  bevitore,  se  le  cir- 
costanze fanno  prevedere  che  tal  mi- 
sura po.ssa  essere  efficace.  .Se  1'  avver- 
timento rimane  senza  alcun  successo, 
l'autorità  tutelare  procederà  senz'altro 
all'interdizione. 

III.  Pronunciata  l'interdizione,  essa 
non  entra  in  vigore  se  l'interdetto 
consente  ad  entrare  in  una  speciale 
casa  di  salute  fino  alla  sua  guarigione. 

Se  ne  esce  guarito  cessa  l'interdi- 
zione. 

IV.  Invece  dell'interdizione  l'au- 
torità tutelare  può  pronunciare  la 
reclusione  obbligatoria  in  una  speciale 
casa  di  cura,  per  la  durata  di  6  a 
i8  mesi.  La  reclusione  obbligatoria 
non  diminuisce  la  capacità  civile  se 
non  nei  limiti  che  la  cura  stessa 
esige. 

V.  I  Cantoni  prenderanno  le  di- 
sposizioni  necessarie    per   assistere   i 


bevitori  indigenti,  entrati  in  una  casa 
di  cura  per  le  tesi  III  e  IV,  come 
pure  le   loro   famiglie. 

William  Ernest  Henley. 

È  morto  a  Londra,  ancora  in  buona 
età,  uno  scrittore  che  ebbe  grande 
influenza  sull'ultima  letteratura  in- 
glese. Aveva  cinquantaquattro  anni. 
Poeta,  critico  e  direttore  di  grandi 
riviste,  egli  ebbe  un  gran  posto  e 
difficilmente  sarà  surrogato. 

Aveva  cominciato  nel  i  S75,  collabo- 
rando in  periodici  londinesi.  Nel  1877 
fondò  il  London  :  piti  tardi  diventò 
editore  del  Magazinc  oj  Art  ;  dal  1888 
al  1 893  diresse  lo  Scols  Obset-cer,  di 
poi  fece  prosperare  sino  al  1898  la 
New  Revieiv  che  fece  conoscere  molti 
giovani  letterati  inglesi,  fra  i  quali 
Wells,  che  vi  pubblicò  il  suo  Time 
Machine. 

Egli  accolse  intorno  a  sé  un  gruppo 
di  giovani  che  capitanò  brillantemente. 
Nessun  editore,  dicono,  godette  di 
più  riconoscente  amicizia  da  parte 
de'  suoi  collaboratori:  egli  stimolava 
gl'ingegni  assorgenti,  frenava  le  impa- 
zienze, dirigeva  gl'incerti  per  troppa 
abbondanza  d'attitudini;  e  quand'egli 
ritoccava  dei  manoscritti,  il  che  faceva 
sovente,  agiva  con  tale  tatto  e  aveva 
un  intuito  cosi  sicuro,  che  lo  scritiore 
raramente  aveva  cagione  di  non  es- 
sergliene grato. 

«  Per  tutti  coloro  che  si  aggrup- 
parono intorno  alla  bandiera  del  Na- 
tional Obsei~'er  (prima  Scols  Oòs) 
Henley  era  il  Vikingo  capo  delle  let- 
tere, che  tutti  seguivano,  il  cui  ap- 
prezzamento ambivano,  il  cui  esempio 
destava  una  lieta  emulazione...  Era 
un  maestro  magnetico  :  probabilmente 
costituì  il  fenomeno  che  nelle  lettere 
inglesi  più  si  può  avvicinare  alla  de- 
vozione dei  romantici  francesi  per  la 
magistrale  influenza  di  Victor  Hugo  >>. 
Di  W.  Henley  rimarrà  forse  poco. 
Egli  ottenne  fama  con  A  Book  of 
l 'erses,  poi  con  Hospital  Poems  che 
portava  nella  letteratura  inglese  una 
nota  nuova,  in  uno  stile  piano  e  molto 
vicino  alla  prosa,  sebbene  di  una  sem- 
plicità sapiente.  Un'altra  raccolta  in- 
vece. Bric-à-brac,  contiene  dei  versi 
scritti  colla  più  complicata  arte.  In 
tutta  la  sua  poen'a  l'influenza  dei  mo- 


53"2 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


delli  francesi  è  assai   facilmente    lico- 
noscibile. 

Come  critico  si  occupò  per  pareccfii 
anni  nelle  sue  Views  and  Reznews  non 
soltanto    della    produzione    corrente 


W.  E.  Heiilev. 

inglese,  ma  anche  di  quella  del  con- 
tinente, e  non  soltanto  di  letteratura, 
ma  di  tutte  le  arti.  La  morte' lo  colse 
prematuramente  in  piena  vitalità,  nel 
suo  lavoro  non  mai  interrotto,  ed  è 
una  gran  perdita  per  'e  lettere  inglesi 

Attraverso  l'Australia  del  Sud. 

Il  progetto  per  la  costruzione  di 
una  ferrovia  attraverso  l'Australia 
ideato  dal  Governo  dell'Australia  del 
Sud  è  uno  dei  più  grandi  rischi  che 
mai  siano  stati  intrapresi  prima  d'ora 
da  alcuno  Stato,  ed  è  certamente  uno 
dei  più  importanti  appalti  mai  offerti 
a  impresa  privata  in  alcuna  parte  del 
mondo.  L'offerta  degli  australiani  agli 
impresari!  è  questa  :  Costruiteci  dentro 
il  nostro  territorio  un  tronco  ferro- 
viario di  1063  miirlia,  che  rimarrà  di 
vostra  proprietà,  e  noi  vi  daremo 
come  premio  una  concessione  in  sem- 
plice proprietà  ereditaria  di  79, 000, 72 5 
acri  di  terreno.  Chiunque  guadagna 
questo  premio  sarà  il  più  grande 
proprietario  che  la   storia  abbia  mai 


rammentato.  Egli  possiederà  un  ter- 
ritorio più  grande  che  l'intero  Regno 
Unito.  L'acro  inglese  equivale  a  me- 
tri  quadrati  4046.71. 

Trenta  anni  fa  l'Australia  del-  Sud 
riceveva  la  lode  e  la  gratitudine  del 
mondo  coir  impianto  di  una  linea  tele- 
grafica transcontinentale,  e  dopo  non 
molti  anni  essa  cominciò  a  gettare  un 
ponte  sul  continente  ed  anche  una 
ferrovia.  Di  poi  furono  costruite  delle 
strade  ferrate  e.stendentisi  a  setten- 
trione da  Adelaide  a  Oodnadatta  (688 
migliaj  e  al  sud  da  Port  Darwin  a 
Pine  Creek  (146  miglia).  Tra  questi 
due  tronchi  ferroviarii  rimane  uno 
spazio  di  1,063  miglia.  E  precisamente 
questo  spazio  che  l'Australia  si  pro- 
pone di  occupare  con  una  ferrovia 
che  dovrebbe  sorgere  col  nuovo  si- 
stema della  concessione  gratuita  del 
terreno. 

Si  dice  che  quando  la  ferrovia 
transiberiana  giungerà  a  Port  Arthur, 
la  valigia  postale  e  i  passeggieri  po- 
tranno sbarcare  a  Port  Darwin  in  soli 
quattordici  giorni  da  Londra.  Con  la 
proposta  ferrovia  australiana  essi  po- 
trebbero raggiungere  Adelaide  da  Port 
Darwin  (circa  1900  miglia)  in  tre 
giorni. 

Il  risultato  infine  sarebbe:  dicias- 
sette giorni  da  Londra  ad  Adelaide. 
Il  tempo  è  moneta,  e  la  nuova  fer- 
rovia significherebbe  un  guadagno  per 
tutta  l'Australia. 

Fra  qualche  tempo,  scrive  il  sig.  F. 
H.  Gordon,  ntWAmerkaii  Montkly, 
il  commercio  dell  Est  dovrà  essere 
agguantato  dalla  zampa  del  Grande 
Orso,  la  Russia.  Ma  in  questo  tempo, 
chissà,  Singapore  sarà  il  punto  d'ar- 
rivo di  una  linea  che  correrà  dal- 
l'Europa attraverso  l'India  e;  Burma. 
Singapore  è  tre  giorni  più  vicina  a 
Port  Darwin  che  Port  Arthur.  Quando 
questa  sarà  compita,  data,  natural- 
mente, la  nostra  nuova  strada  ferrata, 
noi  non  solo  saremo  in  quattordici 
giorni  nel  nostro  centro  imperiale,  ma 
avremo  espulso  la  nostra  rivale  russa 
favorendo  una  via  che  correrà  ampia- 
mente attraverso  il   territorio  inglese. 

I  particolari  dello  schema  sono: 
Gli  offerenti  debbono  dare  una  cau- 
zione di  10,000  lire  sterline  come 
garanzia  che  il  contratto  sarà  firmato 
se  la  offerta  è  accettata,  ed  essi  deb- 
bono determinare:    1°  La  quantità  di 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


533 


terra  che  si  richiede  per  la  costru- 
zione di  ogni  miglio  di  ferrovia;  2°  Lo 
spazio  di  tempo  perchè  l'opera  sia 
condotta  a  termine.  Non  saranno  prese 
in  esame  quelle  offerte  che  richiede- 
ranno più  di  75,000  acri  di  terreno 
per  ogni  miglio  di  ferrovia.  Le  offerte 
debbono  essere  inviate  non  più  tardi 
del  2  maggio  1904.  L'offerente  vin- 
citore deve  :  costruire  la  ferrovia, 
secondo  il  volere  dell'ingegnere  capo, 
sulla  larghezza  di  tre  piedi  e  6  pollici  : 


linea  che  va  da  Port  Augusta  a  Oodna  - 
datta. 

.All'offerente  vincitore  è  dato  il 
diritto  di  comprare  la  ferrovia  da  Porto 
Darwin  a  Pine  Creek,  ad  un  prezzo 
fissato  da  un  arbitrato,  ed  anche  dei 
diritti  consecutivi  su  tutte  le  ferrovie 
del  Sud-Australia,  su  condizioni  sta- 
bilite dai  membri  della  Commissione 
delle  ferrovie. 

Ogni  volta  che  40  miglia  di  fer- 
rovia sono  costruite,  l'appaltatore  può 


Carta  dell'Au-stralia.  ool  tracciato  della  ferrovia  progettata. 


le  rotaie  debbono  essere  di  acciaio,  e 
di  peso  non  minore  di  60  libbre  ogni 
yard;  3"  Completare  l'opera  in  otto 
anni,  dovendosene  costruire  almeno 
cento  miglia  all'anno:  4°  Provvedere  e 
mantenere  sempre  un  servizio  di  treni 
per  merci  e  passeggeri  una  volta  al- 
meno alla  settimana  da  ogni  stazione 
capolinea,  con  una  velocità  di  non 
meno  di  20  miglia  all'ora;  5"  Depo- 
sitare 50,000  lire  sterline  che  sa- 
ranno assolutamente  perdute  se  si 
viene  meno  a  qualche  condizione  del 
contratto. 

1  prezzi  pel  trasporto  delle  merci 
e  dei  passeggeri  non  debbono  ecce- 
dere quelli  imposti  dal  Governo  sulla 


scegliere  la  terra  alla  quale  egli  ha 
diritto,  in  masFe,  che  debbono  essere 
scelte  alternativamente  su  uno  o  l'altro 
lato  della  ferrovia,  e  facenti  capo  ad 
essa.  Due  blocchi  non  possono  star  di 
fronte  l'uno  all'altro,  ed  ognuno  di 
essi  deve  essere  più  vicino  all'altro 
che  sia  possibile  da  formare  un  pa- 
rallelogramma. 

La  terra  sarà  concessa  con  tutto 
l'oro,  metalli  e  minerali  ivi  conte- 
nuti, senza  che  il  Governo  si  appro- 
fitti di  nulla,  eccetto  delle  pubbliche 
strade  che  vi  potrebbero  essere  trac- 
ciate dal  Governo  senza  compenso 
alcuno.  La  terra  sarà  libera  da  ogni 
tassa  per  un  termine  di  io  anni  dalla 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


534 

concessione.  I  pezzi  di  terreno  clie 
attualmente  si  sa  che  contengono  delle 
miniere  aurifere,  e  tutte  le  terre  già 
occupate  per  pubblica  utilità,  sono 
escluse  dalla  scelta.  Si  è  calcolato  che 
la  ferrovia  completamente  allestita  co- 
sterà circa  5,000,000  di  sterline.  Il 
Governo  si  riserva  il  diritto  di  vendere 
la  ferrovia  in  caso  dì  dissensi,  al 
prezzo  fissato  da  un  arbitrato. 

Molte  obbiezioni  sono  state  mosse 
fuori  del  Sud-Australia,  mentre  i  Sud- 
Australiani  approvano  lo  schema  ad 
unanimità,  .\lcuni  dicono  che  il  pre- 
mio di  75,000  acri  di  terreno  per 
ogni  miglio  di  fer  ovia  è  troppo  grande. 
È  senza  dubbio  un  premio  magnifico, 
ma  si  hanno,  solo  nel  territorio  del 
Nord,  523.000  miglia  quadrate  di  terra, 
vale  a  dire  335, 1 16,380  acri.  Inoltre 
la  maggior  parte  di  questo  terri  orlo 
non  solo  è  improduttivo,  ma  è  im 
carico  annuale  dello  Stato. 

Dopo  aver  dato  79,000,000  acri 
per  la  ferrovia,  se  ne  avranno  ancora 
tutto  all'intorno  256,000,000  che  sa- 
ranno occupati  e  daranno  luogo  ad 
una  sorgente  di  reddito  pubblico, 
invece  di  essere  come  oggi  abban- 
donati e  a  carico  dello  .Stato. 

Il  brillante  articolista  seguita  poi 
a  parlare  della  strada  che  dovrebbe 
percorrere  la  nuova  ferrovia,  e  sembra 
che  essa  non  presenti  serie  difficoltà 
per  la  costruzione,  e  dopo  alcune 
altre  osservazioni  sul  dono,  Mr.  Gor- 
don conclude  dicendo  che  l'e.Tettua- 
zione  di  questo  grande  progetto  sa- 
rebbe un  avvenimento  d'  interesse 
mondiale,  e  dichiarasi  orgogl  oso  che 
l'Australia  del  Sud  abbia  avuto  il 
coraggio  d'iniziarlo. 


Bagni  e   nuoto. 

Argomento  d'attualità:  perciò  par- 
liamone. È  un'  occasione  per  dire 
qualche  parola  in  prò  dell'esercizio 
fisico  di  cui  hanno  tanto  bi.sogno  le 
nostre  generazioni  studiose.  Seguiamo 
brevemente  una  delle  simpatiche  con- 
versazioni scientifiche  pubblicate  dal- 
l'.4cadeiiir  di  Londra  dovute  alla 
penna  del  signor  C.   W.  .Saleeby 

Sotto  la  parol  v  uuo/o  si  comprende 
anche  il  fenomeno  di  galleggiamento, 
non  solo  quello  della  locomozione 
sull'acqua.   1!    primo    fatto  è  la  riso- 


luzione d'un  problema  di  peso,  il 
peso  specifico,  che  è  il  rapporto  fra 
la  massa  del  corpo  e  il  suo  volume: 
il  corpo  urna  10  spo.sta  un  volume 
d'acqua  minore  che  il  suo  proprio 
peso,  e  perciò  tende  ad  affondare. 
La  difficoltà  adunque  per  l'uomo  con- 
siste nello  stare  a  galla  e  perciò  nel 
vincere  la  gravità  col  movimento  II 
membro  più  pesante  è  il  capo,  ed  è 
quello  pure  che,  a  causa  della  respi- 
razione, non  può  star  sott'acqua.  Ma 
l'acqua  sostiene  assai  più  che  l'aria 
e  perciò  il  nuotatore  appoggerà  ogni 
tanto  il  capo  sull'acqua  per  riposarsi. 

Il  pesce  è  nella  stessa  necessità  di 
respirare,  ma  non  è  costretto  a  spin- 
gere il  suopesantecraniofuord'acqua, 
perchè  può  assorbire  l'ossigeno  ch'è 
disciolto  nell'acqua  stessa.  Nel  pro- 
fondo dell'oceano,  fino  a  cinq'ie  mi- 
glia di  profondità,  esso  può  trovare 
nell'Atlantico  dell'ossigeno  ch'è  stato 
di.sciolto  nelle  acque  superficiali  del 
Polo.  -  acque  cos'i  fredde  che  af- 
fondano passando  in  latitudini  calde, 
e  portano  l'elemento  che  sostiene  la 
vita  agli  abitanti  del  fondo  marino. 
Le  branchie  del  pesce  espongono  il 
loro  sangue  all'acqua  ossigenata  e  lo 
scambio  gasoso  si  compie  nello  stesso 
modo  preciso  che  avviene  col  san- 
gue e  coll'aria  dei  nostri   polmoni 

Con  poco  sforzo  muscolare  il  nuo- 
tatore può  rimaner  a  galla.  In  iden- 
tico modo  l'uccello  si  sostiene  nel- 
l'aria, quantunque  a  condizione  d'un 
molto  maggiore  sforzo  nuiscolare. 
E  la  scienza  degli  aeronauti  c'in- 
segna che  la  dirigibilità  e  il  potere 
motore  sono  soltanto  ottenibili  con 
un  oggetto  più  pesante  che  il  mezzo: 
Santos-Dumont  vi  dirà  che  la  sola 
condizione  di  successo  nella  naviga- 
zione aerea  è  un  principio  «  più  pe- 
sante dell'aria  ».  Cosi  pure  nel  nuoto: 
nessun  movimento  volontario  potrebbe 
avvenire  se  il  corpo  umano  fosse  più 
leggero  dell'acqua 


Prima  di  considerare  il  problema 
muscolare,  sofTermiamoci  un  istante 
sul  modo  di  nuotare  sott'acqua.  È 
possibile  ipcr-aerare  il  sangue.  Prima 
di  tuffarvi,  prendete  una  quantità  di 
lunghi  e  rapidi  respiri,  molto  più  che 
non  ne    abbiate    bisogno:    il    vostro 


TRA    LIBRI    E    RIVISTE 


sangue  sarà  impregnato  di  sufficiente 
ossigeno  per  alcuni  minuti,  e  se  avete 
imparato  a  tener  gli  occhi  aperti  sot- 
t'acqua, tentate. 

Lo  stesso  risultato  si  può  ottenere 
enfiando  i  polmoni  d'un  animale  con 
un  soffietto:  esso  cesserà  interamente 
di  respirare  per  qualche  minuto.  E 
questo  stato,  chiamato  apnea,  che  è 
il  segreto  d'una  lunga  sommersione 

il  nato  dell'uomo  è  il  solo  fra  i 
nati  degli  animali  che  deve  appren- 
dere a  nuotare.  Tuttavia  egli  è  in 
migliori  condizioni  che  non,  ad  esem- 
pio, il  cane,  che  oflfre  colle  piccole 
gambe  assai  minor  superficie  ali  'ac- 
qua che  non  l'uomo  colle  mani.  A 
mostrare  questo  semplice  fatto  mec- 
canico, provate  a  nuotare  con  larghi 
piatti  di  legno  attaccati  alle  mani  e 
ai  piedi:  ciò  accresce  enormemente 
la  rapidità. 

L'atto  del  nuoto,  come  fatto  di  coor- 
dinazione nervosa,  è  semplice  perchè 
simmetrico.  Ogni  pianista  conosce  la 
difficoltà  d'eseguire  con  una  mano  una 
terzina,  coli'  altra  due  semicrome, 
coll'una  una  misura  dispari,  coll'altra 
una  pari:  cosi  avviene  in  ogni  azione 
muscolare.  In  un'azione  simmetrica 
le  due  metà  del  cervello  agiscono  al- 
l'unisono, il  sinistro  comandando  il 
braccio  destro  e  la  gamba  destra  e  fa- 
cendo ripetere  all'altra  parte  la  stessa 
cosa.  Perchè  poi  l 'una  metà  del  cer- 


535 

vello  controlli  l'opposta  metà  del  cor- 
po,  è  un'altra  questione. 

Un  dei  benefizi  del  nuoto  è  di  svi- 
luppare tutti  i  muscoli  egualmente. 
Da  questo  lato  è  superiore  alla  bi- 
cicletta, al  football,  al  teiuiis,  al  cri- 
cket. 

L'alto  valore  del  nuoto  come  eser- 
cizio viene  complicato  dalla  perdita 
di  calore  ch'esso  produce.  Parlando 
in  generale,  il  valore  d'un  bagno 
di  mare  è  in  proporzione  inversa  della 
sua  durata  Piti  breve  è  l'immersione, 
più  accentuata  è  la  reazione  della  cir- 
colazione e  delle  funzioni  cutanee. 
Perciò  coloro  che,  andando  di  rado 
a  bagnarsi,  credono  compensarsene 
stando  di  più  nell'acqua,  commettono 
un  grosso  errore  (La  gallina  è  immune 
dal  carbonchio:  ma  tenetela  coi  piedi 
nell'acqua  fredda,  poi  inoculatele  dei 
bacilli:  essa  ne  sarà  infettata).  Si  può 
star  un  po'  più  a  lungo  nell'acqua 
.solo  a  patto  di  sviluppare  del  calore 
col  moto  La  pelle  non  assorbe  i  sali, 
essa  è  a  prova  d'acqua,  una  delle 
più  importanti  sue  funzioni 

Non  è  bene  bagnarsi  dopo  un  nu- 
trimento copioso,  né  durante  la  tra- 
spirazione :  il  crampo  -  spasimo  mu- 
scolare portato  dal  freddo  -  si  evi- 
terà abbreviando  il  bagno.  Se  uscite 
colle  labbra  paonazze  e  il  tremito 
dei  denti,  il  bagno  vi  sarà  più  no- 
civo che   benefico. 


Nemi. 


PUBBLIO AZIoXr  STRANIERE. 


Mantissa.  Roiuiui  Hiiiticn  par  Fuéihohk  Marcelin.  —  Paris,  1!K13.  Paul 
(  ill.-ndorff.  pag.  349.  Fr.  3..'i0. 

An  soleil  de  .Jnillet  (182918S0).  par  P.\i  l  Ad.\m.  -  Paris.  19' 3.  P;uil  ollcii- 
<lorft',  pagg.  532.  Fi-    3.50 

Ches  les  Rois.  par  Adolpuk  Aukiìer.  —  Paris.  1903.  Albert  Fonteinoing. 
pagg.  300    Fr.  :<.50. 

Iitée.'f  sociales  et  Faits  sociaii.x.  Conférenct-s  de  MM.  G.  Blondel,  Acg. 
SoucHox,  Martin  Saint-Léon,  Ch.  Combes.  Difovrmantelle.  Emm.  Bivièrk, 
rtvec  une  introduction  de  M.  Georges  Goyav.  —  Paris.  1903,  Albert  Fonte- 
moing.  Pr.  3.50. 

Sonvenirs  Entomologiqnes.  par  J.-H  Fabre.  Études  sur  l'instinct  et  les  ma^urs 
dea  insectes.  —  Paris,  liiWì,  Librairie  Charles  Delagrave,  pagg   380.  Fr.  3."0. 

Traile  de  biologie,  par  Felix  Le  Dantec  (con  101  illustrazioni  .  -  Paris,  1903. 
Felix  Alean.  L.  15. 

Trenle  el  nnième  rappovt  de  la  Direction  et  dii  Cn/iseil  d'Administration  da 
Chemin  de  Fer  dn  Saint-Ootltard.  compreiiant  la  période  dii  ler  .Tanvier  an  31  De- 
i-eiìibre  1002.  —  Lucerne,  1903,  Imprimerie  J.  Burkhardt,  pagg.  130. 


NOTIZIE,  LIBRI  E  RECENTI  PUBBLICAZIONI 


ITALIA. 


Al  toatro  J/tissiiiio  di  Cutania.  Giovanni  Hovio  è  stato  L'ommr-moiato  ilal- 
Ton.  Mirabelli. 

—  Il  Comitato  fiorentino  e  quello  astigiano,  promotori  delle  onoranze  cen- 
tenarie ad  Alfieri,  hanno  stabilito  di  promuovere  un  pellegrinaggio  alla  casa 
dove  nacque  il  poehi.  in  Asti,  ed  un  pellegrinaggio  alla  sua  tomba  a    Firenze. 

—  Lumei  ili  Coflu  è  il  titolo  di  un'ode  che  Francesco  Pastonchi  ha  pubbli- 
cata sulla  Stampa  di  Torino  in  morte  di  Leone  Xlll. 

—  A  San  Marino  è  stata  inaugurata  una  lapide  ed  un  busto  in  l)ron7,o  in 
onore  di  Francesco  Azzurri,  architetto  romano,  autore  del  monumentale  palazzo 
del  Governo  di  San  Marino,  inaugurato  noi  1S94. 

—  Il  16  agosto  a  Viareggio  saranno  tributate  solenni  onoranze  alla  memoria 
del  poeta  Shelley  ad  Iniziativa  di  un  Comitato  presieduto  dall'avv.  Cesare  Ric- 
cioni,  e  che  ha  offerto  la  presidenza  onoraria  a  Gabriele  D'Annunzio. 

—  Il  3'ì  agosto  sarà  inaugurata  ad  Aquila  l'Esposizione  agricola-enotccnica- 
industriale  abruzzese  che  promette  di  riuscire  del  più  alto  interesse. 

—  Il  Comitato  esecutivo  del  Congresso  geografico  che  dovrìl  tenersi  a 
]!fapoli,  ha  nominato  a  patrono  del  Congresso  Re  Vittorio  Emanuele  III.  e  vice- 
presidenti onorari  il  Duca  degli  .\bruzzi,  il  Duca  di  Genova  e  il  ministro  J^^asi. 

—  La  Giunta  superiore  delle  Belle  Arti  ha  deliberato  di  proporre  per  ha 
pensione  di  pittura  l'Aprea,  e  per  quella  di  architettura  il  Milani. 

—  Fra  le  nuove  commedie  rappresentate  in  questi  giorni,  notiamo  La  casa 
del  sonno,  di  C.  Bertolazzi,  al  Costanti  di  Roma.  Tra  poco  andrà  sulle  scene  a 
Milano  una  commedia  storica  in  dialetto  veneziano.  Carlo  Gassi,  di  Renato  Simoni. 

Monsignor  Bartolini  è  un  noto  dantofilo.  Egli  pubblicò  qualche  tempo  fa 
un  commento  alla  Divina  Commedia,  di  cui  ci  occupammo  nella  nostra  Rivista: 
ora  riceviamo  un  suo  studio  critico  intitolato:  Il  Cainiiie  nella  Divina  Commedia. 
in  cui  il  dotto  prelato  dimcstra  che  colla  parola  Cacume  il'urg.  IV)  Dante  allu- 
deva ad  un  monte  della  catena  de'  Lepini,  ad  occidente  di  Fresinone,  a  destra, 
e  circa  al  mezzo  della  via  che  conduce  a  Piperno 

—  Durante  l'agosto  presso  l'editore  Hoepli  uscirà,  sotto  forma  di  Manuale, 
uno  studio  critico  sulle  Leggende  Popolari,  raccolte  dal  prof,  lugenio  Musatti, 
docente  di  storia  moderna  nella  R.  Università  di  Padova. 

—  L'editore  Remo  Sandron  ha  terminato  la  stampa  deir.4/'/e  italiana  di 
Guido  Menasci  in  un  volume  di  edizione  di  lusso  ricco  di  circa  trecento  inci- 
sioni che  sarà  pubblicato  prossimamente.  Il  libro,  destinato  alla  maggior  diffu- 
sione, non  vuol  essere  un  arido  sommario  di  nomi  e  di  date  n^  una  monotona 
serie  di  succinte  biografie  di  artisti,  ma  come  un  racconto  vivace  e  particola- 
reggiato per  quanto  rapido  dei  principali  momenti  della  vita  artistica  italiana. 
in  modo  da  far  palese  e  chiara  l'evoluzione  del  pensiero  e  delle  forme  d'arti- 
nel  nostro  paese  parallelamente  allo  svolgersi  delle  altre  attività  intellettuali 
sul  comune  fondo  storico.  L'introduzione  conterrà  una  facile  sintesi  di  tutta  la 
materia  trattata  che  va  dalle  origini  alle  più  recenti  manifestazioni  artistiche. 
Al  nuovo  studio  del  nostro  collaboratore  è  da  augurare  lo  stesso  successo  che 
ebbe  il  suo  scritto  su  gli  Angeli  nell'arte,  sia  come  libro  nella  edizione  Alinari, 
sia  come  comunicazione  fattane  l'anno  scorso  per  la  Società  di  i^tndii  italiani 
all'LTniversità  parigina 

—  L'Istituto  femminile  Maria  Laetitia  di  Torino  ha  fatto  testé  una  piccola 
esposizione  di  lavori  artistici  che  venne  molto  lodata.  Gli  è  che  la  scuola  d'or- 
nato fu  affidata  ad  un  Aero  artista,  Giacomo  Cometti,  uno  dei  cultori  dell'arte 
nuova  ch'ebbero  maggior  successo  all'ultima  esposizione  torinese. 


NOTIZIE,    LIBHI    E    RECENTI    PUBBLICAZIONI  537 

Storia  di  un  passero,  di  ORAZIO  GRANDI.  Firenze,  Civblli.  —  Orazio 
Grandi  è  ben  noto  ai  lettori  della  Nuova  Anlolo(/ia  per  le  sue  graziose  e  fresche 
novelle  che  richiamano  i  costumi  semplici  e  le  cortesie  d£a;li  abitanti  di  Valdi- 
niovole.  La  storia  di  mi  passero  esce  ora  in  un  grazioso  volumetto  illustrato  che 
è  stato  accolto  con  largo  favore.  Questo  racconto  semplice  e  commovente  può 
divertire  anche  gli  adulti,  come  diverte  i  piccini.  Benché  Orazio  Grandi  lo  abbia 
dedicato  allo  «  Benemerite  Società  protettrici  degli  animali  >,  pure  il  libro  è 
destinato  ai  ragazzi,  tanto  che  la  Commissione  centrale  nominata  dal  ministro 
per  la  istruzione  pubblica  lo  ha  meritamente  approvato  come  libro  di  lettura  e 
di  premio 

Poemetto  Giocondo,  di  LICURGO  TIGLI.  Rol  x  cv  Viahengo.  L.  1.  —  Fra 
lo  stuolo  di  giovani  poeti,  assai  men  numeroso  di  quello  che  comunemente  si 
creda,  Licurgo  Tioli  è  degno  di  essere  in  special  modo  incoraggiato.  Questa  nostra 
convinzione  è  stata  raffermata  dalla  lettura  del  Poemcito  Giocondo,  di  recente 
pubblicato.  Vi  si  sonte,  è  vero,  un  appassionato  ammiratore  di  Pascoli,  ma  si 
sente  pure  l'ispirazione  personale  e  un  ingegno  al  di  sopra  del  comune.  Di  questa 
raccolta  di  versi  che  ora  abbiamo  sotfocchio.  ci  sono  sembrati  specialmente 
giaziosi  i  sei  sonetti:  La  casetta.  Il  fòco.  Le  camjiane.  La  neve.  Il  pane,  Il  latte. 
che  formano  una  piccola  collana.  Attendiamo  dunque  dal  Tioli  altri  saggi,  i 
quali  avranno    fortuna,    come    meritamente    auguriamo    a    questo  Poemetto. 

La  Viva  e  la  Morta,  di  I.  ORTBGA  MUNILLA.  Prima  traduzione  italiana 
dalla  IV  edizione  spagnola  di  GINEVRA  SPERAZ.  La  Polkjkai-'ica.  L.  1.50.  — 
È  un  racconto  di  delicata  psicologia  condotto  bizzarramente:  fra  ingenuità  e 
luoghi  comuni  si  sprigiona  qua  e  là  un  senso  acuto  e  sottile  d'analisi,  rivela- 
tore d'un  sicuro  temperamento  di  novelliere.  L'Ortega  Munilla  che  vlen  presen- 
tato per  la  prima  volta  al  nostro  pubblico  dall'elegante  traduttrice,  la  quale  ò 
pure  una  scrittrice  egregia,  ha  nella  sua  opera  letteraria  una  quindicina  di 
volumi  e  sarebbe  stato  desiderabile  che  la  Speraz  avesse  in  essa  scelto  qualcosa 
di  più  adatto  a  mostrarci  la  fisionomia  del  suo  autore.  Chiamato  due  anni  sono 
ad  occupare  il  posto  del  grande  poeta  Ramon  de  Campoamor  all'Accademia 
Spagnuola,  l'Ortega  Munilla  è.  oltre  che  uno  squisito  stilista,  un  giornalista 
militante  e  infaticabile,  presentemente  direttore  iMVImparcial. 


FRANCIA 

I  preparativi  per  l'esposizione  dei  Primitivi  francesi  comprendente  il  periodo 
dal  135')  al  1589  procedono  alacremente.  Tale  esposizione  sarà  triplice:  al  Louvre, 
al  Museo  delle  arti  decorative  e  alla  Biblioteca  Nazionale,  che  possiede  una 
magnifica  collezione  di  manoscritti  alluminati 

—  Il  sindaco  di  Longjumeau  propone  di  celebrare  con  speciali  festeggia- 
menti il  centesimo  anniversario  della  nascita  del  compositore  Adolf  Adam,  che 
nacque  a  Parigi  nel  1803,  e  rese  celebre  il  nome  di  Longjumeau  colla  piii  popo- 
lare delle  sue  opere,  Le  Postillon  de  Loniijiimean,  rappresentata  all'Opera  Co-' 
mique  nel   18.86. 

—  Per  il  monumento  da  erigersi  a  La  Rochelle  in  memoria  di  Eugène 
Fromentin,  il  barone  Alfonso  di  Rothschild  ha  elargito  1000  franchi. 

—  Il  «  Pi-emier  Grand  Prix  de  Rome  »  per  una  cantata  è  stato  aggiuili- 
cato  a  M.  Raoul -Louis  Laparra,  nato  a  Bordeaux  nel  1876,  e  allievo  di  Gabriel 
Paure. 

—  Si  è  aperta  al  Museo  Galliera  un'esposizione  di  avori  artistici  moderni. 
Durerà  fino  al  31  luglio. 

—  L'  11  dicembre  ricorre  il  centenario  della  nascita  del  musicista  Berlioz: 
però,  oltre  alla  commemorazione  che  in  quell'epoca  sarà  fatta  a  Parigi,  nel  corso 
dell'agosto  vi  sai-anno'  feste  in  onore  di  Berlioz  a  Grenoble,  che  ha  scelto  questa 
stagione  come  assai  più  comoda  per  i  visitatori. 

—  Nella  stagione  1908-1901  il  «  Théàtro  du  Peuple  >  organizzato  recente- 
mente dalla  signora  Maria  Cheliga  e  dai  signori  Dargel  e  Quet,  rappresenterà 
fra  l'altro  un  atto  di  Lucien  Descaves,  un  atto  di  Jean  Grave,  nonché  Le  Troveur 
da  feu,  due  atti  di  Fernand  Gregh,  e  Les  Femmes.  cinque  atti  di  Jean  Jullien. 

—  Il  14  luglio,  nel  giardino  del  Lussemburgo  a  Parigi  è  stato  inaugurato  un 
monumento  a  Ferdinand  Fabre.  opera  dello  scultore  Marqueste. 

—  Il  pittore  Albert  Besnard  ha  ricevuto  dal  Ministero  della  pubblica  istru- 
zione l'incarico  di  eseguire  il  soffitto  della  sala  di  spettacolo  del  teatro  francese. 


538  NOTIZIK,    1,1  BUI    E    KECENTl    PLIiBLlCAZrONI 

—  Si  è  costituito  un  Gomitato  pei-  liinalzaro  un  monumouto  a  Puvis  rie 
■Chavannes. 

—  Nei  giorni  1  e  :2  agosto  avranno  luogo  le  rappresentazioni  annuali  della 
■Comédio  Frane aise  al  Teatro  Antico  d"  Orange.  organizzate  da  M.  Paul  Ma  - 
riéton.  Esse  comprenderanno:  una  tragedia  in  quattro  atti  tolta  da  Euripide, 
di  M.  Georges  KivoUet,  Les  Phéniciennen;  una  tragedia  in  tre  atti  di  M,  Péladan. 
Oedipe  et  le  Spliynx;  Horace,  di  Corneille:  e  un  Recital  du  Rumancero  popiilaire 
dtt  Midi. 

—  NelTultimo  giorno  dello  scorso  giugno  è  stata  inaugurata,  e  consegnata  alla 
città  di  Parigi,  da  M.  Paul  Meurice,  la  celebre  casa  dilla  Piazza  dei  Vosgi,  della 
quale  Victor  Hugo  abitò  il  secondo  piano  dal  1S8,'  al  1S4S,  (.Questa  e  isa,  che  è 
divenuta  un  museo  consacrato  alla  gloria  di  V,  Hugo,  è  di  tre  piani.  Il  terreno 
e  il  primo  piano  contengono  quadri  e  opere  in  scultura,  che  si  riferiscono  agli 
scritti  di  V.  Hugo  ;  al  primo  piano  vi  è  anche  la  Biblioteca  composta  di  4000  vo- 
lumi rarie  e  5000  stampe.  Il  secondo  piano  contiene  i  di.segni  ed  altri  lavori 
artistici  eseguiti  da  V,  Hugo  stesso,  nonché  una  camera,  cui  è  stato  restituito 
l'assetto  che  aveva  quando  in  essa  il  poeta  esalò  l'estremo  sospiro.  All'ultimo 
piano  si  ammirano  i  ricordi  di  famiglia,  e  una  collezione  di  oggetti  dovuti  al- 
l'ammirazione popolare:  canzoni,  caricature,  piatti,  pipe  e  gioielli  di  ogni  genere 
recanti  l'effigie  dil  poeta. 

—  1  a  Hililiotlncpie  Nationa'e  di  Parigi  è  entrata  in  possesso  delle  carte  per- 
sonali del  iiittori'.  poeta  e  scultore  Augusto  de  Chatillon,  di  un  manoscritto  ine- 
dito, e  di  tutta  la  sua  corrispondenza  che  contiene  un  gran  numero  di  lettere 
di  artisti  celebri  e  di  pittori  del  periodo  romantico, 

—  Durante  l'agosto  vi  -aranno  esposizioni  di  Amici  delle  Arti  a  Beauvais, 
a  Dieppe,  a  Donai  e  a  Macon. 

Confession  d'un  enfant  d'hier,  par  ABEL  HERMAjN'T,OLLENDOKbF.  Tr,  3.50, 
-  Questo  libro  non  è  veramente  un  ronianzo,  ma  una  confessione:  le  sue  pa- 
gine costituiscono  una  serie  di  memorie  destinate  a  servire  alla  storia  della 
societcl;  vi  sono  notati  minuziosamente  non  solo  dei  fatti,  ma  anche  i  più  pic- 
coli sentimenti  chedalla  prima  età  alla  fine  dell'adolescenza  hanno  traversato  il 
cuore  d'un  «  enfant  d'hier  »,  Questa  confessione  è  molto  interesssante,  M.  Her- 
mant,  senza  cinismo,  non  cerca  però  di  gettare  alcun  velo  sulla  nuda  verità:  e 
il  suo  stile  brioso  ed  eroico,  ben  noto  a  chi  abbia  letto  i  Sonveiiirs  du  Vicointc  de 
Conrpière,  è  riuscito  in  ciò  a  meraviglia 

Petit-Coeur,  par  JEAN  VIOLLIS.  Paris,  Mercire  de  Pr.ìnce.  1903.  pag.  171, 
L,  2,  —  .1,  Viollis  è  già  favorevolmente  conosciuto  in  Francia,  sopratutto  come 
poeta  fine  e  leggiadro:  ciò  nonostante  questo  breve  romanzo  è  stato  quasi  una 
rivelazione,  perchè  è  difficile  raccogliere  in  così  poche  pagine  una  storia  tanto 
soave  e  delicata.  Le  vicende  di  Severino,  il  povero  fanciullo  morto  di  amore, 
sono  narrate  con  una  cura  così  sobria  e  sapiente  che  vien  fatto  di  pensare  se 
l'A,  non  abbia  conosciuto  realmente  quel  Petit  Carir  e  ìa  sim  spiensierata  Ber- 
,  nadette.  Anche  i  personaggi  secondari,  sebbene  delineati  con  pochi  tratti  di 
penna,  sono  di  una  realtà  intensa, 

Napoléon  et  sa  Famille,  tom,  V  et  VI  (lSat-1811),  par  FRÉDÉRIC  MASSON, 
Paris,  Ollendorff.  —  Nei  due  volumi  che  vengono  ad  aggiungersi  alla  sua 
opera  così  importante,  lo  storico  di  Napoleone  analizza  le  cause  della  politica 
dell'imperatore,  e  ci  mostra  le  incessanti  preoccupazioni  che  il  governo  della 
famiglia  gli  dava.  Vediamo  i  suoi  parenti  aumentare  le  esigenze  e  le  ostilità 
verso  il  despota,  un  cenno  del  quale  può  sollevarli  al  colmo  del  favore,  come 
Giuseppe,  e  precipitarli  dal  trono,  come  Luigi,  L'odissea  del  marito  di  Ortensia 
Beauharnais  è  tutta  narrata  in  questi  volumi,  come  pure  l'esodo  di  Luciano, 
radiato  dalla  lista  dei  principi  e  dei  senatori,  le  avventure  di  Girolamo,  gli 
intrighi  di  Murat  e  di  Carolina.  Abbiamo  un  quadro  commovente  e  talvolta 
drammatico  delle  ambizioni  sempre  deste  dell'uomo  di  cui  M  Masson  ha  rin- 
novato la  storia. 

Recenti  pubblicazioni: 
Ln  Maitresse  du   Prime  Jean.  Roman  par  Willy,  SO  ilhistrations  de  "SVely, — 
Albin  Michel,  Fr,  X'ì) 

La  Marche  à  VEtoile.  Roman  par  Claude  Berton  —  Fontemoing.  Fr.  3.50. 
Ches  les  Rais,  par  An  ili'He  Aderer.  —  Fontemoing,  Fr,  3..50 
Brnmes.  Poèsies  par  Jan   Ehrhardt,  —  Fischbacher.  Fr,  1..50. 


NOTIZIE,    LIBRI    E    RECENTI    PUBBLICAZIONI  539 

L'année  poétique,  1903.  Avec  un  appendice:  La  poesie  eii  1902.  par  Charles 
FuSTER.  -•  Fischbacher.  Fr.  6 

L'Eau  Soiiterraine.  Poésies  par  Charles  Dlma.s.  —  Ollendorff.  Fr.  3.50. 

Disconr.'ì  de  reception  à  /' Académie  Francaise  (4  jiiin  1903),  par  Bdmono 
RoSTAND.  —  Fasquelle    Fr.  1. 

Bonhenr  Manqné  carnet  d'un  amoiireuxV  par  Georges  Di'.  Porto-Riche.  — 
Ollendorff,  Fr.  2. 

Thèmes  d'  application,  Le.xicoìogie.  Sijnta.xe.  Farmatioìi  dex  Mot.s  de  /'  Espe- 
ranto, par  L,  DE  Bbaufront.  —  Hachette    Fr    2. 

Cotés  et  Porta  francais  de  la  Manche,  par  Charles  Lenthéuic,  inspeeteur 
general  des  Ponts  et  Chaussées.  —  Plon-Xourrit    Fr    ."). 


INGHILTERRA  E  STATI   UNITI. 

Un  gruppo  di  memliri  nella  Dante  Society  farà  nel  venturo  settembre 
un  giro  in  Italia  visitando  i  luoghi  che  maggiormente  si  collegano  alla  memoria 
di  Dante,  e  recandosi  a  deporre  una  corona  sulla  tomba  di  lui  a  Ravenna, 
nelfanniversario  della  sua  morte. 

—  L'Associazione  londinese  dei  correttori  tipografici,  fondata  nel  18.54.  cele- 
brerà l'anno  venturo  il  suo  giubileo. 

—  Un  gruppo  di  artisti  e  letterati  inglesi  dimoranti  a  Parigi  hanno  formato 
il  progetto  di  erigere  un  monumento  a  Victor  Hugo  in  Londra. 

—  La  collezione  di  stampe  ed  incisioni  inglesi  raccolta  nella  sezione  indiana 
del    Victoria  and  Albe/i  Masenm,  rimarrà  aperta  fino  alla  fine  di  settembre. 

—  Fra  i  nuovi  romanzi  che  vedranno  la  luce  nell'agosto,  notiamo  quello 
di  R.  W.  Chamber,  Maids  of  Paradise,  annunziato  da  Archibald  Con^table  &    Co. 

—  Fra  le  opere  più  recenti  |>iil)Ulicate  dallo  stesso  editore  è  specialmente 
notevole  il  volume  di  Fridtjof  .\ims4'n,  Fartliest  Xortli  (6s.  ). 

—  Un'importante  opeia  di  sociologia  uscirà  fra  breve  presso  Putnara:  So- 
rioliii/ì/:  the  Science  of  Human  Society  di  .1    H.  W.  Stuckenberg  ('.Jls.  i. 

—  Neil  Munro.il  noto  scrittole,  iia  completato  un  nuovo  romanzo,  C7////;'e« 
uf  Tenipest  che  è   stato  messo  in  vendita  il  20  luglio  da  Blackwoodc\  Sons  (is.), 

—  Mr.  Murray  ha  in  preparazione  un  volume  di  Personal  Reminiscences 
of  the  Dul:e  of  Wellington,  di  Francis,  First  Euri  of  Eilesmore,  pubblicate  per 
cura  di  sua  figlia  la  contessa  di   Stafford 

—  Longmans  &  Co.  pubblicheranno  tra  breve  The  Valet's  Tragedij  and 
olher  Studies  in  Secret  Historij.  di  Andrew  Lang 

—  Un  romanzo  di  Alessandria  d'Egilto  nei  suoi  tempi  più  antichi  sarà 
pubblicato  in  autunno  da  Fisher  Unwin.  11  titolo  ne  è  lychiades:  a  Tale  ol  the 
Ptoloinies.  L'eroe  è  un  giovane  greco  d'Asia,  che  viaggia  verso  Eliopoli  nella 
speranza  di  risolvere  l'indovinello  dell'esistenza,  e  portando  seco  un  cofano 
pieno  di  manoscritti,  fra  i  quali  gli  Alessandrini  sospettano  che  ve  ne  siano 
alcuni  preziosissimi  di  Aristotele. 

—  Oltre  al  romanzo  Secreta  of  the  Foreign  Office,  di  William  Le  Queux. 
che  Hutchinson  pubblicherà  nel  venturo  autunno,  un  altro  dello  stesso  autore. 
The  Tickenkote  Treasiire,  uscirà  nella  terza  settimana  di  agosto  presso  Murray 
e  un  altra.  The  Closed  Book.  uscirà  sul  Chaniber's  Journal  durante  il  venturo 
anno. 

—  I  due  nuovi  volumi  dell'opera  di  Mr.  Treveiyan,  The  American  Revo- 
lution, sono  in  corso  di  stampa  presso  Longnian,  e  saranno  messi  in  vendita 
in  autunno. 

Uno  dei  primi  libri  che  Deut  annunzia  per  Tautunno  sarà  Shake.yìeare's 
Homeland  di  Mr.  Salt  I^rassington.  autore  di  Historic  Wnrrestrrshire.  11  princi- 
pale scopo  dell'autore  è  slato  di  compilare  una  guida  interessante  ed  utile  per 
il  visitatore  de!  paese  di  Shakespeare  Più  di  settant  i  disegni  di  Mr.  Henry 
.T.  Howard  e  Mr,  Sidney  Heatli  illustreranno  il  volume. 

—  La  duchessa  di  Suthcrlaud  sta  facendo  una  piccola  raccolta  di  versi 
originali  di  vari  autori  di  grido.  Questa  raccolta  formerà  un  volume  che  sarà 
venduto  a   beneficio  della  Crippled  Children's  Onild. 

—  Trova.si  ora,  per  fare  studio  ricerche,  in  Europa  Mr  John  d.  Griffith,ominente 
avvocato  di  Indianopolis^  a  cui  è  stata  affidata  la  compilazione  della  biografia  di 
Benjamin  Harrison,  che  fu  presidente  degli  Stati  Uniti  dal  188!)  al  1893.  Finora 
nessuna  biografia  completa  e  formale  di  alcuno  degli  ultimi  presidenti  degli 
Stati  Uniti  era  stata  scritta  II  laviiro  inti'apreso  da  Mr.  Griffith  sarà  completo 
fra  un  paio  d'anni. 


540  NOTIZIE,    LIBRI    E    RECENTI    PUBBLICAZIONI 

—  L'editore  Hutchinson  ha  preso  impegno  di  pubblicare  molti  romanzi,  fra 
gli  autori  dei  quali  vanno  notati  s-pecialmente:  Anthony  Hope.Eichard  White- 
ing,  Jerome  K.  Jerome,  William  Le  Queux,  e  Judge  Robert  Grant.  Nel  prin- 
cipio di  autunno  vedranno  la  luce  i  seguenti:  lite  Yelloir  Van.  di  Eichard 
Whiteing;  Place  and  Poirer.  di  Ellen  Thorneyeroft  Fowler:  Tlir  Jeslers,  di 
«  Rita  »;  A  West  Jndian  Norel.  di  Frankfort  Moore  ;  The  Pikemen,  di  S.  R. 
Keightley:  On  the  Wings  of  /he  Wiiid.  di  <  Alien  Raine  »  ;  A  Xeir  American 
Novel,  di'  Judge  Grant:  The  Amblcrs.  di  B.  L.  Farjeon:  The  Quecn's  Ouii  Trai- 
tors.  di  E.  L.  Prescott;  Secvets  of  the  Foreign  Office,  di  William  Le  Queux:  In 
a  Little  House,  di  Tom  Gallon:  Camilla  Faversham.  di  Ronald  Mac  Donald: 
The  Land  of  Joy,  di  Ralph  Henry  Barbour;  The  La.st  Word,  di  Alice  Mac  (ìowan. 

—  Quelli  ora  pubblicati  da  Hutchinson,  sono:  Before  the  Dann.  di  J.  A. 
Altsheler:  Virginia  of  the  /"/iorfes/ows,  di  Cinthia  Stockley:  e  Dragooning  a  L)ra- 
goon.  di  E.  Livingston  Prescott. 

From  Crown  to  Cross,  by  LUCAS  CLEEVE.  HiRST  &  Blackett.  6s.  — 
Non  è  questo  uno  dei  migli' iri  romanzi  di  Lucas  Cleove,  <■  l'aspettativa  era 
maggiore  per  quelli  che  hanno  letto  gli  ultimi  suci  libri.  From  Croirn  to  Cross 
narra  gli  intrighi  di  una  delle  piccole  Corti  di  Germania.  Fra  i  personaggi 
vi  è  un  re  appassionato  amatore  della  musica  di  Wagner,  e  che  perciò  passa 
per  squilibrato  di  mente  :  un  giovane  principe  che  ha  le  medesime  tendenze 
musicali,  e  il  padre  di  lui,  che  ha  in  animo  di  deporre  il  re  e  di  prendere  per 
sé  il  trono.  Lo  studio  dei  caratteri  è  buono  e  lo  stile  è  bene  adattato  allo  spi- 
rito del  libro.  La  musica  wagneriana  ha  in  questo  romanzo  una  parte  assai 
importante,  ed  è  spesso  e  acutamente  discussa. 

The  Cambridge  Modem  History.  Edited  by  Dr.  A.  W.Waud.  Dr.  G.  W.  Pro- 
THBRO.  and  Stanley  Leathes.  Voi  VII:  The  T'nited  States.  Tue  Camhridge 
Univer.sity  Press.  16s  —  Della  Storia  Universale  Moderna,  concepita  da  Lord 
Acton,  già  sei  volumi  sono  in  vendita,  e  il  settimo  vede  ora  la  luce  Esso  svolge 
la  storia  degli  Stati  Uniti,  in  2H  capitoli  dovuti  a  diversi  colliilioratori,  fra  i 
quali  notiamo  John  A.  Doyle:  Miss  Mary  Bateson;  A.  G.  Bradley:  Melville 
M.  Bigelow;  J.  B.  Me  Master:  H  W.  Wilson:  John  G.  Nicolay:  John  Chri- 
stopher SchvFab:  Theodore  Clarke  Smith:  John  B  Moore:  Henry  Crosby  Emery: 
Barrett  Wendell.  La  Storia  d(  gli  Stati  Uniti  narrata  in  questo  volume,  comin- 
cia dal  1C07,  dal  principio  cioè  della  colonizzazione  inglese  Do|  o  sei  capitoli 
sulla  guerra  civile,  dovuti  a  Mr.  J.  G  Nicolay,  le  quattro  monografie  finali  trat- 
tano della  ricostruzione  politica,  e  dello  sviluppo  economico  ed  intellettuale  che 
gli  Stati  JTniti  hanno  mostrato  in  questi  ultimi  anni 

The  Coronation  of  Edward  VII,  by  J.  E.  C.  BODLEY.  Methien  &  Co  —  Questo 
importante  volume  scritto  per  ore  ino  del  Re,  dall'autore  del  volume  intitolato 
France,  include  non  solo  una  descrizioue  e  un  dettagliato  studio  storico  dell'in- 
coronazione di  Edoardo  VII,  ma  tratta  tale  argomento  in  rapporto  alla  storia 
europea  ed  imperiale  In  appendice  troviamo  le  liste  di  tutti  i  personaggi  cha 
furono  invitati  alla  cerimonia  La  legatura  araldica,  molto  elaborata,  è  stata 
disegnata  da  Mr.  Douglas  Cockerell. 

Recenti  pubblicazioni  : 

Dcficient  Saint.  A  Novel    by  Marshall  Sainders.—  Bell  &  Sons.  6s. 

The  Life  and  WorIxS  of  Friedrich  Schiller,  by  Calvin  Thojias,  Professor  in 
Columbia  University.  —  Bell  &  Sons.  Bs. 

An  Autobiographi)  of  Leigh  Hnnt.  Edited  by  R.  Ingpen.  -  Archibakl  Con- 
stable.  21s. 

Historg  of  the  Chnrch  and  State  in  Xorivag  -  From  the  Tenth  to  the  Si.x- 
teenth  Centnrg,  by  Thomas  B.  Willson.  —  Archibald  Constable.   128.  6d. 

The  Mediaeval  Stage,  by  E.  K.  Chajibbes.  —  Oxford  LTniversity  Press.  2 
vols  2.^s. 

A  History  of  French  Versification,  by  L,  E  Ka.stner,  —  Oxford  University 
Press.  53.    6d. 

Old  Dags  in  Diplomacy  -  Recolhxlions  of  a  Closed  Centnry,  by  The  Elue.st 
Dau(ìhter  of  Sir  EiiWAKii  CitoMWKLL  DisiiROWE. —  Jarrold  liv  Sons.  lOs.  tjd. 

Wagner,  Bayrcuth  and  the  Festival  Plays,  by  Frances  Gerard.  —  Jarrold 
&  Sons.  Ss.  Gd. 

Divinity  aud  Man,  by  W.    K.    Roberts.  —  Putnam's  Sons.  7s.  6d. 


NOTIZIE,    I.IBIU    E    RECENTI    PUBBLICAZIOX:  541 

Travel  Skelclies  in  Egypt  mid  Oreece.  bv  Seimmal  Eisrdh.  —  Eiliot  Stock 
lOs.  9d. 

Modem  Civic  Art.  bv  Charles  Mulford  Eobissox.  —  Putnam.  lOs.  6d. 

The.  Fauna  and  (ieographi]  nf  the  Maldive  and  Lnccadiie  Archipelagoes,  by 
J.  Stanlev  Ct\kdiner.    Voi.  I.  —  The  Ciimbridffe  University  Press.  60s. 

AUSTRIA   E   GERMANIA. 

Tra  breve  comincerà  a  pubblicarsi  un  nuovo  periodico  storico  intitolato: 
Archiv  far  Reformations-Oeschicìite.  Te.xte  nnd  Untersnchungen.  Esso  sarà  diretto 
da  Walther  Friedensburg,  già  segretario  dell'Istituto  storico  prussiano  in  Roma 
ed  ora  direttore  degli  Archivi  di  Stettino.  Il  principale  scopo  è  di  stampare  i 
documenti  finora  inediti.  Editori  ne  saranno  C.  Schwetschke  &  Sohn  di  Ber- 
lino e  il  prezzo  di  abbonamento  sarà  di   lO  marchi  l'anno. 

—  Le  opere  che  saranno  rappresentate  a  Bayrouth  nel  1904  in  occasione 
della  festa  «  aiim-riaiia.  saranno:   Tannhiiii^er.  Parsifal  e  L'Anello  dei  Mbelungen. 

—  Due  lUKive  iipci-r  musicali,  Odì/ssens'  Tud. di  August  Bungort,  e  Aìpenkonig 
jind  Mcnsclii:n/'i'iiid.  di  Bli'ch.  saranno  rappresentate  a  Dresda  nella  nuova  stagione. 

—  L'8  agosto  comincerà  a  .Monaco  di  Baviera  il  primo  ciclo  delle  rap- 
presentazioni wagneriane,  che  si  terranno  durante  l'agosto  ed  il   settembre. 

—  La  Secessions  Ausstellung  di  Monaco  starà  aperta  fino  alla  fine  di  ottobre, 
e  così  pure  l'esposizione  internazionale  dell'associazione  degli  artisti  di  Monaco, 
al  Palazzo  di  Cristallo. 

—  A  Reichenberg,  in  Boemia,  si  è  aperta  un'esposizione  di  ritratti  in  mi- 
niatura 

—  Il  24  luglio  è  stata  inaugurata  a  Strasburgo  la  seconda  Conferenza  in- 
ternazionale sismologica,  che  ha  per  scopo  di  creare  l'associazione  degli  Stati 
interessati  nelle  esplorazioni  sismografiche. 

Recenti  pubblicazioni  : 

Ber  jVeue  Gott.  Roman  aus  der  Zeit  Moses,  von  Leonorb  Fuei.  Zwei 
Bande.  —  Leipzig,  Hermann  Seemann  Ifachf. 

Maina.  Drama  in  drei  Akten  von  Otto  Ki'NZ.  —  Wien,  Karl  Fromme. 
Weltitinder.  Gedichte  von  Paul  Bliss.   —  Berlin.  Wilhelm  Siedenburg. 

Fabeln  und  Parahctn  des  Orients.  Der  Tiirkisclum  Sammlung  «  Humajun 
Ifame  >  entnommen  und  ins  Deutsche  Ubertragen  von  Souby-Bbv.  Mit  einem 
Vorwort  von  Rieder  Pascha.  —  Berlin,   Fontane  &  Co. 

Cornelia,  die  Sriuvester  Goethes,  von  Georg  Witkowski.  Mit  ihren  zum 
Theil  ungedru'kten  Briefen,  und  Tàgebuchblattern.  —  Frankfurt  a'M.  Lite- 
rarische  Anstalt.  Riltten  &  Loening. 

Kìiltnrgeschichte  der  rómischen  Kaiserzeit.  von  Geori;  Krupp.  Erster  Band.  — 
Miìnehen,  Allgemeine  Verlagsgesellschaft. 

Fin  Ritt  iihcr  den  Pamir.  von  Wilhel.m  Pilchner.  Mit  90  Abbildungen 
und  2  Karten.  —  Berlin,  Mittler  &  Sohn, 

Was  wird  aiis  niiseren  Kolonien  ?  Zeitgemiisse  Betrachtungen  von  Baron 
TON  Falkbn'bb(ì(ì.  —  Berlin,  Boll  &  Pickardt. 

Die  Icaificrliclie  Marine  ivilhrend  der  Wirren  in  China  1900-1!}01  Herausge- 
geben  vom  Admiralstabe  der  Marine.  Mit  8  Abbildungen  und  20  Pliineu  und 
Skizzen  in  Steindruck.  —  Berlin,  Mittler  oc  Sohn. 

Freimaurerei  nnd  Loge.  Betrachtungen  ilber  den  sozialethischen  Bei'uf  der 
Freimaurerlogen,  von  Dietrich  Bìschoff.  —  Leipzig,  Max  Hesse. 

VARIE. 

Lo  scrittore  norvegese  Jonas  Lie  celebrerà  il  suo  settantesimo  compleanno 
nel  novembre  venturo,  e  si  attende  un  suo  nuovo  romanzo  prima  della  fine 
dell'anno. 

—  La  biblioteca  dell'esploratore  Nordenskjold  è  stata  comperata  per  l'Uni- 
versità di  Helsingfors  al  prezzo  di  280030  marchi.  Tale  biblioteca,  che  è  spe- 
cialmente ricca  in  opere  di  Storia  della  geografia,  antiche  carte  geografiche, 
piante  di  città,  ecc.,  contiene  molti  libri  assai  rari  e  più  di   150  incunaboli. 

—  Il  ministro  dell'istruzione  dell'  Impero  russo  ha  deciso  di  erigere  una 
nuova  università  per  lo  provinole  del  nord-ovest  ed  ha  finalmente  scelto  come 
sede  la  città  di  Mohilef.  Vilna,  Vitebsk,  Minsk  e  Mohilef  erano  state  proposte, 
ma  Vilna  fu  scartata  perchè  il  Governo  non  voleva  risollevare  il  ricordo  dell'an- 


54*2  NOTIZIE,    LIBRI    E    RECENTI    IHiBBLICAZlOXl 

tica  università  polacca  che  aveva  sede  in  quella  città:  Vitebsk  e  Minsk  hanno 
una  popolazione  inferiore  a  quella  di  Mohilef,  e  perciò  furono  lasciate  in  disparte. 

—  Durante  Tagoato  si  terrà  all'Aja,  al  Circolo  Artistico,  una  interessante 
esposizione  di  ritratti  antichi,  organizzata  da  A,  Bredins,  Hofstedo  de  Groot. 
Moes,  Martin  ed  altri  eruditi  olandesi. 

—  A  Spa,  Esposizione  di  Belle  Arti  dal   12  luglio  alla  Hni-  di  settembre. 


OLI   ITALIANI  ALL'ESTERO. 

Maurizio  Muret  nel  Jùiirniil  dea  Déhats  ha  fatto  un  prolilo  di  Filifjpu  Cri- 
spolti.  Nel  numero  dell'I  1  luglio  deUa  fferne  Blriie  parla  àiVirtor-Emmanutl  III. 
La  signora  Rosalia  Jacobsen  pubblica  su  la  Rniir  un  articolo:  Le  Césariume 
et  son  Poète  Enrico  Corradinì.  a  pi'oposito  del  suo  forte  di'auima  (iiiilio  Cesare. 
di  cui  la  2*  edizione  è  comparsa  testé  presso  La  ffassee/i/a  interiia'ionaìe.  Lo 
stesso  articolo  è  discusso  nel  numero  del  20  giugno  del  .ìouriial  de  ISnixcìlea  da 
Zadig. 

—  L"on  (iuido  Baccelli  è  stato  nominato  mi'mI>ro  dell"  A'  cadomia  delle 
Scienze  di  Parigi. 

—  I/Académie  Fi'an(,'aise  ha  conferito  il  premio  «  Jules  Pavre  »  di  lOPO 
franchi  al  libro  Ames  Dormaiites  della  signorina  Dora  Molegari. 

—  La  Recite  pubblica  uno  studio  detmarchosePaolucci  de"  Calboli  su/w8- 
sìcisti  nomadi  d'Italia. 

—  La  missione  archeologica  italiana  in  Creta  scoprì  recentemente  ad  Aja 
Triada  un  sarcofago  dipinto,  di  un  valore  inestimabile  Detto  sarcofago  pare 
risalga  a  4500  anni  e  sareblie  il  più  antico  dipinto  Irovato  in  Europa  II  sar- 
cofago è  inoltre  importantissimo  por  la  idea  esatta  ch'esso  dà  dei  costumi  del- 
l'epoca. Sappiamo  che  la  Camera  cretese  votò  un  encomio  ed  un  ringraziamento 
al  capo  della  missione  archeologica  italiana  prof  Halbherr  dell"  Università  di 
Roma,  per  i  lavori  compiuti  negli  scavi  di  Gortina  e  Festòs. 

—  É  stato  recentemente  pubblicato  il  resoconto  annuale  della  Sezione  di 
Costantinopoli  della  Dante  Alitjliieri  Da  esso  risulta  che  quella  fiorente  Società 
conta  ben  233  soci,  fra  i  quali  47  signore.  Ke  è  vei-amente  benemerito  il  pre- 
sidente, avvocato  Lewis  Mizzi  che  ha  donato  e  fatte  donare  cospicue  somme 
alla  Società 

NOTIZIE    GIURIDICHE. 

Come  già  annunziammo,  è  stata  pubblicata  la  relazione  del  deputato  Sa- 
landra  sul  progetto  di  legge  :  Disposizioni  sull'ordinamento  della  famiglia.  Pre- 
scindendo dalle  opinioni  della  maggioranza  della  Commissione  parlamentare, 
non  si  può  disconoscere  che  questo  documento,  per  la  cura  con  cui  è  stato  redjitto 
e  per  la  competenza  del  suo  autore,  è  un  nuovo  e  non  indifferente  contributo 
alle  gravi  e  dibattute  questioni  cui  si  riferisce.  La  relazione  consta  di  due  partì. 
La  prima  riguarda  la  istituzione  del  divorzio  in  Italia  e.  dopo  un  beli'  esame 
delle  ragioni  favorevoli  e  contrarie  ad  ammetterlo  e  dei  vari  precedenti  storici, 
viene  alla  conclusione  con  il  voto  che  la  Camera  non  approvi  il  primo  tìtolo 
del  disegno  ministeriale  soppresso  dalla  Commissione,  la  quale  non  ne  rico- 
nosce l'opportunità,  non  la  necessità  politica  e  giuridica,  non  l'utilità  sociale, 
non  la  giustificazione  scientifica.  La  seconda  parte  accetta  in  massima  le  dispo- 
sizioni del  progetto  di  legge  dirette  a  facilitare  e  garentire  il  riconoscimento 
dei  figli  naturali  ed  a  concedere  loro,  entro  avveduti  limiti,  il  diritto  di  doman- 
dare "in  giudizio  la  dichiarazione  di  paternità.  Non  sono  state  però  accolte  le 
disposizioni  con  le  quali:  1"  verrebbe  ad  essere  accordata  la  facoltà  dì  legitti- 
mare per  susseguente  matrimonio  il  tìglio  nato  da  persone,  di  cui  una  soltanto 
fosse  legata  in  matrimonio  al  tempo  del  concepimento  (articolo  47):  2"  i  figli 
nati  fuori  matrimonio  potreljbero  essere  adottati  dai  genitori,  mentre  l'adozione 
non  sarebbe  permessa  a  chi  ha  figli  naturali  non  riconosciuti  (artìcolo  48  : 
8"  i  figli  naturali  non  riconoscibili  non  sarebbero  così  incapaci  di  ricevere  per 
testamento  (articolo  49)  e  sarebbe  modificato  l'assegno  alimentare  loro  attribuito, 
quando  la  qualità  loro  risultasse  certa  nonostante  il  divieto  d'indagare  la  pater- 
nità e  la  maternità  (articolo  50):  4"  l'ufficiale  pubblico,  ricevendo  una  dichia- 
razione di  paternità  o  maternità,  non  potrebbe,  .senza  una  multa,  far  menzione 
di  circostanze  dalle  quali  si  dedurrebbe  che  il  figlio  è  incestuoso  o  adulterino. 
Infine  la  Commissione,  nesiando  al  Governo  la  facoltà  larghissima  di  coordinare 


NOTIZIE,    LIBRI   E   RECENTI   PUBBLICAZIONI  543 

la  legjge  proposta  con  il  codice  civile  e  con  le  altre  leggi  vigenti,  ha  gius'a- 
raente  formulato  le  disposizioni  di  legge  da  essa  approvate  in  guisa  che  potes- 
sero senz'altro  trovare  il  posto  loro  nel  codice  civile. 

—  Il  deputato  Lucchini  Luigi  ha  svolto  recentemente  alla  Camera  una 
proposta  riguardante  alcuni  provvedimenti  per  la  prevenzione  della  recidiva 
e  per  la  riparazione  degli  errori  giudiziari,  proposta  sulle  cui  linee  generali 
l'illustre  penalista  aveva  già  avuto  occasione  di  pronunziarsi  e  che  corrispon- 
dono, com'egli  dice,  agli  ultimi  e  più  sani  postulati  della  scienza  e  ai  più  mo- 
derni e  pratici  ideali  "della  civiltà  nella  lotta  contro  la  delinquenza  e  per  il 
maggior  prestigio  della  giustizia.  A  questi  tini  provvedono  egregiamente  le  norme 
dettate  dal  Lucchini  per  l'esenzione  da  condanna  e  so.spen.»<ione  di  pena,  per 
la  riabilitazione  e  per  la  riparazione  degli  errori  giudiziari. 

—  Aderendo  ad  un  esplicito  voto  della  Camera,  il  Ministero  ha  proposto 
l'abolizione  del  Tribunale  Supremo  di  Guerra  e  Marina  e  la  devoluzione  delle 
attribuzioni  stabilite  dalle  penali  militari  alla  Cassazione,  di  quelle  per  violazione 
della  legge  sui  matrimoni  dei  militari  ai  Consigli  di  disciplina  divisionali  e 
delle  aUi-e  riguardanti  le  doti  alle  Corti  di  Appello  L'ufficio  di  avvocato  gene- 
rale militare  sarebbe  mantenuto  per  la  con.sulenza  legale  del  Ministero  ed  i 
tril)unali  militari  sarebbero  ridotti  a  dodici  soltanto,  cioè  uno  per  ogni  corpo 
d'armata. 

—  Un  altro  disegno  di  legge  di  indiscutibile  importanza  per  il  nostro  diritto 
pubblico  è  quello  presentato  al  Senato  dal  presidente  del  consiglio  per  regolare  lo 
stato  degli  impiegati  civili.  Dalla  relazione  annessavi  si  deduce  come  la  necessità  di 
simile  legge  sia  stata  intensamente  sentita  e  come  all'attuazione  di  essa  abbiano 
cooperato  con  perseverante  concordia  i  due  rami  del  Parlamento  Tralasciata  ogni 
definizione  di  nomi  e  di  concetti  generali  -  come  quelle  di  pubblico  ufficiale  e 
di  puliblico  impiegato  -  la  relazione  constata  il  bisogno  di  frenare  gli  arbitri, 
consolidare  le  consuetudini  utili,  sopprimendo  quelle  affatto  ingiustificate,  e  ridurre 
ad  unità  le  norme  di  quei  rapporti  uguali  nel  loro  contenuto,  senza  tuttavia 
rompere  affatto  ogni  legame  con  la  tradizione  e  la  pratica.  Vi  è  anche  un  punto 
riguardante  i  delirati  rapporti  fra  il  potere  legislativo  e  l'esecutivo  in  quanto 
deve  conservarsi  a  (iu>'st'iiltimo  quella  giusta  potestà  discrezionale  che  fa  induli- 
biamente  parte  della  competenza  propria  ad  esso.  Ecco  l'ordine  del  progetto  di 
legge  sul  quale  ritorneremo  alla  ripresa  dei  lavori  parlamentari:  I  (art.  1-12) 
Disposizioni  generali,  II  (art.  13-"29)  Ammissione,  promozioni  e  traslocazioni, 
III  (art.  .SO-33^  Missioni  e  congedi,  IV  (art.  :l4-iOi  Aspettativa  e  disponibilità, 
V  (art.  11  11))  Dimissioni,  dispensa  dal  servizio,  collocamento  a  riposo,  VI  (art..50 .54) 
Consigli  di  disciplina,  VII  art.  55-72)  Punizioni,  Vili  (art.  72-77)  Disposizioni 
finali  e  transitorie. 

r^ 

Gli  usi  civici  in  Sicilia,  di  A.  PUPILLO-BARRESL  Catania,  1903,  Gian- 
ni itt.\.  pag  137  L  3.  —  Oggi  che  sono  ancor  vive  molte  controversie  riguar- 
danti quotizzazioni  di  demani  e  scioglimenti  di  promiscuità,  e  che  comuni  e 
privati  si  contendono  aspramente  le  facoltà  acquisite  ai  cittadini  di  godere  i 
prodotti  naturali  di  talune  parti  del  loro  territorio,  oggi  questa  accurata  mono- 
grafia non  è  priva  di  (lualche  pratica  utilità,  giaccliè  offre  uno  schema  di  quel 
che  furono  gli  usi  civici  in  Sicilia  dalle  origini  romane  sino  ai  dì  nostri.  Certo, 
considerato  da  un  punto  di  vista  strettamente  scientifico,  il  libro  ci  sembra  in 
alcune  parti  alquanto  manchevole,  specie  quando  l'autore,  che  è  del  resto  giova- 
nissimo, si  ferma  a  studiare  il  difficile  argomento  nei  periodi  più  fulgidi  del 
diritto  pubblico  siciliano,  ed  accenna  a  qualche  ardita  opinione  non  fondata  su 
esatta  interpretazione  di  antiche  fonti  giui'idiche.  Ciò  non  per  tanto  il  metodo, 
gli  intenti  ed  i  risultati  ottenuti  dal  Pupillo-Barresi  meritano  una  sincera  parola 
di  compiacimento  e  di  lode  fu.  f.  sì. 

Recenti  pubblicazioni  : 

[diritti  dell' ìKimn.  di  ]Vrol.a  Speu.\lieui.  —  Torino-Roma.  i903,  Roux  & 
Viarengo.  p.ag.   10.  LI.  0 

Comminto  alla  Irqqe  snlln  imposta  di  rirchessa  mobile,  di  Oronzo  Qvarta.  — 
Milano.   190-,  Soc.  Ed'Lib.,  voi.  Il,  fase,  'i.'i-ifi.  L  2. 

Della  riparnsione  del  danno  nella  fiinsione  punitiva,  di  Gii'seppe  Grecìouaci.  — 
Torino,  l'.l03.  Un  Tip  Ed.,  pag.  30'2.  L.  8. 

Delitto  e  pena  nel  pensiero  dei  Greci,  di  Alessandro  Levi.  -  Torino,  190!. 
Fratelli  Bocca,  pag.  viii-2T8.  L.  3..")0. 

Delle  locazioni  immohiliari.  di  RicnAUDo  Fibini.  —  Milano,  190. i,  Soc.  Ed. 
Lib.,  pag.  7i6.  L.   lo. 


LIBRI 

PERVENUTI  ALLA  DIREZIONE  DELLA  iVUOVA  ANTOLOGIA 


Xapoìi  p  la  nnesiUone  merkiionale,  di  Francesco  Saverio  Nitti.  — 
Napoli,   i'.tiCÌ,  Luigi  Pierm,  pagg.  17i2.  L.  ± 

Alpinisti  Cialiattoni,  di  A.  G.  Cagna  (con  39  incisioni  e  1^  tavole, 
disegni  di  G.  Grassis).  —  Milano,  1903,  Ulrico  Hoepli,  ed..  ])agg.  i234. 
L.  4. 

L'eoolazioìir  iimana.  di  G.  Serui.  Piccola  Biblioteca  di  Scienze 
Moderne.  —  Torino.   VM):].  F.'»  Bocca,  ed.,  pag.  283. 

Disegno  storico  dell'arie  italiana,  di  GnLio  Urbini.  Parte  I  (dal 
secolo  I  al  xv).  —  Roma.  1903,  G.  B.  Paravia  &  G..  pagg.  114.  L.  1.80. 

Religione  e  Politica  -  Etioloqia  dei  costumi,  di  Antonio  Bacc.a- 
redoa.  —  Napoli,  1903,  Detken  &•  RoclioU.  jìagg.  795.  L.  4 

Il  Miruiidiu.  Romanzo  di  Lucio  d'Ambra.  —  Torino,  11X)3,  Roux  & 
VHarengo.  pagg.  349.  L.  3. 

/  fumi  dei  baitello.  Scene  valsassinesi  di  Piero  Ma(ìistretti.  — 
Milano.  1903,  Ditta  Editrice  P.  Clerc  (Corso  Genova,  15),  pagg.  "292. 
L.  4.  ■ 

Raccolta  di  pensieri  e  modi  errati  (1867),  di  Giovanni  Bovio.  — 
Napoli.  1903.  Tipografìa  Melfi  &  Joele  (Palazzo  Maddaloni),  pagg.  160. 
L.  2.50. 

Il  nostro  Alleato  del  Sud.  Studio  snll'  Italia  di  Arnold  Blanken- 
FELD.  Traduzione  di  Dante  Parenti.  —  Roma.  1903,  Ludovico  Cec- 
chini, pagg.  134.  L.  1.50. 

Dal  Canal  Orande  al  Corno  d'Oro.  Noterelle  di  viaggio  di  Carolina  Pelitti. 
~  Toiiuo,  1903.  Giovanili  Gallizio,  pagg.  180.  L.  2.50! 

Oli  elettori  del  Papa.  Biografie  -  Appunti  di  Storia  e  di  Diritto.  —  Roma,  1903, 
Desolfie,  Lefebvre  &  C. '">,  pagg   96. 

L'ultimo  moto  massinimo  (185T),  per  Ersilio  Michel.  Episodio  di  storia  to- 
scana. —  Livorno,  1903,  S.  Belforte  &  C  ,  pagg.  115.  L.  2. 

Carmina,  di  Giuseppe  Scopa.  —  Napoli,  liiOS,  Luigi  Pierro  &  Figlio,  pagg.  !iO. 

Note  dantesche,  di  Pietro  Gamhèra.  —  Salerno,  1903,  Fratelli  Jovane,  pagg.  88. 

Dottrine  religiose  e  sociali  del  Conte  L.  K  Tolstoi,  per  Bassano  Gabha.  — 
Milano.  1903,  F.i'i  Treves,  pagg.   132.  L.  1.50 

Culla  vuota.  Versi  di  Adriana  Battaguni-Costa-Reghini.  —  Firenze,  1903, 
R.  Beuiporad  &  Figlio,  pagg.  lOG 

Filosofia  morale,  di  LuKU  Friso.  —  Milano.  1903,  f  Irioo  Hoepli,  pagg.  850. 
li.  3. 

Manuale  per  il  i/iurato,  di  Augi^.sto  Setti.  —  Milano,  1!)03,  Ulrico  Hoepli, 
pagg.  246.  L.  -^.SO.  '  . 

Album  del  «  Vessillo  Israelitico  »  contenente  prose,  versi,  pensieri,  senteme  di 
vani  scrittori,  compilato  dal  direttore  Cav.  F.  Servi,  per  il  Cinquantesimo  anni- 
rersario  del  periodico.  —  Torino,  1903,  Luigi  Simonetti.  pagg.  140. 

PUBBLICAZIONI  DELLA  CASA  B.  TAUCHNITZ  DI  LIPSIA. 
(Ciasciui  volume  L.  2(. 

Souls,  by  Rita.  1  voi.  3663. 

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Tlie  Star  Dreamer,  by  Agnes  and  Egbrton  Castle.  2  vols.  3666-3667. 

Conrad  in  Qiiest  of  Éis   Yoath,  by  Léonard  Merrick.  1  voi.  3668. 

Castle  Omeragh,  by  Frank  Frankfort  Moorb.  2  vols.  3669  3670. 


Pubblicato  il  1°  agosto  1903. 


Direttore-Proprietario:  MAGGIORINO  FERRARIS. 


Raffaello  Messini,  Responsabile. 


Roma,  Via  della  Missione,  3  •  Cario  Colombo,  tipo^afo  della  Camera  dei  Dopatati 


I  VERSI  DELL'ARTE 


«  Alla  fonte  » 

di  Domenico  Trentacoste. 

Dtil  pianto  (li  Niobe.  dal  fiso 
sconforto  di  Pia. 
d'  Ofelia  dal  pallido  viso 
(dajipoi  olle  fra  l'onde  morìa) 

non  forse  in  un'allw  di  maggio 
balzò  nella  creta 
il  fior  di  un  efebo,  ed  il  raggio 
di  un'anima  vergine  e  lieta? 

Da  un  distico  d'Albio  Tii)ullo. 
di  Maro  da  un  verso, 
ti  venne  codesto  fanciullo, 
col  riso  che  trilla  sì  terso".' 

Sul  margo  del  fonte  egli  sosta  : 

dell"  acqua  gli  inviti 

ascolta:  e  a  una  gaia  risposta 

già  par  che  il  suo  labbro  s"  inciti... 

Ah  veggo!  La  tonte  a  cui  beve, 
sei  Tu.  Giovinezza  ! 
da  Te  ne"  precordi  riceve 
suggello  vital  di  gaiezza  ! 

Ed  io,  cui  sul  fronte  la  neve 
già  sfiora  e  carezza, 
risento  sid  cor,  lieve,  breve, 
il  fascino  tuo.  Giovinezza! 

-22  aprile  190S. 

35  Voi.  evi,  Serie  IV  -  V,  agosto  1903. 


546  I  VERSI  dell'ahi-e 


Il  Seminatore 


di  Domenico  Trentacoste. 

(Versione  dal  francese  dì  Maurice  Gi'illemot). 


Nobile  e  calmo  va  :  con  occhi  intenti 
guarda  lontano,  a  un  avvenir  migliore: 
^a.  con  il  gesto  del  Seminatore 
elle  sparge  Toro  delle  sue  sementi. 

V.  suo  il  domani.  Alto  il  pensier  sui  venti 
lancia,  lungi  dal  mondo  inferiore: 
batte  per  tutti  un  palpito  il  suo  cuore, 
sdegnoso  di  volgari  allettamenti. 

Donde  viene"?  ove  tende"?  È  il  Dio  Progiesso, 
clie  il  nostro  spirto  affranca  e  rinnovella. 
e  che  passa  fra  noi  come  una  stella. 

Il  suo  raggio,  del  Ver  puro  riflesso, 
guida  gli  umani  (mentre  il  ciel  s"  indora) 
alla  suprema  trionfale  aurora. 


] 


Per  un  bassorilievo  funerario. 

A  Leonardo  Bislolfi. 

Fra  le  tue  visioni,  o  Leonardo, 
regna  serena  imagine  la  Morte, 
d'ogni  forma  mortai  più  bella  e  forte, 
dolce  al  pensier,  dolcissima  allo  sguardo. 

("hi  diede  al  gènio  tuo  tal  maliardo 
poter,  cli'ei  varca  le  fatali  porte, 
e  con  le  nuove  cose  che  v"  iia  scorte 
agita  il  volgo  accidicso  e  tardo"? 

Ecco  un'ara.  Costor,  che  il  fuoco  cinse, 

rivivono  tra   mobili  volute 

e  l'uno  spirto  a  sé  già  faltro  stringe. 

E  così,  pur  dalle  ceneri  mute, 
rinasce  Amor  che  la  Morte  non  vince, 
e  parla,  del  tuo  marmo  alla  virtute. 


1  VERSI  dell'arte  547 


Mater  dolorosa 


A  Leonardo  Bistol/ì, 


Nelle  Madonne  di  Donato  ride 
dolce  il  poema  dell'  amor  materno, 
e  un  Parvolo,  col  suo  fascino  eterno, 
ogni  gentile  spirito  conquide. 

Ma  nella  tua.  che  cara  ospite  attendo, 
tutta  del  mondo  Y  infinita  ambascia, 
tutto  il  pianto  dell'  anime  s'  accascia, 
die  talor  anche  in  me  gemere  intendo. 

Chino  il  volto,  le  braccia  abbandonate, 
abbandonata  la  persona  affranta, 
innanzi  al  tuo  destino  umile  e  santa, 
salve,  o  Regina  delle  addolorate! 

Salve,  o  Madre  del  pianto,  o  non  fallace 
solo  conforto  dell'  afflitta  gente: 
noi  cui  dolore,  \ivo  eternamente, 
laute  anime  spezzate  ebbeio  pace! 


La  Stìnge  » 


tu'  Leonardo  Bistolfi. 


Che  medita  costei"?  L'ineluttabile 
d'oltretomba  terror  non  la  spaventa.' 
Calma,  raccolta,  immobile, 
guarda  oltre  il  tempo,  oltre  lo  spazio,  intenta. 

Scendon  sul  petto  scarno. 

fin  sulle  scarne  mani,  i  suoi  capelli... 

Dea  degli  avelli. 

noi  ti  chiediam  la  gran  j)arola...  Indarno! 

Tu  l'ignoi'i.  La  tua  marmorea  pace 
alcun  senso  non  turba,  alcun  pensiero. 
Negli  occhi  tuoi  non  giace, 
gelido  e  orrendo,  il  funebre  Mistero. 

Tu  stai,  proteso  il  volto,  i  gigli  allato, 
la  croce  al  pie.  religioso  simliolo: 
a  te  dinanzi,  oscura  ed  invisiliile. 
l'ombra  del  Fato. 

Tu  in  lei  t'affìggi:  e  con  piofonda  e  forte 

indifferenza,  lungi  alla  vii  tema. 

scruti  il  problema 

eterno  della  Vita  e  della  Morte. 


548  I  VERSI  dell'arte 

«   Crepuscolo  » 

di  Li'onindo  Bistolfi. 

Calano  lente  l'ombre  del  crepnsfolo 

sulla  campagna. 

Teneramente 

si  stringe  a  lui  la  tacita  compagna 

nel  languido  abbandono  del  crepuscolo. 

Che  pensan  essi"?  Su  dal  cuor  profondo 

salgono,  lenti,  sogni  e  desiderii. 

A  lidi  incogniti 

veleggian  l'anime. 

naufragando  nell'anima  del  mondo. 

Del  primo  bacio  torna  la  memoria. 
Forse  dell'ultimo 

bacio  il  terror  s'atfaccia  all'imiirovviso- 
l'idtimo  bacio,  l'ultimo  sorriso, 
della  \ita  nell'ultimo  crepuscolo... 

Là.  dietro  ai  monti,  s'è  celato  il  sole  : 

ombra  e  silenzio! 

Come,  senza  parlar,  s'intendon  l'anime! 

Oli  i  colloqui  dolcissimi,  al  crepuscolo,  ; 

senza  parole!... 


«  Veglie  dell'anima  ». 

A  Pietro  Canonica. 

La  tua  statua  vivrà.  Quella  che  il  dito 
creatore  plasmò  persona  bella, 
che  dorme  e  pensa,  sogna  e  parla,  quella 
che  in  cuor  portasti,  trepido  e  smarrito: 

quella  che  i  gigli  delle  membra  ostende, 
ed  in  sua  nudità  tanto  è  pudica: 
quella  che  opprime  come  una  fatica, 
onde  il  bel  corpo  lasso  si  distende: 

quella  che  dalle  palpebre,  pur  chiuse, 
e  dalla  bocca,  pur  silente,  vibra 
tutta  l'anima  sua,  tutta  la  libra 
spiritale  che  il  tuo  genio  le  infuse, 

quella  vivrà.  vi^Tà.  Ben  più  di  un  cuore 
indagherà  l'enigmatico  viso 
e  una  traccia  di  pianto  o  di  sorriso 
gli  chiederà,  con  desioso  errore. 

Pili  d'uno  a  lei  verrà,  com'  io.  sospinto 
da  un  bisogno  di  pace  e  di  mistero, 
e,  mondo  d'ogni  torbido  pensiero, 
in  lei  riposerà,  pacato  e  vinto. 


I  VERSI  dell'arte  549 


Nella  villa  dell'amico. 


Alla  signora  Olga  Cannnica-Sormani. 


O  Sianola  jientil.  spesso  m'avviene 
che  mi  punga  di  V^oi  la  nostalgia. 
A  casa  vostra  si  sta  tanto  bene! 
casa  d'intimità,  di  cortesia, 
dove  l'Arte  e  l'Amore  in  comj)agnia 
vivono  inalterate  ore  serene. 

Piero  foggia  con  man  meravigliosa 
creature  dal  marmo  e  dalla  creta  : 
Voi  col  sorriso  di  tenera  sposa 
tutta  gli  late  la  dimora  lieta: 
quando  passate  in  un  fruscio  di  seta, 
sente  il  suo  cor  la  pace,  e  in  V^oi  riposa. 

Care  memorie,  il  Padre  e  la  Sorella 
qui  tornano  fra  dolci  antichi  affetti  : 
Voi  ne  ascoltate  la  nota  favella 
risuscitarvi  gli  anni  giovinetti, 
popolar  di  fantasimi  diletti 
il  giardino,  la  casa  e  la  cappella. 

O  voi  felici,  che  il  Destin  vi  serba 
(luesto  ridente  solitario  nido! 
Noi,  giù,  la  vita  cittadina  acerba 
preme,  e  il  volgo  malevolo  ed  inlido  : 
si  che  a  voi  sale  il  mio  cupido  grido, 
a  voi  cui  cingon  l'ombre  folte  e  l'erba. 

Sulla  terrazza,  onde  a  traverso  il  piano 
errabonda  si  perde  la  pupilla 
insino  all'Alpi  candide,  lontano, 
piove  alla  vespertina  ora  traiK[uilla 
(mentre,  ai  pie,  la  città  di  lumi  brilla) 
un  fascino  di  sogni,  intimo,  arcano. 

E  qui  talor.  mentre  gentile  e  buona 
la  vostra  voce  favellarmi  ascolto, 
ecco,  lontan,  come  il  desìo  lo  sprona, 
vola  il  pensiero  a  un  sospirato  volto  : 
e  fra  il  cerchio  amichevole  raccolto 
cerco  una  cara  cognita  persona... 


550  I    VERSI    DELL  ARTE 


Ricordi  biellesi. 


A  Lorenzo  Dcllcaiii. 

0  Lorenzo,  che  fanno  i  bei  castagni 
del  nostro  verde  irriguo  Biellese, 
e  il  tuo  grande  Mucrone,  e  le  scoscese 
balze  che  1"  Elvo  assorda  co'  suoi  lagni  "' 

Che  fa  la  densa  tacita  lioscaglia  '^. 

e  le  vacche  disperse  alla  pastura  ? 

e  a  sommo  il  poggio,  in  faccia  alla  ])ianura, 

il  Santuario  che  sovrasta  Graglia  ? 

Lorenzo,  io  li  rammento  ;  io  li  sospiro 
vagando  la  balselica  Parigi, 
fra  gli  orizzonti  nubilosi  e  grigi 
cui  segnano  i  palazzi  angusto  il  giro. 

Io  li  sospiro.  Quante  rime  han  visto 
rampollarmi  dal  cuore  innamoraio  ! 
L'  Elvo,  talor.  mandava  un  ululato, 
come  un  lamento  minaccioso  e  tristo. 

Talor  fra  l'erbe  e  i  muschi  ed  i  ciclami 
lene  gemeva  in  esili  zam])illi, 
in  brevi  laghi,  limpidi,  tranquilli, 
ove  gli  ontani  ritletteano  i  rami. 

Arduo,  quinci,  a  Sordevolo  il  salire, 
ma  piana  poi  la  strada  al  tuo  PoUoue. 
S'affaccia,  su.  l'aereo  Mucrone  : 
va  la  via,  pur  fra  l'ombre,  in  lente  spire. 

Oh  le  linde  casette,  a  mezzo  il  c^Ue, 
tra  il  frascheggiar  che  si  propaga  al  piano, 
alle  torri  di  Biella  erme,  lontano, 
dell'orizzonte  al  vapor  pigro  e  molle!... 

Poscia,  fra  i  sacri  monti,  i  Santuari 

ove,  fidente  e  pia,  viene  la  schiera  1 

dei  pellegrini,  alla  Madonna  Nera, 

pregando  a  pie  dei  benedetti  altari. 

Li  udrai.  Maria?  Rivolgerai  le  sante 
luci  ai  mali  che  attliggono  la  terra"? 
al  dolor  che  fra  gli  uomini  si  sferra, 
e  a  Te  si  prostra,  stanco  e  supplicante"? 

Ma,  Signor,  la  tua  voce  io  più  la  sento 
fra  le  rocce  solinghe  e  in  mezzo  ai  bo.schi. 
sia  che  rida  il  sereno,  o  sia  che  foschi 
nuvoli  corran  via,  preda  del  vento. 


I    VERSI    DELL  ARTE 

Per  le  rocce,  pei  boschi  e  per  i  prati 

venni  l'ultima  volta  in  comitiva. 

Tepido  s'afTondea  per  l'aria  estiva 

un  odorar  di  fieni  Imbalsamati. 

lo  lo  riveggo,  Amico,  il  pingue  verde, 

il  brumoso  mattino  e  l'erta  costa. 

il  latte  munto  nell'alpestre  sosta. 

mentre  la  nebbia  in  fiocchi  si  disperde. 

E  un  fresco  riso  di  fanciulle,  un  coro 

di  voci  giovanili  ancor  mi  suona: 

scorgo  d'  intorno,  in  florida  corona, 

capelli  neri  e  vaghe  trecce  d'oro. 

0  trecce  d'oro,  e  voi,  capelli  neri. 

sol  nel  ricordo  poi  v'  ho  riveduto  : 

ne  vi  giunge  un  mio  palpito,  un  saluto. 

l'intima  nostalgia  de' miei  pensieri"?... 

Delleani,  1'  istessa  nostalgia 

al  mio  paese  mi  ritorna  ancora. 

[vi  è  l'avita  semplice  dimora 

che,  all'estate,  accogliea  1'  infanzia  mia. 

Ivi  crebbe  mio  nonno.  E  la  bonaria 

effige  sculta  ancor  vi  sta,  sovrana  : 

ode  all'alba,  al  tramonto,  una  campana 

salutar,  dalla  pieve  solitaria. 

Egli  amò  quella  pieve  :  amò  il  suo  Dio. 

e  la  sua  gente  :  e  ad  opera  fornita 

riandò  con  sereno  occhio  la  vita, 

e  a  cor  pacato  potè  dirle  :  addio  ! 

Mio  Padre,  poscia,  amò  le  vecchie  stanze, 

i  nuovi  fiori,  il  piccolo  giardino. 

ove  i  ciclami,  occulti  sotto  il  pino, 

danno  all'aria  selvatiche  fragranze. 

Ivi,  accanto  ai  girani,  alla  vainiglia, 

all'edera,  alle  rose  arrampicanti, 

quanto  festivo  trastullarci,  e  quanti 

dolci  affetti  nell'intima  famiglia!... 

0  Lorenzo,  il  mio  cuor  così  ricorda 

il  nostro  verde  irriguo  Biellese, 

il  tuo  grande  Mucrone,  e  le  scoscese 

balze  che  1'  Elvo  co'  suoi  lagni  assorda. 

Ritrova  intatte,  nel  pensier  fedele, 

le  rimembranze  mie  più  care  e  meste  : 

ritrova  rocce,  prati,  aeque,  foreste. 

vive  nella  malìa  delle  tue  tele... 

Parigi,  settembre  1891. 


551 


552  I  VERSI  deli/arte 


«  Nozze  d'oro  • 

Quadro  di  Mario  Bedeschi,  al  Museo  di  Torino. 

Le  viole,  destandosi  al  mattino. 

trovar  sul  tavolino, 

ove  furtivamente 

amica  mano  di  vicin  le  pose  : 

e  la  breve  dimora 

alla  novella  aurora 

tutta  sorrider  parve  oltre  l'usato, 

dalle  nude  pareti 

air  antico  soffitto  affumicato. 

«  Cari  vecchietti  miei  -  scrive  il  figliuolo 

cui  trasse  lungi,  in  suolo 

di  Francia,  speme  di  miglior  guadagno  - 

oh  come  triste  mi  sarà  domani 

non  divider  con  voi  l'aria,  il  soggiorno, 

gli  abbracci  e  le  carezze  ! 

Vola,  lettera  mia,  vola  ai  lontani, 

ove  il  desio  ti  chiama  ; 

di' eh' io  t'invidio  e  del  destin  mi  lagno». 

Or  la  lettera  sta  sid  tavolino. 

che  uno  scoppio  di  baci 

ne  interruppe  la  trennda  lettura 

Poi  la  vecchia:  «  Ricordi  un  birichino 

che,  sessant'anni  or  sono. 

correndo  il  mondo  in  cerca  di  ventura. 

se  tornava  in  paese, 

con  motti  e  pizzicotti 

non  dava  pace  ad  una  l)imì)a  bionda? 

*  Indi,  cresciuto  in  anni,  il  birichino 

sposò  la  bionda.  Allora 

non  si  meschiavan  sindaco  e  curato  ; 

per  venire  in  città  dai  nostri  monti 

non  si  sognava  ancor  la  ferrovia. 

Pure  con  che  allegria 

sul  vecchio  legno  tardo  e  sconquassato 

salutavam  dall'alta  imperiale 

i  borghi  e  le  città  dello  stradale  ! 

«  Gianni,  là  nel  paese  i  buoni  vecchi, 

che  il  nostro  nodo  allora  han  benedetto, 

son  iti,  ad  uno,  ad  uno: 

lungi  dal  natio  tetto 

non  li  obliammo,  abbandonando  il  bruno; 

e  il  figlio,  che  il  Signor  ci  ha  conservato. 


I  VERSI  dell'arte  553 

ora  con  pari  affetto 

sotto  il  ciel  di  Marsiglia 

volge  fido  il  pensiero  alla  famiglia  ». 

Sfìlan  rapidamente  alla  memoria 

liete  vicende  e  amare: 

anni  allegrati  da  una  lunga  pace 

e  tronche  all'improvviso 

gioie  dal  colpo  dell'età  fugace  : 

i  genitor  cui  la  vecchiezza  spense. 

i  pargoletti  contrastati  indarno 

all'  immatura  fine, 

che  a  deprecar  non  valse  il  biondo  crine. 

Poi  nella  corsa  per  l'età  fuggita, 

quasi  stanco,  talor  l'uno  si  arresta: 

come  alla  verde  giovinezza,  un  caldo 

soffio  d'amor  l'incita. 

copre  di  baci  la  diletta  testa  : 

e  nella  breve  stanza 

esala,  a'  rai  del  sole. 

una  casta  fragranza 

di  candidi  capelli  e  di  viole  ! 


«   Exoriare  aliquis...   » 

Gruppo  ili  bronzo  di  Ci/tirii'llo. 

Questo,  caduto  nella  lotta  oscura, 
porti,  o  madre  dolente,  all'ospedale  : 
ma  l'altro  forse,  che  il  tuo  sen  matura, 
sarà  l'Atteso,  il  redentor  fatale? 

Aprile.  l'MìiS. 

*  Le  reclute  » 

Quadro  di   Vittorio  Cavalieri. 
Risa,  schiamazzi, 
liberi  lazzi, 
fra  i  bersaglieri, 
reclute  d'ieri. 

Fra  questa  balda 
brigata,  il  sole 
penetra,  e  scalda 
visi  e  parole. 

Son  racconti  di  lepide  avventure: 
son  l'ultim'ore  in  libertà  trascorse: 
gli  ultimi  baci  dati  e  presi  -  e,  forse, 
l'idtime  ubi'iacature  ! 


554  I  VERSI  dell'arte 

Tutto  fhiufio  nell'anima  raccolta, 

solo  costui  non  parla  e  non  ascolta. 

A  parte  siede: 

poggia  il  capo  alla  mano  : 

fisso  e  chino  è  lo  sguardo:  a  che"-  a  un  lontano 

borgo,  ad  alcuno  ch'ei  soltanto  vede... 

Degli  addii  l'ora 

rivive  ancoia. 

Nelle  recenti  sue  memorie  fruga: 

la  mamma  addolorata  gli  si  aitacela: 

il  padre  che  rasciuga 

d'una  furtiva  lacrima  la  traccia  ; 

poi,  tenace  e  soave  visione, 

della  diletta  l'ultimo  saluto 

ad  un  halcone  : 

lo  sguardo  muto: 

un  bacio  che  per  l'aria  ancor  gli  viene, 

un  fior  che  vola, 

ch'egli,  fra  il  labbro,  trasognato  tienp. 

ricordo  che  lo  punge  e  lo  consola... 

Quanta  gajezza 
lìi  giovinezza 
fra  i  bersaglieri, 
reclute  d"  ieri  ! 

Solo  costui  non  parla  e  non  ascolta  : 
neir  anima  raccolta 
sente  morir  la  fragranza  d'  un  fiore 
tra  una  pungente  nostalgia  d'amore... 


Per  la  strada  di  Orbassano. 

A    Vittorio  Carotieri. 

Nella  sottile  nebi)ia  mattutina 
vela  i  tloiidi  fianchi  la  collina, 
e  le  montagne  fumano  a  ponente. 

Mene,  per  l'aria,  un  suono  di  campane, 

che  dalle  case  disperse  e  lontane 

chiama  alla  messa  la  divota  gente. 

Nel  sole  esulta  la  pianura  verde, 
ove  lo  sguardo  naufrago  si  perde, 
e  l'attraversa  stridulo  il  vapore. 

Cantan  gli  uccelli  tra  le  fronde,  occulti: 

vivi  dialoghi,  armonici  tumulti. 

saluti  al  maggio,  melodie  d'amore. 


I  VERSI  dell'arte  555 

È  festa.  Per  le  strade  soleggiate 
passan  frequenti  garrule  brigate  : 
oggi  il  contado  per  un  dì  s'inurba. 

Ma  la  mia  cittadina  anima  stanca 

vien  pellegrina  a  una  casetta  bianca, 

dai  rumori  fuggendo  e  dalla  furba. 

Qui  stai,  piftor  dal  cuore  di  poeta  : 
qui  stai,  dell'arte  verecondo  asceta, 
fra  le  tue  visioni  e  i  tuoi  ricordi. 

Che  fa,  se  ad  altri  gli  agi  signorili. 

le  facili  lusinghe  femminili"? 

e  a  te  mostrin  le  spalle  i  volghi  sordi' 

Tu  dalla  breve  rustica  dimora 
ricevi  il  primo  bacio  dell'aurora, 
e  saluti  sull'Alpe  il  dì  moi-ente. 

Miri  l'oscura  vita  della  plebe 

curva  sopra  la  vanga  a  franger  glebe, 

e  la  illustri,  amoroso  e  paziente. 

Narri  idilli  di  cuori  giovinetti, 
narri  giochi  d' infanti  a  te  diletti, 
o  arguto  novellier  della  campagna. 

Poi.  talor,  ti  si  attristano  le  tele. 

e  dii)ingi  materne  ansie  e.  crudele, 

entro  il  tuguiio  un'agonia  si  lagna.... 

0  Vittorio,  e  tu  adempì  la  tua  via, 

solo  adorando  il  \'ero,  poesia 

eterna  della  vergine  Natura. 

Accogli  ancor  la  voce  che  s' innalza 

dall'  umil  gente  faticosa  e  scalza, 

che  alle  mense  dei  ricchi  il  pan  matura. 

Odi  il  linguaggio  semplice  e  sincero 
onde  la  madre  Terra  al  tuo  pensiero 
rivela  forme  innumere  di  vita. 

E  se  il  desio  di  te  gli  amici  spinga 

a  questa  casa  tacita  e  solinga 

che  fra  tanta  malìa  di  verde  invita, 

accenna  loro  la  campagna:  insegna 

la  pace  che  nell'ermo  esilio  regna 

e  dolce  impera  de"  tuoi  quadri  in  cima. 

Essi  l'invidieran,  com'io:  che  al  blando 

riso  di  maggio  me  ne  vo,  destando 

gli  echi,  per  te.  della  dormente  lima. 

n  gìoruo  dell'Aseensioue,   189G. 


556  I  VERSI  dell'arte 


I  ritratti  di  Gualfarda  e  di  Marcella. 


Ad  Angelo  Dall'Oca  Bianca. 

Angelo,  paion  candide  faifalle 
le  bimbe  che  segnò  la  tua  matita. 
Ricordi  "?  il  dì  morìa  sopra  la  valle 
quando  sorgevi,  ad  opera  compita. 

Le  mie  bimbe  ridean.  Ridea  Marcella, 
biondo  tenero  fior.  Ridea  Gualfarda, 
grandi  occhi  neri  tra  le  brune  anella, 
che  tutto  ti  viucea,  la  maliarda  ! 

Federico  venia,  precoce  amante 

delle  matite  tue,  de"  tuoi  pennelli  : 

e  intorno,  allor,  che  gridìo  lieto,  e  quante 

corse  con  i  miei  tre  piccoli  uccelli  !... 

Or  eh'  io  ritorno,  mentre  maggio  odora, 
a  questa  casa,  a  questo  ermo  giardino, 
nel  memore  pensier  ti  veggo  ancora 
pingere  e  folleggiare,  appiè  del  pino... 

-  Nonnetta  Minna  mia,  nonnetta  buona, 
dolce  regina  del  jilacido  regno, 
vuoi  tu  meco  venir  oggi  a  Verona, 
al  fido  amico  dal  bizzarro  ingegno  "?  - 

Sì,  quest'oggi  verremo.  Alle  tue  tele 

verremo,  conu»  in  pio  pellegrinaggio, 

là  dove  chiede  il  tuo  peniiel  fedele 

al  cielo,  all'acque,  ad  ogni  forma,  un  raggio. 

Verremo.  Rivedrò  l'Adige,  a  sera, 
tra  gli  argini  passar,  muto  e  solenne  ; 
e  la  Piazza  dell"  Erbe,  onde  sì  fiera 
rampogna  su  dall'animo  ti  venne  : 

e  le  chiese,  ove  i  secoli  han  pregato  ; 
e  le  fanciulle  che  sanno  l'amor... 
tutta  la  tua  città  viverti  allato, 
la  tua  città,  cui  desti  l'Arte,  e  il  cuor! 

3ie  il'  Mliisi  (Vcn.iiiil.  2->  inauf-io  1903. 


I  VERSI  dell'arte  557 


A  Villa  Borghese, 

A  Te.  lontana. 

Qui  tra  Telci.  qui  pei  viali  solitari 
tu  mi  segui,  tìda  amica,  nel  pensiero  : 
forse  avvolta  dentro  il  mobile  leggero 
velo  della  nebbia  ? 

Piati  roridi  all'autunno,  voi.  sacrari 
taciturni,  dalla  densa  ombra  tranquilla, 
ove  sola  s'ode  l'acqua  che  zampilla 

con  mormorio  querulo. 

quanta  ]iace  qui  nel  vostro  ospite  grembo, 
quanta  pace  fra  le  nere  antiche  fronde, 
quanta  ])ace.  bianco  cigno,  pur  tra  l'onde, 
che  sereno  navighi  ! 

Ecco  il  sol  fende  la  nebbia  :  rompe  a  sghembo 
di  fra  i  pini,  sovra  l'erba  che  scintilla  : 
sei  tu  meco  nel  mattino  di  novembre,  per  la  villa 
sacra,  amico  spirito  ? 

Roma,  novembre  lllOO. 
(Pastello  di  Gerolamo  Cairati). 

Augusto  Ferrerò. 


SULLA  SOGLIA  DEL  MLSTERO 


Più  d'una  volta  nel  corso  della  mia  vita  lio  interrop'ato  me  stesso. 

«  D'onde  vieni?  -  mi  chiesi.  -  Dove  vai'?  » 

La  risposta  non  fu  mai  pronta,  non  fu  mai  sola. 

Plinio  rispose  jier  me  un  vecchio  catediista  dimenticato,  minac- 
ciandomi l'inferno  se  interrogassi  ancora,  facendo  luccicare  in  alto  il 
paradiso  stellato  a  patto  che  dessi  fede  cieca,  senza  intendere,  a  tutte 
le  verità  rivelate.  Poi.  usciti  dalla  cattedra  e  dai  libri,  a  me  risposero 
un  metafisico  e  un  razionalista  spiegandomi  in  vario  modo  la  loro 
dubitosa  dottrina  per  cacciarmi  in  un'altra  tenebra  dotta,  in  ultimo, 
non  in  me,  anzi  da  me  molto  lontana,  una  scienza  miope,  affermando 
sé  stessa  nella  cellula  prepotente,  negando  valore  a  ogni  tilosotia.  anzi 
a  ogni  secrezione  del  cervello  umano  -  che  è  poi  l'idea  -  mi  assicurò 
in  tono  arrogante  che  per  sua  lunga  esperienza  (e  corto  senno)  io  e 
tutti  gli  altri,  lui  pure  compreso  (bontà  sua),  partiti  ieri  dal  niente, 
torneremo  domani  al  magnifico  nulla.  Clii  si  senfi  lare  queste  tre 
risposte,  (piasi  a  un  temjx)  medesimo,  in  sé  stesso,  che  è  quasi  da  sé 
stesso,  e  seppe  rassegnarsi  al  purgatorio  dopo  morte  per  passare  alla 
men  peggio  la  misera  esistenza  presente,  certo  non  fece  male  a  sé  né 
agli  altri  quanto  in  sé  e  inforno  a  sé  ne  fece  la  scientifica  boria,  la 
quale  condanna  tutta  l'umanità  bendata  alla  materia  cieca. 

Ma  fra  i  diversamente  rassegnati  io  trovai  il  dubbio  sempre  sveglio, 
il  dubbio  che  perennemente  interroga,  e  talvolta  si  dà  risposte  lumi- 
nose e  pronte,  le  quali  per  un  poco  accontentano  ed  esaltano,  ma  più 
si  oscurano  interrogando  ancora.  E  trovai  le  anime  inquiete  e  sma- 
nianti  per  aver  forse  veduto  il  cielo  una  volta  e  non  saperlo  più  tro- 
vare in  terra.  Allora,  non  peranco  addomesticato  alla  umana  bassura, 
provai  anch'io  l'agonia  dell'uomo  sano,  e  vidi  da  vicino  il  purgatorio 
dei  vivi. 

A  queste  anime  interroganti  e  assetate  di  verità,  a  queste  anime 
poverette  che  se  ne  vanno  per  la  mia  via  elemosinando  l'amore  eterno, 
sempre  dissi  superbamente  una  parola  umile,  la  medesima  parola  di 
pace  che  a  me  ha  fatto  un  po'  di  bene. 


«  D'onde  vieni?  »  -  m'interrogo  ancora. 

Io  vengo  dall'inlìnito.  Non  dal  nulla,  piuttosio  dall'universo  tutto. 
Da  qual  punto?  Non  so  bene,  ma  posso  iirovarmi  a  indovinare,  posso 
rifare  i  passi  del  mio  lungo  viaggio. 

Mi  accompagnerò  con  Darwin,  il  quale,  a  gran  torto,  fu  detto  da 
taluno  canifiione  del  materialismo:  e  invece  fu,  secondo  a  me  pare,  un 
raggio  elle  ruppe  il  tenebrore  a  benefizio  degli  adulatori  della  materia  e 


SULLA  SOGLIA  DEL  MISTERO  559 

degli  adoratori  dell'idea.  Perchè  del  darwinismo,  a  guardarci  bene  ad- 
dentro, ogni  pensatore  può  giovarsi.  Solo  se  ne  trovarono  male  i  ministri 
del  verbo  rivelato  perchè  non  vogliono  ammettere  possa  e  debita  la  ra- 
gione umana  ricercare  sé  stessa.  E  furono  certo  coloro  che  dell" immo- 
bilità si  sono  fatti  una  rocca  forte  e  le  han  dato  l'ignoranza  per  fonda- 
mento; furono  certo  essi  che  dissero  al  mondo  essere  darwinismo  e 
materialismo  una  medesima  cosa. 

Quando  Darwin  fece  stupire  molti  suoi  simili  annunziando  che 
l'uomo  deriva  dalla  scimmia,  io  non  ne  seppi  nulla:  ma  prima  che 
la  parola  del  filosofo  e  dello  scienziato  arrivasse  fino  a  me,  avevo  pen- 
sato anch'io  dovesse  tutta  (pianta  l'animalità  congiiingersi  per  anelli 
infiniti  all'uomo. 

Già  ne  avea  avuto  sentore  la  filosofia  antica,  e  la  metempsicosi 
da  Pitagora  a  Platone,  a  chi  ben  guardi,  non  si  può  dire  molto  lontana 
dalla  cosi  detta  verità  moderna. 

Verità  moderna?  Forse  l'assurdo  e  la  boria  sposati  insieme"? 

Pur  troppo  i  filo.soft  di  tutte  le  età,  dicendosi  veggenti,  brancola- 
rono nel  buio  a  un  istessissimo  modo.  Fu  loro  professione,  (^d  è  ancor 
oggi,  quella  che  sembra  facile  ma  è  tormentosa:  la  professione  dell'in- 
dovino. Facile  in  apparenza,  perchè  se  io  affermo  e  tu  neghi  siamo 
pari;  facciamo  un  vano  duello  di  parole  e  di  sofismi,  e  la  A'ittoria  è 
(l'entrambi.  Tormentosa  nella  sostanza,  perchè  non  accontenta  nessuno 
di  noi  se  interroghiamo  in  buona  fede,  pei  che  il  passato  balbetta  poche 
|>arole  scucite,  e  il  futuro  è  muto:  e  perchè  quando  la  folla  ci  porge 
le  corone  siamo  caduti  a  terra  vinti  entrambi. 

Fra  i  miei  antenati  io  non  vorrei  trovare  la  scimmia  soltanto,  e 
anzi,  per  dirvi  tutto  il  mio  pensiero  ingenuo,  mi  dorrebbe  di  essere 
stato  prima  d'ora  un  macaco.  Piuttosto  vorrei  aver  vestito  le  forme 
d'un  cane,  il  candidato  all'umanità  -  come  disse  Michelet. 

Ed  io  convengo  pienamente  con  lo  storico  e  filosofo  francese. 

Sul  nostro  buon  amico  cane  furono  scritti  dozzine  di  volumi  in 
forma  ammirativa;  e  un  paradosso  ci  assicura  che  quanto  vi  è  di  meglio 
nell'uomo  è  il  <-ane. 

Molti  cani  sono  consegnati  alla  storia  percliè  combatterono  in 
campo  aperto  a  fianco  del  loro  amico  uomo,  e  (piando  l'uomo  fu  se- 
polto il  cane  si  lasciò  morire  d'inedia  sulla  sua  fossa. 

.\ltri  cani  a  Parigi  vanno  in  cerca  dei  bambini  smarriti,  e  col  solo 
fiuto  li  ritrovano.  Non  è  molto,  a  un  famoso  salvatore  di  bimbi  fu 
data  in  pubblico  la  medaglia  guadagnata  col  sudore  della  sua...  lingua 
(la  traspirazione  nel  cane  segue  questa  via):  e  quel  cane  non  s'inor- 
goglisce del  premio  meritato,  e  porta  la  medaglia  sul  collare  perchè 
\e  l'hanno  attaccata. 

Altra  buona  gente  canina  sulle  vette  del  San  Bernardo  e  di  altre 
alpi,  (juando  è  venuta  la  notte  e  la  tormenta  infuria  sulle  falde  del 
monte,  se  ne  va  in  cerca  dell'uomo  acceciito  e  sepolto  dalla  neve;  con 
le  zampe  strappa  il  cattivo  lenzuolo  nevoso,  con  l'alito  suo  scalda 
l'assiderato  perchè  trovi  la  forza  di  sorbire  un  po'  di  cognac  nella 
fiaschetta  che  l'amico  migliore  dell'uomo  si  è  legata  al  collo  per  lui; 
al  bisogno  afferra  il  poveraccio  coi  denti  senza  fargli  male,  lo  trascina 
fino  all'Ospizio,  lo  salva. 

Ognuno  di  noi  ha  in  mente  (pialche  prodezza  di  buoni  cani  di 
sua  conoscenza  che  gii  hanno  empito  l'anima  di  gratitudine,  o  .se  non 
altro  di  ammirazione. 


560  SULLA    SOGLIA    DEL    MISTERO 

Io  ne  conobbi  uno,  il  quale,  per  la  paura  di  perder  l'amico  che 
se  ne  andava  sul  treno  di  Gallarate,  lo  seguì  di  corsa  lungamente  per 
la  via  maestra,  tinche  cadde  morto  sotto  gli  occhi  del  padrone  che 
stava  sulla  piattaforma. 

E  un  altro  ne  conobbi,  meraviglioso  veramente. 
Era  un  cane  da  caccia:  si  chiamava  Fritz;  lo  avevano  regalato  a 
un  amico  mio  in  Finale  Emilia.  Per  venire  a  Milano  col  nuovo  pa- 
drone, Fritz  aveva  viaggiato  di  notte  e  in  treno  ferroviario:  rimase, 
nuovo  buon  amico  delfainico  mio,  parecchi  mesi  in  Milano,  finche  al 
suo  padrone  fu  donato  un  altro  cane,  il  tpuile  fermava  meglio  la  qua- 
glia. Gran  disastro  per  il  buon  Fritz,  perchè  aveva  preso  a  volere  un 
gran  bene  al  suo  padrone-  cosa  ignota  agli  altri  servitori  nostri  quando 
abbiamo  la  disgrazia  d'averne  in  casa.  L'amico  mio.  impacciato  da 
due  cani,  e  da  due  tasse,  per  alleggerirsi  un  poco  non  trovò  di  meglio 
se  non  regalare  alla  sua  volta  Fritz.  Ma  perciiè  Fritz  amava  troppo  e 
amava  bene,  non  volle  acconsentile  al  baratto  del  suo  padrone  con 
un  altro  indifferente,  e  ogni  giorno  fuggiva  dalla  casa  nuova  })er  tor- 
narsene alla  vecchia.  Fuggiva  appena  poteva,  nello  stato  in  cui  si 
trovava,  magari  senza  collare  né  medaglia.  Una  volta,  due,  tre  volte 
tornò  a  casa  senza  museruola,  e  sempre  l'amico  mio,  seccatissimo.  lo 
fece  accompagnare  all'abborrito  suo  domicilio  nuovo.  Fin  che  un  giorno 
Fritz  fu  colto  da  quell'uffiziale  [ìubblico  che  butta  il  laccio  al  collo  dei 
cani  senza  museruola.  E  fu  preso,  il  povero  Fritz.  e  condotto  al  canile 
a  fare  ritlessioni  amare  sugli  uomini  e  sulla  loro  vita  sociale. 

Il  vecchio  padrone,  informato  del  disastro  seguito,  avvertì  con  let- 
tera il  padrone  nuovo  perchè  si  affrettasse  a  riprendere  il  cane  in  Muni- 
cipio, pagando  naturalmente  la  multa  :  ma  per  un  errore  di  recapito 
la  lettera  invece  di  pervenire  al  destinatario  tornò  al  mittente  dopo 
una  settimana. 

Vidi  l'amico  mio  impallidire,  perchè  Fritz  non  gli  si  era  tanto  staccato 
dal  cuore  da  non  amarlo  ancora  mi  poco:  venne  egli  a  me  e  mi  disse: 
«  Quel  povero  Fritz!  ora  l'hanno  sicuramente  affogato!»  Affogato'^ 

Sì:  i  cani  colti  al  laccio  senza  museruola,  se  non  vengono  riscat- 
tati dal  padrone  gli  affogano  o  gli  asfissiano:  non  so  jirecisamente  il 
genere  di  morte  che  si  dà  ai  poveracci,  e  non  creilo  che  venga  loro 
data  la  scelta,  ma  è  certo  che  non  devono  pesare  troppo  lungamente 
sul  bilancio  municipale. 

E  passarono  molti  mesi.  Già  Fritz  ci  era  uscito  tutto  di  mente 
quando  l'amico  mio,  tornato  a  Finale  Emilia,  si  vide  venire  incontro, 
scodinzolando  e  latrando  forte,  un  buon  cane  capace  d'essere  tornato 
in  vita  per  fare  all'antico  padrone  le  feste  che  non  si  meritava:  lo 
stesso  Fritz  in  carne  e  ossa  ! 

Che  cosa  dunque  era  accaduto"?  Semplicemente  una  cosa  sublime. 

Fritz,  messo  alla  catena  nel  canile  municipale  di  Milano,  quando 
ebbe  perduta  la  speranza  che  uno  dei  suoi  padroni  gli  venisse  a  lici- 
tare la  salvezza,  non  avendo  mai  sperato  nulla  di  buono  dall' uomo 
fatale  del  laccio  o  da  un  altro  pubblico  uftìziale.  strappò  una  notte 
la  sua  catena.  E  fu  libero.  Fiutò  l'aria  intorno  per  racca]iezzarsi,  certo 
diede  un  pensiero  sfiduciato  ai  suoi  padroni,  al  nuovo  ch'esso  non 
amava,  al  vecchio  che  poco  amava  lui,  e  s'avviò  con  la  catena  pen- 
zoloni sempre  dritto  innanzi  a  sé,  fino...  a  Finale  Emilia! 

Direte:  «  E  come  fece,  se  da  quel  lontano  paese  era  venuto  viag- 
giando in  ferrovia  e  di  notte  •?  se  la  distanza  è  enorme  ?  se  ti-a  Milano 
e  Finale  vi  sono  corsi  d'acqua  da  passare?  E  chi  gli  insegnò  la  strada?  » 


SULLA  SOGLIA  DEL  MISTERO  Obi 

Io  non  so  come  fece  ;  nessuno  allo  stato  presente  delle  nostre  cogni- 
zioni sulla  psiche  animalesca  (che  molti  negano  ancora,  chiamandola, 
con  più  furberia  che  dottrina,  istinto)  nessuno  saprebbe  rispondere. 
Certo  è  che  Fritz  compì  questa  meraviglia  nota  a  tutta  Finale,  la  quale 
io  vide  giungere  sfinito,  sanguinolento,  piagato  dal  pezzo  di  catena 
che  gli  flagellava  il  corpo  scarno.  Fino  a  poco  tempo  fa  Fritz  viveva 
ancora  fra  le  carezze  di  tutti  i  suoi  concittadini.  Ma  non  si  era  più 
messo  a  padrone:  l'esperienza  fatta  gli  aveva  giovato.  Fi'itz  fece  vita 
libera;  al  primo  mattino  si  offriva  sulle  cantonate  ai  cacciatori,  e  la- 
vorava bene  a  fermar  la  quaglia,  a  levar  le  pernici  per  un  tozzo  di  pane. 

E  ditemi  voi:  quando  Fritz  sarà  uomo  non  se  lo  sarà  meritato"? 
Piuttosto  io  temo  che  non  vi  guadagnerà  molto. 

Or  non  mi  cuio  di  sapere  se  allo  stesso  livello  del  cane  sia  la 
scimmia,  od  altra  forma  animale:  a  me  basta  il  cane  e  ne  avanza, 
perchè  non  mi  occorre  gran  fatica  di  pensiero  a  farmi  indietro  a  ri- 
cercare nell'animalifà  domestica  e  in  queiralfra  individui  più  indegni 
<-he  un  giorno  saranno  cani,  e  altri  ai  quali  un  prossimo  avvenire  pro- 
mette le  forme  più  basse  di  gatti  e  di  topi,  di  nil)bi  odi  colombe:  e 
via  di  buon  passo  fino  al  microbo,  primo  anello  poco  visibile  della 
catena,  al  microbo  che  tante  volte  si  vendica  dell'immensa  distanza 
attaccando  l'ultimo  e  più  sublime  anello  animale  i)er  inoculargli  il  tifo 
o  la  malaria. 


Io  m' interrogo  ancora  : 

v  Dove  vai?  »  -  Non  certo  nel  nulla.  Solo  una  jiaite  di  me  si  confon- 
derà nella  materia  universa:  non  io.  lo  me  ne  andrò  altrove  a  conti- 
nuare il  mio  pensiero  audace,  a  interrogare  altri  mondi  dove  .sono  vite 
più  elette;  vestirò  io  nuove  forme  meno  goffe  di  questa  che  ci  affligge 
con  tante  miserie,  e  pur  consideriamo  (ed  è  veramente)  la  gran  mera- 
viglia dell'animalità  terrestie. 

Amici  lettori,  io  me  ne  andrò.  E  tutti  voi  verrete  meco;  e  sia  questo 
un  giorno  vicino  o  lontano,  arriverà  securamente  per  la  gioia  di  ognuno. 
Perchè  la  vita  in  terra  è  la  catena  di  Fritz:  la  morte  è  la  liberazione; 
la  morte  è  la  vera  vita. 

Nessuna  enfasi  in  queste  ))arole:  sono  il  mio  folte  convincimento, 
sono  la  mia  fede  tranquilla. 

Chi  dubita  della  verità  sublime,  chi  la  nega  opponendo  una  pic- 
cola dottrina  di  briciole  raccattate  fra  altre  miserie  d'un  cattivo  ban- 
chetto, costui  non  s'affacciò  mai  alla  finestra  in  ima  notte  stellata  ; 
non  pensò  un  momento  alle  legge  meravigliosa  che  governa  il  creato 
e  fa  attonite  le  creature. 

A  me  la  verità  altissima  fu  rivelata  dall'ordine  universo. 

E  fu  anche  rivelata  da  forze  misteriose  che  porto  in  me.  m' in- 
tendo la  ragione  e  il  sentimento. 

Con  quanta  logica  ]iotè  il  materialista  affermare  al  mondo  che  egli, 
nato  da  un  capriccio  del  fango,  portò  nella  vita  il  pensiero,  e  nella 
vita  prese  la  carila,  l'amore,  il  senfimento  di  giustizia  e  perfino  la  im- 
pacciosa gratitudine,  facile  agli  altri  animali,  e  durante  la  breve  via 
fu  mi.steriosamente  indotto  a  rispettare  gli  altri  e  sé  stesso,  cercando 
anzi  di  giovare  agli  altri  e  a  sé  stesso  :  e  sino  all'ultima  ora  della  sua 
vita  rafforzò  il  proprio  ingegno,  dandogli  una  cognizione,  un  puntello 
di  più?  E  potè  il  fanciullo  neghittoso  e  discolo,  con  la  sola  forza  del 

36  '^ol.  evi.  Serie  rv  .  16  agosto  1903. 


r)()>2  SULLA    SOGLIA    DEL    MISTERO 

buon  volere,  mutare  il  propiio  io  ineschino  in  uno  scrutatore  della 
vita,  perchè  in  ultimo,  al  momento  della  catastrofe  preveduta,  quel 
monello  dotto  avesse  a  perdeie  tutto  il  suo  lungo  lavoio,  e  V  io,  fatto 
quasi  divino  con  tanta  pena  cerebrale,  si  confondesse  un'altra  volta 
nel  tango? 

Vedete  bene  che  ogni  logica  manca  a  tanto  lavoro  inutile. 

E  se  manca  la  logica,  perchè  mai  siamo  andati  a  prendere  nel  fango 
la  ragione,  a  farcene  un  altro  trastullo  vano  della  nostra  vanità? 

E  dove  se  ne  va  il  sentimento  di  giustizia,  il  quale  ogni  tanto  ci 
fa  fremere,  il  quale  raramente  c'illumina  quando  più  siamo  irati,  e  ci 
fa  perdonare  l'apparente  ingiustizia?  Dico  apparente  ingiustizia,  per- 
chè... Amici,  quante  volte  noi  diciamo:  la  (jinstizia  è  altrove,  altret- 
tante forse  jienetriamo  il  vero. 

Se  la  vita  nostra  cominciasse  nella  materia  e  vi  toinasse  fatal- 
mente, la  forza  cieca  chiamerebbe  altre  cecità  a  battaglia  ;  e  l'anarchia 
sarebbe  a  quest'ora  fatta  padrona  della  vita  sociale.  Aia  al  pensiero 
che  questa  nostra  vita,  la  quale  ci  par  tanto  breve  e  tanto  lunga,  non 
è  ne  l'una  cosa  né  l'altra,  ma  è  soltanto  il  volo  d'un  attimo  nell'eter- 
nità; qualche  volta  qualcuno  di  noi  si  spoglia  dei  suoi  cenci  vani, 
butta  via  la  jMopria  ambizione,  sopporta  i  suoi  travagli  per  meglio 
adorare  il  bello  ed  il  vero.  11  vero  ed  il  bello,  congiunti  insieme  in 
un'altra  vita,  sono  la  perfetta  giustizia. 

In  un  certo  senso  accetto  io  pure  la  verità  rivelata.  La  logica  che, 
ripeto,  non  siamo  andati  a  jtrendeie  nel  nostio  fango  iniziale  al  mo- 
mento di  nascere,  ma  che  abbiamo  trovato  in  emlirione  nel  nostro 
cervello,  la  logica  modesta  è  la  rivelazione. 

La  logica  modesta  ci  rivelò  man  mano  la  giustizia,  la  pietà, 
perfino  l'amore  del  prossimo.  E  questa  trinità  ebbe  la  sua  religione, 
e  que.sta  religione  volle  un  culto.  E  allora  noi  abbiamo  eretto  nell'a- 
nima nostra  un  altare  per  adorarvi  tutte  le  cose  belle,  tutte  le  cose 
buone. 

Anche  possiamo  non  negare  ai  sacerdoti  il  paradiso  e  1'  inferno, 
sajiendo  bene  ciie  li  polliamo  dentro.  Oggi  l'inferno  è  già  in  noi  quando 
siamo  scontenti  di  noi:  la  nostra  speranza  è  il  paradiso.  E  quando 
saremo  liberati  dalla  nostra  croce,  paradiso  o  inferno  ci  daranno  più 
lunga  gioia  o  più  lungo  tormento. 


T'orneremo  dunque  all'infinito,  precisamente  come  dall'infinito 
siamo  venuti? 

Non  così  precisamente.  La  breve  tap|)a  che  ci  fu  concessa,  che 
forse  abbiamo  scelto  noi  stessi  volonterosi,  avrà  fatto  di  noi  anime 
più  meritevoli  della  vita  eterea,  come  generalmente  di  noi  fece  persone 
più  degne  della  vita  terrestre.  Se  ci  guardiamo  dentro  troviamo  più 
d'una  qualità  acquistata  nella  breve  giornata  della  nostra  vita.  Nelle 
prime  ore  eravamo  un  po'  bugiardi,  un  po'  vanesi  e  neghittosi,  e  un 
po' ladruncoli  della  roba,  dell'approvazione,  dell'amore:  nelle  ultime 
la  vita  sociale  (salvo  che  qualche  prepotenza  della  impari  battaglia 
non  ci  abbia  buttato  nella  melma),  ridonò  al  nostro  io  la  sua  coscienza. 
E  noi,  morendo,  rinasceremo  più  degni  della  vera  vita. 

Certo  ci  rimarrà  una  lunga  via  da  percorrere  per  accostarci  al 
grande  ignoto.  Il  quale  non  sa])|)iamo  veramente  che  sia  e  dove  si 
trovi;  ma  almeno  ci  sarà  indicato  il  buon  sentiero  per  arrivarvi,  e  ci 


SULLA    SOGLIA   DEL   MISTERO  563 

alzeremo  su  su,  sempre  più  in  alto,  neirinteiligenza  del  bello,  nell'a- 
more del  bene. 

Per  qual  fine  ? 

Una  volta  avrei  risposto:  «  Per  l'ideale  che  è  fine  a  sé  stesso  ». 
Ora  più  non  mi  accontento  di  queste  frasi  o  d'  altre  simiglianti,  che' 
mi  sembrano  troppo  alte  o  troppo  enfatiche,  capaci  solo  di  stordire" 
la  mia  ragione  con  la  loro  retorica. 

Oggi  penso  solo  che  il  sentimento  va  fin  dove  la  ragione  non  ar- 
riva, che  forse  la  povera  umana  favella  poirà  un  giorno  essere  sosti- 
tuita da  un  altro  misterioso  linguaggio  universale  veramente  e  che 
l'ideale  eterno  si  esprimerà  a  tutti  con  suoni  celesti  che  sai'anno  in- 
tesi da  ognuno.  O  forse  che  tutti  noi  non  ci  commoviamo  alle  musiche 
dell'uomo  senza  intenderle,  o  intendendo  solo  che  sono  esse  poveri 
tentativi  di  penetrare  in  cielo  stando  in  terra. 

Ma  se  a  lasciarci  pigliar  dalla  fantasia  non  è  male  per  noi  (anzi 
talvolta  è  un  gran  bene),  poco  serve  all'indagine  del  nostro  destino 
perchè  ci  svia  senza  nulla  concludere. 

E  allora?  Allora  mi  si  affaccia  dall'alto  un  pensiero  umile. 

Dico  a  me  stesso  che  molto  mi  l'imane  a  penetrare  delle  cose  vive; 
che  non  avendo  io  nemmeno  la  bussola  meravigliosa  data  a  Fritz  per 
tornarsene  a  Finale,  mancandomi  altre  facoltà  che  in  altri  miei  simili 
riconosco  potenti,  indovinando  intorno  a  me  forze  meravigliose,  le 
•piali  ancora  non  mi  hanno  detto  una  parola  chiara,  mi  rimane  un 
solo  scampo:  riconoscere  che  il  mio  pensiero  finisce  presto  ed  è  inca- 
pace di  arrivare  all'infinito. 

E  dico  ancora  ;i  me  medesimo:  domani  saprò  cose  che  ignoro  oggi; 
la  terra  in  cui  vivo,  lo  spazio  che  mi  circonda,  la  luce,  il  suono,  l'elet- 
tricità, e  perfino  il  povero  Fritz,  mi  sveleranno  il  loro  segreto. 

E  la  mia  ragione  umiliata  si  confessa  :  «  Io  non  atterravo  nel  primo 
tempo  della  mia  esistenza  terrena  nemmeno  un  lembo  di  quel  che  ora 
intendo;  io  non  penetrerò  finché  son  viva  il  segreto  della  vita,  come 
altri  vivi  sono  forse  capaci  di  fare:  e  anche  quei  vivi  eccelsi  non 
haimo  l'immagine  della  verità  come  la  darà  loro  la  morte  ». 


Ma  noi  abbiamo  interrogato  anche  la  morte. 

E  le  sue  risposte  furono  spesso  una  celia,  o  una  betta,  o  un  in- 
ganno, come  se  la  morte  voles.se  continuare  il  cattivo  gioco  della  vita. 
Troppe  volte  ci  lasciò  dolenti  d'aver  consumato  il  tempo  nostro,  du- 
bitosi  di  noi  e  dei  nostri  compagni;  a  volte  invece  essa  strappò  qualche 
lembo  della  tenebra  e  ci  rispose  con  jjarole  alte  e  buone. 

Lo  spiritismo,  che  ancora  non  è  scienza,  e  forse  non  sarà  mai, 
ma  che  fu  antico  germe  di  tutte  le  religioni,  può  oggi  offrire  agli  in- 
dagatori onesti,  ai  filosofi  di  coscienza,  agli  scienziati  veri  (e  per  veri 
m'intendo  quelli  che.  arrivati  alle  ultime  alture,  riconoscono  umil- 
mente di  essere  solo  ignoianti  meglio  di  prima),  lo  spiritismo  può 
ottrire  a  costoro  un  monte  d'idee  forse  vicine  alla  verità. 

Sempre  ho  plaudito  alla  onesta,  sincera,  forte  scienza  di  Crookes, 
Wallace,  e  d'altri,  quando  mi  aprirono  la  cortina  del  mondo  buio.  La 
loro  dottrina,  la  loi'o  fama  di  scienziati  e  di  filosofi,  mi  fecero  sicuro 
dei  metodi  usati  nelle  esperimentazioni  meravigliose  ;  e  anche  oggi  non 
dubito  un  momento  che  quando  essi  mi  assicurano  di  aver  visto  e 
toccato  lo  spirito  materializzato  di  Katie  King  attermano  cosa  veris- 


564  St'LLA   SOGLIA    DEL    MISTERO 

sima,  per  quanto  vera  può  essere  una  cosa  di  questa  terra,  dove  ognuno 
elle  passa  cercando  il  vero  semina  l'errore. 

Ho  assistito  anch'io  a  sedute  spiritiche;  e  per  vero  dire  il  linguaggio 
tiptologico,  m'intendo  il  linguaggio  espresso  coi  tavolini,  poco  mi  con- 
vinse. Non  perciò  nego,  ne  sorrido.  Aspetto.  A  chi  pei-  parlilo  pre.so. 
o  per  cecità,  o  per  scientifica  boria,  voglia  affibbiare  ad  ogni  costo  agli 
altri  qualità  poco  decoratile,  come  oggi  si  dice  volentieri  dai  francesi 
che  scrivono  italiano,  e  tenersi  per  sé  la  più  d  eco  rat  ira  di  tutte,  cioè 
vestire  altrui  di  ingenuità  credenzona.  sé  stesso  di  gravità  forte,  a  co- 
stui è  facile  beffarsi  degli  spiriti  avendo  perfino  una  volta  tanto  un 
po'  di  spirito,  ma  poco  poc3;  dire,  ad  esempio,  che  gli  spiritisti  hanno 
la  testa  nelle  gamlìe  dei  loro  tavolini,  e  altre  cosine  saporite  del  pari 
e  garbate  altrettanto. 

Il  vero  è  che  quando  molte  persone  serie  spendono  il  tempo  loro 
nell'indagine  del  mistero,  e  si  circondano  di  ogni  precauzione  per  evi- 
tare gli  inganni  di  sé  stessi  e  degli  altri,  esse  sono  buoni  operai  intenti 
a  un  lavoro  altissimo  che  deve  avvicinare  il  mondo  alla  verità. 

Non  perciò  io  mi  metto  volentieri  a  tavolino,  al  buio,  a  contatto 
d'un  medio  e  di  altri  credenti.  Scarso  frutto  ricavai  sempre  quando 
mi  tentò  questa  curiosità  altissima.  Le  risposte  avute,  se  mi  impr-essio- 
narono  al  primo  momento,  mi  fecero  perdere  la  notte  ripensando,  e  dalla 
riflessione  rinacque  fatalmente  il  dubbio  dove  mi  sembrò  essersi  affac- 
ciato il  vero:  si  cancellò  la  luce  fosforica  apparsami  nella  stanza  buia, 
e  ripiombai  piìi  sconsolato  nella  mia  tenebra. 

Questi  esperimenti  di  tavolino,  queste  apparizioni  ed  altro,  avranno 
sempre  un  vizio  d'origine  finché  si  fanno  al  buio  fra  persone  che  spesso 
non  si  conoscono  bene.  coU'intervento  d'un  medio  il  quale  talvolta 
campa  la  povera  vita  presente  prestando  le  facoltà  del  [iroprio  corpo 
al  capriccio  della  gente  morta. 

Gli  increduli  sono  feriti  dagli  esperimenti  dove  sembri  mancare  la 
serietà;  certo  il  maggior  nemico  della  religione  s]iiritica  (altri  dirà 
scienza  spiritica,  io  non  ancora)  il  maggior  nemico  è  il  medio  se  lucra 
sulla  propria  mediali  ita. 

Per  chi  pensi  che  l'umanità  debba  molto  guadagnare  dalle  pratiche 
spiritiche  (anche  questo  non  penso  e  ne  dirò  il  perché),  valga  almeno 
la  riflessione  che  cento  sedute  spiritiche  al  buio  e  coll'opera  d'un 
medio,  ancor  che  siano  controllate,  perdono  quasi  ogni  valore  se  una 
sola  volta  si  è  riconosciuto  l'inganno. 

Invidiando  coloro,  i  quali  ebbero  la  sorte  buona  d'assistere  non  a 
spettacoli  di  spiritismo,  ma  a  vere  e  proprie  manifestazioni  d'un" altra 
vita,  con  qual  si  sia  mezzo  ottenute,  pur  che  sicure  e  nette  da  ogni 
peccato,  io  sono  sempre  rimasto  spiritista  convinto  con  poco  sforzo  di 
riflessione,  solo  per  logica  conclusione  delle  mie  indagini  sul  mio 
essere. 

Il  meglio  della  mia  dottrina  spirituale  me  lo  fornirono,  come  vi 
ho  confessato,  le  notti  stellate,  poche  cognizioni  astronomiche  racimo- 
late qua  e  là,  e  una  scienza  fatta  in  casa  per  mio  uso  e  consumo,  la 
conoscenza  del  cuore  umano.  Se  mi  fossi  rimasto  solo  e  saldo  in  un 
dogma  o  in  una  scienza,  non  avrei  fatto  un  passo  nella  mia  fede;  ma 
sempre  mi  trovai  più  vicino  agli  angeli  quando,  dopo  essermi  scrutato 
tutto,  scemai  la  superba  distanza  per  accostarmi  al  mio  cane. 

Pur  se  mi  mancarono  le  gioie  delle  grandi  rivelazioni  spiritiche, 
le  quali  possono  far  bella  la  vita  presente,  rendere  la  virtù  più  facile. 


SULLA    SOGLIA    DEL    MISTERO  565 

e  far  deiruoiuo  un  apostolo,  anzi  un  angelo,  ciascuno  di  noi  ha  nel 
proprio  passato  qualche  rivelazione  che  ad  altri  sembrerà  poco  persua- 
siva, ma  che  per  lui  è  verità  sacrosanta. 

Per   conto    mio  ne  dirò  una  sola  che  dopo  trentanni  ancor  oggi 
commuove  me  che  vi  parlo. 


Cristina  era  una  donna  buona  e  modesta,  capacissiuui  d'intendere 
me  ed  altri  in  ogni  cosa  sensata,  d'ascoltare  con  indulgenza  anche 
le  parole  con  poco  senso  che  spesso  dicono  i  poeti  in  casa  e  fuori. 
Questa  donnina  forte  era  la  mia  compagna. 

A  quel  tempo  noi  non  si  navigava  nell'abbondanza,  e  anche  di 
poi,  quando  entrammo  in  porto  un  po'  avariati,  alla  nostra  nave  ca- 
rica di  speranze  mancarono  sempre  altre  cosucce. 

Perciò  a  notte  tarda  ogni  giorno  facevamo  i  conti  di  cassa.  Questo 
lavoro  non  turbato  da  desideri  inutili,  confortato  sem|)re  da  una  sola 
compiacenza  :  quella  d'aver  sjìeso  poco,  ci  teneva  attenti  una  notte  a 
ricercare  pochi  centesimi  che  volevano  sfuggire  al  nostro  conto.  Era 
l'occupazione  meno  fantastica  che  uno  si  possa  immaginare,  e  ci  oc- 
cupava terra  terra  tutti  e  due,  me  e  la  mia  compagna. 

A  un  tratto  nella  vicina  sala  il  pianoforte  prese  a  sonare  dispe- 
ratamente, e  sempre  la  medesima  nota,  un  sol  dell'ottava  bassa:  pic- 
chiava e  ripicchiava  implacabile.  Levammo  entrambi  il  capo  dal  conto 
che  non  tornava. 

«  Chi  è  che  suona"?  »  -domandammo  allo  stesso  tempo. 

La  fantesca  quel  giorno  non  era  in  casa:  l'aspettavamo  la  mal tina 
dopo:  i  nostri  piccini  Laura  e  Callo,  tigliuoli  di  primo  letto  di  mia 
moglie,  da  un  paio  d'ore  dormivano  nell" ultima  camera:  erano  en- 
trambi paurosi  come  tutti  i  bimbi  di  quell'età.  Inaura  eia  un  po'  ma- 
lata, avea  i  modi  gravi  di  bimba  aspettata  altrove.  Carlo,  monelluzzo 
di  tre  anni,  non  si  sarebbe  pensato  mai  di  scendere  dal  letto  alto,  a 
quell'ora  tarda,  attraversare  al  buio  un  corridoio  lungo  per  venirsene 
nella  sala,  buia  del  pari,  a  lucchiare  e  ripicchiare  quella  nota  del 
])ianoforte. 

Pur  non  poteiulo  accogliere  nessun'altra  idea  ci  parve  certo  che 
il  suono  fosse  opera  di  Caiiuccio.  E  fu  un  lampo  l'affacciarsi  di  questa 
idea,  levarci  in  piedi  entrambi,  e  con  la  candela  in  mano  attraver- 
sare con  due  passi  il  corridoio  che  ci  separava  dalla  sala.  Le  porte 
erano  aperte  e  si  facean  riscontro.  In  questo  mentre  la  nota  conti- 
nuava a  sonare,  e  solo  cessò  il  suono  quando  fummo  nel  corridoio 
già  quasi  affacciati  in  sala,  dove  il  pianoforte  era  aperto  e  nessun  so- 
natore si  trovava  nascosto.  La  sala  non  aveva  altre  uscite,  da  cui  il 
burlone  avesse  potuto  fuggire.  Nella  più  lontana  stanza  airestremità 
del  corridoio  buio,  i  bimbi  dormivano  uno  a  capo  l'altro  a  piedi  dello 
stes.so  lettino.  Dormivano  sa|)(>ritamente. 

Quella  sera  si  chiusero  i  conti  con  un  errore  di  pochi  centesimi, 
e  ce  ne  rimanemmo  svegli  un  pezzo  a  parlare  del  suono  misterioso. 
Mia  moglie  era  sicura  che  fosse  un  segnale...  segnale  di  che"?  di  qualche 
cosa.  Come  accade  in  simili  casi,  ricordava  essa  altri  segnali  dati  a 
un'ava  sua  o  a  una  proava.  Poi  il  sonno  ci  prese. 

Da  pochi  giorni  avevamo  ospite  al  parco  desinare  un  mio  buon 
zio,  fratello  di  mio  padre,  l'avvocato  Ignazio  Farina.  Non  avendo  po- 
tuto alloggiarlo  in  casa  perchè  al  nostro  appartamento  troppo  fornito 


5t)(i  SULLA    SOfiLlA    DEL    J[ISTERO 

di  corridoio  mancava  una  camera  per  i  forestieri,  zio  Ignazio  occupava 
una  stan/jna  al  piano  superiore,  e  appunto  la  corrisiìondcntc  alla  no- 
stra cassa. 

Alle  cinque  pomeridiane  del  giorno  successivo  zio  ij^nazlo  verme 
a  desinare;  mi  ])arve  turbato:  mentre  io  dettava  al  mio  stenografo 
l'avevo  visto  nel  terrazzo  come  immerso  in  gravi  pensieri,  .\ppena  fu 
seduto  al  mio  tìaaco  ed  ebbe  assaggiato  il  manzo  lessato,  si  l'ovesciò 
sulla  seggiola;  non  si  mosse  più. 

Fra  me,  Cristina  e  la  fantesca,  tornata  la  mattina,  trasportammo 
l'infermo  sul  letto.  Io  corsi  alla  prossima  farmacia  percliè  un  medico 
accorresse,  e  il  medico  venne;  ma  senza  pur  visitare  il  nostro  infermo 
ci  annunziò  da  lontano  :  è  morto  ! 

Allora  ci  parve  di  comprendere  il  suono  notturno  della  vigilia. 

Ogni  p;w()la  della  bre\e  narrazione  die  vi  ho  fatto,  nulla  dice, 
assolutameide  nulla  che  non  sia  la  verità. 

Or  questo  fenomeno  spiritico  che  ad  altri  sembrei'à  di  ]ioco  («nto, 
perchè  le  cose  udite  si  credono  male  potendosi  prestale  al  dubbio,  a 
me  e  alla  mia  povera  compagna  parve  sempre  una  jiarola  di  cielo.  E 
se  già  a  quel  tempo  e  da  un  pezzo  gli  occhi  miei  non  si  fossero  aperti 
alla  mia  fede,  sarebbe  bastato  quel  fatto  sti-aoi'dinario  a  levarmi  la 
benda  che  nasconde  agli  uomini  la  vera  luce. 


Invece  altre  manifestazioni  più  meravigliose  avute  di  |i<)i,  coi  medi 
e  per  via  dei  tavolini,  mi  lasciarono  di  gelo. 

Non  sarò  io  a  combattere  le  sedute  spiritidie  come  ])er  lo  più  oggi 
si  fanno;  non  sarò  io  perchè  ogni  indagine  onesta,  se  anche  non  mi 
dà  la  prova  provata  che  le  anime  dei  trapassati  comunicano  con  l'a- 
nime nostre,  non  esclude  che  per  questo  mezzo  altre  forze  psichiche 
misteriose  possano  essere  guadagnate  al  patrimonio  dell'umanità. 

Alla  mia  ragione  lo  spiritico  vero,  la  comunicazione  dei  vivi  con 
i  morti  si  sarebbe  imposta  ])er  sola  forza  di  logica  quando  anche  non 
mi  fosse  apparsa  più  alla  buona...  m'intenilo  i>er  la  semplice  via  dei 
sogni.  I  quali,  se  il  più  delle  volte  altro  non  sono,  per  quel  che  mi 
j)are,  se  non  pensieri  del  cervello  mal  desto  (d'onde  le  contraddizioni, 
le  anormalità  e  le  enormità  dell'organo  che  compie  male  il  suo  lavoro 
quando  il  criterio  è  quasi  inerte,  e  solo  la  fantasia  è  libera  da  ogni 
freno),  possono  i  sogni  essere  talvolta  contatti  mistei'iosi  con  le  morte 
anime  care. 

E  mi  tocca  esprimere  un'idea  che  mi  ha  dato  molta  battaglia  e 
me  ne  darà  ancora.  La  formulo  con  jiochi  punti  inteirogativi.  La  co- 
gnizione perfetta  che  andiamo  cercando  con  le  |)raticlie  spiritiche,  e 
vogliamo  tale  da  non  ammettere  ombra  di  dubbio,  è  proprio  neces- 
saria al  nostro  perfezionamento'?  Quando  noi  potremo  accertare  bene 
bene  che  la  vita  si  continua  nella  morte,  che  il  premio  e  il  castigo 
sono  sicuri,  la  virtù  non  diventerà  troppo  facile  all'  uomo  vivo?  E  a 
che  avrà  servito  la  vita  nostra,  il  breve  momento  di  prova,  durante 
il  quale  dovevamo  farci  degni  d'altre  vite  che  ci  aspettano? 

Senza  attendere  risposta  a  tali  ilomande,  dirò  cosa  che  a  molti 
credenti  sembrerà  un'eresia.  Dirò  che  la  fede  non  significa  la  certezza 
assoluta,  dirò  che  il  miglioramento  dell'  uomo  sarà  sempre  il  buon 
frutto  d'una  fede  contenta,  si>osa  a  un  dubt)i()  implacato. 


St'LLA    .SOOf.IA    DEL    MISTERO  Ó(ji 

Odiando  solo  i  bugiardi  io  compiango  i  pigri  d'intelletto,  i  quali 
si  adagiano  in  una  inerte  sicurezza  del  pro]irio  nulla  o  del  proprio 
dogma.  E  mi  fanno  pena  gli  orientali  contemplativi,  e  più  quegli  oc- 
cidentali ghiotti  solo  del  piacere,  se  nulla  contemplano.    Amo  invece 

10  scettico  che  soffre  e  ancora  combatte:  amo  chi  non  aff'erma  o  af- 
ferma raramente,  e  a  simiglianza  di  Montaigne  mette  nel  proprio  lin- 
guaggio molti  se  e  molti  forse:  amo  il  credente  quando  cerca  ancora 

11  suo  Dio.  Ed  amo  pure  il  dubbio,  fermento  vivo  che  ha  svegliato 
ogni  grande  idea.  Perchè  se  l'amore  fu  il  più  industrioso  operaio  del- 
l'umanità, il  più  audace  fu  il  dubbio. 

Ricerchiamo  dunque  la  verità,  e  teniamoci  caro  il  compagno  as- 
siduo delle  nostre  tedi:  se  anche  non  ci  lasci  chiudere  mai  entrambi 
gli  occhi,  ma  uno  voglia  sempre  aperto  a  interrogare,  esso  è  sempre 
lo  stesso  dubbio  tormentoso  ed  alto  che  diede  infinita  pena  a  Galileo, 
e  in  ultimo  sublimemente  gli  sorrise. 

Io  penso  che  quando  il  grande  disse  morendo:  «  Eppur  si  muove!  » 
con  questo  atto  di  fede  gettasse  le  fondamenta  della  religione  avvenire. 

Sai,v.\tore  Farina. 


LE  NAZIONALITÀ  IN  AUSTRIA-UNGHERIA 


Un  bilancio. 

J^uigi  Palma,  scrivendo  attorno  al  ls7(i  sui  manchevoli  risultati 
dei  censimenti  etnografici  tino  allora  compiuti  in  Austria-Unglieria, 
conchiudeva  :  «  L'na  l'icerca  importante  sarebbe  ancora  di  vedere  pro- 
gressivamente razione  che  eserciteianno  sulla  fusione  di  tante  stirpi 
e  lingue,  almeno  delle  più  scarse  ed  incolte  e  delle  sporadiche,  l'opera 
del  tempo,  le  lingue  pili  colte,  Taulonomia  amministrativa,  la  libertà 
politica.  Quale  sarà  la  forma  della  germanizzazione  nella  Boemia,  della 
magiarizzazione  nell'Ungheria,  quale  la  forza  di  resistenza  e  di  espan- 
sione degli  czechi,  dei  polacchi,  dei  ruteni,  dei  sassoni,  dei  rumente 
così  via  dicendo".'  Questioni  bellissime,  le  quali  non  possono  essere  ri- 
solute con  teorie  astratte,  con  criteii  snbbiettivi  e  preconcetti  politici. 
ma  col  severo  linguaggio  dei  numeri  statistici.  Bisogna  augurarsi  che 
nei  futuri  censimenti  si  curerà  come  si  deve  una  sì  importante  inve- 
stigazione »  (1). 

Codesto  bilancio  nazionale  della  monarchia  austro-ungarica,  del 
quale  l'insigne  scrittore  vedeva,  or  fa  un  quarto  di  secolo,  tutto  l'in- 
teresse scientifico  e  pratico,  può  tirarsi  oggi,  poi  che  sono  resi  pub- 
blici definitivamente  i  risultati  del  censimento  demografico  del  31  de- 
cembre  HKRI.  Non  è  certo  questo  il  luogo  di  rinnovare  le  dispute  che 
hanno  ormai  un'intera  letteratura  e  occuparono  tante  volte  i  congressi 
di  statistica  e  i  consessi  parlamentari,  per  fissare  le  norme  di  questa 
investigazione,  per  stabilire  quale  segno  esteriore  della  vita  de"  singoli 
cittadini  sia  più  atto  a  dare  la  immagine  più  f«lele  delle  condizioni 
nazionali  del  territorio  e  de'  suoi  abitanti  (^2).  Concordi  nel  reputar 
utile  questa  inchiesta  anche  per  i  paesi  nei  quali  singoli  gruppi  di  par- 
lanti lingua  diversa  nulla  detraggono  alla  omogeneità  nazionale  dello 
Stato,  -  scienza  e  piatica  ritennero  invece  indispensabile  la  inda- 
gine, diremo  così,  nazionale.  nell'Austria-Ungheria,  per  la  stessa  con- 
figurazione etnica  delle  singole  sue  parti,  per  lo  stesso  fondamento  che 
il  suo  diritto  pubblico,  almeno  in  teoria,  attribuisce  alla  nazionalità, 
per  la  stessa  tutela  che,  troppo  spesso  ingenuamente,  le  singole  stirpi 
della  monarchia  ravvisano  nella  constatazione  ufficiale  delle  loro  pro- 
porzioni numeriche.  Ond'è  che  l'Italia,  la  quale  fece  nel  IStJl  la  indagine 
circa  la  «  lingua  parlata  ».  la  rinno\ò  nell'ultimo  censimento  con  uti- 

(1)  L.  Palma.  //  censimento  etnografico  della  moiianliia  onstm-iingiiricd.  in 
Arcìiiiio  di  Statistica  I.  1876-"i7.  fase.  2.  pag.  40. 

(2)  Vedi  un  riassunto  delle  varie  opinioni  in  BizEK,  Sationalitaten  (Die 
Staaten  Europas.  di  Brai  hblli-Juraschek.  pagg.  120-122  della  V  edizione  che 
si  sta  pubblicando  in  dispense). 


LE    NAZIONALITÀ   IN    AUSTRIA-UNGHERIA  5()9 

lità  (li  risultati  (1).  Così,  ad  esempio,  la  Germania  e  la  Svizzera  chie- 
dono nei  censimenti  la  «  lingua  materna  »,  il  Belgio  le  «  lingue  na- 
zionali parlate  »,  l'Irlanda  semplicemente  «  la  lingua  ».  L'Austiia  per 
la  legge  '29  marzo  18t>9  mette  fra  le  notizie  individuali  richieste  nei 
censimenti  decennali  la  lingua  usuale  {Umgaugs.ipradte).  mentre  1" Un- 
gheria chiede  non  solo  quale  sia  la  «  lingua  materna  ».  ma  anche  quale 
altra  lingua,  usata  nel  paese,  parli  il  singolo  cittadino. 

Da  questa  enumerazione  risultano  chiari  i  concetti  informativi 
delle  inchieste  demografiche  dei  vari  Stati  per  ciò  che  riflette  la  na- 
zionalità. Della  quale  e  nell'  Austria  e  nelF  Ungheria  non  si  tiene 
conto  se  non  per  quella  sua  estrinsecazione  esteriore  che  contribuendo 
più  fortemente  e  più  direttamente  a  plasmare  il  carattere  di  un  paese, 
può  risultare  più  praticamente  utile  alla  pubblica  amministrazione.  Che 
se  tuttavia,  nelle  cbndizioni  peculiari  della  lotta,  la  dichiarazione  di  par- 
lare una  lingua  come  lingua  usuale  si  può  considerare  come  una  vera  e 
propria  dichiarazione  di  nazionalità,  resta  ]iur  vero  che  direttamente 
ciò  avviene  soltanto  nelF  Ungheria,  dove  si  prende  norma  dalla  lingua 
materna,  e  solo  indirettamente,  se  anche  con  molta  probabilità,  nell"  Au- 
stria, dove  il  segno  della  lingua  usuale  è,  più  che  lo  stigma  nazionale 
del  singolo  individuo,  la  risultante  della  influenza  che  sul  singolo  cit- 
tadino esercita  l'ambiente,  del  cui  complesso  si  dà  per  tal  modo  la 
figura  linguistica,  evolventesi,  oltre  ad  ogni  personale  affermazione, 
sotto  la  imperiosa  influenza  delle  incoercibili  necessità  della  vita  di 
ogni  determinato  paese  (^1. 

Certo,  gli  organi  governativi,  ai  quali  è  affidata  la  esecuzione  più 
o  meno  immediata  del  censimento,  non  iiitVequenti  e  lievi  violenze 
coiinnettono  contro  la  fedele  raiipresentazione  di  codesti  quadri  lingui- 
stici. Ad  ogni  censimento,  italiani  nel  Trentino  e  nelle  regioni  adria- 
tiche, tedeschi  nella  Boemia,  ruteni  e  rumeni  nella  Polonia  e  nella 
Galizia,  tutte  le  stirpi  non  magiare  nell'Ungheria,  documentano  effi- 
cacemente le  menomazioni  del  loro  possesso  nazionale,  perpetrate  nelle 
statistiche  ufficiali.  Ed  è  quindi  solo  tenendo  conto  di  questo  fatto  che 
si  potrà  attribuire  più  esatto  valore  alle  cifre,  si  [ìotranno  spiegare 
certi  fenomeni  altrimenti  misteriosi  nella  storia  dolorosa  delle  nazio- 
nalità di  alcune  province  della  monarch  a. 

Il  bilancio  che  segue  riflette  principalmente  l'Austria  e  comprende 
gli  ultimi  tre  censimenti  decennali,  -  periodo  di  tempo  sufficiente  a 
mettere  in  evidenza  l'azione  esercitata  dai  vari  fattori  cui  accennava 
Luigi  Palma.  Di  risalire  oltre  il  ISSO  manca  ogni  ragione.  Le  inchie- 
ste precedenti  non  meritano  neanche  la  relativa  attendibilità  che  si 
attribuisce  ai  censimenti  ufficiali  del  ISSO,  del  1890  e  del  19flO  (3):  le 
elaborazioni  di  quelle  più  vecchie  indagini,  pretesamente  fondate  su 
lilievi  etnografici  o  linguistici,  sono,  senza  escludere  neanche  l'opera 

(1  I  Raseri  E.,  Persone  di  cittadinanza  italiana  che  parlano  abitnalwente  idioma 
straniero.  Romii,  19  t2.  -  Fracassetti  L.,  La  .statistica  etnografica  del  Frinlie  l'ul- 
timo censimento.  Udine,  1902.  -  F.  Musoni,  Te  teschi  e  Slavi  in  Friuli  secondo  l'ul- 
timo censimento  (Bollettino  della  Società,  Geop-afica  Italiana    marzo  1903). 

(2)  Cfr.  H.  C.  R  LiSBRA,  Frojet  de  loi  generale  poiir  la  détermination  de  la 
nationaliti'  (Reme  de  droit  international  et  de  léfjislation   comp:irée,  1903.  u.  2l. 

(3)  Ecco  le  fonti  ufficiali  a  cui  hì  attingono  le  cifre  che  seguono  :  Oestcrreichi- 
sche  Statisti/i  heransgeyeben  von  der  !,:  k.  Statistischen  Centralcommission  in  Wien: 
voi.  I,  II  e  IV  per  il  censimento  del  1880,  voi.  XXXIl  per  il  censimento  del 
1890  e  voi.  LXIII  per  quello  del  1900. 


570 


LE    N'AZIONAI. ITA    IN    Al  STKIA-i:.\(iHERIA 


notissima  dello  Czornig,  più  ciie  tutto  la  espressione  ilella  partigia- 
neria (ìeisonale  degli  autori.  Deve  esseie  avvertito  ancora  die  l" Austria 
come  alleile  l'Ungheria  rileva  la  lingua  usuale  o  la  lingua  materna 
non  di  tutta  la  popolazione  presente,  ma  soltanto  dei  cittadini  dello 
Stato  presenti,  e  che  non  tutte  le  lingue  possono  indicarsi  nei  censi- 
menti austriaci  per  lingua  usuale,  ma  soltanto  le  nove  lingue  seguenti  : 
tedesca,  lioemo-moravo-slovacca  (czeca),  polacca,  slovena,  rutena,  ser- 
bocroata, italiano-ladina,  rumena,  magiara,  quest'ultima  soltanto  nella 
Bucovina.  Onde,  a  cagion  d'esempio,  i  greci  abitanti  nelle  varie  città 
commerciali  dell'Impero,  se  anche  ne  abbiano  conseguita  la  cittadi- 
nanza, non  possono  affermare  la  loro  nazionalità,  ma  devono  dichia- 
rare come  lingua  usuale  una  delle  altre  lingue  del  paese. 

Ed  ora  il  quadro  delle  lingue  a  traverso  i  tre  decenni  delle  più 
accese  lotte  nazionali  jiuò  essere  tracciato  col  rispondere  sommaria- 
mente a  queste  domande: 

La  figura  linguistica  che  oggi  pi'esenta  l'Austria,  è  molto  diversa 
da  quella  di  vent'anni  or  sono? 

Quali  sono  le  lingue  che  vanno  perdendo  terreno  e  quali  se  ne 
avvantaggiano"? 

Come  e  percliè  sono  avvenuti  ([uesti  mutamenti  nei  singoli  «regni 
e  paesi  rappresentati  al  Consiglio  dell'Impero  in  ^'ienna'?>» 

I  risultati  dei  censimenti. 


Poiché  troppo  spesso  corrono  su  i)er  i  giornali  e  le  riviste  d'Italia 
cifre  inesatte,  sarà  utile  premettere  qui  le  cifre  assolute  delle  lingue 
parlate  nell'Austria  come  risultano  dai  tre  ultimi  censimenti: 


Dichiararono 

Ifel  censimento  del 

di  avM-  usuale  la  lingua 

1880 

1890 

1900 

Tedesca 

Perstir 

8,008,864 
5,180,908 
3,238,531 
2,792,067 

i.l40,:-;oi 

{•.68,6'-3 

563,615 

19!>,T<.i9 

9,887 

e  pertinenti  allo 

8,461,580 

5,472,871 

3,719,232 

3,105,221 

1,176,672 

675,305 

644,926 

209,110 

8,139 

23.473.056 

stato 

9,170,939 
5.955,397 

4,259,1.52 

3,375.576 

1.192.780 

Italiana 

727,102 
711,380 

Rumena 

Magiara 

2,50,963 
9,516 

Somma.    .    . 

21,791,231 

25,63?,805 

Il  quadro  nazionale  dell'Austria  è  còlto  con  maggiore  evidenza  se 
dalle  ii|)roduzioni  fotogratìche  momentanee,  a  cui  si  sogliono  parago- 


LK    .NAZ10X.\1.1T.\    I.\    .\L'STRL\-U.\GHERIA 


571 


•Ilare  i  censiiuenti,  si  calcolano  le  cifre  relative  della  partecipazione 
(Ielle  sìngole  lingue  al  complessivo  numero  degli  abitanti  indigeni 
presenti  : 


Diohiarai'ono 
di  aver  usuale  la   lingua 


!Xel  censimento  del 


1880 


1890 


1900 


Su  ogni  100 

3C..  75 
23  77 
14.86 
12.80 

5.  23 

3.07 

2.. 5» 

0.88 

0  05 

abitanti  indigei 

3;.  115 

23.  32 

15  84 
13.  22 

5  (U 
2.88 
2  75 
0.89 
0  04 

i  presenti 

35. 78 

Czeca 

23.23 

Hi.  «2 

13.17 

4.  08 

Italiana 

Serbocroata  

2.81 
2  77 
0.  i)() 

0  (14 

Somma.    .    . 

100.00 

100.  00 

100.  0  ) 

Leggendo  fugacemente  queste  talielle.  raffrontando  le  cifre  relative 
•del  ISSO  con  quelle  del  191K).  risulterebbe  alla  prima  delle  tre  domande 
poste  poc'anzi  una  rispo.sta  facile:  l'Austria  presenta  oggi  un  quadro 
linguistico  che  è  press'a  i)oco  eguale  a  quello  d'un  ventennio  fa:  gli 
spostamenti  sono  minimi  sì  che  nessuna  delle  lingue  ha  perduto  il  pu.sto 
che  teneva  veni'  anni  or  sono,  nell'  ordine  degli  idiomi  parlati  nello 
Stato.  Le  furie  delle  lotte  nazionali  cosi  aspre  sarebbero  passate  sul 
capo  dei  popoli  contendenti  senza  toccarne  quasi  l'entità  numerica:  gli 
urli  reciproci  si  sarebbero  equilibrati  eil  elisi    il). 

(1)  Non  sarà  discaro  alla  pratica  questo  specchio  dello  stato  delle  lingue 
parlate  nelle  singole  provincia  al  31  dicembre  1900: 


.\iisiria   iufer 

Id.      .sup. 

Salisburgo.  . 

Stii-ia 

C'arinzia  .  .  . 
Camicia  .  .  . 
Littorale.  .  . 
Tiroloe  Vorarl 

berg  .... 
Boemia.  .  .  . 
Moravia  .  .  , 

Slesia 

Galizia.  .  .  . 
Biicovina  .  . 
Dalmazia  .  . 

Somma.  . 


2,713,923 
795.355 
185,951 
902,348 
269,960 
28,177 
19,151 

573,156 
2,337,013 
676,192 
296,571 
211,752 
159,186 


9,170,939 


132,9681 

3,535 

56ll 

733i 

196 


390, 

25 

3 

671; 

191 

10 

1,945' 

98 

3 

3,930,093 

1,915 

1,313 

1,727,270, 

15,560 

387 

146,265, 

220,172 

9,0143  988.702  3,071 119 

596' 

26,857 1 

297,798 

1157 

96 

25 

37n.'i7fi 

1,651 

339 

1,549 

508 

34 

661 

153 

18 

153 

109,531 

129 

462 

90195 

16 

89 

175302 

1751 

259 

212,978 

113,602; 

334,152 

163 

67! 

373,905 

280 

12.) 

264 

107 

1,566 

41 

88 

* 

47 

127 

28 

123 

108 

6 

119 

683 

565,276 

15  279 

1,192,780 

711,380, 

727,102 

1,313 


508 
229,018 


230,963 


2,836.701 
800,253 
186  848 

1.313,325 
360,800 
501.332 
712,377 

919,610 
6271,012 
2,120,717 

663,710 
7,281,703 

723,501 

584,823 


9  5161  25632,803 


572  LE   NAZIONALITÀ    IN    AUSTRIA-UNGHERIA 

Queste  constatazioni  peccherebbero  di  superficialità.  Anzitutto 
giova  considerare  la  relazione  che  passa  tra  l'aumento  delle  lingue 
nel  ventennio  e  raumento  complessivo  della  popolazione  ^pertinente 
nello  stesso  periodo  di  tempo  e  ciò  tanto  nel  complesso  dello  [Stato 
quanto  nelle  singole  provincie. 

Lingue  in  progresso  e  lingue  in  regresso. 

L'aumento  percentuale  della  po])olazione  indigena  nella  monarchia 
(che  è  dato  dall'eccedenza  dei  nati  sui  inoi'ti,  degli  immigrati  sugli 
emigrati)  fu  nel  decennio  1881-1890  del  7.70  per  cento,  nel  decen- 
nio 1891-19(KI  del  9.'2()  per  cento.  Ora  ebbero  complessivamente  un  au- 
mento superiore  a  codeste  medie  in  entrambi  i  decenni  le  lingue  polacca 
(14.84  e  14.52  per  cento),  serbocroata  (14.42  e  10.30  ])er  cento)  e  rumena 
(9.59  e  10.45  per  cento) :  aumentarono  più  della  media  geneiale  nel 
primo  decennio  e  meno  della  media  nel  secondo  i  ruteni  (11. 19  per  cento 
e  8.71  per  cento);  ebbero  aumento  minore  della  media  nel  primo  de- 
cennio e  maggiore  nel  secondo  i  magiari  ( —  17. (i8  e  Iti. 92  per  cento): 
ebbero  infine  aumento  minore  della  media  in  entrambi  i  decenni  i 
tedeschi  (5.65  e  8.38  per  cento),  gli  czechi  (5.63  e  8.82  per  cento)  ;  gli 
sloveni  (3.19  e  1.37  percento)  egli  italiani  (0.99  e  7.67  per  cento). 

Da  queste  cifre  si  ricava  ancora  che,  a  parlare  solo  delle  lingue 
più  importanti,  la  tendenza  ascendente  oltre  la  media  generale  nei 
polacchi  e  serbocroati  va  diminuendo  di  intensità,  mentre  ted(!schi, 
czechi  e  italiani  tendono  nel  secondo  decennio  a  riact[uistare  il  tei- 
reno  perduto  nel  decennio  primo:  continua  invece,  anzi  con  intensità 
maggiore,  la  tendenza  decrescente  degli  sloveni. 

Risposto  così  alla  seconda  domanda,  chiediamoci  :  A  quali  fiittori 
vanno  attribuiti  questi  fenomeni".'  Sono  essi  dipendenti,  e  in  quanta 
parte,  dal  cozzo  delle  singole  nazionalità  o  non  anche  da  fatti  demo- 
grafici intrinseci  propri  ad  ogni  nazionalità  o  paese"?  Insomma  quanta 
parte  degli  aumenti  presentati  dopo  questi  vent'anni  dalle  singole 
lingue,  è  costituita  da  conquiste  o  assimilazioni  di  territori  o  di  giuppi 
di  persone  d'altra  lingua  e  (pianta  iiaite  delle  diminuzioni  delle  altre 
lingue  sono  invece  conseguenze  della  minore  natalità  o  della  mag- 
giore mortalità,  della  minore  immigrazione  o  ilella  maggiore  emigrazione 
del  singoli  paesi  o  gruppi"? 

Per  rispondere  a  queste  domande,  che  sono  poi  tutt'una  cosa  con 
la  terza  domanda  messa  in  testa  a  questi  cenni,  bisognerà  esaminare 
partitamente  lo  sviluppo  delle  singole  lingue,  tanto  nelle  province  che 
più  propriamente  possono  dirsi  territori  chiusi  del  loro  possesso,  quanto 
in  quelle  in  cui  esse  sono  rappresentate  soltanto  s|)oradicamente. 

E  per  seguire  l'ordine  ufficiale  veniamo  anzi  tutto  ai  tedeschi. 

Abbiamo  detto  che  l'aumento  ilei  parlanti  tedesco  come  lingua 
usuale  non  è  stato,  nel  ventennio,  coriispondenfe  all'aumento  medio 
degli  abitanti  indigeni.  Infatti  su  KlOO  abitanti  indigeni  presenti  polla- 
vano tedesco: 

nel  1880 367 

nel  1890 360 

nel  1900 358 

Se  poi  si  ripartisce  il  numero  dei  tedeschi  tra  le  varie  provincie, 
si  vede  come  il  loro  numero  sia  cresciuto  notevolmente  ]iiù  nei  paesi 
in  cui  essi   non  costituiscono  che  una  esigua    minoranza  sporadica. 


LE    XAZIOXAI.ITÀ    IX    AlSTRIA-rXGHERIA  573 

mentre  ne  risulta  perciò  anclie  maggiore  ladiininiizione.  sempre  relativa, 
nella  maggior  parte  delle  provincie  loi'o  proprie.  Per  esempio,  -  e  sono 
cifre  sintomatiche  -  a  Trieste  e  suo  territorio  i  parlanti  tedesco  sono 
aumentati  dal  181K)  al  191)0  del  24.9  per  cento,  mentre  l'aumento  medio 
della  popolazione  indigena  vi  è  stato  di  solo  11..')  per  cento.  Dicasi  altret- 
tanto della  provincia  di  Gorizia-Gradisca.  dove  i  tedeschi  crebbero  del 
60.7  per  cento  di  fronte  ad  un  aumento  medio  della  popolazione  indigena 
del  .0.4  per  cento:  dell"  Tsti'ia  dove  il  loro  aumento  fu  del  19.8  per  cento 
(li  fronte  all'aumento  medio  degli  indigeni  dell" 8.3  per  cento,  della 
Bucovina  (19.4  ])er  cento  di  fronte  a  H.G  per  cento)  e  della  Dalmazia 
(13.8  per  cento  di  fronte  a  [-2.-2-2  per  cento).  E  sebbene  in  queste  Pro- 
vincie il  numero  dei  parlanti  tedesco  resti  tuttavia  piccolo,  la  inten- 
sità del  loro  aumento  è  indice  dell'intìltrazione  continua  di  tedeschi, 
■che  specie  a  mezzo  degli  uftici  dello  Stato  si  constata  in  particolare 
nelle  provincie  adriatiche. 

Nelle  Provincie  dove  i  tedeschi  hanno  più  larga  rappresentanza, 
l'aumento  loro  nel  decennio  1890-1900  fu  più  intenso  dell'aumento 
medio  della  popolazione  indigena  nella  rispettiva  provincia,  nella 
■Stiria  (6.42  per  cento  di  fronte  a  5.07  per  cento);  la  città  di  Cilli,  in 
onta  al  famoso  ginnasio  sloveno,  vide  diminuire  gli  sloveni  dal  26  al 
-2-2  per  cento:  nella  (Jarinzia  (6.02  per  cento  di  fronte  a  1.37  per  cento; 
Klagenfurt  e  Villacco  seguono  Cilli):  nel  Tirolo  e  Vorarlberg  (5.62  per 
«ento  di  fronte  a  4.74  percento),  nella  Boemia  (8.24  per  cento  di  fronte 
a  8.05  per  cento;,  quantunque  continuino  la  czechi zzazione  di  Praga 
«  l'infiltrazione  czeca  a  Reichenberg  e  Briix,  le  purissime;  mentre  fu 
meno  intenso  nell'Austria  inferiore  (14.7  per  cento  di  fronte  a  16.0  per 
■cento),  nell'Austria  superiore  (2.97  per  cento  di  fronte  a  3.04  per  cento), 
nel  Salisburghese  (10.3  di  fronte  a  10.6  per  cento),  nella  Carniola  (0.51 
per  cento  di  fronte  a  1.75  per  cento),  nella  Moravia  (1.70  per  cento  di 
fronte  a  7.(t5  per  cento),  nella  Slesia  (5.33  per  cento  di  fronte  a  12.5 
per  cento).  La  Galizia  è  l'unica  provincia  nella  quale  i  tedeschi  hanno 
avuto  una  diminuzione  anche  assoluta:  del  6.96  per  cento  di  fronte  ad 
un  aumento  complessivo  della  popolazione  indigena  del  10.7  per  cento. 
Come  si  vede,  i  tedeschi  guadagnarono  terreno  nella  Stiria  e  nella 
Carinzia  a  spese  degli  sloveni,  nel  Tirolo  e  \'orarlberg  a  spese  degli 
italiani  e  nella  Boemia  tolsero  alcunché,  però  neanche  l'uno  per  mille, 
agli  czechi  (1),  in  quella  vece  nelle  due  Austrie  e  specialmente  nell'in- 
feriore, essi  cedettero  all'intiltrazione  czeca  (a  Menna  stessa  gli  czechi 
crebbero  dal  5.2  al  6.8  per  cento),  nella  Carniola  alla  continua  diifu- 
-sione  slovena,  mentre  nella  .Moravia  e  nella  Slesia  continuò  la  deca- 
denza dei  tedeschi  di  fronte  agli  czechi  nella  prima  provincia  (Briinn 
ha  ormai  il  35.7  per  cento  di  czechi),  di  fronte  ai  polacchi  nella  seconda, 
specie  nelle  campagne.  Danni  codesti  i  quali,  perchè  recati  in  terre 
più  vicine  ai  paesi  e.sclusivamente  tedeschi,  mal  sono  compensati  dai 
vantaggi  per  lo  più  artificiali  nelle  provincie  italiane. 

Gli  czechi  ebbero  pure  nel  complesso  una  diminuzione,  onde  par- 
lavano questa  lingua  su  ogni  UXX)  abitanti  della  monarchia: 

nel  1880 237 

nel  1890 233 

nel  \mO 232 

(\)  Rauchiìbrg  H.,  I>«s  Zahlenverhaltniss  der  Deutscheit  nnd  der  T-icbechen 
in  Bohinen  [Deatsche  Arbeit,  II,  fase.  1°,  1903).  -  A.  Lefèvre,  Germains  et  Slares. 
Paris,  1903. 


574  LE   NAZIONALITÀ    L\    AUSTRL\-UX(:H£RL\ 

Delle  piccole  colonie  czeche  nella  Carniola,  nell"  Istria  (dove  gli 
czechi  sono  quasi  tutti  addetti  alla  marina  da  guerra  in  Pota),  nel  Sa- 
lisburghese,  nella  Stiria,  nel  Tirolo  e  nella  Bucovina,  dovunque  meno 
che  nell'ultima  provincia  cresciute  oltre  la  media  generale,  non  giova 
tener  conto.  Nell'Austria  inferiore,  come  fu  già  accennato,  gli  czechi 
vanno  progredendo  a  danno  dei  tedeschi  e  nel  decennio  18i)0-1900  sono- 
cresciuti  del  42  per  cento  di  fronte  ad  un  aumento  medio  della  popola- 
zione indigena  del  IC)  per  cento:  così  nella  Galizia  (54.6 per  cento  di  fronte 
a  1.07  per  cento).  Nelle  provincie  invece  dove  gli  czechi  hanno  più  aperta 
e  fervida  lotta,  nella  Boemia,  cioè,  e  nella  Slesia,  nella  prima  gli  czechi 
ebbero  un  accrescimento  minore,  per  quanto  di  poco,  dell'accrescimento 
medio  della  i)opoIazione  indigena  della  provincia  (7.85  per  cento  di  fronte 
a  8.05  per  cento),  nella  seconda  un  accrescimento  un  po'  maggiore 
(12.67  per  cento  di  fronte  a  l!2..59  per  cento),  mentre  nel  precedente 
decennio  era  stato  minore.  Più  notevole  è  l'avvantaggio  riportato  dagli 
czechi  nella  Moravia  (8.(50  per  cento  di  fronte  a  7.05  per  cento)  contro 
i  tedeschi,  oltre  che  nella  capitale  della  provincia,  Briinn.  anche  in 
parecchi  distretti. 

I  polacchi,  che  hanno  avuto  aumento  assoluto,  erano  rap|)resentanti: 

nel  1880  da 14« 

nel  18U0  da 158 

nel  ItXlO  da 166 

parlanti  per  KXK)  abitanti  indigeni.  Si  accrebl)ero  molto  intensamente- 
le  colonie  polacche  della  Boemia.  dell'Austria  inferiore  e  della  Moravia. 
Nella  Bucovina  i  polacchi  restarono  quasi  stazionari  (1:5.8  per  cento  di 
fronte  a  1*2.6  per  cento),  menti'e  nella  Galizia  e  nella  Slesia  ebbero  nel 
decennio  ultimo  un  aumento  ben  maggiore  del  normale  :  nella  prima  del 
13.66  per  cento  di  fronte  al  10.73,  nella  seconda  a  dirittura  del  :23.78 
per  cento  di  fronte  al  li2.50.  Nella  Galizia  l'aumento  dei  polacchi  dan- 
neggiò i  tedeschi  e  più  i  ruteni,  nella  Slesia  i  tedeschi  soltanto,  non 
però  nelle  città.  Cosi  a  Leopoli,  capitale  della  Cìalizia.  i  tedeschi  sono 
arrivati  al  13  per  cento  della  popolazione  ed  a  Bielitz  e  a  Friedek,  nella 
Slesia,  assimilano    ancor  sempre  gruppi  polacchi  e  czechi. 

I  ruteni,  che  erano  in  aumento  nel  decennio  1880-1890.  tendono 
a  decrescere  nel  decennio  successivo:  dichiararono  di  ])arlaie  il  i-ufeno: 

nel  1880 128 

nel  1890 132 

nel  19(K) 131 

per  mille  della  popolazione  complessiva  dello  Stato.  Neil"  .\ustria  in- 
feriore, dove  sono  sporadicamente  rappresentati,  essi  crebbero  di  molto 
(262.7  per  cento  di  fronte  a  16  per  cento  della  popolazione  della  pro- 
vincia intera):  nella  Galizia  e  nella  Bucovina  invece  il  loio  aumento 
fu  minore  dell'aumento  medio  della  provincia.  Onde  s'ebbero  in  en- 
trambe le  province  dei  notevoli  spostamenti  a  danno  dei  ruteni,  nella 
Galizia  a  favore  dei  i)olacchi.  nella  Bucovina  a  favore  dei  tedeschi. 

Gli  sloveni,  che  hanno,  come  s'è  detto,  una  spiccata  tendenza  a 
diminuire,  avevano  per  ogni  HMK)  abitanti  indigeni: 

nel  1880 52 

nel  1890 .50 

nel  l'.KK) 4(5 

parlanti  la  loro  lingua.  Delle  sette  province  nelle  quali  gli  sloveni 
sono  rappresentati  da  almeno  300  parlanti  quella  lingua,  in  cinque  il 


LE   NAZIONALITÀ    IN    AlSTRIA-CNGHERIA  O/O 

loro  aumento  è  stato  minore  delfaumento  medio  normale  della  ri- 
spettiva provincia.  Cosi  nella  Stiria  (t2J()  per  cento  di  fronte  a  5.07 
per  cento),  nella  città-provincia  di  Trieste  (10.99  per  cento  di  fronte 
a  11.52  per  cento),  nella  provincia  di  Cìorizia-Gradisca  (4.li2  percento 
di  fronte  a  5.40  per  cento)  e  nell'Istria  (7.48  per  cento  di  fronte  a  8.37 
per  cento).  Nella  Carinzia  poi  gli  sloveni  diminuirono  anche  in  cifra 
assoluta  (—  Kt.43  per  cento  di  fronte  a  +  137).  Senza  neanche  accennare 
airaumento  delle  colonie  slovene  nell'Austria  inferiore,  gli  sloveni 
ebbero  un  aumento  proporzionale  soltanto  nella  Carniola  (1.94  per 
cento  di  fronte  a  1.75  per  cento),  ma  anche  qui,  per  ragioni  demogra- 
fiche peculiari  al  paese,  ben  poco  considerevole. 

11  ventennio  fu  meno  infausto  |ierquelli  che -il  gergo  burocratico 
accomuna  sotto  il  nome  di  serbo-croati.  1  parlanti  questa  lingua  nel 
complesso  della  Monarchia  erano: 

nel  1880 25.9 

nel  1890 '27.5 

nel  1900 27.7 

per  1000  abitanti  indigeni.  Le  colonie  seibo-croate  dell'Austria  infe- 
riore, della  Carniola,  della  Moravia  e  di  Trieste  ebbero  un  accresci- 
mento maggiore  della  media  normale  in  quei  rispettivi  paesi.  In  Istria 
i  croati  |)erdettero  terreno,  notevolmente,  di  fronte  agli  italiani,  come 
sarà  detto  subito  (1.B7  per  cento  di  fronte  a  8.37  per  cento),  ma  nel 
complesso  se  ne  compensarono,  oltre  che  con  l'aumento  delle  colonie, 
con  l'assorbimento  degli  italiani  nella  Dalmazia  e  col  rapido  aumenlo 
intiinseco  della  popolazione  croata  di  quella  provincia,  dove  ebbero 
un  aumento  del  12.70  per  cento,  superiore  dunque  alla  già  alta  per- 
centuale complessiva  della  provincia  che  fu  di  12.22  per  cento. 

Ed  ora  mi  sia  lecito  di  soffermarmi  più  lungamente  su  gli  italiani  (1). 
fissi  hanno  avuto  in  ambedue  i  decenni  una  relativa  diminuzione, 
maggiore  nel  primo  decennio,  minore  nel  secondo.  Onde  il  numero 
dei  jwirlanti  italiani  era,  secondo  le  statistiche  ufficiali  : 

nel  1880 30.7 

nel  1890 28.8 

nel  19(K) 28.4 

per  ogni  UMK)  abitanti  indigeni  pie^enti. 

A  quali  ragioni  possa  attribuirsi  rauinento  degli  italiani,  relati- 
vamente minore  di  quello  avveratosi  in  quasi  tutte  le  altre  naziona- 
lità, -  se  desso  sia  un  fatto  reale  o  solo  un  frutto  artificiale  dei  me- 
todi di  censimento,  oppure  dove  l'una  cosa  si  veritìchi  e  dove  l'altra  - 
non  vogliamo  decidere. qui.  Che  le  constatazioni  sfavorevoli  agli  ita- 
liani, fornite  dalle  tabelle  statistiche,  siano  troppo  spesso  indice  di 
intendimenti  non  tavorevoli  al  nostro  idioma,  sarà  mostrato  con  le  cifre 
degli  italiani  della  Dalmazia  e  dei  rumeni  dell'Istria  e  fu  anche  trojipe 
voite  stimmatizzato  dai  deputati  italiani  alle  Diete  e  al  Parlamento. 
(Codesti  spiriti  avversi  non  si  fecero  per  nessun  conto  sentire  in 
quelle  provincie  nelle  quali  gli  italiani  non  sono  a  casa  loro,  e  nessun 
interesse  pohtico  consigliava  di  sminuirne  l'importanza:  anzi  l'italia- 
nità sporadica.  -  come  si  chiama -cioè  gli  italiani  diffusi  in  piccole  co- 
li) Delle  vicende  dell' italianità  a  traverso  gli  ultimi  decenni  mi  occuperò 
più  diffusamente  nel  primo  volume,  di  prossima  publicazione.  di  un  mio  più 
ampio  studio,  intitolato  :  La  Regione  Ginlia  negli  ultimi  censimenti. 


1084 

1549 

59 

BtìO 

71 

153 

413 

464 

96 

89 

319 

459 

113 

464 

3085 

5884 

4^2 

41 

3tì 

47 

58 

143 

IS 

119 

576  LE   NAZIONALITÀ   IN   AUSTRIA-UNGHERLA. 

ionie  nelle  province  tedesche  o    slave    dell'Impero,   hanno  subito  un 
aumento  quale  non  |>otrel)hesi  immaginare  maggiore. 

Di  fatti  gli  italiani  cittadini  dello  Stato  -  esclusi  quelli  delle  tre 
Provincie  della  Regione  Giulia,  del  Trentino  e  della  Dalmazia  -  eiauo 
distribuiti  come  segue: 

Nel  1SH(P      Xi.l  1S1H>      Xi.|  liMII) 

Austria  inferiore 899 

»       superiore 97 

Salisburgo 146 

Stiria 443 

Carinzia 119 

Carniola 317 

Boemia 141 

Vorarlberg 1447 

Moravia 70 

Slesia 36 

Galizia 91 

Bucovina 44 

Come  si  vede,  eccezion  fatta  per  la  (larinzia.  la  Carniola  e  la  Mo- 
ravia, la  diffusione  degli  italiani  pertinenti  allo  Stato,  in  tutte  le  altre 
Provincie  deirinterno  è  cresciuta  con  un'intensità  di  gran  lunga  mag- 
giore dell'aumento  ordinario  della  popolazione  nelle  rispettive  provincie. 
Nel  \'orarlberg.  a  rao"  d'esempio,  dove  nell" ultimo  decennio  la  popola- 
zione indigena  è  cresciuta  in  generale  del  9.47  lev  cento,  gli  italiani 
hanno  avuto  un  aumento  delVK».73  per  cento:  nell'Austria  inferiore,  di 
fronte  ad  un  aumento  medio  generale  del  16  per  cento,  si  ebbe  un 
aumento  di  italiani  in  ragione  del  44. Wt  per  cento.  Il  che  dimostra 
come  vada  crescendo  la  emigrazione  italiana  per  le  provincie  austriache, 
specie  tedesche,  oltre  che  da  parte  degli  italiani  del  Regno,  anche  da 
parte  di  quelli  delle  piovincie  adriatiche  e  del  Trentino. 

Nella  Venezia  Giulia,  com'è  oggi  amministrativamente  costituita 
nel  così  detto  Litorale,  mentre  il  decennio  1880-1890  aveva  segnato  una 
diminuzione  dei  presenti  di  cittadinanza  austriaca  parlanti  italiano 
(dal  45.4  per  cento  al  44.6  per  cento),  il  decennio  18'.KJ-19(lO  segnò  non 
solo  la  riconquista  del  terreno  perduto,  ma  anche  un  miglioramento 
nelle  condizioni  della  lingua  italiana:  dessa  invece  che  dal  44.6  per 
cento  del  181X)  e  dal  45.4  per  cento  del  1880  era  parlata  al  31  dicembre 
UKìOdal  4().9  per  cento  dei  cittadini  austriaci  presenti.  Perocché,  mentre 
l'aumento  generale  della  popolazione  indigena  presente  nel  Litorale 
fu  dal  1890  al  19(X»  dell'  8.05  per  cento,  gli  italiani  nello  stesso  periodo 
di  tempo  crebbero  del  13.43  per  cento.  Nel  precedente  decennio  essi 
avevano  avuto  un  aumento  del  ().5  per  cento  di  fronte  al  7.34  per 
cento  dell'aumento  medio  generale  della  regione. 

Di  questo  confortante  aumento  ebbe  la  parte  maggiore  Trieste  (1). 
Nel  decennio  1880-1890  il  numero  dei  cittadini  austriaci  presenti  par- 

(1)  Le  condizioni  demografiche  di  Trieste,  per  altri  rispetti  ancora  molto 
interessanti,  saranno  esposte  ampiamente  dal  dottor  FRuHB.A.rER,  direttore  dell'Uf- 
ficio municipale  di  Statistica,  che  ha  pubblicato  per  ora  i  Cenni  sommari  sul 
censimento  della  popolazione  a  Trirste  al  31  dicembre  1900  (Trieste,  1903).  Tra  le 
cifre  ufficiali  e  quelle  pubblicate  dall'LTfficio  municipale  c'è  qualche  piccola  diffe- 
renza in  danno  degli  italiani.  Per  iscrupolo,  le  cifre  qui  usate  sono  le  ufficiali. 


LE   NAZIONALITÀ    I.\    ArSTRL\-UNGHERIA  577 

lauti  italiano  era  rimasto  quasi  stazionario,  non  essendo  cresciuto  clie 
dal  73.6  per  cento  al  73.8  per  cento.  Nel  1900  gli  italiani  indigeni  pre- 
senti costituivano  il  77.3  per  cento,  essendo  cresciuti  da  1(K),039  a 
116,8^5,  con  un  aumento  assoluto  di  1(5.786  e  con  un  aumento  relativo 
del  16.78  per  cento  di  fronte  all' 11.52  per  cento  della  popolazione  ge- 
nerale della  città-provincia.  11  dominio  assoluto  dell'italianità  a  Trieste 
risulta  più  evidente  ancora,  quando  si  divida  il  territorio  della  città- 
provincia  fra  la  città,  il  suburbio  e  l'altipiano.  Nella  città  propria- 
mente detta  gli  italiani  costituiscono  1'  88.38  per  cento  della  popola- 
zione indigena  (95.  94  e  d'i  per  cento  nei  rioni  ])opolari  di  Città  veccbia. 
Barriera  vecchia  e  San  Giacomo:  84.  81  e  75  per  cento  nei  distretti 
di  Barriera  nuova.  San  Vito  e  (liltà  nuova,  dove  abitano  in  massima 
parte  gli  impiegati  forestieri). 

11  rimanente  -liJ  pei'  cento  della  popolazione  indigena  presente 
nella  città-provincia  di  Trieste  era  costituito  da  tedeschi  e  sloveni,  i 
primi,  come  fu  già  rilevato,  in  aumento,  i  secondi  in  diminuzione.  Ci 
sono  poi  piccole  colonie  di  czechi,  di  polacchi,  di  ruteni,  di  serbo- 
croati, di  rumeni  che,  risultando  dal  cosmopolitismo  commerciale  del- 
l'emporio, nulla  detraggono  al  quadro  cosi  luminosamente  italiano 
della  città. 

Se  volessimo  ora  Iiraitai-e  il  nostro  esame  alle  città  delVIstria  e 
alle  borgate  maggiori,  noi  potremmo  ripetere  la  constatazione  rassi- 
curante che  esse  hanno  serbato  tutte,  in  onta  ad  ogni  tentativo  di  av- 
versari, netta  e  piena  la  loro  figura  demografica  italiana.  Ma  anche 
comprendendo  le  campagne  sulle  quali  in  tempi  più  o  meno  vicini 
furono  trasportate  dall'Austria  e  da  Venezia  colonie  di  varia  stirpe 
e  di  vario  paese,  non  ci  sarà  negato  il  conforto  di  constatare  che 
anche  nell'Istria  presa  insieme  la  lingua  italiana  ha  fatto  nell'ultimo 
decennio  tali  progressi  che  la  statistica  ufficiale  non  ha  potuto  igno- 
rare. Nel  decennio  pi-ecedente  1880-1890 gli  italiani  nell'Istria  avevano 
subito  non  indifferenti  perdite,  nel  decennio  1890-1900  i-iacquistarono 
il  perduto:  onde  la  proiiorzione  dei  parlanti  italiano,  che  era  stata  del 
40.2  per  cento  nel  1880  ed  era  discesa  al  38.0  per  cento  nel  1890.  ri- 
salì al  40.5  per  cento  nel  19(K».  Da  114,291,  quanti  erano  nel  1880.  gli 
italiani  erano  cresciuti  solo  a  118.027  nel  1890  e  a  ben  136,191  nel  19tHl, 
con  un  aumento  di  gran  lunga  inferiore  al  normale  della  popolazione 
nel  primo  decennio  (3.27  per  cento  di  fronte  a  9.10  percento),  con  un 
aumento  di  molto  superiore  al  normale  nel  secondo  decennio  (15.39 
per  cento  di  fronte  a  8.37  per  cento). 

11  miglioramento  delle  condizioni  nazionali  nell'Istria  non  è  stato 
eguale  in  ogni  sua  parte. 

Rovigno.  unica  città  italiana  con  proprio  statuto,  deve,  evidente- 
mente, all'accresciuto  numero  d"  impiegati  tluttuanti  l'aumento  dei 
tedeschi  dall' 1.3  al  2  per  cento,  mentre  gli  italiani  risultano  natural- 
mente ancor  sempre  la  quasi  totalità  della  popolazione  (97.3  per  cento). 
Di  tutti  i  distretti  giudiziari  della  provincia,  quello  in  cui  l'italianità 
se  andata  sviluppando  con  maggiore  intensità  è  il  distretto  di  Lus- 
sino (isola  del  Quarnero).  dove  gli  italiani,  che  erano  nel  1890  1142.4 
per  cento,  sono  saliti  al  67.9  per  cento  -  ascensione  consolante  con 
cui  fa  contrasto  doloroso  la  diminuzione  che  almeno  le  cifre  ufficiali 
vogliono  avvenuta  negli  italiani  dei  distretti  pure  insulari  di  Cherso 
(da  26.4  a  25.6  per  cento)  e  di  V^eglia  (da  7.6  a  7.2  per  cento).  Con- 
solantissimo è  pure  l'aumento  degli   italiani   nel  distretto   politico  di 

3Y  Voi.  evi.  Serie  FV  .  16  .-jgosto  1903. 


Ó78  LE    NAZIONALITÀ    I.\    Al'STRIA-UNCiHERIA 

Pareiizo,  (love  il  {iiudizio  di  Baie  li  mostra  accresciuti  dal  IMi.'JaMtS.I 
per  cento,  quello  di  Montona  dal  57.7  ai  ().'$.:}  per  cento  e  quello  di 
Parenzo  dal  (i2.0  al  71.3  per  cento. 

A  Pola  e  nei  suo  distretto  giudiziario,  con  lutto  lo  svilu|)po  delle 
istituzioni  militari,  si  vede  diminuito  il  numero  dei  tedesclii  (dal  li2.(i 
alni. 3  per  cento),  dinìiniiito  pure  il  numero  dei  serJìo-croati  (dal  !28.'2 
al  !25.3  per  cento)  e  cresciuto  invece  ((uello  defili  italiani  (dal  .")3.()  al 
58.6  per  cento).  Anche  le  colonie  di  altre  stirpi  domiciliate  a  Pola  sono 
in  diminuzione  (sloveni  dal  '2.8  al  ^.5  per  cento  e  le  altre  diverse  da 
1.1  a  0.9  per  cento)  -  esempio  luminoso  della  forza  assimilatrice  della 
nostra  stirpe.  A  Capodistria  e  Pirano  e  meno  forti  a  Dignano,  l'ita- 
lianità ebbe  dovunque  aumenti,  come  pure  a  Pinguente,  dove  lo  stesso 
Comune  croato  dovette  segnarli  col  !2  per  cento  in  più.  Non  così  a 
Pisino  (la  città  cui  fu  imposto  il  Ginnasio  croato),  (love  gli  italiani 
liescirouo  falcidiati  del  .5  per  cento.  La  diminuzione  degli  italiani  nel 
distretto  giudiziario  di  Albona  (dal  3i2.4  al  ^4.1  iicr  cento)  non  è  fa- 
cilmente spiegabile.  Ed  è  del  pari  in  diminuzione  relativa  l'italianità 
del  distretto  giudiziario  di  Rovigo  che  comprende  la  campagna  di  Can- 
fanaro  e  Valle  (dal  37.3  al  35.3  per  cento).  Sono  invece  sintomatiche 
le  cifre  degli  italiani  nel  distretto  giudiziario  di  Volosca,  -  la  rocca 
del  croafismo  -  dove  dal  :2.6  per  cento  sono   saliti  al  4.3   per   cento. 

Non  eguale  rigoglio  ebbe  l'italianità  nella  terza  provincia  ammi- 
nistrativa della  Regione  Giulia  che  la  lingua  ufticiale  chiama  contea 
principesca  di  Gorisia-Gradisca:  i  ))arlanti  italiani  crebbero  si,  con  la 
stessa  intensità,  nei  due  decenni,  ma  senza  alcuno  slancio  gran  che 
maggiore  dell'aumento  medio  della  popolazione  nella  piovincia.  In 
numero  di  73,425  nel  1880,  erano  76,514  nel  ISitO,  con  un  aumento 
del  4.21  per  cento  di  fronte  all'aumento  medio  della  provincia  del  3.80 
per  cento;  nel  1900  erano  aumentati  in  cifra  assoluta  a  81,136.  con 
una  percjentuale  del  6.04,  di  fronte  al  5.4<)  per  cento  dell'aumento 
medio  della  provincia.  Questa  stazionarietà  si  manifesta  evidente  in 
queste  cifre:  gli  italiani  costituivano  nel  1880  il  35.6.  nel  1890  il  35.7, 
nel  1900  il  35.9  della  popolazione  coinplessi\'a  della  provincia.  Gli  slo- 
veni essendo  relativamente  dimirmili  (d.'ì.o  pei-  cento  nel  1880,  t)3.1 
l>er  cento  nel  1890  e  (^2.3  per  cento  nel  19(10),  della  stazicmarietà  degli 
italiani  e  della  diminuzione  slovena  s'avvantaggiarono  i  tedeschi  che, 
diminuiti  nel  primo  decennio  dal  12.9  per  cento  al  10.3  per  cento, 
salirono  nel  decennio  ultimo  al  15.5  per  cento. 

Se  ne  risente  più  che  tutti  la  città  di  Gorizia,  che  vide  crescere  il 
numero  degli  italiani  dal  70.6  per  cento  al  74.2  per  cento  nel  decen- 
nio 1880-1890  e  diminuire  invece  al  67.8  nel  1900:  mentre  i  tedeschi, 
che  nei  primi  dieci  anni  erano  scesi  dall' 11. 2  al  7.4  per  cento,  sono 
risaliti  all' 11.6  e  gli  sloveni  hanno  continuato  in  amliedue  i  decenni 
la  loro  intìltrazione  che  li  ha  portati  dal  7.8  che  essi  davano  alla  popo- 
lazione della  città  del  1880,  al  20.0  per  cento  nel  190(1:  m(inito  grave 
alla  patria  di  Graziadio  Ascoli.  Nel  resto  del  distretto  politico  di  Go- 
rizia, che  oltre  alla  città  e  al  circondario  comprende  i  giudizi  distret- 
tuali di  Canale  e  Aidussina,  l'italianità  si  può  dire  stazionaria  ;  in 
diminuzione  sono  gli  italiani  nel  distretto  politico  di  desiano  (da  0.8 
a  0.(5  per  cento)  e  a  quantità  trascurabile  ridotti  nel  distretto  politico 
di  Tolmino  (0.07  per  cento). 

In  quanto  al  distretto  politico  di  Gradisca  -  il  vero  Friuli  -  puc) 
rilevarsi,  .senza  alcuna  j)reoccuiiazione.  un    lieve   infiltrarsi  di  sloveni 


LE   NAZIONALITÀ    IN   AUSTRL\-UNGHERIA  579 

nei  distretti  giudiziari  di  Cervignano  (da  ().C)9  a  0  J4  per  cento),  di  Gra- 
disca (da  i*.")  a  3.5  per  cento)  e  di  Monfalcone  (da  9.1  a  lO.l  per  cento), 
dovunque  a  danno  degli  italiani  che  diminuirono  nel  decennio  :  nel 
distretto  giudiziario  di  Cervignano  da  99.(3  per  cento  a  99.^.  di  Gra- 
disca da  9(5.7  a  95.5  per  cento,  di  ilonilalcone  da  90.4  a  89.4  per  cento. 
Invece  si  pi-esentano  in  aumento  non  solo  assoluto,  ma  anche  rela- 
tivo, gli  italiani  nel  distretto  giudiziario  di  Cormons.  dove  da  7:2.9 
sono  saliti  a  7(i.O  per  cento,  mentre  gli  sloveni  decrebbero  da  26.0  a  i23.5 
ed  i  tedeschi  da  0.96  a  0.47  jter  cento. 

Dai  cenni  che  precedono  sulla  Regione  Giulia,  risulterebbero  ad 
evidenza  due  fatti  :  che.  specie  a  Trieste  e  nell'Istria,  la  italianità  è 
in  progresso,  lo  slavismo  nell'essenza  nazionale  della  lingua  è  in  re- 
gresso, le  colonie  tedesche  .sono  in  aumento:  che  gli  italiani,  anche 
computando  i  soli  «  indigeni  ».  cioè  pertinenti  allo  Stato,  costituiscono 
vieppiù  la  maggioranza  anche  numerica,  anche  ufficiale  del  paese,  di 
fronte  a  tutte  le  altre  singole  nazionalità. 

Ghe  se  poi  si  considera  che  dei  44. 169  cittadini  esteri  residenti 
nella  Venezia  Giulia  e  specialmente  a  Trieste  e  non  compresi  -  come 
fu  detto  in  principio  -  nei  calcoli  nazionali  del  censimento,  la  mas- 
sima parte,  forse  nove  decimi,  sono  italiani,  connaturati  per  nascita, 
interessi  ed  affetti  col  paese  in  cui  vivono,  ne  risidta  cosi  chiaramente 
documentato  il  carattere  Jiazionale,  che  ogni  affermazione  ed  ogni  sogno 
di  avversari  dovrebbero  infrangersi  contro  a  tanta  evidenza  di  cifre. 

Xel  Trentino  la  italianità  resiste  vittoriosamente  ad  ogni  infiltra- 
zione tedesca  nel  suo  territorio  così  nettamente  chiuso.  Nella  provincia 
intera  del  Tirolo.  alla  quale  oggi  ancora  è  incorporato  il  Trentino,  gli 
italiani  non  avevano  avuto  nel  decennio  lSS0-18^t(ì  un  accrescimento 
corrispondente  all' aumento  medio  generale  della  popolazione,  onde 
dal  45.4  erano  discesi  al  45.0  per  cento  degli  abitanti:  discesero  ulte- 
rioimente  anche  nel  susseguente  decennio  sino  a  costituire  nel  1900 
il  44.i2  per  cento  della  popolazione  della  provincia  amministrativa.  Ma 
(|uesta  diminuzione  non  è  dovuta  ad  un  peggioramento  delle  condi- 
zioni linguistiche  nel  Trentino.  Si  riconnette  invece  al  fatto  democra- 
tico per  cui,  mentre  l'aumento  della  popolazione  del  Tirolo  propria- 
mente detto  -  escluso  cioè  il  Trentino  -  non  fu  molto  al  disotto 
dell'aumento  medio  generale  dell'Austria,  l'aumento  della  iiopolazione 
nel  Trentino  fu  tenuissima,  inferiore  non  solo  a  quello  medio  dell'Au- 
stria, ma  anche  di  tutte  le  singole  province  eccettuate  la  Carinzia  e 
la  Carniola,  -  paesi  questi  che  hanno  con  alcuni  distretti  del  Trentino 
comuni  le  condizioni  economiche  sfavorevoli  ad  un  accrescimento  della 
popolazione  (1). 

E  che  la  italianità  del  Trentino  non  abbia  subito  nel  ventennio  che 
rsigue  menomazioni,  siasi  anzi  affermata  qua  e  là  assimilatrice  di 
gruppi  tedeschi,  sarà  fugacemente  mostrato  subito.  La  città  di  Trento, 
anche  oggi,  come  vent'anni  or  sono,  ha  italiana  189.3  per  cento 
della  popolazione,  mentre  il  resto  è  costituito  da  impiegati  ed  ospiti 
forestieri.  Roveredo,  che  nel  decennio  188()-18JH_)  aveva  veduto  accre- 
scersi (li  alcunché  la  colonia  tedesca,  con.servò  eguale  nel  IWK)  il  nu- 

(1)  Cesare  Battisti,  La  j)Opolaswiw  del  Trentino  secondo  l'anagrafe  del  1900 
1  iiuH'ottima  rivista  mensile  Tridentnm,  anno  V,  1902,  fase.  4).  Il  Battisti  non  tocca 
però  la  questione  linguistica,  non  essendo  stati  pulibiicati,  quand'egli  scriveva,  i 
risultati  relativi. 


580  LE    NAZIONALITÀ    LV    AUSTRI A-l'XGHERL\ 

mero  relativo  degli  italiani  del  1890,  anzi  lo  accrebbe  dell'uno  per  mille 
(94.8  per  cento).  1  distretti  politici  di  Ampezzo,  Borgo,  Cavalese,  Pri- 
miero. Riva  e  Trento  el)bero  qualche  lieve  aumento  dei  pai'lanti  altra 
lingua  cbe  l'italiana,  non  però  sempre  dei  tedeschi,  che  anzi  diminui- 
rono, relativamente,  nei  di-stietti  di  Borgo.  Cavalese  e  Trento  a  bene- 
fìcio di  parlanti  altre  lingue  estranee,  venuti  d'oltre  monte  o  per 
ragioni  d'ufficio  o  per  ragioni  di  cura  temporanea  nei  vari  luoghi  eli- 
matici  della  regione.  Gli  italiani  costituiscono  tuttavia  la  quasi  totalità 
degli  abitanti  (98.2  per  cento  nel  distretto  di  Ampezzo,  97.6  per  cento 
in  quello  di  Borgo,  94.1  per  cento  in  quello  di  Cavalese,  99.8  per  cento 
iu  quello  di  Primiero,  9.'). 7  per  cento  in  quello  di  Riva  e  97.4  pei'  cento 
nel  distretto  di  Trento).  Giova  rilevare  qui  che,  nel  distretto  politico 
di  Cavalese,  il  distretto  giudiziario  di  Fassa,  da  cui  ])aili  anni  sono 
il  grido  d'allarme  contro  l'annessione  di  quel  territorio  a  un  disfretto 
tedesco,  i  tedeschi  costituiscono  appena  il  2.4  per  mille  della  popola- 
zione, mentre  gli  italiani  nel  decennio  ultimo  sono  cresciuti  di  alquanto. 
dal  99.5  per  cento  al  99.7  per  cento. 

E  cresciuti  sono  gli  italiani  nei  distretti  politici  fin  qui  non  no- 
minati di  Cles  (96.7  per  cento),  Roveredo  (99.8  ])er  cento)  e  Tione 
(99.8  per  cento),  ovunque  a  danno  dei  tedeschi  che  si  assimilano  alla 
popolazione  del  paese.  La  forza  assimilatrice  tlella  lingua  italiana  o 
meglio  la  diffusione  sempre  più  larga  dei  parlanti  italiano  si  speri- 
mentò anche  fuori  del  Trentino.  Il  distretto  giudiziario  di  Merano 
ebbe  accresciuto  dal  4.1  al  4.6  per  cento  il  numero  degli  italiani, 
mentre  a  Bolzano  ci  fu  un  aumento  di  italiani  tra  il  1880  (11.1  per 
cento)  e  il  UKX)  (11.4  per  cento),  ma  una  lieve  diminuzione  tra  il  1890 
(12.0  per  cento)  e  il  19(X). 

Alle  sorti  favorevoli  che  arrisero  alla  lotta  di  conservazione  degli 
italiani  nella  Regione  Adriatica  e  nel  Tientino,  fa  doloroso  riscontro 
la  eliminazione  degli  italiani  della  Daliuazia  dalle  statistiche  ufficiali. 
La  penna  si  ribella  allo  stile  freddo  dell'esposizione  statistica  al  leg- 
gere le  cifre  a  cui  la  manipolazione  del  censimento  da  parte  delle 
amministrazioni  croate  ha  ridotto  i  parlanti  italiano  nella  provincia 
di  Niccolò  Tommaseo.  I  (JO.OOO  italiani  di  quarant'anni  fa  erano,  nel 
censimento  del  UKX),  appena  15,279!  Già  nel  1880  apparivano  costi- 
tuire appena  il  5.7  per  cento  della  popolazione,  ma  poi  nel  decennio 
1880-1890,  mentre  la  popolazione  della  Dalmazia  intera  s'accresceva 
del  10.45  per  cento,  gli  italiani  diminuivano  a  dirittura  del  41  per 
cento  e  nel  decennio  successivo  1890-19(J0,  mentre  la  popolazione  com- 
plessiva aumentava  del  12.22  per  cento,  gli  italiani  continuavano  a 
diminuire  del  4.51  per  cento.  La  diminnzione  del  decennio  ultimo  fn 
minore  che  nel  precedente,  non  perchè  fossero  diminuiti  gli  spiriti 
avversi  a  cui  queste  falcidiazioni  si  devono  a.scrivere,  ma  perchè  una 
soppressione  maggiore  di  italiani  sarebbe  stata  troppo  visibile  prova 
della  frode  commessa. 

Per  consentire  alle  proteste  dei  fratelli  dalmati  contro  siffatte  mi- 
stificazioni partigiane  che  le  autorità  del  Governo  non  hanno  voluto 
impedire,  non  occorre  mettere  innanzi  le  cifre  a  luostrare  clie  la  emi- 
grazione dalla  Dalmazia,  tutta  quasi  di  croati,  e  la  mortalità  non 
esigua  nei  distretti  rurali  controbilanciano  la  natalità  abliondante  dei 
croati  stessi,  e  che  la  parte  meglio  alloggiata  e  meglio  nutrita  della 
popolazione  dalmata,  cioè  gli  italiani,  avrebbe  dovuto  essa  sola  subire 
il  flagello  di  vere  pestilenze  per  ridursi  a  tale  vera  distruzione.  Basta 


LE   .NAZIONALITÀ   I.V    AUSTRIA-l'NGHERIA  581 

percorrere  per  poche  ore  le  città  e  le  casiella  della  costa  dalmata  per 
avere  la  prova  irrefutabile  che  l'italiana  è  Ihigna  usuale  di  un  numero 
di  abitanti  ben  maggiore  di  quello  segnato  nelle  statistiche  ufficiali. 
In  alcuni  luoghi  il  numero  ufficiale  dei  parlanti  italiano  è  quasi  supe- 
rato  dal   numero  degli  ascritti  alla  Lega  Nazionale  ! 

Zara,  unico  Comune  che  nella  Dalmazia  resti  nelle  mani  degli 
italiani,  resiste  intlessibile.  Su  13.165  abitanti  della  città  e  del  su- 
burbio 11.448  sono  italiani,  senza  contare  i  5()1  regnicoli  che  vi  abitano. 
Ma  Spalato,  Sebenico;  Cattaro  ed  altre  cittadette  si  videro  falcidiato 
il  numero  dei  parlanti  italiano  in  modo  tale  che  è  offesa  alla  ra- 
gione. Lesina,  dove  dopo  Zara  ed  Arbe  è  notoriamente  più  diffusa  la 
lingua  italiana,  avrebbe  meno  italiani  che  Imoschi  al  confine  turco. 
Perchè,  dove  non  fanno  ombra  allo  spirito  settario,  gritaliani  si  la- 
sciano vivere  ed  anche  crescere  pur  sulle  statistiche  ufficiali,  come 
oltre  che  ad  Imoschi  avviene  a  Knin,  a  Dernis.  a  Sign.  Altrettanto  suc- 
cede dove  le  amministrazioni  croate  furono  da  personale  rettitudine 
dei  loro  capi  trattenute  dalle  frodi.  Così  nei  distretti  di  Curzola  e  Ra- 
gusa gli  italiani  sono  in  aumento,  -  tutte  schiaccianti  dimostiazioni 
coleste  che  le  risultanze  dei  censimenti,  lungi  dal  rispecchiare  lo  stato 
vero  delle  cose  nella  infelice  provincia,  sono  frutto  di  mistificazioni 
impudenti  e  persino  imprudenti. 

Altra  dimostrazione  del  come  la  partigianeria  politica  faccia  vio- 
lenza alla  verità  offrono  i  rumeni  che  vivono  ancora  nell'Istria,  -  poveri 
rimasugli  ili  più  esteso  ceppo  romanico,  -  altra  pietruzza  di  quel  mul- 
ticolore musaico  etnico  a  cui  la  sponda  orientale  dell'Adriatico  può 
paragonarsi.  Nel  1851  lo  Czoernig.  non  certo  sospetto,  registrava  in 
Isti'ia  '28(H)  rumeni,  mentre  l'inchiesta  ufficiale  del  1846  ne  conosceva 
soli  l.')51.  Il  |)rimo  censimento  compiuto  iielTSO  coi  nuovi  criteri  della 
lingua  d'uso,  li  sopprime  tutti!  Nel  1890  ricompariscono  in  numero  di 
470  e.  come  per  miracolo,  nel  HMK)  salgono  a  1311.  con  un  aumento 
del  178  per  cento!  Queste  cifre  ben  giustificano  dunque  l'opinione  che 
i  rumeni  dell'Istria  sono  molto  più  numerosi  e  danno  appoggio  alla 
iniziativa  presa  dalla  Giunta  provinciale  istriana  di  salvare  a  mezzo 
di  una  scuola  rumena  queste  colonie  di  fratelli  altrimenti  sacrificate 
allo  slavismo  che  le  attornia  insidioso. 

Riniieni  in  Austria  vivono  ancora  nella  Bucovina.  dove  perdono, 
se  anche  non  molto  sensibilmente,  teneno  di  fronte  ai  tedeschi.  Onde 
sono  oggi  il  31  6  per  cento  della  popolazione  di  quella  piovincia. 
mentre  erano  il  3:2.4  nel  1S9()  e  il  33.4   nel  1S8(). 

E  veniamo  finalmente  ai  magiari  che  nellWustria  abitano  soltanto 
nella  Bucovina.  Nel  decennio  1880-1890  essi  ebbero  una  considerevole 
diminuzione  che  solo  in  piccole  parti  compensarono  nel  decennio  suc- 
cessivo: onde  erano  nel  1880  il  17.4,  nel  18ÌM)  il  1^.7,  nel  HMHl  il  13.1 
per  cento  della  popolazione  di  quella  provincia. 

E  poiché  siamo  ai  magiari,  non  sarà  oggi  privo  d'interesse  uno 
sguardo  fuggevole  oltre  i  confini  della  Cisleilania. 

Nell'Ungheria,  secondo  i  risultati  del  censimento  del  31  dicem- 
bre l'.KK)  (1|.  la  popolazione  civile  di  lingua  materna  ungheiese  era 
cresciuta  dal  41.1  per  cento  del  1880  al  45.4  per  cento,  la  popolazione 

(1)  Poiché  le  fonti  ufficiali  unijlieresi  sono  meno  accessibili,  rimando  il  let- 
tore a  JuRASCHEK.  Ergebnissg  der  Volkssàh/unf/  voi»  31.  December  1900  in  den 
Ldnderii  der  iingarischen  Erone  (Slatistische  Monaisclirift  di  Vienna,  1902). 


58i2  LE    NAZIONALITÀ    IN    AUSTRIA-UNCrHERIA 

con  lingua  materna  tedesca  era  diiuinuita  dal  hi.')  per  cento  airil.O 
per  cento;  gli  slovacchi  erano  del  pari  diminuiti  dall'H.i»  al  10.5  per 
cento,  egualmente  i  rumeni  dal  15.4  al  14.(i  per  cento.  La  diminu- 
zione dei  croati  fu  del  0.7  per  cento,  dei  serbi  del  0.(5  per  cento.  Nella 
Croazia-Slavonia  la  proporzione  delle  singole  nazionalità  era  la  se- 
guente: Bi.t)  ])er  cento  croati,  ^5.4  per  cento  serbi.  .').()  per  cento  un- 
gheresi, 0.7  sloveni.  0.:2  ruteni,  ^.7  altre  nazionalità.  (ìli  italiani,  che 
nel  1900  erano  in  tutto  lo  Stato  ungarico  27,483,  mentre  nel  1890  erano 
stati  21,885,  formano  ancor  sempre  la  stragrande  maggioranza  degli 
abitanti  di  Fiume  (1).  Particolare  interessante,  le  statistiche  uftìciali 
ungheresi  tengono  conto  speciale  degli  zingari  che  sono  in  diminu- 
zione: ascendevano  nel  1880  a  8!3,!25tì,  e  nel  1890  a  01,(558. 

Da  altre  fonti,  non  ufficiali,  si  mette  però  in  luce  diversa  lo  svol- 
gimento nazionale  dell'Ungheria.  Cosi  uno  dei  più  noti  pubblicisti 
ungheresi.  Paolo  Baiogh.  in  un'opera  di  recente  pubblicata  (2|,  dimo- 
stra, ad  esemi)io;  che  i  rumeni,  specie  nella  Transilvania,  hanno  con- 
quistalo nell'ultimo  mezzo  secolo  3()i2  Comuni,  perdendone  soli  ()4: 
che  gli  slovacchi  tolsero  ai  ruteni,  che  nell'  Ungheria  vanno  scompa- 
rendo, 147  Comuni,  perdendone  invece  8(3  a  benefìcio  degli  ungheresi. 
I  tedeschi  conquistarono  KiSClomuni  e  ne  perdettero  11(),  sicché  il  bi- 
lancio semisecolare  si  chiude  per  essi  con  un  guadagno  netto  di  52 
Comuni.  Neil'  Ungheiia  superiore  e  nella  Transilvania  i  tedeschi  sono 
in  regresso,  in  progresso  invece  al  di  qua  del  Danu])io  e  nell'Ungheria 
inferiore,  specie  nel  territorio  di  Cinquechiese.  che  iniù  dirsi  germaniz- 
zato del  tutto  (3).  ]jo  stesso  autore  mostra  anche  le  i>eidite  subite  dagli 
ungheresi  che  si  videro  sottratti  negli  ultimi  cinquant'anni  309  Comuni 
dai  rumeni,  dai  tedeschi  e  dagli  slovacchi. 

Queste  notizie  non  paiono  senza  interesse  oggi  che  la  questione 
delle  nazionalità  agita,  tra  il  fragore  di  una  vera  rivoluzione,  i  paesi 
della  corona  di  Santo  Stefano. 


Le  conclusioni 

alle  quali  è  ormai  tempo  che  giunga  questa  nostra  rivista,  uè  completa 
ne  perfetta,  non  saranno  audaci  né  peregrine.  Abbiamo  veduto  i  tede- 
schi nella  Boemia  tener  fronte  alla  invasione  czeca  e  respingere  vitto- 
riosamente la  invasione  slovena  nella  Stiria  e  nella  Carinlia,  cedere 
invece  a  ruteni  e  czechi  nella  Moravia  e  nella  Slesia  :  -  abbiamo  veduto 
gli  italiani  controbilanciare  l'azione  della  politica  germanofila  nel  Tren- 
tino e  mostrare  energica  forza  assimilatrice  a  Trieste  e  nell"  Istria;  -  i 
polacchi  della  Galizia  assorbire  sempre  più  ruteni  e  tedeschi  ;  -  i  croati 
sovrapporsi  violentemente  agli  italiani  nella  Dalmazia;  -  gli  sloveni 
diminuire  quasi  dovunque;  -  i  magiari,  infine,  perdere  piuttosto  che 
guadagnare,  uell'idtimo  mezzo  secolo,  i  titoli  al  dominio  politico  che 
tengono  nei  paesi  della  corona  ungarica. 

(1)  Cfr.  anche  Cus-iKi-CoNrALONiBRi,  Reiasione  snir  Uiii/lìfrìd .  patto  I.  in  Bol- 
lettino del  Ministero  deijli  affari  esteri,  1002,  fa.se.  241. 

i2)  A  nepfajok  Magijarorssiigon  (Le  stirpi  in  Ungheria).  Vrdi  un  ampio  sunto 
deiropera  nella  rivista  viennese  Die  Zeit.  1903.  nn.  433  e  134. 

t3)  S.  Rado,  Dus  Dentschìhnm  in   l'ngarn.  Beilin,  1903. 


LE    NAZIONALITÀ    IN'    AUSTRIA-L'N(iHERIA  583 

Ma  basterà  riandare  nella  memoria  i  cenni  particolari  che  furono 
dati  per  ogni  lingua,  per  constatare  che  l'assimilazione  di  parlanti 
altre  lingue,  la  conquista,  cioè,  di  gruppi  di  persone  o  di  territori 
altrui,  non  ha  avuto  la  parte  massima  nello  sviluppo  che  certe  lingue 
(loterono  mostrare.  Se  polacchi,  serbocroati,  rumeni  e  magiari  hanno 
avuto  un  aumento  di  molto  superiore  alla  media  di  tutte  le  naziona- 
lità dell'Austria  prese  insieme,  se  questa  media  non  fu  raggiiuita  da 
tedeschi  e  czecbi,  da  ruteni  e  sloveni  e  infine  dagli  italiani,  se  ne  deve 
ricercare  la  causa  precipua  nell'aumento  più  o  meno  intenso  della 
popolazione  nei  paesi  ne"  quali  le  varie  nazionalità  hanno  le  loro  sedi 
più  ampie,  nella  piii  o  meno  anticipata  età  dei  matrimoni,  nella  mag- 
giore o  minore  fecondità  delie  donne,  nella  emigrazione.  Cosi  si  vede 
che  l'eccedenza  dei  nati  sui  morti  è  molto  maggiore  della  media  nella 
Galizia,  nella  Bucovina,  nella  Dalmazia  e  nella  Slesia,  appunto  nelle 
Provincie  in  cui  abitano  in  maggior  numero  polacchi  e  serbocroati, 
rumeni  e  magiari:  -  l'eccedenza  è  minore  di  molto  nella  Boemia,  in 
tutte  le  Provincie  prei)onderantemeide  tedesche,  nella  Carinzia,  a  Trieste 
e  nel  Trentino,  donde  il  minore  accrescimento  di  tedeschi,  di  czeclii. 
di  sloveni,  di  italiani.  Che  questo  fatto  demogratìco  non  possa  riguar- 
darsi per  tutte  le  provincie  siccome  una  conferma  della  teoria  socio- 
logica cbe  la  civiltà  piìi  diffusa  tende  a  limitare  il  numero  delle  nascite 
(come  altri  interpreto  -  troppo  genericamente  per  l' Austria-Ungheria  - 
l'atìer inazione  più  prudente  di  scrittore  italiano)  (1)  è  dimostrato  dal 
solo  accenno  che  si  faccia  agli  sloveni  incolti  eppure  in  diminuzione 
nelle  stesse  loro  sedi  tranquille,  e  agli  italiani  del  Trentino  in  mag- 
giore diminuzione  nei  distretti  rurali  e  però  meno  colti. 

Questo  fenomeno  demografico  dà  però  risalto  speciale  ai  risultati 
dei  censimenti  che  siamo  andati  esaminando,  e  agli  spostamenti  lin- 
guistici cbe  vi  abbiamo  accertati  e  che  di  primo  acchito  parrebbero 
tanto  esigui  da  dimostrare  la  vanità  pratica  della  lotta  nazionale  me- 
desima. Senonchè  di  fronte  a  così  generoso  aumento  naturale  delle 
nazionalità  meno  progredite  in  paesi  piuttosto  poveri  onde  sono  tratte 
alla  emigrazione,  chi  non  vede  la  grande  forza  di  resistenza  e  di  as- 
similazione che  fu  necessaria  alle  popolazioni  più  colte  obbligate  a 
integrare  il  loro  crescimento  naturale,  insufficiente  ai  bisogni  della 
loro  civiltà  più  evoluta,  con  immigranti  d'altra  nazionalità,  attratti 
dal  facile  guadagno,  sospinti  loro  contro  anche  dalle  ineluttabili  ten- 
denze della  politica"?  Chi  non  vede  quali  risultati  disastrosi  non  si 
sarebltero  dovuti  constatare  oggi  per  le  stirpi  più  colte  se  questa  du- 
plice forza  fosse  loro  mancata.' 

Un  esempio  solo  basti  e  venga  da  Trieste,  con  la  suggestione  del- 
l'affetto sollecito  verso  la  città  cara  a  quanti  sono  italiani.  Trieste  nel 
progressivo  suo  sviluppo  ha  dovuto  aprire  le  porte  non  pure  ai  fra- 
telli dell'Istria,  del  Friuli,  del  Regno,  ma  anche  a  tutte  le  nazionalità 
che  l'attorniano,  più  o  meno  vicine.  Cresciuta  la  sua  popolazione  nel 
decennio  18t)l)-liK);)  da  157,4B5  abitanti  a  178,.'J91»,  dell'aumento  per- 
centuale risultante  del  13.43  solo  il  ^2.71  per  cento  fu  dato  dal  movimento 
naturale  della  sua  popolazione,  il  10.74  per  cento  fu  costituito  dal 
movimento  migratorio.  Certo,  il  maggior  numero  di  immigrati  fu  dato 
da  distretti  preponderantemente  italiani  della  Regione,  ma  numerosi 
furono  anche  i  tedeschi  e  gli  slavi  calati  nella  città. 

(1)  A.  NiCBFORO.  Profili  statistici  delle  nazionalità  in  Austria  -  Ungheria,  ia 
Giornale  degli  Economisti,  giugno  18911,  pag.  548  e  550. 


584  LE    NAZIONALITÀ    IX    AUSTRIA-UNGHERIA 

Prendiamo,  per  esempio,  quelli  tra  i  ])reseiiti  a  Trieste  il  31  de- 
cenibi'e  1900  che  erano  nati  nella  Carniola,  provincia  questa  che  non 
ha  gruppi  di  popolazione  italiana.  Ebbene,  dei  caruiolici  domiciliati 
a  Trieste  ben  6153  si  dichiararono  italiani,  appena  "Hil'l  sloveni  e 
1047  tedeschi  !  La  dimostrazione  si  potrebbe  ripetere  per  la  Carinzia, 
la  Stii'ia,  la  Dalmazia,  i  cui  provenienti  tedesclii  o  slavi  sono  sollecita- 
mente assimilati  dagli  italiani.  Non  avvieneegualmente  invece  coi  prove- 
nienti slavi  del  Litorale,  che  sentendo  la  solidarietà  nella  lotta  contro 
ritalianità.  sono  piti  restii  ali" assimilazione.  Donde  l'interesse  che  per 
la  difesa  del  maggiore  centro  italiano  dell'Austria  hanno  le  condizioni 
nazionali  d'ogni  singola  parte  della  Regione,  dalla  quale  devesi  cer- 
care che  vengano  e  possano  venire  immigranti  italiani,  affinchè  la 
forza  innata  dell'ambiente  triestino  possa  volgersi  rinfrancata  non  solo 
a  resistere  alla  iniiltrazione  delle  province  d'oltre  monte. —  ciò  che  non 
è  difficile  -  ma  a  livellare  anche  sempre  più  le  diseguaglianze  tra  i 
nuovi  venuti  e  le  condizioni  di  vita  preesistenti  nella  loro  |iatria 
novella. 

Nessuna  coazione  in  quest'opeia  che  è  naturale  frutto  della  più 
alta  civiltà.  È  il  Graecia  capta  f'erum  cepif  victorem  che  si  ripete  a 
Trieste  e  a  Vienna,  a  Praga  e  a  Cracovia  (1).  dovunque  condizioni 
civili  ed  economiche  superiori  traggono  a  sé  ed  in  sé  fondono,  anche 
inconsapevoli,  elementi  sorvenuti  di  civiltà  inferiori,  togliendo  così 
cause  di  attriti  funesti  e  ostacoli  a  più  rapido  progresso  comune.  Queste 
constatazioni  della  statistica  segnano  agli  italiani  di  queste  terre 
anche  la  via  dell'avvenire:  soccorrere  l'italianità  nella  sua  naturale 
duplice  tendenza  di  diffusione  dalle  città  e  dalle  borgate  della  re- 
gione verso  le  campagne  -  e  di  assimilazione  dei  gruppi  immigrati 
nei  centri  maggiori.  L' una  e  l'altra  tendenza  possono  e  debbono  avere 
oggi  efficacia  sol  quando  abbiano  l'ausilio  concorde  della  coltiira,  della 
forza  economica,  della  preveggenza  sociale,  sì  che  l'italianità  si  an- 
nunzi a  tutti  veramente  e  dovunque  largitrice  di  completa  elevazione 
morale  e  materiale.  Così  l'opera  della  difesa  nazionale  si  ricongiunge 
qui  alle  urgenze  del  problema  sociale,  che  è  il  tormento  e  sarà  la 
gloria  dell'epoca  nostra. 

F.    S.\LATA. 


(1 1  F.  v.  Meinzinges.  Die  biiincnlàiidisciic  Wanderung  and  ilirc  EUckirirkuny 
niif  die  Unuiaiigssprache  nach  der  letgten  Volkszàhlnng  (Statisliehe  Monatschrift, 
lft02,  fase.  11  e  12). 


LASSARLE 


Dramma  storico  in  quattro  atti 


dedicato  ii  Domenico  Oliva. 


PERSONAGGI. 


Elena  Donniges  Donniges 

Sua  madre  Luigi  Rossi 

Madame  D'Alembert  Porlitz 

La  contessa  di  Hatzfeldt   Wolf 

La  sorella  di  Lassalle       Oltoff 

Ferdinando  Lassalle  II  capitano  Liebler 


.Ianko  Eakowitz 


Direttore  di  giornale 


LTn  liberale 
Primo  redattore 
Secondo  redattore 
Primo  socialista 
Secondo  socialista 
Dottore 
Servi. 


ATTO  PRIMO. 

Sul  monto  Bigi.  L'azione  si  svo]f;e  nel  salotto  di  un  albergo  ricco,  di  ca- 
rattere svizzero.  Un  angolo  della  sala,  che  sarebbe  altrimenti  quadra,  è  smus- 
sato ;  ivi  la  parete  si  apre  per  un'ampia  vetrata,  attraverso  la  quale  si  vede  al- 
tissimo il  «  Pilatus  >.  La  sala  ha  porte  laterali,  è  adorna  semplicemente;  vi  sono 
seggiole  e  poltrone  :  in  mezzo,  una  larga  tavola  con  sopra  molti  fiori  e  rami  d'al- 
beri montanini. 


SCENA  I. 

Wolf  e  un  cameriere  che  va  e  cieìte  secondo  la  necessità  del  suo 
lavoro. 

Wolf  —  (al  cameriere).  Di  chi  sono  tutti  questi  fiori?... 

Cameriere.  —  Son  di  quei  della  gita,  come  quasi  tutto  ciò  che  ve- 
dete fuor  dell'ordine  solito. 

WoLP.  —  Hill  !  Allora  è  roba  da  caricarsi  sulla  vettura.  Benissimo. 
{Prende  nota  sa  un  taccuino).  Ho  paura  che  non  basti  una  vet- 
tura a  portar  tutto...  Cameriere! 

Cameriere.  —  Comandi  ! 

AVoLF.  —  Sapete  l'ora  precisa  della  partenza"? 

Cameriere.  —  Ho  avuto  ordine  di  preparar  subito. 

Wolf.  —  E  a  me  quelle  signore  lianno  dato  incarico  di  trovare  una 
vettura  per  tutti  i  ricordi  che  portano  via  dal  Rigi. 

Cameriere.  —  Sempre  gentile  con  le  signore...  (Esce). 


5S()  LASSAI, I.E 

SCENA  11. 

WoLP  e  PoRLiTz  (nonio  attempato,  dalla  bella  presema  e  rhil  jiroplo 
sennf/ico) . 

WoLF  —  (a  Pori itz  die  è  entrato).  Riverisco,  signore!  Ella  è  uno  della 
brigata?... 

PoRLiTZ.  —  Sì!  Anche  lei  mi  pare  die  salisse  in  ciiiia  al  monte,  in- 
sieme con  noi,  ieri. 

VVoLK.  —Si!  Feci  questa  giuccheria.  Stamani  mi  dolgono  le  gambe, 
le  spalle...  La  mia  gola,  poi,  è  peggiorata  ancora...  Fo  una  bella 
cura,  sì  !... 

PoRiiiTZ.  —  Ella  è  quassù  per  curarsi  la  gola...? 

WoLF.  —  Già  ! 

PoRLiTZ.  —  È.  un  buon  albergo  questo?  adatto  alla  cura  della  gola?... 

WoLF.  —  Adattissimo,  il  miglioie  della  Svi/.zeia :  ottimi  medici,  latte 
buono,  aria  fine  e  non  tro|)pe  correnti...  E  un  albergo  di  gran 
credito  e  poi...  c'è  anche  Ferdinando  Lassalle,  una  celebrità,  come 
ella  capisce. 

PoRUTZ.  —  Ah,  anche  lui  è  qui  per  curaisi...? 

WoLF.  —  Sì,  per  curarsi    Quel  grand" uomo!  Non  le  pare? 

PoRLiTZ.  —  Mi  pare... 

Wor,F.  —  lo  gli  debbo  questo  reumatismo  che  mi  sono  preso  {si  tocca 
comicamente  le  braccia  r  le  spalle].  Ma  che  vuole,  non  posso  ab- 
bandonarlo. E  poi  rimaner  solo,  qua!..  Non  c"è  una  persona...  pos- 
sibile!.. E,  giacché  vennero,  ella  e  i  suoi  amici,  per  vedere  il  sole 
levai'si  dall'alto  del  Rigi  e  Lassalle  veniva  con  loro,  venni  anch'io... 

PoRLiTZ.  —  A  quanto  pare,  voi  siete  molto  affezionato  al  democratico. 

WoLF  —  (con  lieta  fraHcìiezsa).  Gli  \oglio  bene  e  lo  ammiro. 

PoRLiTZ  —  (malignamente).  Mi  dicono  che  sia  un  po'  donnajolo... 

WoLF  —  {guardandolo  stupefatto).  A  quanto  pare,  voi  non  volete  in- 
cominciare la  sua  apologia. 

PouLiTZ.  —  Eh.   chi  sa  ! 

WoiiF.  —  Allora  incominciate  male,  ve  l'assicuro  io... 

PoRLiTZ.  —  Se  voi  foste  una  beila  donna  vi  crederei  senz'altro... 

WoLF  —  (seccato).  Insomma,  io  non  mi  sono  mai  accorto  che  in  Las- 
salle l'ammirazione  per  le  belle  signore  costituisse  un  difetto  per 
esagerazione...  di  un  sentimento  normale... 

PoRiJTZ.  —  Oh.  sarebbe  un  difetto...  di  razza. 

WoLF.  —  Perchè  Lassalle  è  ebreo?... 

PoRMTZ.  —  Appunto.  Voi  avete,  del  lesto,  una  prova  della  verità  di 
quel  die  dico  nella  fretta  che  lo  ha  spinto  a  seguire  in  cima  al 
Rigi  le  belle  signore  che  erano  insieme  con  noi  appena  si  pre- 
sentarono... a  rischio  di  perdere  addirittura  la  voce. 

WoLF.  —  Sarebbe  un  peccato. 

PoRLiTz.  —  Secondo  per  chi!... 

WoLF.  —  Certo,  per  i  suoi  nemici  sarebbe  una  fortuna  :  la  sua  gola 
è  pili  efficace  di  quella  di  un  cannone  per  certa  gente. 

PoRLiTZ.  —  Dunque  voi  siete  un  suo  ammiratore...  I  suoi  colpi  vi 
piacciono. 

WoLF.  —  V'ho  detto  che  è  mio  amico  e  che  lo  stimo! 

PORLiTZ.  —  Oh,  questo  non  vuol  diie!  {Al  cameriere  che  passa  in 
quell'istante)    Fate  sellare  i  cavalli  :  si  partirà  fra  poco. 


LASSAI. LK  587 

Cameribrk.  —  Va  bene!  {Esce). 

PoRLTTZ  —  {continuando  con  aria  fra  ctrgatu  e  maligna).  I  suoi  coli>i 
dunque  vi  piacciono. 

VV^OLF  —  {seccato  e  impicciato).  Insomma,  clie  volete  dire..."? 

PoRLiTZ.  —  Oli,  sicuro.  Infatti  è  un  uomo  ammirevole. 

WoLF.  —  Certo. 

PoRi.iTZ  —  {come  parlando  fra  sf-) Ebreo,  parla  duinanità.  Bel- 
l'uomo, vive  fra  le  sottane  aristocratiche  e  il  popolo  lo  elegge  al- 
runanimità.  Ha  cause  ])er  qualche  secolo  di  galera  e  sta  in  pri- 
gione un  mese  all'anno  solamente.  Oratore  del  popolo,  viene  al 
Rigi  a  curarsi  la  gola  come  un  cantante  da  sala... 

WoLF.  —  Ma  queste  sono  malignità  die  intine  le  sue  idee  giustissime 
riusciranno  sempre  a  schiacciare. 

PoRLiTZ.  —  No,  no.  le  sue  idee  non  contano  nulla...  rimane  l'uomo. 
E  quest'uomo  io  l'ammiro  più  di  voi.  Ve  l'ho  detto  dianzi.  Egli 
non  ha  che  poche  lire  di  rendita.  Tanto  basta!  Griderà  abbasso 
al  caiiitale  degli  altri,  e  il  suo,  troppo  esiguo,  per  fruttargli  de- 
naro, gli  frutterà  la  fama. 

WoLF.  —  Ma  codesto  modo  di  criticare  un  grand'uomo  è  troppo  ri- 
stretto, scusate.  E  che  Lassalle  sia  un  grand'uomo  è  tuoi-  di  (lubbio. 
Vi  sono  degli  uomini  più  importanti  di  noi  due,  se  permettete, 
che  lo  ricono.scono. 

PoRLiTZ.  —  Questo  non  vuol  dire  :  siamo  grandi  per  tante  ragioni... 
al  mondo!  Volete  il  parere  allora  di  un  uomo  importante'?  .\rrigo 
Heine... 

WoLF.  —  Si,  Arrigo  Heine. 

PoRLiTz.  —  Ebbene,  egli  dice  che  Lassalle  è  un  vero  tiglio  del  suo 
tempo.  E  sapete  qual'è  l'aspirazione  dell'epoca  presente  secondo 
il  grande  poeta?  Farsi  una  base  solida.  E  a  ciò.  aggiungo  io, 
nulla  di  jiiù  adatto  del  socialismo. 

WoLF.  —  Arrigo  Heine  è  un  ebreo  e  gli  ebrei  mancano  di  ogni  idea- 
lità {irritato),  sono  materialisti  e  pessimisti. 

PoRLiTz.  —  Avete  ragione.  Conoscete  voi  un  uomo  che  adorasse  il 
dolore  e  il  male,  più  di  Giobbe?  Ebbene,  egli  era  un  ebreo. 

WoLF.  —  Questo  vuoi  dire  che  Lassalle  è  pochissimo  ebreo... 

PoRLiTZ  —  {interrompendo).  Non  lo  credo... 

WoLF  —  {continuando}  ...e  che  gli  ebrei  non  lo  possono  giudicare. 

PoRi.iTZ.  —  Eccovi  allora  il  parere  di  un  cristiano  e  per  di  piii  ammi- 
ratore di  Lassalle  liencliè  suo  nemico,  del  Bisinarek.  Egli  ha  detto: 
Lassalle  è  un  ambizioso  alla  grande,  tutto  l'opposto  lii  qualsiasi 
dei  soliti  repubblicani.  Egli  tende  all'impero,  quasi  non  sa  dar 
per  certo  se  l'impero  sarà  sotto  la  dinastia  degli  Hohenzollern  o 
sotto  la  dinastia  Lassalle... 

WoLP.  —  No,  no,  voi  lo  giudicate  in  un  modo  troppo  ristretto! 

PoRLiTZ.  —  Non  sono  io  che  giudico  cosi.  Per  mia  parte,  anzi  penso 
tutt'altro!  Ammiro  Lassalle  più  di  voi  e  sapete  perchè?  Perchè 
sono  elireo  come  lui  ! 

VVoLF.  —  Eh  !  {Fa  un  atto  di  stupore). 

PoRLiTZ.  —  Voi  siete  socialista.  La  sua  parola  vi  ha  conquistato.  Gli 
volete  bene.  Io  sono  della  sua  razza,  ed  anch'io  gli  voglio  bene 
e  batto  calorosamente  le  mani  ai  suoi  discorsi:  ma  non  gli  credo. 
Mi  parlano  delle  sue  avventure  amorose,  ed  io  gli  fo  sempre  un 


588  LASSALLE 

augurio:  che  non  rimanga  mai  invischiato  nella  pania,  o.  se  ca- 
scherà, caschi  bene  e  in  piedi,  almeno  ! 

WoLF.  —  Ma  questo  è  ripugnante  ! 

PoRLiTZ.  —  No,  rammentatevi  di  quel  che  deve  avervi  detto  egli  stesso: 
la  libertà  di  pensiero  è  sacra!  -  Lasciatemi  la  mia  libertà  e  voi 
credete  a  lui.  Fin  die  il  socialismo  sarà  in  mano  di  gente  della 
mia  razza,  farete  sempre  buoni  affari.  Se  ne  avessi  bisogno,  verrei 
con  voi. 

WoLF  —  {fa  gesti  di  sdegno). 

PoRLiTZ.  —  Non  mi  fate  il  viso  dell'armi.  Se  Lassalle  volesse  parlarvi 
con  modi  semplici  e  i-udi  vi  pallerebbe  cosi.  Però,  giacché  vedo  e 
so  che  gli  siete  molto  amico,  dovreste  avvertirlo  voi  per  me.  La 
donna  che  ora  vuol  conquistare  e  che  forse  ha  già  conquistata, 
mi  paie  lui  po'  troppo  giovane,  un  po'  troppo  bella,  im  po'  troppo 
leggera,  per  lui.  Eccovi  una  prova  di  stima  !  lo  vi  prego  di  avvi- 
sarlo a  tempo. 

WoLF.  —  Scusatemi,  perchè  vi  dispiace  che  egli  corteggi  quella  signo- 
rina ? 

PoRLiTZ.  —  Oh,  ecco!  lo  sapevo!  Vi  giuro  che  non  mi  dispiace  aflàtto. 
o,  per  esser  più  chiaro,  che  non  sono  affatto  geloso.  Se  Lassalle 
accettasse,  metterei  a  sua  disposizione  metà  del  mio  capitale,  tanto 

10  ammiro.  Ma  egli  è  superiore  a  questo  e  gli  torna  conto...  Ed 
io  metto  a  sua  disposizione  il  mio  giudizio. 

WoLF.  —  Ma  qual'è  la  ragione  di  questo  "? 

PoRLiTZ.  —  Una  simpatia!  E  percliè  non  l'avrei  io  che  s(mo  suo  con- 
sanguineo, quasi  direi,  se  l'hanno  per  lui  tanti  amici  politici"?  se 
Bismarck  gli  vuol  liv-ne  e  l'ammira"?  lo  non  ho  un  partito  politico. 
Mi  piace  di  proteggere  la  gente  che  discende  dalla  mia  specie:  sono 
un...  ultraconservatore. 

WoLF.  —  Se  ciò  che  mi  dite  è  a  fin  di  Ijene  io  vi  credo,  troppo  l)ene 
voglio  a  Lassalle. 

PoRLiTz.  —  La  signorina  che  egli  corteggia  è  fidanzata  ad  ini  uflìciale 
di  ottima  famiglia.  Ella  stessa  è  figlia  di  un  diplomatico  notissimo. 
Lassalle  deve  aver  due  pensieri  nell'amarla  :  o  vuole  una  vittoria 
col  far  sua  una  bella  e  ricca  giovinetta  che  è  molto  imparentata, 
molto  legata,  capite,  con  la  Società  che  è  nemica  a  lui,  e  alle  sue 
idee... 

WoLF.  —  Non  lo  credo  possibile! 

PoBLiTZ.  —  Tanto  peggio!  Vuol  dire  che  è  innamorato  ed  allora  corre 
un  grave  pericolo... 

WoLF.  —  Certo  ! 

PoRLTTz.  —  Tocca  a  voi.  che  gli  siete  amico,  a  salvarlo...  se  lo  potrete... 

WoLF  —  (rimane  iw  po'  turbato  e  poi:)  Ma  voi  siete  molto  strano! 

Cameriere.  —  Signor  Wolf,  molti  di  quei  signori  son  già  ritornati. 

PoRLrrz  —  (a  Wolf).  A  più  fardi!  ..  (Esce). 

Wolf.  —  Oh,  mi  dimenticava  della  vettura!  (Esce). 

SCENA  111. 

11  Capitano  Liebler  in  borghese  e  la  Signora  D'Alembert. 

Signora  D'Alembert  —  (dalla  porta  di  messo  -  a  Wolf  che  avrà  in- 
contrato). Mi  raccomando  per  i  miei  fiori  e  per  la  mia  cerbiatta  ! 
(Al  capitano)  Continuate,  capitano,  le  vostre  malignità  ! 


LASSALLE  589 

Capitano.  —  TuU'altro,  può  darsi  anzi  clie  abbiate  ragione,  può  darsi 
che  quell'uomo  abbia  la  sventura  d' incontrare  così  di  frequente 
delle  belle  donnine  che  gli  fanno  perdei'  la  testa  !  ma  io  mi  adatto 
più  volentieri  a  credere  che  egli  non  sia  se  non  un  femminiero 
galante,  che  fa  professione  di  democratico  per  aver  così  voce  in 
capitolo,  che  insomma  egli  non  sia  molto  diverso  da  noi  ufficiali, 
che,  come  voi  dite,  anche  in  tempo  di  pace  ci  atteggiamo  ad  uo- 
mini spaventosamente  terribili  clie  si  danno  l'aria  di  guerrieri, 
perchè  altrimenti  nessuno  baderebbe  loro. 

Signora  1)"Ale.mbert.  —  Ed  anche  se  fosse  così,  io  credo  che  egli  so- 
stenga assai  meglio  la  parte  di  democratico  in  mala  fede,  che  molti 
ufficiali  quella  di  gueri-ieri  in  teuipo  di  pace. 

Capitano.  —  E  chi  vi  dice  di  no?  Intanto  ])erò,  se  volete  con  questo 
alludere  a  me.  vi  dirò  che  io  non  son  di  quelli,  perchè  da  quando 
vi  ho  conosciuta,  non  ho  più  saputo  die  cosa  fosse  la  pace... 

SuiNORA  D'Alembert  —  {interrompendolo).  Occupato  sempre  a  rilu- 
strare le  armi  dei  complimenti...  Benissimo...  Il  mio  capitano,  tra 
voi  e  quell'uomo  v'è  una  differenza  che  proba])ilmente  consiste  in 
questo:  che  egli  è  miglior  soldato  di  voi. 

CAPITANO.  —  Non  oso...  cont?.*tarvelo.  seriamente  mi  permetto  di  ag- 
giungere: meno  leale. 

Signora  D'Alembert.  —  Perchè  .'...  Quale  ragione  avete  di  dubitare  che 
egli  non  ami  il  popolo  per  il  quale  combatte,  per  il  quale  si  fa 
mettere  in  |)rigione... 

Capitano.  —  Oh!  la  prigione!... 

Signora  D'Alembert.  —  ...Forse  perchè  questa  sua  lotta  gli  serve 
per  la  celebrità"?  Ma  sarebbe  lo  stesso  che  io  dubitassi  allora  del- 
l'amor di  patria  di  coloro  che  difendono  eroicamente  la  propria 
nazion^•.  percliè  in  tal  modo  diventano  anche  gloriosi. 

C.'Vpitano.  —  C'è  la  differenza  che  amar  la  patria  e  combattere  per 
essa  può  voler  dire  morire  eroicamente...:  difendere  il  popolo... 
come  fa  Lassalle,  può  condurre... 

Signora  D'Alembert.  —  ...alla  prigione! 

<^APiTAN0.  —  ...o  all'ammirazione  di  una  bella  donnina  come  voi. 

Signora  D'Alembert.  —  Oh,  come  siete  ingiusto  verso  voi  stesso  ed 
i  vostri  ! 

Capitano.  —  No,  sempre  sincero.  È  la  forza  del  paragone  che  mi  fa 
parlar  così.  Pensate!  Io  fo  professione  d'uomo  d'armi  e  di  genti- 
luomo galante  e,  per  avere,  non  dico  un  vostro  sorriso,  ma  la 
vostra  pietà,  vi  seguo  fino  su  questa  rigida  montagna,  sorreggen- 
domi come  posso,  per  non  cadere  in  uno  dei  mille  precipizi,  che 
sono  intorno,  al  filo  della  speranza  che  possiate  avere  compassione 
di  me.  Ed  arrivo  quassù,  estenuato  nella  lotta,  io  vecchio  filibu- 
stiere dell'amore!...  e  vedo  il  democratico  Lassalle  assaporare  con 
l'amica  vostra,  una  delle  più  belle  fanciulle  che  abbia  la  mi- 
glior società  berlinese,  il  più  dolce  degli  amori... 

Signora  D'Alembert.  —  Ma  Elena  lo  ama  ed  egli  ama  lei  profonda- 
mente... Si  sposeranno. 

Capitano.  —  Ma  io  non  sposerei  voi.  forse?  Ed  il  mio  povero  amico 
Yanko  Racowitz  non  avi-ebbe  sposato  la  vostra  signorina  Elena 
se  il  democratico  Lassalle  non  gliel'avesse  rubata? 

Sui  NORA  D'Alembert.  —  Zitto!... 


55K)  LASSALLE 

Capitano.  —  E  che  c'è  di  male"?  È  un'altra  sconfitta  ilei  nostii.  Ra- 
kowitz  è  anch'esso  utticiale  di  nobile  faniitj:lia...  E  voi  volete  che 
io  non  rimpianga  la  sorte  che  ha  così  improvvisamente  mutato 
il  gusto  alle  nostre  donne"?  che  concede  ad  un  partigiano  del  po- 
polo, in  una  deliziosa  mattina  come  questa,  una  così  bella,  gen- 
tile e  nobile  fanciulla,  per...  compagna"?  Ed  a  me.  a  me,  che 
dell'amore  fo  quasi  lo  scopo  della  mia  vita... 

Signora  D'Alembert.  —  Avete  da  lamentarvi"?  In  tal  caso... 

Capitano.  —  Non  avrei  da  lamentarmi,  se  voi  lo  voleste...  ma  invidio 
la  sorte  di  quell'uomo...  la  invidio!  {Guardando  attraverso  la  ve- 
trata di  sinistra)  Guardatelo:  egli  ritorna  con  lei  pieno  di  felicità. 

Signora  D'Alembert.  —  O  di  dolore...  forse.  Essi  si  amano  molto, 
sapete"?  Bastò  che  una  sera  si  vedessero  in  una  festa  a  Berlino, 
perchè  si  amassero.  Io  so  tutto.  1  suoi  genitori  l'hanno  aftidata  a 
me.  Ella  dovrà  partire  fra  pochi  momenti  per  Ginevra,  e  Lassalle 
rimarrà  qui.  Non  pensate  che  se  si  amancj  tanto  avranno  molto 
a  soffrire,  perchè  i  parenti  di  lei  .si  opporranno  di  certo  al  loro 
matrimonio?!..  Oh,  non  avete  molto  da  invidiare! 

Capitano.  —  Voi  dimenticate  allora  un  altro  vantaggio  dei  socialisti. 
In  nome  della  morale  e  dell'amor  libero,  essi  possono  sempre, 
secondo  le  proprie  idee,  fuggire  con  una   fanciulla  onesta!... 

Signora  D'Alembert.  —  E  voi  non  lo  fareste? 

Capitano.  —  Ci  vorrebbe  una  forte  ragione  ! 

Signora  D'Alembert.  —  Egli  ne  avreblie  una  fortissima  allora!  Ma 
Elena  non  acconsentirà. 

Capitano.  —  Che  ne  sapete  voi? 

Signora  D'Alembert.  —  Ne  son  certa! 


SCENA  IV. 

WoLF.  //  Capitano  Liebler  e  hi  Signora  D'Alkmbert. 

WoLF  —  {rientrando).  Finalmente  ho  trovato  una  vettura  a  nolo  che 
porterà  tutte  le  vostre  conquiste  della  montagna. 

SicìNORA  D'Alembert.  —  Oh,  grazie,  grazie! 

Capitano.  —  Scusate,  di  quali  conquiste  parlate"? 

WoLF.  —  Non  ne  avete  fatte,  voi"? 

Capitano  —  {guardando  la  signora).  Non  trop])eI 

WoLF.  —  Vergogna  alla  vostra  età. 

Capitano.  —  Ah,  si  vede  che  il  socialismo  di  Lassalle  vi  ha  giovato! 
Finirò  cól  diventare  democratico   anch'io.  Che  ne  dite,  signora? 

WoLF.  —  Voi  scherzate  e  ([uesto  mi  fa  piacere:  ma  vi  assicuro  che 
io  non  ho  nulla  da  rimpiangere  ! 

Skì.nora  D'Alembert.  —  Dunque  voi  siete  un  discepolo  di  Ferdinando 
Lassalle  "? 

VVoLF.  —  Sì,  alla  mia  età  son  discepolo  di  un  uomo  che  ha  poco  più 
di  trentacinque  anni.  Da  quando  venni  quassù  e  lo  trovai  in 
questo  stabilimento,  ed  ebbi  parlato  e  discusso  qualche  poco  con 
lui,  mi  sono  convertito,  dirò  così.  Scusatemi,  è  la  prima  volta 
che  fo  la  mia  confessione  di  fede,  ma  ne  son  contento. 

Signora  D'Alembert.  —  Com'è  strano!  In  verità  quel  Lassalle  ha  una 
straordinaria  potenza  di  persuadere. 


I.ASSALLE  Ó91 

( "apitano  —  (ironico).  Permettete,  signora"?  Vado  a  dare  ordini,  perchè 

le  vostre  conquiste  siano  caricate  sulla  vettura...  [Esce). 
WoLF.  —  Sì,  mia  signora,  non  è  facile  resistere  alla  sua  parola  e  alla 

sua  logica.  Ve  ne  sarete  accorta.  Ieri,  durante  la  nostra  gita,  egli 

ebbe  a  parlare  delle  sue  idee... 
Signora  D'Alejibert.  —  Sì,  è  vero... 

WoLF.  —  E  poi  ora  io  l'amo  come  un  figlio  e  come  un  padre  insieme. 
Signora  D'Alembert.  —  Vi  capisco!... 
WoLF.  —  Voi  conoscete  la  signorina  Donniges.  è  vero  '' 
Signora  D'Alembert.  —  Si.  è  affidata  a  me! 
WoLF  —  {con  curiosità  r  premura).   Ah,  ella    conosceva    Ferdinando 

anche  prima  d'incontrarlo  quassìif 
Signora  D'Alembert.  —  Si,  perchè"? 
WoLF  —   [si   volge   attorno   dubitoso,   come   per    vedere    se    qualcuno 

l'ascolta;  ma  ode  improvvisamente  le  voci  di  Lassalle  e  di  Elena 

die  arrivano).  Eccoli! 


SCENA  V. 
Lassalle,  Ei.ena.  D'Alembert.  Wolf. 

Lassalle.  —  Buon  giorno,  signora.  (Al  Wolf)  Amico  mio! 

Elena  —  (alla  sif/nora  D'Alembert),  .\bbiamo  fatto  una  passeggiata 
splendida...  Per  l'ultima  volta...  Quanto  mi  dispiace  di  dover  la- 
sciare questo  luogo  incantevole! 

l^ASSALLE  —  (alla  signora  d' Alembert).  Perchè  non  lestate  ancora"^  Ve 
ne  sarei  grato.  Ci  sarebbe  più  luce  con  voi  quassù!         i 

Signora  D'Ale:»bert.  —  Ho  promesso  di  ricondurla  a  Ginevra  entro 
domani  ! . . . 

Cameriere  —  (prendendo  i  fasci  di  fiori).  Sono  questi  i  fiori  da  por- 
tarsi via"? 

Signora  D'Alimbert.  —  Sì.  (Agli  altri)  Scusatemi,  voglio  assistere 
ai  preparativi  della  partenza.  Anche  tu.  Elena,  affrettati.  (Esce). 

Wolf.  —  Vi  aiiderò  se  permettete.  {Esce,  guardando  i  due  che  riman- 
gono). 

Elena.  —  Dunque,  Ferdinando...  tu  rimarrai  solo,  pei-  poco...  e  poi 
potremo  finalmente... 

Lassalle  —  (interrompendola,  con  improvvisa  passione).  Fino  a 
quando"?...  fino  a  telando"?...  Intendi  tu  la  necessità  che  stringe  chi 
ama  come  me,  come  noi"?... 

F.LENA. — Se  la  intendo!...  Ma,  ti  ripeto,  io  non  vivo  più  che  di  te... 
Come  vedi,  ho  perfino  osato,  io,  venirti  a  cercare  c[uassù  !  Credevo 
che  tu  volessi  vincere  il  tuo  afietto.  cancellarmi  dalla  tua  mente. 

Lassalle.  —  Oh,  tu  lo  sapevi  che  era  impossibile,  clic  io  eio  sottomesso 
a  te  come  fanciullo. 

Fj.ena.  —  Ma  tu  hai  il  tuo  sogno  di  redenzione  !  lo  ne  sono  a  volte  gelosa  ! 

Lassalle.  —  Invano!  11  mio  cuore  mi  sospinge  ad  un  punto,  il  mio 
cervello  mi  distrae  verso  un  altro,  lo  penso  ora  a  dar  vita  a  ciò 
che  ho  alimentato  in  me  fino  dall'adolescenza.  Mi  sono  messo,  per 
questo,  in  contatto  col  ]>opolo,  che  acclama  clii  gli  vuol  bene  e 
gl'insegna  una  via  per  risorgere,  come  un  re  :  ho  vegliato  molte 
notti  per  dare  sciitta  alle  genti  la  mia  dottrina  democratica  :  mi 
sento  tutto  pieno  di   letizia    nel   sapermi  vicino  alla  verità  come 


592  LASSALLE 

avessi  toccato  ciò  che  vi  è  di  più  alto  per  ruoino,  liberato  da! 
pregiudizio,  ansioso  di  guidare  al  vero  i  miei  compagni  di  lavoro, 
desideroso  di  concretare  in  un'opera  eterna,  come  un  novello  van- 
gelo, questa  legge  di  giustizia  e  di  amore...  eppure  sento  che  il 
mio  cervello,  il  mio  pensiero  alato  e  fecondo,  non  hanno  ragioni 
])er  domare  1"  impulso  dell'anima.  Due  mani  piccole  e  nervose 
(prende  le  mani  di  Elena),  questa  piccola  volpe  astuta,  m' inca- 
tenano e  mi  turbano,  e  il  pensiero  è  vano  e  il  dubbio  eterno. 

Elena.  —  Dubbio!... 

Lassarle.  —  No!  Quando  mi  sei  vicina,  tu  sei  la  vincitrice,  tu  hai  la 
più  eloquente  parola  nei  tuoi  begli  occhi,  nella  tua  anima  com- 
plessa. Ma  un  pensiero  terribile  mi  pesa,  tu  lo  conosci  e  non  lo 
comprendi.  Io  non  posso  abbandonare  la  mia  lotta  e  tu  sei  nel 
campo  opposto.  Vincere?  Impossibile!  Venire  a  patti?  No!  Tu  devi 
avvicinarti  a  me  di  un  passo  e  ti  offro  la  mia  gloria  e  il  mio  nome. 
Ma  tu  devi  mostrarmi  di  esserne  degna,  venendo  con  me  libera,  per 
il  mio  amore  inestinguibile,  per  la  mia  ferma  volontà. 

Elena.  —  Ancora  ti  dico,  non  posso,  non  posso!  Lo  sento,  sì,  v'è  qual- 
cosa in  me  del  mondo  che  tu  vuoi  combattere,  che  l'orse  è  neces- 
sario distruggere:  io  sono  vittima  di  quei  pregiudizii:  si.  è  la  mia 
vita  quella  vanità,  quella  forma  istessa.  lo  sono  legata  a  tanti 
affetti,  a  tante  piccole  cose  che  ti  sono  estranee...  Ne  avrei  paura  !!... 
Io  sono  una  pazzerella  che  non  può  comprendere  ninna  cosa  pro- 
fonda; ma  sono  profonda  nella  leggerezza... 

Lassalt.e.  —  Tu  vuoi  far  di  te  una  povera  cieca,  di  te,  che  vedi  chiaro 
in  tutte  le  cose.  Perchè  \uoi  tu  umiliarmi,  espormi  ad  una  repulsa, 
per  avei-  quello  che  tutti  hanno  diritto  di  avere  quando  amano? 
Dillo  al  tuo  mondo:  io  amo  chi  voi  odiate,  per  questo  vado 
con  lui  e  non  ha  nessun'eco  in  me  la  vostra  voce.  Vieni,  vieni. 
Non  v'  è  nulla  di  vero  nelle  loro  abitudini,  nelle  lor  preghiere. 
Anche  il  lusso  e  la  gioia  son  falsi.  Un  abito  bianco  e  un  abito 
nero  e  molta  gente  che  ti  compiange.  Io  so  la  vera  gioia,  perchè 
l'ho  in  me  stesso  e  tu  la  berrai  come  un  liquore  eternamente 
dolce. 

Elena.  —  No,  non  posso,  ti  direi  di  sì:  t'intendo;  ma  non  posso. 

Lassalle.  —  Bambina,  tu  hai  troppo  rispetto  per  quel  mondo  che  non 
ne  ha  affatto  per  tutta  l'umanità  intera. 

Elena.  —  Sì,  è  vero  ! 

Lass.allb.  —  Oh!  com'è  triste!  Potessi  io  infonderti  tutta  la  mia  vo- 
lontà, farti  vincitrice  sopra  tanti  pregiudizii  che  ti  stringon  la 
mente,  piìi  del  cuore!  {Sorridendo  come  ad  un  ricordo)  Potessi 
farti  gustare  la  gioia  di  colui,  che  può  dire  in  tìn  della  sua  vita  : 
Non  ho  mai  portato  l'asino! 

Elena.  —  Che  vuol  dire  ? 

Lassalle.  —  È  una  storia  che  s'insegna  ai  ragazzi,  perchè  la  dimen- 
tichino presto!  È  la  storia  di  quel  vecchio  che  andò  al  mercato 
con  un  suo  nipotino  e  con  un  asino  e  che,  per  contentare  lutti  i 
passanti,  invece  di  farsi  portare,  finì  col  portare  egli  stesso  l'asino 
sulle  spalle... 

Elena.  —  Ah,  ah!  (Bidè). 

Lassalle.  —  Ridi,  ridi:  sfogati  a  rider  della  favola,  non  è  facile  aver 
tanta  libertà  con  tutti  i  portatori  di  asini  che  s' incontrano  nella 
vita. 


LASSALLE  593 

Elena.  —  È  un  bene. 

Lassalle.  —  Sì,  perchè  si  riderebbe  troppo. 

Elena.  —  E  tu  non  portasti  mai  fasino"? 

Lassalle.  —  Mai!  Quando  da  fanciullo  lessi  quella  tavola,  oiurai  a 
me  stesso  che  non  avrei  mai  portato  1" asino. 

Elena.  —  Nemmeno  per  il  socialismo  ? 

Lassalle.  —  Non  vedo  il  caso  possibile:  non  l'ho  mai  portato,  ne  lo 
porterei.  Adoro  anzi  il  Bismarck  perchè  in  questo  mi  somiglia. 
Anch'egli  è  un  uomo  di  ferro. 

Elena.  —  Nemmeno  per  l'amore  '? 

Lassalle.  —  Meno  che  mai,  perchè  (|uanlo  più  l'amore  è  forte,  più 
libero  vuol  essere. 

E  lena.  —  Allora  io  non  ti  amo  perchè  non  fuggo  con  te  ?  ! 

Lassalle.  —  Tu  sei  una  bambina  viziata  che  io  devo  correggere,  che 
io  devo  plasmare  ad  immagine  mia.  Ora  tu  sei  ancora  un  po'  ma- 
lata del  male  del  mondo  in  cui  vivi.  In  questa  figurina  di  ninfa 
amorosa  al  posto  del  cuore  c'è  un  po'-  di  pregiudizio.  Non  forse 
egli  si  riempie  più  di  ammirazione  che  di  amore"?... 

Elena  —  {con  ardore).  No,  no,  tu  t'inganni  ingiustamente. 

Lassalle.  —  Oh,  allora  io  regolerò  quel  meccanismo  soave  e  com- 
plesso. 

Elena.  —  Non  c'è  bisogno,  egli  batte  per  te  ! 

Lassalle.  —  Ma  non  vedi,  mia  cara,  che  tu  vuoi  essere  una  volpe  e 
non  sei  che  una  inesperta  vol|)e"?  Non  vedi  che  siamo  fatti  l'uno 
per  l'altro,  che  il  nostro  destino  è-  indivisibile:  perchè  vuoi  libe- 
rarti, se  sei  così  tanto  legata'... 

Elena  —  (posa  la  testa  sitila  spalla  di  lui). 

Lass.\lle.  —  A  che  pensi  f  Dimmi  !  Voglio  saper  questo  da  te:  -  Che 
cosa  faresti  se  mi  condannassero  a  morte  e  tu  mi  vedessi  salire 
il  patibolo  ? 

Elena  —  {riflettendo  prima,  poi  romanticamente).  Aspetterei  tinche 
avessero  troncata  la  superba  testa,  perchè  gli  occhi  potessero  ve- 
dere spengendosi  qualche  cosa  di  caro  e  poi  prenderei  veleno,  un 
veleno  che  avessimo  scelto  insieme,  come  il  più  sicuro. 

Lassalle.  —  La  tua  risposta  mi  fa  pensare.  Oh  !  che  insieme  di  misteri 
sei  tu!  Come  la  donna  della  volontà  è  divensa  da  quella  del  pen- 
siero in  te  !  Non  vedi  tu  che,  dopo  quel  che  hai  detto,  piccola  cosa 
sarebbe  far  quello  che  ti  chiedo"?  Tanta  cura  vorresti  avere  di  me 
morto,  e.  vivo,  tu  vuoi  farmi  arrossire  ! 

Elena.  —  No,  io  voglio  esserne  superba  !  Esser  tua  moglie,  affron- 
tando ogni  pericolo,  è  doppia  gloria  jier  me:  quella  della  mia  vit- 
toria e  quella  dell'esser  tua  ! 

L.ASSALLE.  —  Ma  come  puoi  contentarti  di  me.  se  non  apprezzi,  ne 
compi'endi  le  mie  idee  "? 

Elena.  —  Oh,  vanaglorioso  !  Tu  vuoi  forzarmi  a  dire  che  tu  sei  un 
uomo  grande  ! 

Lassalle.  —  No,  no  !  Voglio  molto  meno  e  molto  più,  voglio  che  tu 
sii  mia  ! 

Elena.  —  Lo  sai,  sono  tutta  tua,  io  ti  amo.  Così  con  te  sola  io  penso 
come  tu  vuoi,  mi  par  d'essere  un'eroina  d'amore. 

Lass.alle.  —  Adunque  vieni,  lascia  ogni  regola  che  ti  darebbe  tanti 
dolori.  Andremo  dove  tu  vorrai,  purché  tu  venga  con  me,  libera; 
ma  lascia  per  questo  amore  infinito  tutto  ciò  che  ti  lega  ancora  al 

38  Voi.  evi,  Serie  IV  .  IB  agosto  1903. 


594  LASSALLE 

tuo  mondo:  che  nulla  di  ciò  che  è  contro  le  mie  idee  abbia  a  con- 
taminare il  più  puro  dei  miei  sentimenti  :  dà  questa  gioia  a  chi 
ha  combattuto  tanto!... 

Elena.  —  No,  Ferdinando,  dinanzi  a  te  io  direi  di  sì.  ]ier  impulso  mio 
ti  seguirei  dovunque,  ma  tu  mi  ricorderesti  poi  sempre  ciò  che  mi 
lega  altrove. 

Lassalle.  —  Saprò  farli  dimenticare  lutto,  rimani...  Non  partire  con 
loro,  tu  sei  mia,  rimani,  andremo  lontano! 

Elena.  —  No,  lasciami  il  diritto  di  lottare  contro  il  mio  mondo.  Lascia 
ch'io  persuada  i  miei.  Se  mi  ami,  concedimi  di  divenire  tua  sposa, 
che  tu  sia  riconosciuto  ed  apprezzato  dalla  mia  famiglia  come  il 
più  degno. 

Lassalle  —  (rasseynamlosi).  Giacche  vuoi  cosi...  Non  posso  più  tratte- 
nerti: s'affretta  il  termine.  Ma  io  i-imarrò.  solo,  su  questa  mon- 
tagna... e  tu  !.. 

Elena.  —  Mi  basterà  di  giungere  a  casa  !  Tu  volerai  a  Ginevra  dai 
miei,  lo  li  preparerò.  11  tuo  nome  è  grande  per  la  Germania,  per 
il  mondo...  essi  intenderanno...  ti  apprezzeranno,  come  io  ti  amo. 
Tu  avrai  fatto  questo  sacrifizio  per  amor  mio!... 


SCENA  VL 

Entra  la  Suìnoua  I)"Alemhri!t.  /«'•»/*•?  Elena  c  ^jp*- ?rtsc('rtre  Lassalle. 

SioNORA  D'Aj.embert.  —  Elcua...  ti  aspettano... 

Elena.  — Si,  si.  {A  Lassalle)  Addio! 

Lassalle — (alla  signora  I)' Alemherf).  Signora,  voi  sapete  ormai  quanto 

io  ami  questa  fanciulla.  Ora  io  l'affido  a  voi.  Lasciate  che  nella 

discesa.,     essa    limanga    un   po'  sola...    Ha    grandi     cose   a    cui 

pensare  ! 
Skìnoha    D'Alembert.    —  Sì,   sì,    ho  capito.    Arrivederci    a    presto... 

adunque... 
Lassalle.  —  Signora...  aiutatemi!  {La  saluta.  Ad  Elena)  Stiingi   forte 

queste  mani  ..  Forse  liuscirò  ad  inipiimcie  in  te...  un  po'  del  mio 

gigantesco  volere. 
Elena.  —  Voglio  ! 
Lassalle.  —  Addio!  {Si  lasciano). 

SCENA  VII. 

{Appena  uscite,  L.^SSALLE  apre  il  balcone  ed  appo(j(jia  le  braccia 
sul  limite  dell'imposta,  cercando  di  vedere  senza  essere  veduto.  Sal- 
gono rumori  dalla  via.  Si  sente  la  comitiva  che  accoglie  con  un 
grido  di  meraviglia  e  di  soddisfazione  le  signore  che  giungono.  Qualche 
grido  piii  alto  di  partewsa). 

Una  voce.  —  Intoniamo  la  canzoncina:  «  Che  bel  gicnrio  d'aprile!  » 

LTna  seconda  voce.  —  No.  no  !  Silenzio  ! 

Lassalle  —  {pensieroso  e  triste  osserva  la  camitira  che  si  allontana: 

le  voci  si  perdono). 
WoLF  —   [entra,  scorge  Lassalle.  lo  fissa  un  po'  in<[uieto  e  poi  gli  batte 

sulla  spalla).  È  dunque  vero!  Tu  ami...  Non  volevo  crederlo. 
Lassalle.  —  Che  ne  sai  tu'.' 


LAS.SALI.E  595 

WoLF.  —  Me  ne  hanno  parlato.  Già  se  ne  fliscorre... 

Lassa  LLE.  —Sì?!... 

WoLF.  —  ...e  dai  tuoi  nemici:  tu  vuoi  perderti.  Quella  fanciulla  non 
appartiene  alla  classe  per  cui  tu  combatti,  né  alla  tua. 

Lassalle.  —  Vedi,  amico  mio.  lo  penso  che  forse  gioverò  più  ai  miei 
principi,  con  quella  conquista,  che  con  mille  discorsi. 

VVoLF.  —  Se  ami  davvero  non  ])uoi  esser  sicuro,  né  confidare  in  india: 
se  non  lo  fai  per  amore,  l'impresa  è  ancor  più  anlua. 

Lassalle.  —  No.  l'amore  mi  guida:  ma  anche  la  necessità  di  vincere 
uno  dei  più  tristi  pregiudizi  dell  "umanità. 

WoLF.  —  Troppe  cose  ti  guidano,  perchè  tu  possa  andar  diritto.  Io 
da  amico  e  da  vecchio  non  ti  ci  consiglio.  In  amore  lascia  fare 
esperimonti  agli  altri.  È  meglio.  Non  si  sa   mai  come  si  finisce. 

Lassalle.  —  Ma  tu  credi  allora  che  io  non  sia  abbastanza  innamo- 
rato di  lei... 

WoLF.  —  Allora  io  ti  dico  che  lo  sei  troppo  e  che  per  un  uomo  come 
te  è  un  errore,  una  debolezza  che  può  esser  fatale.  La  donna  non 
deve  trascinare  un  pensatole,  un  combattente  come  te  alla  rovina. 

Lassalle.  —  È  inutile... 

WoLF.  —  E  tu  vai  incontro  alla  rovina.  Tu  credi  di  poter  conquistare 
la  tua  donna  fra  i  tuoi  nemici  e  non  sei  che  per  inginocchiarti 
dinanzi  a  loro... 

Lassalle.  —  Lo  so...  Ho  cercalo  anciie  di  evitarlo...  Ma  ora  è  impos- 
sibile per  me  fare  altrimenti. 

WoLF.  —  Son  certo  che  ti  scherniranno. 

Lassallk.  —  Lo  so.  Oh,  mio  vecchio  amico,  tu  mi  vedi  torse  diverso 
da  quello  che  sono  :  per  il  poco  tempo  che  tu  mi  conosci,  tu  mi 
ami  già  troppo.  Tu  mi  attribuisci  forze  superiori...  lo  stesso  anche 
mi  sento  a  molti  superiore  in  alcune  virtù.  Ma  la  natura  ha  vo- 
luto essere  severa.  Essa  poteva  far  di  me  un  conquistatore  di  idee 
e  di  uomini,  inalterabile,  invincibile...  e,  forse  per  un  suo  ca- 
priccio, non  avrà  fatto  di  me  che  uno  schiavo.  L'infimo  uomo 
della  folla  morde  meno  di  me  la  catena  della  servitù  che  natura 
mi  ha  imposto.  Che  cosa  è  in  me  slesso"?  Carattere  d'origine,  spi- 
rito estetico,  bisogno  di  riposo,  sete,  ardoref...  Basta  che  una  donna 
strana  e  sa])iente  mi  s'avvicini,  perchè...  io  sia  uno  schiavo. 
(  VVolf  fa  atti  dì  stupore).  Tu  inorridisci  1  Ecco,  a  te  già  così 
fiducioso  in  me,  ora  io  sembro  ridicolo...  Hai  voluto  uno  sfogo  ed 
io  ne  avevo  bisogno.  Quella  donna  ora  mi  trascinerà.  Sai  tu  dove'?... 
Oh,  mio  caro,  io  sono  come  un  fiume  che  non  si  conosce,  che  è 
ricco  d'acque  e  d'umoii  che  alimentano  e  fecondano...  ma  che 
bisogna  percorrere  fino  in  fondo  al  suo  corso,  per  vedere  se  il 
trionfo  del  mare  lo  pone  tra'  pi-imi.  o  la  fortuna  di  un  fiume  mag- 
giore non  lo  assoggetta  alla  piena  delle  sue  acque... 

VVoLF.  —  Oh.  quasi,  mi  fai  pena...  Ma  non  oso  compiangerti...  perchè 
ho  troppa  fede  nella  tua  vittoria.  .  Ma  temo... 

Lassalle.  —  Basta,  vedremo...  Quando  non  si  crede  in  Dio,  si  può 
credere  nel  tVito...  {Al  mmeriprc  clic  passa)  Ehi.  domani  partirò: 
preparate! 

CALA  LA  TELA. 


òm 


ATTO  SECONDO. 

Albergo  in  Ginevra.  Porte  a  destra,  a  sinistra  e  in  fondo:  scrivania,  lit)ri, 
valìgie,  ecc. 

SCENA  T. 
Lassaij.e.  Oi.toff.  Rossi.  Primo  e  secondo  democratico. 

Lassalle  —  {ad  un  tavolino  scrive  una  lettera,  gli  sono  prossimi  due 
signori  -  democvaUeì  -  ad  aspettare.  In  disparte  sono  Oltoff  e  Rossi. 
Dopo  avere  scritto  la  lettera  la  consegna  a  quelli  e  dice:)  A  voi, 
eccovi  questa  lettera.  Leggetela  al  Comitato.  Terrà  luogo  della 
mia  parola. 

Primo  democratico.  —  È  dunque  proprio  impossibile.' 

Lassalle.  —  Assolutamente.  Riconosco  1"  importanza  dell'avvenimento 
che  si  prepara  da  voi;  non  nego  che  la  mia  intluenza  gioverebbe... 

Secondo  democratico.  —  Oh,  moltissimo!  L"  idea  ha  molti  oppositori  : 
c'è  bisogno  d'uomini  forti  ed  eloquenti  come  voi. 

Lassalle.  —  Oh.  io  spero  che  tutto  si  compirà  certamente.  Nella  Sviz- 
zera c'è  troppo  buon  senso  e  troppa  onestà  perchè  si  debba  impe- 
dire quello  per  cui  voi  combattete  :  anche  la  Svizzera  certamente 
abbattei'à  la  pena  di  morte:  da  troppo  si  lavora  per  questo. 

Primo  be.mocratico.  —  Voi  ci  date  libertà  di  pubblicare  questa  vostra 
lettera  ? 

Lassalle  —  (un  po'  turbato).  Sì,  ma  non  subito:  fra  giorni.  Non  vo- 
glio si  sappia  da  troppi  che  io  sono  a  Ginevra... 

Primo  democratico.  —  Come  volete... 

Secondo  de.mocr.\tico.  —  Allora  noi  porteremo  solamente  il  vostro  sa- 
luto ai  compagni  di  fede. 

Lassalle.  —  Non  posso  far  di  più  in  questo  momento... 

Primo  democratico.  —  Ma  voi  dovreste  anche  fra  noi  giovare  con  la 
vostra  opera  ordinatrice:  anche  il  nostro  popolo  aspetta  qualche 
cosa  di  più  risoluto,  di  più  fermo  che  non  il  liberalismo. 

Lassalle.  —  Amici  miei,  voi  sapete  quali  lotte  io  combatta  in  Ger- 
mania per  i  miei  principi.  Lotta  contro  gli  oppositori  del  jiensieio 
socialista,  e  discussione  con  i  miei  compagni.  Io  reputo  ciie  il 
mio  popolo  non  potrà  migliorarsi,  se  non  riuscendo  a  strappare 
allo  Stato  stesso  le  forze  che  gli  sono  necessarie.  Intanto  però  i 
miei  nemici  mi  accusano  di  internazionalismo  per  mettermi  contro 
tutti  quegli  operai  tedeschi  che  amano  la  pati-ia.  la  quale  altra ver.sa. 
e  voi  lo  sapete,  in  questo  tempo,  un  periodo  assai  triste.  V'è  bi- 
sogno, nel  paese,  di  fermezza  contro  quelli  di  fuori,  e  di  criterio 
fra  quelli  di  dentro.  Su  di  me  pesa  una  responsabità  immensa.  Io 
per  primo  ho  gridato  ai  lavoratori,  con  voce  che  è  stata  larga- 
mente udita  (perchè  la  cruda  verità  ormai  fatalmente  s'impone), 
io  ho  gridato  ai  lavoratori  :  È  l'ora  che  voi  riconosciate  la  vostra 
forza  ed  il  vostro  diritto:  che  vi  sciogliale  dalla  catena  arrugginita 


LASSALLE  597 

delle  consuetudini,  dei  pregiudizi;  è  l'ora  che  i  vostri  occhi  siano 
aperti  dinanzi  al  male  ed  al  bene,  perchè  possiate  leggere  nel  pro- 
fondo dell'anima  agli  uomini  che  dicono  di  fare  il  vostro  interesse 
e  intendere  quali  principi  vi  hanno,  fino  ad  oggi,  fatti  schiavi  del 
vostro  stesso  lavoro;  perchè  la  dominazione  di  una  classe  qual- 
siasi è  un  attentato  all'umanità.  U  socialismo,  che  abolirà  ogni  pri- 
vilegio di  classe,  è  un  tributo  che  si  deve  rendere  all'umanità. 

Primo  democratico.  —  Oh,  è  giusto,  e  voi  dite  cosi  bene  ciò  che  è 
giusto!  Ma,  anche  il  nostro  popolo  ha  bisogno  di  codesti  principi: 
la  vostra  parola  gli  sart'bbe  di  grande  conforto  ed  incitamento. 

Lassalle.  —  E  vero,  quei  principi  sono  per  tutti  i  popoli. 

Secondo  democratico.  —  E  perchè  allora  li  volete  solamente  per  il 
vostro  popolo  tedesco' 

Lassalle.  —  Perchè  presentemente  io  debbo  lottare  contro  tedeschi, 
e  devo,  contro  loro,  esser  tedesco  anch'io.  Perchè  io  non  sono  un 
teorico  1  To  non  voglio  ingannare  il  popolo  ;  e  le  utopie  e  le  teorie 
lo  ingannano.  Io  voglio  che  intanto,  il  mio,  tragga,  da  questi  prin- 
cipii,  quanto  più  può  a  suo  vantaggio,  lottando  contro  lo  Stato 
che  non  deve  essere  altro  che  il  popolo  stesso.  La  Germania  deve 
badai'e  presentemente  a  fortificarsi,  ed  io  non  voglio  apparire  un 
nemico  di  lei,  seminando  altrove  i  miei  consigli.  Abbastanza  mi 
accusano  di  essere  un  traditore!  Io  vi  ripeto,  non  posso,  con  un 
mio  errore,  far  soffrire  per  nulla  la  gente  che  lavora  onestamente 
e  mi  segue  fiduciosa. 

Primo  democratico.  —  Ma  per  la  pena  di  morte  ci  avete  dato  una  vo- 
stra lettera... 

Lassai.i.e.  —  Quello  è  un  dovere  che  va  oltre  gì"  interessi  di  classe. 
Del  resto  altri  vi  parlano  di  queste  idee.  E  voi  non  avete  che  ad 
ascoltare  la  loro  voce  ed  i  loro  scritti.  L^n  giorno  forse  anch'io 
assurgerò  ad  una  più  estesa  visione  di  riforma.  Presentemente, 
miei  cari  amici,  io  non  posso  che  ricordarvi  in  privato  quello  che 
nel  mio  paese  ho  detto  in  pubblico,  ed  ho  scritto.  Io  vi  dico  di 
riunire  tutte  le  forze  operaie  in  una  vasta  istituzione  produttiva. 
Essa  fa  là  degli  opeiai  i  veri  capi-fabbrica,  e  toglierà  agli  intra- 
prenditoi'i  estranei  la  possibilità  di  godere  ingiustamente  di  quei 
benefizi,  che  soltanto  al  lavoro  sono  dovuti.  Obbligate!  -  ed  ecco 
la  forza  del  grande  edificio  -  obbligate  i  goveini  ad  aiutare  questa 
istituzione  col  dare  agli  operai  i  diritti  politici,  ed  avrete  un  me- 
todo chiaro  e  semplice  anche  per  voi.  L'opera  mia,  la  mia  parola 
potrebbe  adornare  la  verità:  ma  voi  saprete  farlo  per  me:  la  ve- 
rità non  Ila  bisogno  di  esser  troppo  adornata  per  essere  bella  e 
per  innamorare  chi  ne  sente  anche  troppo  la  necessità. 
I'  Secondo  democratico.  —  Sia  come  volete!  Ma  prima  di  partire  mi 
I  auguro  che  vorrete  dare  uno  sguardo  al  nostro  lavoro. 

■    Lassalle.  —  Non  ve  lo  prometto.  Vi  dico  però  che  lo  farò,  potendolo; 
ì  perchè  sono  desideroso  di  vedere  il  cammino  che  si  è  compiuto 

da  voi.  11  mio  pensiero  vi  segue. 

Primo  democratico.  —  Rammentatevi  di  noi  e...  basta!...  {Esce  col 
suo  comparilo). 

Oltofk.  —  Ora  che  hai  finito,  permettimi  che  ti  presenti  questo  amico, 
il  signor  Rossi.  Abbiamo  saputo  che  tu  eri  a  Ginevra.  Egli  ha  vo- 
hito  fidare  sulla  amicizia  che  tu  hai  per  me,  per  salutarti. 


598  LASSALI,  K 

Lassalle.  —  Troppo  buono!  Infatti  io  non  avrei  voluto  parlare  a  nes- 
suno. A  te  solo,  die  sei  un  intimo  amico,  non  ho  potuto  dir  di  no. 

RossL  —  Sono  stato  adunque  fortunato. 

Oltoff.  —  Egli  è  un  italiano! 

Lassalle.  —  Allora  un  figlio  della  rivoluzione.' 

Rossi.  —  Sì! 

Lassalle.  —  Una  sacra  ribellione  perchè  unificatrice.  Essa  ha  creato 
uno  Slato,  una  forza  viva  che  può  rendere  grande  un  popolo  che 
rinasce. 

Rossi.  —  Poteva  accadere;  ma  non  è  accaduto:  ne  accadrà  per  ora 
da  noi.  È  appena  finita  l'èra  dei  grandi  entusiasmi  e  già  comincia 
fatalmente  quella  degli  interessi. 

L.\ssalle.  —  Ma  in  uno  Stato  è  necessario.  Voi  siete  demografico  ! 

Oltoff.  —  Egli  è  un  tuo  ammiratore! 

Rossi.  —  Sono  vostro  ammiratore:  ma  internazionalista,  quindi  non 
vostro  seguace. 

Lassalle.  —  Io  sono  ora  necessariamente  attaccato  al  mio  Stato  per- 
chè amo  positivamente  e  seriamente  il  mio  popolo. 

Rossi.  —  Ed  io  appunto  per  questo  non  sono  !  Ormai  i  sistemi  di  go- 
verno si  formano  indipendentemente  dalle  sorti  del  popolo.  Egli 
dovrà  formarne  uno  piii  vasto  senza  pregiudizi,  universale.  Amo 
rifalla  mia  e  per  Lei  ho  combattuto:  ma  sento  che  avrò  da  ver- 
.sare  molte  lacrime  sulla  sorte  dei  suoi  figli  ! 

Lassalle.  —  Anche  codesto  è  necessario.  Ma  contro  la  legge  ferrea 
delle  mercedi  necessarie,  v'  è  una  legge  fatale  dalla  quale  non  è 
estraneo  lo  Sfato.  Per  mezzo  di  una  nazione  forte,  con  l'aiuto  di 
uno  Stato  dalle  forti  ed  unite  basi,  deve  sorgere  finalmente  quella 
ch'io  credo  la  salvezza  unica  dei  lavoratori,  la  produzione  coope- 
rativa. Aiutando  la  classe  operaia  lo  Stato  aiuta  se  stesso,  perchè 
essa  lo  rappresenta. 

Rossi.  —  Qualcuno  che  formò  l'unità  della  mia  nazione  è  ora  dimen- 
ticato perdiè  adorò  il  popolo  e  concepì  alte  idee  i»er  lui. 

Lassalle.  —  Oh,  io  vorrei  per  la  Prussia  la  sorte  ilei  vostro  Pie- 
monte. 

Rossi.  —  Ormai  io  sono  convinto  che  il  movimento  sociale  deve  es- 
sere, e  lo  impone  la  sua  natura,  cosmopolita. 

Lassalle.  —  Sarà  forse  un  giorno  e  Mar.\  pensa  così  con  i  comunisti 
di  Parigi.  11  suffragio  universale  però  darà  ragione,  io  credo,  a  chi 
saprà  agire  lentamente  e  profondamente.  Io  non  .sono  un  segreto 
visionario.  Amo  l'umanità  come  Rousseau.  Non  mi  fido  degli 
uomini.  Che  im|)oita  a  me  individualmente  di  loro?  Togli  via 
l'uomo  dalla  moltitudine:  la  sua  natura  non  è  che  un  i)o' di  irra- 
zionalità. Lascialo  là  nella  moltitudine  al  suo  posto:  egli  sarà 
parte  integrale  di  un  tutto,  cieco  a  dir  vero,  spesso,  ma  sempre 
infallibile.  L'umanità  cammina  sempre  sulla  sua  strada,  tende  ad 
uno  scopo  fìsso,  ma  inconsapevole,  nel  buio  come  un  viaggiatore 
nella  notte.  Il  suono  rumoroso  delle  parole  col  quale  si  aiuta  nel- 
l'oscurità, e  tenta  rintracciar  la  strada  e  la  meta,  poco  vale.  -La 
più  parte  delle  parole  si  perde,  esse  sono  lanciate  là  piive  di  senso 
e  di  ragione,  prodotte  solamente  per  eccitare,  come  l'abbaiar  del 
cane  fra  le  ruote  del  caiTo.  Chi  incita  sono  i  regolatori  e  reggi- 
tori, quelli  che  fanno  la  carreggiata  :  gli  antichi  eroi,  i  filantropi, 
i  semidei,  gli  umanifari. 


LASSALI.E  599 

Rossi.  —  Voi  duuque  non  solo  credete  che  le  nazioni  delibano  ancora 
essere  degli  enti  opposti  e  diversi;  ma  forse  credete  anctie  che  il 
popolo  si  possa  democraticamente  guidare  da  un  solo  uomo"? 

Lassalle.  —  1^  perchè  no?  Come  non  bisogna  confondere  la  politica 
con  l'economia,  così  non  si  deve  sopprimere  l'individuo  in  nome 
dell'umanità:  ciò  sarebbe  non  far  tutto  l'interesse  dell'umanità 
stessa:  vi  sono  degli  uomini  che  vanno  guidati,  e  sono  la  maggio- 
ranza, ve  ne  sono  altri  che  creano  e  compiono  da  soli  quanto  un 
popolo  desidera  ed  un'idea  comanda. 

Rossi.  —  Non  lo  nego,  poiché  son  dinanzi  ad  un  esempio  die  mi  da- 
rebbe torto  altrimenti. 

Oltoff.  —  Un  uomo  che  veramente  ha  agito  e  sofferto  per  la  sua 
idea... 

Lassalle.  —  Non  ho  fatto  nessun  sacrifizio;  ma  ho  seguito  il  mio 
istinto  naturale.  Quando  per  la  prima  volta  entrai  in  lotta  aperta, 
e  fu  nel  famoso  processo  che  tutti  conoscono,  sentivo  una  gioia 
in  me,  che  m'accendeva  come  un  eroe  antico. 

Oi.TOFF.  —  Ma  non  potendoti  fare  altro  ti  accusarono  anche  di  ladro. 

Lassalle.  —  Che  giovò  a  loro  ?  che  male  mi  fecero  i  Tanto  meglio. 
Ed  ora  non  mi  accusano  essi  di  tutto,  e  non  accuseranno  tutti  i 
miei  seguaci  ? 

Rossi.  —  È  vero  ! 

L.\SSALLE.  —  Ma  che  mi  fanno?  lo  ho  sempre  l'ardore  di  quando  avevo 
vent'anni..  Essi  ])ossono  chiudermi  ogni  strada,  non  faranno  che 
aprirmene  delle  nuove,  ignote  a  tutti.  Anche  nel  mio  affetto,  nei  miei 
più  riposti  e  puri  desideri  oseranno  offendermi,  lo  so,  me  l'aspetto; 
ma  io  li  sfido.  Sono  sempre  il  medesimo  che  affrontò  l'accordo  di 
molti  per  il  trionfo  della  giustizia.  Quando  si  hanno  idee  come  la 
mia  non  si  può  vivere  comodamente. 

Rossi.  —  Quando  voi  difendeste  la  contessa  di  Hatzfeldt  dovete  averne 
sofferte  molte. 

L.\ssALLE.  —  Molte  ! 

Rossi.  —  Ma  l'amore  vi  guidava  e  a  vent'anni  l'amore  è  una  grande 
spinta. 

L.\ss.\LLE  —  (in-ifafo).  Ecco  subito.  Quanto  siamo  ancora  indietro!  Un 
uomo  non  può  tutelare  pubblicamente  gl'interessi  di  una  donna 
senza  che  si  dica:  è  il  suo  amante  ;  anche  se  la  causa  di  questa 
donna  è  nobile  e  sacra  per  un  uomo  d'azione  e  di  fede.  Non  vuol 
dire:  chi  la  difende  è  il  suo  amante. 

Rossi.  —  Scusatemi,  se  ho  preso  troppo  sul  serio  una  voce  che  corre... 

Lassalle.  —  A  me  non  importa  degli  altri.  Io  so  che- difendendo 
quella  donna  mi  parve  di  muovere  una  causa  contro  l'aiistocra- 
zia,  contro  gli  intrighi  della  sconfinata  ricchezza,  contro  il  Go- 
verno, contro  ogni  sorta  di  pregiudizi.  La  ragione  delie  sventure 
della  povera  contessa  consisteva  unicamente  nel  fatto  che  il  suo 
animo  nobile  ed  elevato  non  aveva  mai  voluto  abbassarsi  e  sotto- 
porsi alla  volontà  tirannica  del  marito,  uè  lusingaine  gli  ignobili 
capricci  che  lo  facevano  rifuggire  da  tutto  ciò  che  è  bello,  vero  e 
sublime.  Quella  donna  che  aveva  languito  per  venti  anni  nel  dolore, 
colpita  nella  sua  dignità  di  donna,  nel  suo  affetto  di  madre,  aveva 
riposto  nelle  mie  giovani  e  forti  mani  la  sua  sorte.  Ella  per  me 
rappresentava  tutte  le  ingiustizie  passate  ormai  nelle  coscienze  di 
ognuno,  tutti  i  soprusi    del   potere,    della    forza,  della  ricchezza, 


600  LASSARLE 

diretti  contro  il  debole,  e  tutte  le  violazioni  dei  nostri  diritti  ci- 
vili. {Con  ardore)  Perseguitato  ed  accusato  io  stesso,  dinanzi  ai 
tribunali  condussi  da  solo  il  dibattimento  che  durò  sette  giorni  e 
smascherai  i  vergognosi  testimoni.  In  un  discorso  che  diu'ò  sei 
ore.  rifeci  la  storia  di  quell'esistenza,  di  quel  matrimonio,  sconfìssi 
indirettamente  il  conte  con  tutti  i  suoi  complici.  Tutta  la  città,  la 
popolazione  intera  piangeva  dall'entusiasmo!... 

Rossi.  —  Che  vittoria  ! 

Lassalle.  —  Vittoria  della  giustizia  e  dell"  idea,  percliè  il  popolo  mi 
comprese.  Da  quel  giorno  si  sparse  la  fama  della  mia  eloquenza  e 
del  mio  carattere.  Tutti  mi  pioclamarono  cai)ace  di  far  fronte  al 
HKmdo  intero,  in  nome  dei  miei  principii  democratici.  Né  mi  rat- 
tenni.  Xè  mi  fermai  un  momento  nella  lotta,  non  ostante  ogni 
soila  di  calunnie,  nonostante  che  io  abbia  spesso  dovuto  ricono- 
scere la  mia  suprema  gioia  nel  vedere  alcuno  che  mi  ammirava 
solo  perchè  mi  temeva,  non  ostante  che  a  noi  costi  caro  il  più 
naturale  affetto  e  che  i  nostri  nemici  abbiano  sempre  pronto  un 
pugno  del  loro  fango. 

SCENA  11. 
Lassali.e,  Rossi,  Oltoff  e  lx  cameriere. 

Cameriere  — -  (dice  alcune  paiole  piano  a  Lassalle). 

Lassalle  —  {turbato  alquanto).  Fa  passare  di  là  {accenna  a  sinistra. 

Agli  altri)  Amici,  perdonatemi... 
Rossi.  —  Oh,  fate  pure  !  \'o  via  col  desiderio  di  stare  ancora  con  voi: 

ma  ci  rivedremo  ! 
Lassalle.  —  Spero  ! 

Oltoff.  —  Addio,  Ferdinando.  {Escono). 
Lassalle  —  {salutandolo).  Addio  !  (Si  dirioe  ferso  la  porta  di  sinistra 

ed  entra  Elena). 

SCENA  111. 
Elena  e  Lassalle. 

Lassalle  —  {vedendola).  Sola  ! 

Elena.  —  Son  dovuta  fuggire  per  te.  Fuggirli  tutti.  Essi  ti  odiano  ! 
Al  nome  tuo  hanno  inveito  contro  di  me  come  se  fossi  stata  rea 
del  più  grande  delitto.  Ma  io  sono  fuggita.  Eccomi  tua  I  Por- 
tami via  ! 

Lassalle.  — *0h,  ero  certo  che  non  ti  avrebbero  ascoltato,  che  avreb- 
bero creduto  di  sacrificarti  dandoti  a  me.  Tu  hai  confidato  in 
loro,  ma  in  questo  momento,  vedi  a  che  cosa  ti  sei  esposta?  hai 
dovuto  fuggire! 

Elena.  —  Si,  è  vero,  perdonami.  Io  fidavo  in  loro;  credevo  di  poter 
parlare  di  te  come  ti  amo  e  ti  rispetto.  Ma  ora  son  fuggita  pei"  te. 
Essi  ti  odiano,  oh,  come!  non  capiscono  che  io  possa  essere  tua. 
per  sempre... 

Lassalle.  —  Tutto  si  riraedierà...  Ma  ora  che  accadrà  di  te"?! 

Elena.  —  Di  me?  Ma  questo  è  il  momento  di  fuggire  al  più  presto. 
Ora  sì,  è  necessario... 

Lassalle.  —  Sì  ?  Appunto  ora  no  ! 

Elexa.  —  Come!  Perchè?  perchè? 


LASSALLK  601 

Lassalle.  —  Non  fuggo  io!  (Pausa).  Chi  sono  io,  che  mi  si  respinge 
c<jsi?  (Pausa).  Perchè  dovrei  prenderti  ora.  che  vieni  a  me  costretta 
da  chi  non  ti  ama,  mentre  non  hai  voluto  seguirmi  quand'  eri 
libera"?... 

Elexa.  —  Oh,  Ferdinando  ! 

Lassali-e.  —  Debbo  difenderti,  ora.  Dalle  loro  mani  ti  voglio  oramai. 
Ora  tu  sei  proprietà  di  loro,  anche  nell'anima  tua,  perchè  la  tua 
coscienza  è  impegnata.  Ed  io...  che  mi  sono  rimesso  a  quello  che 
bai  voluto...  debbo  avere  la  forza  di  vincere!... 

Elena.  —  Ma  è  una  pazzia  codesta  !  Tu  rovini  il  nostro  amore.  Fug- 
giamo, portami  via  :  forse  mia  madre  ha  già  indovinato  dove  sono, 
forse  è  vicina. 

[jAss.ai.le.  —  Ma  è  bene,  cosi  deve  essere:  ella  mi  conoscerà,  tanto 
meglio  ! 

Ele.va.  —  Essi  non  ti  ascolteranno...  essi  non  ti  credono...  sono  egoisti 
e  calpesteranno  anche  me  se  io  tornerò  da  loro... 

Lassalle.  —  Se  tu  non  vorrai  tornare,  farò  venire  presto  la  contessa... 
tu  vivrai  con  lei! 

Elexa.  —  La  contessa!  E  tu  vuoi  che  io  resti  con  lei'!  Ah  !  come  t "illudi  ! 
M'hanno  detto  che  è  la  tua  amante... 
(Pausa). 

L.ASSALLE.  —  Verrà  mia  sorella:  su  lei  non  avranno  nulla  da  diie. 

Ele.va.  —  Oh.  impossibile.  Ferdinando!  lo  non  t'intendo  più!...  Tu 
spezzi  ogni  mia  fede,  ogni  mio  entusiasmo. 

Lass.alle.  —Forse  tu  mi  hai  creduto  leggero  (piando  ti  proposi  di  amarmi 
liberamente,  hai  creduto  che  io  temessi  di  affrontare  le  avversità 
inevitabili...  ed  ora  che  tu  mi  vedi  in  tutta  la  mia  forza,  quale 
son  sempre  stato...  tu  tremi.  (Pausa).  Vedi  come  sono  diverso  io 
da  loro-?!  Essi  non  vogliono  che  tu  sia  mia  moglie,  tu  vieni  a  me 
ed  io  non  ti  prendo...  per  questo  aspetto.  Ora  nessuno  deve  pen- 
sare a  nulla  d"  impuro  nel  mio  amore  per  te.  È  giusto  che  io  faccia 
vedere  ai  tuoi  ed  a  te  come  io  intenda  la  libertà... 

Elena.  —  No!  (Dolorosamente)  Rassegnati  alle  sorti  della  vita!... 

Lassalle.  —  Fanciulla  che  sei!...  non  vedi  ormai  che,  se  lo  facessi, 
domani  mi  vergognerei  di  me  stesso...  {Prenrletifìole  le  matii). 
E  tu"? 

Ei.ex.a  —  (sin<jhiozza.  colpila). 

L.\ssALLE.  —  Non  teuiere:  ti  pare  clic  io  sia  un  uomo  debole"?  Ti  pare 
che  io  non  abbia  la  forza  di  sfidare  un  pericolo,  avendo  fra  le 
braccia  la  mia  sposa"?  Ti  sembro  lui  vile  io.  che  tu  debba  pian- 
gere?... 

Ele.xa.  —  No,  no.  (Con  ardente  dolore)  Io  sono  debole:  io  ho  disfatto 
l'incanto  dei  nostro  amore,  io  che  ho  paura,  ora.  ho  paura... 
io  che  sento  il  rimorso  di  essere  stata  leggei'a  ! 

La-ssalle.  —  Il  rimedio  è  facile!  Segui  da  qui  innanzi  la  mia  volontà, 
ora  che  conosci  i  miei  consigli... 

Elexa.  —  Si,  sì,  purché  tu  mi  salvi:  purché  divenga  tua  per  sempre 
e  non  più  di  loro... 

Lassalle.  —  Tu  sei,  già.  mia! 

Elexa.  —  Ma  che  bisogna  fare  ora"?  Che  vuoi  che  io  faccia? 

Lassalle.  —  Torna  da  loro...  torna  da  loro!  Non  bisogna  inasprire 
la  loro  ferita...  io  poi... 


60^  I.ASSALI.E 

Elena.  —  No!  Ah!  [Improvvisamente  e  con  impeto)  Tu   non  mi  ami! 
Lassalle.  —  Taci,  taci!  Ma...    non   è   pei'  te.   ch'io   intraprendo  una 

lotta  terribile  contro  quelli  che  ti  strappano  a   me.  ed  hanno  in 

loro  soccorso  una  casta  intera  e  la  legge... 
Ej.ena.  —  Tu  non  vincerai! 
Lassai. LE.  —  È  necessario  e  voglio!  Se  non  ti  amassi,  t'uggirei  con  te  ora! 

[Si  odono  delle  voci  lievi,  ma  concitate). 
Elena.  —  Senti^i?...  Ascolta!  La  voce  di  mia  madre...  Oh.  perchè  non 

siamo  fuggiti! 
Lassalle.  —  Tua  madre"'  Ah.  ce  la  manda  la  sorte! 


SCENA  IV. 

Elena,  L.\ssalle  e  la  madre  di  Elena. 

La  jl\di«e  —  [entra  improvvisamente  rivolrjendosi  verso  saa  fii/lia  : 
ma  scorf/e  Lassalle).  Elena,  qui  in  presenza  del  signor  Lassalle 
non  voglio  parlarti.  Vieni. 

Lass.Alle  ^—  (interrompendo,  con  nobile  dolcezza).  Si  assicuri,  signora, 
che  io  non  cercherei  di  meglio  die  provarle  ora  e  sempre  il  mio 
rispetto  e  la  mia  venerazione,  lo  non  dimenticherò  mai  che  ella 
è  la  madre  di  quella  che  sarà  mia. 

Madre.  —  Oh.  non  mi  rammentate  nemmeno  come  tale!  Voi  avete 
reso  mia  figlia  pazza  di  voi  e  delle  vostre  idee  disoneste.  Avete 
tentato  disfare  la  pace  della  mia  famiglia,  perchè  mio  marito  è 
un  vostro  nemico.  [Ad  Elena)  Elena,  egli  vuole  ingannarti  e  rovinare 
tuo  padre.  Tu  sei  un  partito  per  lui,  e  niente  altro.  Egli  ha  tra- 
dito tuo  j)adre! 

Elena  —  [rimane  fredda,  ma  un  po'  colpita). 

Lassalle  —  [serenamente).  Voi  siete  tioppo  commossa,  e  con  ragione, 
perchè  possiate  intendere  quali  nobili  principii  hanno  sempre  gui- 
dato il  mio  purissimo  affetto  ]ier  vostra  figlia.  Ma  ricorrerò  a 
vostro  marito. 

Madre.  —  Si,  sì,  o  piuttosto  ad  altri  che  ha  anche  |)iìi  forti  diritti. 
Ma  vi  faranno  cacciare  dai  servi. 

Lassalle  —  [sempre  nobilmente).  Ah,  non  sono  uomo  che  si  tratti 
così!  In  tal  caso  avrò  piena  libertà:  voi  mi  avrete  costretto... 

Madre.  —  Già  ne  avete  avuta  di  liberlà,  che  avete  costretto  mia  figlia 
a  tal  pinito  di  lasciar  la  casa  e  fuggir  da  voi... 

Elena.  —  Non  è  vero!  Io  stessa  fuggii  per  la  vostra  crudeltà!... 

Lassalle.  —  Taci,  taci.  [L'acquieta). 

Elena  —  [si  stringe  al  suo  petto). 

Lassalle  —  [alla  madre).  Non  possiamo  continuare,  signora,  in  pa- 
role cosi  tristi  per  me,  cosi  amare  per  voi.  C  è  bisogno  che  vi 
provi  chi  sono  e  vi  faccia  conoscere  perchè  vostra  figlia  mi  ama  ! 
Voi  pensate  davvero  che  io  abbia  rapita  a  voi  vostra  figlia?  Avete 
torto.  [Ad  Elena)  Elena,  juioi  tu  far  tutto  per  me  f 

Elena.  —  Sì,  ma  non  potrò  tornar  da  loro! 

Lassalle.  —  È  api>unto  questo  che  voglio!  È  un  gran  saciifìcio  che 
tu  farai  per  me  e  lo  farai.  Rammentati. 

Elena  —  [quasi  lamentandosi).  Tornar  da  loro...  e  puoi  chiedermelo"?... 

Lassalle.  —  Sì,  te  lo  chiedo.  Tu  lo  farai  per  me!  [Alla  madre)  Ecco, 


LASSALLE  603 

io  vi  reiulo  vostra  figlia;  io  die  potrei  fame  ciò  che  vorrei,  la 
rendo  a  voi  perchè  voglio  che  non  dimentichiate  questa  mia  azione. 
Provocando  uno  scandalo  si  potreblie  credere  che  abbia  voluto  for- 
zarvi a  darmela,  per  salvarla  dal  disonore:  non  voglio  esercitare 
sopra  di  voi  nessuna  violenza  di  partito.  Oramai  ella  vi  ha  chiesto 
il  vostro  consenso;  glielo  avete  negato,  ed  ella  ostinandosi  si 
metterebbe  fuori  della  legge,  che  riconosceva  chiedendolo!  Fug- 
gendo, liberamente,  con  me  non  avrebbe  riconosciuta  altra  legge 
che  quella  dell'amore,  la  mia... 

Madre  —  (s'avvia  verso  la  porta,  dove  rimauf  ad  aspettare). 

Lassalle  —  (ad  Elena).  Ed  ora  addio.  Quello  die  tu  fai  ora  rimarrà 
eterno:  ti  nobiliterà  anciie  presso  tua  madre  {addita  la  madre, 
che  china  la  festa).  Piegati  alla  sua  volontà...  tanto  la  mia  è... 
più  forte!  Essi  mi  chiederanno  fonore  di  sposarti:  e  tu.  mia  Elena, 
liberata  da  ogni  pregiudizio,  ti  persuaderai  che  accettando  la  tua 
mano  non  intenderò  di  fare  un  onore  a  te...  no,  tu  sarai  l'onor 
mio...  Monda  da  pregiudizi,  tu  sarai  la  più  pura  ed  affettuosa 
ricompensa  che  io  abbia  mai  desiderata  nella  mia  vita  fortunosa  ; 
e  non  mi  avrai  dato  il  rammarico  d"un  atto  di  debolezza...  Io  sarò 
tuo...  A  presto... 

CALA  LA  TELA. 

Se.vi  Bexelli. 


!^Il  terso  e  il  quarto  atto  al  prossimo  fascicolo^ 


L'EVASO  DA  SAKHALIN 


X  ()  V  E  1, 1.  A 


II. 


Dopo  aver  rasentato  un  j)roinoiitorio  dal  ripido  [x-ndio.  il  iiattello 
entrò  nella  baia. 

I  prijiionieri  aggruppati  presso  i  boccaporti  guardavano,  con  ima 
curiosità  inquieta,  i  limiti  montagnosi  dell'isola  che  si  mostravano 
sempre  più. 

Tia  notte  era  già  oscura,  (juando  il  battello  entrò  nel  i)orto.  I  con- 
torni dei  dirupi  si  staccavano  nettamente,  come  masse  oscure  e  mi- 
nacciose. Infine  il  naviglio  si  fermò:  i  soldati  si  allinearono  e  i  pri- 
gionieri cominciarono  a  uscite  dalla  cala  e  a  sfilare  in  ordine  sul  ponte. 
Sulla  riva,  qua  e  là  nell'oscurità,  brillavano  dei  fuochi:  le  onde,  fran- 
gendosi, saltavano  sull'arena  della  spiaggia  ;  delle  nuvole  nei'e  rima- 
nevano sos])ese  nel  cielo:  e  un'angoscia  pure  cupa,  tenebrosa  quanto 
quelle  nuvole,  si  era  impadronita  di  tutti  i  cuori. 

—  Questo  porto  -  disse  dolcemente  Buran  -  si  chiama  Duai.  È  t|ui 
elle  soggiorneremo,  provvisoriamente,  nelle  caserme. 

Si  fece  l'appello  in  pi'esenza  dei  capi  e  delle  autorità  locali,  poscia 
i  prigionieri  furono  condotti  sulla  riva,  dove  per  la  prima  volta,  do])  > 
molti  mesi,  sentirono  la  terra  ferma  sotto  i  piedi.  Il  battello,  in  cui 
avevano  vissuto  così  a  lungo,  si  dondolava  dolcemente,  col  suo  grosso 
respiro  che  inviava  nella  notte  turbini  di  bianco  fumo. 

Dei  lumi,  qua  e  là,  cominciarono  ad  apparire. 

—  Questo  è  il  convoglio,  eh"? 

—  Si,  questo  è  il  convoglio. 

—  Avanzate  ;  di  qui,  caserma  n"  7. 

I  prigionieri  si  avanzarono  verso  la  luce,  senz'ordine,  sbandati,  e 
tutti  si  stupivano  che  nessun  colpo  di  calcio  di  fucile  fosse  stato  dato 
e  ricevuto. 

—  Camerati,  -  fecero  con  stupore  alcuni  fra  loro -nessuna  guardia 
ci  accompagna. 

—  Tacete,  -  rispose  Buran,  borbottando.  -  Che  volete  che  facciala 
guardia  qui?  Non  vi  è  pericolo  che  si  possa  fuggile...  L'isola  è  grande 
e  selvaggia.  Dovunque  si  andrà  si  creperà  di  fame.  E  il  mare  da  tutti 
i  lati...  Non  lo  sentite,  eh"' 

Infatti,  il  vento  fischiava  in  quella  notte  umida:  la  luce  delle 
lanterne  vacillava   inegualmente  sotto  le  raff-che,  mentre  dalla  riva 


l'evaso  uà  sakhalin  605 

giungeva  il  sordo  rumore  del  mare,  simile  al  ruggito  di  una  fiera  che 
si  .«veglia. 

—  Senti  tu,  come  rugge?- disse  Buran  a  Vassily.-lo  te  lo  aveva 
ben  detto:  tutto  all'intorno  il  mare  e  in  mezzo  l'inferno.  E  bisognerà 
traversarlo,  questo  mare,  non  potremo  fare  altrimenti  :  ma  prima  di 
arrivarvi  qual  cammino  sull'isola  stessa  !  E  le  roccie  e  la  taiga  e  i 
cordoni  di  vigilanza?...  Ma  io  ho  il  cuore  grosso  di  presentimenti:  non 
mi  dice  niente  di  buono,  il  mare,  niente  di  favorevole.  È  che  sarà  poco 
facile  che  io  esca  da  quest'isola...  non  potrò...  sono  troppo  vecchio.  Due 
volte  già  sono  ev'aso:  la  prima  volta  fu  a  Blagoviestchensk  che  mi 
si  riprese,  la  seconda  in  Russia...  Ed  eccomi  qui  di  nuovo!...  Era 
.scritto,  senza  dubbio.  Bisogna  credere  che  il  mio  destino  sia  di  morire 
su  quest'i.sola. 

—  Tu  non  vi  morrai  forse,  -  disse  Vassily  per  incoraggiarlo. 

—  Tu,  no,  perchè  tu  sei  giovane...  mentre  io...  io  sono  vecchio  e 
molto  consumato  !  Senti  tu  questo  mai'e  v  Con  qual  voce  lamentevole, 
con  qual'aria  indignata  muggisce  sempre! 

Tutti  i  forzati,  che  avevano  occupato  fin  allora  la  caserma  n°  7,  ne 
uscii'ono  per  cedere  il  posto  ai  nuovi  venuti.  Un  servizio  speciale  fu 
adibito,  per  i  primi  giorni,  alla  guardia  degli  uomini  che  liberati  dai 
ceppi  della  prigione,  e  sentendo  lo  spazio  libero  intorno  a  loro,  non 
avrebbero  mancato  di  disperdersi  nell'isola,  come  montoni  fuori  del- 
l'ovile. 11  pericolo  non  è  per  quelli  che  hanno  soggiornato  lungo  tempo 
nell'isola:  non  li  si  chiude  piìi.  E  questo  è  perchè  gli  esiliati,  dopo 
maturo  esame,  comprendono  che  fuggire  è  lo  stesso  che  andare  in- 
conti'o  a  una  morte  certa. 

Così,  non  vi  sono  che  poche  evasioni,  sempre  tentate  da  nature 
eccezionali,  e  ancora,  non  si  arrischia  che  dopo  minuziosi  e  lunghi 
preparativi.  Ma  quali  che  siano  gli  ostacoli,  alcuni  uomini  fuggirono 
sempre,  sia  dalla  loro  prigione,  sia  dai  lavori  forzati;  il  bisogno  della 
libertà  è  così  forte  che  non  sanno  resistere. 

—  Ebbene.  Buran,  consigliaci  ora -diceva  Vassily  con  una  certa 
impazienza  tre  giorni  dopo  l'arrivo  nell'isola.  -  Tu  sei  il  nostro  anziano; 
dunque  tu  devi  andare  innanzi  e  dare  degli  ordini.  Bisogna  fare  altre 
provvisioni,  non  è  vero? 

—  Che  vuoi  che  ti  consigli"?  -  rispose  il  vecchio  con  indolenza.  - 
La  cosa  è  diffìcile  ed  io  non  sono  più  giovane...  Vedi,  è  necessario 
attendere  qualche  giorno:  si  toglierà  la  guardia,  poi  ci  si  condurrà  a 
gruppi,  in  luoghi  differenti,  ai  lavori:  allora  sarà  generalmente  permesso 
di  uscire  dalla  caserma,  ma  mai  con  un  sacco  sulle  spalle...  Ecco  quel 
<lie  dà  a  pensare. 

-  Ebbene,  rifletti,  cerca,  mio  vecchio  Buran;  tu  devi  sapere  meglio 
di  noi. 

Buran  camminava  in  lungo  e  in  largo,  curvo,  pensieroso  e  sco- 
raggiato, non  ])arlava  ad  alcuno,  ma  borbottava  fra  ì  denti  parole 
incomprensibili. 

11  fatto  di  trovarsi  in  quell'isola  per  la  terza  volta  sembrava  pe- 
sare moltissimo  sulla  testa  del  vecchio  galeotto;  le  sue  forze  lo  abban- 
<lonavano. 

Nel  frattempo,  Vassil>'  riuscì  a  trovare  ancora  dieci  volontaiùi,  tutti 
forti,  audaci,  risoluti.  Nello  stesso  tempo,  non  cessava  di  stimolare 
Buran  e  di  risvegliare  la  sua  attività  con  la  speranza  di  una  libertà 
vicina.  Questo  riusciva  qualche  volta;  ma  in  quei  momenti  di  sovrec- 


(Mi  l'evaso  da  sakhalin 

citazione,  così  diffìcili  a  provocare,  il  vecchio  finiva  sempre  per  ripar- 
lare delle  difficoltà  della  strada  e  dei  neri  presentimenti  da  cui  non 
riusciva  a  liberarsi. 

—  Io  non  potrò  mai  fuggire  dall'  isola  ! 

Questa  era  Finvariabile  frase  nella  quale  si  rinchiudeva  (pie!  disgra- 
ziato Brodiaga. 

Tuttavia  aveva  momenti  più  allegri  e  questo  era  quando  evocava 
i  suoi  ricordi  d'un  tempo,  i  suoi  tentativi  di  evasione...  Allora  si 
rianin)ava,  e  coiicato  sul  suo  letto  di  tavole.  \  icino  a  Vassily,  raccon- 
tava ciò  che  sapeva  dell'  isola  e  dei  cammini  che  dovevano  essi  per- 
correre. 

Il  porto  Duai  è  situato  sul  lato  ovest  dell'  i.sola  che  guarda  la 
riviera  asiatica.  Lo  stretto  Tartaro  misura,  in  quel  luogo,  3(X»  verste 
circa  di  larghezza:  traversarlo  in  ini  piccolo  canotto  è.  per  conseguenza, 
impossibile:  cosa  che  spiega  perchè  i  fuggiaschi,  di  buona  o  di  cattiva 
voglia,  si  dirigano  verso  altre  parti  dell'isola. 

—  Tu  sei  libero  di  andare  dove  meglio  ti  piacerà  -  diceva  Buran 
a  Vassily:  -  se  tu  hai  desider  o  di  morire.  1"  isola  è  vasta:  non  si  incon- 
trano che  roccie  ripidissime  o  la  taiga.  Gli  indigeni  stessi,  i  Guilaki. 
.non  possono  abitare  che  dati  luoghi.  Se  prendiamo  la  via  dell'est, 
coniamo  il  risciiio  di  smarrirci  fra  le  l'occie  e  di  perire  sotto  il  becco 
e  gli  artigli  di  (pialche  grande  uccello  affamato....  o  essere  forzati  a 
ritornare  qui  per  l'inverno.  Se  ci  dirigiamo  verso  il  mezzogiorno,  una 
volta  arrivati  all'estremo  dell'isola  avremo  a  noi  dinanzi  l'Oceano  infi- 
nito, a  meno  che  non  lo  si  possa  attraversare  in  battello...  No,  non 
abbiamo  che  una  via:  quella  del  nord,  seguendo  sempre  la  riva: 
allora  sarà  il  mare  stesso  che  si  incaricherà  di  guidarci.  Dunque  noi 
faremo  così  3()((  verste  cii'ca  e  arriveremt)  a  un  piccolo  stretto.  Ah  !  là. 
per  esempio,  potremo  passare  in  canotto  sull'altra  riva,  nella  provincia 
di  Amur. 

Poscia,  riprendendo  il  suo  abituale  e  triste  ritornello,  il  vcchio 
Buran  continuò: 

—  Solamente,  giovanotto,  quel  che  bisogna  che  tu  sappia,  è 
che  non  è  cosa  facile  neppure  la  via  del  nord,  perchè  dobbiamo  attra- 
versare i  cordoni  di  vi»-ilanza  scaglionati  di  distanza  in  distanza.  Il 
primo  porto  si  chiama  Warky.  il  penultimo  Panghy  e  l'ultimo  Po- 
ghiba  (1).  E  sai  tu  perchè  questo  nome  Pogiiiba.'  Perchè  là  si  nasconde 
il  più  grande  pei-icolo  per  noialtii  evasi.  Va  là.  sono  bene  astuti  quelli 
che  dispongono  i  co7-doni  :  dovunque  si  trova  uno  svolto,  un'uscita 
qualunque,  vi  è  un  posto  di  guardia.  Voi  camminate  ritto  innanzi  a 
voi,  senza  pensare  a  nulla  :  ebbene,  ecco  che  a  un  tiatto  inciampate 
proprio  in  un  cordone.  Che  il  buon  Dio  vi  protegga  ! 

—  Sì,  ma  tutto  questo  tu  lo  conosci,  poiché  hai  Liià  latta  la  \  ia 
due  volte. 

—  Sì,  l'ho  fatta,  l'ho  faita.  ragazzo  mio!  -egli  occhi  spenti  del 
vecchio  si  misero  a  brillare  di  nuovo.  -  Ebbene,  ascollatemi  dunque 
e  fate  quel  che  vi  dirò.  Fra  breve  si  farà  l'appello  di  i-oloro  che  vo- 
gliono andare  alle  costruzioni  del  molino:  siate  fra  quelli  che  si  pro- 
porranno: vi  si  faranno  delle  provviste:  ebbene,  mettete  le  vostre 
gallette  e  i  vostri  biscotti  sul  carretto.  Al  molino  troverete  Pietro,  un 
forzato  come  noi:  è  da  lui.  vale  a  dire  dal  molino,  che  dovete  fuggire. 

(  1 1  Poghiha.  da  Pogìiibtili   jjeiire. 


l/ EVASO    DA    SAKHALIN  6()7 

Qui,  lo  sapete,  non  si  accorgeranno  della  vostra  assenza  che  dopo  tre 
giorni:  in  questo  lasso  di  tempo,  avete  il  dritto  di  non  presentarvi 
all'appello.  Questa  volta,  è  il  medico  che  ci  viene  in  aiuto;  egli  sa 
che  l'ospedale  non  vai  nulla  e  che  un  povero  diavolo  rotto  dalla  fatica, 
esaurito  per  la  febbre,  guarisce  meglio  all'aria  libera,  in  qualche  buco 
della  foresta.  Ma  se  non  si  rientra  il  (juarto  giorno  allora  si  è  con- 
siderato come  fuggiasco.  E  dopo  ciò.  che  tu  sia  ricondotto  dai  soldati 
o  che  vi  torni  da  te,  è  la  stessa  cosa:  tu  non  hai  che  a  coricarti  sul 
cavalletto,  e  senza  fare  troppe  smorfie. 

—  Perchè  parlare  del  cavalletto?  -  rispose  Vassily. -Se  a  Dio  pia- 
cerà, una  volta  partiti,  non  ritorneremo  più. 

—  Ebbene,  se  non  ritorniamo  più,  -  borbottò  Buran  con  aria  scura 
e  gli  occhi  spenti  di  nuovo  -  allora  vuol  dire  che  saremo  divenuti  preda 
dei  corvi  che  beccheranno  la  nostra  carne  in  una  vallata  qualunque, 
vicino  a  un  cordone.  Credi  tu  che  nei  posti  di  vigilanza  si  occupino  di 
noi?  Inviarci  a  un  centinaio  di  verste  sarebbe  troppo  lungo  :  essi  ci 
scorgono,  ci  uccidono:  un  colpo  di  fucile,  ed  è  finito! 

—  Vuoi  finire  di  gracchiare,  vecchio  corvo  !  Domani  ci  mettiamo 
in  viaggio:  preparati.  Di'  a  Bobroff  quel  che  dobbiamo  portare,  la  Co- 
munità fornirà  tutto. 

Il  vecchio  non  rispose  che  con  un  grugnito  e  si  allontanò,  la  testa 
bassa,  mentre  Vassily  andava  a  prevenire  gli  altri  camerati  che  si 
tenessero  pronti.  Quanto  alla  sua  funzione  di  aiutante  starosta,  egli 
se  ne  era  liberato  già  da  qualche  tempo,  e  un  altro  era  stato  nomi- 
nato al  suo  posto.  I  fuggiaschi  fecero  i  loro  pacchetti,  presero  delle 
calzature  e  degli  abiti  nuovi  in  cambio  dei  loro  usati  e  l'indomani 
((uando  si  richiesero  degli  operai  di  buona  volontà  per  andare  al  mo- 
lino essi  si  offrirono  tutti.  Quel  giorno  stesso  entrarono  nella  foresta. 
Buran  solo  non  era  là. 

Quella  piccola  compagnia  formava  un  insieme  molto  riuscito.  Vi- 
cino a  Vassily  camminava  il  suo  amico  che  si  chiamava  Wolodka  Ma- 
karoff,  testa  ardente,  bravo  e  forte,  flue  volte  evaso  da  Kara:  jioi,  due 
Circassi,  gente  decisa  e  di  una  fedeltà  a  tutta  prova:  infine,  un  Tai- 
taro.  ladro  e  intrigante,  ma  di  uno  spirito  inventivo  e  straordinaria- 
mente abile.  11  rimanente  si  componeva  di  Brodiaghi  esperimentati  che 
non  facevano  allora  la  prima  escursione  in  Siberia. 

Gli  evasi  avevano  già  passato  ^4oie  nei  cespugli,  il  secondo  giorno 
cominciava  a  declinare  e  Buian  non  era  ancora  venuto.  Si  mandò  il 
Tartaro  alla  caserma.  Egli  vi  scivolò  destiamente  e  prese  a  parte  Bo- 
broff. il  forzato,  die  era  amico  di  Vassily  ed  esercitava  su  i  prigio- 
nieri una  grande  influenza.  11  risultato  della  conversazione  fu  che.  l'in- 
domani, di  buon'ora.  Bobroff  venne  a  trovare  i  fuggiaschi. 

—  Ebbene,  che  c"è.  camerati?  In  che  potrò  io  esservi  utile? 

—  Fa  il  possibile,  a  ogni  costo,  di  mandarci  Buran:  senza  di  lui 
non  possiamo  metterci  in  viaggio.  Che  gli  si  dia  tutto  quel  che  chie- 
derà in  fatto  di  provvisioni.  Noi  non  aspettiamo  che  lui. 

Bobroff  tornò  alla  caserma,  e  trovò  Buran  che  non  aveva  l'aria 
disposta  pel  viaggio.  Egli  andava  e  veniva  nella  camera,  secondo  la 
sua  abitudine,  discutendo  con  sé  stesso  e  agitando  violentemente  le 
l>raccia. 

—  Ebbene,  Buran.  a  che  pensi  tu  dunque?  -  disse  Bobroff  interpel- 
landolo. 

—  Forse  (;he  questo  ti  riguarda? 


608  l'evaso  da  sakhalin 

—  Come  avviene?  Perchè  non  te  ne  vaif 

—  Non  è  che  nella  tomba  che  posso  andarmene,  soltanto  là. 
Bobroff  si  te'  scuro  in  viso. 

—  Vediamo  un  po',  che  cosa  canti  làf  E  i  compagni  che  ti  aspet- 
tano nella  foresta  da  quattro  giorni  !  Noi  non  possiamo  permettere  die 
vengano  martoiiati  sul  cavalletto!  E  sei  un  vecchio  Brodiaga.  tu? 

Sentendo  questi  rimproveri,  il  vecchio  si  mise  a  piangere. 

—  lo  ho  fatto  il  mio  tempo...  Non  potrò  fuggire  da  quest'isola... 
sono  consumato... 

—  Consumato  o  no,  questo  riguarda  te.  Tu  non  arriverai,  morrai 
per  via,  sia:  nessuno  ti  farà  rimprovero.  Ma  dopo  avere  esposto  un- 
dici persone  alla  minaccia  dello  knut,  non  devi  abbandonarli,  mi  sem- 
bra. D'altronde  tu  sai  bene  che  io  non  ho  che  una  sola  parola  da  dire 
alla  Comunità...  allora  che  cosa  ti  aspetta,  eh"' 

—  Lo  so  bene,  -  rispose  Buran  con  aria  scura-  il  coverchio!...  e  io 
lo  merito.  Ebbene,  no,  un  vecchio  Brodiaga  non  deve  morire  di  una 
morte  simile.  Via,  bisogna  che  parta!  Soltanto  non  ho  nulla  preparafo. 

—  Tutto  sarà  pronto  fra  un  istante.  Che  ti  bisogna? 

—  Ecco  :  dapprima  una  dozzina  di  khalate  nuove. 

—  Ma  tutti  iianiio  le  loro. 

—  Fa  dunque  quel  ti  dico  -  riprese  Buran  con  collera  ;  -  lo  so  bene 
che  ognuno  di  essi  ha  una  khalala,  ma  è  neces.sario  che  ne  abbia 
due.  Non  bisogna  forse,  per  pagare  il  canotto,  che  ciascuno  di  noi 
dia  una  khalata  ai  Guilaki?  Mi  bisognano  pure  dodici  buoni  coltelli 
di  tre  quarti  di  arcina  di  lungliezza  (1):  poi,  due  ascie  e  tre  caldaie. 

Bobroff  raccolse  la  Comunità  e  spiegò  l'atìare.  Tutti  quelli  che 
avevano  una  khalata  in  più  la  diedero,  perchè  ogni  prigioniero  prova 
una  simpatia  istintiva  |)er  quei  tentativi  audaci  il  cui  fine  è  la  libertà! 
Le  caldaie,  i  coltelli  furono  forniti  da  vecchi  esiliati,  metà  gratuita- 
mente, metà  con  danaro.  In  due  giorni  tutto  fu  pronto. 

L'indomani  mattina,  BobrotT  conduceva  Buran  ai  cespugli,  dove 
l'aspettavano  i  suoi  compagni.  Allora  i  fuggiaschi,  in  attitudine  di 
preghiera,  intonarono  il  Te  Deiim  della  circostanza  che  i  prigionieri 
conoscevano  così  bene  e  dopo  aver  preso  congedo  da  Bobroff  si  misero 
in  viaggio. 


—  Ed  è  stato  col  cuore  leggiero  ed  allegro  che  vi  siete  messi  in 
viaggio,  non  è  vero?  -  domandai  al  narratore,  la  cui  voce  era  diveniita 
più  ferma,  e  la  fìsonomia  più  animata. 

—  11  cuore  allegro...  Lo  credo  bene  ! 

Appena  avevamo  noi  lasciato  i  cespugli,  appena  eravamo  entrati 
nella  taiga,  la  nostra  cara  protettrice,  che  un  benessere  inesprimibile 
si  fece  sentire.  Mi  crederete?  Quel  mormorio  di  foresta  al  di  sopra 
delle  nostre  teste,  l'aiia  libera  intorno  a  noi.  tutto  questo  ci  fece  pro- 
vare una  sensazione  di  rinascimento,  una  freschezza  di  anima  tale, 
che  ci  sembrava  di  venire  al  mondo  per  la  seconda  volta.  I  nostri 
cuori  erano  gonfi  di  gioia.  Buran  camminava  solo  innanzi,  la  testa 
china,  borbottando  sempre  fra  i  denti  parole  incomprensibili.  Non  era 
stato  certo  di  buona  volontà  che  il  vecchio  si  era  messo    in  viaggio. 

(1)  Due  palmi. 


l'evaso  da   SAKHALIX  tj()9 

e  probabiluieiite  il  suo  istinto   1"  avvertiva   clie  non    sarebbe    andato 
lontano. 

Non  ci  bisognò  lungo  tempo  per  accorgerci  che  non  dovevamo 
molto  contare  sul  nostro  comandante.  Certamente  egli.era  un  Brodiaga 
esperimentato  clie,  due  volte  già,  era  evaso  da  Sakhalin  ed  egli  sem- 
brava conoscere  esattamente  la  strada.  Per  convincersene  non  vi  era 
bisogno  che  guardarlo  camminare  innanzi,  dondolandosi  senza  alcuna 
esitazione  come  un  cane  che  segue  un'orma  da  lungo  tempo  cono- 
sciuta. Malgrado  ciò  io  e  il  mio  amico  Wolodka  cominciavamo  ad  essere 
inquieti. 

—  Io  temo  molto  -  disse  Wolodka  -  che  questo  Buran  ci  sarà  causa 
di  sventura  !  Tu  vedi  bene  che  egli  non  sembra  molto  sicuro. 

—  Che  c"è  dunque  "?  -  chiesi  io. 

—  Ma  è  chiaro  che  il  buon  uomo  perde  la  bussola.  Continua- 
mente parla  da  solo  a  solo,  scuotendo  la  testa  ;  e  poi  non  gli  vedo 
dare  nessun  ordine.  Sarebbe  già  tempo  di  comandare  un  istante  di 
riposo  ;  ma  pare  che  non  vi  pensi  neppure.  In  fede  mia,  questo  non 
è  ne  chiaro  né  logico. 

Io  pure  vedevo  che  la  cosa  non  andava  peit'ettamente.  Noi  ci  af- 
frettammo per  avvicinarci  a  Buran,  e  lo  chiamammo. 

—  Eh  !  padre,  di'  dunque!  Che  cosa  hai  a  camminare  sempre  cosi"^ 
Non  credi  che  sarebbe  tempo  di  fare  jdto,  di  coricarci,  di  riposarci 
un  poco  "? 

Egli  si  voltò,  ci  guardò,  e  si  rimise  in  cammino. 

—  Aspettate  un  poco  -  disse  egli  infine.  -  Perchè  avete  tanta  fretta 
di  coricarvi  "?  Pazientate  un  poco  :  a  Wai'ky  o  a  Poghiba,  le  palle  vi 
coricheranno,  e  avrete  tutto  il  tempo  di  riposarvi... 

La  bella  prospettiva  che  ci  presentava  !  Tuttavia  non  volemmo 
contraddirlo,  perchè  era  un  Brodiaga  espertissimo  ;  di  più,  compren- 
demmo noi  stessi  che  quel  che  domandavamo  non  era  affatto  ragio- 
nevole, perchè  non  era  quello  che  il  primo  giorno  di  viaggio,  e  con- 
veniva di  allontanarci  il  più  che  fosse  possibile  :  non  dovevamo  dunque 
riposarci. 

Dopo  aver  fatto  ancora  alcune  verste,  il  mio  amico  Wolodka  mi 
spinse  di  nuovo  : 

—  Ebbene,  Vassily,  ti  assicuro  che  la  cosa  non  va  affatto. 

—  Che  ce  ancora? 

—  Ma,  vediamo,  ci  si  diceva  che  dovevamo  fare  venti  verste  tino 
a  Warky:  ebbene,  ne  abbiamo  fatte  già  diciolto.  sicuramente.  Io  temo 
di  cadere  su  un  cordone  di  vigilauza. 

—  Buran!  ohe!  padre  Buran!  -gridammo  noi. 

—  Che  cosa  volete'.' 

—  Sembra  che  Warky  sia  vicino. 

—  È  ancora  lontano  -  rispose  egli  e  continuò  a  camminare. 

Ci  sarebbe  accaduto  certo  disgrazia,  se  non  avessimo  scorto  un 
canotto  ormeggiato  presso  la  riva.  A  quella  vista,  ci  fermammo  di 
botto,  eccetto  Buran  che  continuava  a  camminare  innanzi.  Makaroff 
fu  obbligato  a  trattenerlo  per  forza.  Noi  facemmo  da  parte  nostra 
questo  ragionamento  :  dal  momento  che  vi  è  qui  un  canotto,  il  suo 
proprietario  non  può  essere  lontano.  Dunque,  alto  là.  camerati,  nei 
cespugli  ! 

E  rientrammo  nella  foresta. 

39  Voi.  evi.  Serie  IV  .  Ili  agosto  1903. 


(ilo  l'evaso    da    SAKHALl.N" 

Un  piccolo  tiiime  scorre  in  fondo  alla  vallata  profonda  :  noi  ne 
seguimmo  il  corso.  Da  ogni  parte  si  innalzavano  alte  montagne  co- 
perte di  alberi  secolari. 

Appena  Alene  la  ])rimavera,  delle  tiepide  nebbie,  elevandosi  dalla 
terra,  avvolgono  l'isola  di  Sakhalin.  Noi  eravamo  appunto  in  que- 
st'epoca deli'  anno  e  in  quel  giorno,  secondo  il  solito,  camminavamo 
a  traverso  uno  spazio  di  bruma.  Salivamo  penosamente  un  piccolo 
monte  allorché,  al  momento  di  toccarne  la  cima,  un  vento  violento  si 
mise  a  urlare  nella  valle,  e.  in  un  istante,  scacciò  la  nebbia  del  mare. 
.\lIora,  r  orizzonte  scoprendosi,  distinguemmo  chiaramente,  dietro 
una  collina,  tutto  il  cordone  di  \  igilanza  ;  i  soldati  die  andavano  e 
venivano  nel  cortile,  i  cani  clic,  coricati,  sonnecchiavano  tranquilla- 
mente. Noi  emettemmo  un  grido  di  stupore  e  di  spavento  :  poco  era 
dunque  mancato  clie  non  ci  fossimo  gettati  nella  gola  del  lupo  ! 

—  Come  avviene  ciò.  padre  Buran?  Non  è  forse  quello  un  cor- 
done di  vigilanza"? 

—  Sì.  -  rispose  egli  -  è  proprio  Warky. 

—  EbJiene.  Buran.  sebbene  tu  sia  nostro  anziano,  bisogna  che  ora 
l)adiamo  da  noi  ai  nostri  affari,  pei'cliè.  con  te.  corriamo  rischio  di 
attirarci  molte  miserie. 

E  il  veccliio  si  mise  a  piangere. 

—  Fanciulli  miei,  -  diceva  egli  -  perdonatemi,  per  lauiore  di  Cristo  ! 
Io  sono  troppo  vecchio.  Ecco  già  quaranta  anni  che  sono  in  viaggio, 
niente  da  stupirsi  se  sono  consumato.  Ho  (cominciato  a  perdere  la 
memoria.  l\o  oliliato  più  cose  di  quelle  che  me  ne  restino  nello  spi- 
rito. Non  bisogna  volermi  male.  Ora.  si  tratta  di  fuggire  di  qui  al  più 
presto,  perchè  (cosa  che  a  Dio  non  piaccia)  se  qualche  soldato  pen- 
sasse di  venire  qui.  o  se  i  cani  ci  fiutassero,  saremmo  jierduti  ! 

Ci  rimettemmo  in  cammino,  intrattenendoci  di  queste  cose,  e  ben 
risoluti  a  soivegliare  Buran. 

1  compagni  mi  elessero  loro  guida  e  loro  capo.  Ero  io  che,  d'ora 
innanzi,  avrei  comandato  gli  alto  e  avrei  dato  gli  ordini,  ma  Bu- 
ran rimase  incaricato  di  camminare  innanzi,  perchè  egli  non  sbagliava 
la  via.  Tutto  sembrava  morto  in  quell'uomo,  eccetto  le  gambe:  ah! 
come  erano  ben  fatte  per  la  marcia,  quelle  gambe  !  Egli  camminava 
sempre,  sempre,  dondolandosi,  senza  aver  l'aria  di  pensarvi,  come  se 
non  fosse  al  mondo  che  per  questo.  E  infatti  camminò  così,  fino  al- 
l'ultimo momento.  Quamlo  la  morte  lo  fermò. 

Pei'  rendere  più  sicura  la  nostra  corsa  avventurosa,  sceglievamo, 
di  preferenza,  il  cammino  delle  montagne:  questo  era  un  po'  più  penoso 
ma  pure  meno  pericoloso.  Là.  non  ascoltavamo  che  il  mormorio  della 
taiga  e  il  fruscio  dei  ruscelli  che  scorrevano,  scheizando,  nei  loro 
letti  sassosi.  Nuppur  l'  ombra  di  un  nomo.  1  Guilaki  non  si  stabili- 
scono che  vicino  al  mare  o  ai  fiumi,  perchè  vivono  sopratutto  di  pesci. 
E  quanti  ve  ne  sono  di  pesci!  È  cosa  incredibile  se  non  la  si  vede 
con  gli  occhi  :  talvolta  li  prendevamo  con  le  mani. 

Così,  camminavamo  scandagliando  l'aria. 

Qualche  volta,  allorché  la  sicurezza  di  cui  godevamo  ci  ispirava 
piena  confidenza,  discendevamo  verso  il  mare,  o  verso  un  piccolo 
fiume  :  ma  se.  là.  qualche  dubbio,  qualche  timore  ci  pi-endeva,  risa- 
livamo presto,  per  raggiungere  la  nostra  cara  taiga. 

Erano  sopratutto  i  cordoni  di  vigilanza  che  ci  bisognava  costeg- 
giare a  ogni  costo,  e  vi  impiegavamo  precauzioni  infinite  :  perchè  è 


l'evaso    da   SAKHALIN  611 

tanto  più  diftk'ile  evitare  quei  posti,  perchè  non  collocati  a  eguale  di- 
stanza gli  uni  dagli  altri  :  ora  !20  verste,  ora  50  li  separano.  Dunque 
impossi  hi  lità  assoluta  di  prevederli.  Malgrado  tutto,  e  quali  che  siano 
le  ragioni.  Dio  ci  ha  preservati  e  siamo  sfuggiti  a  tutti  i  cordoni  di 
vigilanza,  dal  primo  airultiino. 


Qui,  il  mio  interlocutore  aggrottò  le  sopracciglia  e  tacque.  Poi, 
dopo  alcuni  istanti  si  alzò. 

—  E  il  seguito"?  -  chiesi  io. 

—  Bisogna  che  mi  occupi  del  mio  cavallo...  Esso  deve  essere  ora 
secco  e  asciutto  e  credo  sia  tem]io  di  scioglierlo. 

Uscimmo  nel  cortile.  Il  freddo  diminuiva,  la  nehhia  si  era  dissi- 
pata. 11  Brodiaga  guardò  il  cielo. 

—  La  grande  Orsa  è  già  alta  nel  firmamento,  -  disse  egli  -  deve 
essere  più  di  mezzanotte. 

Ora  la  nehhia  non  impediva  più  di  vedere  distintamente  le  ahi- 
tazioni  del  villaggio.  Delle  fasce  di  fumo  bianco  turbinavano  nell'aria, 
pigre  e  indolenti,  o  rose  di  scintille,  scappando  da  qualche  fuiiuiiuolo, 
sembravano  abbandonarsi  a  una  danza  pazza  in  quel  fieddo  intenso. 
I  Yakuti  hanno  l'abitudine  di  tenere  acceso  il  fuoco  tutta  la  notte; 
il  calore  passa  presto,  a  traverso  il  fumaiuolo  aperto  e  corto.  È  per 
(juesto  che  la  prima  persona  che  il  freddo  sveglia  si  affietta  di  ag- 
giungere al  focolare  qualche  ceppo  nuovo. 

11  Brodiaga  rimase  qualche  minuto  senza  dir  nulla,  guardando  il 
villaggio,  poi  con  un  sospiro: 

—  Ecco  (|ualche  cosa  che  mi  ricorda  il  mio  villaggio!  1  Yakuti 
vivono  tutti  nelle  loro  naslegbe,  come  fiere  nella  foresta,  isolatamente, 
ciascuno  da  sé.  Se  almeno  potessi  trasportare  i  miei  |)enaii  qui!  Forse 
allora  riuscirei  a  raggiungere  i  miei  due  scopi. 

—  E  nella  vostra  naslega  le  cose  non  vanno  dunque  come  voi 
desiderate'/  Poco  fa  non  mi  dicevate  che  non  eravate  scontento  della 
vostra  situazione.' 

U  Brodiaga  mi  lasciò  qualche  istante  senza  risposta,  poi  : 

—  Io  non  ne  posso  più,  ecco  quel  che  è!  Mi  disgusta  questo 
jmese.  non  |)osso  più  soffrirlo! 

E  si  avvicinò  al  suo  cavallo,  h»  palpò  sotto  la  criniera,  gli  carezzò 
dolcemente  il  collo.  L'intelligente  bestia  volse  la  testa  verso  di  lui  e  .si 
mise  a  nitiire. 

—  Sta  bene,  sta  bene!  -disse  \'assily  con  voce  carezzante.  -  Ora  ti 
scioglierò.  Badiamo  a  noi!  tieni  fermo  domani!...  Bisogna  dirvi  che 
io  io  faccio  correre  con  i  Tartari.  È  un  buon  cavallo,  l'ho  ben  domato: 
ora  può  dare  dei  punti  a  qualunque  puro  sangue.  Corre  come  il  vento. 

Ed  egli  tolse  la  pastoia  al  cavallo  che  trottò  allegramente  verso  il 
fieno.  Noi  rientrammo  nell'isbà.  Il  viso  di  Vassily  era  sempre  o.scuro; 
semhrava  aver  dimenticato,  o  non  volesse  più  continuare  il  suo  rac- 
conto, (ili  ricordai  che  aspettavo  il  seguito. 

—  .V  che  prò  laccontare .'  -  disse  egli  con  aria  scura.  -  Perchè'?... 
Ah,  non  è  finito,  vedete!  Dopo  tutto,  tanto  peggio!  poiché  ho  comin- 
ciato, bisogna  bene  che  vada  fino  in  fondo... 

Camminavamo  gicì  da  dodici  giorni  e  non  eravamo  ancora  usciti 
dall'isola  di  Sakhalin,  benché  regolarmente  non  avessimo  dovuto  im- 
piegare che  otto  giorni  per  arrivare   alla    provincia   di  Amur.  Questo 


612  l'evaso    da   SAKHALr.X 

ritardo  proveniva  dal  fatto  che  avevamo  paura  e  cbe  non  accordavamo 
che  poca  fiducia  al  nostro  conduttore.  Invece  di  entrare  nel  piano  o 
di  costeggiare  il  fiume,  correvamo  senza  posa  per  monti  e  per  valli, 
scalando  rocce,  scivolando  nei  burroni  e  il  più  spessi)  nascondendoci 
nella  taiga.  Oh.  non  si  va  molto  lontano  così!  Tuttavia  le  nostre 
provvisioni  cominciavano  a  finire,  perchè  non  ne  avevamo  preparato 
che  per  dodici  giorni.  Diveniva  necessario  far  le  razioni:  non  si  di- 
stribuì più  che  una  leggiera  porzione  di  biscotto,  lasciando  a  ciascuno 
la  cura  di  completare  il  magro  pasto  come  potesse-  d'altronde  le  bacche 
non  mancavano  nella  taiga. 

Arrivammo  così  sulla  spiaggia  di  un  piccolo  golfo  [)aludo.so,  la 
cui  acqua  è  ordinariamente  salata,  a  meno  che  una  piena  del  fiume 
Amur  non  la  renda  dolce.  Ora,  si  trattava  di  procuiarsi  un  canotto  per 
passare  nella  provincia  di  Amur. 

Ma  come  trovarne^  Ed  eccoci  tutti  a  logorarci  il  cervello  e  inu- 
tilmente. Noi  incalzavamo  Buran  di  domande  :  -  Consigliaci  !  -  Ma  il 
nostro  vecchio  Buran.  all'estremo  di  forze,  gli  occhi  appannai  ,  com- 
pletamente esaurito,  non  era  in  istato  di  darci  un  consiglio  effu-ace. 
Alla  fine  ci  disse:  -  È  presso  i  Giiilaki  che  bisogna  cercare  i  canotti.  - 
Ma  dove  erano  questi  Guilaki?  Come  regolarsi  per  ottenere  i  canotti  f 
Questo,  Buran  non  lo  spiegava. 

Infine  Wolodka  ed  io  dicemmo  ai  compagni:  -  .^spettate  qui, 
mentre  noi  andremo  ad  esplorare  la  l'iviera  ;  può  accadere  che  incon- 
treremo dei  Guilaki,  e  allora,  sicuramente,  ci  procureremo  uno  o  due 
canotti.  Quanto  a  voi.  compagni,  siate  prudenti,  perchè  è  probabile 
che  un  cordone  di  vigilanza  sia  qui  vicino. 

Tutti  e  tre,  Buran,  Wolodka  ed  io,  conlinciammo  a  camminare 
lungo  la  riva,  osservando  ogni  cosa  con  circospezione.  Avevamo  già 
fatto  un  discreto  cammino,  allorché  dall'alto  di  una  [ticcola  roccia 
scorgemmo  in  basso,  sulla  riva  di  un  ruscello,  un  Guilako  occupato 
a  riaccomodare  i  suoi  attrezzi  da  nave.  Era  il  buon  Dio  che  ci  inviava 
queU'Orkun  1 

—  Che  cosa  è  un  Orkunf  È  forse  un  nome".'  Che?  -  cliiesi  a 
Wassily. 

Non  so.  Un  nome,  forse;  tuttavia,  questa  parola  significa  piut- 
tosto, nel  loro  linguaggio,  amiano  di  comune,  io  credo,  perchè, 
subito  che  ci  avvicinammo  a  lui  e  che  lo  circondammo  per  impedirgli 
di  fuggire,  si  die  a  battersi  sul  petto,  ripetendo  :  «  Orkun.  Orkun  ». 
Ma  che  voleva  dire  questa  parola  non  lo  sapevamo.  Tuttavia  entrammo 
in  conversazione.  Wolodka  piese  un  bastone  e  si  mise  a  disegnare 
sulla  terra  un  canotto  che  significava  :  «  Ecco  la  cosa  che  desideriamo 
da  te  ».  11  Guilako  comprende  subito,  ed  eccolo  che  scuote  la  testa  in 
segno  di  consenso,  e  che  ci  mostra  le  sue  dita:  ora  due,  ora  cinque 
e  anche  tutte  e  dieci.  Perdemmo  abbastanza  tempo  senza  com|)rendere 
che  cosa  volesse  dire  :  infine  Makaroff  indovinò  : 

—  Ma,  amici  miei,  egli  vuole  semplicissimamente  sapere  per 
quante  persone  deve  preparare  il  canotto. 

—  Ah,  questo  è?  -  e  noi  mostrammo  al  Guilako  che  eravamo 
dodici.  Egli  scosse  la  testa  con  un'aria  d'intelligenza  e  chiese  di  ve- 
dere gli  altri  compagni.  Noi  esitavamo  dapprima  :  ma  infine,  che  fare? 
non  potevamo  attraversare  il  mare  a  piedi  asciutti  !  Lo  menammo 
dunque  verso  i  nostri,  che  non  approvarono  quel  che  avevamo  fatto. 


l'evaso  da  sakhalin  613 

—  Perchè  far  venire  qui  questo  Guilako'?  È  stato  forse  per  farci 
.edere  da  lui  come  una  mostra  di  oggetti  curiosi"? 

—  Tacete,  -  rispondemmo  -  ora  tratteremo  con  Jui  l'affare  che 
|iiù  ci  preme. 

Quanto  al  Guilako,  egli  passeggiava  impassibile,  tranquillo,  in 
mezzo  a  noi.  non  temendo  niente,  completamente  assorbito  dall'esame 
'Ielle  nostre  khalate.  Gli  demmo  quelle  che  avevamo  di  riserva;  egli  le 
li'gò  con  una  correggia,  se  le  gittò  sulla  spalla  e  discese  prestamente 
un  sentiero  che  conduceva  al  basso  della  montagna;  è  inutile  dire  che 
III  seguimmo;  allora  scoprimmo  una  specie  di  vallata,  dove  erano  sparse 
'Ielle  piccole  yurte  guilake,  qualche  cosa  come  un  casale. 

—  El)l)ene,  che  avverrà  di  noi"?  -  dissero  i  compagni  inquieti, 
«liiando  tornammo  verso  di  loro.  -  Eccolo  nel  villaggio,  dove  raccoglierà 
intorno  a  sé  tutti  gli  abitanti. 

—  E  quand'anche  lo  facesse,  die  cosa  dobbiamo  temere"?  -  rispon- 
demmo noi.  -  Vi  sono  là  quattro  yurte,  per  conseguenza  pochi  abitanti, 
e  noi,  noi  siamo  dodici,  armati  di  buoni  coltelli  di  tre  quarti  di  arcina  di 
lunghezza.  E  come  un  Guilako  potrebbe  misurarsi  con  un  Russo"?  Noi 
siamo  nudriti  di  pane  che  dà  la  forza,  essi  non  lo  sono  che  di  pesci!... 
Il  pesce  dà  1  muscoli"?  Quale  paragone!...  Esso  non  è  possibile!... 

A  diie  il  vero,  io  i)ure  non  ero  privo  di  inquietudine,  e  sentivo  il 
cuore  stringersi,  come  all'avvicinarsi  di  qualche  disgrazia.  Noi  eravamo 
riusciti  a  traversare  l'isola  senza  accidenti,  scorgevamo  quella  pro- 
vincia di  Araur,  oggetto  dei  nostri  più  cari  desiderii:  ma  vi  saremmo 
noi  arrivati"?  All'orizzonte,  dall'altra  parte  dello  stretto,  si  disegnavano 
le  sue  montagne,  graziosamente  staccate  sotto  un  cielo  azzurro  : 
avremmo  voluto  avere  le  ali  per  volare  verso  quella  terra  promessa! 
.\vremmo  noi  abbordato"?  Dio  solo  lo  sapeva!  Tuttavia  eravamo  così 
vicini!  Sì,  ma,  vedete,  il  gomito  ha  un  bel  trovarsi  vicino  alla  bocca; 
non  lo  si  può  moi'dere  lo  stesso!... 

Qualche  tempo  dopo  la  partenza  del  nostro  Guilako.  vedemmo, 
con  stupore,  tutti  gli  abitanti  del  villaggio  che  si  avanzavano  verso 
di  noi,  in  massa,  la  lancia  in  mano.  Orkun  alla  testa. 

—  Vedete,  ora  -  dicevano  i  nostri  compagni  -  essi  vengono  per 
combatterci. 

—  Ebbene,  dunque,  avvenga  quel  che  può!  Alle  armi,  compagni, 
e  che  non  uno  di  noi  si  arrenda  vivo;  se  ci  uccidono,  non  v'è  nulla 
da  fare:  tòrse  era  scritto!  Ma  se  uno  di  noi  respirerà  ancora  bisogna 
difendei'lo  valorosamente  fino  alla  morte.  Salvarsi  o  perire,  ma  tutti 
insieme.  Tenete  fermo,  miei  bravi! 

Ma  avevamo  ben  torto  di  darci  tanta  pena!  1  Guilaki  venivano  a 
noi  con  le  intenzioni  le  più  pacifiche,  e  come  Orkun  ebbe  compresa 
la  nostra  diffidenza  si  affrettò  a  disarmare  i  suoi,  togliendo  loro  le 
lance,  che  consegnò  tutte  ad  un  solo.  Cosi,  inermi,  si  presentarono  a 
noi... 

Allora,  giudicando  che  le  intenzioni  dei  Guilaki  erano  affatto 
oneste,  li  seguimmo  verso  il  luogo  dove  erano  conservati  i  loro  canotti. 
Essi  ce  ne  diedero  due:  nel  più  grande  Orkun  fece  salire  otto  dei 
nostri:  gli  ultimi  quattro  presero  posto  in  un'imbarcazione  più  piccola. 
Noi  li  possedevamo  infine,  quei  benedetti  canotti  !  Per  disgrazia,  un 
vento  violento,  venuto  da  Amui',  si  mise  a  sollevale  cavalloni  enormi, 
e  la  traversata  ci  divenne  impossibile  in  sì  piccoli  canotti.  Fummo 
obbligati  a  rimanere  ancora  due  giorni  sulla  riva.   Nel  frattempo,  le 


(514  l'evaso  da  sakhalin 

nostre  provvigioni  ei-ano  conipletamente  finite  e  bisognava  contentarci 
di  baeclie  che  trovavamo  qua  e  là,  e  questo  ci  gonfiava  senza  nudrirci. 
Per  fortuna,  Orkun  ci  procurò  quattro  Jukole  (pesci  di  quei  pai-aggi) 
che  ci  sostennero  un  poco.  Noi  fummo  riconoscenti  al  nostro  Guilako 
della  sua  gentilezza:  era  un  brav'uomo,  molto  scrupoloso  sul  punto 
dell'onore  e  quindi  pieno  di  umanità.  Che  Dio  lo  ricompensi!  Io  non 
dimenticherò  mai  quel  Guilako! 

Un  giorno  inteio  passò  cosi,  durante  il  quale  continuammo  a 
perdere  tempo  sulla  riva.  Era  un  morire  d'impazienza.  Il  giorno  e  la 
notte  seguente  il  vento  non  cessò  affatto.  Un'angoscia  insopportabile 
s'impadroniva  di  noi.  E  sempre,  come  per  farci  dis[)elto,  quella  pro- 
vincia di  Amur,  più  distinta,  ora  che  il  vento  aveva  scacciato  la  nebbia 
dal  mare.  Quanto  a  Buran.  seduto  su  una  piccola  roccia,  gli  occhi  fissi, 
guardava  dall'altro  lato,  iiiuiiobilizzato  in  tiuella  posizione  costante, 
come  pietrificalo.  Egli  non  parlava,  non  mangiava.  Se  uno  di  noi.  pieso 
da  pietà,  gli  portava  qualche  frutta,  la  mangiava  indifferente;  ma  da 
lui  stesso  non  avrebbe  fatt(j  uno  sforzo  per  procacciarsene.  Era  forse 
perchè  il  suo  cuore  era  ti()]ipo  gonfio  di  dolore"?  Era  forse  la  morte 
che  si  avvicinava  al  vecchio  Brodiaga '.'...  Forse.  Infine,  la  posizione 
divenne  insopportabile!  -  Avvenga  quel  che  può.  dissero  i  compagni, 
e  mett  amoci  in  viaggio  questa  notte  stessa.  Nella  giornata  non  dob- 
biamo passare,  i  soldati  ci  vedrebbero;  ma  la  notte  possiamo  eludere 
la  loro  sorveglianza,  e  quanto  a  Dio,  Egli  avrà  forse  pietà  di  noi! 

Tuttavia  il  vento  continuava  a  soffiare  con  rabbia;  sulla  cresta 
delle  onde  adirate  correva,  simile  a  piccoli  coingli  bianchi,  una  schiu- 
ma argentea.  Dei  «  vecchi  »  (specie  di  gabbiani)  volavano  al  di  sopra 
delle  onde,  lanciando  grida  indiavolate.  Il  maie  si  spezzava  con  furore 
contro  le  rive  sassose  che  esso  scalava,  e  la  riva  sembi'ava  esalare 
infiniti  gemiti. 

—  Andiamo,  compagni,  corichiamoci  -  dissi  io.  -  \'erso  mezzanotte 
la  luna  si  sarà  levata;  allora,  in  viaggio,  e  con  l'aiuto  di  Dio!  Siccome 
non  avremo  più  tempo  di  dormire,  cerchiamo  di  fare  un  |>iccolo  sonno 
riparatt)i'e. 

Si  seguì  il  mio  consiglio  e  scegliennuo,  per  questo  riposo,  un'an- 
frattuosità  della  roccia,  al  di  sopra  del  mare.  Dal  basso,  non  ci  si 
poteva  vedere,  nascosti  come  eravamo  dagli  arbusti.  Soltanto  Buran 
non  si  coricava;  egli  rimaneva  con  lo  sguardo  ostinatamente  volto 
verso  l'ovest. 

Il  sole  cominciava  appena  a  discendere  verso  l'occidente,  e[)però 
ci  rimaneva  molto  tempo  fino  alla  notte.  Mi  feci  il  segno  della  croce, 
ascoltai,  per  alcuni  istanti,  i  lamenti  della  terra  e  il  rumore  confuso 
della  taiga  che  si  jìiegava  sotto  gli  sforzi  del  vento,  poscia  mi  addor- 
mentai. Non  so  per  quanto  tempo  dormimmo  così,  tranquilli,  senza 
il  presentimento  di  alcuna  disgrazia.  A  un  tratto  sento  la  voce  di 
Buran  che  mi  chiama.  Mi  sveglio,  guardo;  il  sole  è  per  tramontare,  il 
mare  è  ritornato  calmo,  già  sulle  sue  rive  cadeva  la  notte.  Buran.  vicino 
a  me,  mi  guai'da  con  occhi  smarriti  : 

—  Levati.  -  dice  egli  acccennando  ai  ces|)ugli  -  eccoli  che  arri- 
vano, essi  vengono  a  prendere  le  nosti-e  armi. 

Mi  alzo  in  gran  fretta;  vedo  i  soldati  che  escono  dai  l»oschi  cedui; 
uno  di  essi,  il  più  vicino,  mi  getta  a  terra,  mentre  che  tre  altri,  scen- 
dendo dalla  montagna,  si  apprestano  a  far  fuoco  su  noi.  In  un  istante, 
ritorno  in  me.  mi  alzo,  con  voce  tonante  mando  il  grido    d'allarme  ; 


l'evaso  da  sakhalin  615 

in  un  baleno,  tutti  i  nostri  sono  in  piedi  come  un  sol  uomo,  e  il  primo 
soldato  non  aveva  avuto  il  tem])o  di  ricaricare  il  suo  fucile,  che  già 
noi  ci  scagliavamo  su  loro.  Qui,  una  sorda  e  pungente  emozione  sof- 
focò la  voce  del  narratore;  egli  lasciò  tristamente  cadere  la  testa  sul 
suo  petto.  Una  semi-oscurità  regnava  ora  nella  yurta  perché  il  Bro- 
diaga  non  pensava  più  a  gettare  dei  ceppi  nel  focolare. 

—  Io  ho  torto  di  raccontare  tutto  questo  -  disse  egli  con  un  tono 
in  cui  si  faceva  sentire  una  preghiera. 

—  No,  no,  continuate  malgrado  tutto!  Ebbene,  che  avvenne  dopof 

—  Poscia...  .Ma  imaginate  voi  stesso:  essi  non  erano  che  cinque 
e  noi  dodici...  E  poi.  essi  contavano  attaccarci  mentre  dormivamo, 
come  dei  tertri  (1),  ed  eravamo  stati  noi,  al  contrario,  che  non  avevamo 
dato  loro  il  tempo  di  n;ettersi  in  guardia...  1  nostri  coltelli  erano  lunghi.  . 
Essi  iu)n  poterono  far  fuoco  che  una  sola  volta  dall'alto  del  piccolo 
monte  e  non  ci  colpirono.  Allora  discesero  al  passo  di  corsa,  e  noi, 
dal  basso,  li  ricevemmo  su  i  nostri  coltelli!...  Mi  credereste'?- continuò 
il  Brodiaga  con  un  tono  pieno  di  compassione,  alzando  su  me  gli  occhi 
in  cui  si  dipingevano  l'angoscia  e  l'orrore.  -Quei  .soldati  non  hanno  sa- 
puto difendersi  niente  affatto;  agitavano  le  loi'o  liaionette,  come  per 
respingere  dei  cani,  mentre  noi...  ah!  noi  ci  scagliavamo  su  loro,  li  strin- 
gevamo, li  soffocavamo  come  lupi  feroci.  Uno  dei  soldati  mi  ferì  leg- 
geimente  alla  gamba;  non  era  che  una  scalfittura,  ma  io  caddi...  ne- 
cessariamente egli  si  gettò  su  me;  ma  allora  Makarotf  si  lasciò  cadere 
con  tutto  il  peso  del  suo  corpo  sul  mio  nemico...  sentii  il  sangue  colare 
sulle  mie  mani...  Makaroff  ed  io  ci  siamo  rialzati,  ma  il  povero  sol- 
dato... è  rimasto  là,  lui! 

In  questo  momento  vidi  apparire  due  altri  scddati  sulla  collina 
(questi  furono  gli  ultimi).  L'uno  di  essi  che  correva  innanzi  era  Sal- 
tanoff,  il  comandante  del  cordone  di  vigilanza,  la  bravura  in  persona, 
la  cui  fama  era  sparsa  dovunque.  1  Guilaki  stessi  lo  temevano  come 
il  diavolo,  e  quanto  a  noi,  sapevamo  che  iiiù  di  uno  dei  nostri  era 
perito  per  sua  mano.  Ma  questa  v(jlta  la  cosa  fu  differente  ed  egli 
pure  trovò  fra  noi  la  morte.  Vi  erano  fra  noi  due  Circassi,  agili  come 
gatti  e  straordinariamente  bravi.  Uno  di  essi  incontrò  Saltanoff'  in 
mezzo  alla  collina  e  si  gettò  su  lui.  Il  comandante  rispose  con  un 
colpo  di  rivoltella  che  il  Circasso  evitò  abbassandosi;  durante  questa 
terribile  lotta  i  due  nemici  caddero.  Allora  l'altro  Circasso,  credendo 
il  suo  compatriota  morto,  non  fece  che  ini  salto  sul  vincitore  e  in 
meno  tempo  di  quello  che  avesse  potuto  impiegare  nel  dirlo,  gli  tagliò 
la  testa...  poi  lo  vedemmo  saltai'e  di  gioia,  mostrando  i  denti...  con 
quella  festa  fra  le  mani. 

Lo  guardavamo  agghiacciati  di  spavento. 

Un  grido  selvaggio  e  sordo  sfuggì  dalla  sua  gola  ;  egli  scosse  quella 
testa,  la  brandi  eia  lanciò  a  traverso  lo  spazio...  E  la  testa  volò  dal- 
l'alto della  spiaggia  rocciosa  al  di  sopra  degli  alberi.  Noi  eravamo  tutti 
silenziosi,  più  morti  che  vivi.  Ad  un  tratto  un  tonfo  si  fece  sentire  in 
basso  della  collina:  era  la  testa  che  cadeva  nel  mare... 

Quanto  all'ultimo  soldato  che  seguiva  il  suo  capo  a  distanza,  non 
andò  più  avanti,  e  avendo  gettato  il  suo  fucile,  fuggi  come  preso  da 
spavento,  coprendosi  il  viso  con  le  mani.  Noi  non  lo  inseguimmo.  «  Sàl- 

{ 1  )  Grosso  uccello  che  il  cacciatore,  la  maggior  parte  delle  volte,  sorprende 
e  uccide  durante  il  sonno. 


()1()  l'evaso  da  sakhalin 

vati  e  che  Iddio  ti  conservi  !  »  Il  povero  giovane  era  per  trovarsi  affatto 
solo  al  cordone  di  vigilanza,  perchè  su  venti  uomini,  tredici  erano 
andati  nella  provincia  di  Amur  e  non  erano  ancora  ritornati,  a  causa 
del  vento,  e  i  sei  altri...  li  avevamo  uccisi!...  Infine,  tutto  era  finito,  il 
pericolo  era  scongiurato,  e  tuttavia  avevamo  paura...  non  giungevamo 
a  ripiendere  possesso  di  noi  stessi;  ci  guardavamo  l'un  l'altro  con 
stupore,  come  se  ci  domandassimo:  «  (Ihe  è  adunque  avvenuto':  È  questo 
un  sogno  o  è  una  realtà"?  » 

Ma,  a  un  tratto,  intendemmo  vicino  al  luogo  dove  eravamo  cori- 
cati la  voce  di  Buran  che  gemeva.  Il  povero  vecchio  era  stato  ferito 
dal  primo  colpo  di  fucile  tirato.  Quella  ])alla  non  lo  aveva  lu^ciso  su- 
bito; il  vecchio  dovè  soffrire  ancora  per  alcune  ore.  Tuttavia  la  morte 
venne  e  il  sole  non  era  ancora  sparito  al  disotto  dell'orizzonte  che  il 
disgraziato  Buran  spirava.  Io  non  saprei  dirvi  quanto  i  suoi  ultimi 
momenti  ci  inteneriroao.  Egli  era  semicoiicato  sotto  un  cedro,  la  mano 
poggiata  sul  petto,  gli  occhi  pieni  di  lagrime.  Poco  dopo  mi  fé'  segno 
di  avvicinarmi  a  lui: 

—  Vuoi  tu  comandare  ai  ragazzi  di  scavare  una  tomba?  Voi  non 
potete  in  ogni  caso  imbarcarvi  subito  ;  bisogna  che  aspettiate  la  notte, 
perchè  non  dovete  arrischiare  un  incontro  con  i  soldati  nello  stietto. 
Ebbene,  seppellitemi,  per  amor  di  Dio! 

—  Ma  che  dici  tu  dunque,  padre  Buran"?  Forse  che  si  scava  la 
tomba  per  un  essere  vivo"?  Ti  condurremo  invece  nella  provincia  di 
Amur,  e  là  ti  porteremo  sulle  nostre  braccia,  che  Dio  ti  conservi! 

—  No.  ragazzo  mio-  fece  il  vecchio;  -  non  si  può  sfuggire  al 
])roprio  destino  e  questo  è  evidentemente  il  mio  destino,  di  morire  su 
quest'isola.  Tanto  peggio!  11  mio  cuore  lo  presentiva...  Tutta  la  mia 
vita,  rho  passata  a  struggermi  dal  desiderio  di  fuggire  dalla  Siberia, 
di  ritornare  in  Russia...  Ora  sarei  felice  se  potessi,  almeno,  morire  sul 
suolo  siberiano,  e  non  su  quest'isola  dannata! 

Alloi-a,  guardai  Buran  con  stupore:  non  era  più  lo  stesso;  par- 
lava ragionevolmente  in  piena  lucidità,  gli  occhi  chiari,  solo  la  voce 
un  po'  debole.  Egli  ci  raccolse  tutti  intorno  a  lui  e  cominciò  a  darci  dei 
consigli  : 

—  Fanciulli  miei,  ascoltate  (piello  che  vi  dirò  e  rammentatevelo 
bene  :  Ora,  percorrerete  la  Siberia.  soM,  perchè  io  rimarrò  qui.  La  vostra 
è  una  posizione  pericolosa,  sopratutto  a  causa  della  morte  di  Saltanoff. 
La  notizia  di  questa  morte  si  spanderà  dovunque,  non  solo  a  Ir'kutsk, 
ma  pure  in  Russia.  Vi  si  tenderà  un  agguato  a  Nii^olaiewsk.  Dunque, 
badate  a  voi,  fanciuUi,  siate  prudenti,  soffrite  la  fame  e  il  freddo,  se 
è  necessario,  ma  evitate  i  villaggi  il  più  che  è  possibile  e  sopratutto 
le  città.  Dai  Guilaki  e  dai  Guidi  non  avete  nulla  da  temere  ;  essi  non 
sono  pericolosi.  E  ora,  ricordate  bene  quel  die  vi  dico,  perchè  è  del 
vostro  viaggio  a  traverso  l'Amiu'  che  vi  parlerò.  Prima  di  arrivare  alla 
città  di  Nikolaiewsk  troverete  una  masseria.  L'uomo  che  Tabita,  uno 
dei  commessi  del  negoziante  Tarkhanoff,  ci  è  assolutamente  devoto,  ed 
ecco  perchè:  egli  era  in  relazione  commerciale  con  i  Guilaki  di  Saklialin, 
ma  avvenne  che  una  volta,  traversando  le  montagne,  perde  la  strada  e  si 
smarrì.  Accadde  che  proprio  in  quel  momento  egli  fosse  in  quistione  con 
i  Guilaki;  questi  ne  approfittarono  pei'  vendicarsi,  e  avendolo  sorpreso 
in  un  burrone,  volevano  ucciderlo.  Per-  fortuna  in  quel  momento  stesso, 
noi,  evasi  da  Sakhalin,  arrivavamo  a  quel  burrone  (era  quella  la  mia 
prima    evasione  dall'  isola).  Accorriamo...    dei  lamenH   colpiscono   le 


l'evaso    da    SAKHALIN  617 

nostre  orecchie:  in  quella  voce  crediamo  riconoscere  quella  di  un  com- 
patriota, ci  slanciamo  e  strappiamo  il  disgraziato  dalle  mani  dei  Guilaki... 
.Mai  il  commesso  del  negoziante  Tarkhanoff  ha  dimenticato  questo  bene- 
fìcio: «  Fino  alla  tomba,  proteggerò  i  bravi  tigli  di  Sakhalin  che  mi 
hanno  salvato  la  vita  !  »  E  infatti,  da  quell'epoca  i  nostri  trovano  sempre 
in  lui  aiuto  e  protezione.  Se  avete  la  fortuna  di  incontrarlo,  sarete  soc- 
corsi in  tutti  i  modi. 

Allora  il  vecchio  ci  indicò  le  vie.  ci  diede  le  sue  ultime  istruzioni 
e  terminò  così: 

—  E  ora.  fanciulli  miei,  non  vi  è  tempo  da  perdere.  Comanda. 
Vassily.  che  si  scavi  qui  la  mia  ultima  dimora,  perchè  il  luogo  mi  piace; 
almeno  sentirò  i  venti  che  vengono  dall' Amur  e  il  rumore  delle  onde 
cullerà  il  mio  eterno  sonno.  Non  tardate  dunque,  non  esitate  più  e 
mettetevi  al  lavoro! 

Obbedimmo. 

Il  vecchio  era  là,  seduto  sotto  il  cedro.  Noi  a  lui  vicino  scava- 
vamo la  tomba...  la  scavammo  con  i  nostri  coltelli.  Terminato  il  triste 
lavoro,  facemmo  la  preghiera.  Buran  non  parlava  più,  solo  piangeva 
a  calde  lagrime,  scuotendo  la  sua  vecchia  testa.  Al  tramonto  del  sole, 
il  povero  Buran  spirò.  Quando  l'oscura  notte  scese  sulla  terra,  l'ul- 
tima volontà  del  nostro  compagno  era  stata  eseguita  :  tutto  era  finito 
e  il  suolo  spianato  non  lasciava  nemmeno  vedere  il  luogo  dove  ripo- 
sava il  vecchio  Brodiaga. 

Quando  ritornammo  ài  nostri  canotti,  la  notte  era  completamente 
venuta  e  la  luna  saliva  nel  cielo.  Allora,  tutti  in  piedi,  ci  scoprimmo 
in  segno  di  rispetto.  Lasciavamo  dietro  di  noi  l'isola  di  Sakhalin,  le 
cui  montagne  apparivano  come  ombre  gigantesche  :  presso  la  riva,  là 
in  alto,  su  una  roccia  si  innalzava  il  cedro  sotto  il  quale  Buran  dor- 
miva il  suo  idtinio  sonno. 


Infine,  abbordammo  all'altra  parte,  nella  provincia  di  Amui'. 

Fummo  però  sgradevolmente  sorpresi,  costatando  che  l'affare  di 
Saltanoff  era  già  su  tutte  le  bocche.  I  Guilaki  sopratutto,  che  sono 
avidi  di  notizie,  ne  ciarlavano  più  degli  altri.  Ne  trovammo  alcuni  che 
pescavano  in  riva  al  mare:  e  passando  vicino  ad  essi,  afferrammo 
dei  brani  di  frasi:  «  La  testa  di  Saltanoff  »...  «  L'acqua  »...  e  come 
essi  stessi  non  rimpiangevano  il  comandante,  ridevano  e  si  diverti- 
vano di  tutti  questi  dettagli. 

Sì.  ridete  razza  di  diavoli  !  che  cosa  vi  fa  questo"?  A  voi  non  av- 
verrà nulla.  iMa  ciò  non  fa  ridere  noialtri,  perchè  quella  testa  può 
far  cadere  tutte  le  nostre... 

Quei  Guilaki.  intanto,  ci  diedero  dei  pesci,  e  dopo  che  ci  ebbero 
informati  sul  nosti'o  itinerario,  riprendemmo  la  nostra  strada. 

Ci  sembrava  di  camminare  su  i  carboni  ardenti,  tanto  ogni  ru- 
more ci  faceva  paura.  Evitavamo  qualunque  abitazione  e  appena  ve- 
devamo un  Russo  ci  nascondevamo  nella  taiga  e  facevamo  sparire 
le  nostre  tracce.  Come  si  sarebbe  fatto  altrimenti"?  Durante  il  giorno, 
ci  ripo.savamo  nella  foresta,  ma  si  camminava  la  notte  intera. 

Un  mattino,  prima  dell'alba,  capitanmio,  in  mezzo  alla  foresta, 
vicino  ad  una  masseria  ì  cui  fabbricati  erano  nuovi,  circondati  da  un 
nuuo  di  cinta,  con  un  portone  chiuso    solidamente.  Dalle  nostre  infor- 


618  l'evaso  da  sakhali.v 

mazioni  doveva  essere  la  masseria  di  cui  ci  aveva  parlato  Buran.  (li 
avvicinammo  e  ci  mettemmo  a  bussare  timidamente. 
Subito,  una  luce  brillò  nella  masseria  : 

—  Chi  è  là "'  -  ci  si  domandò.  -  Chi  siete? 

—  Brodia»hi  I  Da  parte  di  Buran,  portiamo  un  saluto  a  Stakhe\ . 
Mitritch. 

Quello  Stakliey  Mitritch,  il  primo  commesso  di  Tarkhanoff,  era 
assente  in  quel  momento  :  ma  e^ìi  aveva  lasciato  là  il  suo  impiegato 
a  cui  aveva  dato  ordine,  nel  caso  in  cui  dei  fuggitivi  da  Sakhalin  pas- 
sassero, di  distribuire  a  ciascuno  cinque  rubli,  un  paio  di  .scarpe,  una 
mezza  pelliccia  e  delle  provvigioni  a  discrezione.  «Tu  devi  soddisfarli 
tutti  qualunque  sia  il  loro  numero;  raccogli  allora  gli  operai  che  at- 
tcsteranno il  pagamento  fatto  da  te.  Questo  sarà  tutto  il  tuo  controllo>'. 

Alla  masseria  si  sapeva  già  la  storia  di  Salfanoff,  in  modo  che  il 
commesso  non  sembrava   molto   rassicuiato. 

—  Ah!  miei  bravi,  -  disse  egli  -  non  siete  stati  voi  che  avete  uc- 
ciso Saltanoff  ?  Brutto  affare  quello  là  ! 

—  Che  siamo  stati  noi  o  altri,  poco  v'importa  !  Ma  quel  che  in- 
teressa è  che  otteniamo  da  voi  qualche  .soccorso.  Vogliamo  dare  il 
buongiorno  a  Stakhey  Mitritch,  da  parte  di    Buran. 

—  E  Burau,  è  forse  prigioniero  nell'isola? 

—  Sì,  egli  vi  è    prigioniero  e  ri  augura  una  lunga  cita!  (1). 

—  Allora  che  Dio  abbia  la  sua  anima!...  Era  un  buon  Brodiaga, 
dai  principii  onesti,  sebbene  strani  !  Stakhey  Mitritch  se  ne  ricorda  an- 
cora, e  senza  dubbio,  porrà  il  suo  nome  nella  sua  preghiera  per  i  morti. 
Ma  quale  era  dunque  il  suo   nome?  Non  lo  sapete  voi,  ragazzi? 

—  No,  Buran,  sempre  Buran,  cosi  lo  chiamavamo.  Credo  che 
lui  stesso  avesse  dimenticato  il  suo  nome  vero.  E  infatti  a  che  cosa 
sarebbe  servito  a  un   Brodiaga  ? 

—  Giustamente.  Eh!  miei  bravi,  die  cosa  è  dunque  la  \ostra 
vita?...  Se  un  prete  cercasse  di  voi,  non  saprebbe  neppure  il  vostro 
nome  !  Quel  veccliio  là,  lui  pure,  ha  dovuto  avere  nel  suo  paese  qualche 
parente,  dei  fratelli,   delle  sorelle,  forse  pure  dei   figli... 

—  Certo.  Benché  egli  fosse  Brodiaga  e  avesse  abbandonato  il  suo 
nome  di  cristiano,  pure  era  nato  da  una  donna,  come  tutti. 

—  Oh  !  come  la  vostra  vita  è  amara  ! 

^  Sì,  niente  di  più  amaro!  Vivere  di  elemosine,  vestirsi  di  stracci, 
morire  senza  tomba  !  È  cosi  !  Un  Brodiaga  non  ha  sempie  un  angolo 
di  terra  per'  riposarsi  !  Spes.so  si  muore  in  mezzo  al  deseito.  Allora, 
una  fiera  vi  divora  o  un  uccello  da  preda  strappa  la  vostra  carne  a 
brani.  Le  ossa  stesse  sono  disperse  e  rose  dai  lupi.  Non  è  questo 
orribile  ? 

Tali  parole  ci  attristarono  tutti.  Sebbene  queste  tirate  p;itetiche 
fossero  pronunziate  sopratutto  per  intenerire  il  commesso  (è  ben  noto 
che  più  uno  si  lamenta  innanzi  a  un  Siberiano,  più  ottiene),  pure  sen- 
tivamo che  tutto  era  precisamente  vero.  Qual  differenza  fra  quell'uomo 
e  noi!  -  pensavamo.  -  Il  sonno  fra  poco  lo  vincerà,  sbadiglierà,  si  farà  il 
segno  della  croce  e  si  coricherà  tranquillamente:  egli  non  ha  né  freddo,  né 
fame  e  non  teme  nessuno...  mentre  che  noi  erreremo  in  questa  notte 
oscura  a  traverso  la  taiga  selvaggia,  nascondendoci  al  primo  canto  del 
gallo,  come  spiriti  cattivi  innanzi  ad  ogni   buon   cristiano. 

(1)  Modo  di  anmmziai-e  la  miii'te  di  qualcuno. 


i/evaso   da  SAKHALIN'  (J19 

—  Ebbene,  ragazzi,  è  tempo,  tuttavia,  clie  mi  coriclii.  Per  parte  mia 
do  a  ciascuno  di  voi  venti  Icopelvi  ;  riceverete  in  più  tutto  ciò  che  la  casa 
ila  l'abitudine  di  dare.  Dopo  di  ciò  in  viaggio,  miei  bravi,  e  con  l'aiuto 
di  Dio  !  Non  voglio  svegliare  tutti  gli  operai,  ne  ho  tre  che  sono  si- 
curi e  la  loro  testimonianza  basterà  pel  controllo.  Temerei  una  disgrazia 
agendo  di\ersamente.  Astenetevi  in  ogni  caso  dal  passare  per  la  città 
di  Nikolaiewsk.  Io  vi  sono  andato  l'altro  gioriu).  Il  loro  «  ispravnik  »  (1) 
attuale  è  un  tipo  di  una  energia  e  di  una  attività  rara.  Egli  ha  dato 
formalmente  ordine  di  arrestare  ogni  straniero,  chiuncjue  sia  :  «  Arre- 
steiò  anche  le  pietre  nel  loro  volo,  le  lei)ri  nel  loro  salto,  le  fiere 
nelle  loro  corse,  ma  finirò  per  mettere  le  mani  su  i  fuggitivi  di  Sak- 
halin  »  Ecco  che  cosa  dice  quell'uomo.  Cosi  sarete  fortunati  se  riusci- 
rete a  girare  nelle  vicinanze  della  città,  ma  cpianto  a  entrarvi,  non 
lo  fate  per  nulla  al   mondo. 

Egli  ci  diede  dunque  quel  che  aveva  promesso  e  aggiunse  alcuni 
pesci,  più,  come  suo  dono  pers<male,  venti  kopeki  per  ciascuno;  poi, 
gli  occhi  alzati  verso  il  cielo,  si  fece  il  segno  della  croce  e  rientrò 
nella  masseria,  di  cui  chiuse  accuratamente  la  porta.  I  Siberiani  spen- 
sero il  loro  fuoco  e  si  riaddormentaiono.  11  giorno  era  ancora  lontano: 
noi  riprendemmo  la  nostra  marcia  nella  notte,  avendo  nel  cuore 
un'  angoscia  bizzarra  e  inespiimibile.  Ah  !  si,  essa  è  inesprimibile, 
ma  terribile,  l'angoscia  del  Brodiaga  :  la  notte  è  oscura,  la  taiga  è 
morta...  la  pioggia  vi  trapassa  tino  alle  ossa,  il  vento  vi  secca...  e 
nel  mondo  intero  non  vi  è  un  asilo  dove  si  possa  riposare  un  istante. 

Senza  posa  si  aspira  di  rivedere  il  paese  natio,  ma  non  vi  siete 
ancora  arrivato  che  pure  i  cani  riconoscono  in  voi,  da  lontano, 
un  Brodiaga...  Quanto  alle  autorità,  non  mancano  e  lo  fanno  ben 
vedere.  Appena  si  è  goduto  un  poco  di  libertà  nel  proprio  paese  che 
di  nuovo  vi  prendono  e  vi  ricacciano  in  prigione. 

E  veramente  avviene  talvolta  ciie  vicino  a  questa  vita  errante,  a 
questa  vita  da  paria,  la  prigione  aiìpiiia  come  una  specie  di  oasi,  di 
paradiso  di  cui  si  sogna.  Quella  notte  là,  giustamente,  mentie  anda- 
vamo per  quelle  vie  così  lunghe  e  cosi  diffìcili,  Wolodka  esclamò  a 
un  tratto  : 

—  Dite  dunque,  compagni,  die  cosa  faranno  i  nostri  in  questo 
momento  "' 

—  Chi,  i  nostri  ? 

—  Ma  quelli  di  Sakhalin,  caserma  n°  7.  Senza  dubbio,  in  quest'ora, 
dormono  tranquillamente,  mentre  noialtri  ci  fraseiniamo  qui...  \'era- 
mente,  sarebbe  stato  meglio  per  noi  non  fuggire... 

Rimproverai   quell'uomo  : 

—  Tregua  a  queste  querimonie  da  doufia  I  Tu  a\  resti  fatto  meglio 
a  rimanere  laggiìi,  poiché  hai  il  respiro  sì  corto...  Senza  contare  die 
le  tue  lamentazioni  scoraggiano  gli  altri  I... 

A  dire  il  vero,  quelle  parole  immergevano  anche  me  in  rifiessioni 
troppo  amare.  Eravamo  stanchissimi  e  la  nostra  fatica  era  tale  che 
sonnecchiavamo  camminando  !  Questo  avviene  spesso  ai  Brodiaghi. 
Appena  mi  fui  addormentato  sognai  subito  la  caserma! 

Rivedevo,  illuminato  dalla  luna,  il  muro  bianco  della  prigione  e 
dietro  le  finesti'e  grigliate,  dei  letti  di  tavole  su  cui  erano  stesi  i 
disgraziati  prigionieri:  mi  vedevo  io  pure  coiicato  che  stiravo  le  mie 

(1)  Commissario  di  polizia  del  distretto. 


ati)  i/evaso  da  sakhai.in 

membra  indolenzite;  ma  bastava  questo  movimento,  ciie  tacevo  real- 
mente, per  svegliarmi,  e  addio  mio  sonno!  Ma  i  sogni  più  penosi  erano 
quelli  in  cui  rivedevo  i  miei  pai'cnti.  AUoi'a.  non  la  ])rigiont',  non 
Sakhalin,  niente  cordoni  di  vigilanza;  tutto  questo  non  esisteva  af- 
fatto. Io  sono  là  nella  casetta  paterna,  mia  madre  è  vicino  a  me.  essa 
pettina  e  carezza  i  miei  capelli.  Una  candela  è  posata  snlla  tavola  vi- 
cino a  cui  mio  padre  è  seduto,  con  i  suoi  occhiali  sul  naso,  e  legge 
gi'a veniente  un  vecchio  libro...  Egli  è  il  lettore  della  chiesa...  Dolcis- 
simamente, mia  madre  canterella  ima  canzone...  Ah!  che  un  coltello 
nel  cuore  non  mi  avrebbe  fatto  così  male  quanto  il  risveglio  dopo  un 
simile  sogno!  Invece  della  casa  paterna,  un  sentiero  perduto  nella  taiga. 
Makaroft'  cammina  innanzi  e  noi  lo  seguiamo  tutti  in  fila.  Di  quando 
in  quando  un  leggiero  ventosi  leva,  agita  i  rami  e  poi  si  calma.  Laggiii. 
a  traverso  gli  alberi,  si  scorge  la  linea  azzurra  del  mare;  e  al  di  sopi-a 
di  essa  un  angolo  di  cielo  si  illumina;  è  l'aurora  che  sta  per  sorgere. 
Essa  ci  avverte  che  il  giorno  è  vicino  e  che  dobbiamo  pensare  a  na- 
sconderci in  qualche  burrone.  E  quel  mare,  cosa  strana,  che  mai  si 
tace!  Voi  l'avete  notato  senza  dubbio;  esso  ha  l'aria  di  raccontare  qualche 
storia,  o  di  cantai-e  qualche  canzone,  o  di  mormorare...  non  so  che 
d'incomprensibile,  che  tuttavia  si  ascolta.  È  per  questo  forse  che  pen- 
savo senza  posa  a  delle  canzoni  intese  una  volta...  Il  nuire  ci  rende 
tristi,  noialtri  Brodiaghi,  perchè  non  siamo  abituati  al  suo  linguaggio 
strano. 

Ci  avvicinavamo  a  Nikolaiewsk;  le  fattorie  si  facevano  \nn  rare 
per  noi,  il  pericolo  più  grande;  avanzavamo,  nondimeno,  bene  o  male, 
ma  sempre  lentissimamente.  Le  notti  camminavamo,  ma  appena  spun- 
tava il  giorno  ci  andavamo  a  nascondei'e  in  qualche  buco  ignorato, 
dove  non  solo  alcun  essere  umano,  ma  nessun  uccello,  nessuna  be- 
stia feroce  era  penetrata.  Sarebbe  stato  molto  prudente  girare  a  grande 
distanza  intorno  alla  città  di  Nicolaiewsk,  ma  eravamo  scoraggiati  della 
solitudine,  ne  avevamo  abbastanza  dei  deserti.  Di  più.  le  nostie  prov- 
vigioni erano  finite.  Ciò  fece  clic  una  sera  ci  avvicinassimo  a  un  fiume, 
sulla  cui  riva  alcuni  uomini  si  divertivano  a  prendere  dei  pesci  all'amo. 
Riconoscemmo  subito  in  quegli  uomini  dei  forzati  liberi  (I),  così  ci 
avvicinammo  a  loro  senza  timore. 

—  Buongiorno,  signori  liberati!  -  dicemmo  noi. 

—  Buongiorno,  -  risposero  essi.  -  Venite  da  molto  lontano? 

E  la  conversazione  s'ingaggiò.  A  un  tratto  il  loro  staiosta  si  die 
a  guardarci  fissamente,  poscia  prendendomi  in  disparte  : 

—  Non  siete  voi,  per  caso,  dell'isola  di  Sakhalin.  signori  viag- 
giatori"? Non  siete  forse  voi  che  avete  fatto  la  festa  al  famoso  Saltanoff? 

lo  non  osai  dirgli  la  verità,  ve  lo  confesso,  sebbene  egli  fosse  dei 
nostri,  ma  in  simile  caso  si  diffida  di  tutti.  E  bisogna  dire  pure  che 
il  forzato  libero  non  è  come  quello  della  comunità;  i  suoi  interessi 
non  sono  più  gli  stessi.  Per  guadagnare  le  buone  grazie  delle  autorità, 
può,  senza  timore,  denunziarci;  egli  è  libero!  In  prigione,  ove  tutti 
gli  spioni  ci  sono  noti,  non  oserebbe  farlo,  perchè  noi  sapremmo  su- 
bito scoprirlo  e  punirlo. 

(1)  I  forzati  liberi  sono  detenuti  che  hanno  terminato  la  loro  pena.  Bencliè 
in  libertà,  rimangono  .sottomessi  al  controllo  dell'amministrazione  e  ad  un  rego- 
lamento speciale. 


l'evaso  da  sakhalix  621 

Lo  starosta  si  accorse  della  mia  esitazione  e  continuò: 
^  Non  abbiate  alcun  timore:  io  non  lio  mai  denunziato  alcuno 
dei  nostri,  non  è  nelle  mie  abitudini.  D'altronde  ammettiamo  che  non 
siate  stati  voi,  e  tutto  è  detto.  Soltanto,  comprendete,  il  rumore  corre 
in  città  che  vi  è  stata  una  evasione  a  Sakhalin  e  ora  vi  vedo  innanzi 
a  me  tutti  e  undici.  Allora,  necessariamente,  ho  dei  sospetti!...  Ah, 
miei  cari,  che  brutto  affare  avete  voi  sulle  spalle!  Una  vera  disgrazia, 
in  fede  mia  !  perchè  la  cosa  è  grave  in  sé,  e  il  nostro  «  ispravnik  »  è 
una  volpe  fine.  Del  resto,  ciò  riguarda  voi...  Se  riuscirete  a  passare 
senza  essere  riconosciuti,  tanto  meglio  per  voi  :  intanto  possiamo  of- 
frirvi tutto  quel  che  ci  resta  di  provvigioni  nella  comunità,  visto  che 
torniamo  a  casa  nostra,  questa  sera  stessa  ;  prendete,  eccovi  del  pane: 
e  più,  vi  daremo  dei  pesci.  Non  avete  bisogno  di  una  caldaia? 

—  Sia,  -  dissi  io  -  una  caldaia  di  più  non  sarà  inutile. 

—  Ebbene,  prendetela.  Inoltre,  al  cader  della  notte,  tenterò  di 
|)ortarvi  ancora  qualche  cosa  dalla  città.  Bisogna  bene  aiutarvi,  siete 
(lei  nostri  ! 

Queste  buone  parole  ci  fecero  bene,  ne  sentimmo  molto  sollievo, 
lo  tolsi  il  mio  cappello  e  salutai  il  brav'uomo.  in  segno  di  ringra- 
ziamento e  di  gratitudine;  i  miei  compagni  fecero  lo  stesso.  Era  già 
molto  l'averci  dato  dei  pesci,  ma  erano  sopratutto  le  sue  parole  affa- 
bili che  ci  consolavano.  Cosi,  noi,  abituati  a  nasconderci,  a  fuggire 
innanzi  agli  uomini,  ne  trovavamo  uno  che  aveva  pietà  di  noi.  Gli 
uni  ci  cercavano  per  darci  la  morte,  questi  ci  aiutava  a  vivere.  Ma 
quella  soddisfazione  era  per  costarci  molto  cara. 

Dopo  la  partenza  dei  liberati,  i  nostri  risentirono  una  gioia  inso- 
lita. Wolodka  stesso  danzava,  saltava  di  piacere.  Tutti,  infine,  obliammo 
per  un  momento  i  timori  che  ci  assediavano  senza  posa.  Allora  an- 
dammo presso  il  fiume  in  una  vallata  chiamata  Dickmann,  dal  Te- 
desco che  vi  fece  costruire  i  suoi  battelli.  ]jà,  accendemmo  un  buon 
fuoco  su  cui  furono  poste  le  due  caldaie  l'una  per  il  tè,  l'altra  per 
la  zuppa  di  pesce. 

Il  giorno,  che  cominciava  a  tramontale,  divenne  atfatto  oscuro  e 
una  pioggia  fine  si  mise  a  cadere.  Ma,  come  eravamo  intorno  a  un 
buon  fuoco,  sul  punto  di  prendere  11  tè,  ci  inquietavamo  poco  della 
pioggia.  Rivedo  ancora  quel  quadro:  tutti,  seduti  intorno  al  foco- 
lare, conversavamo  tranquilli,  assolutamente  come  piccoli  santi  nella 
manica  del  buon  Dio  ! 

E,  cosa  incredibile,  che  prova  a  qual  punto  noialtri  forzati  spin- 
giamo talvolta  la  noncuranza,  non  pensavamo  che  dalla  città  vedes- 
sero il  fuoco. 

Nelle  nostre  marcie  a  traverso  la  taiga  o  le  montagne,  avevamo 
paura  del  minimo  rumore,  e  ora,  ecco  che  accendevamo  il  fuoco,  pro- 
prio l'impetto  alla  città,  e  ci  riscaldavamo  pacificamente,  come  se 
tutto  andasse  pel  meglio  nel  migliore  dei  mondi.  Fortunatamente  per 
noi,  abitava  là,  in  quell'epoca,  un  vecchio  funzionario,  antico  sorve- 
gliante della  prigione  di  N...  Tutti  i  detenuti  di  cui  quella  prigione 
era  piena  hanno  conservato  di  quel  vecchio  un  buon  ricordo,  e  que- 
sti sono  molti,  essendo  la  prigione  grandissima.  Egli  si  chiamava 
Samaroff  ed  era  conosciuto  in  tutta  la  Siberia.  E  io  stesso,  vedete, 
avendo  appreso  poco  tempo  fa  che  era  morto  da  due  anni,  sono  andato 
espressamente  a  cercare  il  pope  e  gli  lio  dati  50  kopeki  perchè  di- 
cesse una  messa  pel  riposo  di  quell'anima.  Avea  un  cuore  eccellente. 


ii"2'i  i/EVASO    da    SAKHALIN 

quel  vecchio!  Che  Dio  gli  dia  pace!  Solamente  aveva  il  vizio  di  bor- 
bottare e  di  bestemmiare...  K  cosa  inaudita  come  ci  rimproverava  !  Gri- 
dava, si  adirava,  pestava  il  piede,  stringeva  i  pugni  e  tuttavia  nessuno 
aveva  paura  di  lui...  Non  gli  si  serbava  mai  rancore,  perchè  era  un 
uomo  giusto.  Non  perseguitava  mai  i  ]ìrigionieri.  non  li  tormentava, 
non  cercava  di  appropriarsi  del  loro  danaro,  eccetto  quello  che  la 
Comunità  gli  dava  di  buona  volontà,  in  ricompensa  dei  suoi  buoni 
servigi.  Risogna  dire  pure  che.  individualmente,  i  prigionieri  non  di- 
menticavano il  vecchio  carico  di  numerosa  famiglia  Egli  ammassò 
così  una  discreta  fortuna,  e  all'epoca  di  cui  parliamo  questo  ex-sor- 
vegliante aveva  preso  il  suo  ritiro  e  viveva  tranquillamente  a  Niko- 
laiewsk.  nella  sua  piccola  casetta.  Clome  per  il  passato,  era  sempre 
in  buone   relazioni  con  1  nostri,  i  liberati. 

11  Cìiso  fece  che  al  momento  in  cui  ci  riposavamo  così  dolcemente 
nella  valle,  intorno  al  nostro  fuoco.  Samarolf  fos.se  seduto  sulla  scala 
della  sua  casa  e  fumasse.  A  un  tratto,  vede  quelle  fiamme  che  si 
innalzano  nella  valle  di  Dickmann:  «  Chi  duncpie.  .si  dice  egli,  ha  po- 
tuto accendere  quel  fuoco?  » 

Egli  chiama  allora  due  forzati  liberi  ehe  passavano  innanzi  a  lui 
e  domanda  loro  : 

—  Dove  pescano  dunque  i  vostri  comjtagni  '  Sarebbe  for.se  nella 
valle  di  Dickmann"' 

—  No.  -  rispondono  -  deve  essere  un  pò"  più  in  là.  D'altronde  a  que- 
st'ora   essi  devono  essere  già  rientrati  in  città. 

—  E  proprio  quel  che  pensava  io.  E  vedete  quel  fuoco,  la  giù, 
al  di  là  del  fiume? 

—  Sì,  lo  vediamo. 

—  Ebbene,  chi  ha   potuto  accenderlo?  Che  ne  pensate? 

—  Non  ne  sappiamo  nulla.  Stepan  Savelievitch:  dei  viaggiatori, 
probabilmente. 

—  Dei  viaggiatori,  dite  voi...  È  che  non  vi  date  la  mencmia  pena 
di  pensare  ai  vostri  compagni,  vili  che  siete!...  Debbo  sempre  io  pen- 
sare a  tutti?  E  voi  avete  tuttavia  inteso  ciò  che  F  «  ispravnik  »  ha 
detto,  ieri  l'altro,  a  proposito  di  quelli  di  Sakhalin...  Li  si  è  visti 
nelle  vicinanze...  Se  fossero  stati  cpiegli  imbecilli  ad  accendere  quel 
fuoco?...  Se  fossero  essi?... 

—  È  possibile.  Stepan  Savelievitch,  sono  essi  forse  che  1"  hanno 
acceso  ? 

—  Ebbene,  in  questo  caso,  il  loro  affare  è  chiaro,  e  non  vale 
un  guscio  di  uovo.  Eccoli  là  i  miei  imbecilli!...  Io  non  sono  sicuro 
che  r  «  ispravnik  »  sia  in  città!...  In  tutti  i  casi,  se  non  c'è,  vi  sarà 
fra  breve.  Scoprirà  subito  questo  fuoco  e  un  distaccamento  .sarà  co- 
mandato per  andare  ad  arrestarli.  Quale  partito  piendeie?..  Essi  mi 
fanno  tuttavia  pena!...  Ora  s<mo  lutti  per  peidersi  a  causa  di  Salta- 
nott!  Su,  ragazzi  miei,  preparatemi  un  canotto... 

Durante  quel  tempo  eravamo  seduti  presso  il  nostro  fuoco  aspet- 
tando la  zuppa  di  pesce  che  si  cuoceva  :  da  molto  tempo  non  avevamo 
mangiato  nulla  di  caldo.  La  notte  era  nera:  dall'Oceano  si  avanza- 
vano nuvole  dense,  la  pioggia  sottile  che  cadeva  sempre  crepitava  in 
fondo  al  biuTone  e  nella  profondità  della  taiga;  ma  tidto  questo  ci 
dava  una  specie  di  sensazione  di  piacere:  pei'  noialtii  paiia  la  notte 
oscura  è  come  una  madre  protettrice:  più  il  cielo  è  nero,  piii  si  ral- 
legra il  nostro   cuore. 


Il 


l'evaso  da  sakhai,in  6!23 

A  un  tratto,  ecco  che  il  nostro  Tartaro  tende  le  orecchie;  hanno 
riulito  fine  come  i  gatti  questi  Tartari!  Ascolto,  io  pure,  ed  effettiva- 
mente credo  sentire  agitarsi  tutto  dolcemente.  Mi  avvicino  alla  riva.... 
non  mi  inganno,  sì.  è  un  piccolo  canotto  che  scivola  lungo  la  riva. 
Si  distinguono  perfettamente  i  rematori  e  il  timoniere  con  la  sua  coc- 
carda che  gli  brilla  sul  berretto. 

—  Noi  siamo  perduti.  -  dico  io  ai  compagni.  -  Questi  è  1'  «  is- 
pravnik  ». 

Di  un  salto  tutti  sono  in  piedi:  si  rovesciano  le  caldaie,  si  fugge 
verso  la  taiga. 

10  li  fermo,  dò  lordine  di  non  sperdersi,  perchè,  mi  dicevo,  biso- 
gna vedere  di  che  si  tratta,  e,  tutti  insieme,  riuniti,  possiamo  ancora 
(lifenderci.  sopratutto  se  essi  non  sono  numerosi.  Intanto  ci  nascon- 
diamo dietro  gli  alberi. 

11  canotto  abborda.  Cinque  uomini  ne  scendono.  Uno  fra  loro  si 
mette  a  ridere. 

—  Che  cosa  avete  a  fuggire  cosi,  razza  di  imbecilli "i?  Voi  non 
tarderete  a  mostrarvi  tutti  adesso;  io  ho  un  mezzo  magico  per  farvi 
uscire  dai  vostri  nascondigli.  Ecco  dei  valoi'osi  che  scappano  come 
lepri. 

Vicino  a  me,  dietro  un  cedro,  stava  Daryne. 

—  Di'  dunque,  Vassily.  -  dice  egli  -  mi  sembra  riconoscere  la  voce 
dell"  «  ispravnik». 

—  Taci,  -  dico  io.  -  Ora  vedremo  come  la  cosa  finirà  :  non  sono  molti 
di  numero. 

.\llora,  uno  dei  rematori  si  fé"  innanzi  e  chiese: 

—  Ehi!  laggiù!  Non  abbiale  paura!...  Vi  è -egli  alcuno,  che  co- 
nosca un  detenuto  della  nostra  |)rigione' 

Nessuna  risposta.  Noi  respiravamo  appena. 

—  Ma  che  avete  dunque,  specie  di  demonii!  -  gridò  egli  di  nuovo.  - 
Dite  dunque  alla  fine  se  conoscete  qualcuno  della  prigione:  forse  al- 
lora ci  riconoscerete. 

10  risposi  : 

—  Che  noi  ne  conosciamo  o  no,  poco  importa.  In  tutti  i  casi 
sarebbe  stato  meglio  per  noi,  e  forse  per  voi.  mai  incontrarci,  perchè 
non  ci  renderemo  vivi  ! 

Con  queste  parole,  io  avvertiva  i  compagni  di  tenersi  pronti.  Essi 
non  erano  che  cinque,  noi  eravamo  dunque  i  più  forti.  Quel  che  mi 
secca,  dicevo  fra  me.  è  ciie  essi  spareranno  dei  colpi  di  rivoltella  che 
saranno  intesi  dalla  città.  Ma  infine,  poi  che  in  tutte  le  maniere  noi 
siamo  perduti,  non  ci  arrenderemo  senza  combattere! 

11  vecchio  riprese  la  parola. 

—  Via,  fanciulli,  è  possibile  che  nessuno  di  voi  conosca  Saniaroff? 
Daryne  ancora  una  volta  mi  spinse  col  gomito. 

—  Davvero,  -  dice  egli  -  questi  deve  essere  il  soivegliante  di  N.  -  E 
alzando  la  voce  chiese  :  -  Vostra  Nobiltà,  si  ricorda  essa  di  un  uomo 
chiamato  Daryne  f 

—  Lo  credo  bene  che  mene  ricordo!  Egli  era  uno  dei  miei  staresti 
a  N.  e  si  chiamava  Teodato,  io  credo. 

—  Sono  io  stesso,  Vostra  Nobiltà!  Uscite,  compagni,  è  un  nostro 
padre. 

Allora,  ci  mostrammo  tutti. 


624  l'evaso  da  sakhalin 

—  Ebbene,  Vostra  Nobiltà,  voi  siete  dunque  venuto  qui  ])er  arie- 
starci?  Speriamo  bene  di  no,  tuttavia. 

—  Ah!  come  slete  bestie!  Io  ho  avuto  semplicemente  pietà  di  voi 
imbecilli!  Ma  che  cosa  vi  prende,  triplici  idioti,  di  accendere  il  vostro 
fuoco  proprio  in  faccia  alla  città'? 

—  Noi  eravamo  bagnati  fino  alle  ossa.  Vostra  Nolìiltà.  pioveva... 

—  Pioveva!  E  voi  siete  dei  Brodiaghi"?  Forse  che  la  pioggia  vi 
avrebbe  liquefatti?  Avete  fortuna  però,  anzi  due  fortune;  quella  cioè 
che  mi  è  venuta  fantasia  di  fumare  Sa  pipa  sulla  mia  scalinata,  e  che 
«  rispravnik  »  non  sia  ancora  ritornato  in  città.  Altrimenti  egli  avrebbe 
scorto  il  vostro  fuoco  e  vi  avrebbe  trovato  subito  un  posto  per  farvi 
asciugare,  lui.  Eh!  fanciulli  miei,  voi  non  siete  ancor  molto  al)ili,  a 
quel  che  vedo,  sebtjene  abbiate  fatta  la  festa  a  Saltanoff,  canaglia  che 
siete  !  Su,  spegnete  il  vostro  fuoco,  fuggite  al  più  presto,  e  sperdetevi 
nella  vallata,  lontano,  lontano  !  Là  accenderete  quanto  fuoco  vorrete, 
imbecilli  che  siete  ! 

E  il  buon  uomo  continuava  a  borbottare,  lanciando  la  sua  prov- 
visione di  grosse  parole  ;  noi,  intorno  a  lui.  ridevamo  sotto  i  baffi.  In- 
fine, più  calmo,  disse  : 

—  Ebbene,  sapete  ?  laggiù,  nel  canotto  vi  è  del  pane  e  del  tè 
che  vi  ho  portato.  Non  conservate  dunque  un  cattivo  ricordo  del  vec- 
chio Samaroff  !  E  se  piace  a  Dio  che  uscirete  salvi  dal  cattivo  passo 
in  cui  siete,  se  uno  di  voi  si  trovi  per  caso  in  Tolhosk...  che  vada 
alla  cattedrale  e  vi  bruci  un  cero  in  onore  del  mio  santo  patrono. 
Quanto  a  me,  lo  vedo  bene  è  scritto  che  morrò  in  questo  paese.  La 
fortuna  di  mia  moglie,  la  casa  che  essa  mi  ha  portata  in  dote  e  che 
noi  abitiamo,  tutto  questo  mi  ha  creato  degli  obblighi...  E  poi  io  sono 
già  vecchio!  Ma  questo  non  impedisce  che  mi  ricordi  spesso  del  paese 
dove  sono  nato  !...  E  ora  addio  !  Ah  !  ancora  un  consiglio  per  tiniie: 
Dividetevi  in  piccoli  gruppi.  Quanti  siete  ora  ? 

—  Noi  siamo  undici. 

Undici  !  undici  !...  Come  dopo  ciò  non  dire  che  siete  stupidi  ! 
Ma  si  deve  già  conoscervi  a  Irkutsk  !  E  voi  continuate  ad  andare  cosi, 
indifferentemente,  in  massa  ! 

Dopo  quest'ultima  ammonizione,  il  vecchio  Samaroff  risali  sul  suo 
canotto  e  partì.  Noi  coi-remmo  in  fondo  alla  vallata.  Là.  facemmo  bol- 
lire il  tè,  della  zuppa,  poi,  avendo  diviso  le  nostre  provvigioni,  ci  se- 
parammo, conforme  al  consiglio  che  ci  aveva  dato  il  vecchio.  11  mio 
compagno  fu  Daryne;  Makaroff  se  ne  andò  con  i  Circassi  ;  il  Tartaro 
si  unì  a  due  altri  Brodiaghi  e  i  tre  ultimi  formarono  il  quai'to  grujipo. 
Dopo,  non  ci  siamo  [ìiù  rivisti.  Io  non  so  se  essi  sono  morti  o  vivi. 
Ho  inteso  solo  diie  che  il  Tartaro  era  stato  ripreso  e  rinviato  a  Sak- 
halin, ma  non  ne  sono  sicuro. 

Quella  stessa  notte,  prima  che  fosse  apparso  il  giorno.  Daryne  ed 
io  passammo  rapidamente  innanzi  alla  città  Nikolaiewsk.  Non  incon- 
trammo nessuno.  LTn  cane  soltanto  in  una  fattoria  cominciò  ad  abbaiare. 

Quando  il  sole  si  levò,  avevamo  già  fatto  una  diecina  di  verste  a 
traverso  la  taiga  e  di  nuovo  costeggiavamo  la  strada  maestra  allorché, 
ad  im  tratto,  sentimmo  il  tintinnìo  di  un  campanello  che  si  avvici- 
nava. Ci  nascondenuno  dietro  un  cespuglio  e  guardammo:  vedemmo 
passare  allora  una  carrozza  postale  a  tre  cavalli,  e  nel  fondo  di  quella 
carrozza,  «l'ispravnik»  che  vi  sonnecchiava,  dolcemente  avvolto  nel 
suo  mantello. 


l"  EVASO    DA   SAKHALIN  6'25 

Io  e  Dai  yiie  ci  facemmo  il  segno  della  croce.  -  Dio  sia  lodato  !  e^li 
iioa  era  in  città  ieri  sera;  ci  cercava,  ci  inseguiva  e  la  sua  assenza 
ci  ha  salvati. 


11  mio  fuoco  si  spegneva:  faceva  caldo  nella  yurta,  come  in  un 
forno.  Alle  finestre,  i  ghiaccinoli  cominciavano  a  sciogliersi,  cosa  che 
provava  che  la  temperatura  era  meno  bassa,  perchè,  durante  i  gran- 
dissimi freddi,  non  si  liquefanno  mai,  né  airesterno,  ne  airinterno. 
malgrado  il  calore  considerevole  della  camera.  Noi  cessammo  dunque 
di  aggiungere  legna  nella  stufa  ed  io  uscii  per  chiudere   il  fumaiolo. 

Infatti,  la  nebbia  era  completamente  sparita  :  l'aria  era  divenuta 
più  trasparente  e  più  dolce.  Al  nord,  dietro  la  massa  nera  delle  fo- 
reste che  coronano  le  colline,  nuvole  biancastre  proiettavano  una 
debole  luce,  correvano  rapidamente  nel  cielo  :  e  nella  notte  profonda 
e  fredda  quei  turbini  di  vapore  sembravano  uscire  da  qualche  petto 
enorme:  si  sarebbero  detti  immensi  sospiri  che  senza  rumore  passassero 
da  una  estremità  alfaltra  deirorizzonte  per  andarsi  a  spegnere  nell'az- 
zurro carico  del  cielo.  Era  un'aurora  boreale,  le  cui  deboli  luci  scher- 
zavano nel  firmamento. 

Cedendo  a  una  specie  d'incanto  particolare  e  triste,  io  stavo  in 
piedi,  sul  tetto,  seguendo  con  aria  pensosa  quei  riflessi  d'oro  pallidissimi 
che  rischiaravano  l'orizzonte.  La  notte  regnava  ora  sovrana  in  tutta 
la  sua  bellezza  fredda  e  malinconica.  Là,  in  alto,  nella  volta  celeste, 
scintillavano  le  stelle:  in  basso,  un  piano  di  neve,  vasto  panno  bianco 
e  ininterrotto,  si  stendeva  in  lontananza  :  e  su  quel  bianco,  la  taiga 
staccava  la  sua  cresta  nera,  mentre  all'orizzonte  si  innalzava  il  profilo 
acuto  delle  montagne  bluastre.  E  tutto  quel  quadro  di  freddo  e  di 
silenzio  empiva  l'anima  di  una  tristezza  tenera.  Mi  sembrava  che  una 
voce  singhiozzante  percoiresse  lo  spazio  ripetendo  queste  parole  terri- 
bili ;  «Lontano!  lontano  da  tutto  ciò  che  hai  amato!  » 

Quando  rientrai  nella  yurta,  il  Brodiaga  dormiva  :  si  sentiva  di- 
.stintamente  la  sua  respirazione  uguale. 

Mi  coricai,  io  pure:  ma  ancora  sotto  l'impressione  del  racconto 
che  avevo  inteso,  per  molto  tempo  non  potei  doi'mire.  Qualche  volta, 
il  sonno  sembrava  scendere  sulla  mia  testa  in  fiamme,  ma  allora, 
come  espressamente,  il  Brodiaga  si  agitava,  si  voltava  sul  banco,  mor- 
morava parole  incomprensibili.  Quei  suoni  inquieti  e  confusi  che  usci- 
vano dal  suo  petto  sonoro  scacciavano  ben  presto  il  leggero  sonno 
che  si  era  impadronito  di  me.  Mi  rizzavo  a  sedere  sul  letto  e  la  mia 
imaginazione  tornava  alle  scene  dell'odissea  die  avevo  ascoltato.  In- 
fine, mi  assopii.  Credevo  sentire  al  disopra  di  me  il  brusio  dei  larici 
e  dei  cedri:  mi  vedevo  sull'alto  di  una  roccia,  guardando,  in  fondo  a 
un  burrone,  le  casette  bianche  dei  cordoni  di  vigilanza,  mentre  che 
fra  i  muri  bianchi  e  i  miei  occhi  un'aquila  dalle  ali  possenti  svolaz- 
zava dolcemente  nel  vuoto. 

E  il  mio  sogno  mi  traspoitava  sempre  più  lontano  da  quella  yurta, 
dove  regnava  un'oscurità  disperante.  Io  mi  sentiva  avvolto  dal  soffio 
di  un  vento  che  aspiravo  in  tutta  libertà  :  nelle  mie  orecchie  risuo- 
nava il  rumore  confuso  e  sordo  dell"  oceano  :  il  sole  tramontava,  le 
luci  azzurre  del  crepuscolo  scendevano  sulla  terra,  e  il  mio  canotto 
si  dondolava  dolcemente  sulle  onde. 

^  Voi.    evi.  Serie  rV  -  Itì  agosto  1903. 


626  l'evaso  da  sakh.vll\ 

Vj  che  quel  giovane  Brodiaga,  col  suo  racconto,  mi  aveva  infe- 
ramente sconvolto  !  Mi  imaginavo  l'effetto  che  doveva  produrre  (luel- 
Tepopea  raccontata  ai  forzati,  in  una  caserma  soffocante,  fra  le  quattro 
mura  di  una  prigione  ben  chiusa.  E  mi  cliiedevo  percliè  il  racconto 
si  incidesse  così  profondamente  nel  mio  spirito.  Non  era  punto  a 
causa  delle  difficoltà  delle  vie  che  essi  avevano  percorso,  né  di  quel 
che  avevano  dovuto  soffrire,  e  nemmeno  a  causa  dell'angoscia  costante 
ed  indicibilmente  crudele  che  alberga  neiranima  di  un  Brodiaga.  no, 
no  :  era  a  causa  di  quella  poesia  strana  che  si  compenetra  in  questa  pa- 
rola «  libertà  »:  e  fu  questa  forza  attraente,  questo  soffio  possente,  que- 
sta aspirazione  verso  il  mare,  verso  la  taiga,  verso  le  steppe,  che 
fecero  così  violentemente  battere  il  mio  cuore  :  e  se  me.  che  non  nu- 
drivo  più  speranze,  quella  libertà  poteva  ancora  lusingare,  quale  in- 
canto non  doveva  avere  essa  pel  Brodiaga.  che  già  aveva  gustato  la 
coppa  avvelenata  del  desiderio  insaziabile  I 

11  Brodiaga  dormiva  sempre,  ma  a  me  i  pensieri  non  davano  riposo, 
dimenticavo  completamente  le  circostanze  che  avevano  condotto  \'as- 
sily  alla  prigione  e  all'esilio,  quel  che  egli  aveva  sofferto  e  i  falli  che 
aveva  commessi  quando  cessò  di  obbedire  ai  suoi  genitori.  Non  ve- 
devo in  lui  che  un  giovane  pieno  di  vita,  di  forza  e  di  energia  la 
cui  passione  era  la  libertà,  e  che  cercava  la  sua  via  per  slanciarsi... 
Dove  ? 

—  Si.  dove.'... 

Nelle  parole  confuse  che  borbottava  il  Brodiaga.  sentivo  non  so 
quali  lamenti,  vaghi,  indefiniti,  lo  mi  assopiva  sotto  Timpressione  di 
quell'enigma  indecifrabile,  e  dei  sogni  oscuri  continuarono  ad  asse- 
diarmi. Il  sole  era  già  tramontato.  Vedevo  la  terra  enorme,  infinita, 
malinconica  e  triste,  tutta  immersa  in  un'atmosfera  di  pensieri  dolo- 
rosi. Una  nuvola  silenziosa  e  pesante  era  sospesa  nel  cielo...  Solo, 
l'orizzonte  si  illuminava  ancora  dei  deboli  raggi  dell'aurora  vesperale. 

In  qualche  parte,  laggiù,  a  piedi  delle  montagne  azzurrastre  e  fan- 
tasiose, scintillava  un  piccolo  fuoco...  Che  cosa  è?  È  forse  la  fiamma 
del  focolare  paterno,  da  così  lungo  tempo  abbandonalo  ?  o  è  un  fuoco 
fatuo  al  disopra  della  tomba  che  mi  aspetta  ? 

Era  già  tardissimo,  allorché  mi  addormentai. 


Quando  mi  risvegliai,  i  raggi  obliqui  del  sole,  penetrando  a  tra- 
verso i  ghiacciuoli.  scherzavano  sul  pavimento  della  yurta.  Erano  circa 
le  undici.  Il  Brodiaga  non  era  più  là. 

Dovevo  andare  alla  sloboda  per  i  miei  affari,  .attaccai  il  mio  ca- 
vallo a  un  piccolo  carretto,  e  uscii  dalla  casa  prendendo  la  lunga 
via  del  villaggio.  Il  tempo  era  chiaro  e  relativamente  dolce  :  avevamo 
'■lo  gradi  Réamur.  circa  ma...  tutto  è  relativo  in  questo  mondo,  e  ciò 
che  si  chiama  ovunque  il  punto  culminante  dell'inverno  era  conside- 
rato, qui,  come  il  primo  soffio  della  primavera  che  si  avvicinava. 

1  tiu'bini  di  fumo  che  sfuggivano  a  un  tempo  da  tutti  i  fumaiuoli 
della  sloboda  non  salivano  più  verso  il  cielo  in  colonne  rigide,  dritte 
e  immobili,  come  avviene  durante  i  grandi  freddi  ;  essi  si  curvavano 
verso  l'ovest.  Dall'  Oceano  Pacifico  soffiava  un  vento  di  Est  che  por- 
tava il  calore. 

Quasi  metà  della  sloboda  è  abitata  da  Tartari  esiliati  ;  e  come 
quel  giorno  era  la  loro  festa,  la  via  presentava  un  aspetto  abbastanza 


l'evaso  da  sakhaun  627 

animato.  Ad  ogni  istante  un  portone  cigolava  su  i  cardini  e  si  vedeva 
uscire  da  esso  un  carretto  o  dei  cavalli  da  sella  su  cui  stavano  dei 
cavalieri  vacillanti,  dei  cavalieri  leggermente  ebbri.  Il  fatto  è  che  quei 
discepoli  di  Maometto  si  curano  mediocremente  delle  proibizioni  del 
Corano.  K  questo  spiega  i  zig-zag  fantastici  che  descrivevano  cavalieri 
e  pedoni  nella  via  della  sloboda. 

Talvolta,  qualche  cavallo  ombroso  si  gettava  di  lato  un  po'  bru- 
scamente, il  carretto  si  rovesciava,  il  cavallo  fuggiva  a  tutte  gambe, 
mentre  il  suo  proprietario,  tenendo  sempre  le  redini,  si  dibatteva  a 
terra,  il  viso  nella  neve,  sollevando  intorno  a  lui  una  vera  nuvola  di 
polvere  bianca. 

Non  essere  in  stato  di  mantenere  fermo  il  cavallo,  essere  gettato 
fuori  del  carretto  questo  può  avvenire  ad  ognuno  che  sia  brillo,  ma 
sarebbe  vergogna  per  un  Tartaro  lasciare  le  redini,  per  quanto  im- 
barazzanti siano  le  circostanze. 

Ma  ecco  che  la  via.  dritta  come  un  I.  comincia  ad  animarsi  ed 
agitarsi  in  maniera  tutta  particolare.  1  cavalieri  si  dirigono  verso  le 
siepi,  i  pedoni  si  allineano,  le  donne  tartare,  con  i  loro  «  tchedras  » 
rossi,  tutti  adorni  e  variopinti,  rimandano  i  fanciulli  nelle  case  ri- 
spettive. 

I  curiosi  escono  da  tutte  le  \  urte  e  tutti  gli  occhi  si  volgono 
verso  un  sol  punto. 

All'estremità  della  lunga  strada  appare  un  gruppetto  di  cavalieri. 

Sono  le  corse,  le  corse  che  appassionano  così  i  Yakuti  come  i  Tar- 
tari. Erano  cinque  cavalieri  che  volavano  come  il  vento.  Quando  la 
cavalcata  passò  vicino  a  me.  riconobbi,  innanzi,  il  piccolo  cavallo  grigio 
sul  (piale  Haghylai  era  venuto  la  vigilia  in  casa  mia.  Ogni  salto  gli 
taceva  guadagnare  terreno  e  lo  spazio  aumentava  .sempre  fra  lui  e  gli 
altri  cavalli  che  esso  silasciava  sempre  indietro. 

Passavano  tutti  come  un  uragano,  facendo  tremare  il  suolo  sotto 
i  loro  zoccoli. 

(Ili  ocelli  dei, Tartari  brillavano,  eccitati,  quasi  cattivi.  Tutti  quei 
gevUemen-riders  agitavano  braccia  e  gambe,  gridavano  a  squarcia- 
gola, il  torso  completamente  rovesciato,  (piasi  sul  donso  delle  bestie. 
Solo.  Vassily  moritava  «  alla  russa  ».  chino  sul  collo  dell'animale, 
mandando,  talvolta,  piccoli  gridi  stridenti,  secchi  e  laceranti  come  colpi 
di  frusta  :  il  suo  cavallo,  ventre  a  terra,  fendeva  l'aria  come  un  uccello. 

Le  simpatie  della  folla  erano,  come  avviene  in  simili  casi,  pel 
vincitore. 

—  Eh  !  che  bravo  giovane!  -gridavano  gli  spettatori  estasiati,  mentre 
i  vecchi  ladri  di  cavalli,  amatori  appassionati  di  ogni  sjmrt.  accocco- 
lati su  i  talloni,  imitavano  l'andatuia  del  cavallo,  si  battevano  sulle 
ginocchia,  segnando  la  misura  cadenzata  di  ogni  colpo  di   zoccolo. 

In  mezzo  alla  strada,  X'assily,  che  ritornava  sul  suo  cavallo  co- 
perto di  schiuma,  mi  raggiunse. 

I  suoi  rivali  si  trascinavano  lontano.  lentame»te,  coperti  di  onta. 

II  viso  del  Brodiaga  era  pallido:  i  suoi  occhi  accesi  brillavano. 
Notai  che  era  leggermente  ubbiiaco. 

—  Si  fa  la  festa.  -  mi  gridò  egli,  chinandosi  sul  suo  cavallo  e  agi- 
tando il  suo  berretto. 

—  Questo  è  fatto  vostro  -  risposi. 

—  Non  ti  adirare!...  Non  vi  è  pericolo,  io  posso  fare  la  festa,  ma 
annegare  la  mia  ragione  nel  vino,  mai!  E.  sia  detto  fra  noi.  non  dare 


628  l'evaso  da  sakhalin 

il  mio  sacco  da  viaggio  a  nessuno,  sotto  alcun  [netesto ;  non  lo  dare 
nemmeno  a  me  stesso  se  te  lo  domandassi. 

—  Inteso!  -risposi  freddamente.  -  Soltanto,  vi  pregodi  non  venirmi 
a  trovare  se  siete  ubbriaco. 

—  Bene,  sta  tranquillo  -  rispose  il  Brodiaga,  allungando  un  coIjìo  di 
briglia  sul  suo  cavallo.  La  bestia  si  scosse,  si  impennò  e  si  slanciò  in 
avanti,  ma  dopo  alcuni  salti,  Vassily  la  fermò  e  ritornando  di  nuovoame: 

—  Che  cavallo!  Vale  dell'oio  !  Pure  io  avevo  scommesso.  Avete 
visto  come  corre"?  Ora  lo  venderò  ai  Tartari  j)el  prezzo  che  vorrò. 
Perchè,  vedi,  i  Tartari  si  appassionano  per  un  buon  cavallo. 

—  Ma  perchè  volete  venderlo  "?  Quale  cavallo   montereste  alloi-a  1 

—  Lo  vendo...  si,  è  cosi...  il  concorso  delle  circostanze. 
Egli  frustò  di  nuovo,  ma  non  si  allontanò. 

—  La  verità  è  die  ora  ho  incontrato  qui  uno  dei  miei  compagni... 
Ora,  abbandono  tutto.  Ohe  !  Cherr  I  Guarda,  quel  Taitaro  là,  quegli 
che  è  montato  su  uno  stallone  grigio  pomellato...  Olà!  tu!  -  gridò  egli 
chiamando  il  Tartaro  che  stava  dietro  di  lui.  -  Akhnietka!  Vieni  dun- 
que qui! 

11  cavallo  grigio-pomellato  si  avanzò  verso  il  mio  (carretto,  agi- 
tando la  testa,  il  passo  fermo.  Il  Tartaro  che  lo  montava  tolse  il 
cappello  e  mi  salutò,  il  viso  furbo  illuminato  da  mi  allegro  sorriso. 

Io  r  osservai  con  curiosità.  1  suoi  piccoli  occhi  brillavano  gaia- 
mente fissandosi  sul  suo  interlocutore,  con  un'aria  di  familiarità  ca- 
nagliesca che  sembrava  dire  a  tutti  :  «  Noi  ci  comprendiamo  1'  un 
l'altro,  lo  sono  un  poco  di  buono,  è  vero;  ma  che  importa'?  sono  una 
birba  abile,  non  è  vero?  » 

E  se  si  guardava  con  attenzione  il  suo  viso  dai  pomelli  sporgenti, 
quelle  rughe  gioviali  intorno  agli  occhi,  quelle  grandi  e  fini  orecchie 
che  sembravano  guardare  in  modocosì  strano  dalle  due  parti  della  testa, 
si  finiva  per  sorridere  involontariamente.  Allora,  Akiimetka,  convinto 
che  lo  si  aveva  compreso,  si  teneva  per  soddisfatto,  scuotendo  la  testa 
con  bonomia,  in  segno  di  solidarietà  di  opinioni. 

—  È  un  compagno  -  aggiunse  egli  indicando  Vassily  con  un 
cenno.   -  Abbiamo  fatto  il   viaggio  insieme  come  Biodiaghi. 

—  E  ora,  dove  abiti  dunque  '?  Io  non  mi  ricordo  di  averti  visto 
finora,  nella  sloboda. 

—  lo  vi  sono  venuto  a  cercare  le  mie  carte.  Vado  nelle  miniere 
di  oro,  dove  fo  il  commercio  dell'acquavite. 

lo  guai'dai  Vassily.  Egli  abbassò  dapprima  la  testa,  ma  subito, 
raccogliendo  le  briglie  del  suo  cavallo,  la  rialzò  arditamente,  con  aria 
provocatrice,  gli  occhi  ardenti.  La  sua  bocca  linianeva  fortemente  ser- 
rata, ma  il  suo  labbro  inferiore  tremava  visibilmente. 

—  lo  ritorno  nella  taiga  con  lui.  Che  stai  a  guardarmi  cosi?  Io 
sono  un  Brodiaga  !  Sì,  un  Brodiaga  ! 

Egli  pronunziò  queste  ultime  parole  al  momento  in  cui  il  suo  ca- 
vallo partiva,  al  galoppo. 

Un  istante  dopò,  non  si  sentiva  più  che  uno  scalpitio  vigoroso  di 
zoccoli,  <'lie  si  allontanava  sempre  più,  in  una  nuvola  di  polvere  gelata. 

Un  anno  dopo,  Akhmetka  riapparve  nella  sloboda  |)er  prendervi 
le  sue  «  carte  »,  ma  non  vi  ritornò  più  Vassily. 

fFineJ. 

WlADIMIRO    KOROl.ENKO. 

Tradttsione  di  Nino  Db  Sanctis. 


L'ATMOSFERA  DEL  DRAMMA  MUSICALE 


Riccardo  Wagner,  in  un  passo  della  sua  maggiore  opera  critica,  ap' 
plica  nel  campo  dell"  arte  la  legge  generale  della  dipendenza  di  ogni 
attività  umana  da  altra  attività  precedente,  siccome  effetto  legato  alla 
propria  causa  (1).  Se  la  forma  nella  qnale  egli  adombra  questo  con- 
cetto è  contorta  e  farraginosa,  non  meno  chiaro  apparisce  il  suo  pen- 
siero :  «  Il  seme  fecondatore  portato  dal  poeta  ha  in  sé  concentrati 
tutti  i  .succhi  più  delicati  della  vita  che  il  passato  vi  ha  raccolti,  per 
trasmetterli  all'avvenire  come  un  germe  necessario  e  fecondo  :  impe- 
rocché questo  avvenire  non  è  altrimenti  pensabile  se  non  determinato 
dal  passato  »  {"D.  Con  queste  parole  il  maestro  di  Lipsia  accenna  al- 
l'opera d'arte  dell'avvenire,  la  quale  -  egli  aggiunge  -  è  creata  dall'ar- 
tista odierno.  «  che  presente  la  vita  dell'avvenire  e  aspira  ad  esservi 
compreso  ». 

Questa  legge  vale,  secondo  il  Wagner,  solo  per  il  futuro,  o  non 
è  anclie  applicabile  alla  storia  dell'arte  musicale  presente  e  passata  "? 
Ed  egli  stesso,  il  grande  musicista,  immaginò  di  essere  sfuggito  al- 
l'impero di  questa  legge  e  di  aver  tratto  ogni  concepimento  estetico 
ed  ogni  inspirazione  solo  dalle  profondità  della  propria  psiche,  nulla 
dovendo  alle  età  trascorse"? 

Trattando  dell'opera,  egli  dice  che  questo  genere  artistico  si  è 
sempre  aggirato  nelle  spire  di  un  errore,  perché  in  essa  di  un 
mezzo  dell'espressione  (la  musica)  si  è  fatto  lo  scopo,  e  dello  scopo  del- 
l'espressione (ildrannna)  si  è  fatto  il  mezzo.  La  storia  dell'o/jerri,  dal- 
l' epoca  del  Gluck  a  quella  del  Meyerbeer,  è  la  storia  di  questo 
errore,  al  quale  ninno  sfugge:  non  il  Gluck.  che  primo  si  ribellò  al- 
l'arbitrio del  cantante  (tino  allora  dominatore  incontrastato  della  scena) 
nella  esecuzione  dell'aria,  conferendo  alla  melodia  ima  espressione 
analoga  al  senso  delle  parole  che  le  erano  sottoposte  ;  non  i  successori 
immediati  del  Gluck  :  Cherubini.  Méhul  e  Spontini,  anch'essi  atfac- 
cendati,  come  il  loro  maestro,  ad  invadere  il  dominio  proprio  del 
drammaturgo.  Non  sfugge  a  questo  errore  il  divino  Mozart,  e  mag- 
giormente vi  sono  soggetti  Rossini  e  Meyerbeer  :  Rossini,  il  quale  creò 
la  melodia  semplice  e  gradevole,  assolutamente  melodica,  la  melodia 
che  scivola  negli  orecchi  e  si  licanta,  la  melodia  che  niun  rapporto 
lega  al  libretto  al  quale  deve  andai'e  congiunta  :  Meyerbeer,  il  grande 
eclettico,  il  mancipio  dei  gusti  variabili  dei  pubblici  europei,  il  ban- 
chiere ebraico  fatto   musicista.  E  in  questo  errore  cade  anche  un  altro 

(1)  Vedi  Gnylielmiiia  Scìiroeder-Detrient  e  Gaspare  Spoìitini,  nella  Xttoia  An- 
tologia, 16  luglio  1903. 

(2i   Opera  e   dramma,   traduzione  di  LriGl  Topcm,  voi.  II.  pag.  251-52. 


();{U  I," ATMOSFERA    DEL    DRAMMA    MirSlCAI.E 

compositore  tedesco  che  pure  ha  titoli  immortali  alla  ;iiiiuiiiazi(jiie  dei 
posteri  :  Carlo  Maria  von  Wel)er,  il  musicista  del  jii'iipi'o  letterario 
romantico  di  Berlino,  quello  stesso  che.  discendendo  nel  piato  e  nel 
bosco,  attrattovi  dal  profumo  che  emanava  il  fiore  del  canto  popolare, 
non  S'^ppe  resistere  al  desiderio  di  offrirlo  air  umanità  costretta  nel- 
l'errore tradizionale,  si  che  lo  divelse  dalla  terra  ove  era  liberamente 
germogliato,  e  lo  presentò  trasfigurato  nelle  sue  opere,  non  riuscendo 
che  a  dimostrare  ancora  una  volta  la  immanenza  necessaria,  nella 
forma  di  arte  tradizionale,  di  quell'errore  ch'egli  voleva  combattere  : 
a  dimostrare  cioè  che  non  v'ha  fra  le  possibilità  delia  musica,  fosse 
essa  la  più  bella  e  pura  melodia  popolare,  quella  di  trasformare  sé 
medesima  nel  dramma. 

Riccardo  Wagner  non  vuole  adunque  riconoscere  alcun  l'appoito 
fra  la  propria  concezione  dell'opera  d'arte  e  la  concezione  di  quelli 
che  prima  di  lui  furono  eccellenti  nell'opera  musicale.  Ma  noi  sa])- 
piamo  che  il  grande  maestro  ha  più  volte  accennato  a  un  nesso  ideale 
fra  la  propria  gloria  e  quella  della  cantante  tragica  Guglielmina 
Schroeder-Devrient.  Lasciamo  adunque  da  banda  i  particolari  intimi 
della  vita  di  lei.  ed  ammiriamola  nel  periodo  della  massima  eftlore- 
rescenza  del  suo  genio,  su  quel  palcoscenico  che  fu  centro  della  sua 
gloria.  Cerchiamo  di  scoprile  ciò  che  nella  grande  arte  della  Schroeder 
è  dovuto  alle  personali  facoltà  ed  attitudini  dell'artista,  e  ciò  che 
essa  raccolse  dal  mondo  ambiente  tedesco.  E  per  poter  fare  special- 
mente quest'ultima  importantissima  indagine  (importantissima  nei  ri- 
guardi della  storia  del  teatro  tedesco),  occorre  Ci^aminare  un  poco  le 
condizioni  intellettuali  della  Germania  contemporanea  all'artista,  l'i- 
volgendo  la  nostra  attenzione  alla  letteratura,  alla  critica  estetica  e 
a  quella  che  fu  la  educazione  degli  artisti  della  scena  di  jìrosa  e  del- 
l'opeia  in  (iermauia,  nell'epoca  della  maturità  artistica  della  Schroeder. 
Al  termine  di  questa  indagine  ci  sarà  agevole  scoprire  alcuni  dei  nu- 
merosi legami  che  avvincono  il  genio  di  Riccardo  \Vagner  al  passato. 


Il  dramma,  e  più  preci.samente  l'essenza  del  dramma  greco  antico, 
era  sfato  in  cima  al  {pensiero  dei  gruppi  intellettuali  dei  tedeschi,  dal 
giorno  che  Lessing,  dopo  avere  acerbamente  criticata  nella  sua  Dram- 
maturgia amburghese  la  tragedia  classica  francese  tlel  secolo  diciasset- 
tesimo coi  suoi  versi  alessandrini  e  con  la  regola  delle  tre  luiità, 
aveva  colpito  in  Gottsched  e  nella  sua  scuola  gli  ammiratori  ed  imi- 
tatori tedeschi  dei  tragici  francesi.  11  dramma  nella  tJrecia  antica  era 
rivelato  allo  spettatore  soltanto  dalla  jiarola.  Pochi  erano  i  movimenti 
esteriori,  e  le  azioni  importanti  non  avvenivano  sulla  scena,  si  che 
allo  spettatore  erano  generalmente  comunicate  da  messaggeri.  L'eroe 
sulla  scena  effondeva  i  propri  sentimenti  e  il  coi'o  es]>rimeva  l'impres- 
sione prodotta  dai  tatti  raccontati  nell'animo  di  quelli  che  erano  in- 
torno. Il  dramma  greco  fu,  come  osserva  il  Wagnei',  innestato  nel 
nostro  sviluppo  storico,  e  ricostruito  dal  Racine  e  dagli  altii  tragici 
francesi  del  secolo  diciasettesimo,  secondo  le  nuil  comprese  regole  di 
.Aristotele.  Nella  tragedia  del  Racine  e  dei  suoi  confemiìoranei,  la  scena 
è  dominata  dalla  figura  stereotipa  dell'eroe  greco  adattata  ai  tempi 
moderni:  figura  riffessa,  quindi  fredda,  senza  sangue,  e  come  inanimata. 

Intanto  la  più  importante  delle  tre  unità  aristoteliche,  l'unità  del 
fenqjo.  la   quale  esige  che    l'azione  si  svolga  e  si  compia  nel    breve 


l'atmosfera  dei,  dramma  musicale  631 

giro  di  ventiquattr'ore,  non  permetteva  ai  tragici  francesi  di  conse- 
gnare alla  scena  un  carattere,  ma  solo  una  peripezia,  una  catastrofe. 
La  mancanza  presso  "i  francesi  di  erudizione  e  di  quella  penetrazione 
delfanima  greca  che  fu,  come  constatai  innanzi  e  meglio  sarà  mo- 
strato nel  seguito,  la  costante  aspirazione  dei  tedeschi  dopo  Lessing, 
fece  applicare  in  Francia  i  costumi  e  i  sentimenti  moderni  alle  azioni 
antiche.  La  forma  del  verso  alessandrino  col  suo  accento  convenuto, 
con  i  legami  che  impone  al  pensiero,  recitato  in  modo  pomposo  e  ma- 
nierato (lalFattore  francese,  la  cui  arte  consisteva  tutta  nella  decla- 
mazione del  verso,  togiie\a  ogni  originalità  e  naturalezza  alla  tragedia. 

Lessing  volle  bandita  dalla  Germania  la  imitazione  di  questo  ge- 
nere di  letteratura,  ed  affermando  resistenza  di  un  più  diretto  rap- 
porto fra  il  teatro  inglese  e  il  genio  nazionale  tedesco  che  non  fra 
questo  e  la  tragedia  francese,  iniziò  nella  sua  patria  lo  studio  e  la 
imitazione  del  dramma  shakespeariano,  che,  introdottovi  da  comme- 
dianti inglesi  ed  illustrato  da  Herder,  fu  accolto  dal  popolo. 

Ma  alcune  menti  geniali,  dopo  avere  esordito  con  la  imitazione 
del  grande  drammaturgo  inglese,  si  diedero  ad  un  lavoro  tormentoso, 
diretto  a  penetrare  Tanima  greca  non  più  i)el  tramite  della  tragedia 
del  Racine  e  dei  suoi  contemporanei,  ma  direttamente,  nella  essenza 
stessa  delle  opere  antiche.  Fu  questo  un  beneficio  indiretto  dell'opera 
critica  del  Lessing.  il  quale  aveva  ricercato  ben  altra  cosa:  l'origina- 
lità, e  per  ottenerla  aveva  rivolte  le  menti  dei  compatriotti  a  qualche 
cosa  di  più  vicino  al  genio  tedesco,  all'opera  di  Guglielmo  Shakespeare. 

Era  questa  per  la  Germania  l'epoca  del  cosmopolitismo  nella  let- 
teratura, e  il  |)ensiero  tedesco  si  fermò  lungamente  nella  contempla- 
zione di  quella  antica  civiltà,  presso  la  quale  la  bellezza  era  comparsa 
un  giorno  fuggevolmente,  per  non  più  riapparire,  si  radio.sa  e  perfetta, 
fra  gli  uomini.  Winckelmann,  coi  suoi  scritti  che  ebl)ero  infliLsso  su 
tutta  l'Europa  contemporanea,  volge\a  le  menti  degli  artisti  alla  am- 
mirazione dei  monumenti  antichi.  E  se  Lessing  nel  Laocoonte  o  Trat- 
tato dei  limiti  della  pittura  e  della  poesia  aveva  assegnato  al  dramma 
letterario,  al  dramma  considerato  come  ramo  della  letteratura  (non  al 
dramma  scenico)  (1)  confini  e  barriere,  Winckelmann  mostrava  i  nessi 
delle  varie  arti,  e  gettava  sprazzi  luminosi  su  ciascuna  di  esse  me- 
diante l'esame  delle  altre. 

I  nuovi  criteri  estetico-ciitici  avevano  avuto  immediata  ripercus- 
sione nel  campo  della  letteratura,  si  che  la  attività  letteraria  del  Goethe 
e  dello  Schiller  è  la  storia  della  oscillazione  del  jiensiero  tedesco  fra 
il  dramma  moderno  di  Shakespeare  e  l'antica  tragedia  greca,  e  in 
quest'ultima  fase  della  oscillazione  è  la  ricerca  dell'essenza  dell'anima 
greca,  attraverso  l'esame  di  tutte  le  arti,  secondo  l'indirizzo  del  Winckel- 
mann. La  maggior  parie  dei  drammi  storici  di  Federico  Schiller  è 
satura  del  pensiero  greco:  esso  si  rivela  specialmente  nella  Sposa  di 
Messina,  ove  il  poeta  tedesco  riuscì  ad  una  completa  intuizione  di  ciò 
che  fu  l'elemento  del  fato  per  gli  antichi  tragici,  mentre  in  altre  opei-e 
adombrò  i  concetti  ellenici  della  tragicità  del  destino,  della  Nemesi, 
dell"  individuo  agente  quale  strumento  della  divinità.  E  Wolfango  Goethe, 
mentre  nella  Ifigenia,  che  è,  secondo  un  moderno  sci'ittore.  mìa  conce- 
sione  animata  dal  (jenio  della  statuaria  atìtica.  imita  le  forme  esteriori 

(1)  Cfr.  Wagner,  Opera  e  dramma,  voL  I,  seconda  parte:  //  dramma  e  ìa 
essenza    della  poesia  drammatica. 


6M  l" ATMOSFERA   DEL    DRAMMA    MUSICALE 

della  tragedia  greca,  nel  secondo  Faust  esprime  l'aspirazione  alla  bellezza . 
simboleggiando  l'unione  del  genio  moderno  con  la  beltà  greca. 

L'esame  di  alcune  speciali  manifestazioni  dell'arte  tedesca  di 
questo  periodo  prova  che  non  si  tardò  a  fare  un  passo  innanzi  ai 
VVinckelmann:  dall'analisi  di  tutte  le  arti,  per  la  migliore  comprensione 
di  ciascuna,  si  passò  al  concorso  di  varie  arti,  specialmente  (juando  si 
poneva  la  mira  all'attuazione  di  una  situazione  drammatica.  La  stessa 
danza  in  Germania  intese  alla  produzione  di  un  effetto  drammatico, 
sì  che  la  Stael,  in  quel  .suo  libro  che  è  un'ottima  guida  alla  cono- 
scenza della  Germania  intellettuale  del  diciottesimo  secolo  e  degli 
albori  del  diciannovesimo  (1).  ne  indusse  che  presso  quel  popolo  me- 
glio sarebbe  riuscita  la  danza  ])antomiinica.  che  quella  consistente, 
come  in  Francia,  nella  grazia  e  nella  agilità  del  corpo.  La  comparsa 
di  Fanny  Ellsler,  intorno  al  1830.  confermò  questo  giudizio;  la  dan- 
zatrice tedesca  è  chiamata  da  R.  Genée  «  il  più  gi'ande  genio  dram- 
matico della  danza  e  della  pantomima  ».  Fanny  Ellsler  però  aveva 
avuto  una  precorritrice  in  Ida  Brun,  della  quale  la  signora  Stael  potè 
dire:  «  Essa  ha  ricevuto  dalla  natura  e  da  sua  madre  una  capacità 
incredibile  per  rappresentare,  mediante  semplici  atteggiamenti,  i  quadri 
più  commoventi  o  le  più  belle  statue  ;  la  sua  danza  non  è  che  un 
seguito  di  capolavori  passeggeri,  ciascuno  dei  ([uali  si  vorrebbe  fissare 
per  sempre  ;  è  vero  che  la  madre  di  Ida  ha  concepito,  nella  sua  im- 
maginazione, tutto  ciò  che  sua  figlia  sa  dipingere  agli,  sguardi.  Le 
poesie  della  signora  Brun  faimo  scoprire  nell'arte  e  nella  natura  mille 
ricchezze  nuove  che  gli  sguardi  distratti  non  avevano  osservate.  Io  ho 
vistola  giovane  Ida,  ancora  fanciulla,  rappresentare  Altea  pronta  a  bru- 
ciare il  tizzone  al  quale  è  attaccata  la  vita  di  suo  figlio  Meleagro:  essa 
esprimeva  senza  parole  il  dolore,  i  contlitti  e  la  terribile  risoluzione 
di  una  madre  ;  i  suoi  sguardi  animati  servivano  senza  dubbio  a  far 
comprendere  le  agitazioni  del  suo  cuor.^  :  ma  l'arte  di  variare  i  suoi 
gesti  e  dì  drappeggiare  il  mantello  dì  poi'poia  del  quale  era  coperta, 
produceva  almeno  altrettanto  effetto  che  la  sua  fìsonomia  ;  spesso  si 
fermava  lungamente  nello  stesso  atteggiamento,  ed  ogni  volta  un  pit- 
tore non  avrebbe  potuto  inventare  niente  di  meglio  del  quadro  che 
ella  improvvisava  ».  La  danza  e  la  poesìa  alleate  per  attuare  una  si- 
tuazione drammatica,  la  danza  comprendente  la  mimica,  anzi  espli- 
cantesi  principalmente  in  cfuesta  :  sono  due  delle  arti  dì  puro  ordine 
umano  che  gli  antichi  tacevano  concorrere  alla  pioduzione  dei  dramma. 

La  letteratura  romantica  (la  quale  ebbe  il  merito  dì  accennare 
vagamente,  prima  del  Wagner,  al  nesso  fra  la  poesìa  e  la  nuisica)  (2) 
non  aveva  potuto  distruggere  in  Germania  il  grande  movimento  este- 
tico del  secolo  decìmottavo,  sicché  quando,  come  reazione  a  questa 
letteratura  nella  sua  ultima  trasformazione  nel  senso  della  legittimità 
e  della  tradizione  feudale,  nacque  la  scuola  della  Giovane  Germania, 
si  ritrovano,  specialmente  negli  scritti  critici  di  questa,  tutti  gli  ele- 
menti della  estetica  cosmopolita  del  secolo  precedente,  la  considera- 
zione dell'antico  dramma  greco  come  la  forma  più  perfetta  di  questo 
genere  di  arte,  e  la  importanza  attribuita  alla  verità  della  espressione 
drammatica  da  parte  dei  personaggi  della  scena. 

(1)  Be  lAllemagne.  Paris,  1818. 

(2)  Cfr.  L.  Torchi,  Riccardo    Wagner  (Studio  critico). 


l/ ATMOSFERA    DEL    DRAMMA    MUSICALE  633 

La  critica  estetica  ebbe  in  ooni  tempo  in  Germania  grande  im- 
portanza. Si  ricordino  le  parole  della  signora  de  Stael,  quando  ac- 
cenna all'azione  preponderante  di  Efraimo  Lessing  nello  svolgimento 
della  letteratura  in  Germania:  «  La  letteratura  tedesca  è  forse  la  sola 
che  sia  incominciata  con  la  critica  ;  in  tutti  gli  altri  luoghi  la  critica 
è  venuta  dopo  i  capolavori  :  ma  in  Germania  essa  li  ha  prodotti  ». 
E  chi  ponga  mente  alla  complessa  attività  artistica  e  letteraria  di 
Riccardo  Wagner,  alle  sue  grandi  opere  critiche  ove  son  jiosti  i  canoni 
estetici  dell'arte  futura,  scritte  da  lui  nell'esilio  di  Zurigo,  prima  della 
elaborazione  dei  drammi  musicali  della  seconda  maniera,  vi  vedrà 
ima  chiara  conferma  delle  parole  della  scrittrice  francese. 

Riccardo  Wagner,  l'inesorabile  tlagellatore  dei  musicisti  del  pas- 
sato, fu  a  sua  volta,  come  è  noto,  assalito  aspramente  dalla  critica 
tedesca;  ma  egli,  con  la  sicurezza  del  genio  che  s')vrasta  agli  altri 
mortali,  non  si  scompose  mala  quegli  attacchi,  e  si  contentò  di  trarre 
un'allegra  e  geniale  vendetta  dei  suoi  nemici,  creando  nei  Maestri 
cantori  la  comica  figura  del  Merker,  il  critico  designato  a  notare  in 
un  quadro,  secondo  le  regole  fìsse  della  tabnlatiira,  gli  errori  del  can- 
tante-poeta che  aspirava  ad  essere  ammesso  nella  corporazione  dei 
maestri  nuremberghesi,  in  opposizione  a  quella  del  cantante-poeta 
Walther  von  Stolzing,  l'ardente  cavaliere  di  Franconia:  e  simboleg- 
giando nelle  due  figure  il  contrasto  fra  il  pedantismo  della  scuola 
stazionaria  e  il  libero  genio  creatore. 

Tra  Lessing  e  W^agner  si  ebbe  in  Germania  un  altro  notevole  pe- 
riodo di  attività  estetico-critica,  e  fu  l'epoca  susseguente  alla  guerra 
di  liberazione  del  1813  e  alla  restaurazione  del  1815.  Quel  movimento, 
^ sorto  da  prima  come  reazione  alla  politica  antiliberale  della  Prussia, 
non  tardò  a  confondersi  con  la  letteratura  della  Gioraìie  Germania, 
fiorita  (lo])o  il  18.'5().  ch'ebbe  come  antesignani  Heine  e  Bcirne.  e  per 
gregari  uomini  di  alta  intelligenza,  come  Laube,  Mundi,  Gutzkovv  e 
Kiihn.  Questa  critica,  nel  campo  dell'arte  musicale,  diresse  special- 
mente i  suoi  strali  contro  Gaspare  Spontini,  direttore  generale  della 
musica  del  re  di  Prussia  (1).  Gaspare  Spontini  non  ebbe  la  calma  che 
mostrò  più  tardi  Riccardo  Wagner;  egli  ruppe  presto  la  misura  e  iniziò 
quelle  lotte  che,  se  condussero  un  giorno  il  critico  antispontiniano 
Luigi  Rellstab  in  carcere,  non  tardarono  a  volgersi  ai  danni  del  mae- 
stro stesso,  il  quale,  imputato  di  lesa  maestà,  fu  condannato  alla 
reclusione  in  fortezza,  e  fu  salvo  solo  per  l'intervento  della  grazia 
sovrana. 

La  critica  estetica  tedesca  del  periodo  berlinese  dello  Spontini, 
che  è  pure  il  periodo  della  efflorescenza  del  genio  artistico  di  Gugliel- 
mina  Schroeder-Devrient,  poilò  nei  propri  scritti  un  ricco  bagaglio  di 
odi  politici,  di  conflitti  etnici  e  religiosi,  di  rivalità  e  contrasti  let- 
terari. Ed  ecco,  nelle  varie  e  multicolori  gazzette  del  tempo,  la  lunga 
teoria  dei  critici,  taluni  improvvisati,  altri  professionisti,  taluni  an- 
tichi soldati  della  guerra  di  liberazione,  come  Luigi  Rellstab,  il  più 
audace  e  il  più  intelligente  degli  avversari  dello  Spontiu',  altri  se- 
guaci delia  scuola  romantica  o  iniziatori  del  movimento  della  Giovane 

(li  De\e  eccettuarsi  Ludwig  Borne,  del  quale  esiste  una  analisi  elogiativa 
della  Vfftale  (1S29),  inserita  nei  Fogli  drammaturgici  (Drammaturgiuhe  Blatter. 
Gesammclte  Schriften  von  Lndiiig  Borite.  Vollstandige  Aasgnbe,  Drifter  Band. 
Wien.   Tendler  e  Comp.  1868,  pag.  ■34-.95J. 


iì'M  I," ATMOSFERA    DEI,    DRAMMA    MUSICALE 

Germania.  Invettive  e  attacchi  virulenti  si  incrociano  con  la  esposi- 
zione dei  più  svariati  canoni  estetici.  Ma  in  mezzo  a  questo  caos,  chi 
un  poco  vi  addentri  lo  sguardo,  scopre  come  un  punto  di  attrazione 
che  tutti  riunisce,  spontiniani  e  antispontiniani,  tedeschi  e  italiani, 
classici  e  romantici,  in  una  visione  comune  di  uno  stesso  canone 
estetico:  l'alta  importanza  che  doveva  essere  conferita  alla  verità  della 
espressione  drammatica  non  solo  nel  teatro  di  prosa  ma  anche  nel 
campo  dell'opera  musicale,  nella  quale,  bandita  ogni  ammirazione  per 
la  virtuosità  dell'artista  del  canto,  si  pose  ogni  cura  a  valutare  l'azione 
drammatica  ch'egli  attuava  nella  scena. 


«  Il  teatro  rivela  l'uomo  all'uomo  e  gli  inspira  un  santo  terrore 
degli  uragani  dell'anima.  In  verità,  quali  parole  potrebbero  dipingerli 
come  un  accento,  un  gesto,  uno  sguardo  !  Le  jiarole  esprimono  meno 
dell'accento,  l'accento  meno  della  fisonomia,  e  l'inesprimibile  è  preci- 
samente ciò  che  un  sublime  attore  ci  fa  conoscere  ».  Casi  la  Stael,  nei 
primi  anni  del  secolo  diciannovesimo,  nel  conspetto  degli  attori  te- 
deschi (1).  Essa  poi  esamina  la  loro  azione  scenica,  paragonandola  a 
quella  degli  attori  francesi  ed  inglesi  contemporanei.  Mentre  l'attore 
francese  non  si  occupa  che  della  recitazione  enfatica  del  verso  ales- 
sandrino, sol  riguardando  all'effetto  nei  singoli  momenti  della  recitazione 
e  meritando  l'applauso  quasi  ad  ogni  verso;  mentre  l'attore  inglese  si 
fa  ammirare  per  una  maggiore  maestà  nella  recitazione,  l'attore  te- 
desco non  ha  che  l'affettazione  della  semplicità  e  non  aspira  che  ad 
imitare  la  natura.  Egli  non  ha  riguardo  all'effetto  nei  singoli  momenti 
della  recitazione,  ma  ha  di  mira  l' insieme  del  personaggio,  non  ricer- 
cando l'applauso  che  alla  fine,  per  la  interpretazione  del  complesso. 
All'arte  principale  della  declamazione,  che  era  tutta  l'aite  dell'attore 
francese,  il  tedesco  aggiungeva  nelle  sue  interpretazioni  un  gian  numero 
di  accessort.  Per  esso  la  parola  era  assai  spesso  ap|)ena  necessaria  per 
commuovere,  come  provava  l'interpretazione  di  re  Lear,  data  dall'at- 
tore Schroeder.  «  Quando  Schroeder,  eseguendo  il  Re  Lear,  tradotto  in 
tedesco,  era  condotto  addormentato  sulla  scena,  si  dice  che  questo 
sonno  della  sventura  e  della  vecchiaia  strappasse  le  lacrime  prima 
ch'egli  si  fosse  risvegliato,  prima  ancora  che  i  suoi  lamenti  avessero 
appreso  i  suoi  dolori  ;  e  quand'egli  portava  fra  le  braccia  il  corpo  della 
giovane  Cordelia,  uccisa  perchè  non  lo  aveva  voluto  abbandonare, 
ninna  cosa  era  cosi  bella  come  la  forza  che  gli  dava  la  disperazione. 
Un  ultimo  dubbio  lo  sosteneva,  egli  cercava  se  Cordelia  respirasse 
ancora;  egli,  cosi  vecchio,  non  poteva  persuadersi  che  un  es.sere  cosi 
giovane  avesse  potuto  morire.  Un  dolore  a{)passionato,  in  un  vecchio 
a  metà  distrutto,  ])roduceva  l'emozione  piìi  stiaziante  ». 

Schroeder,  attore  dotato  di  mezzi  eccezionali,  faceva  conoscere  agii 
spettatori  ciò  liie  non  è  esprimibile  con  la  parola,  senza  usare  del 
giuoco  della  tìsononda  e  della  [)otenza  dello  sguardo,  quando  compa- 
riva sulla  scena  con  gli  occhi  chiusi,  a  rappresentare  il  sonno  della 
sventura.  Qui  abbiamo  l'azione  muta  in  tutta  la  sua  efficacia.  Un  passo 
ancora,  e  ci  al)batteremo  nelle  teoriche  di  Riccardo  Wagner,  il  quale, 
riconosciuta  la  grande  importanza  di  questa  azione  muta,  trascurando 
il     fatto    transitorio  e  accidentale  di  un  attore  di  genio  che  può  con 

(1)  De  /'At/einai/nr  -  Lii  ih'claiiiatioii.  voi.  III.  pag.  111-137. 


1,'ataiosfera  dei,  dramma  musicale  635 

essa  far  conoscere  1"  inesprimibile,  modificando  le  nozioni  che  si  addi- 
cono comunemente  alla  parola  azione,  dirà  che  accanto  alla  azione  che 
si  manifesta  a  noi  mediante  i  movimenti  della  intelligenza  (parola),  o 
mediante  i  movimenti  del  corpo  (mimica),  vi  ha  una  terza  azione,  la  quale 
ha  il  potere  di  rendere  sensibile  per  la  nostra  anima  i  movimenti  del- 
l'anima dei  personaggi  scenici.  Per  essa  il  dramma  è  riportato  all'in- 
terno,  nell'anima  stessa  dei  personaggi  ;  l'azione  drammatica  è  ciò  che 
esiste  in  fondo  all'anima  dell'attore  die  sta  sulla  scena,  ciò  che  il  poeta 
descrive  o  fa  indo\inare.  ciò  che  la  musica  rivela,  mettendo  in  comu- 
nicazione diretta  lo  spettatore  con  l'anima  dei  personaggi. 

Perchè  il  Wagner  potesse  fare  questo  passo  innanzi,  perchè  egli 
potesse  enunciare  il  canone  estetico  che  conferisce  alla  musica  la  fun- 
zione da  rappresentare  in  modo  sensibile  l' inesprimibile,  era  neces- 
sario che  prima  di  lui  si  svolgesse  quel  movimento  letterario  cui  accen- 
navo innanzi,  che  gli  attori  e  i  cantanti  tedeschi  subissero  l'influsso 
di  quella  letteratura,  che  in  confronto  di  questi  la  critica  estetica  te- 
desca assumesse  uno  speciale  atteggiamento. 

l  cantanti  tedeschi,  dal  tempo  di  Cristoforo  Gluck,  avevano  con- 
ferito grande  importanza  alla  verità  e  alla  naturalezza  delia  espressione 
drammatica,  e  tino  da  allora  nelle  opere  in  musica  la  esecuzione  di  parti 
considerate  impoitanti  nei  riguardi  dell'azione  drammatica  erano  facil- 
mente affidate  ad  attori.  Quando  nel  1791)  furono  eseguite  in  Berlino 
Le  nozze  di  Figaro  e  il  Don  Giovanni  di  Mozart,  le  parti  di  Figaro  e 
di  Leporello  fui-ono  affidate  ad  Unselmann,  il  quale  riuniva  in  sé  le 
qualità  di  cantante  e  di  attore,  e  l'attore  Lippert  eseguì  la  parte  del 
conte  nella  prima  di  queste  opere  (1).  Filippo  Edoardo  Devrient,  nepote 
del  grande  attore  Ludwig,  fu  a  sua  volta  buon  attore  e  buon  cantante. 
Guglielraina  Schroeder-Deviient.  figlia  dell'attrice  tedesca  Sofìa  Schroe- 
der.  era  sfata  anch'essa,  nella  |)rima  giovinezza,  attrice  tragica,  ed 
aveva  riportato  in  Vienna  grande  successo  nella  interpietazione  delle 
tragedie  del  Racine  e  dei  drammi  dello  Schiller.  E  questi  esempì  di 
intiere  famiglie  di  artisti  tedesciii  presso  le  quali  il  fondo  della  edu- 
cazione artistica  era  costituita  dallo  studio  della  tragedia,  mentre  ecce- 
zionalmente taluno,  dotato  di  privilegiato  organo  vocale,  si  dedicava 
allo  studio  del  canto,  potrebbero  moltiplicarsi  all'infinito. 

Che  cosa  avveniva  in  quegli  stessi  anni  sulla  scena  lirica  italiana? 
1  nostri  cantanti  si  abbandonavano  a  tutti  i  lenocinT  dello  stile  fiorito, 
e  soggiogavano  i  pubblici  col  prestigio  della  vocalizzazione,  con  le 
gamme  cromatiche  e  con  la  esecuzione  delle  più  svariate  difficoltà,  si 
die  un  liei  giorno  Gioacchino  Rossini,  per  mettere  fine  agli  arliitrì  dei 
cantanti,  i  quali  non  si  curavano  di  altro  che  di  mettere  in  mostra  le 
loro  qualità  di  virtuosi,  fu  costretto  a  scrivere  egli  stes.so  i  vocalizzi 
delle  proprie  opere.  L'educazione  dei  cantanti  tedeschi  di  questo  periodo 
apparisce  dunque  infinitamente  piii  seria,  perchè  fondamento  della  loro 
arte  era  lo  studio  della  tragedia,  e  la  ricerca  della  verità  nella  espres- 
sione drammatica. 

Quando  Gaspare  Spontini  giunse,  nel  18!2(),  a  Berlino,  trovò  per 
la  esecuzione  dei  suoi  drammi  musicali  i  degni  interpreti  in  questa 
pleiade  di  artisti  tragici.  \'ero  è  che  egli  non  si  ]>otè  abituare  a  tutta 
])rima  a  questa  confusione  nella  stessa  persona  della  qualità  di  attore 
e  di  cantante,  si  che  in  una  lettera  del  22  dicembre  1823,  diretta  al 

(1)  R.  Genke,  op.  cìt..  pag.  i9. 


tì36  l'atmosfera  del  dramma  musicale 

conte  voii  Briihl.  intendente  degli  spettacoli  reali,  egli  scriveva  di  non 
poter  troppo  applaudire  «  au  système  d'employer  les  chanteurs  et  les 
clianteuses  dans  la  comedie  et  dans  la  tragedie,  et  ainsi  viceversa,  vu 
tous  les  inconveniens,  qui  en  resultent  pour  le  chant  »  (  1  )  :  ma  è  certo 
che  la  educazione  drammatica  di  questi  artisti  fu  il  principale  coeffi- 
ciente della  perfetta  esecuzione  che  ebbero  le  sue  stesse  opere  sulle 
scene  del  Teatro  Reale  di  Berlino,  e  tutti  i  rapporti  del  musicista  ita- 
liano con  gli  artisti  di  questo  teatro  mostrano  l'importanza  ch'egli 
dava,  nelle  prove,  alla  espressione  drammatica.  Ricordando  la  prima 
esecuzione  berlinese,  sotto  la  direzione  dell'autt  re,  del  Fernando  Cortes, 
il  La  Mara  dice  :  «  Al  caso  egli  si  serviva  tin  anche  della  mimica  vi- 
vace e  dei  gesti  passionali  della  tragedia  francese,  per  rendere  in  special 
modo  plastico  un  ([ualclie  momento  dell'azione  »  (2). 

Lasciamo  stare  i  gesti  passionali  di  una  tragedia  che  non  lia  avuto 
che  gesti  convenzionali.  Si  dovrebbe  qui  forse  parlare  di  una  mimica 
personale  del  musicista  dagli  elevati  concepimenti  artistici,  dell'ultimo 
e  maggiore  rappresentante  del  melismo  italo-francese.  Ad  ogni  modo 
a  questo  punto  possiamo  constatare  una  rispondenza  perfetta  e  come 
un  unisono  fra  l'autore  e  gli  esecutori. 

Il  Teatro  Reale  di  Berlino,  nel  periodo  spontiniano,  aveva  un  per- 
sonale fisso  di  [)rim'ordine.  Heinrich  Blume  cantò  per  quarant'anni 
su  quelle  scene,  eccellendo  nella  parte  di  Don  Giovanni,  nell'opera 
omonima  del  Mozart,  e  Waner  per  ventisette  anni,  come  dice  il  Genée. 
era  stato  il  suo  fedel  Leporello.  Il  tenore  Bader  ])rimeggiava  nelle  ]iarti 
eroiche.  Nel  personale  femminile,  accanto  alla  Eunicke  e  alla  Schulze, 
grandeggiavano  la  Seidler-Wranizki  e  soprattutto  la  Milder-Hauptmann. 

Anna  Milder  aveva  creata  la  parte  di  Leonora  nel  Fideìio,  nel  1804. 
sulle  scene  del  Teatro  imperiale  di  Vienna.  Nel  181B,  scritturata  da 
poco  al  Teatro  Reale  di  Berlino,  vi  aveva  preso  parte  alla  prima  rap- 
presentazione dell'opera  del  Beethoven,  riportando  un  grande  trionfo  (3). 
Nel  18i29,  alla  vigilia  di  abbandonare  quelle  scene,  vi  creava  ancora 
la  parte  di  Irmengard  nella  Afpies  con  Hohenstaufen  dello  Spontini, 
e  il  critico  Rellstab,  occupandosi  di  quella  rappresentazione,  scriveva: 
«  Non  si  comprende  come  si  supponga  questa  cantante  già  perduta 
tutt'affatto  per  il  teatro.  Con  la  sua  scomparsa,  spariranno  da  queste 
scene  anche  le  opere  classiche  di  Gluck  »  (4).  Essa  era  stata  invero 
una  grande  cantante  tragica.  Nel  1821  aveva  preso  parte  alle  celebri 
rappresentazioni  berlinesi  della  Olimpia  dello  Spontini,  rappresenta- 
zioni che  furono  contemporanee  a  quelle  del  Freyschntz  di  C.  M.  von 
Weber,  e  per  le  quali  il  pubblico  della  capitale  prussiana  si  era  diviso 
in  due  partiti  accanitamente  ostili.  La  Milder  vi  eseguiva  la  parte  di 
Statira.  vedova  di  Alessandro  il  Grande.  Un  critico  del  tempo,  innanzi 
alla  grande  creazione  di  quella  artista,  cosi  si  esprime:  «  Come  attrice 
specialmente,  essa  ha  sorpassato  l'attesa  dei  suoi  più  ardenti  ammi- 
ratori, ed  ha  nuovamente  delineato  innanzi  alla  nostra  immaginazione, 
per  la  maestà  della  sua  espressione,  per  la  nobiltà  dei  suoi  movimenti, 
i  più  perfetti  capolavoii  della   scultura    antica.  Quando   Cassandre   è 

\1)  Lettere  inedite  di  Gaspare  Spoittini  al  conte  ron  Bruiti,  conservate  nel 
l'archivio  comunale  di  Iesi. 

(2)  La  Mara.  Mnsiealische  Stndienkopfe.  Lei  pzic;.  1897,  zweiter  Banil. 

(3)  R.  Genée,  op.  cit,  pag.  116 

(4)  Foglio  di  opposizione  generale,  n.  3.ÓS,  .5  liitrli"  1S29. 


l'atmosfera  del  dramma  musicale  637 

atterrato  ai  suoi  piedi,  è  una  Nemesi  ;  quando  sfoga  la  sua  nobile  col- 
lera e  il  suo  straziante  dolore,  è  Niobe  circondata  dai  tìgli  estinti  che 
accusa  gli  Dei  ;  quando  alfine  trionfa  del  destino,  è  la  Giunone  Ludo- 
visi.  Tutte  le  arti  riunite  sono  degnamente  rappresentate  nella  esecu- 
zione di  questa  bella  parte,  e  la  creazione  di  Statira  resterà  nei  fasti 
di  questa  grande  attrice  come  una  stella  brillante  ». 

Il  critico  berlinese  del  18i21  non  segue  adunque  la  interpretazione 
comune  della  estetica  del  Lessing,  interpretazione  che  atì'erma  la  severa 
separazione  delle  singole  arti.  Uno  scrittore  tedesco  dice  questa  inter- 
pi'etazione  comune  essere  errata.  I  limiti  e  le  barriere  frapposte  dal 
Lessing  alla  poesia,  non  possono  riferirsi  -  egli  dice  -  che  al  dramma 
letterario,  al  dramma  cioè  fatto  ()er  essere  letto,  e  non  già  al  vero 
dramma,  e  cioè  a  queir  opera  d'arte  che  ha  adunate  in  se  tutte  le  pro- 
prietà e  tutti  i  momenti  delVarte  figurativa  nella  loro  pienezza,  la  quale 
non  è  possibile  che  sulla  scena.  Questo  scrittore  è  Riccardo  Wagner.  Il 
critico  berlinese  che  dinanzi  all'opera  spontiniana  e  alla  grande  ese- 
cuzione tragica  della  Milder  ripensa  ai  capolavori  della  scultura  antica, 
e  vede  in  questa  esecuzione  degnamente  adunate  tutte  le  arti,  dà  la 
giusta  interpretazione  dei  canoni  del  Lessing,  e  precorre  di  un  tren- 
tennio le  teoriche  estetiche  di  Riccardo  Wagner,  e  l'applicazione  che 
egli  ne  fece  ai  propri  drammi  musicali. 

Gli  artisti  del  Teatro  Reale  che  ho  nominati  innanzi,  nel  primo 
decennio  della  permanenza  dello  Spontini  in  Berlino,  cioè  fra  il  1820 
e  il  1830,  erano  ancora  nella  pienezza  dei  loro  mezzi.  Agii  inizi  del 
secondo  decennio  le  cose  mutarono,  come  prova  questo  frammento 
inedito  del  maestro  italiano  |t): 

«  Messieurs  (2) 
«  Quand  Mad.  Milder  a  achevé,  au  grand  regrei  universel,  sa  car- 
riere dramatique  depuis  deux  ans.  après  30  ans  de  service;  quand 
Mad.  Schulze  est  atteinte  chaque  annee  pendant  six  mois  environs 
de  maladies  et  de  convalescences  ;  lorsque  Mad.  Seidler,  si  elle  ne 
voyage  pas,  se  traine  dans  une  perplexité  constante  de  service,  lorsque 
Rader,  enterré  dans  un  interieur  de  famille  qui  lui  sert  de  tombeau 
pendant  sa  vie,  soccombe  à  chaqu'instant  à  des  maladies  violentes  et 
longues,  qui  me  font  craindre  sa  non  lointaine  ina|)titude  de  service; 
tandis  que  Blum  et  Waner  ne  peuvent  plus  appartenir  à  l'Opera,  que 
Devrient  est  malade  ipocondriaque,  et  aftaibli  dans  ses  moyens,  que 
nous  ne  possedons  pas  une  seule  baise-taille.  que  Mad.'  Valentini  est 
nulle,  que  ies  Choriphées  dans  la  plus  grand  partie  ne  sont  d'aucune 
utilité  au  théatre,  que  Ies  choristes  sont  dans  la  majeure  partie  devenus 
vieux,  malades,  infìrmes,  usés,  et  en  prole  à  la  misere  et  au  besoins 
urgens  par  l'excès  du  travati,  des  fatigues,  et  par  l'insuffìcence  de  leur 
salaire  ;  quand  Ies  souschefs,  Ies  inspecteurs  et  aulres  sout  routiniers, 
paresseux,  insussians.  (sic)  negligens  ;  quand  1"  Intendant  general  des 
.spectacles  conspire  contre  la  prosperile  de  l'opera  Royal  (dont  vous,  et 

(1)  Conservato  fra  le  carte  spontiaiaae  dell'arcliivio  comunale  di  Iesi.  Questo 
fiammento  deve  essere  riferito  all'anno  1831,  avendo  Anna  Milder  cessato  dalle 
sue  funzioni  nel  Teatro  Reale  di  Berlino  nel  1829. 

(2)  È  forse  una  comunicazione  ai  membri  della  Direzione  generale  di  musica 
del  Teatro  Reale,  ai  quali  sono  diretti  altri  documenti  dello  Spontini,  conservati 
nell'archivio  di  Iesi.  La  pubblichiamo  nella  sua  ortografìa  originale. 


638  1." ATMOSFERA    DEL    DRAMMA    MUSICALE 

raiitol'ité  vous  en  avez  mille  ])reuves  iiTecusables).qiianil  le  Cuiatoriuni. 
plutót  que  siigeier  des  mesures  saliitaires  s'occupa  à  letrancher  quelques 
écus  sur  les  appointemens  ou  gratifications  oii  aumones  pour  des  ad- 
ministrés  pauvres  qui  luttent  par  quelques...  croehes  avec  leur  exis- 
tence.  pendant  qu'il  voit  impassiblement  prodiguer  l'argent  en  protu- 
sion  à  des  étrangers  inutiles  et  nuisibles  à  l'etablissement;  loisqu'enfln 
l'autorité  superieiire  elle  nième  ne  protège  pas  assez  ni  l'aiitorité  dii 
Curatorium.  ni  celle  du  Directeur  ^renerai  de  niusique.  et  qu'aii  con- 
traire Tun  et  Tautre  se  trouvent  livrés...  -> 

Qui  Unisce  lo  strano  e  notevole  frammento  autografo  dello  Spon- 
tini, la  cui  ultima  frase  pare  evidentemente  rivolta  allo  stesso  re  di 
Prussia,  e  che  nell"  insieme  del  contesto  rivela  iielTautore.  già  consu- 
mato dalla  lunga  lotta  sostenuta  contro  l'intendente  von  Bnihl.  quel- 
Tumore  ipocondi'iaco  ch"egli  attribuisce  al  buon  Filippo  Efloardo 
Devrient. 

Giorni  di  passeggero  splendore  allietarono  ancora  le  scene  del 
Teatro  Reale  di  Berlino:  ed  uno  di  questi  periodi  fu  appunto  quello 
della  comparsa  di  Guglielmina  Scbroeder-Deviient.  nella  primavera 
del  1834. 


Qiuuido  la  Schroeder  si  |)resentò  sulle  scene  del  Teatro  Reale 
della  capitale  prussiana,  se  aveva  un  nemico  temibile  nel  ricordo 
ancora  vivo  e  fascinatore  delle  grandi  interpretazioni  della  Milder- 
Hauptmann,  contava  nel  proprio  attivo,  presso  il  pubblico  e  presso 
la  critica  berlinese,  le  rappresentazioni  di  sei  anni  innanzi  al  teatro 
della  Kihiidsfatlf.  il  prestigio  di  un'arte  che  aveva  raggiunta  la  sua 
piena  maturità,  e  l'aureola  di  una  gloria  riconosciutale,  oltreché  dalla 
Germania  intiera,  pur  dal  puliblico  difficile  della  capitale  francese. 

Tra  i  giornali  bei-linesi  del  tempo,  io  ho  avuto  sott'occhio  un  nu- 
mero della  Gazzetta  di  Stato  ed  uno  della  Vossische  ZeihitKj.  i  quali 
trattano  della  interpretazione  della  parte  di  (iiulia  della  Teste/e  spon- 
tiniana  data  dalla  Schioeder-Devrient.  L'aiticolo  della  (lassetta  di  Yoss 
è  dovuto  alla  penna  di  Luigi  Rellstab.  Cn  altro  numero  della  Gaz- 
zetta di  Stato  (1)  contiene  una  notevole  critica  AeW  OVuìipia  e  della 
interpretazione,  per  la  stessa  artista,  della  parte  di  Statira.  Finalmente 
nel  numero  i^lS)  del  ti  giugno  della  Gazzetta  di  Voss  è  inserito  un  cu- 
rioso scritto  del  Rellstab.  relativo  al  Roiiieo  e  Giulietta  del  Bellini,  la 
(piale  opera  era  stata  scelta  dalla  Schroeder- Devrient,  che  vi  compa- 
liva  sotto  le  spoglie  di  Romeo,  per  la  propria  serata.  Io  sarei  tentato 
di  riprodurre  qui  per  intiero  quest'ultimo  caratteristico  scritto,  che 
contiene  il  severo  giudizio  di  un  critico  tedesco  in  confronto  della 
musica  belliniana.  giudizio  che  concorda  con  quello  espresso,  come 
vedemmo,  da  Riccardo  Wagner  nello  stesso  anno,  dopo  avere  assistito 
alla  rappresentazione  della  stessa  opera  ]iur  eseguita  dalla  Schroeder 
nel  teatro  di  Lipsia,  e  con  le  aspre  critiche  di  tie  anni  innanzi,  dovute 
alla  penna  di  Ettore  Berlioz.  Ma  se  la  ri])roduzione  dell'  intiero  arti- 
colo del  Rellstab  uscirebbe  dai  limiti  di  questo  lavoro,  non  posso 
astenermi  dal  riportare  alcune  frasi  che  si  riferiscono  alla  comparsa 
sulla  scena  della  Schroeder-Devrient  sotto  abiti    maschili,  e  che  rive- 

1)  N.  141  tl.l  23  maggio  iaS4. 


l'atmosfkra  dei.  dramma  musicale  639 

lano  uno  strano  indirizzo  etico  nella  r-ritica  estetica  tedesca  dei  primi 
decenni  del  diciannovesimo  secolo: 

«  Solamente  nel  primo  atto  i  mezzi  di  una  voce  femminile  non 
sono  sufficienti  per  conferire  al  giovine  Romeo  la  dignità  dell'eroe. 
Nelle  scene  seguenti  ci  riconciliamo  a  poco  a  poco  con  l'adolescente 
femmina  (la  predilezione  per  un  tale  essere  è  del  resto  ancora  un  segno 
dello  snervamento  perverso  del  nostro  secolo),  e  nelle  tenere  .scene  con 
Giulietta  il  sesso  femminile  dell'amante  ha  invero  dei  vantaggi,  perctiè 
autorizza  un  calore  di  azione  che  altrimenti  sorpasserebbe  i  limiti 
esteriomente  permessi,  senza  tuttavia  trasgi-edire  in  essa  i  limiti  arti- 
sticamente belli  ». 

Che  cosa  avrebbe  scritto  Luigi  Rellstab  se  avesse  potuto  assistere 
agli  amori  di  qualche  eroe  wagneriano  .' 

Il  critico  Berlinese  ci  assicura  che.  dopo  un  mese  di  permanenza 
in  Berlino,  la  Schroeder-Devrient  non  aveva  ancora  eseguito  su  quelle 
scene  alcuno  dei  capolavori  del  (Huck.  nella  interpretazione  dei  quali 
eccelleva.  Essa  aveva  dato  il  solito  Fidriio.  il  Don  Gioramii,  la  Vestale 
e  la  Olimpia.  A  noi  importa  principalmente  seguire  la  cantante  tragica 
nelle  esecuzioni  delle  opere  spontiniane  ed  esaminare  il  contegno  della 
critica  berlinese  dopo  queste  rappresentazioni. 

La  grave  Gazsetta  di  Stato,  riferendosi  alla  rappresentazione  della 
Vestale,  così  si  esprime  : 

«  V'ha  nella  Schroeder-Devrient  (jualche  cosa  di  originale  e  di 
raro;  essa  è  una  cantante  drammatica:  per  essa  il  canto  e  l'asione  ap- 
paiono tutf  affatto  in  se  par  abili:  V  ano  porta  l'altra,  e  l'entusiasmo  del- 
l'artista si  comunica  agli  uditori,  ch'essa  trascina  con  se  ». 

Occupandosi  della  stessa  interpretazione,  Luigi  Rellstalb  scriveva 
nella   Vossisciie  Zeifaiig: 

«  Guglielmina  Schroeder-Devrient  ha  eseguita  la  sua  parte  come 
noi  la  abbiamo  ammirata  altre  \olte,  come  un  monumento  dell'arte, 
documento  di  pensiero  profondo  e  di  esecuzione  magistrale. 

«  Noi  avremmo  a  fare  qualche  salutare  ammonimento  alla  grande 
aitista,  per  ciò  che  ha  riguardo  alla  mimica,  e  ci  sembra  che  nelle  sue 
rappresentazioni  di  altri  tempi  la  sua  espressione  fosse  più  felice.  I 
fratti  del  suo  volto  resero  dal  primo  affo  il  dolore  di  Giulia  con  una 
rudezza  e  una  nera  melanconia  esagerate:  si  scorge  nella  sua  azione 
una  amarezza,  una  irritazione  dolorosa  contro  il  destino,  delle  quali, 
a  nostro  avviso,  non  v'ha  traccia  nel  poema  e  neppure  nella  musica. 
Noi  preferiremmo  qui  l'espressione  di  un  languore,  di  una  tristezza 
profonda,  ma.  invero,  più  dolce  e  tranquilla,  e  desidereremmo,  per  esem- 
jiio.  che  nelle  preghiere  e  nelle  sui)plicazioni  gli  occhi  fossero  più 
spesso  elevati  verso  il  cielo,  che  fissati  lugubremente  sidla  terra:  tutta 
la  testa  seguendo  la  maggior  parte  del  tempo  il  movimento  dell'oc- 
chio, anche  la  bocca  vi  guadagnerebbe  un'espressione  più  dolce  e  più 
tenera...  La  parte,  eseguita  dal  jtrincipio  alla  fine  in  un  senso  grande, 
nobile  e  bello,  si  eleva  naturalmente  con  le  proporzioni  del  dramma. 
Fino  ad  oggi  noi  non  abbiamo  conosciuto  un'altra  artista  che  sapesse 
tar  risaltai'e  con  tanta  sicurezza  e  con  un  colpo  d'occhio  di  una  tale 
acutezza  i  punti  nei  quali,  nei  suoi  vari  sensi,  può  concentrarsi  la 
potenza  del  carattere  ». 

L'educazione  degli  artisti  tedeschi,  e  il  pungolo  di  una  critica  sif- 
fatta, avevano  ristabilito  sulle  scene  berlinesi  del  periodo  spontiniano 
i  giusti  rapporti  che  debbono  intercedere  fra  il  cantante,  il  musicista 


640  l'atmosfera  del  dramma  musicale 

e  l'opera  d'arte.  Questa  critica  ricliiede  al  cantante  lo  stile  della  decla- 
mazione degli  antichi,  cioè  la  stessa  cosa  che,  nei  primordi  dell'opera, 
avevano  cercato  di  attuare  i  nostri  vecchi  compositori  italiani.  K  noto 
come  da  questo  nol)ile  tentativo  dei  maestri  italiani  del  secolo  decimo- 
settimo nascesse  il  recitativo,  il  quale  nel  suo  svolgimento  ulteriore 
aveva  dato  nascimento  all'aria  dell'ojìera.  Nella  esecuzione  di  questa 
l'arte  del  canto  era  andata  via  via  perfezionandosi,  e  a  poco  a  poco 
l'esecutore  dell'aria  aveva  assorbita  completamente  l'essenza  dell'opera; 
l'attenzione  del  pubblico  si  era  concentrata  sull'unico  punto  luminoso 
rimasto  sulla  scena:  il  cantante,  e  il  compositore  era  divenuto  nuU'altro 
che  l'intermediario  fra  il  cantante  e  il  pubblico,  svolgendo  ogni  sua  cura 
a  far  si  che  l'abilità  di  questo  artista  avesse  il  massimo  rilievo  (1). 

Contro  questa  innaturale  prevalenza  del  cantante  avevano  reagito 
in  ogni  tempo  le  menti  più  illuminate,  e  la  grande  riforma  del  Gluck 
altro  non  aveva  avuto  di  mira  che  l'abolizione  della  preminenza  di 
quello.  Gaspare  Spontini  aveva  seguito  il  (ìluck  nella  sua  riforma,  e 
al  tempo  stesso  aveva-  ristabiliti  nei  giusti  termini  anche  i  rapporti 
intercedenti  fra  il  poeta  e  il  musicista. 

Che  cosa  era,  in  sostanza,  il  cantante  nelle  esecuzioni  berlinesi 
delle  opere  dello  Spontini  "?  La  critica  del  tempo  -  occupandosi  della 
Schroeder-Devrient  la  quale,  se  portò  indubbiamente  nelle  sue  grandi 
esecuzioni  l'elemento  personale  di  una  altissima  intelligenza  dramma- 
tica, potè  mettere  in  valore  tutte  le  sue  attitudini  artistiche  solo  per 
le  peculiari  condizioni  del  teatro  e  del  mondo  intellettuale  tedesco  - 
lo  dice  chiaramente:  egli  era  il  perfetto  esecutore  di  quel  dramma  che 
il  musicista  aveva  attuato  col  mezzo  della  musica.  11  dramma  wagne- 
riano si  delinea  da  lungi;  il  glorioso  periodo  berlinese  dello  Spontini 
crea  l'atmosfera  nella  quale  doveva  germogliare  e  vivificarsi  la  grande 
riforma  wagneriana. 

Certo,  quando  Riccardo  Wagner  scrisse  Opera  e  dramma,  le  con- 
dizioni artistiche  berlinesi  avevano  subito  un  profondo  mutamento. 
Egli,  riferendosi  alle  sorti  delle  scene  di  Berlino,  presenta  alla  nostra 
immaginazione,  con  pochi  tratti  scultori,  il  cantante  tedesco  quafera 
intorno  alla  metà  del  secolo  scorso  ;  e  non  è  necessario  uno  sforzo  di 
fantasia,  nel  frequentatore  di  buon  gusto  dell'opera  italiana  contem- 
poranea, per  applicare  le  parole  del  maestro  tedesco  a  piaghe  eterna- 
mente sanguinanti  della  nostra  scena  lirica:  «  Ora  i  nostri  buoni 
cantanti,  (juando  non  sono  occupati  ad  inchinarsi  al  pubblico  per  rin- 
graziarlo degli  applausi  ricevuti,  impiegano  il  tempo  che  loro  accordano 
gli  intermezzi,  seguendo  certe  regole  della  convenienza  teatrale:  pas- 
.sano  dall'  una  all'altra  parte  del  proscenio  o  vanno  verso  lo  sfondo 
della  scena,  come  per  vedere  se  venga  qualcuno,  ritornano  sull'avanti- 
scena  ed  alzano  gii  occhi  al  cielo  II  cantante  stima  meno  conveniente 
ma  tuttavia  permesso,  perchè  giustificato  dall'imbarazzo,  il  volgersi, 
durante  tali  pause,  verso  i  colleghi  attori  e  di  intrattenersi  piacevol- 
mente con  loro:  altra  volta  egli  si  metterà  in  ordine  le  pieghe  dell'a- 
bito, o,  in  fine,  non  farà  nulla  di  nulla,  tollerando  pazientemente  che 
l'orchestra  termini  la  parte  che  le  è  destinata.  Quando  poi  eseguisce 
l'aria,  il  cantante  non  sa  accompagnarla  che  con  un  gesto  convenzio- 
nale, balordo  e  grottesco  »  ("2). 

(1)  Off.  I.  JIarcillac,  Histoire  de  la  nmsiqae  moderne,  pag.  268-69. 

(2)  Opera  e  dramma,  voi.  II,  pag.  238-39. 


i^ 


LATMOSFERA    DEL    DRAMMA    MLSICALE  641 

Era  questo  il  periodo  nel  quale,  caduto  lo  Spontini,  il  Teatro 
Reale  di  Beriino  era  venuto  nelle  mani  del  Meyerbeer  e  del  Mendels- 
sohn.  L'epoca  delle  grandi  interpretazioni  della  Milder  e  della  Schroe- 
der-Devrient  era  oramai  nulla  più  che  un  ricordo.  Gaspaie  Spontini 
aveva  visto  con  l'animo  profondamente  addolorato  il  rapido  precipitare 
del  grande  istituto  al  quale  aveva  dedicati  venti  anni  di  cure  ininter- 
rotte e  preziose.  Airigo  Heine  or  potrà  adunare  i  suoi  strali  più  velenosi  e 
scagliarli  contro  il  vecchio  maestro  italiano;  potrà  rappresentarlo  nelle 
gallerie  del  Louvre,  innanzi  alla  mummia  del  re  egizio  Amenofès 
(sotto  il  cui  regno  gli  Israeliti,  avevano  abbandonato  l'Egitto),  nel- 
l'atto di  pronunciare  la  strana  apostrofe  contro  l'ebreo  Meyerbeer  : 
«Infelice  Faraone!  tu  sei  la  causa  della  mia  sorte  disgraziata.  Se  tu 
non  avessi  lasciato  partire  dalla  terra  d'Egitto  i  figli  d'Israele,  o  se 
tu  li  avessi  fatti  annegare  tutti  nelle  acque  del  Nilo,  annegamento  di 
cui  avevi  tatto  un  buon  principio,  io  non  sarei  stato  espulso  da  Ber- 
lino dal  Meyerbeer  e  dal  Mendelssohn,  e  vi  dirigerei  sempre  la  grande 
Opera  e  i  concerti  di  corte  del  tuo  confratello  sua  maestà  reale  di 
Prussia  Disgraziato  Faraone,  debole  re  dei  coccodrilli,  in  grazia  delle 
tue  mezze  misure  io  sono  un  uomo  rovinato!  »  (1). 

Il  male  deplorato  dallo  Spontini  era  vero  e  reale;  e  il  Wagner, 
dopo  averlo  messo  a  nudo  nelle  pagine  di  Opera  e  dramma,  ne 
additò  i  rimedi  in  una  lettera  a  Franz  Listz  del  1851:  «  Avant  tout 
abituez  aussi  les  chanteurs  à  se  dire  que  dans  tous  les  détails  de 
leurs  ròles  ils  ont  d'abord  un  problème  dramaUque  à  résoudre,  et  ils 
ariiveront  tout  naturellement  à  résoudre  le  problème  hjrique.  Aussi 
ce  qu'  il  y  a  de  plus  pratique,  ce  soni  des  tmArages  de  l'aneienne 
école  fran(,'aise.  parce  que  là  on  peut  le  mieux  saisir  ime  intention 
dramatique  naturelle.  Comment  veut-on  qu'  un  personnel  incapable 
de  bien  jouer  le  Portear  (ì'eaii  de  Cherubini,  le  Joseph  de  Méhul,  etc. 
soit  à  mème  de  surmonter  les  difficultés  énormes  que  présente,  par 
exemple,  un  opera  compose  par  moif  »  l'i) 

Cherubini  e  Méhul  furono,  insieme  con  Gaspare  Spontini,  i  com- 
positori più  illustri  di  quella  scuola  melica  fran(«-italiana  che  aveva 
tratta  sua  origine  dalla  riforma  del  Gkick.  e  che  ebbe  i  costanti  suf- 
fragi di  Riccardo  Wagner.  Di  Gaspare  Spontini  non  è  qui  parola; 
ma  il  Wagner  stesso  ha  detto  altrove  che  il  maestro  di  Majolati  fu. 
dei  musicisti  franco-italiani,  quello  che  aveva  data  la  più  ampia  at- 
tuazione alla  intrapresa  del  Gluck  :  la  drammafiszasioìie  della  cantata 
d'opera.  In  questa  lettera  al  Liszt  si  accenna  ad  un  intento  dramma- 
tico naturale  dei  compositori  franco-italiani.  Un  intento  drammatico 
R.  Wagner  (in  Opera  e  dramma)  aveva  già  riconosciuto  in  questi 
musicisti,  aggiungendo  però  che  esso  era  rimasto  senza  attuazione. 
Ma  in  questa  lettera  scritta  con  la  mente  libera  da  ogni  preoccupa- 
zione di  sistema  e  di  tesi,  che  è  espressione  fedele  di  intimi  convin- 
cimenti, che  è  di  due  anni  posteriore  a  L'opera  d'arte  dell'avve- 
nire e  di  qualche  mese  alla  pubblicazione  di  Opera  e  dramma,  il 
maestro  di  Lipsia  confessa  liberamente  all'amico  le  sue  predilezioni, 
ed    afferma    l'esistenza,  nelle  opere  dei    maestri    italo-francesi,  di  un 

(1)  Heikb,  Lntf'ce  -  Leltres  sur  la  rie  politiqne.  arlistique  et  sociale  de  la  France. 
Paris,  Michel  Lévy  frères,  pag.  82-04. 

(2)  Correspondancc  de  Wagner  et  de  Liszt.  traduction  frangaise  par  L.  Schmitt. 
Leipzig,  Breitkopf  et  Haertel,  190O,  I,  pag.  137. 

^1  Voi.  evi,  Serie  IV  .  16  agosto  1903. 


64'2  1.  ATMOSFERA    DEL    DRAMMA    MUSICALE 

intento  (ìrammatico  naturale,  che  è  qualche  cosa,  forse  molto  più  dì 
queir  intendimento  in  potenza  di  cui  è  parola  in  Opera  e  dramma: 
un  intento,  insomma,  che  ha  avuto  la  sua  felice  attuazione,  perchè 
le  opere  di  questa  scuola  sono  nominate  come  modelli  che  debhono 
sottoporsi  allo  studio  dei  cantanti,  a  ciò  che  questi  si  abituino  a  ri- 
solvere, nella  esecuzione  delle  loro  parti,  un  problema  drammatico, 
risoluzione  che  porta  con  sé  anche  ({nella  del  problema  lirico. 

Queste  idee  esprimeva  Riccardo  ^Vagner  neiresilio  di  Zurigo,  in 
quel  periodo  islesso  della  sua  maturità,  nel  quale,  dopo  aver  dati 
alla  luce  i  suoi  scritti  fondamentali,  aveva  consacrata  la  propria  at- 
tività alla  elaborazione  dei  grandi  drammi  del  secondo  periodo.  Idee 
ch'egli  conservò  costantemente,  fino  agli  estremi  giorni  di  sua  vita. 
11  M  aprile  188^2.  in  una  lettera  al  duca  di  Bagnara,  presidente  del 
Collegio  di  musica  in  Napoli  (lettera  che  è  testamento  pi'ezioso  della 
sua  gloriosa  esistenza  di  artista),  consigliava  a  quei  giovani  allievi: 
«  Quanto  alla  tragedia  io  raccomanderei,  per  cominciare,  le  due  Ifì- 
genie  di  Gluck,  e  per  finire,  la  Vestale  di  Spontini  ». 

Ora  apparrà  chiara  l'importanza,  nella  storia  del  dramma  musi- 
cale, della  direzione  del  Teatro  Reale  di  Berlino,  da  parte  dello  Spon- 
tini. Questi  vi  diede,  in  perfette  esecuzioni,  i  grandi  drammi  musicali 
di  Cristoforo  (ìluck  ed  i  propri,  introducendo  in  tal  modo  in  Germania 
i  capolavori  della  scuola  melica  franco-italiana.  Un  nostro  scrittore 
italiano,  parlando  di  questo  periodo  della  attività  dello  Spontini,  ha 
detto:  «  Egli  ebbe  la  gloria  di  formare  dei  cantanti,  là  dove  non  vi 
erano  che  attori  »  (1).  Ma  non  deve  da  questo  indulsi  che  egli,  col 
mezzo  delia  istituzione  di  una  scuola  con  un  nuovo  metodo  di  canto. 
che  fu  una  delle  prime  riforme  che  favorì,  insieme  con  l'accrescimento 
dell'orchestra,  appena  giunto  in  Germania,  abbia  voluto  distruggere 
o  eliminare,  per  favorire  il  canto,  le  qualità  drammatiche  insite  in 
quegli  artisti  tedeschi.  «  Egli  prese  altri  provvedimenti  -  dice  lo 
Spitta  ii)  -  al  fine  di  ottenere  una  maggior  perfezione  specialmente 
nel  riguardo  drammatico  ».  E  questi  provvedimenti  fuiono  facilmente 
attuati,  per  la  presenza  di  artisti  educati,  come  la  Milder-Hauptmann 
e  la  Schroeder-Devrient.  allo  studio  dell'azione  drammatica. 

Si  ebbe  dunque  in  quest'epoca  come  un'azione  di  flusso  e  riflusso 
fra  Germania  e  Francia:  Cristofoio  Gluck,  tedesco  di  origine,  aveva, 
creato  in  Francia  i  suoi  capolavori,  e  nella  capitale  francese  aveva 
avuto  il  battesimo  della  gloria:  Gaspare  Spontini,  seguace  ed  imita- 
tore di  quello,  introduce  in  Germania  le  opere  della  scuola  franco- 
italiana, che  vi  hanno  una  perfetta  esecuzione  per  la  educazione 
specifica  degli  artisti  tedeschi.  Riccardo  Wagner  inizia  la  sua  carriera 
artistica  imitando  i  capolavori  della  scuola  franco-italiana,  che  aveva 
veduto  eseguire  a  Berlino  da  artisti  tedeschi,  sotto  la  direzione  dello 
Spontini;  riconosce  più  tardi  l'intento  drammatico  dei  maestri  di 
quella  scuola,  e  vuole  che  gli  artisti  tedeschi,  per  eseguire  i  suoi 
drammi  musicali,  si  iniziino  allo  studio  delle  opere  di  quelli.  L'in- 
tlusso  del  periodo  berlinese  dello  Spontini  su  tutta  l'opera  wagneriana 
è  dunque  evidente,  si  che  ognun  che  voglia  esaminare  l'attività  arti- 
stica del  maestro  di  Lipsia,  dovrà  priina  studiare  a  fondo  quel 
periodo  della  storia  teatrale. 


1^ 


(1)  O.  Chilesotti,  I  nostri  maestri  del  passato  -  Spontiiii.  Milano.  Riooi-di.  p.339.  -, 


1. "atmosfera  dei,  dramma  :MrsiCALE  643 

Kilouanl  Schuré  l'acconta  che  iie^li  ultimi  giorni  di  sua  vitaGugliel- 
mina  Sclu'oedei-Devrient  era  di  quando  in  quando  assalita  da  una  strana 
'lisi  :  «  Da  un  momento  all'altro  la  sua  fisonomia  mutava  completa- 
mente di  espressione,  e  diveniva  bianca  come  il  marmo.  Intieramente 
irriconoscibile,  essa  prendeva  l'aspetto  di  una  maschera  antica,  quasi 
di  una  maschera  di  morte.  Levandosi  allora  passeggiava  per  la  camera, 
e,  con  la  testa  inclinata  in  avanti,  cantava,  con  voce  alterata,  l'aria 
del  cigno  del  Lohengrin,  ripetendo  con  insistenza  quelle  tre  note  eteree 
e  incisive,  nelle  quali  par  che  si  insinui  il  brivido  di  un  altro  mondo. 
Allora  essa  rimaneva  immobile,  in  una  specie  di  estasi,  gli  occhi  fissi 
al  soffitto,  come  al  tempo  in  cui  componeva  le  sue  parti  ». 

Sembrami  che  lo  scrittore  francese  non  abbia  tratto,  da  questo 
estremo  episodio  della  vita  della  cantante  tragica,  tutte  le  conseguenze 
di  ordine  trascendente  che  trar  se  ne  potevano.  Come  non  ha  egli  im- 
maginato die  quel  canto  e  quell'estasi  della  morente  inspiratrice  del 
Wagner  altro  non  fossero  se  non  come  una  divinazione  del  futuro,  una 
lucida  percezione  della  grandezza  del  genio  wagneriano  tuttavia  disco- 
nosciuto, una  vaga  aspirazione,  piena  di  un  amaro  rimpianto,  a  rite- 
nere i  fuggenti  spiriti  vitali,  per  eseguir  le  parti  immaginale  dal  nuovo 
genio  della  Germania,  quelle  parti  alla  cui  creazione  essa  aveva  tanto 
contribuito,  e  che  essa  sola  avrebbe  potuto  perfettamente  interpretare? 

Ma  io  non  sono  che  un  modesto  collettore  e  analizzatore  di  docu- 
menti storici,  e  non  debbo  ingolfarmi  in  queste  sintesi  di  una  psico- 
logia trascendentale.  Solo  amo  ripensare  alla  stranezza  del  fato  che 
riuniva  nel  1S44  in  Dresda  Gaspare  Spontini,  Guglielmina  Schroeder- 
Devrient  e  Riccardo  AVagner,  il  piecursore,  1"  inspiratrice  e  1'  autore 
della  grande  riforma  del  teatro  moderno  :  questi  tre  geni  diversi,  cia- 
scuno dei  quali  portava  in  se,  in  (juell'anno.  un  dramma  doloroso:  il 
maestro  italiano,  che  assisteva,  impotente  e  dolorante,  alla  decadenza 
delle  proprie  opere  e  allo  sfacelo  dell'  istituto  berlinese  ;  la  cantante 
tedesca  caduta  da  poco  nelle  reti  del  Doering,  e  iniziante  nella  propria 
esistenza  un  pei-iodo  di  errori  e  di  ineparabile  rovina  morale  :  il  gio- 
vine Wagner,  oramai  al  lipai'o  dai  più  pressanti  bisogni  materiali,  ma 
afferrato  dal  tragico  contrasto  fra  la  necessaria  e  completa  dedizione 
di  sé  e  del  proprio  genio  a  una  forma  d'arte  in  pieno  decadimento  e 
la  visione  prepotente  e  irresistibile  dei  liberi  campi  luminosi  della  re- 
denzione artistica.  Da  questi  geni  fu  a  noi  tramandata  la  eredità  glo- 
l'iosa  del  dramma  musicale  ;  ma  chi  più  ricorda  oggi  le  intime  soffe- 
renze e  le  tragiche  crisi  che  ])resiedettero  a  quella  creazione?  Chi  mai 
potrà  misurare  le  impenetrabili  profondità  dolorose  di  quei  grandi 
cuori  di  artisti  ? 

Gif  LI  ANO    BoNACCI. 


TEDESCHI  IN  ROMA 

(Studii  e  schizzi  del  secolo  XI.  ni  G.  Von  Gu  kvexitz) 


«  Si  potrebbe  immaginare  la  storia  di  Parigi  scritta  da  un  Tede- 
sco, o  quella  di  Berlino  scritta  da  un  Italiano  ?  !»  -  esclama  in  fondo  al 
ricco  e  diligente  volume  illustrato.  Deutsche  in  Roiii.  l'autore  (J.  von 
Grwvenitz  (  1  ) .  E  invece,  basta  rammentare  il  nome  di  un  Mouimsen, 
o  d'un  Gregorovius  per  intendere  che  un  Tedesco  non  solo  può  scri- 
vere la  storia  di  Roma,  ma  anzi  può  costruir  di  essa  un  monumento 
aere  perennius.  Ciò  avviene,  prima  di  tutto,  per  il  carattere  interna- 
zionale che  la  sua  storia  stessa  conferisce  alla  Città  Kterna.  carattere 
consistente  non  già  in  un  cosmopolitismo  di  costumi,  di  genti,  d'edi- 
ficii,  che  può  trovarsi  anche  più  svilujipato  altrove,  bensì  nell'al- 
tezza etica  ed  estetica  a  culla  spinta  dei  secoli  ha  fatto  giungere  l'Urbe, 
e  dalla  quale  altezza  essa  si  rende  visibile  ai  più  lontani.  La  torre 
d'Eiffel  si  lancia  su  più  del  doppio  della  cupola  di  San  Pietro  :  il  circuito 
di  Londra  si  spande  otto  o  dieci  volte  più  del  recinto  aureliano  :  ma 
solo  qui  v'è  abbastanza  limpidezza  d"aria  perchè  si  scorga  da  lungi, 
assai  lungi,  un  segno  della  città,  solo  qui  la  storia  lia  potuto  adden- 
sare tanta  luce.  E  pare  che  attorno  la  Campagna  Romana  allarghi  le 
sue  desolate  pianure  perchè  nulla  ingombri  la  vista  del  pellegrino, 
nulla  turbi  il  silenzio  meutr'egli.  come  Carlo  Magno  o  come  Martin 
Lutero,  come  il  Winckelmann  o  come  il  Goethe,  s'avvicina  alla  meta 
del  viaggio. 

Ma  vi  son  poi  altre  ragioni  per  cui  si  spiega  la  storia  tedesca  di 
Roma;  e  cioè,  in  primo  luogo,  l'attitudine  alla  ricerca,  particolarmente 
propria  dell'indole  germanica,  e  in  secondo  luogo  la  dovizia  secolare  di 
rapporti  interceduti  fra  quel  popolo  eia  città  nostra.  ra]ìporti  non  sempre 
pacifici,  ma  almeno  non  sempre  tinti  di  sangue. 

E  questi  rapporti,  che.  senza  tener  conto  delle  guerre  e  delle  con- 
quiste dell'epoca  ])agana.  hanno  già  circa  dodici  secoli,  sono  nutriti 
da  tre  potentissimi  e  alti  sentimenti  :  quello  del  dominio,  quello  della 
religione,  quello  dell'arte.  In  sostanza,  l'attrazione  di  Roma  per  i  Te- 
deschi si  è  sempre  fondata  nel  sentire  essi  nell'Urbe  la  sede  dell'im- 
pero, dell'impero  politico,  sacro,  artistico  (serbo  l'ordine  suggerito 
dallo  svolgimento  storico),  sì  che.  salvo  alcuni  intervalli  di  cui  in 
seguito  si  darà  ragione,  il  pellegrinaggio  tedesco  in  Roma  non  è 
mai  mancato  dall' viii  secolo  in  poi,  dalla  prima  visita  di  Carlo  Ma- 
gno, nel  774. 

(1)  Deutsche  in  Rom  -  Studien  und  Skizzen  aus  elf  Jahrhunderten.  von 
G.  V.  Gr^vbnitz.  Leipzig,  E.  A.  Seemaiin.  1002. 


TEDESCHI   IN   ROMA 


645 


Come  aveva  fatto  quattrocentosessant'anni  prima  Costantino,  così 
il  sovrano  dei  Franchi,  appena  giunto  là  dove  permaneva  l'omlira  della 
potenza  mondiale  suprema,  volle  adornare  la  Basilica  di  San  Pietro. 
Egli  vi  tornò  sette  anni  dopo,  e  una  terza  volta,  per  più  breve  tempo, 
nel  787.  tincliè  neU'SOC),  il  ^li  novembre,  entrò  nell'Urbe  col  proposito  di 
non  uscirne  se  non  coronato  imperatore.  Il  modello  costantiniano  si 


-^--J"' 


Card,   .\lbani. 


andava  sempre  più  attuando.  R  allora  il  pontefice  s'era  mosso  ad 
incontrarlo  lino  a  Mentana,  l'antica  Nomentura.  E  Carlo,  il  quale  non 
aveva  mai  avuto  l'imprudenza  d'indugiarsi  a  lungo  nella  città  che  do- 
veva rimaner  sede  pontificia,  alloggiò  forse  nei  Prati,  vicino  la  Mole 
Adriana,  o  nello  stesso  palazzo  vaticano,  da  semplice  ospite,  nel  pa- 
lazzo ben  diverso  da  quello  che  fu  poi,  ma  già  eretto  per  ordine  di 
Simmaco  fin  dai  primi  anni  del  sesto  secolo.  Probabilmente  il  nome 
di  Borgo,  dato  al  quartiere  tra  il  Tevere  e  San  Pietro,  deriva  da  quel- 
ralloggio  regale,  Burg,  come  il  nome  dell'ospedale  di  Santo  Spirito  in 
Sassia  è  un  ricordo  di  quei  Sassoni.  Cominciarono  allora  le  istituzioni 
germaniche,  la  chiesa  dell'Arcangelo  Michele,  edificata    dai   Frisi   sul 


(540  TEDESCHI   I\    ROMA 

pendio  del  Gianicolo,  e  Santa  Maria  in  Campo  Sauto,  cliiaiiiata  la  Sciiola 
Lombarda  in  memoria  dei  primitivi  fondatori  Long-obardi.  Mala  testi- 
monianza più  tipica  di  quel  gruppo  d'avvenimenti  die  culminano  nel- 
l'esaltazione del  nuovo  Cesare,  e  per  cui  questo  nome  romano  è  pas- 
sato nelle  lingue  sassoni  e  slave  per  significare  re  dei  re.  la  vediamo 
nella  trilnma  del  Triclinio  di  Leone  IH,  la  cui  aliside.  ranunodernata 
con  pomposo  squallore  da  Benedetto  XIV,  sorge  tuttavia  in  piazza 
San  Giovanni  in  Laterano.  Attraverso  i  restauri,  il  musaico  della  ca- 
lotta presenta  Cristo  tra  gli  apostoli,  e  nell'arco  trionfale,  a  sinistra  di 
chi  guarda,  vedesi  il  Redentore  in  atto  di  porger  le  chiavi  a  San  Pietro, 
il  labaro  a  Costantino.  -  a  destra.  San  Pietro  che  consegna  la  stola  al 
pontefice  Leone  111.  il  vessillo  a  Carlo  Magno.  Notiamo  di  passaggio 
che  il  nimbo  quadrato  cinge  qui  noii  solo  la  testa  del  papa  e  delFim- 
peratore  allora  viventi,  ma  anche  cjuella  di  Costantino;  si  che  devesi 
pensare  un  tal  segno  invece  d'essere  rigorosamente  l'indicazione  che 
il  personaggio  era  ancora  vivo,  com'è  notizia  comune,  qualche  volta  si- 
gnificò un  grado  d'inferiorità,  diremmo  un'  aureola  di  second'ordine. 
Sotto  il  gru])i)o  del  princijte  degli  Apostoli  seduto  in  trono  fra  il  pon- 
tefice e  l'imperatore  genuflessi,  leggesi  l'esortazione  al  santo  di  dar  vita 
a  Leone  e  vittoria  a  Carlo,  e  sembra  la  perpetuazione  della  solenne 
frase  proferita  dal  capo  della  Chiesa  nell'atto  d'incoronare  il  capo  dello 
Stato  :  «  A  Carlo  Augusto,  coronato  da  Dio.  grande  e  pacifico  impe- 
ratore dei  Romani,  vita  e  vittoria  !  » 


Verso  la  metà  del  nono  secolo  si  schiude  un  primo  intervallo 
nelle  relazioni  fra  le  due  genti,  per  le  incursioni  saracene  rainaccianti 
tutta  l'Italia  Meridionale,  e  solo  stornate  da  Roma  in  sèguito  alla  scon- 
fitta degli  Arabi  presso  Ostia.  neirS49. 

Ma  il  nuovo  periodo,  quello  degli  Ottoni,  è  cosi  naturalmente  la 
continuazione  dell'altro  iniziato  da  Carlo  Magno,  che.  quantunque  di- 
versissimo di  carattere,  non  lo  si  può  considerare  a  parte.  Invero,  alla 
fine  del  x  secolo  l'imiieratore  germanico  fu  in  Roma  non  piìi  l'ospite 
del  papa,  bensì  il  condominatore,  e  vi  soggiornò  e  vi  esercitò  il  potere 
delle  armi  e  quello  degli  intrighi.  Ma  la  ragione  della  venuta  sua  e 
de'  suoi  era  ancor  quella  per  cui  il  suo  grande  predecessore,  Carlo 
Magno,  s'era  mosso  da  Aquisgrana,  il  divenire  imperatore  piuttosto 
che  re,  il  volere  sul  proprio  paludamento  un  litlesso  di  quella  porpora 
che  in  quel  tempo  ancora  non  rosseggiava  se  non  nell'Urbe,  la  porpora 
cesarea,  la  porpora  augusta. 

Qual  meraviglia  infine  se  nel  rosso  di  tanta  porpora  ci  fosse  del 
sangue,  e  anche  del  sangue  sparso  a  tradimento?  E  qui  forse  il  Gra?- 
venitz  pare  che,  come  aborrendo  dal  tema,  scivoli  con  qualche  legge- 
rezza sulla  morte  di  Crescenzio.  Egli  non  crede  che  il  patrizio  romano, 
assediato  in  Castel  Sant'Angelo, sia  stato  attratto  fuori  a  parlamento  con 
promessa  giurata  di  salvezza,  e  poi  nefandamente  ucciso  :  ma])ureammette 
che  il  cadavere  di  Crescenzio  fu  appeso  co'  piedi  in  aria  nel  campo  del- 
l'imperatore, e  che  questi  visse  angosciato  da  perenne  tristezza  fino 
alla  morte  immatura.  Ora,  il  turpe  dileggio  alla  salma  non  fa  pensare 
alla  rabbia  di  un  nemico  ingeneroso,  piuttosto  che  all'impeto  d'un  leal 
vincitore?  e  la  tetraggine  letale  non  fa  sospettare  il  rimoi-so?  L'autore 
dice,  del  resto,  che  nella  tradizione,  la  quale  vuole  Ottone  ucciso  da 
Stefania,  vedova  di  Crescenzio,  per  vendicar  la  morte  del  tradito,  v'è 


una  profonda  ve) ita;  ma  non  una  figlia  di  Roma,  bensì  Roma  stessa 
€on  le  sue  indimenticabili  grazie  incatenò,  tradì,  spense  il  giovane 
adorno  della  corona  imperiale,  narra  lo  storiografo  Giebsebrecht. E  sia 
pure;  ma  non  parmi  si  debba  discorrer  di  grazie  pro]irio  perla  Roma 
del  Mille,  anche  agli  occhi  d'un  principe  di  terre  tuttavia  aspre  di 
barbarie,  tanto  piìi  che  a  ventidue  anni  è  ben  più  probabile  la  morte  si 
faccia  aima  (fun  cu]w  amore,  d'una  insaziata  voluttà  qual  ])oteva es- 
sere iniettata  da  Stefania,  anziché  d"uu"alta  ambizione  qual  poteva 
essere  ispirala  da  ironia. 

In  verità,  nulla  di  più  scuro  del  periodo  degli  Ottoni,  quando 
quella  Roma  del  Mille  che,  ripeto,  non  sappiamo  immaginare  se  non 
come  la  città  della  penitenza,  piena  più  di  ruderi  che  di  edificii,  più 
di  rimpianto  che  di  bellezza,  doveva  dissomigliare  stranamente  da  quel 
che  era  stata  prima  di  Costantino,  e  da  quel  che  sarà  dopo  ini  Ni- 
colò ^'  e  un  Sisto  IV.  Né  cessò  per  allora  la  decadenza  della  Città  ; 
poiché  sempre  peggio  inselvatichita,  straziata  da  lotte  donde  emergono 
alti  spiriti  menu)ri  della  Roma  veramente  gloriosa,  come  Crescenzio  e, 
tre  secoli  più  tardi.  Cola  Rienzi,  essa  fu  abbandonata  pure  dai  papi, 
ridottisi  in  Avignone  dal  1305  al  1377.  E  così,  quantunque  già  fossero 
stati  assunti  al  soglio  di  San  Pietro  sei  tedesch  i ,- Gregorio  V,  Cle- 
mente II,  Damaso  II,  Leone  IX,  Vittore  II,  e  Stefano  X  -  il  nuovo  pe- 
riodo delle  fertili  relazioni  tra  Germani  e  Romani  non  comincia  se 
non  nel  Quattrocento,  quando,  fra  i  varii  mutamenti  più  o  meno  pro- 
fondi, sarà  esaui'ita  la  serie  dei  papi  francesi,  (piasi  direi  dei  papi 
avignonesi. 

Invece,  nei  secoli  .\i,  xii  e  xui,  Roma,  anzi  gran  parte  dell"  Ita- 
lia, pei  Tedeschi  non  fu  che  un  campo  di  battaglia.  Se  Enrico  III, 
deposti  nel  sinodo  di  Sutri  del  10445  tre  papi  avversi  e,  imitando 
Ottone  III,  esaltatone  uno  suo  compaesano,  il  vescovo  Suidger  di 
Bamberg  (Clemente  II),  mantenne  l'incoronazione  nella  notte  di  Na- 
tale, come  Carlo  Magno,  e  ristabilì  l'attribuzione  della  dignità  di 
patrizio  romano  airimperatore.  -  più  tardi  Eniico  IV  fu  umiliato  a  Ca- 
nossa, e  sette  anni  dopo,  perdié  egli  ottenesse  il  sacro  diadema,  bi- 
sognò che  Tedeschi  e  Lombardi  prendessero  d'assalto  la  città  Leonina 
e  San  Pietro,  e  occupassero  il  Campidoglio,  l'altura  rimasta  a  rappre- 
sentar h  romanità  da  che  l'Aventino,  ove  sorgeva  il  palazzo  dei  Ce- 
sari stranieri,  rappresentava  l'invasione  d'oltralpi. 

11  lungo  accordo  tra  pontefice  e  imperatore,  quell'accordo  artifi- 
ciale che  fu  una  delle  idee  dominanti  del  medioevo,  si  era  sciolto,  e 
il  regno  di  Federico  I  d'  Hohenstaufen,  che  ebbe  il  soprannome  ita- 
liano di  Barbarossa  anche  in  Germania,  fu  una  continua  lotta  contro 
il  capo  della  Chiesa.  Infine,  se  nel  l'S^IS.  al  tempo  del  Rienzi  e  della 
sede  avignonese,  Ludovico  di  Baviera  ottenne  la  corona  imperiale,  non 
il  papa  gliela  cinse  nella  basilica  di  San  Pietro,  non  il  papa  Gio- 
vanni XXII,  francese,  bensì  il  popolo  di  Roma,  che,  ])rimo  tra  gl'im- 
peratori tedeschi,  egli  chiamò  suo  popolo  e    scaturigine    dell'  impero. 


La  più  antica  delle  corporazioni  tedesche  iu  Roma,  quella  dei 
calzolai,  sin  dalla  fine  del  secolo  xv  ha  una  lista  di  1120  socii  che  si 
raddoppia  e  giunge  a  24(X)  verso  il  1-331.  La  sua  sede  fu  la  cappella  di 
San  Crispino  e  Crispiniano,  ove  leggevasi  l'ùscrizione  :  «  Schola  Suto- 
rum  vere  Germanorum  ad  Tnrrim  Cossebade  de  Cosslin  »,  all'angolo 


648  TEDESCHI    l.\    ROMA 

(li  via  Saul"  Anna  e  Monte  della  Farina.  Al  principio  del  secolo  xvi 
la  confraternita  de'  tornai  riunisce  socii  tedeschi  e  italiani,  con  due 
consoli,  naturalmente  uno  tedesco  e  l'altro  italiano.  Basti  ([uesto  cenno 
sull'intricato  soggetto.  Le  corporazioni  si  accrescono  ;  la  chiesa  di 
Santa  Elisabetta,  presso  Sant'Andrea  della  Valle,  recentemente  demolita, 
appartenne  a'  fornai  germanici,  riuniti  non  più  in  Schola.  secondo  il 
venerando  uso  di  Roma  antica  riprodotto  in  Venezia,  bensì  in  Z7«i- 
versitas  ;  e  dopo  queste  due  gilde  primogenite  si  formaron  qiielle  dei 
mercanti,  specialmente  droghieri,  scambisti,  ferrai,  mugnai,  sellai, 
pellicciai,  barbieri.  Ma  l'operosità  maggiore  dei  Tedeschi  fu  nel  me- 
stiere dell'oste,  com'ebbe  a  notare  Enea  Silvio  Piccoiomini.  quegli  che 
divenne  poi  il  pontefice  Pio  II.  Jlercè  ai  Tedeschi  si  trovava  da  per 
tutto  una  discreta  osteria  in  Italia,  e  dove  non  c'eran  Tedeschi,  non 
c'eran  neppure  alberghi,  dice  il  grande  Senese.  Infatti,  al  tempo  di 
Eugenio  IV,  in  Borgo  si  contavano  sessanta  osterie  e  bettole  ;  e  fin 
nel  Camposanto  germanico,  accanto  alla  basilica  vaticana,  v'era  una 
trattoria  «  cum  signo  aquila?  cum  duobus  capitibus  ».  Del  resto,  si 
ricordi  che  il  verbo  trincare,  da  trinken,  è  passato  nella  nostra  lingua 
verso  quel  tempo,  e  invece  di  bere,  vuol  dire  strabere. 

Ma  per  vero  l'operosità  tedesca,  come  lo  fa  intravedere  la  molti- 
tudine delle  corporazioni,  sconfina  dalle  osterie  per  esercitarsi  più  spe- 
cialmente nelle  chiese,  in  quel  tempo  in  cui  Roma  si  ricostruiva  e  in 
cui  la  scissura,  che  non  molto  dopo  doveva  sprofondarsi  separando  dal 
cattolicismo  tanta  parte  della  nazione  germanica,  non  era  ancora  nem- 
men  prevedibile.  Mentre  in  Toscana  e  in  Umbria  -  dice  il  Grwvenitz  - 
fioriva  il  nobil  fiore  del  primitivo  Rinascimento  al  principio  del  se- 
colo XV.  Ronìa  era  tuttavia  inerte.  Ed  è  così  falso  che  il  Rinasci- 
mento sia  un  ritorno  allantico,  che  non  Roma,  bensì  Firenze  ne  è  il 
centro. 

A  questa  osservazione  non  si  può  rispondere  in  due  parole;  accet- 
tiamola quindi  senz'altro,  solo  per  stabilire  che  l'opera  degli  stranieri 
potè  trovare  un  campo  abbastanza  largo  a  quell'epoca,  in  una  città 
che,  in  confronto  di  qualsiasi  altra  grande  città  italiana,  era  la 
meno  produttrice  e  la  più  aperta  alla  produzione.  Perciò  un  organo 
in  San  Pietro,  un  orologio  sulla  facciata  di  Santa  Maria  in  Ara  Coeli, 
son  lavori  tedeschi  ;  e  Nicola  V  pagava  tpianto  Benozzo  Gozzoli  un 
Lucas,  pittore  tedesco,  e  Pio  II  si  servì  d'un  Paolino,  architetto  te- 
desco ;  e  financo  nella  musica  emersero  in  Roma  cantori  e  maestri 
di  cappella  sti'anieri,  propriamente  olandesi,  i  remoti  discendenti  di 
coloro  che  avevano  appreso  l'arte  dei  suoni  dai  musicisti  condotti  di 
là  dalle  Alpi  da  Carlo  Magno,  e  anche  gì'  immediati  precursori  di 
quella  scuola  olandese  che  stupì  tanto  per  la  maestria  quanto  per  la 
stravaganza  delle  artificiatissime  composizioni. 

Or  è  il  momento  in  cui  la  parte  di  collaborazione  tedesca  nel  la- 
voro italiano,  e  potremmo  anche  dire  nel  lavoro  mondiale,  assume 
un'importanza  straordinaria,  e  imprime  perciò  un'indelebile  orma  sulla 
fisonomia  della  vita  nazionale:  il  momento  dell'invenzione  della  stampa. 
Federico  duca  d'Urbino  potè  sclamare  un  giorno  che  avrebbe  avuto 
vergogna  di  possedere  un  libro  stampato,  come  quattro  secoli  dopo 
un  esteta  quasi  altrettanto  aristocratico.  .lohn  Ruslvin,  predicava  contro 
la  locomotiva,  pur  usandone,  e  come  in  genere  tutti  coloro  che  hanno 
l'intelligenza  egoistica  e  il  gusto  ultrasensibile,  qualità  spesso  d'ac- 
cordo, lanciano  la  parola  dello  sprezzo,  o  almeno  del  fastidio,  contro 


TEDESCHI    IN    ROMA  649 

ciò  che  tende  a  rendere  altri  partecipe  d'un  esercizio  della  loro  intel- 
ligenza o  del  gusto  loro.  A  ogni  modo,  da  quando  uno  della  falange 
tedesca,  non  si  sa  se  Conrad  Schweinheim,  Arnold  Pannartz  o  Ulric 
Aahn,  recò  la  stampa  in  Subiaco,  il  nuovo  motivo  dell'immigrazione 
germanica  in  Roma  è  fondato,  culmina  il  nuovo  periodo  dell'esosmosi- 
endosraosi  tra  le  due  genti. 

Verso  la  metà  del  secolo  xv  una  moltitudine  di  benedettini  te- 
deschi trovavasi  nel  chiostro  sublancense  di  Santa  Scolastica,  retto 
allora  dallo  spagnolo  Juan  de  Torquemada  (da  non  confondersi  col 
celeberrimo  inquisitore  suo  contemporaneo,  Thomas  de  Torquemada). 
Ora,  i  primi  libri  stampati  in  Italia,  le  opere  di  Donatus  romano,  il 
Lattanzio,  De  oratore,  di  Cicerone,  Civitas  Dei. dì  Sant'Agostino,  videro  la 
luce  in  Subiac'o,  nel  146.Ó  ;  e  due  anni  dopo  lo  Schweinheim  e  il  Pannartz 
sono  in  Roma,  ove  fondano  un'  impresa  editoriale  nel  palazzo  Massimo, 
non  ancora  ricostruito  dal  Peruzzi.  L' impresa  dura  fino  al  lil'ì,  nel 
qual  anno  sono  stampate  le  Epistolae  ciceroniane  con  questa  scritta: 
«  Conradus  suueynheytn  Arnoldus  pannartzque  magistri  ». 

Nel  1475  Roma  aveva  già  più  di  venti  stamperie  tedesche,  e  le 
opere  apparse  sino  alla  fine  del  secolo  giungono  a  9"2b.  Intanto,  sempre 
con  preponderanza  di  elementi  germanici,  s' impiantavano  altre  stam- 
perie in  Venezia,  Siena,  Firejize,  Foligno,  Modena,  Ascoli,  Urbino, 
Napoli.  Palermo. 

Il  diligentissimo  lavoro  del  Gra?venitz  abbonda  di  notizie  intorno 
alla  prima  fioritura  del  libro  stampato;  ma  qui  basti  aggiungerne  qual- 
cuna, scelta  fra  le  più  interessanti.  Morto  il  Pannartz,  forse  nel  147(5,  lo 
Schweinheim  da  solo  cominciò  a  stampare  le  carte  geografiche  di  To- 
lomeo, le  quali,  morto  anche  lui,  furono  compiute  da  Arnold  Buckingk, 
un  altro  dei  molti  stampatori  tedeschi  di  Roma.  Ulrich  Hahn,  ]ier  lo  più 
chiamato  Gallus,  per  una  di  quelle  latinizzazioni  di  nome  che  allora 
furoreggiavano,  rimase  col  cardinal  Torquemada,  del  quale  stampò  le 
«  Considerazioni  »  su  un  ciclo  d'alfreschi,  ed  è  questo  il  primo  libro 
con  incisioni  in  legno.  Correttore  nella  sua  stamperia  fu  il  vescovo 
Giannantonio  Campano.  Recatosi  questi  in  Germania  nel  1470,  gli 
successe  Giovanni  da  Lignamine,  medico  ordinario  di  Sisto  I\'.  Morto 
il  cardinal  Torquemada,  il  cardinal  Carafa  impiegò  a  sua  volta  il  Gallus, 
mentre  in  Sant'Eusebio,  chiesetta  prossima  alla  moderna  piazza  Vittorio 
Emanuele,  lavorava  lo  stampatore  wurzburghese  Georg  Lauer,  coi  due 
famosi  correttori,  Pomponio  Leto  e  il  Platina. 

In  quel  momento,  all'  impulso  della  salutare  reazione  seguita  al- 
l'esilio  avignonese.  sotto  il  dominio  d'una  schiera  di  papi  ricchissimi 
o  d'idee  o  di  dottrina,  Roma  è  veramente  il  centro  della  vita  intellet- 
tuale europea,  che  infatti  si  esprime  con  la  lingua  di  Roma  :  poiché 
dai  nidi  della  stampa  il  primo  sciame  die  volò  per  il  mondo  fu  di 
libri  latini. 


Interminabile  è  la  serie  dei  Tedeschi  che  ebbero  alfe  cariche  presso 
il  Vaticano  durante  quel  secolo  fecondo;  basti  spigolare  qualche  no- 
tizia, come  l'istituzione  del  corpo  dei  «  Sergents  d'armes  »  sotto  Eu- 
genio IV,  che  diviene  la  Guardia  Svizzera  sotto  il  suo  successore 
Nicola  V,  modellata  sulla  Legione  germanica  dei  Cesari  e  simile  ai 
Lanzknechts   di   Cosimo  I  dei  Medici,  il  nome  dei  quali  si  conserva 


05()  TEDESCHI    IX    ROMA 

nel  nome  della  Loggia  dei  Lanzi;  e  veniamo  all'uomo  che  può  dirsi 
riassumere  in  sé  tutta  la  colonia  tedesca  d'allora  in  Roma:  il  Cusano. 

Alla  morte  di  Nicola  V.  per  la  prima  volta  nel  collegio  dei  cardinali 
vi  furon  due  tedeschi  :  Peter  von  Schaumhurg,  vescovo  d'Augsburg,  e 
Nicolaus  von  (Ines,  ossia  Cusa.  epperò  detto  il  Cusano,  una  delle  menti 
più  elevate  e  più  eulte  di  quell'epoca,  che.  secondo  scrive  l'umanista 
Trithemius,  «  appare  in  Germania  come  angelo  di  luce  e  di  pace  in 
mezzo  alle  tenebre  e  alla  confusione  ».  Quasi  cento  anni  prima  del 
Copernico,  nella  sua  opera  filosofica  Be  cloda  ignorctìitia,  egli  ac- 
cenna alla  rotazione  e  alla  rivoluzione  della  terra:  e  nel  concilio  di 
Basilea  presenta  una  memoria  sull'emendamento  del  Calendario  Giu- 
liano. Conoscitore  profondo  delle  lingue  ebraica,  greca  e  latina,  Nicola 
da  Cusa  portò  e  allargò,  specialmente  fra  i  Tedeschi,  le  nozioni  di  Pla- 
tone e  d'Aristotele:  e  se  la  sua  spedizione  a  Costantinopoli  per  1' avvi- 
cinamento della  Chiesa  greca  alla  pontificia  riuscì  vana,  come  lagnar- 
sene, quando  tal  viaggio  fruttò  un  tesoro  di  manoscritti  greci  V 

Nominato  cardinale  a  quarantasette  anni  da  Pio  11.  poi  vicario  del 
papa,  spirò  in  Todi,  dopo  rapida  malattia,  nelle  braccia  del  suo  segre- 
tario Peter  von  Erckeleus,  l'il  agosto  1464,  tre  giorni  avanti  la  morte 
del  suo  amico  e  protettore  Pio  II.  Fu  sepolto  in  San  Pietro  in  V'incoli. 
sua  chiesa  titolare:  volle  però  che  il  cuore  fosse  mandato  alla  nativa 
Cusa,  ove  infatti  riposa  nel  coro  dell'ospedale  da  lui  medesimo  eretto. 

La  tomba  in  San  Pietro  in  Vincoli  è  opera  di  Andrea  Bregno,  note- 
volissima per  la  miscela  di  caratteri  artistici  che  l'autore  vi  profuse. 
Invero  la  centrale  etlige  di  San  Pietro  è  classicheggiante,  così  da  parere 
scolpita  da  un  greculo  o  da  un  romano  del  terzo  secolo  :  mentre  l'an- 
gelo, a  sinistra,  è  una  figura  qual  poteva  ciarla  l'artista  lombardo,  un 
po'  tondo  e  magnifico,  alquanto  ingentilito  dall'  influsso  toscano  ;  e 
infine,  il  ritratto  del  cardinale,  a  destra,  è  una  delle  più  schiette  mani- 
festazioni del  verismo  plastico  d'allora,  ed  ha  nel  gesto  delle  mani,  nella 
modellatura  del  viso,  in  tutto  l'atteggiamento,  qualcosa  che  certo  il 
Canova  ripensò  quand'ebbe  a  scolpire  la  statua  di  pai)a  Rezzonico. 

Accanto  al  Cusano  van  ricordati  Dietrich  von  Nieheim,  e  .lohannes 
Burchard.  Il  primo  nacque  a  Nieheim,  in  V'esfalia,  nel  i;?4<),  fu  in 
Avignone  con  Gregorio  XI,  papa  francese  (Roger),  e  con  lui  venne 
in  Roma,  dove  lavorò  con  altri  sette  pontefici,  fino  a  Giovanni  XX 111 
(napolitano,  Cossa).  Per  la  colonia  tedesca  il  raaggioi'  merito  di 
quest'  insigne  prelato,  storiografo  e  politico-ecclestastico,  è  la  fondazione 
dell'istituto  nazionale  dell'Anima,  tuttora  vivo  e  il  più  importante 
che  i  Tedeschi  abbiano  avuto  in  Roma  sino  al  giorno  in  cui  sorse  la 
scuola  archeologica,  di  cui  parleremo  in  sèguito.  Dietrich  mori  nel  1418, 
canonico  a  Maastricht,  dove  fu  sepolto  nella  chiesa  di  San  Servazio. 
L'altro  grande  patrocinatore  dei  tedeschi  in  Roma,  il  Burchard, 
nacque  in  Haslach,  presso  Strasburgo,  nel  1483,  scrisse  un  Diarium 
sul  papato  di  Innocenzo  Vili,  di  Alessandro  VI  e  di  Giulio  li,  dal  di- 
cembre 14S3  al  ^7  aprile  I.jUB  (proseguito  dal  secretano  di  lui,  Mi- 
chael Sander)  e.  morto  in  Roma,  venne  sepolto  in  Santa  Maria  del 
Popolo. 

Abbiamo  accennato  all'istituzione  ecclesiastica  in  via  dell'Anima: 
bisogna  ricordare  però  che  essa  era  stata  preceduta  da  quella  d'un 
ordine  teutonico  in  Italia,  del  quale  si  ha  una  prima  traccia  nel  1^297, 
quando  ne  era  procuratore  il  cavaliere  Henning  Hostinianus:  a  lui 
successe  Konrad    von  Briihl.  nel  1314.  e  a  questi,  nel  137(»,  Heinrich 


TEDESCHI    IX    ROMA  651 

Briinner,  e  cosi  via.  La  dimora  dell'ordine  era  nella  Città  Leonina, 
finché  nel  1431  fu  acquistata  per  essa  una  casa  a-  Vicolo  dei  Venti, 
ove,  fra  altri  insigni  pellegrini  della  jiolitica.  della  sapienza,  della  reli- 
gione, abitò  il  conte  Eberliard  von  Wdrttemlterg.  In  quell'epoca  la  resi- 
denza dell'ordine  contava  undici  persone  di  servizio.  Quando  Stefano 
Porcari,  nel  1447,  sollevò  i  Romani  a  libertà  in  Campidoglio,  la  difesa 
del  quartiere  ove  appunto  era  la  casa  germanica  fu  affidata  dal  papa  al 
procuratore.  E  procuratori  dell'ordii: e  fui'ono  Raspar  Wandafen,  che  fece 
eseguire  il  quadro  dell'aitar  maggiore  della  chiesa  in  via  dell'Anima, 
e  il  prussiano  Laurentius  von  Blumenau.  che  sotto  Nicola  V  divenne 
lo  storiografo  dell'ordine  stesso. 

Ora,  poiché  tra  le  varie  istituzioni  tedesche,  ospitali,  ecclesiastiche, 
di  banca  e  di  mestiere,  era  entrata  la  nuova  e  prodigiosa  attività  della 
stampa,  il  carattere  dello  studio  predomina  su  gli  altri  in  questo  se- 
condo ])eriodo,  come  nel  primo  eccelleva  quello  delle  armi;  e  l'uma- 
nesimo che,  dopo  le  grandi  figure  di  Dante,  del  Petrarca,  del  Boccaccio, 
fiorisce  nell' intelligenza  italiana,  comunicandosi  all' intelligenza  degli 
ospiti,  da  questi  vien  trasmesso  ai  compassani  di  là  dalle  Alpi. 

Georg  von  Peurbach,  nato  in  Vienna  nel  IM'ò,  a  diciassette  anni 
viene  a  compiere  i  suoi  studii  nell'università  di  Padova,  poi,  chiamato 
dal  Cusano,  visita  Roma,  donde  torna  in  patria  nel  14.ó(l,  e  lì  muore 
undici  anni  dopo,  mentre  si  preparava  a  tornare  in  Italia.  Egli  è,  per 
cosi  dire,  il  gradino  intermedio  fra  Nicola  da  Cusa  e  il  Copernico,  per 
la  correzione  al  sistema  tolemaico  intraveduta  lìelle  sue  opere.  11  più 
celebre  de'  suoi  discepoli,  -lohannes  Miiller  da  Kònigsberg  (Regiomon- 
tanus.  1436-1476),  venne  in  Italia  col  cardinal  legato  amico  del  Cusano, 
il  greco  Bessarione,  di  cui  vediamo  la  figura  lunga  e  barbuta,  alla 
Bembo,  sulla  tomba  in  Santi  Apostoli.  11  Miiller  dimorò  in  Roma 
quattro  anni,  studiando,  oltre  le  scienze  naturali,  lingua  e  letteratura 
greca  e  latina  ;  e  tornatovi  poi  nel  1475,  chiamato  da  Sisto  IV  per  la 
riforma  del  calendario,  morì  l'anno  appresso,  il  6  luglio,  per  febbre 
estiva.  Questa  immatura  morte  impressionò  talmente,  che  la  si  volle 
connettere  con  l'apparizione  d'una  cometa,  e  anche  attribuirla  a  vendetta 
del  tiglio  del  bizantino  Giorgio  di  Trapezunfe  o  Trebisonda,  uno  dei 
più  celebri  professori  di  greco  del  tempo,  -  il  qual  figlio,  dicesi  falsa- 
mente, avvelenò  il  MùUer.  perchè  questi  aveva  notati  molti  errori  in 
una  dotta  opera  del  |)adre  grecista. 

Ed  eccoci  a  Nicola  Copernico.  Egli  giunge  in  Roma,  da  Bologna, 
col  fratello  maggiore,  Andrea,  nel  giubileo  del  lólMl.  In  occasione  del 
quarto  centenario  della  sua  nascita  (1873)  fu  posta  una  lapide  comme- 
morativa nel  loggiato  della  Sapienza,  perchè,  come  vuole  il  suo  discepolo 
Rheticus,  Nicolò  Copernico,  il  professor  mathematum.  insegnò  nell'uni- 
versità romana  «  dinanzi  a  una  gran  corona  di  scolari,  notevoli  uomini  ed 
anche  maestri  di  dottrine  »,  fra  i  quali  al  Gnevenitz  piace  immaginare 
Bramante  e  Michelangelo. 

Altri  e  famosi  umanisti  mandò  in  Roma  la  Germania  verso  la  fine 
del  XV  secolo  e  il  principio  del  xvi,  come  Rudolf  von  Langen  e  Roelef 
Huismann  detto  l'Agricola.  .Johann  Reuchlin  che  studiò  l'ebraico  a 
fondo  con  Abadja  Sforno  da  Cesena,  e  Konrad  Celtes  che  nella  sua 
Germania  illustrata  pare  imiti  l'Italia  illustrata,  di  Flavio  Biondo,  e 
che  per  primo  fu  curonato  poeta  nel  suo  paese,  quando  nel  1487 
l'imperatore  Federico  III,  in  Norimberga,  gli  cinse  il  lauro,  come  più 
d'un  .secolo  prima  era  toccato  al  Petrarca   in  Campidoglio. 


652  TEDESCHI   IN    ROMA 

Lo  stesso  Federico  III  venne  a  prendere  il  diadema  cesareo  in 
Roma,  e  ci  era  venuto  prima  di  lui  Sigismondo  il  31  maggio  1433.  con 
seicento  cavalieri  e  ottocento  pedoni  d'accompagnamento,  i  quali  allog- 
giarono in  Santo  Spirito  e  in  Borgo,  mentre  Timperatore  era  albergalo 
dal  papa  Eugenio  IV  in  Vaticano.  La  storia  di  molle  nobili  famiglie 
tedesche  comincia  appunto  dalla  coltala  (Ritterschlag)  conferita  agli  avi 
da  Sigismondo  sul  ponte  Sani'  Angelo,  dopo  la  solenne  cerimonia, 
dalla  quale  pure  principiò  l'uso  dell'aquila  doppia  come  sigillo  impe- 
riale in  contraposto  dell'aquila  semplice  per  il  sigillo  regale.  Non  meno 
splendida  fu  la  coronazione  di  Federico  III  nel  145!2,  la  festa  essendo 
duplicata  per  le  di  lui  nozze  con  Eleonora  infanta  di  Portogallo.  Xel 
sèguito  dell'imperatore  trova  vasi  Enea  Silvio  Piccolomini,  al  quale  il 
sovrano,  giungendo  pei'  via  Flaminia  in  vista  di  Roma,  profetò  la  tiara. 


Romèi. 


Causa  dell'affluire  dei  Tedeschi  in  Roma,  non  meno  costante  delle 
coronazioni,  delle  ambascerie,  dello  studio,  furono  i  pellegrinaggi. 
Appunto  la  storia  delle  due  grandi  istituzioni  teutoniche  nell'Urbe,  il 
Campo  Santo  e  la  chiesa  deirAnima.  è  legata  a  quelle  incursioni  di 
Giubileo.  Matteo  Milani  descrive  l'accorrere  della  moltitudine  alemanna 
per  il  giubileo  del  1350;  in  quello  del  [400  s'ebbe  a  deplorare  un  tram- 
busto con  rapimento  di  donne;  eppure  dieci  anni  prima  era  venuto 
un  altro  gran  pellegrinaggio,  a  parie,  dalla  Prussia,  e  nel  1450  dalla 
sola  Danzica  giunsero  più  di  duemila  romei.  Fu  questa  forse  la  più 
straordinaria  accorrenza;  v'eran  jiedoni  e  cavalieri,  poveri  e  ricchi,  e 
linanco  principi,  come  il  langravio  Ludwig  von  Hessen,  il  duca  All)rechl 
von  Oestcìieich.  .lohann  von  Cleve.  la  maigravia  Katharina  von  Haden. 
Con  tanto   formicolio  di  pellegrini,   in  quei  tempi   nei   quali    non  era 


TEDESCHI    IN    ROMA  653 

j)assato  ancora  del  lutto  Torrore  d"  un"  epidemia  e  già  arri\avau  le 
minacce  d"  un' altra,  urgeva  l'istituzione  di  case  di  soccorso.  Invero, 
il  malo  influsso  della  peste  scoppiata  nel  1480  durava  ancora,  quando 
la  rovina  del  ponte  Sant'Angelo,  in  sèguito  a  una  benedizione  publica 
di  Nicola  V,  trascinava  a  morte  dugento  pellegrini:  diciotto  carri  di 
cadaveri  furon  sepolti  nel  Campo  Santo  tedesco. 

Il  primo  ospedale  teutonico  in  Roma  fu  fondato  dall'olandese 
Johannes  Petri.  nel  138().  in  Parione:  ed  esso,  accresciuto  specialmente 
per  donazioni  del  gran  Dietrich  von  Nieheim,  tra  il  1390  e  il  \U)0  soc- 
corre da  dieci  a  ventimila  pellegrini.  Nikolaus  Henrici  da  Culm  fondò 
un  altro  ospedale,  che  presto  però  decadde  e  nel  1431  venne  assorbito 
dall'istituzione  di  via  dell'Anima,  di  cui  dovendosi  restaurare  quasi 
a  f linda  mentis  la  chiesa,  inaugurò  solennemente  i  lavori  il  vescovo 
Matthias  Scheidt  von  Seekau.  il  12  aprile,  nel  giubileo  del  1500.  Undici 
anni  dopo,  il  23  novembre,  la  chiesa  era  consacrata.  Non  tardò  a 
sopravvenire  il  «  sacco  di  Roma  ».  e  la  orribil  data,  1527,  lascia 
tracce  indelebili  nell'archivio  della  chiesa  stessa,  ove  è  segnata  con 
parole  poco  meno  funeste  una  sola  altra  data,  quella  dell'invasione 
francese  nel  1798. 

II  nome  della  chiesa  è  un'abbreviazione  di  Beatae  Mariae  animarmn, 
frase  derivata  dal  gruppo  donato  da  .Johannes  Petri  e  posto  nel  tim- 
pano della  porta  centrale:  la  ^'e^gine,  fra  due  anime  purganti  genu- 
flesse. 

tlosì  come  oggi  si  presenta  l'edificio,  dopo  l'opera  del  Bramante, 
del  Peruzzi  e  forse  del  Sangallo,  poco  o  punto  vi  si  scorge  il  carattere 
tedesco,  che  certo  dominò  nella  costruzione  primitiva.  A  tal  proposito 
il  von  Grajvenifz  svolge  la  storia  delle  relazioni  artistiche  fra  le  terre 
teutoniche  e  l'Italia:  ma  invero  questo  è  tale  argomento  da  non  po- 
tersi qui  nemmeno  accennare,  tanto  più  che  l'autore  stesso  è  costretto 
-a  una  corsa  vertiginosa.  Ci  basti  notare  sui  dati  da  lui  medesimo  rac- 
colti, che  l'affluenza  degli  artisti  settentrionali  in  Roma  è  minore  nella 
prima  metà  del  Cinquecento  di  quel  che  non  sia  prima,  dal  riforno 
della  sede  pontifìcia  da  Avignone,  e  di  quel  che  non  sia  dopo,  fino 
al  Seicento  inoltrato.  E  ciò  avveniva,  se  non  m'inganno,  perchè  all'e- 
poca di  Bramante,  di  Michelangelo  e  di  Raffaello,  di  Leonardo,  del 
Tiziano  e  del  Correggio,  la  vita  italiana  era  troppo  tempestosamente 
piena  perchè  vi  avessero  larga  parte  operosa  gli  stranieri,  i  quali,  prima 
e  dopo,  molto  impararono  ed  insegnarono  molto. 

Alle  frettolose  pagine  di  storia  delfarfe  seguono  nel  magnifico 
volume  quelle  affatto  sijeciali  sui  sepolcri  di  Santa  Maria  dell'Anima.  Al 
solilo,  nel  cumulo  di  notizie,  scegliamo  quelle  che  possono  interes- 
sare più  generalmente.  In  primo  luogo  dunque,  ecco  la  cappella  Fugger, 
ove  riposano  le  ceneri  di  coloro  che  furono  i  maggiori  banchieri  te- 
deschi in  Italia,  tra  gli  altri  quel  .lacob  Fugger.  di  cui  abbiamo  un 
ritratto  dipinto  dal  Diirer.  .Jacob  Fugger  che  potè  scrivere  a  Carlo  V 
esser  noto  e  patente  che  Sua  Maestà  imperiale  non  avrebbe  cinto  la 
corona  romana  senza  l'a.juto  di  lui. 

Rammentiamo  la  tomba  di  Adriano  VI,  l'ultimo  papa  tedesco, 
morto  di  febbre  in  Villa  Mellini  su  Monte  Mario.  Questa  tomba  del 
pontefice  odiato  e  spregiato  dai  Romani,  sfarzosa  e  greve  imitazione 
dei  due  monumenti  sepolcrali  che  Andrea  Sansovino  eresse  in  Santa 
Maria  del  Popolo  al  cardinale  Sforza  e  al  cardinal  Basso,  fu  eseguita 
nel  1529.  Di  migliore  arte  sono  la  toinixi  del  duca  Karl  Friedrich  von 


(i'vl-  TEnESC.Hl    IN    lìO.MA 

Cleve.  e  quella  del  Xan  der  Eynden.  semplice,  squisita  opera  di  Frauz 
Du  Quesnoy  detto  il  Fianiiningo.  che  può  chiamarsi  il  Bernini  del 
Nord.  Per  ultimo  ricoidianio  la  cappella  Brandeburgo,  ov'è  il  quadro 
di  Francesco  Rossi  detto  il  Salviati.  del  tpial  lavoio  parla  li  Vasari, 
dicendolo  ordinato  da  un  mecenate  tedesco.  E  usciamo  di  mezzo  alle 
sepolture. 

Fra  le  altre  opere  d'aite  deirinsigne  chiesa  iKjtiaiiio  prima  la  fine- 
stra di  Guglielmo  di  ilarsiglia.  frantumata  nella  rivoluzione  del  1848 
e  rifatta  da  una  vetreria  d"  Innsbruck.  a  spese  dell"  imperatore  d'Au- 
stria, su  bozzetto  di  Ludovico  Seitz.  pittore  vivente  tedesco-romano.  Due 
simili  bellissime  finestre  sono  nel  coro  di  Santa  Maria  del  Popolo; 
ma,  fortunatamente,  originali  del  celebre  Guglielmo,  quantunque 
scosse  alcuni  anni  sono  per  lo  scoppio  della  polveriera.  Per  ultimo 
ricordiamo  la  pala  dell'aitar  maggiore,  fastosa  composizione  di  (ìiulio 
Romano. 


Delle  grandi  personalità  tedesche  che  ci  son  passate  dinanzi  come 
in  una  lanterna  magica,  da  Carlo  Magno  a  .lacob  Fugger,  e  (|uelle 
che  vedremo  ancora,  tra  cui  un  Winckelinann,  un  ilengs,  un  Goethe, 
nessuna  intUii  tanto  sui  destini  di  Roma  quanto  l'umile  monacello 
agostiniano  che,  verso  la  fine  del  1511.  giungeva  nell'Urbe  salutan- 
dola come  santa:  «Sei  mir  gegriist,  rlu  ìieilicies  Rum!». 

Martin  Luther,  entrato  in  Roma  quasi  certamente  dalla  Porta 
Flaminia,  abitò  nel  monastero  di  Santa  Maria  del  Popolo.  Quel  primo 
aspetto  della  città  eterna,  oggi  splendido  per  i  lavori  eseguiti  dal 
Valadier  sotto  Pio  VII,  guasto  di  nuovo  ina  promettente  per  la  co- 
struzione del  ponte  e  le  altre  opere  in  corso,  aveva  allora  una  sin- 
goiar tristezza.  Il  Pincio  tuttavia  selvaggio,  e,  di  fronte,  un  rudero. 
«  torre  dove  siete  gran  tempo  il  spirito  di  Nerone  ».  com'è  scritto 
nella  pianta  di  Roma  del  ir);i4.  Nulla  ancora  dell'altra  grande  e  son- 
tuosa piazza  circolare,  la  piazza  di  San  Pietro:  anzi  quando  la  vide 
Lutero  essa  doveva  essere  particolarmente  sconvolta,  poiché  il  Bra- 
mante aveva  buttato  giìi  mezza  basilica,  nel  15(H).  e  solo  l'altra  mezza 
continuava  il  servizio  divino.  Sul  Campidoglio  non  era  passata  la 
mano  di  Michelangelo,  e  non  vi  si  vedeva  neppure  la  stupenda  statua 
equestre  di  Marco  Aurelio,  alloi'a  nella  piazza  Lalerana.  ove  si  cre- 
deva rappresentasse  Costantino,  il  fondatore  dello  Stato  ecclesiastico. 
Strana,  irridente  piega  della  storia:  l'effige  dell'imperatore  scettico 
e  santo  esser  creduta  lettige  dell'imperatore  devoto  e  falso,  e  a  questo 
sbaglio,  simile  a  uno  scherno,  andar  debitrice  della  sua  iierfetta  con- 
servazione ! 

A  tali  e  cento  altri  caratteri  che  diversificano  la  Roma  di  Lutero 
da  quella  che  fu  poco  tempo  dopo,  e  che  la  rendevano  non  so  se 
meno  bella,  certo  assai  triste,  bisogna  aggiungere  il  ricordo  di  quel 
che  allora  fosse  la  coscienza  dell'Urbe  e  come  si  manifestasse.  Dopo 
Alessandro  VI.  Giulio  li,  terribili  nomi  entrambi  per  un  monaco  fer- 
vente il  quale  non  può  scernere  l'abisso  che  li  separa.  E  del  resto, 
Lutero  vedeva  in  Santa  Maria  del  Popolo  la  tomba  di  Vannozza  de'Cat- 
tanei,  l'amante  di  Papa  Borgia:  in  Sant  Ago.«tino.  altra  chiesa  del  suo 
ordine,  vedeva  la  cappella  di  Fiammetta,  l'amante  del  figlio  di  papa 
Borgia:  da  per  tutto  udiva  parlare  dello  straordinario  prestigio  d'Im- 
peria,  l'amante   dei   cardinali...   Eppure   il   giovane    monaco   viveva 


TEDESCHI    I.\    ROMA  655 

sotto  il  fascino  di  Roma,  quasi  trasognato,  lacrimando  al  pensiero 
che  la  misera  madre  non  potesse  trovarsi  accanto  a  lui  in  ginocchio 
nella  chiesa  delle  chiese,  nella  prima  delle  sette  basiliche,  in  San  Gio- 
vanni in  Laterano. 

L"anno  appresso,  15l!2,  Martin  Lutero  tornava  in  Germania,  e  li, 
dopo  un  quinquennio  di  lavorìo  toinient<  so,  il  trentuno  ottobie  1517, 
lanciava  il  primissimo  razzo  dell"incendio  della  Riforma,  il  Comento 
sulVeffìcacia  dell'  Indulgenza  (Zur  Erkldrnng  der  Kraft  des  Ahlasscs). 

Nell'anno  stesso  in  cui  partì  Lutero,  giunse  in  Italia  il  cavalleresco 
e  bizzarro  poeta  Ulrich  Hutten,  l'epigrammista  al  tempo  degli  epi- 
grammi, quando  cioè  questo  componimentino  classico  riviveva  in  Roma 
a'  ])iedi  di  due  rappresentazioni  marmoree,  erudito,  spesso  cerimoniale, 
sotto  il  gruppo  di  Andrea  Sansovino,  popolare,  nuovo,  abbandonato 
a  sé  medesimo  come  un  bastardello  jiericoloso,  sotto  il  frammento 
che  .si  chiama  tuttora  Pasquino  e  che,  fin  dal  1501,  trovavasi  collo- 
cato ov'è  anche  oggi  dal  cardinal  Carata.  Il  gruppo:  Sant' .\nna.  la 
\'ergin(i  e  il  Bambino,  delicata  opera  dello  scultt)re  toscano,  fu  posto 
nella  propria  cappella  in  Sant'Agostino  da  .Johann  Goritz,  «  l'uomo  dal 
cuor  pui'o  »  (Mann  reinen  Herzens).  e  gli  fiorì  intorno  una  specie  di 
pre-Arcadia,  di  cui  un  saggio  è  nel  i>riino  almanacco  romano,  la  Co- 
ryciana.  Ulrich  Hutten  parla  nell'almanacco  e  nelle  pasquinate  a  un 
tempo;  e  inline,  dopo  essersi  trattenuto  in  Venezia,  in  Pavia,  in  Bo- 
logna, torna  in  Roma  e  lancia  al  papato  il  guanto  di  sfida  pubblicando 
Io  scritto  del  precursore  di  Lutero,  l'umanista  Lorenzo  Valla,  «Sulla 
finta  donazione  di  Costantino  ».  Per  chiudere  (|uesto  capitoletto  dei 
riformatori,  non  potendo  presentar  qui  il  monumento  edificato  da 
Martin  Luther,  ecco  il  gingillo  cesellato  da  Ulrich  Hutten,  un  dialogo 
del  15"2(): 

«  ...Tre  cose  mantengono  la  riputazione  di  Roma:  la  potenza  del 
papa,  le  reliquie  e  le  indulgenze. 

«  Tre  cose  si  portan  via  da  Roma:  mala  coscienza,  stomaco  guasto 
e  borsa  vuota. 

«  Tre  cose  uccide  Roma:  buona  coscienza,  leligione  e  giuramento. 

«  Di  tre  cose  si  ridono  i  Romani:  l'esempio  degli  antichi,  il  pa- 
pato di  San  Pietro  e  il  Giudizio  iniiversale. 

«  Di  tre  cose  trafficano  i  Romani  :  Cristo,  prebende  e  donne. 

«  Tre  cose  si  sentono  assai  mal  volentieri  in  Roma:  concilio  ge- 
nerale, riforma  del  clero  e  che  i  Tedeschi  comincino  ad  aprir  gli  occhi  ». 


Per  tutto  il  Seicento  le  lelazioiii  fra  Germania  e  Roma  son  così 
languide,  da  iwfersi  considerar  questo  periodo  come  un'interruzione 
simile  a  quella  dell'esilio  avignonese,  più  lunga  però  e  più  assoluta. 
In  quell'epoca  appunto  la  città  si  trasformava  profondamente,  assu- 
mendo in  gran  parte  l'aspetto  che  conservò  fino  alla  Breccia  di  Porta 
Pia,  l'aspetto  in  cui,  tra  i  caratfeii  impressi  da'  vaiì  secoli,  signoreg- 
giava quello  che  su  palazzi,  chiese  e  fontane  vi  suggellò  il  Bernini. 
Altro  dunque  che,  come  scrive  il  von  Gr*venitz.  sono  sparite  le 
orme  del  Sacco  e  non  è  più  il  tempo  di  riforme  e  controriforme, 
quando  giunge  in  Roma  .Johaini  .Ioachim  Winckelmann,  e  la  trova 
ridivenuta  capitale  delle  arti! 

Come  il  Goethe,  dice  l'accurato  autore,  il  Winci<elmann  fu  sin- 
golarmente favorito  nella  sua  visita  air«  alta  mondiale  scuola  di  Roma  ». 


656  TEDESCHI    IN    ROMA 

Da  per  tutto,  e  qui  e  in  Germania,  biblioteche,  pinacoteche,  musei, 
gabinetti  d'antichità,  pare  non  avessero  porte  per  lui:  e  a  Dresden. 
fra  amici  e  protettori,  trova  un  Bianconi  che  fu  ])oi  il  suo  biografo, 
e  un  Archinto,  nunzio  pontificio,  che  più  tardi,  in  Roma,  diviene  il 
suo  introduttore. 

Pur  troppo,  come  sede  degli  studii  archeologici  1"  Urbe  non  ha 
più  la  straordinaria  importanza  d'allora  :  il  centro  degli  scavi  è  pas- 
sato in  Atene  e  s'è  irradiato  verso  1"  Oriente,  e  i  saggi  dell'arte  antica 
di  cui  Roma  era  quasi  l'unico,  enorme,  impareggiabile  museo,  sono 
sparsi  ora  nelle  collezioni  d'oltr'  Alpi,  a  Berlino,  a  Dresda  e  a  Mo- 
naco, a  Vienna,  a  Parigi,  a  Londra,  a  Pietroburgo,  ovunque  una 
Corte  o  un  popolo  han  voluto  e  saputo  adunarne. 

Qui  il  von  (ircevenitz  tira  giù  una  sfuiiata  di  biasimo  contro  la 
Roma  odieina.  la  Roma  dai  Lungotevere  stringati,  la  Roma  ciie  s'è 
privata  di  \illa  Ludovisi  e  che  ha  veduto  fungheggiare  tanti  brutti 
editìcii  sul  .'^acro  suo  terreno  :  sfuiiata  che  non  può  lasciare  indifferente 
il  lettore  italiano,  primo,  perchè  l'autore  non  parmi  abbia  proprio 
torto;  secondo,  perchè  in  tutto  il  libro  egli  si  mostra  imparziale,  scevro 
di  qualunque  preconcetto  maligno  o  anche  semplicemente  ingiusto. 
Or  bene,  il  von  Gr*venitz.  come  in  genere  tutti  gli  stranieri  meglio 
intenzionati,  e  in  ispecial  modo  i  Tedeschi,  vorrebbero  Roma  non 
fosse  altro  che  albergo  e  museo.  È  troppo,  senza  dubbio;  ma  è  pure  certo 
che  se  si  è  provveduto  bene  alla  Roma-albergo,  e  di  questo  non  me  ne  in- 
tendo, non  parmi  ci  si  sia  riusciti  per  la  Roma-museo,  in  quanto  che 
molto  si  è  distrutto  e  molto  si  è  costruito,  ma  il  giusto  compenso,  dal  lato 
della  bellezza,  non  si  ottiene  ancora.  Speriamo  di  meglio,  per  l'avve- 
nire. Del  resto,  il  von  Grtevenitz  medesimo  si  affretta  a  concludere 
che,  dopo  tutto,  non  si  deve  già  credere  Roma  divenuta  una  città 
come  le  altre  :  essa  è  ancora  la  città  delle  città,  e  chi  vi  giunge  con 
la  sete  di  bellezza  d'un  Winckelmann.  trova  non  avari,  non  esausti  i 
suoi  tesori. 

11  discorso  ci  ha  ricondotti  al  Winckelmann  ;  feimiamoci. 

Egli  venne  in  Roma  nell'  autunno  del  1755.  in  età  di  trentotto 
anni.  Abitò  prima  presso  Trinità  dei  Monti.  «  Dalla  mia  finestra  lo 
sguardo  donrina  Roma  tutta  e  si  spinge  sino  al  mare  »  -  egli  scrive, 
entusiasta  di  quella  dimora,  come  fu  poi  delle  seguenti  nei  tredici  anni 
passati  neir  Urbe  tra  amici  tedeschi  e  protettori  italiani,  in  compa- 
gnia del  Mengs.  «  il  sassone  Apelle  »,  e  della  leggiadia  e  candida 
moglie  di  lui.  Ecco  quel  che  dice  del  fortunato  archeologo  esteta  lo 
svizzero  Hans  Heinrich  Fussli  :  «  Il  Winckelmann  ha  fissato  nella  mia 
giovane  anima  le  vacillanti  idee  del  bello  e  del  buono,  del  gusto  e 
della  virtù.  Poiché  la  nuiniera  con  cui  insegna  è  ima  doviziosa  fonte 
di  molte  cognizioni.  Risalendo  sempre  dalle  opere  d'arte  agli  uomini 
e  da  questi  a  quelle,  egli  sviluppa  il  carattere  delle  varie  nazioni,  spe- 
cialmente di  Roma  e  Grecia,  nelle  loro  epoche  diverse  ;  donde  i  priu- 
cipii  politici  e  morali  derivano  ». 

Ben  presto  l'ex-nunzio  Alberigo  Archinto  diede  al  Winckelmann 
un  posto  di  bibliotecario,  per  cui  questi  passò  ad  abitare  nel  palazzo 
della  Cancelleria,  «  cinque  camere  oltre  la  cucina  e  un  balcone  ». 
Non  vi  soggiornò  a  lungo;  ]>erchè.  morto  l' Archinto  nel  1758,  gli 
toccò  in  sorte  un  nuovo  protettore  ben  più  largo,  ben  più  affezionato, 
il  cardinale  Alessandro  Alljani.  che  lo  alloggiò  nel  proprio  palazzo. 
La  gratitudine  del  Winckelmaiui  per  questo  magnifico  porporato  non 


TEDESCHI    IN    ROMA  657 

ha  confini:  e  dalla  splendida  sede  in  Roma  e  dalle  gioconde  villeg- 
giature nei  Castelli  Romani,  ov'egli  gode  e  studia  senza  interruzione, 
la  parola  d'entusiasmo  si  effonde  come  un  canto,  sino  all'esultante 
delirio  di  Anzio:  «  Questo  è  il  luogo  della  mia  felicità...  » 

Nel  176.0  il  Winckelmann  si  reca  a  Firenze  per  catalogarvi  la  col- 
lezione di  gemme  di  Philipp  von  Stosch,  acquistata  da  Federico  il 
Grande  e  ora  inclusa  nelle  raccolte  di  Berlino.  Ma  torna  presto  a  Roma, 
■centro  unico  del  suo  mondo  antico  che  si  estendeva  solo  nella  Cam- 
pagna Romana,  spingendosi  da  un  lato  fino  a  Napoli  con  Ercolano  e 
Pompei  ;  torna  a  Roma,  ove  tutte  le  collezioni  di  rarità  gli  sono  affi- 
date, cosi  quella  di  Villa  Albani,  come  quelle  del  Campidoglio  e  del 
Vaticano.  E  venne  l'ora  dell'acme,  il  baleno  che  Faust  vorrebbe  fer- 
mare ;  e  fu  quando  presso  Santa  Balbina,  sull'Aventino,  si  trovò  il 
bronzo  dell'  Apollo  Sauroctono,  in  presenza  di  lui,  e  il  cardinale  Al- 
bani trasse  la  statua  nel  proprio  cocchio  con  le  proprie  mani,  e  se 
la  portò  nella  gentilissima  villa  che  i  nuovi  quartieri  assediano  oggi. 
Ira  via  Porta  Salaria  e  via  Nomentana. 

1  tredici  anni  della  residenza  del  Winckelmann  in  Roma  furono 
anni  beati  e  fecondi.  Eppure,  nota  il  filosofo  Herder,  egli  rimase  es- 
senzialmente tedesco,  tanto  da  non  lasciar  mai  di  scrivere  nella  patria 
lingua,  pur  trattando  di  materie  classiche,  nel  paese  classico,  e  da 
mostrar  quasi  di  non  poter  morire  .se  non  tornato  nella  sua  nazione 
che,  in  fondo,  s'era  data  ben  poco  pensiero  di  lui.  E  questo  suo  tede- 
schismo  inalterabile,  il  quale  per  altro  si  rivela  a  ogni  pagina  della 
opera  sua  di  ricostruzione  e  d' interpretazione,  si  riafferma  nell'an- 
tipatia di  tutto  ciò  ch'era  francese,  antipatia  non  mai  smentita  in 
un'epoca  in  cui  la  Fi-ancia  irradiava  il  maggior  lume  sul  mondo  delle 
intelligenze. 


La  persona  del  AVinckelmann  in  Roma  è  in  certo  modo  indissolu- 
bile da  quella  di  Anton  Rafael  Mengs,  pittore  figliuolo  del  pittore 
Ismael,  il  quale  lo  battezzò  coi  nomi  del  Correggio  e  dell'  Urbinate. 
Nato  il  12  marzo  17!2S,  a  tredici  anni  egli  è  condotto  in  Roma  dal 
padre  mandatovi  da  Augusto  III  di  Sassonia,  e  vi  rimane  fino  al  1744. 
Tornato  a  Dresda,  è  già  pittore  :  e  l'anno  appresso,  dopo  avere  ese- 
guito il  ritratto  del  sovrano,  vien  nominato  pittore  della  Corte  ed  è 
fornito  d'una  pensione  che  gli  permette  di  rivalicar  le  Alpi.  Gli  par 
di  vivere  in  un  racconto  di  fate.  Nell'aprile  del  174(3  eccolo  a  Venezia,  a 
Parma,  a  Bologna  e  finalmente  a  Roma,  ove  rimane  tre  anni  con  le 
sorelle  Giulia  e  Teresa  Concordia,  col  padre,  dispotico  e  bisbetico,  e 
con  la  governante  del  padre. 

Ben  presto,  a  comj)letar  la  brigata,  il  giovanotto  artista  prende 
moglie.  Dovendo  dipingere  una  Sacra  Famiglia  in  stile  raffaellesco, 
cerca  e  trova  il  modello  che  gli  ci  vuole  per  la  Vergine  in  una  ra- 
gazza del  popolo,  Margareta  Guazzi,  bella,  buona,  dolcissima  creatura, 
la  quale,  dopo  aver  fatto  da  madonna  nel  quadro,  passò  ad  esserlo 
nella  vita  del  pittore.  Senza  perder  tempo,  i  Mengs  erano  israeliti  ? 
"bene,  tutti  cattolici,  tutti,  meno  la  governante;  e  Margareta  o  Marghe- 
rita è  sposa. 

Poco  dopo  natagli  una  bambina.  Maria  Anna,  il  Mengs,  che  s'era  do- 
vuto recare  a  Dresda,  torna  in  Roma,  e  vi  si  ferma  nove  anni,  dal  1742 
al  1761  :  questo  è  il  più  felice  periodo  della  sua  vita.  Le   molte  qua- 

42  Voi.  evi,  Serie  IV  -  16  agosto  1903. 


658  TKDEStHI    IN    ROMA 

lità  eccellenti  e  i  pochi  tlitetti  imperdonabili  dell'arte  sua,  anzi  meglio 
l'aurea  mediocrità  del  suo  inuegno  che  comprende,  sa,  giudica,  ac- 
quista, modera  molto  più  di  quel  che  non  crei,  tutto  valse  a  porre  in 
auge  il  Mengs,  al  quale  tu  attribuita  in  Roma  e  fuori  tale  autorità, 
da  bastar  l'essere  un  suo  discepolo  per  aver  la  direzione  nelle  scuole 
accadenùche.  G.  B.  Casanova,  Iratello  del  celebre  avventuriere,  coUa- 


A.  R.  Mengs. 

boro  col  Winckelmann  e  divenne  direttore  dell'accademia  in  Dresda; 
Giuseppe  Ratti  fu  chiamato  a  dirigere  l'accademia  di  Genova  ;  Nicola 
Guibal,  francese,  l'accademia  di  Stuttgart,  e  un  suo  alunno,  Heinrich 
Fiiger,  quella  di  Vienna.  Nessun  posto  simile  toccò  ai  fratelli  Chri- 
stopf  e  Ignaz  Unferberger  ;  ma,  in  compenso,  Anton  Maron,  l'autore 
del  ritratto  del  Winckelmann,  sposata  la  sorella  del  Mengs,  Teresa  Con- 
cordia, fu  nominato  pittore  primario  e  direttore  dei  pensionati  germa- 
nici in  Roma. 


TEDESCHI    IN"    KOJIA  659 

Che  lusso  di  titoli  1  Oh,  era  il  tempo  delle  paiiucehe  !...  Ma  in  ve- 
rità Raffaello  .Meiigs  fu  in  tutto  un  uomo  ammirevole,  tanto  che 
l'unico  artista  che  gli  si  collocava  di  tronte  come  rivale,  il  gentile  e 
lieve  Pompeo  Battoni.  non  ebbe  per  lui  un  moto  d'invidia,  anzi,  come 
(pianti  avvicinavano  il  buono  e  dotto  sassone,  gli  divenne  amico. 

Dotto  davvero,  poiché  oltre  a  una  cultura  archeologica  eccezionale 
per  quel  tempo,  ed  oltre  all'esercizio  letterario,  egl'  volle  prendere 
lezioni  di  cembalo,  non  già  per  suonare,  bensì  per  acquistar  la  giusta 
idea  degli  accordi  e  discuterne. 

Non  aveva  ancora  termirato  di  dipiogere  il  Parnaso  in  una  sala 
di  Villa  Albani,  dov'era  passato  ad  abitare  con  la  famiglia,  quando 
Maria  .\malia,  figlia  d'Angusto  IH  e  moglie  di  Carlo  IV  re  di  Napoli, 
desiderando  conoscere  Y Hofmaler  del  padi'e,  gli  chiese  una  «  Presen- 
tazione di  Maria  al  tempio  »  per  il  palazzo  di  Caserta.  11  Mengs  si 
recò  a  Napoli  nel  175S.  giusto  quando,  morto  il  re  di  Spagna.  Carlo  IV 
era  in  procinto  di  partire  per  occupare  il  trono  a  Madrid.  In  tale  oc- 
casione il  monarca  offerse  una  splendida  retribuzione  all'artista,  se 
voleva  seguirlo  in  Spagna;  e  il  Mengs,  compiuto  l'affresco  di  Villa 
.\lbani.  nell'autuno  del  1761  sbarcava  in  Alicante. 

Ed  ecco  iniziarsi  per  lui  il  periodo  sontuoso,  il  periodo  insieme 
della  decadenza.  11  tempo  felice  è  passato  per  sempre;  nuvole  e  nuvole, 
anche  dorate  dal  sole  che  tramonta,  ma  nuvole:  cielo  sereno,  mai  piìi. 

In  Madrid,  lavorando  febbrilmente,  s'ammalò.  Compensi  e  onori 
fioccano.  Eseguito  il  ritratto  dell'infanta,  gli  si  conferisce  il  titolo  di 
direttore  dell'accademia  madrilena.  Intanto  però  anche  sua  moglie  è 
soflerente:  talché,  due  anni  dopo  il  suo  arrivo,  il  Mengs  è  costretto  a 
rimandarla  in  Italia,  ov'egli,  già  minacciato  d"  idropisia,  ottiene  li- 
cenza di  recaj'si  nel  1769.  E  io  penso  :  poco  prima  di  lui  un  altro' 
pittore  venuto  dall'Italia  aveva  lavorato  a  Madrid,  il  Tiepolo:  chi  sa 
come  dovette  parer  frivolo  e  scomposto  al  dotto  Sassone  il  genialis- 
simo  \'eneziano  '  ! 

A  Roma  il  Mengs  ebbe  commissione  d'affrescare  il  soffitto  della 
sala  dei  Papiri,  in  Vaticano.  Presto  la  sua  casa  ridiventò  il  centro 
d'una  eulta  società  internazionale;  ma  il  tempo  correva,  ed  egli  fu 
astretto  a  riedere  in  Madrid,  ove  il  re  lo  colmò  di  nuovi  doni.  Tre 
anni  dopo,  nel  1777,  tornava  in  Roma,  e  forse  si  sarebbe  potuto  gua- 
rire ancora,  se  nell'aprile  seguente  non  lo  avesse  colpito  la  morte 
della  moglie.  Dipinge  allora  l'ultimo  quadro,  il  suo  «  canto  del  cigno  »,. 
V Annunciasione,  per  il  re  di  Spagna,  e  che  oia  è  nella  Galleria  di 
Vienna;  abbozza  pure  un  altro  quadro,  che  resta  nel  cartone.  Pascolale 
mie  pecore,  per  San  Pietro,  e  il  ^9  giugno  1779  si  spegne,  a  cinquan- 
t' un'anno.  Fu  sepolto  nella  chiesetta  di  San  ilichele  e  Magno,  presso 
il  Vaticano.  Giungeva  allora  in  Re  ma  un  umile  giovanetto  di  Pos- 
sagno.  che  doveva  poi  diventare  il  primo  scultore  del  suo  tempo.  An- 
tonio Canova,  e  già  da  quattr'anni  lavorava  in  Roma  il  pittore  che 
doveva  eredare  il  freddo  primato  del  Mengs,  e  a  cui  morendo  il  Bat- 
toni aveva  lasciato  la  propria  tavolozza,  Louis  David. 


Ci  avviciniamo  ai  nostri  giorni,  all'epoca  nella  quale  la  nuova 
istituzione  tedesca,  sul  monte  Tarpeo,  vince  per  importanza  mondiale  la 
vecchia,  quella  di  via  dell'Anima,  in  segno  che  ormai,  svanito  il  primo 
fascino,  la  corona,  anzi  il  sogno  della  corona   veramente  cesarea,   il- 


GtìÙ 


TEDESCHI    IN    ROMA 


secondo  cede  già  al  terzo,  il  sentimento  religioso  è  superato  dal  sen- 
timento dello  studio,  e  precisamente  dello  studio  deli"  arte  e  delie 
anlicliità.  Quest'ultimo  periodo  s'impersona  in  Wolfgang  Goethe;  e 
giacché  dopo  di  lui  il  secolare  romeaggio  tedesco,  al  paragone,  sbia- 
disce, non  passerò  più  oltre  ;  tanto  più  che  le  vicende  dell'Istituto  archeo- 
logico germanico  non  saprei  riassumere  c(^n  sufficiente  varietà  e  senza 
pondo. 

La  fine  del  secolo   xviii  nella    nostra  corsa  storica  appartiene  al 
Goethe  e  alla  sua  plejade,  e  di  questa  va  mentovato  primo  il  pittore 


Johann  Heinrich  Wilhelm  Tischbein.  che  è  quasi  per  il  grande  poeta 
quel  che  poco  prima  era  stato  il  Mengs  per  il  Winckelmann.  l'intel- 
ligente, tecnico  e  amico  cicerone.  Gol  Tischbein.  e  poi  col  Goethe, 
nella  casa  al  Corso  numero  18,  abitavano  due  altri  pittori.  Friednch 
Bury,  di  Hanau,  detto  il  «  pastorello  »,  e  Georg  Schiitz.  di  Frankfurt, 
detto  il  «  barone  »  o  il  «  conte  ».  Del  resto,  i  pittori  dei  quali  l'olim- 
pico poeta  si  circondò  in  Roma  formano  una  legione.  Lo  svizzero 
Heinrich  Meyer,  per  esempio,  cui  il  Goethe  scrisse  da  Weimar  che 
avrebbe  tanto  desiderato  rivederlo,  va  infatti  a  Weimar  nel  1791,  quando 
quel  duca  lo  nomina  professore  nella  sua  scuola  di  disegno.  Ricordiamo 
poi  Johann  Friedrich  Reiffenstein  (o  Reifstein),  già   amico   del   Win- 


TEDESCHI    IX    ROMA  '  661 

ckelmann  e  del  Meiigs,  anello  di  confriunzione  tra  le  due  supreme 
rappresentanze  della  niente  ti^erinanica  succedentlsi  in  Roma:  e  infine 
la  pittrice  Angelica  Kauft'mann,  dallo  stesso  Heitìenstein  presentata  al 
Goethe. 

Angelica,  nata  nel  1741  in  Chur,  nella  Svizzera  tedesca,  venne 
la  prima  volta  nell'Urbe  a  venlidue  anni,  e  dopo  alcuni  viaggi  e  non 
breve  dimora  in  Inghilterra.  \i  tornò  e  vi  mori  nel  1807.  É  sepolta 
nella  chiesa  di  Sant'Andrea  delle  Fratte. 

Ma  la  plejade  non  era  tutta  composta  di  pittori;  v'eran  pure  i 
letterati:  Di  Cari  Philipp  Moritz  il  Goethe  scrive  alla  signora  von 
Stein:  «  Egli  è  per  me  come  un  fratello  minore  »:  e  in  altra  lettera: 
«  Il  Moritz  è  per  me  come  uno  specchio  innanzi  agli  occhi  »...  E  in- 
vero il  gran  poeta  asserisce  che  non  avrebbe  mai  tradotto  in  giambi 
l'Ifigenia,  scritta  in  prosa  prima  ch'ei  venisse  in  Roma,  se  non  gli 
fosse  brillata  a  guida  la  stella  della  prosodia  del  Moritz.  (Juesti,  nato 
nel  1757  in  Hameln,  a  trentun'anno  è  in  Italia,  e  parte  da  Roma  poco 
dopo  del  suo  nume,  nel  1788.  In  relazione  col  viaggio  in  Italia  del 
Goethe,  è  notevole  il  libro  del  Moritz.  Dir  Reisen  eincs  TìcHtschen  in 
Italie.ìi   in  ilcn  Jfiìireii  17Stì-17SS. 

I  tre  anni  vissuti  da!  poeta  di  Faust  in  Roma,  prima  e  dopo  il 
suo  giro  in  Sicilia,  segnano  pei-  lui  quel  vertice  della  vita,  quel 
periodo  di  relativa  felicità  che  notanmio  per  il  Winckelmann  e  per  il 
Mengs,  e  che  per  il  primo  durò  tredici  anni,  nove  per  il  secondo. 
Non  bastandogli  la  poesia  e  lo  studio  delle  antichità,  in  quel  tempo  di 
fertile  gaudio  il  Goethe  volle  anche  essere  un  poco  pittore,  e  nel  1787, 
da  marzo  a  maggio,  ebbe  qualche  lezione  dal  paesista  Philipp  Hacker! 
(nato  nel  1737  in  Prenzlau),  da  lui  incontrato  in  Napoli.  Ma  oltre 
che  poeta,  oltre  che  artista,  oltre  che  erudito,  Wolfgang  in  Roma 
voU'essere  amante,  come  se  nella  sua  gagliarda  e  serena  natura  la 
Musa  non  potesse  trarre  miglior  nutrimento  di  quel  che  le  porge 
Tamoie,  e  che  è  spesso  ambrosia,  quasi  sempre  veleno.  Chiudo  dunque 
volentieri  queste  nòte  riassumenti  il  bel  libro  del  von  Gnevenitz,  col 
nome  di  Maddalena  Riggi,  la  «  bella  Milanese  »,  che  il  Goethe  co- 
nobbe nell'ottobre  del  1787  in  Castel  Gandolfo.  e  che  poi  sposò  Giu- 
seppe Volpato,  il  figlio  del  celebre  incisore  Giovanni,  l'amico  del  Ca- 
nova. Com'ebbe  ragione  il  poeta  sclamando: 

Tu  sei  davvero  un  mondo,  o  Roma:  pur.  senza  l'amore, 
non  saria  momlo  il  momlo.  Ruma   non  saria    Roma  ! 


L".    Fl.ERES. 


PAOLO   GIACOMETTI 


11  giro  trionfale  che  il  sommo  tragico  Tommaso  Salvini  ha  com- 
piuto per  congedarsi  dall"  arte  in  cui  ha  raccolto,  nella  sua  lunga  e 
fortimata  caniera.  tanti  gloriosi  allori,  ha  richiamato  nuovamente  Tat- 
tenzione  degli  amanti  del  teatro  italiano  sopra  un  pt)eta  troppo  ingra- 
tamente, se  non  dimenticato,  almeno  trascurato:  l'autoie  di  quella 
Morte  Cirile,  che  il  Salvini  ha  fatto  applaudire  su  tutti  i  teatri  del 
mondo. 

in  realtà  Paolo  Giacometti.  che  fra  tanti  lavori  dati  alla  scena 
nella  furia  della  sua  proiluzione.  raramente  ha  raggiunto  la  perfezione, 
meritava  minor  oltraggio  d"oblio.  solo  per  l'opera  altamente  civile  che 
egli  ha  compiuto,  rivolgendo  il  teatro  ad  un  intento  educativo. 

E  forse  a  questo  intendimento  stesso  che  le  ha  originate,  e  che 
fu  allora  il  maggior  loro  pregio,  molte  delle  opere  sue  devono  la  ca- 
gione dell'abbandono  in  cui  sono  cadute.  Percliè  l'opera  d'arte,  quando 
deve  piegarsi  ad  una  condizione  speciale  di  tempi  e  di  cose,  e  servire 
ad  un  fine  limitato  ed  occasionale,  nasce  già  di  per  se  stessa  col  germe 
che  dovrà  trascinarla  a  perire,  o  almeno  a  perdere  della  sua  impor- 
tanza, col  cessare  della  causa  che  l'ha  prodotta. 

Senonchè  Paolo  Giacometti.  piìi  che  fama  di  letterato  e  di  poeta, 
quella  di  buon  cittadino  si  riprometteva  dalle  sue  opere,  onde  pi'elu- 
diando  ad  una  edizione  delle  sue  commedie,  ha  scritto:  «  Se  dopo  un 
esame  riposato  e  severo,  non  credete  che  sia  opera  di  letterato  la  mia. 
dite:  è  opera  di  Inion  cittadino,  e  mi  basta  ». 

Tale  mi  piace  presentarlo  ai  lettori  della  Xiiova  Antologia  e 
dire  le  lotte  di  quell'anima  gentile  e  grande,  che  pur  nelle  angustie, 
nelle  avversità,  nella  miseria  che  iianno  in  ogni  modo  torturato  la  sua 
esistenza  laboriosa,  non  si  stancò  mai,  non  si  lasciò  abbattere,  non  si 
lasciò  deviare:  e  proseguendo  la  sua  strada  coraggioso  e  fidente,  quando 
il  disinganno  lo  tentava,  quando  la  sciagura  più  davvicino  gli  dila- 
niava le  carni,  si  ribellava  e  gridava:  «  No,  no;  vi  è  della  gioia,  vi  è 
dell'orgoglio  in  questa  miseria  pura  e  non  meritata,  in  questa  sublime 
maledizione  del  genio!  » 

1 

La  città  di  Novi  considera  come  suo  Paolo  Giacometti,  e  sebbene 
non  siasi  gran  fatto  occupata  di  lui  vivo,  come  è  nell'uso  dei  tempi, 
si  è  affrettata  ad  onorarlo  morto,  erigendogli  sotto  l'atrio  del  jialazzo 
municipale  un  medaglione,  opera  del  genovese  \'arni. 

Tardo  ravvedimento!  Tuttavia  il  medaglione  del  .Municipio  novese 
fu  un  meritato  atto  di  omaggio  alla  memoria  dell'illustre  poeta,  che 
scegliendo  per  ultima  sua  dimora,  giunto  alla  fine  della  sua  fortunosa 


PAOLO    (IIACOMETTI  663 

carriera,  la  piccola  ed  industre  città  ligure,  aveva  voluto  in  certo  modo 
darle  il  diritto  di  considerarlo  figlio  suo. 

Poiché  in  realtà  Paolo  Giacouietti.  sebbene  fosse",  nato  a  Novi  il 
19  marzo  1816  -  in  una  modesta  casa  di  Via  del  Collegio  S.  Giorgio,  nella 
cui  facciata  fu  murata,  or  sono  ])oclii  anni,  una  lapide  a  ricordarne  ai 
•j^osteri  la  fortuna  -  da  Novi  fn  portato  via  nell'età  di  pochi  mesi. 

Suo  padre  Francesco  Maria  era  geno\ ese.  e  discende\a  da  un'antica 
famiglia  assai  stimata  e  opulentissima,  venuta  di  Corsica  ad  esercitare 
a  Genova  la  mercatura,  dopo  che  alcuni  disastri  le  avevano  fatto 
prendere  in  uggia  la  rude  isola  nativa.  Egli  erasi  già  reso  noto  per 
molte  sue  pubblicazioni,  quando  nel  1797  si  addottorò  in  legge  in 
quella  università,  onde  datosi  alla  carriera  della  Magistratura,  e  distin- 


«^"X— ve 


losi  per  importanti  servigi  i-esi  al  Governo  come  ambasciatore  e  diplo- 
matico presso  varie  Corti  di  quel  tempo,  veniva  eletto  Primo  Presidente 
della  Imperiai  Corte  di  Genova,  sotto  l'impero  del  primo  Napoleone,  da 
cui  era  tenuto  in  altissimo  conto  per  un  suo  libro  sul  £//oco  della  guerra. 
Fu  pure  autore  di  una  commedia  senza  commediaiìti.  che  fu  poi,  oltreché 
il  primo  lavoro  teatrale  in  cui  esercitò  i  suoi  primi  passi  di  attor  dram- 
matico il  nostro  Paolo,  come  la  vigna  del  Signore  per  molti  aidori  che 
la  .saccheggiarono  im])unemente. 

«  Studiò  anche  la  gueiia  -  scrive  Giacometti  parlando  di  suo  padre 
nelle  sue  memorie  autobiografiche  -  trascinato  dallo  spirito  battagliero 
dell'epoca  najioleonica.  in  cui  un  uomo  di  gran  genio,  ma  anche  il  più 
grande  egoista  che  sia  mai  esistito,  poneva  a  ferro  e  fuoco  l'Europa, 
per  arrivare  al  Trono  sopra  una  ecatombe  di  popoli,  e  non  importa 
se  dentro  un  manto  di  gloi'ia  ». 

Caduto  Napoleone,  restaurato,  dopo  il  Congresso  di  Vienna,  Vit- 
torio Emanuele  I,  Francesco  Maiia  Giacometti,  da  Primo  Presidente 
della  Corte  Impeliate  di  Genova,  fu  relegato  a  Lerici,  sul  golfo  di  Spezia, 


604  PAOLO   GIACOMETTI 

come  Giudice  di  Mandamento.  Tuttavia  non  si  accorò  :  sfogò  in  satire 
spiritose  il  dispetto  die  gli  rodeva  l'anima,  e.  lasciate  sbollire  le  prime 
ire,  si  rivolse  con  un  ricorso  calmo  e  dignitoso  direttamente  a  Vittorio 
Emanuele  esponendogli  il  caso  suo,  e  il  trattamento  ricevuto:  e  Xìi- 
torio  Emanuele  gli  rese  giustizia.  Un  giorno,  sui  primi  di  giugno 
del  1815,  gli  veniva  recapitato  un  plico  proveniente  dal  gabinetto  par- 
ticolare del  Re.  Apertolo,  vide  che  conteneva  il  suo  brevetto  di  Sena- 
tore Reggente  il  Reale  Consiglio  di  Giustizia  allora  istituito  nella  Pro- 
vincia di  Novi,  secondo  il  sistema  del  nuovo  ordinamento  giudiziario. 

Ed  egli  si  mise  in  cammino  per  la  lunga  e  faticosa  via.  condu- 
cendo  seco  i  suoi  tìgli  e  la  moglie,  la  quale  portava  ancora  nel  suo 
seno  quello  che  doveva  essere  il  grande  drammaturgo. 

Così  fu  che  Novi  ebbe  la  fortuna  di  dare  i  natali  a  Paolo  Giacometti. 

Ma  non  a  torto  egli  nelle  sue  Memorie  (1).  dà  alla  città  che  lo  vide 
nascere  repiteto  di  fatalissima.  La  sventura  ben  tosto  ha  visitato  la 
casa  del  Senatore  Reggente. 

Dopo  soli  18  mesi  che  egli  era  a  .Novi,  stimato  e  corteggiato 
dalla  cittadinanza  come  un  piccolo  vice-re.  pei  suoi  modi  veramente 
regali,  e  dopo  soli  sedici  mesi  dalla  nascita  di  quelfultimo  suo  figlio 
che  doveva  rendere  così  illustre  il  suo  nome.  Francesco  Maria  Giaco- 
metti, visitando,  per  ragion  d'uttìcio  e  per  carità  di  onesfuomo,  le 
carceri  ove  infieriva  il  tifo,  fu  colpito  egli  stesso  dal  morbo  fatale  e, 
in  pochi  giorni,  il  '■21  giugno  1817,  mori,  lasciando  alla  sua  desolata 
famiglia  una  eredità  più  larga  di  affetto  e  d'onore  che  di  censo. 

La  vedova  coi  tigli  lasciò  allora  la  città  fatale,  e  ritirossi  in  una 
villa  che  possedevano  a  Stuiia.  presso  Genova.  Quivi  in  pochi  anni 
esaurite  le  poche  risorse  della  fortuna,  venduta  la  villa,  derubata  da  un 
canonico,  suo  famigliare,  il  quale  ei'a  depositario  delle  miseie  sostanze 
che  avevano,  la  famiglia  del  fiero  Senatore  si  trovò  a  combattere  colla 
miseria:  onde  Paolo,  che  già  era  avviato  agli  studi  legali  in  quella  Uni- 
versità, dovè  rinunciare  al  dottorato,  e  allogar.si  presso  un  causidico 
per  aiutale  coi  suoi  guailagni  la  mathe  e  i  fratelli. 

(1)  lie  memorie  autobio^raliehe  di  Paolo  Giacometti  esistono  manoscritti^ 
nella  Biblioteca  Soriana  di  Genova,  ma  non  arrivìino  che  alla  fanciullezza.  Egli 
aveva  incominciato  a  dettarle  a  sua  moglie,  di  cui  mano  è  scritto  il  volume  della 
Beriana  :  poi,  colto  dalla  malattia  che  lo  trasse  alla  morte,  sospese  il  suo  pre- 
gevole lavoro. 

È  da  desiderarsi  che  il  Municipio  di  Genova,  come  io  ne  avevo  fatto  voti 
chiudendo  una  mia  conferenza  allaSocietà  di  Letture  Scientifiche,  faccia  pubblicare 
tali  memorie,  e  le  molte  commedie  ancora  inedite,  delle  quali  la  Beriana  stessa 
possiede  i  manoscritti,  affidandone  la  cura  a  persona  che  aì  dedichi  diligenza, 
amore  e  studio.  A  proposito  delle  quali,  e  a  titolo  di  curiosità  mi  piace  riferire 
qui  una  nota  che  la  vedova  Giacometti,  Luisa  Saglio,  scrisse  di  suo  pu^no  in- 
nanzi al  manoscritto  di  un  dramma  medievale  del  Giacometti.  non  mai  rappre- 
sentato, né  pubblicato.  11  dramma  è  Intitolato  CamioUi  Taringa  :  la  nota  è  questa  : 

«  Giacometti  scrisse  per  la  Tessero  Camiola  Taringa.  Finiti  i  primi  tre  atti, 
venne  a  Genova  e  li  lesse  alla  «  Letture  Scientifiche  >.  Xel  maggio  1K75  lo  spedì 
finito  alla  Tessero  che  recitava  come  prima  donixi  con  Bellotti-Bon  Ma  poiché, 
per  contratto,  ogni  dramma  mosso  in  scena  dalla  compagnia  rimaneva  compro- 
prietà, la  Tessero,  che  di  li  a  poco  doveva  lasciare  il  Bellotti,  trattenne  il  Ca- 
miola e  non  lo  rappresentò  subito. 

«  In  quel  tempo  Giacosa  sci-isse  la  Partita  a  scacciti,  che  ha  una  scena  iden- 
tica al  Camiola  :  così  questo,  dopo  il  trionfo  della  prima,  rimase  nel  cassetto  del- 
l'autore ». 


PAOLO    (UACOMETTl  665- 

II. 

Ma  più  ohe  a  studiar  cause  legali  e  disbrigare  faccende  curiale- 
sche, Paolo  Giacometti  sentivasi  dalla  natura  trascinato  alle  lettere 
e  al  teatro.  Già  aveva,  a  poco  più  di  19  anni,  tentato  le  scene  con  un 
dramma  in  versi,  Rosilde,  che  rappresentato  in  Genova  il  31  ago- 
sto 183(5  aveva  ottenuto  lusinghiero  successo:  quando  al  disastro  della- 
fortuna  domestica,  essendosi  venuto  ad  aggiungere  un  pili  grave  lutto, 
si  dedicò  all'arte  prediletta,  cercando  in  essa  un  conforto  allo  strazio 
della  sua  anima. 

Eragli  già  morto  l'unico  fratello,  le  sorelle  erano  collocate  a  ma- 
rito, ed  ora  gli  moriva  tra  le  braccia  la  madre  adorata! 

Era  dunque  solo! 

Quale  schianto  abbia  prodotto  al  suo  cuore  la  perdita  della  madre,^ 
non  è  facile  dirlo.  Egli  si  trovò  solo,  abbandonato  da  tutti,  senza  più 
un  conforto  nella  vita.  E  nella  solitudine,  nel  deserto  che  gli  si  era 
fatto  intorno  egli  si  racchiuse,  dedicandosi  ad  uno  studio  e  ad  un 
lavoro  febbrile. 

Dal  1836  al  1839  egli  scrisse  e  fece  rappresentare,  e  con  fortuna, 
quattro  tragedie:  Lìiisa  Strozzi,  Paolo  T)e  Foniari.  Godeìierto  Ne  dei 
IjOHf/ohanli  e  JjCi  Famiglia  Lercari. 

Ma  egli  vagava  incerto  sulle  orme  altrui:  il  suo  carattere  di  poeta 
civile  non  si  manifestava  ancora,  e  quantunque  per  1'  ultima  di  tali 
produzioni.  G.  B.  Niccolini  gli  scrivesse  una  lettera  assai  lusinghiera, 
tuttavia  nulla  in  esse  manifestava  di  quel  che  sarebbe  in  avvenire. 
Anche  il  dramma!/  Pomenichino  e  il  Pellegrino  Piota,  scritti  subito 
dopo,  che  ottennero  un  vero  trionfo  affermando  il  nome  del  giovane 
autore,  non  rivestono  ancora  carattere  di  assoluta  originalità.  In  essi 
rivelasi,  è  vero,  un'anima  fortemente  appassionata  e  audace,  in  cui 
fremono  fieri  e  caldi  sentimenti  di  libertà  e  di  amor  patrio,  ma  non 
vi  è  ancora  un  indirizzo  preciso  educatore:  in.somma  in  questi  drammi 
egli  lavora  ancora  sul  vecchio. 

Tuttavia  quei  sentimenti  troppo  liberali  non  hanno  mancato  di 
dare  ai  nervi  a  S.  E.  l'odiatissimo  Governatore  Paolucci,  specialmente 
]ierchè  la  gioventù  andava  a  teatro  e  applaudendo  a  quei  versi  caldi 
e  appassi(jnati,  abituava  troppo  l'orecchio  alle  parole  libertà  e  indi- 
pendenza. Onde,  approtittando  della  miseria  in  cui  il  giovane  poeta  si 
trovava  dòpo  liquidati  gli  avanzi  della  eredità  materna,  pensò  di  met- 
tergli un  freno,  offrendogli  il  posto  di  suo  segretario  particolare. 

Ma  Paolo  era  anima  troj)po  fiera  per  non  comprendere  il  significato 
dell'offerta  e  per  poterla  accettare.  La  lifiutò  e  si  impegnò  invece  di 
seguire,  come  autore  drammatico  ai  suoi  stipendi,  la  compagnia  dram- 
matica Giardini  Voller  e  Belatti,  con  l'obbligo  di  fornirle  ogni  anno 
cinque  lavori  nuovi. 

Così,  dato  un  addio  per  sempre  alle  carte  curiali,  lasciò  Genova, 
incominciando  la  sua  vita  di  pellegrino  dell'arte. 

III. 

Non  vorrei  che  l'aver  io  accennato  ai  trionfi  riportati  sulle  scene 
da  Paolo  Giacometti.  inducesse  alcuno  nell'opinione  eh"  io  reputassi 
assni  felice  la  con:lizione  del  teatro  drammatico  itahano  in  cpiel  tempo. 


()()()  •  PAOLO   GIACOMETTI 

(leitamente  la  prima  metà  del  secolo  scorso  al  teatro  drammatico 
aveva  portato  il  contributo  di  vivaci  ingegni  e  forse  avrebbei-o  essi 
potuto  darci  quel  teatro  nazionale  intorno  a  cui  ora  si  affannano  in- 
vano disputando  critici  e  letterati,  se  la  condizione  speciale  politica 
dell' Italia  non  ne  fosse  stata  insupej-abile  impedimento.  Ogni  città 
im|)ortante  aveva  governo,  leggi,  costumi,  enoii  e  pre<iiudizi  propri: 
quindi  una  socjetà  separata,  individuale,  con  gusti,  tendenze  e  per- 
fino rapporti  di  famiglia  particolari  a  ciascuna. 

Impossibile  adunque  un  teatro  nazionale,  mentre  mancava  appunto 
il  meglio:  la  nazione. 

Infine  il  jiubblico  stesso  non  secimdava  che  freddamente  gli  sfoi/.i 
degli  autori.  Al  teatro  drammatico  si  applaudiva,  è  vero:  ma  1  mag- 
giori entusiasmi,  l'interessamento  piìi  appassionato  della  società  ele- 
gante, della  gente  alla  moda,  erano  per  il  teatro  lirico,  pei  cantanti  e 
per  le  ballerine;  giustificati  pel  primo,  giacche  i  maghi  incantatori  si 
chiamavano  Bellini,  Rossini  e  Donizetti:  non  spiegabile  pei  secondi 
che  colla  depravazione  del  gusto  e  la  mollezza  dei  costumi. 

Per  due  danzatrici,  la  Taglioni  e  la  Genito,  l'entusiasmo  aveva 
assunto  le  proporzioni  del  delirio:  per  esse  si  accendevano  gli  animi, 
come  oggi  appena  può  succedere  per  la  discussione  di  un  avveni- 
mento politico  di  prim"  ordine.  Una  di  esse,  la  Cerrito,  venuta  a 
Genova. nell'anno  innanzi  alla  partenza  di  Paolo  Giacomelli,  aveva 
fatto  commettere  ai  suoi  ammiratori  delle  vere  pazzie.  Ciò  aveva  solle- 
vato un  senso  di  ripugnanza  nell'animo  austero  del  giovane  dramma- 
turgo,, e  gli  parve  che  l'abbiezione  di  quegli  uomini  che  si  sostitui- 
vano ai  cavalli  per  trascinare  il  cocchio  della  affascinante  danzatrice, 
fosse  l'ultima  espressione  della  viltà,  fosse  indizio  e  prova  di  una 
corruzione  degradante  e  pericolosa. 

Allora  nell'animo  suo  sorse  il  primo  pensiero  di  servirsi  dell'arma 
potente  che  a\eva  nelle  mani,  per  castigare,  per  flagellare  quella  viltà! 
«  Già  avevo  pensato  -  scrive  egli  -  alla  necessità  di  rampognare 
il  secolo;  ed  allora  mi  parve  che  la  scena,  dove  la  inumana  ingiu- 
stizia ed  il  vizio  trionfavano,  fosse  il  luogo  più  acconcio  alla  pugna». 
Cosi  scrisse  la  sua  prima  vera  commedia,  quella  che  segna  l'indirizzo 
che  egli  seguirà  d'ora  innanzi,  mettendo  sempre  a  fine  ultimo  e  neces- 
sario d'ogni  suo  nuoxo  lavoro  un  intento  educatore. 

Il  Poeta  e  la  ballerina  fu  scritta  in  Roma  nell'autunno  del  1841 
e  nel  novembre  dello  stesso  anno  raj^preseiifata  in  quel  teatro  Meta- 
stasio.  11  successo  che  ottenne  fu  enorme:  la  satira  aveva  colpito  giusto; 
il  vizio  era  stato  ferito  in  pieno  petto. 

Dapprima  meravigliò  l'ardimento  di  questo  giovanotto  di '^'2 anni, 
che  osava  affrontare  così  arditamente  la  pubblica  opinione,  e  cam- 
minare contro  un  sentimento  che  allora  era  generale.  Poi,  pa.ssata  la 
sorpresa,  mentre  da  una  parte  gli  applausi  contiiuiavano,  onde  la 
felice  commedia  faceva  il  giro  di  tutti  i  teatri  sempre  i)iii  festeggiata, 
lo  sdegno  di  quelli  che  si  videro  con  essa  ])iù  evidentemente  bollati. 
si  ribellò  e  si  sfogò  in  critiche  insulse  e  maligne,  le  quali  non  fecero 
che  accrescere  la  gloria  del  coraggioso  autore. 

Paolo  Giacometti.  conquistato  il  suo  posto  di  lottatore,  non  lo 
abbandonò  più.  Anzi,  sulla  .breccia,  fu  lasciato  solo. 

Dice  Vittorio  Bersezio:  «  11  Nota  aveva  finito,  e  le  sue  connnedie 
si  cominciava  a  trovarle  pesanti,  poco  ricche  di  brio  e  di  comicità  e 
sovraccariche  di  chiacchierate:  il    veronese  conte    Giulio  Pullè,    sotto 


PAOLO   GIACOMETTI  '  6f)/ 

.nome  di  Riccardo  Castelveccliio,  aveva  già  esoi'dito  fin  dal  1839,  con 
due  commedie,  una  applaudita,  l'altra  fischiata:  ma  incerto  ancora 
della  sua  via.  stava  tentando  orala  tragedia  alfieriana,  ora  il  dramma 
romantico,  senza  essersi  accorto,  come  pur  troppo  né  anco  ."nel  se- 
guito della  sua  carriera  non  parve  persuadersene  mai,  clie  jl  suo  ta- 
lento era  fatto  per  la  commedia  piana  e  domestica:  Giuseppe -Re  vere, 
con  vena  di  poeta  e  passione  di  patriota,  scriveva  drammi  storici 
(Lorenziììo  de'  Medici,  Sainpiero  da  Bastelica,  Il  Marchese  di  Bedniar) 
che  alla  lettura  piacevano  |)er  le  eminenti  qualità  di  stile  e  di  lingua. 
j)er  la  storica  fedeltà,  pel  calore  poetico,  ma  che  alla  rappresentazione, 
d'altronde  contrastata  dalla  censura  poliziesca,  tornavano  meno  dilet- 
tevoli per  le  lungaggini,  per  la  diffusione,  il  poco  vigore  e  la  lentezza 
dell'azione:  Paolo  Giacometti,  quasi  da  solo'a  sostenere  le  ìiattaglie 
della  scena,  moltiplicava  commedie,  diammi,  tragedie,  in  una  pro- 
duzione affrettata,  soverchia,  die  sciupava  il  suo  felicissimo  ingegno 
comico,  per  dare  frutti  che  avevano  la  vita  di  una  sera  »  (1). 

Giudizio  troppo  severo  questo,  che  è  smentito  dalla  freschezza 
■che  alcune  delle  produzioni  del  Giacometti  conservano  tuttora. 

Ma  intanto  si  i)reparava  per  lui  un  avvenimento 'che  doveva 
avere  nella  sua  vita  conseguenze  fatali,  e  che  doveva  far  prendere 
alla  sua  opera  un  atteggiamento  nuovo,  pur  conservandone  fermo  l'in- 
dirizzo morale,  che  egli  si  è  sempre  proposto. 

Recitava  nella  Compagnia  drammatica  di  Augusto  Bon  l'attore 
Mozzidolfi.  il  quale  aveva  una  figlia  -  Teresina  -  non  ancora  dicias- 
settenne, che  faceva  pur  essa  parte  della  compagnia  in  qualità  di 
amorosa.  Era  bella  stranamente,  e  la  sua  bellezza  rendeva  più  provo- 
cante colle  grazie  dello  spirito  colto  e  fine.  Il  Giacometti  la  conobbe 
e  se  ne  inv^aghì.  La  fanciulla  non  fu  insensibile  agli  omaggi  del  gio- 
vane poeta,  il  cui  nome  correva  già  celebre  sulle  bocche  di  tutti,  onde 
presto  si  stabili  fra  loro  una  corrispondenza  d'atfetto  che  li  condusse 
al  matrimonio. 

La  sera  del  ^3  maggio  1843.  all'Argentina  di  Roma' si  rappresen- 
tava per  la  prima  volta  V Isabella  del  Fiesco,  una  tragedia  che  il  Gia- 
'Cometti  aveva  scritto  per  la  Carolina  Santoni,  in  fama  allora  di  gran- 
dissima atb'ice.  Il  nuovo  lavoro  riportò  un  vero  successo  e  il  suo 
autore  fu  festeggiatissimo. 

«  Dopo  una  notte  di  applausi  -  scrive  il  De  Gubernatis  nei  suoi 
ricordi  biografici  -  Paolo  Giacometti  alza  vasi  all'alba  |>er  muovere 
all'ara  nuziale:  un  bel  mattino  cui  doveva  quindi,  per  l'infedeltà  della 
donna,  seguire  un  giorno  tormentoso  »  ("2).  '. 

E  il  bel  mattino  fu  assai  l)reve.  ma  il  giorno  tormentoso  fu  lungo. 

La  donna  alla  quale  egli  aveva  dato  il  suo  nome  e  consacrato  tutta  la 
piena  d'affetto  del  suo  cuore,  non  seppe  comprenderlo,  né  apprezzarlo. 
Leggiera,  vana,  non  innamorata  che  per  giovanile  capriccio  e  più  del 
poeta  applaudito  e  festeggiato  che  dell'  uomo  nobile  e  grande  che 
l'aveva  fatta  sua.  non  tardò  a  stancarsi.  Seguendo  la  volubilità  del 
suo  carattere,  dimenticò  tosto  l'ardore  che  l'aveva  accesa  pel  suo 
poeta,  e  subentrò  ad  esso  prima  l'indifferenza,  poi  la  noia.  Quali  giorni 
abliia  dovuto  passare,  quali  angosce  piovale  il  Giacometti  al  vedere 
tutta  la  sua  felicità  distrutta  da  quella   donna  che   egli  adorava  tut- 


(1)  Bersezio,  //  Beffilo  di    I'.  E.  II.  Torino,  Roux  e  Fnvale. 
('2)  De  Gubernatis,  Ricordi  biografici.  Firenze.  1.S7-2. 


ISSO. 


()()8  PAOLO   GIACOMETTI 

tavia,  non  è  tacile  descrivei-e.  La  sua  casa,  dove  era  balenato  per  iii; 
momento  tutto  lo  splendore  di  un  ))aradiso,  si  converti  in  un  inferno; 
l'amante  si  era  cambiala  in  tiranna  e  nessuno  strazio  risparmiava  alla, 
sua  vittima. 

Pure  egli  sperava  che  passato  quel  periodo  tempestoso,  il  sereno 
sarebbe  tornato;  sarebbe  tornalo  a  splendere  il  soie  della  sua  felicità, 
quando  la  giovane  sposa,  ora  madre  di  un  caro  angioletto,  vinta  la 
ripugnanza  che  le  cagionava  la  vita  tranquilla  della  famiglia,  avreblu 
ripreso  ad  amarlo  come  prima.  Ed  egli  si  era  rimesso  paziente  e  tìdent<' 
al  lavoro,  richiedendo  ancora  all'aite  sua  prediletta  coraggio  e  contoito 
alle  torture  della  sua  anima. 

Scrisse  in  quegli  anni:  Un  tesfameiìto.  Fieschi  e  Freyosi.  Per  mia 
madre  cieca,  rappresentato  in  Genova  il  10  gennaio  1844  e  dedicato 
al  suo  amico  Davifl  Ghiossone.  Terminato  il  contratto  col  Domeniconi 
tornò  ancora  alla  compagnia  Woller.  (iiardini  e  Belatti.  coi  tpiali 
stette  per  un  nuovo  triennio,  scrivendo  dodici  commedie.  Tra  esse  fu- 
rono maggiormente  applaudite:  Ije  tre  classi  della  Società,  in  cui 
combatte  i  pregiudizi  che  tengono  divisele  tre  classi  sociali:  Camilla 
Faà  di  Casale,  che  fu  ripetuta  per  quindici  sere  di  seguito  a  Venezia  : 
Carlo  II  Stuart:  Paolo  da  Novi;  La  Benefattrice:  L'amico  di  tutti  :  l 
misteri  dei  morti. 

Passato  quindi  alla  Compagnia  Reale  Sarda,  chiamatovi  a  succe- 
dere ad  Alberto  Nota,  fissava  la  sua  sede  a  Firenze,  ove  scrisse,  con 
intendimenti  liberali  e  patriottici  il  Cola  da  Rienzo,  che  proibito  dulln 
polizia  a  Torino,  fu  invece  permesso  e  nippresentato  con  lieto  successo 
a  Firenze.  Compose  in  seguito:  Il  patrimonio  dell'orfana.  La  donna. 
Il  fisionomista  e  Siam  tutti  fratelli. 

Da  Firenze  nel  185:2  recavasi  a  prender  dimora  a  Torino,  ove 
scrisse  e  fece  rappresentare:  La  donna  in  seconde  nozze,  Corilla  Olim- 
pia, Le  metamorfosi  politiche.  Inclinazioni  e  voti.  Gli  educatori  del 
popolo.  La  moglie  dell'  esule. 

Ma  qui  una  brutta  sorpresa  fattendeva;  anzi  non  sorpresa  dovrei 
dire,  ma  conferma.  Egli,  incapace  pei'lino  di  concepire  l'idea  di  un 
tradimento,  egli  mite  e  buono  tino  al  sacrifìcio,  fino  all'abnegazione: 
egli  che  tutto  aveva  fatto  per  assecondare  i  desideri  di  sua  moglie, 
pei'  accontentarla  e  riacquistarne  l'affetto,  era  tradito. 

Quando  amici  compiacenti  lo  avvertirono,  non  volle  credere  : 
non  gli  pareva  che  potesse,  sotto  un  volto  ricco  di  tanto  splendore  di 
bellezza,  in  cui  gli  occhi  grandi  e  soavi  davano  un  ritlesso  di  cielo,, 
nascondersi  la  perfidia.  Essa  aveva  un  amante  ! 

Ne  fu  atterrito.  Volle  sperare  ancora  che  non  si  trattasse  che  di 
una  leggerezza  di  gioventù,  cui  bastasse  a  portar  rimedio  la  lonta- 
nanza. Risolse  perciò  di  lasciar  Torino,  e  ri])rendere  la  vita  girovaga,, 
seguendo  le  compagnie  drainmatiche  |)er  cui  componeva  le  sue  produ- 
zioni. Ma  presto  si  accorse  trattarsi  ben  di  peggio  ed  essere  inutile  ogni 
rimedio.  La  sei-a  del  'ì  maggio  1853,  uscendo  a  Venezia  dal  teatro  ove 
erasi  data  la  prima  rappresentazione  della  Elisabetta  d'Inghilterra,  tra 
gli  amici  e  gli  ammiratori  che  lo  circondavano,  rallegrantisi  seco  lui 
pel  nuovo  successo  riportato,  gli  fu  additato  un  giovane  torinese.  Era 
l'amante  di  sua  moglie  che  l'aveva  seguita  fin  là. 

Egli  non  potè  più  trattenersi. 

D"  un  tratto  gli  si  palesò  tutta  l'onta  di  cui  il  suo  nome  era  stato 
coperto,  e  nell'impeto  dell'ira  che  l'assalse.  si  scagliò  addosso  a  quel 


PAOLO   GIACOMETTI  bb9 

J[adro  dell'onor  suo.  Furono  pronti  gii  amici  a  traUeneiio  e  a  impedire 
che  accadesse  uno  scandalo  maggiore  e  una  maggior  sventura. 

Il  Giacometti  da  quel  momento  non  volle  più  rivedere  sua  mo- 
glie, da  cui  si  separò  definitivamente. 

La  repentina  catastrofe  che  chiuse  il  suo  dramma  intimo  pesò 
gravemente  sul  suo  animo  e  ne  fu  abbattutissimo.  Scrisse  ancora  nei 
primi  mesi  dell'anno  successivo  La  colpa  vendica  la  colpa,  grido  stra- 
ziante che  fa  rabbrividire;  e  che,  quasi  fosse  stato  l'ultimo  sforzo  di 
un  moribondo,  lo  lasciò  fiaccato,  ammalato  di  corpo  e  d'anima,  senza 
pace  nel  jnesente,  senza  fede  nell'avvenire.  E  per  mesi  parecchi  non 
scrisse  più  nulla. 

Ma  in  questo  silenzio  noi  vedremo  maturarsi  in  Giacometti,  o  com- 
piersi, una  rivoluzione  che  lo  porterà  ad  una  vita  nuova  :  è  un  periodo 
che  possiam  dire  di  transizione,  che  ha  servito  di  preparazione  e  di 
passaggio  alla  sua  seconda  vita,  non  certo  la  meno  feconda  e  utile 
nella  sua  produzione  teatrale. 


IV. 


La  sera  del  '■2S  giugno  1854,  quasi  un  anno  dopo  i  dolorosi  fatti  che 
ho  narrato.  Paolo  Giacometti,  che  sebbene  ammalato  erasi  impegnato 
•colla  Compagnia  Leigheb,  si  portava  da  Treviso,  ove  aveva  visto  ap- 
plaudire il  dramma  della  sua  vendetta  :  La  colpa  vendica  la  colpa,  a 
Mantova.  Qui  una  strana  ed  impensata  visita  lo  aspettava. 

Nel  vicino  comunello  di  Gazzuolo  erasi  recata,  in  occasione  d'una 
iìera  annuale,  mia  compagnia  di  comici,  per  darvi  in  quel  minuscolo 
teatrino  un  corso  di  rappresentazioni.  Eran  tutti  artisti  senza  scrit- 
tura, comici  a  spasso,  che  non  avevano  trovato  ad  allogarsi  con  alcuna 
compagnia  e  che,  cosi  riuniti  nella  loro  miseria,  andavano  profanando 
l'arte  nei  comuni  di  campagna.  Facevano  parte  di  questa  compagnia 
alcuni  parenti  della  disgraziata  che  aveva  fatto  al  grande  e  infelice 
Giacometti  l'oltraggio  maggiore. 

Essi,  visto  come  a  Gazzuolo  l'insufficienza  degli  incassi  serali 
era  pari  alla  insufficienza  della  loro  arte,  con  ardimento  inconcepi- 
bile pensarono,  appena  saputo  l'arrivo  di  Giacometti  a  Mantova,  di 
sfruttare  la  bontà  angelica  dell'uomo  che  tanto  era  stato  dalla  loro 
figlia  offeso,  e  ricorsero  a  lui  perchè  venisse  una  sera  a  Gazzuolo, 
sicuri  che  la  sua  presenza  avrelibe  rialzato  le  sorti  della  compagnia. 
II  Giacometti  non  seppe  rifiutarsi.  Egli  non  vide  I'  offesa,  non  vide 
gli  offensori:  vide  solo  che  c'era  della  gente  che  aveva  bisogno,  vide 
l'occasione  di  far  del  bene,  e  andò. 

Quella  sera  nel  piccolo  teatrino  di  Gazzuolo  c'eran  tidti  i  Gazzo- 
lesi  e  quei  dei  dintorni.  Non  so  precisamente  se  ci  fosse  anche  il  Par- 
roco, il  l'everendo  don  Pietro  Saglio  -  uomo  integerrimo  e  di  santi 
costumi  -  nascosto  in  qualche  angolo:  certamente  c'era  sua  sorella  la 
signoia  Teresa,  e  più  certamente  ancora  sua  nipote  la  signorina  Lui- 
gina Saglio,  una  gentile  e  colta  giovinetta  d'una  bellezza  mite  e  pen- 
sosa, cultrice  appassionata  dell'arte. 

AI  comparire  di  Giacometti  sulla  scena  fu  un  vero  uragano  di 
applausi.  Egli  sosteneva  la  parte  di  Ariìoldo  nella  sua  commedia  : 
Poema  e  cambiale. 


tJiÓ  PAOLO    GIACOMETTI 

È  la  signora  Luigina  Saglio  che  ci  racconta  il  ricordo  di  quella 
serata  in  una  sua  lettera  scritta  molti  anni  dopo,  quando  già  essa  era 
diventata  la  vedova  di  Paolo  Giaconietti  :  ma  il  ricordo  è  ancora  cosi 
vivo  e  palpitante,  che  ci  rende,  vero  il  quadro.  Sentitela  :  è  una  let- 
tera inedita,  conservata  nella  Bihlioteca  di  Novi  : 

«  Era  inarrivabile  in  quella  parte.  Comparisce  in  scena  ])allido, 
colla  disperazione  in  volto,  e  sta  davanti  alla  donna  che  ama  e  clie 
crede  perduta  per  lui.  Gli  danno  a  leggere  un  brano  di  poesia,  opera 
sua,  ma  che  egli  ha  venduta  per  salvare  suo  padre.  Egli  legge  adagio 
i  primi  versi,  poi  preso  dalla  ispirazione  e  dimenticando  tutto,  lascia 
cadere  il  libro,  e  dice  il  resto  del  canto,  cogli  occhi  rivolti  al  cielo, 
quasi  t'osse  rapito  in  estasi  »  (l). 

La  conclusione  fu  questa:  non  solo  la  disgraziata  compagnia  fece 
nuovo  sangue  per  la  venuta  di  Ciiacometti  a  Gazzuolo,  ma  egli  stesso 
risorse  ad  una  nuova  vita.  Dalla  mite  e  tranquilla  bellezza  della  Lui- 
gina Saglio,  dalle  doti  squisite  di  mente  e  di  cuore  che  l'adornavano, 
quel  sitibondo  d'amore  fu  sorpreso,  rapito. 

Io  voglio  riportare  un  brano  di  lettera  -  tuttora  inedita  -  colla 
quale  Paolo  Giaconietti,  dopo  qualche  giorno,  da  Cittadella  Veneta 
rivela  al  Parroco  don  Pietro  Saglio  lo  stato  dell'animo  suo. 

È  una  lettera  che  certamente  non  era  destinata  alla  pubblicità,  e 
quindi  rivela  schietta  e  franca  tutta  l'ingenuità,  tutto  il  candore  di 
quell'anima  veramente  grande  e  buona.  Poiché  è  strano,  ma  è  vero, 
che  gli  uomini,  in  certi  sentimenti  delicati  e  sublimi,  più  son  vicini 
alla  grandezza,  e  più  conservano  il  candore  giovanile.  Sentitelo:  si 
direbbe  un  giovanetto  studente  liceale  che  confessa  il  suo  amore  per 
una  educanda  : 

«  Reverendo  Signore- e  amico  pregiatissimo, 
«  Quando  io  le  scrissi  mie  nuove  inviandole  il  mio  meschino- 
sonetto  per  l'ottima  signora  Teresa,  io  fui  tentato  di  palesarle  un 
segreto  chp  mi  gemeva  nel  cuore  ;  ma  ho  cercato  invano  il  coraggio,, 
e  più  che  il  coraggio  le  parole  per  esprimere  in  tutta  la  sua  purezza 
un  sentimento  nuovo,  ditticile  a  spiegarsi  come  a  comprendersi  :  ma 
ora  che  apprendo  dalla  sua  cortese  e  buona  sorella  esserle  noto  in, 
parte  l'arcano,  ed  affrancato  dalla  serena  coscienza,  e  dalle  loro  atTet- 
tuose  espressioni  verso  di  me,  posso  confessarlo  con  tutto  il  candore- 
deli' uomo  onesto;  ma  molto  più  sono  in  obbligo  di  giustificare  la 
mia  condotta,  e  per  farlo  non  potrò  essere  breve. 

•K  Sì,  don  Pietro,  io  amo;  amo  la  sua  Luigia.  Come  nascesse  in 
me  quest'amore  non  lo  so;  è  mistero  o  forse  predestinazione.  Coi. 
disinganni  del  passato,  col  cuore  solcato  da  una  striscia  di  sangue,, 
credevo  di  non  poter  più  amare.  Io  non  odiavo  la  donna,  perchè  non 
ho  mai  compresa  la  infelice  passione  dell'odio,  ma  quando  una  me 
ne  passava  innanzi,  splendida  di  bellezza,  piegavo  il  capo,  quasi 
facendo  rimprovero  a  Dio,  perchè  si  piacesse  circondare  di  tanto  sor- 
riso le  vanitose  figlie  di  Eva.  Due  soli  affetti  componevano  ancora  la 
mia  vita  stanca  e  sconfortata  :  il  figlio  e  l'arte  -  qualche  sera  di  esal- 
tazione artistica  e  di  trionfi  sudati  :  l'alTetto  dei  buoni,  i  baci  della 
mia  creaturina;  ecco  tutte  le  gioie  -  del  resto  memorie  tristi,  lacrime 
incompiante,  e  solitudine  desiderala.    Forse   un   affetto   puro   poteva 

(1)  Biblioteca  Civica  di  Xovi,  Manoscritli  di  Paolo  Oiacomctti,  S.  li,  C,  2. 


PAOLO   (IIACOJIETTI  671 

ancora  rinverdirmi  l'esistenza,  farmi  perdonare  e  sorridere,  e  amare 
il  mondo  :  ma  si  richiedeva  una  donna  affatto  eccezionale  :  qui  non 
bastavano  le  forme  esterne  e  il  cuore:  ci  voleva  la  mente.  Bisognava 
che  quella  donna  soave  e  generosa,  prima  d'ogni  altra  cosa  avesse 
veduto  in  me  il  poeta,  poi  l'uomo  infelice,  e  quasi  orgogliosa  si  fosse 
offerta  ad  ispirare  il  primo,  a  risanare  il  secondo  ;  e  non  col  breve 
fascino  dei  sensi,  ma  con  la  serenità  e  la  purezza  di  affetto  virginale 
e  duievole,  ridonandomi  alla  fede  dei  giovani  anni  perduti.  Questa 
donna,  o  quest'angelo,  che  io  non  credeva  possibile  altro  che  nelle 
mie  poetiche  aspirazioni,  questa  donna  mi  aspettava  a  Gazzuolo.  Forse 
era  la  ricompensa  preparatami  dal  Signore,  perchè  io,  fedele  alle  leggi 
del  perdono,  me  ne  venivo  in  quella  piccola  terra  colla  speranza  di 
recare  sollievo  alla  famiglia  della  traviata,  che  mi  aveva  squarciata 
il  cuore. 

«  Quando  io  vidi  la  prima  volta  la  sua  Luigina,  in  non  provai 
che  stima  e  meraviglia,  lo  entravo  in  una  casa  sulle  cui  pareti  vedeva 
scritto  il  Vangelo  ;  tali  e  tante  erano  le  gentilezze  affettuose  versate 
su  di  me,  che  io  dicevo:  queste  sono  tre  ottime  creature,  che  cono- 
scono la  triste  istoria  della  mia  vita  e  mi  circondano  di  sorrisi  perchè 
io  dimentichi  il  dolore.  A  poco  a  poco  mi  persuasi  che  la  sua  Luigina, 
pregiando  più  che  noi  meritassero  le  opere  mie,  provasse  qualche 
simpatia  per  l'autore;  che  ricca  di  molto  e  fervido  ingegna,  guardasse  con 
dolore  bramoso  alla  mia  fronte  coronata  di  spine  e  dicesse  :  eppure  quella 
fronte  è  stata  spregiata,  quel  suo  cuore  tradito;  oh,  se  io  potessi  rac- 
consolare la  povera  anima,  ne  sarei  felice  !  Mi  pareva  di  udire  queste 
parole,  e  la  sua  Luigina  potrà  dirle  se  venivano  sommessamente  prof- 
ferite. Poi  seppi  che  essa  pure  aveva  sostenuta  la  sua  parte  di  affli- 
zioni, e  allora  nacque  la  simpatia  del  dolore:  io  provavo  vicino  a  lei 
un  affetto  tranquillo,  che  non  mi  lasciava  rimorsi.  Davanti  alla  ca- 
sta immagine  sognata,  e  non  creduta,  io  amavo  e  credevo. 

«  Al  mio  ritorno  da  Viadana;  le  nostre  anime,  senza  saperlo,  si 
erano  rivelate  -  noi  ci  amavamo...»  (1). 

Il  cuore  era  adunque  salvato,  l'anima  aveva  riacquistato  la  sua 
pace,  la  sua  fede,  e  l'ardore  è  ritornato  alla  assopita  fantasia. 

Egli,  il  grande  infelice,  ha  vinto  ancora  una  volta.  È  vero,  vi  è 
un  ostacolo  alla  sua  felicità:  il  vincolo  che  l'unisce,  che  lo  incatena 
a  suo  dispetto  a  quella  che  gli  ha  assassinato  i  suoi  anni  più  belli 
e  che  trascina  nel  fango  quel  nome  che  egli  le  ha  dato  immacolato 
e  glorioso. 

«  Ella  ha  ragione  -  scrive  ancora  il  29  ottobre  1854  allo  stesso 
Don  Saglio  -  la  morte  di  una  peccatrice  soltanto  potrebbe  legittimare 
questo  santissimo  amore  ;  ed  è  ben  duro  a  dirsi.  Qui  fa  colpa  è  dei 
teologi  e  del  destino;  dei  teologi,  i  quali  non  ammettono  la  più  logica 
delle  istituzioni  dei  riformati:  il  divorzio,  facendosi  usbergo  del 
quos  Deus  coniunxit,  homo  non  separet,  come  se  Dio  fosse  un  sensale 
di  matrimoni,  o  veramente  legasse  le  anime,  legate  molte  volte  dal 
capriccio  e  dall'interesse;  del  destino,  perchè  talvolta  fa  incontrare 
due  essei'i  che  non  avrebbero  mai  dovuto  passare  per  la  medesima 
via;  ed  altri  ne  avvicina  troppo  tardi,  quasi  per  far  loro  sentire  la 
felicità  che  avrebbero  potuto  gustare,  e  non  gusteranno  giammai  ». 

(1)  Biblioteca  Cìvica  di  Novi,  Manoscritti  di  P.  Giacometti,  S.  1I,C, 2.. 


■672  PAOLO    OIACOMETTI 

Ed  ecco  che  già  balena  alla  sua  mente  un  grande  problema  so- 
ciale, la  questione  del  divorzio,  per  cui  egli  combatterà  la  sua  batta- 
glia con  un  dramma  forte  e  interessante,  studiando  sotto  un  altro 
aspetto  l'ingiustizia  enorme  della  società,  che  rifiuta  lo  scioglimento 
del  matrimonio  :  io  parlo  della  Morte  Civile,  da  lui  scritta  appunto 
poco  appresso  e  nella  quale  ci  ha  dato  la  più  evidente  j)rova  della 
potenzialità  drammatica  del  suo  ingegno. 

Ma  intanto,  se  il  nuovo  affetto  aveva  rialzato  il  coraggio,  egli  eia  tut- 
tavia infermo,  quantunque  non  cessasse  di  lavorare  anche   dal   letto. 

È  di  quei  giorni,  in  cui  era  a  Brescia,  tenuto  a  letto  dalla  ma- 
lattia che  lo  molestava,  un  idillio  soave  e  grazioso  -  Lucrezia  Maria 
Davidson  -  nella  cui  protagonista  ci  ha  dipinto  per  tanta  parte  la 
gentile  che  fu  poi  sua  seconda  moglie.  È  tutto  un  inno  di  poesia  e 
di  amore  questo  dramma,  in  cui  la  figura  della  sventurata  poetessa 
americana  è  tratteggiata  con  mano  maestra. 

L'estro  poetico  erasi  potentemente  risvegliato  nel  Giacometti.  e 
questo  suo  lavoro,  e  il  Torquato  Tasso,  scritto  appresso  a  Gazzuolo, 
lo  attestano.  Egli  aveva  ripreso  l'arpa,  e  si  sdegnava  e  si  meravigliava 
di  una  cosa  sola  :  come  mai  la  sua  Luigina,  che  gli  aveva  guarito  il 
cuore,  non   dovesse  anche   guarirgli   l'infermità  del  corpo,  e  diceva: 

Se  l'alma  disdegnosa  e  inorridita 
confortasti  alle  nuove  aure  serene, 
non  puoi  tu  adesso  rinverdir  la  vita 

nelle  mie  vene? 
Forse  basta  un  sorriso,  un  bacio  solo 
a  ristorarmi  Falitante  petto  : 
Spiega,  o  Luisa,  l'amoroso  volo  ; 

vieni,  faspetto  !  (1) 

La  lotta  è  vinta  ancora  una  volta  :  la  sua  anima  fu  superiore 
alla  sventura.  Egli  riprende  il  suo  lavoro  e  con  prodigiosa  fecondità 
suscita  le  speranze  della  liberazione  italiana,  raffigurando  nel  popolo 
ebreo  della  Giuditta,  aspirante  alla  libertà,  gli  italiani;  getta  in  faccia 
ai  tiranni  e  agli  oppressori  l'anatema  del  Sofocle,  -  sublime  e  pre- 
zioso lavoro  -  e  àeW Ultimo  dei  duchi  di  Mantova:  scuote  l'abbiezione 
degli  operai  con  L'Indomani  delV ubbriaco  :  manda,  un  grido  di  strazio 
con  la  Maria  Antonietta,  e  col  Michelangelo  Buonarroti  un  inno 
all'amor  della  patria. 

Frattanto  era  già  avvenuta  la  morte  di  quella  che  fu  la  sua  prima 
moglie,  ed  egli,  dopo  alquanti  mesi,  il  7  maggio  1861.  poteva  com- 
piere i  voti  del  suo  cuore,  passando  a  seconde  nozze  colla  sua  ado- 
rata Luisa  Saglio. 


I  tre  grandi  liliri  che  Paolo  Giacometti  studiò,  sono  la  storia,  la 
società  e  il  cuore  umano;  e  tutti  i  lavori  suoi  sono  improntati  alle 
evoluzioni  dei  tempi,  alle  evoluzioni  degli  uomini,  e  sopra  tutto  allo 
stato  suo  cormentale. 

La  fecondità  della  sua  immaginazione  fu  prodigiosa,  e  nel  corso 
di  appena  sette  lustri  produsse  tanti  lavori  scenici,  quanti  appena  po- 
trebbero darne,  in  eguale  spazio  di   tempo,  parecchi    autori    insieme. 

(1)  È  un'ode  all'Arpa,  che  ritengo  inedita.  Io  l'ho  tolta  dai  manoscritti  di 
Giacometti  esistenti  nella  Cìvica  di  Novi.  (V.  B'). 


PAOLO   GIACOMETTI  673 

Il  numero  delle  sue  produzioni  si  avvicina  a  quelle  che  lasciò  Eu- 
genio Scribe,  di  cui  se  ne  hanno  quattrocento:  pareggia  quelle  di  Gol- 
doni, che  ne  lasciò  centocinquanta.  Rimangono  infatti  di  lui  ti-a  edite 
e  inedile  centoventi  produzioni  teatrali,  oltre  molti  altri  scritti  in 
prosa  e  in  versi,  pubblicati  su  riviste  letterarie,  e  su  giornali  teatrali. 
Era  sua  bandiera  : 

studia  il  vero,   e  col   vero  ardimentoso 
sorgi  nel  campo  e   pugna: 

e  della  penna  si  fece  staffile  per  fustigare  la  servilità,  il  procolismo, 
la  plutocrazia  e  tutte  le  ipocrisie,  tutte  le  vigliaccherie,  tutte  le  falsità. 

Molti  dei  suoi  lavori  certamente  non  saranno  più  ricordati  che  dagli 
studiosi,  avendo  perduto  la  loro  ragione  d'essere  e  il  fascino  che  li 
rendeva  preziosi.  Di  molti  altri  invece  è  ingiustificato  l'oblio  in  cui 
sono  così  presto  caduti.  Certo  rimarranno  sempre  come  monumento 
non  solo  del  suo  fecondo  ingegno,  ma  della  magnanimità  dei  suoi 
sentimenti,  del  suo  ardente  patriottismo,  per  cui  Garibaldi  lo  aveva 
salutato  lìoefa  della  libertà-,  liraarranno  come  opere  d'arte  di  pregio 
non  comune. 

L'anno  1878,  nel  mese  di  settembre.  Paolo  Giacometti,  invecchiato 
anzi  tempo,  e  consumato  dal  soverchio  lavoro,  dalle  sofferenze  fìsiche 
e  morali,  tornava  ancora  a  chiedere  alle  aure  della  sua  Novi  nativa 
ristoro  alla  salute.  Venne,  festevolmente  accolto  dai  concittadini,  colla 
dolce  compagna  e  con  una  giovinetta,  che  era  stata  il  frutto  del  suo 
nuovo  amore. 

Qua  si  raccolse,  in  una  vita  placida  e  tranquilla.  Per  un  momento 
ancora  gli  parve  di  risentire  l'antica  fantasia  risorgere,  risvegliarsi  le 
forze  dell'  ingegno,  e,  ripresa  la  penna,  scrisse  La  lettera  anonima. 
Era  l'ultimo  sprazzo  di  luce  che  mandava  la  grande  anima  presso 
a  morire:  ritirandosi  dal  campo,  dove  aveva  combattute  e  vinte  tante 
battaglie,  aveva  voluto  lanciare  l'ultima  freccia  contro  una  viltà  del 
secolo. 

Ma  il  suo  tempo  era  passato.  Altre  idee,  altri  i)rincìpii.  cui  egli 
stesso  aveva,  con  l'opera  sua,  preparata  la  via,  avevano  ormai  il  pre- 
dominio sulla  scena,  che  Paolo  Ferrari  signoreggiava,  principe  incon- 
trastato. La  lettera  anonima,  rappresentata  a  Torino,  parve  una  voce 
d'oltre  tomba.  FI  teatro  di  Giacometti  era  finito. 

Ad  un  tratto  la  debolezza  si  accrebl)e.  Un  giorno  volle  partire  per 
recarsi  ancora  una  volta  a  rivedere  Gazzuolo,  il  dolce  paese  dove  aveva 
avTito  principio  la  sua  felicità.  Partì  colla  sua  piccola  famiglia,  e...  non 
tornò  più  :  la  morte  lo  sorprese,  dopo  pochi  giorni  di  malattia,  in  Gaz- 
zuolo, nei  primi  di  settembre  del  18852. 

Così  chiuse  la  sua  vita,  mentre  già  gran  parte  del  suo  lavoro  era 
ingiustamente  dimenticato  dalle  nuove  generazioni  immemori,  non  il 
più  grande  poeta,  ma  uno  dei  più  coscenziosi,  dei  più  onesti  lavoratori 
del  secolo,  che  avendo  inteso  nel  giusto  suo  senso  la  missione  del 
genio  su  questa  terra,  ha  validamente  cooperato  al  risorgimento  poli- 
tico e  morale  della  sua  patria. 

Vita  affaticata  e  triste  fu  la  sua.  ma  forse  quella  vita  nomade  di 
avversità,  di  battaglie,  di  sofferenze,  ne  acuì  la  fantasia,  gli  fornì  più 
ampia  conoscenza  del  mondo,  ne  assodò  il  carattere,  poiché  la  virtù, 
è  tale  pianta  che  rampolla  dal  dolore  e  nel  dolore  si  corrobora  e  cresce. 

Vittorio  Bozzola. 

43  Voi.  evi,  Serie  IV  -  16  agosto  1903. 


I  DUE  LESSICOliRAFl  ITALIANI 

POLICARPO    PETUOCCHI   E   GIUSEPPE    BIGUTINI 


Policarpo   Petrocchi. 

Ai  25  di  agosto  compiva  un  anno  daccliè  è  morto  l^olicarpo  Pe- 
trocciii,  e  noi  ne  parliamo  ora  come  ne  avremmo  parlato  allora,  vale 
a  (lire  con  lo  stesso  affetto  alla  sua  memoria,  e  con  lo  stesso  dolore 
l)er  la  sua  perdita.  11  Petrocchi  fu  un  uomo  che  merita  d'essere  ricor- 
dato così  per  l'ingegno  ch'egli  ebbe  non  comune,  come  per  l'animo 
schietto,  forte,  che  ispirava  affetto  e  incuteva  rispetto.  Egli  avrebbe 
davvero  meritato  un  posto  tra  coloro  che  furono  dati  ad  esempio  ai 
giovani  nei  due  lil)ri  omai  famosi  dello  Smiles  e  del  Lessona,  di  quegli 
eroi  cioè,  che  non  fecero  piangere  nessuno,  che  non  martoriarono  la 
gente,  che  non  vinsero  saugidnose  battaglie,  ma  che  combatterono 
tutta  la  vita  contro  dure  avversità,  che  non  usarono  altra  frrza  che 
la  propria  volontà,  e  non  cercarono  e  non  ebbero  altro  compen.so  che 
la  serenità  della  propria  coscienza  ;  uomini  insomma  che  si  fecero  da 
loro  stessi  quello  che  furono,  che  fra  la  folla  non  si  fecero  mai  largo 
a  forza  di  gomiti,  ma  andarono  innanzi  sempre  dritti,  sicuri,  vei'so 
una  meta  lontana,  alla  quale  guardavano  senza  vanità,  e  che  rag- 
giungevano senza  oigoglio. 

11  Petrocchi  nacque  nel  castello  di  Cireglio  sulla  montagna  pistoiese, 
dove  crescono  abbondanti  i  castagni,  la  gente  è  forte  e  laboriosa,  la 
lingua  ora  pura  e  .sonante  come  le  casca  felle  della  sua  acqua,  ora  foi-te 
e  terribile  come  i  venti  e  le  procelle  che  ne  scotono  la  cima,  la  lingua 
insomma  con  la  quale  Dante  descrisse  le  orribilità  dell'  Inferno  e  le 
gioie  pure  e  luminose  del  I^aradiso.  1  genitori  del  Petrocchi  furono 
gente  lavoiatrice  e  alla  buona  per  quanto  avessero  qualche  terra  del 
loro  :  il  padre  lavorò  persino  nelle  ferriere  di  Tivoli,  e  fece  pure  il 
carbonaio  nelle  maremme  toscane  e  nel  romano  e  tirò  pure  al  bischetto 
lo  spago  per  supplire  ai  bisogni  della  famiglia,  ai  quali  non  bastavano 
le  jwche  castagne  che  potevano  raccogliere  sul  proprio.  Ebbero  essi 
tre  figliuoli,  Policarpo,  Francesco  ed  Énrichetta,  e  quando  fu  tempo 
i  due  maschi,  seguendo  l'uso  della  famiglia,  furono  messi  a  studio  in 
Pistoia  presso  un  loro  zio  canonico,  un  uomo  di  robusto  ingegno  e  di 
vasta  coltura.  F^olicarpo  mosti'ò  subito  buona  intelligenza  e  buona  vo- 
lontà, ma  Fiancesco  pare  che  non  fosse  proprio  fatto  per  gli  studi, 
così  che  presto  li  abbandonò,  riconducendosi  presso  il  ])adi'e  a  lavorare. 

Aveva  Policarpo  soli  diciassette  anni,  quando  il  loro  padre  moiì, 
ed  egli  si  trovò  a  capo  della  famiglia  e  bisognò  che.  prima  ancoi-a  di 


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aver  compito  gii  studi  del  Liceo,  pensasse  a'  casi  suoi,  a  guadagnare 
cioè  la  vita  .per  sé  e  per  i  suoi.  Andò  maeslro  in  un  collegio  di  Mar- 
linengo.  in  quel  di  Trevigiio,  e  dojio  quakiie  tempo  a  Torino  in  casa 
della  contessa  ili  (;olobl)iano  in  qualità  di  precettore:  più  tardi  si  con- 
dusse a  Milano,  dove,  protetto  ed  incoraggiato  da  Luigi  Sailer,  co- 
minciò a  scrivere  qualclie  cosa  per  i  giornali  e  le  riviste,  in  specie 
per  Le  prime  Letture  del  Sailer  stesso,  dove  pubblicò  la  prima  volta 
quei  cari  racconti,  che  nel  187(i  raccolse  in  un  volumetto  sotto  il  titolo 
di  Fiori  di  campo  e  che  gii  procurò  ben  tosto  fama  di  l)uon  letterato 


Policarpo  Petrocchi. 

tanto  che  potè  ottenere  ilposto  di  professore  di  lingua  italiana  nel  col- 
legio Talchi-Taeggi  :  e  quasi  subito  dopo  Bava-Beccaris.  comandante 
del  Collegio  militare,  lo  nominò  nel  Collegio  medesimo  professore  .straor- 
dinario di  lingua  italiana,  e  dopo  due  anni  ordinario.  11  Petrocchi  non 
aveva  da  mostrare  nessun  diploma,  ma  aveva  fatto  conoscere  il  suo 
ingegno  e  la  sua  volontà,  e  gli  sonava  in  bocca  quella  lingua  che.  im- 
parata dalla  madre  sua  e  nella  sua  montagna,  aveva  saputo  egli  man- 
tenere pura  e  ricca  e  farne  sentire  tutta  la  forza  e  la  bellezza,  facen- 
dosene maestro.  Così  egli  ogni  giorno  più  andava  crescendo  di  fama 
e  i;on  gli  onesti  guadagni  si  pose  in  grado  di  farsi  una  propria  famiglia, 
e  di  chiamare  presso  sé  anche  il  fratello  Francesco,  il  quale  datosi  al 
commercio  del  vino  fece  buoni  affari  ed  anche  oggi  se  ne  gode  il 
frutto  nel  suo  paese  natale,  e  la  sorella  e  la  madre. 

Egli  insegnava  al  Collegio,  dava  lezioni  particolari,  e  intanto  stu- 
diava e  scriveva;  compose  e  stampò  in  quel  tempo  coi  tipi  dei  Fratelli 
'l'reves.  grandi  editori  di  Milano,  le  novellette  per  ragazzi,  sotto  il  titolo 
Nei  hosclii  iiuanfdti.  che  fuiono  bellamente  illustrate  dallo  Ximenes 


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e  dall' Amato,  e  che  vennero  più  volte  stampate  tlauli  stessi  Tieves.  e 
ultimamente  dal  Bemporad  di  Firenze,  in  quel  tem])(>  era  uscito  in 
Francia  Y Assummoir  dello  Zola,  del  quale  si  faceva  un  gran  par- 
lare, anche  perchè  lo  Zola  introduceva  nella  letteratura  una  lingua  che 
non  c'era  mai  entrata,  fì  un  libio.  questo  dello  Zola,  pare  che  di- 
cesse, non  so  se  il  Bonghi  o  il  Marlini,  che  di  libri  e  di  lingua  tutti 
e  due  s'intendevano,  che  non  si  può  tradurre  in  italiano  :  e  tutti  ripete- 
rono che  non  si  poteva  tradurre.  Il  Petrocchi  si  provò  a  tradurlo  e  riuscì: 
la  lingua  per  tradurlo  anche  in  italiano  c'era,  e  il  Petrocchi  la  sapeva. 
«  Fu  una  sfida  che  accettai  -  disse  egli  mettendo  fuori  il  libro. -Can- 
«  tavan  su  tutti  i  toni  che  in  Italia  non  si  sarebbe  potuto  tradurre 
«questo  romanzo  dello  Zola.  La  colpa  era  dei  traduttori":"  No.  della 
«  lingua. 

«  Non  entrerò  a  parlare  dell'accusa  ch'è  vecchia,  né  delle  circo- 
«  stanze,  che  potrebbero  scusarla  :  dirò  che  questo  romanzo  io  1'  ho 
«  tradotto  senza  un  vocabolario  letterario,  senza  una  parola  che  non 
«  sia  popolare  in  Toscana  e  anche  senza  nessuna  perifrasi...  dirò  di 
«  più.  La  lingua  che  ho  adoprato  qui  dentro  è  tutta  nei  vocabolari 
«dell'uso  della  Nazione,  e  sparsa  in  tutti  i  testi  di  lingua  e  in  tutti 
«  i  libri  di  testo  che  ha  la  nostra  ricchissima  letteratura  e  le  nostre 
«  scuole:  è  la  lingua  studiata  con  gran  fatica  da  quelli  che  per  la 
«  forma  come  per  la  bellezza  hanno  ancora  un  briciolo  di  simpatia». 
Era  insomma  una  questione  di  lingua  che  il  Petrocchi  aveva  risoluta 
col  fatto,  ma  non  mancò  chi,  facendone  invece  una  morale,  gli  rimpro- 
verava di  aver  dato  all'llalia  un  libro  come  quello  dello  Zola.  Lasciando 
però  da  parte  questo,  bisogna  convenire  che  il  Petrocchi  era  l'iuscito  con 
quella  traduzione  a  dar  corso  in  Italia  a  molte  parole  del  parlar  toscano, 
che  fino  allora  non  avevano  risonato  che  in  Toscana  e  in  specie  tra 
i  suoi  montanari  del  Pistoiese,  e  così  sempre  si  faceva  riconoscere 
maestro  e  artista  di  quella  lingua  che  il  Manzoni  voleva  fosse  lingua 
italiana,  cioè  estesa  a  tutta  la  nazione.  Intanto  i  Treves  gli  affidarono  un 
grande  lavoro  di  lingua,  un  Vocabolario,  siculi  che  egh  avrebbe  fatta 
opera  degna  se  non  di  star  sopra,  certo  di  stare  alla  pari  di  quella  del 
Fanfani  e  del  Rigutini.  il  cui  dizionario  già  andava  per  le  mani  di 
tutti.  Quello  del  Petrocchi  ha  ciò  di  particolare,  che  mentre  da  una 
parte  serve  a  chi  vuole  impratichirsi  soltanto  della  lingua  dell'uso, 
cioè  della  lingua  che  .solo  è  parlata  dai  toscani,  dall'altra  [ìuò  servire 
benissimo  a  chi  studiando  ha  pure  bisogno  di  conoscere  e  d'intendere 
la  lingua  degli  scrittori  e  in  special  modo  degli  scrittori  antichi,  anche 
quella  che  si  può  dire  addirittura  vieta,  e  che  nessuno  si  attenterebbe 
di  adoperare  oggi,  né  scrivendo  né  parlando,  ma  che  pure  é  patrimonio 
della  nazione,  precisamente  come  le  opere  degli  scrittori  antichi  fanno 
pur  sempre  parte  della  letteratura  nazionale.  E  v'ha  di  [)iù  :  egli  col 
suo  Vocaholario  ha  inteso  di  renderne  generale  anche  la  buona  pio- 
nunzia,  ponendo  con  gian  cura  ad  ogni  parola  gii  accenti  che  ne  mo- 
llificano il  suono.  Opera  tuff  insieme  di  grande  studio  e  di  grande 
latica,  tanto  che  il  Petrocchi,  nei  dieci  anni  che  vi  spese  attorno,  s'al- 
zava la  mattina  tra  le  due  e  le  tre,  lavorava  fino  al  mezzodì,  quindi 
riprendeva  il  suo  lavoro  verso  le  tre  pomeridiane  e  non  lo  lasciava 
fino  alle  otto  di  sera,  non  inlerrompendolo  che  per  la  breve  e  frugale 
colazione,  e  per  la  lezione  al  Collegio  militare,  che  per  nulla  al  mondo 
egli  avrebbe  mancato  a  quello  che  era  suo  stretto  dovere.  Piìi  tardi, 
cioè  nel  1894,  sempre  in  Milano  ma  con  i   tipi  di   Antonio   Vallardi, 


POLICARPO   PETROCCHI    E   GIUSEPPE    RIGUTINI  677 

pubblicò  il  Piccolo  dizionario  della  lingua  italiana,  al  quale  mandava 
unito  un  dizionarietto  enciclopedico  ed  uno  di  locuzioni  latine  e  stra- 
niere, l'acendold  a  l)reve  distanza  segfuire  ila  un  vocabolarietto  di  pro- 
nunzia e  orloo-ratia  elle  ha  aviU<'  parecchie  edizioni.  Nel  1S99  i  Fra- 
telli Treves  puhlìlicavauo  un  altro  dizionario  di  minor  mole  ma  non 
di  minor  pi'ei^io  dello  stesso  Petrocchi,  intitolato;  Xòro  dizionario  sco- 
lastico della  liriiiuu  ilaliaìict. 

Ejìli  doveva  alle  scuole  il  suo  nome  ed  anche  tutta  la  sua  fortuna, 
quindi  dalle  scuole  si  può  dire  non  levasse  mai  la  mente  :  fece  per  esse  un 
intiero  corso  di  letture,  e  più  d'una  grammatica  per  le  varie  classi  e 
secondo  le  varie  scuole:  e  mise  insieme  una  ^«io/o.7(V(  rf/^rpse  e  poesie 
italiane  per  le  scuole  secondarie,  ed  una  dì  f  rad  azioni  italiane  dei  clas- 
sici greci  e  latini. 

Si  può  benissimo  mettere  anche  tra  i  libri  fatti  per  le  scuole  il 
Commento  storico,  estetico  e  filologico  ai  Promessi  Sposi,  confrontando  le 
due  edizioni  che  Taidore  ne  fece,  quella  cioè  del  1825  e  l'altra  del  1840, 
dopo  ch'ebbe,  per  usare  le  stesse  jiarole  del  Manzoni,  risciacquato 
i  suoi  cenci  in  Arno.  Non  v'ha  infatti  aiti'o  libro  che  si  presti  nelle 
scuole  secondarie  ad  uno  studio  di  parole  e  d'idee,  di  lingua  e  d'arte, 
meglio  di  questo  immortale  dei  ProHìess/ .S'posi.  comparando  insieme  le 
due  edizioni.  Il  sostituire  una  parola  ad  un'altra,  .se  non  è  in  tutti  i 
casi  mutare  un"  idea,  è  spesso  presentare  quella  tale  idea  sotto  altro 
lume,  darle  maggiore  chiarezza,  renderla,  direi,  ad  un  tempo  più  intel- 
ligibile e  più  sensibile,  cioè  farla  intendere  e  sentire  meglio  qiuindo 
un'idea  vuol  essere  anche  un  sentimento,  e  in  tutto  questo  consi.ste 
quella  che  dicesi  proprietà  della  lingua.  Proprietà  che  al  Manzoni  non 
era  riuscito  di  raggiungere  pienamente  nella  prima  stesura  dei  Pro- 
messi Sposi,  nel  1825,  perchè,  come  egli  diceva,  a  quel  tempo  non  sa- 
peva la  lingua,  o,  come  meglio  diremo  noi,  a  quel  tempo  non  la  sa- 
peva come  la  seppe  dipoi,  dopo  che  per  anni  ed  anni  ne  ebbe  fatto 
suo  studio,  dopo  che  fu  stato,  fosse  pure  per  poco,  a  Firenze,  ed  elil)e 
conversato  co'  meglio  parlanti  de'  fiorentini,  co'  quali  pareva  sempre 
eh' ei  parlasse  per  pescare  nel  loro  discorso  delle  parole;  delle  idee  si 
sarchile  detto  che  n(M)  sapeva  che  farsi,  aveva  le  sue  e  gli  bastavano. 
Il  Manzoni  stuzzicava  i  fiorentini  a  parlare  e  stava  con  tanto  d'orec 
chi  per  cogliere  del  linguaggio  vivo  ogni  espressione,  e  ne  faceva  te- 
soro per  correggere  il  suo  romanzo  o,  come  egli  lo  chiamava,  la  sua 
cantafavola  ;  sapeva  che  esso  sarebbe  andato  all'immortalità,  e  lo  limò, 
lo  lisciò,  lo  accarezzò  quanto  più  e  quanto  meglio  potè,  anche  dopo 
di  avere  scritto  il  suo  celebre  discorso  contro  il  romanzo  storico  e 
altri  componimenti  misti  di  storia  e  d'inunaginazione.  E  il  Petrocchi 
fece  cosa  molto  utile  col  suo  commento,  e  fece  ottimamente  a  farlo 
intero,  o,  come  si  dice,  perpetuo,  perchè  i  Promessi  Sposi  nella  scuola 
non  si  leggono  che  a  brani,  qua  e  là,  secondo  la  intelligenza  degli 
scolari,  secondo  il  gusto  del  maestro,  e  quando  si  legga  anche  ad 
apeitura  di  libro  il  soccorso  di  quel  commento  può  giovare  assaissimo. 

Dante  e  Manzoni  furono  i  suoi  maestri  e  i  suoi  autori;  di  quest'ul- 
timo si  ])reparò  anche,  dopo  il  discorso  storico  Dell'opera  di  Alessandro 
Manzoni  letterato  e  pafriotta,  a  dettare  la  vita,  della  quale  dette  un 
saggio  col  volumetto  intitolato:  Jai  prima  giovinessa  di  Alessandro 
Manzoni  (1785-Ì80()),  valendosi  di  notizie  e  di  documenti  che  gli  vennero 
l'ornili  dal  senatore  Pietro  Brambilla  o  che  aveva  laccolti  nel  conversare 
in  casaManzoni;  e  dell'altro,  cioè  di  Dante,  meditava  un  commento  nuovo 


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in  questi  ultimi  anni  della  sua  vita,  ma  non  dette  alle  stampe  che  un 
articolo,  nella  nostra  Antologia  :  Del  numero  nel  poema  dantesco. 

Nel  1895,  abolito  il  Collegio  militare  di  Milano,  il  Petrocchi  venne 
trasferito  nella  stessa  qualità  di  professore  di  lingua  italiana  in  quello 
di  Roma,  dove  appena  giunto  riprese  il  suo  modo  di  vivere  di  Milano, 
vale  a  dire  tutt"  il  giorno  insegnare,  studiare,  lavorare.  1  suoi  figliuoli 
intanto  crescevano,  andavano  avanti  negli  studi,  andavano  in  certo 
modo  dietro  all'esempio  paterno;  così  che  in  mezzo  alla  famiglia  egli 
aveva  sempre  modo  di  rifarsi  di  forze,  di  rasserenare  lo  spirito,  di 
mantenere  l'animo  lieto  e  operoso.  Scrisse  allora  il  libro  intitolato  : 
Le  Guerre,  col  quale  vinse  il  premio  nel  concorso  bandito  dal  Siccardi, 
inteso  a  propagare  le  idee  conti'o  la  guerra:  è  un  libro  denso  di  pen- 
sieri, e  che  si  legge  come  un  romanzo,  e  che  un  giorno,  quando  cioè 
certe  idee  avranno  fatto  maggior  cammino,  avrà  anche  maggior  fama  e 
sarà  più  ricercato.  .lUoia  forse,  ne  rifiorirà  anche  la  fama  del  Petrocchi; 
certi  libri  per  fare  il  loro  effetto  lianno  bisogno  di  trovai'e  lettori  me- 
glio preparati  ail  intenderli,  a  penetrarvi  più  addentro,  a  sviscerarne 
tutto  il  contenuto.  E  un  libro  press'a  poco  simile,  almeno  per  la  im- 
portanza dell'argomento  e  per  la  serietà  del  pensiero,  è  l'altro  intito- 
lato: La  Religione  nelle  scuole.  E  qui  faccio  punto,  nonostante  che  a 
questo  non  si  sia  fermata  rattivifà  del  Petrocchi,  che  non  gli  venne 
mai  meno  fino  all'ultimo,  perchè  non  aveva  finito  un'  opera,  che  già 
aveva  messo  mano  ad  un'altra,  e  ne  stava  pensando  una  terza.  Si 
preparava  a  fare  una  seconda  edizione  del  Grande  dizionario,  e  già 
aveva  in  corso  di  stampa  il  Tesati  ras:  Enciclopedia  man  naie  illustrata, 
della  quale  però  non  giunse  oltre  la  lettera  d  e  che  se  monca  com'essa  è 
non  soddisfa  al  desiderio  e  al  bisogno  dello  studioso,  basta  a  mostrare  il 
sapere  e  la  diligenza  del  Petrocchi  in  si  fatti  lavori,  che  esigono  sommo 
studio  e  instancabile  pazienza.  Aveva  già  pubblicato  il  libro  suo  storico: 
Garibaldi  a  Gavinana;  e  immaginava  su  più  ampia  tela  un  romanzo 
storico  in  cui  narrare  le  eroiche  gesta  che  ci  condussero  all'indipen- 
denza d'Italia  ;  e  pensava  nello  stesso  tempo  di  scrivere  le  sue  memorie, 
dove  narrava  la  storia  avventurosa  dei  suoi  amori  con  quella  signora 
pistoiese,  che  fu  la  madre  diletta  dei  suoi  figliuoli,  e  la  fedele  compa- 
gna sua,  la  quale  gli  mancò  in  Roma  nel  dicembre  del  IIMM). 

Il  Petrocchi  era  solito  tutti  gli  anni  passare  un  po' di  tempo  nel- 
l'estate ai  suoi  monti,  tra  i  suoi  castagni,  in  mezzo  alla  gente  tra  la 
quale  era  nato  e  che  lo  aveva  visto  crescere  in  fama  e  se  ne  faceva 
sua  gloria.  Laggiù  sentiva  come  rifiorire  in  sé  stesso  la  perduta  giovi- 
nezza, e  amava  come  sempre  e  come  dappertutto  far  del  bene  a  quanti 
più  potesse,  così  che  con  la  pace  e  la  tranquillità  che  gli  rasserena- 
vano l'animo,  prova\a  anche  la  gioia  di  sentirsi  da  tutti  amato  e  sti- 
mato come  il  padre  di  tutti  i  giovani,  come  il  fratello  maggiore  di  tutti 
i  vecchi. 

Lassù  a  Cireglio  fondò  una  società  operaia  di  mutuo  soccoi'so, 
fece  aprire,  concorrendovi  anche  del  proprio,  scuole  che  prima  man- 
cavano ;  fece  aprire  delle  strade  dove  non  erano  die  scoscesi  sentieri: 
egli  insomma  fu,  come  si  suol  dire,  la  provvidenza  del  diruto  castello, 
e  l'opera  che  vi  spese  fu  sempre  opera  di  civiltà. 

Anche  l'anno  passato  neiragosto  trovavasi  a  Cireglio  con  i  suoi 
figliuoli,  meno  il  maggiore,  avvocato  Ckulo,  trattenuto  a  Roma  dal  suo 
ufficio.  La  sera  del  dì  ^5  aveva  luogo  per  sua  iniziativa  una  festicciola 
popolare  della  Società  Onore  e  Lavoro,  della  quale  egli  era  presidente. 


Il  I'etroc«lii  era  circondato  dai  suoi  quattro  figliuoli  e  gli  facevano  co- 
rona i  giovani  e  le  giovani  del  castello  che  saltavano  e  ballavano  ; 
tutto  era  allegria  in  i[uel  luogo  e  a  quell'ora.  Clirca  alle  flue  di  notte, 
il  Petrocclii  prese  in  mano  un  bicchiere,  lo  alzò  per  propinare  forse  a 
tutta  quella  forte  e  brava  gente,  che  gli  si  serrava  attorno,  quando 
cadde  fulminato  per  un  ebolo  che  gli  airestò  d'improvviso  il  corso  del 
sangue.  La  scena  che  ne  seguì  si  può  appena  immaginare:  basti  pensare 
che  era  quella  una  festa  popolare,  che  gli  erano  attoino  quattro  figliuoli, 
che  egli  si  mostrava  nel  pieno  vigore  delle  sue  forze,  e  in  tutta  l'alle- 
gria del  suo  animo  lassù  sempre  lieto  !  Come  si  sparse  per  l'Italia  la 
notizia  della  sua  morte  improvvisa,  fu  unanime  tra  gli  uomini  di  let- 
tere il  dolore  e  unanime  la  lode  di  lui  tra  quanti  lo  avvicinarono,  gli 
furono  colleghi,  o  ebbero  a  giovarsi  dell'opera  sua  ;  i  giornali  sco- 
lastici e  letterari  ne  misero  in  rilievo  l'ingegno,  la  dottrina,  l'animo, 
e  anche  oggi  se   ne  parla  sempre. 


Giuseppe  Rigutini. 

Nelle  prime  ore  della  mattina  del  23  di  maggio  ultimo  scorso,  si 
spaise  per  Firenze  la  notizia  che  il  Rigutini  era  morto:  fu,  come  si 
suol  dire,  un  colpo  fli  fulmine.  Alcuni  stretti  suoi  amici  lo  avevano, 
la  sera  innanzi,  accompagnato  a  casa  conversando  piacevolmente  con 
lui  di  cose  letterarie,  di  studi,  ed  egli  s'era  mostrato  al  suo  solito 
jironto,  pieno  di  spirito:  i  suoi  colleghi  alla  Crusca  lo  avevano  veduto 
in  quello  stesso  giorno  attendere  con  l'abituale  alacrità  al  suo  lavoro; 
la  moglie  sua  dilettissima  non  aveva  avuta  ragione  di  pensare  a  guai: 
eppine  il  caro  amico  nostro,  il  Rigutini.  era  morto!  La  morte  aveva 
spezzato  d'un  colpo  il  cuore  suo,  quel  cuore  che  aveva  sempre  pal- 
pitato per  le  cose  alte,  e  per  le  cose  buone,  e  così  lo  aveva  strappato 
improvvisamente  alla  famiglia  che  egli  adorava,  agli  amici,  ai  col- 
leghi che  lo  amavano  e  lo  stimavano,  a  quanti  studio.'^i  ne  conosce- 
vano l'ingegno  forte  e  la  maestria.  E  quando  la  infausta  notizia,  per 
mezzo  del  telegrafo,  si  divulgò  da  Firenze  per  il  resto  d'  Italia,  daji- 
|)ertutto  fu  accolta  con  un  grande  sentimento  di  dolore,  perchè  dap- 
pei'tutto  era  stimato  maestro  in  fatto  di  lingua,  e  si  conosceva  la  no- 
liiltà  del  suo  animo,  e  per  le  mani  degli  scolari  e  dei  maestri  andavano 
i  molti  libri  suoi,  e  in  specie  i  suoi  vocabolari. 

Giuseppe  Rigutini  nacque  in  Lucignano,  sopra  un  ameno  colle 
della  Valdichiana.  in  prossimità  d'Arezzo,  il  31  d'agosto  del  1820,  da 
poveri  genitori;  il  padre,  Lorenzo  Rigutini,  era  un  semplice  fabbro-fer- 
raio, la  madre.  Assunta  Marsigli.  nulla  più  che  una  donna  da  casa  e 
alla  buona.  Pare  che  fino  da  bandiino  mostrasse  più  inclinazione  agli 
studi,  che  non  a  tirare  il  mantice  al  babbo. 

I  suoi  genitori  pensai'ono  di  farne  un  prete,  ed  egli  si  guadagnò 
dai  suoi  compaesani  un  posto  gratuito  nel  Seminario  d'Arezzo:  ma  udia- 
molo da  lui,  che  racconta  così  bene  il  suo  primo  passo  per  la  via,  nella 
([uale  trovò  grandi  spine,  ma  raccolse   poi   di   belle  rose.  «   La   mat 
«  tina  -  egli  dice  (li-  di  uno  dei  primi  giorni  di  novembre  del   1843 

(1)  Il  pi  imo  Passo.  Noto  autobiografielio  di  A.  iVAncona  -  Bartoli  -  Ber.se- 
ZIO  -  Carducci  -  Chiarini  -  Costetti,  ecc..  2^  edizione.  Roma,  Casa  Editrice  Som- 
mai'uga.  1883,  pag.  170. 


680  I    DUE    LESSICOGRAFI    ITALIANI 

«  montavo  a  Lucignano  di  \'aldiehiaiia  nel  calesse  del  |>ostiiio  d'  A- 
«  rezzo,  che  doveva  shaicainii  alla  jforta  del  Seminario.  Kro  un  aba- 
«  tino  fra  i  tiedici  e  1  <|(iatt()i-dici  anni:  un  bel  niccliio  nuovo  in  capo 
«  e  indosso  un  ferraiolo  di  panno  zeftifo  clie  mi  dava  sino  alle  cal- 
«  cagna.  1  miei  poveri  geniloii  mi  avevano  fatto,  per  ri.sparmio,  le 
«  vesti  a  crescenza.  La  sera  di  quello  stesso  giorno  ero  uno  dei  con- 
«  vittori  del  Seminario  aietino,  dove  la  carità  antica  del  mio  paese 
«  mi  mandava,  conferendomi  un  posto  gratuito  guadagnato  per  esame. 
^<  L'esame  fu  sempre  per  me  l'unica  chiave  che  dischiuse  le  porte  prin- 


Giuseppe  Rigutìni. 

«  cipali  della  mia  vita  di  scolare  e  di  maestro:  e  di  ciò  ho  ringraziato 
«  più  volte  la  provvidenza  ».  Raccontava  più  tardi  come  usando  allora 
che  i  canonici  in  coro  avessero  ciascuno,  seduto  a"  loro  piedi,  un 
chierichetto,  a  lui  toccò  di  sedere  nello  sgabello  dinanzi  allo  stallo 
del  canonico  lìiuseppe  Borghi,  l'autore  allora  famoso  degli  Inni  sacri 
e  più  tardi  magniloquente  scrittore  di  un  Discorso  per  la  storia  d  1- 
falia  che  lasciò  incompiuto.  «  Un  giorno  -  racconta  di  lui  un  suo 
«  amico  (1)- sorse  una  contesa  per  certa  frase  latina  tra  il  giovinetto 
«  e  il  suo  maestro,  dottissimo  sacerdote.  Rimesso  al  Borghi  il  decidere 
«  la  questione,  egli  si  pronunziò  in  favore  dello  scolaro,  che  doveva 
«  esser  poi  il  compilatore  dello  splendido  Vocabolario  della  Unyiia 
«  classica  latina,  che  ha  già  avuto  sei  edizioni  ». 

(1)  Vedi  Nasione,  24  maggio   1893. 


POLICARPO   PETROCCHI   E   GIUSEPPE   RIGUTINI  681 

Qui  bisogna  dire  che  il  Rigiitini  entrò  in  seminario  senza  punta 
vocazione  pel  sacerdozio,  e  per  quanto  facessero  ijue'  bravi  suoi  maestri 
non  gliela  seppero  inspirare;  gì"  inspirarono  però  un  gran  gusto  pei- 
gli  studi  classici  e  un  grandissimo  amore  a  Dante.  «  Gli  studi  reto- 
«  rici  -  egli  racconta  (l),  a  proposito  del  suo  maestro,  che  era  un  ot- 
«  timo  sacerdote  -  nella  sua  scuola  non  erano  certamente  vasti  ;  anzi, 
«  secondo  i  tempi,  pativano  di  angustia:  ma  erano  in  compenso  assai 
«  ordinati,  e  le  lezioni  fatte  con  istraordinaria  coscienza.  Di  un  amore 
«  però,  che  allora  in  me  si  accese  potentissimo  e  che  con  gli  anni  è 
«  andato  sempre  aumentando,  io  debbo  gratitudine  a  quel  mio  maestro: 
«  l'amore  a  Dante.  Nei  tre  anni  di  rettorica,  che  tanti  vi  spesi,  stu- 
«  diai  sotto  di  lui  ed  imparai  a  memoria  la  Divina  Commedia,  una 
«Cantica  all'anno,  tanto  che  alla  iine  del  triennio  mi  trovavo  nella 
«  mente  e  nel  cuore  tutto  il  poema,  salvo  i  luoghi  più  infestati  dalla 
«  scolastica;  ed  ancora  non  ero  giunto  a  possedere  di  mio  una  delle 
«  più  grame  edizioni  di  Dante,  ma  costretto  ad  adoperare  esemplari 
«  sempre  imprestatimi!  Mi  ricordo  che  tra  le  poclie  cose  al  mondo  che 
«  mi  facevano  gola,  c'era  l'edizione  di  Dante  di  Le  Monniei-,  venuta 
«  in  luce  nel  1S44  con  le  note  di  Paolo  Costa  e  di  Brunone  Bianchi. 
«  Quel  bel  volume,  quelle  copertine  color  carnicino  mi  destavano  l'in- 
«  vidia  verso  i  fortunati  possessori  fra'  miei  compagni  ». 

Così  il  Rigutini  usciva,  dopo  altri  tre  anni,  dal  Seminario  di  Arezzo, 
sajtendo  molto  di  latino,  qualcosa  di  greco,  e  avendo  nella  mente  e 
nel  cuore  tutta  la  Divina  Commedia,  sufficiente  viatico  per  il  cammino 
lungo  e  difficile  che  gli  si  apriva  dinanzi,  e  per  il  quale  avrebbe  rag- 
giunto luminose  sommità  nelle  lettere,  e  ne  usciva  pure  pieno  del  .sacro 
amore  d'Italia:  «  Intanto  venivano  -  egli  dice  -  tempi  per  la  patria  da 
«  far  girare  il  capo  anche  a'  seminaristi  :  pensiamo  a  me  che  non  re- 
«  spiravo  altro,  che  Italia  !  Sarà  stata,  anzi  era  di  certo,  un"  Italia 
«  retorica;  ma  in  fondo  era  Italia  ».  Era  insomma,  comunque  si 
tosse,  l'Italia  del  suo  Dante,  l'Italia  del  Pellico,  del  Didier,  del  Ros- 
setti, del  Berchet,  che  egli  andava  leggendo  tra  una  lezione  e  l'altra. 
Ira  Mrgilio  e  Orazio  e  Tacito  e  Terenzio.  «  Le  Prigioni  del  Pellico - 
«  egli  ricorda  già  (|uando  era  sul  primo  limitare  della  vecchiezza  (2)  - 
«  mi  facevan  piangere,  e  a  dispetto  del  suo  autore,  anche  fremere  ; 
«  la  Roma  sotterranea  del  Didier,  mi  accendeva  il  sangue  ;  mi  esal- 
«  favo  nel  polimetro  il  Veggente  in  solitudine  del  Rossetti,  e  per 
«  tacere  di  altri  autori,  mi  facevano  sbalzare  gl'incalzanti  e  concitati 
«  decasillabi  del  Berchet».  Qui  viene  un  giudizio  letterario  ciie  è  bello 
riportare,  e  che  mostra  in  lui  finezza  di  critico.  «  Soltanto  -  egli  pro- 
«  segue  -  debbo  aggiungere  che  la  lettura  del  Guerrazzi  non  mi  com- 
«  moveva,  e  che  i  Promessi  Sposi,  letti  qualche  anno  avanti,  m'ave- 
«  vano  fatto  dormire,  mentre  ero  andato  in  visibilio  col  Marco  Visconti 
«  e  con  la  Disfida  di  Barletta.  Di  questa  cosa  dimandai  a  me  più  tardi 
«  la  ragione,  e  rimasi  alquanto  meravigliato  quando  mi  parve  di  co- 
«  noscere  che  due  effetti  eguali  provenivano  da  due  contrarie  cagioni: 
«  la  gran  falsità  del  sentire  e  del  significare  dell'uno,  la  gran  verità 
«  del  sentire  e  del  significare  dell'altro;  la  prima  inconsapevolmente 
«  da  me  avvertita  tra  mezzo  ai  Soloni,  ai  Focioni,  ai  Catoni  e  a  tutta 
«  l'affettata  aulicità  delle  forme  guerrazziane  :  la  seconda   da  me   non 

(1)  Il  primo  Passo,  ecc..  p;ig.  171. 
(■2)  Op.  cit.,  pag.  173. 


682  [    DUE    F,KS8lC0aRAF[    ITALIANI 

«  ancoi'ii  intesa,  né  iiossibile  ad  intendere  da  chi  non  abhia  anc-oni 
«  studiato  nel  gran  volume  della  vita,  degli  effetti,  dei  costumi  e  delle 
«  malizie  umane,  di  cui  il  libro  manzoniano  è  una  mirabile  rap|)re- 
«  sentazione  ». 

I*assò  le  vacanze  autunnali  del  1847  a  Siena,  mentre  gli  affetti 
riscaldati  dairamoi-  di  pallia  foi'temente  ribollivano,  e  il  popolo  an- 
dava gridando  dappertutto:  viva  Pio  IX,  viva  Leopoklo  11,  viva  Fltalia, 
ed  era  un  continuo  cardare,  gridare  e  predicai'e  nelle  strade,  nelle  |)iazze, 
per  le  chiese.  E  anche  il  Rigulini,  che  pure  era  sempre  un  abatino 
del  Seminario,  montato  sopra  un  trespolo  di  tavolino,  sulla  piazza  delle 
Logge  dette  del  Papa,  fece  la  sua  brava  conclone  al  popolo,  che  parve 
allora  andai'e  in  visibilio,  ma  che  se  nericordò  più  tardi,  nel  1841),  quando 
pr-esso  alla  Costarella  lo  prese  bravamente  a  sassate,  urlandogli  dietr-o: 
Eccolo  il  predicatore!  iiiglialo!  dagli  al  predicatore! 

In  quel  tVattempo  tutto  er"a  andato  a  rovescio  in  Italia;  ai  gridi  di 
evviva  erano  succedirti  i  gridi  di  morte  :  i  r-esli  delle  patrie  battaglie 
venivano  bersagliati  da  coloro  che  sen'er'ano  rimasti  a  casa  e  sene 
gloriavano.  Allor'a  mori  al  Kigutini  il  j)adre,  che  andato  volontario 
a  combattere,  era  rimasto  prigioniero  a  Montanara,  ed  era  tor'nato 
da  Tiieresienstadt,  accascialo,  sfinito,  cosi  che  egli  frr  preso  da  una 
grande  malinconia  e  scrisse  versi  tinti  di  quella  disperazione  che 
trovasi  nell'Iacono  Ilortis  del  Foscolo  e  nei  Canti  del  Leopardi,  che 
erano  divenirti  i  suoi  prediletti  autori.  Gli  passò  affatto  anche  quella 
poca  voglia  che  aveva  sempre  avuto  di  farsi  prete,  e  in  questo  fu  fa- 
vorito dagli  stessi  sirperiori  del  Seminario,  i  quali  desiderosi,  come 
essi  dicevano,  di  sbacare  il  (/iovane  clero,  lo  messero  con  bel  garbo 
alla  porta.  «  La  patria  -  esclama  a  questo  punto  il  Rigirtini  -  non  ebbe 
«  un  utile  cittadino  di  più  :  ma  la  chiesa  ebbe  un  cattivo  prete  di  meno  ». 
Però  ciò  non  è  vero,  perchè  egli  stesso  trovò  da  sé  la  maniera  di  es- 
sere utile  alla  patria  sua,  con  l'ingegno  che  aveva  avuto  da  Dio,  con 
lo  studio  che  seppe  aiutare  per  la  sua  forte  volontà,  e  col  cuore  aper-to 
ad  ogni  nobile  sentimento.  Sjìinto  sempr-e  più  agli  studi,  si  preparò 
agli  esami  di  ammissione  e  di  baccellierato,  come  si  diceva  allora, 
all'Università,  e  non  avendo  di  che  pagai-e  le  tasse,  dette  delle  ripe- 
tizioni e  cosi  se  li  procur'ò.  «Se  non  ha  quattrini,  s'affoghi  »,  gli  aveva 
detto  uno  degli  scrivani  della  cancelleria.  ^<  Invece  però  d'affogarmi  ■ 
«  egli  dice  -  trovai  chi  pagò  per  me,  a  patto  che  dovessi  limettei'e  la 
«  somma  in  tante  lezioni  da  darsi  ai  suoi  figliuoli,  il  che  feci  pun- 
«  tualmente.  Ecco  adunque  dischiusa  un'altra  porta  alla  mia  carriera  ». 
L'anno  dopo  però,  quando  si  fu  a  pagar-e  le  tasse,  egli  si  tr'ovava  nella 
stessa  miserala,  e  non  sapeva,  poveretto!  che  pesci  si  pigliare,  ma  la  for- 
tuna l'aiutò  in  altra  guisa  e  gli  aprì  un'altra  porla  e  che  metteva  sulla  via 
la  quale  era  più  fatta  per  lui.  Ma  anche  questo  io  lo  vo"  dire  con  le  sue 
()arole  :  «  Una  ser'a  -  narra  -  del  novembre  del  1850  entro  nel  Caffè  degli 
«  Svizzeri  pr-esso  Piazza  Tolomei  per-  prendere  un  poncino:  e  intanto  che 
«  aspetto,  mi  vien  jjreso  così  macchinalmente  il  Monitore  'foscfu/o.  L'apro, 
«  e  dopo  un  minuto  i  miei  occhi  si  posano  sopra  un  avviso  di  concorso 
«  a  due  posti  gratuiti  di  convittore  nella  /.  e  R.  Scuola  Normale  di 
«  Pisa.  I  fatali,  come  si  dice  oggi,  scadevano  di  lì  a  cinque  gioi-ni. 
«  Parve  che  mi  si  apr-isse  il  cieli),  per-chè  ini  torr-errte  di  luce  piovve 
«  srrlla  mia  pover-a  testa  cinta  di  Iciiclirc  più  di  qirella  <lel  Marcello 
><  \  ii-giliarro.  Lo  leggo  e  lo  rileggo,  e  sebbene  le  prove  d'esame  fosser-o 
y<  alquanto  serie  non  ne  presi  sgomento.  Ingozzai  il  poncino,  e  subito 


POLICARPO   PETROCCHI   E   GIUSEPPE   RIGATINI  683 

«  a  casa  a  stendere  la  dimanda  e  impostarla,  promettendo  che  il  giorno 
«  appresso  avrei  mandato  i  documenti  richiiesti  ». 

«  Mi  presentai  all'esame,  e  vinsi  il  posto.  Addio  dunque  Heineccio, 
«  addio  Heimberger.  addio  Machelday  !  Io  ritorno  ai  miei  Latini  ed  ai 
«  miei  Greci  :  e  per  tre  anni  almeno,  addio  litigi  tra  il  desinare  e  la 
«  cena!  Ho  la  coscienza  di  non  aver  mangiato  a  ufo  il  pan  del  Go- 
«  verno  per  quei  tre  anni  ». 

Fu  questa  davvero  una  gran  fortuna  per  il  nostro  Kigutini  ;  se 
continuava  la  vita  universitaria,  chi  sa  come  gli  sarebbe  andata.  Basti 
dire  che  nei  due  anni  che  stette  a  Siena,  egli,  non  sapendo  come 
sfogare  la  sua  avversità  all'Austria,  che  aveva  occupata  anche  la  To- 
scana e  teneva  guarnigione  pure  in  Siena,  si  dette  a  favorire  la  di- 
serzione degli  Ungheresi,  i  quali  facevano  parte  dell'armata  austriaca, 
ma  che  in  cuor  loro  odiavano  l'Austria  e  l'Imperatore,  quasi  quanto 
li  odiavano  i  più  liberali  fra  gl'Italiani.  Questo  però  era  un  giuoco 
che  a  lui  poteva  costare  la  vita,  perchè  con  quella  gente  allora  non 
c'era  da  scherzale. 

Nel  mese  di  maggio  del  t85;3,  quando  il  Higufini  era  presso  che 
al  termine  del  triennio,  un  giorno  il  Rettore  Sbragia  lo  chiamò  a  sé 
e  Io  persuase  a  concorrere  a  un  posto  di  maestro  di  rettorica  nel  Col- 
legio Fortiguerri  di  Pistoia,  per  il  quale  erano  indetti  gli  esami.  Egli 
non  se  lo  fece  dire  due  volte,  si  ])resentò  al  concorso  e  Io  vinse.  11 
Municipio  di  Pistoia  fece  la  nomina,  ma  ci  volle  del  buono  e  del  bello 
perchè  il  Granduca  lo  confermasse,  puzzando  l'elètto  di  liberale.  Per 
le  premure  dell'illustre  professore  Federigo  del  Rosso  e  per  quelle  dello 
stesso  Ministro  della  pubblica  istruzione,  Buonarroti,  finalmente  parve 
il  Granduca  piegarsi.  Ma  il  Del  Rosso  volle  che  il  Rigutini  chiedesse 
un'udienza:  Parlagli,  sai,  -  gli  disse  -  con  tutto  il  rispetto,  ma  anche 
con  tutta  la  dignità  dell'uomo.  II  Rigutini  fece  anche  questa;  il  Gran- 
duca lo  ricevè  :  •■<  il  colloquio  -  racconta  egli  stesso  -  fu  molto  breve 
«  e  da  parte  del  principe  molto  aspro,  il  quale  mi  licenziò  bruscamente 
«  dicendomi  che  all'insegnamento  li  voleva  fior  di  farina  ». 

11  Granduca,  si  vede,  aveva  un  po'  dell' accademico  della  (Jrusca. 

Però  dopo  molto  tergiversare  il  decreto  della  sua  nomina  fu  fir- 
mato o  per  dir  meglio  scarabocchiato  con  la  tirziia  del  Gianduca  fatta 
contro  stomaco  ;  e  così  bene  o  male  il  Rigutini  si  trovò  ad  essere  maestro 
di  rettorica  con  cinque  paoli  al  giorno,  pari  a  lire  !2.8().  Al  suo  posto 
nella  scuola  normale  andò  Giosuè  Carducci. 

II  primo  passo  era  fatto.  D'allora  in  poi  prosegui  sempre  per  la  stessa 
via,  imprimendovi  oiine  che  non  tutte  si  cancelleranno.  Era  una  via, 
se  si  vuole,  piena  ili  triboli  e  di  spine,  ma  andava  sempre  all'insù,  e 
a  mano  a  mano  che  saliva  trovava  un  cielo  più  aperto  e  una  luce 
sempre  piìi  viva  e  più  calda.  Dal  (lollegio  Forteguerri  passò  nel  186t) 
al  Liceo  d'  Arezzo,  come  professore  di  greco,  e  l'anno  dopo  da  Arezzo 
venne  trasferito  a  Firenze.  II  suo  nome  si  faceva  sempre  più  noto  e 
andava  prendendo  un  posto,  un  posto  nobile,  tra  gli  uomini  di  lettere. 

.4veva  già  scritti  e  pubblicati  dei  versi  che  se  non  rivelavano  al- 
l' Italia  un  nuovo  poeta,  iiios4ravano  in  lui  bella  fantasia  e  già  una 
padronanza  di  lingua  non  comune.  Intanto  insegnando  il  latino  ed  il 
greco  se  n'era  fatto  più  dotto  egli  stesso  ed  aveva  sempre  meglio  ap- 
|)reso  l'arie  diHicile  della  parola,  nella  (juale  poi  fu  davvero  maestro. 
I  tempi  erano  mutati.  1"  Italia  non  era  più  un'espressione  geografica, 
ma  era  la  patria  degl'  Italiani,   i  quali  non  axevano  più  a  nascondere 


()84  I    nUE    LESSICOGRAFI    ITALIANI 

né  pensieri,  né  sentimenti,  e  coniinciaiono  ad  occuparsi  del  governo  e 
(Iella  nazione,  conie  di  cose  loro.  Anclie  il  Higutini  scrisse  ne"  gioitiali 
clic  allora  pullulavano  per  ogni  |)atte,  e  fu  scrittore  tacile,  arguto, 
lahdiia  auclic  acic,  ma  sempre  sincero,  .\ppena  fu  in  Firenze,  jicr 
poco  ca|)italc  (\v.\  luiovo  Regno,  il  Kigulini  fu  meglio  conosciuto,  se 
ne  apprezzò  di  più  l'ingegno  e  il  sa[)ere.  e  si  [jotè  iiusurarne  il  valore  in 
specie  in  fatto  di  lingua,  tanto  che  ai  3  maggio  del  lS(i()  esso  venne 
nominalo  accademico  residente  della  Clrusca  e  uno  dei  quattro  compi- 
latori del  grande  Vocabolario  Nazionale:  fu  questo,  puossi  dire,  1" ul- 
timo passo  clic  egli  fece  per  la  sua  via.  Aveva  97  anni,  poteva  ancora 
salire  e  salì  in  fama,  ma  aveva  raggiunta  la  sua  meta,  perchè  allora 
il  nuovo  ufficio  gli  permetteva  di  continuare  nell'  insegnamento  del 
Liceo,  che  non  lasciò  prima  del  1875,  quando  cresciuto  di  stipendio 
potè  vivere  anclie  senza  quello  con  la  sua  famiglinola,  avendo  già  tino 
dal  18r)6  preso  moglie  (la  signora  Rebecca),  e  avutine  tlue  figliuoletti. 
Silvio,  che  è  ora  professore  di  nuisica  nel  Conservatorio  di  Francoforte, 
e  l'Elisa,  oggi  moglie  degna  del  dottore  Oskai-  Bulle,  attualmente  di- 
morante a  Monaco  come  redattore  della  parte  scientitica  nelì'Aìegmeiiie 
Zeitwfig. 

L'opera  ponderosa  del  Vocabolario,  e  rinsegnamenlo  al  Liceo,  al 
quale  continuò  a  dare  la  mente  e  il  cuore,  non  erano  a  quello  clic 
pare  sufticiente  occupazione  al  suo  ingegno  robusto,  uè  stancavano  la 
sua  ferrea  volontà,  di  maniera  che  anche  in  quegli  anni  attese  a  molti 
lavori  letterari  che  andava  a  mano  a  mano  pubblicando.  Sareljbe,  però, 
un  andare  ti'oppo  per  le  lunghe  a  volere  tutti  ricordare  tali  lavori,  ne 
io  sapi'ci  di  tutti  recare  un  giudizio  sicuro  :  quindi  mi  contenterò  di 
accennare  almeno  al  titolo,  o  poco  più,  dei  principali  e  basterà  che  io 
dica  che  non  mise  mai  nulla  alla  luce  che  non  gli  accrescesse  la  fanui 
di  buon  conoscitore  delle  lingue  classiche  e  di  padrone  della  lingua 
materna.  Tutte  le  sue  opere  si  possono  distinguere  in  traduzioni,  o  in 
prosa  o  in  versi,  e  in  specie  dal  latino,  e  in  originali.  Tradusse  il  Lilno 
decimo  delle  Istituzioni  oratorie  di  Oi'intiliano,  alcune  Oraziofii  di  C'i- 
cerone,  Dei  doveri  di  Cicerone,  il  ((uale  ultimo  libro  usci  in  giorni  per 
lui  dolorosissimi,  quando  cioè,  nel  187(1,  moriva  la  sua  diletta  consorte 
e  lo  lasciava  solo  al  governo  della  casa  e  alla  custodia  dei  suoi  figliuo- 
letti ;  tradusse  poi,  nel  1882,  le  Vite  di  dodici  Cesari  di  C.  Svetonio 
Tranquillo  e  in  versi  le  Favole  di  Fedro  e  l'intraducibile  canne  La  chiomit 
di  Berenice,  per  venire  al  paragone  di  Costantino  Nigra  che  pure  s'era 
provato  alla  difficile  impresa;  accennerò  in  ultimo  alle  Commedie  di 
Plauto  che  egli  mise  fuori  peri  tipi  Le  Moiuiier  fino  dari870,  e  a  quc- 
st'opei'a  si  fece  compagno  l'amico  .suo  Temistocle  Gradi,  col  quale,  egli 
dice,  ebbe  in  comune  e  la  gioventù  e  gli  studi  e  molti  casi  della  vita. 
Tali  couunedie  furono  con  gli  stessi  tipi  ristampate  in-8°  e  col  testo  a 
fronte  nel  189i>.  quando  già  il  Gradi  era  stato  da  morte  prematuia 
iai>ito  agli  sludi  e  alla  patria. 

.Mlora  più  che  nuii  ferveva  in  Italia  la  questione  della  lingua,  ri- 
sollevata dal  Manzoni  con  quella  autorità  che  nessuno  gli  contrastava 
e  con  intendimenti  affatto  nuovi  di  nazionalità. 

Il  Rigutini  rifuggì,  si  può  dire,  dalla  disputa,  ma  ne  volle  porre 
i  suoi  principii  in  quel  discorso  che  egli  lesse  al  Circolo  filologico  di 
Firenze  nel  187."),  domandandosi  Si  dice  o  non  si  dice?  discorso  die  pifi 
lardi  jjose  a  capo  del  suo  libretto  /  Neologismi  Imotii  e  cattivi  più  fre- 
quenti nell'uso  odierno,  stampato  dal  Barbèra  nel  1891,  e  nello  stesso 


POLICARPO    PETROCCHI    E   CUDSEPPE    RIGUTINI  685 

tempo  la  soccorse  col  fatto  in  specie  della  traduzione  di  Plauto,  intesa 
principalmente,  com'egli  disse  nelV  a  re  e  rtev  sa  che  la  precede,  a  pro- 
muovere con  un  mezzo  etTicacissinio  lo  studio  del  jiarlar  toscano  nelle 
altre  provincie  d'Italia. 

E  a  cpiesto  fine  si  può  dire  che  mirasse  con  gli  altri  suoi  lavori 
originali,  quali,  ad  esempio,  il  Vocabolario  della  lingua  italiana,  che 
egli  fece  insieme  a  Pietro  Fanfani,  quello  che  poi  compi  da  solo  della 
lingua  parlata,  e  gli  altri  vocabolari  della  lingua  classica  latina,  della 
lingua  greca  e  della  lingua  tedesca  e  italiana,  fatto  quest'ultimo  in 
compagnia  del  suo  genero  Oskar  Bulle,  tedesco  di  origine,  adoperando 
in  tutti  questi  quella  lingua  che  lo  stesso  Manzoni  vorrebbe  per  la 
intiera  nazione,  e  che  dava  agli  scritti  suoi  una  facilità,  una  chiarezza 
non  punto  comune.  Così  quando  tradusse  dall'inglese  il  Lorenzo  Benoni 
di  Giovanni  Ruffini.  e  negli  altri  libri  dedicati  alle  scuole,  tra'  quali 
è  sempre  raccomandabile  quello  degli  Elementi  di  rettorica.  stampato 
la  prima  volta  nel  1S78  da  R.  Bemporad  e  figlio,  noti  e  stimati  librai- 
editori  in  Firenze,  i  quali  lo  hanno  poi  stampato  e  ristampato,  segno 
sicuro  del  buon  viso  che  gli  avevano  fatto  egualmente  maestri  e  sco- 
lari. Ed  a  ragione,  perchè  in  esso  il  Rigutini  dà  il  precetto  e  l'esempio 
di  quella  rettorica.  discreta,  fina,  di  buon  gusto,  alla  quale  accenna 
lo  stesso  Manzoni  nella  introduzione  al  suo  libro  immortale.  E  il 
vecchio  e  bravo  maestro  di  rettorica  ne  chiudeva  Y avvertimento  con 
(|ues1e  parole,  che  vorremmo  impresse  nella  mente  di  tutti  i  maestri: 
«  A  ritornare  adunque  in  onore  lo  studio  e  l'osservanza  delle  buone 
«  regole,  possono  e  debbono  in  gran  parte  provvedere  le  scuole,  for- 
«  mando  nei  giovani  coi  precetti  e  con  gli  esempi,  e  soprattutto  con 
«  gli  esercizi  molti  e  pazienti,  il  sentimento  del  buono  e  il  criterio 
«  letterario.  Correggere,  correggere  e  correggere  gli  scritti  degli  scolari, 
«  io  credo  che  sia,  se  non  il  tutto,  almeno  la  massima  parte  dell' uf- 
«  fido  del  maestro:  il  quale  ha  da  inculcare  a'  suoi  discepoli  princi- 
«  palmente  queste  due  cose:  che  la  semplicità,  ancorché  sembri  povera, 
«  è  la  più  bella  dote  degli  scritti:  e  che  semplicità  non  vi  può  essere 
«  fuori  della  verità  ». 

Questo  criterio  gli  ssrvì  sempre  di  lume  nel  giudicare  gli  scritti 
allrui,  e  cosi  nel  comporre  V .antologia  (ia//aMa  per  le  scuole  tecniche, 
nello  scegliere  e  annotare  le  Lettere  di  Giuseppe  Giusti,  nel  mettere 
insieme  il  Fiore  di  lettere  e  liriche  di  donne  italiane. 

Passavano  intanto  gli  anni  e  il  Rigutini  s'avvicinava  al  limitare 
della  vecchiezza,  ma  non  si  perdeva  d'animo,  e  il  suo  ingegno  restava 
folle  di  tutto  il  suo  vigore  e  la  fantasia  non  gli  si  scoloriva.  In  questo 
lempo,  nel  1884,  si  era  riammogliato  prendendo  la  signora  Giulia,  dalla 
(piale  ebbe  un  figliuolo,  Enrico,  che  ha  ora  diciotto  anni,  e  che  era 
la  consolazione  del  nostro  Giuseppe,  nella  lontananza  degli  altri  suoi 
figliuoli.  Attendeva  con  la  solita  alacrità  sua  al  Vocabolario  della 
Ci'usca,  e  non  passava  si  può  dire  anno  che  non  desse  alla  luce 
qualche  nuovo  suo  libro:  le  scuole,  i  giovanetti  italiani,  il  popolo  gli 
stavano  sempie  innanzi  alla  mente.  Alla  flrusca  aveva  letto  nell'adu- 
nanza  solenne  del  189:5  l'elogio  del  suo  collega  ed  amico  Giacinto  Ca- 
sella, morto  nel  1880,  e  in  quella  del  1W)1  lesse  del  canonico  Bininone 
Biduchi,  stato  per  tanti  anni  segretario  dell'Accademia,  alla  quale  era 
mancato,  dopo  lunga  e  i)enosa  malattia,  il  17  gennaio  del  1869:  l'uno 
commemorato  dal  segretario  Cesare  Guasti,  secondo  l'obbligo  che  gliene 
facevano  le  costituzioni  accademiche,  l'altro  ^a  Marco  Tabarrini;  ma 


(j8()  I   DUE   LESSICOGRAFI   ITALIANI,   ECC. 

Fiino  p  laltio  immeritevoli  di  quel  silenzio  che  nell'Acfadomia  tenne 
(li<!li((  alle  lirevi  commemoiazioni.  e  al  quale  de}i:nameiile  lipaiò  il 
Kigulini  jiarlando  di  amlM'duc  con  calor-e  d'alTetto  e  con  sinccriià  di 
siima,  come  si  corncniva  di  collejilii  clic  avp\ ano  d(>li"o|K'ra  loro  lanlo 
ainlalo  e  s|>iido  innanzi  il  lardo  knoro  ileirxlccadcnda.  e  laido  del 
loro  nome  e  della  loro  vita  l'avevano  onorata.  In  ultimo  attendeva 
per  l'editore  Vallardi  di  Milano  ad  un  Dizionur ietto  dei  sinonimi,  tratti 
dal  Tommaseo,  e  lavorava  da  un  pezzo  ad  un  Vocattolario  petrarchesco 
e  ad  una  Nuovo,  grammatica  italiana.  Era  proprio  anche  nella  laida  età. 
clie  omai  contava  settantatre  anni,  instancahile  e  l'animo  conservava 
sereno,  e  anche  la  immaginazione  viva  :  per  roccasione  clie  doveva, 
nella  prima  metà  dell'anno  che  non  è  compito,  giungere  a  Firenze 
(iuglielmo  Marconi,  compose  pochi  versi  che  avrebbero  dovuto  ornare 
un  numero  niiico  che  si  contava  di  pubblicare  a  t'irenze  pei'  ono- 
rarlo, ma  che  fuiono  stam])ati  |)oclii  giorni  dopo  la  sua  morte,  quasi 
lìore  posto  sulla  sua  bara: 

Il    TELEIIRAI'O    SENZA    FILI. 

Aiata  disse  Omero  la  parola: 

Per  te,  italo  Genio,  ora  lia  tanfali, 

Che  per  l'ampio  Oceàii  libera  vola. 
Libera  vola,  e  sfida  i  lioreali 

Fremiti,  e  passa  i  monti  indistnvljata. 

Senza  guida  di  fili  artificiali, 
Che  sol   i-ier  sé  si  muove  e  si  dilata. 

Ho  detto  che  l'animo  conservava  sereno  e  la  immaginazione  viva, 
ma  i)urtrop]io  tino  dai  primi  dell'anno  era  del  corpo  assai  deperito, 
non  ostante  che  egli  mostrasse  di  non  farsene  caso  e  poco  o  punto 
si  curasse  di  medici  e  di  medicine.  Poi  era  parso  ch'e'  si  riavesse, 
e  gli  amici  e  i  suoi  di  famiglia,  tornato  più  in  carne  e  del  suo  buonu- 
more, non  pensavano  davvero  d'averlo  a  perdere,  quando,  come  ho 
detto,  si  sparse  per  la  casa,  per  la  città,  per  l'Italia  improvvisamente 
la  notizia  della  sua  morte.  Nei  funerali  che  se  ne  fecero  fu  grande- 
mente onorato  :  vi  si  fece  rap]iresentaie  il  ministro  della  pul)l)lica 
istiuzione,  vi  convennero  tutte  le  autoiità  in  specie  scolastiche  di  Fi- 
renze, che  si  teneva  d'averlo  come  cittadino  e  che  a  lui  era  tanto  caro  : 
il  più  anziano  degli  accademici  della  Crusca,  Giovanni  Tortoli,  a  nome 
suo  e  di  tutti  i  colleghi,  ne  disse  al  feretro  parole  degne;  la  sua  me- 
moria durerà  ancora  quanto  dureranno  i  suoi  libri,  e  il  suo  nome 
sarà  tenuto  in  onore  presso  tutti  gli  studiosi  della  nostra  lingua,  dai 
maestri  e  dai  giovani  studenti. 

AriìEMO    (loTTI. 


LA  SCENA  DI  PROSA 


La  casti  del  sonno  di  Carlo  Bertolazzi     -  Irma  Gramatica 
Virgilio  Talli  —  Oreste  Calabresi. 

La  trama  della  Casa  del  sonno,  commedia  in  quattro  atti  di  Carlo 
l^ertolazzi,  è  semplice.  Semplice  così  che,  a  raccontarla  per  coloro  che 
voglion  vedere  quanto  si  svolge  in  uno  scenico  quadro,  meschinamente, 
dal  solo  punto  di  vista  di  «  quello  che  vi  accade  ».  del  «  fatto  »,  -  le  stu- 
pide parole  alle  stupide  cose  -  si  può  riassumerla  in  poche  righe. 

Un  giovinotto  parte  dal  suo  paesello  e  si  avvia  alla  grande  città. 
Ivi  si  ahhandona  alle  speculazioni  di  Borsa.  Il  primo  effimero  sorriso 
di  fortuna  si  tramuta  presto,  per  la  vertigine  che  afferra,  in  pericolo, 
in  disastro.  Egli  si  rovina,  rovina  la  casa  sua  e  quella  del  bal)l)o.  -  si 
disonora.  È  un  fuggiasco,  perseguito  dalla  giustizia.  La  mamma  muore 
di  dolore  :  pel  babbo  da  quella  catastrofe,  di  affetti  e  di  decoro,  co- 
mincia una  crudele  lenta  agonia  che  lo  spegnerà;  una  moglie  sconsolata 
che  deve  vergognarsi  del  nome  che  porta,  e  più,  sotì'rire  nel  suo  santo 
amore:  una  creatui'ina  innocente  condannata  ad  arrossire  un  giorno 
del  padre  suo... 

Ma  è  appunto  questa  semplicità  di  trama,  dalla  quale  deriva  una 
forte  commedia,  l'indice  della  razza  degna  per  un  autore  drammatico: 
poiché  appunto  la  levatura  di  un  autore  drammatico  non  risiede  nella 
combinazione,  sia  pur  condotta,  meglio,  preparata,  con  le  lustre  dell'abi- 
lità o  della  praticacela:  sibbene  in  tutto  quanto  precisamente  il  Ber- 
tolazzi ha  saputo  profondere  nei  suoi  quattro  atti  :  scelta  di  un  brano 
di  esistenza,  osservazione  e  riproduzione  di  ambiente  e  di  anime  : 
tutte  le  ragioni  cioè  che  consentono  di  ripetere,  con  la  dimostrazione, 
come  qualmente  questo  scrittore,  giovine  per  fortuna  sua  e  della  scena 
paesana,  si  affermi  ad  ogni  prova  autore  drammatico  tra  i  notevoli 
])articolar mente  notevole. 

Infatti  egli.  ]>er  la  scelta  del  brano  di  esistenza  che  voleva  ri- 
specchiare alla  ribalta,  non  ha  compiuto  la  gretta  impresa  dei  cosid- 
detti autor  drammatici,  cosiddetti  per  loro  unica  volontà,  i  quali  si 
avviano  al  palcoscenico,  pescano  nel  repertorio  una  combinazione,  cer- 
cano nudarle  i  connotati,  allargano,  accorciano,  rimpolpettano,  e  .ser- 
vono poi  caldo,  tepido,  freddo.  Egli,  sprezzando  invece  i  soccorsi  del 
repertorio,  e  seguendo  la  fede  del  proprio  cervello,  ha  cercato  nella 
vita,  nella  vita  che  s'agita,  che  tumultua,  che  freme  d'intorno:  e 
mentre  per  quelli  altri  disgraziati,  ritornano  spesso  bambineschi  o  fur- 
beschi rifacimenti,  egli  ha  voluto  raccogliere  qualche  cosa  che  pai- 
Itila,  nella  varia  \  icenda.  jiel  contenuto  del  suo  (piadro  scctiìco. 


688  LA  SCENA   DI   PROSA 

Ed  allora  i|iR'sla  (]iialche  cosa,  la  via  buona  battendo,  ha  trovato 
che  si  svolgeva  in  un  dato  cantuccio  di  mondo  e  si  rivelava  in  crea- 
luie  che  rappieseatavano  l'azione  di  quel  dato  cantuccio  di  mondo  sul 
loro  spirito  e  sul  loro  organismo  ;  ed  ha  osservato.  Ha  osservato  can- 
tuccio di  mondo  e  creature,  e  sinceramente,  nulla  alterando,  ha  tra- 
sportato sul  palcoscenico.  11  risultato  felice,  per  il  preciso  punto  di 
partenza,  per  la  via  sana  seguita,  doveva  essere  immancabile  :  riprodu- 
zione di  ambiente  e  vita  di  creature  nulla  hanno,  quello  di  scenografico, 
tela  e  carta,  queste  di  teatrale.  «  elenco  di  personaggi  »;  ma  largo, 
libero,  saldo  è  il  soffio  di  vita  animatore  delle  persone  e  del  mondo, 
grosso  o  piccino  che  sia.  che  le  circonda. 

Sottile,  ferma. limpidaè  latiacoltà  di  osservazione  del  Bertolazzi.  Dalle 
cose  alle  anime.  È  vero,  egli  ha  sortito  da  natura  un  non  comune  ingegno 
adatto:  ma  con  quanto  rigore  e  conuMlluminataiiiente  tale  ingegno  ha 
saputo  arrobustire  nella  coscienza!  Ecco:  quella  è  la  casa  paterna,  la  casa 
dei  Cavianì  a  Castellapiana,  la  casa  che  Luciano,  travolto  nel  triste  tur- 
bine, definisce  sprezzante  la  «  casa  del  sonno  ».  È  solenne,  è  severa  nella 
sua  modesta  schiettezza.  V'è  l'agio,  ma  l'agio  che  deriva  da  esistenze 
consacrate  al  lavoro  ;  la  vita  vi  trascorre  uguale  e  limitata,  ma  in 
quelle  mura,  tra  quelle  suppellettili  e  tra  quelle  consuetudini,  è  con- 
cesso rilevare  fin  le  sorprese  della  gente  che  vi  è  raccolta  al  racconto 
di  quanto  si  svolge  nella  grande  città  lontana:  e  ancora,  e  special- 
mente, quali  debbano  essere  di  quella  gente  la  natura  degli  affetti  e  le 
leggi  di  dovere,  di  decoro  che  la  sua  esistenza  t[uotidiana  ha  guidato, 
ha  formato.  Ed  è  quella  la  follia,  la  leggerezza,  l'assenza  delle  molte 
nobili  cose  che  elevano  il  grado  della  vita,  la  furiosa  immemore  scon- 
sigliata vertigine  che  travolge,  prorompente  dal  suo  particolare  an- 
damento nella  apparente  organizzazione  di  macchina  esatta  :  quello 
l'altro  ambiente,  quella  la  ditta,  quella  la  banca  di  Luciano,  fantasti- 
camente architettata  sulla  base  di  ebbra  smania  di  godimento  :  quelle 
le  ruote  che  lo  agganciano,  lo  trascinano,  lo   perdono. 

La  giusta  visione  del  brano  di  esistenza,  la  precisione  dell'osser- 
vazione naturalmente  hanno  la  loro  espressione  completa  nella  vita 
ilelle  anime.  Ciascuna  di  esse  ha  la  sua  biografia  esatta.  Non  sono  «  per- 
sone di  palcoscenico,  la  cui  esistenza  scoppi,  come  un  fungo,  appena  si 
alzi  il  sipario,  chiudendosi  di  botto  all' ultima  calata  del  medesimo:  mario- 
nette che  ritornano  in  cassone.  C'è  continuità  nella  loro  esistenza;  e 
il  quadro  scenico  rappresenta,  come  deve  rappresentare,  l'istante  nel 
quale  quelle  creature  informatrici  si  trovano  in  una  speciale  vicenda 
che  interrompe  la  loro  normalità  quotidiana.  E  allora.  -  ed  è  questo 
il  dovere  dello  scrittore,  e  ne  forma,  quando  è  raggiunto  come  il  Bei- 
tolazzi  sa  raggiungerlo,  con  la  lode  il  grado  -  allora,  solo,  è  concesso 
a  chi  ascolta,  per  quei  dati,  quasi  prevedere  che  quelle  creature,  e 
per  l'ambiente  e  per  quel  che  sono,  in  quello  istante  si  manifesteranno 
in  tal  modo,  non  altrimenti. 

Luciano,  che  senza  un'idea  nella  mente,  senza  un  affetto  nel  cuore, 
senza  neppure  una  elementare  norma  di  dovere  nella  vita,  sì  è  ebbra- 
mente abbandonato  alle  speculazioni,  frenetico  nella  smania  di  pia- 
ceri e  di  ricchezza  che  quei  piaceri  procura,  poiché  altro  nella  sua 
follia  non  vede  e  da  altro  non  è  incitato,  quando  la  catastrofe  lo  ab- 
batte, deve  restar  così  come  resta:  debole,  piccino,  vile  e  fuggire,  sot- 
traendosi come  sfiorando  la  terra,  dissolversi  nell'ombra,  senza  un 
qualsiasi    proposito   virile    o   almeno    un  impeto  di    commozione  in- 


LA   SCENA   DI    PROSA  689 

tensa.  Il  babbo,  Giovanni,  deve  esser  sorpreso,  confuso,  come  è  sorpreso, 
come  è  confuso,  degli  appariscenti  sfarzi  del  figliolo  ;  quando  ha  la 
percezione  di  una  sventura  incombente,  in  quel  modo  insistere  nella 
smaniosa  ricerca  della  verità.  E  lui,  bonario,  affettuoso,  tinddo,  al  mo- 
mento della  catastrofe  deve  sentire,  cosi  come  sente,  offesa  la  sua  anima 
di  galantuomo  e  prorompere  in  quella  maledizione  di  schianto  e  di 
fierezza.  Ma  ancora,  ed  è  questa  una  pennellata  magistrale  del  Berto- 
lazzi  nella  composizione  di  quell"  anima,  ma  ancora,  precisamente 
Gtoi'aMw/,  qual'è,  deve  così  rimanere  sgomento  all'arrivo  dell'ispettore 
in  cerca  del  figliolo:  provar  quella  ansia  per  la  salvazione  di  Jy?fcmwo; 
e  lui,  galantuomo,  onorato,  che  ha  già  condannato  lo  sciagurato,  ac- 
correre così  presso  la  derelitta  Adele,  la  mamma  derelitta  piangente, 
e  esclamare  cosi  lietamente  :  -  «  Coraggio,  Adele  !  Coraggio  !  Non 
aver  paura!  È  fuggito  sai!  È  fuggito!  Su...  su...  non  piangere  più! 
È  fuggito!...  »  E  Adele  non  può  a  meno  di  mostrarsi  quella  che  si 
mostra.  Ella  sente  orroi-e  per  quanto  Luciano  ha  compiuto;  ma  con  la 
tenerezza  di  quelle  lagrime,  con  quel  tremito  di  braccia,  che,  elevate 
nel  biasimo,  ricadono  come  amorosamente  circondanti  la  creatura  ado- 
rata in  pericolo.  E  l'odio  di  Camilla,  la  cugina,  che  porta  nel  cuore 
lo  strazio  del  suo  segreto  d'amore,  l'odio  per  Ada,  la  moglie,  che  la 
mina  vedeva,  ma  sommessa  non  osava  chiedere  nell'amore  infinito 
che  portava  al  marito,  -  l'odio  di  Camilla  per  Ada  deve  avere  quella 
risoluzione  di  tenerissimo  abbraccio  delle  due  creature  accomunate 
quasi  in  un  uguale  dolore,  là  dove  giace  composta  sul  letto  di  morte 
Adele,  il  cui  cuore  di  mamma  s'è  infranto  nella  percossa... 

Con  simile  visione  e  con  simile  riproduzione  di  ambiente  e  di 
anime,  è  facile  intendere  quali  siano  i  mezzi  che  adopera  per  le  forme 
della  sua  commedia  il  Bertolazzi.  1  mezzi  per  le  forme  sono  degni 
del  contenuto.  Nulla  che  ricordi  la  goffaggine  degli  utensili  della 
teatrale  fornitura  ;  tutto  invece  attinto  alla  spontaneità  della  vita  :  dia- 
logo, azione,  situazioni...  Ed  è  inutile  insistere.  Dalle  prime  affer- 
mazioni sulla  scena  dialettale  milanese  e  veneta,  alle  ultime  affer- 
mazioni sulla  scena  italiana,  il  Bertolazzi.  imboccata  la  via  unica, 
per  essa  procede  sicuro,  non  se  ne  discosta  d'un  passo;  è  rigorosamente 
logico  quindi  che  i  suoi  quadri  scenici  per  quel  che  li  informa  e  pel 
modo  come  sono  rivelati  debbano  riuscire  quali  riescono  :  prove  d'orte, 
meritevoli  di  tutto  l'interesse  della  critica  e  di  tutto  l'applauso  degli 
spettatori.  Solo  è  da  notare  che  la  Casa  del  sonno  ebbe  una  sola  rap- 
presentazione al  Costami,  senza  la  pietà  d'una  replica.  Miserie,  del 
palcoscenico  paesano  !  Ma  il  pubblico  erra  restando  indifferente  ai 
torti  che  si  fanno  a  giovani  scrittori  quale  si  dimostra  il   Berlolazzi  ! 


Non  sfugge  a  chi  segua  le  manifestazioni  di  Irma  Cramatica  alla 
ribalta,  non  sfugga  lo  stato  d'animo  nel  quale  oi'a  l'attrice  si  trova. 
Ella  è  accompagnata  dal  successo,  ella  è  accompagnata  dalla  lode 
della  critica,  un  po'  eccessiva  spesso,  ma,  come  si  fa,  è  1'  aria  del 
paese;  e,  quel  che  più  importa,  ella  è  certamente  un'attrice  clie,  per 
l'ingegno  e  per  lo  studio,  va  annoverata  tra  le  rare  giovani  attrici 
che  hanno  il  diritto  di  aspirare  alla  personalità.  Ora,  da  che  deriva 
l'ineguaglianza  che  pur  si  rileva  tra  le  sue  interpretazioni,  spesso  in  una 
stessa  interpretazione  ?  Come  avviene  che   Irma   Gramatica  sia   pre- 

44  Voi.  evi,  Serie  IV  -  16  agosto  1903. 


69()  I.A    SCENA    DI    PHOSA 

cisa,  quasi  impeccabile  nella  visione  e  nella  espressione  delle  crea- 
ture che  è  chiamata  a  impersonare  sulla  scena:  e  a  volte  appaia, 
non  inferiore,  ma  non  assolutamente  adatta  alla  interpretazione  e 
vita  di   altre  creatuie  "' 

A  leggermente  osservare  si  [)otrebbe  credere  trattarsi  di  una  me- 
schinità di  palcoscenico.  Cioè  a  dire  :  le  ineguaglianze  seguono  perchè 
l'attrice  (|uesto  preferisce  e  queilo  no.  doliti  cafiricci  di  giovani  «  prime 


Irniii  (ìi-amatioa. 


attrici  »,  chiamiamole  cosi,  offuscate  nel  giudizio  dalle  vanità.  E 
invece  così  non  è.  Non  è,  in  ispecie  per  quanti,  come  me.  ricordan 
rattrice  fin  dai  primi  passi,  e  sanno  tutta  la  virtù  di  tenacia,  e  di 
propositi,  e  di  fatica  da  Irma  Gramatica  adoperata  per  la  conquista 
del  posto  nel  quale  ora  si  trova.  E  neppure  le  ineguaglianze  se- 
guono per  la  lotta  dell'attrice  nel  desiderio  di  liberarsi  dall'ineso- 
rabile prej)otenza  di  ricordi  di  maestra  gloriosa.  La  (Iramatica  fu 
neirinizio  della  sua  vita  dell'arte  prediletta  da  Kleonora  Duse:  ma  ella 
dail'eseni])lo  lia  tratto  la  >avia  scuola  :  e  cioè  l'indicazione  della  buona 
via.  ma  ugualmente  la    lil)ertà  della  ricerca  per   la  formazione    della 


LA    SCENA    DI    PROSA  691 

propria  personalità,  quando,  appunto  come  è  il  caso,  si  lia  l'ingegno 
ed  il  volere  per  raggiungere  una  meta. 

La  ragione  va  trovata  altrove.  Essa  risiede  in  qualche  cosa  che 
torna  a  lode  delFattrice  per  la  preoccupazione  che  la  possiede  ora, 
ma  che  contemporaneamente  dimostra  un  errore  nel  quale  cadono 
i  giovani  attori,  quelli  specialmente  nati  alle  probabilità  d'un  av- 
venire :  errore  che  li  fa  soffrire  nell'intimo,  e  che  si  rivela  nelle  con- 
seguenze. Ed  è  appunto  a  questo  che  io  voglio  accennare  per  la 
Gramatica,  per  il  Talli,  ed  anche  per  il  Calabresi  :  ciascuno  per  ra- 
gioni diverse.  Accennare  :  osservando  che  dai  molti  anni  ormai,  da 
quando  cominciai  a  dedicarmi  negli  studi  alla  scena  di  prosa,  non  ho 
mancato  mai  di  rilevare  e  ricordare  ai  giovani.  Al  ricordo,  al  rilievo 
si  aggiunge  ora  un'altra  documentazione  :  documentazione  partico- 
larmente significante  poiché  riguarda  attori,  e  giovani,  che  meritano 
il  successo  e  la  fortuna  che  instancabili  li  accompagnano. 

Qual'è  l'errore"?  Ecco:  meglio  sarebbe  chiamarlo  :  oblio.  Si  tratta, 
della  coltura.  Ma  mi  si  intenda  bene.  Irma  Gramatica.  il  Talli,  in 
ispecie,  eil  Calabresi  sono  attori  tra  i  colti  della  nostra  scena  di  prosa. 
Essi  non  vanno  confusi  nel  gregge,  gregge  con  illustri  e  senza,  barcol- 
lanti nell'ignoranza.  Sono  colti  attori;  e  lo  provano  dalle  conversazioni 
a  proposito  dell'arte  nelle  loro  interpretazioni  sulla  scena:  si  può  anche 
dire  che  la  coltura  li  abbia  sorretti  nelle  ardue  prove,  e  conferito  ad 
essi  un  grado  di  eletti  sul  palcoscenico  italiano  contemporaneo.  Ma 
non  è  di  questa  coltura  generale  che  parlo  :  dico  di  quella  dell'arte 
loro,  che  se  pure  non  acquistata  a  tempo,  quando  giunge  successo  e 
fortuna  gli  attori  dovrebbero  affrettarsi  a  ricercare.  La  coltura  dell'arte 
loro;  e  cioè  quali  le  vicende  di  (pieslo  palcoscenico  sul  quale  -  com'è 
il  caso  della  Gramatica,  del  Talli,  del  Calabresi  -  vi  sono  pur  persone  che 
richiamano  l'attenzione,  l'interesse  e  l'omaggio  della  gente  raccolta 
in  una  sala  da  teatro  ;  e  con  le  vicende  l'opera,  universale,  che  gli 
scrittori  per  i  gradi  dell'  illustre  gerarchia,  su,  in  alto,  a  Molière  a 
Shakespeare  sovrani,  in  tutti  gli  ideali,  han  mandato  su  questo  pal- 
coscenico. Conoscere,  studiare,  approfondire  quell'opera,  alimentarsene 
lo  spirito,  ritornarvi  come  a  securo  conforto,  a  secura  guida,  a  porto 
securo. 

Tralascio  di  insistere  sul  benefìcio  che  da  quello  studio,  assiduo 
e  severo,  deriva  alle  attitudini,  nell'  arrobustir  dell'  ingegno,  nella  for- 
mazione del  criterio  dell'attore,  norma  per  le  audacie  e  per  le  prove: 
ma  rammento  che  anche  per  alcuni  fatti  che  si  danno  nella  spirituale 
vita  dell'  arte,  e  dei  quali  l'attore  non  sa  spiegarsi  pure  risentendone 
i  fenomeni,  quello  studio  sarebbe  fune  di  salvazione  che  trae  a  riva 
tranquilla  dai  pericoli  che  posson  svigorire  l' ingegno,  allontanare  dal 
fine  che  già  s' intravvede,  correggere  errori  minaccianti  le  belle  am- 
bizioni di  vittorie. 

Ed  ecco  perchè  la  Gramatica  si  trova  in  una  penosa  situazione  dello 
spirito,  pur  con  1'  ingegno  che  ha.  pur  con  le  prove  che  novera.  Quelle 
che  paiono  ineguaglianze  nelle  sue  manifestazioni  alla  ribalta,  sono 
appunto  indizi  e  sintomi  di  quella  penosa  situazione  dello  spirito. 
Né  r  attrice  può  sottrarvisi.  Precisamente  la  forza  che  le  deriva  dal- 
l'ingegno e  dalle  prove  determina  il  particolare  stato  d'animo.  Irma 
Gramatica  è  alla  ricerca  della  sua  personalità.  Potenzialmente  sente 
di  potere  elevarsi  alla  personalità;  ma  nella  ricerca  non  ha  la  visione 
sicura.  Ella  più  di  ogni  altro  capisce  di  trovarsi  adatta  in  alcune  Inter- 


69i2  LA    SCENA    DI    PROSA 

prelazioni  e  in  altre  a  disagio,  ma  confusamente;  e  dalla  contusione 
risullano  le  ineguaglianze  che  1'  attrice  impacciano,  atTaticauo. 

Se  alla  Gramatica  non  facesse  difetto  (piella  coltura  speciale  del- 
l' arte  sua,  se  nella  ricerca  fosse  confortata  dal  ricordo  delle  letture, 
avrebbe  già  trovato  la  individualità  che  vagheggia,  -  il  suo  destino. 
Nella  sua  mente  non  sarebbero  solo  memorie  frammentarie  di  re])ertoiì, 
ma  un  chiaro  quadro,  vastissimo,  di  creature  ;  ed  ella  si  sentiiebiie 
chiamata  da  queste  più  che  da  quelle,  anzi  nei  suoi  studi  già  di  molte 

avrebbe  vissuta  la  vita, 
e  sarebbero  le  buone  com- 
pagne che  le  dischiude- 
rebbero la  \ia  della  meta. 
Poiché  non  è  nei  repertori 
.  delle   attuali    compagnie, 

f;  |(  qualunque   sia   il    grado, 

che  è  concesso,  tranne 
per  caso  e  per  fuggevole 
istante,  trovare  la  pro- 
pria individualità;  occoiie 
guaiolare  })iù  alto  e  più 
lontano,  ed  è  a  traverso 
cpielli  studi  che  più  alto  e 
più  lontano  si  guarda. 


Un  altro  esempio.  Il 
Talli.  Il  valore  dell'  attore 
lo  ha  portato  al  successo; 
ma  anche  al  maggiore 
|)remio  che  si  possa  desi- 
derare sulla  scena.  Egli  è 
direttore.  Ha  cura  d'ani- 
me; e  per  parecchi  dei  do- 
veri del  direttore,  il  Talli 
è  meritevole  della  fortuna 
incontestata  che  gli  arri- 
de. Per  parecchi,  ho  detto. 
Vii-'i-iiio  Talli  Quali  sarebbero   gli  altri 

che  ancora  non  ha,  e 
dovrebbe  invece  ambire"? 
Quelli  appunto  che  egli  certamente  vedrebbe  se  anche  al  Talli  non 
facesse  difetto  la  conoscenza  che  alla  Gramatica  contende,  o  rende 
aspra,  la  ricerca  della  personalità.  Caso  uguale  nel  principio,  diverso 
nelle  conseguenze  per  le  condizioni  diverse. 

Virgilio  Talli  è  giovane.  Due  volte  è  stato  direttole  di  compagnie; 
tutte  le  due  volte,  pure,  per  il  grado  e  l'indole  della  compagine,  de- 
gnamente. Nella  prima  prova,  anzi,  pareva  che  egli  volesse  dare  al 
nucleo  di  attori  da  lui  governato  un  tipo  completo,  che  sarebbe  stato 
qualche  cosa  di  più  di  una  intenzione  Ì)uona  :  un  esempio  fecondo  di 
benefici  per  il  palcoscenico,  nel  genere  e  nel  grado  che  il  Talli  mostrava 
vagheggiare.  Oi-a  egli  ugualmente  riconferma  certe  ipialità  egregie 
di  direzione  che  sono  tra  le  principali  ragioni  del  grado  e  della  ven- 
tura della  ditta    «  Talli-Gramatica-Calabresi  ».  Ma...   Ma,   ecco:  se   il 


I.A    SCENA    DI    PROSA 


«93 


li  possedesse  ]a  coltura  dell'arte  sua  della  quale  discorro,  quale 
.;.>ria.  e  mi  si  permetta  di  dire,  quale  alloro  non  conquisterebbe 
ili  mai  ! 

Quella  coltuia  gli  farebbe  governare  non  solo  le  attitudini  degli 
attori  indirizzandoli,  per  quello  cbe  possono,  specie  i  giovani  alle  sue 
cure  affidati,  verso  le  sicure  vie.  come  ora  compie,  e  lodevolmente  compie  ; 
gli  farebbe,  anche  come  ora  compie  e  sempre  lodevolmente,  guidare  non 
;olo  i  quadri  scenici 
nella  singolare  inter- 
pretazione e  nella  in- 
terpretazione d'insie- 
me: ma  gli  darebbe, 
inoltre,  la  visione  del 
repertorio,  che  egli, 
ora.  secondo  le  con- 
suetudini, certo  con 
decoro,  forma  o  se 
condo  le  tradizioni 
della  ribalta  o  con 
l'attesa  di  quanto  of- 
fre la  voga  e  il  mer- 
cato. Se  avesse  egli 
quella  coltura...  Ap- 
punto il  l'icordo  degli 
studi  lo  aiuterebbe  a 
comporre  i  repertori, 
non  con  lausilio  del- 
le consuetudini,  della 
voga  e  del  mercato; 
ma  -  fortuna  maravi- 
gliosa  particolarmen 
te  per  le  giovinezze 
che  egli  addeslia  e 
guida  -  spontanea- 
mente cercando  e  tr<i 
vando. 

Da  questa  ven- 
tura sul  palcoscenico, 
deriverebbe  l'altra  di 
là  dal  palcoscenico  : 
e  cioè  tutta  una  edu- 
cazione dello  spirito. 

necessai'ia.  direi  doverosa,  a  spettatori,  a  critici,  ad  autori  drammatici. 
Virgilio  Talli  potrebbe  essere  così  l'aspettato,  l'invocato  per  le  sorti  della 
scena  paesana:  poiché,  ora  specialmente  clie  giovani  scrittori  si  avan- 
zano alle  porte  del  teatro  di  prosa  con  serietà  che  richiama  interesse  e 
rispetto,  è  da  un  direttore,  precisamente  e  altamente  inteso,  che  può 
segnarsi  una  data  di  sorte  avventurata  per  la  scena  di  pro.sa  italiana. 
Qual  nobile  sogno!  Quale  ambizione  magnifica!  Quella  coltura  darebbe 
al  Talli  il  desiderio  ardente  di  tanto  sogno  e  di  tanta  ambizione  :  ma 
anch'egli  quella  coltura  ha  dimenticato  ;  e  gli  è  negata  la  meta  che 
avrebbe  resa  mirabile  la  sua  vita  dell'arte,  e  della  quale  sente  nell'a- 
nima il  desio. 


Oreste  Calaliresi. 


694  T-A    SCENA    DI   PROSA 

Ultima  documentazione.  II  Calabresi.  Oieste  Calabresi  ha  anch'egli 
bene  meritato  il  successo.  Ed  egli  giunge  di  lontano.  Di  lontano:  dall( 
sconsolate  povere  scene  che  spesso  logorano  i  cervelli,  fiaccano  \r 
volontà.  La  sua  conquista  è  fatta  di  dolore  e  di  tenacia.  Ed  è  riuscito. 
Certo  ora  va  ascritto  tra  gli  attori  migliori  della  scena  italiana . 
nelle  particolari  espressioni  che  1"  ingegno  gli  largisce,  e  con  giusta 
larghezza.  Egli  è  giunto  anzi  anche  a  un  risultato  che  alla  ribalta 
rappresenta  il  più  degno  grado;  e  cioè,  di  aver  così  precisamente  vis- 
suto qualche  tipo,  che  il  tipo  è  rimasto  patrimonio  assoluto  dell'attoi'c 

Ma  anche  il  Calabresi  è  una  prova  di  un  altro  danno  di  quel  difetto 
di  coltura  speciale  dell'arte  sua.  Quel  difetto  contende  alla  Grama- 
tica  di  trovare  ancora  la  sua  personalità:  quel  difetto  nega  al  Talli 
di  affermare  l'idea  d'una  scena  italiana  altamente  e  solennemente  detta: 
e  quel  difetto  mostra  qual  danno  cagiona  ad  un  attore,  e  un  attore 
quale  il  Calabresi,  l'essere  costretto  in  determinati  confini:  confini 
ristretti,  per  la  ricerca  delle  interpretazioni,  in  quel  che  capita  o  nel 
repertorio  tradizionale  preparato  in  palcoscenico. 

Il  Calabresi  non  sa  come  per  le  manifestazioni  del  suo  ingegno, 
con  la  guida  di  quella  coltura,  per  tutto  quanto  offre  il  vasto  campo, 
egli  potrebbe  tiovar  modo  di  svolgere  più  ampiamente  le  adatte  fa 
colta  sue:  svolgere  più  ampiamente  e  acquistare  in  grado  e  in  affer- 
mazioni. E  ancora:  salvarsi  da  un  pericolo  che  più  che  da  altro  deriva 
dal  determinato  confine.  Vale  a  dire:  un  attore  ha  ottenuto  un  grande 
successo  in  una  interpretazione:  il  fragore  di  quel  successo  gli  resta 
negli  orecchi,  il  fulgore  di  quel  successo  gli  resta  negli  occhi:  e  allora 
l'attore  non  sa  più  staccarsi  da  quella  visione,  la  porta  nell'anima 
<*ostante,  e  pur  contro  la  volontà  trasfonde  le  ragioni  di  quel  successo 
nelle  altre,  e  diverse,  interpretazioni.  Se  per  la  coltura  speciale  del- 
l'arte sua,  il  Calabresi  avesse  provato  l' ingegno  in  manifestazioni 
molte  e  varie,  e  di  ben  altri  gradi,  un  attore  della  sua  levatura  non 
cadrebbe  in  questo  errore  da  primo  passo,  e  quali  affei-mazioni  non 
darebbe  di  personalità!  Appunto  di  personalità. 

Perchè,  sia  detto  per  tutti,  attori  in  cappamagna  e  attori  in  farsetto, 
l'oblio  della  coltura  speciale  dell'arte  loro  compromette  quella  che 
dovrebbe  essere  la  sacra  ambizione  di  chi  si  avvia  alla  scena:  la  per- 
sonalità -  per  «  personalità  »  dell'attore  intendo  solo  l'elevarsi  sul  livello 
comune  pel  dovere  dell' interprete:  -  nella  singola  fortuna,  e  ne'  vari 
uffìcii  nobilissimi  che  oltre  la  singola  fortuna,  per  il  fine,  il  dovere, 
la  gloria  dell'arte,  sul  palcoscenico  si  è  chiamati  ad  assumere. 

EOOARDO    BOUTET. 


L'ELEZIONE   DI  PIO  X 


I. 

A  quanto  pare.  la  fazione  Rampolliana  del  Sacro  Collegio  ha  ten- 
tato di  rifare  ai  suo  Capo  una  virginità  politica,  spargendo  e  confer- 
mando la  voce  che  all'elezione  dell'ex-Segretario  di  Stato  era  stato  op- 
posto il  Veto  dall'  Austria.  Poiché  il  dirlo  candidato  della  Francia 
non  gli  era  bastato  per  riuscire,  si  è  almeno  voluto  ottenere  -  in  vista 
di  chi  sa  quali  altri  e  diversi  eventi  futuri  -  una  popolarità  tutta  nuova 
per  l'uomo  che,  in  Italia  ed  in  tanta  altra  parte  della  cattolicità,  non 
aveva  lavorato  che  a  crearsi  antipatie. 

L'Austria-  diciamolo  pure-  non  è,  ad  onta  dell'alleanza,  eccessi- 
vamente amata  in  Italia:  e,  se  anche  all'atteggiamento  psicologico 
sentimentale  di  molti  italiani  verso  di  essa  non  contribuissero  i  ricordi 
di  un  passato,  cui  la  politica  seguita  nella  Venezia  Giulia  dà  il  carattere 
di  una  attualità  permanente,  il  fatto  della  visita  Reale  a  Menna  non  re- 
stituita per  amore  del  \'aticano.  getterebbe  sempre  un'oml)ra  sulle  re- 
lazioni fra  ì  due  paesi,  anche  se  i  due  Governi  fossero  d'accordo  nel 
ritenere  chiusa  quella  partita. 

11  Rampolla  ed  i  Rampolliani.  che  si  sono  mostrati  sin  qui  anti- 
taliani.  vellicavano  dunque  cosi  la  fibra  nazionale  in  ciò  che  essa  ha 
di  più  sensibile  ;  e,  sia  pure  contraddicendo  alla  propria  indole,  alla 
propria  condotta,  dato  che  dovevano  entrare  nell'ombra,  o  nella  pe- 
nombra, hanno  forse  contato  di  prepararsi  in  tal  modo  i  primi  ele- 
menti di  una  nuova,  diversa  incarnazione. 

.Ma  la  voce  del  Veto  è  stata  smentita,  almeno  nella  forma  dram- 
matica in  cui  prima  si  disse  che  s'era  prodotto:  in  una  solenne  dichia- 
razione personale,  cioè,  del  cardinal  di  Corona  Gruscha.  arcivescovo 
di  Vienna,  pronunciante  a  tutte  letteie  il  nome  del  Rampolla;  e  in  una 
non  meno  solenne  protesta  che  il  Rampolla  avrebbe  subito  alla  sua 
volta  declamato,  con  volto  e  con  accento  da  primo  attore.  Ed  ecco  che 
si  cerca  di  fai-  circolare  una  seconda  versione,  non  più  credibile  della 
prima. 

Il  Veto  non  sai  ebbe,  dunque,  stato  volontà  ed  atto  dell'Austria,  bensì 
della  Germania:  la  ijiiale  però,  non  potendo  quale  Stato  protestante 
intervenire  direttamente  per  mezzo  del  suo  cardinale  Kopp,  si  sarebbe 
valsa  dell'Austria,  non  già  col  mezzo  del  Gruscha,  ma  con  la  voce  del 
Pyzyna,  arcivescovo  di  Cracovia.  Bene  scelto  come  si  vede!  Quasi  che  i 
polacchi  fossero  nei  migliori  termini  col  Governo  di  Berlino,  invece  di 
costituire  una  delle  sue  preoccupazioni,  per  quell'ostinata  ostilità  in  cui 
si  accomunano  contro  la  egemonia  prussiana  tutte  le  classi  del  popolo,  e 
contro  la  quale  non  sono  bastate  sin  qui,  ne  la  snazionalizzazione  del 


696  l'elej'.ione  di  pio  x 

suolo  tentata  da  Bismarck,  né  quei  dolorosi  processi  contro  scolaretti 
quasi  ancora  fanciulli,  che  hanno  destato  di  recente  un'eco  cosi  com- 
passionevole in  tutta  Eurojia. 

11  Veto  adunque  non  vi  è  stato,  seppure  vi  è  stata  da  i)arte  del 
Gruscha,  del  Pyzyna  o  di  altro  cardinale  austro-germanico  -  d'accordo 
con  molti  altri  stranieri  e  con  alcuni  italiani  -  una  generica  ed  imper- 
sonale raccomandazione  per  una  scelta  che  significasse  una  preoccu- 
pazione politica  meno  ac(^entuata  di  (|uella  che  aveva  caratterizzato 
il  pontificato  di  Leone.  E  non  vi  è  stato  il  Veto,  non  solo  perchè  erano 
prevedibili  le  complicazioni  che  ne  sarebbero  derivate  in  (Jonclave,  con 
conseguenze  spiacevoli  anche  per  clii  l'avrebbe  proposto  ;  ma  perchè 
né  l'Austria,  né  la  Germania  avevano  alcun  interesse  a  prendere  cosi 
apertamente  partito  contro  una  candidatura  Rampolla,  che,  malgrado 
tutto,  avrebbe  potuto  ancora  trionfare. 

E  invero,  perchè  la  Germania  si  sarebbe  mostrata  sì  avversa  al- 
l'ex-Segretario  di  Stato?  Per  la  politica  di  costui,  francotìla  ad  ogni 
costo?  Ma,  anzitutto,  la  Germania,  Guglielmo  11  tengono  ora  con 
la  Francia  i  migliori  rapporti,  e  se  anche  sotto  all'apparente  cordia- 
lità vi  fosse  un  secondo  fine,  come  il  Governo  germanico,  come  l'I m- 
iwratore  avrebbero  potuto  pretendere  dal  Vaticano  che  tenesse  una 
linea  di  condotta  piuttosto  che  un'altra  verso  la  Francia,  a  proposito 
di  questioni  altrettanto  leligiose  che  di  politica  interna?  Che  cosa 
poteva  importare  alla  Germania,  all'  Imperatore,  che  in  Vaticano  si 
parteggiasse  per  Waldeck-Rousseau  e  magari  per  Combes,  persecutori 
delle  Congregazioni  ? 

Poteva,  doveva  bensì  loro  importale  clie  dal  \'aticano  non  si  po- 
nesse ostacolo  alla  politica  interna  ed  internazionale  del  Governo  im- 
periale; non  si  aveva  diritto  di  pretendere,  ma  si  poteva  desiderare, 
che  a  quella  politica  si  ]iiestasse  aiuto.  Ora,  è  questo  che  precisamente 
si  fece  sempre  dal  Poideflce  defunto  col  suo  ultimo  Segretario  di 
Stato  non  meno  che  coi  precedenti.  Gome  con  tutti  gli  altri  Governi 
esteri,  coerentissima  fu  a  tale  proposito,  ed  in  tale  senso,  la  politica  di 
Leone  XIll,  dalla  notificazione  del  suo  avvento  fatta  a  Guglielmo  1,  sino 
al  concorso  dato  nelle  recenti  elezioni  a  Guglielmo  II.  1  tj-e Imperatori, 
i  quattro  fiancellieri,  otteiniero  dal  Pontefice  tutto  ciò  die  ne  deside- 
ravano, dal  primo  all'ultimo  giorno.  Né  il  francofilismo  di  {{ampolla 
menomò  la  germanofilia  di  quel  Pontificato.  E  questo,  nella  jiolitica 
internazionale,  appunto,  non  meno  che  nella  interna:  tanto  è  vero  che 
nel  suo  viaggio  in  Terra  Santa  Guglielmo  II  parve  un  ra]>presentante  del 
Vescovo  di  Roma  non  meno  che  il  successore  di  Lutero,  ed  in  Oriente, 
nell'Estremo  Oriente,  la  questione  del  protettorato  sui  cristiani  si  è 
svolta,  da  Bismarck  ad  oggi,  e  si  è  chiusa,  per  quanto  si  riferisce  ai 
tedeschi,  come  il  Governo  di  Berlino  aveva  desiderato. 

Che  cosa  avrebbe  potuto  attendeisi  di  meglio  la  Germania  da  un 
Papa  e  da  un  Segretario  di  Stato  francofobi  ?  Come  adunque  e  perchè 
avrebbe  essa  avuto  interesse  a  tare  escludere  il  RiimpoUa,  col  rischio 
di  provocare  contro  di  sé  l'opposizione,  l'antijiatia  di  tutt'i  cattolici,  a 
incominciare  dai  suoi,  per  quell'attentato  alla  indipendenza  della  Chiesa 
e  del  suo  supremo  corpo  etettoi'ale? 

Quanto  all'  Austria,  die  cosa  ha  mai  essa  chiesto  al  Vaticano, 
durante  il  governo  del  Rampolla,  che  non  ne  abbia  ottenuto?  Basta 
citare  la  slavizzazione  della  Chiesa  latina  a  Trieste,  nell'Istria,  in  Dal- 
mazia, a  dimostrare  che  ebbero  nel  Rampolla  un  efficace  coadiutore 


"TD  T  f^         '^^  (Riproduzione  interdetta). 

Schizzo  dal  vero  di  B.   CASCELLA.  fatto  all'Incoronazione. 


G98  i/ei,ezio.ve  di  pio  x 

quei^li  elementi  politici  prevalenti  a  Menna  che  credono  ancora  sia  un 
mezzo  et'tìcace  contro  rirredentismo  la  violenza  multi  forme  usata  con- 
tro gl'itiliani  dell"  Impero,  quantunque  questi  abbiano  portato  sul 
terreno  costituzionale  la  ditesa  della  loro  nazionalità. 

Ma,  poiché  questi  fatti  sono  altrettanto  noti  che  eloquenti,  vi  è  chi 
considera  la  questione  sotto  un  altro  aspello,  e  mostra  di  credere  che 
il  Veto  non  sia  tanto  venuto  dall'Austria  o  dalla  Germania  singolar- 
mente, quanto  complessivamente  dalla  Triplice.  Ora.  è  bensi  vero  che 
in  altro  momento,  nel  1895.  Ausilia  e  Germania  furono  officiate  dalla 
Consulla,  per  mezzo  del  cardinale  (THolienlohe.  a  studiare  insieme  la 
opportunità  di  valersi  del  Veto  nell'interesse  comune,  date  certe  even- 
tualità nel  futui-o  Conclave.  Ma  è  anche  vero  che  quella  iniziativa  non 
ebbe  altro  seguito,  per  la  caduta  di  quel  Ministero  e  per  la  solita  incon- 
seguenza della  politica  governativa  italiana.  È  pure  a  notarsi  che  il 
Gabinetto  italiano  non  faceva  una  proposta  esplicita,  ma  si  limitava  a 
porre  un  quesito  in  modo  puramente  teoretico,  essendo  debito  di  ogni 
Governo  oculato  presentarsi  preparalo  ad  ogni  evento  anche  meno  pro- 
babile, e  con  più  corde  al  proprio  arco. 

Ed  è  inoltre  da  osservare  tjuesto  :  che,  mentre  i  trattati  della  Tri- 
plice non  fanno  obbligo  alla  Germania  ed  all'Austria  d'intervenire  di- 
rettamente nella  questione  vaticana,  e  si  limitano  alla  reciproca  ga- 
ranzia territoriale,  i  due  Governi  di  Berlino  e  di  Menna,  per  quanto 
leali  verso  di  noi  ed  animati  da  sensi  sinceramenti  amichevoli,  po- 
trebbero -  è  cosa  umana  !  -  non  essere  poi  dolentissimi  che  l'attenzione 
dell'Italia  fosse  in  parte  sempre  costretta  a  rivolgersi  verso  il  Vaticano, 
poiché  con  un  Vaticano  amico  l'Italia  potrebbe  forse  con  maggior  si- 
curezzi  aprire  i  vanni  a  più  alti  e  vasti  voli  internazionali. 

Infine,  dato  anche  che  Germania  ed  Austria,  con  assoluto  di- 
sinteresse e  con  esemplare  abnegazione,  avessero  acconsentito  al  rischio 
di  scottarsi  al  braciere  \'alicano  per  puro  amor  nostro,  forse  che  l'Italia 
era  davvero  nella  necessità  di  chiedere  loro  questa  grande  prova  di 
amicizia,  proprio  e  solo  per  evitare  l'elezione  di  Rampolla"/  Il  Ram- 
polla non  ci  era  stato  amico  certamente  ;  certamente,  egli,  .seguendo 
in  ciò,  del  resto,  il  disegno  primitivo  di  Leone,  aveva  cercato  di  coa- 
lizzare contro  1"  Italia  il  Vaticano  con  tutto  il  mondo,  a  incominciare 
dalla  Francia.  Ma  con  quale  risultato  nella  politica  internazionale"? 
(.)uelio  di  vedere,  a  incominciare  dalla  Francia,  tutto  il  mondo  amico 
dell'Italia. 

E.  in  fatto  di  politica  interna,  si  sa  come  finì  la  coalizione  clerico- 
demagogica  del  1898:  nei  fatti  di  Milano.  Gli  ebrei,  dunque,  non  ave- 
vano potuto  compiacersi  della  maledizione  del  Profeta  Balaam,  [ìiù  che 
l'Italia  non  abbia  avuto  ragione  di  rallegrarsi  dell'ostilità  del  Rampolla. 

In  queste  condizioni,  l' Italia  non  aveva  alcun  interesse  a  fare  op- 
porre il  Veto  alla  di  lui  candidatura;  anche  astraendo  da  ciò:  che  la 
miglior  politica  che  le  convenga  di  fronte  al  Vaticano  è  l'astensione: 
e  che  qualunque  ingerenza,  diretta  od  indiretta,  nella  eiezione  del 
Papa  sarebbe  riuscita  per  essa  compromettentissima. 

Veto  dunque  non  vi  fu,  perchè  non  poteva  esservi;  il  cardinale 
Rampolla  non  ebbe  l'esclusiva  dall'Austria,  ne  per  conto  dell'Austria, 
né  per  conto  della  Germania,  né  per  conto  dell'Italia.  Epperò.  esli 
non  é  stato  la  vittima  della  Triplice. 

Come  candidato  della  Triplice  non  é  stato  il  cardinale  Sarto:  come 
Papa  della  Triplice  non  è  Pio  X. 


l'elezione  di  pio  X  699 


H. 

L'elezione  di  Pio  X  è  stata  una  contraddizione  in  termini.  La  sua 
candidatura  è  sfata  fatta  trionfare  nel  Sacro  Collegio,  e  dal  Sacro  Col- 
legio, in  odio  a  Rampolla;  e,  mentre  il  Rampolla  avrebbe  potuto  e 
dovuto  essere,  seppur  non  fu,  il  candidato  del  Governo  di  Francia,  si 
dolgono  del  di  lui  insuccesso,  per  quanto  cercliino  dissimularlo,  quei 
giornali  francesi  precisamente  che  si  erano  schierati  contro  la  politica 
del  Conibes,  quindi  del  Rampolla,  che  l'appoggiava.  Proposta,  soste- 
nuta come  una  protesta  dei  cardinali  stranieri  e  di  alcuni  italiani 
non  residenti  a  Roma  contro  la  consorteria  della  Curia,  è  stata  fatta 
trionfare  da  alcuni  cardinali  di  Curia,  avversi  al  Rampolla.  Descritta 
agli  elementi  del  Sacro  Collegio  meno  esperti  dell'ambiente  italiano 
come  la  candidatura  che  meglio  rispondeva  al  desiderio  internazio- 
nale di  un  Papato  piii  religioso  che  politico,  ha  portato  alla  elezione 
di  un  Papa  che,  come  vescovo  e  come  cardinale,  ha  fatto  ancor  più 
religione  politica  che  politica  religiosa.  E  che  Pio  X  non  intenda 
smentire  i  precedenti  del  cardinale  Sarto  si  può  presumere  dal  nome 
voluto  assumere  :  il  quale  non  potrebbe  avere  un  significato  piìi  espli- 
cito, dato  che  un  significato  abbia  avuto  nella  mente  di  clii  lo  ha  scelto. 

Per  una  di  quelle  antinomie  che  si  verificano  spesso  nella  storia 
degli  eventi  e  nella  vita  degli  uomini,  e  che  non  sono  così  capricciose 
come  apparirebbe  a  prima  vista,  il  nome  di  Pio  recato  sulla  sedia  di 
Pietro  è  sfato  quasi  sempre  per  la  Chiesa  sinonimo  di  tendenze  e  di 
fatti  ben  diversi  da  quelli  che  pareva  indicare. 

Nulla  si  sa,  è  vero,  di  Pio  1,  appartenuto  al  ]teriodo  leggendario;  e 
di  Pio  II  si  è  potuta  onorare  la  Cliiesa,  non  solo,  ma  l'umanità.  Se 
però  vanto  principale  di  Pio  III  fu  l'essere  nipote  del  suo  predecessore, 
incomincia  poi  subito  la  serie  dei  Pio  essenzialmente  politici  e  non 
beneticamente  religiosi,  e  si  accentua  il  divorzio  fra  la  Santa  Sede  e 
la  società  del  suo  tempo.  Col  Medici  di  Marignano  ha  pratica  sanzione 
quel  Concilio  di  Trento  che  fu  la  pietra  sepolcrale  per  la  intellettua- 
lità della  Chiesa,  e  ricondusse  questa  al  fanatismo,  di  cui  Papa  Ghi- 
slieri  doveva  essere  poi  si  terribile  rappresentante.  Per  essi,  la  dottrina 
di  Cristo  più  che  mai  si  trasformava  in  un  regime  di  oppressione  e,  oc- 
correndo, di  sangue. 

Nei  due  secoli  e  più  che  corsero  da  Pio  IV,  da  Pio  V,  a  Pio  VI, 
erano  bensì  mutate  le  condizioni  del  mondo;  ma,  prima  ancora  che 
scoppiasse,  così  brutale,  cosi  violenta,  la  bufera  rivoluzionaria  francese 
contro  la  Chiesa,  Papa  Braschi  -  la  cui  figura  è  stata  agli  occhi  di 
tutti  gli  spiriti  gentili  idealizzata  dal  martirio  -  aveva  trovato  modo  di 
venire  a  conflitto  col  Tanucci  e  con  Giuseppe  11;  e  la  ragione  non  era 
certo  con  lui.  11  Tanucci  fu  uno  degli  spiriti,  non  solo  più  illuminati, 
ma  più  equilibrati  del  suo  tempo,  epperò  previde  bensì  e  volle  pre- 
parare il  futuro,  ma  senza  eccedere  mai  nella  forma  e  nella  sostanza; 
ciò  che  egli  chiedeva  alla  Santa  Sede  andava  piuttosto  a  benefìcio 
che  a  danno  della  Chiesa  istessa,  oltre  che  dello  Stato:  ma  Pio  VI  non 
lo  comprese.  Di  Giuseppe  li  si  disse  bensì  che 

il  ben  lo  fece  male, 
il  mal  lo  fece  bene, 


700  l'elezione  di  pio  x 

ina  sarebbe  puerile  il  negare  la  scossa  che,  in  senso  razionalmente 
progressista,  egli  diede,  non  solo  all'Impero,  ma  a  tutta  l'Europa;  e 
se  egli  usò  a  Pio  V'I  pochi  riguardi  personali,  quando,  pellegrino  apo- 
stolico, il  Papa  si  lecò  a  Vienna,  troppo  presumendo,  piuttosto  vanitoso 
t'om'era,  della  sua  iiitluenza  personale,  non  era  meno  oiiportuna  ed 
utile  e  legittima  la  politica  religiosa  dell'Imperatore.  Se  poi  nel  contlitto 
di  Pio  VI  con  la  rivoluzione  francese  non  mancarono  a  questa  i  più 
gravi  torti  formali,  se  imperdonabili  furono  i  modi  usati  verso  un 
vecchio,  comunque,  venerabile,  certo  la  politica  del  Papa  offrì  assai  più 
ragioni  che  pretesti  alla  violenza  di  cui  fu  vittima. 

Gregario  Barnaba  Chiaramonti  -  la  cui  elezione  usci  dopo  tante  vi- 
cende e  tante  lotte  da  ipiel  Conclave  di  Venezia,  il  cui  ricordo  do- 
vrebbe pure  non  essere  muto  alla  mente  di  Giuseppe  Sarto  -  parve, 
quando  fu  scelto,  non  soltanto  una  rivolta  contro  le  imposizioni  au- 
striache, ma  r  uomo  complessivamente  più  conforme  a  quello  spirito 
dei  tempi  che,  ad  onta  di  tutto,  non  aveva  potuto  a  meno  di  penetrare 
nel  Sacro  Collegio.  Di  lui  si  ricordava  la  Omelia  rimasta  celebre  del  1798. 
(piando,  vescovo  ad  Imola,  non  aveva  avuto  riguardo  di  proclamare 
dal  pulpito  dopo  l'arresto  di  Pio  VI,  che  «  la  forma  democratica  non 
ripugna  al  Vangelo  »,  concludendo  :  «  Seguite  il  Vangelo  e  sarete 
la  gioia  della  Republica,  siate  buoni  cristiani  e  sarete  ottimi  demo- 
cratici ».  Ma  come  Papa,  Pio  VII  non  ebbe  poi  riguardo  di  venire  in 
contraddizione  con  ciò  che  aveva  detto  come  vescovo:  e  ad  onta  di 
alcune  innegabili  benemei-enze  -  sue  o  del  cardinale  Consalvi  -  non 
può  dirsi  che  nel  suo  contlitto  con  Napoleone  tutti  i  torti  fossero  dalla 
parte  di  questi,  né  che,  ad  onta  della  sua  vecchia  professione  di  fede 
democratica,  egli  non  abbia  voluto  anzitutto  regnare  da  sovrano  as- 
soluto. 

Né  il  brevissimo  pontificato  impedì  a  Pio  Vili  di  dar  prova  più 
di  fanatismo  che  di  fede  illuminata. 

Di  Pio  IX  non  occorre  dire:  quel  che  sia  stato  il  suo  pontihcato. 
verso  lutto  il  mondo  e  verso  jìiincipalmente  quell'  Italia,  su  cui  egli 
aveva,  appena  eletto,  invocato  le  l)enedizioni  di  Dio,  è  troppo  presente 
alla  memoria  di  tutti;  e  basterebbe,  anche  senza  i  precedenti,  questo 
ricordo,  a  dare  alla  scelta  del  nome  voluto  assumere  da  Giuseppe  Sarta 
un  carattere  non  felicemente  sintomatico. 

Potrebbe  pensarsi,  è  vero,  alla  mitezza  dell'indole  veneta  come  ad 
un  correttivo  degli  ammonimenti  storici.  Ma.  a  farlo  apposta.  Venezia,^ 
fra  le  cui  glorie  è  pure  un  contegno  così  altamente  civile  e  dignitosa- 
mente civico  verso  il  Vaticano,  non  è  stata  quasi  mai  ben  lappresen- 
tata  sulla  cattedra  di  San  Pietro. 

È  permesso  credere  tutto  il  bene  che  si  vuole  di  Pio  1.  che  usciva 
da  queir Aquileja  d'onde  alla  sua  volta  usciva  Venezia,  sì  poco  sene 
sa;  e  molto  bene  si  può  dire  di  Benedetto  XI  Boccasini,  benché  abbia 
ad  istanti  parteggiato  per  Filippo  il  Bello.  Ma,  se  poco  significante  riuscì 
il  pontificato  di  Gregorio  Xll  Correr,  ad  onta  dello  scisma  del  tempo, 
non  vi  è  apologista  preconcetto  che  possa  assolvere  la  memoria  di 
Eugenio  \\.  la  migliore  opera  del  cui  pontificato  rimane  quel  quadro 
di  Pio  Joris,  che  si  trova  oia  alla  Galleria  Nazionale  d'Arte  Mo- 
derna, e  che  pur  non  è  un  capolavoro.  L'artista  lo  colse  nel  momento 
in  cui  fuggiva  l'ira  dei  romani,  che  il  suo  presente  successore  e  cor- 
regionale non  provocherà  certo,  e  contro  la  quale  sarebbe  guardato,, 
comunque,  dal  Governo  usurpatole.  Ma  non  è  quella  fuga  l'episodio  più 


i/elezione  di  pio  X  701 

caratteristico  della  sua  vita:  bensì,  è  pel  filosofo  della  storia  oggetto 
di  interessante  riflessione  il  conflitto  in  cui  egli  venne  con  la  Casa  di 
Savoia  per  l'elezione  a  Pontefice  di  Amedeo  Vili.  Felice  V  è  conside- 
rato come  un  antipapa,  e  col  tempo  la  sua  Badia  di  Ripaglia  si  prestò 
ad  un  modo  di  dire  della  lingua  francese  che.  traviato  dalle  sue  ori- 
gini, diede  alla  fisonomia  di  Amedeo  un  sorriso  rabelesiano.  Ma  certo 
non  erano  tutti  motivi  terreni  quelli  che  avevano  indotto  il  Concilio 
di  Basilea  a  deporre  il  Condulmer,  ed  Enea  Silvio  Piccolomini  a  patro- 
cinare la  candidatura  del  monaco  principe  savoiardo.  E  chi  confronta 
la  condotta  dei  due  uomini,  dei  due  pontefici,  non  può  che  preferire 
Felice  \',  il  quale  si  lascia  prima  eleggere,  poi  deporre  pel  bene  della 
Chiesa,  ad  Eugenio  IV,  il  quale  non  ebbe  mai  in  vista  che  il  suo  inte- 
resse personale. 

Con  Paolo  ti  si  afferma  il  nepotismo,  che  avea  già  fiorito  con  Eu- 
genio IV,  e  che  fiori  vieppiù  con  Alessandro  Vili  :  il  quale,  nel  suo 
pontificato  brevissimo,  riuscì  così  benefico  alla  propria  famiglia. 

E  se  Clemente  XllI  non  avesse  dato  il  soggetto  alla  più  bell'opei'a 
di  Canova,  ad  una  delle  opere  più  significanti  di  tutta  l'arte  plastica, 
di  lui  non  si  potrebbe  ricordare  se  non  che  fu  persecutore  di  Elvezio 
e  di  Rousseau,  e  protettore  dei  gesuiti,  per  sostenere  i  quali  venne  in 
conflitto  coi  Borboni  di  Spagna,  come  con  Parma  e  con  Francia  per  le 
sue  pretese  sul  tema  della  giurisdizione  ecclesiastica. 

Tutti  sanno  infine  come  di  quel  Gregorio  XVI.  il  quale  soleva 
battezzare  il  vin  d'Orvieto  con  lo  champagne,  il  ricordo  sia,  ad  onta  di 
quella  gusto.sa  trovata,  tutt'altro  che  ameno. 

Sicché  può  equamente  concludersi  che  non  ebbe  quasi  mai  sul  trono 
pontificale  un  rappresentante  degno  della  indole  sua  civile  e  politica 
quella  Venezia  che  sapeva  a  suo  tempo,  quando  lo  meritavano,  buttare 
i  canonici  dalla  torre  di  San  Marco,  e  trovare  nel  suo  clero  istesso  le 
ragioni  ed  i  mezzi  più  intellettuali  delle  sue  legittime  lotte  contro  le 
soprafl'azioni  Vaticane.  Fra  Paolo  informi. 

Vediamo  ora  che  cosa  è  stato  sin  qui  Giuseppe  Sarto,  e  che  cosa 
■quindi  prometta  di  riuscire  Pio  X. 


111. 

Anatole  Leroy-Beaulieu,  in  uno  studio  assai  meglio  scritto  che 
pensato,  dice  che  Pio  X  non  sarà  certo  il  Papa  del  Sillabo,  ma  sarà 
piuttosto  il  Papa  della  Democrazia.  Ora,  non  è  detto  che  invece  egli 
non  possa  essere  l'uno  e  l'altro  insieme,  a  condizione  d'intendersi  sul 
significato  da  dare  all'  idea  ed  alla  parola  democrazia. 

Ma  anzi  tutto  conviene  unirsi  al  coro  di  simpatiche  lodi  che  da 
tutta  Venezia,  da  tutto  il  Veneto  si  è  levato  intorno  al  nome  di  Giu- 
seppe Sarto,  appena  si  seppe  della  sua  elevazione  al  pontificato.  Buono, 
semplice,  caritatevole  egli  si  è  sempre  mostrato  ed  è  certamente;  e  se 
ciò  basta  per  essere  democratico,  bisogna  riconoscere  che  egli  sarà 
veramente  il  Papa  della  democrazia,  nel  senso  più  evangelico.  Sarà, 
anzi,  il  Papa  dei  contadini.  Quella  mirabile  organizzazione  della  Chiesa, 
che  le  consente  di  valersi  di  tutte  le  varie  forme  di  Governo,  di  essere 
insieme  democratica,  oligarchica,  autocratica,  ha  avuto  in  lui  ancora 
una  volta  la  più  attraente  applicazione;  e  non  può  non  parlare  alla  mente 
dell'universale  il  fatto  che,  in  virtù  del  complesso  eppur  semplice  reg- 


702  1/ ELEZIONE    ni    PIO    X 

gimento,  ruoiiio  venuto  dall' ultimo  degli  strati  sociali  abbia  potuto 
ascendere  il  più  eccelso  trono  della  terra.  Ora,  il  nuovo  Papa  ama  la 
classe  d'onde  è  uscito  e  che  non  ha  mai  rinnegato,  ed  opportunamente 
è  stata  riprodotta  in  questi  giorni  una  lettera  di  lui  parroco  al  sindaco 
di  Mirano,  in  cui.  a  proposito  di  certe  formalità  burocratiche  cui  erano, 
per  l'anagrafe,  costretti  i  parrocchiani  di  Salzano,  raccomandava  che  si 
risparmiassero  noie  ai  7J0 l'eri  contadini,  la  classe  più  benemerita  e  che 
merita  fanti  riguardi. 

È  animato  da  questo  sentimento  che,  a  tutta  prima,  egli  lavori 
il  movimento  della  democrazia  cristiana  -  così  definita  a  bella  prima, 
conviene  ricordarlo,  da  Leone  Xlll  -  e  che  mostrò  qualche  simpatia 
|)er  don  Romolo  Murri,  al  punto  che  lo  avrebbe  sostenuto  contro  (|uello 
stesso  Paganuzzi.  che  era  slato  il  suo  braccio  destro  nelle  lotte  ammi- 
nistrative di  Venezia,  se  qualche  intemperanza  pubblica  di  linguaggio 
polemico  da  parte  di  don  Romolo  non  avesse  obbligato  il  Patriarca  a 
separare  la  sua  dalla  responsabilità  del  focoso  apostolo. 

A  questa  virtù  della  carità  cristiana  va  unita  la  bonarietà  del  carat- 
tere ch'egli  trae  dal  natio  loco:  bonarietà  la  quale,  insieme  alle  descri- 
zioni corse  della  virtuosa  e  semplice  gente  che  costituisce  la  sua  fa- 
miglia, e  servita  a  perfezione  dalle  grazie  di  un  dialetto  tutto  dolcezza, 
ha  circonfuso  in  questi  giorni,  per  la  infinita  serie  di  aneddoti  e  di 
frasi  riprodotte  da  tult'  i  giornali,  di  una  luce  così  attraente  la  figura 
del  Vicario  di  Cristo. 

Bisogna  aggiungere  inoltre  che  la  esagerazione  divenuta  generale 
intorno  alla  coltura,  all'erudizione,  alla  genialità  mentale  di  Papa  Pecci,. 
si  è  tradotta  a  torto  in  una  esagerazione  opposta  nell'apprezzamento 
intellettuale  del  suo  successore.  Benché  non  sia  un  poliglotta  ne  una 
mente  onnilatere,  Giuseppe  Sarto  non  è  infatti  né  ignorante,  né  inintel- 
ligente. Egli  non  ha  soltanto  l' ingegno  della  bontà,  e  se  non  sarà  stato^ 
il  più  erudito  dei  Papi,  nemmeno  potrà  essere  definito  come  il  più 
incolto.  Certo,  non  gli  giova  il  non  essere  mai  uscito  dalle  sue  dio- 
cesi e  il  non  avere  pratica  alcuna  del  mondo  internazionale;  ma  di 
prontezza,  di  acume,  di  abilità  ha  dato  pure  piove  non  dubbie,  benché 
in  un  campo  tanto  più  limitato  ;  e  non  è  ancora  provato  che,  con  la 
sfera  dell'attività  e  della  influenza,  egli  non  sia  capace  di  allargare 
anche  la  portata  dei  suoi  talenti. 

Tutte  le  sue  qualità  positive  non  debbono  però  trarre  in  errore 
intorno  alla  sua  fìsonomia  politica.  La  quale  non  é  affatto  cosi  conci- 
liante come  ha  potuto  credere  e  dire  chi  ha  badato  al  fatto  soltanto 
che  il  trionfo  del  Sarto  ha  significato  l'insuccesso  del  Rampolla. 

Opportunamente  é  stato  a  questo  proposito  ricordato  il  contegno- 
da  lui  tenuto  come  Vescovo  a  Mantova  e  come  Patriarca  a  Venezia. 
La  questione  del  Patronato  Regio  sulla  chiesa  patriarcale  sì  sarebbe 
sollevata  ugualmente,  anche  se  la  persona  del  Sarto  non  fosse  stata 
in  causa,  perchè  sì  trattava  di  una  questione  di  principio,  intorno  alla 
quale  non  era  dubbio  -  come  fu  dimostrato  anche  da  Antonio  Rinaldi  - 
il  diritto  dello  Stato.  Il  quale,  se  credette  poi  utile  cedere,  fu  per  una  assai 
più  alta  ragione  polìtica,  quando  ottenne  dal  Vaticano  la  istituzione 
della  Prefettura  Apostolica  nella  Eritrea,  ove  l'Italia  era  insidiata  dai 
Lazzarìstì  francesi.  Comunque,  sia  la  pastorale  da  cui  il  Sarto  si  era 
tatto  precedere,  sia  ratteggiamento  da  lui  assunto  a  Venezia  -  ad  onta 
delle  dicliiarazioni  fatte  al  sindaco  d'allora,  Riccardo  Selvatico,  libe- 
lale  perfetto  non  men  che  artista  squisito  -  non  tardarono  a  dimostrare 


i/elezioxe  di  pio  X  703 

cbe  la  questione  di  principio  e  la  questione  personale  si  fondevano  in 
lui  per  farne  un  avversario  dello  Stato  italiano. 

La  sua  intransigenza  formale  andò,  è  vero,  cedendo  alquanto  con 
gli  anni,  ma  assai  più  per  ragione  e  volontà  dell'ambiente,  che  per 
sua  spontanea  inspirazione.  I  clericali  di  Venezia  non  avrebbero  po- 
tuto avere  nelle  mani  il  Municipio,  se  il  loro  capo  si  fosse  mostrato 
antldinastico  ed  antiunitario.  Quindi  il  Patriarca,  non  soltanto  fece 
poi  quanto  non  aveva  fatto  prima,  visitando  i  Reali  quando  giunge- 
vano a  Venezia,  ma  assunse  man  mano  modi  meno  assoluti  anche 
in  altre  espressioni  della  vita  pubblica,  sino  a  quella  cerimonia  per  la 
prima  pietra  del  nuovo  Campanile  di  San  Marco,  in  cui  udì  senza 
protestare  le  parole  anticlericali  dell'ou.  Nasi,  e  toUen")  la  Marsighese  e 
la  presenza  del  ministro  francese  Chaumié.  per  pronunciare  poi  alla 
sua  volta  un  discorso,  bisogna  pur  dire,  molto  mediocre. 

Ma  quale  fosse  rimasto  il  pensiero  del  Sarto  circa  alla  vita  poli- 
tico-amministrativa avevano  dimostrato  le  elezioni  pochi  mesi  prima, 
quando  egli  non  ebbe  riguardo  di  apparire  come  il  vero  organizzatore 
della  vittoria  clericale,  e  comparve  al  balcone  per  rispondere  alle  accla- 
mazioni dei  suoi  seguaci.  E  ciò  basterebbe  a  provare  1"  inganno  in  cui 
son  caduti  quelli  dei  cardinali  che  gli  hanno  dato  il  voto,  ne  hanno 
proposta,  patrocinata  la  candidatura,  coli" idea  di  avere  in  lui  un  Pon- 
tefice anti]iolitico.  Si  può  anzi  dire,  e  credere,  che  la  sua  sarà,  sotto  un 
certo  aspetto,  una  politica  anche  jiiù  abile  di  quella  di  Leone,  almeno 
per  ciò  che  si  riferisce  ali"  Italia. 

Egli,  invero,  sarà  alieno  dall'asjjrezza  dei  modi,  e  per  ciò  solo  si 
attirerà  altre  simpatie,  sminuirà  diffidenze,  attenuerà  vigilanze.  Come 
subito  ha  continuato  da  Papa  nella  sua  abitudine  di  parroco,  di  vescovo, 
di  patriarca,  di  ricevere  umanamente,  benevolmente,  quanti  a  lui  si 
sono  volti,  senza  differenza  di  religione,  di  classe,  di  posizione  sociale.  - 
scandalizzando  i  vigili  custodi  della  etichetta  vaticana  -  cosi  si  asterrà 
certo,  se  saprà  dirigere  sino  ad  un  certo  ])unto  l'ambiente,  invece  di 
esserne  posseduto,  da  tutte  quelle  violenze  di  linguaggio,  di  forme, 
di  atti,  che  già  distinsero,  dopo  quello  di  Pio  IX.  il  pontificato  di 
Leone.  Se  gli  fosse  dato,  si  metterebbe  certo  anche  in  comunicazione 
diretta  col  popolo  italiano,  come  il  giorno  della  elezione  avrebbe  bene- 
detto daUa  loggia  esterna  invece  che  dalla  interna  di  San  Pietro,  se  non 
ne  fosse  stato  impedito  da  monsignor  Merry  del  Val,  il  quale  si  fece 
custode  della  sua  perscma,  e  che  è  sempre  RampoUiano  nelPanima, 
ad  onta  del  suo  recente  dissidio  col  Rampolla.  Jla  la  sostanza  della 
politica  di  Pio  X  non  sarà  diversa  da  quella  del  suo  predecessore. 

Toglierà  ufficialmente  il  non  expedif  ?  Quantunque  egli  siasi  chia- 
rito altre  volte  favorevole  alla  soppressione  di  quel  divieto,  si  deve 
ritenere  che  non  lo  toglierà  ufficialmente,  sia  perchè  ciò  costituirebbe 
un  atto  compromettente,  sia  perchè  un  tale  atto  non  è  punto  necessario 
per  consentire,  quando  si  creda  opportuno,  rintervento  dei  clericali  alle 
urne  politiche.  La  lotta  elettorale  non  avrà  misteri  per  Pio  X,  come 
non  ne  aveva  pel  cardinal  Sarto:  e  possiamo  attenderci  che  egli  vi 
partecipi  sempre  e  dove  veda  la  possibilità  di  una  vittoria,  o  anche 
soltanto  di  una  battaglia  significante.  Non  per  nulla  egli  ha  ricevuto, 
fra  i  primi,  quel  conte  Grosoli  -  successore  del  Pagamizzi  alla  Presi- 
denza deirOpera  dei  Congressi  cattolici  -  neiraliile  tattica  del  quale 
egli  conveniva  a  preferenza  dell'altra,  più  violenta  ed  esplicita. 


704  l'elezione  m  pio  x 

Epperò,  non  è  a  credere  neppure  che  Pio  X  sarà  eccessivo  nella 
rivendicazione  del  potere  temporale.  Ma  non  per  questo  si  deve  apprez- 
zare leggernientf^  l'indole  dell'intluenza  che  egli  vorrà  e  potrà  eserci- 
tare sulla  vita  italiana,  anche  all'intiiori  della  questione  letteralmente 
politica. 

È  stato  asserito,  ad  esempio,  che  la  sincera  e  prodiga  cai-ità  di 
Giuseppe  Sarto  ha  avuto  sempre  per  confine  le  opinioni  politiche  e 
religiose  dei  beneficati  ;  e  )ion  si  è  errato.  A  dimostrarlo  i)asterebbe 
ricordare  l'incidente  per  cui,  non  solo  negò  i  funerali  religiosi  a  Gia- 
cinto Gallina,  il  qmle,  dopo  tutto,  non  li  aveva  desiderati,  mostrando 
entrambi  in  ciò  quella  coerenza  che  non  è,  fra  noi,  uè  di  tutti  i  libe- 
rali, uè  di  tutti  i  clericali  ;  ma,  e  ciò  fu  grave,  intlui  perchè  l' Ammi- 
nistrazione comunale,  mentre  deliberava  onoranze  formali  per  la  me- 
moria del  rimpianto  poeta,  negasse  un  aiuto  materiale  alla  compagna 
della  sua  vita,  perchè  a  lui  noii  era  unita  dal  vincolo  religioso.  E 
questo  è  peggio  anche  della  campagna,  sintomatica  intellettualmente, 
da  lui  condotta  contro  la  prima  Esposizione  Internazionale  di  Belle 
Arti  nel  1895,  perchè  vi  era  stato  accolto  quel  Supremo  Convegno  del 
Grosso,  il  quale  non  aveva,  dopo  tutto,  che  il  torto  di  essere  un 
quadro  infelice. 

E  invero,  se  ciò  fa  credere  che  non  sarà  Pio  X  a  svestire  in  San  Pietro 
le  belle  forme  di  Giulia  Farnese,  e  basta  a  dare  al  suo  pontificato 
una  impronta  antiartistica,  ad  onta  del  buon  gusto  da  cui  in  guidato 
nel  proteggere  Lorenzo  Perosi  e  nell" applicare  a  Venezia  la  riforma 
della  musica  sacra,  voluta  anch'essa  del  resto,  da  Leone,  e  se  l'eccessiva 
umiltà  dei  suoi  gusti,  delle  sue  abitudini,  della  sua  indole,  non  per- 
mette di  antivedere  in  lui  un  Pontefice  mecenate,  questo  è  poco  in 
confronto  del  sospetto,  non  ingiustificato  dopo  quell'incidente,  che  la 
sua  bonarietà  sia  piuttosto  combattuta  die  guidata,  in  un'azione  lumi- 
nosamente cristiana,  da  una  fede  non  abi)astanza  altruista. 

Comunque,  non  conviene  e  non  è  equo  preci|>itare  giudizii.  Come 
il  vescovo,  come  il  patriarca  hanno  smentito  in  parte  il  cappellano 
ed  il  parroco,  e  come  il  successivo  asc^endere  della  sua  carriera,  ponendo 
in  luce  lati  insospettati  prima  della  sua  vera  indole,  ha  fatto  del 
perfetto  cristiano  dei  primi  giorni  un  uomo  politico  non  sempre  evan- 
gelico; così,  può  darsi  anche  che  la  coscienza  dell'altissima  impareg- 
giabile responsabilità  lo  guidi  ad  una  sempre  più  alta  e  più  nobile 
considerazione  del  suo  ministero. 

Certo,  sia  pure  scherzando  con  gli  altri  e  con  sé  stesso,  l'idea  di 
poter  divenire  Papa,  pensando  a  ciò  che  era  nascendo  e  a  quel  che 
era  man  mano  divenuto,  gli  balenava  ogni  qual  tratto  nella  mente. 
Ma  altro  è  la  meta  lontana,  altro  è  la  meta  raggiunta  ;  meta  che  può 
bensì  far  venire  le  vertigini  ai  vanitosi,  ma  deve  preoccupare  terribil- 
mente una  persona  assennata.  Ora,  vano  è  certamente  Pio  X,  pur  nella 
sua  sincera  umiltà;  vano,  piuttosto  che  come  Leone  Xlll,  come  quel 
Pio  IX,  col  quale  non  indarno  egli  presenta  una  rassomiglianza  fisica, 
che  potrebbe  essere  significante  quanto  è  evidente.  E  a  tale  rassomi- 
glianza si  com[)rende  che  egli  tiene,  e  ha  forse  anch'essa  contribuito 
a  fargli  scegliere  quel  nome  pontificale  invece  dell'altro  di  Benedetto, 
che  sarebbe  stato  bene  altrimenti  es|)ressivo,  pel  ricordo,  non  solo 
dell'undecimo,  il  veneziano,  ma  del  decimoquaito.  il  Papa,  cioè,  spre- 
giudicato e  così   intellettualmente  liberale,  da  essere  amico  di  V'oltaire, 


].  KI.EZFdXK    DI    PIO    X  705 

il  Pa|>a  nemico  dei  gesuiti,  la  cui  condanna  aveva  fissato    prima   del 
(ranganelli. 

Ma  non  basta  una  vanità,  d"  altronde  scusabile  e  comprensibile 
anche  in  indoli  superiori,  a  fare  ritenere  che  Pio  X  non  sia  pure  una 
|iersona  assennata.  Lo  vedremo  dunque  all'opera,  e  certo  egli  non 
avrà  giudici  più  benevolmente  imparziali  degli  italiani.  I  quali,  non 
solo  sono  facili  a  sedurre  dal  lato  dei  sentimento,  ma  possiedono  piìi 
d'ogni  altra  gente  moderna  quella  equanimità  che  consente  di  apprez- 
zare al  loro  giusto  valore  anche  gli  avversari. 

IJisogna  tanto  più  attendere  il  nuovo  Papa  al  successivo  svol- 
gimento del  suo  contegno,  in  (juanto  i  suoi  primissimi  atti  non  deb- 
l)ono  esser  presi  come  norma  assoluta  dei  suoi  intendimenti. 

dome  suole  avvenire  a  chi  ascende  ai  massimi,  non  dai  medii, 
ma  dagli  intimi  giadini  della  >cala  sociale,  egli  non  si  è  mostrato 
eccessivamente  impressionato  dalla  magnificenza  del  Vaticano  e  del 
suo  cerimoniale  ;  ma.  oltre  all'  intluenza  dell'  ambiente  materiale,  a 
CUI  può  sfuggire  anche  per  una  scarsa  considerazione  di  quegli  splen- 
dori, vi  è  quella  specie  di  coazione  morale  che  muove  dalle  persone 
immediatamente  vicine  per  ufficio  e  non  per  elezione.  E  per  quanto 
egli  abbia  aperto  braccia,  porte,  cariche,  subito,  ai  carissimi  suoi  veneti, 
coi  quali  era  famigliare,  ha  pur  dovuto  rispettare  i  diritti  acquisiti  da 
persone  dalle  quali  non  potrà  rendersi  indipendente  che  col  tempo  e 
coU'autorità  che  gli  andrà  derivando  dal  continuato  esercizio  della  sua 
augusta  missione. 

Intanto,  l'offertadel  Segretariato  di  Stato  fatta  all' Agliardi  indiretta- 
mente non  basta  a  dar  lume  sulle  tendenze  definitive  del  Papa.  L"  Agliardi 
fu  appunto  quello  dei  cardinali  di  Curia  che  escogitò  la  candidatura 
del  Sarto,  per  riuscire  a  far  naufi'agare  quella  del  Rampolla  :  e,  per 
quanto  il  Sarto  lo  pregasse  di  rinunciarvi,  l'aver  finito  coll'accettare 
poneva  Pio  X  nell'obbligo  morale  di  dimostrare  con  quell'otterta  al- 
l'Agliardi  la  sua  riconoscenza.  L' Agliardi  ha  rifiutato,  e  questo  potrebbe 
voler  significare  che  egli  non  si  sente  sicuro  delle  tendenze  di  Pio  X  ; 
che,  per  quanto  desideroso  di  godersi  tranquillamente  il  Vice-Cancel- 
leriato  di  Santa  Romana  Chiesa,  posto  di  lucrosa  quiescenza,  un  uomo 
della  sua  intelligenza  e  della  sua  attività  doveva  altrimenti  essere  lieto 
di  poter  coprire  l'alto  ufficio  politico,  tanto  più  trattandosi  di  succe- 
dere al  Rampolla,  infliggendogli  così,  dopo  il  primo,  il  secondo  scacco. 

L' Agliardi  avrebbe  avuto,  del  resto,  un  significato  piuttosto  libe- 
rale e  conciliante,  creatura  quale  egli  è  di  quel  Galimberti,  durante 
la  presenza  del  quale  alla  Segreteria  di  Stato  come  sostituito  si  trattò  il 
tentativo  di  conciliazione  del  Padre  Tosti.  E  pari  significato  avrebbe 
avuto  la  nomina  di  Vincenzo  Vannutelli.  amico  dell"  Agliardi,  che 
abifpva  con  lui  la  stessa  casa  in  Via  Giulia,  avendo  il  Vannutelli 
rinunciato  all'appartamento  di  Santa  Maria  Maggiore,  ove  è  succeduto 
al  non  mai  abbastanza  rimpianto  Hohenlohe.  Coll'Agliardi.  Vincenzo 
Vannutelli,  visto  che  la  candidatura  del  ft-atello  Serafino  non  attecchiva, 
combinò  là  candidatura  Sarto.  Ma  l'offerta  al  Vannutelli  fu  anche  più 
indiretta  e  più  tepida,  e  non  ebbe  seguito.  E  intorno  a  quell'ufficio  si 
combatte  sì  aspra  battaglia,  che  Pio  X  ancora  non  ha  saputo  o  potuto 
decidersi. 

«K  Voi.  evi.  Serie  IV  -  IB  agosto  1 


706  l'elezione  di  pio  x 

Ma,  coimirKiiie,  non  basterà  la  scelta  del  Segretario  (ti  Stato -clic 
non  sarà  Ibise  spontanea  e  piefi-rita  -  a  dare  addirittnia  Innie  snlli- 
fientc  sull"  indirizzo  ciie  jiolrà  avere  detinitivatnenlt'  la  politica  di 
Pio  X;  perchè,  se  nelle  ([ncslioni  diplomaticlie  e  nella  estensione  dei 
documenti  |)ontitìei  avrà  molto  bisogno  di  valersi  del  suo  Mirdstro. 
egli,  con  tutta  la  sua  l)onarietà  inorale,  e  la  relativa  inferiorità  intel- 
lettuale, è  uomo  da  avere  una  volontà  propiia  e  da  farla  pievalere, 
se  non  sempi'e  nella  forma,  nella  sostanza  delle  cose.  Ed  è  ciò  che,  fra 
l'altro,  deve  far  svanire  i  Umori  espressi  -  mentre  vorrelibe  negaili  - 
nel  Journal  des  Déhats.  da  Anatole  Lei'oy-Beaulieu.  che  cioè  Pio  \ 
possa,  a  ditlerenza  di  Leone  XIII,  divenire  uno  strumento  nelle  mani 
del  Re  d'Italia. 

Quantunque,  per  le  conlraddizioni  illogiclie  della  cronaca  concla- 
vista, il  cardinale  Sarto  sia  slato  annunciato  come  il  candidato  della 
Triplice  -  lui.  che  s'era  chiarito  contrario  alla  politica  austriaca  mi- 
rante a  slavizzare  la  Chiesa  nella  Venezia  Giulia,  e  che  si  mosti'ava 
invece  meno  italiano  a  Venezia  che  a  Trieste  -  Pio  X  non  infeuderà 
ceito  il  N'aticano  al  Quiiinale,  non  cadrà,  da  Papa,  nella  dipendenza 
del  He.  Onesti  timori  -  i  (juali  dimostrano  che  il  vero  male  dell'indole 
francese  è  ancora  il  pa|tismo,  almeno  per  una  parte  di  essa  -  sono 
assolutamente  infondati.  E,  ad  evitale  ogni  timore,  ogni  malinteso. 
Pio  X  coniinueià  nella  prigionia  volontaria.  Tanto  più  che  il  Papa  è, 
per  l'indole  della  istituzione  che  rappresenta,  in  condizione  di  venire 
tanto  più  sentito  dall'universale,  (pianto  meno  si  fa  federe,  in  (juesto, 
gli  conviene  imitare  oggi  (pielle  antiche  teocrazie,  dei  cui  usi  sentiva 
futilità  il  Figlio  del  Cielo  jìrima  dell'ultima  decadenza  cinese:  di  cui 
sentono  ancora  l'utilità  i  custodi  del  Gran  Lama. 

Quell'infeudamento,  quella  (li|)end(mza,  non  gioverebbero,  del  resto, 
all'Italia  più  che  al  Vaticano.  Che  se  questo  avrebbe  più  da  perdere  che 
da  guadagnare,  cessando  di  essere  universale  per  mosti'arsi  ed  essere 
piuttosto  italiano,  neppure  l' Italia  moderna  può  desiderare  un  inter- 
vento del  Papa  nella  sua  vita  pubblica,  sia  pure  in  forma  amiche- 
vole, tale  che  il  carattere  di  ipiella  vita  abbia  a  risentirsene,  .\bbia  o 
no  la  Francia  per  figlia  primogenita  della  Chiesa,  come  l'ebbero  i  suoi 
predecessori,  sia  o  meno  un  Pai)a  leligiosamente  irredentista,  come 
pretendono  o  s'augurano  certi  suoi  ammiratori.  Pio  X  non  iiotrà  a 
meno  di  essere  essenzialmente,  esclusivamente  Papa,  pili  o  meno 
accentuato  che  sia  il  suo  atteggiamento  di  fronte  all'Italia. 

L'idea  di  fondere  le  due  istituzioni  è  costata  t,ropi)o  ad  entrambe 
perchè,  tramontata  dopo  l'infelice  tentativo  del  1848,  possa  ancoia  sor- 
ridere all'una  od  all'altra.  Esse  sono  destinate  ormai  a  procedere  divise, 
vadano  o  no  d'accordo  nel  concetto  di  darsi  la  minor  noia  possibile. 
Epperò,  mentre  l'Italia  ha  potuto  assistere  con  piena  serenità  alla 
riunione  del  Conclave,  ap|)restandosi  ad  accogliere  con  serenità  non 
minore  il  suo  risultato,  i|ualunque  fosse,  dipende  soltanto  da  Pio  X 
l'essere,  o  meno,  un  Papa  moderno,  di  fronte  all'Italia  come  al  re.sto 
del  mondo.  Moderno  nel  significato  politico,  sociale,  intellettuale. 

E  se  egli  mostrerà  di  aveie  per  ciò  volontà  e  capacità,  l'Italia  non 
sarà  l'idtima  a  compiacersene.  Se  non  altro,  perchè,  ancora  una  volta, 
essa  avrà  mostrato  la  virtù  di  produrre  uomini  .superiori,  anche  in 
quella  Chiesa,  che  accennava  a  cercale  fra  le  genti  nuove  le  sue  più 
significanti  personalità. 

XXX 


TRA  LIBRI  E  RIVISTE 


Un  busto  a  P.  Emiliani -Giudici  —  Il  Museo  Mickiewicz  —  Jean  Aicard  —  Una 
lettera  di  Sabatier  —  In  Libreria  —  «  Liriche  umane  »  di  G.  Bertacchi  — 
Varie. 


Un  busto  a  P.  Emiliani-Giudici. 

Nell'Università  di  Palermo  fu  inau- 
gurato il  7  giugno  un  busto  al  primo 
critico  della  letteratura  italiana  Paolo 
p:miliani-Giudici.  Un  opuscolo  testé 
pervenutoci  raccoglie  i  discorsi  che 
tennero  all'inaugurazione  i  professori 
G.  A.  Cesareo  e  Francesco  Guar- 
dione,  la  qual  pubblicazione  non  deve 
passar  sotto  silenzio. 

Iniziatore  delle  onoranze  fu  il  pro- 
fessorGuardione,  col  concorso  del  Mu- 
nicipio di  Mussoraeli, luogo  nativo  del 
commemorato,  e  di  alcuni  valentuo- 
mini siciliani.  Il  busto,  chequi  ripro- 
duciamo, è  opera  del  giovane  e  forte 
scultore  Antonio   Ugo. 

Tracciò  la  biografìa  di  Paolo  Emi- 
liani-Giudici il  Guardione,  animandola 
di  opportuni  tocchi  d'ambiente  storico, 
brevi  quadri  della  vita  d'allora,  agitata 
da  .sventure  e  da  ideali,  nella  gentile 
e  ardente  Sicilia,  che  dopo  aver  nu- 
trito tanta  fiamma  di  libertà  si  elabora 
ora  tenacemente  ad  un  grande  rinno- 
vamento. Ne   riportiamo  alcuni  brani. 

Paolo  Giudici  fu  in  Palermo,  dal 
1830  al  1840,  della  schiera  eletta  dei 
giovani  che  erano  detti  presi  da  isteria 
italica.  Dotato  di  tendenze  artistiche, 
disegnava,  dipingeva  ad  olio,  inci- 
deva, studiava  criticamente  l'arte  della 
Sicilia:  i  smoì  scritti  d'arte  apparivano 
nelle  Effemeridi  scientifiche  e  letterarie 
per  la  Sicilia  e  furono  anche  raccolti 
in   un  volume  inglese. 

La  .Sicilia,  dopo  i  contrasti  vigoro.si 
e  i  terrori  del  1820,  sorgeva  a  novella 
vita:  fioriva  una  generazione  di  forti, 
che  non  si  ritenne  mai  dalle  con- 
giure contro  la  dinastia  regnante,  che 
predilesse  il  carcere,  l'esilio,  la  po- 
vertà per  non  chinarsi  alle  carezze  e 


alle  -seduzioni  dell'oppressore.  La  .Si- 
cilia, già  amata  nei  canti  del  Meli  e 
nelle  melodie  del  Bellini,  inaugu- 
rava l'italianità  del  pensiero. 

«Ed   allora    apparivano,  emuli    di 
Paolo    Giudici,   il   Perez,   il    Ferrara, 


Paolo  Emiliani-(iin<lìi'i. 


Michele  ed  Emerico  Amari,  il  Lanza 
di  Scordia,  il  Castiglia,  il  Gemelli,  il 
La  F"arina,  il  Cuppari,  il  Parlatore, 
la  Turrisi-Colonna,  il  Bisazza,  il  Mit- 
chell,  il  Lo  Forte,  l'Aloysio  Juvara, 
il  Conti,  ed  altri  insigni;  alcuni  dei 
quali,  dopo  la  rivoluzione  di  Roma- 
gna, viaggiando  in  Sicilia  Alessandro 
Dumas,  si  legarono  alla  fede  politica 
di  Giuseppe  Mazzini,  che  dal  1830, 
nel  carcere  di  Savona,  aveva  conce- 


TRA    LIBRI     E    RIVISTE 


708 

pito  la  unità  della  Patria,  senza  che 
si  frapponessero  più  barriere  a'  limiti 
geografici. 

«  Il  Giudici  rimase  in  Sicilia  fino 
agli  anni  ventotto.  Nato  il  di  3  giu- 
gno 181 2,  ne  usciva  nell'aprile  del 
J840.  Non  più  tollerato  dalla  Polizia, 
intiepiditi  un  po'  gli  affetti  di  famiglia 
jierchè  ribelle  al  ministero  impostogli, 
secondo  che  obbligavano  le  usanze 
dei  tempi,  trovò  aiuti  liberali  in  un 
esule,  in  Annibale  Emiliani  di  Livorno, 
]  atrizio,  ammiratore  dell'ingegno  del 
giovine,  e,  per  opera  di  lui,  ottenne, 
superati  gli  ostacoli  gravi,  di  potersi 
recare  in  Toscana. 

«In  Paolo  Giùdici  la  mente  si  era 
sprigionata  da'  pregiudizj  vecchi  della 
scienza,  dalle  metafisiche  e  dal  dom- 
matismo  della  teologia,  e  si  studiava 
di  possedere  il  libero  pensiero.  Leg- 
geva il  Voltaire  e  gli  Enciclopedisti; 
ma  leggeva  pure  il  Bruno,  il  Pompo- 
nazzi,  il  Telesio,  il  Campanella,  il 
Sarpi,  il  Vico,  il  Giannone,  il  Roma- 
gnosi,  precursori  del  nuovo  incivili- 
mento: precursori  i  primi  di  quella 
riforma,  che,  col  grido  di  Wittem- 
berg,  il  di  31  ottobre  1517,  ridestò 
nuove  fiamme  nella  coscienza  umana, 
e  la  rifece  balda  di  ent  isiasmi  gio  - 
vanili,  meditabonda  delle  investiga- 
zioni dell'  ignoto.  Non  dico  che  il 
Giudici  per  maturità  di  senno  e  di 
anni  avesse  ritorti  i  passi:  no,  egli, 
dall'età  tenera,  concepì  con  libero 
giudizio  la  scienza  e  l'arte.  Dante,  lo 
Shakespeare  e  il  Goethe,  il  Cartesio, 
il  Galilei  e  il  Bacone  :  dimostrando, 
come  apprendiamo  dal  Lessing,  che 
a  intendere  i  grandi  autori,  la  ma 
niera  più  efficace  è  di  trattarli  e  di 
amarli  come  amici. 

«Da  Livorno,  ove  sbarcò  il  di  2\ 
aprile,  si  recò  a  Firenze,  protetto 
sempre  dalla  benevolenza  di  Annibale 
Emiliani,  che  poi  lo  adottò.  Lì  G.  B. 
Xiccolmi.  lì  il  Montanelli,  il  Vaniiucci 
ed  altri  insigni  lo  accolsero  e  ne  ma- 
gnificarono l'ingegno  e  la  dottrina. 
«Negli  anni  che  la  critica  italiana 
non  aveva  ancora  una  norma,  né  si 
fondava  su  leggi  scientifiche,  la  So- 
cietà Editrice  Fiorentina  mette  fuori 
il  volume  di  Paolo  Emiliani-Giudici, 
che  in  questa  prima  edizione  prende 
il  titolo  modesto  di  Storia  delle  Belle 
Lettere  in  Italia,  preceduto  da  un 
Discorso  preliminare,  che  è  un  esame 


rigoroso  e  violento  dello  stato  della 
critica  presso  noi  e  de'  critici:  discorso 
soppresso  dieci  anni  dopo,  ripresen- 
tata l'opera  corretta  da  qualche  in- 
temperanza di  giudizio  e  da  acrità  di 
forma.  Egli  non  è  uno  Schelling, 
cacciato  in  Italia,  come  con  parole 
indeterminate  si  disse  di  Francesco 
De  Sanctis,  ma  il  primo  che  tratta 
la  Storia  della  letteratura  italiana  con 
critica  filosofica,  derivata  da'  fatti,  e 
dimostrò  dovere  l'Italia  la  sua  gloria 
lette-aria  al  concetto  nazionale,  che 
il  genio  divinatore,  il  genio  Italie  >, 
tradusse  nelle  varie  forme  d'arte.  E 
così  le  varie  opere,  che,  per  ironia, 
correvano  con  la  intitolazione  di  storia 
della  letteratura,  misero  accozzamento 
di  date,  di  curiosità  aneddotiche  e  di 
accenni  biografici,  e  della  gloria  re- 
cata al  sapere  dalla  protezione  prin- 
cipesca, specialmente  medicea,  cade- 
vano, rovesciate  come  le  mura  di 
Gerico  da'  suoni  di  una  fanfara.  I 
secol  della  vita  italiana  dovevano 
risplendere,  non  più  attraverso  alla 
bibliografia,  ma  a  un  concetto,  che, 
con  sintesi,  avesse  indagate  le  ori- 
gini. E  Paolo  Emiliani-Giudici  nelle 
prime  due  lezioni  dell'opera,  che  co- 
stituiscono, come  tutto  il  periodo  che 
giunge  fino  alla  caduta  della  Repu- 
blica  di  Firenze,  la  parte  originale, 
segue  con  ardore  e  con  nuovi  intenti 
le  ricerche  grandiose  e  le  specula- 
zioni filosofiche  della  Scienza  Nuova 
del  \'ico,  e  del  volume  Dell'  Indole 
e  de'  Fattori  dell'  Incivilimento  umano, 
del  Romagnosi,  ignorato  oggidì  dai 
critici,  a'  quali  è  dato  compito  assai 
maggiore  colle  fatiche  investigatrici 
delle  date  di  nascita,  di  sponsali,  di 
doni  matrimoniali,  di  viaggi,  di  nozze. 
di  morti  ;  e  nello  stabilire  se  con- 
venga una  parola  o  piuttosto  un'altra 
di  minore  o  maggior  peso.  E,  intanto, 
a'  giovani  d'  Italia  sono  muti  i  mo- 
numenti della  nostra  letteratura,  e 
nulla  possono  amare,  perchè  la  cri- 
tica si  è  circoscritta  così  miseramente, 
ed  esercita  ogni  arroganza! 


«Egli  colse  dalla  nostra  letteratura 
quello  che  è  eterno  ;  notate  le  stelle 
erranti  e  fisse,  non  le  cadenti.  Tutte 
i|uelle  foglie  che  caddero  al  vento 
d'autunno  e  che  morendo  hanno  rin- 
vigorito la  terra  non  sono    soggetto 


TRA   LIBRI    E   RIVISTE 


709 


di  storia.  Una  parola  basta  a'  mille 
echi  dell'anima  italiana;  la  storia  è 
per  le  granili  voci  che  l'hanno  espressa, 
e,  più  che  espressa,  eccitata,  solle- 
vata o  ingrandita.  Il  Tiraboschi  e  il 
Ginguenée,  l'uno  dell'  ordine  bene- 
dettino, l'altro  divoio  spietatamente 
al  \"oltaire,  avevano  diboscata  lasciva 
de' nomi,  delle  date,  de' fatti,  tutto 
quanto  è  critica  esterna;  ma  l'Emi- 
liani salì  al  luogo  luminoso  ed  alto, 
ove  con  v'ersavano  gli  spiriti  de'  no- 
stri grandi  poeti  e  prosatori,  e,  a 
gloria  d'Italia,  li  rivelò.  Lo  comprese, 
compiaciuto,  G.  B.  Niccolini:  ugual- 
mente in  Francia  il  Villemain,  che 
disse  d'avere  egli  introdotto  l'elo- 
quenza nella  critica  e  nella  storia 
della  letteratura.  Lo  lodarono  altri 
sommi,  tra  cui  Dionigi  Strocchi,  già 
cadente  per  gli  anni,  e  con  parole 
mirabili  il  Michelet  e  il  Macaulay.  I 
gramatici,  i  filoioghi,  gli  academici 
e  i  gesuiti  gli  mossero  aspra  guerra, 
jierchè  assai  bistrattali.  Aveva  gri- 
dato; Voi,  con  l'Austria,  che  c'inca- 
tena e  c'infossa,  avete  per  tre  secoli 
congiurato  contro  quest'  Italia,  che  non . 
è  morta,  ma  sepolta,  e  attende  il  di 
della  risurrezione  ». 

Dopo  il  '48  ominciò  la  traduzione 
della  Storia  d' /nghilterra  del  Macau- 
lay che  fece  molto  rumore  in  Italia. 
Tra  il  1849  e  il  1859  lo  Em  lani- 
Giudici  attese  ad  altri  lavori  critici 
e  compose  anche  un  romanzo,  Beppe 
Arpia,  che  poi  ripudiò:  la  mente  e 
l 'energia  dello  storico  e  del  critico 
rifulgono  in  ultimo  nell'opera  /  Co- 
muni e  nella  Storia  del  Teatro  ben 
accolta  in   Italia  e  in  Inghilterra. 

Nominato  segretario  dell'Accade- 
mia di  Belle  Arti  in  Firenze,  lavorò 
intorno  a  riforme  che  la  burocrazia 
rese  nulle. 

;<  La  burocrazia- nota  il  Guardione- 
da  più  che  otto  lustri  congiura  sempre 
allo  sterminio  dell'ingegno  italiano; 
lo  rende  fiacco,  lo  calpesta,  gli  chiude 
le  porte  ad  ogni  progresso,  e  giorno 
per  giorno  uccide  il  cittadino,  io  scrit- 
tore e  l'uomo;  perseguitando  i  mi- 
gliori,  jiremiando  i  più  inetti!  » 

E  r  Emiliani-Giudici  si  dimise  e 
viaggiò   libero  per  l'Europa. 

«  Nel  1867,  pochi  anni  prima  di 
morire,  rappresentò  il  collegio  di  Ser- 
radifalco  alla  Camera  nazionale,  e  si 
tenne  sempre  col  Rattazzi.  Chiusa  la 


legislatura,  dimessosi,  ritornò  a  viag- 
giare, e,  fermandosi  in  Inghilterra, 
studiava  di  c<mtinuo  quel  popolo  e 
quegli  ordinamenti,  che  gli  si  erano 
connaturati.  La  morte  lo  colse  nel- 
l'agosto del  1872.  Fortunato  che 
vide  le  nostre  armi  trionfare  nell'alma 
Roma  !   » 

Il  discorso  termina  con  una  nota 
tristissima.  Dov'è  la  salma  di  Paolo 
Emiliani-Giudici?  Secondo  ricerche 
del  Guardione,  il  Giudici  visse,  in  In- 
ghilterra, a  Tonbridge  e  mor'i  ad  Ore, 
villaggio  presso  Hastings,  e  il  Guar- 
dione avverte  a  questo  proposito  : 
«  Ormai  il  dovere  è  di  chi  rappre- 
senta questa  funzione  organica,  che  ha 
nome  di  governo,  e  regge  le  sorti 
della  Nazione!   » 


Il  prof.  (i.  A.  Cesareo  deli  eò  la 
fisionomia  dell' Emiliani-Giudici  po- 
nendola nei  giusti  rapporti  col  pen- 
siero critico  del   tempo. 

«  Il  secolo  .wni  -  disse  il  Cesareo  - 
fu  vituperato,  a  torto,  secondo  me, 
come  il  secolo  degli  abati,  degli  ar- 
cadi, dei  cantanti  e  degli  avventu- 
rieri. 

«  Sotto  codesta  superficie  si  nascon- 
deva ben  altro;  si  nascondeva  un 
fremito  d'idee,  d'aspirazioni,  di  rin- 
novamenti, che  poi  si  manifesterà  in 
tutte  le  espressioni  della  vita  e  della 
coscienza  in  Italia  e  fuori  d"  Italia; 
espressioni  non  soltanto  sociali,  filo- 
sofiche, religiose,  economiche,  ma 
anche  letterarie  e  critiche. ., 

Il  Che  cosa  avea  fatto  il  secolo  xviii 
circa. il  metodo  critico  e  circa  lo  studio 
della  letteratura  italiana? 

«  Si  possedevano  delle  raccolte  di 
fatti,  di  notizie,  di  documenti;  i  vo- 
lumi del  Crescimbeni,  del  Gimma, 
del  Quadrio  e  la  .Storia  monumentale 
del  tenace  abate  di  Modena,  Giro- 
lamo Tiraboschi  ;  ma  ;utti  costoro 
non  avevano  fatto  altro  che  accumu- 
lare testimonianze,  date,  notizie,  ma- 
teriali d'  archivio.  Questo  è  ciò  che 
apparisce,  ciò  che  fin  qui  gli  storici 
riconobbero  e  riconoscono  del  mo- 
vimento letter  irio  e  critico  nel  se- 
colo xviii.  Eppure  c'era  dell'altro. 
Il  secolo  xviii  aveva  avuto  un  uomo 
che,  senza  quasi  alcuna  azione  al 
tempo  suo,  .soleggiò  poi  improvvisa- 
mente su    tutto   ciò    che    riguarda  il 


710 


TRA   LIBRI    E   RIVISTE 


metodo  storico  e  il  concetto  partico- 
lare e  generale  dei  tatti.  Giambattista 
Vico,  una  delle  più  grandi  menti  che 
abbia  avuto  l'Europa  nel  Settecento, 
lanciò  per  la  prima  volta,  senza  forse 
né  pur  misurare  tutta  la  lunghezza 
del  cammino  che  avrebbe  percorso, 
il  dardo  di  luce  della  sua  intuizione; 
e  ancora  quel  dardo  sfavilla  sul  no- 
stro secolo,  e  noi  ci  sentiamo  illumi- 
nati dal  bagliore  che  se  ne  sprigiona, 
e  tutte  le  nostre  ricerche,  le  nostre 
costruzioni,  i  nostri  metodi  nuovi 
continuano  ad  essere  rischiarati  dalla 
fiamma  inestinguibile  del  pensiero  di 
tiiambattista  N'ico. 

«Il  Vico  fondò  lafilosofìadella  storia 
e  la  filosofia  della  letteratura.  I  tre 
grandi  principj  del  V'ico  :  quello  dei 
ricorsi  storici,  quello  dell'attività  in- 
tellettuale e  scientifica  contrapposta 
all'attività  intuitiva  ed  estetica,  quello 
finalmente  della  legge  di  relazione 
tra  l'opera  d'arte  e  l'atmosfera  mo- 
rale in  cui  ella  fu  prodotta,  sono  per 
l'appunto  le  colonne  basilari  della 
critica  nuova,  che,  restituita  in  onore 
appena  da  qualche  anno  tra  noi, 
spazia  già  da  ogni  lato  su  tutti  gli 
orizzonti  delle  idee  e  dei  fatti.  L'a- 
zione del  \'ico  al  tempo  suo  fu,  come 
ho  detto,  più  tosto  scarsa  ;  ma  oggi 
si  comincia  a  discoprire  tutta  la  lu- 
cida profondità  di  quelfintelletto  me- 
raviglioso ». 

Il  Cesareo  cita  fra'  critici  anteriori 
Francesco  Torti,  il  Foscolo,  il  Ber- 
chet.  Dopo  questi  in  buon  punto 
giunge  il  Giudici: 

«  Egli  fu  il  primo  che  avesse  l'ar- 
dire, la  perseveranza  e  la  fortuna  di 
tentare  una  storia  generale  della  let- 
teratura italiana,  la  quale,  non  sol- 
tanto un  muto  ed  informe  accumula- 
mento di  fatti,  ma  anche  fosse  una 
costruzione  ordinata,  logica,  intera, 
circonfusa  di  verità  e  di  bellezza;  un 
timpano,  per  cosi  dire,  che  risonando 
la  varia,  mutabile  e  complessa  co- 
scienza d'un  popolo  espressa  in  pa- 
role di  poesia,  avesse  l'unità  ricca 
e  molteplice,  la  significazione  coerente 
e  profonda,  il  carattere  originale, 
determinato  e  continuo,  che  sarà  stato 
proprio  di  quella  co.scienza  ne'  gradi 
successivi   del  suo  svolgimento. 

«  Oltre  a  ciò  egli  fu  il  primo  che 
in  una  storia  della  letteratura  italiana 
scrutasse  la  legge  rivelatrice  dei  fe- 


nomeni letterarj  :  egli  intuì  che  un 
fenomeno  letterario  non  si  produce 
per  generazione  spontanea,  ma  invece 
è  il  risultato  d'una  lunga  elabora- 
zione della  coscienza  collettiva  onde 
nacque,  e  quindi  è  rivelato  da  leggi 
che  vanno  ricercate  e  illustrate,  e  il 
primo  obbligo  del  critico  è  appunto 
quello  di  ricercarle  e  illustrarle  ». 

Egli  non  applicò  la  teoria  col  me- 
desimo acume  con  cui  la  concepì, 
«  ma  fu  pure  un  dei  gagliardi  e  gene- 
rosi lavoratori  che  apriron  la  via  a 
successori  più  fortunati,  i  quali  po- 
teron  diboscare  più  sicuramente  dietro 
i  primi  tentativi  e  i  primi  sforzi.  A 
Paolo  Emiliani-Giudici  dobbiamo  noi 
saper  grado  dell'avere  egli  primo 
tentato  una  storia  della  letteratura 
con  criterj  razionali  e  moderni,  filo- 
sofici e  estetici  ;  dobbiamo  sapergli 
grado  dell'avere  egli  primo  trovato 
certe  leggi  ideali  che  pur  oggi  cia- 
scun critico  d'acuto  intelletto  può  ac- 
cettare e  applicare  ;  dobbiamo  infine 
sapergli  grado  dell'avere  egli  primo 
tenuto  conto  di  certe  tradizioni,  di 
certi  intendimenti,  di  certi  pensieri, 
'di  certe  aspirazioni,  che,  nate  nella 
grande  coscienza  italiana,  erano  stati 
fino  a  lui  poco  o  punto  tenuti  a  cal- 
colo, e  dell'essere  stato  tra  quelli  che 
non  soltanto  ne  dimostrarono  l'im- 
portanza, ma  li  praticarono  con  intel- 
letto vigile  e  con   cuore  fedele  ». 


Il  Museo  Mickiewicz. 

La  K'iK'ue  Rkue  ci  dà  notizia  dif- 
fu.sa  di  questo  Museo  apertosi  testé 
a  Parigi  in  onore  del  grande  polacco, 
sul  Quai  d'Orléans,  sopra  ai  locali 
della  Biblioteca  polacca.  Il  figlio  del 
poeta,  che  l'ha  amorosamente  prepa- 
rato, avrebbe  voluto  .stabilirlo  in  Li- 
tuania, nella  casa  natale  di  Adamo 
Mickiewicz  :  ma  la  co.sa  non  era  pos- 
sibile, poiché  ivi  perfin  la  lingua 
polacca  è  interdetta.  Così,  Parigi, 
patria  degli  esiliati,  accoglie  ora  le 
memorie  della  vita  del  poeta  nazio- 
nale di  Polonia,  evocazione  di  tutta 
un'epoca  ammirabile  e  troppo  obliala. 
Ritratti,  fotografie,  litografie,  mo- 
strano il  Mickiewicz  in  vari  momenti 
della  sua  vita  avventurosa  e  nobile. 
Altri  ritratti  ricordano  gli  amici  di  lui. 
Chopin,  George Sand,.Slovvacki,  Kras- 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


711 


mski,  Ailain  Czartoiyscki,  Lamen- 
iiais,  Quinet  e  la  sua  prima  moglie 
Mme  Dumesnil  figlia  di  Michelet,  e  ar- 
tisti e  ufficiali  e  preti...  Poi  vi  sono  dei 
manoscritti  ;  l'Ode  sulla  presa  di  Bo- 
marsund,  una  pagina  della  terza  parte 
degli  Avi.  una  lettera  ornata  d'una 
aquila  bianca,  vestigio  di  quella  le- 
gione polacca  d'Italia  che  Mickiewicz 
fondò  nel  1S48,  frammenti  di  poesie... 
L'ultima  penna,  il  calamaio  del  poeta, 
il  foglietto  d'una  lezione  di  turco 
ch'egli  prese  a  Costantinopoli  la  vi- 
gilia della  sua  morte.  Degli  autografi 
di  Thomas  Moore,  di  Klopstock,  di 
Goethe;  ciocche  di  capelli  di  Napo- 
leone I,  di  Lammennais,  di  Mickie- 
wicz stes.so  e  della  donna  da  lui 
amata,  la  tenera  e  poetica  Carolina 
Jcenisch. 

Tre  biblioteche  racchiudono  un 
migliaio  di  volumi,  tutte  le  edizioni 
del  poeta,  e  le  opere  di  cui  egli  è 
il  soggetto:  150  cartelle  contengono 
opuscoli  ed  estratti  di  giornali  e  ri- 
viste. 

Jean  Aicard. 

Nunes,  Réziers,  Grange;  ecco  che 
i  Fiancesi  diventano  più  latini  di  noi. 
11  Midi,  cosi  simpaticamente  burlato 
da  Alfonso  fìaudet,  esuberante,  ner- 
vo.'-o,  pittoresco,  dà  ora  degli  spet- 
tacoli degni  degli  antichi.  A  Nimes, 
nella  maravigliosa  cornice  delle  Are- 
ne, Mounet-Sully  rievoca  i  dolori  di 
Edipo  Ri'  e  può  espandersi  nell'am- 
piezza di  tutti  i  suoi  mezzi  assai  più 
che  non  abbia  potuto  l'inverno  scorso 
nel  nostro  minuscolo  teatro  Valle  ;  a 
Grange  la  signora  Gerville-Réache 
canta  i  lamenti  A' Orfeo  nelle  note 
classiche  di  Gluck;  a  Reziers  si  svol- 
gono i  grandi  quadri  neo-.greci  di 
Saint-Saèns. 

E  noi  che  abbiamo  tanti  resti  di 
anfiteatri,  che  potremmo  con  poca 
spesa  crearci  questo  doppio  spettacolo, 
-  di  artisti  liberi  infine  di  raggiungere 
il  massimo  della  loro  potenza,  sia  nel 
campo  tragico,  sia  nel  dramma  mu- 
sicale, e  di  un  popolo  vario,  esube- 
rante, spontaneo,  che  applaude,  in- 
coraggia, stabi  lisce  una  corrente  nuova, 
forma  una  vera  unità  coi  suoi  artisti  - 
noi  non  facciamo  nulla. 

Lo  scor.so  anno  contemplavo  la  folla 
nella  piazza  di  Siena  alla  Valila  Bor- 


ghese. Nell'arena  si  movevano  degli 
artisti  di  circo  e  degli  stalloni;  spet- 
tacolo interessante  in  modo  assai  limi- 
tato. Ma  il  digradar  della  folla  vario- 
pinta di  spettatori  sotto  l'immobilità 
dei  grandi  pini  e  sotto  il  cielo  romano 
cos'i  glorioso,  cos'i  mutevole  ed  in- 
sieme improntato  d'eternità,  gli  scoppi 
d'applausi  così  fitti  e  fragorosi  eppur 
cosi  in  tono  con  la  scena  circostante, 
perchè  dispersi  e  fusi  nella  grande 
atmosfera,  mi  davano  un'emozione  che 
era  accresciuta  da  evocazioni  e  da 
vi.sioni,  e  mi  facevano  immaginare 
quanto  sarebbe  facile  infine  gettar  nel 
nostro  popolo  qualcosa  ch'egli  desi- 
dera e  che  lo  scaldi;  quanto  sarebbe 
facile  crear  quest'anima  nazionale,  o 
meglio  evocarla,  poiché  esiste  da  se- 
coli, esiste  da  quando  il  popolo  vive  e 
muore  sulla  terra  d'Italia! 

Manchiamo  di  poeti?  Manchiamo 
d'interpreti?  Manchiamo  di  pubblico? 
O  manchiamo  di  Consigli  comunali 
intelligenti? 

Poco  dopo,  alla  venuta  in  Roma 
di  Re  e  Imperatori,  si  allestirono  se- 
rate di  gala,  ecc.  ecc. 

Non  è  la  stessa  cosa! 


Al  teatro  d'Grange  Sarah  Bernhardt 
ha  rappresentato  la  tragedia  in  versi 
di  Jean  Aicard  ;  La  legende  du  coeiir, 
tratta  dalla  vecchia  favola  provenzale 
d'un  sire  geloso  e  ingannato  che  fece 
mangiar  alla  sposa  infedele  il  cuore 
dell'amante.  Il  lavoro,  in  cinque  atti, 
ha  avuto  un  successo  grandissimo, 
ed  ha  costituito  un  nuovo  trionfo  di 
Sarah,  travestita  da  trovatore. 

Jean  Aicard  è  conosciuto  fra  noi 
solo  quale  autore  di  Papà  Lehonnard , 
il  cavallo  di  battaglia  di  Novelli.  Di 
lui  cosi  scrive  la  fine  scritrice  d'arte 
ch'è  Harlor  nella  Fronde: 

«  Le  idee  di  bontà,  di  giustizia,  gli 
sembrano  un  elemento  d'arte  degno 
di  considerazione.  Con  un'insistenza 
cavalleresca,  eglihaintrodotto  in  pres- 
soché tutti  i  suoi  lavori  delle  proteste 
contro  le  malvagie  tirannie  -  e  special- 
mente quelle  dell'egoismo.  Egli  ha 
senza  po.sa  predicato  la  pietà,  l' indul- 
genza, il  perdono,  il  sacrificio  ;  poemi, 
romanzi,  tutta  la  sua  opera  é  avvolta 
in  un'atmosfera  di  clemenza,  d'al- 
truismo. 


j\i 


TUA    1.1  nRl    E   RIVISTE 


«  Egli  appartiene  a  quella  genera- 
zione nata  dal  misticismo  filantropico 
liei  '-i-S,  dall'entusiasmo  e.  dalla  nic- 
l^'aloniania  romantica.  K  vero  che 
r  .Aicard  .s'c  dichiaralo  contro  quella 
psicologia  d'enfasi.  «  Le  liéros  sans 
faiblesse  n'est  pas  plus  vrai  que  l'hom- 
nie  de  genie  sans  défaillance  »,  ha 
scritto  egli  nel  Pavé  d'amour,  uno 
dei  libri  ove  si  scopre  meglio  il  fondo 
della  sua  sensibilità.  Ma  benché  desi- 
deroso degli  individui  «  non  troppo 


Jean  Alcard. 

estranei  alle  nostre  sciocchezze,  ai 
nostri  vizii  anche  »  egli  ne  fa  dei  mo- 
delli di  bellezza  morale  che  si J  ele- 
vano facilmente  al  sublime.  I  quattro 
atti  di  Smilis  (rappresentati  nel  1884 
al  Théàtre  Francjais)  sono  una  scuola 
d'eroismo  alla  1830.  Tuttavia,  molto 
sinceramente,  Jean  Aicard  non  si  ap- 
plica a  «  continuer  le  romantisme  ». 
Egli  ama  le  grandi  azioni,  ma  senza 
accompagnamento  di  effervescenza  ver- 
bale, senza  gestico'azione  sovrecci- 
tata. Dei  nobili  sentimenti  sono  tra- 
dotti in  una  lingua  semplice  da  es.seri 
di   condizione  media  ». 

Papà  Lebonnard  è  il  miglior  esem- 
pio di  questo  suo  temperamento  arti- 
stico. 

Me  malgrado  tutte  le  cure  per 
conser\'are  ai  suoi  personaggi  il  tono 
del  loro  ambiente,  l'Aicard  non  è 
affatto  un  realista.  La  sua  dottrina  è  : 
«  t^tre  vrai  sàns  basses.se,  chercher  le 


beau  dans  le  réel  ».  Questa  estetica, 
dice  Harìor,  e  i  suoi  sentimenti  uma- 
nitari disponevano  Jean  Aicard  a  ren- 
der omaggio  al  lavoro  del  popolo. 
«  Egli  ne  lodò  specialmente  ciò  che 
tocca  più  il  cuore  d'im  poeta  -  e  sopra- 
tutto d'un  poeta  del  Mezzogiorno:  la 
coltura  della  terra.  Non  aveva  ven- 
t'anni  e  già  pen.sava  al  poema,  che  do- 
veva efser  accolto  tanto  entusiasti- 
camente quando  venne  pubblicato 
nel  1884,  Miette  et  Noré,  idillio  pro- 
venzale. Egli  ha  cercato  di  lasciar 
spontaneamente  parlare  l'anima  lo- 
cale, il  genio  popolare  ;  e  le  passioni, 
le  situazioni,  il  linguaggio  sono  d'una 
semplicità  perfetta.  Nullameno,  l'idea- 
lizzazione è  costante.  II  poeta  ha  vo- 
luto discendere  sino  ai  contadini,  e 
li  ha  elevali  a  sé:  egli  li  ha  compresi, 
ma  essi,  l'hanno  uguagliato. 

«  ...Egli  ci  addita  un  paese  di  luce, 
di  dolcezza  atmosferica,  di  grazia  vege- 
tale, delle  foreste  ospitali,  delle  pinete 
odoranti,  dei  luoghi  che  «  selon  le 
mode  grec  »  non  schiacciano  l'uomo, 
dei  campagnoli  allegri,  non  aventi 
punto  ricevuto  dal  suolo  delle  lezioni 
di  parsimonia,  e,  a  causa  del  felice 
clima,  tratti-  all'ottimismo.  Pa.stori, 
vendemmiatori,  vignaiuoli,  fanciulle, 
vecchie,  hanno  fino  nei  loro  errori 
una  specie  di  freschezza  arcadica...  E 
sotto  la  mansuetudine  cristiana  passa 
un  soffio  pagano,  quella  concezione 
della  vita  ardente  che  caratterizza  i  1 
meridionale,  quali  si  siano  i  suoi  con- 
tatti con  le  civiltà  del  Nord  dallo  spi- 
ritualismo frigido.  Panteismo  e  uma- 
ni.smo. 

«  M.  Jean  Aicard  spiega  l'abitante 
a  traverso  la  descrizione  del  pae.se. 
La  Provenza  fertile,  affabile,  produce 
Miette  et  Noré :  lo  sterile,  delta  del 
Rodano  scusa  i  selvaggi  amori  d'un 
mandriano  e  d'una  bohémienne,  di  quel 
re  di  Camargue  (nel  romanzo  co.sì  in- 
titolato) che  non  sarebbe  forse  co.si 
rude,  primitivo,  docile  ai  suoi  istinti, 
se  avesse  respirato  un'aria  meno  sal- 
mastra e  brutale  di  quella  del  Vac- 
carès. 

«  ...L'amore  della  natura  appare 
ancora  nel  suo  gu.sto  per  tutto  ciò  che 
ha  carattere  famigliare,  e  per  l'in- 
anzia,  alla  quale  ha  dedicato  una  dei 
suoi  libri  più  noti  :  I.a  Chaii'^oii  de 
i  Enfant  » . 


TRA    T.IBRI    E    RIVISTE 


713 


Una  lettera  di  Sabatier. 

Nel  Times  dell"  8  conviUe  trovo  la 
segufiile  lettera.  I  giornali  italiani,  oc- 
cupati attorno  agli  aneddotti  sul  papa 
vecchio  e  sul  papa  nuovo,  non  l'hanno 
notata.  Essa  è  rivolta  al  direttore  del 
gran   giornale  di   Londra: 

«  I  viaggiatori  che  passano  ad  As- 
si.si  sono  penosamente  colpiti  dal 
numero  dei  fanciulli  che  mendicano 
nelle  strade  e  nelle  chiese. 

«  La  massima  parte  dì  questa  men- 
dicità non  è  dovuta  a  poltroneria  o 
a  mancanza  di  risparmio.  Il  popolo 
d'Assisi  è  sempre  poverissimo  e  una 
cattiva  annata  come  la  presente,  nella 
quale  i  raccolti  su  cui  essi  si  appog- 
giano sono  stati  distrutti  dalla  gran- 
dine, li  riduce  all'attuale  miseria.  Per 
tali  disastri  non  c'è  alcun  sollievo  in 
Italia  da  parte  dello  Stato. 

«  Finora  non  ci  fu  possibile  trovar 
rimedio  a  questa  deplorevole  condi- 
zione di  cose;  ma  ora  posso,  con 
profonda  sodisfazione,  informare  tutti 
coloro  che  prendono  interesse  alla 
Città  serafica,  o  che  hanno  sentimento 
di  gratitudine  verso  di  essa,  che  una 
società  per  la  Refezione  scolastica  è 
stata  fondata.  Una  volta  al  giorno 
durante  l' inverno,  ogni  ragazzo  delle 
scuole  elementari  d'  Assisi  riceverà 
l'alimento  di  una  nutriente  minestra. 
Co.si  speriamo  con  un  so'o  sforzo  di 
ottenere  doppio  risultato  I  ragazzi 
saranno  nutriti  e  le  scuole  -  di  cui  non 
ho  che  a  dir  bene  -  verranno  frequen- 
tate da  molti  fanciulli  che  finora  fre- 
quentavano le  strade  ed  erano  costretti 
a  mendicare.  Sono  convinto  che  le 
condizioni  della  popolazione  di  Assisi 
possono  venir  convenientemente  mi- 
gliorate. 

«  Mi  appello  a  tutti  gli  amici  che 
Assisi  conta  in  Inghilterra  per  aver 
aiuto  in  que.sta  opera  eccellente  e 
sarò  felice  di  trasmettere  ogni  dono 
che  mi  sarà  commesso.  Il  bisogno  è 
più  o  meno  costante,  ma  una  somma 
di  almeno  500  sterline  è  necessaria 
per  il  prossimo  inverno.  Se  riceve- 
remo di  più,  ciò  costituirà  un  fondo 
per  l'avvenire.  Le  sottoscrizioni  po.-;- 
.sono  mandarsi  con  chèque  o  vaglia 
postale  (pagabile  ad  Assisi)  e  saranno 
da  me  riconosciute  e  accompagnate 
con  ricevLita  del  te.soriere  Fiumi.  Una 


copia  del  resoconto  della  Società  sarà 
inviata  a  tutti  gli  amici  che  la   desi- 

der.ino. 

«    P.\OLO    S,\RATIF.R    «. 

Connuenti  diversissimi  si  possono 
l'are  a  questa  lettera.  Non  ne  farò, 
lo  non  sono  talmente  nazionalista  da 
offendermi  se  l'uomo  aiuta  l'uomo, 
anche  di  patrie  diverse.  Ma  vorrei 
che  la  piccola  punta  di  umiliazione 
che  ogni  italiano  non  può  non  sen- 
tirne, fosse  efficace,  destasse  certe 
attività  sopite,  specialmente  in  chi  ha 
il  mandato  di  amministrare,  gover- 
nare, ecc.  ecc. 


La  produzione  del  legno 
in  Svizzera. 

Stupisce  il  fatto  che  la  .Svizzera, 
colla  sua  grande  superficie  boschiva, 
sia  tributaria  agli  altri  paesi  sia  per 
il  legno  da  costruzione,  sia  per  quello 
combustibile.  Eppure  la  Gazeftede  Lau- 
sanne ce  lo  afferma.  Le  foreste  -  essa 
scrive  -  sono  nella  Svizzera  ripartite 
in  maniera  molto  ineguale.  Mentre 
i  cantoni  del  Giura  e  quelli  dell'  alti- 
piano sono  generalmente  ben  fitti  d'al- 
beri (Schafthouse  39  per  cento  della 
superficie  totale,  Soleure  36,  Argo- 
via  31,  Neuchàtel  28,  Zurigo  27, 
\'aud  23)  il  rimboschimento  d'  altri 
cantoni  è  poco  denso  o  insufficiente 
(Ticino  21  per  cento.  Lucerna  20,  Fri- 
burgo e  Schwytz  18,  Valais  e  Gla- 
ris  15,  L'ri  io.  -  Media  di  tutta  la 
Svizzera  20.6  per  cento). 

La  produzione  del  legno  varia  tlun- 
que  considerevolmente  da  un  cantone 
all'altro.  Si  v'erificano  compensazioni 
tra  una  contrada  e  l'altra,  è  vero, 
ma  esse  si  produrrebbero  su  una  scala 
più  vasta  se  le  tariffe  svizzere  dei  tra- 
sporti indigeni  le  favorisse  maggior- 
mente. Invece,  grazie  alle  tariffe  d'in- 
troduzione, il  legno  straniero,  specie 
quello  d'Austria  e  della  Germania 
del  Sud,  è  trasportato  in  Svizzera  a 
miglior  mercato  del  legno  locale  che 
si  trasporta  da  un  cantone  all' altro. 

Pertanto,  anche  se  le  compensazioni 
fra  le  contrade  più  o  meno  boschi\e 
potessero  effettuarsi  più  facilmente,  re- 
sterebbe   ugualmente    un    considere- 


714 


TRA    I.IBIU    K    HIVISTE 


vole  deficit  di  protkizione.  La  stati- 
stica doganale  ne  dà  la  cifra. 

Nel  1902  l'eccedente  dell'importa- 
zione suir  esportazione  è  stato  di 
fr.  11,035,803  contro  fr.  10,160,115 
nel  1901.  Questo  deficit  k  in  progres- 
sione lenta  ma  costante:  la  produzione 
locale  è  sempre  meno  in  grado  di  sod- 
disfare alle  esigenze  crescenti  della 
richiesta. 

La  quantità  del  legno  importato 
(da  costruzione  e  da  fuoco)  è  stato 
di  2,778,918  quintali,  ossia  circa 
505,000  metri  cubi,  mentre  la  Sviz- 
zera non  Ija  esportato  che  163,150 
quintali,   ossia  circa  309  metri    cubi. 

L'  eccedente  d' importazione  è  dun- 
que di  500,000  metri  cubi  in  cifra 
rotonda. 

Quale  è  ora  la  produzione  nazio- 
nale? I  dati  che  si  possiedono  in 
proposito  sono,  continua  la  Gazette 
de  Lausanne,  assai  incompleti.  Si  co- 
nosce il  prodotto  delle  foreste  pub- 
bliche, ma  non  si  hanno  statistiche 
concernenti  le  foresi'-  private.  E  su 
una  superficie  boschiva  di  854,467 
ettari  per  tutta  la  Svizzera,  le  foreste 
demaniali  occupano  38,172  ettari  e  le 
foreste  comunali  572,181  ettari,  ossia 
in  totale  610,353  ettari  di  foreste  pub- 
bliche. La  produzione  media  di  que- 
ste foreste  è  attualmente  di  circa 
2  milioni  di  metri  cubi  (nel  1902, 
I '9571557  metri  cubi,  nel  1901, 
2,189,063  metri  cubi;,  ossia  metri 
cubi  3  e  un  quarto  per  ettaro.  Re- 
stano i  244,114  ettari  di  foreste  par- 
ticolari sul  reddito  di  cui  non  si  hanno 
dati.  Un  solo  cantone,  quello  di  Neu- 
chàtel ,  esercita  un  controllo  abbastanza 
rigoroso  su  que.ste  foreste  perchè  siamo 
approssimativamente  informati  sul  lo- 
ro reddito  in  cubi  ;  nel  1901,  3.5  me- 
tri cubi  per  ettaro.  In  massima  si  può 
calcolare  clie  il  reddito  delle  proprietà 
])rivate  sia  un  jjo'  inferiore  a  quello 
delle  terre  amministrate  dal  servizio 
forestale.  Fissando  a  circa  3  metri 
cubi  il  reddito  per  ettaro  dei  244,114 
ettari  di  foreste  particolari,  arriviamo 
ad  una  produzione  annuale  media  di 
metri  cubi  750,000.  Aggiungete  a  ciò 
il  prodotto  delle  foreste  pubbliche  per 
2,000,000  nietri  cubi  e  avremo  un 
totale  di  '2^750,000  metri  cubi  di  pro- 
duzione di  legno  svizzero. 

L'  eccedente  li'  importazione  essen- 
do di  500,000  metri  cubi  rotondi,  il 


consumo  totale  de!  legno  in  Svizzti.i 
sarebbe  di  3,250,000  metri  cubi. 

Per  raggiungere  questa  cifra,  la  pro- 
duttività delle  foreste  dovrebbe  esser 
portata  da  3.25  metri  cubi  per  ettaro 
a  3.80  metri  cubi.  Se  ciò  non  fosse 
possibile,  bisognerebbe  aumentare  la 
superficie  boschiva  di  155,000  ettari, 
ossia  circa  del  18  percento.  A  quelli 
che  potrebbero  temere  che  questo  au- 
mento delia  superficie  forestale  tra- 
sformasse tutta  la  Svizzera  in  una  va- 
sta foresta,  si  può  assicurare  che  i 
150,000  ettari  non  rappresentereb- 
bero che  un  aumento  di  foresta  del 
3.7  per  cento  della  superficie  totale 
della  Svizzera. 

Del  resto,  terminala  Gazette  de  Lau- 
sanne, «  esistono  nel  nostro  paese  an- 
cora delle  grandi  superficie  di  terreno 
incolto  o  improprio  alla  coltura  agri- 
cola. Questi  spazi  oggi  improduttivi 
sono  designati  per  esser  trasformati 
in  foreste.  Una  volta  rimboscati,  que- 
sti terreni  sarebbero  adatti  non  sol- 
tanto a  ricoprire  il  deficit  di  legno 
di  cui  ci  lamentiamo,  ma  anche  a 
proteggere  il  paese  contro  le  meteore 
nocive  e  ad  abbellirlo  col  loro  rigo- 
glioso ornamento  ». 


In  Libreria. 

Gli  editori  non  hanno  chiuso  de- 
finitivamente la  loro  stagione  poiché 
parecchi  libri  ultimi  venuti,  e  non 
dei  meno  pregevoli,  ci  attraggono  lo 
sguardo  colle  copertine  nuove  o  di- 
pinte o  con  nomi  già  noti  e  simpa- 
tici. Ci  affrettiamo  a  darne  annunzio 
al   nostri   lettori. 

L'n  libro  di  stagione  è  questo 
Alpinisti  Ciabattoni  di  A.  G.  Cagna, 
nuovamente  apparso  dopo  molti  anni 
dalla  prima  edizione  e  dal  primo  suc- 
cesso, presso  L'irico  Hoepli.  A])- 
punto  questa  edizione  d'un  libro  for- 
tunato mostra  il  progresso  compiuto 
dall'arte  libraria  in  Italia.  La  diffe- 
renza fra  le  prime  edizioni  di  Alpi- 
nisti, e  questa  del  solerte  editore  lom- 
bardo è  poco  più  notevole  di  quella 
che  si  riscontra  fra  questa  stes.sa  ap- 
parsa testò  e  la  terza  edizione  di  Pro- 
vinciali, un  altro  fortunato  libro  dello 
stesso  autore  ajipar.so  ora  a  Vercelli 
alla  Tip.  Gallardi  e  Ugo.  L'edizione 
tlell'Hoepli  è  elegantemente  illustrat 


TRA   LIBRI    E    RIVISTE 


715 


con  acquerelli  e  disegni  interessami 
del  pittore  Grassis",  e  con  fotografie 
semplicemente  meravigliose.  In  tal 
modo  il  gaio  novellatore  vercellese 
vien  tratto  fuori  dalla  sua  regione  che 
ha  già  esilarato  per  parecchi  anni  col 
suo  humour  sano  e  di  buona  vena 
e  vien  divulgato  nella  penisola. 

A  proposito  d'illustrazioni  fotogra- 
fiche dobbiamo  segnalare  qui  un  li- 
bro :  /  fumi  del  haitello,  scene  val- 
sassinesi  di  Piero  Magistretti,  con  il- 
lustrazioni dell'Autore.  Il  tentativo 
d'introdurre  la  fotografia  direttamente 
ad  illustrare  novelle  e  romanzi  ha 
prodotto,  all'estero,  ben  poche  buone 
cose  e  moltissime  pessime.  Quando 
il  fotografo  ci  mette  innanzi  un  am- 
biente o  un  paesaggio,  ha  probabi- 
lità di  riuscire,  ma  quando  vuol  se- 
guire i  personaggi  d'un'azione  mossa 
da  sentimenti,  allora  è  facilissimo 
ch'egli  cada  nel  falso  e  nel  grotte- 
sco. Ma  ia  fotografia  è  ormai  diven- 
tata un'arte.  Nelle  grandi  esposizioni 
vediamo  ch'essa  compone  e  colori- 
sce dei  veri  quadri.  È  venuto  perciò 
il  tempo  che  s'introduca  nel  libro, 
trasportandovi  le  nuove  conquiste. 

Questo  libro,  stampato  dalla  ditta 
Clerc  di  Milano,  non  ci  mostra  an- 
cora il  sommo  della  fusione  dell'im- 
magine grafica  col  testo,  ma  è  quanto 
di  meglio  ricordo  di  aver  veduto  fin 
qui   in   Italia. 

Uno  scrittore  piemontese  che  da 
parecchi  anni  coscienziosamente  stu- 
dia e  riproduce  l'ambiente  e  i  per- 
s~jnaggi  della  sua  forte  regione,  Ber- 
nardo Chiara,  ha  testé  pubblicato  coi 
tipi  del  Lattes  di  Torino  im  nuovo 
romanzo:  Paolo  Sylva. 


Fra  i  libri  d'arte  notiamo  una  mo- 
nografia di  Carlo  Romussi  :  /iiloriio 
alla  facciata  del  Duomo  di  Milano 
(Sonzogno),  in  cui;  rintracciate  le  vi- 
cende di  questa  cosi  discussa  parte 
di  uno  dei  più  illustri  monumenti 
mondiali,  narrato  del  concorso  inter- 
nazionale per  una  nuova  facciata  il 
cui  vincitore  mori  lasciando  in  ta! 
modo  la  questione  riaperta,  propone 
che  si  pensi  soltanto  a  completare 
l'attuale,  il  cui  coronamento  richiede 
un   restauro. 

//  Trionjo  della  Morte  e  la  Danza 
Macabra  è    una    o[)portuna    illustra- 


zione dei  celebri  atfreschi  esistenti  in 
elusone  di  Bergamo  e  ci  rivela  l'ur- 
genza di  un  restauro  che  mantenga 
quel  monumento,  il  quale  è  un  dei 
più  notevoli  del  genere.  Due  grandi 
tavole  ornano  il  testo. 

L'editore  Pustet  di  Roma  ha  pub- 
blicato una  serie  di  lezioni  tenute 
dal  Padre  Alessandro  Ghignoni  a  Ge- 
no\a  sul  Pensiero  cristiano  ìieW Arte 
(secoli  i-iv). 

La  R.  Deputazione  veneta  di  Storia 
Patria  ha  chiuso  la  pubblicazione  dei 
Diarii  di  Marino  Sanuto  con  uno 
studio-prefazione  di  Guglielmo  Ber- 
chet,  uno  dei  volenterosi  che  con- 
corsero alla  lunga  e  faticosa  impresa 
cominciata  or  fa  un  quarto  di  secolo. 
Tutta  l'opera  è  una  bella  prova  del 
progresso  degli  studii  storici  in  Italia. 

*  * 

Fra  i  libri  stranieri  che  attendono 
sul  nostro  tavolo  meritano  partico- 
lare menzione  la  Storia  degli  Stati 
Uniti,  un  grosso  volume  edito  dalla 
Tipografia  dell'Università  di  Cam- 
bridge, appartenente  alia  vasta  The 
Cambridge  Modem  History  ideata  dal 
compianto  Lord  Acton,  e  lo  splen- 
dido volume  Britain  and  the  British 
Seas  di  H:  J.  Mackinder,  splendida 
pubblicazione  corredata  di  numerose 
carte  e  d'incisioni,  dovuta  all'editore 
Heinemann. 

La   History  of  French  Versification 
del   prof.    Kastner  (Clarendon   Press, 
Oxford)  è  da  indicarsi  all'attenzione 
dei   letterati  e  dei  filologi. 
* 

*  * 

Il  fecondo  e  valente  romanzieri; 
francese  Paul  Adam,  che  cominciò 
con  La  Force  (un  fortissimo  lavoro) 
a  illustrare  la  vita  francese  nella  prima 
metà  del  secolo  scorso,  prosegue  ala- 
cretnente  nel  suo  intento  e  dopo 
y  Enfant d' Austeri itzcx  dà  ora,  a  breve 
intervallo  di  tempo,  due  altri  grossi 
volumi,  La  Buse  e  Au  Soleil  de  Juillet. 
il  quale  ultimo  viene  fino   al    1830. 

Ches  les  Rois  è  una  collana  di  vi- 
vaci eil  attraenti  bozzetti  storici  di 
Adolphe  Aderer,  editi  dall'editore 
Fontemoing,  il  quale  ci  manda  pure 
in  una  delle  sue  eleganti  edizioni 
una  serio  di  intere.s.santi  conferenze 
sulle  questioni  sociali  più  dibattute 
oggidì  .sotto  il  titolo  generale  Idres 
sociales  et  Faits  sociaux. 


711) 


TRA    LIBHI    E    RIVISTE 


L'editore  Felix  Alran,  di  cui  e 
nota' univcrsalnieiitc  la  preziosa  />'/- 
hliothcqite  de  Pki/osophii'  coiiìcinpo- 
raine,  col  inagnific(j  Traile  de  Biologie 
tli  Felix  l.e  Dantcc,  pubblicato  in  una 
tdizione  illustrata,  elegante,  chiara  e 
austeramente  signorile,  ci  dimostra 
eh'  è  oramai  tempo  che  si  comprenda 
da  parte  di  autori  e  di  editori  non 
essere  necessario  alla  fatica  dello  stu- 
dio e  dell'  esame  ponderato  nei  libri 
di  scienza  aggiungere  1"  irritazione 
degli    occhi  e  1'  offesa  del  gusto. 

Uno  sguardo  alle  riviste.  La  Rivista 
Musicale  Hai  lana,  un  periodico  ele- 
gante e  solido  in  cui  la  storia  e  l'arte 
e  la  scienza  si  uniscono  con  equi- 
librio, continua  a  pubblicare  le  impor- 
tanti ricerche  di  Angelo  Solerti  sulle 
origini  e  la  .storia  del  melodramma  ; 
G.  Zambiasi  analizza  coi  dati  della 
fisica  e  della  fisiologia  il  fenomeno 
musicale,  e  Luigi  Torchi  vi  esamina 
le  opere  moderne,   fra  cui  V  Oceana. 

Nella  Critica  del  luglio  Benedetto 
Croce  delinea  con  una  delle  sue  Xofe 
la  fisionomia  artistica  di  Giovanni 
Verga,  e  (jiovanni  Gentile  prosegue 
il  suo  studio  su  La  filosofia  in  Italia 
dopo  il  /<S'5(). 

Interessante  è  il  fascicolo  d'agosto 
Ae.\V Emporiìtm  con  un  articolo  di  V. 
Pica  su  Charles  Cottet,  il  nostalgico 
pittore  della  gente  di  Bretagna,  e  un 
articolo  di  Matteo  Pierotti  sui  Monu- 
menti d'arte  nella  Toscana  ignota. 
\J' Empo riunì  può  gareggiare  ora  con 
le  più  eleganti  e  vivaci  riviste  d'arte 
estere  e  porta  certamente  fra  gli  stra- 
nieri una  buona  opinione  non  sol- 
tanto della  nostra  attività  nelle  arti 
belle,  ma  anche  dei  nostri  metodi 
illustrativi.  Annunziamo  con  piacere 
due  nuove  serie  illustrate  emesse  dal- 
l'Istituto di  Bergamo,  una  di  geografia, 
la  quale  s'inizierà  con  un  viaggio  di 
.Scipione  Borghese  In  Asia,  e  una 
biografica  che  incomincerà  col  nome 
ai  Dante.  Il  primo  fascicolo  dell'. -//-fc 
a    Venezia  del  Pica  è  pure  imminente. 

Les  Aris,  la  gran  rivista  d'arte  pub- 
blicata da  Manzi  Joyant  e  C",  porta 
nel  suo  numero  di  luglio  un  arti- 
(^olo  di  André  Michel  su  Le  Cava- 
lier  Beritin,  ornato  di  grandi  ripro- 
duzioni e  la  prima  parte  di  uno  stu- 
dio di  Marquet  de  Vasselot  su  la 
Collezione  della  Marchesa  Arconati- 
l'isconti,  una  galleria  di  grande  im- 


portanza, contenente  quadri  del  I.uini. 
del  Ghirlandaio,  di  A.  de  Predis,  ecc. 
La  stessa  casa  pubblica  pure  Les 
Modes,  il  cjual  iieriodico  mensile  ha 
poco  di  comune  coi  giornali  di  mode, 
contenendo  quadri  di  pittori  antichi 
e  moderni,  di  Reynolds  e  di  La  Gan- 
dara,  di.segni  di  Helleu,  di  Johannot 
e  di  Boldini,  ritratti  di  donne  illu- 
stri, eseguiti  da  veri  artisti,  e  scritti 
di   Hermant.  ecc. 

Le  Tour  du  Monde  è  una  rivista 
.settimanale  di  viaggi,  largamente  il- 
lustrata, che  pubblica  la  casa  Ha- 
chette  :  in  uno  degli  ultimi  numeri 
notiamo  un  articolo  di  M.  Reymond 
de  Broutelles  dal  titolo  Carrare:  la 
ci  té  du   Marbré. 

Buone  riproduzioni  d'arte  ci  mo- 
stra pure  l'ultimo  numero  della  rivista 
rumena  Literatura  si  Arto  Romana 
che  illustra  una  importante  esposi- 
zione di  pittura  e  scoltura  tenutasi 
in   Bucarest  nella  primavera  scorsa. 

Una  nuova  ed  elegante,  rivista  spa- 
gnuola  è  Helios,  di  cui  riceviamo  il 
quarto  numero,  contenente  un  articolo 
di  Maria  ÌVIonterrey  su  Matilde  Serao. 
Esce  a  Madrid  ogni  mese. 


«  Liriche  umane  »  di  G.  Bertacchi. 

E  un  libro  di  profonda  poesia.  Ca- 
ratteristico nel  Bertacchi  è  il  senso  della 
natura,  che  compenetra  le  sue  fanta- 
sie storiche  e  le  sue  visioni  di  vita 
odierna  con  un'impronta  di  costante 
mutamento,  di  evoluzione  eterna.  Egli 
è  un  dei  poeti  che  serbano  nel  san- 
gue un  ricco  elemento  nativo,  di 
terroir.  e  formano  la  moderna  poesia 
italiana  cosi  varia  di  sapore  e  di  ri- 
sonanze. I^e  sue  Alpi  Rezie  splen- 
dono, si  colorano,  cantano,  in  tutta 
la  sua  poesia.  Egli  non  ha  un'  im- 
pronta personale  che  lo  stacchi  niti- 
damente dai  poeti  morti  e  viventi  : 
rasente  sopratutto  dei  romantici,  nella 
tecnica  e  nel  sentimento;  ma  è  sin- 
cero e  la  sua  assoluta  sincerità  forma 
e  distingue  la  personalità  sua. 

La  pianura  lombarda,  il  lago  di 
Como,  i  paesaggi  indimenticabili  dei 
Projnessi  Sposi  ci  riappaiono  dinanzi 
coi  toni  stessi  che  già  servirono  ai 
maggiori  e  minori  romantici  lombardi, 
segno  che  il  suolo  stesso  li  inspira. 
Ma  le  cose  d'oggi    altresì   danno  ai 


TUA    l.llilU    r:    KiVISTK 


canti  di  Giovanni  Bertacchi  un  saldij 
suono.  Leggete  Epica  minima,  l 'oci 
storiche,   Leone  Xlfl. 

Il  poeta  chiude  il  suo  volumetto 
con  una  lirica  che  presento  ai  lettori. 

Questo  libro  è  un  passo  decisivo  ol- 
tre quelli  segnati  dai  precedenti  di  Gio- 
vanni Bertacchi.  Maggior  sicurezza 
nella  tecnica,  -  il  cui  progresso  gli 
esperti  noteranno  anche  in  questa  rac- 
colta, appena  superate  le  prime  poe- 
sie, in  cui  la  semplicità  e  la  sponta- 
neità che  formano  il  gran  pregio  della 
maggior  parte  è  ottenuta  a  spese  del- 
l'armonia e  della  nobiltà  -  maggior 
novità  e  fusione  d'immagini  e  di  sen- 
timenti. In  conclusione,  saluti;\mo  un 
])oeta  adulto  e  attendiamo  d'oggi  in- 
nanzi con  simpatia  ed    ammirazione. 

Ecco    il    canto  : 

Io    MIGRANTE. 

Io  sono  11  figlio  di  un'età  di  miti 
scortato  da  un'antica  aura  di  numi  ; 
mossi  pei   monti,   per  gli   espansi   liti 

e  camminai  co'  fiumi. 

Superai  lontananze  favolose 
per  arrivare  ad  affermar  me  stesso, 
e  salutar  fra  l'esultanti   cose 

l'ora  ch'io  sento   adesso. 

1  Io  viaggiato  secoli  ;   passai 
cu'  vecchi  eroi   lungo  le  grandi   strade  ; 
partii  co  naviganti  ed  esplorai 

le  vergini  contrade. 

(  )ra   vu   per  quest'orbe  affaccendato, 
re  delle   voci   e   de   le   forme   belle; 
ora  vo  nelle  notti,  accompagnato 

dai  cieli  e  da  le  stelle. 

l_)li,   certo  basta  un  cosi  rude  assenso 
per  che  l'uom  possa  dire  ;  Io  nacqui,  io  vivo  ; 
certo  gli   basta  questo  aprire  il  senso 

al  vasto  aere  nativo... 

l'ure  altre  gioie  io  so;  gli  ampi  reami 
della  vita  presente,   al  pensier  mio 
invian  frastuoni  d'opere  e  richiami 

d'anime  umane  ;   ond'io 

grande   ne'  cauti   come   un   re   pastore 
guido   lungo   le   valli   e   verso   i    niari 
le   novelle   tribù  per  l'alte   Hore, 

pei  campi  aperti  e  chiari; 


guido   la  torma  delle   mie   canzoni 
a  córre  il   meglio  delle  terre  apriche, 
dove  passan  coi  giorni  e  le  stagioni 
le  placide  fatiche. 

.\nche  talor,  cedendo  alle  mie  vaghe 
fole,  abbandono  il  suou  presente  e  il   molo, 
e  soletto  miavvio  verso  le  plaghe 

dell'avvenir  remoto. 

Giungo  stanco,  di   sera,  in  mezzo  ai  prati 
dove  sono  i  redenti  a  liete  cene  ; 
quivi  in  un  gaudio  di  bicchieri  alzati 
mille  faccie  serene 

si   rivolgono  a  me...   —  Fermati  !   Siedi  ! 
Dove  è  mensa  di   forti   ivi  è  la  meta... 
Tu  che  vieni  da  lungi  a  queste  sedi 

canta,   se  sei  poeta  ! 

Cantaci  quel  che   furono  gli  eroi 
e   le   belle  d'un  dì;   per  quali  immense 
vie  di  speranza  conseguimmo  noi 

queste  fraterne  mense... — 

—   Uomini  del  convito,  -  allor  rispondo  - 
io   fui    poeta   in  un'età  di    prove; 
vidi   dal   lavorio  d'un   vecchio  mondo 

uscir  le  forme  nuove... 

Ma   d'una  in  altra  forma   io   ravvisai 
un   patto  muto,  un  vincolo  indefesso, 
un  divenir  che  non  riposa  mai, 

e  fili   poeta  in  esso. 

Cantai    la  poesia  dei  veri   umani 
pur  sapendo  che  passano:   dall'oggi 
vidi   allungarsi  il  mistico  domani 

come  dagli   alti   poggi 

de  le  mie  valli  un  ondular  si  vede 
d'altre  giogaie  che  il  pastore  addila. 
Rccaiido   in   me  questa  migrante,  fede 

io   non  fissai   la   vita 

per  sa\)ali   solenni   e  per  vicende  ; 
non  giudicai   compiuto  alcun  destino; 
poela  errante  fui  sotto  le  tende 

d'un  popolo  in  camiiiinu. 

Cosi  per  voi.   Di   là  dai   paesaggi 
coronanti  la  vostra  ampia  dimora, 
io  veggo  prepararsi  altri  viaggi, 

veggo  altri  monti  ancora... 

Voi   partirete;  all'alba  una   fraterna 
vostra  avanguardia  sellerà  i   cavalli; 
e  1:1    diana  della  marcia    eterna 

rintronerà  le  valli. 


Nk.mi. 


U  IBRI 

PERVENUTI  ALLA  DIREZIONE  DELLA  NUOVA  ANIOLOGIA 


Lettere  di  Marco  ilinf/hetti  a  Leopoldo  Galeotti,  pubblicate  con 
prelazione  e  note  da  Domenico  Zanichelli.  —  Bologna,  19o;5,  Nicola 
Zanichelli,  pagg.  73.  L.  "ì. 

Ije  imposte  nello  stato  nu>ilrni(K  per  .\less.\ndro  G.\relli.  Voi.  1  : 
Ij  imposizione  personale  secondo  il  diritto  finanziario  positivo.  —  Mi- 
lano, 190;5,  Ulrico  Hoepli,  pagg.  4S().  L.  S. 

Le  Api  dai  georgici  latini,  per  il  sac.  Ijohenzo  (jiulli.  —  Prato.  UKKJ, 
tip.  Successori  Vestri,  pagg.  372.   L.  3. 

P.  Ovidii  Nasonis,  Ex  Metamorplioseon  Lihris  -  Fabiilae  selectae. 
Libri  l-V.  Introduzione,  note,  appendice  ciitica  di  Carlo  Pasc.\l.  — 
Roma,  l'.l()3.  Ci.  H.   Paravia  &  C,  pagg.  147.  L.  1.50. 

/  diritti  dell'uomo,  di  Nicola  Si'eualieri.  Nuova  edizione  eseguita 
a  cura  di  Giuseppe  (liMBALi. — Torino-Uoma,  1903,  Roux  &  Marengo, 
pagg.    170.   Ij.   1.50. 

l'otcrc  e  litjertà  (l  grandi  prohleini  della  storia),  per  Leone  ToL- 
sToi.  Traduzione  di  (  1.  Dr  (Iaholis.  —  Torino,  1903,  F."i  Bocca,  pagg.  80. 

/  problemi  dell' organizsasione  del  lavoro,  di  Riccardo  Dalla 
\'()LrA.        Firenze,  1903,  Francesco  Lumachi,  pagg.   173. 

Sai/gio  di  uno  .-:iudio  ■■••uì  sentimenti  morali,  del  Dr.  Guglielmo  Salvadoki. 
Firenze,  1903,  Friineeaco  Liiraachi,  pagg.  140.  L.  3. 

Sono  intelliqenti  Ir  bestie?,  per  Likìi  Pabris.  —  Vicenza,  1903.  tipografia 
O.  Rumos.  pagg    12-2.  L.  2. 

Lo  scojio  e  Ir  fnmioni  drlle  Banclte  di  Emissionr.  Studio  di  Ei'genio  Am- 
lìitox.  —  Fiicnzi'.  1903.  Francesco  Lumachi,  pagg.  155.  L.  3. 

L'Alta  Ilaliii  industriale  r  il  problemi/  di  Napoli,  per  E.  Zaniboni.  —  Na- 
lioli.   1903,  Luigi  Pierro,  pagg    121. 

Pia  de'  Toìomei.  Poema  lirico  di  Enrico  Cavacchioll  —  Livorno.  1903, 
S.  Belforte  cv  C,  pagg.  41.  L.  1 

Nova  melodia.  Vei-si  eli  Settimio  Manklli.  —  Teramo,  1903,  Bezzi  &  Ap- 
pignani,  pagg.  54 

//  cauto  di  Rcgiu  e  il  canto  di  Fafnir.  Saggio  di  versione  da  la  Snemiindar 
h'dda.  di  Giacomo  Brann.  —  Trieste,  1903,  tipografia  G.  Caprin.  pagg.  23. 

PUBBLICAZIONI  STRANIERE. 

Marilisse.  Roman  Haitìen.  par  FiiKDràìic  Marcelin.  —  Paris,  1903,  Paul 
Odondorff,  pag.  349.  ì\:  3..50. 

Au  soleil  de  Juillet  (1829-1830),  par  Pacl  Adam.  ^  Paris,  1903,  Paul  Ollen- 
dorff,  pagg.  532.  Pi-    3.50. 

Chez  ics  Rois,  par  Adolphe  Adbuer.  —  Paris,  190H,  Albert  Pontemoinu, 
pagg.  300.  Pi-.  3.50. 

'  "ldée.'<  sociales  et  Faits  sociaux.  Conférenees  de  MM.  G.  Blondel,  Aug. 
SoucHON,  Martin  Saint-Leon,  Ch.  Combes,  Dukourmantellb,  Emm.  Rivière, 
avec  une  introduction  de  M.  GboRGE.S  Govau.  —  Paris,  1903,  Albert  Eonte- 
moing.  Fr.  3.50. 

Soavenirs  Entomulogiques.  par  J.-H.  Fahre.  Études  sur  l'instinct  et  les  mceurs 
de»  insectes.  —  Paris.   1903,'  Librairie  Charles  Dolagrave,  pagg.  880.  Fr.  3.50. 

Traile  de  lìiologie,  par  Felix  Le  Dantec:  (con  101  illustrazioni».  —  Paris,  1903, 
Felix  Alcan.  L.  Ì5. 

Trente  et  unième  rapport  de  la  Direction  et  du  Couscii  d'Administration  du 
Chemin  de  Fer  du  Saint-Gothard,  comprenant  la  pc'riodc  du  ler  Janvier  au  31  De- 
cembre  1902.  —  Lucerne,  1903,  Imprimerle  J.  Burkhardt,  pagg.  130. 


Direttore-Proprietario:  MAGGIORINO  FERRARIS. 
Raffaello  Mbssini,  Responsabile. 


Korna,  Via  della  Missione,  3  -  Carlo  Colombo,  tipografo  della  Camera  dei  Deputati 


INDICE  DEL  VOLTT]\IE  C\  I 

ISRRIF.  IV        uhi;!) 

Fascìcolo  757.  —   1"  Ln^rlio  litOS. 

tìli  ammonitori  -  Romanzo  -  Parte  I.  —  Giovanni  Ckka P"!!-  •» 

In  Finlandia  con  l'amico  Cocchi  feoii  6  Hlnsl razioni).  —  Paolci  JIantegazza. 

Senutorc ;$7 

Maternitii  -   Dramma  in  (|iiatti-     atti  -  Atto  I  e  li.  —  Koiìeuto  Bracco  .  17 

Viottoli  di  campagna  -   Tt^rsi.  —  Giovanni  ChkìGiatii 77 

Impressioni  di  Sicilia   -   Lettera  alTon.  M.   Ferraris    cnn  ritrattn  .     -  P.  D. 

PlSCHEU .    .        SI 

Hleiiioui  universitarie   -   Da  docunn^iti  inediti  sullo   Studio   di   Peiusjia.    — 

Annibale  Gajìkiklli .    .    .    .  !)l' 

Giuditta  Pasta  e  Maria  Malibran.   —   Gixo  JIonaldi ."   .    .    .  UNI 

(ili  Istituti  di  credito  in  Italia.  —  Aukecs 107 

11  professore  Koerbitz  -  Bozzetto.   —  Amilc.\ue  L/aiuìa US 

Rassestna  musicale.  —  "V".\lett.\ VM 

Inghilterra  ed  Italia  nella  questione  di  Malta.   —  XXX    .        .    .    i.   .    .    .    .  l:!!l 
Tra  libri  e  riviste  —  I  Congressi  di  Roma  -  Un  Dante  barbuto  -   Lo  spi- 
rito  scientifico  -  Zette  -  «  Il  Genio  »  di  H.  Bérenger  -  Marsiglia  e   i 

porti  franchi  -  In  libreria  -  Varie  f'con  4  illnstragioni  .  —  Xbmù  .    .    •  144 
Xotizie,  libri   e   recenti    pubblicazioni    —   Italia    -    Francia    -  Inghilti-rra  - 

Stati  Uniti  -  Varie  -   Italiani  all'estero I<i7 

Fascicolo  7ÓS.        l(i  Luirlio  ltK»:{, 

1   paesisti  olandesi  a   Roma.  —  L.  Dimieu Puf/.   177 

Carpaccio  (con  li  illnstragioni,.  —  Antonio  Zardo-.- 18St 

I  cavatori  di  Ardesia  -  Versi.  —  Alfredo  Baccelli,  Deputato    .....  20(1 
Suir  ippica  -   Parte   I    (con    10    illitstrasioni).    —     Brincipe    Baldas.sarre 

(ìdb.scalchi,  Senatore        "...  201 

Le  più  antiche  civiltà  dell'Italia.  —  Lnci  Picorini .  21S 

Maternità  -  Dramma  in  quattro  atti  -  Atto  III  e  IV.  —  Roberto  Br.\cco.  227 
La  teoria  dell'eroe  in  T.  Carlyle  e  F.  Nietzsche.  —  Giu.seppe  Ravenna.    .  24i) 

La  storia  della  finanza  italiana.  —  Tito  Canovai 2(31 

(ili  ammonitori  -  Romanzo  -  Parte  II.  —   Giovakni  Cena 274 

Le  acque  del  Polesine  -  Versi.   —  Marino  Marin .  i5()2 

(ìugUelmina  Schroedcr-Devrient  e  Gaspare  Spontini    con  2  ritratti).  —  Giu- 
liano BoN.A(JCl "...  30G 

La  scena  dì  prosa.  —  Eduardo  Boutet 320 

«  Nos  amis  les  ennemis  ».  —  XXX 327 

Tra  libii  e  riviste  —  La  politica  del  Sempione  -   L'  immigrazione    italiana 
agli  Stati  LTniti  -  Il  mgvinjento  pacifico  internazionale  -  G.  Rovetta  - 

La  vita  nei  mari  -  >■  Le  petit  sou  »  -  Varie.  —  I^em 332 

Xotizie,  libri  e  recenti  pubblicazioni  —  Italia  -  Francia  -  Inghilterra  -  Stati 

Uniti  -  Varie 348 

Papa  Leone  XIII  e  il   Conclave  (con   ritratto).  —  Raffaele.  Db   Ce.sake, 
Deputato 35iJ 


7i!0  iMiici;  in;i,  \oi.UMi-; 


Fascicolo  750    -    1"  Agosto  li)03' 

11   poiitificMto  di   Lfoiio  XIII.  -    Ddmenho  Zanic'hklli.   t'rofcxsore  nella 

lì.  rniverxità  di  Siemi Pa/i.  ;-5(i!) 

Liionf  XIII  e  i  Papi  del  secolo  che  fu  suo.  —  PiLH'i'O  Cri.si-olti  ....  878 

Sonetti.  —  Giu.sBPPE  Deabate 392 

Ib.seii  poeta  lirico  (con  ritratto  <■  autografo).  —  Rosalia  Jacobsen   ....  394 

L'Ariosto  inglese.  —  Alice  GaliìMberti 407 

Suir  ippica  -  Fine  (con  9  illnstrazioni).  —  Principe  Balua.s.sarre  (_)uescal- 

CHI.  Senatore 41'.) 

Crii  ammonitori  -  Romanzo  -  Pine.  —  Giovanni  Cena 436 

L"  istruzione  popolare  in  Italia.  —  Angelo  Sicchiuollo 4Ò4 

Il  libro  canonico  cinese  sui  bachi  da  seta.  —  G.  I    Armanui 471 

Il  nuovo  disegno  di  leg.;e  sulle  derivazioni  d'acque  pubbliche  —  B.  Dk  Vito    475 

La  rovina  economica  della  Grecia  antica.  —  C    Barbagallo 4S.'i 

L'evaso  da  Sakhalin  -  Xovella   -  Parte  I.  —  V.  Korolbnko lOS 

Una  nuova  alleanza.         XXX .">]  1 

Tra  libri  e  riviste  —  Cronache  d'attualità  -  Whistler  -  «  Trionfi  di  donna 
-  Movimento  antialcoolista  -  William  E.  Henley  -  Attraverso  l'Australia 
del  Sud  -  Bagni  e  nuoto  -  Varie  (von  14  illiislra;ioìiiJ.  —  Ne.mi   .    .    .  'iVi 
Notizie,  libri  e  receati  pubblicazioni  —  Italia  -  Francia  -  Inghilterra  e  Stati 

Uniti   -   Austria  e  Germania   -  Varie  -   Xotizie  nriuridiche -V!') 


l'ascicolo  im  K;  A),'os1o  1'J(»;{ 

1  ver.si  dell'aiie.   —    .\i  GisTo  Ferrerò Pui/.  .5).") 

Sulla  soglia  del   mistero.  —  SALVATORE  Farina .VjK 

Lo  nazionalità  in  Austria  Ungheria.  —    I".  Sal.at.v .")(iK 

Lassalle  -  Dramma  in  quattro  atti  -    Atto  I  e  II.   —  Sem  Benklli  ...  58.") 

L'evaso  da  Sakhalin  -  Novella  -   Fine    —   W.  Korolenko 604 

L'atmosfera  del  dramma  musicale.    —  Giuliano  Bonacci (i2$) 

Tedeschi  a  Roma  -  Scliizzi  e  appunti  del  secolo  .\i  (con  4  iltii.tlnigioiiij.  — 

Ugo  Plerbs <)44 

Paolo  Giacometti  (con  ritratto).  —  Vittorio  ■  Bozzola Ii(j:-' 

I  due  lessicografi  italiani.  Policarpo  Petrocchi  e  Giuseppe  Rigatini  (coi  ri- 
tratti). —  Aurelio  Gotti 074 

La  scena  di  prosa  —  <  La  casa  del  sonno  •  di  Bertolazzi  -  Irma  Grama! ica 

-  Virgilio  Talli  -  Oreste  Cìilabresi  (con  ritratti     —  E.   Houtet  .    .        .  <iS7 

L  elezione  di  Pio  X  (con  ritratto)    —  XXX (>!).") 

Tra  libri  e  riviste  —  Un  busto  a  P.  Emiliani-Giudici   -  Il  museo  ilickiew  icz 

-  .lean  Aicard  -  Una  lettera  di  Sabatier  -  La  produzione  del  legno  in 
Svizzei-a  -  In  libreria  <  Liriche  umane  ?^jU^(!.  Hortaeehi  (con  2  itili- 
xtraeioni).  —  Xemi vj  J '"" 


16  73-^ 


I 


Blinuiiwi  . ^2«i*UM  &\i  I9WI. 


AP  Nuova  antologia 

N8 
V.190 


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